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№ 37

del 14 settembre 2012

con Teleradio 16–22 settembre

Relazioni

Lei ama una donna

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Ticinosette n° 37 del 14 settembre 2012

Agorà Relazioni. Donne che amano altre donne Arti Orchestra giovanile. Il segreto di una vittoria Gastronomia Farro. Ritorno all’antico

Impressum Tiratura controllata 70’634 copie

Chiusura redazionale Venerdì 7 settembre

Editore

Teleradio 7 SA Muzzano

Redattore responsabile Fabio Martini

Coredattore

Giancarlo Fornasier

di

Opinioni Andrea Branzi. Creare il futuro Relazioni Ma quanto mi ami? Racconti Il congresso

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Reportage Alex Fontana

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GiorGia reclari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

roberto roveda . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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SteFania briccola . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

reza Khatir . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Marco Jeitziner. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Keri Gonzato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . di

Giancarlo FornaSier; Foto di ti-PreSS/Gabriele Putzu . . . . . . . .

Tendenze Salute e benessere. Safe&Slow

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Mariella dal Farra. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

nicoletta barazzoni. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Luoghi Strisce pedonali. Sopra la zebra Vitae Jacopo Gianinazzi

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Patrizia Mezzanzanica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Astri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Cruciverba / Concorso a premi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Photo editor Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Centro Stampa Ticino SA via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch www.issuu.com/infocdt/docs

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In copertina

Non sono una “lesbica” Illustrazione di Bruno Machado

Distinzioni sportive “Gentile Marco Jeitziner, come presidente della SIEF Società Italiana di Educazione Fisica (www .sief .eu, ndr .) vorrei fare qualche considerazione in merito al suo articolo «La mistica dello sport» apparso su Ticinosette n. 32/2012. In Italia, come del resto in tutta l’Europa, il termine sport ha «invaso» ormai completamente tutto l’ambito semantico relativo al movimento (ma non solo, basti pensare agli scacchi, la cui Federazione ora è compresa nel CONI!), dalle Olimpiadi ai «quattro passi» del vecchietto: con ciò, perlomeno in Italia, viene levato spazio e importanza alla materia che, oltre a tutto il resto, costituisce una imprescindibile preparazione di base per ogni attività sportiva: l’educazione fisica, con la ginnastica che ne è lo strumento fondamentale. Di questi termini, la SIEF ha fornito una chiara definizione: educazione fisica, «l’applicazione pratica delle norme igieniche» (E. Baumann); ginnastica: «scienza che studia l’esercizio fisico, gli effetti che con esso si possono produrre sull’organismo umano e che ha per fin il conseguimento e il mantenimento della buona salute» (G. Mercuriale); sport: «gara tra atleti svolta alla presenza di spettatori interessati e finalizzata al conseguimento di un premio mediante la vittoria» (SIEF). Se si ha ben chiara questa distinzione, molti problemi vengono perlomeno ridimensionati. Infatti: 1. lo sport è lo sport, con le sue esigenze, i suoi problemi e anche le sue «delizie»: nessuno nega l’importanza del «superamento dei limiti», dell’«andare oltre», della sfida verso l’impossibile. Tutto ciò, è ovvio, comporta delle «storture», come da sempre è avvenuto (basti pensare all’età ellenistica, quando già gli atleti provavano ogni genere di «trucco» per vincere…). È compito di ogni società civile cercare di rendere lo sport sempre più corretto, più leale, meno «alienato» rispetto ai mass media, e via dicendo. Ma tutto ciò deve essere ben distinto da ciò che invece riguarda l’educazione fisica, che rientra nell’ambito dell’educazione e soprattutto dell’igiene;

2. l’educazione fisica e la ginnastica, intese secondo le definizioni date e non come semplice «muoversi», dovrebbero essere presenti in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Esse costituiscono la premessa indispensabile per acquisire quell’efficienza fisica minima, che può consentire a tutti di poter godere, mediante esercizi corretti, accuratamente selezionati, di un corpo forte, agile e abile, in grado di poter svolgere qualunque attività fisica, svolta per divertimento, gioco o, appunto, sport. Ne risulta quindi, che il concetto di «sport di massa» è fuorviante: lo sport non può essere di massa, per le sue stesse caratteristiche. Quella che deve essere di massa invece è la ginnastica, perché essa riguarda la buona salute, e quindi tutti ne hanno diritto: gli esercizi della ginnastica (correttamente intesa) non vanno mai «oltre»: come ha detto un grande Maestro di ginnastica dell’Ottocento, Francisco Amoros Y Ondeano «i miei esercizi si fermano dove cessa l’utilità e comincia il funambolismo» (va chiarito che la ginnastica che abbiamo visto alle Olimpiadi è anch’essa sport, e non è certo la stessa ginnastica di cui sto parlando, strumento dell’educazione fisica). E dunque un grave errore (...) finanziare, a tutti i livelli, solo e solamente lo sport; è un grave errore parlare sempre e solamente di sport, perché così facendo si lascia che la confusione prenda piede, e si permette che le attività sportive siano le sole che vengono fatte svolgere ai bambini e ai ragazzi a scuola. (...) L’importante è quindi tenere distinti i due ambiti, a cominciare dalla terminologia, che va insegnata anche ai ragazzi, che capiscano la differenza tra fare della buona ginnastica e «fare sport»: la prima è indispensabile a tutti, il secondo no, essendo riservato a coloro che hanno la volontà, le capacità e le possibilità per svolgerlo. In questo modo, io credo, tanti problemi verrebbero ricondotti al loro giusto ordine (...)”. Dott .ssa Cristina Baroni (Firenze)


Donne che amano altre donne

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Agorà

Le più giovani sono oggi meno propense ad adottare la parola “lesbica”, un atteggiamento da ricondurre alla connotazione negativa e culturalmente problematica che caratterizza questo termine. Un segnale dell’inadeguatezza che la lingua pare manifestare quando cerca di definire i diversi e complessi orientamenti sessuali delle persone di Mariella Dal Farra

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a sfera della sessualità, ambito notoriamente assai complesso dell’esperienza umana, contribuisce a definire il senso d’identità personale in quanto (ri)conoscere ciò che ci coinvolge emotivamente aumenta la comprensione che abbiamo di noi stessi. Ciò è particolarmente vero in riferimento all’orientamento etero oppure omosessuale delle persone che però, nella nostra società, tende ancora a essere confuso con l’identità sessuale tout court. Di fatto, l’identificazione di sé come maschio o femmina è parte del processo d’individuazione e, come tale, prescinde dal comportamento sessuale propriamente inteso. Così, il DSM-IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) riconosce l’esistenza del “Disturbo dell’identità di genere”1 mentre l’omosessualità non è in alcun modo considerata un’entità patologica. In un contesto altamente sessualizzato come quello rappresentato dalla società occidentale, in cui la differenza di genere è un principio organizzatore primario della collettività attraverso l’assegnazione di “ruoli” dai contorni tutt’altro che fluidi, l’orientamento sessuale favorisce la categorizzazione, sul piano sociale, dell’individuo stesso. E poiché tale categorizzazione distingue fra un orientamento maggioritario e uno di minoranza, la differenza non è affatto “neutra”.

Dalla ricerca di visibilità ai “videoclip” Il “Movimento di liberazione omosessuale” che, a partire dagli anni Sessanta, ha stimolato la popolazione gay a cercare visibilità e legittimazione, ha assunto spesso per questo motivo toni rivendicativi, denunciando le pratiche discriminatorie subite in ragione del proprio orientamento. A partire dai moti di Stonewall (1969), protagonisti del coming-out sono stati soprattutto gli uomini, mentre le donne hanno mantenuto in misura maggiore quella tendenza alla “mimesi” che tradizionalmente caratterizza la sessualità lesbica. Solo negli ultimi anni si assiste al parziale “sdoganamento” della rappresentazione sociale


della donna omosessuale, quanto meno a livello mainstream. Per gli esperti della comunicazione di genere2, il trend secondo il quale la sessualità lesbica sarebbe diventata “di moda” ha avuto inizio con il numero di agosto del 1993 di “Vanity Fair”, che ritraeva in copertina la celebre fotomodella Cindy Crawford mentre fingeva di fare la barba alla cantante country K. D. Lang. Successivamente, le prime, calibrate provocazioni di un’icona pop come Madonna prendono forma sempre più esplicita in alcuni film destinati al grande pubblico fra cui Wild Things (“Giochi pericolosi”, 1998), Cruel Intentions (“Prima regola: non innamorarsi”, 1999), American Pie 2 (2001), Femme Fatale (2002), fino ad arrivare a L Word (2004–2009), telefilm che tratta specificamente del tema. La cantante Lady Gaga compie addirittura un’operazione filologica, reinterpretando in un video (“Telephone”, 2010) uno dei topos classici della rappresentazione dell’omosessualità femminile: quella delle “donne in prigione”; un sottogenere narrativo, popolare lungo tutto il ventesimo secolo, che ha permesso a generazioni di lettori e lettrici di “comprendere – ovvero, di esperire in maniera vicaria, di identificarsi, di trarre piacere – dalla rappresentazione dell’omosessualità femminile attraverso la figura della «lesbica detenuta»”3, in grado di rassicurare il pubblico circa la possibilità di sperimentare in maniera “controllata” (perché temporanea e “contenuta” dalle mura della casa circondariale) una forma del desiderio ritenuta per molto tempo “deviante”.

processo di autodefinizione come lesbica appare fortemente connesso all’età e, quindi, al percorso di costruzione dell’identità personale e sociale, nonché allo stigma associato all’orientamento omosessuale. Se infatti pensiamo all’uso comune della parola «lesbica», che spesso viene utilizzata in senso denigratorio, con rimandi a immagini erotizzate e legate alla pornografia, la sua assunzione può porsi in antitesi con un’immagine positiva di sè”. Il perfezionamento dell’ “identità” L’apparente riluttanza da parte delle donne più giovani ad adottare la parola in questione è senz’altro riconducibile alla connotazione culturalmente problematica che la caratterizza, ma sembra anche segnalare la crescente inadeguatezza delle categorizzazioni in uso nello “spiegare” uno specifico così idiosincratico come quello dell’orientamento sessuale; soprattutto tenendo conto del fatto che “i ruoli assunti dalle donne omosessuali ancora oggi risentono fortemente di uno «script» sessuale eteronormativo dominante”6. Per esempio, “nei ruoli di genere della donna omosessuale, [...] è molto presente la categorizzazione in butch e femme”, dove “le femme vengono definite come «donne eterosessuali che hanno preso una vacanza saffica dal servire la patria» mentre le butch, poiché incluse nel paradigma della «visibilità», rappresentano coloro che manifestano maggiormente la propria appartenenza alla categoria”. “In realtà”, proseguono gli autori, molte donne dichiarano di sentirsi parte di “un «continuum transgender», all’interno del quale sono presenti diverse realtà dai confini più o meno definiti”. Una plasticità che, a parere di chi scrive, risulta efficace nel demistificare credenze e stereotipi, ma che non va confusa con l’incapacità di riconoscere il proprio oggetto d’amore: un oggetto non necessariamente unico né immutabile, ma neppure interscambiabile. Se l’attrazione è un fenomeno complesso che coinvolge in eguale misura psiche e soma, e che genera emozioni fra le più intense che ci è dato sperimentare, allora sarebbe un peccato ridurla a un esercizio astratto o, peggio, al trend del momento.

“… È possibile ipotizzare che la graduale ammissione della sessualità lesbica nell’ambito dell’immaginario collettivo in termini meno «segregati» trovi un correlato nell’abbassamento dell’età media in cui le donne dichiarano a se stesse, e successivamente agli altri, il proprio orientamento”

Differenze generazionali Ora, è possibile ipotizzare che la graduale ammissione della sessualità lesbica nell’ambito dell’immaginario collettivo in termini meno “segregati” trovi un correlato nell’abbassarsi dell’età media in cui le donne dichiarano a se stesse, e successivamente agli altri, il proprio orientamento. Così, uno studio pubblicato nel 2006 negli Stati Uniti4 indica come la consapevolezza di essere attratte da altre donne è maturata in media, fra le esponenti con più di cinquantacinque anni, intorno ai venticinque anni di età mentre, per le diciottoventiquattrenni, ciò è accaduto prima dei sedici. Coerentemente, la dichiarazione della propria omosessualità agli altri è stata fatta dalle ultra cinquantacinquenni non prima dei ventisette anni; intorno ai diciassette presso le diciotto-ventiquattrenni. L’età media dell’esordio sessuale propriamente inteso scende a sua volta dai ventotto anni e mezzo ai diciassette. Al contempo (2005), uno studio condotto in Italia sulla popolazione LGBT (lesbica, gay, bisessuale e transessuale) rivela come la percezione di sé in rapporto alla condotta sessuale sia più sfumata presso le giovani generazioni. Così, fra la popolazione di età inferiore ai venticinque anni, le donne “non solo si riconoscono di più in una identità bisessuale o eterosessuale, ma hanno anche dichiarato di non sapere come definirsi in misura maggiore rispetto alle altre donne”5, mentre “le giovani adulte (26–30) tendono, più delle altre, a non utilizzare definizioni, al contrario delle donne in età adulta (>30) che si definiscono in gran parte «lesbiche»”. Riassumendo: se da una parte le donne sembrano incontrare meno resistenze che in passato nella pratica e nella dichiarazione di comportamenti sessuali “non maggioritari”, dall’altra non è detto che traducano automaticamente tale condotta in una definizione identitaria univoca. Secondo lo stesso studio, “Il

note 1 I criteri che consentono la diagnosi di “Disturbo dell’Identità di Genere” sono: “A. Una forte e persistente identificazione col sesso opposto […]; B. Persistente malessere riguardo al proprio sesso […]; C. L’anomalia non è concomitante con una condizione fisica intersessuale; D. L’anomalia causa disagio clinicamente significativo [...]” DSM-IV-TR, pp. 621–622. 2 Tricia Jenkins, ‘‘Potential Lesbians at Two O’Clock’: The Heterosexualization of Lesbianism in the Recent Teen Film”, The Journal of Popular Culture, Vol. 38, No. 3, 2005, pag. 491. 3 Ann Ciasullo, “Containing ‘Deviant’ Desire: Lesbianism, Heterosexuality, and the Women-in-Prison Narrative”, The Journal of Popular Culture, Vol. 41, No. 2, 2008, pag. 218. 4 C. Grov, D. S. Bimbi, J. E. Nanin, J. T. Parsons, “Race, Ethnicity, Gender, and Generational Factors Associated With the Coming-Out Process Among Gay, Lesbian, and Bisexual Individuals”, The Journal of Sex Research, Volume 43, No. 2, Maggio 2006, pp. 115–121. 5 R. Lelleri, L. Pietrantoni, M. Graglia, L. Palestini, C. Chiari, “Modi Di - Sesso e salute di lesbiche, gay e bisessuali oggi in Italia” (http://www.salutegay.it/modidi). 6 V. Cosmi, L. Pierleoni, “Omosessualità femminile: tra miti e attualità” (http:// www.sessuologiaclinicaroma.it/ notizie/OmosessualitaFemminile.pdf). Per una rappresentazione “politicamente corretta”, e particolarmente ben riuscita, delle relazioni omosessuali femminili segnaliamo il film Go Fish, scritto e diretto da Rose Troche nel 1994. Di tutt’altro genere – nello specifico, noir – il thriller Bound (tradotto in italiano come “Torbido inganno”) scritto e diretto nel 1996 dai (di lì a poco) famosi fratelli Wachowski.

Agorà

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Il segreto di una vittoria Quando li hanno ascoltati, i giudici di Vienna sono rimasti sbalorditi: quei 40 ragazzini venuti da Lugano suonavano a memoria e senza direttore. Una cosa inaudita. Non hanno avuto dubbi: l’Orchestra d’archi giovanile della Svizzera italiana si meritava la vittoria del prestigioso concorso internazionale “Summa Cum Laude”. Ma come ci sono riusciti? di Giorgia Reclari

Arti

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Per scoprirlo bisogna fare un passo indietro di 18 anni, Lezioni di autodisciplina quando in una vecchia villa di Lugano, allora sede del Con- Anna Modesti, ancora oggi direttrice dell’orchestra e principale servatorio della Svizzera italiana, Anna Modesti, insegnante artefice di tutto il progetto, oltre che insegnante di pedagogia di violino, crea una piccola orchestra di sette ragazzi che stu- strumentale al Conservatorio e ricercatrice, ci racconta com’è diano violino e violoncello. Alle lezioni individuali si affianca andata. “Avevamo visto che c’era questo concorso per formazioni quindi anche la musica d’insieme suonata con altri coetanei. musicali giovanili – uno dei più importanti di livello internazionale L’esperimento ha successo e in pochi anni il numero dei in Europa – che avrebbe dato, a chi fosse riuscito a passare la primembri cresce. Col tempo aumentano gli iscritti alla Scuola ma selezione, la possibilità di suonare al Musikverein di Vienna, di musica del Conservatorio – che nel frattempo trasloca una delle più prestigiose sale da concerto al mondo. Già solo per questo abbiamo pensato che in varie sedi fino a quella valesse la pena provarci! Per i attuale in via Soldino – e ragazzi era un sogno”. L’idea un’orchestra sola per tutti è nata nel 2010 e da quel non basta più: se ne crea momento Anna elabora un una seconda e poi una terza programma di preparazione e poi una quarta, di livello unico nel suo genere, che progressivo. Si pensa anche mira a far crescere i ragazzi ai più piccoli, che possono da un punto di vista mupartecipare alle “lezioni sicale, ma anche sociale e collettive”, gruppi di studio individuale. in cui imparano i rudimenLa prima difficoltà era data ti della musica d’insieme. dal fatto che ogni anno la In poco meno di vent’anni composizione dell’orcheil progetto si è sviluppato a stra cambia, perché alcuni dismisura e oggi coinvolge membri diventano magcirca 230 giovani allievi di giorenni e quindi lasciano, strumenti ad arco e parecmentre altri arrivano dai chi insegnanti. L’Orchestra livelli inferiori. “Due anni giovanile, composta dai rafa ne sono entrati 19 nuovi gazzi di livello più alto fra su un totale di 41 elementi, gli 11 e i 17 anni, è la punta cioè quasi la metà!” racconta di diamante che ora, con la la direttrice. “Il mio primo vittoria dello scorso mese Alcune giovani musiciste dell’Orchestra d’archi giovanile obiettivo è stato ricostituire di luglio, è considerata una delle migliori formazioni musicali nel suo genere al mondo. il tessuto sociale del gruppo”. Così ha organizzato un campus Un pazzesco colpo di fortuna? No, in realtà dietro a questo estivo di una settimana sull’isola Polvese, nel lago Trasimeno successo, ci sono due anni di duro lavoro di preparazione, (PG). “È un luogo isolato ma sicuro, tutto a nostra disposizione. (oltre ai 18 di esperienza) che non si è però limitato alla Non avevano tante regole, io pretendevo solo che fossero concentrati consueta serie di prove, ripetizioni ed esercizi, ma è andato sulle prove e lavorassero sodo. Dopo due notti in bianco e qualche trasgressione hanno compreso che se avessero voluto arrivare da molto più in profondità…


qualche parte, avrebbero dovuto autoregolarsi. Ho voluto far capire loro che non ero io a dover dire che cosa era permesso o meno, ma era l’obiettivo verso il quale tutti insieme tendevamo che ci doveva spingere a comportarci in un certo modo e ad assumerci ognuno le proprie responsabilità”. Parallelamente si è svolta anche la preparazione musicale, con lo studio di vari brani e particolari esercizi per apprendere a suonare a memoria e senza direttore. E qui il lavoro sulla coesione del gruppo e l’autodisciplina è diventato fondamentale, perché bisognava imparare il “gioco di squadra”, creando l’intesa che avrebbe permesso a quaranta adolescenti di suonare insieme “parlandosi” solo con gli occhi e i movimenti del corpo, in una fittissima rete di sguardi e messaggi non verbali. Un “gioco” apprezzato molto anche dalla giuria del concorso, che ha invitato l’orchestra ticinese a Vienna e dopo averla sentita suonare a memoria il Divertimento K138 di Mozart, le Policromie per archi di Semini e la Serenata per archi di Dvorak non ha avuto dubbi nel consegnarle il primo premio di categoria. Maggiorenne e presto anche sinfonica La vittoria a Vienna è stato il coronamento di molti anni di lavoro, ma i progetti di Anna e colleghi non finiscono qui. “Ora vogliamo allargare l’esperienza elaborata con gli archi ad altre classi di strumenti. Stiamo quindi cercando di sistematizzare tutto ciò che è stato fatto finora, in modo da individuare le competenze necessarie, sia in ambito musicale, che individuale e sociale, per

poter suonare bene in gruppo. Così è possibile creare una ripartizione chiara e univoca degli allievi per livello”. Attraverso questo processo il progetto intende porre accanto a ogni orchestra di archi un’analoga di fiati. Più in generale l’obiettivo è quello di realizzare un percorso educativo fortemente collettivo e improntato alla socialità e basato sulla musica d’insieme, che potrebbe essere presto esteso a tutti gli allievi della scuola del Conservatorio. Il primo passo, che sarà intrapreso già da quest’anno, riguarda gli studenti di strumenti a fiato di livello più alto, che saranno introdotti in quella che finora è stata l’Orchestra d’archi giovanile e che presto diventerà “Orchestra sinfonica giovanile della Svizzera italiana”. Il cambiamento coincide inoltre con un importante anniversario: quest’anno l’orchestra compie appunto 18 anni e diventa maggiorenne (anche se i membri restano minorenni). L’inaugurazione della nuova formazione avverrà il 17 dicembre, con un concerto al Palazzo dei Congressi di Lugano e un programma interamente dedicato a Beethoven. Prima però i ragazzi, reduci dal successo viennese, hanno in programma un altro importante appuntamento: il 20 settembre al Conservatorio si svolgerà un incontro pubblico con il Consigliere di Stato Emanuele Bertoli – “A cui abbiamo scritto quasi per scherzo chiedendo se voleva conoscerci e lui, incredibilmente, ha risposto sì!” rivela Anna – nel corso del quale sarà presentato per la prima volta ufficialmente l’intero progetto di musica d’insieme.

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Ritorno all’antico Ruspante e dal gusto deciso, il farro sta vivendo oggi una seconda giovinezza: è stato, infatti, tra i primi cereali coltivati a essere abbandonato progressivamente perché considerato poco redditizio. Oggi è però tornato sulle nostre tavole, tra cucina bio e riscoperta di antichi sapori della vecchia tradizione contadina di Eugenio Klueser

Gastronomia

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Una coltivazione di farro (immagine tratta da http://maiaorganic.blogspot.ch)

Dopo gli anni del junk food e del cibo fast, da consumare in fretta e in piedi, anche in cucina si sta tornando sempre di più al passato: il must è riscoprire le cose semplici di una volta, i prodotti naturali. Il passo successivo è riaprire il quaderno di ricette della nonna per ritrovare sapori e cibi che sono rimasti nell’oblio per troppi anni, schiacciati dal peso di menu al microonde o dalle bizzarrie della nouvelle cousine. Tutti al loro posto Così alimenti costretti nel cantuccio riprendono un posto da protagonisti, come sta avvenendo col farro, da alcuni anni

tornato alla ribalta in ricette sane e gustose, adatte anche alle diete ipocaloriche. Si tratta, per chi non lo sapesse, di un cereale eccezionalmente povero di grassi e ricco di fibre e vitamine, elemento essenziale nella dieta delle popolazioni mediterranee per secoli. Anzi, a sentire gli storici, è stato il primo cereale coltivato nella storia, “addomesticato” molto prima del grano nelle pianure del Medio Oriente oltre 7000 anni prima della nascita di Cristo. La terra di origine di questo Matusalemme dei cereali probabilmente fu la Palestina; seguendo le rotte degli scambi e le peregrinazioni dei nomadi, il farro giunse poi in Egitto,


come testimoniano i rinvenimenti archeologici all’interno delle tombe degli antichi faraoni. Dalla terra del Nilo partì poi alla conquista dei territori lambiti dal Mare nostrum, trovando la sua culla nell’Italia centrale. Se ancora oggi, infatti, questo cereale è tanto presente nella cucina toscana e laziale, lo si deve proprio al fatto che anticamente il farro ha rappresentato il sostentamento essenziale per il popolo etrusco prima e romano poi. Un simbolo di unione Presso i romani il farro veniva impiegato per preparare pane e focacce e anche uno degli alimenti tipici della cucina “de Roma antica”, il puls. Di cosa si trattasse esattamente rimane un mistero, così come enigmatica è la sua composizione. Sappiamo solo che si trattava di una sorta di poltiglia simile a una polenta, fatta appunto con farina di farro e accompagnata un po’ da tutto il commestibile. Ne esistevano infinite varianti come testimonia Catone il Vecchio (234–149 a.C) nel suo Liber de agri cultura nel quale descrive la ricetta della puls punica, cioè cartaginese: “Si cuoce così: si mette in acqua una libbra di farina di farro, si fa una pasta morbida, si mette in un recipiente pulito con tre libbre di formaggio fresco, mezza libbra di miele, un uovo; si mescola bene il tutto. Poi si travasa in una pentola”. Insomma, non proprio un piatto “light”... A Roma comunque il farro imperversava: i legionari che partivano alla conquista del mondo ne facevano buona scorta portando al collo una bisaccia colma del prezioso cereale. Che nello stesso tempo era l’alimento base della plebe e riconosciuto di diritto anche a prigionieri e schiavi. Senza dimenticare che, nella città Caput Mundi, il farro era un cibo dalla forte connotazione simbolica, impiegato anche in contesti cerimoniali. La sua importanza è testimoniata dal fatto che la confarreatio, il rito religioso con il quale si celebrava il matrimonio romano arcaico, prende il suo nome proprio da questo cereale: durante la cerimonia nuziale gli sposi spezzavano e mangiavano insieme una focaccina di farro (il panis farreus), come simbolo della nuova vita in comune. Rispettoso dell’ambiente e dell’uomo Dai romani ai giorni nostri la coltivazione del farro è andata complessivamente riducendosi, soppiantata dalle due varietà di grano tenero e duro, entrambe caratterizzate da una resa decisamente maggiore. L’antico cereale ha visto sempre più ridursi le zone di coltivazione e gli utilizzi fino a che, recentemente, non è tornato in auge. A spiegarne il moderno successo, soprattutto tra i sostenitori dell’alimentazione biologica, non sono solo però le sue ridotte calorie o il basso contenuto di glutine rispetto al grano tenero e duro. Grazie alla sua ottima capacità di adattamento e alla resistenza anche su terreni poco fertili, il farro rappresenta soprattutto una coltura a basso impatto ambientale, che non necessita di un’eccessiva quantità di pesticidi, né di elevati livelli di concimazione. Questo implica non solo garanzia di un’alimentazione più sana e nutriente, ma anche un’agricoltura più consapevole e rispettosa dell’ambiente. Insomma, forse gli antichi ci avevano azzeccato fin dall’inizio e a giusta ragione Ildegarda di Bingen (1098–1179), santa e guaritrice scriveva: “Il farro è il migliore dei cereali (...) sostanzioso, ma più facilmente digeribile rispetto agli altri. A chi lo mangia dona una giusta struttura muscolare e buon sangue. L’anima si rallegra e si riempie di serenità”. invito alla lettura Ildegarda di Bingen, Il ricettario del farro, Segno edizioni, 2005

L’italianità nei piatti svizzeri Molti esperti lo confermano: il Carnaroli Mister Rice è il miglior riso per il risotto. I chicchi sono sodi, leggermente più lunghi e ricchi di sostanze nutritive e si prestano non solo per deliziosi risotti ma anche per molti altri piatti a base di riso. Inoltre, il riso Carnaroli tiene meglio la cottura rispetto ad altre varietà di riso. Ciò significa che è molto più facile preparare un risotto all’onda, morbido e cremoso.

Risotto alla zucca con funghi al profumo di tartufo Ricetta per 4 persone

Rosolare 30 g di scalogno tritato con 1 C di olio extravergine di oliva. Tostare brevemente 300 g di riso Carnaroli Mister Rice, spegnere con 1 dl di vino bianco, far ridurre della metà. Unire ½ foglia d’alloro e, gradualmente, 7–8 dl di brodo di pollo bollente, continuando a rimestare. Di volta in volta far spiccare il bollore. Dopo 10 minuti incorporare 200 g di polpa di zucca grattugiata. A seconda della consistenza, aggiungere ancora un po’ di brodo o di vino bianco. Togliere la foglia d’alloro. Mantecare il risotto con 30 g di burro e 80 g di parmigiano grattugiato. Condire con sale marino e pepe. Appassire in 3 C di olio d’oliva 300 g di funghi misti sminuzzati, spegnere con 0,5 dl di vino bianco e lasciar sobbollire. Unire 0,5 dl di brodo di pollo, condire con sale e pepe. Incorporare 30 g di burro. Servire il risotto in piatti fondi, unire i funghi e guarnire con scaglie di tartufo.

Porta in tavola un pezzo di mondo.


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Creare il futuro Andrea Branzi, designer e architetto che vive e lavora a Milano, è tra i nomi più influenti dello “stile italiano” nel mondo. Con lui abbiamo parlato di progettazione e ricerca, ma anche delle nuove tendenze in un mercato definitivamente globale

di Stefania Briccola

Per

Opinioni

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Andrea Branzi il design è solo un aspetto di un vasto universo che mette al centro l’uomo e la cultura del progetto, un territorio di ricerca non solo destinato al cantiere. L’architetto e designer fiorentino, classe 1938, che vive e lavora a Milano, dal 1964 al 1974 ha fatto parte di Archizoom Associati, il primo gruppo di avanguardia noto in campo internazionale. La sua tesi di laurea e numerosi progetti sono conservati al Centro Georges Pompidou di Parigi. Cofondatore di Domus Academy, professore e presidente del Corso di Laurea alla Facoltà di Interni e Design al Politecnico di Milano, Andrea Branzi nel 1987 ha ricevuto il Compasso d’Oro alla carriera. Tra gli appuntamenti che lo vedono protagonista spicca la personale al Triennale Design Museum di Milano, con opere in ceramica, “materiale dal valore simbolico portatore di un forte contenuto antropologico”, che spaziano dalle Nature morte sul tema della caducità agli Epigrammi nei quali ogni pezzo è come un frammento di un racconto ispirato a poemi di autori classici, tra cui Marziale e Catullo, o moderni come Sandro Penna. Poi ci sono la collettiva, a cura di Catherine David, a Vienna nel padiglione della Secessione, una mostra a New York che si inaugura l’11 settembre nella galleria di Mark Benda e altri eventi in programma a Berlino e Gerusalemme. Nel 2015 negli Stati Uniti la Harvard University celebrerà l’opera di Andrea Branzi con una grande esposizione. Abbiamo chiesto all’importante designer italiano quali sono le tendenze del settore e quale la sua personale visione

Sognare. L’intervista Professor Branzi, quali caratteristiche e quali cambiamenti presenta il design italiano nell’era della globalizzazione? “Il design italiano rispetto a quello europeo e degli altri grandi mercati ha sempre avuto la caratteristica di essere un insieme di linguaggi, di stili e di proposte di alta qualità tra loro molto diverse. Voglio dire tra le opere di Sottsass, Magistretti e Zanuso non c’è nessuna continuità stilistica. In generale, tutti gli oggetti del design italiano hanno una grande vitalità espressiva e spesso conservano il prodotto di serie con specifiche componenti e tecniche utilizzando materiali non solo industriali, ma anche artigianali come il vetro, il marmo e l’argento che li rendono caratteristici. Adesso nell’epoca della globalizzazione queste modalità di lavoro sono un po’ state adottate da altre realtà e nazioni perché c’è una richiesta continua di innovazione sul mercato dettata dalla concorrenza e dalla complessità della domanda per cui il modello italiano si è diffuso e in qualche maniera è diventato sempre meno riconoscibile. In più per motivi commerciali oggi il design italiano viene definito come made in Italy che è un termine molto riduttivo e spesso neppure corrispondente alla realtà perché magari delle parti di prodotto non vengono realizzate in Italia”.

Quali sono i passaggi d’epoca che hanno influito sul design italiano? “All’inizio degli anni Settanta c’è stato un fenomeno non tanto legato alla crisi energetica, ma al fatto che i grandi mercati di massa verso i quali il design italiano e le produzioni di altre nazioni puntavano sono andati in crisi e sono nati i mercati di nicchia e di tendenza. È stata la fine di prodotti che andavano bene per tutti e dell’idea di un mercato molto omologato. C’è stato un cambiamento filosofico del design che non implicava più la ricerca del prodotto definitivo, ma al contrario di un prodotto capace di selezionare il proprio utente, di attrarlo e di farsi riconoscere all’interno della città, nei negozi e sul mercato. Questo ha significato un profondo rinnovamento dei linguaggi e della sperimentazione. L’Italia è stata la prima ad affrontare questo tema con il movimento del “Nuovo Design Italiano” a cui hanno partecipato sia nuove genera-

Passare in filiale. zioni, sia alcuni dei grandi maestri. Dalla constatazione di una rinnovata espressività e capacità attrattiva del prodotto sono nati questi laboratori sperimentali indipendenti, che sono stati prima Alchimia e poi Memphis, che anticipavano quello che poi negli anni Ottanta le industrie hanno capito bene. Quelli non erano degli esercizi giovanilistici, ma stavano affrontando il problema del fra-


Andrea Branzi accanto a una delle sue creazioni in ceramica (immagine tratta da www.designatwork.be)

zionamento dei mercati e dell’ abbandono dell’idea tradizionalmente accettata di un design che andasse bene per tutti. Questo è stato un passaggio storico importante”. Dove va il design oggi? “Il mercato della globalizzazione non va in una direzione e non ha dei trend, ma ha dei

Acquistare. processi di espansione dove sono presenti tutte le tendenze e le possibili sperimentazioni proprio perché la grande concorrenza presente richiede questo continuo rinnovamento dei cataloghi e aggiornamento delle proprie strategie. Non si può parlare di trend emergenti nell’epoca della globalizzazione, ma di un’espansione complessiva del design nel mondo che assume un ruolo strategico nell’economia globale che fornisce all’industria questa energia di innovazione. Infatti in tutto il mondo si sono moltiplicate in questi ultimi dieci anni le scuole, le università e le organizzazioni che formano i creativi che hanno un ruolo molto più importante nell’economia complessiva. Quindi abbiamo un design che non è più di una élite illuminista, ma è diventato «oggettivamente» e

va sottolineato «positivamente» una professione di massa”. Quali sono i presupposti della mostra “Dieci modesti consigli per una nuova Carta di Atene” presentata alla scorsa Biennale di architettura di Venezia? “Un dato caratteristico del nuovo secolo è che l’Occidente è passato dall’essere una civiltà architettonica a una civiltà merceologica, quindi la stessa idea di città non è più definibile come un insieme di scatole architettoniche ma come un flusso continuo di merci, servizi, informazioni. Tutta una serie di altre realtà stanno cambiando lo stesso concetto di città così come ce lo aveva consegnato il ventesimo secolo. Da qui l’idea che era al centro della mostra Dieci modesti consigli per una nuova Carta di Atene. Si tratta di lavori sperimentali e di ricerca che si legano a una filosofia diversa e ai nuovi scenari di questa società contemporanea che dopo aver visto il fallimento del socialismo sta assistendo a quello del capitalismo quindi il progetto si trova a riflettere in modo del tutto nuovo in termini antropologici anziché esclusivamente di marketing”. Dove vuole approdare con la sua ricerca e la sperimentazione? “Il design del ventesimo secolo si è concluso con una grande lontananza della cultura del progetto dalla società umana ed è diventato in gran parte una produzione di qualità ma

che non ha prospettive di sviluppo. In questo senso io sperimento un recupero di una dimensione più culturale del progetto e non esclusivamente professionale”. C’è qualcosa che al grande pubblico sfugge nel vedere le sue opere? “Quando dico che lavoro sulla ricerca e sulla sperimentazione non mi riferisco ai tempi brevi, ma a quelli lunghi e a volte lunghissimi. Ci sono progetti che ho realizzato da giovanissimo, per esempio nel 1966, subito dopo la laurea, che oggi negli Stati Uniti sono oggetto di studi storici assai approfonditi. La ricerca ha tempi diversi dal marketing impegnato sul territorio del mercato.”

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Opinioni

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Ma quanto mi ami? È vero che quando le donne si ritrovano parlano degli uomini, delle loro fragilità, del loro modo di esercitare il potere, sognando il compagno ideale e un matrimonio da sogno? di Nicoletta Barazzoni illustrazione di Rachele Masetti

Relazioni

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È vero che le donne aspettano dall’amato frasi sdolcinate, effusioni e attenzioni continue all’indirizzo delle loro indiscusse bellezza e fascino? Assodato che il cervello della donna è fisiologicamente diverso dall’uomo, che elabora il 30% delle parole e dei sentimenti espressi da una donna – e quindi riesce con fatica a decifrarne le intenzioni più recondite –, e assodato che ci sono alcune strategie collaudate per irretire un uomo – come quella di ostentare un garbo esagerato –, è necessario tenere sempre in considerazione che, essendo cambiata la società, sono cambiati anche i rituali intimi del corteggiamento, e il gioco ammiccante degli occhi (corteggiamento lasciato allo stato attuale soltanto al regno animale). Mai chiedere Se si vuole ottenere ciò che si desidera da un uomo bisogna conoscerne il linguaggio per riuscire a comprenderlo. È necessario imparare a non chiedere mai dopo il primo incontro amoroso “quando ci vediamo?”, “mi chiami?” o “ci sentiamo?”, ma piuttosto affidarsi al fatalismo. Congedandoci con un vago “alla prossima”: si fa credere al desiderato che non si ha nessuna pretesa di essere riviste, lasciandogli l’impressione di non essere quel tipo di donna appiccicosa. Un’esclamazione, “alla prossima” che solo all’apparenza sembra banale ma che al contrario rientra in quel codice di regole non scritte, tanto care al genere maschile, che proprio in virtù della sua natura predilige a tutte le domande pleonastiche del tipo: “Ma mi ami? Quanto mi ami?”; “A cosa pensi quando sei con me?”; “Cosa ti piace di me?”; “Sarò la donna della tua vita?”. Per concludere con la profezia che si autoavvera, da non pronunciare mai: “Tu mi lascerai?” (a noi viene spontaneo diffidare dell’uomo che ci dice “Mi piacciono i tuoi occhi” invece di dirci “Mi piaci tutta”). La regola del silenzio Tra le nostre autrici predilette annoveriamo Iaia Caputo, di origini napoletane, giornalista e scrittrice attenta conoscitrice della diversità dei sentimenti, sia essi femminili che maschili. Forse ci ha intrigati perché lei, in un certo senso, ha voltato le spalle al femminismo cercando altri sguardi. Il suo saggio dal titolo Di cosa parlano le donne quando parlano d’amore (TEA,

2004) apre un varco a delle analisi inedite. Dopo aver scritto questo saggio – in cui evidenzia in che modo la forza della donna risieda nel fatto che abbia conosciuto il mondo attraverso l’amore – ha affrontato Il silenzio degli uomini (Feltrinelli, 2012) che Caputo rompe per poter parlare di potere, denaro e sesso, e di uomini che comprano, stuprano e uccidono donne. Conoscitrice dell’animo maschile, senza mai essere offensiva nei loro confronti, l’autrice indaga la “condizione tragica del maschile”, traendo però dall’epica lo spunto (con la potenza narrativa delle gesta di Ulisse e di Penelope) per parlare “della bellezza dell’essere uomini”. Oggi individui smarriti e confusi, gli uomini per Iaia Caputo “sono là dove l’amore accade”. Specificando che la dominazione maschile altro non è che l’altra faccia della potenza femminile, a proposito dell’uomo che recepisce una minima parte di quanto una donna desidera, la Caputo dice: “gli uomini si attengono alle parole così come vengono loro dette perché ne immaginano, in qualche modo pretendono, la linearità”. E noi aggiungiamo, perché preferiscono i fatti alle parole, per passare subito al sodo. L’onore, le guerre e i figli Tra le ipotesi più interessanti della Caputo vi è l’assunto secondo il quale l’uomo nelle società precedenti si avvaleva del codice d’onore, soprattutto quando una donna offendeva la reputazione del marito. In altre epoche l’uomo colpiva pubblicamente la donna, con l’avvallo anche della giustizia, qualora la donna l’avesse reso ridicolo agli occhi della comunità. Oggi, sostiene la Caputo, l’uomo non riesce più a colpire la donna direttamente, sia perché le leggi contro gli abusi e le prevaricazioni si sono inasprite sia perché la donna ha acquisto la capacità di difendersi. L’uomo colpisce i figli per colpire la madre – con le cronache di padri che uccidono i figli – e di conseguenza la compagna che lo ha lasciato; perché è vero che nella maggior parte dei casi è la donna a decidere di separarsi ma lo fa per essere più amata e rispettata e non di certo per avere più soldi. Basti pensare che non siamo noi donne, nella maggior parte dei casi ad eccezione delle monarchie, ad andare in guerra e a volerla. Un particolare che descrive purtroppo ancora bene la realtà dei rapporti di forza ultra millenari tra i sessi.


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Il congresso di Reza Khatir

In una foresta lontana i rappresentanti eletti da tutti gli animali si riunirono per discutere d’urgenza la grave situazione nella quale si trovava la loro società, colpita da ogni sorta di mali, sia materiali sia spirituali. Dopo le solite presentazioni decisero che era giusto lasciare a ognuno la possibilità di esprimere il proprio pensiero e proporre una soluzione. Cominciò l’elefante: “La situazione è assai grave e bisogna reagire. Il sottoscritto propone un rimedio radicale: dobbiamo sacrificarci, soffrire ma essere tutti uguali, dobbiamo incoraggiare l’armonia tra gli animali per creare una società libera dove tutti abbiano il diritto di fare affari e dove ci sia libera concorrenza anche per i piccoli…”. “Eccellente pensiero”, commentò il cammello. “Il signor elefante dice il giusto. Dobbiamo essere tutti alla stessa altezza e risolvere le nostre differenze guardando verso il medesimo orizzonte”. Il cane continuò: “È un traguardo sacro che ha la precedenza su tutto. Ci vuole calma e sangue freddo. Dobbiamo considerare chiunque come un amico, amare parenti e forestieri allo stesso modo e non dobbiamo mai più spaventare gli estranei ma dimostrare calore verso tutti i nostri fratelli, che siano gatti o lupi”. Allora il lupo mormorò: “Com’è bello ascoltare l’amico filantropo, e che belle parole le sue! Non ci sono dubbi, è questa la strada da seguire, altro che mostrare i denti per terrorizzare o sbranare il prossimo, qui ci vuole amore e ancora amore. Dobbiamo difendere i diritti dei più deboli”. Lo struzzo intervenne: “Giusto, giusto compagno lupo! Bisogna vigilare gli uni su gli altri, combattere l’ignoranza e mai nascondersi e fuggire la realtà. È un grave delitto far finta di non vedere: chi permette un crimine commette un crimine!”. Poi toccò al gatto: “Ora è chiaro per tutti che dobbiamo raggiungere la parità in tutti sensi. Lealtà, saggezza e gentilezza sono le parole chiave. Il nostro futuro deve fondarsi su principi forti e dogmi indiscutibili. Nessuno deve rubare né cose piccole né cose grandi. È indegno guardare dentro la casa altrui o spettegolare. Dobbiamo essere sinceri e dire sempre il vero, il nostro pentimento sarà la nostra virtù”. “Evviva il gatto!”, urlò una topolina. “Che essere illuminato e illuminante. È vero, non c’è niente di peggio che la disonestà per mettere in pericolo la nostra società. Questo è un vizio che non bisogna perdonare se vogliamo raggiungere il successo finale”. L’avvoltoio prese la parola: “Ben detto signora. Lei è riuscita a vedere le viscere del problema. Ho sempre creduto che non solo ognuno è padrone della propria vita ma anche del proprio cadavere e nessuno deve dare per scontato che il corpo di un morto sia gratis”, concluse il rapace commosso. La iena intervenne: “Sono totalmente d’accordo con il collega, quello che sostiene lui è esattamente quello che penso io”. E così, ora dopo ora, ognuno disse la verità fino all’alba. La lumaca fu una degli ultimi a parlare: “Amici, ora che tutti hanno parlato, quale è la direzione da seguire? Quale strada? I nostri passi dovranno essere sicuri e decisi”. L’asino esclamò: “La scienza, amica cara, solo la scienza potrà salvarci, sarà lei a mostrarci la retta via e a risolvere i nostri problemi”. “Giusto, i miei complimenti!” concluse la vacca. Lì vicino, sul ramo di un albero, era appollaiato l’uccello della verità, un uccello che nessuno vede più da tempi molto remoti e che si dice conduca vita da eremita in qualche parte dell’Oriente. Durante tutta la notte aveva ascoltato e osservato gli altri animali senza proferire una parola. All’apparire del primo raggio di sole sussurrò a se stesso: “Qui la verità è una merce che si vende molto bene. In un luogo in cui tutti dicono la verità non c’è posto per me!”. Aprì quindi le sue ali e volò via, per sempre.

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Strisce pedonali. Sopra la zebra di Marco Jeitziner; fotografie di Flavia Leuenberger

Ma secondo te, caro lettore, uno che spende 135mila franchi per una insulsa targa a due cifre, che tipo di conducente potrà mai essere?

Luoghi

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Ci sono quelle mondialmente famose di Abbey Road del 1969. Ma anche quelle tragicamente popolari di via Cantonale a Magliaso del 2010 e quelle sulla Pambio-Noranco dello scorso agosto. Le nostre strade cantonali, lo avrete capito, portano iella, ma i drammi sembrano non insegnare nulla a nessuno. O meglio, a certi conducenti. Basta essere, caro lettore, un pedone ogni tanto in questa terra di “falciati” e ti accorgerai di quello che si rischia. Quanti lo sono quotidianamente? Non molti, probabilmente. Quanti invece solo per sfiga quando si rompe l’auto? Oppure solo una volta l’anno perché in vacanza? Se siete tra questi ultimi, almeno ricordatevi che in certi paesi, prima di attraversare, si guarda a destra. Attraversa, se hai coraggio... Va bene la “menata” dell’affinità culturale coi lombardi, ma siamo in Svizzera, diamine! Nel paese delle norme (stradali) e della cordialità (da conducente). A Zurigo, cavolo, ci sono i migliori passaggi pedonali: là sì che li rispettano i Fussgänger. Al semaforo non devi nemmeno schiacciare un bottone, “lui” si accorge di te e subito scatta il verde. Hai la precedenza, insomma, e non c’è un solo automobilista che si spazientisce. In Ticino, invece, a loro dai fastidio. Parole del Governo nel 2009: qui si concede la patente dell’auto in misura maggiore rispetto al resto del paese: un caso? Da una decina d’anni paghiamo coi nostri soldi la campagna di prevenzione chiamata “Strade più sicure”, il che è già tutto dire. Ma tenetevi forte: i fondi dipendono da quanti soldi certi conducenti, vanitosi e benestanti, sono disposti a sborsare durante l’asta annuale delle targhe. Quelle coi numeri bassi. Non è una barzelletta. In pratica è come sensibilizzare sull’inquinamento ambientale coi soldi di chi specula sull’andamento del greggio in borsa.

Falciati, zebrati e affini Siccome il messaggio che passa è “sfoggia la targa bassa, poi occhio ai pedoni!”, non sorprende più di tanto che in questo cantone, (a) i semafori se ne infischino dei passanti e che (b) i conducenti abbiano sempre la precedenza. Non sorprende nemmeno il fatto che la campagna delle strade insicure sia decennale (doveva durare solo cinque anni) quando è noto che, spesso, più il messaggio è duraturo, minore è l’effetto auspicato. Il numero di feriti gravi rimane, ahi noi, costante, così come gli incidenti dei motociclisti. Si elogia la campagna sulla base di soli numeri e statistiche, quando non si dice che, più semplicemente, meno incidenti sono dovuti anche al rincaro della benzina e delle assicurazioni. La prova? Nel 2009 si decide di “puntare” su pedoni e motociclisti con “azioni di sensibilizzazione, formazione e controllo”. Risultato: un anno dopo è record negativo con 10 pedoni morti (quasi uno al mese), 138 pedoni feriti (una decina al mese) e oltre 400 motociclisti coinvolti, tra feriti e morti, ossia come dieci anni prima. Fate un po’ voi... Zebre che scompaiono Non è finita, caro lettore. Alla fine del 2011 si viene a conoscenza dell’impensabile e dell’improponibile: l’autorità decide di eliminare una quarantina di zebre sul territorio, perché “non sicure” (cioè fuori norma) e perché “poco frequentate” (appunto). Ma come? Si vogliono tutelare i pedoni e poi si tolgono i passaggi pedonali? Da nessun’altra parte mi pare siano state prese iniziative simili: vorrei essere smentito. In cambio, misteriosi “addobbi urbani” color rosso smorto – spesso confusi per zone pedonali – oppure “zone 30” che ben pochi rispettano. Succede, è la verità, di vedere anche un pazzo attraversare nel traffico, poi guardi bene e realizzi che in realtà sta camminando sulle strisce pedonali. Cioè, quelle che una volta erano un passaggio giallo canarino e non delle croste invisibili. In alcune grandi città del mondo si impiegano giovani, magari disoccupati, che aiutano le persone ad attraversare ai semafori. Ah già, in Ticino non ci sono grandi città, però tante auto e dieci pedoni morti in un anno. Andrebbe sostenuta l’associazione di utilità pubblica “Mobilità pedonale”. Forse un giorno, come accade in una città d’Australia, anche da noi appenderanno dei cronometri (!) ai semafori pedonali di certe arterie trafficate: dieci secondi di tempo per attraversare. “È per visitare meglio la città”, hanno detto.


» testimonianza raccolta da Keri Gonzato; fotografia di Igor Ponti

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Jacopo Gianinazzi

Vitae

un lungometraggio scritto da me che poi, per motivi di budget, non è stato realizzato. Nonostante quel primo progetto non sia andato in porto non ci siamo lasciati scoraggiare e abbiamo continuato a mettere energia per concretizzare la nostra visione... Il primo frutto importante di questo impegno è arrivato proprio quest’anno, siamo infatti molto felici poiché abbiamo potuto realizzare il nostro primo cortometraggio. Al lungometraggio, i cui costi sono molto elevati, torneremo quando ne avremo la possibilità. Siamo un piccolo team creativo e in crescita che ha come obiettivo sia Intraprendente e ambizioso, ha deci- promuovere i propri progetti so di dedicare all’arte e allo sviluppo sia dare la possibilità a chi ha della creatività la propria vita. Un gio- delle buone idee di realizzarle. Ci piacerebbe venissero da vane fuori dagli schemi che ama le sfide noi persone con degli spunti e che, insieme, si riuscissero fondamentale tra dipingere a sviluppare dei lavori cinematografici. un quadro e realizzare un Chiaramente, all’inizio, ottenere supporto film è il lavoro di squadra: per non è facile ma noi ci crediamo davvero creare un film è indispensae, per ora, abbiamo dei lavoretti collaterali bile poter contare su un buon che ci permettono di autofinanziare i nostri team mentre quando dipingi progetti… Personalmente oltre a dirigere mi sei solo davanti alla tela. Lapiace molto scrivere e, nel cassetto, ho già vorando con molte persone una trentina di copioni che toccano quasi bisogna gestire una moltitututti i generi. Attualmente stiamo partendo dine di equilibri diversi e, per con un nuovo cortometraggio, la cui trama fare in modo che tutto funè da thriller, che vuole mostrare l’aspetto zioni, è importante riuscire più urbano e meno bucolico della città di a creare un clima di armonia Lugano. È eccitante, stiamo scoprendo che e collaborazione. Uno degli esistono delle location veramente spettacoaspetti più affascinanti del lari. Mi affascina molto l’idea di riscoprire fare cinema è che ti permette la realtà locale, tramite il cinema, e questa di reinventare la realtà. è una delle ragioni per cui abbiamo scelto Con ogni nuovo progetto di far partire quest’attività proprio in Ticiparti per un viaggio lungo no. Un altro motivo è che oggi nella realtà locale molte cose si stanno muovendo, c’è il quale riscopri la vita per un fermento creativo nuovo e noi abbiamo poi raccontarla, a seconda voglia di farne parte! dell’ispirazione, in un moUna cosa è certa, il lavoro in ufficio non do assolutamente nuovo. Il fa proprio per me e quindi cerco sempre risultato più importante di soluzioni creative per riuscire a portare questa fascinazione è la Goavanti i miei sogni. Anche se quando ci si odfellas Production. Si tratta di una casa di produzione lancia in un progetto nuovo si incontrano cinematografica che è nata tanti ostacoli, con un po’ di pazienza, poi nel 2004 al tavolo di un bar, incominciano ad arrivare piccole grandi tra un bicchiere e l’altro. Algratificazioni personali come l’aver realizlora si trattava di un sogno di zato il primo cortometraggio. Ora lo stiamo due amici ancora adolescenti mandando in giro per il mondo ai vari fema io e Alessandro Zaffino stival e vedremo cosa capita. Si tratta di un non ci siamo accontentati di primo passo quindi siamo aperti a qualsiasi sognare. Tre anni dopo, nel cosa e, sicuramente, tutto ciò che arriverà 2007, a Firenze, eravamo in rappresenterà un’opportunità per crescere ballo per la realizzazione di e migliorarci.

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A

ll’anagrafe mi chiamo Giacomo Gianinazzi, anche se poi la vita e gli amici mi hanno trasformato in Jack Martin: un nome che poco a poco è diventato davvero mio… La mia esistenza è maturata nel terreno fertile di due grandi passioni, il cinema e la pittura. Ho iniziato a dipingere a quindici anni, quando i miei mi regalarono una scatola di colori a olio, e da allora non ho più smesso. Nel tempo ho sperimentato diversi tipi di tecnica e stile sviluppando, poco a poco, un approccio personale. Ancora oggi l’atelier per me rappresenta uno spazio catartico nel quale mi sento totalmente libero di dare spazio alla mia energia. Da qualche tempo poi ho iniziato anche a esporre i miei quadri… Entrambi i miei genitori hanno una spiccata attitudine per la creatività, mia madre infatti lavora con le stoffe e mio padre scrive romanzi. La mia fortuna è stata quindi che, fin da piccolo, hanno nutrito la mia curiosità portandomi alle mostre e stimolandomi a sperimentare i linguaggi della creatività. Di conseguenza da loro ho sempre ricevuto incoraggiamento e appoggio anche quando ho deciso di intraprendere la strada dell’arte… Non ho mai seguito una scuola d’arte e nemmeno di cinema, invece a Firenze ho studiato letteratura. Il cinema l’ho imparato guardando un’infinità di film, studiandoli, scomponendoli, masticandoli e digerendoli. Istintivamente poi mi sono sempre interessato alle vite dei registi e alla storia del cinema e mi sono anche fatto le ossa seguendo i festival di cinema. A mio modo di vedere si tratta di un’arte fantastica e intensa poiché ne include molte altre: la fotografia, la musica, il teatro, ecc. Nonostante le difficoltà che porta con sé, la sfida del far nascere un progetto cinematografico mi stimola moltissimo. La differenza


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A due settimane dall'appuntamento di Monza che chiuderà il calendario 2012 della Formula 2, il pilota luganese fa il punto della sua stagione agonistica. Tra speranze e non poche difficoltà a cura di Giancarlo Fornasier; fotografie di ©Ti-Press/Gabriele Putzu

Alex, dopo un inizio promettente con due terzi posti, non sei più riuscito a salire sul podio, malgrado degli ottimi quinti e sesti posti. A oggi e prima della trasferta in Ungheria (7–9 settembre) in classifica generale sei nono. Come valuti la tua stagione in Formula 2? Credi fosse possibile fare meglio oppure è questo il tuo attuale limite e valore in campionato? “L’inizio di stagione è stato in effetti davvero fantastico e quasi inaspettato. Tuttavia ci siamo accorti che a livello prestazionale non si trattava di un caso il fatto di trovarsi subito nelle prime posizioni, ma era proprio dettato dal fatto di aver trovato subito un buon feeling con la vettura costruita dalla Williams. Successivamente, però, siamo incappati in qualche difficoltà di messa a punto della macchina, fino a giungere all’incidente di Brands Hatch dove un pilota, sotto il diluvio, è finito in testacoda proprio davanti a me e ai miei inseguitori, creando un incidente di massa piuttosto violento. Perlomeno per la vettura, che è poi stata inviata subito a Le Castellet, in Francia, per la gara nel weekend seguente. Su suolo francese abbiamo proprio patito un calo prestazionale, aggiunto a qualche altro contatto di gara – per il quale il pilota avversario è successivamente stato sanzionato –, che ha reso il fine settimana transalpino assai ostico. Ho motivo di credere che la vettura avesse subito danni più gravi e profondi dopo l’incidente nel Regno Unito, e che quindi la mancanza di velocità fosse da ricondurre a quell’evento. Un’ulteriore prova della correttezza delle mie sensazioni è venuta dal fatto che a ogni giro in pieno rettilineo ero costretto a raddrizzare la macchina perché tendeva ad andare verso destra «da sola». In generale è sempre possibile «fare meglio», in ogni cosa, anche se si vince. Per cui certo, potevo fare di più quest’anno e non sono del tutto soddisfatto dei risultati ottenuti, sebbene alcuni siano stati di rilievo. Ho recentemente ottenuto un buon risultato nella categoria GP3, quella che supporta direttamente la Formula 1. Adesso sono ancora più motivato a ritornare in Formula 2, forte di un risultato importante e di una revisione alla vettura, per tornare a rendere la vita difficile a chi mi sta attorno e ai vertici della classifica”. Le attuali vetture di Formula 2 sfiorano i 500 cavalli e un telaio certamente più avanzato delle European F3 Open, categoria con la quale ti sei laureato campione nel 2011. Quali sono le maggiori difficoltà di messa a punto della tua attuale vettura? “Normalmente quando una vettura è complicata da mettere a punto, la colpa viene attribuita subito al telaio particolare e alla sua diversa meccanica. In verità a influenzare maggiormente la bontà di un’auto da corsa sono le gomme. Quest’anno sono stati introdotti degli pneumatici Yokohama a mescola morbida e con un degrado molto elevato. A inizi stagione per me erano un’assoluta novità e non ne conoscevo i segreti e tutt’ora ho ancora molto da imparare. C’è chi invece li aveva già utilizzati in altri campionati e, infatti, da quel lato sono stati molto avvantaggiati. Ricollegandomi alla messa a punto, spesso ci si trova in difficoltà a guidare la vettura e quindi iniziamo a stravolgerne il set-up, (...)


Alex FontAnA

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quando magari dovremmo semplicemente cambiare stile di guida per adattarci a sfruttare al meglio il tipo di gomma e soltanto in seguito iniziare a modificare l’assetto. In Formula 2 è piuttosto facile prendere la strada sbagliata durante la messa a punto e finire dalle stelle alle stalle. Un altro fattore importante è dettato dal fatto che tutte le categorie presenti durante il weekend di gara utilizzano gomme diverse. Il Gran Turismo usano le Michelin, la Formula 3 usa le Dunlop e così via. Conseguentemente, la macchina che ti trovavi a guidare nella sessione di prove libere del mattino quasi sicuramente non si comporterà nello stesso modo nelle qualifiche del pomeriggio. Questo avviene perché a giornata inoltrata le categorie scese in pista sono molte, le mescole lasciate sull’asfalto altrettante, ed ecco che è necessario improvvisarsi indovini e capire come modificare la vettura al meglio prima di salirci...”. La gara che hai disputato in GP3 a Spa con il team Jenzer ha evidenziato le tue grandi capacità attendiste e una visione di gara che ti ha portato a compiere una notevole rimonta e finire a un passo dal podio. Hai ricevuto riscontri dai team o dai piloti di Formula 1 con i quali vi siete divisi il weekend di gare? “I piloti di Formula 1 sono molto difficili da trovare nel paddock e sono sempre sfuggenti. E inoltre non dispensano mai consigli e opinioni con altri piloti – anche se sono piloti di categorie inferiori – poiché vedono tutti gli altri come potenziali rivali durante il mercato piloti invernale. E fanno bene. Per quanto riguarda i team veri e propri, sono stato felice di ricevere dei complimenti da parte di personaggi di alto grado di alcuni team del Circus. Due contatti con altrettanti team di Formula 1 li abbiamo già avuti, anche se naturalmente è prematuro trarre conclusioni o crearsi inutili illusioni. Non faccio nomi, tuttavia in questo settore è Alessia Regazzoni che gestisce le relazioni in mia vece e si muove libe(...) ramente nel paddock di Formula 1”.


nelle pagine precedenti e a sinistra Alex Fontana sotto la pioggia sullo storico circuito britannico di Brands Hatch (13–15 luglio) e prima della partenza del giro di ricognizione. Con lui il coach driver Andrea Caldarelli (con l'ombrello; pilota Lexus nel Super Gt giapponese) e il capomeccanico Alex Orosko a destra Il pilota con il padre Raoul all'uscita della Paddock Hill, una curva cieca che lancia i piloti lungo un breve rettilineo in salita verso la Druids, teatro di molti sorpassi

a destra Un primo piano di Alex nell'abitacolo della sua Williams. Il casco è decorato in memoria del pilota britannico Tom Pryce, deceduto in Formula 1nel Gp di Kyalami del 1977. Nella parte inferiore si riconoscono le bandiere della sua doppia nazionalità, svizzera e greca nelle pagine seguenti Il capomeccanico lavora sulle sospensioni anteriori della vettura, supervisionato alle sue spalle da Dave Scott, l’ingegnere affidatogli per l’appuntamento inglese


È noto quanto sia difficile per un pilota affermarsi, e quanto il denaro e gli sponsor siano importanti nel mondo dei motori. È ancora possibile oggi emergere solo con le proprie capacità per un pilota che non ha grandi forze economiche alle spalle? “Onestamente no, non lo credo possibile. Credo invece che la gente si allontani dal go-kart pensando che costi una follia, e ad alti livelli è così. Ma per andare in pista la domenica con il proprio bimbo e un kart usato, il costo è abbastanza irrisorio. Guardando quante mazze da hockey spezza mio cugino di sedici anni che gioca nel Lugano, non vedo grandi differenze... Per le macchine da corsa invece è differente; sono pochi i campionati amatoriali dove si corre per divertirsi, e quasi sempre non comprendono le monoposto. Nelle monoposto, le cosiddette «Formula», si inizia quasi subito a entrare nel semi-professionismo e nel professionismo. E lì i costi lievitano: se non si è in grado di trovare delle persone che credono in te, e che vedono in ciò che stai facendo un’opportunità di investimento, è assai improbabile riuscire a raggiungere alti livelli. Certo, se poi la carriera è ben indirizzata il ritorno monetario per l’investitore può essere elevatissimo. Ma il problema è tutto quello che è necessario fare per arrivarci. Una dote fondamentale per riuscire in questo mondo è innanzitutto la convinzione: bisogna credere sempre in quello che fai. E noi ci crediamo”. A fine mese si conclude la stagione di Formula 2, a Monza, la pista di casa per molti ticinesi. Con quali sensazioni attendi questo appuntamento, in un circuito tecnicamente tanto diverso dall’Ungheria e dove le scie, il coraggio di staccare “all’ultimo respiro” e avere un motore performante sono essenziali? “Sul motore non mi ci metto nemmeno perché sarebbe un discorso troppo lungo e con fin troppa politica nel suo nucleo. Per quanto riguarda le sensazioni di correre a Monza, mi dilungo volentieri. Se tutto andrà come l’anno scorso, avrò il piacere di avere con me oltre duecento persone tra sostenitori, amici e sponsor. E sarà fantastico! Monza è una pista davvero difficile, poiché ogni curva è seguita da un lungo rettilineo e se si sbaglia si perde moltissima velocità e si viene sopravanzati da quelle «iene inferocite» che sono i tuoi avversari e che ti stanno inseguendo. Di norma nessun pilota «vero» ha davvero paura quando guida, ma credo che un barlume di paura renda più coscienti di quello che si sta facendo e che quindi aiuti ad andare oltre il limite e poi tornare indietro prima di schiantarsi. Monza ha una curva che io ho sempre trovato terrificante. Si tratta della Lesmo 2, una delle due curve a destra del secondo settore. Sono leggermente diverse, la seconda è più piccola dell’altra e ha più banking, è cioè più parabolica. Si dice che si debba farle entrambe alla stessa velocità, e questo è un bel problema visto che uscendo dalla prima la seconda ti sembra sempre troppo stretta per farla alla stessa velocità. E il muro è molto, molto vicino. L’aspetto ironico della cosa è che Lesmo 2 è una delle curve più importanti del circuito, quindi è fondamentale farla bene, niente scuse. Credo che osservando un pilota alle Lesmo si capisca subito se è un fuoriclasse o uno scalda-sedile. In anteprima ai lettori di Ticinosette, sono felice di comunicare che a Monza, per la prima volta, scenderò in pista con i colori del «Memorial Room» del mitico Clay sulla vettura, per consolidare una volta di più la collaborazione con la famiglia Regazzoni”.

Gabriele Putzu Classe 1977, pratica la professione di fotografo da quasi vent'anni. Ha svolto l’apprendistato presso il quotidiano “Giornale del Popolo”, con il quale ha collaborato sino al 2000. Dal 2001 lavora per l’agenzia Ti-Press (www.tipress.ch) con la quale continua a coprire eventi per la stampa locale. La passione per la fotografia sportiva lo porta spesso a seguire atleti e squadre svizzere impegnate in competizioni internazionali.


Per anni abbiamo vissuto le nostre vite “fast&furious”. Ora la tendenza è l’esatto contrario e fa proseliti anche nel mondo del wellness Tendenze p. 50 | di Patrizia Mezzanzanica

Sempre più veloci e tecnologiche: così scorrono le nostre vite. Tutto è immediato, siamo perennemente di corsa e viviamo nella preoccupazione costante di essere rimasti “indietro”, di non aver concluso qualcosa o fatto tutto quello che avremmo dovuto portare a termine. L’ansia del tempo ci assale facendoci dimenticare prudenza e pazienza con conseguenze spesso micidiali, specie nel campo della bellezza e della salute. Basta guardarsi attorno per constatare gli effetti deleteri dei risultati rapidi da “bisturi selvaggio”: visi asimmetrici e pelli congestionate, lineamenti stravolti, labbra, zigomi e seni pompati oltre l’inverosimile. L’accanimento chirurgico ha prodotto veri e proprio mostri. Donne – e uomini – che non solo hanno perso in bellezza ma neppure hanno guadagnato in giovinezza, perché ben pochi di loro – e diciamolo una volta per tutte! – sono usciti dalla sala operatoria apparentemente più giovani di quando ci sono entrati. Venti di cambiamento Però le cose stanno cambiando. Una nuova filosofia si sta affermando nel mondo della bellezza, quella di invecchiare con consapevolezza, adattandosi con armonia alla propria età anagrafica. Gli americani – e chi sennò? – chiamano questo nuovo fenomeno slow aging. L’Istituto di ricerca internazionale Mintel, che ha condotto uno studio a riguardo, ritiene che uno dei fattori scatenanti

di questa inversione di pensiero sia l’Agelessness, ovvero il sentirsi giovani dentro. In questa condizione l’età anagrafica conta di meno, perché ciò che ci conserva in forma sono gli interessi che coltiviamo, come decidiamo di vivere la nostra vita e la capacità di mantenere intatti, o quasi, i nostri comportamenti. La musica, la voglia di libertà, di viaggiare, andare in moto, ballare, tenersi in esercizio fisico, non smettere di fare ciò che diverte e distrae non è una priorità dei giovani ma un fenomeno comportamentale trasversale grazie al quale i figli del baby boom costituiscono una delle generazioni culturalmente ed economicamente più evolute, sicure di sé e realizzate. Il mercato risponde Le aziende cosmetiche non si sono certo fatte cogliere impreparate dal nuovo fenomeno e, anzi, si sono adeguate proponendo testimonial più mature anche se bellissime. L’Oréal, per esempio, ha scelto Ines de la Frassange (classe 1957, ex modella e designer di moda) e Jane Fonda (74 anni compiuti) che ha sempre rifiutato la chirurgia estetica e continua a essere e sentirsi attraente. Nel suo Gli anni migliori (Corbaccio, 2012) spiega, infatti, come invecchiare felici, mostrandosi sempre al massimo della forma e sentendosi in armonia con il proprio corpo. Mac Cosmetic ha puntato, invece, addirittura su una novantunenne, Iris Apfel,

interior designer e icona fashion che nella campagna viene ironicamente immortalata con labbra e unghie rosso fuoco. Il segmento dell’advanced skin-care antiaging – così sono chiamati i cosmetici per le baby boeme – è tenuto, infatti, in grande considerazione da tutte le maggiori case produttrici di cosmetici e registra una crescita continua e costante. Ma tra gli strumenti dello slow aging rientrano anche diete iper-personalizzate a misura di DNA, che mirano non solo al dimagrimento ma anche a rallentare l’invecchiamento e a migliorare l’aspetto della pelle, le cure con ormoni bioidentici naturali, cioè uguali per struttura e funzione a quelli naturalmente presenti nel nostro organismo e che il nostro corpo non produce più (o produce meno) come avviene nella menopausa o in andropausa, e l’attività fisica. Pare che oltre il 40% degli ultrasessantenni si mantenga in forma allenandosi con regolarità. L’ecopsicologia, è un’altra tecnica utile a mantenersi giovani e positivi. Attiva un processo di rivitalizzazione interna e ottimizza il nostro umore attraverso il semplice contatto con la natura e i suoi elementi primari, come l’acqua, la terra, i grandi spazi, il mare o le pianure. Gli studi condotti da molti esperti del settore ci dicono, infatti, che per riprogrammare il nostro “software” fisico e psichico basta davvero poco. Il ciclo vitale di una pianta ci aiuta già a stabilire una similitudine immediata con noi stessi e la nostra crescita e sviluppo.


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Orizzontali 1. Degustare • 10. Il primo alimento • 11. Il dio greco della guerra • 12. Pesce anguilliforme • 14. Tra Mao e Tung • 15. Epoca • 16. Il Nichel del chimico • 17. Son pari in settimo • 18. La passa in bianco l’insonne • 21. Le iniziali di Pappalardo • 22. Gara per centauri • 23. Dittongo in guitto • 24. Il nome di un Garrani • 26. Asino selvatico • 28. Si carda • 29. Il nome della Turner • 30. Il verso della cornacchia • 31. Esile, piccola • 33. Odio, rancore • 35. Ossigeno e Iodio • 36. Villaggi • 37. Malato per il poeta • 39. Consonanti in pieve • 40. Messi, banditori • 42. Uno detto a Zurigo • 44. Antenato • 46. Stato asiatico • 48. L’antagonista del Milan • 51. Stato africano • 53. Oriente • 54. È più grande del mare • 55. Starnazza. Verticali 1. Noto romanzo di Vitali • 2. Manto equino • 3. Spintonate, scosse • 4. La dea della discordia • 5. Il mese della Befana • 6. Italia e Austria • 7. Maestria • 8. Danno nuovo lustro alle antichità • 9. Non si deve seguire quello cattivo • 13. Belli e robusti • 19. Turchia • 20. Attore francese • 25. Città polacca • 27. Grossa antilope • 31. Una delle Orfei • 32. Precettore antico • 34. Nome di donna • 38. Giuda senza vocali • 41. Ingordo • 43. Ha il gheriglio • 45. Ripida • 47. Chiude la preghiera • 49. Il nome di Teocoli • 50. Il nocciolo della pesca • 52. Cuor di cane.

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