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UNA LEGGE PER LA CULTURA

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Ticinosette n° 31 5 agosto 2011

Agorà Politica culturale. Cantone: quale cultura? Arti Teatro e disabilità. Oltre le barriere

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DEMIS QUADRI. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Impressum

Società Ricchezza e sostenibilità. Decrescere in 100 cose

Tiratura controllata

Metaphorae Ratti e formaggi

Chiusura redazionale

Salute Viaggi. Maledizioni esotiche

Editore

Vitae Rossana Taddei

Direttore editoriale

Reportage Angeli custodi

72’011 copie

Venerdì 29 luglio

Teleradio 7 SA, Muzzano Peter Keller

Redattore responsabile Fabio Martini

Coredattore

Giancarlo Fornasier

Photo editor Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Centro Stampa Ticino SA via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch

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In copertina

Il burattinaio culturale Illustrazione di Antoine Déprez

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MARIELLA DAL FARRA . . . . . . .

FRANCESCA RIGOTTI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . DI

ELISABETTA LOLLI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

NICOLETTA BARAZZONI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . A CURA DELLA

REDAZIONE; FOTOGRAFIE DI JACEK PULAWSKI . . . . . . . . . . .

Luoghi Lago Maggiore. Santa Caterina del Sasso

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Tendenze Medicina estetica. Ritocchi sì, ritocchi no Visioni La scoperta della vita

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4 8 10 12 13 14 39 46 48 50 51

TIZIANA CONTE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

ROBERTO ROVEDA DI

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PATRIZIA MEZZANZANICA. . . . . . . . . .

ROBERTO ROVEDA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Astri / Giochi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

La misura “della qualità” “È una questione di qualità / o una formalità non ricordo più bene una formalità come decidere di radersi i capelli di eliminare il caffè, le sigarette di farla finita con qualcuno o qualcosa, una formalità, una formalità o una questione di qualità. Io sto bene io sto bene / io sto male io sto male io non so io non so / come stare dove stare non studio non lavoro non guardo la TV non vado al cinema non faccio sport io sto bene io sto male io non so cosa fare. Non ho arte non ho parte non ho niente da insegnare è una questione di qualità / o una formalità non ricordo più bene, una formalità” (CCCP-Fedeli alla linea, “Io sto bene”, 1985) In un recente editoriale (“CdT” del 27 luglio) il giornalista Carlo Silini concludeva il suo intervento chiedendosi se “il pubblico (cioè tutti noi!) lo vuole un giornalismo di qualità?”. Il suo scritto prendeva spunto dai recenti terremoti avvenuti nella galassia del magnate Rupert Murdoch e dall’utilizzo di metodi assai poco “etici” per scovare/creare saporite notizie da sparare sui tabloid e nei portali anglosassoni. La domanda posta da Silini pare lecita: essendo l’informazione un prodotto che necessita di un mercato (e dunque di clienti), anche il giornalismo si pone inevitabilmente di fronte alla regola economica “domanda-offerta”. A questa vanno aggiunte le pressioni degli editori

e dei pubblicitari, entrambi entità che per forza di cose si devono confrontare con il mercato. La regola rimane sempre la stessa: se il tuo prodotto non ha degli acquirenti, o vivi di rendita o chiudi la tua testata. E infatti il peso della pubblicità nei bilanci della stampa (non solo in Svizzera, evidentemente) è tale che i recenti sconquassi finanziario-economici hanno fatto sentire le loro conseguenze occupazionali in numerose testate di casa nostra. Insomma, il mercato è piccolo e gli affamati sono molti (SSR in testa), i finanziamenti e i sussidi pubblici limitati e sempre nuove bocche si aprono nel web. Sì, perché anche Internet vive di pubblicità, e forse qualcuno di tanto in tanto se ne dimentica: navighi, cerchi, scarichi e tutto pare gratuito. Così non è. La rete è un’enorme calderone di fonti, notizie e possibilità, ma è soprattutto uno sterminato bazar di prodotti in vendita e tutti noi siamo per prima cosa dei clienti ai quali piazzare “qualcosa”: dai servizi finanziari all’anima gemella. Per questa ragione utilizzare come fa Silini le notizie più lette in rete come misura della “qualità dell’informazione” cercata dal pubblico (da noi) è un metodo discutibile: quello che i motori di ricerca come Google mostrano non sono la complessità del mondo, la sua pluralità e i suoi drammi, piuttosto tutto ciò che come singoli abbiamo cercato, visto, scaricato, acquistato attraverso i nostri account. Ma “l’informazione” non vive di solo Internet e gossip... e le persone pure. Per nostra fortuna. Buona lettura, la Redazione

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Cantone: quale cultura?

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L’entrata in vigore della nuova legge federale sulla promozione della cultura sta ormai per entrare in vigore e implicherà una revisione delle attuali strategie anche alla luce del fatto che il nostro cantone non dispone ad oggi di una legge quadro in materia. Abbiamo incontrato i principali attori di questo scenario al fine di comprendere quali saranno gli orientamenti e le eventuali novità testo di Tiziana Conte fotografia di Flavia Leuenberger

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partire dal 1. gennaio 2012, entrerà in vigore la nuova legge federale sulla promozione della cultura (Lpcu). Oltre a esplicitare le future linee direttive in materia di politica culturale, la legge si prefigge innanzi tutto di ridefinire la ripartizione delle competenze tra i servizi federali in ambito culturale, in modo particolare tra l’Ufficio federale della cultura (Ufc) e la Fondazione Pro Helvetia, e il ruolo della Confederazione nei confronti di cantoni e comuni. Nel relativo messaggio quadriennale (2012–2015) l’ammontare per l’attuazione finanziaria e strategica della nuova legge è stato definito a 637,9 milioni di franchi. Con la sua entrata in vigore i cantoni e i comuni saranno necessariamente coinvolti in questi cambiamenti. Per alcuni, come per il Ticino, sarà anche l’occasione per ripensare alle strategie in merito alla politica culturale cantonale, anche in considerazione del fatto che ad oggi il nostro cantone non ha ancora una legge quadro in materia, benché essa sia stata sollecitata da una mozione del 2008 dell’on. Chiara Orelli Vassere. Fra scelte e nuovi orientamenti Sono dunque molte le novità a breve termine da affrontare per il governo cantonale ticinese, non ultimo il cambiamento alla guida del Dipartimento educazione cultura sport (Decs) tradizionalmente gestito da personalità politiche di area liberale e oggi diretto dall’on. Manuele Bertoli, esponente del Partito socialista. I dibattiti pubblici di questi ultimi tempi sulla politica culturale sono stati frequenti e spesso accesi, per esempio, ne ha sollecitati alcuni di un certo interesse l’articolato progetto “Ménage – cultura e politica a tavola” sostenuto da Pro Helvetia che in Ticino, oltre a una mostra, ha offerto diverse opportunità di discussione su tematiche importanti, sia di respiro nazionale sia locale, stimolando


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5 Un momento dell’esibizione di Roy Bennett durante l’edizione 2010 del festival “Blues to Bop”

riflessioni fondamentali non solo per la compagine politica e per quella di settore ma per tutti i cittadini, come, per esempio, interrogarsi su quesiti sostanziali quali: a chi serve la cultura? Lo Stato deve intervenire in suo sostegno? Insomma, oggi più che mai il dibattito su quale ruolo rivesta la cultura nelle società è di estrema attualità e non solo per l’imminente entrata in vigore della legge. Incalzati dai molti cambiamenti in corso, ne abbiamo discusso con l’on. Manuele Bertoli, neo direttore del Decs, e con il direttore Sandro Rusconi, responsabile della Divisione della cultura e degli studi universitari. Onorevole Bertoli, lo stato può migliorare la cultura o è la cultura che migliora lo stato? “Lo stato ha un ruolo nella politica culturale, però naturalmente la cultura non la fa lo stato. Se gli artisti non ci sono, se non hanno idee, lo stato diventa semplicemente il supporto di un albero che muore. Lo stato deve sostenere la cultura perché questa rappresenta un valore per la società nel suo insieme; purtroppo spesso quando si parla di cultura a livello politico si parla delle ricadute economiche, che certo sono importanti, ma le manifestazioni culturali non si misurano in panini e bibite vendute, ma si valutano soprattutto per quello che lasciano come elemento di crescita di un paese”.

Quale visione e progettualità intende perseguire con il suo mandato? “È un po’ prematuro per me esporre delle linee guida precise, in quanto di fatto è da meno di due mesi che sono direttore del Decs; le cose sono in divenire e il Decs si occupa di tante questioni, tra cui quelle legate alla cultura. Quello che mi pare più urgente è il fatto che il Ticino, benché goda di una vivacità culturale rilevante, sia ancora tra i pochi cantoni che non ha una sua legge organica sulla cultura; ciò permetterebbe di fare un po’ di ordine nell’ampia offerta esistente, forse troppo poco organizzata. Naturalmente è anche importante incentrare il discorso sulla promozione culturale, dare una serie di definizioni e sancire dei principi, evitare che tutto sia lasciato in mano alla buona volontà, ai canali privilegiati di chi sa come ottenere dei finanziamenti… è indispensabile avere una visione più organica che oggi manca. Le leggi esistenti sulla cultura sono molto diverse fra loro a seconda di ciò che implicano al loro interno; noi dobbiamo quindi tenere conto della nostra realtà che è molto particolare anche perché, tra l’altro, non è legata ad altri cantoni per ragioni linguistiche. Bisogna però muoversi con cautela: il ruolo dello stato è quello di coordinare e sostenere, non di definire ciò che si deve fare in ambito culturale. Bisogna coniugare la vivacità culturale che è dei singoli, degli artisti, con una presenza dello stato capace di (...) valorizzare e coordinare l’espressione culturale del territorio”.


Come cittadino e come politico, comprensibilmente con la sua recente nomina, crede che le offerte culturali del nostro cantone corrispondano alle attese dei cittadini? “Credo che sull’intero territorio ci sia una buona varietà di manifestazioni per le diverse discipline artistiche e che esse abbiano un seguito importante. Personalmente seguo soprattutto la musica e in questo ambito ho sempre trovato una buona rispondenza, ma non so dire se questo di fatto corrisponda al reale bisogno. Ci sono probabilmente dei vuoti che andranno colmati. Se considero, per esempio, ancora una volta la musica, penso che l’apertura del Lac offrirà finalmente una sala di buon livello che ad oggi in Ticino manca; di questo sono contento, mi pare una buona novità, però mi dispiace che l’offerta, che è variegata, non sia inserita in un cartellone leggibile nel suo complesso. Senza pestare i piedi a nessuno e senza volere tarpare le ali alla libera espressione e imprenditorialità in ambito culturale, è nell’interesse di tutti coordinarsi meglio e rendere più fruibile ed efficace l’offerta di ognuno”.

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Sappiamo che la presenza del cantone a sostegno dei progetti culturali crea dei circoli virtuosi, sarà dunque anche l’occasione per investire su alcuni “cavalli vincenti”? “Credo sia importante andare cauti, non escludo che in futuro si possano fare delle scelte mirate, ma queste dovranno essere ben ponderate, discusse con il mondo culturale, risultanti di un’evoluzione di un pensiero condiviso, altrimenti rischiano di essere vissute come scelte calate dall’alto. Orientare delle risorse altrove vuol dire scegliere di abbandonare altri progetti, bisogna pertanto essere sostenuti da buoni motivi, diversamente si rischia una sorta di dirigismo culturale. Questo settore, come del resto altri, vive di energia propria, se lo stato invece di valorizzarla la ferma fa un cattivo servizio”. Come vede l’avvento del Lac? Alcuni temono il suo arrivo sul territorio e sono spaventati dalla sua progettualità imponente, un sorta di “asso pigliatutto”. “Proprio per questo deve avere una collocazione precisa; è importante che non diventi una cattedrale nel deserto – cosa che nessuno vuole –, che sia al contempo utile a se stesso e che si inserisca in maniera chiara e armonica con quello che viene già offerto sul territorio. È interesse anche del Lac e del comune di Lugano non diventare un «asso pigliatutto», perché nell’intero bacino del cantone ci sono già parecchie offerte. Questo nuovo elemento dovrà inserirsi in un contesto senza pregiudicarlo: è un interesse reciproco e complementare del Lac e del cantone. Il cantone, per esempio, anche attraverso la nuova legge, potrebbe fare un po’ di ordine e da agente che vigila affinché questo doppio interesse venga salvaguardato. Si eviterà che le realtà più piccole siano fagocitate, ma bisognerà anche evitare il contrario, ossia di mantenere tutto e dappertutto. Il pubblico si aspetta di partecipare a eventi importanti ma allo stesso tempo di usufruire di progetti più di nicchia”. Direttore Sandro Rusconi l’entrata in vigore della nuova Lpcu porterà in Ticino dei cambiamenti, inciderà nelle strategie di politica culturale… “Sostanzialmente per quanto riguarda la promozione culturale, che è di competenza del Decs, non ci saranno grandi cambiamenti; abbiamo già chiarito e preso atto da Pro Helvetia delle nuove e specifiche competenze che coinvolgeranno i diversi ambiti culturali. Invece dal punto di vista intellettuale questa nuova legge federale

funge da stimolo per iniziare a disegnare una nostra legge quadro. Quest’ultima inciderà sulla promozione culturale e non su tutti gli elementi della cultura: ricordo che siamo uno dei cantoni che hanno separato in dipartimenti distinti le competenze per gli affari culturali gestiti dal Decs, e i beni culturali e monumenti storici, affidati invece al Dipartimento del territorio, il quale ha già una propria legge che si è dimostrata ben consolidata. La nostra intenzione è dunque quella di elaborare una legge che nello specifico chiarirà quali sono gli ambiti di competenza cantonali, e coordinerà le azioni del cantone congiuntamente a quelle dei comuni per quanto riguarda le attività e gli eventi culturali. Con i comuni forse potremo prevedere degli accordi più strutturati e a lungo termine almeno per determinate manifestazioni. Questo darebbe già un indirizzo e alimenterebbe anche un circolo virtuoso. Ricordo però che nel 2010 è entrata in vigore anche un’altra importante legge federale, che è quella sulle lingue, ovvero la legge a sostegno della diversità e della comprensione delle lingue nazionali, che ha un’implicazione culturale assai rilevante. È grazie ad essa, per esempio, che riusciamo a erogare a diverse manifestazioni cantonali alcuni aiuti finanziari, mi riferisco soprattutto a quei progetti che sono gestiti direttamente dal cantone”. Come intendete procedere alla stesura della futura legge quadro? Pensate di formare un gruppo di lavoro? Vi confronterete con altri cantoni? Avete previsto una tempistica? “Innanzi tutto dobbiamo sciogliere un nodo giuridico. Per il sostegno ad attività culturali promosse da terzi attingiamo soprattutto al fondo lotteria intercantonale e in parte, come detto prima, con il fondo per la difesa e la promozione della lingua italiana. Non utilizziamo quindi i conti della gestione corrente a parte alcune eccezioni, come per esempio i due decreti legge che riguardano il Festival Internazionale del Film di Locarno e l’Orchestra della Svizzera Italiana. Il principio che guida i fondi dei sussidi lotteria però esplicita chiaramente che non si potrebbero utilizzare questi soldi per compiti specifici dello stato. Dal momento che si regolamenta qualcosa con una legge, questo diventa conseguentemente un suo compito, quindi si entra in contraddizione con i principi stessi del fondo lotteria. Dovremo quindi identificare un modo giuridicamente corretto per i re-interpretare questo regolamento e per continuare ad attingere a questi fondi. In caso contrario, si dovrebbero prevedere costi aggiuntivi a gestione corrente superiori ai 10 milioni annui, cosa per ora impensabile. Non ci sono cantoni identici al Ticino, ma ce ne sono alcuni di lingua tedesca che presentano delle analogie. Prenderemo dunque esempio da alcuni di questi, come Zurigo e Argovia, che benché presentino importanti differenze, hanno un fondo lotteria più simile al nostro. Dopo avere valutato una prima fattibilità, prepareremo una bozza che metteremo in discussione per una consultazione preliminare presso gli uffici e in seguito, se necessario, formeremo un gruppo di lavoro. Non è ancora possibile prevederne i tempi, ma presumibilmente in un anno dovremmo riuscire ad avere una prima stesura della legge”. Pro Helvetia con la nuova legge assumerà alcune nuove competenze, come quella di offrire aiuto alle nuove leve; nel contempo ribadisce il suo impegno a sostegno delle arti contemporanee. Lei pensa che anche il cantone seguirà queste indicazioni? “Forse in passato abbiamo un po’ peccato in questo senso; penso


però che se già Pro Helvetia presta attenzione alle giovani leve e all’arte contemporanea, allora il cantone potrà sostenere maggiormente realtà già affermate. Non dobbiamo forzatamente seguire le scelte della Confederazione, possiamo però aprirci a collaborazioni con le istituzioni federali per progetti che vanno in questa direzione. Per esempio, abbiamo recentemente istituito un concorso per la scrittura teatrale aperto a giovani talenti fino ai 40 anni. Si tratta di un’operazione di promozione delle nuove leve che facciamo in collaborazione con Pro Helvetia… da soli non ci potremmo impegnare in progetti di questo tipo. Non escludo però che in futuro potremmo fissare tra i nostri incarichi anche questo nuovo compito, sostenendo gli artisti emergenti attraverso un budget specifico in forma di premio alla produzione e/o creazione artistica, a rotazione per ogni settore di disciplina”. Attualmente i progetti vengono valutati dalle commissioni di settore, questo sistema verrà mantenuto? “Penso che lo manterremo e daremo il giusto peso a queste commissioni, magari ne semplificheremo alcune procedure là dove è necessario. Penso che il sistema di commissioni di milizia sia una buona formula perché la cultura, in alcuni campi, si avvale di giudizi che sono ampiamente soggettivi; non si può pretendere di avere delle persone professionalizzate che poi cementano un certo giudizio e hanno magari anche dei pregiudizi. Credo sia bene avere dunque un sistema mobile e flessibile e credo sia anche giusto che non siedano sempre le stesse persone e troppo a lungo nella stessa

commissione; nel nostro sistema commissionale i mandati sono della durata di quattro anni rinnovabili al massimo per tre mandati consecutivi. Personalmente ritengo che sia meglio dare voce a chi lavora sul campo e lasciare che a volte nascano anche degli scontri dialettici tra i commissari, che però, dalla mia esperienza, riescono quasi sempre a risolversi in valutazioni equilibrate. A volte sorgono dei conflitti di interesse tra i membri delle commissioni, ma questo è inevitabile perché chi lavora nel settore vive di quello; ciò che è importante è l’equilibrio”. Nel messaggio riguardante la nuova Lpcu viene ribadito che gli enti pubblici dovrebbero implementare le attività aperte alla ricerca e alla qualità, che ne pensa? “L’ente pubblico non dovrebbe far piovere dove è già bagnato; questo vale per la ricerca scientifica e credo debba essere applicato anche alla cultura. Quindi dobbiamo garantire attenzione e apertura anche ai progetti di nicchia, che siano o meno realizzati da artisti emergenti. Se l’evento è seguito da un’audience selezionata, competente, fidelizzata, o se il progetto prevede personalità artistiche di prestigio internazionale è per noi un ottimo criterio per la sua sostenibilità. Stiamo preparando un formulario che raccoglierà in maniera organica informazioni sul pubblico. Questo ci permetterà di riunire e in seguito analizzare i dati al fine di avere un quadro leggibile di quello che è la cultura, e servirà anche per rispondere in modo pertinente a chi afferma che si fa troppo o troppo poco”.

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Oltre le barriere La compagnia Teatro Danz’Abile propone spettacoli che sono soprattutto una sfida: superare in scena i limiti tradizionalmente imposti dalla diversità, e liberare gli spettatori dai pregiudizi su cosa sia “normale” testo di Demis Quadri; fotografie di Maurizio Sabbatini

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“Dioniso può essere tante cose: il dio del teatro, del vino, della festa, dell’espressione interiore di ognuno... Non è possibile definirlo in modo molto preciso. Ma si può dire che Dioniso raccoglie in sé le varie sfaccettature di quanto è fuori dal tran tran, dalla quotidianità, dal famoso «normale»”. Così si esprime Laura Coda Cantù parlando di Saggio selvaggio, l’ultima produzione della compagnia Teatro Danz’Abile (www.teatrodanzabile. ch). Si tratta di uno spettacolo che si pone sotto l’egida di quella divinità, ma che non vuole ripetere in maniera trita le modalità della tragedia antica. L’idea è invece di proporre una serie di quadri nati dall’improvvisazione, nei quali movimento e parola si fondono con straordinaria poesia e il cui filo conduttore sono temi come la diversità, l’interazione con gli altri e i sogni inespressi che ognuno porta con sé. Laura Coda Cantù, Viviana Gysin, Emanuel Rosenberg, Camilla Vögeli e Daniele Zanella riescono a trasportare il pubblico in un mondo dove non sempre è possibile distinguere chi abbia un handicap e chi no, dove le frustrazioni possono sciogliersi sulle ali del sogno, dove gli stereotipi sono banditi e dove non viene dimenticato il lato animalesco e goliardico del dionisiaco. Il tutto in una sorta di rituale capace di riecheggiare la complessità di una divinità, Dioniso appunto, che si presta a un discorso sull’integrazione anche grazie alle sue origini meticce, frutto della contaminazione di varie tradizioni mitologiche. Superare i confini della “normalità” La compagnia Teatro Danz’Abile è composta da persone con o senza handicap, e si propone di portare avanti una ricerca scenica e creativa che combina i linguaggi della danza e del teatro. “È stata fondata nel 2005 da Uma Arnese Pozzi, che vi ha lavorato nelle prime due produzioni”, racconta Laura Coda Cantù. “La prima, Attraversami, era una denuncia e una riflessione sull’integrazione nei confronti dei cosiddetti «normali». La seconda è stata Alice nel mondo dei Quanti, un lavoro molto complicato basato sulla fisica quantistica e su Alice nel paese delle meraviglie, con un testo lunghissimo scritto a quattro mani da Uma Arnese Pozzi e da Andrea Danani, un docente della Supsi. I protagonisti erano Daniele Zanella – che interpretava il cappellaio matto – e Aimée Flor Mudry, una ragazza down bravissima, che all’epoca aveva 19 anni e ha recitato la parte di Alice. La lavorazione è durata più di un anno, perché imparare quel testo a memoria è stato difficoltoso e perché non è evidente


in queste pagine: alcuni momenti dello spettacolo Saggio selvaggio (2010) prodotto da Teatro Danz’Abile

creare delle coreografie quando si ha un controllo del corpo un po’ diverso. Ma alla fine siamo stati ricompensati dal Premio Coop Cultura 2007”. Più tardi Uma Arnese Pozzi è stata chiamata a Ginevra per collaborare con dansehabile, un’associazione che si propone come luogo di creazione, d’integrazione e d’apprendistato capace di rendere la danza “accessibile” (www.danse-habile.ch). Ma il lavoro della compagnia non si è fermato, grazie anche all’impegno di Emanuel Rosenberg che, con la consulenza artistica del danzatore e coreografo Giorgio Rossi, ha diretto Saggio selvaggio, oltre a parteciparvi in qualità d’interprete. “È la prima produzione che sentiamo proprio nostra”, continua la danz’attrice costretta su una sedia a rotelle. “Ognuno di noi ci ha messo del proprio. Nella lavorazione partivamo da un tema, poi ognuno faceva delle improvvisazioni dalle quali si estrapolavano dei pezzi che, una volta trovata la storia, sono

stati riassemblati. C’è una scena, che chiamiamo «la storia del gobbo», dove la mia gobba rappresenta le mie mille difficoltà quotidiane, ma poi diventa un tutù che è il sogno di poter volare. Per me prepararla è stato come fare harakiri. Mi dicevano che dovevo lasciarmi andare, ma io non ci riuscivo: non sono una teatrante d’esperienza. È stato molto difficile, ma mi sono anche divertita da morire. Abbiamo lavorato molto anche per riuscire a trasmettere la nostra unità, perché non volevamo far sapere subito chi era disabile e chi no. Io ho dovuto insegnare agli altri come fare una coreografia a terra senza usare le gambe. Non è facile perché, anche dicendo «adesso non le uso», i muscoli si muovono istintivamente. Invece bisognava dimenticare le gambe, fare come se non ci fossero, e aiutarsi per ogni movimento con le mani. In generale è stata dura, ma alla fine ce l’abbiamo fatta e ne siamo molto orgogliosi. Adesso speriamo di riuscire a «vendere» lo spettacolo, di farci conoscere. Ma non è così facile...”.

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Decrescere in 100 cose L’abbiamo provata tutti almeno una volta quella ventata di euforia domestica, quella breve ma intensa sensazione di rinnovamento, quell’inquietudine mista a un sentimento di audacia che accompagna il gesto di gettare via un oggetto da tempo inutilizzato testo di Mariella Dal Farra; illustrazione di Mimmo Mendicino

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Rimasti

lì, a “raccogliere la polvere” per mesi: abiti dimenticati sul fondo degli armadi, elettrodomestici non funzionanti che ci eravamo ripromessi di provare a riparare, o il vecchio tappeto consunto che non ci si era ancora decisi ad accompagnare verso i punti di raccolta degli ingombranti. Ma una volta gettati, quello che rimane uguale è il lieve senso di colpa e di leggerezza che accompagna la decisione, e successivamente l’atto, di liberarsene. Una sensazione che abbiamo provato in molti, ma forse non tutti sanno che c’è chi ne ha tratto una filosofia di vita, oltre che un business diventato una delle tendenze del momento. Parliamo di La sfida delle 100 cose, saggio di Dave Bruno da qualche mese nelle libreria anche in lingua italiana. Un manuale di self-help scritto da un imprenditore californiano che racconta l’esperienza di vivere per un anno con cento oggetti soltanto, ottenendo in cambio una sostanziale semplificazione del proprio stile esistenziale e la riscoperta di valori alternativi a quelli propinati dal consumismo. Supportato in questa sfida da un background dichiaratamente cristiano, Bruno si inserisce in un movimento di antica data che individua nella “decrescita” la strada verso un modello di vita sostenibile. Dalla termodinamica all’anti-capitalismo Tale movimento prende le mosse da Nicholas Georgescu-Roegen, economista rumeno che nel 1971 pubblica un libro dove afferma che l’attuale sistema economico contraddice la seconda legge della termodinamica, in quanto non tiene conto del fatto che “qualsiasi processo economico che produce merci materiali diminuisce la disponibilità di energia nel futuro e quindi la possibilità futura di produrre altre merci

e cose materiali”1. Secondo l’autore, ogni attività economica comporta un aumento dell’entropia (una grandezza utilizzata per definire il livello di disordine di un sistema e la conseguente incapacità di produrre lavoro), per contrastare la quale è necessario adottare misure a salvaguardia delle limitate risorse disponibili sul pianeta. Il movimento della “decrescita” viene successivamente sostanziato dai contributi di Ernst F. Schumacher (Piccolo è bello, 1973), Serge Latouche (Breve trattato sulla decrescita serena, 2007) e molti altri ancora, fino a costituirsi nei termini in cui lo conosciamo ora: ambientalismo, anti-consumismo e anti-capitalismo. Con mirabile tempismo, Bruno riprende queste tematiche e le concretizza in una sfida – quella del vivere con cento cose, appunto – che, attraverso un blog e poi un libro, ha coinvolto milioni di lettori negli Stati Uniti e nel mondo.

r%2172 21.+1' &'. 2^/o La realtà insegna A prescindere dalla validità dei principi professati nel manuale, sarebbe infatti difficile non rilevare come “l’avventura” intrapresa da Bruno sia iniziata proprio nel novembre del 2008, in concomitanza agli eventi più eclatanti – bancarotta di Lehman Brothers e declassamento di Goldman Sachs e Morgan Stanley – della crisi dei subprime partita dagli Stati Uniti alla fine del 2006 in seguito all’esplosione della nota “bolla immobiliare”. E non sembra casuale che i sostenitori


;2).+'7' 48'67" 23325781+7go della sfida si definiscano personal downsizer (letteralmente, “ristrutturatori di se stessi”), dove il termine downsizing si riferisce originariamente alle ristrutturazioni aziendali che in quel periodo hanno portato ai licenziamenti di massa. In altri termini, se il movimento del degrowth sviluppatosi negli anni Settanta muoveva in primo luogo da una situazione che, per quanto lucidamente preconizzata dagli economisti citati, era ancora solo una possibilità astratta, adesso, complici i ritmi accelerati imposti dalla globalizzazione, rappresenta una realtà con la quale una fetta cospicua della popolazione occidentale si ritrova a fare i conti. Il consumo “consumato” Il concretarsi dell’esigenza di ridimensionare i propri consumi determinata dal progressivo impoverimento della

classe media appare in questo senso coerente con la forma “manualistica” del testo di Bruno, che fornisce consigli pratici e suggerimenti per razionalizzare le proprie abitudini: il passaggio dal saggio divulgativo al do it yourself dice di quanto la decrescita abbia investito la nostra dimensione quotidiana. E se è vero che, come comunemente si afferma, ogni crisi è un’opportunità, in quanto apre la porta al cambiamento – in questo caso, l’emancipazione da abitudini di consumo “coatte” e la riscoperta di valori immateriali – permane una perplessità rispetto al sapore vagamente moraleggiante di taluni assunti che, a mio parere, rischiano di distorcerne il significato. Decidere di eliminare il superfluo è senz’altro un metodo efficace per guadagnare gradi di libertà e, quando praticato su vasta scala, iniziare a incidere sui meccanismi economici che ci governano. Tuttavia, sarebbe auspicabile che la “guerra allo spreco” non si trasformasse nell’ennesima “guerra santa”, assumendo magari la forma di un nuovo puritanesimo di cui, in questo inizio millennio segnato da derive fondamentaliste, non si sente certo il bisogno.

per saperne di più: Dave Bruno La sfida delle 100 cose Tecniche Nuove, 2011 Ovvero: “Come mi sono liberato di quasi tutto, ho ricostruito la mia vita e mi sono riappropriato della mia anima”. Un libro dedicato a chi crede che “gli oggetti devono essere utilizzati. Le persone devono essere amate. Peccato che la nostra società faccia proprio il contrario”. Per ulteriori informazioni si veda anche: www.lasfidadelle100cose.it. note 1 Nicholas Georgescu-Roegen, The Entropy Law and the Economic Process, Cambridge, Massachusetts, Harvard University Press, 1971.

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Ratti e formaggi Lo scorso anno una campagna pubblicitaria in Ticino faceva appello alla traslazione in figura di una metafora, quella dei frontalieri e immigrati visti come ratti e invasori testo di Francesca Rigotti illustrazione di Mimmo Mendicino

Ora, che cos’è esattamente una metafora? La metafora è, per

Metaphorae

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dirlo con una metafora, “un… camion dei traslochi”. Come il camion trasporta il mobilio da un’abitazione (vecchia) a un’altra (nuova), così la metafora trasporta significato da una realtà (nota, quindi in un certo senso vecchia) a un’altra (ignota, nuova). E come si fa a “trasportare significato”? È molto semplice, purché si abbia in mente un problema da risolvere, come lo spiegare un nuovo fenomeno: si prende una realtà a noi nota, familiare e vicina (per esempio, il nostro corpo o una sua parte); se ne colgono alcuni aspetti significativi per il nostro problema (per esempio, la posizione elevata e di comando del capo); infine si trasportano questi aspetti nella nuova realtà che volevamo comprendere e definire, per esempio, la politica, e si ottiene una metafora: il “capo dello stato”.

Conoscenza oppure manipolazione? Nel caso appena descritto la metafora ha una valenza puramente conoscitiva, innocua, priva di intenti manipolatori: vogliamo definire qualcosa di astratto che non sappiamo bene come chiamare ma di cui avvertiamo che deve avere funzioni di comando, e lo facciamo diventare la testa di qualcosa, il suo “capo”. Lo stesso vale per metafore poetiche, che ci permettono di esprimere l’allegria di un’aiuola fiorita o la tristezza di una giornata di pioggia con espressioni quali “il prato ride” o “il cielo piange”. È anche normale che si attingano metafore dal mondo degli animali, anzi è stata proprio la lunga frequentazione con le bestie da parte degli uomini che ha portato questi ultimi ad attingere da esse paragoni e simboli per spiegare il comportamento umano. Ci sono però poi anche metafore che vengono formulate con intenti manipolatori, per celebrare o per diffamare qualcuno o qualcosa, come si vedrà in questa nuova serie dedicata appunto alle metafore: è il caso della metafora dei frontalieri/ratti, nella quale l’intenzione è chiaramente denigratoria. I ratti infatti sono considerati animali negativi: vivono nei buchi

della terra, nelle cantine, al buio; sono sinonimo di malattie, di sporcizia e voracità; fanno paura, schifo e ribrezzo. Il topo del topo Occupiamoci di ratti e topi più che di frontalieri e immigrati perché il nostro “topo” (nel senso di oggetto di ricerca, vedi “topica” in italiano e topics in inglese) è la metaforica e non la politica. Il topo del topo, notiamo, è stato collegato per millenni a inquietudini collettive come peste, guerra e carestie, il che rende agevole il passaggio dall’animale/ metafora all’oggetto metaforizzato per farlo diventare il nemico da combattere, l’avversario da demonizzare, il colpevole da castigare. Si pensi alle orde di topi maligni che si rovesciano sul porto di Danzica nel film Nosferatu di Werner Herzog, o che avvolgono la città di Orano in una coltre mefitica ne La peste di Albert Camus. È poi però anche vero che il topo del topo ha avuto una svolta positiva negli ultimi decenni con la nascita del topo Mickey, il Topolino della Disney. Da allora è stato un susseguirsi di topolini buoni, talché la variante allegra e spensierata dell’immagine del topo/ratto tende oggi a prevalere su quella antica legata a schifo e paura. L’ambivalenza degli animali Nonostante il rovesciamento di grado comunque le due interpretazioni, quella negativa e quella positiva, continuano a convivere anche a causa di un fenomeno noto ma poco studiato, ovvero l’ambivalenza di molti elementi dell’apparato metaforico, come appunto gli animali, che evocano un carattere e il suo contrario: castità e lascivia per le colombe, saggezza e malvagità per il serpente; pazienza e testardaggine per l’asino, indipendenza e disciplina per i cavalli, fedeltà e servilismo per il cane... A noi affinare le nostre capacità metaforiche e capire in che contesto sono stati usati nella famosa campagna topi e formaggi svizzeri, per non farci manipolare dalle metafore stesse.


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Maledizioni esotiche Viaggiare, soprattutto nei paesi caldi o tropicali, è una condizione che non di rado espone al contatto con fastidiosi disturbi e indisposizioni testo di Elisabetta Lolli; illustrazione di Mimmo Mendicino

La bellezza dei luoghi esotici – e non ci riferiamo soltanto ai paesi tropicali ma, per esempio, anche allo stesso Mediterraneo – è certamente straordinaria. Il senso di libertà da cui ci si lascia trasportare una volta giunti nell’agognato luogo di vacanza può però nascondere qualche inconveniente. Il fattore caldo, un regime alimentare diverso dal solito, la presenza di acqua corrente non esente da batteri pericolosi per il nostro organismo, possono infatti trasformare una vacanza di sogno in una sorta di incubo. È dunque indispensabile affrontare le trasferte estive con qualche precauzione, senza farsi prendere dall’ansia o dalla paranoia ma evitando al contempo di lasciarsi influenzare troppo da stili di vita e alimentari eccessivamente diversi dal nostro. Si tenga presente che da un’indagine effettuata in Italia nel 2009, su un campione di medici – persone quindi perfettamente informate su questo tipo di rischi –, il 39% ammetteva di aver commesso un errore alimentare nel corso di un viaggio in un paese a rischio. La forma di disturbo certamente più diffusa è la cosiddetta diarrea del viaggiatore che, dal punto di vista statistico ed epidemiologico pare interessare una percentuale abbastanza elevata dei viaggiatori provenienti da paesi industrializzati che si recano in Africa, in Medioriente, in India, nel Sud Est Asiatico e in America Latina. I fattori scatenanti possono essere diversi: dallo stress da viaggio alla suscettibilità personale, dagli sbalzi termici al contatto con acqua e alimenti contaminati. Quest’ultimo è certamente il fattore più ricorrente dato che svariati sono i microrganismi associabili a questa sindrome: dai batteri del gruppo Escherichia coli alle salmonelle, dai rotavirus ad alcuni protozoi come, per esempio, la Giardia lamblia o la Cyclospora cayetanensis, ma la “scelta” a riguardo è davvero ampia. Nella maggior parte dei casi il disturbo si manifesta entro le 24/72 ore con episodi diarroici di intensità varia, non di rado accompagnati da nausea, vomito, crampi addominali, meteorismo e febbre. Solitamente il fenomeno, anche se non trattato, recede nell’arco di pochi giorni durante i quali è però essenziale idratarsi con regolarità in modo da compensare le perdite di acqua e di elettroliti, una

PARAPIC è un rapido ausilio contro le punture d’insetti p.e. zanzare, vespe, api

regola che vale per tutti ma in particolare per i bambini. Nel caso la diarrea e i disturbi si prolunghino oltre i due giorni è indispensabile ricorrere ai presidi medici. Ma prima di entrare nel merito di quelle che sono le nostre difese chimiche è bene fornire alcune indicazioni di carattere generale. Qualche utile indicazione Innanzitutto va evitato il cibo che si ritiene rimasto a temperatura ambiente per un tempo eccessivo, come gli alimenti dei buffet e quelli dei venditori ambulanti. Vanno poi esclusi categoricamente gli alimenti crudi, a eccezione della frutta e della verdura, che però devono essere sbucciate personalmente dal viaggiatore e, nel caso delle verdure, cotte. Mai bere acqua non imbottigliata e accertarsi che la bottiglia venga consegnata chiusa sotto i vostri occhi; va inoltre evitato il ghiaccio – qui spesso casca l’asino perché non ci si fa caso – e si consiglia di lavarsi i denti con acqua potabile. Altri alimenti da evitare sono le uova crude o insufficientemente cotte, i gelati di dubbia provenienza, soprattutto quelli venduti per strada, il pesce e i crostacei che possono contenere tossine pericolosissime e talvolta mortali. Infine massima cautela con il latte che è sempre bene bollire prima dell’uso. Se le cose vanno proprio male allora è bene ricorrere al medico e a una terapia antibiotica. I farmaci specifici sono i fluorochinolonici (ciprofloxacina, norfloxacina) che offrono una protezione elevatissima ma non sono prescrivibili al di sotto dei 18 anni; la rifaximina, attualmente l’antibiotico elettivo per questo tipo di problemi, e infine la doxiciclina, di cui però sono attestati fenomeni di resistenza da parte dei germi in oggetto. Non dimenticare infine che l’antibiotico va sempre accompagnato dall’assunzione di probiotici in grado, in questi casi, non solo di ripristinare la flora intestinale ma anche di ridurre, se presi come fattore preventivo, l’entità del disturbo. Non resta che augurare buon viaggio, e tale sarà se si manterrà una sufficiente vigilanza, anche sulle tentazioni della gola e le più che legittime curiosità alimentari.

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Salute

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» testimonianza raccolta da Nicoletta Barazzoni; fotografia di Igor Ponti

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Rossana Taddei

Vitae

senza sgarrare, la disciplina imposta dalla dittatura militare. La maggioranza degli insegnanti facevano parte del regime… ricordo uno di loro che a volte teneva la pistola sulla scrivania. Per noi, che arrivavamo dalla Svizzera, fu un contrasto molto scuro. Cercavamo di essere contenti dentro quella situazione di tensioni e distruzione. Non è stato il momento più difficile della mia vita perché ho vissuto la dittatura sul suo finire. I veri momenti duri sono quando si affronta la perdita di persone a cui vogliamo bene. Questo è un lato positivo che mi fa vivere la vita come Porta con sé il senso della vita con un insegnamento: affrontacoraggio, trasmettendo nelle sue canzoni re le cose accettandole. Per e nella sua musica, il desiderio di condi- tutti ci sono i momenti di sofferenza e dolore, che sono visione con gli altri esseri umani quelli che ci formano. Sono entusiasta della mia vita e il silenzio della neve. Avverto non cambierei nulla perché faccio musica e dunque la differenza tra i due sono contenta di poter creare. Ho respirato luoghi che mi permette di la forza creativa di mio padre Giulio Taddei stare bene. Ho sempre conoDominguez, che era un artista pittore. Sono sciuto persone molto solari stata sempre coinvolta nelle attività artistiin Ticino, con un enorme che e da questo ho preso la mia passione senso del rispetto. Le sue traper la musica, che guida i miei movimenti. dizioni semplici sono quelle Ho raggiunto luoghi fantastici con la mia a cui tengo maggiormente. musica. Non ho segreti perché la menzogna Quando vado al Monte Brè, non mi piace. L’inganno non serve a nessudove sono nati i miei nonni, no. Quando qualcuno sta ingannando, tutti percepisco un legame diretto quegli che gli stanno intorno ne pagano le con tutti i miei antenati. In conseguenze. Ho la tendenza a pensare che tutti i piccoli pueblos si onoragli altri siano buoni e bravi, e questo, malno le tradizioni, si accende il grado tutto, è un aspetto a cui non voglio fuoco nel camino, si prepara rinunciare. Sono sicura che cantare e fare la polenta, la si accompagna musica è il compito che ho su questa terra. con del buon vino. Questo fa La mia è una religione interiore, che è quella del Ticino una grande casa. Le di neutralizzare il negativo per creare un’arcose belle che ho in Uruguay monia. Non sono stata battezzata ma all’età sono gli amici e la mia vicidi 6 anni ho voluto farmi battezzare, decinanza con il mio pubblico, dendo autonomamente. Mia madre e mio ma anche il senso del tempo padre mi hanno sempre insegnato a fare ciò che è molto più sciolto. Non che sento dentro, senza impormi dei limiti ci sono così tanti formalismi, quando si tratta del mio cuore. Gli amici che un amico ti suona il campaho sono maestri di vita, gli incontri profondi nello senza avvisarti. sono quelli che ci insegnano. Poco tempo Nel periodo in cui ci fu la ditfa è partita la Negra, una cara amica che mi tatura, iniziata nel 1973, non ha insegnato tante cose. Per me il futuro vivevamo in Uruguay poiché non esiste perché se pensi che il presente è siamo rientrati in Svizzera nel permanente non esiste né passato né futu1970 per poi ritornare in Ururo. Il presente è adesso, domani… non so! guay nel 1981. La dittatura è Per chi ha avuto un passato pesante dico di finita nel 1984. A quell’epoca allenarsi a liberarsi delle brutte esperienze, frequentavo il liceo. Sono stase non le abbandoni non ti permettono di ti anni duri. Si doveva indosandare avanti. Ringrazio la vita che ci ha sare l’uniforme e rispettare, fatti incontrare!

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P

enso che la vita sia movimento e nel mio caso è stata colma di bellezze e di incontri che sicuramente mi hanno cambiata in meglio. Siccome penso che vivere sia una continua evoluzione, di conseguenza il rapporto che si ha con l’esistenza dipende da come la si tratta, poiché ritengo sia una “ida y vuelta”, un’andata e un ritorno. Ho capito che il rapporto con la vita è direttamente collegato a quello che la vita stessa ti elargisce. Come si pensa, le cose che si vogliono, i desideri, i pensieri positivi tornano indietro, compresi gli aspetti negativi. Una volta afferrato come gira, e una volta compreso come trattare la vita, essa si rivela molto generosa. Non so esattamente quanto peso e che posto possa assumere la fortuna in tutto questo scorrere, perché siamo sempre noi a creare la nostra stessa vita. Certo non nego che ci siano momenti in cui ci si trova al posto giusto e si azzecca l’occasione propizia. Questa potrebbe essere fortuna, ma inizialmente quella persona ha desiderato quella determinata cosa che gli è capitata, e tutto si trasforma e diventa un fatto di vita. Sono nata in Uruguay. All’età di un anno, ci siamo trasferiti con la mia famiglia e mio fratello Claudio in Ticino, dove è nato mio padre, originario di Brè. Mia madre invece è nata in Uruguay. Prima di ritornare in Uruguay i miei genitori si sono consultati con me e mio fratello Claudio, coinvolgendoci nella loro decisione. La mia curiosità nel voler tornare in Uruguay, era legata ai momenti trascorsi durante le vacanze, e dunque i miei ricordi di bambina risalgono a quel periodo e a mia nonna Pedrolina. Del Ticino mi sono portata con me il verde, la natura, la sua energia e la sua forza. Ogni volta che rientro mi sento respirare, sento un cambiamento nel mio essere e nella mia anima, un’energia molto potente. Anche d’inverno con


Gli angeli custodi del lago testo a cura della Redazione; fotografie di Jacek Pulawski

Fondata il 9 aprile del 1933 nel ristorante “Zur Kaufleuten” di Zurigo con l’obiettivo del “salvataggio di persone in difficoltà in acqua”, la Società Svizzera di Salvataggio vanta una storia lunga e gloriosa. La Slrg Sss ha infatti rappresentato un’organizzazione all’avanguardia a livello internazionale sia sul piano della formazione degli operatori sia per quanto concerne l’acquisizione di tecniche e tecnologie sempre più raffinate e mirate alla tutela e alla sicurezza dei bagnanti


L’

acqua è il loro elemento. In essa sono sempre pronti a gettarsi, forti non solo delle conoscenze tecniche ma anche dei sentimenti di impegno, fedeltà e dedizione di cui Bruno Michel, capo istruttore dal 1987 al 1991, avverte oggi sempre più la mancanza. Ma sarebbe ingenuo e superficiale ritenere che il compito di un “salvatore” – la parola è forte e non manca di evocare un senso di fiducia e riconoscenza – si limiti alla sorveglianza e, appunto, al soccorso. Durante la sua storia quasi centenaria la Società Svizzera di Salvataggio (Slrg Sss) ha infatti articolato la propria funzione attraverso un complesso insieme di attività. Certo, l’assistenza e l’intervento lungo i fiumi e le coste dei nostri laghi rappresentano gli aspetti più evidenti e nobili – un aggettivo che non si ha timore di utilizzare in questi frangenti –, ma va detto che dietro tutto ciò vi è molto altro. Gli aspetti relativi alla formazione degli operatori, all’approfondimento delle tecniche mediche di rianimazione, alla sensibilizzazione del pubblico alle regole basilari da adottare prima di immergersi in acqua, sono stati essenziali nello sviluppo della Slrg Sss. Ma altrettanto importante è stata la capacità della Società Svizzera di Salvataggio di entrare in contatto e “contaminare”

tutte quelle realtà associative e istituzionali, per le quali le conoscenze delle tecniche di salvataggio in acqua rappresentavano e rappresentano un bagaglio indispensabile. A partire dalla cooperazione con la Croce Rossa Svizzera, risalente alla prima metà del secolo scorso, fino alla collaborazione con la Federazione dei medici svizzeri, con la Società Svizzera delle Truppe Sanitarie, con il Club Alpino, con la Federazione dei Samaritani, con la Protezione civile, con le stesse forze di polizia (il brevetto I è oggi obbligatorio sia per i funzionari/e di polizia sia per gli insegnanti di attività sportive) e persino con lo U.S. Army. La definizione di procedure e strategie sempre più aggiornate permette oggi di formare operatori (la parola “bagnini”, pur con la sua aura letteraria e cinematografica, appare riduttiva) di elevata professionalità in grado di intervenire sia in acqua sia sulla persona recuperata attraverso le tecniche di respirazione e la rianimazione cardiopolmonare. Ma a contare, prima di tutto, deve essere il grado di autocoscienza e di responsabilità del bagnante: immergersi in acqua è un’esperienza piacevolissima ma va compiuta tenendo conto di alcune norme che non possono essere ignorate, come ci hanno spiegato Philipp Binaghi e Boris Donda, rispettivamente responsabile del settore Comunicazione e marketing presso


in apertura e nelle pagine seguenti: alcuni momenti dell’addestramento degli operatori nel Sempachersee, presso la città di Lucerna. Ci si esercita a intervenire utilizzando le tecniche di salvataggio e di rianimazione La Società Svizzera di Salvataggio Slrg Sss è la maggiore organizzazione svizzera per la sicurezza in acqua. Riconosciuta da Zewo come organizzazione umanitaria di pubblica utilità, essa si prefigge come scopo la formazione di salvatrici e salvatori, la prevenzione degli infortuni e il salvataggio da situazioni d’emergenza di ogni tipo, in modo particolare in acque ferme e correnti. Con 27.500 membri attivi a titolo onorifico in tutte le parti del paese, essa opera secondo l’ideale della Croce Rossa, incoraggiando il nuoto come sport per tutti e il lavoro con i giovani


Jacek Piotr Pulawski Di origini polacche, classe 1978, opera come fotogiornalista freelance in Svizzera e all’estero per quotidiani e riviste. Nel 2009 ha ricevuto il premio della “Swiss Press Photo” come miglior fotografo dell’anno e ulteriori riconoscimenti sono giunti nel corso del 2010. Per ulteriori informazioni: www.pulawski.ch

Società Svizzera di Salvataggio Slrg Sss Sede amministrativa Schellenrain 5 CH-6210 Sursee tel.: 41 925 88 78 fax: 41 925 88 79 kom@slrg.ch www.sss.ch

la sede amministrativa di Sursee e presidente della Regione sud della Società Svizzera di Salvataggio. Signor Binaghi, che tipo di preparazione fornite e chi sono le persone che decidono di seguire i vostri corsi? “La formazione si basa innanzitutto sull’istruzione alla prevenzione. Il tema di fondo è «riconosci il pericolo prima che accada qualcosa» un concetto che rappresenta la nostra filosofia di formazionedidattica. Ovviamente anche il caso grave e l’emergenza rientrano in ciò e il salvataggio è al centro dei corsi. Ma per noi il compito inizia prima dell’emergenza. È per questa ragione che ci rivolgiamo all’intera popolazione svizzera. Dai giovani ai vecchi, in particolare a insegnanti, poliziotti e operatori addetti alla sorveglianza dei lidi e dei luoghi in cui ci si immerge”. Quali sono le fasi della preparazione e che tipo di requisiti sono richiesti ai partecipanti? “Due sono i motivi fondamentali che spingono le persone alla partecipazione ai corsi: da una parte l’aiuto verso il prossimo nelle situazioni di emergenza; dall’altra ragioni di natura pragmatica e il desiderio di ottenere una specifica formazione alla sicurezza in

acqua. I requisiti minimi sono saper nuotare sia sul ventre sia sul dorso e alcuni metri sott’acqua. Dal 2012 questi sono i requisiti per la nuova formazione modulare in questo caso specialmente per il brevetto I. Ciò consentirà a ciascun partecipante di scegliere più liberamente il proprio percorso formativo”. Una domanda personale a entrambi. Come siete giunti a collaborare con la Slrg Sss? (Binaghi) “Diversamente dai 27.000 volontari che operano nella nostra organizzazione io sono impiegato negli uffici di Sursee e mi occupo degli aspetti legati al marketing e alla comunicazione. In realtà, dopo università ho lavorato per un certo periodo nella finanza. Quando però mi si è offerta la possibilità di lavorare per la Società ho preso la palla al balzo perché non si ha spesso nella vita la possibilità di svolgere un’occupazione che abbia un senso così profondo sul piano sociale e umano”. (Donda) “All’età di quindici anni facevo parte della Società Nuoto Bellinzona e per i giovani di allora come per quelli di oggi si auspica che il giovane si formi anche come salvatore. Ho ottenuto il brevetto I e da li è stato un susseguirsi di interesse e di corsi di formazione a vari a livelli. Anche in questi mesi ho frequentato corsi di aggiornamento


nel fiume Verzasca e nel lago Maggiore per approfondire meglio il soccorso e gli interventi da effettuare nelle acque libere”. Signor Donda, che tipo di sostegno ricevete? “La parte del leone nel sostentamento della Slrg Sss giunge dai suoi quasi 15.000 sostenitori. Grazie al loro apporto economico è possibile lavorare giornalmente per il bene e la salute dei cittadini svizzeri. Per quanto riguarda la Regione Sud abbiamo il sostegno finanziario dell’Amministrazione fondi Lotteria intercantonale e Sport-Toto, che ci aiutano a svolgere le nostre attività, in particolare il lavoro di picchetto delle diverse sezioni presenti nei laghi Maggiore e Ceresio. Un importante ruolo di supporto e di collaborazione tecnica lo svolge la Polizia Lacuale. Da anni vengono organizzati corsi e giornate in comune per favorire le conoscenze reciproche nell’ambito del soccorso. Senza dimenticare l’ottima collaborazione che abbiamo con tutti gli altri enti di soccorso presenti sul territorio cantonale”. Quale rapporto si instaura con la persona salvata? “Non è facile descrivere i vari sentimenti che sorgono sia nella persona salvata sia nel salvatore. Certamente si ricevono i ringraziamenti e l’attestazione di stima per l’impegno profuso nel salvare

vite umane. Un semplice grazie e una stretta mano è la migliore attestazione che può ricevere un salvatore. Per contro bisogna sottolineare che tante volte i bagnini vengono additati erroneamente come colpevoli per non aver evitato un incidente; in quanto alcuni bagnanti credono che la sola presenza del sorvegliante sia sufficiente a evitare qualsiasi infortunio. Ma non si rendono conto che il primo passo lo devono proprio fare i bagnanti, evitando comportamenti che mettono a rischio la loro vita”. Quali sono gli errori che i bagnanti commettono più spesso? “In primis sono il mancato rispetto delle regole base del bagnante (non entrare in acqua subito dopo aver mangiato o aver assunto bevande alcoliche in eccesso, non lasciare i bambini incustoditi, non tuffarsi in acqua accaldati o sudati, non tuffarsi in acque torbide o sconosciute, non entrare in acque profonde con materassini e non nuotare per lunghe distanze da soli). Importante inoltre è saper rispettare l’acqua come elemento naturale, valutando sempre la temperatura, la corrente e la portata. Se non ci sentiamo bene evitiamo di entrare in acqua. Il nostro obiettivo primario è quello di fare in modo che le persone siano in grado di avvicinarsi all’acqua senza paure ma con rispetto”.


Santa Caterina. Un eremo tra le rocce testo di Roberto Roveda; fotografie di Reza Khatir

dopo che per secoli si sono succedute comunità diverse di religiosi: per primi i domenicani, poi i frati ambrosiani e quindi i carmelitani. Generazioni di monaci e frati che hanno continuato a ingrandire e abbellire Santa Caterina trasformandola in un complesso assolutamente originale e del tutto asimmetrico, irregolare come irregolare è il balcone di roccia che lo ospita. Vi si giunge o via lago – ora si sta costruendo un nuovo porticciolo di approdo – oppure dalla strada che corre più in alto, lungo la costa. Dopo aver disceso una ripida scalinata; superato l’ingresso troviamo l’edificio del Convento meridionale, eretto tra il XIV e il XVII secolo con le sue sette arcate dopo il quale si giunge al “cortile del torchio”, così chiamato perché ancora oggi ospita un torchio usato dai carmelitani nel Settecento per spremere uva e olive.

In

Luoghi

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principio fu il lago, il lago Maggiore, in una notte di tempesta del lontano 1170. Mentre vento, onde e fulmini turbinavano attorno alla sua barca – poco più di un guscio di noce, a dire il vero – Alberto dei Besozzi di Arolo, ricchissimo mercante della zona, nonché usuraio tra i più avidi, raccomandava la sua vita a Santa Caterina di Alessandria. Se si fosse salvato, avrebbe cambiato vita, mollato tutti in suoi intrighi e maneggi e fatto l’eremita, dedicandosi a preghiere, penitenze, digiuni e sante meditazioni per il resto della sua vita. Per grazia ricevuta il malcapitato mercante fece naufragio su una sponda rocciosa, in un luogo chiamato Sasso Ballaro, non lontano da Leggiuno. Perse la barca e tutte le merci, ma ebbe salva la vita. Alberto sapeva che coi santi non si può scherzare e decise di rispettare in pieno le promesse fatte. Così lo sperone roccioso dove aveva trovato rifugio divenne per il resto dei suoi giorni la sua dimora e l’antico mercante-usuraio cominciò ben presto a godere di fama di santità. Il luogo dove viveva divenne meta di pellegrinaggi, tanto che nel 1195 venne costruita, sulle rocce del naufragio, una cappella dedicata a Santa Caterina, vicino alla quale Alberto – ormai per tutti il Beato Alberto – venne sepolto nel 1205. Dalla promessa al Monastero Così nacque il primo nucleo dell’eremo di Santa Caterina del Sasso, complesso monastico abbarbicato sulle rocce a strapiombo in uno dei punti in cui il lago Maggiore è più profondo e la costa più impervia. Un luogo sospeso sull’acqua e quasi proteso verso il cielo dove meditare, pregare o anche semplicemente riposare godendosi il panorama del lago che riempie lo sguardo: le isole, Pallanza e Stresa in lontananza. Ora che la provincia di Varese – proprietaria del complesso – ha condotto lunghi lavori di restauro tra il 1970 e gli anni Novanta del Novecento, l’eremo è tornato a fiorire ed è affidato alle cure di una comunità di monaci benedettini,

“Solitario e deserto” Sul cortile si affaccia l’edificio del Conventino, costruito dai domenicani nel XIII secolo. Al suo interno si può ammirare, come scrive Piero Chiara nella Stanza del Vescovo, “un affresco con degli scheletri che ballavano il trescone”. Si tratta di una danza macabra, in cui viene mostrato l’irrompere improvviso della Morte nella quotidianità umana. Si giunge allora nel cuore del complesso monastico, con la Chiesa del Carmine e il suo campaniletto quasi in delicato equilibrio nel vuoto. L’edificio, eretto nel corso del Cinquecento assemblando assieme costruzioni più antiche, comprende al suo interno la primitiva cappella voluta dal Beato Alberto in onore di Santa Caterina in cui è sepolto il fondatore. Un breve passaggio conduce alla grotta all’interno della quale l’usuraio pentito trascorse i sui anni di eremitaggio. Finita la visita vale la pena di sostare a godersi la quiete del luogo e il panorama: come scrive sempre Piero Chiara nel suo romanzo, Santa Caterina è un luogo in cui il tempo pare avere una dimensione antica, dimenticata. La parola eremo, “luogo solitario e deserto”, qui conserva ancora un significato pieno e reale. per informazioni: www.provincia.va.it/santacaterina Il sito con tutte le informazioni per organizzare la vostra gita a Santa Caterina del Sasso. per saperne di più: Stefano Bianchi Lago Maggiore Alberti, 2006 Una approfondita guida storica, artistica, paesaggistica di tutto il lago e dei suoi luoghi di maggiore interesse. Annie Veschambre Lago Maggiore. Camminare tra arte e natura Macchione editore, 2006 Non una semplice guida, ma un racconto di quanto il Verbano può offrire dal punto di vista artistico e naturalistico.


Ritocchi sì, ritocchi no Medicina estetica: cosa fare – o non fare – prima delle vacanze Tendenze p. 48 – 49 | di Patrizia Mezzanzanica

Estate: tempo di seduzione e divertimento, di corpi esibiti e abbronzati, la stagione in cui essere in forma è ancora più importante di sempre Quando diete, ginnastica e creme non bastano più – o così ci sembra – è tempo di un ritocchino last minute che tonifichi e snellisca dove è necessario, elimini qualche ruga, illumini il volto o dia volume alle labbra. Insomma, ci faccia sentire al top della forma durante le tanto attese vacanze. Meglio sarebbe stato pensarci prima in verità, perché l’estate non è proprio il momento più adatto: le conseguenze delle radiazioni solari, il caldo, l’epidermide trattata che risulta comunque indebolita, sono controindicazioni note a tutti i medici estetici e ai chirurghi plastici che consigliano, infatti, di rimandare la maggior parte degli interventi in autunno, quando l’abbronzatura è scomparsa e la pelle è meno stressata. Ma fra tanti trattamenti off limits, ne esistono alcuni possibili. Anzi, addirittura consigliati.


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Prima

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Biorivitalizzazione È un trattamento che nutre la pelle in profondità attraverso piccole iniezioni di cocktail di sostanze rivitalizzanti come le vitamine, gli aminoacidi e l’acido ialuronico, indicate per qualsiasi parte del corpo: mani, piedi, viso, decolté e collo. Ancora più efficace è Hydrobalance di Restylane, un metodo di idratazione intensa che utilizza acido ialuronico nasha (Non-Animal Stabilized Hyaluronic Acid): un gel particolarmente morbido, simile a quello presente nella cute e in grado di ristabilire l’equilibrio idrico del derma provato dalle radiazioni solari, mantenendo tonicità ed elasticità.

Peeling dell’autunno Compito del peeling è sostituire il tessuto invecchiato con uno più sano e meno danneggiato. L’effetto è quello di un generale ringiovanimento della pelle che, dopo l’estate, risulta sovente ispessita, spenta o macchiata. Ne esistono per tutte le esigenze. L’americana NeoStrata, pioniera dell’acido glicolico, ne presenta tre tipi: antiossidante e anti-age per il fotoinvecchimanto marcato, schiarente per le irregolarità della pigmentazione cutanea o purificante, indicato in caso di pelle seborroica e acne.

Filler e botulino Modellare, scolpire, riempire, dare volume: è quello che fanno i filler servendosi di collagene o acido ialuronico. Distendono le rughe, ne ritardano la comparsa, alzano glutei e zigomi, ridefiniscono i contorni del viso, tonificano l’interno delle braccia e delle cosce, garantiscono labbra più carnose e possono essere fatti anche in estate perché non sono particolarmente sensibili al caldo o ai raggi UV. L’unica precauzione è usare una protezione alta quando ci si espone al sole, per evitare che la pelle si disidrati troppo e il risultato duri meno del previsto. Anche il botulino o tossina botulinica, non ha controindicazioni. Iniettato in percentuale non dannosa per l’organismo, rilassa il muscolo diminuendo le contrazioni, con la conseguente attenuazione della ruga.

Ossigenazione L’ossigeno è un elemento essenziale per la freschezza dell’epidermide. Il tempo e le radiazioni, infatti, oltre a privarla di collagene, elastina e acqua, la rendono carente di ossigeno. Contro la pelle asfittica e invecchiata, le macchie e la couperose che spesso si ereditano da una lunga esposizione al sole, o per pelli a tendenza acneica, l’ossigeno puro ad alta pressione può essere di aiuto. Il metodo Staminox è fra le tecniche di ossigenazione più avanzate perché ottimizza la propulsione dell’ossigeno e quindi l’attività delle staminali vegetali, (principi attivi prelevati da un particolare tipo di mela), capaci di rigenerarla e stimolarne il rinnovamento cellulare.

Criolipolisi Può essere effettuata in qualsiasi stagione, anche poco prima delle vacanze. È una tecnica innovativa, non invasiva, che utilizza il freddo per sciogliere gli accumuli di grasso localizzati, senza aghi, bisturi o anestesia. Tratta pancia, fianchi, parte esterna della coscia, glutei, anche le aree piccole, per le quali una liposuzione sarebbe esagerata. Il metodo Zeltiq tm, sviluppato dai medici ricercatori dell’Università di Harvard e del Massachusetts General Hospital, è tra i più sicuri perché utilizza un procedimento innovativo per selezionare, raffreddare ed eliminare le cellule adipose con la massima efficacia, senza intaccare muscoli o pelle.

Laser e luce pulsata Agiscono colpendo un bersaglio cromatico che la melanina, presente nella pelle abbronzata, potrebbe “catturare”, vanificandone l’intervento. Ecco perché in estate vanno evitati. Per eliminare macchie, peli, capillari e inestetismi vari, o per migliorare più generalmente texture e luminosità della pelle, meglio aspettare di essere tornate bianche.


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La scoperta della vita

Parigi,

» illustrazione di Adriano Crivelli

» di Roberto Roveda

1960. Jean-Louis Jobert conduce una vita incolore, regime franchista e quella di una Francia gollista in cui regna monotona, piatta, ben simboleggiata dai completi grigi che il più ammorbante dei conformismi. E per capire quanto sia indossa ogni mattina per recarsi in studio. Si occupa di finanza, soffocante questo mondo parigino all’alba dei Sessanta basta ha una moglie (Suzanne) e il suo tran tran osservare Suzanne, la moglie di Jean-Louis, quotidiano è interrotto solo dalle saltuarie nei suoi tailleur e perfino nelle sue camicie da visite dei due figli mandati a studiare in colnotte, sempre ispirate a un decoro formale legio. Nel sottotetto dello stabile in cui vive, in cui l'apparenza finisce con il costituire però, abita un gruppo di donne spagnole di l’unica sostanza. cui Jobert non si cura minimamente fino a Su questo sfondo Le Guay costruisce una che non assume a servizio Maria, una giocommedia piacevole, leggera, simpatica, vane appena arrivata da Burgos. Da questo come spesso sanno essere le commedie momento in poi il protagonista viene cafrancesi. Un film anche furbo e pronto a tapultato in un mondo e una cultura comvenire incontro ai desideri dello spettatore, pletamente diversi dall’asettica realtà della che non vede l’ora che il protagonista evada buona borghesia parigina. È un lento avvicidalla gabbia in cui vive. Una pellicola basata namento ricco di episodi esilaranti, giostrato su un’idea forte, quella del confronto tra due magnificamente tra la vitalità e la contagiosa mondi incapaci di parlarsi e di capirsi: quello simpatia delle spagnole – le donne del sesto delle donne spagnole, accogliente, aperto e piano che danno il titolo al film – ciascuna solidale, l’altro, quello della borghesia franLe donne piano don del 6° pi di Philippe Le Guay con una sua spiccata personalità – la zia cese, chiuso e sospettoso. Su questa idea di Francia, 2011 Concepción, la “militante” Carmen, la pia partenza il regista costruisce un racconto Dolores, la platinata Teresa – e la tenerezza di Fabrice Luchini, convincente in cui si muovono personaggi reali, mai eccesattore eccezionale nella parte del protagonista, un borghese di sivamente stereotipati. Alla fine il pubblico è soddisfatto e mezza età in procinto di rivoluzionare la sua vita. contento, anche perché la pellicola trova suggello nel sorriso Sullo sfondo di questa storia di progressiva conoscenza reci- finale di Jean-Louis Jobert, simbolo della conquistata libertà proca si muove la storia con la “S” maiuscola: quella di una da un’esistenza in cui non si riconosceva più e di un nuovo Spagna da cui si fugge perché impera la claustrofobia del amore con una delle “donne del 6° piano”.


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Astri gemelli

cancro

Grazie a Giove e a Plutone disporrete del desiderio e della forza per cambiare le cose. Forte la smania di realizzarsi in qualcosa di utile. Usate il potere raggiunto per ripulirvi da ogni fastidioso residuo.

Stanchezza tra l’8 e il 9. Creatività sempre in primo piano, ma attenti a non comunicare ai quattro venti le vostre intuizioni. Con Mercurio in quadratura c’è il rischio di uno scippo di idee. Relazioni frizzanti.

Per il periodo compreso tra il 7 e il 13 si apre una fase di incontri. Grazie agli effetti del transito di Mercurio nella Vergine instaurerete amicizie sulla base delle reali affinità. Praticate attività fisica.

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Grazie al transito di Venere ogni giorno che passa acquistate in bellezza, creatività e amore. È il momento adatto per prendersi qualche soddisfazione. Magnetismo e potere seduttivo in crescita esponenziale.

Buone opportunità professionali grazie ai magnifici trigoni con Giove e Plutone. Sfruttate al massimo il transito di Marte per stabilire proficue collaborazioni con le persone a voi più affini. Più flessibilità.

Tra l’8 e il 9 agosto, grazie agli influssi della Luna e di Venere potrete godere di atmosfere romantiche. Approfittate di questi momenti per allontanarvi dalle vostre tensioni. Seguite i messaggi del cuore.

Indolenti e pigri, e a volte un po’ permalosi. Sbalzi umorali durante la giornata del 7 agosto. Cercate maggiore armonia con i membri della vostra famiglia. Con Marte in Cancro momento buono per viaggiare.

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Il 9 agosto segnato da novità e da incontri. Grazie a Mercurio retrogrado riuscirete a concludere brillantemente un vecchio affare. Favoriti nei sentimenti i nati nella seconda decade. Fortuna in viaggio.

Buone opportunità professionali. Se riuscirete a cavalcare le tensioni in corso grazie a un ritrovata fiducia in voi stessi avrete l’opportunità di fare “strike”. Il 10 e l’11 agosto richiedono maggior cautela.

Sollecitazioni e appetiti sessuali a partire dal 7 agosto. Grazie all’opposizione con Venere siete troppo pigri per impegnarvi in qualcosa di serio. Attenzione a non mangiare e a non bere troppo. Più sport.

Periodo favorevole grazie agli ottimi transiti. Sviluppi finanziari. Incontri sentimentali e potere seduttivo in crescita grazie all’ingresso di Marte nella casa dell’amore. Soluzioni positive tra il 10 e l’11.

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Orizzontali 1. Ingiuria, insulto • 10. È simile alla cetra • 11. Le conifere natalizie • 12. Solco lunare • 14. Anno Domini • 15. Misura di superficie • 16. Arti pennuti • 17. Fiumiciattolo • 18. Risuona nell’arena • 20. Il pronome dell’egoista • 21. Consonanti in cielo • 22. Idonea • 24. Ungheria e Lussemburgo • 25. Io, in altro caso • 26. L’alza l’irato • 28. Atomo • 30. Pittore francese • 31. Completa, intatta • 33. Bel fiore a palla • 35. Un tipo di lavoro all’uncinetto • 37. Torna sempre indietro • 38. Comunità Europea • 40. Si a Londra (Y=I) • 41. Le iniziali di Carboni • 43. Se ne fa uno... di risate • 45. Fuoriesce dal vulcano • 47. Lago asiatico • 48. Adorata • 50. Articolo indeterminativo • 52. I confini di Pugerna • 54. Sconfitte • 56. Campicello coltivato • 57. Velivolo. Verticali 1. Noto romanzo di M. Connelly • 2. Un frutto di bosco • 3. Distesa erbosa • 4. Parte di pagamento • 5. Chi la dà, deve mantenerla • 6. La coppiera degli dei • 7. Una pedina coronata • 8. Una lingua • 9. Intacca la vite • 13. Ordinò la strage

» a cura di Elisabetta

toro

La soluzione verrà pubblicata sul numero 33

ariete A partire dal 7 agosto gli aspetti marziani saranno bilanciati da un’ottima Venere in Leone. Se vorrete il vostro partner potrà esservi di valido aiuto. Soddisfazioni da parte dei figli. Atmosfere romantiche.

degli innocenti • 19. Il nome di Fieramosca • 22. Piacevoli • 23. Una cassa... ossea • 27. Tardo di comprendonio • 29. Il fiume egizio • 30. L’inizio della cena • 32. Sigla radiologica • 34. La lettera muta • 36. Giovani militi • 39. Precisa, corretta • 42. Stelo • 44. Preparate per la semina • 46. Mezzo vaso • 49. Vocali in cassa • 51. Piccolo difetto • 53. In mezzo al mare • 55. Antica città mesopotamica.

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7000 famiglie sono state deportate in quest’area desolata dove sono costrette Villaggio di Kan Dang Kao a vivere in condizioni disumane

vero amore

conosciuto misura

Associazione Missione Possibile Svizzera Banca Raiffeisen Lugano Numero di conto: 1071585.70 Via Ungè 19, 6808 Torricella Via Pretorio 22 IBAN: CH04 8037 5000 1071 5857 0 Tel. +41 91 604 54 66 6900 Lugano Codice bancario: 80375 www.missionepossibile.ch info@missionepossibile.ch

Ticino7  

Numero 31 - Settimanale della Svizzera italiana

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