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№ 18 del 3 maggio 2013 · con Teleradio dal 5 all’ 11 maggio

legami pericolosi

la fine di una relazione coincide troppo spesso con l’inizio di una tragedia in cui la vittima è la donna

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Ticinosette n. 18 del 3 maggio 2013

6 Arti Teatro della Scala. La lezione viennese di o. BossiNi ......... 8 Kronos Baltiysk. Fra Baltico e occidente di FaBiaNa TesTori ..... 10 Eroi Nelson Mandela di FraNcesca rigoTTi .............................. 11 Vitae Vito Gravante di demis Quadri ..................................... 12 Reportage Villa Fogazzaro di r. roveda; FoTo di r. KhaTir ..... 37 Fiaba Il folletto di Zernez di FaBio marTiNi ............................. 42 Tendenze Occhiali. Sguardi felini di marisa gorza ............... 44 Astri ...................................................................................... 46 Giochi ................................................................................... 47

Agorà Femminicidio. Violenza endemica

di

N. BarazzoNi .......

80 HOURS ON YOUR SIDE

Mali moderni La copertina e l’articolo di apertura di questo numero sono dedicati al tema della violenza maschile nei confronti delle donne, un fenomeno che per endemicità si configura come una grave piaga sociale. Le domande che Nicoletta Barazzoni ha rivolto a Riccardo Icona, autore di un saggio sul tema, introducono nuovi elementi di riflessione sulla natura e l’attualità del fenomeno che non appare come il retaggio di una società patriarcale ma il risultato della persistente incapacità del maschio contemporaneo di accettare l’idea che la donna (moglie o compagna che sia) possa scegliere liberamente che cosa fare della propria esistenza. Un tema al quale ci siamo affacciati più volte (si veda Duccio Canestrini, “Chi odia le donne”, n. 9/2013) ma mai in modo così approfondito. Segnaliamo inoltre che è in corso a Chiasso l’ottava edizione del Festival internazionale di letteratura Chiasso/Letteraria. Iniziato il 1. maggio (terminerà domenica 5) e dedicato al tema dell’esilio, il Festival ospita gli interventi di artisti, musicisti e scrittori internazionali. Fra questi, stasera, Vinicio Capossela autore, insieme ad Andrea Segre, del film documentario Rebetiko ora sulla crisi economica in Grecia di cui sarà proiettato un estratto (proiezione integrale: domenica 5 presso il m.a.x. museo). Un’intervista esclusiva a Capossela verrà inoltre pubblicata a breve sul nostro settimanale. Buona lettura, Fabio Martini Impressum Chiusura redazionale venerdì 26 aprile Editore Teleradio 7 SA 6933 Muzzano Redattore responsabile Fabio Martini Coredattore Giancarlo Fornasier Photo editor Reza Khatir Tiratura controllata 68’049 copie Amministrazione via Industria

6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

TBS, La Buona Stampa SA fax 091 910 35 49 6963 Pregassona lugano@publicitas.ch Publicitas Bellinzona Pubblicità Direzione, Publicitas Publimag AG tel. 091 821 42 00 fax 091 821 42 01 redazione, Daniel Siegenthaler bellinzona@publicitas.ch composizione Muertschenstrasse 39 Publicitas Chiasso e stampa Postfach tel. 091 695 11 00 Centro Stampa Ticino SA 8010 Zürich fax 091 695 11 04 via Industria tel. 044 250 36 65 6933 Muzzano tel. 079 635 72 22 chiasso@publicitas.ch tel. 091 960 33 83 fax 044 250 31 32 Publicitas Locarno fax 091 968 27 58 daniel.siegenthaler@ tel. 091 759 67 00 ticino7@cdt.ch publicitas.com fax 091 759 67 06 www.ticino7.ch dati per la stampa a: locarno@publicitas.ch issuu.com/infocdt/docs service@publimag.ch www.publimag.ch In copertina Stampa Gli occhi della vittima (carta patinata) Annunci locali Elaborazione grafica Salvioni arti grafiche SA Publicitas Lugano di Antonio Bertossi 6500 Bellinzona tel. 091 910 35 65

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Le libertà negate

Donne. Prendendo spunto da alcuni testi di cantautrici e cantautori italiani, affrontiamo il tema del femminicidio con Riccardo Iacona, autore di un saggio dedicato a questo drammatico fenomeno da lui paragonato all’apartheid e all’antisemitismo di Nicoletta Barazzoni

G

Agorà 6

li uomini non cambiano, prima parlano d’amore e poi ti lasciano, fanno i soldi per comperarti e poi ti vendono. Gli uomini ti uccidono. Ma ho scoperto con il tempo e diventando un po’ più dura che se l’uomo in gruppo è più cattivo, quando è solo ha più paura. Perché gli uomini che nascono sono figli delle donne. Ma non sono come noi. Gli uomini che cambiano sono quasi un ideale che non c’è. Ma non finisce mica il cielo. Sarà dolore ma sempre cielo, chissà se avrò paura, se avrò una faccia pallida e sicura, se cercherò qualcuno per ritornare in me.1 Io posso dire la mia sugli uomini, qualcuno l’ho conosciuto, qualcuno mi è solo sembrato, qualcuno l’ho sbagliato e qualcuno lo sbaglierò2. Ma questa è la tua canzone Marinella, che sei volata in cielo su una stella e come tutte le più belle cose vivesti solo un giorno, come le rose3. Purtroppo però gli uomini assassini non sono mielose melodie ma sempre di più interpreti di lucide follie. Sono storie di amori malati, di uomini che cospargono l’amata di kerosene, dandole fuoco. Come nel caso di Valentina Pitzalis che su Facebook intitola il suo inferno “un sorriso per Valentina”. Ci voleva Luciana Littizzetto e il suo monologo satirico per portare alla canzone italiana la verità delle donne nella Sanremo dei giardini fioriti? “Ogni due o tre giorni in Italia un uomo uccide una donna, una moglie, una compagna, una figlia, una ex. Un uomo che ci picchia è uno stronzo sempre, e dobbiamo capirlo subito al primo schiaffo. L’amore riempie il cuore e rende felici. Non rompe le costole, non lascia lividi sulla faccia”. Fino a quando questa brutale prevaricazione non verrà sancita culturalmente come un grave reato, e riconosciuta come una patologia che colpisce la società civile, le donne continueranno a subire la violenza di genere4. Il movente spesso è la gelosia, l’ossessione per essere stati lasciati, e il possesso. Anche gli uomini più “rispettabili” ne sono coinvolti perché si sa che la vita pubblica di un uomo non dice assolutamente nulla del suo privato. Se in passato il culto del maschio e le regole del potere venivano tramandate di generazione in generazione, o meglio di padre in figlio5, oggi il dominio si moltiplica a dismisura nelle trasmissioni televisive.6 Molte risposte a ciò che sta dietro a questi massacri le troviamo nel libro/inchiesta di Riccardo Iacona7, Se questi sono gli uomini (Chiarelettere, 2012), nel quale l’autore, che abbiamo intervistato per Ticinosette, paragona il fenomeno del femminicidio all’apartheid e all’antisemitismo. Con la collaborazione di Sabrina Carreras, Iacona ricostruisce un

viaggio intimo ma tragicamente collettivo dal sud al nord dell’Italia per raccontare una tragedia nazionale. Tra le interviste pubblicate nel libro l’affermazione della professoressa Costanza Baldry descrive una delle tante realtà: “Sono uomini ossessionati dall’idea di punire la vittima, di distruggerla, o perché lei ha osato lasciarlo oppure perché si è rivolta ai carabinieri, perché ha chiesto l’affidamento dei figli o perché ha osato disonorarlo mettendosi con un altro”. Quando l’uomo si sente inferiore alla donna gli rimane solo la forza fisica, la minaccia, il ricatto e l’omicidio. L’aumento della violenza sulle donne è data dal fatto che ci sono maggiori denunce da parte delle vittime ma anche perché la donna sta acquisendo maggiore consapevolezza nella ricerca della sua autonomia e nel desiderio inalienabile al diritto di poter scegliere. Signor Iacona, questa violenza sulle donne ricorda il regolamento di conti della strategia mafiosa con delle vere e proprie premeditazioni? Certamente sono tutti omicidi lungamente pensati e poi anche quando vengono realizzati ci si attrezza per farli. Ci sono persone che arrivano sul posto armate, e anche lo stile spesso rievoca le esecuzioni mafiose perché non vengono attuate nel chiuso di una stanza ma in luoghi aperti, davanti ai figli, ai parenti, ai colleghi di lavoro. E questo ci fa comprendere che gli uomini che agiscono in questo modo pensano di fare una cosa giusta, e hanno bisogno di un coro davanti a loro, parlando ad altri uomini come nelle punizioni talebane. Tanto è vero che la metà degli uomini che uccidono le donne, una volta in carcere, non si pente veramente, e trova sempre un alibi. È l’onore tradito degli uomini che loro esprimono con questi atti. Che idea si è fatto di questa ecatombe? Penso che il problema siamo noi uomini. Si parla sempre delle vittime ma troppo poco degli assassini. Il problema siamo noi, ma lo sono anche quelli che non picchiano e anche quelli che non uccidono le donne. Dobbiamo accettare l’idea di avere davanti una persona che è libera veramente e che ha una libertà di scelta. Una volta la donna ci veniva consegnata, fino agli anni settanta, quando non c’era il divorzio, l’aborto e in famiglia potevi avere il sesso anche se lei non era consenziente. Non era un reato e la potevi picchiare per correggerla. Adesso la donna aspira a muoversi liberamente anche sul terreno delicato dei sentimenti, ambito in cui il conflitto nasce. Ecco perché io dico che questi non sono omicidi del passato, quel che resta di un’Italia patriarcale. Questi sono gli omicidi del futuro di un conflitto moderno. Ecco perché crescono,


altrimenti dovrebbero diminuire con il venir meno di quella generazione abituata ad avere il dominio assoluto di un uomo su una donna. Invece aumenta tra le giovani generazioni e questo è un dato molto inquietante. Le vittime hanno 20 o 30 anni e gli assassini pure. Ci fanno capire come il conflitto sia moderno, a mano a mano che la donna vuole più libertà, vuole poter decidere di lasciare un uomo. Di fronte al fatto che lei scappa definitivamente l’uomo interviene e la uccide. Il fenomeno ha un profondo radicamento nella cultura o ci sono altre ragioni? L’Italia è un paese ostile alle donne per molti motivi. Se si va a vedere il gender gap siamo fra gli ultimi della classifica, esattamente lontani dal resto dell’Europa. L’ultimo episodio è rappresentato dai dieci saggi scelti di recente per far fronte alla crisi economica in Italia, una commissione composta di soli uomini. Ma le sembra possibile? Da noi la donna ha una posizione molto bassa nella scala dei valori e nel potere economico, sociale e politico. Perché sempre più uomini/padri colpiscono i figli, li uccidono per colpire la donna? È l’atto più terribile. Nel mio libro intervisto la criminologa Costanza Baldry, che spiega bene questo meccanismo di vuoto emoaffettivo. Infatti le cronache che raccontano queste storie, come storie di amori andati male, in fondo nella dimensione della relazione di intimità, non riescono mai a spiegarci come mai questi uomini uccidono le donne davanti ai figli, o addirittura ammazzano i figli per colpire la donna. Qui l’amore non c’entra nulla. Questi sono uomini che non hanno più nulla da perdere. Quando colpisci i tuoi figli colpisci te stesso, colpisci il futuro. Non si pongono i problemi dei traumi che causano ai figli. Anche gli uomini che usano violenza costante fisica, psicologica o sessuale nei confronti delle madri stanno distruggendo il proprio codice genetico perché i figli saranno traumatizzati per sempre e porteranno questi traumi di generazione in generazione. È dunque un problema di salute pubblica e di salvaguardia della specie? Prima di tutto è un problema politico. È la dimensione politica di queste morti che viene cancellata dalle cronache, dallo schiacciare queste morti dentro una relazione d’amore perché si ha paura della dimensione politica che non considera la donna e la sua posizione nella società. La questione femminile è poco considerata, soprattutto in Italia dove si fa pochissimo, con delle pratiche politiche attive per le pari opportunità e per la difesa della donna e del bambino. Secondo me la dimensione è talmente grande, come ho scritto nel libro, che bisognerebbe occuparsene a livelli di salute pubblica. La libertà nelle relazioni è un valore, costruire una relazione che non è data per sempre ma che va conquistata è una ricchezza e non una debolezza. Bisogna rispettare chi decide di non avere una relazione e sceglie di vivere senza un partner. Certo l’uomo non è attrezzato perché sin dall’inizio tutto gli è sempre stato dato. Quindi deve mettere da parte una quota di potere e di libertà, rimetterla in gioco e rischiare, rischiando innanzitutto anche di essere lasciato. Si giura fedeltà nel bene e nel male…. La religione cattolica aiuta poco soprattutto perché ha rinunciato alla donna come principio. Non c’è organizzazione più sessista e

misogena della chiesa cattolica. L’idea di far partecipe la donna nella gerarchia ecclesiastica sarebbe una vera rivoluzione. L’annuncio della risurrezione di Cristo non è stato affidato a un uomo ma a una donna, come se lo spiega? Sto parlando delle pratiche della chiesa moderna, non parlo dell’Antico Testamento o della lettura dei testi. Tuttavia anche a partire dalla lettura dei testi si potrebbe immaginare una chiesa dove la donna officia la messa ed è protagonista anche dal punto di vista organizzativo. La donna è stata espulsa dall’organizzazione della chiesa. Le organizzazioni che rinunciano alla donna sono anche le più povere perché rinunciano innanzitutto alla creatività e all’intelligenza di metà dell’umanità. Quali possono essere le soluzioni per rompere questo schema di violenza? Bisogna potenziare e aumentare la rete di protezione della donna, bisogna fare tantissima prevenzione perché la repressione non basta più di fronte alle decine di migliaia di denunce che vengono fatte ogni anno, con le procure che sono intasate. Ci vuole una rete capillare di protezione della donna, in modo da offrirle un’alternativa. In Italia si fa troppo poco e laddove viene fatto ogni volta che si apre un centro antiviolenza, anche al centro nord, non rimane mai vuoto. E dunque sussiste una domanda alla quale bisogna dare una risposta tangibile. Si può fare molto anche in tema di formazione, nelle scuole. La prima cosa che va fatta e che ancora viene elusa, è quella di non lasciare questo problema alla cronaca. Altrimenti il paese diventa complice di tutte le donne morte ammazzate ogni due giorni. note 1 Mia Martini, “Gli uomini non cambiano”; “E non finisce mica il cielo”. Mia Martini scompare in circostanze drammatiche il 12 maggio del 1995. La sorella, Loredana Berté, ha riferito nel corso di un’intervista delle pesanti pressioni psicologiche esercitate dal padre nei confronti di Mia nel corso degli anni. 2 Fiorella Mannoia, “Io posso dire la mia sugli uomini”. 3 Fabrizio De Andrè, “La canzone di Marinella”. 4 Tra le molte definizioni di violenza di genere trovate in letteratura, citiamo quella tratta dal National action plan concerning the fight against violence between partners che recita: “La violenza tra i partner è rappresentata da comportamenti, abitudini, attitudini, attività tese a controllare e dominare l’altro partner. La violenza è caratterizzata da attacchi fisici, gesti minacciosi, o ripetute costrizioni verbali, fisiche, sessuali e economiche che attaccano l’integrità dell’altro o la sua integrità socio-professionale. La violenza non colpisce solo la vittima ma anche gli altri membri della famiglia che siano testimoni della violenza, specialmente i bambini. È noto che spesso sono gli uomini a fare violenza e le donne ad esserne vittime. La violenza nelle relazioni intime è la manifestazione, nella sfera privata, nello squilibrio di potere tra donne e uomini nella nostra società”. http://www.un.org/womenwatch/daw/vaw/handbook-for-nap-onvaw.pdf 5 Per Iaia Caputo la dominazione maschile è l’altra faccia della potenza femminile. Di cosa parlano le donne quando parlano d’amore (TEA, 2004). 6 Il documento d’inchiesta Il corpo delle donne di Lorella Zanadro pubblicato sia in un libro che in un video oggi messo in rete, parla della rappresentazione e del potere simbolico della donna nella televisione. Veline e subrette che diventano dei veri e propri fenomeni da baraccone di un immaginario porno autorizzato, né pensante né parlante (ilcorpodelledonne.com). 7 Riccardo Iacona è un giornalista italiano conduttore della trasmissione televisiva “Presa diretta” che va in onda su Rai Tre.

Agorà 7


La lezione viennese Nel novero delle grandi orchestre sinfoniche internazionali, la Filarmonica della Scala di Milano è una delle più giovani. Nel 2012 ha compiuto appena trent’anni di vita, ma la qualità delle sue proposte mostra un’invidiabile maturità di Oreste Bossini

Arti 8

Il primo concerto della Filarmonica della Scala si tenne il 25 gennaio del 1982, nel teatro milanese: dirigeva Claudio Abbado e in programma figurava un monumento della letteratura sinfonica dell’ottocento come la Terza di Mahler. Un lavoro così impegnativo, della durata di oltre un’ora e mezza, con la partecipazione di un solista – il contralto Lucia Valentini Terrani, del coro e di un coro di voci bianche – non era mai stato eseguito alla Scala e la scelta di un autore come Gustav Mahler (1860–1911), massimo esponente del cosiddetto periodo “Wien modern”, indicava anche una direzione culturale precisa.

Nata con i nomi “giusti” Trent’anni non sono molti, se paragoniamo la storia della Filarmonica non solo con quella dei Wiener o dei Berliner Philharmoniker, le due orchestre forse più illustri al mondo, ma anche con il lungo percorso delle migliori formazioni europee come il Concertgebouw di Amsterdam, la Filarmonica di San Pietroburgo (un tempo di Leningrado), la London Symphony Orchestra, la Filarmonica di Budapest. Lo svantaggio da recuperare rispetto ai concorrenti era notevole, ma la Filarmonica disponeva di alcuni assi da giocare a proprio favore per rimontare la china. Il primo, naturalmente, era la forza del marModello viennese chio Scala, un nome Claudio Abbado, alloche nel mondo delra direttore musicale la musica è in grado della Scala e principale di spalancare molte artefice del progetto, porte, se non proprio desiderava infatti che tutte. Il secondo, più l’orchestra intraprenimportante dal pundesse un’attività arto di vista artistico, Claudio Abbado e Daniel Baremboim durante una prova della tistica indipendente, consisteva nel godere Filarmonica della Scala (©Lelli & Masotti, per gentile concessione) sul modello dei Wiedell’appoggio unaniner Philharmoniker. me di tutti i direttori I musicisti dell’Imperial-regia Opera di corte di Vienna, d’orchestra italiani di livello internazionale. infatti, godevano fin dal 1842 del privilegio di formare Abbiamo già menzionato il fondatore, Claudio Abbado, ma un’associazione autonoma, per svolgere un’attività sinfo- bisognerebbe ricordare subito dopo il nome di Carlo Maria nica nel tempo lasciato libero dal lavoro in teatro. Giulini, che ha contribuito in maniera decisiva all’inizio, Abbado, che fin dal 1971 dirigeva in maniera costante a quando al di fuori di Milano l’orchestra era ancora una Vienna, era perfettamente consapevole di quanto fosse perfetta sconosciuta, nell’imprimere un impulso positivo importante per i musicisti della Scala affrontare sia il all’avventura della Filarmonica, grazie all’enorme prestigio repertorio operistico, sia quello sinfonico, non solo per della sua figura, in particolare nel mondo anglosassone integrare la busta paga con un consistente guadagno e all’interno delle multinazionali del disco. In seguito le extra, ma anche per ritrovare le motivazioni e gli stimoli grandi bacchette italiane come Riccardo Muti, Giuseppe artistici indispensabili a scacciare la routine del lavoro Sinopoli, Riccardo Chailly, Daniele Gatti hanno sempre quotidiano in buca. collaborato alla crescita dell’orchestra, portandola nel L’intuizione di Claudio Abbado era come sempre lungi- tempo a diventare un effettivo e credibile ambasciatore mirante e soprattutto animata dal desiderio di riportare il della cultura italiana nel mondo. Per un caso raro e fortulivello artistico della Scala a quegli standard internazionali nato la musica italiana infatti ha visto nascere due geneche la storia e il prestigio del teatro reclamavano. razioni di interpreti di altissimo livello sia nel repertorio


Un volume per festeggiare (e ricordare) I primi trent’anni della Filarmonica sono stati raccontati dalle fotografie di Silvia Lelli e Roberto Masotti in Filarmonica della Scala (Skira, 2012) un prezioso volume di oltre 200 pagine a cura di Paolo Besana ricco d’immagini e di informazioni. I due fotografi milanesi, partners sul lavoro e nella vita, hanno avuto la fortuna di seguire l’intero

percorso della Filarmonica, dagli inizi fino ai giorni nostri. Una delle prime fotografie, in un elegante e rigoroso bianco/nero, racconta per l’appunto il concerto iniziale del 25 gennaio 1982. Si vede un giovane Claudio Abbado mentre riceve, con la consueta discrezione appena temperata da un sorriso, l’applauso del pubblico milanese. Alle sue spalle, la grande (e sfortunata) Lucia Valentina Terrani e il maestro del coro Romano Gandolfi applaudono a loro volta il direttore, che ha appoggiato su un leggio lì accanto un bouquet di fiori. Ma la cosa più significativa sono le figure dei professori d’orchestra, in piedi attorno al podio, a cominciare dal primo violino Giulio Franzetti e dal primo violoncello Rocco Filippini, grande artista ticinese chiamato per l’occasione a rinforzare la squadra con la sua notevole esperienza nella musica da camera. I musicisti non si rivolgono verso il pubblico, ma si guardano invece l’un l’altro con il volto sorridente e l’aria soddisfatta, come di chi è consapevole d’aver compiuto un’impresa grande e dall’esito incerto. Allora eravamo all’inizio di una grande storia, che le fotografie di Lelli e Masotti ci raccontano nel libro attraverso le mille espressioni dei protagonisti, nelle immagini degli strumenti catturati nei silenzi della loro misteriosa natura, nel divenire di un organismo complesso come l’orchestra, che nel tempo ha mutato i volti, le abitudini, le forme del lavoro. Alcuni primi piani fatti ai direttori sono diventati celeberrimi, come lo splendido ritratto di Carlo Maria Giulini a occhi chiusi e con la mano sinistra protesa in avanti, quasi a implorare i musicisti di restituire nel suono tutto il calore spirituale vissuto dentro di sé, oppure l’istantanea di Riccardo Muti con la testa rovesciata all’indietro e le braccia alzate, come se fosse investito dal vento impetuoso delle passioni. La galleria dei direttori è infinita, dai grandi vecchi come Leonard Bernstein fino ai maestri dell’ultima generazione come Daniel Harding e Robin Ticciati, ciascuno colto nell’espressione che meglio racconta la sua personalità e la sua maniera di vivere la musica. Il carisma di Zubin Mehta, la fantasia di Georges Prêtre, l’ironia di Lorin Maazel, l’entusiasmo di Riccardo Chailly, la sensibilità di Myung-Whun Chung: i ritratti di Lelli e Masotti formano un’antologia delle passioni umane, che grazie alla storia della Filarmonica si sono coagulate in un’unico sguardo lungo trent’anni.

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Arti 9

HOFER BSW

sinfonico, sia in quello operistico, malgrado la mancanza di una vita concertistica paragonabile a quella degli altri paesi europei. Forse proprio per orgoglio nazionale e per il desiderio di un riscatto, tutti i principali direttori d’orchestra italiani hanno sostenuto e aiutato la Filarmonica, mettendo da parte le inevitabili gelosie e rivalità professionali. Nessuno di loro ha mai rifiutato di dirigere un concerto o di portare l’orchestra in tournée, come spesso avviene in tutto il mondo nelle grandi istituzioni musicali, dove lavorano certi artisti e non altri, secondo una mappa invisibile ma ben rispettata di alleanze e antagonismi. Inutile aggiungere che la Filarmonica della Scala ha approfittato moltissimo di questa unanime generosità verso una creatura nuova e ambiziosa. Del resto è abbastanza emblematico del carattere nazionale che l’Italia abbia prodotto da una parte tanti direttori eccellenti e dall’altra invece poche orchestre degne di essere rispettate quando suonano Beethoven e Brahms. Infine, per completare il quadro delle qualità che hanno permesso alla Filarmonica di affermarsi in soli trent’anni come una delle grandi formazioni europee, bisogna considerare il carattere particolare dei musicisti scaligeri. È vero, i professori d’orchestra italiani sono spesso poco disciplinati, a volte un po’ pigri, sempre seduti sulle spine in attesa di farsi conquistare dalla musica e dal direttore d’orchestra, ma in compenso anche capaci come nessun altro di trasformare in un battibaleno un concerto di routine in un evento artistico, di reagire con prontezza a qualunque stimolo del direttore o del solista, di riempire all’improvviso di poesia anche i più remoti recessi della partitura. I musicisti della Scala il teatro ce l’hanno nel sangue e questo li rende non solo degli abili artisti, ma anche una piacevole sorpresa per il pubblico straniero, che non è abituato a trovare di solito la magia del teatro nella sala da concerto.

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Fra Baltico e occidente Attraverso gli occhi della zarina Elisabetta, Baltiysk, la città più occidentale della Russia, scruta il proprio futuro ricordando e interpretando un passato che l’ha vista contesa fra diverse potenze di Fabiana Testori

Kronos 10

Quando ci si reca per la prima volta a Baltiysk e la prima- che e la successiva liberazione da parte del generale Carl Guvera non è ancora iniziata, alzare gli occhi verso il mare e stav von Sievers, dal 1815 governatore della Prussia orientale. i cumuli di ghiaccio che si stendono sulla riva è impresa Le pagine più tristi e recenti sono però quelle relative alla ardua, perché il vento continuo e gelido non dà tregua. Si Seconda guerra mondiale, quando Pillau trasformata a tutti è costretti a camminare stretti nelle spalle fissando la rena gli effetti in una cittadella militare, ospitava i temibili sotdella bellissima spiaggia bianca, in cui, passo dopo passo, è tomarini U-Boot e i velivoli da guerra, di cui le rovine degli possibile distinguere qualche pietruzza d’ambra portata dalle hangar sono ancora oggi visibili. Sul finire del conflitto, onde. Dall’alto di un piccolo promontorio poco lontano Pillau si è invece resa celebre come città d’imbarco per i prosolo la statua della zarina fughi tedeschi che tentavaElisabetta Petrovna Romano un ultimo viaggio della nova, imperatrice di Russia speranza verso la Germania, (1741–1762) in sella al suo consci che i sovietici erano destriero fissa l’immensa ormai alle porte e pronti a distesa d’acqua e domina, mettere mano sulla regione incurante del freddo, la strial fine di proclamarla defiscia di terra su cui sorge la nitivamente terra rossa. città più occidentale della Ridenominata quindi BalRussia: Baltiysk. tiysk, durante la densa Interessante per più motivi, russificazione della zona, che hanno caratterizzato sia è stata man mano trasforla storia tedesca sia quella mata in città chiusa poiché russa, Baltiysk (prima della sede della flotta sovietica guerra prussiana era chiasul Baltico. Infatti, risale a Veduta di Baltiysk (immagine tratta da geolocation.ws) mata Pillau), si trova nella poco dopo la fine del conregione di Kaliningrad e flitto la decisione di spostapiù precisamente sull’omonimo stretto di Baltiysk che di- re il quartier generale della potenza navale da Leningrado vide la laguna della Vistola dalla baia di Danzica. Le origini a Kaliningrad. Ancora nel 1984 la flotta del Baltico contava della laguna, oggi ripartita fra Russia e Polonia, risalgono a 32 sottomarini, 5 incrociatori, 45 cacciatorpedinieri e 260 depositi di materiale glaciale accumulatosi nel tempo, che navi da superficie e nel 1991, al crollo dell’intero blocco cohanno determinato la conformazione particolare di questo munista, raggruppava circa 50mila uomini, rappresentando angolo di mondo affacciato sul Mar Baltico. Un lembo di circa un quinto dell’intera flotta sovietica. Con la fine del terra tanto piccolo e sottile, quanto conteso nel corso della sistema, è passata sotto il controllo russo, perdendo di fatto storia. Dominato nei secoli da popoli diversi, resta ancora la base lettone (Liepaya) e quelle estoni (Tallinn e Paldiski), oggi motivo d’orgoglio per la grande madre Russia, come con conseguente diminuzione di uomini e di mezzi. simbolica sottomissione del nemico tedesco durante il Se- Tutt’oggi però il doppio porto di Kaliningrad e Baltiysk resta condo conflitto mondiale. meglio equipaggiato di quello di Odessa o Vladivostok e meno confinato di quello di San Pietroburgo. Nonostante Una vocazione militare l’apertura e l’affluire di turisti e curiosi, Baltiysk rimane una In tempi prussiani ancora non sospetti, la città di Pillau zona ad accesso limitato. Di grande prestigio sono però le era un semplice villaggio di pescatori. Nel corso degli anni scuole navali, ereditate anch’esse dal defunto regime che l’importanza del suo porto crebbe, fino alla realizzazione, continuano ad attirare giovani ufficiali e timonieri da tutta da parte del ducato di Prussia, di un fortino. La Guerra dei la Russia. trent’anni l’ha quindi lasciata sotto l’occupazione svedese Quello che resta dei forti di Baltiysk è invece una questione per poi essere rimessa nelle mani del principe elettore del aperta: in rovina, allagati o semplicemente distrutti dal temBrandeburgo. po e dalle onde aspettano di conoscere il proprio destino e Dopo una prima breve dominazione russa durante la Guerra diventare magari un giorno il simbolo culturale, scientifico dei sette anni, seguì l’arrivo nel 1807 delle truppe napoleoni- e ambientale di questo pezzo di Russia.


Nelson Mandela

Nato nel 1918, è stato il primo presidente a essere eletto in Sudafrica dopo la fine dell’apartheid. Strenuo difensore dei diritti civili e della sua terra, vent’anni fa veniva insignito del premio Nobel per la pace di Francesca Rigotti

Nella sua autobiografia, scritta durante i ventisette anni gli altri bambini, nuotare nel torrente, arrostire pannocchie trascorsi nelle carceri sudafricane, il nostro eroe di oggi sotto le stelle, montare sulla groppa dei lenti buoi. Ma quella racconta di una rappresentazione che ebbe luogo nella filo- libertà era soltanto un’illusione, perché tutti gli africani del drammatica della prigione. Raramente fino a quel momento Sudafrica erano stati privati per più di trecento anni della gli era capitato di recitare, ma quella volta, su una scena libertà dalla conquista dei bianchi, olandesi prima (i “boeri”), decisamente “minimalista” (senza palcoscenico né scene, né e poi inglesi. I quali tutti insieme agli inizi del Novecento costumi), svolse il ruolo di Creonte, re di Tebe, nell’Antigone ricomposero le loro divergenze per erigere ai danni della di Sofocle, una delle antiche tragedie gente di colore un sistema di domiclassiche greche da lui letta in carcenazione razziale che sarebbe stato alla re. Vi si narra di Antigone, che altri base di una delle società più crudeli e non è che la prima figura della nostra disumane mai conosciute nel mondo. serie dedicata agli eroi (Ticinosette n. 16/2013). Mandela interpretava la Apartheid e cambiamento parte di Creonte, il re che combatte Lo stesso sistema culminò dopo la una guerra civile per la sua amata cittàSeconda guerra mondiale col regolastato, Tebe dalle Sette Porte. mento di ispirazione nazista dell’aparAll’inizio della tragedia Creonte si theid, che codificava e raffinava in un esprime con saggezza sulla necessità complesso di provvedimenti de jure che i doveri verso il popolo siano la struttura oppressiva già esistente anteposti alla lealtà nei confronti del de facto. Con l’apartheid l’oppressiosingolo. Tuttavia Creonte è anche ne e lo sfruttamento degli africani spietato coi nemici e nega degna sevenivano consolidati sulla base della poltura al corpo di Polinice, fratello premessa della superiorità dei bianchi di Antigone, che era insorto contro lo e della loro conseguente necessaria sustato. Antigone si ribella affermando premazia. È in quel periodo che alcuni 1961 (immagine tratta da retronaut.com) la superiorità della legge non scritta, episodi aprono gli occhi del giovane quella dei legami familiari, ma Creonte non l’ascolta e con- Mandela fino a fargli capire che i bianchi non erano i benedanna la fanciulla a crudele morte. “L’intransigenza e la cecità fattori che proclamavano di essere, quanto feroci sfruttatori non sono gli attributi di un capo – commenta a questo punto delle ricchezze naturali del territorio e della forza lavoro Mandela – che, al contrario, deve saper temperare la giustizia indigena. Mandela diventa resistente e combattente per la con la pietà. Era Antigone, invece, che simboleggiava la nostra libertà in qualita di membro dell’African National Congress lotta; anche lei, a modo suo, era una combattente per la libertà (ANC) ma la sua attività in questa direzione è qualificata che sfidava la legge perché ingiusta” (p. 428 dell’autobiografia dalle autorità bianche come “alto tradimento”. Scampata di Mandela, Lungo cammino verso la libertà, Feltrinelli, 2013). la condanna a morte, la pena per lui e i suoi compagni è il carcere a vita, a partire dal 1964. L’illusione della libertà Altrove sul continente africano la libertà avanzava e molte Rolihlahla Mandela, ribattezzato nella scuola inglese con il ex colonie diventavano indipendenti negli anni sessanta; più “civile” nome di Nelson, nacque il 18 luglio 1918 nella eppure i venti del cambiamento dovettero soffiare ben più regione sudafricana del Transkei: una splendida terra, grande a lungo e più forte per sfiorare l’Africa del sud. Soltanto agli quanto la Svizzera, ondulata di colline e di valli, solcata da inizi del 1990 il presidente bianco de Klerk avviò – non senza una miriade di corsi d’acqua, dove il bestiame pascolava su tentennamenti e contraddizioni – il processo democratico, terreni comuni. Vi vigeva la democrazia “nella forma più pura, adottando una serie di disposizioni dirette all’eliminazione svolta in riunioni nelle quali tutti parlavano e venivano ascoltati, dell’apartheid. E soltanto nel febbraio del 1990 il 71enne e tutti gli uomini [le donne no, è sempre la solita brutta storia, Nelson Mandela venne scarcerato: vi era entrato a 46 anni. F.R.] erano liberi di esprimere la propria opinione e uguali nel Usciva vecchio dalle mura di quella che era stata la sua tomloro valore di cittadini” (p. 29). Il piccolo Mandela credeva di ba, come Antigone invece vi era entrata per morire giovanetessere libero perché poteva correre e giocare nei campi con ta, in nome entrambi di una diversa eppure uguale libertà.

Eroi 11


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i mestiere gestisco una piccola carrozzeria per conto mio: ho fatto questa scelta soprattutto per avere la libertà di dedicarmi all’arte ogni volta che nasce un progetto. Tra gli anni settanta e ottanta ero ballerino di rock’n’roll acrobatico. All’epoca in Ticino non c’era ancora una passione per questo tipo di danza, che invece nella Svizzera tedesca e francese era già esplosa, permettendomi di avere un buon successo: ho vinto diverse gare, ero conosciuto e riconosciuto. C’è una cosa che mi ha sempre contraddistinto: di origine napoletana, sono di carattere piuttosto pigro, per cui facevo un po’ fatica a praticare tutti gli allenamenti necessari. Cercavo di fare il minimo indispensabile, ma quel minimo lo facevo talmente bene, col cuore e con amore, che alla fine vincevo… A livello artistico ho sempre avuto un fuoco dentro che è difficile da spiegare, perché ce l’hai o non ce l’hai. In effetti, quando è finita la mia carriera di ballerino e ho iniziato a insegnare, mi sono reso conto che finché si tratta di illustrare un passo, una determinata figura a terra o acrobatica, le cose funzionano, ma non puoi spiegare la passione, quel qualcosa di invisibile e impalpabile che poi ti contraddistingue dagli altri. Le mie lezioni di ballo, arricchite com’erano dalla gestualità, dagli sguardi e dalle parole che usavo, diventavano quasi uno spettacolo teatrale senza che me ne rendessi conto. È stato per questo che una mia allieva mi ha iscritto, durante il periodo estivo, a un corso sulla Commedia dell’Arte diretto da Alessandro Marchetti. Era un lavoro che richiedeva molta concentrazione e fisicità, ma per me era molto piacevole, perché mi permetteva di scoprire delle sfaccettature del mio carattere che non conoscevo e perché quando una cosa ti interessa non ti affatica. Già da ragazzino, a scuola, non avevo problemi con ciò che era artistico come la poesia, ma in matematica facevo fatica: se una cosa non mi piace, non riesco a sforzarmi. E questo è un difetto, in quanto bisogna essere laboriosi in tutto e per tutto. È quello che cerco di spiegare a mio figlio, ma probabilmente non sono molto convincente: lui è uguale identico a me… Dopo il saggio finale del corso sulla Commedia dell’Arte, dove ho

interpretato Pulcinella, una compagnia amatoriale mi ha proposto il ruolo da protagonista in una commedia di Eduardo De Filippo. Mi ricordo che durante la prima, al Teatro di Locarno, c’erano 550 persone: alla fine c’è stato un boato di applausi, una cosa incredibile, che non avevo mai provato. Più tardi mi sono iscritto ai seminari di Patrizia Schiavo, un’attrice che veniva da Roma, e così ho scoperto un mondo nuovo, quello del teatro vero, cominciando a lavorare sulle tecniche di Strasberg, di Stanislavskij, degli esercizi sensoriali… Sento che queste cose mi hanno migliorato molto come persona, non tanto nell’intelligenza o nella cultura, ma a livello umano. Ho sviluppato una nuova sensibilità che mi fa percepire in modo diverso le persone che mi circondano, portandomi a intuirne i movimenti e i pensieri prima ancora che questi si esprimano. Ognuno ha la tendenza a chiudersi nel proprio mondo e nelle proprie certezze: io le chiamo trappole della vita perché la paura ti spinge a non uscirne mai. L’arte e il teatro ti permettono di crescere, di evolverti, aiutandoti a capire come puoi esprimerti in modi diversi. Per circa 15 anni ho collaborato con la Compagnia Nuovo Teatro di Patrizia Schiavo e abbiamo sfornato molte produzioni, abbordando il teatro classico, quello dell’assurdo, il teatro d’improvvisazione ecc. Quando questa bella avventura è finita, parlando dell’arte e dell’amore per l’arte con Martha Duarte, una musicista cubana, è nata l’idea di inserirmi in un suo concerto con un monologo sulle difficoltà dei rapporti tra uomo e donna, gli amori che nascono e finiscono, le disperazioni, le rotture, le rinascite, l’odierna incapacità di sopportare il dolore… Dalla mia necessità di raccontare le problematiche dei nostri tempi è poi nato un monologo di grande successo, Ti cambio le pastiglie scritto, cucendomelo addosso su misura, da Ferruccio Cainero che ne ha curato anche la regia. In questo spettacolo, presentato nei teatri tradizionali ma anche nelle officine, interpreto un meccanico che non cura più le macchine, ma i clienti…

VITO GRAVANTE

Vitae 12

Attore e carrozziere, è convinto che il teatro debba essere accessibile a tutti e raccontare storie in modo semplice. Il successo del suo “Ti cambio le pastiglie” gli dà ampiamente ragione…

testimonianza raccolta da Demis Quadri fotografia di Reza Khatir


Villa Fogazzaro

il mondo antico di Roberto Roveda fotografie ŠReza Khatir


Oria Valsolda, villaggio affacciato sulla sponda italiana del Lago di Lugano a pochi chilometri dal nostro confine, ospita la villa in cui Antonio Fogazzaro trascorse lunghi periodi della sua vita. Fu il suo luogo dellâ&#x20AC;&#x2122;anima, il rifugio dove scrisse i suoi romanzi e fonte di ispirazione per le ambientazioni e molti eventi narrati nella sua opera piĂš famosa


in questa pagina: il terrazzino della “contemplazione poetica”, dove Antonio Fogazzaro amava scrivere; lo studio del marchese Giuseppe Roi; la camera degli ospiti nella pagina di sinistra: il salone d’onore (detto “salone Siberia”) e la sala da pranzo che si presenta apparecchiata per le grandi occasioni in apertura: uno scorcio del lago e del giardino della villa visti dalla terrazza principale

“S

opra l’arco della darsena una galleria sottile lega il giardinetto pensile di ponente alla terrazza di levante e guarda il lago per tre finestre. La chiamavano loggia, forse perché lo era stato in antico. Dietro alla loggia vi ha una sala spaziosa e dietro alla sala due stanze: a ponente il salottino da pranzo tappezzato di piccoli uomini illustri di carta, ciascuno sotto il proprio vetro e dentro la propria cornice. Dai cassettoni rococò delle camere da letto alla madia della cucina, dal nero pendolo del salottino da pranzo al canapè della loggia con la sua stoffa marrone cosparsa di cavalieri turchi gialli e rossi, dalle seggiole impagliate a certi seggioloni dai braccioli spropositatamente alti...”. Così in Piccolo mondo antico Antonio Fogazzaro descrive la grande villa sul lago, circondata dalle montagne della Valsolda, dove vivono Franco Maironi, Luisa Rigey e la loro figlioletta Maria, la “Ombretta sdegnosa del Missisipì”. Un luogo che nelle pagine del romanzo appare carico di fascino e di suggestioni, quasi sospeso, a metà strada tra realtà e fantasia. Ecco, Villa Fogazzaro è questo, contemporaneamente luogo concreto, vissuto – era la villa di famiglia dello scrittore italiano e sua dimora prediletta – e palcoscenico immaginario dove far muovere i protagonisti e ambientare le loro vicende

romanzesche. Un mix tra reale e letterario che continua a esistere ancora oggi, a distanza di un secolo da quando Fogazzaro scriveva osservando le acque verdi del Ceresio, grazie alla lungimiranza dell’ultimo erede dello scrittore, il marchese Giuseppe Roi (scomparso nel 2008) e all’impegno del FAI, il Fondo per l’Ambiente Italiano. Nel giardino, del tutto simile ad allora, si possono così ancora assaporare i profumi dell’olea frangrans, del glicine e del cipresso, le stesse fragranze che – viene facile immaginarlo – colpivano i sensi di Fogazzaro quando, seduto alla scrivania, metteva nero su bianco le sue fantasie. C’è ancora l’orto coltivato da Franco e la terrazza. La piccola darsena dove nel romanzo annega la piccola “Ombretta” e dove il figlio dello scrittore, Mariano, rischiò a sua volta di affogare all’età di dieci anni. Tutto attorno alla villa ci sono poi i paesaggi che fanno da sfondo al “piccolo mondo antico”, da Oria Valsolda, il villaggio dove sorge Villa Fogazzaro, al lago che qui giace stretto tra montagne ripide e aspre, fino ai paesini che si affacciano a mezza costa. Medesimi anche i sentieri che costeggiano le sponde del Ceresio o le mura della chiesa di San Sebastiano,


teatro di alcune vicende del romanzo e “rifugio” in cui la famiglia Fogazzaro sovente si raccoglieva in preghiera. Tutto qui rimanda alla poetica di Fogazzaro: così deve aver pensato il regista Mario Soldati che, nel 1941, scelse il giardino della villa e alcuni ambienti interni come set in cui girare la più famosa trasposizione cinematografica del capolavoro fogazzariano, protagonisti Alida Valli e Massimo Serato, grandi divi italiani dell’epoca. Proprio l’interno, grazie ai lavori di restauro effettuati dal marchese Roi negli anni cinquanta e sessanta del novecento, la villa conserva ancora buona parte dell’aspetto originario. In più il pronipote di Fogazzaro ha dedicato buona parte della sua vita a recuperare gli arredi originari dell’edificio e molti cimeli appartenuti allo scrittore. Così i saloni, le camere, lo studio, la cucina paiono uscire direttamente dalla quotidianità dell’ottocento e sembrano ancora in attesa del rientro a breve dei padroni di casa, magari accompagnati dai tanti ospiti che all’epoca di Fogazzaro frequentavano la villa. Per i loro incontri, convenuti e anfitrioni si davano appuntamento nel cuore della casa: il salone Siberia, non a caso l’ambiente più freddo della casa, stipato – ora come allora – di suppellettili d’epoca e servizi di piatti antichi, ma anche

di oggetti curiosi e inutili. Le “buone cose di cattivo gusto” descritte sempre alla fine del XIX secolo da Guido Gozzano, accumulate con attenzione a volte raffinata, a volte francamente kitch come spesso accade per le famiglie di recente agiatezza borghese, come era quella dello scrittore. In un’altra stanza detta “dell’alcova” è stato ricostruito lo studio di Fogazzaro: qui il legno dello scrittoio riporta alcuni preziosi e brevi scritti e sorprendenti annotazioni manoscritte, come lo struggente annuncio di aver portato a termine il suo romanzo capolavoro nelle stesse ore in cui moriva di tifo, a soli vent’anni, l’amatissimo figlio Mariano: “Piccolo mondo antico” possiamo leggere in una nota all’interno del cassetto della scrivania. Era l’11 agosto 1895 e l’impressione è che niente – o quasi – sia mutato, che il tempo tra quelle mura si sia arrestato in pratica proprio con quel tragico evento e con la parola fine al capolavoro fogazzariano. Un’impressione di sospensione nel tempo che ritroviamo un po’ ovunque nella villa, che pare placida in attesa dell’arrivo del visitatore, quasi a parafrasare le parole stesse scritte da Fogazzaro nel suo romanzo: “Tra tanto variar d’ombre e di luce, che sui monti e sul lago il sole induce, una cosa non muta il lieto volto, onde sempre qui vien l’ospite accolto”.


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Reza Khatir Nato a Teheran nel 1951 è fotografo dal 1978. Ha collaborato con numerose testate nazionali e internazionali. Ha vissuto a Parigi e Londra; oggi risiede a Locarno ed è, fra le altre cose, docente presso la SUPSI. khatir.com

in queste pagine, in senso orario: la sala da bagno, che ha conservato l’arredamento d’epoca; la camera di Gina Fogazzaro-Roi, figlia primogenita di Antonio Fogazzaro; il passaggio coperto tra i giardini e il terrazzo; la facciata principale della villa vista dal lago, con la darsena e il giardino

per informazioni Villa Fogazzaro Roi Oria Valsolda, Como tel. 0039 335 72 75 054 faifogazzaro@fondoambiente.it proprieta@fondoambiente.it Da aprile a ottobre la visita alla villa è possibile solo su prenotazione, tutti i sabati dalle ore 10 alle 18. Per l’ingresso è richiesto un contributo come sostenitore “Amico FAI” del valore di 10 euro.


Il folletto di Zernez di Fabio Martini; illustrazioni di Céline Meisser

Fiabe 42

anto, tanto tempo fa nei boschi intorno a Zernez, nel canton Grigioni, viveva un folletto davvero spaventoso. Era un essere terribile e dall’aspetto ripugnante: il corpo era viscido come quello delle anguille, i piedi larghi e palmati, le braccia lunghe e pelose e un pallido muso tondo pieno di pustole sui cui dominavano due occhietti piccoli, rossi e maligni. Come rifugio sfruttava le gallerie scavate dalle talpe e la sua presenza aveva fatto fuggire tutti gli animali dalla zona. Ma soprattutto gli uomini ne avevano grande timore. Egli, infatti, si aggirava per i villaggi divertendosi un mucchio a spaventare i poveri valligiani a cui rubava tutto quello che capitava sottomano. Con questo sistema, nel corso degli anni, aveva accumulato un grande tesoro che teneva nascosto nelle profondità della terra. Proprio in quel villaggio viveva una bella ragazza di nome Lena. Rimasta sola dopo la morte dei suoi genitori, si occupava della fattoria di famiglia: raccoglieva il fieno, mungeva le mucche, coltivava i campicelli sempre in compagnia del suo cane Bau e del suo gatto Gnam. Molti avevano paura per la sua sorte, con quel tremendo folletto in giro, ma Lena pareva non temerlo affatto. Comunque, per precauzione, teneva una grossa scopa dietro la porta e una collana d’aglio appesa in vista alla finestra. A chi le chiedeva come facesse a vivere da sola lei ridendo rispondeva: “E di chi dovrei aver paura? Di quello sce-

mo? Ci provi a bussare alla mia porta e vedrà come gliele suono!”. Ora, dato che Lena era bella assai, come già vi ho detto, quasi tutti i giovanotti del circondario avevano provato a conquistarla ma lei sembrava non volerne sapere di maritarsi. Si sarebbe sposata, sì, ma solo se avesse trovato il vero amore. L’unico, che per timidezza, non si era mai azzardato ad avvicinarla era un certo Hans che di mestiere faceva l’apprendista presso il fabbro del paese… ma di lui parleremo più avanti. Una sera accadde che, apprestandosi a preparare la cena, Lena si accorse di aver finito la farina. Si mise lo scialle sulle spalle e uscì dirigendosi verso il mulino. Attraversò il paese le cui strade erano deserte perché gli abitanti, per paura del folletto, dopo il tramonto si rinserravano nelle loro case. Giunta al mulino bussò alla porta: “Signor mugnaio sono Lena. Sono senza farina e vorrei comprarne un po’ per far da cena” “Mica son matto”, ripose il mugnaio al di là della porta, “ mentre voi siete matta da legare a girar di notte sola con quel demonio a spasso. Tornate domani”. “Io non torno domani… datemi le chiavi, che me la macino da sola la farina”, ribatté la ragazza. “Siete proprio matta… tutti quelli che ci han provato si son presi le botte del folletto”. “E voi siete dei gran fifoni! Datemi queste benedette chiavi e andatevene a dormire che al folletto ci penso io”.


Di fronte all’insistenza della ragazza il mugnaio le passò le chiavi e subito si barricò in casa facendosi il segno della croce. Giunta alla macina, Lena si immediatamente al lavoro e quando il sacco che si era portata dietro fu colmo di farina lo chiuse e si avviò verso la porta. Ed ecco proprio davanti all’uscio l’orrendo folletto ad attenderla con una mazza di legno in mano. “Bene, bene”, disse Lena “eccoti qui razza d’un furfante… allora non sei una leggenda, esisti davvero. Sono contenta d’averti conosciuto ma ora ho ben altro da fare quindi fatti da parte e lasciami passare”. Il folletto a quelle parole rimase interdetto. Mai gli era capitato che qualcuno reagisse in quel modo alla sua presenza. Sbalordito da quella reazione tentò allora di afferrare il sacco di farina ma Lena, più svelta, gli assestò un bel calcio negli stinchi. Il dolore costrinse lo sciagurato a lasciare la mazza di legno che la fanciulla afferrò al volo e giù botte da orbi. “Brutto ladro schifoso, ecco quel che ti meriti…”. Sotto quella raffica di colpi il poveretto finì per cadere nella tramoggia. Lena allora avviò la macina che prese a girare mentre il folletto spaventato cercava di uscire dal grosso imbuto. Spaventato dalla paura di finire stritolato chiese perdono alla ragazza. “Ti prego, santa donna, lasciami andare, ti prometto che non ti farò nulla” “Giura, maledetto demonio, che d’ora in poi lascerai stare i miei compaesani e restituirai tutto il maltolto” “Lo giuro, lo giuro e lo rigiuro!!!”. Solo allora Lena fermò il mulino e il folletto appena uscito dalla tramoggia se la diede a gambe levate. La mattina seguente nella piazza principale del paese fu trovato un sacco con tutto quello che negli anni il ladro aveva sottratto agli abitanti. Ovviamente la notizia che Lena aveva sconfitto il folletto fece il giro della valle e la ragazza fu festeggiata per un’intera settimana. Qualche mese dopo questi eventi, a Lena si ruppero gli stipiti della porta della stalla. Mandò allora a chiamare il fabbro che, essendo occupato in altre faccende, chiese al suo

apprendista, il giovane Hans, di occuparsi della riparazione. Quando questi giunse di fronte alla porta di Lena sentì un gran trambusto e la ragazza che strillava come un’ossessa. Entrato in casa la trovò in piedi sul tavolo che urlava. “Che succede?”, chiese Hans. “Laggiù, laggiù, nell’angolo…”, rispose ansimando la ragazza. Hans, volto lo sguardo, vide un piccolo topolino che spaventato da quelle urla se ne stava rintanato contro un mobile. “Tutto qui?”, chiese Hans, trattenendo a stento le risate. “Come tutto qui? Io ho il terrore dei topi e Gnam il mio gatto non c’è”. Allora, Hans prese con delicatezza il topino e lo portò fuori casa. Poi ritornato all’interno disse a Lena: “Anche Lena, la coraggiosa ragazza di Trenez, allora ha bisogno di aver qualcuno accanto!”. La ragazza annuì e lasciò che lui la prendesse in braccio per farla scendere dal tavolo. Di lì a poco si sposarono, tra l’invidia di tutti i giovanotti del paese, e, a quanto mi hanno riferito, vissero una lunga vita insieme, felici e contenti.

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Sguardi felini Tendenze p. 44 – 45 | di Marisa Gorza

Si dice che l’occhio sia lo specchio dell’anima, allora cosa è mai l’occhiale? Forse è il modo con il quale si vuole che la nostra anima o la nostra essenza appaia o si esprima. Magari enfatizzando la parte felina e graffiante celata in ognuna di noi!


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a parte dei miti del novecento lo sguardo svagato e ammiccante di Marilyn Monroe in Come sposare un milionario (1953), calata nei panni di una irresistibile “gattina” miope. Con le sue belle lenti imbrillantate riscattava di colpo tutte le quattrocchi del pianeta, togliendo loro qualche complesso. Tra l’altro, proprio nello stesso film, Marilyn sdoganava anche l’uomo occhialuto affermando che “è tenero e gentile”. Da quell’apparizione sullo schermo, l’occhiale, oltre a uno strumento di correzione visiva, si confermava di colpo un intrigante strumento di seduzione. Un accessorio in grado di dare carattere ai tratti del viso e, nel contempo, sottolineare il look. Lo hanno confermato le passerelle più prestigiose, come pure il MIDO, l’importante mostra internazionale dell’ottica, tenutasi a Milano lo scorso marzo. Indiscussa vetrina di tendenze e novità nel campo, ha promosso veri e propri oggetti di un originale, moderno design. Tuttavia, se un occhio è rivolto al passato, evocando le forme d’antan – ovali, rotonde, ad aviatore, a farfalla, a cuore, a gatto –, con l’altro guarda al futuro con materiali high-tech e abbinamenti insoliti e innovativi, sia per i modelli da vista che da sole. Maschere contemporanee da indossare per lanciare delle occhiate rispecchianti il più possibile la nostra indole. E sempre restando nei canoni della moda attuale.

Pennellate animalier Ipnotiche pennellate animalier intorno agli occhi a esaltare una femminilità dichiaratamente felina. L’occhiale firmato Kenzo ha una montatura in plastica trasparente, con macule ton sur ton ottenute unendo lastra su lastra, più un design che mixa le citazioni retrò con una grinta da nuova generazione. Sottolinea il sopracciglio una placchetta in metallo scintillante, mentre lo sguardo è ampliato dal logo applicato per esteso sull’asta laterale, dove traspare l’interno in acciaio.

Allure parigino Il logo Sonia Rikiel, espressa in lettere brillanti, sottolineate da strass, appare come uno slogan che parla di uno stile personalissimo, sofisticato e divertente. Proprio della donna che incarna l’allure tutto parigino del brand. Uno slanciato intaglio à jour sul frontale enfatizza e movimenta la linea all’insù della cornice in acetato bluette, disponibile pure in marrone, rosa antico e nero. Colori abbinati al prêt-à-porter di stagione di cui riprende i codici di una eleganza non convenzionale.

Gatta nottambula Nero mistero illuminato all over dai lampi delle borchie da scegliere tra toni silver, gold e gun metal. L’occhiale “Velvet Rock” di Italia Independent è il primo al mondo con frontale in un materiale dall’effetto velluto, ottenuto grazie a un esclusivo procedimento sull’acetato. La soffice morbidezza della cornice è in un deciso contrasto con il rocker mood delle decorazioni metalliche (applicate rigorosamente a mano) che rendono questo modello ancora più unico e di grande impatto scenografico. Assolutamente graffiante come si addice a una vera gatta. Magari un po’ nottambula e molto dark.


Astri 46

ariete Il 10 Venere fa il suo ingresso nella terza casa solare. Momento adatto per sviluppare la vostra comunicazione. Eventi inattesi e fuori del comune per i nati nella prima decade.

toro Opportunità per i nati nella terza decade. Dai sentimenti alla professione. Ok per artisti, architetti e commercianti. Incontri sentimentali e colpi di fulmine. Mercurio porta novità. Malumori.

gemelli Dal 10 Venere entra in Gemelli. Il transito porta un risveglio degli istinti sessuali dei nati nella prima decade. Opportunità professionali per i nati nella seconda decade beneficiati da Giove.

cancro Instabili tra il 6 e il 7 maggio. Attenti a non farvi afferrare da paure fantastiche. Tentativi di manipolazione da parte del partner. Bene i nati tra la seconda e la terza decade.

leone Il 10 maggio Venere favorevole. Fatevi guidare dall’ottimismo Saturno è contro… solamente se mal gestito. Liberatevi delle zavorre. Partite dai cassetti di casa. Avanzamenti professionali.

vergine Metamorfosi spirituale e di coppia per i nati nella prima decade. Cercate di soddisfare il vostro desiderio di condivisione. Successi professionali per i nati in settembre. Maggiore determinazione.

bilancia I nati nella seconda decade riusciranno a cavarsela di fronte agli imprevisti. Meno sensi di colpa; siate liberi da qualunque manipolazione. Desiderio di indipendenza e di libertà.

scorpione Tra il 8 e il 10 la Luna si troverà in opposizione. Evitate atteggiamenti aggressivi. Liberatevi da ogni falso orgoglio. Giove spinge le seconde decadi a compiere passi falsi in campo finanziario.

sagittario Opportunità, incontri insoliti e divertenti, atmosfere romantiche in compagnia del partner. Se avete deciso di spingere l’acceleratore fatelo subito. A partire dal 9 attenti a non esagerare.

capricorno Tra il 8 e il 10 maggio Luna in quinta casa solare. Momento ideale per divertirsi o partecipare a una impresa sportiva. Marte e Venere sono sempre con voi. Favoriti i nati nella terza decade.

acquario Fino al 9 maggio un po’ di movimento per i nati nella terza decade. Gelosie. Grazie a Venere in Gemelli, si apre un periodo rosa per i nati nella prima decade. Eventi inaspettati tra il 6 e l’8.

pesci Fortunati i nati nella terza decade. State per gettare le fondamenta di una relazione duratura. Momento propizio per artisti e politici. Comportamenti esagerati per i nati nella seconda decade.


Gioca e vinci con Ticinosette

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Risolvete il cruciverba e trovate la parola chiave. Per vincere il premio in palio, chiamate lo 0901 59 15 80 (CHF 0.90/chiamata, dalla rete fissa) entro mercoledì 8 maggio e seguite le indicazioni lasciando la vostra soluzione e i vostri dati. Oppure inviate una cartolina postale con la vostra soluzione entro martedì 7 mag. a: Twister Interactive AG, “Ticinosette”, Altsagenstrasse 1, 6048 Horw. Buona fortuna!

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Orizzontali 1. Farmaco antidolorofico • 9. Il nome della Callas • 10. Ritrovo pubblico • 11. La somma degli anni • 12. Cifra imprecisata - 15. Il Sodio del chimico • 16. Rispondere a tono • 17. Avverbio di luogo • 18. Sta per “orecchio” • 19. La nota degli sposi • 21. Concorso Internazionale • 22. Producono miele • 23. Sigla postale • 24. Approdare, gettare l’ancora • 26. Norvegia e Austria • 27. Massimo, indimenticato attore e regista • 28. Meridione • 29. Nostro in breve • 31. Privo di zucchero • 33. Squadra... inglese • 35. Conosciuto, famoso • 36. Grasso di maiale • 37. Un trampoliere anche d’acciaio • 38. Scrittore argentino • 39. L’imbocco della strada • 40. Il lamento del cane • 41. È simile al frac • 43. Dittongo in Paolo • 44. Vocali in grezzi • 45. Lo teme l’autista • 49. Ama Giulietta • 50. Il no del tedesco. Verticali 1. Noto film del 2007 di Ridley Scott con Denzel Washington • 2. Si festeggia il 25 dicembre • 3. Sauditi • 4. Salire... in centro • 5. Il felino di Tomasi di Lampedusa • 6. Pari in bimbo • 7. I centri del pivot • 8. Scocca quella ics • 13. Vende occhiali • 14. Il nome di Teocoli • 20. Andate in poesia • 22. Il nome di Toscanini • 23. Girovagare per diletto • 25. Ha fibbia e fori • 28. Colmi fino all’orlo • 30. Cavità dello stomaco dei ruminanti • 32. Arma bellica • 34. È simile al finocchietto • 36. Il timbro... nel jazz • 38. Consonanti in bugia • 42. Il numero perfetto • 46. I confini di Arosio • 47. Cuor di cane • 48. Articolo indeterminativo.

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La soluzione del Concorso apparso il 19 aprile è: PARTENTE

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Tra coloro che hanno comunicato la parola chiave corretta è stata sorteggiata: Mary Schenini Darba 6563 Mesocco (GR) Alla vincitrice facciamo i nostri complimenti!

Premio in palio: due carte per più corse “Arcobaleno”

Più vicino a voi. Nuova Tariffa Integrata Arcobaleno www.arcobaleno.ch

Arcobaleno mette in palio una carta per più corse di 2a classe (per tutte le zone) del valore complessivo di CHF 260.– a due fortunati lettori che comunicheranno correttamente la soluzione del Concorso.

I biglietti Arcobaleno sono la grande novità della nuova Tariffa Integrata. La carta per più corse permette di compiere più viaggi all’interno delle zone acquistate, con la possibilità di interrompere e riprendere il proprio viaggio in ogni momento, entro la validità data. La carta per più corse è la scelta giusta per acquistare 6 corse al prezzo di 5. Maggiori informazioni su www.arcobaleno.ch.

Giochi 47


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