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Ticinosette n° 3 21 gennaio 2011

Impressum Tiratura controllata 72’011 copie Chiusura redazionale Venerdì 14 gennaio Editore Teleradio 7 SA, Muzzano Direttore editoriale Peter Keller Redattore responsabile Fabio Martini Coredattore Giancarlo Fornasier Photo editor Reza Khatir Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55 Direzione, redazione, composizione e stampa Centro Stampa Ticino SA via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch Stampa (carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona Pubblicità Publicitas Publimag AG Mürtschenstrasse 39 Postfach 8010 Zürich Tel. +41 44 250 31 31 Fax +41 44 250 31 32 service.zh@publimag.ch www.publimag.ch Annunci locali Publicitas Lugano tel. 091 910 35 65 fax 091 910 35 49 lugano@publicitas.ch Publicitas Bellinzona tel. 091 821 42 00 fax 091 821 42 01 bellinzona@publicitas.ch Publicitas Chiasso tel. 091 695 11 00 fax 091 695 11 04 chiasso@publicitas.ch Publicitas Locarno tel. 091 759 67 00 fax 091 759 67 06 locarno@publicitas.ch In copertina Illustrazione di Antoine Deprez

Giochi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Astri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Agorà Alzheimer: la vicinanza che scompare Luoghi Una Cattedrale vegetale Letture L’uomo è ciò che “fa” Vitae Edo Bertoglio

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GAIA GRIMANI

ALESSANDRO TABACCHI

GIANCARLO FORNASIER

STEFANIA BRICCOLA

Reportage Il Goetheanum

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ELISABETTA LOLLI; FOTOGRAFIE DI MATTEO AROLDI . . . . . . . . . . . . . . . .

Noi e le “cose”: per una cultura del fare Realizzare un oggetto con le proprie mani non ha eguali. Se eseguito con i dovuti criteri funzionali ed estetici – insomma, “bello anche da guardare” oltre che confacente al suo compito –, la sua stessa costruzione è un’esperienza irripetibile. Prima ancora della sua “messa in opera” vi è la progettazione, a volte solo mentale. Nessun disegno, nessuna misura: l’oggetto è già fra i nostri pensieri è lì prende vita. Ma l’atto creativo porta sempre in sé il seme dell’errore, che cresce con la complessità di quello stiamo facendo. L’imprevisto: una somma di casualità, inesperienza o semplice incapacità. Non tutti insomma possiamo (e dobbiamo) saper fare tutto. Anche in ambiti apparentemente meno complessi come la cucina, la certezza del risultato è spesso solo un miraggio: la preparazione di un piatto e “l’esecuzione” di una ricetta porterà a un risultato “sempre uguale”? No, forse simile ma non identico. La stessa provenienza dell’acqua utilizzata per la preparazione di un innocuo piatto di pasta al burro ha un’importanza tale da modificare tempi di cottura e sapore del povero bucatino. E l’aggiunta del burro (con tutte le sue variabili qualitative)

moltiplica ulteriormente il ventaglio dei risultati finali. La nostra realtà è complessa e sfuggente, banale solo agli occhi di chi non vuole o non ha gli strumenti per osservarla. L’uomo, le sue capacità, la civiltà e le sue conoscenze acquisite (e spesso perdute) sono in grado di raccontare non una ma milioni di storie. Tutte simili ma in fondo tutte molto diverse: perché alle loro spalle vi sono ingredienti non identici. La ricchezza e la meraviglia di quello che ci circonda in fondo sta tutta qua: non potremo mai avere ciò che credevamo di ottenere per certo. In questo senso, il “fare” non può che aiutarci a meglio comprendere i nostri limiti: noi stessi. Esperienze culturali e sociali come quelle espresse e legate alla figura di Rudolf Steiner – che affrontiamo nel nostro Reportage e la cui figura è al centro di un profondo dibattito oltre Gottardo –, mostrano come al nostro innato bisogno di esprimerci sia necessario proporre idee e soluzioni. Esse possono essere considerate per alcuni errate e controproducenti. Ma l’immobilismo politico e sociale certo non rappresenta una risposta accettabile. Buona lettura, la Redazione

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Alzheimer: la vicinanza che scompare

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Agorà

L’Alzheimer, definita anche “epidemia silente”, è in aumento progressivo in tutto il mondo. È probabilmente la malattia che in assoluto coinvolge più di ogni altra chi si prende cura del malato. A questo numero sconfinato di persone, impegnate nella cura dei loro cari, rivolgiamo la nostra attenzione e la nostra indagine per suggerire possibli rimedi allo sconforto che spesso le investe

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olo in Svizzera 250.000 persone sono toccate direttamente dalla malattia di Alzheimer. Non si tratta dei malati – circa 90.000 in tutta la Svizzera e 3.000 nel solo Canton Ticino – ma dei loro familiari, che si trovano accanto alle persone sofferenti della forma più diffusa di demenza. E la situazione è destinata a peggiorare, considerando il progressivo invecchiamento della popolazione. La malattia di Alzheimer rappresenta un enorme problema per migliaia di famiglie, completamente spiazzate di fronte a una diagnosi che si presenta come una vera e propria condanna. Non c’è forse un’altra malattia che coinvolga così profondamente la vita di un nucleo familiare, aggiungendo alla sofferenza del malato quella delle persone care che gli sono accanto. Per approfondire l’argomento abbiamo parlato a lungo con Rita Pezzati, psicoterapeuta e docente SUPSI, che da oltre 20 anni si occupa specificamente di questi problemi.

Signora Pezzali, quando si può ragionevolmente sostenere che una persona è affetta da Alzheimer? “Una persona ha l’Alzheimer quando si riscontrano una serie di comportamenti come dimenticanze ripetute, che sussistono anche in condizione di attenzione, incapacità di gestire alcune operazioni quotidiane o problemi di linguaggio. Vale allora la pena recarsi da un medico ed esaminare la situazione. La malattia di Alzheimer è una delle tante modalità in cui si esprime una demenza, solitamente senile. La diagnosi rischia di far precipitare paziente e famiglie

nella disperazione poiché si tratta di un disturbo degenerativo che non lascia purtroppo adito alla speranza di guarigione”. Che differenza c’è per chi assiste il proprio parente nelle varie fasi della malattia? “Nella fase iniziale abbiamo un paziente che è ancora autonomo e riesce a svolgere tutte le attività di prima, anche se la memoria presenta dei buchi e si manifestano alterazioni nel linguaggio. Nella fase intermedia, invece, non può più stare da solo: si perde negli spazi ampi e va assistito in tutto. Il proprio caro, a poco a poco, scompare. In realtà scompare/appare con finestre di lucidità che possono durare anche pochi secondi in cui sembra riaffiorare un barlume dell’antica persona. Queste finestre di lucidità sono da una parte una boccata di ossigeno, dall’altra una disperazione perché s’intravede di nuovo per un momento la persona a noi cara, che amiamo, la quale viene subito «riportata» via per sempre. In questa fase chi si prende cura del malato è sottoposto a un carico di lavoro spaventoso; la giornata diventa veramente di 36 ore... L’impegno richiede una grande forza fisica e psichica e genera un enorme sconforto in un’altalena di sentimenti contrastanti che possono condurre all’esaurimento”. Come fare in questi casi? “A questo punto l’ideale sarebbe che i familiari partecipassero ai gruppi di sostegno emozionale che Pro Senectute e l’Associazione Alzheimer organizzano. Sono gruppi di persone che s’incontrano tutti i mesi, e in cui c’è da una parte uno scambio di informazio-


Come cambia ciò che sente il familiare in relazione al rapporto di parentela che ha con l’ammalato? “Cambia completamente. Se, per esempio, il malato è il proprio compagno o il proprio padre, il sentimento di sconforto può essere enorme e più forte il coinvolgimento nella progressiva perdita di contatto, in quanto il compagno è uno specchio identitario nel quale continuamente ci «co-costruiamo» e il padre è uno specchio in cui ci siamo costruiti un tempo. Entrambi questi specchi è come se ci venissero rubati dalla malattia; quando invece il malato è una zia, un suocero o un’altra persona più lontana è sempre drammatico, ma in maniera molto più sfumata...”. Ci sono in questa malattia anche i cosiddetti malati “giovani”: chi sono questi pazienti e quali problemi particolari presentano?

“Per «giovani» s’intendono malati al di sotto dell’età di pensionamento. I problemi qui sono ancora più importanti di quelli dati dalle persone anziane: innanzi tutto la perdita del lavoro con le difficoltà finanziarie che ne derivano. Inoltre, quando un «giovane» nella fase intermedia della malattia si trasforma in un «vecchio» che non sa più lavarsi, non sa più vestirsi e magari in casa sono presenti dei bambini, ecco che tutto diventa più drammatico”. Che cosa succede nell’ultima fase? “Nella fase finale la situazione è disperante perché il malato è totalmente dipendente e chi se ne occupa spesso non ce la fa più”. A che cosa può giovare a questo punto inserire il proprio congiunto in una struttura medicalizzata? “In un certo momento, fortunatamente, ci si rende conto che per il bene del malato e per il proprio è meglio che ci sia qualcuno che di tanto in tanto possa dare un cambio. Si accolgono allora altre persone in casa e si ricorre agli aiuti domiciliari, ai volontari e ai Centri diurni. Gli amici, intanto, piano piano sono spariti; diventa difficile uscire in situazioni sociali, come a teatro, al cinema... anche recarsi al ristorante diventa

problematico. Chi cura il malato, quindi, si trova molto solo, spesso con discussioni in famiglia con chi s’intromette con giudizi o suggerimenti. Tutto il tempo è occupato e la dimensione personale svanisce. Ci può, poi, essere un momento in cui nonostante gli aiuti a casa non è più possibile continuare ad assistere una persona così deteriorata e si è costretti ad affidarla a una struttura. Questo provoca un senso di fallimento totale, ma anche la speranza di star meglio; cosa che non succede, perché si entra nello stress di controllare che in quella struttura facciano le cose «come si deve». Per sopravvivere a questa condizione è necessario concedersi, pur sporadicamente, dei momenti di riposo, togliendosi dalla pericolosa situazione di credersi indispensabile...”. Ma tutto ciò è sufficiente? “Alcuni familiari particolarmente toccati chiedono a volte una psicoterapia singola per riuscire a trasformare la terribile sofferenza in un momento di crescita. Non è impresa lieve trovare il senso in una cosa che sembra totalmente insensata e soprattutto superare il dolore per la perdita di una persona che, pur viva, non c’è più. Ci è stata sottratta senza alcuna speranza di restituzione”.

» di Gaia Grimani

ni concrete con un animatore professionista e, dall’altra, uno scambio di esperienze con gli altri partecipanti. È molto confortante incontrare persone che hanno maturato esperienze con malati, magari molto più gravi del nostro familiare e ce l’hanno fatta. Consola e infonde coraggio”.

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La Cattedrale vegetale Sensazioni arcane e una grande lezione di rispetto per la vita e per l’ambiente naturale. La ricerca di una bellezza romantica in una prospettiva di ecosostenibilità

Permettetemi di iniziare con una nota personale. Negli anni

Luoghi

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degli slanci ideali dell’adolescenza, fu lo studio dell’arte di Caspar David Friedrich e di Giovanni Segantini (quest’ultimo in mostra sino alla fine di aprile presso la Fondazione Beyeler a Basilea, ndr.) a portarmi a una “concezione mistica” del nostro paesaggio montano. Un sentimento esaltante nato sui libri e nei musei e rafforzato in concreto dalla pratica dell’escursionismo. E ancor oggi non vi è cima alpina, anelata o salita, o vallata, percorsa o vista dall’alto, che non mi riporti sempre alla mente la sconfinata bellezza del meraviglioso Trittico della vita segantiniano. Nelle altezze e nella solitudine dei monti cerco il senso profondo del sacro, avvicinandomi alle montagne come se fossero vere cattedrali della natura. Era necessario per me fare questa introduzione per poter descrivere lo stupore e la gioia autentica che ho provato quando, alcune settimane fa, mi sono imbattuto, quasi per caso, nell’opera d’arte ambientale che sto per descrivere. Uno stupore e una gioia di cui vorrei potessero godere in molti. Stavo ritornando da una escursione autunnale sul Pizzo Arera, nelle vicine Prealpi Orobie, quando mi sono trovato, all’inizio di un breve sentierino ai lati della strada in località Plassa, davanti a un cartellone che recitava “Cattedrale vegetale del Monte Arera”. La curiosità fu immediata. Sono bastati due minuti a piedi e subito sono arrivato al pianoro, panoramico e circondato da splendidi boschi, sul quale è stata elevata la Cattedrale. Si tratta di una struttura a cinque navate, una sorta di scheletro vegetale di una cattedrale gotica, costruita utilizzando l’antica arte dei roccoli, tipica dell’area prealpina. Le dimensioni sono imponenti – il lato lungo raggiunge quasi i 30 metri, l’altezza della navata centrale arriva ai 15 metri – e s’impone con la forza subitanea di un’apparizione mistica. Camminando nelle navate di questo tempio alla Natura si scopre che le 42 gigantesche colonne cave all’interno costituiscono anche l’architettura di sostegno ad altrettanti giovanissimi esemplari di faggio piantati al loro interno. Con gli anni gli alberi cresceranno, smonteranno e lentamente sfalderanno la struttura a roccolo che li avvolge, sostituendosi all’architettura ideata dall’uomo con la loro benefica e silenziosa presenza. La Cattedrale scomparirà e lascerà il posto a un meraviglioso

bosco di faggi che manterrà l’ordine architettonico dell’attuale manufatto, ma sarà semplicemente “bosco”. Veramente impressionante è il dialogo fra l’esile architettura di legno delle arcate gotiche e le masse portentose dei monti che fanno da contorno, fra la natura fragile dei rami intrecciati del roccolo e l’imponenza pietrificata delle fiancate scoscese dei pizzi Arera, Alben, Grem e Menna che fanno da contorno, come altrettante sentinelle poste ai quattro punti cardinali rispetto alla Cattedrale. Anche se l’iconografia del monumento rimanda alle grandi costruzioni cristiane gotiche, questo selvaggio connubio fra elementi, evocato dai rami contorti e dalle poderose colonne conficcate nel suolo calcareo, riconduce a una religiosità arcaica, pagana: quelle forze primordiali che gli antichi Orobi veneravano sulle vette dei monti pare abbiano trovato una moderna rappresentazione... Nel visitare la Cattedrale vegetale si prova qualcosa di simile alla contemplazione di una tela di Friedrich: il senso del sacro che promana dagli elementi naturali. Oltre a queste forti sensazioni arcane, quest’opera trasmette una grande lezione di rispetto per la vita e per l’ambiente, in cui la ricerca di una bellezza estetica di origine romantica si unisce alle più recenti riflessioni sull’ecosostenibilità e sull’impatto ambientale. Essa è l’ultima opera ideata in vita da Giuliano Mauri (1938–2009), personaggio schivo e artista molto stimato, uno dei protagonisti più vitali della Land art europea degli ultimi tre decenni. Progettata ed eretta nel corso degli ultimi tre anni, è stata inaugurata nel settembre 2010. Quest’opera, inserita nel più ampio progetto di ristrutturazione ambientale dell’area del Pizzo Arera – progetto sostenuto dal Parco delle Orobie Bergamasche e da alcune volenterose giunte comunali per maggiori informazioni si veda www.parcorobie.it –, costituisce una possibile via da seguire per uno sfruttamento consapevole del patrimonio ambientale e turistico rappresentato dalle Alpi. Sin troppo spesso le nostre montagne sono state depredate e irrimediabilmente corrotte da un’industria turistico-edilizia attenta solo al profitto oppure lasciate a se stesse a seguito dell’abbandono di vaste aree da parte di intere comunità spinte verso “valle”. Quando è l’arte a indicare la via per il futuro, è quasi un dovere cercare di sostenerla.

» testo e fotografia di Alessandro Tabacchi

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»

L’uomo è ciò che “fa”

La traduzione italiana di questo volume apparso nel corso del

» di Giancarlo Fornasier

nale ma circostanziato la lenta sparizione delle attività tecnico2009 negli Stati Uniti – culla della tecnologia “usa-getta” e del- manuali nelle scuole, l’irreparabile scomparsa della conoscenza la moderna produzione seriale (la catena di montaggio fordia- materiale, l’incapacità ormai diffusa di riconoscere gli oggetti, di na) – è con ogni probabilità fra le migliori costruirli e di ripararli. Questo saggio racconta cose che l’editoria di lingua italiana potesla deumanizzazione delle stesse attività lavose proporre. Perché? Per alcune ragioni: perrative, la cosciente privazione che l’industriaché questo libro è profondamente arcaico e lizzazione prima e la digitalizzazione poi hanassolutamente contemporaneo; perché è un no voluto infliggere all’uomo, eliminando la saggio dedicato all’universo della manualità possibilità di trarre appagamento nel “vedere scritto da un filosofo-meccanico (e docente), e toccare” il risultato del proprio lavoro. Crawma è anche l’autobiografia dell’autore; perché ford non scrive nulla che un sociologo non questo volume mostra come il “fai da te” e il possa aver già affermato; sorprendono inve“pensiero alto” – un cervello “attivo e analice le sue capacità di sintesi e la lucidità, pertico” e le mani “sporche di grasso”– possono ché egli racconta in prima persona anche di e devono convivere; perché Lo zen e la manunoi, di ciò che possiamo sperimentare quotitenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig dianamente. In fondo questo è un appassiouscito nel lontanissimo 1974 ha finalmente nato grido di libertà e di autonomia. Scrive trovato un degno interlocutore con il quale nel capitolo conclusivo: “Ho cercato di portatrascorrere le sue insonni nottate. No, non re argomenti a favore di un certo tipo di indipenMatthew C Crawford ford Il lavoro manuale come fatevi trarre in inganno dalla copertina o dal denza: quella che ci rende padroni delle cose che medicina dell’anima sottotitolo (“Perché tornare a riparare le cose possediamo, il che richiede una conoscenza, almeMondadori, 2010 da sé può renderci felici”). Quanto raccontato no elementare di esse, della loro provenienza, del in queste pagine non sono le solite “verità” sul bene interiore loro funzionamento, della loro manutenzione e riparazione: in bree l’autoconsapevolezza. E nemmeno il più ritrito frullato che ve degli aspetti in cui un oggetto può manifestarsi a noi appieno, in miscela Oriente e Occidente. No, non è neppure un manuale per modo che possiamo esserne responsabili”. Sia questo un bottone, “vivere felici”: Il lavoro manuale come... racconta in modo passio- il sifone del lavandino, una moto... La nostra vita.

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Leggere il foglietto illustrativo.


» testimonianza raccolta da Stefania Briccola; fotografia di Igor Ponti

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A Parigi andavo tutti i sabati alla libreria La Hune dove trovavo quantità di pubblicazioni sull’arte e la fotografia. Lì avevo scoperto “Interview”, la rivista di Warhol: sfogliandola sognavo a occhi aperti di incontrarlo. Fresco di laurea in cinema trascorro qualche mese a Londra per imparare l’inglese. Lì assisto agli ultimi cinque minuti del primo concerto dei Sex Pistols e mi rifaccio gli occhi guardando le vetrine di King’s Road. Nel 1976 approdo a New York dove abitava l’amico d’infanzia Marco Mahler. Credevo di recarmi in una città modernissima invece era cadente e mi sorprese per la Nato tra fotografia e cinema, assiste sul bellissima luce. Con me c’era finire degli anni Settanta alle grandi ri- Maripol, la mia fidanzata di voluzioni giovanili, culturali e musicali. allora. Incominciai a lavorare portando il book di foto nelle Parigi, Londra, New York... e ritorno redazioni. Il mio primo servizio fu pubblicato sulla rivista pittori di rottura come Breu“Quest”. Era una sequenza di scatti fatti a gel, El Greco, Bosch, Dalì, e Parigi e colorati a mano. Un bel giorno vado la Pop Art con Andy Warhol. nella redazione di “Interview” e incontro Dopo la maturità federale freAndy Warhol, riservatissimo e interessato quentai per un anno i corsi a tutto e a tutti. Le mie foto gli piacciono e di Economia all’università di mi arruola. Così mi ritrovai a lavorare con Losanna con la prospettiva di Glenn O’Brien per la rivista e nell’ambito entrare nell’azienda di famidiscografico. Conobbi il mondo intero che glia. Mi resi conto che non passava dallo storico Studio 54 e non solo. era la mia strada e manifestai Tra gli altri c’era Madonna, una ragazza già ai miei genitori il desiderio molto ambiziosa... Feci la copertina del suo di andare a Parigi a studiare disco “Like a Virgin”, con lei avvolta da un cinema. Mia mamma mi mise lenzuolo, che però non fu pubblicata. Poi alle strette dicendomi: “Scegli: c’era Jean-Michel Basquiat, divorato dalla o Parigi o la moto”. Rinunciai voglia di lavorare e di vivere: la nostra casa alla mia grande passione e era intrisa dei suoi graffiti, dal frigo ai muri. andai a studiare nella capitale La sua attività sfrenata mi aveva contagiato. francese dove mi si aprì tutto Il suo modo di parlare era curioso. Chissà che un mondo. A Parigi con me cosa si dicevano Jean-Michel e Andy… Uno c’era il designer Mattia Bonetaveva l’abitudine di non finire mai una frase ti e conobbi una ragazza di e l’altro parlava a monosillabi. Lo stile di vita grande gusto, Adeline Andrè, che conducevo nella pur affascinante scena che divenne la mia fidanzata. Downtown di New York mi aveva portato al Poi con loro e l’artista Pierre capolinea: la mia fortuna è stato un biglietto Poretti andammo a vivere in di sola andata New York-Milano che mi proun posto idilliaco nel cuore curò un’amica. Nel viaggio mi accompagnava di Pigalle. Si usciva in banda il mio archivio di foto... ma è una storia che tutte le sere. Io mi vestivo ho già raccontato in un film. come un playboy della fine Il 1990 segna l’anno del mio ritorno a Lugadegli anni Cinquanta... Ai verno e l’inizio di una nuova vita. Ho ritrovato nissage nelle gallerie facevo il piacere delle passeggiate nei boschi e dei reportage e ritratti. L’amore ritmi lenti. Ricorderò per sempre quel giorno per i volti mi segue da sempre. in cui mia madre mi ha portato alla chiesa Confesso di essere “face addi Castagnola, che offre una veduta unica dict”, dipendente dalle facce. sul Golfo di Lugano, e mi ha indicato il Mi innamoro di un viso di panorama dicendomi: “Guarda dove vivi...”. donna ogni cinque minuti. Lì sono nato per la seconda volta.

Edo Bertoglio

Vitae

Lugano sono nato due volte. La prima è stata nel 1951. A Viganello ho trascorso un’infanzia meravigliosa nei boschi della Gioconda che oggi solo gli anziani del posto sanno quali sono. Da bambino trascorrevo ore a giocare agli indiani e ai cow-boys. Io stavo sempre dalla parte dei primi, perché già allora mi disturbava il fatto che siano stati decimati. Poi c’è stato il periodo cavalleresco, con lance e scudi, influenzato dalla serie televisiva “Ivanhoe” con Roger Moore. Andavamo a Viganello Alta con vista sulla casa della Gioconda, una signora robusta e simpatica. In quei boschi c’era una sorta di caverna dove nascondevamo il “tesoro”. Un mio amico del cuore, Marco Mahler, aveva portato dal salotto di casa una pietra proveniente dall’Africa e io dei soldatini... La fotografia entra nella mia vita grazie a mio padre, che era un amatore illuminato. Ancora oggi conserviamo le immagini degli anni Cinquanta di tutta la famiglia e i film girati all’epoca. L’altra passione di mio padre era il cinema. Da bambino andavo con lui a Lugano a vedere i film di fantascienza e i kolossal nelle sale ormai scomparse dell’Astra, dell’Odeon e del Super. Comunque il film che mi ha cambiato la vita è stato Blow-Up di Michelangelo Antonioni. Nel guardare le sequenze in cui il fotografo entra in camera oscura e l’immagine si rivela, ho capito esattamente cosa avrei fatto da grande. Tanto è vero che quell’estate, all’età di 15 anni, andai a lavorare nel negozio di un fotografo. Nel maggio del 1968 fui tra quegli ottanta studenti che occuparono il Liceo di Lugano e furono costretti a ripetere l’anno per via del voto in condotta. Con il passare del tempo, sentivo questa città sempre più stretta. Poi arrivarono gli anni Settanta e la rivoluzione in atto. Ascoltavo i Led Zeppelin che avevo visto a Montreux e mi interessavo d’arte seguendo

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GOETHEANUM

L’architettura spirituale di Rudolf Steiner testo di Elisabetta Lolli; fotografie di Matteo Aroldi

Il Goetheanum di Dornach, al di là della sua funzione di centro di studi sull’antroposofia e sulla figura di Rudolf Steiner, rappresenta un esempio mirabile di architettura organica. La sua costruzione, risalente al 1924 e conseguente alla distruzione del primo Goetheanum, segna infatti un passaggio netto a soluzioni di grande originalità sia sul piano della plasticità delle superfici sia per la compenetrazione totale degli elementi che lo compongono. Un edificio dedicato all’uomo e alla sua spiritualità…


Il

primo aprile del 1914 sulla collina di Dornach, a pochi chilometri da Basilea, un folto gruppo di uomini e donne provenienti da ben 17 stati diversi – alcuni dei quali in procinto di scontrarsi in quella che di lì a poco sarebbe stata la più devastante carneficina della storia umana – si riunirono per festeggiare la copertura del tetto del primo Goetheanum. Questo imponente edificio in legno e cemento a doppia cupola non era il semplice risultato dell’elaborazione di un architetto d’avanguardia ma la messa in atto di un progetto spirituale e umano, fortemente voluto da Rudolf Steiner (1861–1925), il fondatore dell’Antroposofia e della Scienza dello spirito. Descrivere la figura di Steiner in poche righe è impresa a cui in questo luogo ci sottraiamo e non certo per disinteresse o leggerezza ma per l’estrema complessità della sua personalità in cui si fondono mirabilmente caratteristiche e capacità poliedriche. Egli fu infatti, oltre che architetto, scultore, pedagogo, botanico – alle sue ricerche deve essere ricondotta tutta l’esperienza della biodinamica –, saggista, drammaturgo, maestro di spiritualità e studioso delle religioni. Inizialmente legato al movimento teosofico, di cui più che un aderente fu un ospite – accettò infatti di tenere conferenze presso la Società Teosofica di Berlino a patto di poter trattare di argomenti concernenti la sua personale ricerca spirituale –, successivamente se ne distaccò spinto dai suoi stessi discepoli e dall’evoluzione cristologica ed esoterica del proprio pensiero. Il primo Goetheanum La necessità di avere a disposizione un luogo per le attività e gli studi di quello che era ormai il movimento antroposofico trovarono una concreta prospettiva quando una famiglia di amici svizzeri di Steiner mise a disposizione una vasto terreno sulla collina di Dornach. Il luogo, che dal punto di vista paesaggistico mostra un carattere particolarmente dolce e meditativo, ben si coniugava alle intenzioni costruttive e alle necessità spirituali del gruppo. La costruzione dell’edificio – denominato anche Johannesbau, “casa di Giovanni” –, procedette incessante per tutto il 1914 e fu nei fatti un’esperienza di fraternità in un mondo che stava procedendo a rapidi passi verso la tragedia: “Noi salveremo il nostro edificio se custodiremo nel cuore pace, amore e armonia, se metteremo da parte ogni elemento personale” (tratto da una conferenza

sopra: l’edificio fotografato dal versante meridionale. La forma e la disposizione delle finestre, pur riconducibili nei tratti fondamentali al progetto voluto da Rudolf Steiner, non ne rispecchiano esattamente l’intento a destra: l’ardito vano delle scale situato nella zona anteriore dell’edificio pare rimandare, nella sua complessa articolazione, ad alcune illustrazioni di Escher in apertura: la duttilità del calcestruzzo, nel contrappunto fra linee e curve, in un particolare della facciata rivolta a occidente


La Sala Grande situata al piano superiore condensa in sé molti temi del pensiero antroposofico di Rudolf Steiner: dall’intersecarsi della forma rettangolare della sala con il palco, quadrato e con orizzonte circolare, all’illuminazione ottenuta grazie a finestre alte e strette sulle cui vetrate, nei colori verde, blu, violetto e rosa, furono riprodotti in incisione gli schizzi di Steiner per il primo Goetheanum

La plasticità esterna dell’edificio si trasmette all’interno nella modulazione armonica fra forme curve e linee più spigolose. La colorazione delle pareti e l’illuminazione contribuiscono a rafforzare la suggestione dei movimenti architettonici, espressione diretta della spiritualità umana

di Rudolf Steiner del 13 agosto 1914). La crisi economica e sociale che seguì alla guerra rafforzò il consenso di molti intellettuali e persone comuni intorno a Steiner che vide crescere il proprio movimento grazie anche alla sua instancabile attività di conferenziere e agli sforzi pubblici per la fratellanza in Europa e nel mondo. Fu proprio questo fermo impegno di Steiner e dei suoi collaboratori a infastidire i primi gruppi nazionalisti, soprattutto in Germania, alcuni membri dei quali attentarono in due occasioni, a Monaco e a Elberfeld, alla sua incolumità fisica. L’aggressione al movimento antroposofico culminò con l’incendio doloso che la notte di San Silvestro del 1922 distrusse completamente l’imponente edificio sulla collina di Dornach, al cui interno fu trovato il corpo senza vita dell’attentatore. Steiner e i suoi discepoli assistettero in silenzio e impotenti alla distruzione del Goetheanum.

Il secondo Goetheanum La pacifica ma tenace risposta di Rudolf Steiner non si fece attendere. Nel gennaio del 1924 egli iniziò a lavorare al progetto per un nuovo edificio in cui confluivano sia la precedente esperienza progettuale sia le esigenze che dal primo Goetheanum erano emerse nel corso del passato decennio. Si poneva infatti la necessità di creare spazi adeguati per la rappresentazione dei Misteri, per la Libera Scuola Superiore per la Scienza dello Spirito e locali per le attività artistiche e amministrative, indispensabili all’appena fondata Società Antroposofica Universale. Dal punto di vista architettonico Steiner procedette con un sistema opposto rispetto al primo edificio: mentre là erano state le caratteristiche interne, sia strutturali sia decorative – intendiamoci, si tratta di una distinzione di comodo e non esemplificativa della concezione


per informazioni: Goetheanum Rüttiweg 45 CH - 4143 Dornach 1 tel. +41 (0)61 706 42 42 fax +41 (0)61 706 43 14 www.goetheanum.org sekretariat@goetheanum.org L'edificio è visitabile giornalmente dalle ore 8.00 alle ore 21.45. Per gli orari di apertura delle altre attività presenti nella struttura (biglietteria, libreria, biblioteca, bar) e per il programma delle manifestazioni rimandiamo al sito Internet

architettonica steineriana in cui gli elementi tendono a fondersi piuttosto in un’opera “totale” – a determinare i volumi e la conformazione esterna dell’edificio fondato sulla dinamica intersecazione delle due cupole, qui è la struttura esterna a suggerire i volumi e le dinamiche interne. L’adozione del calcestruzzo come materiale costruttivo favorì lo sviluppo sul piano dinamico. Come infatti emerge dalle fotografie presenti in queste pagine, Steiner rinunciò al dominio delle forme tondeggianti per introdurre un movimento di estremo contrappunto fra linee e curve, fra lo sporgersi e il ritrarsi, fra gli spigoli di contorno e le superfici arcuate. Per tale via la struttura, plasticamente mossa, acquisisce vita e pare respirare suggerendo quel moto metamorfico e spirituale caro a Steiner e caratteristico dell’architettura organica di cui, appunto, il secondo Goetheanum è esempio mirabile.

L’opera venne completata nel corso dei decenni successivi da architetti come Carl Kemper, Johannes Schoepfer, Albert von Baravalle, Rex Raab e Arne Klingborg, sulla base delle indicazioni fornite da Rudolf Steiner scomparso in seguito a una grave malattia nel marzo del 1925. Oggi il Goetheanum, oltre a svolgere pienamente la sua funzione di centro di un movimento che si è diffuso in moltissimi paesi del mondo, è luogo di meditazione spirituale e di studio. Esso segna, analogamente a molte opere di Antoni Gaudì (1852–1926) e di altri architetti, un momento di differenziazione importante nello sviluppo dell’architettura europea della prima metà del secolo. Un periodo che vide il dominio del Funzionalismo e di forme rigidamente razionali non sempre in grado di parlarci dell’uomo, del suo rapporto con la natura e della sua spiritualità.


» illustrazione di Adriano Crivelli 2

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La soluzione verrà pubblicata sul numero 5

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Orizzontali 1. Premunirsi, prendere precauzioni • 10. Lapalissiani • 11. Giaggiolo • 12. Addirittura, persino • 13. Lo è Turchina • 14. La bevanda che si filtra • 15. Gola centrale • 16. Ente Turistico Ticinese • 17. Morbida • 19. Cavalli dal pelame misto • 21. Come sopra • 22. Articolo romanesco • 23. Circolano in Giappone • 25. Lo è il colore indefinito • 27. Ammiratore • 29. Danno un punto a scopa • 30. Blocca il flipper • 31. L’equipaggio della canoa • 33. Risveglia Biancaneve • 34. Né mio, né tuo • 35. La regista de’ “La conchiglia” • 36. Consonanti in Teseo • 37. Congelatore • 39. In abbondanza • 41. Il Ticino sulle targhe • 42. Alberi fruttiferi • 43. Ruggiscono • 45. Il Secondo Gaio detto il Vecchio • 47. Negazione inglese • 48. Montano.

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fabbricazione • 20. La glicerina che scoppia • 24. Negazione • 26. Fa parte del sesso forte • 28. La bimba nel paese delle meraviglie • 30. Il filosofo di Mileto • 32. Bertrand, filosofo e matematico • 33. Con l’asinello nel presepe • 35. Pari in adorni • 37. Fanno strage nei pollai • 38. Colpevolezza • 40. Una parte del costume da bagno • 43. Calotta centrale • 44. Nord-ovest • 46. La fine ai Aramis.

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Verticali 1. Raduna giornalisti • 2. Pilota d’aereo • 3. Un ingrediente della torta di pane • 4. La nota Turner • 5. Allegre, gioviali • 6. Abitano nella regione del Piccolo Caucaso • 7. Colpevoli (f) • 8. Possono esserlo le risate • 9. Quarantena • 17. L’Aroldo del teatro • 18. Costruzione,

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Mentre Giove fa il suo ingresso nella vostra dodicesima casa solare – il settore astrologico riconducibile alla ricerca del sublime –, Plutone ritorna nel segno del Capricorno, accentuando il desiderio di cambiamenti.

Grazie a Giove in Ariete, nella vostra undicesima casa solare, potrete realizzare tutti i vostri progetti. Opportunità che provengono da situazioni consociative. Aiuti da parte di persone ben inserite.

Grazie al transito di Giove le ambizioni personali inizieranno a trovare riscontri più concreti. Con la fine di gennaio inizia una fase professionale decisiva per i nati nella prima decade. Più controllo nell’alimentazione.

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Dal 24 gennaio all’inizio dell’estate, Giove si troverà nel segno amico dell’Ariete. Amplificazione dei valori espressi dalla vostra nona casa solare, quella dei viaggi e degli studi universali. Espansione delle conoscenze.

Giove transiterà diversi mesi nella vostra ottava casa solare. Momento positivo per compiere speculazioni finanziarie qualora nel resto del tema natale vi fossero valori dello stesso tenore. Vita mondana in fermento.

Dal 23 gennaio Giove in posizione angolare fino all’estate. Saranno messi sotto la lente i vostri rapporti più intimi, dal partner al socio d’affari. Se avete in corso una causa legale valutate bene tutti gli aspetti.

Il 23 Giove entra nella vostra sesta casa solare per restarci fino a giugno. Si apre un nuovo periodo per la vostra vita professionale; la coscienza per il dovere tenderà ad assumere nuovi aspetti.

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A partire dal 24 gennaio, Giove in Ariete. Grazie a questo transito, che vi accompagnerà per quasi metà del 2011, avrete più di una occasione per fare baldoria e aprirvi alle vie dell’Eros. Vita mondana in crescita.

Dal 23 gennaio Giove fa il suo ingresso nella vostra quarta casa solare, quella dei valori e della famiglia. Saranno possibili nei prossimi mesi dispute familiari legate alla gestione del patrimonio comune.

Il transito di Giove potrà spalancarvi numerose porte in settori importanti della vita sociale. Avanzamenti professionali riconducili a un vostro particolare “know how”. Grazie a Marte determinazione e impegno!

A partire dal 23 gennaio Giove inizierà a interessare i valori della vostra seconda casa solare, quella dei soldi. Se avete seminato bene, è finalmente venuto per voi il momento di fare “cassa”.

» a cura di Elisabetta

ariete Dal 24 gennaio, Giove il pianeta della fortuna torna dopo 12 anni nel vostro segno per restarci fino al 3 giugno. Impulso a una nuova espansione, caratterizzata da ottimismo, successi e volontà creativa.

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* Volvo V60 T6 AWD Geartronic 304 CV/224 kW. Consumo in ciclo misto (secondo la norma 1999/100/UE): 9,9 l/100 km. Emissioni di CO 2: 231 g/km (188 g/km: la media di tutti i modelli nuovi). Categoria d’efficienza energetica: F. Volvo Swiss Premium® servizio di manutenzione gratuito fino a 10 anni/150 000 chilometri, garanzia di fabbrica fino a 5 anni/150 000 chilometri e riparazioni legate all’usura fino a 3 anni/150 000 chilometri (vale il limite raggiunto prima).


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