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№ 36

del 7 settembre 2012

con Teleradio 9 – 15 sett.

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Ticinosette n° 36 del 7 settembre 2012

Agorà Oltre il Ticino. La difficoltà di guardare a Berna Lingua Articoli. Ma quali gnocchi…?

di

Tiratura controllata 70’634 copie

Chiusura redazionale Venerdì 31 agosto

Editore

Teleradio 7 SA Muzzano

Redattore responsabile Fabio Martini

Kronos I quattro accampamenti Vitae Paul van den Berge

di

di

a cuRa della

Redazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

caRlo baGGi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

demis QuadRi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Reportage Il suo nome non era Gottardo

di

daniele Fontana; Foto di PeteR KelleR . . . .

Società Formazione continua. Una timida legge Tendenze Blue denim. Il giubbotto

di

di

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RobeRto Roveda . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Gaia GRimani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Abitare Arredamento. Vivere nella luce

Impressum

di

steFano GueRRa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

maRisa GoRza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Astri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Cruciverba / Concorso a premi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Coredattore

Giancarlo Fornasier

Photo editor

Soli (e mal rappresentati?)

Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Centro Stampa Ticino SA via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch www.issuu.com/infocdt/docs

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(carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona

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In copertina

La via delle lingue Fotografia di Peter Keller

Negli anni in cui il progetto di creare un’università in questo cantone cercava di farsi largo – non senza forti opposizioni e non pochi risolini –, qualcuno metteva l’accento sull’importanza per uno studente proveniente da una regione italofona di studiare oltre Gottardo . Questo perché obbligava i giovani a uscire dal loro “nido regionale”, con l’obbligo di apprendere in modo approfondito almeno una seconda lingua nazionale . Chi di voi ricorda gli anni delle scuole superiori, certo non avrà scordato le lunghe discussioni tra studenti sulla scelta di trasferirsi a Neuchâtel, Friborgo, Losanna o Ginevra in modo da evitare la mannaia dei corsi in lingua tedesca… E il “coraggio” di chi invece optava (a volte per forza di cose) verso Berna, Zurigo, Basilea o San Gallo . Senza dimenticare coloro che si trasferivano per qualche anno negli atenei italiani; scelta che – al di là della bontà di università come quelle di Parma, Pavia, Padova, Milano, Bologna, ecc . – certo facilitava il percorso formativo . Almeno da un punto di vista linguistico . Era evidente che la lingua rappresentava per uno studente di allora un vero spartiacque; una discriminante che, a distanza di oltre un decennio dalla nascita di USI e SUPSI in Ticino, non è certo scemata . Questa premessa ci permette di meglio contestualizzare buona parte dei contributi presenti in questa uscita di Ticinosette . A scuole iniziate da pochi giorni chinarsi sul mondo dell’apprendimento, scolastico e professionale, è inevitabile . Non per esaltare o denigrare l’organizzazione scolastica cantonale e i suoi docenti – come sappiamo il Ticino ha poco da invidiare al resto del paese –, ma per riflettere una volta di più sull’importanza delle istituzioni scolastiche pubbliche e private quali elementi chiave di crescita (personale, professionale ed economica) per l’intero paese . Se consideriamo il bagaglio formativo come una sorta di contenitore che deve essere costante-

mente riempito e aggiornato, ecco che le lingue dovrebbero distinguersi per la loro “pesante” presenza . Quella italiana – a cui dedichiamo la rubrica “Lingua”, p . 10 – e quelle nazionali . Ne è convinto Renato Martinoni (“Agorà”, p . 6) che sull’importanza dell’apprendimento e della conoscenza della lingua tedesca per meglio comprendere i nostri connazionali (e far capire i nostri bisogni a Berna) non ha dubbi . E questo non solo per chi dal Ticino opera nell’economia privata, ma soprattutto per coloro che oltre le Alpi rappresentano politicamente questo cantone . Sostiene il prof . Martinoni: “È assolutamente necessario che i nostri rappresentanti abbiano un profilo professionale e intellettuale di prim’ordine, che siano credibili e sappiano diventare dei veri partner. Ho sentito dire – spero sia solo una leggenda metropolitana – che c’è chi non capisce bene il tedesco e il francese. Come si può andare in Parlamento a rappresentare il Ticino in queste condizioni?”. La risposta è scontata, e a questo punto l’invito a partecipare al Festival della formazione (“Società”, p . 46) lanciatoci dal collega Stefano Guerra dovrebbe essere allargato a tutti, classe politica inclusa . La marginalizzazione geografica delle regioni di lingua italiana – il Ticino, ma non dimentichiamo le valli italofone grigionesi a noi più prossime – è ancora oggi meravigliosamente rappresentata dal Passo del San Gottardo . La sua invalicabilità pare a volte essere rimasta intatta: ieri perché non esistevano vie brevi (gallerie ferroviarie e autostradali), oggi per le puntuali colonne chilometriche e in attesa del completamento della NTFA . Il “Reportage” (p . 39) è un tributo visivo a questa porta verso nord, una strettoia naturale che rimane per molti ticinesi anche un’invalicabile diga culturale . Da abbattere definitivamente se il cantone vuole dirsi completamente svizzero . Buona lettura, Giancarlo Fornasier


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La difficoltà di guardare a Berna

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Agorà

Nel nostro cantone si guarda con difficoltà oltre Gottardo, cullandosi in una peculiarità che rende i ticinesi certamente non italiani ma nemmeno completamente svizzeri. Il risultato è una sorta di isolamento, che allontana il Ticino dai centri nevralgici della Confederazione senza vantaggio alcuno. Ecco perché è giunto il momento di voltare pagina

di Roberto Roveda

A

lcuni mesi fa abbiamo dialogato con Renato Marti� noni, professore di Letteratura italiana all’Università di San Gallo e profondo conoscitore della realtà della Svizzera italiana, dei legami e delle differenze che intercorro� no tra ticinesi e abitanti del Belpaese1. �el corso dell’intervi� sta Martinoni aveva osservato come “il cantone Ticino debba impegnarsi a guardare attentamente verso Berna più che verso Roma o Milano”, sottolineando la necessità per questa regione di stringere un legame più stretto, sotto il profilo culturale e politico, con la Svizzera di lingua tedesca e francese. Una necessità che però si scontra contro un’evidente difficoltà da parte di molti ticinesi a dialogare con i connazionali a nord delle Alpi.

Isolarsi non conviene Questo atteggiamento da “emarginati” si traduce in una sensazione di isolamento all’interno della Confederazione e in una minore presenza nelle “stanze dei bottoni”, come sostiene lo stesso Martinoni in una recente pubblicazione2: “L’italiano è parlato dal 6,5 per cento di chi abita in Svizzera; il romancio dallo 0,5 per cento. Su cento impiegati della Confederazione solo l’1,6 per cento è italofono; lo 0,6 per cento è di


lingua romancia. La percentuale dei romanci impiegati nell’amministrazione federale è proporzionalmente ben più alta di quella degli italofoni. Più minoranza della minoranza svizzero-italiana, i romanci sono costretti a uscire dal loro guscio (geografico e linguistico) e a formarsi fuori da esso. Molti di loro padroneggiano pertanto il tedesco (e magari lo Schwytzertütsch), imparano a conoscere la mentalità delle maggioranze, sul posto di lavoro e nella società, sanno adattarsi e approfittano della benevolenza che, di tanto in tanto, i grandi accordano ai più piccoli”.

infamia e senza lode, dai cantoni della vecchia Confederazione: tirando a campare, senza lode e senza infamia, e soprattutto vivendo al riparo dalle guerre. Questo ha rafforzato molto, ahimé, il carattere localistico delle istituzioni e il campanilismo della mentalità”.

“È del resto scontato che chi sta lontano, in una capitale, non sappia sempre vedere in maniera corretta una determinata realtà e i suoi problemi: in particolare se si parlano lingue differenti, si vive in culture differenti, si ragiona con mentalità differenti”

Professor Martinoni, ma allora quali sono le ragioni che spingono i ticinesi a guardare poco oltre Gottardo e che limitano un dialogo proficuo? “Proviamo a relativizzare. Ci sono ticinesi, una minoranza, che guardano eccome oltre il San Gottardo. Ma ce ne sono altri che non sentono la necessità di farlo. Forse perché non devono spostarsi per lavoro o perché preferiscono delegare il compito ad altri. Dietro questo atteggiamento ci sono comunque ragioni più complesse legate alla lunga e non sempre pacifica storia delle relazioni fra il Ticino e la Svizzera, a questioni geografiche – la barriera delle Alpi non è un ostacolo da poco – e a motivi linguistici e culturali. Per tre secoli le antiche terre ticinesi sono state amministrate, senza

Ma oltre a queste ragioni “antiche” c’è dell’altro… “Nel Ticino che guarda troppo poco oltre Gottardo vedo anche una buona dose di egoismo, oltre all’idea sballata che si possa fare da soli. Gli altri, si pensa, vogliono sempre e soltanto fregarci. Potremmo anzi ipotizzare l’esistenza di un complesso di superiorità che è figlio della scarsa coscienza della piccolezza del paese. È paradossale ma è così: più si è minuti e più si crede di essere l’ombelico del mondo”.

Quali conseguenze comporta questo atteggiamento vagamente isolazionista? “I risvolti sono spesso più negativi che positivi. La conoscenza reale dei problemi è molto scarsa. I canali della comunicazione funzionano solo a sprazzi e non di rado ci si muove improvvisando, o sull’onda di emozioni o di reazioni provocate da questo o quell’evento. C’è anche chi pensa, a volte a ragione, che la maggioranza degli svizzeri sia poco interessata a ciò che succede nella Svizzera italiana (...)

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e quindi sia scarsamente disposta a occuparsi dei suoi problemi. Resta sempre la possibilità, ma noi ticinesi la usiamo raramente, di far conoscere meglio la nostra realtà: con le sue cose più belle e con i suoi problemi. Superare l’isolamento può essere soltanto un vantaggio. Anche perché gli svizzeri che vivono a nord del San Gottardo sono persone fondamentalmente corrette”. L’importanza di cambiare le prospettive Vi è a suo parere una scarsa sensibilità oltralpe per le rivendicazioni ticinesi? “La scarsa sensibilità è figlia di una conoscenza troppo superficiale della Svizzera italofona. Del resto non sono soltanto i ticinesi a «rivendicare» i loro diritti, presunti o reali che siano. Lo fanno anche altri: la Svizzera orientale, i romandi, i grigionesi. Solo che molti ticinesi non lo sanno e credono di trovarsi in una situazione particolare. È vero che spesso l’idea di un paese si fonda su pregiudizi e stereotipi. Tutti sanno per esempio che per i confederati noi siamo la «Sonnenstube», il paese del sole, dei grotti e del canto. Non tutti sanno che a lungo siamo stati visti come il «Sorgenkind», cioè il figlio scapestrato che deve essere tenuto d’occhio e al quale di tanto in tanto occorre tirare le orecchie...”.

Agorà

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ticolare se si parlano lingue differenti, si vive in culture differenti, si ragiona con mentalità differenti. Ma è proprio questa difficoltà che dovrebbe spingerci, più che a forzare le cose rischiando di esasperarle, a cercare il dialogo. Mi rendo conto del fatto che non è sempre facile vincere certi pregiudizi: ma, insomma, viviamo in un paese civile e se i toni della politica stanno scadendo sempre di più, questo non significa ancora che non ci siano persone in grado di argomentare con pacatezza e signorilità. Un fatto è comunque certo: urlare non serve a nulla. Dietro il rumore c’è il vuoto. E con il vuoto non si ottiene nulla”. La necessità di poter comunicare Professor Martinoni, più in generale, quali considerazioni possiamo fare rispetto ai nostri politici nella capitale? “È assolutamente necessario che i nostri rappresentanti abbiano un profilo professionale e intellettuale di prim’ordine, che siano credibili e sappiano diventare dei veri partner. Ho sentito dire – spero sia solo una leggenda metropolitana – che c’è chi non capisce bene il tedesco e il francese. Come si può andare in Parlamento a rappresentare il Ticino in queste condizioni? Ci sono occasioni di discorso, specie al di fuori degli incontri ordinari – lì, lo sappiamo, si raccolgono spesso i veri frutti – dove l’interprete è di troppo. Una chiacchierata in tedesco o in francese davanti a un bicchiere di vino vale più di tanti interventi fatti in Parlameno”.

“Essere una minoranza è difficile. Le maggioranze non sono generose: prima fanno il loro fieno, poi quello degli altri. Ma questa è la situazione e occorre partire da qui: agendo con la testa piuttosto che mostrando il pugno”

Vi sono delle “colpe” imputabili a Berna? “Parlare di «colpe» mi sembra esagerato. Ci sono delle responsabilità. C’è innanzitutto un certo moralismo, di origine protestante, che porta il mondo nordico a guardare ai «sudici» con poca fiducia. Sei un uomo del meridione e quindi per forza di cose non sei affidabile, operoso, patriota. Tuttavia, quando si sceglie la strada del dialogo, e la discussione è accompagnata da argomenti seri e credibili, Berna sa ascoltare e anche venire incontro. È inutile illudersi del contrario: nella dinamica delle maggioranze e delle minoranze, tocca alle minoranze darsi da fare. Le istituzioni non sono società di beneficenza”.

Quali passi è necessario fare per modificare le cose e favorire sempre di più “lo sguardo verso nord”? “Dobbiamo rinunciare a illuderci di potercela fare da soli. Soltanto i populisti, coloro che chiacchierano senza sapere cosa fare – ingannando così i creduloni –, possono pensare che sia possibile agire diversamente. Bisogna anche togliersi di dosso l’idea, figlia di un complesso di persecuzione, che a Berna vivano i nemici del nostro cantone. Mostriamoci dunque sempre e dovunque propositivi. Presentiamoci come si deve e argomentiamo con progetti sensati che nascono da discussioni serie e non dall’improvvisazione o dalle furbate di turno”. Che cosa pensa di quei movimenti politici che molto sovente vedono in Berna un’entità estranea, una struttura politica incapace di comprendere le reali esigenze dei cantoni di frontiera? “In ogni forma di opposizione ci possono essere delle buone ragioni, o almeno dei validi motivi che sarebbe errato non ascoltare: se i toni sono sbagliati, questo non significa ancora che le rivendicazioni siano sempre e soltanto immotivate. È del resto scontato che chi sta lontano, in una capitale, non sappia sempre vedere in maniera corretta una determinata realtà e i suoi problemi: in par-

Ma i ticinesi rimangono comunque una minoranza… “Essere una minoranza è difficile. Le maggioranze non sono generose: prima fanno il loro fieno, poi quello degli altri. Ma questa è la situazione e occorre partire da qui: agendo con la testa piuttosto che mostrando il pugno. Non voglio comunque essere frainteso: aprirsi verso il nord non vuol dire in alcun modo venire meno ai propri diritti e neanche chiudere le frontiere con l’Italia. Tutto sommato, a parole, è anzi più facile dire che il nostro punto di riferimento più naturale, e storico, è il «Belpaese». Ma le parole non bastano”.

In Ticino permane una notevole resistenza ad apprendere la lingua tedesca, che è poi la chiave che apre le porte della Svizzera interna. Che cosa sarebbe necessario fare per favorire la conoscenza di questa lingua? “Premesso che l’idioma delle regioni italofone deve essere l’italiano, è necessario impegnarsi di più per imparare, con il francese, anche il tedesco. Ai nostri confederati germanofoni bisogna chiedere che abbandonino lo «Schwytzertütsch» quando parlano con chi non è dei loro. Sappiamo che la scuola è intasata di materie e non possiamo chiederle altri sacrifici. Occorre creare più disponibilità al dialogo. Cerchiamo inoltre di favorire la mobilità – ecco una bella consegna per AlpTransit – e l’incontro, nell’ambito della scuola, del lavoro, dell’associazionismo, nel campo scientifico e culturale. E costruiamo un turismo più intelligente che non disperda scioccamente le sue forze nel particolarismo ma le unisca nell’interesse di tutti”. note 1 Ticinosette n. 41/2011 (http://issuu.com/infocdt/docs/n_1141_ti7) 2 R. Martinoni, La lingua ialiana in Svizzera, SalvioniEdizioni, 2011


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Ma quali gnocchi…? Piccolo ma fondamentale per la comprensione di una frase, l’articolo è sovente al centro di qualche dubbio. E le cose si complicano quando le parole sono di origine straniera di Gaia Grimani illustrazione di Micha Dalcol

Lingua

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L’articolo, dice la grammatica, è la parte variabile del discorso che si premette al nome allo scopo di individuarlo e inserirlo in un contesto, marca il genere (maschile o femminile) e il numero (singolare o plurale). Permette di capire se la persona o la cosa indicate si devono intendere in senso generico “Mi sono rivolta a un avvocato”; o preciso: “Mi sono rivolta all’avvocato Rossi”. Infine fa acquistare alle altre parti, cui si premette, la funzione di nome: “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Gli articoli sono determinativi (il, lo, la, i, gli, le), indeterminativi (un, uno, una) o partitivi (del, dello, della, dei, degli, delle). Sembra tutto facile e nessuno sospetterebbe che sull’uso e la forma di queste inflazionate paroline gravino, invece, tutta una serie di dubbi. I primi dilemmi… Si dice il pneumatico o lo pneumatico? Un iettatore o uno iettatore? Un psicologo o uno psicologo? Nei dizionari e nelle grammatiche si trovano spesso norme diverse e non si sa come comportarsi. Le regole, però, ci sono e sono chiare: lo, uno, gli si usano davanti a parole che cominciano per s impura (cioè seguita da consonante) e x, y, z, gn, ps. Quindi: lo straccio, lo xilofono, uno yogurt, lo zero, lo gnomo, gli psicologi. Le forme il gnocco, i gnocchi sono considerate nell’uso semidialettali e quindi da scartare, anche se la mamma li ha preparati fumanti e ghiotti per il pranzo. Anche davanti a parole che cominciano per pn, grammatiche e dizionari, concordi, prescrivono lo, uno, gli (o almeno lo considerano “uso colto”). Però in questo caso si verifica una differenza evidente fra la prescrizione grammaticale e l’uso: quasi tutti, infatti, dicono il pneumatico, un pneumatico, i pneumatici. Non si sa perché ciò accada: forse per il fatto che nei libri di filosofia si tende a scrivere il pneuma per indicare la parte spirituale dell’uomo. Gli stessi medici cadono in contraddizione quando dicono il pneumotorace e nei medesimi testi scientifici lo pneumococco, gli pneumococchi. La lingua parlata e la scure della “norma” La contraddizione fra norma e uso è una costante di moltissime lingue, e la tendenza odierna è quella di far prevalere un uso illuminato su una regola vecchia e stantia. Si pensi che

addirittura l’Enciclopedia Zanichelli, alla voce “il”, sostiene l’uso di lo pneumatico; ma alla voce “pneumatico” si legge: «Il p. ha rappresentato uno dei fattori principali nell’evoluzione dell’automobilismo e del motociclismo”. Se non è il colmo! Un caso a sé sono le parole di origine straniera, entrate sempre di più a far parte della lingua italiana: di solito funziona più il riferimento alla pronuncia che alla grafia ma, per esempio, eccezionalmente davanti a parole di origine inglese che cominciano con w si è imposto l’uso di il, un, i: come il Webster, un whisky, analogamente a quanto si fa, qui a ragione, per le parole tedesche (il würstel, i würstel). Davanti a parole di origine inglese o tedesca che cominciano per h aspirata seguita da vocale, la regola vorrebbe che l’h sia considerata come una consonante: perciò si dovrebbe scrivere lo humour, lo hobby. Ma di fatto nessuno lo fa e l’uso corrente dice un hobby, gli hobby, come se queste parole cominciassero per vocale. La questione dei nomi Una questione importante riguarda, poi, l’uso dell’articolo prima del cognome delle donne, prescritto dalle grammatiche proprio per individuare che la persona di cui si parla è di sesso femminile, contrariamente a quanto si fa per i cognomi di uomini illustri per i quali è stato negli ultimi tempi abbandonato (Manzoni e la Maraini). Oggi però si cerca di uniformare la regola e di scrivere anche il cognome della donna senza articolo, nonostante talvolta se ne senta la mancanza. La via giusta si capirà solo con il tempo. C’è poi un uso particolare dell’articolo con i nomi di battesimo che divide la vicina Italia in due: si adopera al nord, specie per i nomi femminili, non si usa al sud. Il Filippo e la Mariuccia sono permessi quando si parla in famiglia, ma nell’uso corretto della lingua è meglio eliminare questa abitudine. Nulla è più specifico di un nome proprio: che bisogno c’è di ulteriormente determinarlo con l’articolo? Per esprimerci correttamente dobbiamo apprendere dai giardiniere e piuttosto potare che aggiungere. Ciò risolverebbe anche l’inflazione degli articoli partitivi, non amati dai grammatici. Che bisogno c’è di domandare: “C’è della posta nella casella delle lettere?”; quando funziona benissimo: “C’è posta nella casella delle lettere?”.


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Vivere nella luce Il sole e l’illuminazione naturale sono elementi fondamentali per una buona qualità di vita nella propria casa, ma a volte poco considerati a cura della Redazione

Un appartamento o una casa curati e arredati con gusto ma carenti di luce naturale tendono immediatamente a trasmettere un vago senso di tristezza e solitudine. Al contrario, un luogo “povero” da un punto di vista dell’arredo ma luminoso ed rivolto al sole, con semplici e giusti tocchi di colore non potrà che invitare i proprietari e i loro ospiti a intrattenersi con piacere in un ambiente allegro e positivo, sia nel periodo estivo sia in quello più grigio e invernale. Finestre, pareti o porte vetrate, lucernari e abbaini sono elementi fondamentali per permettere al sole di entrare. Aperture, anche mentali, verso l’esterno e gli elementi naturali. L’ideale è che la luce diurna sia in grado di illuminare tutti gli ambienti della casa, così da evitare l’utilizzo di luce elettrica (e tagliare così inutili costi domestici e ambientali). La luce solare ha il vantaggio di donare alla casa un aspetto più naturale e vitale, enfatizzando colori e forme. Ma non sempre è possibile intervenire aprendo o chiudendo finestre e lucernari, in particolare quando non siamo i proprietari dello stabile... da qui l’importanza di una scelta oculata del proprio domicilio. Come sappiamo, e al di là dei vantaggi estetico-visivi nella propria abitazione, la luce naturale ha una enorme influenza anche sul nostro stato d’animo. Privarsene anche in casa, oltre che nel corso della settimana nel chiuso di uffici e aziende, significa non approfittare di una fonte di energia primaria per la quasi totalità degli organismi viventi. Come per l’esposizio-

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ne al sole del nostro corpo, anche in casa la luce naturale può essere diretta o filtrata, e dunque donare, come dicevamo, a tutto l’arredamento tonalità e sfumature diverse nell’arco della giornata. Ecco perché, per esempio, optare per una tipologia di porta o di finestra è essenziale (materiale, colore, forma delle aperture, tipo di vetro, ecc.) e, in particolare, la scelta di abbinare alla stessa finestra della cucina, della camera da letto o del bagno tede e tendaggi più o meno pesanti, colorati e ricercati. Rispetto a qualche decennio fa, investire sulle tende di casa pare sia diventata l’ultima delle necessità e l’industria dell’arredamento si è adattata a questa scarsa propensione delle giovani generazioni a scegliere con cura questo elemento d’arredo. Sempre che le tende ci siano: non è raro infatti trovare appartamenti nei quali finestre e accessi alle terrazze siano privi di qualsiasi filtro (anche verso occhi indiscreti), lasciando infissi e porte completamente a vista. È certo una scelta (o non-scelta) anche questa che però – se non è supportata da un’architettura razionale in grado di dialogare con la nudità e la purezza delle forme degli interni – trasforma sovente la casa in un luogo “precario”, poco curato e amato.

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invito alla lettura Tricia Guild, La casa dipinta, Vallardi, 1995 Pepa Poch, L’arredamento, Logos, 1998 Tricia Guild ed Elspeth Thompson, Vestire la casa, Mondadori Electa, 2009

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I quattro accampamenti “Il Signore disse a Mosè: «Comanda agli Israeliti che tornino indietro e si accampino davanti a Pi-Achiròt, tra Migdol e il mare, davanti a Baal-Sefòn; di fronte a quel luogo vi accamperete presso il mare»” di Carlo Baggi illustrazione di Mimmo Mendicino

Kronos

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L’inquietudine che pervade la nostra quotidianità è dovuta al fatto che, benché tutto appaia proseguire secondo i ritmi usuali del comprare, del vendere, dell’edificare e dell’intraprendere, giorno dopo giorno qualche cosa cade. È come se i nostri piedi fossero appoggiati su un piano sempre più inclinato e operasse una forza di gravità che attirando pezzi delle nostre sicurezze, dopo averli staccati, li fa precipitare nel vuoto. Certezze date ormai per acquisite non sono più tali; ricchezze che consentivano di dormire sonni tranquilli incominciano a rendere inquieti, perché reclamano garanzie d’impiego che non è più possibile ottenere. Migliaia di miliardi sono finiti nel frullatore di un sistema che permane in stato comatoso, mentre risparmi di decine di milioni stanno facendo la differenza tra la vita e la morte civile di una moltitudine di esseri umani. Un esempio biblico La situazione è tale che, ogni giorno che passa, si rende sempre più evidente che il fallimento non è solo quello dei soliti paesi noti ma di un intero sistema. Viene in mente uno dei più drammatici episodi, narrato nel Libro dell’Esodo (14:7), cui dovettero far fronte gli israeliti appena usciti dall’Egitto. Accadde quando essi si trovarono chiusi tra il Mar Rosso e i carri da guerra del Faraone. La situazione era disperata e in un commento talmudico al passo biblico (TJ Taanit II,5) si legge che il popolo si divise in “quattro accampamenti”. Gli appartenenti al primo suggerivano di tornare in Egitto, per evitare la carneficina; quelli del secondo di buttarsi in mare per farla finita, quelli del terzo di resistere con le armi e quelli del quarto di pregare. Mosè zittì tutti e mentre si voltava verso le acque alzando il bastone, un certo Nachshon ben Aminadav, che non sapeva nuotare, entrò risoluto in mare. Quando le onde stavano già lambendo il suo naso, il Mar Rosso si aprì e presentò il suo fondale asciutto. Questo racconto indica perfettamente, da un lato, gli atteggiamenti che si manifestano quando ci si trova a vivere in un momento che appare senza via d’uscita e, dall’altro, quello che invece è necessario fare.

Leggere la realtà Anche oggi si assiste alla formazione di “accampamenti” analoghi. Alcuni, per salvarsi, invitano a guardare rimedi usati in analoghe situazioni passate (sono quelli che vogliono tornare in Egitto), altri pensano di contrastare gli eventi con drastiche azioni economiche e sociali (sono quelli che vorrebbero usare le armi), altri infine hanno fede nella ripresa economica (sono quelli che pregano). Seguendo il racconto, l’unico atteggiamento che potrebbe salvarci pare essere proprio quello di Nachshon ben Aminadav. Occorre però chiedersi qual è la differenza tra il suo comportamento e quello degli appartenenti all’accampamento che propendeva per buttarsi in mare. La prima evidente constatazione è lo stato d’animo: Nachshon aveva una fede assoluta sul fatto che se Israele si trovava in quella situazione non era certo per la sua distruzione. I disperati del secondo accampamento, invece, avevano perso ogni intelligenza e fiducia a causa del dolore, della fatica e della paura. La seconda considerazione sta nel fatto che Nachshon capì che il Mar Rosso non era solo un ostacolo naturale, ma era un confine tra la schiavitù e la dignità del suo popolo. La necessità di scegliere Se guardiamo a quanto oggi accade, ci accorgiamo di vivere in un frangente simile a quello degli israeliti; solo che dietro di noi non ci sono i carri egiziani ma regole economiche e finanziarie che, dopo aver falciato un po’ d’umanità, vogliono farci tornare al passato per ricominciare un nuovo ciclo. Davanti non abbiamo il Mar Rosso, ma quello che il testo originale ebraico chiama yam suf, il “mare del limite”. Un confine che appare insuperabile perché separa un passato, che spegnendosi risucchia ogni speranza, da un possibile diverso futuro. Questo non è un tempo in cui tenere i “piedi per terra”, perché ciò significherebbe voler restare sul piano che s’inclina sempre più. Questo è, invece, il tempo in cui si deve scegliere se unirsi a uno degli accampamenti oppure a quelli che, come Nachshon ben Aminadav, con coraggio entrano nell’acqua del futuro.


Per colori in sintonia con la natura.

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» testimonianza raccolta da Demis Quadri; fotografia di Reza Khatir

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Paul van den Berge

Vitae

l’amico ha scelto un’altra strada, mia moglie e io abbiamo continuato a gestire la nostra piccola azienda di montagna per altri sette anni. In totale abbiamo lavorato lì per undici anni finché, a quarant’anni, mi sono detto che c’erano altre sfide nella vita che continuare in quell’impresa dura e poco remunerativa. Così siamo tornati in Svezia per finire gli studi; poi abbiamo vissuto un anno in Olanda per seguire alcuni corsi di specializzazione. Rientrato in Svizzera ho iniziato a collaborare con il FiBL, l’Istituto di ricerca dell’agricoltura biologica, e con la Sezione cantonale dell’agriPercorre il globo per garantire la qualità coltura, con il compito di dei prodotti che troviamo sulla nostra dare consigli agli agricoltori tavola. E osserva pregi e difetti della che volevano convertire le loro aziende all’agricoltura moderna agricoltura biologica biologica. Durante gli ultimi vent’anni, grazie a conInizialmente si trattava di una sumatori più consapevoli e ai contributi vacanza, ma nel corso di una della Confederazione, il numero di aziende visita nella Valle Verzasca sobiologiche è aumentato notevolmente. Inno stato colpito dalla bellezza tanto in tutta Europa l’agricoltura biologica dei luoghi. Per me, che venivo ha preso piede, per cui anche altri paesi si da un paese piatto, le montasono rivolti a noi per consulenze tecniche e gne, il fiume e il verde di quel strategiche. Con l’aumento della domanda paesaggio erano incredibili... di prodotti biologici, poi, la produzione Sulla via del ritorno ci siamo svizzera è diventata insufficiente, per cui fermati per un caffè in un le catene della grande distribuzione hanno ristorante di Gerra Verzasca iniziato a chiederci aiuto per trovare prodotti gestito da sole donne. Sentenbio anche all’estero e garantirne la qualità. do che cercavano un factotum E adesso in effetti lavoro poco in Svizzera, pur per la stagione e visto che operando spesso su richiesta di istituzioni e l’università ricominciava solo ditte confederate. Mi muovo in Europa, ma a ottobre, mi sono offerto e anche in Cina, in Sudamerica, nei paesi del mi hanno assunto. È là che ho Mediterraneo... L’importazione di prodotti conosciuto la mia carissima biologici in Svizzera permette a paesi poveri moglie e un amico coi quali di generare prodotti per l’esportazione e ho iniziato un’attività orticola creare posti di lavoro, invece di mandare gli in valle. operai a lavorare in Europa in condizioni Siamo riusciti a rendere circa spesso pessime. Oggi comunque l’agricoltura mezzo ettaro di terreno più biologica è un global business da 50 miliardi o meno pianeggiante e sendi dollari, per cui non è più questo il campo za massi, e abbiamo iniziato dove si fa qualcosa di “sovversivo”. a coltivare ortaggi e bacche Il nostro è un piccolo movimento ed è per biologiche. Il nostro vantagquesto che abbiamo vissuto quasi tutto il gio era che i prodotti in valle suo sviluppo, lavoriamo in commissioni per crescono più tardi che sul discutere di leggi, regolamenti e strategie per Piano di Magadino per cui, promuovere l’agricoltura biologica. In effetti quando per esempio la lattuga oggi la mia agenda professionale si divide per a valle era finita, gli alberghi il 40 per cento in attività politiche e per il di lusso e chi aveva interesse restante 60 in consulenze agli operatori della in prodotti di alta qualità per i filiera, per garantire ai consumatori di acquiquali il metodo di produzione stare alimenti sani, di qualità, e prodotti nel biologico era parte integrante, pieno rispetto dell’ambiente e degli animali. si rivolgevano a noi. Quando E non da ultimo, dell’uomo.

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S

ono nato ad Amsterdam, in Olanda. Ho finito il ginnasio nell’epoca in cui, dopo il ’68, si credeva di avere perso: alla speranza di cambiare il sistema economico e sociale si era sostituita l’idea di cambiare almeno la sfera individuale. A quel tempo credevo di pensare in modo indipendente: solo più tardi mi sono reso conto di quanto fossi un frutto di quel periodo... Mio padre importava tessili d’arredamento dalla Scandinavia e gli chiesi di poter andare in Svezia per uno stage. Così a 18 anni sono partito. Inizialmente volevo fermarmi sei mesi ma poi, avendo fatto amicizia e poiché la Svezia mi piaceva, sono rimasto. Dopo un anno di tirocinio ho iniziato a lavorare in un’agenzia pubblicitaria ma, stanco di contribuire alla vendita di prodotti superflui, ho maturato il desiderio di vivere una vita di auto-approvvigionamento, puntando sugli aspetti qualitativi più che quantitativi. Naturalmente capivo che non avrei potuto essere autosufficiente se non fossi stato capace di distinguere una capra da un cavallo. Così, molto impressionato dai libri di Scott Nearing – un socialista americano i cui volumi erano dedicati a esperienze di autogestione negli Stati Uniti – ho iniziato a lavorare per un contadino, rendendomi conto che l’agricoltura era proprio la professione che volevo intraprendere. Già all’epoca ero molto interessato all’agricoltura biologica. Se per altri questa poteva essere una scelta ambientalista o animalista, io avevo piuttosto una motivazione sociale e politica. Avevo l’impressione che l’agricoltura non fosse più gestita dagli agricoltori, ma che fosse in mano alle grandi aziende farmaceutiche e sementiere. Dopo varie esperienze scolastiche e lavorative nell’ambito dell’agricoltura ho iniziato l’università e in seguito, a 29 anni, mi sono trasferito in Ticino.


Il suo nome non era Gottardo di Daniele Fontana; fotografie di Peter Keller


in apertura Il vecchio Ospizio, dopo il suo recente restauro, è diventato oggi un albergo a destra La strada del passo domina il paesaggio alpino


A

ppare nelle prime luci di questo giorno d’agosto, incerto di nuvole basse distribuite tra rocce e pianori. I duemilaecento metri del Passo sono avvolti in un silenzio che è di cotone. Lo stesso che deve aver accolto il rivolo, incessante nel tempo e nella volontà, di pellegrini e viandanti che hanno affrontato, con ardimento, la via delle genti. È un bell’esemplare di camoscio. Una quarantina di chili di maschio adulto che quasi svaniscono in questo vedo e non vedo, silente e un poco mistico. Si muove sicuro e discreto. E osserva. È terra nota per lui. Per i suoi avi e per gli avi dei suoi avi. È stata a lungo anche terra protetta. Terra bandita di caccia. Sino a quando nel Novantadue i federali hanno ordinato di aprirla per evitare, dissero, danni alle piantagioni previste nel programma di protezione valangaria di Airolo. Dal verbale della Società Cacciatori del Gottardo, 2 febbraio 1908: “Il Guardiacaccia è obbligato di sorvegliare scrupolosamente, in particolare la bandita esistente ed in generale tutto il territorio di Airolo e dintorni onde impedire nel limite del possibile gli abusi contro le leggi sulla caccia”. Sono le sue terre. Sono sempre state le sue terre. Oggi sono arrivati anche gli stambecchi. C’è pace quassù. Da quando poi là sotto hanno preso a scavare buchi nella pancia del massiccio qui le cose vanno meglio. Certo non come ai tempi dei pellegrini, pronti a lasciare le proprie spoglie lungo la via tormentata (o nella cappella dei morti se, ritrovati, fossero stati considerati di fede ignota). Né come quando Goethe, Dickens, Hugo o Bakunin trascinarono sin quassù il proprio ingegno. Ma quegli strani umani, da qualche tempo, hanno spostato in basso la battaglia sempre più gigantesca tra il passaggio delle merci e quello delle persone, ed è già cosa. Oggi qui arrivano solo portatori di nomi d’agente: ciclisti, escursionisti, motociclisti, turisti. E qualche necessitato passante. Un bel viavai, ma ci possono stare. E poi arriva la neve. E sono metri. Ed è fatica. E poi qui si chiude tutto. Pace e bene. Dal verbale della Società Cacciatori del Gottardo, 20 dicembre 1952: “… Il pres. fa rimarcare che durante la stagione venatoria si constata un continuo affluire di cacciatori da tutte le parti del Cantone, di modo che gli sforzi sostenuti esclusivamente dalla nostra società per il ripopolamento non possono dare i risultati sperati…”. Come questo splendido, solitario esemplare adulto, gli animali si muovono incuranti di qua e di là dal passo. Perché per loro non c’è un di qua e un di là. Questo è il loro spazio senza fine, senza confini. Una coordinata dell’inizio del mondo. Nel cuore di una catena alpina lunga ed estesa; quattro fiumi distribuiti sulla linea dello spartiacque che segnano il paese prima di confluire nell’Europa; la culla di miti identitari, sull’uno e l’altro versante, che parlano di unità ma anche di apertura. Tutto il resto son balle degli umani, buone per farsi cattivo sangue e campagna elettorale. Perché noi che siamo noi, piccola parte di un piccolo paese nel cuore di una grande

in queste pagine Nei mesi estivi molti turisti provenienti da tutta Europa rendono visita al mitico Passo

(...)


a sinistra e destra Poco distante dal passo sorge la diga del Lucendro. Dalle acque del lago artificiale viene prodotta energia elettrica sotto Lo storico Ponte del Diavolo (al centro) visto insieme all’attuale ponte stradale (sopra) attraverso un’arcata del ponte ferroviario

Peter Keller Classe 1950, ha dapprima seguito una formazione nell’ambito della tipografia e della fotografia, in seguito si è diplomato in Ingegneria della stampa e dei media presso l’Università di Stoccarda. Dopo una carriera dirigenziale per diversi quotidiani, da luglio 2012 lavora come fotografo e autore indipendente. Ha collaborato con i foto­ grafi Adriano Heitmann e Reza Khatir. Nel 2010 è stato pubblicato il volume fotografico Barocco (Edizioni Casagrande, Bellinzona).


entità, non ci veniamo a stare un poco quassù? A meditare in quest’aria fina intitolata al benedettino riformatore, grande architetto e pedagogista, guaritore, secondo onomastica popolare, di gotta e afflizioni reumatiche di varia natura. Non credo che di nome faccia Gottardo quel camoscio, ma da come si muove pare che anche lui, secondo onomastica corretta, goda della protezione di dio. Dal verbale della Società Cacciatori del Gottardo, 21 aprile 1928: “… Si risolve di rivolgersi nuovamente al Dipartimento affinché abbia a prendere misure ancora più severe contro il bracconaggio. Le multe applicate ultimamente ai bracconieri, presi colle armi alla mano, erano addirittura derisorie ed atte ad incoraggiare invece di reprimere il bracconaggio medesimo…”.

Mi guarda. Ha l’occhio tranquillo di chi sta facendo il proprio dovere. Che è poi quello di vivere. Non l’ha scelto lui. Ma lo fa come meglio gli riesce. Fin che può. Dal verbale della Società Cacciatori del Gottardo, 14 dicembre 1990: “… Un piccolo aneddoto successo al nostro vicepresidente nonché sindaco del paese… Trovatosi di fronte un anzello di camoscio ammalato di cherato-congiuntivite, non ha avuto il coraggio di sparargli… Il camoscio, intuendo la forza degli onorevoli, ha pensato bene di suicidarsi davanti al sindaco dopo un salto di diversi metri in un precipizio…”. Lui non ha nessuna intenzione di buttarsi a capofitto giù da un dirupo. Ci vede benissimo. E sa dove andare. E però si ferma. Di colpo. Mi guarda. Lo sguardo, teso e inquieto, attraversato da un lampo. Come quello che, precedendo di una frazione di secondo il tuono del botto, gli spacca il cuore. Si accascia assorbendo l’onda d’urto. Non un movimento, né un gesto teatrale, né una voce. Se ne va così, strappato alla vita e alla sua terra, fuori tempo, fuori legge, fuori logica. No, ora sono certo. Il suo nome non era Gottardo.

La nebbia non se ne va, il sole non arriva. Ci vuol nulla, da queste parti, per avere freddo. Noi. Lui no. Il camoscio continua il proprio cammino. Sicuro. Leggero. Non ha nulla da temere. Che ne sa lui di bandite, di scelte politiche, di leggi, di regolamenti e di bracconaggio? Che ne sa lui di sermoni identitari, di rifiuti dell’altro, di presunzioni e dell’egoismo degli umani? C’è spazio per tutti in queste terre spalancate sul mondo. E poi mancano quindici giorni all’apertura della caccia. Hai voglia. Chissà dove sarà allora.

Dal verbale della Società Cacciatori del Gottardo, 7 maggio 1992: “… Il presidente fa notare lo scalpore provocato dalla caccia fuori stagione nella bandita del Sasso Rosso”.

Dal verbale della Società Cacciatori del Gottardo, 15 febbraio 2003: “... Secondo il presidente e il comitato la situazione del camoscio nel nostro comprensorio, a causa dell’apertura della bandita del Sasso Rosso, è abbastanza critica”.

Le citazioni riportate in corsivo sono tratte dal portale internet del comune di Airolo, sezione “Società & Associazioni” (http://airolo.ch/it/comune/societaassociazioni/societa-locali/cacciatori-del-gottardo.html).


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Una timida legge Venerdì 14 e sabato 15 settembre si svolge il Festival della formazione, appuntamento dedicato al mondo del lavoro che permette di informarsi sull’offerta legata sia all’apprendimento sia al perfezionamento professionale. Nell’attesa che la politica dia finalmente forma alla volontà popolare sancita nel lontano 2006... di Stefano Guerra

Società

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La Svizzera dovrebbe avere entro il 2015 la sua prima Legge federale sulla formazione continua (Lfco). Nessuno o quasi contesta la necessità di una normativa che finalmente provi a mettere un po’ d’ordine in un mercato da 5,3 miliardi di franchi, dove lo Stato si limita a svolgere un ruolo sussidiario (spendendo 600 milioni), caratterizzato da un’offerta assai eterogenea, non di rado opaca e dalla quale le persone poco qualificate spesso rimangono escluse. Già in fase di consultazione, però, l’avamprogetto elaborato dal Consiglio federale ha raccolto una salva di critiche: da un lato, sindacati, Partito socialista e associazioni che rappresentano gli operatori del settore denunciano l’assenza di un diritto alla formazione continua o, viceversa, di un obbligo per i datori di lavoro; dall’altro, padronato e destra politica insistono sulla difesa della concorrenza e sulla responsabilità individuale. Principi, questi, sostenuti a spada tratta anche dal Governo, che entro fine anno trasformerà il testo in un messaggio al Parlamento. E date le premesse, il dibattito alle Camere su questa attesa legge, destinata a dare sostanza alle disposizioni costituzionali sulla formazione plebiscitate alle urne nel maggio 2006, si preannuncia tutt’altro che tranquillo. La “formazione” si promuove In vista dell’imminente edizione del “Festival della formazione 2012” (www. festivalformazione.ch; in Ticino si terrà a Bellinzona, venerdì 14 settembre al Centro professionale commerciale, sabato 15 al Centro d’arti e mestieri), Ticinosette ne ha parlato con Furio Bednarz, dal 2010 presidente della Conferenza del-

la Svizzera italiana per la formazione continua degli adulti (CFC) e membro di comitato della Federazione svizzera per la formazione continua (FSEA), nonché responsabile dell’Ufficio studi e ricerche della fondazione ECAP.

Buongiorno. “Festival della formazione”, “lifelong learning”, “Giornata dell’illetteratismo”, “Expoprofessioni”… Se il lavoro è un mercato, non è strano che anche la formazione continua sia spesso oggetto di slogan e di ripetute campagne pubblicitarie? Un’eccessiva promozione non rischia di alimentare oltre misura un mercato sul quale già oggi si muove una miriade di attori che offrono una pletora di corsi? “Sono d’accordo: bisogna stare attenti a non fare della formazione continua una moda, e un dovere più che un diritto. Ma prendiamo il concetto/slogan «lifelong learning»: pone al centro non tanto la formazione quanto la capacità di apprendere lungo tutto l’arco della vita. Oggi le persone apprendono per l’80 per cento in maniera «informale», attraverso l’esperienza di vita, il lavoro, gli scambi, le riflessioni che fanno su ciò che accade loro; il restante 20 per cento lo si apprende invece in modo «formale», attraverso formazioni di vario tipo. Il Festival che organizziamo non è una manifestazione pubblicitaria, piuttosto un tentativo di promuovere quest’idea di apprendimento in senso lato. Ed è importante formarsi,

poiché non si apprende dall’esperienza in modo meccanico, bisogna saper trasformare quest’ultima in competenze. D’altro canto, è necessario raggiungere i cosiddetti «pubblici sfavoriti» – persone sprovviste di conoscenze di base, o che per varie ragioni le hanno perse –, che davvero hanno bisogno di un complemento formativo per poter essere soggetti a pieno titolo della società”. Il settore della formazione continua in Svizzera è molto eterogeneo. La legge offrirà nuovi strumenti che possano assicurare un’offerta trasparente e di qualità? “L’avamprogetto ha evidenti limiti, ma anche alcuni pregi. Pur non specificando, almeno per ora, strumenti e risorse finanziarie per promuoverli, richiama al principio delle pari opportunità e insiste sul recupero delle competenze di base per quel che riguarda la lettura, la scrittura, la matematica elementare e l’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Inoltre, abbozza un discorso sulla qualità e la trasparenza delle attestazioni rilasciate al termine dei corsi. Il testo pre-

Sogno avverato. vede un certo disciplinamento del settore, da operarsi anche con dei criteri del resto già incorporati nella norma «eduQua», applicata con successo da lungo tempo. Un miglioramento c’è, ma si tratta di un discorso non facile perché in Svizzera – come peraltro sancisce lo stesso testo posto


se ci limitiamo a finanziare la domanda individuale perderemo il pubblico più debole, che per mancanza di conoscenze, di risorse o semplicemente per vergogna non si avvicina all’offerta formativa. L’effetto paradossale di questo cambiamento è che finiremo col finanziare chi già ha accesso all’offerta. Le forme di finanziamento devono invece continuare a sostenere anche le azioni di sensibilizzazione e animazione della domanda svolte dagli stessi organizzatori dei corsi, dalle istituzioni pubbliche, dai sindacati e dalle associazioni padronali”. La Lfco non sancirà alcun diritto né obbligo per quel che riguarda il perfezionamento: i datori di lavori sono pregati di favorirlo, ma non saranno obbligati a concedere, per esempio, un congedo di formazione di alcuni giorni all’anno come invocano invece i sindacati… “Il congedo di formazione sarebbe stato molto importante soprattutto per le persone poco qualificate, il cui perfezionamento non viene considerato prioritario nei progetti di investimento delle aziende. Ma le resistenze del mondo padronale su questo punto sono state molto forti. Una mediazione andava fatta, altrimenti c’era il rischio che saltasse tutto. Va detto però che già molti contratti collettivi e regolamenti aziendali prevedono azioni di sostegno – in alcuni casi, anche dei congedi retribuiti – alla formazione continua dei dipendenti”.

Dante (imm. tratta da Ritorno dalla California di G.F. Cavalli e G.B. Monaco, Armandò Dadò, 2010)

Arrivederci.

contempo un’offerta di qualità e condizioni d’accesso favorevoli per le persone meno abbienti e altre categorie di persone vulnerabili (migranti, donne, altre persone poco qualificate o sprovviste di competenze di base, ecc.). Non vorremmo che in futuro, a causa di quest’impostazione assai liberale, venissero tolte risorse ai cantoni che da tempo fanno molto in questo campo”.

Appunto, “responsabilità individuale”, offerta statale che non deve “perturbare la concorrenza”… Con un’impostazione simile, che genere di benefici potranno attendersi le persone poco qualificate dalla futura legge? “Se questi principi verranno applicati in modo rigido, il rischio è di annullare la capacità di intervento nei confronti dei pubblici deboli, in particolare in quei cantoni (come il Ticino)1 dove l’ente pubblico riveste un ruolo importante nella promozione della formazione continua, garantendo al

Altro punto controverso, che ha sollevato non poche critiche (anche da parte della CFC) in fase di consultazione, sono le modalità di sostegno finanziario: si passa da un finanziamento orientato all’offerta a un finanziamento orientato alla domanda. Con quali conseguenze possibili? “Il principio [finanziare chi chiede di seguire un corso, previa presentazione di una richiesta formale, ndr.] è condivisibile. Ma sappiamo anche – diversi studi, anche recenti, lo hanno dimostrato – che la domanda di formazione continua la esprime solo chi è in grado di farlo. Perciò,

in consultazione – la libertà di mercato degli operatori attivi nel settore della formazione continua è fortemente tutelata”.

note 1 La Legge cantonale sull’orientamento scolastico e professionale e sulla formazione professionale e continua (Lorform), entrata in vigore 15 anni fa, prevede misure specifiche, mirate in particolare al recupero delle competenze di base. Dal primo gennaio 2010, inoltre, è in funzione un Fondo cantonale per la formazione professionale che sostiene anche misure nel campo della formazione continua.

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Blue denim Il giubbotto

Tendenze p. 48 – 49 | di Marisa Gorza

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ersatile, trasversale, polisemica... la tela dei jeans è sulla cresta dell’onda da almeno 150 anni. Anzi, da ben oltre se scaviamo alle radici delle sue origini: l’antenato più credibile, il fustagno di Genova (Gênes, da qui la nota etimologia), veniva prodotto già in epoca rinascimentale ed era molto richiesto sul mercato inglese. Nel Settecento, con sfacciata concorrenza, si diffuse un prodotto francese chiamato denim da “serge de Nimes”, una robusta stoffa di cotone color indaco. Di stirpe italica o francofila, sarà però solo nella seconda metà dell’Ottocento, durante la corsa all’oro americana, che il tessuto verrà utilizzato per confezionare pratici abiti da lavoro. Grazie alla caratteristica resistenza all’usura, i primi pantaloni jeans dalle comode cinque tasche furono così indossati da braccianti, minatori e mandriani dei ranch. Dalle vacche ai cinema Ma per quale ragione diventarono un capo tanto alla moda? Già negli anni Trenta del Novecento i cowboy protagonisti delle pellicole western indossavano i blue denim jeans che davano loro una rude immagine da macho. Via, via il cinema e la fotografia se ne impossessarono completamente. Anzi, Hollywood ne fece il simbolo del guardaroba dei giovani ribelli, indossato da James Dean e compagni in Gioventù bruciata. Per non parlare del mondo del rock dove i riferimenti non si contano. Ai pantaloni bell bottom, che dagli anni Cinquanta in avanti avrebbero cambiato la fisionomia di ogni città e paese, si univa il giubbotto, sempre in tela denim e dallo sprone sagomato come le camicie dei cowboy (sempre loro). Sì, proprio quello sfoggiato da Elvis Presley nelle sfrenate performance rock’n’roll. L’appeal della gagliarda trama è diventato sempre più pregnante, enfatizzato dall’immaginario creato dagli stilisti che, da materia prima per indumenti simbolo di anticonformismo e di un mondo eversivo, la rendevano espressione di uno chic sensuale e grintoso. Sia maschile sia femminile. Il culto in versione “up to date” Il mito del giubbotto in denim sopravvive a mutamenti di mode e stili. Pronto a essere indossato e riparare dalle prime brezze anche in queste ultime settimane d’estate. Pronto da far girare sia sullo svolazzante abitino sia sugli inseparabili jeans compagni di tante avventure… O magari rendere più disinvolti gli impeccabili, classici, calzoni di un uomo “di stile”.


Philipp Plein

Dirk Bikkembergs

Decisamente glamour e giocosa la versione dedicata da Philipp Plein a una donna dallo stile eclettico, un po’ cowgirl, un po’ biker, un po’ hippie. Il suo giubbotto passepartout, nella tela dei jeans scolorita ad arte, è sagomato da furbe cuciture e ha spalle importanti, enfatizzate da una manciata di autentici cristalli Swarovski. La citazione rock alla Marianne Faithfull è stemperata dal tocco couture. Oppure (sempre dello stesso marchio) il bomber maschile, anzi... da vero macho, evoca con divertita ironia il genere american vintage. Il denim molto scuro è percorso da pennellate candide, con un gradevole effetto vissuto; mentre i bottoni metallici sono qua e là sostituiti da piccoli teschi cesellati. Originali e ricercate pure le costure imbottite intorno alle spalle e lungo le maniche. Un look forte e piuttosto fuori dal comune. Il capo Dirk Bikkembergs è fornito di tutti i dettagli e i crismi del chiodo più basic. Cioè forma retrò e sportiva interpretata con una tela in intense cromie indaco, rivetti metallici, più collo, polsi, sprone tratteggiati da cuciture a vista, compreso il doppio, tipico arco delle tasche. Tuttavia ha il comfort e la scioltezza di una camicia da infilare, o meno, nei jeans risvoltati all’orlo. Sempre con quel quid cameratesco propriamente maschile. Idee che attingono a un eccitante passato, forse per creare una musica nuova da un vecchio 78 giri.

Philipp Plein

Eccolo nella sportiva interpretazione Just Cavalli in corposo denim deep blue, reso femminile dai motivi criss-cross sul davanti e lungo le maniche, nonché le impunture a contrasto, triple e reiterate. Si abbina alla camicia in seta laserata e calzoni skinny a righe sfumate, ma piace anche sul miniabito dal taglio ad “A” alla Swinging London anni Sessanta oppure sul gonnellone folk, ricordo delle vacanze... Secondo la vostra personale creatività.

alli Just Cav


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Astri toro

gemelli

cancro

Grazie a Luna e a Venere il periodo compreso tra il 12 e il 14 settembre si presenta favorevole per la condivisione con il partner di atmosfere passionali. È arrivato il momento giusto per iniziare una nuova attività.

Furor amoroso. Marte e Venere si trovano reciprocamente in posizione disarmonica rispetto al vostro Sole natale. La configurazione vi rende più gelosi e possessivi rispetto alla norma. Qualche disturbo di stagione.

Grazie all’arrivo di Venere la vostra vita sociale tende a esser piacevolmente sollecita. Questo è il momento adatto per partecipare a incontri mondani. Momento fortunato per architetti, progettisti e creativi.

Il transito di Marte tende a favorire una crescita esponenziale della vostra forza interiore. Mantenete la vostra indipendenza. Particolarmente reattivi a compiere scelte drastiche i nati nella prima decade.

leone

vergine

bilancia

scorpione

Con il transito di Venere il vostro aspetto fisico tende a migliorare. Tra il 12 e il 13 settembre dovrete stare attenti a non adottare atteggiamenti eccessivi e contro producenti. Tenete a freno il vostro ego.

Grazie al trigono tra Mercurio e Plutone finalmente riuscite a mettervi in sintonia con gli argomenti più profondi. Interesse per le dinamiche della sfera affettiva. Positive le giornate tra il 9 e l’11 settembre.

Grazie a Venere nel segno del Leone si apre una fase di grandi passioni. La Dea dell’Amore vi spinge a vivere momenti di grande trasporto. Momenti di forte stress nella professione tra il 10 e l’11 settembre.

Tra il 12 e il 13 settembre Marte, Luna e Venere si troveranno in quadratura. La circostanza astrale potrà rivelarsi esplosiva per quanto riguarda la vostra vita sentimentale. Passioni e gelosie fuori controllo.

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Momento ideale per partire in compagnia del proprio partner e abbracciare una nuova cultura. Facile risoluzione di una vertenza legale. Atteggiamenti egocentrici con il compagno per i nati nella seconda decade.

Le energie si protendono verso il futuro. Tra il 9 e il 15 settembre grazie ai buoni aspetti con Marte vi sentire pronti a inserirvi all’interno di un lavoro di équipe. Discussione in famiglia… mantenete la calma.

Con Marte di transito vi sentite determinati a raggiungere i vostri obiettivi professionali costi, quel che costi. Grazie a Giove i nati nella seconda decade potranno contare su di una buona dose di fortuna.

A partire dal 9 settembre Mercurio in opposizione. Le facoltà intellettuali stanno per essere potenziate, ma anche le vostre capacità critiche. Attenti a non esser troppo puntigliosi con partner e soci.

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La soluzione verrà pubblicata sul numero 38

Risolvete il cruciverba e trovate la parola chiave. Per vincere il premio in palio, chiamate lo 0901 59 15 80 (CHF 0.90/chiamata, dalla rete fissa) entro giovedì 13 settembre e seguite le indicazioni lasciando la vostra soluzione e i vostri dati. Oppure inviate una cartolina postale con la vostra soluzione entro martedì 11 sett. a: Twister Interactive AG, “Ticinosette”, Altsagenstrasse 1, 6048 Horw. Buona fortuna!

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Verticali 1. Noto successo di Pino Daniele • 2. Arrampicarsi, salire a fatica • 3. Vaso panciuto • 4. Cortile agreste • 5. Lo risolvono gli enigmisti • 6. La capitale delle Hawaii • 7. Pari in timbri • 8. Il richiamo del cavallo • 9. Uno a Londra • 15. Tempi... pari • 17. Sud-Est • 18. Precede Angeles • 20. Pedina coronata • 23. La scienza che studia la conformazione terrestre • 25. Le iniziali di Bonolis • 26. Parte del diencefalo • 29. Mezza tara • 30. La cura l’otorino • 32. Parte di chilo • 34. Pronome personale • 36. Il pasto del soldato • 39. Veloci, celeri • 40. Vestiti • 42. Squadra madrilena • 46. I confini del Ticino • 48. Consonanti in miele • 50. Ente Turistico.

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Orizzontali 1. Il nome di Rossini • 10. Istituzioni • 11. Il Leggendario Hood • 12. Mora • 13. Congiunte • 14. Il numero perfetto • 15. Torna sempre indietro • 16. Spagna e Portogallo • 17. Li usano i sarti • 19. Affermare • 21. Priva di contenuto • 22. Il ghiaccio del barman • 23. La pianta dei bachi • 24. La quarta nota • 25. Ha per capitale Lima • 27. Le iniziali di Rascel • 28. Il nome di Marley • 29. Maglietta estiva • 31. Non proprio spinto • 33. Lo è il capo ritirato dalla lavanderia • 35. La glicerina che scoppia • 37. Istituto Tecnico • 38. Recisa • 41. Sarcasmi • 43. L’ami di Maupassant • 44. Escursionisti Esteri • 45. Puri, illibati • 47. Propaggini vegetali • 49. Feticcio indiano • 51. Cingono il capo degli eroi • 52. Andato in poesia.

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La soluzione del Concorso apparso il 24 agosto è:

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Tra coloro che hanno comunicato la parola chiave corretta è stato sorteggiato: Arnoldo Rutishauser via Ghiringhelli 36 6500 Bellinzona Al vincitore facciamo i nostri complimenti!

Premio in palio: buono RailAway FFS per l’offerta “Infocentro AlpTransit Pollegio” RailAway FFS offre 1 buono del valore di 120.– CHF per 3 persone in 2a classe per l’offerta RailAway FFS “Infocentro AlpTransit Pollegio” da scontare presso una stazione FFS in Svizzera. Ulteriori informazioni su ffs.ch/railaway-ticino.

Infocentro AlpTransit Pollegio: NTFA live! All’Infocentro AlpTransit di Pollegio, la particolare architettura del centro di comunicazione della Nuova trasversale ferroviaria alpina (NTFA) e i 57 chilometri della galleria ferroviaria più lunga del mondo, renderanno unica e indimenticabile la vostra visita. Potrete ammirare la mostra multimediale e interattiva, e un buon pranzo al “Bistro57” farà il resto. I visitatori individuali possono partecipare, su riservazione, a una visita di gruppo.

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Ticino7  

Numero 36 - Settimanale della svizzera italiana

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