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Corriere del Ticino • laRegioneTicino • Tessiner Zeitung • CHF 3.– • con Teleradio dal 5 all’11 dicembre

49 numero

03 | XII | 10

LA FORMA DEL SOGGETTO


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numero 49 del 3 dicembre 2010

Agorà Corpi in guerra. L’arma dello stupro Arti Francis Alÿs. La forza delle storielle

DI

DI

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FABIO MARTINI . . .

FABIANA TESTORI

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Mundus La mobiquità

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DUCCIO CANESTRINI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Vitae Fabio Caminada

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GAIA GRIMANI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Reportage La forma del soggetto Tendenze Le fonti del piacere

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GIANCARLO FORNASIER

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PATRIZIA MEZZANZANICA . . . . . . .

Astri / Giochi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Corpi: impegno, violenza e storie In questi giorni migliaia di volontari – dai vigili del fuoco ai club sportivi – si stanno mobilitando in tutta la Svizzera a favore di Telethon, che quest’anno festeggia i 20 anni di presenza nel Cantone. Lo scopo delle numerose manifestazioni (potete consultare il “corposo” programma alla pagina Internet www.telethon.ch/it) è naturalmente quello di sensibilizzare tutti noi, invitandoci a esprimere la nostra solidarietà per combattere le molte malattie genetiche rare. Nelle giornate del 3 e 4 dicembre avrà luogo poi la maratona televisiva, nella cui scaletta sarà dedicato molto spazio agli interventi dei malati, dei volontari e dei sostenitori di Telethon. Per le vostre donazioni vi rimandiamo al sito già indicato, ricordandovi che queste sono possibili, fra l’altro, anche online (Postcard o Carta di credito), al numero di telefono gratuito 0800 850 860, per SMS o tramite un versamento postale (CCP 10-16-2). Segnalata questa importante manifestazione, dedichiamo qualche parola al numero presente di Ticinosette dedicato al tema del rapporto intrinseco e indissolubile fra corpo e soggettività, e alla indiscutibile unicità che lega questi due aspetti del nostro esistere. Un’unicità costantemente violata dal crimine infame della violenza sessuale che le guerre, in ogni tempo e in ogni luogo, hanno trasformato in strumento di annientamento e devastazione non solo della vittima come corpo-individuo ma dell’intero corpo sociale. Un’unicità che il fotografo Matteo Fieni coglie nel rapporto con la realtà dello spazio urbano inteso come “somma di individualità” capaci di organizzarsi e coesistere in modo funzionale l’una con l’altra. Una nota distensiva è rappresentata infine dall’articolo di Patrizia Mezzanzanica dedicato alle terme, spazio sociale in cui corpo e mente possono ritrovare non solo un eccellente stato di benessere, ma anche un’occasione per meditare e riflettere su se stessi e sugli altri. Buona lettura, la Redazione

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Impressum Chiusura redazionale Venerdì 26 novembre Editore Teleradio 7 SA Muzzano Direttore editoriale Peter Keller Redattore responsabile Fabio Martini Coredattore Giancarlo Fornasier Photo editor Reza Khatir

Tiratura controllata 72’011 copie Amministrazione via Industria Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55 Direzione, redazione, composizione e stampa Centro Stampa Ticino SA via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch

Stampa (carta patinata) Salvioni arti grafiche SA 6500 Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA 6963 Pregassona Pubblicità Publicitas Publimag AG Mürtschenstrasse 39 Postfach 8010 Zürich tel. +41 44 250 31 31 fax +41 44 250 31 32 service.zh@publimag.ch www.publimag.ch Annunci locali Publicitas Lugano tel. 091 910 35 65 fax 091 910 35 49

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*Prezzo consigliato al pubblico


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a storia umana è riconducibile a un’infinita teoria di conflitti, ideati e concepiti nelle stanze del potere ma consumati sul campo da uomini in carne e ossa disposti (o obbligati) a uccidere in nome di interessi e obiettivi a loro ignoti, spesso mascherati dietro gli ideali di patria e nazione. In realtà, la guerra non è espressione di una modalità univoca ma al contrario incorpora in sé modelli differenti che sono andati via via mutando ed evolvendo nel corso dei secoli. Negli ultimi decenni, grazie alla sviluppo di tecnologie sempre più raffinate, le metodologie belliche hanno cercato di accrescere il più possibile la distanza fra il soldato e i suoi nemici: bombe intelligenti, droni capaci di inseguire terroristi automuniti e annientarli, satelliti in grado di spiare nel minimo dettaglio le mosse del nemico ecc. Dispositivi talvolta più simili a videogiochi, concepiti con l’obiettivo sia di accrescere la precisione di intervento riducendo il livello di esposizione al pericolo, sia di arginare le ripercussioni emotive su militari e operatori coinvolti, attenuandone al minimo il senso di colpa e di responsabilità. Lo scontro corpo a corpo, che nella Prima guerra mondiale aveva contraddistinto le fasi più cruente della guerra di trincea, sembra dunque confinato a situazioni sporadiche e infrequenti. Ma esiste un particolare livello di offesa che poco ha a che fare con le moderne tecnologie e che non pare per nulla destinato a estinguersi visto che rappresenta una costante forma di dominio esercitata dal maschio anche negli scenari bellici: lo stupro. Ritenere che si tratti di un crimine circoscritto a casi particolari o, ancora più ingenuamente, all’iniziativa di gruppi di soldati soggetti a particolari condizioni psicologiche di stress, è sviante e non fornisce in alcun modo una valida chiave di lettura al problema. Come scrive lo psicoanalista Luigi Zoja nel suo saggio Centauri. Mito e violenza maschile1: “Lo stupro di massa è un triste primato dell’Occidente. Abbiamo il copyright. Mai come nella Seconda guerra mondiale l’affermazione del bene sul male ha coinciso con tanta violenza. Gli stupri e gli assassini perpetrati dall’Armata Rossa su donne tedesche sono stati milioni e la violenza simbolica di risarcimento per i crimini fascisti è avvenuta sull’elemento più indifeso e meno responsabile del male. A Norimberga non si è tenuto conto di questo crimine dei vincitori. La violenza sessuale è l’unica che provoca silenzio, perché la sofferenza cresce diventando pubblica”. La domanda da porsi è quindi la seguente: quali legami connettono la gestione dell’aggressività e della sessualità maschile all’orrore della guerra e agli stupri nei contesti di guerra?

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Corpi in guerra. L’arma dello stupro

Agorà

Ancora oggi, nelle tecnologiche guerre gestite con droni e satelliti, lo stupro continua a rappresentare un’orrenda forma di offesa individuale e collettiva. Un’effrazione all’anima e al corpo di donne e minori che nel corso dei secoli e dei millenni non è mai mutata. Anche se qualcosa, forse, sta iniziando a cambiare… Lo stupro come prassi bellica Pratica primordiale, lo stupro ha segnato e continua a contrassegnare drammaticamente i rapporti fra i sessi. In questo senso la guerra, evento storicamente gestito dal maschio, ha da sempre accolto l’abuso sessuale come forma di offesa “facile” e immediatamente disponibile. Del resto, come scrive la psicoanalista Gianna Candolo, “ogni guerra ha comportato lo stupro di donne e lo stupro in pace è una guerra dichiarata alle donne”2. Anche nell’antichità, l’azione bellica non poteva essere considerata tale se non veniva “onorata” attraverso il saccheggio e la violenza sessuale. Una costante che nei secoli ha favorito un duplice ed esecrabile risultato: di lacerare l’integrità di donne e minori – con tutto lo strascico di sofferenze psichiche e annichilimento emotivo che ne deriva – e di minare al contempo il ruolo sociale dei compagni, dei mariti e dei padri (e qui si aprono ulteriori prospettive di approfondimento: si pensi, per esempio, ai riflessi che le violenze sessuali esercitate sistematicamente dai conquistadores spagnoli hanno determinato sulla percezione del maschio in Sud America). L’esito è esplosivo: lo stupro di guerra, come si è visto in tempi recenti in Bosnia Erzegovina a opera delle truppe del generale Mladic e dei paramilitari serbo-bosniaci, o come è accaduto in tempi più recenti in Iraq – una vicenda in particolare è stata documentata e narrata da Brian de Palma nel film-documentario Redacted del 2007, a opera di un gruppo di soldati statunitensi –, si configura come un’atto in grado di deflagrare a distanza. In molti casi, soprattutto là dove il contesto culturale è afflitto da rigidità culturali e sociali di radice religiosa o etnica, la donna che subisce violenza sessuale in guerra è destinata all’isolamento se non a un vero e proprio bando sociale. Inoltre, come precisa la Candolo, “se manca l’appoggio comunitario e simbolico una donna non può lanciare le sue accuse perché cadono nel vuoto: in pace e in guerra”3. È interessante ricordare come le autorità abbiano fatto sparire tutti i dossier sugli stupri in Bosnia, imponendo non solo il silenzio e l’oblio su queste atrocità ma ostacolando anche il processo di elaborazione collettiva e di sostegno alle vittime.

Un intervento lungimirante Nel corso degli ultimi due decenni, in particolare in concomitanza alla guerra nella ex Jugoslavia, la riflessione su questa forma criminale ha portato a una serie di approfondimenti, di riflessioni e di


dall’amministrazione Bush e, si badi, pienamente confermata dall’attuale amministrazione Obama (Guantanamo è ancora operativa e la CIA e le agenzie similari proseguono indisturbate nelle loro pratiche di tortura e di killeraggio mirato), gli approcci paiono definitivamente mutati. Le immagini delle soldatesse statunitensi Lynndie England e Sabrina Harman che, sorridenti, tengono al guinzaglio e torturano prigionieri maschi iracheni nudi e ammassati gli uni sugli altri nella prigione di Abu Grahib hanno fatto il giro del mondo a dimostrazione che quel modello, peculiarmente e tragicamente maschile, può essere esportato e fatto proprio anche da chi storicamente ne è sempre stato vittima. Assumono allora una particolare valenza universale le parole di Gianna Candolo: “Chi deve parlare di stupro? È ancora una «questione di donne» o non devono cominciare a pensare e dire anche gli uomini che cosa succede nei loro corpi, perché i loro simili hanno da tempo immemorabile dichiarato una guerra a metà del genere umano senza colpa, senza vergogna, senza domande? […] La responsabilità degli uomini in pace non sarebbe allora solo proteggere, giuridicamente o affettivamente le loro donne, ma soprattutto cominciare a dare parola a un’altra sessualità che non preveda una guerra con il corpo di un’altra/o”5.

Modello esportabile?

Note 1 Luigi Zoja, Centauri. Mito e violenza maschile, Edizioni I Libri di Festival della mente, 2009 (il volume è reperibile anche in formato e-book). 2 Gianna Candolo, “Stupro: a chi oggi la parola”, Rivista Telematica, Deportate, Esuli, Profughe, DEP, 2006. 3 G. Candolo, op. cit., p. 51. 4 Andrea Scartabellati, “Non tutta la guerra è una guerra. Violenza alle donne e ai minori, nazionalismi e memoria delle ingiustizie”, Rivista Telematica, Deportate, Esuli, Profughe, DEP, 2006 5 G. Candolo, op. cit, p. 55.

Se nel caso serbo-bosniaco da parte dei comandanti venivano fornite precise indicazioni a riguardo, in altri contesti bellici, la violenza sessuale su donne e bambini, benché ovviamente non sia ammessa, riaffiora come conseguenza di azioni mal gestite dai responsabili e come implicita forma di dominio maschile da esercitare qualora le condizioni ne forniscano l’occasione. Nella generalizzata dissoluzione dei principi e dei diritti avviata

» di Fabio Martini

interventi nell’ambito dei progetti di assistenza umanitaria e psicologica alle vittime. Un esempio illuminante è rappresentato dall’attività svolta nel corso degli anni Novanta da un gruppo di psicoanaliste bolognesi (Patrizia Brunori, Gianna Candolo, Maddalena Donà dalle Rose e Maria Chiara Risoldi) in collaborazione con alcune colleghe bosniache: “Uno straordinario percorso di lavoro clinico e di formazione lungo sei anni, con donne impegnate a curare donne a loro volta in grado d’innalzarsi a punto di riferimento per la locale comunità trafitta dalle operazioni belliche”4. Questa esperienza – culminata nella pubblicazione del saggio Traumi di guerra. Un’esperienza psicoanalitica in Bosnia Erzegovina, Manni Editore, 2003 –, non solo ha evidenziato la portata personale e collettiva del fenomeno, ma ha permesso di elaborare accurati strumenti d’intervento psicologico sul tema del cosiddetto Disturbo post-traumatico da stress (PTSD o Post Traumatic Stress Disorder), considerato dal 1980 come una vera categoria diagnostica (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders III) e nel quale lo stupro rientra a pieno diritto. Un contributo che certamente ha favorito lo sviluppo di modalità d’approccio più condivise da parte di psicologi e psichiatri su questo complesso tema.

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Arti

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parlare di storielle, forse di passaparola, oppure di semplici rumors. Voci, così intimamente legate all’opera di Francis Alÿs, artista belga ma messicano d’adozione e conosciuto internazionalmente come uno degli esponenti più importanti dell’arte contemporanea. Rumors si diceva, storie che si raccontano, che passano di bocca in bocca e che alla fine acquistano una vita propria. Alÿs le inventa e poi le lascia al tam tam mediatico, ma non solo. È difficile definire quest’artista, assegnarlo a un movimento e a uno stile, proprio perché spazia e sperimenta a tutto tondo. Sarebbe infatti molto riduttivo definirlo un “video artista”, poiché il suo lavoro si esprime attraverso il video, certo, ma anche utilizzando la fotografia, la scrittura, la pittura, l’animazione e, a volte, la musica. Ed è proprio grazie a queste variazioni che nascono opere che stanno facendo il giro del mondo e che fanno discutere. Voci, storielle ap-

Comprare nuovo divano. Moves Mountains (2002), per il quale Alÿs ha recrutato 400 volontari nei dintorni di Lima (Perù): ogni partecipante

Filmare un violento tornado il più vicino possibile; riversare vernice verde lungo le strade di Gerusalemme fra attoniti passanti; liberare nottetempo una volpe nella National Gallery. Sono alcune delle performance dell’artista belga Francis Alÿs, piccole allegoriche storie che suscitano grande curiosità... munito di badile sposta della sabbia, un passo alla volta da una parte della duna all’altra, contribuendo tutti insieme a modificare la geografia del luogo di pochi centimetri. Altro esempio delle perfor-

Fotogramma tratto da Paradox of Praxis 1 (1997)

mance dell’artista belga è The Green Line (La linea verde) del 2004, in cui Alÿs si è fatto filmare per due giorni a Gerusalemme mentre camminava lungo la “Linea verde” – spazio stabilito nel 1949 dalle Nazioni Unite per identificare le frontiere tra la parte est e la parte ovest della città – lasciando che dal barattolo che aveva fra le mani fuoriuscisse la vernice verde che colava al ritmo del suo passo, e riprendendo le facce attonite di israeliani e palestinesi. Molti hanno sottolineato come l’opera di Francis Alÿs appena descritta racchiuda in sé anche un’idea utopica, cioè il ritorno al tracciato precedente la Guerra dei sei giorni (1967). Il video, infatti, ha anche un altro titolo, molto più lungo: “Sometimes doing something poetic can become political and Sometimes doing something political can become poetic” (Ogni tanto fare qualcosa di poetico può diventare politico e ogni tanto fare qualcosa di politico può diventare poetico). Ma l’artista belga si dedica anche alla pittura. La serie Le

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punto, che una volta ascoltate, oppure meglio ancora, ammirate si tende a raccontare nuovamente. Come nel caso di The Loop (circuito, volta) del 1997, quando Francis Alÿs in occasione del festival

Il potere delle storielle

Stanco morto.

dell’arte InSite organizzato nella regione di frontiera tra San Diego (California) e Tijuana (Messico), ha utilizzato il suo cachet per viaggiare dal sud di Tijuana, passando per l’Australia, poi a nord del bacino del Pacifico, a sud attraverso l’Alaska e il Canada per arrivare finalmente a San Diego, senza attraversare però la frontiera tra Messico e Stati Uniti. Un’azione stravagante con cui l’artista ha voluto porre l’accento sulle difficoltà riscontrate dai cittadini messicani quando decidono di visitare il Nord America e gli eccessi di movimento del mondo dell’arte negli anni Novanta. Il lungo viaggio dimostrativo di Alÿs è stato testimoniato attraverso cartoline raffiguranti il mare aperto e distribuite ai visitatori delle sue mostre. Fra i suoi lavori più conosciuti ricordiamo When Faith


Internet www.francisalys.com All’indirizzo Internet dell’artista belga è possibile vedere – e in parte scaricare – le video-performance, alcune risalenti ai primi anni Novanta.

www.wiels.org Al Museo Wiels di Bruxelles opere di Francis Alÿs, raggruppate nell’esposizione A Story of Deception, sono esposte fino alla fine di gennaio. La mostra verrà quindi presentata al MoMA di New York.

Arti

7 temps du sommeil (Il tempo del sonno) ne è un esempio: iniziata nel 1996, Alÿs la porta avanti soprattutto la notte, rappresentando su piccolissime tele scene di sogno e richiamando l’idea di diario.

Comodissimo. Sono tanti gli elementi che emergono dal suo lavoro, la denuncia sociale e politica, il concetto di ripetizione, la nozione di frontiera e immagini più astratte e oniriche che richiamano l’attenzione anche dei più distratti. E se ne parla, si raccontano storielle: come quella di Alÿs che invia un pavone vivo alla Biennale di Venezia del 2001 invece di andarci personalmente. L’opera si intitola The Ambassador (L’ambasciato-

re)… critica esplicita all’ostentazione e al narcisismo del mondo dell’arte.

Brevi cenni biografici Nato nel 1959 Anversa, Francis Alÿs studia presso la Facoltà di architettura di Tournai (Vallonia) e Venezia; nel 1986 si trasferisce a Mexico City, dove inizia la sua attività come video artista, città nella quale vive e lavora tutt’oggi. Le sue opere coinvolgono solitamente più media, e lui stesso partecipa attivamente alle performance, provocatorie ma cariche di allegorie e di una profonda poetica. Queste “azioni” sono in seguito documentate attraverso video, fotografie, testi scritti, dipinti e animazioni. La sua produzione è stata ospitata nell’ultimo decennio presso molte istituzioni pubbliche e private, come la Tate Modern (London), la AiM Biennale (Marrakech, Marocco), l’Hammer Museum (Los Angeles), il Kunstmuseum Wolfsburg (Germania), il Museo d’Arte contemporanea di Avignone (Francia) e il Centro nazionale

per le Arti contemporanee (Roma). Per maggiori informazioni vi rimandiamo al sito www.davidzwirner.com e alla pagina ufficiale dell’artista (vedi Apparati).

» di Fabiana Testori

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La mobiquità Perennemente connessi: sul posto di lavoro oppure quando siamo in viaggio, la nostra presenza è diventata multipla e simultanea, sganciata dalla corporeità. Battiamo tanti colpetti su piccole tastiere: sì, “ci siamo”... ma in fondo “non ci siamo”

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manda normale, una volta si diceva “Pronto chi parla?”. Questa tendenza a spostarsi rimanendo però dentro il proprio mondo di relazioni l’hanno captata e fatta loro i giovani per primi. I presupposti e al tempo stesso le conseguenze di questo stile di vita sono quelli di possedere pochi oggetti. Secondo una recente indagine, a tutto possono rinunciare i giovani oggi ma non alla connessione in rete e al telefono cellulare. Qualcuno l’ha chiamato “tecno-minimalismo”: le definizioni non sono mai precise, e neppure importanti, basta capirsi. Basta saper distinguere il tipo di presenza. Distinguere le memorie digitali dalle memorie affettive. Del resto la fantascienza ci ha prospettato presenze illusorie ben prima di Second Life, basti pensare all’invenzione della televisione. Che non cessa di sperimentare tecniche innovative. Due anni fa Jessica Yellin, una corrispondente del canale americano Cnn è stata proiettata in forma di ologramma tridimensionale da Chicago a New York per conversare in diretta, come fosse stata presente, con una collega conduttrice. La presenza, come sanno tutti i coniugi trascurati dai partner e i dipendenti ignorati dai dirigenti, può essere soltanto formale, di facciata, virtuale appunto. Altro sono l’ascolto, il tatto caldo, l’assistenza, il sentimento nel cuore di una persona. Roba antimoderna, verrebbe da pensare, superata. E invece no. Sorprendentemente, i giovani iper-accessoriati ne hanno un grande bisogno, ed è giusto che ne possano godere. Non in alternativa, ma insieme ad altre svolazzanti piccole presenze che arricchiscono e distraggono le nostre vite.

» di Duccio Canestrini

Mundus

Il mio avatar non era bello. Detto ciò, non so se si meritava la morte civile. Voglio dire la cybermorte. Khunsombat – così si chiamava il mio avatar nel mondo virtuale di Second Life – era figlio del primo ambasciatore del Siam (oggi Thailandia) in Francia. Ne esiste un solo fotoritratto, su lastra di vetro al collodio, scattata a Parigi nel 1861. Ventitrè anni, le dita inanellate, magrissimo nella camicia a fiori, guarda in macchina con espressione seria e il viso butterato da una varicella, forse un vaiolo. Nel complesso Khunsombat era un tipo interessante, colto, elegante. Io viaggiavo nella rete con le sue sembianze trasformate in versione cartone animato da un graphic designer. E come il giovane siamese non capivo molto di quel mondo virtuale. Parlavo un’altra lingua, i nuovi incontri mi intimidivano assai, probabilmente come i suoi, reali, nella Parigi dell’Ottocento. Si aggiunga che quelle esplorazioni, usando monitor e tastiera beninteso, avvenivano in un Nuovo Mondo popolato di semplici curiosi, ma anche pieno di perditempo e spesso di maniaci sessuali, a giudicare dalla diffusa compravendita di organi genitali che caratterizzava il commercio in Second Life. All’epoca, cioè quattro o cinque anni fa, chi ne parlava in questi termini, faceva la figura del conservatore retrivo, dell’antimoderno. Oggi è l’esilio: folle di avatar latitano in un limbo elettronico, e non se ne parla quasi più. Eppure Second Life è stata importante. Abbiamo capito che potevamo inoltrarci, per interposta icona, in territori sconosciuti, senza schiodarci dalla sedia. Volare fuori di noi come solo sapevano fare i medium e gli sciamani. Ancora oggi milioni di persone navigano, comprano, incontrano altre persone in altri luoghi, o non-luoghi, digitali. Abbiamo vite “altre”. Siamo tutti fermi ma connessi, tutti altrove e tutti mobili al tempo stesso. Siamo dunque ubiqui. Anzi... mobiqui. Il termine Mobiquity descrive una situazione collettiva alla quale ci dobbiamo abituare. Non è facile, perché il sito di questa situazione, non è più uno solo. Con l’accesso a Internet in mobilità la nostra presenza è diventata multipla e simultanea, sganciata dalla corporeità. Battiamo colpetti su tastiere, ci siamo e non ci siamo. “Pronto dove sei?”, è diventata una do-

Istruzioni per l’uso dell’immagine Un’illusione ottica è “una qualsiasi illusione che inganna l’apparato visivo umano” (da Wikipedia): gli occhi percepiscono qualcosa che non è presente o qualcosa che è presente ma in modo non corretto. Nelle illusioni di movimento, per esempio, si percepisce il moto di alcuni elementi di un’immagine stampata che naturalmente, essendo stampati, non possono muoversi. Osservate ora l’immagine proposta sopra; bene, adesso fissate una parola sulla pagina e poi tornate a riguardarla...


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» testimonianza raccolta da Gaia Grimani; fotografia di Igor Ponti

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le, ci obbliga a un contesto assolutamente razionale, con molti paletti e a un certo punto si ha bisogno dei propri spazi. In tanti momenti della mia vita ho sentito la necessità di evadere almeno un poco da questi schemi così razionali per ritrovare me stesso. Proprio per questo ho cominciato a scrivere. Dopo una prima esperienza diaristico-terapeutica, durante un soggiorno in Toscana lessi in un trafiletto la storia di un medico romagnolo che si era suicidato perché accusato ingiustamente di aver provocato dei danni ai suoi pazienti con un farmaco. Questa storia mi colpì e qualche sera Storia di un direttore di banca-scrittore, dopo, sentii la necessità di che ama andare in bicicletta ed evadere scriverla, nascondendomici dagli schemi, fondendo armoniosamente parzialmente dentro. Nacque così il primo libro, Il confine l’economista razionale e il fantasioso del destino, con molti tentennarratore che convivono in lui namenti, errori da correggere, consigli da seguire. Ebbi però tre a tre magnifici figli, mi ha la fortuna, attraverso la mia professione, di dato la tranquillità, il senso conoscere un poeta che mi aiutò a fare un di poter contare su qualcuno editing accurato, grazie al quale arrivai alla e l’incoraggiamento in tutto pubblicazione. Il secondo libro, Il ponte della ciò che intraprendo. luna, era stato messo in cantiere prima che In banca sono entrato per uscisse il primo, perché volevo proseguire caso: non ho scelto la mia l’esperienza e per dimostrare che non si era professione, ma la mia protrattato di un episodio isolato. Ma anche fessione ha scelto me. Precequesto non è stato un cammino facile: ridentemente lavoravo in una cordo, per esempio, la pena per trovare il fiduciaria, poi, dopo aver fatto giusto modo di iniziare il romanzo. Lo scoprii parte per qualche anno del andando in bicicletta. Spesso a mezzogiorConsiglio d’amministrazione no, durante la pausa o di sabato, inforco la di una noto banca di Menmia bicicletta e faccio un giro di un’oretta drisio, mi è arrivata una teper schiarirmi le idee o per ispirarmi nella lefonata con la proposta di scrittura; una volta, salendo verso Carona, assunzione in quello stesso all’improvviso, mi vennero di getto le parole istituto e il chiaro progetto giuste per cominciare il racconto, perfette. di subentrare dopo qualche Praticamente trascorsi tre ore in bicicletta, anno al direttore. La cosa mi recitando a memoria tutta la prima pagina mise in crisi perché nella mia per paura di dimenticarmene, con un’ansia vita piena di dubbi e d’incerterribile. Tuttavia vi riuscii. Dopo aver termitezze avevo un’unica sicunato anche questa seconda opera, mi sono rezza: quella di non andare sentito come svuotato. È come se avessi cona lavorare in banca. Poi capii densato le esperienze dei 45 anni della mia che ciò che mi si offriva era vita in due libri e sentivo il bisogno di una un’esperienza particolare che pausa, di staccare, di fare un viaggio. mi avrebbe consentito di opeFra un anno e qualche mese avrò la possirare seguendo valori precisi, bilità di prendere un congedo sabbatico di con un senso di equilibrio e ritre-quattro mesi: potrà essere l’occasione per spetto fra le esigenze dell’ecocompiere questo viaggio. Una fra le tante nomia e quelle della persona cose che ho imparato è che bisogna sempre e oggi sono molto soddisfatto avere un sogno nel cassetto e la capacità della decisione presa. Bisogna e la tenacia di attuarlo. Ma è necessario però ammettere che la vita uscire dagli schemi, ritrovando la capacità moderna ci circonda di regodi immaginare.

Fabio Caminada

Vitae

ono nato a Mendrisio il 6 agosto 1965, esattamente vent’anni dopo la bomba di Hiroshima. La cosa che ricordo di più dell’infanzia è la spensieratezza, la gioia di vivere, un quartiere affollatissimo di bambini che non vedevano l’ora di scendere a giocare. Il gioco, lo stare insieme agli altri hanno segnato la mia infanzia. Un mese all’anno, però, questa vita s’interrompeva per andare nell’altro mio mondo: la Spagna, il paese di mia madre. Lì vivevo un’altra realtà, tutta diversa per odori, sapori, luci; una cultura latina, molto aperta e una lingua musicale fatta di vezzeggiativi cui non eravamo abituati. Ricordo il lungo viaggio, le partenze di notte, la prima parte fino a oltre Barcellona e la seconda nel cuore della Spagna per gli ultimi settecento chilometri. Vedo ancora le colline rosse, la strada che non finiva mai, le sagome di cartone con i grossi tori, i caldi incredibili e l’arrivo in questa famiglia affettuosa, assalito dalla nonna e dai parenti che mi trattavano come uno di casa... Assai differente l’atmosfera qui da noi, nella tradizionalissima Svizzera, in cui questa diversità era qualcosa di cui quasi ci si vergognava. Ho vissuto queste esperienze come una sorta di spaccatura interiore, come un dualismo lacerante. Se l’infanzia è stato un periodo molto spensierato, così non posso dire dell’adolescenza che è stata invece molto difficile. Mio padre mi ha comunque fatto capire che avevo delle carte da giocare e ha creduto in me, anche quando, in terza ginnasio, fui bocciato. Da mia madre, invece, ho appreso la tenacia e la convinzione che nella vita è indispensabile darsi molto da fare per riuscire a essere accettati dagli altri e ritagliarsi un proprio cammino. Quando ho ultimato il mio percorso di studi avevo 32 anni, famiglia e, accanto, la persona fondamentale della mia vita: mia moglie, che, ol-

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La forma del soggetto. La vita di ciascuno di noi non potrà mai essere pienamente rappresentata dai format televisivi, attraverso i fittizi profili elettronici dei social networks o le illusorie immagini di perfezione formale della pubblicità. Al contrario, i nostri corpi nascondono e proiettano squarci di una dimensione molto più complessa: un linguaggio dalle letture multiple con il quale è possibile interagire solo attraverso una vigile e attiva partecipazione emotiva. Le immagini del fotografo Matteo Fieni che presentiamo in queste pagine – raccolte a Bellinzona e a Lugano – rappresentano in questo senso una vera e propria ricerca “sui nostri corpi” e il loro modo di comunicare. Mostrandoci la realtà individuale attraverso un occhio pacato ma critico, lucido e profondamente partecipe. Testo a cura di Giancarlo Fornasier; fotografie di Matteo Fieni


Le fotografie presenti in queste pagine fanno parte del progetto Ritratti metropolitani, ricerca intrapresa dal fotografo luganese Matteo Fieni “per ritrarre le persone di tutti i giorni. Il tipo di persone che si incontrano per strada, di cui non si avrà mai più notizia, che appaiono e scompaiono dalla nostra vita senza lasciare traccia”. Nato alla luce di molteplici esperimenti analoghi compiuti sia nell’ambito della pittura a partire dal XVI secolo sia nel più recente (e complesso) universo dell’arte fotografica, il progetto di Fieni ha una valenza antropologica e investigativa molto precisa: “Mi sono sempre chiesto qual era il modo migliore per trattenere queste persone e poterle conoscere meglio. Il fatto di essere fotografo sicuramente aiuta, ma non basta. È attingendo al mio background di figlio di venditore ambulante che è affiorato questo spirito. Mio padre mi portava con sé nelle fiere e nelle piazze dei paesi con la sua bancarella a parlare con la gente. Ho pensato di fare un po’ la stessa cosa: mettermi in piazza”. Un processo di apprendimento che porta il fotografo a realizzare un ritratto che in seguito “viene donato al soggetto, in una sorta di scambio di favori dove il vero interesse è quello di documentare l’atto avvenuto”. Una sorta di intimo baratto di identità...: “L’idea è questa: si ferma il tempo chiedendo del tempo a chi non ce l’ha, o pensava di non averlo. Sperando di generare una specie di onda contagiosa, sia durante l’atto che dopo. Documentare persone in diversi luoghi del mondo, con condizioni di vita differenti, per rivelarne le caratteristiche, lasciando un piccolo segno del passaggio, una traccia indelebile che unisca tutti sotto la stessa luce”. Le regole con le quali il fotografo opera sui soggetti

sono molto rigide; una modalità che si ripete ovunque e di volta in volta, non mutando (almeno formalmente) mai. La parola fine non esiste: “Il progetto evolverà fino a creare un archivio dei personaggi che popolano il nostro caro mondo (...) tanto da raccontarci una verità sempre più ampia su di noi” afferma lo stesso Fieni. Una “enciclopedia di figure” o una raccolta casuale del nostro lato estetizzato: ciò che la raccolta di queste immagini rappresenta poco importa. “Guarda!” diventa un imperativo: un “esercizio-riflessione” al centro anche di alcuni contributi scritti dello stesso fotografo, che riflette sia sull’eterno dilemma del bello sia sul complesso esercizio dell’osservare: “(…) Se imparassimo a scrutare meglio il nostro ambiente scopriremmo l’inusuale che ci circonda. Potremmo rompere quella catena che si è sviluppata attorno alla vista (…) Apriamo meglio questi occhi” esorta ancora Fieni, al fine di “vedere” in modo nuovo quel mondo tanto nostro che, paradossalmente, pare a volte non appartenerci più. Biografia: Classe 1976, Matteo Fieni completa gli studi superiori alla ex SSPSS (Savosa). Si diploma nel 2001 all’Istituto Europeo di Design (Milano), dove studia fotografia. Inizia la sua carriera artistica con alcuni lavori presentati al festival off di Image Argos Project 2000 (Vevey; a cui partecipa fra gli altri Michael Ackerman, sua figura di riferimento) e diverse performance presso la Fabbrica (Losone). Nel 2007 si iscrive alla Facoltà di Scienze della comunicazione (USI, Lugano). Vive e lavora a Lugano presso la Opening, da lui fondata nel 2003. Per informazioni: Opening Photography Productions · Via Cattedrale 13 · CH - 6901 Lugano · www.opening.ch.


Le fonti del piacere Tendenze p. 40 | di Patrizia Mezzanzanica

IN EUROPA VI SONO OLTRE TREMILA CITTÀ TERMALI. SE SI CALCOLA CHE OGNUNA DI ESSE METTE A DISPOSIZIONE DEL PUBBLICO UN CERTO NUMERO DI CENTRI TERMALI E ANNESSI ALBERGHI, CI SI RENDE CONTO DELLA GRANDE QUANTITÀ DI PERSONE CHE OGNI ANNO RICORRE AI BENEFICI DELLE ACQUE SORGIVE. SE POI A QUESTI AGGIUNGIAMO I FORTUNATI FREQUENTATORI DEGLI ESCLUSIVI RESORT CHE UN PO’ OVUNQUE NEL MONDO FIORISCONO IN LUOGHI ESCLUSIVI E INCONTAMINATI, IL NUMERO È DESTINATO A CRESCERE RAPIDAMENTE…

sopra: Mi’mār Sinān (1489–1588) è stato un grande architetto turco. Al suo nome sono attribuiti più di 300 edifici in tutto l’impero Ottomano, come palazzi (saray), bagni pubblici (hammam) e mausolei (türbe) nella pagina a fianco: un bagno turco di un harem, opera di Norman Mosley Penzer (1892–1960)

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rchitetti di fama internazionale fanno a gara per costruire o ristrutturare istituti termali datati e fuori moda, e dalla loro creatività nascono spesso edifici così innovativi e spettacolari da garantire successo anche a chi, famoso, ancora non era. È il caso dei Bagni di Vals (Ticinosette n. 35 e 36/2008), un piccolo centro situato fra i boschi e le montagne del Canton Grigioni che è valso al suo progettista, Peter Zumthor, il Pritzker Prize, il più importante premio mondiale per l’architettura. La sua struttura essenziale e lineare, le pareti rivestite in pietra locale dai riflessi verdastri sono meta costante non solo di turisti, ma anche di architetti e appassionati di design. Posto sotto tutela monumentale a pochissimi anni dalla sua costruzione, l’edificio comunica al visitatore un senso di spiritualità e leggerezza ideale per la cura del corpo che mai – specie in questi luoghi – dovrebbe essere disgiunta da quella dell’anima. Ricche di ferro e di minerali, le sue acque sono di giovamento in molte patologie ma anche dispensatrici di un benessere generale. Il soggiorno termale diventa, nei Grigioni come in molte altre località sparse nella Conferazione, una vacanza, una pausa per rilassarsi e rigenerarsi. UNA VECCHIA STORIA… Ancora una volta, è dal passato che ci giunge insegnamento. Sono stati gli antichi greci, infatti, a utilizzare per primi le acque calde e i vapori di sorgente. In virtù delle loro proprietà terapeutiche vi attribuivano poteri soprannaturali edificando, nelle loro vicinanze, santuari famosi per bellezza e maestosità. Nel tempio di Apollo, a Delfi, la sacerdotessa, avvolta nei vapori, pronunciava gli oracoli. I romani, più tardi, estesero la consuetudine termale a ogni classe sociale. Le Terme di Agrippa, inaugurate a Roma nel 12 a.C., sono il primo edificio pubblico della città, e anche quelle successive di Caracalla (imponenti e sontuose) erano in realtà destinate all’uso pubblico, inclusi gli abitanti dei quartieri popolari che sorgevano attorno. Nell’inconscio universale la sorgente è sacra, l’acqua vergine che ne scaturisce è il simbolo della fecondazione, della crescita e della maternità, come la pioggia, che cadendo dal cielo per influenza celeste dispensa fertilità alla terra. Per i galli l’acqua sorgiva era una divinità in grado di ridare vita ai guerrieri morti, mentre la leggenda riporta che Alessandro il Grande si fosse mosso alla ricerca di una misteriosa sorgente di vita senza però raggiungerla a causa della sua impazienza e di un’assai breve esistenza. Restando nel campo del simbolismo, la fonte non dona però solo vita e immortalità ma, soprattutto, giovinezza. Chi la beve ottiene longevità e salute. Un concetto che ha molta familiarità con il termalismo e su cui, sempre più spesso, puntano pubblico e addetti ai lavori. UN BENE NATURALE I reali benefici delle terme sono indubbi, le loro acque utili in molte malattie. Dai dolori reumatici alle allergie, dai disturbi digestivi e respiratori a quelli di reni e vie urinarie, passando per problemi di fegato, sangue, mialgie, dermopatie, malattie ginecologiche, metaboliche e molte altre. La talassoterapia, invece si basa sull’azione curativa del clima a dell’acqua marina impiegata per sabbiature, fanghi e nebulizzazioni. Per la terapia, suggerita a chi soffre di dolori articolari, circolazione e stanchezza psicofisica, vengono utilizzate anche alghe e altre sostanze estratte dal mare. Quiberon, in Francia, è la meta più frequentata. Solo qui è possibile effettuare un percorso acquatico che si svolge in acqua di mare a 34 °C e comprende diversi passaggi fra cui geyser e Jacuzzi panoramica. Ma per rendersi conto di quanto le Terme continuino a essere, ancor oggi, in molti paesi, una pratica comune e quotidiana, bisogna recarsi in un hammam. Il più rinomato è quello di Cemberlitas, nel quartiere di Sultanahmet, a Istanbul, proprio accanto alla Colonna di Costantino. Dopo avere ricevuto una tazza di tè, asciugamano e pantofole, il cliente viene introdotto nel “forno”, la sala principale dove si suda nel vapore. A richiesta è possibile effettuare la pulizia con il guanto di crine, che consiste in shampoo e massaggio energico su una lastra calda in marmo posta al centro del locale.


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Âť illustrazione di Adriano Crivelli


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Astri gemelli

cancro

Luna storta tra il 3 e il 4 dicembre. Malumori e gelosie con il partner. Viaggi e conferenze riconducibili alla sfera professionale. Incontri con persone straniere. Nuovi stimoli per i nati nella terza decade.

Marte in opposizione fino al 7 dicembre. Momenti di tensione per i nati nella terza decade all’interno dell’unione coniugale. Attrazione verso professionalità insolite. Forte aumento degli appetiti sessuali.

Esperienze del passato ritornano a galla. Se avete una questione in sospeso con il partner questo è il momento adatto per andare più a fondo alla ricerca dei reali problemi. Difficili le giornate del 7 e dell’8.

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Grazie ai recenti ingressi di Mercurio e Marte nella vostra sesta casa solare la sfera delle vostre relazioni professionali si fa particolarmente vivace. Spirito competitivo con i colleghi di lavoro. Fortune inaspettate.

Incontri sentimentali durante occasioni culturali. Svolte disordinate per i nati nella terza decade. Investimenti immobiliari per i nati nella seconda decade. Dicembre vivace per i nati nella prima decade.

Attenti a come parlate con gli altri. Soprattutto tra il 7 e l’8 quando la Luna si troverà in Capricorno. Non incartatevi in polemiche autodistruttive con i vostri familiari. Periodo più creativo.

A partire dall’8 dicembre vi sentirete particolarmente motivati. Nuovi fermenti culturali. Voglia e desiderio di eventi straordinari per i nati nella terza decade. Occasioni inaspettate provenienti dall’informatica.

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capricorno

acquario

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Dall’8 dicembre Marte lascia il segno del Sagittario. Potrete vivere le realtà quotidiane con minore frenesia. Fino a quella data, soprattutto se siete nati a fine segno, attenti a mantenere la giusta serenità.

Grazie a Mercurio e a Plutone in congiunzione è il momento favorevole per dare inizio a un’attività di ricerca. Incontri karmici legati al passaggio del Nodo Lunare Nord. Intense le giornate comprese tra il 7 e l’8.

Situazioni professionali riconducibili a realtà e situazioni segrete. Trasgressività per i nati nella prima decade. Guadagni a sorpresa per i nati nella terza decade. Denaro proveniente da attività originali.

Occasioni mondane legate a eventi di massa. Sogni premonitori tra il 10 e l’11 grazie ai transiti di Luna e Nettuno. Grazie a Marte, Mercurio e Venere si apre un periodo positivo per i nati nella prima decade.

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Orizzontali 1. Lagnarsi • 10. Imitare • 11. Articolo indeterminativo • 12. Credere, reputare • 13. È un risparmiatore • 14. Consonanti in siero • 15. Cuor di regina • 16. Memorabile, storico • 17. Fiaccarono Annibale • 19. Il primo dispari • 20. Le iniziali della Muti • 21. Melissa nel cuore • 22. Originali, strampalati • 23. Il mitico re di Egina • 25. Istituto Tecnico • 26. Consonanti in Teseo • 27. Le iniziali di Truman • 28. Libretto d’appunti • 30. Celestiale (f) • 33. La fondò E. Mattei • 34. Il regista di “Serpico” • 35. Bruciato • 36. Allegri, briosi • 37. Il tessuto del kilt • 39. Cittadina di Teheran • 41. Dittongo in poeta • 42. I numi del focolare • 44. Console Generale • 45. Cuor di vinto • 47. Divinità femminile • 49. Subì la sorte di Pompei.

delle Pinacee • 7. Aerodromo • 8. Sopra • 9. Interferenza, ingerenza • 14. Non è soddisfatta • 18. Ictus • 19. Ultimo Scorso • 24. Vaso panciuto • 29. Cocciuta • 31. Popolo nomade del Sahara • 32. Parti di chilo • 35. Si empie di schede • 38. Architetto finlandese • 40. Un colore del croupier • 43. Circolano in Giappone • 46. Norvegia e Cuba • 48. I confini di Arogno.

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Verticali 1. Noto film di C. Hanson • 2. Lega le persone • 3. Non parla • 4. Nome di donna • 5. Un piccolo grande uomo • 6. Si estrae dalla resina

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» a cura di Elisabetta

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La soluzione verrà pubblicata sul numero 51

ariete Maggiore cautela nelle discussioni. Particolarmente instabili i giorni tra il 7 e l’8. Decisamente creativo il 9, grazie al transito lunare. Cambiamenti per i nati nella seconda decade indotti dal transito di Saturno.

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Numero 49 - Settimanale della Svizzera italiana

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