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del 2 settembre 2011

con Teleradio 4–10 settembre

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Scuola e formazione

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L’energia della natura sempre a portata di mano.


Ticinosette n° 35 2 settembre 2011

Agorà Mercato e formazione. Professionisti cercasi Arti Ticino. Il mestiere dell’arte

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DEMIS QUADRI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Impressum

Società Università della Svizzera italiana: oltre il tempo

Tiratura controllata

Kronos Attitudini a confronto

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FRANCESCA RIGOTTI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Chiusura redazionale

Letture La lentezza del lavoro

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FRANCESCA RIGOTTI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Editore

Vitae Daniele Parenti

Direttore editoriale

Reportage Accademia di Mendrisio

Redattore responsabile

Mundus Amarcord dai banchi

Coredattore

Tendenze E-book e istruzione. A scuola… leggeri

72’011 copie

Venerdì 26 agosto

Teleradio 7 SA, Muzzano Peter Keller

Fabio Martini

Giancarlo Fornasier

Photo editor Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Centro Stampa Ticino SA via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch

Stampa

(carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona

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In copertina

Chaplin in Tempi moderni (1936) Elaborazione grafica di Antonio Bertossi

Visioni Animali sociali

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KERI GONZATO . . . . . . . . . . . . . . . .

NICOLETTA BARAZZONI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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SILVANO DE PIETRO. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

A CURA DI

G. FORNASIER; FOTO DI R. KHATIR . . . . . . . . . . .

DUCCIO CANESTRINI. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . DI IVO

SILVESTRO

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ROBERTO ROVEDA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Astri / Giochi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

La scuola non è acqua Gentili lettori, come i più attenti avranno notato dalla lettura del sommario, questo numero di Ticinosette è interamente dedicato al mondo della scuola e alla formazione. Non si tratta di una scelta di natura esclusivamente congiunturale – le scuole sono appena cominciate e fra poche settimane inizieranno anche i corsi universitari – ma di una tematica a cui da tempo intendevamo dedicarci. Sotto questo profilo, la situazione svizzera, pur con tutte le critiche e osservazioni che a riguardo possono essere sollevate, continua a mantenere una misura di vantaggio rispetto ad altre nazioni: l’occupazione per i giovani non rappresenta un miraggio, purché naturalmente si abbia l’accortezza di compiere scelte in grado di tener conto della situazione reale del mercato del lavoro. Come spiega efficacemente nel suo articolo Silvano De Pietro, il sistema scolastico svizzero presenta certamente delle lacune sul piano formativo, soprattutto per quanto riguarda l’alta formazione: lacune che sono colmate da professionisti e professionalità importate da altri paesi. Un fenomeno che certamente eleva la presenza di cittadini stranieri e che in futuro potrebbe essere circoscritto grazie all’ampliamento dell’offerta scolastica, ma che al momento rappresenta un fattore essenziale allo sviluppo del paese. Si tratta peraltro di una situazione diversa rispetto a quella vissuta, per esempio, in Italia dove la

generale aspirazione dei giovani è quella di ottenere la laurea – come attesta da alcuni anni il sempre crescente numero di ragazze e ragazzi che dopo le scuole medie si iscrivono al liceo –, un titolo che però non garantisce alcuna sicurezza nella ricerca di un lavoro rispondente al tipo di percorso scolastico compiuto. Paradossalmente, proprio gli artigiani nel Belpaese lamentano una diffusa difficoltà a reperire giovani desiderosi di apprendere un lavoro in quell’ambito e numerose sono le aziende – e le conoscenze – che rischiano di scomparire per il rifiuto delle attività a carattere manuale, considerate come meno “nobili” e riconosciute. Un problema fortunatamente un po’ meno avvertito in Svizzera, dove il sistema scolastico è tradizionalmente orientato alla formazione tecnica e professionale, e in cui molti giovani riconoscono ancora nelle attività artigianali una concreta possibilità di realizzazione. Ma anche qui con qualche problema: la (quasi) totale digitalizzazione delle giovani generazioni – i “nati digitali”, come vengono definiti – sta evidenziando una sempre più marcata indisposizione alle attività manuali. Ragazzi e ragazze poco abili con le mani, insomma, ma dotati di straordinarie capacità nel muoversi tra telefonini e palmari di qualsiasi genere, profili digitali e amicizie virtuali, carte di credito e YouTube. Sono i segni dei tempi, e di un futuro sempre meno leggibile e prevedibile. Buona lettura, la Redazione

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Formazione. Professionisti cercasi

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Agorà

Se in effetti si dovesse avverare la previsione formulata da un recente studio del Bass (Ufficio di ricerche socio-politiche) di Berna, secondo cui verso il 2030 potrebbero restare vacanti almeno 400mila posti di lavoro, i crescenti danni all’economia e alla qualità della vita toccherebbero livelli insostenibili. Il massiccio ricorso a immigrati e frontalieri non può essere l’unica soluzione: la scuola, la politica e l’intera società devono farsi carico del problema testo di Silvano De Pietro illustrazione di Antonio Bertossi

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ome una bomba a orologeria, l’attuale carenza di manodopera specializzata (medici e personale sanitario, insegnanti, tecnici, ingegneri, specialisti in contabilità e finanza, ma anche informatici e persino poliziotti, cuochi e autisti) rischia di avere tra una ventina d’anni conseguenze devastanti per il nostro paese. Il fenomeno è particolarmente avvertito in Ticino. Da quando è entrato in vigore l’accordo con l’Unione Europea sulla libera circolazione delle persone, non solo c’è stata una crescita costante dei permessi per lavoratori frontalieri (da 33.000 a 48.000), ma si sono verificati cambiamenti importanti anche nella provenienza e nella composizione professionale del frontalierato. Nel suo ultimo rapporto in materia, l’Ire (Istituto di ricerche economiche dell’Università della Svizzera italiana) osserva che dopo il 1. giugno 2007 i frontalieri provenienti da oltre le tradizionali regioni di confine “hanno costituito da subito circa il 20% delle nuove domande”, con la tendenza ad aumentare. Sembra insomma che al mercato ticinese non basti la manodopera reclutata nelle vecchie zone di frontiera (le province del Verbano Cusio Ossola, di Varese e di Como), “ma è alla ricerca di lavoratori provenienti anche da più lontano, ai quali è disposto a pagare salari maggiori”. Il fattore formazione Ancor più significativi sono però i dati sulla formazione professionale dei frontalieri. Mentre rimane stabile, tra il 2002 e il 2008, la percentuale di lavoratori svizzeri con una certa formazione, cala invece la percentuale di stranieri e frontalieri con bassi livelli di istruzione a favore di lavoratori con un’alta formazione. L’Ire ne trae la conclusione che “il mercato richiede sempre più lavoratori in entrata con alti livelli di


istruzione e in grado di assumere mansioni di responsabilità; (…) e, presumibilmente non trovando appieno tali figure all’interno del Ticino, si è rivolto e continua a rivolgersi all’esterno (anche al di là delle ex zone di frontiera)”. “Il problema è sempre lo stesso”, sottolinea Rinaldo Gobbi, vicedirettore della Camera di commercio, industria e artigianato del canton Ticino. “Le carenze si fanno sentire soprattutto nel settore dell’industria. E anche nell’edilizia, dove si fa capo quasi esclusivamente a frontalieri”. Ma quali sono i profili professionali che più mancano? “Gli ingegneri, sicuramente”, risponde Gobbi. “Anche perché in Ticino non c’è una cultura del secondario, o è poco sviluppata. Se si va a guardare chi lavora nel settore industriale, si vede che purtroppo sono pochi i ticinesi. Manca un po’ la cultura industriale, rispetto a un settore che offre comunque dei posti molto interessanti. Ma questo è anche un problema generale: in tutta la Svizzera, e non solo in Ticino, mancano queste figure di periti industriali, di tecnici e di ingegneri. A Zurigo, i molti tedeschi che già lavorano in questi ambiti continuano ad aumentare, non soltanto per l’attrattività dei salari, ma anche perché non si trovano candidati svizzeri a questi posti”. Chiediamo se con la Supsi (Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana) e la formazione tecnica superiore non si riesca a sopperire a questa lacuna. “I progetti formativi sono sempre a lunga scadenza”, replica Gobbi. “C’è poi da dire che la Supsi era stata concepita per coloro che fanno la maturità professionale e che poi passano alla scuola universitaria professionale. Però, all’atto pratico, s’è visto che la maggior parte di chi frequenta la Supsi è gente che proviene dal liceo”. Dunque, è un problema culturale, di orientamento dei giovani, che in modo forse troppo marcato optano per il liceo o la scuola di commercio, invece di scegliere un percorso di formazione tecnica.

“In Ticino circa il 40-45% dei ragazzi inizia uno studio liceale”, conferma Diego Erba, coordinatore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport del canton Ticino e direttore della Divisione scuola. “Nella Svizzera interna abbiamo invece una situazione totalmente capovolta, nel senso che quelli che fanno il liceo saranno il 20-25% al massimo (ci sono cantoni con un tasso del 12-13%), mentre gli altri vanno verso le professioni. Questo dimostra che c’è anche un aspetto socio-culturale che pesa, e non soltanto l’offerta formativa o la potenzialità dei posti sul mercato”. Un fenomeno nazionale Però la mancanza di certe figure professionali di livello medio e alto si fa sentire anche negli altri cantoni. “Questo è dovuto a un’attrattività anzitutto salariale”, replica Erba, “e poi c’è una potenzialità di occupazione maggiore in Svizzera”. Quindi si può dire che il mercato offre molto di più, in termini di posti di lavoro, di quello che la scuola riesce a fornire in termini di formazione. La scuola fa dunque fatica a stare al passo con le richieste del mercato? “Sicuramente si fa fatica”, riconosce il direttore Erba, “perché anche il mercato evolve con una certa velocità. Si pensi che alcuni anni fa c’era il boom degli informatici; poi c’è stato un momento in cui gli informatici non trovavano occupazione; adesso c’è ancora un ripresa degli informatici. Poi, rispetto alle materie tecnico-scientifiche, sappiamo che in Svizzera abbiamo un numero contenuto di giovani che si indirizzano verso questi studi”. Anche Mauro Dell’Ambrogio, segretario di Stato per l’educazione e la ricerca presso il Dipartimento federale dell’interno, condivide i pareri di Gobbi e di Erba. “I tempi di reazione del sistema formativo sono evidentemente molto lenti. Non si possono soddisfare nuovi profili professionali in pochi anni: (...)


bisogna partire dalla formazione di base fino alle specializzazioni”, afferma Dell’Ambrogio. Egli nega in sostanza che ci sia un vuoto, una lacuna della capacità formativa, sostenendo che “anzi, il sistema si è adeguato notevolmente”. E porta, per esempio – per restare in Ticino –, le formazioni in ingegneria elettronica e informatica create con la Scuola d’ingegneria di Trevano, e l’estensione di questi percorsi formativi attraverso la Supsi. Il numero dei candidati non è elevato, riconosce Dell’Ambrogio, “cioè 15, 20 e quando tutto va bene 25 studenti all’anno che cominciano, di cui solo i due terzi completano lo studio. Qualcuno poi lascia il Ticino; e quindi basta che vi si insedi un centro di produzione importante, e il bacino di specialisti si restringe. Ma questo è anche normale: non è pensabile fare autarchia su una scala di trecentomila abitanti, creando specialisti in tutti i settori e prevedendoli con dieci anni d’anticipo. Questo è illusorio. Bisogna poi rendersi conto che molti specialisti formati in Ticino lavorano fuori dal cantone”. Dunque, è da escludere una debolezza del sistema? “Il sistema ha delle debolezze. Il problema è che non si possono prevedere e non si possono correggere in fretta”, ammette comunque Dell’Ambrogio.

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Ma quali interventi? Ma allora, data questa situazione, ci sono interventi politici o strutturali che sono necessari nell’ambito della scuola e della formazione? “Direi di sì. E a più livelli”, risponde Diego Erba. “Il primo è la necessità di un dialogo costante tra mondo della scuola e mondo del lavoro, che c’è, ma va ulteriormente incentivato e sviluppato. C’è poi l’esigenza di occuparsi non solo del passaggio degli allievi, per esempio, dalla scuola media all’apprendistato, ma anche di favorire, una volta concluso quest’ultimo, l’inserimento di questi giovani nel mondo del lavoro. C’è chi trova subito un’occupazione, chi non la trova, chi sceglie di andare in un altro contesto fuori dal cantone. Occorre quindi un accompagnamento nel passaggio dalla formazione all’occupazione. Inoltre c’è un discorso generale che deve essere fatto, e sul quale dovremmo forse insistere maggiormente, che è quello di pensare non solo a un’informazione calibrata per i giovani, ma anche soprattutto per i genitori. E infine, uno sforzo di consulenza, che vediamo essere sempre più richiesta, nella ricollocazione professionale. Per tutti oggi si pone, prima o poi nella vita, un problema di riconversione professionale; e in effetti nei nostri servizi di orientamento scolastico e professionale almeno un terzo degli utenti sono adulti alla ricerca di nuove possibilità o di carriera o di ricollocazione nel mondo professionale”. Da parte sua, per rispondere alla stessa domanda Mauro Dell’Ambrogio porta l’esempio della sanità, dove l’aumento della domanda, l’invecchiamento della popolazione, lo sviluppo delle tecnologie e un esteso finanziamento permettono aumenti di personale. Ora, “ci si è resi conto che non si può continuare a pilotare il numero dei medici in modo restrittivo, come si è fatto per almeno un ventennio (anche per non scatenare i costi della salute: la Svizzera è uno dei pochi paesi al mondo dove qualunque medico può lavorare a carico delle assicurazioni sociali). E poi, per effetto della libera circolazione delle persone in Europa, ci accorgiamo che ogni anno la Svizzera importa più medici (almeno mille) di quanti ne formiamo (sei-settecento). Quindi ci si interroga sull’opportunità di aumentare il numero di medici formati in Svizzera. Lo si sta facendo, però il processo è lento. Non si può di colpo raddoppiare il numero degli studenti di medicina: ci vorrà almeno un decennio per adeguare le strutture e correggere questa lacuna”. Medici a parte, rimane il problema dell’orientamento culturale nella scelta delle professioni tecnico-scientifiche. “In

parte sì”, riconosce Dell’Ambrogio, “anche se negli ultimi tre o quattro anni si è verificato a un aumento importante del numero di studenti di ingegneria nei politecnici. Questo è un aspetto soddisfacente, che dimostra come anche le persone poi si adeguino alle possibilità offerte dal mercato del lavoro. Naturalmente, è sempre difficile farlo con cinque o dieci anni di previsione. Io raccomando sempre di fare scelte anticicliche, cioè nel momento in tutti vanno a studiare qualcosa, studiate qualcosa d’altro”. Il ruolo della politica E la politica? Come si muove per affrontare il problema della carenza di figure professionali? I cantoni, che gestiscono in piena autonomia la scuola e le università (esclusi i politecnici federali), compiono delle scelte che poi cercano di armonizzare in seno alla rispettiva Conferenza intercantonale. Ma per avere una visione complessiva, abbiamo rivolto la domanda alla consigliera nazionale Chiara Simoneschi-Cortesi, che dal 1999 fa parte della Commissione della scienza, dell’educazione e della cultura del Consiglio nazionale. “Il nostro stile di vita e la nostra economia”, spiega Simoneschi-Cortesi, “creano posti di lavoro che non potremo mai occupare solo con gli svizzeri. Inoltre, nella Svizzera tedesca abbiamo un sistema scolastico molto selettivo sin dalla fine della scuola elementare, mentre in Ticino abbiamo voluto una democratizzazione degli studi”. Questo sistema, che “adesso gradualmente sta cambiando”, produce una certa rigidità nei percorsi scolastici. “Per fortuna, negli anni Ottanta e Novanta abbiamo introdotto la maturità professionale e quindi l’accesso diretto alla Scuola universitaria professionale. In tal modo abbiamo finalmente, ma molto in ritardo rispetto agli altri paesi europei, aumentato il tasso di persone che hanno una formazione di questo tipo, cioè di livello universitario. Questo è un fatto molto importante, perché nelle nostre società avanzate si cercano sempre più profili di alto livello. Noi ne abbiamo troppo pochi, sia per le ragioni quantitative che ho detto prima, sia per un certo ritardo nell’accesso al grado terziario anche per chi proviene dall’apprendistato”. Quanto agli interventi politici, “abbiamo discusso spesso di queste cose”, ribadisce Simoneschi-Cortesi. “Abbiamo fatto notare che in certi cantoni il tasso delle maturità liceali è bassissimo; e che ci sono diverse formazioni, come il perito contabile federale, che non sono comprese nelle Sup (Scuole universitarie professionali) e che perciò le persone se le devono pagare di tasca propria. Tali formazioni portano a diplomi non considerati di grado terziario, ma che in effetti lo sono. C’è quindi una disparità di trattamento tra le Sup, che ricevono soldi dalla Confederazione e dai cantoni, e queste formazioni che ricadono economicamente sugli studenti. Adesso però sarà definito per la fine dell’anno un progetto di legge federale che dovrebbe tener conto delle spese private per la formazione continua, eliminando tale disparità, e migliorando il quadro generale dell’accesso a questo tipo di formazione, che al giorno d’oggi è indispensabile”. “Ma siamo intervenuti”, conclude Simoneschi-Cortesi, “anche sulla carenza di medici: tra basso tasso di maturità e numero chiuso, ci troviamo in una situazione assurda. È vero che Ginevra e Ticino hanno, al contrario degli altri cantoni, un tasso di maturità liceali troppo alto, ma attenzione: noi non abbiamo un mercato del lavoro con tutte le professioni, come nella Svizzera tedesca; per cui abbiamo dovuto introdurre scuole a tempo pieno, come la Scuola di arti e mestieri, quella che prepara alle professioni socio-sanitarie e la Scuola di commercio. I giovani vanno quindi spronati ad andare avanti, ad accedere alla Sup, poiché i profili professionali richiesti sono sempre più alti e il livello secondario non basta più”.


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Il mestiere dell’arte Per alcuni le arti non sono che un piacevole passatempo. Per altri, invece, una professione che richiede una solida formazione scolastica, molto impegno e una grande perseveranza testo di Demis Quadri fotografia di Reza Khatir

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Arti

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giovani che decidono di frequentare una scuola artistica rischiano presto o tardi di doversi confrontare con domande del tipo: “Bello, ma dopo che lavoro potrai fare?” Il ricco panorama scolastico ticinese offre diverse possibilità di formazione in ambito artistico. Nel poco spazio concesso in questa sede sarebbe impossibile proporre una carrellata che tenga conto di un campione esaustivo dei programmi dei vari istituti impegnati nel settore, ragione per cui si è deciso di concentrare l’attenzione su un singolo esempio: la Scuola Teatro Dimitri (Supsi). Lorenzo Manetti, direttore in carica fino a pochi giorni fa, spiega: “Si tratta di una scuola universitaria di teatro di movimento che divide l’offerta in due curriculum diversi, il Bachelor e il Master. Nel primo si può dire che si impara il mestiere dell’attore, mentre nel secondo a gestire il mestiere e a essere promotori di progetti teatrali. Parallelamente c’è anche un altro settore, quello dei seminari, che è in stretto contatto con il territorio e opera a vari livelli, dalle scuole elementari ai licei, dai corsi per docenti del Dfa a quelli per aziende private. La scuola ha inoltre un settore Ricerca e Sviluppo che dà un contributo molto importante alla qualità dell’offerta dell’istituto. La specificità della scuola risiede nella centralità del movimento e della sua polivalenza: non si tratta perciò di una scuola di circo dove si fa solo acrobazia o ci si prepara tantissimo in una singola disciplina”. Un problema fondamentale però è quello già indicato: quali prospettive professionali offre una formazione del genere? “Essendo il teatro un’attività pubblica, ci si accorge facilmente se chi finisce la scuola trova poi un’occupazione. Se ne sente parlare, compaiono articoli sui giornali, ecc. E degli ex studenti, chi più chi meno, effettivamente si sente parlare: c’è dunque una forte percentuale di successo. Molti poi vanno nella direzione pedagogica, tenendo seminari e corsi. E anche chi in seguito non lavora nel teatro trae vantaggi dalla formazione, che è molto pratica e richiede ritmi di lavoro che ti insegnano l’importanza dell’autodisciplina. E inoltre una scuola di teatro può favorire in modo diretto un inserimento sociale e culturale”.

Il manager della cultura Ma nel campo della cultura non esiste soltanto la formazione dei futuri artisti: un altro importante settore è quello dell’organizzazione e della gestione. In questo caso esiste in Ticino un’offerta che ingloba vari settori culturali. Si tratta del Master of Advanced Studies in Cultural Management proposto dal Conservatorio della Svizzera italiana (Supsi). Il responsabile Roberto Valtàncoli spiega che “è l’unica offerta della Scuola Universitaria di Musica a non essere strettamente legata alla musica. Ci sono quindi persone con background accademici diversi, che vogliono avere una visione generale su come si gestisce un progetto culturale dall’inizio alla fine. Oltre all’impianto teorico di base dell’Area Management, ci sono sessioni di approfondimento per le politiche culturali e le nuove tecnologie, focus tematici, ecc. All’inizio del secondo anno gli studenti devono scegliere tra tre orientamenti: performing arts, musei e beni culturali, e industria culturale. Chiaramente anche solo a un ambito come quello del fundraising si potrebbe dedicare un unico Master di due anni. Ma quello che vogliamo offrire è un percorso che dia delle conoscenze globali sulla complessa filiera culturale, faccia conoscere casi aziendali locali e internazionali, aprendo a nuove prospettive e riflessioni”. Di nuovo tuttavia, soprattutto in tempi in cui la tendenza è spesso di risparmiare sulla cultura, ci si può interrogare sulle prospettive professionali offerte da questa formazione. “L’offerta culturale è ovunque un motore importante, anche turisticamente e finanziariamente”, afferma Valtàncoli. “Anche nella Svizzera italiana negli ultimi vent’anni abbiamo visto un vero boom di iniziative legate a quel mondo. Certo, è un ambito che richiede all’operatore flessibilità mentale e molta mobilità; bisogna anche essere pronti ad andare a lavorare a Londra, a New York o in Asia… Chi avrà competenze, entusiasmo, idee e quell’indispensabile intuito non avrà difficoltà a trovare interessanti prospettive professionali. Per quanto riguarda la recessione in corso e i risparmi sulla cultura: è proprio in questi periodi che bisogna investire nelle competenze umane, per trovarsi pronti quando la «macchina» riparte a pieno regime”.


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Hayri T. (18), apprendista impiegato del commercio al dettaglio

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Usi: oltre il tempo... Un’istituzione formativa ormai radicata nel cantone e pronta ad affrontare le sfide che il futuro e la società inevitabilmente porranno nel corso del decennio testo di Keri Gonzato illustrazione di Mimmo Mendicino

Dai dai. “Bip Bip Biiip”: lo sportello della mac-

Società

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china del tempo si apre. Corre l’anno 2020. Davanti a Piero Martinoli, attuale presidente dell’Università della Svizzera italiana, si dispiega un panorama. Nel 2020 vede un ateneo legato al territorio, disciplinato e, allo stesso tempo, internazionale e innovativo: una visione futura che è stata presentata quest’estate in occasione del Quindicesimo Dies Academicus dell’Usi. Una serie di obiettivi ambiziosi sono stati posti e la pianificazione che porterà l’Usi a viaggiare dal 2012 fino al 2016 è stata condivisa. “All’alba del suo quindicesimo anno, l’Usi è fucina di idee, fonte di ispirazione per immaginare nuove, e perché no, audaci visioni da cui dovrebbero germogliare in futuro iniziative e progetti di grande rilevanza per il Ticino”. Ma si sa, il viaggio verso un futuro di successo necessita di radici solide nel presente. Un presente che, per l’Usi, si è costruito su quindici intensi anni di esperienze, tentativi e successi. L’ateneo, per affermarsi, ha spinto sia sul fronte nazionale sia su quello internazionale. In Svizzera l’Usi si è confrontata con altri atenei di lunga tradizione e in poco tempo ha saputo creare un’identità forte e competitiva. Lo stesso approccio ha permesso all’Usi di guadagnare attrattiva anche oltre frontiera: oltre metà degli studenti e dei docenti viene dall’estero e la prevalenza dell’inglese nei Master

alimenta un ambiente cosmopolita. Nel 2011 l’energia è quella di un organismo che non si accontenta di affermare la propria posizione ma che ha l’ambizione di continuare a migliorarsi. Un universo di ricerca I risultati degli ultimi progetti di ricerca dell’Usi sono una prova di questa vitalità. Il 28 luglio, Science ha pubblicato i risultati di una ricerca a cui ha partecipato l’Istituto di ricerca in biomedicina dell’Usi. L’Irb è riuscito a isolare un anticorpo che neutralizza tutti i sottotipi del virus dell’influenza, un scoperta che potrebbe rivelarsi cruciale per la creazione di un vaccino antinfluenzale universale. E anche dal fronte informatico continuano ad arrivare novità eccitanti. Recentemente l’Usi ha sviluppato il sistema Url, ovvero User Requirements with Lego®, dove la dimensione virtuale della comunicazione online e quella reale, dei mitici mattoncini, si incontrano. Pronti a giocare?

Hop hop. “La visione è di un’università concepita sul modello del California Institute of Technology, nel quale il coaching degli studenti è eccezionale in virtù di un rapporto docenti/studenti molto favorevole”. Oggi l’Usi conta quattro facoltà che si distinguono per i piani di studio originali: Architettura (si veda il re-


Tac tac. portage fotografico a p. 39, ndr.), Scienze economiche, Scienze della comunicazione – l’unica in Svizzera – e Scienze informatiche. Negli ultimi dieci anni l’Usi ha attratto, mediamente, 150 allievi in più ogni anno. Nel 2016 l’università potrebbe contare quasi 3.500 studenti, una soglia che deve diventare anche un limite. La sua particolarità è proprio quella di essere piccola e di avere il valore aggiunto del contatto umano. Il futuro prossimo venturo Rifacciamo un salto nel 2020: ad affiancare le altre Facoltà ce n’è una nuova, la Facoltà di medicina grazie a cui l’Usi fa fronte alla penuria di medici che si profilava già nel lontano 2011, quando il 75% dei medici-assistenti in Ticino erano stranieri. Il Master in Medicina clinica di 3 anni proposto dall’Usi ha offerto un nuovo futuro al panorama medico locale

e nazionale. Sempre in questa visione del 2020, a lato della facoltà di medicina, si è rinforzato il settore tecnico scientifico delle hard sciences, che sostiene il tessuto economico-industriale ticinese. Ma per il futuro non si parla solo di scienza, anche il settore umanistico dovrebbe presto guadagnare nuovi spazi con il progetto di una facoltà di italiano. Una decisione più che giustificata visto che, fuori dall’Italia, l’Usi è l’unica università di lingua italiana. Meno politica, maggiore pluralità In quali altri modi potrebbe evolvere l’Usi? Parlandone con alcuni studenti salta fuori che, benché la maggioranza si dica piuttosto soddisfatta, molti vorrebbero un’università più coraggiosa e meno conformista, che lasci spazio a corsi in grado di andare al di là degli schieramenti politici e ideologici della maggioranza. Questo, in particolare, per i corsi di laurea umanistici. Una ragazza, al terzo anno del Bachelor in Scienze della comunicazione, mi dice che “spesso i professori che propongono degli insegnamenti più controversi trovano poco spazio e che, in questi tre anni, le è mancata la

pluralità delle idee”. Una situazione che tende ad addormentare lo spirito critico degli studenti, spiega. E quindi avanti tutta, con energia ed entusiasmo per un esperimento, quello dell’Usi, che ha un ruolo fondamentale: dare nuova linfa alla realtà locale. Nota Le citazioni (in corsivo) sono tratte dal comunicato stampa del Quindicesimo Dies Academicus dell’Usi.

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Attitudini a confronto Gli studenti sono “tutti uguali”? Evidentemente no: l’esperienza di una docente universitaria a contatto con stili, abitudini e comportamenti assai diversi, fra cultura e predisposizioni testo di Francesca Rigotti; illustrazione di Micha Dalcol

Devo premettere che le considerazioni che seguono nascono

Kronos

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da impressioni suscitate da semplici esperienze personali modellate dalla soggettività individuale e non dall’intersoggettività (o dall’oggettività), sempre che esista; e neppure da sofisticate teorie fondate su documentate ricerche empiriche. In questo senso dirò forse cose nelle quali alcuni potranno non riconoscersi. L’esperienza che porto è quella di chi ha vissuto e insegnato, a vario titolo, in Italia, in Germania, in Svizzera; nonché di persona i cui figli hanno frequentato le scuole in Germania, in Italia e negli Stati Uniti, alcuni anche in Francia e in Spagna. È possibile in base a queste “impressioni di settembre” di insegnante e di genitrice tracciare un quadro di differenti atteggiamenti e formazioni, e di come queste danno luogo a diversi orientamenti e attitudini? Si tratta di un compito sicuramente arduo ma ci si può provare. La barba (non) fa il filosofo Iniziando dal comportamento a lezione, dove gli studenti svizzeri, liceali e universitari, sono di gran lunga i più rispettosi ed educati: vestiti decorosamente i più, con eccezioni incredibili ai limiti della decenza, del tipo costume da bagno due pezzi e scarponi neri di cuoio al polpaccio, una ragazza, a lezione, oppure ragazzi col cappellino da basket in classe. A parte questi casi, sono vestiti decorosamente, di solito puntuali, attenti, silenziosi. Molto più disinvolti (eufemismo) nella mia esperienza, gli studenti tedeschi, tra i quali v’è chi, a seconda delle annate, lavora a maglia, sgranocchia mele verdi o si toglie calze e scarpe in classe a lezione lasciandomi sbalordita. Cose che non ho visto mai fare in Italia, dove però ognuno pare sentirsi libero di parlare a piacere col vicino nonostante il docente stia tenendo lezione. Spesso attenti, gli italiani, ma poco partecipi, cosa che talvolta si rivela una benedizione nei confronti dei colleghi francesi, che invece alzano la mano a ogni piè sospinto anche se i loro interventi non sono richiesti, se le loro osservazioni sono ininfluenti e se la lezione viene ridotta a monologo: grande faccia tosta o esercizio estremo del metodo partecipativo o pseudotale? Nelle aule scolastiche tedesche i ragazzi vengono spesso valutati in base al numero di volte che alzano la mano, qualsiasi cosa dicano: tanto peggio per i più timidi e riflessivi.

Dalle scienze al bisogno di un “pensiero” Ma passiamo alle discipline scolastiche, sempre sulla base di una lettura “impressionistica”. Eccellenti conoscenze scientifiche in biologia, matematica, fisica e lingue straniere moderne per studenti svizzeri e tedeschi. Epperò, per questi, storia, pochina pochina; letteratura, poca, e scarse le competenze linguistiche, soprattutto in Svizzera (il Signore mi perdoni); latino e greco vicini allo zero; geografia, pochetto; arte, musica, qualcosina. Tanto sport, che però non compensa certo l’incapacità palese di muoversi nel tempo, collocando i fenomeni storici in maniera conseguente e consequenziale. Si studiano magari bene alcuni autori, (Goethe e Mann, per esempio), ma non si è in grado di collocarli in un’epoca e in una corrente di pensiero. Invece i ragazzi russi, eh sì, quelli sì che i loro classici e il loro tempo li conoscono! Sembra insomma, dal punto di vista delle competenze, che Germania e Svizzera siano più avanti nella rovinosa strada che privilegia i saperi tecnicoscientifici, che garantiscono profitto a breve termine, a scapito delle materie umanistiche, greco (o le corrispondenti lingue antiche per gli altri paesi), latino, filosofia, storia, arte, musica. Su questa condizione, dannosa per il futuro della scuola, della società e della democrazia è da poco uscito il pamphlet di Martha C. Nussbaum (Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica), del quale questa testata si è già occupata in un editoriale (“Dalla parte di Socrate”, Ticinosette n. 28/2011). L’autrice, una delle intellettuali più prestigiose del pianeta, nota che il favorire le abilità tecniche e le conoscenze pratico-scientifiche a scapito degli studi umanistici e artistici impoverisce la creatività e l’intelligenza, la forza dell’immaginazione, l’autonomia di giudizio, la libertà di pensiero. In ogni paese del mondo la ricerca del profitto a breve termine garantito dai saperi tecnico-scientifici soffoca la cultura classica che include le lingue antiche, l’arte, la musica, il teatro, la danza, la filosofia nonché la storia, sia degli eventi sia di ognuna di queste discipline. Ma sono queste che suscitano il pensiero critico rigoroso, nonché il pensiero creativo e inventivo; saperi indispensabili per mantenere viva la democrazia formando cittadini responsabili in grado di pensare criticamente, di riflettere, di scegliere, di sviluppare la capacità di vedere il mondo dalla parte degli altri. E di agire, se il caso, con coraggio, per far ascoltare voci dissenzienti dal coro generale.


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La lentezza del lavoro

» di Francesca Rigotti

Martedì 23 agosto scorso, nella Sala del Consiglio comunale del talento e prima dell’eccellenza, parole con cui oggi ci di Riva San Vitale, ha avuto luogo, per i docenti di Educazio- riempiamo la bocca come se una società avesse bisogno di ne visiva ed Educazione alle arti plastiche della Scuola media coltivare pochi piccoli geni e non di sfruttare le risorse umaticinese, un’iniziativa di aggiornamento ne della maggior parte delle persone che lasugli aspetti culturali della manualità e vorano. Importante per Sennett è saper fare sulla capacità di dar forma al pensiero, dal le cose e concedersi il tempo per imparare titolo Il sapere delle mani. Uno degli autori a farle. Come si è detto a Riva San Vitale, evocati in lungo e in largo nell’occasione occorre tempo, tanto tempo, occorrono è stato Richard Sennett, sociologo statufatica, impegno e lavoro: la creatività non nitense, professore alla New York Univercoglie nessuno che non si sia intensamente sity e alla London School of Economics e faticosamente dedicato a una disciplina; il nonché consigliere di Obama, con la sua lavoro artigianale insegna che non si possointensa opera dal titolo L’uomo artigiano. no fare le cose in fretta e bene e senza farsi In questo testo si analizza l’attuale perdita carico di un miglioramento continuo delle di senso del lavoro manuale e si esalta la proprie abilità e capacità. Il dio che presiecoscienza fondata sul fare le cose, sulle de a questo processo non è Mercurio dal abilità pratiche, sul rapporto mano-occhio piede alato, scrive Richard Sennett, bensì e sull’educazione alla concentrazione che Vulcano, il dio lavoratore brutto e zoppo Richard Sennett S ett queste attività richiedono. ma “orgoglioso del proprio lavoro” condotto L’uomo artigiano Per Sennett, come per Martha Nussbaum e in officina. È ora di rivalutarlo e prenderlo Feltrinelli, 2008 per Tagore, altri autori richiamati nel corso come modello, come è ora di restituire vadell’incontro citato, fondamentali per gestire l’ambiente lore al lavoro fatto con le mani o con il cervello ma sempre economico e sociale sono l’immaginazione nonché la tec- con perizia artigianale. E senza limitarsi a esaltare, come fa nica, intesa come esercizio, come perizia manuale ottenuta Sennett, un orizzonte esclusivamente maschile, composto con ore e ore di affinamento delle abilità pratiche. Quella da artigiani, nerboruti o raffinati, ma comunque sempre tecnica che per Sennett viene prima della creatività, prima soli uomini, trascurando la manualità e il lavoro femminile.

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» testimonianza raccolta da Nicoletta Barazzoni; fotografia di Igor Ponti

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Daniele Parenti

Vitae

al suo interno, è in continuo fermento. L’istituzione scolastica ha molti ordini e dunque ci sono ambiti che meglio si adattano ai cambiamenti sociali. Se parliamo di scuola, in generale, penso che ci si concentra troppo sul risultato, sulla competizione e sulla selezione, tralasciando i valori di base. Se potessi portare delle modifiche all’ordinamento scolastico lavorerei più sulla personalizzazione degli obiettivi dei singoli soggetti, insistendo sulle attitudini individuali, spostando l’ossessione del risultato a ogni costo. Il principio dei livelli, per esempio, in seconda media è un approccio precoce di Guarda in faccia la realtà, senza girarci selezione, anche perché si perattorno. Quale insegnante mette al cen- cepisce nei ragazzi la rincorsa tro la relazione personale e il carattere al voto migliore, che inoltre si rivela una scelta poco equa individuale dei suoi allievi perché, ai corsi attitudinali, ci vanno i figli delle famiglie appassionanti e anche difficili spesso più abbienti. Cerco di essere il più – infatti mi arrabbio quando autentico possibile, privilegiando l’aspetto sento che i docenti vengono umano e comunicativo. Credo di avere un considerati dei privilegiati –, approccio nella gestione delle risorse umane è il saper fare bene il proprio non verticale e quindi cooperativo e collabolavoro perché è una tra le rativo. In questo momento della vita sono professioni più impegnative. fondamentalmente alla ricerca di una libertà Poi c’è la questione formativa, autentica anche da me stesso. Cerco pure di con la quale trasferire delle liberarmi dalle relazioni malsane. Ho una competenze e delle conoscencerta allergia nei confronti delle manipolaze. Per me significa entrare zioni e dell’ambiguità. Mi interesso di filoin contatto con i ragazzi che sofia orientale, definendomi un ricercatore stanno diventando degli adulspirituale laico. Mi ha segnato molto Raimon ti. Credo che aprirsi al dialogo Panikkar, con il suo libro La dimora della con loro e riuscire a esprimere saggezza, che è un vero trattato sulla libertà. anche “l’adolescente che c’è Mi rigenero con una sana solitudine e un ancora in noi” abbassa quel sano silenzio che attuo con la meditazione. muro generazionale che può Anche se non sono sardo sono molto legato bloccare la comunicazione. La alla Sardegna, dove pratico kajak di mare mia relazione con loro credo che mi permette di entrare in contatto con funzioni abbastanza bene pergli elementi essenziali della natura. Non ho ché, tralasciando l’aspetto forvissuto nulla di traumatico. Ho perdonato ai mativo, tento di sintonizzarmi miei genitori i loro errori, nella speranza che con il loro mondo. Sono disoi miei figli perdonino i miei. Sono un padre rientati a causa dell’ambiente che cerca di essere presente nei loro probleesterno che li scombussola, e mi. Sto tentando di rompere con il buonismo perché alcune certezze sono che spesso può nascondere molta cattiveria. svanite. Ma hanno delle senDi fronte a dei muri relazionali mi prendo sibilità straordinarie. Colgoil tempo per riflettere. Prediligo la relazione no aspetti notevoli, riescono guardando negli occhi la persona, e quindi a fare delle critiche rispetto insisto nell’affrontare i problemi, senza per all’operato degli insegnanti questo sentirmi onnipotente. Se capisco di enunciando, a modo loro, aver esaurito “le cartucce” mi fermo immedei principi pedagogici stradiatamente. Si dice che il maestro zen non ordinari. Viviamo un periodo pensa, agisce e basta. In questa prospettiva ricco di cambiamenti. Ci sono tento di vivere il qui e ora, che non significa prospettive perché la scuola non avere delle prospettive per il futuro.

»

E

ssendo nato e cresciuto a Lugano, la scelta di trasferirmi nel Mendrisiotto con mia moglie e i miei figli non è stata una decisione indolore. Attribuisco un grande valore alla sofferenza, perché è una porta d’accesso a un’evoluzione personale. È vero che la sofferenza ti pone di fronte a tutti i tuoi demoni interiori e esteriori. In questo senso è un’opportunità, e bisogna saperla vivere. Ho lavorato per cinque anni nel sociale, in un centro di formazione, con ragazzi che avevano difficoltà psicosociali. Non avevo una preparazione in questo campo perché le mie competenze provengono dall’informatica. Mi sono trovato a contatto diretto con persone che avevano patologie anche psichiatriche. Da questa esperienza sono emersi dei fantasmi e degli scogli che ho dovuto elaborare ed esplorare. È stato un lavoro introspettivo che mi ha portato a fare delle riflessioni su me stesso e sulle relazioni. Certo c’è anche la strategia, che non giudico, di alzare delle barriere e questo è sicuramente un modo efficace per proteggersi, ma è un atteggiamento che non mi appartiene. Cerco, di fronte alle situazioni nelle quali sono immerso quotidianamente, di andare all’essenza delle cose. Ho deciso di insegnare nella Scuola superiore di informatica di gestione (Ssig) perché, dopo cinque anni nel sociale, sentivo che quell’esperienza si stava concludendo. Ho seguito un master in gestione della formazione che mi ha permesso di specializzarmi, approfondendo gli aspetti pedagogici e didattici. Dal 2006 sono sia insegnante sia vice direttore della scuola. A livello pedagogico/didattico abbiamo una grande autonomia. L’insegnamento è l’attuarsi di una relazione complessa e multifattoriale che bisogna saper gestire, con diverse persone contemporaneamente. Secondo me uno degli aspetti più affascinanti, interessanti,


PROGETTARE IL FUTURO testo a cura di Giancarlo Fornasier; fotografie di Reza Khatir

Il prossimo 19 settembre all’Accademia di architettura di Mendrisio avranno inizio le lezioni del semestre autunnale 2011/2012. Fondata nel corso del 1996, questa giovane istituzione scolastica festeggia dunque i suoi 15 anni di attività: un traguardo importante per una scuola “umanistica e cosmopolita” come ama definirsi, che negli anni ha saputo distinguersi a livello internazionale sia per la qualità della sua proposta didattica, sia per la spiccata multiculturalità, aspetto confermato dalla provenienza degli studenti e del corpo insegnante


L’

Accademia di architettura di Mendrisio, istituzione che rientra nell’universo formativo dell’Usi (Università della Svizzera italiana), è una scuola che ha preso avvio da un progetto pedagogico esplicitamente alternativo rispetto alle formazioni impartite nei due Politecnici federali di Losanna e Zurigo. Da ciò deriva la particolare attenzione riservata alle scienze umane (filosofia, antropologia culturale, sociologia, ecologia umana, storia e critica dell’arte contemporanea, stili e tecniche del cinema, estetica musicale, ecc.), che s’integrano con la preparazione tecnica e l’apprendimento pratico. Un approccio didattico che dovrebbe permettere agli studenti di allargare i singoli programmi costruttivi e funzionali dell’architettura a un più ambizioso valore pubblico. La proposta di studio dell’Accademia negli anni ha saputo imporsi con successo, un aspetto confermato dal numero sempre crescente di studenti – nonostante l’accesso venga limitato per garantire alti parametri didattici – che ogni anno chiedono di iscriversi.

Fra Nord e Sud del mondo Posta geograficamente sull’asse Zurigo-Milano, tra due culture, lingue, storie, filosofie di vita e tessuti urbani per certi versi assai distanti, l’Accademia si pone dunque tra le due grandi tradizioni (quella tedesca e quella mediterranea): una condizione certamente privilegiata. Questa inevitabile “multiculturalità” è un filo conduttore che si ritrova anche nel corpo insegnante, composto da professori e professionisti provenienti sia dalle principali aree linguistico-culturali nazionali (italiana, tedesca e francese), sia da altri paesi europei. Tra i tanti nomi noti che hanno insegnato a Mendrisio ricordiamo, per le materie teoriche, Kenneth Frampton, Harald Szeemann, Carlo Bertelli, Bice Curiger, Jacqueline Burckhardt, Francesco Dal Co, Stanislaus von Moos, Yehuda Emmanuel Safran, Oliviero Toscani, Bruno Monguzzi, Felice Varini, Massimo Cacciari, Leonardo Benevolo, Albert Jacquard; per la progettazione, invece, il ticinese Aurelio Galfetti – 15 anni or sono fondatore con Mario Botta della stessa Accademia –, Panos Koulermos, Heinz Tesar e Peter Zumthor, quest’ultimo vincitore nel 2009 del Premio Pritzker (il più alto riconoscimento in campo architettonico). Multiculturalità e “parità” dei sessi Nel semestre primaverile 2010-2011 gli studenti iscritti all’Accademia erano 675 (323 donne e 352 uomini) a rappresentare da ben 35 paesi diversi, come Albania, Angola, Argentina, Austria, Belgio, Bosnia, Bulgaria, Canada, Cina, Colombia, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Giappone, Grecia, India, Iran, Irlanda, Israele, Italia, Messico, Montenegro, Polonia, Portogallo, Re-

sopra: Palazzo Turconi, studente all’interno di uno degli spazi di lavoro

(...)

in apertura: la Biblioteca dell’Accademia di Mendrisio ospita circa 61.000 volumi, ha 300 abbonamenti a riviste nazionali e internazionali, oltre a circa 1.700 dvd e cd


Reza Khatir Nato a Teheran nel 1951, è fotografo dal 1978. Ha collaborato con numerose testate nazionali e internazionali. Ha vissuto a Parigi e Londra; oggi risiede a Locarno ed è, fra le altre cose, docente presso la Supsi. Per informazioni: www.khatir.com.


a destra: Palazzo Turconi, studenti negli spazi di lavoro. Nel semestre primaverile 2010/2011 gli iscritti all’Accademia di Mendrisio erano 675 (323 donne e 352 uomini), provenienti da ben 35 diverse nazioni pagina di sinistra: Palazzo Canavée, parte dello stabile occupato dagli uffici del corpo insegnante (sopra) Palazzo Canavée, vista interna della hall. L’edificio è stato progettato dagli architetti Patrik Zurkirchen e Amr Soliman di Zurigo (sotto)


Palazzo Turconi, l’architetto e docente Martino Pedrozzi commenta i progetti degli studenti

pubblica Dominicana, Romania, San Marino, Serbia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Svezia, Taiwan e Stati Uniti. È noto come il mondo dell’architettura non sia mai stato caratterizzato da una presenza equa di donne e di uomini, ma “negli ultimi anni, in tutte le scuole, compresa l’Accademia di Mendrisio, il numero di studentesse è aumentato in maniera radicale, tanto da raggiungere il numero dei compagni che hanno scelto la stessa disciplina” si legge in una nota della stessa Accademia. È una tendenza che sta provocando rilevanti cambiamenti nell’ambito di chi opera sul territorio, e questo anche in Ticino. Un ruolo centrale è svolto dagli atelier di progettazione – diretti da architetti che sostengono da vicino gli studenti, come in un autentico apprendistato – in modo che le conoscenze critiche e i saperi tecno-scientifici siano continuamente verificati sul campo con sperimentazioni laboratoriali. In questo modo il futuro architetto, in un continuo scambio di conoscenze con i docenti e gli altri studenti –, è stimolato a formare una propria visione aperta, dialettica e critica, l’unica in grado di opporsi tanto a una certa “omologazione globalizzata”, quanto alla ristrettezza localistica o a volta nostalgica. Tra le varie iniziative legate all’Accademia di Mendrisio – e che arricchiscono il panorama culturale dell’intero cantone – le conferenze pubbliche e le esposizioni sono state in grado nel

tempo di ritagliarsi uno spazio e una visibilità di tutto rilievo, con appuntamenti dedicati all’architettura e al territorio, ma anche alla storia, alla filosofia e alle arti, come il cinema. Tra le molte attività che coinvolgono l’Accademia vi sono anche iniziative editoriali, come la pubblicazione di cataloghi e di saggi, e l’importante ruolo svolto dalla ricca e moderna biblioteca, accessibile al pubblico, e l’incessante rafforzamento del sistema bibliotecario con l’acquisizione di fondi specializzati negli ambiti in particolare dell’arte, dell’architettura e dell’urbanistica, oltre che la disponibilità di centinaia di riviste e periodici (nazionali e internazionali), dvd e cd. Tra le iniziative più recenti, segnaliamo l’apertura alcuni anni or sono della Galleria espositiva annessa alla scuola; o ancora, l’importante costituzione della Fondazione archivio del moderno che opera quale centro studi sui temi del progetto della modernità, nonché il futuro Teatro dell’architettura. Ringraziamenti

Ticinosette ringrazia l’Accademia di Mendrisio per aver messo a disposizione i suoi spazi, e gli studenti per la preziosa collaborazione. Un ringraziamento particolare va alla signora Amanda Prada (sino al 29 agosto scorso responsabile Comunicazione e conferenze) per la cortesia e la grande disponibilità.


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Amarcord dai banchi Le esperienze scolastiche restano impresse nella nostra memoria e non di rado sono oggetto di un’anedottica comune e condivisa. Episodi che assumono maggiore pregnanza quando nella vita si è scelto l’insegnamento come professione testo di Duccio Canestrini

A quattordici anni facevo molto sport: pallacanestro, paralle-

Mundus

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le, salto in lungo, lancio del disco. Esuberante. Onestamente, credo che l’attività fisica per me e per i miei compagni di scuola fosse la cosa più interessante in assoluto, prima ancora che i capelli delle ragazze e il rombo dei motorini, che è tutto dire. Va da sé che per i nostri docenti la via si presentasse parecchio in salita. Non credo rappresentassimo il parco studenti più motivato, come si suol dire. Per i primi due anni di scuola superiore fummo ospitati presso la congregazione religiosa degli Oblati. Ob… che? Neppure allora degli Oblati si sapeva un tubo. Tutt’al più, a sentir dire Oblati, ti veniva in mente “Obladì Obladà” cantata dai Beatles nel 1968. La domanda era: che cosa ci facevano da noi quei benedetti missionari? Non eravamo mica selvaggi. Non tutti, perlomeno.

portone dirimpetto: bellissime! Una del nostro clan aveva lasciato l’anulare sinistro su un cancello, scavalcandolo di notte mentre rientrava da una scappatella; malauguratamente portava una fedina che le si impigliò su una punta. Quella storia per me fu decisiva, non nel senso che non avrei mai scavalcato cancelli, ma che non avrei mai portato anelli.

Piccole, strampalate leggende scolastiche Indimenticabile il caso GuettiBorghesani, che va citato così, con i cognomi degli attori, come controparti in una causa legale. Un giorno il Guetti, nell’atrio degli Oblati – passo al presente per creare l’effetto full immersion – prende a roteare a pala d’elicottero lo spazzolone del bidello. Posto sbagliato nel momento sbagliato. Il Borghesani scende le scale a tutta velocità, glissa spavaldo sul pavimento lucidato e va a impattare lo Una vita “durissima” spazzolone con il volto. RuAl refettorio non si mangiava more di carne rotta. Il Bor“Senza titolo”. Immagine tratta da What you see di Luciano Rigolini bene, men che meno il venerdì ghesani porta le mani al viso, (Fotostiftung Schweiz ©, Lars Muller Publishers, 2008) che c’era sgombro in scatola urlando. Squarcio sotto l’arcacon contorno di fagioli, anche ta sopraccigliare sinistra, con questi in scatola. Forse era perché gli Oblati, per vocazione o abbondante emorragia e prognosi di rischio per l’occhio. per statuto, non potevano godere, e quindi noi che eravamo Ambulanza, agitazione e il Guetti a rapporto dal preside. loro ospiti, neppure. C’era un clima un po’ da Gian Burrasca. Andare dal preside non era una bella cosa. Il vecchio umaScherzi da collegio, tipo shampoo al kaki fresco in testa, e nista mentre ti rimproverava aveva il vizietto di slacciarti il via di corsa. Le sigarette non esistevano. Io e un amico suo- bottone del polsino della camicia e di insinuarti le dita su navamo in duo banjo e chitarra, come nel film Un tranquillo per il braccio. Erano dita molli e fresche, come tentacoletti, weekend di paura – per chi l’ha visto, il ragazzino deficiente la cosa ci schifava parecchio. ma virtuoso lo impersonavamo a turno – circondati da una Ora che sto dall’altra parte della cattedra vedo tutto e tutti folla di tre o quattro fan. ai raggi x, i pensieri, le passioni, l’anima dei ragazzi. Perché A proposito di fan, vigeva l’endogamia: la morosa barra il ci sono passato. Come insegnante punto istintivamente alla moroso doveva saltar fuori all’interno della tribù. Solo che stima, più che al terrore. Ma di smusate (metaforiche, Borla tribù era poco numerosa, obiettivamente non c’era grande ghesani, metaforiche) ce n’è per tutti, quelle non finiscono scelta. Contravvenendo a un tabù, i più ardimentosi salivano le mai. Se in conclusione posso dare un consiglio filosofico: mai scale bianche degli Oblati, fino a raggiungere un solaio. Lassù, scivolare con la rincorsa in un corridoio dove qualcuno sta dalle finestrelle con le sbarre guardavamo uscire le liceali dal mulinando uno spazzolone.


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A scuola… leggeri Potrebbero modificare l’approccio allo studio, riducendo tempi di attesa, scoliosi e impatto ambientale. Sta di fatto che le case editrici scolastiche non sembrano al momento voler compiere il passo decisivo verso la digitalizzazione dei manuali e l’uso sistematico degli e-book. Complice una parte degli insegnanti, sospettosi o poco sicuri nell’uso delle nuove tecnologie. Ma i vantaggi indubbiamente ci sarebbero Tendenze p. 48 – 49 | di Ivo Silvestro

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icordi di scuola. A partire dalla corsa, a inizio settembre, ad accaparrarsi i libri di testo per le superiori: fisica, geografia, italiano, matematica… alcuni li si trovava subito, per altri si doveva girare due o tre librerie e magari prenotarli, nella speranza che il professore non si arrabbiasse troppo nel vederti senza manuale o, caso non raro, con l’edizione vecchia. E poi, altro ricordo fissato nella memoria, lo zaino spesso pieno di libri ingombranti e pesantissimi. Si era così costretti a portarsi sul gobbone le oltre mille pagine dell’antologia di italiano quando magari quella settimana, di pagine, ne sarebbero servite una decina soltanto, forse anche meno. Finite le superiori, l’università, dove la situazione non migliorava: diversi libri per ogni corso. Facili da trovare quelli per gli insegnamenti di base; più complicato il discorso per i testi dei corsi più avanzati e monografici. Non era infrequente ordinare il saggio e aspettare una decina di giorni oppure, se il testo era fuori commercio e disponibile solo in qualche remota bi-

blioteca, attendere i tempi biblici dei prestiti interbibliotecari. Piccole e grandi disavventure dovute al mercato dei libri, un mercato nel quale le esigenze – e i legittimi interessi – di editori, distributori e librerie rendono talvolta difficile entrare in possesso di un testo. L’avvento dei libri elettronici, i famosi o famigerati e-book, potrebbe modificare questo mercato: si è facili profeti nel prevedere, alla lunga, il ridimensionamento delle case editrici e la scomparsa quasi totale di distributori e librerie. Ma questo, appunto, nel lungo periodo; quasi fantascienza. A breve e a medio termine, avremo ancora legioni di studenti che arrivano a scuola senza il libro di testo perché il distributore, quando è riuscito a raggiungere il magazzino della casa editrice, lo ha trovato vuoto. E dire che con gli e-book sarebbe tutto molto più semplice. Niente code in libreria: il libro lo si reperirebbe online, direttamente da casa; sarebbe anzi possibile che la scuola stessa lo acquisti e lo renda disponibile agli studenti. Gli e-book reader, i lettori di libri elettronici, permettono di sottolineare e annotare, virtualmente, il testo, per cui non ci sarebbero problemi per prendere appunti.


Resistenze e pregiudizi Le grandi case editrici che si spartiscono il mercato dei libri di testo per le scuole medie e le medie superiori non sembrano al momento disposte ad abbandonare il formato cartaceo, lmitandosi a qualche timido esperimento. Di libri di testo elettronici, insomma, ce ne sono pochi, in circolazione. I motivi? Da una parte – e questo vale per tutti gli e-book – la paura degli editori nei confronti di un nuovo mercato, molto diverso da quello tradizionale. È inoltre difficile pensare, almeno per ora, che tutti gli alunni di una scuola, soprattutto se pubblica, si dotino di un e-book reader. Infine, ci sono le resistenze dei docenti. Resistenze anche comprensibili. Alcuni docenti iscritti all’Arifs, Associazione per Ricerca e Insegnamento di Filosofia e Storia, hanno discusso del tema. La discussione è avvenuta online, quindi i partecipanti non sono professori vicini alla pensione che si trovano a disagio con qualsiasi aggeggio più moderno di un telefono in bachelite. Le perplessità sull’impiego degli e-book sono diverse e la più diffusa, soprattutto tra chi ha esperienze di insegnamento alle scuole medie, è la distrazione: con i libri elettronici vi sarebbe il rischio di dedicare troppa attenzione al contenitore, l’e-book reader, e troppo poca al contenuto, il testo da studiare. Inoltre, una volta consegnato un lettore di libri elettronici a uno studente, risulta impossibile stabilire se l’alunno sta leggendo il libro di testo o qualcos’altro. Perplessità comprensibili, anche se nelle scuole dove, soprattutto oltreoceano, si è sperimentato l’utilizzo di libri elettronici non sono state rilevate particolari difficoltà.

In ambito univesitario Per quanto concerne le università il discorso è un po’ diverso. Non è difficile trovare qualche studente che si presenta in aula con un e-book reader. Andrea Rossetti, docente di Informatica giuridica all’Università di Milano Bicocca, fa largo utilizzo della tecnologia per comunicare con gli studenti. Non sempre con risultati confortanti: ogni anno, immancabilmente, Rossetti riceve diverse e-mail di studenti che chiedono informazioni – dalle date degli appelli alla procedura per la registrazione dei crediti formativi – facilmente reperibili sul sito dell’università o su quello del docente: segno che questi studenti hanno difficoltà a reperire e ad assimilare semplici informazioni. Quanto alla possibilità di distribuire direttamente testi in formato elettronico, per esempio le dispense del corso, Rossetti è tendenzialmente contrario. Per un motivo molto semplice: lo studente deve imparare a muoversi in autonomia, deve essere in grado di prendere appunti durante la lezione, e che lo faccia utilizzando un computer o un calamaio è indifferente. Deve inoltre imparare a muoversi in biblioteca, comprendendone la struttura e le modalità di utilizzo dei testi. La rivoluzione del libro elettronico insomma, come tutte le rivoluzioni, cambia le carte in tavola e suggerisce nuove soluzioni a vecchi problemi, ma non cancella magicamente questi ultimi.

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» illustrazione di Adriano Crivelli

» di Roberto Roveda

Un gruppo di bambini, capaci di solidarietà e compassione, sciante nelle nostre società. I bambini, infatti, sono gli unici a contrapposti agli adulti, con le loro leggi e i loro pregiudizi. conservare luoghi e tempi dove stare assieme, primo fra tutti Una contrapposizione, sulla quale il regista francese Romain la scuola, che nel film ha il ruolo insostituibile di spazio di Goupil innesta il discorso molto attuale del incontro e conoscenza, di integrazione. Luogo confronto con l’altro, con lo straniero, anche privilegiato della socializzazione, purtroppo alla luce delle nuove politiche per fronteggiare riservato però solo alla prima fase della vita e l’immigrazione attuate in Francia e in tanti alpoi non sostituito pressoché da nulla. tri paesi europei. La storia è quella di Milana, Così gli adulti si disabituano alla vita comugiunta a Parigi senza documenti all’età di tre ne e facilmente si insinua in loro l’idea che anni. Nel tempo si è costruita un suo mondo, l’estraneo è comunque un nemico. Mancano frequenta la scuola elementare dove ha trovato gli spazi e i tempi per conoscerlo e se ne può amici che la fanno sentire “una di loro”. Sono solo aver paura. Primo Levi, nell’introduzioquesti compagni di classe a ribellarsi quando ne a Se questo è un uomo scrive che quando il Milana rischia l’espulsione dalla Francia. sillogismo “straniero uguale nemico” diventa Prima la nascondono, poi scelgono di sparire sistema di pensiero organizzato, giungendo tutti in gruppo, così da attirare su di loro e a strutturarsi come volontà di Stato, “allora al sul dramma della compagna l’attenzione dei termine della catena sta il lager”. Goupil sembra Tutti per uno media. Mostrano così agli adulti – prigionieri non pensarla diversamente dallo scrittore regia di Romain Goupil delle loro individualità sapientemente difese italiano e ci presenta una Francia cupa, perFrancia, 2010 da “nemici” minacciosi come la solidarietà e lustrata da poliziotti tanto simili (troppo?) la generosità – che solo l’unione rende davvero forti. “On s’ap- alle SS, calcando forse un po’ troppo la mano per costringere pelle tous Milana” (“Siamo tutti Milana”) scrivono i bambini lo spettatore a prendere posizione. Ci offre però una via di su un volantino e proprio questa capacità dei più piccoli di uscita, l’idea che se si torna bambini e si è disposti a essere essere comunità, di sentirsi istintivamente “animali sociali” è “tutti per uno” come nei romanzi di Dumas, le cose possono l’elemento che sembra attrarre maggiormente il regista, forse cambiare. Un messaggio coraggioso, in un’epoca dominata ancora di più del tema dell’immigrazione e del razzismo stri- da passioni tristi e pessimiste.


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Astri gemelli

cancro

Grazie al trigono con Sole e Venere il mese di settembre inizia nel migliore dei modi: guadagni inaspettati e acquisizione di beni materiali. Fortuna sentimentale. Favoriti gli incontri con gli intellettuali.

Inizio di settembre segnato da importanti novità: incontri mondani e opportunità d’affari nell’ambito delle relazioni esterne e della comunicazione. Momento fortunato per chi è impegnato nel mondo dei media.

Momento giusto per trarre da una propria idea un ottimo guadagno. Favorite le professioni letterarie o quelle riconducibili alla comunicazione o alle relazioni esterne. Passionali nei sentimenti i nati in luglio.

leone

vergine

bilancia

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Grazie a Mercurio vi sentite reattivi al nuovo. L’importante è che non subiate oltremodo il fascino di Nettuno e non vi abbandoniate al fantastico. Evitate di confondere il vostro personale punto di vista con la realtà.

Fidanzamenti, matrimoni e colpi di fulmine. Vi sentite affettuosi, socievoli e contenti. La salute è ottima, e anche se Marte è dalla vostra parte, questa volta preferite oziare e divertirvi anziché impegnarvi.

Grazie al transito di Mercurio nel segno del Leone riuscirete a sviluppare un vostro progetto avvalendovi dell’aiuto dei vostri amici migliori. Momento decisivo per i nati nella seconda decade.

Attenti a non comunicare per motivi squisitamente egoistici. In tal caso andrete incontro a una serie di problemi. Possibili contrasti verbali con i competitors professionali. Concedetevi di più alla famiglia.

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capricorno

acquario

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Amate i cambiamenti e le persone nuove ed è probabile che per questo inizio settembre si sviluppino rapidamente una serie di inattese storie d’amore. Stimoli intellettuali e ricerca di nuovi orizzonti culturali.

Momento d’oro per i cambiamenti. L’impegno degli ultimi tempi sta dando i suoi frutti. La reputazione sociale dei nati in dicembre è accresciuta in ordine ai buoni aspetti tra Giove e Plutone. Più audacia.

Grazie a Urano nella vostra terza casa solare state realizzando una rivoluzione copernicana. I vostri schemi di pensiero stanno per essere spazzati via. Nuova flessibilità mentale. Incontri tra il 4 e il 5 settembre.

Con Venere in opposizione sarà difficile occuparsi di cose serie. Lunatici e intrattabili tra il 4 e il 5 settembre a causa della quadratura con la Luna. Attenti a non nuocere ai vostri obiettivi professionali.

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Orizzontali 1. Fa giochi di destrezza • 10. Malato di mente • 11. Il fiume dei Cosacchi • 12. Mezza gara • 13. La espone il negoziante • 15. Illuminazione • 17. Altro nome del tacchino • 19. Amore romantico • 21. Le iniziale di Montesano • 22. Intacca la vite • 23. Il Regazzoni della Formula 1 (Y=I) • 25. Belgio e Thailandia • 26. Un letto sospeso • 28. La dea dalle rosee dita • 30. Grosso albero africano • 32. Attraversa Berna • 34. Li adornano gli orecchini • 35. Si consultano • 37. Lago russo • 38. Anno Domini • 39. Appuntita • 41. Biasimata • 43. Dittongo in boato • 44. Son barbare quelle del Carducci • 45. Potente veleno • 48. Il Nichel del chimico • 50. Grave reato • 52. Quasi ricco • 53. Olio inglese. Verticali 1. Altro nome dell’amarillide • 2. Incredibile! • 3. Rosa nel cuore • 4. Albero ornamentale dai bellissimi fiori • 5. Uno detto a Londra • 6. Sporchi • 7. Il Paradiso perduto • 8. I confini di Roveredo • 9. Degno di lode • 14. Anche quella fon-

» a cura di Elisabetta

toro

Con Mercurio l’intelletto mette le ali. Tutto ha il sapore della novità e siete così attivi che certo non rischiate di annoiarvi. Scelte importanti per quanto riguarda la vita a due per i nati nella seconda decade.

La soluzione verrà pubblicata sul numero 37

ariete

dente è ottima • 16. Il Campeador • 18. Divinità femminile • 20. Verme • 24. Vi lavora l’artigiano • 27. Alcoolisti Anonimi • 29. Tra ven. e dom. • 31. Il nome della Cercato • 33. La scienza dei blasoni • 36. Frulla in testa • 40. Metallo radioattivo • 42. I belli dell’Olimpo - 46. Era in voga la pop • 47. Pari in duomo • 49. Riga centrale • 51. Articolo spagnolo.

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Numero 35 - Settimanale della Svizzera italiana

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