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№ 50 del 16 dicembre 2011 con Teleradio 18–24 dicembre


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Ticinosette n° 50 del 16 dicembre 2011

Agorà Cinema. Locarno vs Zurigo Società La democrazia vincerà

di

Metaphorae Oblio, parte prima Letture Occasioni perdute Sguardi Lo spazio della fine Vitae Michele Rossi

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Marco alloni . . . . . . . . . . . . . . di

giancarlo FornaSier . . . . . . . .

gaia griMani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Reportage Sulle tracce di G. Schuh Fiabe L’anello del re

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FranceSca rigotti . . . .

Marco alloni . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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villi HerMann . . . .

Fabio Martini. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tendenze Videocamere digitali

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Silvano de Pietro. . . . .

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carlo galbiati . . . . . . . . . .

Astri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Cruciverba / Concorso a premi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

THE

GIFT OF TIME

La ricerca del silenzio

Gentile redazione, ho letto con piacere quasi tutti gli articoli pubblicati sull’ultima edizione del vostro settimanale. Tralascio qualsiasi commento sull’articolo di Silvano De Pietro, che dovrebbe aver sollecitato molte riflessioni in tutti noi sul senso morale dell’essere un paese agiato (magari senza molti meriti) e delle nostre responsabilità rispetto a chi ha poco o nulla. Voglio invece trasmettere i miei complimenti al signor Canestrini, per due ragioni: la prima è che ricordarsi di tanto in tanto che la nostra più grande ricchezza è la possibilità di godersi il silenzio e la tranquillità (questi sconosciuti, poveri noi!) credo che sarebbe già di per sé un motivo per riflettere su che cosa sia diventata oggi la nostra esistenza, fatta di patologie da troppa comunicazione. La seconda riguarda invece i modelli sociali e l’educazione: uso spesso i mezzi pubblici e noto che tra le prime azioni che si fanno appena saliti su un bus o un treno, ecco il telefonino! Una cosa che faccio anch’io, quasi incosciamente, come per essere sicura che qualcuno non mi stia cercando. È come se anche in quei pochi minuti dove siamo soli, tra sconosciuti e senza l’obbligo di comunicare qualcosa, la nostra più grande preoccupazione sia che il mondo attorno a noi si sia dimenticato che ci siamo. Ma se la vera ricchezza è poter restare in silenzio, che cosa stiamo facendo per conquistarcela? Tanti saluti, F.V. (Giubiasco)

Impressum Chiusura redazionale Venerdì 9 dicembre Editore Teleradio 7 SA 6933 Muzzano Direttore editoriale Peter Keller Redattore responsabile Fabio Martini Coredattore Giancarlo Fornasier Photo editor Reza Khatir

Tiratura controllata 70’634 copie

lugano@publicitas.ch Publicitas Bellinzona tel. 091 821 42 00 fax 091 821 42 01 Amministrazione via Industria bellinzona@publicitas.ch 6933 Muzzano Publicitas Chiasso tel. 091 960 33 83 Pubblicità tel. 091 695 11 00 fax 091 960 31 55 Publicitas Publimag AG fax 091 695 11 04 Mürtschenstrasse 39 Direzione, chiasso@publicitas.ch Postfach redazione, Publicitas Locarno 8010 Zürich composizione tel. 091 759 67 00 tel. +41 44 250 31 31 e stampa fax 091 759 67 06 fax +41 44 250 31 32 Centro Stampa Ticino SA service.zh@publimag.ch locarno@publicitas.ch via Industria www.publimag.ch 6933 Muzzano In copertina Annunci locali tel. 091 960 33 83 Il felino blu Publicitas Lugano fax 091 968 27 58 Illustrazione di tel. 091 910 35 65 ticino7@cdt.ch fax 091 910 35 49 Antonio Bertossi www.ticino7.ch Stampa (carta patinata) Salvioni arti grafiche SA 6500 Bellinzona TBS,LaBuonaStampaSA 6963 Pregassona

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Pubblichiamo con piacere uno scritto giunto in Redazione a commento di un articolo dell’antropologo e docente universitario Duccio Canestrini (“Silenzio da ricchi”), apparso sul n. 47/2011 di Ticinosette, uscita monotematica dedicata al lusso e alla ricchezza.

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Cinema. La sfida Locarno - Zurigo

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Agorà

Il Festival del Film di Zurigo ha concluso il 2 ottobre scorso la sua settima edizione. Una manifestazione giovane e ambiziosa spesso accusata di produrre tanto fumo (mondano) e poco arrosto e che aspira ad affermarsi a livello internazionale. Ma, a prescindere dai detrattori, lo ZFF continua a crescere attirando l’interesse di importanti sponsor e minacciando la supremazia del Festival di Locarno di Silvano De Pietro

I

n effetti, il 30% in più di pubblico (51.000 visitatori) rispetto all’anno scorso non è proprio una bazzecola. E i 96 film in cartellone, 25 in più rispetto al 2010, testimoniano la grande vitalità del Festival del Film di Zurigo (ZFF). Ma la misura definitiva del suo successo è data, in primo luogo, dalla partecipazione di star internazionali (circa 200 i registi e gli ospiti intervenuti quest’anno), con conseguente grande risonanza mediatica; in secondo luogo, dal numero e dalla generosità degli sponsor privati che contribuiscono al budget della manifestazione, cresciuto rispetto al 2010 da 4,1 a 4,9 milioni di franchi nonostante l’invariato (e striminzito) sostegno federale di appena 50.000 franchi. Tra gli ospiti, risalta il nome del regista franco-polaccoamericano Roman Polanski, il cui arresto avvenuto due anni fa proprio a Zurigo, dove era venuto a ritirare il Premio alla carriera attribuitogli dallo ZFF, è stato una manna mediatica, insperata quanto efficace, che ha contribuito a lanciare il festival zurighese sulle prime pagine dei media di tutto il mondo. E tra le decine di sponsor spiccano marchi di prestigio, quali Credit Suisse, Sony, Audi, American Airlines, Kuoni, La Posta Svizzera, Orange, Migros. Un sostegno robusto, conquistato con abilità ed entusiasmo dai due condirettori trentottenni, l’ex top-model Nadja Schildknecht per la gestione, e l’ex attore teatrale Karl Spoerri per la parte artistica.


Il premio di 20.000 franchi dello ZFF si chiama “Occhio d’Oro”, cui si aggiungono 60.000 franchi a pellicola per la promozione nei cinema elvetici. Quest’anno l’“Occhio d’oro” per il miglior film internazionale è andato al thriller Take Shelter dello statunitense Jeff Nichols, mentre nella categoria documentari si è imposto Buck della cineasta americana Cindy Meehl. Per le opere in lingua tedesca è stato premiato come miglior film Atmen, dell’austriaco Karl Markovics e come miglior documentario Darwindel, del regista svizzero Nick Brandestini. È stato poi attribuito anche il premio della critica, quello dell’Associazione svizzera dei giornalisti cinematografici e il premio del pubblico. Un confronto inevitabile Nulla di paragonabile con i 160.000 spettatori del Festival del Film di Locarno, con i suoi 207 lungometraggi e i 47 corti e mediometraggi, i 39 paesi rappresentati, i 90.000 franchi del “Pardo d’oro”, la cascata di altri premi, ma soprattutto i 65 anni di storia, la grande tradizione, il prestigio mondiale di essere uno dei più antichi festival cinematografici (insieme a Venezia e Cannes) e la grande partecipazione del pubblico alle proiezioni in Piazza Grande. Il Festival del Film di Locarno è, si direbbe, solidamente ancorato su un piedistallo d’acciaio, inscalfibile. Eppure, c’è chi teme che lo Zurich Film Festival possa minacciarne il primato e addirittura l’esistenza. È una valutazione forse eccessiva, ma suggerita da impressioni che appaiono non del tutto sbagliate. L’attore Leonardo Nigro, per esempio, considera il programma dello ZFF altrettanto “intellettuale, impegnato, ambizioso” di quello di Locarno. In più, “Zurigo mostra tante opere prime di registi ancora sconosciuti”. E con l’aggiunta della passerella su cui mostrare “un po’ di star system”, riesce a reggere bene il confronto. Nigro è un attore svizzero di 37 anni, figlio di immigrati italiani. Ha frequentato la Scuola di recitazione a Zurigo e ha calcato le scene teatrali di Basilea, Berlino, Amburgo e Dresda. Recita in sceneggiati televisivi e opere cinematografiche sia in lingua tedesca che italiana, e dal 2002, ha ricoperto differenti ruoli in film svizzeri di successo come Nachbeben, Grounding e, in italiano, Sinestesia e Cosa voglio di più. Ha anche interpretato il personaggio di Lino Banfi da giovane nel film italo-tedesco Maria, ihm schmeckt’s nicht! (titolo in italiano: “Indovina chi sposa mia figlia”), andato in onda sulle reti Mediaset. Non stupisce, quindi, che un attore come Nigro ritenga “attualmente la produzione cinematografica tedesca sicuramente più importante di quella italiana”. Di conseguenza, a suo parere, un festival per il cinema di lingua tedesca, diverso da quello di Berlino, è più che opportuno. “Piuttosto bisognerebbe chiedersi se per il cinema di lingua italiana c’è davvero bisogno di Torino, Roma, Venezia, Locarno e quant’altro”. Tuttavia, obiettiamo, il Festival di Locarno non è centrato soltanto sul cinema italiano: ha sempre presentato film da tutto il mondo, in particolare dai paesi emergenti, per cui la concorrenza gli può venire solo sul piano internazionale, al di là delle divisioni per aree linguistiche o culturali. “Allora a Zurigo hanno fatto bene”, replica Nigro, “a dedicare molto del

loro spazio a film di lingua tedesca. Così, a questo punto, i due festival si completano”. Dunque, non c’è il rischio che Zurigo possa insidiare Locarno? “È una domanda che mi fanno spesso”, riprende Nigro, “e ogni volta devo ripetere che non vedo perché l’una o l’altra manifestazione debba venire a mancare. Sono due cose diverse. Oltretutto, c’è una grande differenza climatica e d’ambiente: il Festival di Locarno si tiene d’estate, c’è la Piazza Grande, e lo si vive in un ambiente più rilassato; Zurigo è in autunno, fa più freddo, ma la gente va di più al cinema nelle sale”. E poi c’è la grande differenza di fondo: “Locarno è storicamente il Festival cinematografico della Svizzera, il più importante; poi c’è Soletta per i film svizzeri; e adesso c’è Zurigo, che secondo me è interamente meritato per il grande interesse del pubblico. Non credo che Zurigo rappresenti una vera concorrenza per Locarno. Vedo molto di più, a questo punto, la concorrenza con Roma e Venezia. Se il Festival di Zurigo fosse, per esempio, a Monaco, il paragone con Locarno neanche si farebbe”. La parola al critico Il parere espresso da Nigro sulla base delle impressioni da lui riportate in quanto frequentatore interessato (ed appassionato) dei due festival, non è sostanzialmente diverso da quello professionale di Christian Jungen, critico cinematografico della “NZZ am Sonntag”, presidente dell’Associazione svizzera dei giornalisti cinematografici e Premio Pathé 2011 per la pubblicistica cinematografica. Abbiamo raccolto le sue argomentazione nella seguente intervista.

Agorà

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Lo Zurich Film Festival viene spesso indicato come un potenziale concorrente del Festival del Film di Locarno. Lo è davvero? Ha i numeri e le capacità per diventarlo? “Lo Zurich Film Festival è ovviamente un concorrente per il Festival del Film di Locarno, come lo è per tutti gli altri festival del cinema che si svolgono in tarda estate o in autunno. Negli ultimi vent’anni il numero dei festival è più che raddoppiato, con la conseguenza che sempre più manifestazioni si contendono i film. Anche se Locarno è chiaramente il festival più importante, soffre tuttavia per ogni film che al suo posto riceve Zurigo. Un esempio: nel 2010 c’era l’attesissimo film-evento svizzero Sennentuntschi, di Michael Steiner. A Locarno sarebbe piaciuto presentarlo, ma andò al Festival di Zurigo, dove venne proiettato in apertura e ottenne molta attenzione. Ebbene sì, Zurigo ha la capacità di battere Locarno: ha un alto valore turistico (con il lago e la vicinanza ai monti) e una eccellente infrastruttura con sale cinematografiche di ogni dimensione, alberghi di ogni livello e un aeroporto internazionale”. Perché lo ZFF trova molti più sponsor privati, anche se meno importanti, del Festival del Film di Locarno? “I fondatori e direttori del Zurich Film Festival sono dei neofiti del ramo, che però provengono dal marketing e hanno molta esperienza nell’acquisizione di sponsor. Inoltre, Nadja Schildknecht – la partner di Urs Rohner, presidente del Credit Suisse – è molto esperta e piena di idee quando si tratta di trovare denaro. A Zurigo riesce più facile che a Locarno, visto che la città sulla Limmat è anche la capitale dell’economia e dei media. A proposito, non (...)


sottoscriverei che Locarno ha gli sponsor privati più importanti, anzi gli sponsor principali sono alla pari: UBS contro Credit Suisse, Swisscom contro Orange, e così via. È sorto insomma un duello anche tra gli sponsor. Locarno si limita inoltre persino con i partenariati mediatici: non ne ha nessuno, mentre Zurigo ha partner quali la Televisione Svizzera, «20 Minuten» o la «Nzz am Sonntag»”.

Agorà

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È giustificato che l’Ufficio federale della cultura non abbia aumentato quest’anno i 50mila franchi del contributo allo Zurich Film Festival? “Sono rimasto molto sorpreso che Zurigo ricevesse soltanto 50mila franchi. La forte preferenza per Locarno è chiaramente una decisione politica del consigliere federale Burkhalter e anche la conseguenza di un intenso lavoro di lobbying svolto dietro le quinte da Marco Solari. In ogni caso, ancora durante Locarno 2010, in un’intervista a margine di una risottata al Monte Verità, il consigliere federale Burkhalter mi aveva detto che non c’era alcuna preferenza per Locarno e che tutti avevano le stesse opportunità. Penso che Locarno meriti la somma elevata: è l’unico vero festival svizzero di risonanza mondiale, che ha anche una tradizione nella scoperta di talenti. Vista la concorrenza (Venezia, San Sebastian, Karlovy Vary), non si può porcedere in modo esitante, bisogna sborsare molti quattrini, altrimenti si soccombe. Per Zurigo il verdetto è, a mio avviso, troppo duro. Ha fatto molti progressi e avrebbe anche meritato di più. Ma qui gioca un ruolo anche un certo riflesso anti-Zurigo, e inoltre i ticinesi hanno la capacità di muoversi abilmente”.

la «NZZ am Sonntag», quasi tutti i media parlano solo delle star: Roman Polanski, Sean Penn e Alejandro-González Iñarritu sono stati i temi dominanti di quest’anno”. Quanto la vicenda Polanski ha contribuito e contribuirà a tenere a galla lo ZFF? “Che Polanski volesse ritirare un premio a Zurigo, venisse arrestato, e ciò nonostante di propria iniziativa ritirasse due anni più tardi «A Tribut Award», è un fatto sensazionale che ha dato a Zurigo una formidabile spinta. Lo Zurich Film Festival è entrato nei titoli della stampa internazionale, dalla Germania alla Francia e fino agli Stati Uniti. È stato per Zurigo un avvenimento molto importante. Se fra trant’anni si scriverà un libro sulla storia dello ZFF, la vicenda Polanski sarà un capitolo scottante quanto lo fu per Cannes l’interruzione del festival nel 1968. I festival vivono anche di scandali, ne erano al corrente pure i grandi direttori come Moritz de Hadeln e Marco Müller”.

“Per Zurigo il verdetto è, a mio avviso, troppo duro. Ha fatto molti progressi e avrebbe anche meritato di più. Ma qui gioca un ruolo anche un certo riflesso anti-Zurigo, e inoltre i ticinesi hanno la capacità di muoversi abilmente”

La qualità dei film svizzeri presentati nel concorso germanofono dello ZFF è tale da giustificare un festival svizzero-tedesco? “No, i film svizzeri non erano eccezionali. Ma il concorso si giustifica per il fatto che lo Zurich Film Festival vuole prendere piede in primo luogo nello spazio germanofono e attirare le «opere prime» in lingua tedesca. Perché no? Inoltre, non si può parlare di un festival svizzero-tedesco, poiché lo Zurich Film Festival ha un’aspirazione assolutamente internazionale, come ha già dimostrato ospitando delle star quali Sean Penn e Laurence Fishburne”. Quanto la qualità offerta dal programma dello Zurich Film Festival è sovrastata dalla passerella di star, dal glamour e da eventi mondani? “Questo è un grande problema per Zurigo: il green carpet e le star attirano così tanta attenzione, che gli aspetti sostanziali, cioè la scoperta e la promozione di giovani registi, viene quasi dimenticata. Con poche eccezioni, come il «Tages-Anzeiger», la «NZZ» e

È vero che allo Zurich Film Festival c’erano pochi giornalisti romandi (o francofoni)? E se così fosse, perché lo ZFF non piace in Romandia? “È vero, i romandi non vengono volentieri a Zurigo. Ma il ghiaccio lentamente si scioglie, grazie al programma. L’anno scorso per Sennentuntschi è venuto la prima volta a Zurigo il critico di «Le Temps»; quest’anno è stato il critico de «La Tribune de Genève» a venire per la prima volta a causa di Polanski. Molti romandi sono solidali con Locarno: è la solidarietà latina. Ma se il programma è buono, prima o poi verranno a Zurigo. Una regola generale nella cinematografia è che la qualità si afferma sempre”.

In Svizzera sono stati creati molti festival cinematografici: Nyon, Neuchâtel, Friburgo, Soletta, Baden Zurigo, Winterthur e infine quello di Locarno. Sono la rappresentazione della diversità culturale del nostro paese? Di un disorientamento culturale? O di altro ancora? “I molti festival testimoniano la pluralità delle culture nel nostro paese. Ma sono anche espressione dello spirito del tempo, della cultura dell’evento, degli assembramenti di massa. Non sono mai stati venduti così pochi Cds, ma non ci sono mai stati come oggi concerti-mostro con 100mila persone. Ciò vale anche per i festival cinematografici. La loro molteplicità dimostra anche che oggi il cinema, dove è minacciato da altre offerte per il tempo libero come i giochi elettronici, necessita di un’attività di mediazione. I festival sono luoghi dove le persone vengono iniziate al cinema. La Confederazione non può però promuoverli tutti, tanto più che con Basilea e Lucerna se ne sono aggiunti altri due. Si devono insomma fissare dei criteri di base. Ma il più importante è e rimane chiaramente Locarno”.


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La democrazia vincerà La prima tornata elettorale in Egitto a seguito delle rivolte contro la dittatura di Hosni Mubarak e i drammatici fatti di piazza Tahrir, esprime la profonda aspirazione del popolo egiziano alla democrazia testo di Marco Alloni illustrazione di Micha Dalcol

Società

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Non parlerò di politica. Non parlerò nemmeno di storia. Parlerò del dolore umano che precede la politica e del sacrificio che produce la storia. Parlerò di quello che la cronaca tralascia e la memoria non riesce a dimenticare. Parlerò di un popolo e del suo coraggio. Parlerò di piazza Tahrir e di tutto ciò che ne ha fatto l’avamposto della dignità e della lotta impari contro il potere armato. Tahrir è un paradigma. Ma il paradigma è fatto di esseri umani e accontentarsi della cronaca è dimenticare la loro vita, che cosa sia questa piazza che ha brulicato sotto i colpi dei carnefici di Stato. I Fratelli Musulmani hanno fatto man bassa di voti al primo turno delle elezioni e il futuro politico dell’Egitto è un’incognita anche per gli analisti più ferrati. Ma il senso di piazza Tahrir resta, e a questo voglio consacrare – visti anche i drammatici fatti recenti – almeno un pensiero. Di riconoscenza e tributo.

Vediamolo, questo Tahrir. L’accesso alla piazza è presidiato da ronde di volontari che perquisiscono i manifestanti per evitare l’ingresso della baltaghia: i banditi di regime che hanno pregiudicato l’esito pacifico di molte manifestazioni. Giovani che danno accesso a una piazza già colma alle prime ore del mattino, poi all’inverosimile nel pomeriggio. Da quando la polizia ha sparato sui manifestanti inermi, che mantenevano il loro presidio per reclamare risarcimenti mai avuti per i propri martiri, la cittadinanza non ha fatto che dar loro manforte rispondendo alle aggressioni a mani nude. Fra la folla giganteggiano decine di ambulanze che vanno e vengono dal fronte degli scontri – la via Mohammad Mahmoud soprannominata Via della Morte – alla piazza. Altri gruppi di ragazzi incanalano la folla creando corridoi d’emergenza in cui sfilano ambulanze e motorette in un viavai


incessante. Motorette che sono state la salvezza per centinaia di persone, che hanno saputo fare quel che non ha voluto il Ministero della Sanità: dare soccorso al popolo. Ben presto a questi soccorsi si aggiungono quelli dei medici volontari, che in camice bianco e mascherina assistono i feriti adagiandoli su coperte di fortuna. È un riecheggiare di urla di dolore. Giovani colpiti agli occhi o al petto, asfissiati dal gas nervino illegale in tutto il mondo dagli anni Settanta. Ragazzi travolti da un cingolato o massacrati dalle spranghe degli agenti, adolescenti amputati di una mano o di un occhio, o di entrambi. Sorge nella moschea di Omar Bakram un ambulatorio improvvisato e nella chiesa adiacente di Qasr El-Dubara un altro presidio di soccorso. Si organizzano truppe di volontari che vanno e vengono dalla città al magazzino dove si raccolgono cibo e medicinali per i manifestanti. Persino il funerale del martire che sfila sopra le teste nel suo sudario bianco riesce incredibilmente a traversare l’intera piazza senza intralci.

Il prezzo della democrazia? Nel frattempo è stato designato dalla giunta militare Kamal El-Ganzoury a presiedere l’ennesimo governo di transizione. Chi è costui? La piazza non lo accetta. È un ex primo ministro, una vecchia crosta del regime di Mubarak. È un moderato, aperto, solidale col popolo, ma pur sempre espressione di una politica e di un’idea di politica, alla quale non sono esenti il gusto di arricchirsi sottobanco, le acrobazie diplomatiche per restare al potere, e soprattutto una visione delle cose che procede inesorabilmente dall’alto. Fra le sue prime dichiarazioni: “Finché la piazza non sarà sgombrata, non si potrà procedere alla ricostruzione del paese”. Parole e toni che echeggiano vecchi ritornelli. Ma torniamo a Tahrir. Amici che vivono nella zona della piazza mi raccontano del fumo dei lacrimogeni che impesta ormai le loro case anche se sprangate. L’esercito non mollerà. Troppi interessi in gioco, non solo politici ma soprattutto economici: la giunta detiene più di un terzo della ricchezza del paese, sia attraverso le sovvenzioni straniere che attraverso i vari consigli d’amministrazione di questo o quel progetto imprenditoriale. Ma la piazza non cederà. La piazza avrà la meglio. Perché la Rivoluzione è irreversibile. Elezioni? Non sono avvenute nel sangue, non sono state sospese. È già un buon risultato. Il popolo crede nel cambiamento. Ma chiunque vincerà alla fine delle tre tornate elettorali che si concluderanno in gennaio, vincerà grazie all’impegno e al coraggio dei giovani che hanno difeso il paese dai soprusi e dalle macchinazioni della giunta. Su questo nessuno nutre dubbi. Tahrir rappresenta il paese, la sua dignità e il suo coraggio. Tahrir rappresenta tutti, il meglio dell’Egitto, il futuro e la speranza. Lo ha capito anche l’imam di Al-Azhar Ahmad El-Tayeb, che ha emesso una dichiarazione senza precedenti contro le inaudite violenze degli agenti di polizia e dell’esercito. E lo ha capito il governo, che si è tardivamente dimesso lasciando il paese senza esecutivo né legislativo. Non lo ha capito invece la giunta militare, che nella deludente dichiarazione di Tantawi invita la cittadinanza a indire un referendum per decidere della sua caduta o meno: come se per referendum, e non per delega rivoluzionaria, fosse stato legittimato a traghettare il Paese verso la democrazia! E l’Occidente? L’ha capito, l’Occidente, che da questo punto di non ritorno il popolo egiziano e non solo, tutti i popoli della “primavera araba”, non retrocederanno? Ho i miei dubbi. Le dichiarazioni della diplomazia americana ed europea sono le solite esortazioni piene di distinguo che del pericolo di una dittatura militare a tinte islamiche non si peritano nemmeno di preoccuparsi. Ma lo capirà la Storia, a cui la presenza di proiettili italiani e di gas lacrimogeni americani nelle canne omicide degli scherani non concederà se non questa dilazione provvisoria di potere. Poi, presto o tardi, per la dittatura sarà la fine. I militari hanno ipocritamente difeso il ministero della Giustizia per reprimere in realtà una protesta pacifica e popolare. Ma domani saranno costretti a misurarsi con la forza della dignità e delle idee. E questa ha già emesso la sua sentenza: il futuro dei popoli arabi è nella democrazia.

“In piazza dilagano i commenti, le interpretazioni, le invettive. È un popolo responsabile, preparato quello che presidia Tahrir, mentre il resto del paese segue apprensivo le vicende sugli schermi. È un popolo maturo che conosce le regole della democrazia e le vorrebbe applicate”

Oltre gli slogan Non ci sono bandiere né vessilli di partiti: solo il tricolore. Persino i Salafiti e qualche Fratello musulmano, che hanno ignorato gli ordini della confraternita di non scendere in piazza, si presentano con le loro barbe e i loro camici ad assistere i feriti. Musulmani e cristiani. Uomini e donne, giovani e meno giovani, liberali e islamici. Indistintamente. E fra gli slogan e i battimani ecco rincorrersi sulla piazza le imprecazioni e i commenti di indignazione. Dov’era, ci si chiede, la sicurezza di Stato in questi dieci mesi, se la criminalità commetteva furti indisturbata, se le strade erano in balia dell’anarchia e gli stupri e le aggressioni non si contavano? La si impiega soltanto per massacrare la popolazione di Tahrir? E noi che credevamo fosse davvero… latitante. E perché a Mubarak un processo civile lentissimo mentre a 15mila oppositori – fra cui centinaia di giornalisti e blogger – la corte marziale? E perché ben tredici condanne a morte in pochi mesi e la prosecuzione sistematica delle torture in carcere? Questa giunta militare non è altro che la risultante di cinquant’anni di dittatura. In piazza dilagano i commenti, le interpretazioni, le invettive. È un popolo responsabile, preparato quello che presidia Tahrir, mentre il resto del Paese segue apprensivo le vicende sugli schermi. È un popolo maturo che conosce le regole della democrazia e le vorrebbe applicate. Un popolo che chiede a una sola voce la caduta immediata del comandante in capo del Consiglio Supremo delle Forze Armate, l’immediata convocazione di un governo di Salvezza Nazionale, l’immediata cessazione delle aggressioni nei confronti dei manifestanti inermi, il passaggio immediato dei poteri ai civili, l’immediata formulazione di una carta sovracostituzionale equa e non parziale. È un popolo che vuole emendare la colpa dell’11 febbraio: aver garantito all’esercito – contrariamente a quanto accaduto in Tunisia – di affiancare il governo di transizione nel passaggio dal precedente regime alle elezioni parlamentari e presidenziali. È un popolo che dichiara di non voler cedere di un passo. Un popolo che non si fida più e crede solo a se stesso. E ha ragione di farlo.

Società

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Oblio, parte prima La memoria, proprio per la sua sfuggevolezza e impalpabilità, offre il destro all’utilizzo di immagini metaforiche. Un esercizio che ci è sempre riuscito in modo esemplare testo di Francesca Rigotti illustrazione di Mimmo Mendicino

Metaphorae

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Q uando evochiamo alla memoria fatti del passato ne parliamo come di ricordi “vivi” o “sbiaditi”, “richiamati” alla memoria o “svaniti nell’aria” come se fossero persone o uccelli svolazzanti, o forse stoffe che hanno perso i colori originari: che succede? Succede che stiamo ovviamente parlando per metafore. Del resto siamo costretti a farlo, perché realtà come la memoria e l’oblio non si possono concepire né tanto meno esprimere senza ricorrere a metafore, esattamente come il tempo, di cui non si può parlare che per metafore. Le metafore della memoria e la tavoletta di cera La grande quantità di metafore con le quali scrittori e filosofi si sono espressi sul tema della memoria, ma anche le parole e immagini che ognuno di noi usa abitualmente senza pensarci troppo, sono tratte quasi esclusivamente da due campi metaforici: quello delle “metafore del magazzino” e quello delle “metafore della tavoletta di cera”. Lo scrive il massimo studioso dell’arte e della critica della memoria e dell’oblio, Harald Weinrich, autore su questo tema di un libro bellissimo uscito qualche anno fa: Lete. Arte e critica dell’oblio (Il Mulino, 1999). Ora, è vero che per parlare della memoria esistono metafore isolate che non si possono integrare né nell’uno né nell’altro campo metaforico (per esempio, il libro della memoria, la nebbia o il velo dell’oblio); ma è altrettanto evidente che quei due modelli sono assolutamente prevalenti e si disputano il favore dei pensatori quando non sono compresenti nello stesso autore. La spiegazione di tale duplicità può essere attribuita alla duplicità del fenomeno del ricordare: le metafore del magazzino si raccolgono prevalentemente intorno al polo della memoria, cioè delle cose ricordate, quelle della tavoletta invece intorno al polo del ricordo, o meglio del processo del ricordare, con tutta la vaghezza e le imprecisioni tipiche delle metafore da una parte, ma anche, dall’altra, con tutta la loro efficacia e incisività.

La metaforica della memoria come traccia nella tavoletta di cera si trova per la prima volta in un’opera del grande filosofo greco Platone. Si tratta del dialogo intitolato Teeteto, dal nome del protagonista insieme al quale Socrate si interroga sulla scienza. E proprio nel parlare di che cosa sia la scienza e come si possano ritenere le sue affermazioni che spunta la metafora. La mente, vi si dice, è come una massa di cera nella quale imprimiamo i nostri pensieri e le nostre sensazioni: di ciò che viene impresso abbiamo memoria; ciò che viene cancellato, invece, lo dimentichiamo, e non abbiamo più né memoria né scienza… Il magazzino della memoria La metaforica del magazzino della memoria è sviluppata invece da sant’Agostino nelle Confessioni, una straordinaria opera di introspezione psicologica scritta intorno all’anno 400. Nel “Libro X”, Agostino si interroga con una lucidità e una profondità insuperate sul tempo e sulla memoria: ebbene, tutte le metafore da lui usate per la memoria e per il tempo, sono spaziali. Di questo spazio o luogo Agostino si rende perfettamente conto che non è un luogo, è un non-luogo e infatti così lo chiama, non locus (non loco, “Libro X”, 9, 16): il luogo della memoria è uno spazio interiore, un luogo che non ha luogo, un luogo che non è luogo, non è deposito né stanza o magazzino, eppure, paradossalmente, contiene così tanto. Metafore dell’oblio Anche le metafore dell’oblio si costruiscono su questi due modelli, ad essi adattandosi, con una differenza però: che mentre ricordare è un bene e un valore, una cosa positiva insomma, il dimenticare è un male, soprattutto quando la dimenticanza è involontaria. Possiamo dunque distribuire le metafore dell’oblio in due campi metaforici distinti che rappresentano un’elaborazione dei campi metaforici della memoria: metafore delle acque (profonde) per l’immagine del magazzino, e metafore della cancellazione della scrittura per l’immagine della traccia nella cera.


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Occasioni perdute

È una vicenda di inizio secolo in un’Italia che sta conoscendo

» di Marco Alloni

Siamo ai principi del secolo, e il fulcro della vicenda – che è la Storia in forme inedite. Dapprima appare l’automobile, poi vano riassumere in poche righe – comincia emblematicamenl’elettricità, infine la consapevolezza del mondo: è “un mon- te a profilarsi proprio nel famigerato 1914, quando la Grande do” però che non sembra in questa occasione guerra ribalta le categorie, i sogni imperiali toccare la provincia nella quale il racconto è cominciano a vacillare e le stranezze della ambientato, ma che diventerà presto ragione provincia diventano paradigma di un mondi tragedia e sconquasso. do. I personaggi entrano ed escono dalle due In tale ambientazione si delinea il secondo rostorie (quella maiuscola e quella minuscola) manzo di Antonio Tabucchi, Il piccolo naviglio, con la velocità e la nettezza di carattere a che Feltrinelli ha voluto riproporre trentatré cui ci ha abituati Tabucchi. Sembrerebbero anni dopo la sua pubblicazione avvenuta nel quasi racconti sovrapposti. Oppure che il 1978, proprio a porre in risalto la sua ancor narrato reclami la propria misura al romanvivissima attualità. Lo stesso scrittore toscano zo chiedendogli spazio e insinuandovisi motiva la ristampa sottolineando che “le assi per aprire e chiudere parentesi dentro il più della chiglia di questo romanzo appartengono allo ampio flusso della narrazione. Romanzo stesso legno dei libri che lo hanno seguito negli di racconti, dunque, in cui si scopre – oltre anni. C’è la Storia con la maiuscola, scriteriata a una tonalità burlesca e “paesana” che il fanciulla che reca festosa lutti e iatture; e la stoTabucchi successivo ha progressivamente ria senza maiuscole del nostro paese, per il quale accantonato – un linguaggio che conserva Il piccolo naviglio di Antonio Tabucchi continuo a nutrire la nostalgia di ciò che avrebbe ancora le coloriture barocche e a tratti espresFeltrinelli, 2011 potuto essere e non è”. Non risulta affatto casionistiche degli inizi. suale che Tabucchi parli di nostalgia: il senso profondo del Quest’opera di Tabucchi merita senza dubbio una riscoperta, libro è infatti precisamente quello di ricordare le occasioni anche linguistica. Bene ha fatto dunque l’editore a ripubperdute, le utopie finite male e in genere lo slancio verso il blicarlo, e bene faremmo noi a leggerlo (o rileggerlo), anche futuro che – colpa della storia ma soprattutto di quella con la alla luce dei più recenti avvenimenti che stanno segnando la S maiuscola – si è tradotto in tragedia e disincanto. recente storia sociale e politica della Penisola.

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Ruderi. Lo spazio della fine testo di Giancarlo Fornasier; fotografie di Agostino Rossi

qualsiasi oggetto vecchio e malandato – il più delle volte solo da un punto di vista puramente estetico-visivo, e non strutturale e funzionale – viene costantemente ed erroneamente confrontato. In verità, il suo “splendore originario” forse non è mai esistito... oppure c’è sempre stato, nella sua condizione odierna così come il giorno in cui è stato consegnato alla collettività. E continuerà a esistere, malgrado l’incuria che lo condanna alla condizione di ingombrante rudere, attenzione non di una rovina: un rudere e dunque privo di valore.

Sguardi

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La società che rifiuta e nasconde la morte non lascia tempo e spazio alla trasformazione della materia che invecchia. Da questa prospettiva il corpo umano e l’edificio appaiono sovrapponibili: in verità la sparizione del secondo (il costruito) è la fine anche del primo (colui che l’ha creato); al contrario, la morte dell’uomo non coincide con la sparizione di ciò che ha voluto lasciare alla collettività. Per questo, i beni culturali di una civiltà svaniscono solo quando è la società stessa a volerlo. Se la natura conserva solo ciò che è in armonia con essa – mentre tende a eliminare tutto quello che non sente suo –, in un processo assai meno selettivo l’uomo è in grado di abbandonare e dimenticare, volutamente e in modo indiscriminato. Un processo che avviene spesso ancora prima di aver compreso o cercato di comprendere quello che gli sta di fronte. L’atto supremo del rifiuto è l’oblio, e il rudere ne è la sua più alta rappresentazione. È un Purgatorio dove l’oggetto perde la sua funzione per scendere, presto o tardi, verso una scriteriata eliminazione. La distruzione si fa così garante di una visione dello sviluppo urbanistico distorta e menzognera: la pulizia delle forme e l’uniformità quali sinonimi di armonia. Il decadimento e la “forma nascosta” Scrive Benito Paolo Torsello1 a proposito della nozione di “degrado” e dei temi a esso correlati: “Il punto di partenza è la materia portatrice di una sollecitazione estetica: essa dice e rappresenta al tempo stesso, mostra e si mostra, afferma ed evoca. Nell’essere testimonianza di una volontà artistica, il monumento non rinuncia a darsi come provocazione, quale forma che ha conquistato una totale autonomia, dall’istante in cui è stata consegnata dal suo artefice e lungo il viaggio attraverso il trascorrere della natura e delle culture. In questa odissea, la forma è cambiata a ogni istante, perdendo quel volto originario che forse non ha mai posseduto: presentandosi anzi, come continuamente originaria. Non si tratta di un cammino evolutivo, ma dei percorsi della modificazione, segnati spesso dalla incoerenza e dall’accidente”. Il punto di vista di Torsello – professore alla Facoltà di architettura dell’Università di Genova – è naturalmente quello di chi opera nell’ambito della conservazione dei Beni culturali; insomma, un “nostalgico del passato”2, un impunito ibernatore del tessuto urbano secondo una visione anarchico-liberista del territorio. La sua sintesi permette però di riflettere ulteriormente sull’eterno dilemma dell’ “antico splendore” al quale

Il rudere non è una rovina Al significato del sostantivo rudere è sovente accostato il termine rovina, cioè una collezione di resti di antiche costruzioni. In senso figurativo, “è un rudere” viene detto di qualcuno provato, cioè in pessime condizioni fisiche o morali. Non certo un complimento; il mondo dell’archeologia – diversamente dall’ambito in cui opera buona parte dell’architettura – ne è ben cosciente e si guarda bene dal definire un’apparente accozzaglia di conci lapidei romani un rudere. No, giustamente quelle sono rovine da salvare, catalogare, pulire e conservare. Sono una fonte di studio, una ricchezza storica, un documento di verità. Ahimé, come dicevamo raramente il “metodo archeologico” è applicato dagli architetti: un oggetto malandato edificato negli anni Quaranta è un rudere, e dunque o si interviene per ridare al manufatto una decenza formale ed estetica – si badi bene, estetica; infatti, il più delle volte il rudere non crolla ma deve essere abbattuto tanto buona è la sua materia e tanto capace e organizzata la fabbrica che ne ha dato la forma –; oppure, meglio ancora, si abbatte. Costi e benefici, valore del terreno e indice di sfruttamento: il rudere non ha scampo. Il tempo che vorremmo perduto La tentazione di disturbare le “pietre parlanti” di John Ruskin o ribadire la “portata educativa racchiusa nella verità del documento” espressa da William Morris (Torsello; nota 1, p. 28) sono certo molto forti ma ci porterebbero lontano3. Preme invece far notare come, sempre e ancora, la carica emotiva che un edificio malandato è in grado di trasmetterci sia la prima a essere filtrata, a volte nascosta o rifiutata sull’altare di una razionalità che volentieri eleggiamo a portavoce dell’equilibrio. Le spinte emozionali rimangono un peccato al quale non possiamo piegarci, perché sono ritenute irrazionali, soggettive e incosistenti. Ma dell’assoluta incosistenza progettuale sulla quale si è sviluppato buona parte del nostro territorio (e le sue deboli prospettive future) si discute ancora a denti stretti. In questo senso poco aiuta salvare “qualche edificio” per garantirci un passato storico e civile che nei fatti a pochi interessa riconoscere sino in fondo. Gli obiettivi sono “altri”, e i diretti interessati guardano “oltre”... forse al loro futuro? note 1 B.P. Torsello, La materia del restauro, Marsilio, 2000, p. 99. 2 Ci riferiamo qui alle sin troppo note posizioni del sindaco e architetto di Lugano, Giorgio Giudici, ribadite anche nella recente “Salviamo il salvabile”, puntata di “Falò” andata in onda lo scorso 24 novembre (RSI; www.rsi.ch). 3 Si veda Ticinosette n. 7, 12, 15 e 45 del 2011 (www.issuu.com/infocdt/docs/). nelle immagini foto piccola: Luce, “Case di Sotto“; foto grande: Tracce, “Case di Sotto” (Orselina, 2011). Per ulteriori informazioni: www.ragostudio.ch.


» testimonianza raccolta da Gaia Grimani; fotografia di Igor Ponti

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Michele Rossi

Vitae

che è la rappresentanza verso l’esterno di cinque associazioni economiche. Si tratta della Camera di Commercio, dell’Associazione Industrie attive in Ticino (AITI), dell’Associazione Bancaria Ticinese, della CATEF (proprietari immobiliari) e della Società degli Impresari Costruttori, per le quali fungo da delegato, sia nei confronti dell’Italia, in particolare della Lombardia, sia nei confronti di Berna. Al di fuori della mia professione oggi ho poco tempo libero e mi dispiace perché, per esempio, la lettura, uno dei miei hobby, rimane in disparte e mi ci posso dedicare solo nel fine settimana Giovane avvocato, ha fatto parte della o durante le vacanze. Ho la delegazione svizzera che ha negoziato passione della fotografia fin gli accordi bilaterali con l’Unione Euro- da ragazzo, insieme a quella per il mondo animale e per pea. Ama la fotografia e la natura il cui la natura. I viaggi che ho contatto gli è essenziale per ricaricarsi fatto li ho sempre intrapresi in funzione della natura che nel nostro paese si parlava riuscivo a fotografare: per esempio, dopo appena. Ho optato allora per l’università sono partito per un bellissimo la carriera diplomatica che giro di tre mesi in Patagonia per catturare le ho seguito dal 1994 al 2000, immagini di orche e balene. Una di queste con due anni a Madrid presso foto la vedo tutti giorni perché l’ho installata l’Ambasciata svizzera. A Maquale sfondo del mio computer. Un buon drid ho pure frequentato la modo di cominciare la giornata. Poi con Scuola diplomatica spagnola l’inizio dell’attività lavorativa e gli impegni ottenendo un diploma in refamiliari, soprattutto con l’arrivo dei figli, lazioni internazionali. Poi, nel Chiara e Pablo, tutto è cambiato e anche la ’96, sono rientrato a Berna. Lì macchina fotografica è stata un po’ messa da sono stato inserito nell’Ufficio parte. A un certo momento, proprio a causa dell’integrazione europea, mi dei figli, l’ho ripresa in mano per fotografare è stato assegnato quale dosloro. Ed ecco che la passione è ripartita e con sier principale il negoziato essa le spedizioni nella natura. sulla libera circolazione delle Immergermi nella natura mi ricarica, mi persone e ho avuto la fortufornisce l’energia per affrontare le situazioni na di far fisicamente parte che si pongono ogni giorno nella mia prodella delegazione che andava fessione. Se dovessi definire qual è il Michele a Bruxelles a negoziare l’acRossi più autentico credo che sia quello che cordo, entrato poi in vigore esce nei boschi con la macchina fotografica nel 2002. Dal 1. gennaio del in spalla a riprendere stambecchi e cervi, con2000 sono tornato in Ticino sapevole però che tali momenti spensierati e ho iniziato a Lugano la mia sono possibili solo grazie al lavoro che svolgo attuale professione di avvocadurante la settimana. Si tratta di trovare un to, con specializzazione nelle giusto equilibrio, tra i vari aspetti della vita. relazioni transfrontaliere o Contrariamente all’impressione che se ne ha internazionali. Gli accordi quando si è bambini, l’esistenza è un procesche noi abbiamo negoziato, so in continua trasformazione e bisogna imadesso si applicano in Svizzera parare a gestirne i mutamenti. È movimento, e in Ticino e diversi clienti non staticità. La maggior parte di ciò che si rivolgono a me per capici capita non possiamo, né prevederlo, né re come muoversi in questi controllarlo. L’importante è possedere un’atcontesti; inoltre quest’anno, titudine positiva, essere pronti al cambiada gennaio, ho assunto un mento e, soprattutto, disposti a meravigliarsi, mandato molto interessante ogni giorno, del mistero che ci circonda.

»

I

miei primi ricordi sono legati a Mendrisio e alla serenità della mia infanzia. Se ci penso, li vedo come un album di fotografie, dove tutto è al suo posto e sembra debba durare per sempre, inalterato. Della prima giovinezza due sono le immagini prevalenti: la mia famiglia e il campo di calcio. Ho passato tanto tempo a giocare a questo sport che per me è stata una vera passione. Poi mi sono rotto una gamba sciando e intorno ai 14 anni ho appeso, a malincuore, le scarpe al chiodo. La mia famiglia paterna risiedeva a Mendrisio, quella materna a Lugano. Quasi settimanalmente si faceva una trasferta, che a me pareva enorme, per andare a trovare i parenti di Lugano, soprattutto la nonna. Anche la mia formazione è stata tranquilla. Non ho mai avuto troppe difficoltà a scuola e l’impegno, pur contenuto, mi permetteva di ottenere la promozione e di riservarmi al contempo una bella dose di tempo libero. Arrivato poi all’università, ho dovuto cambiare registro e impegnarmi di più. Anche perché le lezioni erano in tedesco e in una lingua straniera improvvisare era un po’ più difficile. Sono un avvocato con formazione internazionale: dopo gli studi universitari ho trascorso un anno in Belgio, per frequentare un corso postuniversitario di diritto della Comunità europea. L’ho fatto perché allora, all’inizio degli anni Novanta si parlava dello spazio economico europeo e sembrava che la Svizzera ne sarebbe entrata a far parte; poi dalla votazione del dicembre ‘92 è scaturito il doppio no del popolo e dei cantoni e il mio progetto di lavorare in questo campo non si è realizzato, nonostante l’esperienza all’estero mi abbia permesso di conoscere direttamente quello che stava avvenendo al di fuori della Svizzera e di rendermi conto di quanto avanzato fosse il processo di integrazione europea di cui


Sulle tracce di Gotthard Schuh di Villi Hermann

Grotto degli Amici, Castelrotto (Schuh©Fotostiftung Schweiz)

Un regista e un fotografo. Il primo sulle tracce del secondo attraverso l’Asia, le sue genti, le sue culture e la spiritualità fino al Malcantone, che di Gotthard Schuh è stato l’ultimo rifugio. Un percorso segnato da volti, corpi, paesaggi, luoghi e riti ma anche un omaggio sincero e affettuoso a un artista che ha fatto del nostro cantone uno dei suoi soggetti prediletti


Danzatrice Legong, alla corte del Principe Anak Agung di Saba, Bali (SchuhŠFotostiftung Schweiz)

Danzatrice Legong, alla corte del Principe Anak Agung Rai di Saba, Bali (V. Hermann)


Pesca alle anguille sul fiume Tresa, Madonna del Piano (SchuhŠFotostiftung Schweiz)

Fiume Tresa, Madonna del Piano (V. Hermann)


sopra: spiaggia, pescatori, Bali (SchuhŠFotostiftung Schweiz) a destra: spiaggia a Sanur, Bali. Prima di entrare nel mare i Balinesi offrono un cestino di doni agli spiriti per avere la loro protezione (V. Hermann)


S

pesso, quando mi si chiede perché ho fatto o voglio fare un film, non so subito cosa rispondere, dato che i motivi sono molteplici e anche molto personali. Nel caso di questo film però, la mia risposta è semplice: volevo conoscere più a fondo un mio vicino di casa, scoprire la sua vita e la sua opera e trasmetterle agli spettatori. Realizzare un documentario per me significa avere a che fare con me stesso, con il mio territorio e con i miei ricordi. Nel creare film sono sempre partito dalla mia esperienza, tentando di illuminare angoli della nostra vita, oscurati o semi nascosti. Per me è fondamentale compiere ricerche visive e scoprire il nostro territorio o territori a me meno conosciuti ma con cui è possibile instaurare un rapporto personale, per esempio, attraverso fotografi, pittori o scrittori che mi accompagnano nelle loro avventure. Inoltre, questo lavoro rientra in un progetto di ricerca cinematografica sulla fotografia svizzera avviato da tempo. Dopo i fotografi Jean Mohr di Ginevra, Christian Schiefer di Lugano, Jean-Pierre Pedrazzini di Locarno-Parigi e dopo il giovane svizzero tedesco Andreas Seibert, specialista del mondo asiatico, volevo tornare in Asia ma anche filmare la mia regione, il Malcantone. La ricerca e il paragonare l’immagine statica a quella in movimento mi hanno sempre stimolato. Un po’ come i pittori di inizio Novecento, che, anche se talvolta preoccupati, erano affascinati dall’arrivo della fotografia, oggi il confronto con l’immagine fissa e le possibilità offerte dal digitale sono per me fonte di riflessione e di creatività. Con in mano le fotografie di Schuh, ho rivisitato luoghi e personaggi da lui immortalati, a Singapore, a Java e a Bali (le isole degli Dèi che lo hanno reso celebre), e nel Malcantone. Schuh non ha solo fotografato l’Asia, ma anche la Svizzera, paesi europei come Francia, Italia, Germania, Austria e il Nord Africa. Nazioni che attraversavano una fase di profonda conflittualità e in cui il totalitarismo era in ascesa galoppante. Il documentario ritrova i luoghi celesti fotografati da Schuh in Indonesia. Le feste, le cerimonie e i rituali sono al centro del mio soggiorno nelle isole degli Dèi. Su queste isole, su cui non per nulla rimase un anno, Schuh trovò una spiritualità per noi occidentali abbastanza inusuale. La ricerca dell’Eden I contrasti e gli effetti della globalizzazione e del turismo di massa, erano già chiaramente visibili alla fine degli anni Trenta. Gotthard Schuh è a riguardo molto critico nei confronti di ciò che avviene nelle isole degli Dèi e nel 1938-1939 scrive nel suo diario di viaggio: “Dal giorno in cui Gaugin mostrò per la prima volta i suoi quadri di Tahiti ai parigini, nessun nucleo di civilizzazione ha saputo eccitare gli animi degli artisti e degli intellettuali stanchi d’Europa quanto «l’ultimo paradiso sulla terra», l’isola di Bali. Molti idealisti, tagliati i ponti con il passato, fuggivano su quest’ “isola da sogno”. Ben presto però arrivarono in Europa notizie allarmanti sulla mancanza di scrupoli delle orde di turisti e sul rapido decadimento della civiltà balinese incontaminata. Bali non esiste più, si (...)


sopra: Chinatown di Singapore (Schuh©Fotostiftung Schweiz) a destra: negozio d’antichità e di biciclette, Lugano. Lo stabile oggi è la sede del ritrovo pubblico “La piccionaia” (Schuh©Fotostiftung Schweiz)

Singapore. Di domenica le famiglie giocano con l’aquilone, un divertimento molto apprezzato e colorato (V. Hermann)


Si ringrazia la Fondazione Svizzera per la Fotografia - Fotostiftung Schweiz (www.fotostiftung.ch) nella persona del suo direttore dr. Peter Pfrunder per la disponibilità e la collaborazione che hanno reso possibili la realizzazione del presente servizio.

Villi Hermann Classe 1941, studia arti figurative a Lucerna, Krefeld e Parigi. Negli anni 1964-’65 espone a Lucerna e Lugano i suoi primi quadri, disegni e litografie. In seguito frequenta la London School of Filmtechnique (LSFT), dove si diploma nel 1969. Tornato in Svizzera, dapprima a Zurigo poi in Ticino, inizia a lavorare come cineasta indipendente, collaborando parallelamente con la Televisione svizzera, DRS e RTSI, per documentari e servizi culturali. Nel 1981 fonda la propria casa di produzione, la Imago Film di Lugano (www.imagofilm.ch). Oggi vive nel Malcantone.

diceva, ha lasciato il posto a una fiera di souvenirs per giramondo. L’ultimo paradiso è rimasto vittima della propria reputazione”. Negli anni Cinquanta, Gotthard Schuh si trasferisce a Bedigliora, nel Malcantone. Mi chiedo perché abbia scelto il Malcantone. Era forse di nuovo alla ricerca del giardino dell’Eden? L’avrà trovato? Le sue fotografie del cantone non erano materiale per la promozione di un Ticino turistico. Oggi, queste immagini hanno certamente un notevole valore per urbanisti ed etnografi, ma traspirano anche di luce e riflettono lo sguardo poetico dell’artista. Schuh ha chiesto di essere sepolto a Bedigliora e il suo desiderio ha creato un po’ di scompiglio nella terra dello scrittore Don Francesco Alberti (famoso per il suo romanzo Il voltamarsina). La sua tomba, un gran sasso granitico, come richiede il suo nome, si trova in un angolo del cimitero di Bedigliora, con vista sul Monte Mondin, spesso fotografato nelle nebbie mattutine. Avendo avuto una formazione di pittore, con piccole mostre all’inizio della mia educazione visiva, il passaggio di Gotthard Schuh da pittore a fotografo e poi il ritorno alla pittura alla fine della sua carriera, m’intriga molto. Perché riprende il pennello e la matita? Questo andirivieni è sconosciuto al pubblico e anche a tanti specialisti della fotografia. Gotthard Schuh non è stato solo pittore e fotografo, ma anche editore fotografico del supplemento della “NZZ” e autore dei testi di accompagnamento dei reportage e dei libri da lui pubblicati, tra i quali spicca il suo Le isole degli Dèi. Analogamente a qualche cineasta svizzero di oggi, Gotthard Schuh aspirava al controllo totale della sua opera. Per lui essere fotografo non era solo essere “raccoglitore di immagini”. Egli rivendicava lo statuto d’auteur, esattamente come avviene nel cinema.


» C’era

una volta un re. Questo re portava sempre al dito un anello con un grosso zaffiro di cui era gelosissimo: guai se qualcuno lo toccava o faceva domande a riguardo. Accadde però che un giorno l’anello scomparve. Disperato e fuori di sé, ordinò ai suoi servitori di cercare in ogni angolo del palazzo ma dell’anello non vi era traccia. Inviò allora banditori in ogni piazza del suo regno a pronunciare il seguente proclama: “Il re cerca un astrologo che gli sappia dire dove è finito il suo preziosissimo anello. Chi ci riuscirà riceverà una cassa d’oro zecchino”. Proprio quel giorno era giunto in città per vendere i suoi ortaggi un contadino di nome Gamberotto che non sapeva né leggere né scrivere. Ascoltato il bando si chiese fra sé: “Sarà poi così difficile fare l’astrologo? Io ci provo e chissà che non diventi ricco”. E così, senza troppo pensare, si presentò a corte. “Mio signore, so che cercate un astrologo. Mi chiamo Mamud e sono capace di leggere nelle stel-

L’anello del re trascrizione di Fabio Martini illustrazione di Céline Meisser

le il destino degli uomini. Chiedete a me e avrete risposta”. Il re lo fece allora chiudere a chiave in una stanza dove c’erano un letto, un tavolo, una lanterna, un librone di astrologia, dei fogli bianchi, una penna e un calamaio. Se entro tre giorni non li avesse detto dove era l’anello l’avrebbe cacciato per sempre dal regno. Gamberotto che, come dicevamo, non sapeva scrivere, cominciò a riempire pagine e pagine di scarabocchi senza alcun senso. I tre servi che gli portavano da mangiare vedevano quegli strani segni e Gamberotto, per darsi importanza, rivolgeva loro sguardi severi come se fosse un astrologo molto sapiente. Dovete sapere, brava gente, che a rubare l’anello erano stati proprio quei tre servi. Notate le occhiatacce che Gamberotto rivolgeva loro, pensarono che li avesse scoperti e cominciarono ad avere paura. Si misero così a riverirlo come fosse il principe d’Egitto: “Sì signore, messer astrologo! Come comanda, messer Mamud!”, e via dicendo. Gamberotto, che era ignorante ma a cui il cervello certo non mancava, cominciò a sospettare che dietro tutte quelle moine ci fosse qualcosa e pensò di farli cascare in un tranello. Il giorno seguente, all’ora in cui gli servivano il pranzo, si nascose sotto il letto. Il primo dei servi, che portava la minestra, non vedendo nessuno pensò “Deve essere un gran mago Mamud che sparisce in questo modo”. Proprio in quel momento il contadino con voce profonda da sotto il letto disse: “E uno”. Il servo, udita quella voce giun-


gere da sottoterra, scappò di corsa spaventato. Dopo un po’ giunse il secondo con l’arrosto fumante. Trovata la stanza vuota, pensò: “Questo è davvero un gran mago. C’è poco da fidarsi”. Ed ecco che da terra arriva la voce: “E due”. In preda al terrore anche il secondo servo se la diede a gambe levate. Toccò dunque al terzo che appena entrato con il piatto di frutta udì la misteriosa voce dire “E tre”. Il terrore fu così grande che piatto, mele, pere e uva caddero a terra. Quella notte i tre servi si ritrovarono all’osteria. Convinti che il mago avesse ormai capito che erano stati loro a rubare l’anello decisero di andare a confessarglielo. “Signor mago”, gli dissero, “noi siamo gente poveretta e se riferirete al re ciò che abbiamo fatto ci farà mozzar la testa. Restituiremo l’anello ma voi, ve ne preghiamo, non fate voce a riguardo”. Gamberotto ci pensò un po’ e, dato che era furbo come una faina, disse: “Di non dirò nulla, ma voi prendete l’anello e fatelo ingoiare al più grasso tacchino del re. Poi lasciate che me la cavi da solo”. I servi obbedirono alle sue richieste.

Il giorno dopo Gamberotto si presentò al re. “Mio sire, volevo dirvi che dopo aver tanto studiato e consultato gli astri ho scoperto dove si trova l’anello”. “Dite, dite, presto”, incalzò il re, impaziente. “Fate sventrare il più grosso dei vostri tacchini e lo troverete”. Ammazzato il tacchino come d’incanto saltò fuori lo zaffiro. Per la gioia il re ordinò a tutti i conti, i marchesi e i baroni del suo regno di venire a corte per un gran pranzo in onore del grande astrologo. Durante il pranzo fece servi-

re dei gamberetti che il Re del Portogallo gli aveva mandato in regalo. Siccome nessuno li aveva mai visti prima, tutti erano curiosi di assaggiarli. Al re venne allora in mente di mettere alla prova il suo astrologo davanti ai suoi sudditi. “Voi che sapete ogni cosa, ditemi, come si chiamano questi strani animaletti?” Nella grande sala si fece un silenzio di tomba e tutti rivolsero lo sguardo al finto astrologo. Preoccupato, con le gambe che gli tremavano per la paura perché di quegli strani animali non ne aveva mai visti, il contadino disse fra sé: “Gamberotto, Gamberotto sei finito a quarantotto”. “Bravo”, disse il re, “avete proprio indovinato. Quello è il loro nome e voi siete il più grande astrologo del mondo”. Gamberotto, ricevuta la cassa d’oro, diventò un gran signore, ma da quel giorno di astri e pianeti non volle più saperne.

Fiabe

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Videocamere digitali

Tendenze p. | 48 – 49 di Carlo Galbiati

Uno dei settori dell’elettronica di consumo che ha subito i maggiori cambiamenti da quando è avvenuto il passaggio dall’analogico al digitale è quello delle videocamere. I primi modelli arrivarono sul mercato nel 1995. Fu proprio con la videocamera digitale consumer della Sony, la DCR-VX1000, che il regista danese Lars Von Trier girò, nel 1996, il celebre film Le Onde del Destino che lo stesso anno ottenne il Gran premio della giuria al Festival di Cannes


Negli ultimi anni il nastro magnetico è stato sostituito dalla memoria flash integrata o dalle schede di memoria rimovibili; il nastro magnetico sopravvive solo nelle videocamere semiprofessionali, dal costo superiore ai 3.600 franchi. Oltre alle videocamere tradizionali chi vuole realizzare delle riprese oggi ha la possibilità di usare una serie di apparecchiature diverse: le pocket cam, le macchine fotografiche – sia reflex sia compatte –, e perfino gli smartphone. Tutti questi dispositivi sono in grado di riprendere anche in alta definizione. Acquistare una videocamera in definizione standard è una strada da seguire solo nel caso di vincoli di budget davvero stringenti. Anche se l’obiettivo è quello di realizzare semplici filmatini da caricare su YouTube, ormai il supporto all’alta definizione è talmente ubiquo e la differenza di prezzo tra un modello ad alta definizione e uno a definizione standard così ridotta, che la scelta risulta inevitabile. Girare in alta definizione garantisce una eccellente qualità, anche se i filmati sono poi riversati su supporti fisici come i dischi DVD che memorizzano le immagini a definizione standard. Le immagini sono registrate in alta definizione, per esempio sulla memoria flash, mentre il processore interno della videocamera trasforma il segnale video in uscita dalle prese analogiche in un segnale a definizione standard. Successivamente è sufficiente collegare la videocamera al DVD recorder da tavolo, o addirittura al vecchio VHS . È possibile anche visualizzare le immagini direttamente su un televisore ad alta definizione tramite l’uscita Mini HDMI della videocamera. Questo se non si vuole perder tempo con il computer. Tutte le videocamere sono peraltro dotate di un connettore Mini USB per il trasferimento diretto delle immagini al computer.

Versatilità e ottiche

La maggior parte delle videocamere consumer usa lo standard di registrazione AVCHD: esso offre diverse funzionalità quali la realizzazione di menù e playlist di filmati ed è supportato da un buon numero di dispositivi come lettori Blu-ray Disc, televisori e da tutti i software di editing. Se voglio visualizzare le immagini in alta definizione editate in precedenza sul televisore ad alta definizione ho varie opzioni: posso innanzitutto collegare il PC al televisore tramite l’uscita DVI o HDMI del mio computer; oppure, creare con un programma di edit & authoring un disco DVD AVCHD. Inoltre quasi tutti i modelli di televisori HD che escono sul mercato sono in grado di leggere i file video, collegando alla presa USB di cui sono dotati Pen Drive o Hard Disk. Copiate le riprese della videocamera dal computer alla Pendrive e inserite quest’ultima nel vostro televisore; tramite il telecomando del TV avviate la riproduzione dei filmati presenti nella Pendrive. Attenzione però non tutti i televisori in grado di leggere file multimediali (audio, foto e video) supportano il formato AVCHD. Infine in alcuni lettori Blu Ray Disc si può inserire direttamente la scheda di memoria SD (Secure Digital) registrata da una Videocamera AVCHD.

Fondamentale per le videocamere tradizionali è disporre di una buona ottica soprattutto se si effettuano riprese in alta definizione. La presenza di uno stabilizzatore evita che le riprese risultino mosse. A riguardo, i migliori risultati si ottengono con uno stabilizzatore di tipo ottico in luogo di quello elettronico presente soprattutto sui modelli di fascia bassa. Oltre alle videocamere che registrano sulla memoria flash integrata e la scheda di memoria ci sono modelli con hard disk (meccanico) incorporato. Questi ultimi però sono assai più ingombranti. Tenete presente che il costo delle schede di memoria è in rapida discesa ed è preferibile acquistare più schede che un’unica videocamera con un hard disk da 50 GB; quando l’hard disk è pieno le immagini vanno necessariamente spostate sul computer. Un’ora di riprese in alta definizione a media qualità occupa 6 GB di spazio.

A prova di caduta!

Fra le novità apparse quest’anno sul mercato non potevano mancare le videocamere per le riprese in 3D. Dopo le fotocamere, i cellulari e i tablet in grado di effettuare riprese stereoscopiche non potevano mancare le videocamere. Panasonic, Sonic e JVC hanno in catalogo in ambito consumer un modello di videocamera 3D. Negli ultimi due anni sono arrivate sul mercato le Pocket Cam, videocamere tascabili low cost capaci di riprendere e fotografare in HD e di esportare subito i contenuti sui social network. Il prezzo d’ingresso per un modello capace di effettuare riprese in alta definizione si aggira intorno ai 160 franchi! Le riprese effettuate in pieno sole si avvicinano come qualità a quelle delle videocamere tradizionali consumer, mentre per le riprese in condizioni di scarsa luminosità sono penalizzate dalle piccole dimensioni del sensore CCD (Charge-Coupled Device) che cattura la luce. Alcuni modelli di videocamere tascabili sono waterproof impermeabili all’acqua salata e resistenti agli urti e alle infiltrazioni di altri agenti dannosi come polvere, sabbia e neve: sono delle vere e proprie Sport Cam perché resistono a cadute fino a 2 metri grazie a protezioni supplementari integrate, come rivestimenti in gomma e meccanismi di resistenza del gruppo ottico. Uno dei valori più importanti per le fotocamere waterproof è il codice IPX, che fornisce informazioni riguardo il livello di protezione dall’acqua della fotocamera; valore più alto, e quello maggiormente adottato dai produttori è l’IPX-8, che consente l’immersione in acqua alla profondità definita del produttore per 30 minuti senza infiltrazioni di liquido nell’apparecchio. La profondità varia leggermente da modello a modello, ma difficilmente queste compatte senza scafandro possono scendere oltre i 10 metri. Chi vuole compiere delle vere e proprie immersioni subacquee con le bombole può usare la maschera subacquea Scuba 318 della società Liquid Imagine: la maschera integra una fotocamera capace di effettuare foto e riprese in alta definizione fino a 40 metri di profondità con la batteria che garantisce un’autonomia di un’ora. Il prezzo ruota intorno ai 450 franchi.


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Grazie all’arrivo di Venere nell’amico segno dell’Acquario il periodo natalizio tende a mostrarsi nella sua forma più magica. Imprevedibili i nati nella prima decade. Evitate di subire le personalità dominanti.

Vigilia resa magica da atmosfere particolari. Eros ed energie nascoste. Buoni i rapporti con i familiari. Potete chiedere anche l’impossibile perché l’avrete. Credeteci senza riserve. Nettuno confonde un po’.

Tra il 22 e il 24 dicembre attenti a non esporvi troppo soprattutto quando si tratta delle vostre vicende matrimoniali. A gonfie vele le storie sentimentali dei nati nella prima decade. Incontri con stranieri.

È venuto il momento di tagliare il cordone ombelicale e partire verso un nuovo mondo. Sfruttate a pieno le potenzialità uraniane e rivoluzionate la vostra vita. Evitate di farvi schiavizzare dalla famiglia.

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Solstizio alla grande. Grazie a Urano e Mercurio sprizzate di energia. Con il vostro intuito siete in grado di risolvere qualunque tipo di problema. Desideri di trasgressione grazie a Venere in opposizione.

Con Luna e Plutone in congiunzione potete liberarvi di qualunque tipo di stress. Incontri karmici prima di Natale. Possibili ritorni di fiamma. Distraetevi, ballate e scaricate la tensione con il divertimento.

Saturno non vi chiede di rompere con tutti, ma vi invita a rivedere le scelte non utili alla vostra crescita. Incontri per i nati nella prima decade favoriti da Venere in Acquario. Bene con Toro e Acquario.

Vigilia segnata dal transito lunare in Capricorno. Grazie all’intervento di Plutone, vostro governatore, riuscirete a tirar fuori qualità fino adesso tenute nascoste. Atteggiamenti bipolari provocati da Giove.

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Il periodo pre-natalizio sarà allietato oltre che dagli ottimi aspetti di Urano anche dal passaggio di Mercurio in Sagittario. Opportunità di affari provenienti dal mondo della tecnologia Affinità intellettuali.

La vigilia grazie alla Luna e a Plutone è segnata da importanti svolte karmiche. Grandi cambiamenti e incontri con il destino, soprattutto per quanto riguarda le appartenenti al sesso femminile. Rigenerazione.

La vigilia viene colorata dal transito lunare nel segno del Capricorno. Con Luna e Plutone congiunti scoprirete nuove forme di espressione. Nuovi gli interessi per i nati nella terza decade grazie a Nettuno.

Rapporti magici con i familiari resi più profondi dalla congiunzione lunare del 24 con Plutone. Potrete affrontare con successo un’antica questione. Autocontrollo per i nati tra la seconda e la terza decade.

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La soluzione verrà pubblicata sul numero 52

Risolvete il cruciverba e trovate la parola chiave. Per vincere il premio in palio, chiamate lo 0901 59 15 80 (CHF 0.90/chiamata, dalla rete fissa) entro giovedì 22 dicembre e seguite le indicazioni lasciando la vostra soluzione e i vostri dati. Oppure inviate una cartolina postale con la vostra soluzione entro martedì 20 dic. a: Twister Interactive AG, “Ticinosette”, Altsagenstrasse 1, 6048 Horw. Buona fortuna!

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Orizzontali 1. Viaggiano nello spazio • 9. L’ama Zivago • 10. Si contrappone a iper • 11. Il nome di Pirandello • 13. Verbo ausiliare (tr) • 15. Epoche • 16. La festa della natività • 18. Ivano, noto cantante • 20. Consonanti in vago • 21. Ospita anfibi e rettili • 23. Costruì l’Arca • 25. Due romani • 26. Un ufficio del disoccupato • 27. Turchia • 28. Il fiume dei Cosacchi • 30. Alcoolisti Anonimi • 31. Vedono rosso • 34. Dittongo in piuma • 36. Distratti, non concentrati • 38. Pubblicati • 39. Il no moscovita • 40. Il nome della Wertmüller • 41. Priva d’accento • 42. La nota Papas • 43. Congenito • 45. Fine inglese • 47. La nota Massari • 48. Oriente • 50. Tu, in altro caso • 51. Ossigeno e Iodio • 52. Impronta, indizio. Verticali 1. Noto romanzo di Wilbur Smith • 2. Manto equino • 3. Vi soffia la bora • 4. Ragioniere in breve • 5. Il Nichel del chimico • 6. Completa indifferenza • 7. Si celano a Pasqua • 8. Anomalia, difformità • 12. Riarsi • 14. Nome di donna • 17. Ingresso • 19. SudEst • 22. Romania e Uruguay • 24. Burroni, precipizi • 29. Nulla • 32. Una brutta tosse • 33. Baby-sitter • 35. Fa la forza • 37. Militi graduati • 41. Località grigionese • 42. Procedura • 44. Piccoli difetti • 46. Divinità femminile • 49. Touring Club.

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Tra coloro che hanno comunicato la parola chiave corretta è stato sorteggiato: Theo Allemann via Carlo Pasta 8e 6850 Mendrisio Al vincitore facciamo i nostri complimenti!

Premio in palio: buono RailAway FFS “Snow’n’Rail Nara” RailAway FFS offre 1 buono del valore di 150.– CHF per 2 persone in 2a classe per l’offeta RailAway FFS “Snow’n’Rail Nara” da scontare presso una stazione FFS in Svizzera. Ulteriori informazioni su ffs.ch/snownrail.

Snow’n’Rail Nara – Andare a sciare in treno e bus Neve, sole e tanti amici! Situata in un’ampia conca soleggiata tra i 1.400 e i 2.200 metri di quota, la stazione del Nara offre lunghe piste adatte sia alle famiglie che agli sportivi, nonché ai praticanti dello snowboard. I non sciatori possono invece intraprendere passeggiate lungo sentieri invernali segnalati e godere la vista sulla maestosa catena montuosa dell’Adula, sull’altro versante della valle. Per grandi e piccini è a disposizione una lunga pista per slitte, unica in Ticino.

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7000 famiglie sono state deportate in quest’area desolata dove sono costrette Villaggio di Kan Dang Kao a vivere in condizioni disumane

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Associazione Missione Possibile Svizzera Banca Raiffeisen Lugano Numero di conto: 1071585.70 Via Ungè 19, 6808 Torricella Via Pretorio 22 IBAN: CH04 8037 5000 1071 5857 0 Tel. +41 91 604 54 66 6900 Lugano Codice bancario: 80375 www.missionepossibile.ch info@missionepossibile.ch


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