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№ 19

del 11 maggio 2012

con Teleradio 13–19 maggio

Obesità

il pesO degli svizzeri C  T › RT › T Z ›  .–


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Ticinosette n° 19 11 maggio 2012

Agorà Obesità. La Svizzera “pesante” Arti Bill Evans: un pacato innovatore Società Emigrazione ticinese

Impressum

Kronos Gattità

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Letture Radici e metafore Incontri L’insegnante

Chiusura redazionale

Storie 5 maggio

Venerdì 4 maggio

Editore

Teleradio 7 SA Muzzano

Direttore editoriale Peter Keller

Redattore responsabile Fabio Martini

Coredattore

Giancarlo Fornasier

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TiTo MangiaLajo ranTzer. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

roberTo roveda . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

FranCesCa rigoTTi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

gaia griMani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

danieLe FonTana. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Vitae Claudio Pontiggia

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eLisabeTh aLLi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Reportage Orta San Giulio. L’isola Luoghi Acque nere

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roberTo roveda; FoTo di reza KhaTir . . . . . . . . . . . . . . .

MarCo jeiTziner . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tendenze Giochi in tavola

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Laura di CorCia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

MarieLLa daL Farra . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tiratura controllata 70’634 copie

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FranCesCa ajMar . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Astri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Cruciverba / Concorso a premi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Photo editor Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Centro Stampa Ticino SA via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch www.issuu.com/infocdt/docs

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(carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona

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In copertina

Gusto elvetico Elaborazione grafica di Antonio Bertossi

Tabula rasa Sul n . 16 di Ticinosette del 20 aprile abbiamo pubblicato il commento di un lettore di Airolo (inviato dall’autore sia al “Corriere del Ticino” sia al “Giornale del popolo”, ma non a Ticinosette) riguardo a un articolo di Roberto Roveda uscito sul n . 12 e concernente le complesse problematiche che si trovano ad affrontare le donne coinvolte nelle relazioni sentimentali con i sacerdoti . Un tema difficile, che si connette a quello del celibato ecclesiastico, oggi al centro del dibattito all’interno della Chiesa cattolica . All’intervento del lettore risponde con esemplare chiarezza Stefania Salomone, ideatrice del sito “Il dialogo” (www.ildialogo. org), e in passato più volte intervistata da Roberto Roveda riguardo alle tematiche in oggetto . Come sempre gli articoli citati possono essere reperiti nel nostro archivio online (www. issuu.com/infocdt/docs) . “Vorrei molto brevemente replicare alle osservazioni del sig. F.F. in merito all’intervista di Roberto Roveda alla sottoscritta sulle relazioni donna-prete pubblicata sul n. 12 di Ticinosette. Nello scritto del sig. F.F. ho ravvisato il tipico ardore di chi pretende di parlare di argomenti di cui non conosce quasi niente, tanto da definirsi egli stesso «profano». Mi sembra che sia palese una confusione dei piani della questione. Se ben informato, chiunque potrebbe conoscere la normativa ecclesiastica o se vogliamo la tradizione dottrinale da cui questa è scaturita. Più difficile invece conoscere le conseguenze di questo impianto di regole e consuetudini che nulla hanno a che vedere con il cristianesimo e le sue origini, né tanto meno con Gesù di Nazareth, il quale si è ben guardato dal parlare di questo come di molti altri aspetti della

vita umana che l’istituzione ecclesiastica tanto tiene a governare (la nascita, la sessualità, la morte). Credo di poter affermare che il sig. F.F., come larga parte dell’opinione pubblica, sia convinto che: - lo stato clericale determini una variazione nello status della persona tanto da farle acquisire dei doveri; - il prete che inizia una relazione venga meno a un voto (Il prete non fa alcun voto, ma fa promessa di celibato e di ubbidienza al vescovo. Diverso è il caso dei religiosi che invece pronunciano i tre voti); - il prete che inizia una relazione abbia abbandonato ogni scrupolo e si comporti in modo contrario al suo stato. Basta guardare alla storia per constatare che nelle prime comunità cristiane non esisteva una classe clericale. I presbiteri venivano eletti dalla gente e lavoravano per mantenersi. Il loro era un servizio, non un titolo onorifico. E non avevano diritti né doveri legati al ruolo. Tutto il resto è stato creato in seguito, ciò che in maniera forse semplicistica definisco «norme dettate da uomini per altri uomini», e in queste rientra il celibato ecclesiastico. Per quanto riguarda le donne che hanno relazioni con i preti, lungi da me l’idea che si tratti di minorate mentali, sarei tra l’altro ingenerosa anche con me stessa. La tematica del sacro, cioè lo squilibrio tra il potere istituzionalizzato e le persone, è di fatto alla base di queste situazioni. La donna non è incapace, ma da sempre soggetta (anche culturalmente) alla misoginia e alla supremazia di un’istituzione prettamente maschile e maschilista. Quindi non solo si trova ad avere a che fare con un uomo che qualcuno ha convinto di essere ontologicamente superiore, ma ha imparato dalle stesse «sacre fonti» che lei è come un inserto di giornale: se c’è può far piacere, se non c’è pazienza”. Stefania Salomone


Obesità. La Svizzera “pesante”

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Agorà

Non siamo certo ai livelli degli Stati Uniti o di altri paesi. Tuttavia anche in Svizzera il problema del sovrappeso esiste, e si fa sentire. Basta dare un’occhiata ai dati raccolti dall’Ufficio federale di statistica per rendersi conto che la situazione non è rosea e che occorre correre ai ripari di Laura Di Corcia

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on stiamo a fare troppi giri di parole: un terzo degli svizzeri ha un peso superiore rispetto a quello ritenuto normale. A tal riguardo i programmi avviati e finanziati da “Promozione Salute Svizzera” vanno in direzione della prevenzione, tramite specifiche “incursioni”, se così possiamo definirle, sul territorio. L’obbiettivo è quello di favorire una cultura salutista che permetta non solo di mantenere il peso ideale, ma anche di scongiurare pericolose malattie quali il diabete, l’ipertensione, le patologie cardiovascolari (solo per citare le conseguenze più diffuse). In Ticino il Programma di azione cantonale, definito “Peso corporeo sano”, è indirizzato primariamente ai bambini dai 4 agli 11 anni. “Ci rivolgiamo ai più piccoli perché crediamo nel valore della prevenzione” spiega Antonella Branchi, la coordinatrice del Programma. “Abbiamo diversi progetti in corso, per esempio Open Sunday, che permette ai bambini di usufruire delle palestre di domenica, gratuitamente. Cerchiamo con i nostri interventi di coinvolgere anche le famiglie e gli insegnanti, perché spesso la responsabilità della salute dei bambini è appannaggio degli adulti. Purtroppo in Svizzera un bambino su cinque è sovrappeso. E quello che notiamo, in quanto operatori che si occupano professionalmente di questo problema, è che sussiste una tendenza diffusa a sottovalutare il problema, credendo, erroneamente, che con la crescita la situazione si sistemerà. Non è così, nella maggior parte dei casi”. Spesso quando si parla di obesità si pensa che l’ambito di interesse sia solo medico, e si sbaglia: ancora una volta le statistiche vengono ad avvalorare questa ipotesi. Secondo i dati raccolti nel 2007 dall’Ufficio federale, infatti, le persone con un livello di istruzione più basso sono più propense ad adottare comportamenti scorretti, come alimentarsi male, fare poco movimento e fumare. Se tutti sapessero, per


esempio, che adottare quattro semplici atteggiamenti allunga la vita, dati alla mano, forse si comporterebbero diversamente. Quali? “Basta non fumare, seguire una dieta bilanciata, praticare dell’attività fisica e consumare poco alcol” spiega il professor Gianfranco Domenighetti dell’Usi, economista attivo nella comunicazione socio-sanitaria. “Una ricerca ha dimostrato che il 95% delle persone che hanno rispettato questi quattro punti, 14 anni dopo, era ancora in vita. La speranza di vita scende del 25%, invece, se ci si maltratta”. Un problema di comunicazione? La comunicazione risulta essere una strategia vincente, quindi. Non a caso, uno dei progetti del programma “Peso corporeo sano”, Fan (Famiglia, Attività fisica, Nutrizione), un piano di azione di otto settimane che coinvolge i bambini e le loro famiglie, è tutto incentrato sulla ripetizione di una serie di messaggi. Suzanne Suggs, la responsabile del progetto e professoressa all’Usi, vanta una lunga esperienza negli Stati Uniti, che si sono mossi prima di noi su questo fronte, anche perché lì il problema ha un’incidenza maggiore. “Negli USA l’obesità è la norma. Si pensi solo che sei persone su dieci sono sovrappeso. Per questo sono state create delle strategie comunicative mirate, che fanno sentire le persone davvero coinvolte. I medici raccomandano sempre di mangiare frutta e verdura, di non eccedere con i grassi, di bere molta acqua e di fare esercizio fisico; ma non hanno a disposizione tempo a sufficienza per fare in modo che il messaggio venga realmente recepito. Bisogna ripetere queste indicazioni e accompagnare le persone verso uno stile di vita più sano. Come? Noi abbiamo usato le email e i messaggi telefonici. Questa modalità comunicativa, che negli Usa è molto in voga, in Europa (e quindi anche in Svizzera) rappresenta una novità. Ma funziona. E il successo di Fan lo testimonia”. La professoressa Suggs evidenzia anche la funzione dell’ambiente nell’influenzare i comportamenti: molti studi dimostrano che una compagnia “mangiona” spinge il singolo individuo, magari a dieta, a fare un’eccezione e a ingerire più calorie di quelle che aveva preventivato. Una sana prevenzione mira anche a rendere le persone attente a questi meccanismi. Non a caso il saggio di David A. Kessler, Perché mangiamo troppo (e come fare per smetterla) (Garzanti, 2010), usato peraltro anche da Michelle Obama durante la sua campagna contro l’obesità, spiega ai lettori quali sono i meccanismi che portano all’iperfagia, e come spezzare quella che appare come una vera e propria dipendenza. Secondo il giornalista, che è stato obeso a lungo, il mix zuccheri-grassi-sale rappresenta un’attrattiva micidiale per le persone particolarmente sensibili alle gratificazioni provenienti dal palato (non tutti lo siamo allo stesso modo); e questo le industrie alimentari lo hanno capito sin troppo bene. L’unico modo per uscire dal vicolo cieco è quello di prestare attenzione ai propri comportamenti e modificarli ripetendosi che quel piacere è effimero e anzi foriero di dolore, a livello di salute fisica e psicologica. “Le diete non servono a nulla”, conclude Suzanne Suggs “perché sono troppo restrittive e

hanno una fine. Si ritorna quasi sempre a comportarsi come prima. Bisogna proprio cambiare stile di vita”. Una questione di stomaco La prevenzione risulta una delle armi migliori per evitare di infilarsi in un tunnel cieco da cui è difficile uscire. Le storie che si possono leggere su Internet, per esempio sul sito www.amiciobesi.it, mettono in luce vissuti difficili e traumatici verso cui è doveroso provare almeno un minimo di empatia. Per chi non dovesse farcela con le proprie forze (e una volta oltrepassato il limite l’impresa è davvero eroica), esiste un’altra possibilità: l’operazione bariatrica, eseguita per la prima volta nel 1952, dai dottori Kremen e Linner, che riducendo lo stomaco induce quindi il paziente, per via forzata, a limitare notevolmente l’apporto di cibo. “Non è certo una passeggiata”, spiega il dottor Jean Pierre Vermes, medico specialista per l’obesità e consulente presso l’Ospedale San Giovanni di Bellinzona, che si occupa di seguire i pazienti prima e dopo gli interventi chirurgici eseguiti dal dottor Adriano Guerra. In Ticino l’operazione è stata introdotta 14 anni fa e fino a oggi vi si sono sottoposti poco più di 300 pazienti, tutti con un indice di massa corporea al di sopra delle 35 unità1; questa è la prima conditio sine qua non. La seconda? Il paziente deve aver tentato di dimagrire per almeno due anni prima dell’intervento, senza però riscontrare alcun successo. Durante una conferenza di presentazione all’Ospedale San Giovanni di Bellinzona svoltasi di recente e organizzata dal Centro per la Chirurgia dell’obesità dell’Ente ospedaliero Cantonale in collaborazione con l’Associazione della Svizzera Italiana Pazienti affetti da obesità (www.asipao.ch), cui erano presenti persone che desideravano sottoporsi all’intervento e pazienti che erano già stati operati, il dottor Guerra e la dietologa Claudia Fragiacomo hanno messo in luce tutte le difficoltà del post-operatorio, soprattutto in termini di capacità digestiva del cibo, che va accuratamente selezionato onde evitare problemi di aria e reflusso. Un paziente ha addirittura ammesso di non riuscire a mangiare più di un quarto di pizza, quando si reca al ristorante. L’operazione è l’ultima spiaggia, ma in alcuni casi è comunque l’unica soluzione possibile. La retorica postbellica, insieme a fenomeni preoccupanti come il dilagare dell’anoressia, hanno contribuito a far passare il messaggio che qualche chilo in più non faccia male. Nulla di più inesatto. Le conseguenze di uno stile di vita sbagliato si pagano, e a volte il prezzo è caro.

“Sono necessarie delle strategie comunicative mirate, che facciano sentire le persone davvero coinvolte. I medici raccomandano di mangiare frutta e verdura, di non eccedere con i grassi, di fare attività fisica e bere molta acqua, ma non hanno a disposizione il tempo sufficiente per fare in modo che questi consigli vengano realmente recepiti. Bisogna ripetere il messaggio stimolando le persone verso uno stile di vita più sano”

note 1 L’indice di massa corporea si calcola dividendo il peso corporeo per l’altezza espressa in metri quadrati. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha creato una tabella che dà delle indicazioni sul peso corporeo: - grave magrezza (IMC al di sotto dei 16 punti) - sottopeso (IMC fra i 16 e i 18.5 punti) - normopeso (IMC fra 18.5 e 25 punti) - sovrappeso (IMC tra i 25 e 30 punti) - obeso classe 1 (IMC fra i 30 e i 35 punti) - obeso classe 2 (IMC sopra i 35 punti)

Agorà

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Un pacato innovatore Musicista straordinario legato alla tradizione ma al contempo profondamente innovativo, Bill Evans, con il suo pianismo raffinato e incisivo, ha influenzato intere generazioni di improvvisatori testo di Tito Mangialajo Rantzer

Arti

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La prima volta che ascoltai un disco di Bill Evans avevo circa anima, viene posto in primo piano, a volte si prende l’intera diciotto anni. Seguivo il jazz in modo quasi compulsivo da scena, trasformando la musica in una sorta di caleidoscopico qualche mese e mi ero comprato un libro, Il Jazz su disco, di e coloratissimo vortice. E questo mi piaceva molto. Quante Luca Cerchiari e Vittorio Castelli, che per me era diventato sere ho passato ad ascoltare quei due dischi in cuffia prima di una guida preziosissima. I due autori si proponevano l’arduo addormentarmi (tanto che ancora oggi li conosco a menadito compito di selezionare un ristretto numero di grandi del e potrei cantare interi passaggi), perdendomi in quelle trame jazz e di consigliare i dischi più sonore. significativi a un pubblico prevaBill Evans (1929–1980), si diplomò lentemente di neofiti. Così la mia in pianoforte e composizione e occupazione principale di quel per un certo periodo accarezzò tempo era leggerlo avidamente più l’idea di diventare un concertista e più volte per poi recarmi il sabaclassico. Ma scoprì il jazz e la sua to mattina nel negozio Buscemi vita cambiò (anche la mia, poi, di Milano, che allora era un buco scoprendo lui). Fu per alcuni anni stipato di Lp dove, scartabellanuno dei più apprezzati e ricercati do tra centinaia di vinili cercavo sessionman della scena jazzistica quello consigliato dalla coppia di New York (a quei tempi la scena), Cerchiari-Castelli su cui avevo fino a diventare il pianista del posto l’occhio in settimana. Il sestetto di Miles Davis (lo si può negozio era veramente minuscolo ascoltare nel celeberrimo Kind of e l’angolo dedicato al jazz particoBlue). Quindi intraprese la carriera larmente angusto: di conseguenza solistica col suo trio, diventando il tempo che passavo a vagliauno dei più influenti solisti di re i dischi lo trascorrevo gomito tutti i tempi. Moltissimi gli sono Bill Evans. Immagine tratta da www.losslessjazz.net a gomito con altri appassionati, debitori, da Herbie Hancock a ascoltandone i discorsi, sbirciando Keith Jarrett, da McCoy Tyner a i loro acquisti e magari scambiando due parole. Fantastico! Brad Mehldau. Nonostante tanto successo musicale e tanta Insomma, un giorno comprai un doppio Lp di Bill Evans della riconoscenza e stima da parte dei colleghi musicisti, Bill Evans collana “Jazz è bello”. Si trattava della ristampa a un prezzo ebbe una vita personale assai travagliata, segnata dalla forte abbordabile di due registrazioni fondamentali del pianista dipendenza dall’eroina e sul finire dei suoi anni anche dalla americano: Portrait in jazz (1960) ed Exploration (1961). Fonda- cocaina, e attraversata da dolorose perdite, una su tutte la mentali perché si tratta delle prime due incisioni in studio, e morte per suicido del fratello maggior Harry, che Bill adorava. purtroppo anche le uniche, del trio che Bill Evans aveva creato E non è un caso che la sua morte sia sopraggiunta un anno nel 1959 con il contrabbassista Scott LaFaro e il batterista Paul dopo quella del fratello, quando l’impulso autodistruttivo Motian, gruppo destinato a cambiare la storia del jazz. Infatti ebbe la meglio. dopo quel gruppo si cominciò a parlare di interplay, termine È stato spesso definito un rivoluzionario tranquillo. Infatti, che indica la capacità di suonare ascoltando con attenzione durante gli anni Sessanta, mentre fantastici musicisti quali gli altri musicisti coinvolti nella performance, lasciandosi in- John Coltrane, Ornette Coleman, Cecil Taylor, Albert Ayler, fluenzare reciprocamente e creando così un paesaggio sonoro Sun Ra e altri facevano letteralmente esplodere il jazz, imestremamente fluido e interrelato. pegnandosi spesso in sacrosante battaglie per i diritti civili degli afro-americani, Bill Evans innovava il linguaggio in Una ragione per vivere maniera meno urlata, ma sicuramente ugualmente profonIntendiamoci, non che i musicisti antecedenti a Evans fossero da. C’è un brano, contenuto nell’album dal vivo Waltz for sordi. Ma l’ascoltatore, prima di quel trio, poneva l’attenzione Debby sempre con LaFaro e Motian, che amo profondamenprincipalmente sul solista di turno, percependo il resto come te: “My foolish heart”. Sono convinto che questa versione uno sfondo: bello, a volte molto interessante, ma comunque di Bill Evans sia per me, parafrasando il Woody Allen di uno sfondo. Col trio di Bill Evans, invece, quello sfondo si Manhattan, una delle ragioni per cui vale la pena vivere.


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Con noi per nuovi orizzonti


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Emigrazione ticinese

Raccontare le vicende degli emigranti ticinesi significa ricordare il paradiso dei sogni in cui si cullavano mettendosi in viaggio: far fortuna, vivere la libertà e l’avventura in terre lontane. Ma significa anche riportare in vita l’inferno della realtà in cui vivevano, in patria, come lontano da casa. Una realtà costellata di miseria, di delusioni, di rabbia, di storie che spesso hanno il sapore della tragedia antica... di Roberto Roveda Società

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Le storie di montagna dei tempi andati, prima che l’avvento della modernità cambiasse anche i luoghi più aspri in un tourbillon di strade asfaltate, sky-lift e funicolari, sono spesso dominate dai toni cupi di drammi perennemente incombenti. Narrano di luoghi dalla bellezza incantata e insieme orrida, terre pietrose che gli uomini si ostinavano a sfidare e che da secoli resistevano alla domesticazione, restituendo in frutti una decima parte delle fatiche spese per coltivarle. L’uomo vi si muoveva stracarico di gerle come un estraneo tra sentieri infidi e scoscesi sempre pronti a tendere tranelli e nelle ore di buio, tra le rocce si udivano solo le urla terribili e le risa sguaiate del popolo Crüsc, gli spiriti empi e malvagi della notte. Eremi malinconici si potrebbero dire i paesi alpini pre-moderni, dove le campane delle chiese non hanno momenti di tregua e “suonano senza sosta, dalla mattina presto, appena dopo il chiarore dell’alba, alla sera, appena prima del buio della notte. Suonano per via degli incendi nei boschi, dei fiumi che straripano, dei ragazzi che si perdono sulle montagne e delle donne che vengono inghiottite dai burroni, per avvisare di un pericolo, per chiamare gli uomini alle adunanze viciniali e parrocchiali, per obbligarli alle corvées dei lavori comuni [...] Senza contare la filza infinita delle funzioni religiose, degli inviti alla preghiera, i matrimoni, i funerali, i battesimi, oggi, e spesso, domani, altri funerali di chi ha ancora sulla fronte il segno dell’acqua battesimale ...” Orizzonti lontani Con queste poche righe si fa un piccolo, veritiero ritratto di piccoli mondi ormai scomparsi, ma che in qualche modo fanno parte di noi che viviamo a ridosso, o nei pressi o ai piedi dell’arco alpino. Le scrive Renato Martinoni nel suo commovente Il paradiso e l’inferno. Storie di emigrazione alpina, otto racconti misti di verità storica e invenzione narrativa sulle vicende di un’unica famiglia, i Rusconi di Mergoscia in Val Verzasca. Racconti che vanno dalla metà del Settecento agli inizi del Novecento, in buona parte “ritrovati” da Martinoni in un vecchio baule di famiglia, da sempre usato per custodire il passato. All’interno lettere scritte da chi migrava dai propri familiari rimasti a casa, qualche documento smangiucchiato dal tarlo del tempo, poche foto rese ancora più statiche e quasi senza tempo dagli anni trascorsi. Aperto il baule ne sono uscite storie di uomini in viaggio, di lontananza da casa, di villaggi della Svizzera italiana (o Lombardia elvetica, per dirla in altro modo) svuotati dei loro uomini. Perché le nostre terre montane, non diversamente da tutto l’arco alpino, erano fino a poco più di un cinquantennio fa nulla altro che “serbatoi di braccia e di gambe per le pianure, i porti e le grandi città” come ricorda Martinoni citando un’immagine del grande storico francese del Novecento Fernand Braudel. Quindi i più partivano, come fanno i Rusconi, i protagonisti delle nostre otto storie, in epoca più lontana magari stagionalmente per l’Italia e le pianure francesi. Per fare i vetrai, gli


Lavoratori ticinesi in un’azienda californiana all’inizio del Novecento (per gentile concessione di Teresa De Giorgi)

uomini di fatica e i muratori. Alla vita randagia si era avvezzi fin da bambini quando si andava in giro a fare i rüsca, gli spazzacamini, infilandosi nel nero e nella claustrofobia degli sfiatatoi più angusti e sottostando ai voleri – quando non a qualche voglia inconfessabile – dei padroni, per pochi denari. Poi, nell’Ottocento si cominciò a volgere lo sguardo all’America o addirittura alla “Ostrilia”, cioè all’Australia, ammalati in tanti di quella gold fever che alla metà del XIX secolo infettò i diseredati di mezza Europa. Così i Rusconi di Mergoscia, ma anche i Bianconi, i Papini, i Respini, i Bullotti e altre migliaia di ticinesi si ritrovarono a scavare gallerie sotto stelle sconosciute, in cerca di pepite che quasi mai si facevano trovare. Oppure, terminata l’epidemia aurea, lavorarono nelle segherie della California o nei ranch del West americano. Facevano di tutto per campare, sempre in attesa di un nuovo Eden da scoprire e di una nuova pagina da aggiungere al libro interminabile delle occasioni mancate. L’unica scelta quasi mai contemplata era quella di tornare a casa, tra le pietre della loro infanzia e adolescenza. Nei Nuovi Mondi avevano assaporato la libertà dalle tradizioni millenarie dei loro villaggi, dai preti con il loro catechismo e le rampogne sempre a portata di mano. Si erano emancipati dai padri che comandavano sui figli fino al momento in cui esalavano l’ultimo respiro. Avevano conosciuto le speranze e i sogni, anche se quasi sempre delusi e tramontati. Ma sempre meglio del tragico e perpetuo ripetersi delle stagioni, dei giorni di lavoro e dei pochi giorni di festa conosciuti tra le mura natie. Scrivono allora “tutti gli affari vanno molto adagio però faccio più qui in un mese che lì in dieci anni”. E anche “sempre meglio che i nostri maledetti paesi, lavorare tutto un santo anno poi alla fine un po’ di fieno per mantenere due capre e poi crepare anche quelle, almeno qui quei pochi alla fine del mese li avete”. E così diventano “Joe” “John” da Giuseppe e Giovanni che erano alla partenza,

nonostante le frustrazioni e le tante umiliazioni e l’isolamento che ogni storia di emigrazione ci racconta, nonostante provino giorno dopo giorno “sì come sa di sale / lo pane altrui, e come è duro calle / lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”.1 Nutrire la memoria Alla fine, di molti dei nostri protagonisti si perdono le tracce, le lettere e le foto alle famiglie d’origine diventano più rare, i legami si sfilacciano e poi si interrompono del tutto. I Rusconi d’America spariscono nell’oblio del tempo come è naturale avvenga per persone senza gloria come siamo quasi tutti in fondo. Passiamo rapidi sul pianeta, facciamo il nostro per poi passare il testimone ed essere dimenticati nel giro di poco più di una generazione. Le loro storie, però, ce lo dice proprio Martinoni nelle ultime righe del suo libro, continuano a parlarci e ci aiutano a “nutrire la memoria”, pratica quanto mai importante oggi dove tutto è immediatezza e futuro, dove ogni cosa è moda passeggera. Nutrire la memoria è poi fondamentale se si è di fronte a un tema un poco scomodo e facile alla rimozione come può essere quello della nostra emigrazione. Tema che riguarda un tempo in cui stavamo peggio di altri e assomigliavamo in maniera impressionante ai giovani uomini e donne che proprio in questo momento attraversano deserti a piedi o il mare su barconi sgangherati, con il loro paradiso di sogni, il loro inferno di realtà quotidiana. Per saperne di più Renato Martinoni, Il paradiso e l’inferno, Salvioni Edizioni, 2011 note 1 Dante, Paradiso, XVIII, 57-59: è una famosa metafora che descrive la condizione di esiliato di Dante, il suo provare “come è amaro il pane degli altri e come è duro salire e scendere le scale dei palazzi altrui”.

Società

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Gattità Benché la gattità sia una categoria dello spirito, tutti siamo in grado di riconoscere un atteggiamento sornione, un passo felino, o quando qualcuno ci “fa le fusa”, così come sappiamo “sgattaiolare” da una situazione spinosa testo di Mariella Dal Farra illustrazione di Mimmo Mendicino

Poiché

Kronos

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la simpatia deriva generalmente dalla percezione di un’affinità, è chiaro che l’attrazione esercitata dal mondo dei felidi su ampi strati della popolazione umana spiega molto delle persone soggette a tale fascinazione. Costoro, noti come gattofili, si caratterizzano per l’attiva ricerca di una compagnia felina, di solito a scopo di convivenza, e quindi per il desiderio di condividere il proprio quotidiano con uno o più rappresentanti di tale specie. Se interrogato in merito a questa scelta, il gattofilo tende a sfumare lo sguardo, limitandosi a risposte vaghe e generiche del tipo “mi piacciono i gatti”: si tratta di un atteggiamento che evidenzia le determinanti inconsce di tale inclinazione la quale, come tutti i nostri moti più profondi, affonda le proprie radici in un territorio di cui non siamo perfettamente consapevoli. Good vibrations Quali sono dunque gli attributi della “gattità”, ovvero quegli aspetti suscettibili di far vibrare, talvolta loro malgrado, le corde dei gattofili? Ci limiteremo a menzionarne quattro. In primo luogo, e contrariamente al senso comune, il gatto è un animale passionale anche se introverso. È cioè capace di intense affezioni – sia in senso positivo che negativo – che però, al contrario per esempio di quanto accade nel cane, non manifesta apertamente. Così, la possessività nei confronti del convivente umano, o l’antipatia per ospiti percepiti come intrusi sono generalmente dissimulate da un atteggiamento serafico e apparentemente tollerante, salvo poi esplodere in acting out variamente lesivi nei confronti di cose e/o persone. Questa passionalità sotterranea e un po’ selvatica costituisce chiaramente uno degli elementi che più attraggono gli umani gattofili, ed è esaltata dalla sostanziale identità – nei modi e nell’aspetto, se non nella taglia – fra il gatto domestico e le specie di felini più grandi (pantere, tigri, linci, ocelot, etc.): identità che rimanda – sempre a livello inconscio – alla natura originariamente ferale delle nostre emozioni. Un altro attributo è dato dalla proverbiale indipendenza del gatto, dalla sua autentica e ammirevole libertà intesa, come ricorda Giovanni Rajberti, nel senso di “non comandare e non ubbidire a nessuno”1. Secondo Igor Sibaldi, teologo e scrittore, “il gatto è immune da qualsiasi tentazione dell’autorità e ha quindi una valenza sovversiva che doveva preoccupare qualsiasi religione

istituzionale”2. Tale irriducibile vocazione all’autonomia è solo apparentemente in contraddizione con la passionalità di cui sopra in quanto, nel gatto, le emozioni non sono dettate dal bisogno bensì dal desiderio: un catalizzatore capace di polarizzare l’affettività in maniera totalmente gratuita. Cat-appeal Un terzo aspetto che ci affascina nei gatti, strettamente correlato al secondo, è dato dalla evidente sintonia nei confronti di se stessi: il felino appare sempre completamente a suo agio nella propria pelliccia, e questa sensazione di comfort, al di là degli innegabili attributi estetici – occhi magnetici, flessuosità, agilità ecc. – contribuisce in maniera sostanziale a renderlo così attraente. Il sentirsi “comodi” in se stessi, indipendentemente o quasi dalla situazione in cui ci si trova, si conferma quindi, così come negli esseri umani, come il principale fattore di sex, o meglio cat-appeal. L’ultima caratteristica che vorrei menzionare, a lato della loro bellezza ed evidente soddisfazione di sé, è quello dell’involontaria comicità che spesso li contraddistingue, sia quando vengono colti dalle periodiche crisi di follia che li spingono a rimbalzare da una parete all’altra della casa, sia quando – seppur rarissimamente – incappano in errori di calcolo che li portano a mancare una presa o a sbagliare un salto. Più in generale, altro elemento precipuo della gattità è senz’altro l’attitudine al gioco, e quello spirito ludico che sa trasformare ogni azione in un’esperienza interessante e potenzialmente divertente. Un principio al quale ogni gattofilo s’ispira, o almeno dovrebbe, nel proprio vivere quotidiano anche perché, come scrive Rajberti, “il nostro tipo vuol essere il gatto; perché il gatto è fra tutte le bestie la più sapiente e, per necessaria conseguenza, la più felice”. Per saperne di più La letteratura dedicata ai felini domestici è notoriamente sconfinata. Per citare solo gli esempi più noti: Gattomachia di Lope de Vega (1634) pubblicato da Adelphi; Il gatto che se ne va da solo e tutti i luoghi sono uguali per lui di Rudyard Kipling (1902), editore Gammarò; Io sono un gatto di Soseki Natsume (1905), Neri Pozza; Gattoterapia di Pinuccia Ferrari, Salani Editore (2004). Una speciale menzione merita però Il gatto di Giovanni Rajberti (ECIG, 1991), godibilissimo “trattatello di edificazione morale” a misura di micio. note 1 (Il gatto, ECIG ,1991) 2 (Gattoterapia – gli esercizi, Salani Editore, 2005)


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Radici e metafore

Q uesto di Bettini è uno studio sull’identità, concetto cui

» di Francesca Rigotti

e dinamica del “fiume e dei ruscelli”, delle acque fluviali si presta oggi grande attenzione per la definizione delle e dei suoi affluenti, che non ci rende prigionieri delle nopersone, viste spesso non tanto per come stre origini ma libera bensì un flusso di agiscono e per quello che fanno bensì per trasformazioni, dando l’idea di una tradicome “sono”, dove questo “essere” sarebbe zione in perenne mutamento e divenire. determinato dalla tradizione e dalla storia di Tutto questo discorso è buono e giusto ma ognuno. Un modo per presentare l’identità è anche forse un po’ ingenuo. Perché? Vorrei l’impiego della metafora delle “radici”. Essa argomentare qui brevemente con Bettini proietta le persone in un orizzonte naturale alla luce di due considerazioni: la prima che fa degli esseri umani alberi nutriti dalla è che le metafore non “sostituiscono” linfa di un unico terreno, piante abbarbicate il ragionamento con una visione, come nel luogo d’origine, impossibili da sradicare, egli asserisce all’inizio del suo studio; le intrasportabili; l’immagine, tra l’altro, sugmetafore “stimolano” il ragionamento e gerisce che è meglio per loro e per tutti che lo rendono più ricco e vivace senza assuse ne stiano sul loro suolo natio. merne o negarne le funzioni specifiche. La Nel suo saggio Maurizio Bettini – una delle seconda considerazione è che le metafore migliori teste pensanti e scriventi in circreate ad hoc, come quella del “fiume” che colazione, nonché autore di studi squisiti Bettini propone in alternativa all’immasull’antropologia del mondo antico –, si gine dell’albero, per qualche motivo non Maurizio Bettini, accanisce contro la metafora verticale delle funzionano: la mancanza di spontaneità o Contro le radici. Tradizione, “radici” in quanto essa, come abbiamo visto, la mancanza dello “splendore della visioidentità, memoria suggestiona negativamente l’interpretazione ne immediata” – raggiunta, come nota lo il Mulino, 2012 della tradizione culturale dei migranti; parstesso Bettini, da alcune creazioni linguilare di “radici” giustificherebbe una specie di connotazione stiche e non da altre – fa sì che esse non vengano recepite, naturale che nasce dalle viscere stesse della terra. A essa che nessuno le adotti e le trasmetta, anche se politicamente andrebbe sostituita la più congrua metafora orizzontale risultano correttissime.

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L’insegnante Una professione complessa quella dell’insegnante che per essere svolta con successo deve coniugare caratteristiche e qualità diverse. Un’alchimia di saperi, capacità istrionica, equilibrio e sensibilità psicologica testo di Gaia Grimani illustrazione di Micha Dalcol

Incontri

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C’è stato un giorno della nostra vita in cui ci parve che nostra madre ci abbandonasse in un edificio grigio insieme ad altri bambini che non volevamo conoscere, affidati ad adulti con cui non volevamo stare: era il primo giorno di scuola. In quello e in altri edifici analoghi noi e i nostri figli abbiamo trascorso più tempo di quanto non se ne passi in famiglia e con quegli adulti abbiamo iniziato un cammino di crescita importante, alternativamente pieno di sorprese, di avventure entusiasmanti o di delusioni frustranti: erano i nostri insegnanti. La figura del docente è essenziale nella vita di ogni giovane: dalle elementari alle superiori, egli promuove la socializzazione dei bambini e ragazzi con gli altri coetanei, insegna la gioia di apprendere o ne genera il disgusto, trasmette competenze e abilità, crea o distrugge l’autostima, rende autonomi gradatamente dalle figure genitoriali, favorisce il passaggio dall’età spensierata dell’infanzia a quella turbinosa della giovinezza. Un insieme di qualità Si è discusso molto negli ultimi decenni su chi stia al centro nel rapporto educativo: lo studente, le conoscenze, l’insegnante. In realtà è una delle tante discussioni di lana caprina, perché sempre al centro deve essere considerato chi apprende, insieme ad altri compagni di classe, attraverso una relazione con un adulto che riconosce come maestro e da cui è riconosciuto come allievo. La cultura diventa così uno strumento per crescere, mediata da un professionista che ha davanti a sé non macchine, né libri, né computer, ma giovani ai quali deve proporla, adattandola di volta in volta alle varie tipologie di persone che si trova davanti, perché, come scrive Hannah Arendt: “L’insegnamento è una tradizione che tu comunichi in modo sempre diverso”. Se l’insegnante non ne è capace, fallisce l’adempimento del proprio compito e crea per alcune materie delle idiosincrasie che possono durare per tutta la vita. Da ciò discende l’importanza assoluta d’incontrare un docente consapevole della propria funzione: non basta la competenza nella disciplina, se manca la capacità del contatto umano con lo studente e la disponibilità a trovare strategie sempre nuove per proporre i contenuti della materia. Si tratta di una professione che dovrebbe essere scelta con estrema ponderatezza e quindi

evitata da coloro che hanno difficoltà a stabilire una relazione con i giovani e più in generale col prossimo: esistono insegnanti dottissimi, ma disastrosi sotto il profilo pedagogico, con conseguenze nefaste per il resto della vita dei propri allievi. La passione per la cultura E qui si tocca un punto assai delicato: come si accede a questo mestiere? E come si selezionano i candidati? Nel canton Ticino, secondo la statistica 2009-2010, vi sono poco più di 5.000 docenti ed è in atto in questi due ultimi anni un imponente cambio generazionale del corpo insegnante. I nuovi candidati hanno da affrontare un arduo cammino che prevede di aggiungere, alla formazione superiore, un’abilitazione: essa dovrebbe insegnare all’insegnante come insegnare, imponendogli fra l’altro, durante i primi anni di esercizio dell’attività, sacrifici finanziari e di ordine professionale. Se queste riforme abbiano partorito insegnanti migliori è assai incerto e i risultati si avranno solo nei prossimi anni, ma nel mio cuore spesso si agita il sogno di una scuola ideale e forse un po’ utopistica, come quella delineata da Lorenzo Milani in Lettera a una professoressa. Una scuola presso cui gli studenti si rechino volentieri perché hanno piacere di andarvi, dove le verifiche non sono degli spauracchi angosciosi, dove un compito in classe non è necessariamente una prova a cronometro, dove i docenti a cui viene richiesto di ripetere una spiegazione, non si rifiutano di farlo o non la riformulano nella stessa identica maniera che aveva causato l’incomprensione, una scuola in cui si faccia capire agli allievi che la valutazione negativa non riguarda loro come persona, ma solo il risultato di un compito insufficiente. Insomma, un luogo in cui s’insegni a lavorare insieme e non in concorrenza, aiutando chi è più debole senza sopraffarlo. Vi sono molti insegnanti che lavorano per rendere questo sogno vicino alla realtà e hanno davvero un compito arduo oggi, muovendosi spesso in un contesto difficile e scoraggiante, ma ne vale la pena, quando si ha fra le mani il mestiere più bello del mondo: quello che consente di riuscire a trasmettere a un altro essere umano la sostanza della propria passione per la cultura e per la vita.


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5 maggio di Daniele Fontana

Cinque maggio. Fuori fa caldo. C’è silenzio tutto attorno. Di

sottofondo, da qualche parte lontano nei corridoi, sento passi che rimbombano. Come i miei pensieri, che prima di prendere una forma intelligibile mi rimbalzano confusi nella testa. La luce del sole porta in primo piano le foglie tremolanti del pioppo cresciuto in mezzo al piazzale. O meglio, è il piazzale che gli hanno costruito attorno, isolandolo dal resto del verde. Ma lui pare che se ne disinteressi. O forse chissà, starà anche lui chiedendosi come me che ci sta a fare qui, sotto questo cielo di cobalto, a metà strada tra la solitudine e la confusione. Sono vent’anni che insegno e ogni giorno mi pare che la fatica cresca di un tono. Assurdo, con tutto il mestiere che uno si trova addosso… Sarà colpa dei ragazzi? “Uno scadimento complessivo mai visto”, dice una mia collega. Sarà vero? Forse, chissà. Ché presi uno a uno, salvo qualche eccezione, te li porteresti tutti a casa, come figli tuoi. Teneri, confusi, pieni di desideri e già spaventati da tutto quel che gli sta intorno e che verrà. Figli del loro tempo. Figli di questa società. Ecco, forse è proprio da qui che bisognerebbe cominciare. Dalle famiglie, dagli adulti, dalla politica, dai giornalisti, dalla Tv, dalle mode, da internet... Ma è la solita antica irrisolta e inesauribile storia dell’uovo e della gallina. Chi è la causa di cosa, e cosa è l’effetto di chi? Io ci sono dentro e, anche a volerlo, questo esercizio un poco filosofico, un poco sociologico e tanto accademico non me lo posso neppure permettere. Io devo dare un’istruzione a questi ragazzi. Presi oggi dal ventre di questa società e, domani, restituiti al suo cuore. È un compito gigantesco. Reso ancora più enorme dal carico continuo che da ogni dove ci piove addosso. Come se la scuola dovesse mettere una pezza a qualunque cosa. E invece è fatica che pesa, anche solo tirare avanti. Con tutta la responsabilità che mi sento dentro. Perché hai un bel dire che più di tanto non ti può essere chiesto: i destini di questi ragazzi ti passano tra le mani come acqua corrente e la forma che prenderanno

sarà anche opera tua. Figlia di come avrai saputo cogliere l’occasione. O di come te la sarai lasciata sfuggire via. Lo so. Lo sento. E questo peso alle volte mi schianta. Perché certo non sono tipo da presentarmi all’ultimo consiglio di classe col camper posteggiato fuori e, liquidata la pendenza, arrivederci a settembre, grazie e chi mi vede più. Ma non mi sento neppure investito dalle fiammelle pentecostali della didattica né avvolto dalla mistica della pedagogia. Non ho verità, non ho missioni, non ho presunzioni. Sono solo un uomo che ha passato la mezza età, che ha percorso strade, fatto sbagli, speso energie e parte di sé. Una gran parte di sé. Sono uno che ama questo mestiere e che è ancora capace di buttarci ore ed entusiasmo. Ma anche un uomo che ha tanta paura. Paura di non farcela. Perché l’impegno è sempre più grande, la fatica sempre più pesante, il tempo sempre più incerto. Il tempo che c’è e quello che ormai comincia a mancare. E intanto loro sono lì. Loro che questo tempo non l’hanno mica scelto. Loro che di tempo davanti ne hanno ancora, tanto. Loro che non hanno alcuna voglia di ascoltare i pensieri lamentosi di un vecchio. Questi ragazzi vogliono nettare da succhiare, e se possibile senza pagare troppo dazio. Perché hanno lunghi voli da compiere. Una moltitudine di incerte rotte davanti. Non sanno, non lo possono sapere, dove andranno a finire. Per questo, anche se si atteggiano a contestatori, vogliono capitani in gamba. Punti di riferimento, coordinate scritte in grassetto su quelle mappe ancor vaghe lungo cui si stanno muovendo le loro vite. Muto, tengo ancora questo calice amaro tra le mani tremanti. Ho paura di specchiarmici. Paura della feccia che posso trovare sul fondo. Paura della faccia che le sue pareti potrebbero restituirmi. Mi faccio forza. Una volta ancora. Un sorso e sono pronto. Fuori la luce del sole ha incendiato il pioppo. Le foglie sembrano un nugolo di farfalle impazzite. Tutte simili, ognuna diversa. È l’ora. Si va in classe. Si va in scena.

“…presi uno a uno, salvo qualche eccezione, te li porteresti tutti a casa, come figli tuoi. teneri, confusi, pieni di desideri e già spaventati da tutto quel che gli sta intorno e che verrà”.

Storie

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» testimonianza raccolta da Elisabeth Alli; fotografia di Igor Ponti

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Claudio Pontiggia

Vitae

grandi erano usciti o stavano per uscire di casa, mancava l’immagine di una sorella che sarebbe stata una spalla per tutti. Da quel momento in poi, gli avvenimenti si sono susseguiti. Un giorno mi ritrovo padre con un lavoro su chiamata che mi obbliga ad assentarmi di frequente per recarmi in capo al mondo, lasciando la mia giovane famiglia, una condizione che mi procurava dei sensi di colpa, ma non vedevo altro modo per progredire. Poi, nel 1994 mi sono separato e progressivamente ho perso il contatto con i figli. Mi sono gettato a capofitto nella musica, dimenticando la mia Apprezzato cornista, pioniere del suo persona e gli affetti: è stata strumento nel mondo del jazz, per motivi una scelta. di salute ha dovuto abbandonare la pra- Da un lato però stavo realizzando quello che avevo semtica strumentale. Una condizione che lo pre sognato: suonavo ed ero ha portato ad affrontare nuove sfide apprezzato da Miles Davis, mi è capitato d’aver David Bowie La mia salvezza è stata la nel camerino che mi ascoltava. Lavoravo con musica. Vedendomi così mingrandi artisti del calibro di Quincy Jones e gherlino e sprovveduto, il Ray Charles. A un certo punto sono stato mio maestro mi ha subito frainteso: mi si è scambiato per un egoista preso sotto la sua ala, il che a cui non importava della famiglia, mentre ha avuto i suoi pro e contro. era il contrario. Ero cresciuto con un senso Mi ha infatti aiutato e promolto forte della famiglia, ma il lavoro tetto, ma mi ha imposto il m’imponeva quei ritmi e pensavo che, per suo genere musicale: quello portare a casa la pagnotta, fosse impossibile classico. Per suonare il jazz, sottrarsi. Ma forse, riflettendoci bene i tempi che adoravo, dovevo farlo non erano ancora maturi per quel tipo di in maniera clandestina. Ho vita. Nel 1998 ho incontrato Irene (la moglie terminato il conservatorio attuale, ndr), anche lei musicista, che ha con l’esame del 28 giugno capito e accettato il mio stile di vita. del 1982, avevo diciannove Non so se i miei problemi di salute siaanni e due giorni. Ottenni la no riconducibili a quel periodo intenso e virtuosité vale a dire il massistressante della mia vita, fatto sta che nel mo dei voti e le felicitazioni novembre del 2005 mi è stata diagnosticata della giuria. una distonia muscolare facciale che non mi All’epoca, però, nei conservapiù permesso di praticare né di insegnare il tori indottrinavano gli allievi mio strumento. D’improvviso m’è toccato e per praticare il jazz “alla reinventarmi come musicista. Oggi dirigo luce del giorno” ho dovuto l’Unione Filarmoniche Asconesi e coordiribellarmi e staccarmi dal mio no la scuola allievi. Dopo oltre vent’anni professore che non ha accetd’esperienza trascorsi in seno alle maggiori tato il mio rifiuto di seguire orchestre ho scoperto d’aver imparato a la via classica. A 26 anni ho comporre, arrangiare e dirigere, e attualmenmesso su famiglia: moglie, te vivo di questo. tre figli e persino il fatidico Nel novembre del 2007, con un gruppo di cane. amici musicisti, ho creato il gruppo “LARipensandoci, credo che la BOttega” (www.retrobottega.ch), che dopo il mia vita sia stata segnata dalla concerto con Paolo Fresu il 27 giugno 2012, morte di mio padre, avevo dovrà interrompere le attività essendo stati solo undici anni. Quel giorno sciaguratamente tagliati del 60% i contributi è finita la felicità e la famicantonali, per noi vitali. Siamo tristi e sconglia s’è sfaldata. I fratelli più volti ma, c`est la vie…

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S

ono nato e cresciuto a Viganello, più piccolo di cinque fratelli, fra cui corrono esattamente quattro anni di differenza l’uno dall’altro. Abitavamo con i genitori nella sola casa che dava sul fiume a Cassarate, in un appartamento di sette locali di cui solo due erano riscaldati. Eravamo una famiglia bellissima, benché fossimo poveri. Il gusto per la musica me l’ha trasmesso mio papà. Per questo motivo in casa ascoltavamo e facevamo moltissima musica popolare: ogni fratello aveva uno strumento e, siccome vigeva la regola tacita che nessuno doveva suonare lo stesso strumento, a me è toccato il corno. Suonavamo tutti quanti nella Civica Filarmonica di Lugano e i venerdì o le domeniche avevamo dei concerti. Poi, i mie fratelli, tra il ’76 e il ’77 affittarono un grotto ad Arogno, si chiamava la Cantina d’oro. Era aperto il fine settimana e attirava fino a 120 persone ogni sera; i miei fratelli con gli amici suonavano del jazz e ad ascoltarli c’era la Lugano bene di oggi. Per quanto riguarda la formazione scolastica, alla fine delle scuole maggiori ho fatto l’anno di avviamento professionale, con la certezza che non avrei fatto un apprendistato. Avevo infatti visto i miei fratelli imboccare quella strada e mi ero convinto che fosse importante poter partire subito, perché poi ti fermi: moglie, figli e cane… e non ti muovi più! Ho dunque deciso di fare il conservatorio e siccome all’epoca non si andava in Italia, l’unica possibilità era di andare oltre Gottardo. Sono partito con una grande ignoranza e ingenuità. Avevo 15 anni! Fino a quel momento i miei orizzonti musicali andavano dalla musica bandistica al jazz degli anni Venti. È al conservatorio di Losanna che ho scoperto Mozart! Quel primo anno è stato davvero un anno di purgatorio: non parlavo la lingua, ero il più giovane…


L’isola

testo di Roberto Roveda; fotografie di Reza Khatir

Duecentosettantancinque metri di lunghezza, centoquaranta di larghezza: queste le dimensioni dell’isola di San Giulio, minuscolo gioiello d’arte del lago d’Orta. Nei suoi stretti vicoli, costeggiando l’antica basilica romanica, i palazzi e le ville signorili sorti come ninfee dalle acque, è facile perdersi tra fantasie e ricordi…


sopra: il lago d’Orta. Sullo sfondo l’isola San Giulio in apertura: un momento di preghiera all’interno della cripta della basilica


1.

Fece lei la scelta, come accadeva quasi sempre tra noi. “Mi piacciono le isole, paiono senza legami con la terraferma, un po’ come capita a me” fu l’unica spiegazione mentre il motoscafo si dirigeva verso San Giulio. La guardavo, così perennemente protesa verso il mondo che la circondava, quasi quanto io lo ero verso di lei. Ogni tanto incrociava il mio sguardo e si fermava. Era solo un momento, poi tutto tornava in movimento assieme alle acque che ci conducevano verso quell’isolotto così raccolto su se stesso da sembrare una fortezza. Inespugnabile come lei. A terra ci immergemmo nella folla dei visitatori, scorremmo

per i viottoli, passammo per la basilica, così romanica al suo esterno, tanto barocca al suo interno. Come al solito lei non volle perdersi un centimetro di quello che vedeva, persino il cantilenare della guida che raccontava l’isola e la sua storia pareva affascinarla. Come una bambina stupita ascoltò di San Giulio che arrivò su questo sperone di roccia trasportato sulle acque dal suo mantello per scacciare draghi e serpenti maligni e costruirvi una chiesa. Ricordo che mordevo il freno e avrei voluto che quei momenti fossero solo per noi, senza chiese, palazzo, leggende di santi con i superpoteri. Se ne accorse e diventò, come le accadeva


in queste pagine: il tiburio e la navata all’interno della basilica di San Giulio

sempre, ancora più sfuggente e inafferrabile. Percorremmo allora vicini e nello stesso tempo distanti la “via del silenzio e della meditazione”, la ragnatela di stradine tessuta attorno al piccolo borgo. Assecondai allora il suo distacco fino a che disse un semplice “domani riparto”, quasi distratto, come la battuta di un copione alla centesima replica. “Lo sai che sono sempre di passaggio” e mi resi conto di averlo sempre saputo, ma la cosa non mi fece meno male. “Ci si può anche fermare”, replicai. “Si, forse un giorno, ma non adesso”. Non rispose a me, il suo fu un riflettere tra sè e sè.

2.

Poi la giornata declinò e le vie si svuotarono. Ci fu la chiamata dell’ultimo battello per Orta. “Restiamo”, fu una semplice constatazione la sua, l’ennesimo dare per scontato che non trovò opposizione. Per quanto ferito, dolorante, furente e orgoglioso fossi, ero inerme. Quello che sentivo per lei era più forte di tutto, puntellato fermamente da un sentimento come si può avere a vent’anni, “perché a vent’anni è tutto ancora intero, / perché a vent’anni è tutto chi lo sa, / a vent’anni si è stupidi davvero, / quante balle si ha in testa a quell’età”1. Continuammo allora a percorrere le vie, ogni tanto riscossi dal suono della campana del monastero benedettino della Mater (...)


Ecclesiae. Non so se fu realtà o la mia immaginazione ma mi parve più volte di sentire le monache salmodiare dietro le spesse mura. Una lenta nenia che dava a quel nostro momento un sapore di sacro, una qualità solenne, irripetibile. Per noi c’era solo quella notte e quel breve fazzoletto di terra che con un pizzico di presunzione era chiamato isola. Per noi quel luogo divenne limbo e fortezza che

ci escludeva temporaneamente dalle scelte, dalle decisioni già prese e subite, da noi stessi e dal nostro restare e andare, mai coincidente, tantomeno l’indomani. Così fummo in quel tempo e in quel posto, l’uno per l’altra con la generosa ingenuità di chi è giovane o non vuole legami. O di chi ha smesso di pretendere e volere e sceglie di lasciarsi prendere dalla vita, così com’è.

All’esterno della basilica il porticciolo dove attraccano i battelli


Mi svegliai che c’era già luce, in tempo per scorgere il primo battello del mattino che toglieva gli ormeggi dall’isola. Ero solo e la vidi dall’imbarcadero, un poco sfocata nella luce del mattino, già lontana e trascorsa del tutto. Accennò un gesto, poi mosse le labbra in quello che interpretai come un addio silenzioso. Avrei voluto il mantello di San Giulio per superare le acque, ma viceversa rimasi lì, del tutto inerte.

per saperne di più: Anna Maria Cànopi, Basilica di San Giulio. Abbazia Mater Ecclesiae. Isola San Giulio, Orta (Novara), Elledici, 2009. www.navigazionelagodorta.it note 1 Francesco Guccini, Eskimo, 1978

Reza Khatir Nato a Teheran nel 1951 è fotografo dal 1978. Ha collaborato con numerose testate nazionali e internazionali. Ha vissuto a Parigi e Londra; oggi risiede a Locarno ed è, fra le altre cose, docente presso la Supsi. Per informazioni: www.khatir.com


Acque nere testo di Marco Jeitziner; fotografie di Flavia Leuenberger

trasmesso all’uomo dall’acqua contaminata delle acque luride a cielo aperto. A volte ci siamo anche noi nelle fogne, come a Parigi: quattro euro per visitare le vecchie canalizzazioni sotto rue Montmartre. Sarà che nella città dell’amore, anche là sotto c’è del romantico?

Luoghi

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Oscar Wilde sosteneva che “siamo tutti nella fogna, ma alcuni di noi guardano alle stelle”. Insomma, anche nel pantano in cui annaspiamo c’è qualcosa di positivo. E a ben vedere, anche nelle fognature: se non esistessero avremmo, come minimo, qualche malattia in più in circolazione. Una grande invenzione, le canalizzazioni. Così le chiamiamo, quasi per evitare la più forte e grossolana parola: fogna. Il nome di un luogo che nemmeno i sofisticati francesi sono riusciti ad addolcire con le loro égouts. Qualcosa di sotterraneo, buio e sporco, nascosto e indicibile, ruscelli di putridi liquami, di acque luride che colano da impermeabili canali in cemento o in PVC, avvolti dal cemento mezzo metro sotto, lontano dalle nostre case, dalla nostra vista e dai nostri olfatti imborghesiti. Così trattiamo i deflussi del nostro esistere, del nostro stare in un mondo. Perché in altri mondi i bambini giocano ancora tra gli scarichi a cielo aperto... Fauna che trovi... Da quando esistono, le cloache hanno sempre alimentato le nostre rappresentazioni e leggende urbane, come quella di animali strani o mostruosi che le abitano. Dal film di serie B degli anni Ottanta, Alligator, nel quale un alligatore di oltre dieci metri semina il terrore, al recente filmato in internet di strane creature vermiformi in una fogna del North Carolina. Il mito del vivente in un luogo quasi invivibile. Quasi, appunto. “A casa mia, dalle tubature, risalgono solo le blatte”, scrive un blogger commentando la vicenda americana. Già, ma oltre a scarafaggi e ratti, storici vettori della peste, le fognature ospitano ogni tanto anche altri insospettabili animali. Veniva da lì, per esempio, il piccolo serpente esotico sbucato l’anno scorso dal gabinetto di una signora di Chiasso. Meglio dare una controllatina prima, perché nessuno è al riparo, nemmeno se si abita al decimo piano: di recente in Australia un pitone reale è riuscito a risalire fino allo scarico di un palazzo! Ma il re degli “infognati” è il batterio vibrio cholerae, responsabile del colera e

A ognuno la sua In fatto di chiaviche, anche dalle nostre parti non si scherza. Dal punto di vista lessicale, la fogna trova le più diverse collocazioni, come dimostrano queste citazioni tratte da alcuni ticinesi. Chi ha il coraggio di bere l’acqua pompata dal lago di Lugano o dalle falde del Vedeggio, scrive uno, “nota fogna a cielo aperto in cui le aziende riversano schifezze”? “Nella fogna del Breggia ci sono stato una volta”, confessa un pescatore, ma solo per curiosità, quindi meglio non andarci a pescare. A Gandria, “la fognatura in piazza Niscior perde da circa tre anni” annotava un critico abitante, ma la spiaggetta sotto il pontile comunale è stata salvata, nonostante la costruzione di una captazione fognaria. Torno a parlare di spogliatoi (Ticinosette, 13 gennaio 2012) perché pare che in quelli delle scuole elementari di Tesserete ci sia “odore di fogna”. Insomma, se anche la vitale Barcellona e la romantica Venezia, in estate, puzzano di fogna, non penseremo mica di schivare l’oliva? Le fogne esistono e ogni tanto ce lo fanno sapere. Sono persino rivelatrici di un certo malessere legato al benessere: analisi del 2008 sugli scarichi urbani hanno determinato scientificamente che, a Lugano, si fumano più spinelli che a Milano, dove invece spopola la cocaina. Luridi aforismi L’impareggiabile Charles Bukowski scriveva che “l’uomo è la fogna dell’universo”. Dunque, saremmo degli scarti cosmici, o comunque qualcosa di cui il creato dovrebbe vergognarsi. Gli do ragione, quando penso che al sud gli scarichi a cielo aperto sono il parcogiochi dei bambini. Lo stesso vale per l’esploratore francese Jacques Cousteau, per il quale “il mare è la fogna universale” nel quale si riversa di tutto, compreso quanto cade dal cielo. Lo dimostra anche il caso recente delle gettonate spiagge di Rimini, colpite dallo scandalo delle fognature. Per il cantautore americano Tom Lehrer “La vita è come una cloaca: quello che ci tiri fuori dipende da quello che ci metti dentro”. Paragone curioso ma verissimo. Il poeta Cesare Pavese ebbe a dire che “Fra gli errori ci sono quelli che puzzano di fogna, e quelli che odorano di bucato”. Sbagliare è umano, no? Per il regista Mel Brooks, “Tragedia è se mi taglio le dita, commedia è se camminando cadi in una fogna aperta e muori”. Peccato per lui che sia accaduto davvero pochi mesi fa, in una cittadina russa. Vittima un bambino di diciotto mesi, inghiottito dalle fognature perché era ceduto l’asfalto. Ma a riguardo non c’è proprio nulla da ridere.


Giochi in tavola... Tendenze p. 48 – 49 | di Francesca Ajmar

L’ultima novità in fatto di servizio di piatti arriva da un artista polacco, Boguslaw Sliwinski, che ha ideato i BS Toy, una serie molto ironica di serigrafie su ceramica, pensata per giocare col cibo e utilizzare alcune pietanze come una sorta di tavolozza di colori a disposizione della propria creatività

Boguslaw

Sliwinski è papà di due bimbi che probabilmente gli danno del filo da torcere soprattutto quando è ora di sedersi a tavola. Ha allora avuto una brillante intuizione: farli mangiare attraverso il gioco, trasformando i supporti, ovvero i piatti, in strumenti di divertimento. Si sa che le idee migliori spesso nascono proprio nei momenti più difficili, ma sicuramente l’aspetto ludico legato al cibo è cosa antica. Molte delle idee di oggi non sono in realtà così “nuove” come si potrebbe immaginare. In epoca rinascimentale, per esempio, alcune famiglie nobili utilizzavano coppe o piatti in maiolica che riportavano scritte di indovinelli o proverbi, pensati appositamente per “giochi di società” legati al momento comune e sociale del pasto. Troviamo numerosi oggetti di questo tipo sia in Italia centrale, soprattutto in Umbria e in Toscana, sia in Emilia Romagna, per esempio nella produzione faentina. In una maiolica cinquecentesca conservata al V&A di Londra compare il proverbio: “Sola la miseria è senza invidia”, o in un piatto al Louvre: “Venite donne alli boni frutti”, con allusioni assai esplicite. Alcuni piatti e coppe presentavano scritte sui bordi, oppure sul fondo, tali da comparire solo una volta consumato il pasto, o bevuto tutto il contenuto. Abbiamo esempi di piatti che riportano una parte di un proverbio o di un indovinello sul davanti e la seconda parte sul retro. Questi oggetti, spesso presenti nei ricchi corredi nuziali, ebbero una tale fortuna, che le botteghe artigianali cominciarono a produrli “in serie”, ovvero utilizzando stampi e modelli predefiniti, con un intento che si potrebbe definire già da “industrial design”. Le famiglie che non potevano permettersi spese troppo elevate per l’argenteria, a volte richiedevano riproduzioni in maioliche di originali vassoi o coppe in argento. Le maioliche divenivano quindi un’allettante occasione creativa per l’artigiano che, sfruttando al meglio le

potenzialità del materiale, lo utilizzava anche come strumento per citare testi o poesie, o nomi di gentil donne a cui veniva dedicato l’oggetto stesso. Ampio spazio era inoltre lasciato alla scelta estetica e cromatica della decorazione della maiolica. Una tavola creativa In modo analogo, anche se con tecniche e strumenti di produzione ben diversi, ma con uno stile essenziale ed efficace, Boguslaw Sliwinski utilizza gru, treni merci, elicotteri, muletti, camion e navi per “trasportare” il cibo dal piatto alla bocca del bimbo recalcitrante, ma anche di tutti quegli adulti che, speriamo, non hanno perso il senso dell’umorismo. Queste serigrafie su ceramica hanno anche la versione “Profili”, profili stilizzati, decentrati rispetto al piatto, che possono cambiare completamente sembianze a seconda di come si utilizzano le “materie prime”. L’aspetto creativo legato a queste immagini è entusiasmante, sposandosi al gusto e all’olfatto, oltre che al tatto e alla vista. Un’altra linea, raffinata, elegantissima e anche molto divertente, è la collezione da tavola “Palace”, presentata a dicembre 2011 da Seletti, ideata e disegnata da Alessandro Zimbelli con Selab, laboratorio sperimentale di Seletti. L’idea di fondo rimane l’aspetto ludico legato al cibo e al contempo una splendida accuratezza nei dettagli e nell’idea compositiva dei singoli oggetti. Si tratta di “Porcellane Architettoniche”, palazzi rinascimentali francesi che diventano piatti, vassoi, zuppiere, bicchieri e servizi completi per la colazione. Dentro i piatti, le piante! Il tetto dei palazzi, se capovolto, funge da piatto da portata. Il Battistero per esempio, pensato per la colazione, è formato da un set di sei tazze, una lattiera, una zuccheriera, un vassoio e una biscottiera, impilati ad arte. Piccoli trucchi per iniziare bene la giornata o per rendere divertente e spiritoso un invito a cena!


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Con Saturno in opposizione e Venere in retrogradazione la vostra vita affettiva, e così anche di società, si accinge ad affrontare nuove e vecchie responsabilità. Senso del dovere. Rivoluzionari i nati in marzo.

A partire dal 13 maggio si apre un periodo favorevole. Grazie a Mercurio e a Giove si sviluppano repentinamente importanti occasioni di lavoro. Questo è il transito giusto se avete deciso di fare un affare.

A partire dal 15 maggio Venere entrerà in retrogradazione. Grazie a questo aspetto si apre un periodo di grande fortuna per tutti i nati nel segno. Colpi di fulmine per i nati nella terza decade. Creatività.

Acquisti e shopping a go-go per i nati nella terza decade. Vi sentite particolarmente stimolati a rendere il vostro ambiente familiare più accogliente mediante l’acquisto di nuova mobilia. Nuova energia.

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Grazie a Saturno e a Venere favorevoli si apre un periodo particolarmente positivo per la vita sociale: scambi culturali, viaggi e vita mondana. Favoriti architetti, giornalisti e addetti alle relazioni esterne.

Terze decadi protette da Giove. Marte di difficile gestione per i nati nella prima decade. Dovete imparare a canalizzarvi correttamente. Altrimenti c’è il rischio che frenesia e ansia prendano il sopravvento.

Venere amplifica i suoi effetti positivi con una potente retrogradazione. Saturno si alleggerisce fissando saldamente le vostre maggiori aspettative. Momento ideale per sposarsi o per una convivenza.

Si apre una fase positiva per i nati a inizio novembre. Avete la possibilità di dimostrare all’interno dell’ambiente di lavoro quanto effettivamente valete. Non seguite scopi egoistici. Guardate il bene generale.

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A partire dal 15 maggio Venere entrerà in una fase di retrogradazione: improvviso aumento dei vostri desideri sessuali ma anche possibile confusione nella vostra vita matrimoniale o di vecchia coppia.

Momento ottimo per apportare cambiamenti alla propria vita. Fissate un piano in modo da stabilire cosa desiderate da voi stessi e dagli altri. Favorite le attività finanziarie. Inquietudini familiari.

Periodo di importanza straordinaria per la vostra vita affettiva. Un amore antico risorge dal profondo. Ristrutturazioni dei vostri ambienti familiari. Opportunità professionali per i nati nella terza decade.

Con Venere retrograda vi cimenterete in nuove forme di divertimento piuttosto che impegnarvi con zelo in un’attività professionale. Momenti di stanchezza per i nati nella seconda da porsi in relazione a Marte.

» a cura di Elisabetta

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Gioca e vinci con Ticinosette

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La soluzione verrà pubblicata sul numero 21

Risolvete il cruciverba e trovate la parola chiave. Per vincere il premio in palio, chiamate lo 0901 59 15 80 (CHF 0.90/chiamata, dalla rete fissa) entro giovedì 17 maggio e seguite le indicazioni lasciando la vostra soluzione e i vostri dati. Oppure inviate una cartolina postale con la vostra soluzione entro martedì 15 mag. a: Twister Interactive AG, “Ticinosette”, Altsagenstrasse 1, 6048 Horw. Buona fortuna! 9

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Verticali 1. Noto successo di Claudio Baglioni • 2. Impavido, coraggioso • 3. La cura l’otorino • 4. Lanciano il sasso e nascondono la mano • 5. La dea della discordia • 6. Gomitoli • 7. Fu ammiraglio di Alessandro Magno • 8. Affondò a causa di un iceberg • 9. Leale e sincera • 13. Turchia • 17. Imbarcazione gonfiabile • 20. Il fiabesco Peter • 21. Il Renzo amato da Lucia • 23. Intimidatorie • 26. Alberi dal tronco chiaro • 27. Il noto Connery • 30. Articolo romanesco • 31. Consonanti in ruota • 33. Complessino canoro • 35. Sopra • 38. Risultati • 39. Né questi, né quelli • 42. Cantore epico • 44. Fiume francese • 45. Devoto • 47. Vino senza pari.

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Orizzontali 1. Salutare beneficio • 10. Si valuta quella dei danni • 11. Uno a Zurigo • 12. Pugnalate • 14. Scossoni, spintoni • 15. Ls città degli arazzi • 16. Altra sigla per MEC • 17. Cuba e Svezia • 18. Consonanti in coniata • 19. Le iniziali di Pappalardo • 20. Impaccio, impedimento • 22. Restar • 24. Dio nordico • 25. Le prime dell’alfabeto • 28. Asciugacapelli • 29. Paventare • 32. Calamitata • 34. Brilla in cielo • 36. La testa del gufo • 37. Né miei, né suoi • 38. Essa • 40. I confino di Rovio • 41. Lucio Cornelio, politico romano • 43. Lamenti poetici • 45. Boschi di conifere • 46. Lo usa il panettiere • 48. Consonanti in radio • 49. Si contrappone a off • 50. Pronome personale • 51. Un parente.

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La soluzione del Concorso apparso il 27 aprile è: SEDURRE

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A causa di un errore nello scorso n.18 di Ticinosette, nel cruciverba sono stati omessi i numeri colorati che indicano le lettere della parola chiave. Per questo motivo lo riproponiamo qui nella forma corretta. Il nome del vincitore sarà comunicato sul numero 21. Ci scusiamo e buon divertimento!

Premio in palio: buono RailAway FFS per l’offerta “I Castelli di Bellinzona” RailAway FFS offre 1 buono del valore di 80.– CHF per 2 persone in 2a classe per l’offerta RailAway FFS “I Castelli di Bellinzona” da scontare presso una stazione FFS in Svizzera. Ulteriori informazioni su ffs.ch/railaway-ticino.

I Castelli di Bellinzona. Patrimonio mondiale UNESCO L’insieme fortificato di Bellinzona appartiene alle testimonianze più importanti delle strutture difensive tardomedievali dell’arco alpino. Bellinzona ha conservato tracce, prove e monumenti di tutte le epoche della sua lunga storia. Grazie alla nuova applicazione per iPhone “Bellinzona Guide” potrete scoprire la città in 22 tappe. Fra le numerose attrazioni segnaliamo: il Mercato del sabato mattina, il neoclassico Teatro Sociale e diverse strutture museali (Castelgrande, Monte Bello, Sasso Corbaro, Museo in Erba e Villa dei Cedri).

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