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№8

del 24 febbraio 2012

con teleradio 26 feb. – 3 mar.

Oltre i limiti della medicina

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Insieme per un mondo piĂš giusto!

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Ticinosette n° 8 24 febbraio 2012

Agorà Cure mediche. Al di là dell’errore Arti Claude Debussy. Un francese in Italia Media Fumetti. Un passato disincanto

Impressum Tiratura controllata 70’634 copie

Visioni I limiti del regista

di

Reportage Una poltrona per due

Peter Keller

roBerto roveda . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . di

nicoletta Barazzoni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Luoghi Sottopassaggi. Memorie dal sottosuolo

Editore

Direttore editoriale

oreSte BoSSini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

roBerto roveda . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Vitae Vanita Monica Albergoni

Teleradio 7 SA Muzzano

di

Fiabe L’organetto magico

di

di

di

Keri Gonzato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Keri Gonzato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . di

Marco Jeitziner; fotoGrafie di reza Khatir . . . . . . . . . .

faBio Martini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tendenze Moda e sostenibilità. Di necessità virtù

di

MariSa Gorza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Redattore responsabile Fabio Martini

Astri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Coredattore

Cruciverba / Concorso a premi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Giancarlo Fornasier

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Stefano Guerra . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

di

Società Responsabilità. Irragionevoli colpe

Chiusura redazionale Venerdì 17 febbraio

di

Photo editor Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Centro Stampa Ticino SA via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch www.issuu.com/infocdt/docs

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In copertina

La morte e la vita Elaborazione grafica di Reza Khatir

La panacea e i suoi mali Nel numero di Ticinosette apparso la scorsa settimana, la psicologa Mariella Dal Farra affrontava il fenomeno del “longevismo” quale ambito di pensiero, di ricerca e di sviluppo per nuove scoperte atte a permettere un ulteriore allungamento della vita (almeno di quella terrena) . L’autrice faceva notare che “il longevismo è un campo enorme che spazia dall’uso di diete e integratori alimentari ai trattamenti ormonali, per arrivare a ipotizzare, nel prossimo futuro, il ricorso sistematico e «democratizzato» alla clonazione, alla criogenia e alla manipolazione genetica. E se queste tecniche sembrano appartenere ancora all’ambito della fantascienza, i proventi delle vendite dei prodotti anti-age (alimentazione, cosmetica, trattamenti, ecc.) fanno già di questo settore uno dei più lucrativi su scala mondiale (...)”. Il contributo di Stefano Guerra che apre questa nuova uscita potrebbe rappresentarne un’ideale continuazione . Se infatti al termine “longevità” sostituiamo “accanimento terapeutico”, l’approccio spasmodico a una ricerca a oltranza della vita si conferma come la maggiore e più ambita sfida che l’uomo sembra essersi posto . La materia è complessa e delicata, inevitabilmente: i fattori e gli attori in gioco sono molti – morali, scientifici, emozionali ed economici – e le figure del medico e del chirurgo sono in questa cornice centrali e sempre più rilevanti . Ma questa non è una novità, e Molière con il suo Malato immaginario (1673) lo conferma . Figure tanto importanti da caricarsi – agli occhi del malato e dei suoi cari – di “poteri superiori” che, essendo umani, certo non possono avere . Nella medicina moderna sono riposte grandi aspettative, una visione assolutamente giustificata vista la scarsa propensione all’accettazione della morte . Ma come sempre avviene quando

le nostre speranze non sono supportate da riscontri concreti e da una buona dose di realismo, l’evento tragico e la fine di una vita diventano fonte di recriminazioni e accuse, presunta incapacità ed errori evitabili . Tralasciando la “mala sanità” e la disorganizzazione ospedaliera – che, fortuna nostra, non sembrano ancora appartenere al sistema sanitario svizzero –, morire malgrado le cure mediche dovrebbe essere un evento legato a una sorta di “normalità” . Come dire, “una possibilità che non può essere esclusa”, ma di fronte alla quale raramente un paziente e i suoi familiari vengono posti, anche quando il decorso è infausto e le speranze di sopravvivenza scarse . Se è vero che nessuno può accettare la scomparsa di una persona a noi cara, farci capire che questo può avvenire è forse il più difficile dei compiti al quale un medico è destinato: l’ammissione dei propri limiti e di quelli della propria professione sono fondamentali, in particolare quando la posta in gioco è la credibilità di tutta la medicina e dei costi sociali (ed economici) a essa legati . Il nome di Molière – morto di tubercolosi – è spesso associato alla ridicolizzazione dei medici, rappresentati come figure controverse, dei venditore di fumo capaci solo di dimostrare (a forza di retorici duelli) le loro presunte conoscenze e capacità . In verità, il grande attore e commediografo era più interessato all’uomo e alla sua propensione alla “maschera”, alle modalità con le quali egli si rappresentava nelle sfere più ricche della società francese del tempo . La medicina altamente tecnologica di oggi certo ha poco da spartire con quella del XVII secolo, ma ieri come oggi quello che le chiediamo è ancora chiarezza, onestà e umiltà . Buona lettura, Giancarlo Fornasier


Cure mediche. Al di là dell’errore

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Agorà

La campagna pubblicitaria e di sensibilizzazione avviata tempo fa dall’Organizzazione svizzera dei pazienti non è certo passata inosservata: un messaggio forte, avvalorato da dati non sempre confortanti. Ma limitarsi a una valutazione superficiale, condannando tout court la classe medica, è un’operazione sommaria che non tiene conto di altri importanti fattori di Stefano Guerra

P

er reclutare nuovi soci, l’Organizzazione svizzera dei pazienti (OSP) forza i toni: “In Svizzera gli errori medici causano più morti di strade, AIDS e grippe”. Quanti? “Cento morti al mese”. E “in Ticino, un decesso alla settimana è dovuto a un errore medico”. Sui cartelloni pubblicitari spuntati qua e là negli scorsi mesi lungo le strade ticinesi, si scorge anche un giovane dottore che – stetoscopio al collo e cravatta nera sotto il camice bianco – si gratta la fronte, osservando visibilmente perplesso una cartella medica che sembra non capire. Accanto, la scritta: “L’Organizzazione svizzera dei pazienti ti difende. Fatti socio”. È una pubblicità che colpisce: il messaggio è lapidario (una sola frase a mo’ di slogan, che non lascia spazio a divagazioni né repliche), le cifre (cento morti al mese, uno alla settimana in Ticino) oggettivano l’esistenza e la frequenza del fenomeno (con le parole “errori medici” evidenziate in rosso), e una sorta di denominazione d’origine (la Svizzera, il Ticino) rende la minaccia non solo reale, ma anche geograficamente prossima. Inoltre, la rappresentazione di un giovane dottore in chiara difficoltà apparentemente fa a pezzi l’immagine di una classe medica che si suppone composta da professionisti sicuri di sé, depositari di una scienza che non ammette sbavature, ai quali ci si può affidare in tutta tranquillità. Sbaragliamo subito il campo da ogni possibile equivoco. Di errori medici si muore eccome, anche in Svizzera. Secondo la Fondazione per la sicurezza dei pazienti (FSP), negli ospedali della Confederazione ogni anno dalle 700 alle 1.700 persone perdono la vita a causa di sbagli commessi dai camici bianchi.1 Chi ne ha fatto esperienza diretta o indiretta sa quanta sofferenza possono provocare. Atul Gawande, un giovane chirurgo di Boston, ha scritto in proposito: “(...) il prossimo anno eseguirò circa trecentocinquanta interventi, i più vari, dall’intervento d’urgenza sulla strozzatura di un’ernia inguinale all’asportazione di tumori alla tiroide. Per sei, forse otto pazienti – all’incirca il 2


per cento – le cose non andranno bene. Svilupperanno emorragie interne, o io danneggerò un nervo critico, o sbaglierò la diagnosi. Qualunque cosa abbia detto Ippocrate, qualche volta facciamo del male. Le ricerche sulle complicazioni gravi dimostrano che almeno in metà dei casi erano inevitabili, il che può essere di qualche consolazione. Ma nell’altra metà l’errore è nostro, e cambierà per sempre la vita di qualcuno”.2 “Volutamente provocatorio”3, per ammissione degli stessi responsabili della campagna, il messaggio lanciato dall’OSP non si limita a denunciare una realtà di cui si parla ancora poco: la brandisce come uno spauracchio. Facendo leva sull’emotività e incitando a canalizzare la propria rabbia più o meno giustificata verso i medici che sbagliano, l’Organizzazione contribuisce alla messa in scena di una lotta tra povere vittime (i pazienti) e i cattivi (onni)potenti di turno (i medici). L’ambiguità rafforza l’effetto: quando o da cosa, infatti, verrebbe difeso chi aderisce all’OSP? Soltanto in caso di errore medico, come suggerirebbe l’evidenziatura in rosso sui cartelloni? Oppure più in generale e quasi a priori, come invece lascerebbe intendere l’immagine, dall’imperizia o dall’incompetenza di chi questi errori ogni tanto li commette?

Svizzera. Ma né l’Organizzazione svizzera dei pazienti, né le autorità pubbliche di prevenzione e sorveglianza in ambito sanitario, sempre piuttosto timide al riguardo, dicono granché in merito a un fenomeno sociale che anzi – come detto – contribuiscono spesso ad alimentare. Dei meccanismi che spingono al consumo (il marketing delle industrie farmaceutiche, l’eccesso di infrastrutture e apparecchiature, la diffusione acritica di diagnosi sempre più precoci, ecc.) si parla e si scrive ancor meno che di errori medici. E l’OSP sembra guardarsi bene dall’indicare come potrebbe eventualmente aiutare il paziente a districarsi, favorendo in lui (ma anche in chi paziente non lo è ancora) lo sviluppo di una consapevolezza che rafforzi la sua indipendenza e al contempo lo induca a un sano distacco nei confronti del sistema medico, dei dottori impreparati e dei loro errori.

“Per affrontare una malattia si cerca allora di fare qualcosa in più, in un crescendo di esami, trattamenti, interventi: un cammino che talvolta sembra non avere fine. «Qualcosa in più» è quello che i medici propongono e i pazienti (...) richiedono”

L’altra faccia della medaglia In un caso come in un altro, strumentalizzando l’errore l’Organizzazione dei pazienti in realtà non fa altro che riaffermare la centralità dell’atto medico. Certo, ne denuncia gli esiti a volte deleteri. Ma al contempo intrattiene l’illusione di una medicina che potrebbe essere perfettibile, se non proprio all’infinito, quasi: perché ciò avvenga, “basterebbe” indagare sulle cause dei decessi e correggere gli errori commessi da quei medici che non capiscono (come quello che si vede nei cartelloni), o che agiscono con imperizia o negligenza. Al di là del facile slogan, e dei risvolti positivi che in certi casi un lavoro del genere può avere, in questo modo l’Organizzazione dei pazienti contribuisce – assieme a molti rappresentanti della classe medica e dell’industria farmaceutica – a rafforzare le aspettative nella medicina, alimentando un circolo vizioso ben descritto dal cardiologo piemontese Marco Bobbio: “(...) è cresciuta l’aspettativa nei confronti di una medicina onnipotente e si è sviluppato un senso di frustrazione quando le cose non vanno per il verso giusto: se compare una malattia che si voleva evitare, se non si guarisce, se una procedura o un intervento si complicano, se si continua a star male, se la morte chiude un’esistenza”. “Per affrontare una malattia” prosegue Bobbio in Il malato immaginato. I rischi di una medicina senza limiti4, “si cerca allora di fare qualcosa in più, in un crescendo di esami, trattamenti, interventi: un cammino che talvolta sembra non aver fine. «Qualcosa in più» è quello che i medici propongono e i pazienti (o i loro parenti) richiedono. Come se fare qualcosa sia sempre meglio che aspettare; come se le cure e gli interventi non abbiano effetti indesiderati; come se il trattamento che allunga la vita, a costo di sofferenze inevitabili, debba essere preferito da chiunque”. La sovramedicalizzazione non risparmia il Ticino e il resto della

Burocrazia e salute C’è poi un altro aspetto. Senza volerci ergere a difensori di una categoria che di avvocati ne ha già molti, va comunque detto che la campagna pubblicitaria dell’OSP ignora i profondi mutamenti che caratterizzano la professione medica. Ne è sintomo, per esempio, la penuria di medici generalisti o di famiglia, figure sacrificate sull’altare di un’iperspecializzazione che anche in Svizzera ormai ha contagiato tanto la formazione universitaria quanto la professione stessa. Quale infallibilità ci si può mai attendere da professionisti che, nel loro lavoro quotidiano in ambito ospedaliero o ambulatoriale, sono oggi assediati da una “aziendalizzazione spinta” che provoca “la diminuzione dei tempi dedicati al paziente, e la «cannibalizzazione» delle pratiche sanitarie a opera di quelle amministrative”?5 Esaurimento, depressione e dipendenze di vario tipo – legati al sovraccarico di lavoro e, più in generale, a una crisi dell’identità professionale – sono fenomeni riconosciuti anche dalla stessa Federazione dei medici svizzeri (FMH), che da anni gestisce una rete di sostegno per professionisti che non ce la fanno più.6 Prendersela con i medici è diventato un po’ come sparare sulla Croce Rossa. Brandire lo spauracchio degli “errori” aiuterà forse l’OSP a reclutare qualche socio arrabbiato in più e a raccogliere fondi per le sue attività. Ma di sicuro il messaggio stona, o perlomeno non risuona, in persone che sentono di dover prima o poi andare oltre una, lo ripetiamo, spesso giustificata rabbia scatenata da un errore medico.

note 1 Comunicato stampa del 24 maggio 2011. 2 Atul Gawande, Con cura. Diario di un medico deciso a fare meglio, Einaudi, 2008, p. 99. 3 Barbara Züst, del servizio giuridico dell’OSP, ha affermato che “il messaggio è volutamente provocatorio, altrimenti nessuno leggerebbe i cartelloni”. Giornale del Popolo, 7 gennaio 2012. 4 Einaudi, 2010, p. 7. 5 Elena Boldrini, “Una dissonanza identitaria”, in: Fabio Merlini e Lorenzo Bonoli (a cura di), Per una cultura della formazione al lavoro, Studi e analisi sulla crisi dell’identità professionale, Carocci, 2010, pp. 230-231. 6 “Quando i medici crollano”, Azione, 4 aprile 2011.

Agorà

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Un francese in Italia Quest’anno ricorre il 150esimo della nascita di Claude Debussy, il più francese dei musicisti francesi. Nessuno meglio di lui, infatti, ha saputo incarnare lo spirito esatto e allo stesso tempo vibrante dell’“Ars gallica”, rispecchiando in musica i tumultuosi processi di rinnovamento che la pittura francese stava introducendo nel linguaggio artistico a cavallo del Novecento di Oreste Bossini

Arti

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Claude-Achille Debussy (1862–1918) è stato sotto ogni aspetto un perfetto artista parigino, più a suo agio forse in compagnia di scrittori, pittori e intellettuali che dei colleghi musicisti. Lo scoppio della Prima guerra mondiale finì per risvegliare in lui dei violenti sentimenti nazionalisti, che lo portarono a esprimere giudizi feroci e sprezzanti sulla musica tedesca e viennese. Come tanti giovani parigini della sua generazione, Debussy era stato profondamente influenzato dal teatro di Wagner, ma aveva poi voltato le spalle al linguaggio troppo ingombrante ed espressivo della sua musica. Schönberg poi gli sembrava addirittura un artista “pericoloso”, con la sua pretesa di prolungare di un altro secolo la supremazia della musica tedesca. Le opere degli ultimi anni, in particolare il ciclo delle tre Sonate per diverse combinazioni di strumenti, recano persino la firma “Debussy, musicien français”, per sottolineare il legame con la tradizione secolare della scuola francese. Viaggiare per apprendere Malgrado il pericolo di scivolare sul piano inclinato dello sciovinismo, Debussy ha sempre avvertito il peso del grande patrimonio del suo paese (compreso il pianoforte di Chopin), ma non ha vissuto tutta la vita chiuso nel bozzolo protettivo di una città culturalmente autosufficiente come Parigi. Da giovane ha avuto la fortuna di fare esperienza anche fuori dai confini nazionali, cosa alquanto eccezionale per un artista privo di rendite e di mezzi. Grazie alla raccomandazione di un professore del Conservatorio, Debussy venne introdotto alla baronessa Nadezda von Meck, la leggendaria mecenate di Cajkovskij. I tre soggiorni in Russia e i viaggi in Austria e in Italia furono una fonte preziosissima di conoscenze e di rapporti, che arrivarono al punto di vedere i suoi primi lavori per pianoforte sottoposti all’esame severo del grande musicista russo. Fin quando le condizioni di salute lo permisero, Debussy ha viaggiato all’estero, tenendo concerti e ricevendo ovunque onori e riconoscimenti. Il trittico per orchestra Images, scritto fra il 1907 e il 1912, rappresenta una sorta di mappa immaginaria, che raffigura scene legate alla tradizione popolare inglese, spagnola e francese. La Spagna, paese mai visitato, è stata raccontata dalla musica di Debussy molto più dell’Italia. Come spiegare questo apparente paradosso?

Roma: una città impossibile Villa Medici, la splendida sede dell’Accademia di Francia in cima alla candida scalinata di Trinità de’ Monti, rimane una delle più celebri mete turistiche di Roma. La vista della città che si gode dalle finestre della Villa, unita al colore dei tetti, del cielo e degli alberi di Villa Borghese, ha rappresentato per generazioni di turisti una delle impressioni più durature della loro visita a Roma. Per Debussy, invece, tornare tutti i giorni con lo sguardo alla vista della Città Eterna, nella quiete del magnifico edificio rinascimentale, era una vera tortura, sopportata in maniera sempre più impaziente dal 1885 al 1887. Per quasi tre anni, in qualità di vincitore del Prix de Rome, Debussy rimase ospite dell’Accademia di Francia, un’esperienza chiusa alla fine senza alcun rimpianto. “Perdonate, ma non ho più bisogno soltanto della vostra amicizia – scriveva nel marzo del 1887 a Eugène-Henri Vasnier, alto funzionario del Ministero dei Lavori Pubblici e uno dei primi sostenitori del giovane artista – ho bisogno anche della vostra indulgenza. Non posso più rimanere qui: ho provato di tutto, ho seguito i vostri consigli. Vi giuro che ho fatto tutti gli sforzi di volontà possibili, ma tutto è servito a dimostrare una sola cosa: non riuscirei mai a vivere e a lavorare qui”. Wagner, la coerenza e l’istinto Tuttavia qualcosa rimase, di quell’infelice soggiorno. In primo luogo il ricordo di Liszt al pianoforte, ascoltato a casa di Giovanni Sgambati. Il vecchio leone non aveva più la forza di ruggire sulla tastiera, ma bastò un grammo della sua grande arte, la maniera di usare il pedale, per lasciare una traccia indelebile sul giovane musicista. “Era come se respirasse”, raccontava Debussy. Inoltre gli anni romani rappresentarono l’occasione di frequentare un ambiente culturale più raffinato, aperto alle nuove correnti dell’arte europea. La scoperta della scuola preraffaellita e di Dante Gabriele Rossetti ispirarono il più importante dei cosiddetti envoi, i lavori che la commissione del premio attendeva dagli artisti di Villa Medici come tangibile risultato della borsa di studio. Figlio di un rifugiato politico napoletano a Londra, il pittore e poeta Rossetti si era distinto, assieme alla sorella poetessa Christina, nella cultura inglese di metà Ottocento. Le sue opere erano imbevute di una sofferta e languida spiritualità


Arti

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Un ritratto del compositore e pianista francese

d’ispirazione medioevale, espressa in maniera perfetta nel poemetto The Blessed Damozel. Debussy conobbe i versi di Rossetti nella traduzione del poeta Gabriel Sarrazin e pensò di farne una cantata per soprano, coro femminile e orchestra. Il lavoro fu terminato però solo nel 1889, dopo aver ascoltato a Bayreuth l’ultima opera di Wagner, Parsifal. L’autore, con la sua consueta ironia, definiva lo stile del suo breve oratorio “un po’ mistico e un po’ pagano”, ma rivendicava il merito di esser riuscito a non copiare Wagner. In sostanza aveva ragione, benché un lavoro così acerbo risenta inevitabilmente

degli influssi della musica del suo tempo. L’eletta damigella di Debussy si getta nell’abbraccio mistico con la Madonna, alle porte del Paradiso, sullo sfondo di un paesaggio armonico dal colorito senza dubbio nuovo e originale. La cantata reca l’impronta della personalità del musicista, che aveva la ferma intenzione di rimanere fedele alle proprie idee e al proprio istinto musicale, a costo di mettere a repentaglio la propria carriera. I commissari parigini, infatti, giudicarono il lavoro “bizzarro”. Ma per fortuna, come dimostra la sua vicenda musicale, non ancora abbastanza.


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Un passato disincanto Una volta John Fitzgerald Kennedy disse: “Tre cose esistono veramente: Dio, la follia umana e la risata. Le prime due sono oltre la nostra comprensione, quindi dobbiamo accontentarci della terza”. Il mio nome è Johnny Hart e faccio quel che posso con la terza... di Roberto Roveda

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Primo messaggero: “Sire, Sire, il popolo ha sete!”. Secondo messaggero: “Sire, Sire: i mostri del fossato hanno fame!”. Il re: “Intravedo una soluzione...”. Oppure leggete quest’altra. Il cacciatore preistorico a un altro cavernicolo: “Mangio solo quello che caccio”. E l’altro, senza scomporsi: “Allora sei vegetariano”. Un paio di battute, taglienti e calibrate con studiata noncuranza, e subito ci troviamo immersi nell’universo umoristico di Johnny Hart. Un nome e un cognome che rimandano prima di tutto alla preistoria sgangherata di B.C. - Before Christ, cioè avanti Cristo –, striscia nata nel 1958. Poi, a partire dal 1964 e in compartecipazione con Brant Parker, al Medioevo senza audacie e poesie di corte del Mago di Wiz oppure, per dirla in originale, Wizard of Id. In sintesi due delle strisce umoristiche più popolari che Hart, americano dello stato di New York, ha prodotto senza interruzioni, una o più strip ogni giorno del calendario, per quasi un cinquantennio, fino alla morte avvenuta nel 2007. Una produzione enorme, in parte inedita, tanto che ancora oggi, a cinque anni dalla sua scomparsa, continuano a uscire nuove strisce sul sito di Hart (www.johnhartstudios.com). Il desiderio del non-progresso Così l’universo di Hart prosegue, all’insegna del disincanto verso ogni certezza e ogni retorica, rovesciando ruoli e sicurezze, con anticonformismo praticato e suggerito, mai sbandierato. L’età della pietra di B.C., in fondo, è una preistoria così come ce la possiamo aspettare a fumetti: cavernicoli coperti di pelli, pietra ovunque, clave e qualche lucertolone strano. E anche il Medioevo di Wiz ha il suo castello col ponte levatoio, un re che viene chiamato “sire”, cavalieri, donzelle, maghi e giullari. Ma è sufficiente che i personaggi parlino o si muovano e in questi mondi a china tutto smette di funzionare come dovrebbe, i comportamenti da manuale (scolastico) svaniscono come neve al sole. I cavernicoli non vogliono saperne di progredire, hanno la ruota ma ci giocano anziché utilizzarla per qualcosa di utile e produttivo. Usano libri e telefono, ma senza badarci troppo, quasi che nei loro geni sia stato iscritto una sorta d’immobilismo cosmico. E tutto questo avviene mentre fuori, nel mondo reale, l’America è nel pieno degli anni Sessanta; è il trionfo del progresso e della tecnologia e J.F. Kennedy ha appena annunciato che in pochi anni l’uomo andrà sulla Luna. Viceversa i cavernicoli di Hart se ne fregano di fare, disfare e, in fondo, non paiono così scontenti. Più placidi di loro...

La rivincita della “stabilità” La stessa sottile dissonanza la ritroviamo superando il fossato che circonda il castello di Wiz, dove il re è brutto, piccolo e laido come pochi, i cavalieri sono vigliacchi e pusillanimi e le donzelle sono smorfiose da lasciare tranquillamente nelle fauci dei draghi. E i sudditi sono in perenne attesa che qualcosa muti. Striscia dopo striscia, però, nulla cambia. Il potente rimane sempre tale e non mostra nessuna intenzione di cambiare. Anzi, è pronto a ogni sopruso, a ogni ingiustizia pur di ottenere un vantaggio. Chi ha l’autorità la usa per se stesso, chi dovrebbe difendere gli altri scappa e anche la magia serve solo a tirare a campare. Un mondo dove le qualità sono usate proprio male e che agli autori serve per raccontare ciò che li circonda, quegli Stati Uniti tanto sfolgoranti e democratici… ma solo quando conviene e solo con qualcuno. Il Medioevo prossimo venturo Sono cose che Hart amava ricordare sempre ai suoi lettori, come scrive il filosofo Giulio Giorello: “Hart era stato spinto al suo lavoro dall’ammirazione per Charles M. Schulz. Però, diversamente dai personaggi dei Peanuts, capaci comunque di riscattare le ingiurie della vita in una visione sostanzialmente ottimistica, quelli di Hart facevano emergere con dura ironia le virtù e i vizi della società a stelle e strisce: erano gli anni della fiducia nella scienza (ma c’era l’equilibrio del terrore) e della fierezza del Mondo Libero (ma cominciava la guerra del Vietnam)”. B.C. e Il Mago di Wiz scioglievano in risata le contraddizioni del presente e le rendevano apparentemente innocue spostandole in un passato lontano. E catturavano il lettore costringendolo ad accendere il cervello e a fare raffronti con il presente. A chiedersi: “Ma forse nella Preistoria avevano capito tutto?”. Oppure: “Ma per come vanno le cose siamo ancora nel Medioevo?”. Domande che possiamo porci anche oggi, di fronte al prezzo del progresso e alla globalizzazione, e dove le immagini dei prigionieri di Guantanamo paiono tanto simili al carcerato perennemente in ceppi nelle stanze segrete del castello di Wiz. invito alla lettura Johnny Hart e Brant Parker Mago Wiz. Strisce giornaliere e domenicali 1971 Panini Comics, 2011 “Benvenuti nel Regno di Id, reame che vale un ronzino governato da un miserabile, tirannico despota alto quanto un barattolo...”. Le strisce a lato sono tratte da: B. Parker e J. Hart, Il meglio di Wizard of Id., Rizzoli (1990) e J. Hart, Il meglio di B.C., Rizzoli (1991)


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Irragionevoli colpe Chissà a cosa si riferiva Theodor Adorno quando nei suoi “Minima Moralia” scrisse: “Sono vittima e me lo fanno ancora pesare”? Una riflessione sulla responsabilità e il senso di colpa testo di Nicoletta Barazzoni illustrazione di Mimmo Mendicino

Società

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Theodor Adorno (1903–1969) intendeva forse dire che, oltre a essere bersaglio dell’altrui azione, in certi frangenti della vita ci si trova doppiamente accusati e incolpati? Se proviamo ad analizzare alcune manifestazioni legate all’aforisma del filosofo tedesco abbiamo l’impressione che si tenda ad addossare la colpa dell’agito a chi la colpa l’ha subita. Se si immette in un motore di ricerca l’espressione “sono vittima”, si ottengono 18 milioni e 400mila risultati; se invece inseriamo la voce “sono colpevole” i risultati sono 5 milioni e 890mila. La differenza tra i due enunciati è considerevole, denotando come ci si possa sentire spesso più vittime che colpevoli. Sono molto più ridotte invece le probabilità di essere entrambe le cose. Essere sia vittima che colpevole corrisponde a 1 milione e 780mila risultati. Si può essere vittima di persecuzioni, stalking, gossip, di un complotto, e via discorrendo. Ma sembra che autoscagionarsi sia divenuto uno sport assai diffuso, annullando così le proprie colpe e le conseguenze dell’azione distruttiva. In questo alternarsi di accuse, l’assunzione di responsabilità si vanifica, cambiando la reale traiettoria di chi ha cagionato il fattaccio. Viviamo in un periodo in cui le facce di bronzo entrano tranquillamente in tutti gli ambiti della vita, si moltiplicano a dismisura e ancor peggio, colte in flagrante, non si preoccupano di chiedere nemmeno scusa. E se lo fanno è perché sanno di aver commesso qualche cosa che non dovevano fare. E chiedono scusa ma poi se ne lavano le mani. Se qualcuno, cagionando un torto a qualcun altro, finge di non accorgersene, dimostra unicamente la sua grossolana sfacciataggine. Ma osservando gli eventi storici non possiamo che rassegnarci poiché gli impuniti spesso hanno la meglio. Gioco al rimpallo Ma partiamo da un esempio concreto, che si riscontra spesso nei casi di imputazione di violenza carnale. O la violentata viene marchiata per aver indossato una minigonna strepitosa, rea di aver provocato l’istinto bestiale del violentatore, oppure si ricorre ad altre giustificazioni. Una ragazza viene stuprata nel parco cittadino da quattro ragazzi, che in risposta all’accusa di violenza carnale, tutti solidali, affermano di averla

assecondata poiché lei era consenziente, partecipando così al carosello sessuale. Forse perché dotata di quattro organi genitali femminili, di quattro bocche e da un desiderio sessuale quadruplicato e insaziabile? Cosa potrà la testimonianza di una sola ragazza contro i quattro presunti colpevoli? Basteranno le perizie ginecologiche a stabilire la violenza carnale? Da quale parte penderà la verità? Spostare l’attenzione, e in questo caso la gravità del reato sul comportamento di chi ha subito la violenza, insinua il dubbio e inquina la ricostruzione dell’accaduto. Anche altri esempi possono servire per inquadrare questo comportamento assai diffuso. Siamo fermi, in veste di pedoni, al semaforo rosso. Una vettura decapottabile sfreccia regolarmente sulla carreggiata con il via libera del semaforo. Accanto a noi una signora non rispetta l’omino rosso. Passa sfiorando di poco l’incidente mentre il conducente della decapottabile le urla di fermarsi. E lei in tutta risposta solleva il dito medio. Altro esempio: un ragazzo si schianta con la sua auto per eccesso di velocità. Muore e in risposta alla sua morte qualcuno sentenzia “se l’è cercata, ne paghi le conseguenze!”. È una sorta di meccanismo o automatismo che ognuno può osservare: qualcuno muore di cancro ai polmoni, e subito ci si chiede: “Fumava?”. In fondo è un problema di teodicea – ci fa notare un insegnante di filosofia – di giustificazione del male; della difficoltà di accettare il male tout court (nella sua nuda brutalità), del bisogno di dargli un senso, di narrarlo in una storia e di metabolizzarlo. Ma è parimenti un modo per non affrontare il problema perché non vogliamo assumerlo, cercando la strada più comoda per rimuoverlo e sottrarci al senso di colpa. Nel racconto Il velo nero Nathaniel Hawthorne (1804–1864) narra della misteriosità e dell’oscurità della colpa, mostrando come essa impedisca il rapporto e l’amore, e dunque le relazioni umane. Ma per discolparci solitamente cosa facciamo? Accusiamo, generando nell’altro il senso di colpa, facendogli pesare, come dice Adorno, i nostri sbagli. Tutti crediamo di avere ragione e dunque dovremmo esercitare il consiglio brechtiano di sederci dalla parte del torto, ma non solo perché tutti gli altri posti sono già occupati, ma perché dovremmo far posto alle nostre responsabilità.


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I limiti del regista

» di Roberto Roveda

Raccontare J. Edgar Hoover, direttore dell’FBI per quasi cin- comprendere per quale ragione egli sia rimasto in quella poquant’anni (1924–1972) e sotto otto presidenze, rappresentava sizione per un periodo tanto lungo… Un esercizio più adatto una ghiotta occasione per un grande affresco su mezzo secolo al buon Oliver Stone d’annata e meno al “texano dagli occhi di vita americana. Clint Eastwood ha predi ghiaccio” che senza revolver e Magnum ferito, viceversa, la strada del bozzetto e nel tra le mani (personalmente) non ha mai suo J. Edgar parte dal racconto dell’uomo convinto molto. Hoover – psicopatico, manipolatore, carrieChe dire: un film “mattone”, neanche rista e paranoico, segnato da un rapporto tanto nobilitato dall’interpretazione di ossessivo con la madre severa e ultraconun Leo-nardo DiCaprio che nel ruolo di servatrice – per trarne una metafora sulle Hoover a molti è parso mimetico col permiserie e ambiguità del potere. sonaggio originale, manierato, artificioso Il risultato è una pellicola noiosa e pree un poco posticcio (come il trucco che lo tenziosa – o presuntuosa? –, in cui è facile invecchia e lo imbolsisce mentre è impeperdersi in un labirinto di flashback e gnato a rappresentare il direttore dell’FBI più anziano). Poco altro da dire per un’operiferimenti alla storia e alla cronaca, tanto ra che Eastwood ha girato volutamente in da mettere a dura prova qualsiasi storico. maniera ostica, senza che però il risultaInsomma, la solita pedante pignoleria per to (piuttosto mediocre) giustifichi questa i particolari e le atmosfere caratteristica “complicatezza” e certe arditezze narrative. di Eastwood, unita al suo iperrealismo in J. Edgar Al buon Clint pare proprio non stiano base al quale se qualcosa è grigio diviene regia di Clint Eastwood giovando i peana dei critici che da anni automaticamente nero e sporco. Un nichiliUSA, 2011 accompagnano tutti i suoi film, spesso prismo di fondo che tanti paiono confondere con la disillusione di un idealista “vecchio stampo”. A predo- ma ancora che escano. Lo hanno convinto a fare l’autore – “A” minare, poi, la sensazione di assistere a una messa in scena maiuscola compresa –; ma lui si è scordato di essere in fondo sostanzialmente inutile, perché che Hoover fosse un mediocre un onesto artigiano del cinema. Uno che nella Hollywood dei burocrate è noto a molti. Sarebbe forse stato più interessante tempi d’oro avrebbe girato forse qualche decente B Movie.

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Sottopassaggi. Memorie dal sottosuolo testo di Keri Gonzato; fotografie di Igor Ponti

Luoghi

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“Raccordo, tratto interrato di strada per il superamento di incroci, corridoio sotterraneo che permette ai pedoni di attraversare il piano stradale soprastante”. Queste sono alcune delle definizioni che i dizionari di lingua italiana danno del sottopassaggio. Un luogo particolare che, prendendo le dovute distanze dall’essenzialità dei glossari, evoca immagini di vita vissuta che si mischiano al sapore delle leggende urbane. Il sottopassaggio è quella lingua di percorso asfaltato che si inserisce sotto terra creando la possibilità di transitare, a passo d’uomo, anche in zone molto trafficate. Un breve percorso, che ci sospende dalla quotidianità, una serie di passi – uno in fila all’altro – in un luogo protetto e ombroso. Camminandoci, si va underground, l’ambiente si fa più scuro e umido e la camminata accelera. Attraversare un sottopasso di notte fa accelerare il battito cardiaco, il rumore dei tac che rimbomba tac-tac-tac-tac-tac-tac e tutt’a un tratto l’immaginazione ci proietta dentro a una puntata di “CSI”. La mente si popola delle immagini evocate dalla cronaca nera, collane di inchiostro in cui la parola sottopassaggio fa rima con terrore: “Mendrisio. Un uomo è stato aggredito, rapinato e accoltellato questa mattina mentre si trovava nel sottopassaggio della stazione ferroviaria” (21/10/2006, Ticinonline); “Maroggia. Questa mattina, verso le ore 05:15, a Maroggia presso la stazione FFS, nel sottopassaggio, una donna è stata avvicinata da un uomo che, dopo averle chiesto l’orario del treno, le ha strappato la borsetta e l’ha spintonata facendola cadere” (28/06/2011, Ticinonline). Nella cronaca i sottopassaggi che uccidono si alternano a quelli che salvano la vita: “Malvaglia. Il cantone propone al Comune l’adeguamento di un sottopassaggio, nei pressi della fermata dove perse la vita una bambina di 11 anni, investita da un’auto, mentre attraversava la cantonale, dopo essere scesa dal bus che l’accompagnava a casa” (24/08/2010, Ticinonline).

Passaggi inconsci Nonostante questa componente più luminosa, nell’immaginario collettivo resta l’idea della paura. È paradossale pensare che questi canali siano nati proprio con l’intento di rendere le nostre passeggiate più sicure, per evitare ai pedoni di doversi mischiare al traffico. Forse, è il fatto di essere meno visibili, di trovarsi nascosti sotto la superficie, a incutere quello strano timore. Film e romanzi hanno contribuito a fare di questi corridoi sotterranei un simbolo della paura. In Arancia meccanica di Kubrick – trasposizione cinematografica di un visionario racconto di Anthony Burgess del 1962 – un sottopasso di cemento armato situato nel distretto londinese di Wandsworth, ospita la scena di spietata violenza in cui Alex e la sua banda di Drughi aggrediscono un anziano senzatetto. E poi è sufficiente il rimando all’opera dantesca per ricordare che, penetrando sotto terra, ci si avvicina alle lingue fiammeggianti degli inferi. Il sottopassaggio allegorico è dunque una sorta di “foresta oscura”, una rappresentazione dell’inconscio e dei suoi fantasmi, luogo di passaggio dove, alla fine come all’inizio, troviamo però sempre la luce. Un breve viaggio nell’ignoto, un momento per scrutare in noi stessi… e magari è proprio questo che ci fa tremare e ci spinge ad affrettare il passo. Una cosa è certa: camminando in solitaria – sulla superficie o sottoterra – la sensazione muta completamente. Sorprese sotterranee A illuminare questi tunnel di una strana poesia sono spesso i musicisti. Dovrebbero pagarli invece di rendergli la vita difficile. La loro presenza, inondando il sottopassaggio e il viandante di calore e umanità, scioglie la propensione alla paura. Quando ci addentriamo nel sottopasso, così veloci e con lo sguardo tanto incollato alla punta delle nostre scarpe da non sentirci più parte dell’esistenza, la musica ci riporta alla nostra natura umana. Perché c’è anche chi, proprio in quel luogo poco accogliente, trova un rifugio e un posto dove creare unione. In fondo, il sottopassaggio è un raccordo, sta all’incrocio e nasce per unire. La musica del viandante vince l’ostilità sotterranea di questi tunnel pedonali aprendo una breccia nell’immaginario collettivo. Ci piacerebbe che i sottopassaggi del futuro diventassero luoghi pieni di vita, abitacolo di piante e fiori amanti dell’oscurità, pareti come tele per gli artisti, atelier di panettieri, venditori di lampade, lampadine e candele, locande dove recitare poesie… Per trasformare un’immaginario in un altro basterebbe solo un po’ di poesia.


» testimonianza raccolta da Keri Gonzato; fotografia di Igor Ponti

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Vanita M. Albergoni

Vitae

“clic”... Attirata dall’allegria mi sono formata con Madan Kataria, il fondatore di “Yoga della risata”, mi sono specializzata in Psicologia della gioia, ho conseguito un diploma alla Scuola internazionale della risata francese. Poi, con Alessandra Cattori, abbiamo aperto il primo Club della risata ticinese. Porto avanti la visione di un Ticino più ridente, confrontandomi con varie resistenze dovute alla paura di gioire e di vivere che paradossalmente è più grande della paura della morte. Pensate che secondo alcune ricerche nel ’39, all’inizio della guerra, in Francia si rideva mediamente 19 minuti Le cose difficili da conquistare sono quelle al giorno mentre attualmente a cui spesso attribuiamo minor valore: la media francese ed europea così il respiro, la risata e la gioia appai­ è di solo pochi minuti. Siamo più ricchi e agiati ma più inono futili perché già ci appartengono. Il felici; se diciamo che siamo suo obiettivo è riporle al centro della vita stressati e tristi l’ego è nutrito e ci sentiamo più importanti. da condividere. Nel ’99 ho La risata insegna invece a prendersi meno scoperto di essere affetta da sul serio e a godere del momento, avvicina iperparatiroidismo primario: le persone, attenua le ostilità e sdrammatizza per i medici l’unica opzione i conflitti. Vari esperimenti internazionali era operarmi ma ho deciso di hanno dimostrato che ridendo sul luogo prendermi in mano, a un altro di lavoro la qualità dei prodotti migliora, e livello ancora, e di curarmi soprattutto assenteismo e stress calano noteindipendentemente. Grazie a volmente. Anche sotto l’ansia e gli attacchi varie pratiche come l’igienidi panico, così diffusi oggi, si cela la gioia! Il smo naturale sono guarita da mio sogno sarebbe che in Ticino nascessero una malattia che secondo le vari club della risata. In momenti di crisi diagnosi mediche era congecome quello attuale le difficoltà sono tante nita. L’igienismo ha a che fare ma le soluzioni sono sempre le più semplici: con l’alimentazione, il riposo, bisogna imparare a sdrammatizzare! Da circa la sincronicità della vita con i trent’anni si studiano gli effetti della gioia e ritmi della natura e permette della risata nella prevenzione e nella cura di di curare da moltissimi disagi. malattie anche gravi. Ridere durante la cheDisintossicare il mio corpo da mioterapia, per esempio, aiuta a fortificare il un sacco di cose, come dagli sistema immunitario. Con la risata ho trovato zuccheri che creano una subun fantastico strumento di trasformazione dola dipendenza, mi ha aiuche, da timida e musona quale ero, mi ha tata a guarire e così sono nati mutata in una vera e propria Happiness traii seminari sulla malattia. Nel ner. Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi? 2001, ho fatto il grande salto, Eh no, abbonda sulla bocca dei saggi, guardacreando l’“Atelier del respiro”, te il Dalai Lama: lui ride molto e lo afferma dove insegno l’auto-guarigiosenza reticenze! È una forma di meditazione ne. Recuperare la capacità di catartica, libera dalle paure, destruttura la ridere, al di là delle situazioni rabbia e porta pace. esterne, mi ha portata poi a Basterebbe creare spazi per la risata negli un’altra guarigione. Quando ospedali, negli uffici, nelle scuole… Più ho riscoperto la risata ero in semplifichiamo e più siamo felici perché una fase di lutto per mio patutte le cose fondamentali, come il respiro dre e vivevo una relazione e la risata, sono dentro di noi. È tempo poco ridente. Un giorno, duquindi di ridere seriamente, sperimentando rante una lite sono scoppiata le profondità della leggerezza e la leggerezza a ridere e lì qualcosa ha fatto della profondità!

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L

e costanti della mia vita sono la perseveranza e la trasformazione. Fin da piccola, in famiglia, ho avuto molte responsabilità e ho dovuto aiutare gli altri. Questa attitudine, che inizialmente ho vissuto come un peso, si è poi trasformata in un dono e nel progetto che illumina la mia vita. Fino a oggi sono riuscita a mutare molte barriere in opportunità… Nell’adolescenza ho vissuto una grande crisi di emergenza spirituale, di cui né io né le persone attorno a me erano consapevoli. Uno psichiatra concluse che ero depressa, avevo 16 anni e sono stata ricoverata in una clinica per malattie nervose. La mia benedizione è stata che, la sera del 31 dicembre di quell’anno, il mio spirito si è svegliato e me ne sono andata dalla clinica… Avendo violato delle regole mi hanno espulsa e sono tornata a casa. Per molto tempo ho vissuto condizionata da fattori esterni, in bilico tra la ricerca di una risposta e un senso di morte interiore. In quel periodo ci sono stati molti episodi pesanti, come l’aborto vissuto in solitudine a 19 anni. Un’esperienza che molto tempo dopo ho portato alla trasmissione “Falò” (RSI), come atto d’amore per tutte le donne che vivono con questo forte tabù. Da lì è nato anche il gruppo di “Donne Ganga” dedicato all’esperienza dell’aborto. Attorno ai 28 anni ho vissuto un doloroso abbandono che mi ha portata a provare una totale sfiducia nella vita. Dovevo scegliere: vivere o morire, e ho scelto di rinascere. Ho iniziato a frequentare seminari di consapevolezza corporea prima a livello personale e poi a livello professionale con il Rebirthing, la Gestalt, il Tantra e altre tecniche di meditazione. Gradualmente la mia vita si è trasformata e, ancora oggi continua a cambiare, strato dopo strato mi libero dai condizionamenti che mi limitano. Con ogni guarigione metto al mondo un seminario


Una poltrona per due Due storiche sale di periferia del cantone, Airolo e Acquarossa. Due percorsi appassionati, diversi e dai destini separati, tra le evidenti difficoltĂ del presente e le sfide di un futuro assai incerto... testo di Marco Jeitziner; fotografie di Reza Khatir


La signora Carmen Fiorini Ferrari durante l’intervallo della proiezione presso il Cinema Blenio, Acquarossa


Alis Rizzato, coordinatrice del Cinema Leventina, Airolo


Fernando Ferrari, coordinatore del Cinema Blenio, Acquarossa


Tiziano Conceprio, responsabile sala e luci del Cinema Blenio, Acquarossa

“Blenio”: una profonda anima nordica Fa freddo e piove ad Acquarossa, nonostante mi trovi nella “valle del sole”, quel sole famoso anche in un’altra valle, quella dei faraoni. Davanti a me c’è una piramide, nemmeno troppo esotica, sullo sfondo imponenti massicci rocciosi che circondano nemmeno duemila anime. “È originale, costruita in legno e si adatta bene al terreno e al paesaggio” mi dice Fernando Ferrari, da trent’anni anima e mente del Cinema Blenio. Concordo. Concerti, balli, teatri, conferenze, è quello che accade qui, non solo cinema, dunque. “Vivendo in una valle così piccola, è sempre stato un po’ un luogo di incontro, forse l’unico, anche per i giovani” afferma dalla cassa Carmen Fiorini-Ferrari. Incontro anche di massicce travi, proprio sopra di me, “le armature di un ponte che allora si stava costruendo a nord del paese di Dongio” precisa Ferrari. Passo da una saletta con bobine e “pizze” sparse su un tavolo e giungo nella sala di proiezione. “Questo è il mio mondo” mi dice l’affabile Tiziano Conceprio, responsabile sala e luci. C’è il nuovo proiettore digitale, accanto a un Cinemeccanica a pellicola, costruito a Milano. “Ogni tanto qualche film in 35 millimetri arriva ancora” mi spiega, allora “è meglio stare seduti vicini perché può incepparsi la pellicola negli ingranaggi”. E se dovesse capitare? “La si aggiusta!”. Scendo in platea, tra le comodissime poltrone rosse, ritrovo Ferrari e devo sapere il perché di questa “piramide”. Anni Cinquanta, architetto Giampiero Mina,

le parole chiavi. “Da giovane era stato a Helsinki per un anno di stage” racconta, “e lì ha assimilato quello stile nordico che s’è portato fin quassù”. La struttura è dei preti della valle, per fortuna, si dice. Negli anni Settanta uno di loro, l’allora parroco di Leontica don Emilio Pozzoni, “con l’appoggio di Cirillo Beretta, riaprì la sala, anche per poter disporre di uno spazio per le recite della filodrammatica locale”. A lui Ferrari deve tutto: un giorno gli chiese una mano, perché doveva farsi curare all’ospedale, ma... “non tornò più!”. Una decina d’anni fa, continua, “il cinema era condannato a morte”, per la sicurezza in sala lacunosa e gli investimenti da fare, ma ci fu quello che lui chiama un “miracolo”. I soldi arrivarono dall’aggregazione dei comuni della valle, mentre i proprietari concessero il diritto d’uso “per cinquant’anni anni al prezzo simbolico di un franco”. Sì, un franco. Fondamentali anche gli aiuti del cantone e della Confederazione per il digitale, il futuro: “Le sale che non si adattano sono condannate”, taglia corto Ferrari. Oggi, “il comitato collabora in modo magnifico e il futuro della sala è sicuramente garantito”. La gente ci tiene, oggi come venticinque anni fa, nel nevoso inverno del 1984 per le oltre 15 ore di proiezione del film Heimat di Edgar Reitz. Nessun “mattone” per quel pubblico, anzi, “arrivavano al cinema con la slitta!”. Addirittura, ama raccontare, “una coppia di Corzoneso riservò una camera all’Albergo Simano per paura di non poter rientrare a casa a mezzanotte!”. Ora capisco


un po’ meglio perché, quando gli chiedo che film sarebbe questo cinema, risponde senza esitare Au loin s’en vont les nuages di Aki Kaurismäki. La spiegazione, sta nella trama... “Leventina”: il coraggio della continuità Cambio decisamente luogo. L’appuntamento è ad Airolo con Alis Rizzato, coordinatrice della sala. È buio ma le luci dell’insegna rettangolare, che rischiarano un po’ la facciata dell’antistante scuola comunale, mi rassicurano. Lei scende dall’ufficio e la storia è passata anche da qui: nel 1938 si proiettavano già film, quand’era il cinema Tremola, mentre l’ultimo ventennio, dal 1990 a oggi, lo si deve molto a Remo Tamburlin, ex segretario del Festival del Film di Locarno, mi rivela la signora. Bastava trovare le persone giuste e lui s’è messo a disposizione: “Grazie al suo interessamento abbiamo saputo dove rivolgerci per ottenere i sussidi”, racconta. Nel comitato prese posto anche l’ex politico locale Aldo Maffioletti, “per dare maggiore risalto alla nostra iniziativa” precisa lei. Ed ecco la riapertura del “Cinema Leventina”, “per dare risalto all’importanza del cinema per tutta la valle”. Grazie a un “prestito senza interesse da parte del cantone, che abbiamo rimborsato annualmente”. Oggi “rimane un importo scoperto di soli 23mila franchi”. Piccole cifre per un piccolo cinema di periferia, certo, ma quello più a nord del cantone. L’aria che tira, purtroppo, è diversa: “La situazione attuale è piuttosto problematica”, mi confida. A mancare purtroppo è il pubblico, specie i giovani che, “da parecchio tempo, non si vedono più nella nostra sala”. L’avvento del digitale è tra le cause, dice. Così da qualche anno si dà una mano, anche gratuitamente, come solo la gente generosa dei piccoli villaggi sa fare, anche solo per le locandine che la tipografia Dazzi di Chironico “da tre anni ci stampa gratuitamente”, spiega. Un “grande dono”! Ovviamente i film sono importanti. Era il 1997 di Titanic e i cuori degli airolesi, ma non solo, si sono emozionati un bel po’: “Abbiamo dovuto proiettarlo ben sei volte!” racconta. Di recente, una piccola produzione ticinese ha portato ben 300 presenze in sala. Forse, mi dico, autori e produttori locali potrebbero fare di più. Dalle poltrone verdi della platea passiamo nella sala del proiettore, un Meopta a pellicola fatto in Repubblica Ceca. Infatti, dice con rammarico Rizzato, “purtroppo sarà impossibile dotarci del digitale”. Peggio: “Avremo sempre più difficoltà a ottenere i film attuali in 35 millimetri” e si dovrà “diversificare l’offerta”. Come già si fa, con serate culturali, proiezioni scolastiche, sinergie coi festival, ecc. Il grido di appello riguarda anche il comitato, “alcuni dei responsabili si stanno avvicinando ai settant’anni e ci vorrebbe un ricambio”, dice, ma “attualmente non vedo una possibilità in tal senso”. Guardo un polveroso James Dean, da anni appeso alla parete accanto a vecchie locandine, che sfoglio, scoprendo che era passato Balla coi lupi, Pretty Woman, tra i “pochi film di grande richiamo”, commenta Alis. Grandi film per un piccolo cinema. È ora di andare, torno nel buio del paese con l’insegna del “Cinema Leventina” sempre accesa, coraggiosamente.

Cinema Leventina, Airolo

Reza Khatir Nato a Teheran nel 1951, è fotografo dal 1978. Ha collaborato con numerose testate nazionali e internazionali. Ha vissuto a Parigi e Londra; oggi risiede a Locarno ed è, fra le altre cose, docente presso la SUPSI. Per informazioni: www.khatir.com.

per ulteriori informazioni e la programmazione www.cinemablenio.vallediblenio.ch www.cinemaleventina.ch


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L’organetto magico

C’era una volta un ragazzo di nome Ferdinando. Rimasto orfano, era stato affidato a una coppia di contadini che lo costringevano a portare al pascolo il gregge, col freddo e con la calura, mentre loro se ne stavano a far un bel nulla dalla mattina alla sera. Accadde che un giorno Ferdinando perse un agnello e quando tornò al recinto i due, inferociti, lo aggredirono cercando di picchiarlo. Ferdinando, che era agile e svelto di cervello, se la diede a gambe. Giunta la notte, si trovò a vagare fra le montagne e vista una pietra che aveva all’interno una specie di buca, la riempì di foglie e ci si mise a dormire. Dopo un po’ fu svegliato da un uomo. “Che ci fai nella mia pietra, ragazzo?”, chiese quello con voce imperiosa. Ferdinando, spaventato, gli raccontò tutta la storia e lo supplicò di non mandarlo via. L’uomo se ne ebbe a pena e osservando il giaciglio che Ferdinando si era prepa-

trascrizione di Fabio Martini illustrazione di Simona Meisser

rato, disse: “Sei stato bravo, ti sei fatto un materasso. Rimani pure lì, io mi metterò a dormire sotto l’albero”. E così fece. Ma Ferdinando, che non si fidava per nulla, non riusciva a dormire e così sentì che l’uomo, parlando fra sé, diceva: “Questo è proprio un bravo ragazzo. Cosa posso fare per aiutarlo? Potrei donargli la mia scatolina, che tutte le volte che la apri ci trovi una moneta d’oro. Oppure, potrei regalargli la mia tovaglia, che se la stendi ci si trova un pranzo pronto a puntino. Avrei anche l’organetto che finché lo suoni tutti si mettono a ballare…”. Sentendo queste parole Ferdinando si addormentò tranquillo. Ai primi raggi di sole si svegliò e si accorse che l’uomo era scomparso e sotto l’albero c’erano una tovaglia ricamata, una scatolina e un organetto. “Che gentile”, pensò fra sé “e pensare che non l’ho nemmeno visto in faccia”. Presi i doni che l’uomo gli aveva lasciato, si mise in cammino e dopo qualche giorno giunse in città. In ogni piazza i banditori annunciavano il torneo: chi l’avesse vinto avrebbe avuto in sposa la principessa. Ferdinando decise di parteciparvi ma dato che non possedeva l’attrezzatura necessaria iniziò ad aprire e chiudere la scatoletta: ogni volta trovava una moneta d’oro e in men che non si dica si ritrovò un bel gruzzolo. Con questo danaro comprò cavallo, finimenti, armatura e tutto ciò che serviva a un cavaliere, quindi si presentò al torneo. Grazie alla sua abilità e a un po’ di fortuna riuscì ad arrivare primo e a battere gli altri contendenti. Il giorno seguente si presentò dunque a corte per conoscere la futura sposa. Il cerimoniere del re lo accolse con grande cortesia e lo condusse in un salone dove era stata preparata una lunga tavola imbandita. “Dove sono gli altri invitati?”, chiese Ferdinando. “Non ci sono altri invitati. Sua altezza, il re, desidera che vi rifocilliate prima di conoscere la principessa”.


Ferdinando, che dopo il viaggio e il torneo aveva un fame da lupi, si gettò sul cibo ingozzandosi a più non posso. Dato che non aveva ricevuto un’educazione come si deve, mangiava con le mani, si puliva alla tovaglia senza usare il tovagliolo e alla fine, soddisfatto di tutto quel ben di Dio, fece anche un bel ruttino. Non sapeva che da una fessura nel muro il re lo stava osservando attentamente. “Chiamate le guardie e gettatelo in prigione”, ordinò il sovrano, “questo non è un cavaliere ma un bifolco qualsiasi!”. E così, senza saper chi ringraziare, se non se stesso, Ferdinando si trovò in prigione in mezzo agli altri galeotti. Ma, fortuna vuole, aveva ancora con sé gli oggetti che l’uomo gli aveva lasciato quella notte nel bosco…

Il

giorno dopo, all’ora del pranzo, il carceriere arrivò con una misera zuppa di fagioli e un po’ di pane. I carcerati cominciarono subito a protestare: “Ecco tutti i giorni la stessa sbobba, mai una volta che si mangi per bene”. A Ferdinando venne allora un’idea: “Compagni”, disse “io so come farvi mangiar bene. In quanti siamo?”. “Ventuno”, rispose il più anziano. “Bene”, fece Ferdinando aprendo la tovaglia, “che sia servito un pranzo per ventuno”. Un secondo dopo la tovaglia era ricoperta delle più straordinarie leccornie mai viste: pastasciutte, agnolotti e minestroni, arrosti, fritti e lessi, dolci sopraffini, vini d’annata… Dopo qualche giorno giunse al re la voce che i carcerati rifiutavano il cibo e che pranzi straordinari apparivano misteriosamente nelle loro celle. Il re volle vederci chiaro e scese nelle segrete del castello a interrogare i prigionieri. “Che accade qua? Da dove arriva tutto questo cibo?”. Ferdinando fece un passo avanti. “Sono io che do da mangiare ai miei compagni. Ho una tovaglia magica che fa mangiar meglio che alla mensa reale… Se volete provare, unitevi a noi”. Il re accettò e finito il pranzo, sazio e colmo di meraviglia, chiese: “No è che me la vendete questa tovaglia? Ci farei una gran bella figura coi nobili!”. “Certo che ve la vendo, ma un patto: che mi facciate vedere vostra figlia”, ribatté Ferdinando. “Chiedete parecchio, considerato che siete un mascalzone, ma dato che il gioco vale la candela, vi

mostrerò mia figlia… ma da dietro un vetro in modo che non possiate parlarci”. Ferdinando ebbe così modo di osservare la principessa Lavinia e, notata la bellezza e la grazia della fanciulla, subito se ne innamorò perdutamente. Ricondotto in cella, i compagni iniziarono a denigrarlo: “Ecco, sei proprio un grullo. Hai venduto l’unica cosa che ci poteva servire solo per vedere la principessa da dietro un vetro. E ora torniamo a mangiare zuppa di fagioli…”.

Quella sera a corte si doveva tenere una gran festa con tutti i conti, i duchi e i marchesi del regno. Ferdinando prese allora l’organetto e iniziò a suonare: galeotti e carcerieri si misero subito a ballare come diavoli. La musica dalla prigione giunse anche alle orecchie del re e dei suoi commensali che, senza poter resistere, cominciarono a saltare sui tavoli: i conti ballavano con le cuoche, le duchesse coi camerieri… persino i mobili, i piatti e le stoviglie si misero a ballare. Il re, allora, fra un salto e un altro, chiese da dove venisse quella musica. “È Ferdinando che suona l’organetto”. “Portatelo subito qui”, ordinò fra un passo di gavotta e uno di minuetto. Ferdinando fu portato davanti al re e quando il re gli ordinò di smettere di suonare tutti caddero a terra con le gambe fiacche per la fatica. “Perdindirindina, me lo dovete vendere quell’organetto. Lo voglio! Subitooooo!”, urlò il re. “Io ve lo venderei volentieri, purché si faccia a modo mio”. “Che intendete dire?”. “Voglio dire che la galera per me è finita e che la principessa diventerà mia sposa!”. “Mai e poi mai. Siete solo un povero bifol…”. Ferdinando rimise allora le mani sui tasti e sul mantice e di nuovo tutti ricominciarono a ballare come forsennati. Andò avanti per una buona mezz’ora senza mai fermarsi e quando vide che tutti erano paonazzi in viso per la fatica, smise di suonare. “Allora che ne dite della mia proposta?”, chiese Ferdinando al re. “D’accordo, ma a un patto, che impariate a mangiare come un autentico cavaliere”. “Sarà fatto”, esclamò Ferdinando e subito corse a baciare la principessa Lavinia. Le nozze furono celebrate la settimana successiva e, quel giorno, come potete immaginare, ci fu da mangiare, da bere e da ballare per tutti.

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Moda compatibile. Di necessità virtù Tendenze p. 48 – 49 | di Marisa Gorza

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iciclare gli abiti vecchi è un’arte vera e propria e, dati i tempi, perché non fare di necessità virtù? Un bel capo, anche se ha perso un po’ d’appeal, ha pur sempre un’anima. Nasconde potenzialità estetico-funzionali che lo rendono fonte d’ispirazione per creare qualcosa di unico e assolutamente personale. Contrariamente a quanto si pensa, riciclare i capi non è solo una prerogativa delle persone meno abbienti, costrette a fare i conti con pochi mezzi a disposizione, ma è una pratica frequente anche negli ambiti sociali più invidiati. Pare che il Principe Filippo di Edimburgo, consorte della regina Elisabetta, recentemente si sia fatto riadattare un paio di pantaloni dal taglio rigonfio, il famoso baggy style in voga mezzo secolo fa. Stelle del cinema come John Malcovich e Robert De Niro ammettono di affezionarsi a una certa giacca o alla bella stoffa del paletot che vorrebbero eterni. Del resto nelle famiglie di antica nobiltà e storica parsimonia, gli abiti importanti, frac e smoking, venivano conservati e passati da una generazione all’altra. I figli pescano nell’armadio del padre, i nipoti fanno man bassa in quello del nonno. Lapo Elkann, per esempio, mixa i suoi vestiti con quelli appartenuti a Gianni Agnelli: doppiopetto grigio, polo viola e sneaker gialle. Mentre Silvia Urso Falk ha fatto adattare alla sua figuretta, oltre al prezioso ermellino, i tailleur sartoriali della madre del marito Giorgio. Ma se il ripescaggio negli armadi di casa si rivela già da solo un divertente e attualissimo vintage, magari abbinandoli ad accessori freschi-freschi, cambiare i connotati ai capi è ancor più stimolante. Si tratta di una piccola-grande rivoluzione per sfuggire a una noiosa omologazione.

ragazzina e in tempi non sospetti (non proprio recenti), mi sono sempre divertita a reinventare le cose, come le t-shirt del fratello più grande debitamente arricciate e scarabocchiate con i pennarelli per tessuti, o a usare le sue camicie come copricostume, dopo aver tolto il colletto e aperto degli spacchi laterali per annodarne le code. Vi sembrano idee ancora valide? Già che avete risposto di sì, vi passo pure quella di convertire le sottovesti della nonna, in candido lino ricamato, in fresche tutine-short – basta una cucitura a “U” rovesciata al cavallo – e le cravatte smesse in cinture e in un puzzle che compone serici top. Molte delle trovate scovate qua e là riguardano le t-shirt: se ne possono accorciare le maniche e con le bande ottenute inventare un bel jabot da fissare sul davanti con un fila di bottoncini, quando le maniche non si tolgono del tutto con un deciso taglio raglan, si riducono a striscioline di 2 cm di diametro da intrecciare in modo da formare una inedita collaretta. Tutto purché gli abiti smessi non vadano a intasare le discariche in un inutile e inquinante scialo. Uno dei trend più attuali è quello dello swap party, una festa dove si possono scambiare i vari pezzi d’abbigliamento in una sorta di allegro baratto a costo zero. Senza dimenticare che se un abito non vi piace più, può sempre essere regalato ad altre persone, magari attraverso i centri di beneficenza. Avrete così compiuto un bel gesto anche nei confronti del pianeta.

Non pochi sono gli stilisti che da tempo hanno deciso di dedicarsi alla moda compatibile, imprimendo nuova vita a vecchi abiti. Una piccola grande rivoluzione estetica che ama l’ambiente tenendo conto anche della disponibilità economica

Rianimazione creativa Il vecchio blazer un po’ giù di tono, diventa più allegro con bottoni di diversi colori e un sottile profilo di passamaneria. Oppure ravvivato da una piccola martingala e uno sbuffo di pizzo lungo i risvolti. La gonna diritta si movimenta con un ventaglio di volantini inseriti nello spacco e il maglioncino si illumina con una pioggia di perline. Per non parlare degli amatissimi e stravissuti jeans che si ringalluzziscono con qualche fantasiosa guarnizione, tipo i semi delle carte da gioco ritagliati da rimasugli di pelle e cuciti nei punti più consunti (vale anche per quelli del boy friend). Io stessa ho recuperato un paio di pantaloni in denim bianco, irrimediabilmente lisi, applicando sotto le parti bucate del romantico merletto. Con un risultato piuttosto chic. Complice, nel giochetto di rianimazione creativa, il fornito negozio dell’amica merciaia, ma per chi non ha la fortuna di averne uno nei pressi di casa, può ricorrere alle apposite scansie dei grandi magazzini e... a un minimo di manualità (si impara, si impara!). Pur non essendo molto abile nel cucito, fin da

Il pianeta ringrazia In credito con il pianeta sono di sicuro le proposte di From Somewhere, maison eco sostenibile, nata a Londra nel 1997 da una straordinaria idea di Orsola de Castro e Filippo Ricci (www. fromsomewhere.co.uk). Ogni collezione, fedele alla filosofia di fondo, è realizzata utilizzando gli scarti di tessuti pregiati, i ritagli di produzione, le minuterie avanzate, i fine rotolo ecc. dei più noti luxury brand, destinati altrimenti all’immondizia e agli inquinanti inceneritori. Nascono così abiti originali ad alto tasso di manualità, couture, fantasia e poesia, da pezzi one-off a quelli che, pur riproducibili, rimangono pezzi unici per il riuso creativo della materia prima. Raccontano inoltre la passione per il design, il lusso artigianale e l’ecologia, bilanciando il rapporto fra lo spreco e il consumo. Un processo up-cycling che sviluppa una entusiasmante soluzione a un problema ambientale e auspica il futuro di una industria zero waste. I capi, realizzati con principi etici impeccabili, vengono prodotti in Italia presso la Cooperativa Rinascere di Montecchio con la supervisione di Donatella Barigelli, esperta, oltre che di moda, di Social therapy. Difatti la Cooperativa, organizzazione no-profit, è volta alla riabilitazione di persone diversamente abili. Quindi si tratta di una moda doppiamente, anzi tre o forse quattro volte sostenibile.


I tre modelli presenti in questa pagina sono proposti da From Somewhere


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Astri toro

gemelli

cancro

Scelte sentimentali influenzate dall’ambivalente passaggio di Venere. Grazie alla Luna armonica tra il 29 febbraio e il 1. marzo potrete sviluppare una nuova rete di amicizie. Opportunità per le prime decadi.

Tra il 27 e il 28 febbraio Luna positiva nel vostro segno. Richiesta di attenzioni da parte del partner. Limitate i piaceri della tavola e soprattutto gli zuccheri. Notizie in arrivo per i nati nella terza decade.

Il transito lunare vi renderà più ricettivi ma amplificherà ogni vostra emozione. I nati nella terza decade, anche se appoggiati da Saturno, devono aspettare qualche giorno prima di poter prendere una decisione.

Impegni culturali e sociali in crescita grazie a Marte nella vostra terza casa solare. Pur di difendere un’idea ritenuta giusta siete disposti veramente a tutto. Il 3 marzo attenti a non amplificare le vostre ansie.

leone

vergine

bilancia

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Momenti di seduzione, soprattutto se in trasferta, per i nati nella terza decade. Il giorno 29 potreste incontrare, con facilità durante un evento sociale, lo straniero/a dei vostri sogni. Attenti alle multe in auto.

Con Marte e Mercurio in posizione è facile che il tono delle polemiche si innalzi inutilmente. State attenti alle parole in libera d’uscita. Cercate di confrontarvi individuando soprattutto i punti di incontro.

Grazie alla Luna nell’amico segno dei Gemelli tra il 29 febbraio e il 1. marzo potrete vivere la quotidianità con relativa effervescenza. Tenetevi comunque alla lontana dai colleghi di lavoro troppo polemici.

Grazie a Mercurio e a Luna favorevoli tra il 27 e il 28 febbraio potrete godere di una certa popolarità. È il momento buono per portare a termine una trattativa professionale. O anche per affrontare un esame.

sagittario

capricorno

acquario

pesci

Anche negli ultimi giorni di febbraio Venere resta sempre con voi. Atmosfere calde e sensuali, anche se a tratti superficiali, tra il 29 febbraio e il 2 marzo. Sentitevi leggeri e sperimentate le gioie dell’effimero.

Piccoli e grandi malumori tra il 27 e il 28 febbraio per i nati nella terza decade provocati dai transiti lunari e saturnini. Gelosie familiari potrebbero condizionarvi in situazioni per voi assai più importanti.

Grazie a Venere e a Saturno potreste dare campo a nuove progettualità sentimentali. Particolarmente positive le giornate comprese tra il 29 e il 1. marzo. Con la Luna in quinta casa è arrivato il momento dell’eros.

Buon compleanno ai nati il 29 febbraio. Grazie a Plutone e Giove favorevoli avrete la possibilità di fare le cose in grande. Ricordatevi che capita una volta ogni quattro anni. Tensione emotiva.

» a cura di Elisabetta

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Orizzontali 1. È come il vento in una canzone di Modugno • 10. Le ninfe dei boschi • 11. Attraversa Berna • 12. Sono ottime anche salmonate • 13. Gabbie per polli • 14. Il Ticino sulle targhe • 15. La fune di Tarzan • 16. Il nome di Lincoln • 19. Istituto Tecnico • 20. Vaso di terracotta • 21. Mezzo granello di pepe • 23. Consonanti in ruolo • 24. Ardore, foga • 27. Vocali in clessidra • 29. Zingara • 31. Far riprender i sensi • 33. In mezzo al coro • 35. Esatta, corretta • 36. Capo etiope • 37. Affermazione • 38. Le iniziali di Bonolis • 39. Congiunzione eufonica • 40. Era in voga la pop • 42. Gigari • 43. Dubitativa • 44. Costati, busti • 46. Uncini da pesca • 48. Una nota Franca del teatro comico • 50. Connessioni • 51. Superficie • 52. Simili ai DIN • 53. Ciascuno. Verticali 1. Uno sport con poderose prese • 2. Orrendi • 3. Piccolo difetto • 4. Disegnare sulla pelle • 5. Il regno dell’oltretomba • 6. Danilo nel cuore • 7. Venuta al mondo • 8. Si portano in spalla • 9. Circoscritta, recintata • 13. Lo sono gli inchiostri invisibili • 15. Una nota e un articolo • 17. Il dio egizio del sole • 18. Il box dell’aereo • 22. Prove attitudinali • 25. La salta... chi non mangia la minestra • 26. Esacerbare • 28. Andata e Ritorno • 30. Sauditi • 32. Italia e Portogallo • 34. L’ama Aida • 40. Le iniziali di Toscanini • 41. È vicino ad Arogno • 42. Genere di alberi • 45. Il nome di Sorrenti • 47. Nome di donna • 49. Il nome di Fleming.

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La soluzione verrà pubblicata sul numero 10

Risolvete il cruciverba e trovate la parola chiave. Per vincere il premio in palio, chiamate lo 0901 59 15 80 (CHF 0.90/chiamata, dalla rete fissa) entro giovedì 1. marzo e seguite le indicazioni lasciando la vostra soluzione e i vostri dati. Oppure inviate una cartolina postale con la vostra soluzione entro martedì 28 feb. a: Twister Interactive AG, “Ticinosette”, Altsagenstrasse 1, 6048 Horw. Buona fortuna!

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La soluzione del Concorso apparso il 10 febbraio è:

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RISPOSTA Tra coloro che hanno comunicato la parola chiave corretta è stata sorteggiata: Jolanda Boschetti via Cantonale 6802 Rivera Alla vincitrice facciamo i nostri complimenti!

Premio in palio: buono viaggio del valore di 150.- franchi Hotelplan offre un buono viaggio del valore di 150.franchi da utilizzare presso le filiali Hotelplan e le migliori agenzie di viaggio del Ticino e della Mesolcina.

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Numero 8 - Settimanale della Svizzera italiana