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Sfide

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L’uomo e l’angelo “Ci sono uomini, e ci sono strumentisti, la cui vita e la cui carriera sono tutte in piano, magari in discesa; ci sono uomini, e ci sono strumentisti, per i quali il cammino è sempre accidentato, e magari in salita”. Così Piero Rattalino sintetizzava il confronto fra due grandi musicisti del Novecento: i violoncellisti Pierre Fournier e Gregor Piatigorsky

Alcune settimane fa mi è stato fatto omaggio di un cd contenente un’incisione del 1962 di quella che allora si chiamava Orchestra della Radiotelevisione della Svizzera Italiana. A dirigerla era Hermann Scherchen, uno dei più prestigiosi e illuminati direttori d’orchestra del Novecento. Se la qualità audio non rappresenta nulla di eccezionale rispetto a quanto ci ha abituato la moderna tecnologia, di estremo interesse sono invece l’interpretazione della Terza sinfonia op. 90 di Brahms e del Concerto per violoncello e orchestra op. 104 di Dvorak nel quale dà straordinaria prova di sé Pierre Fournier (1906–1986). Per chi non fosse addentro alla materia, Fournier è stato uno dei più grandi e leggendari violoncellisti del Novecento. Ma per raggiungere questo risultato egli dovette affrontare, e superare, una serie non indifferente di prove. La vita non gli fu infatti del tutto favorevole e il suo successo come uomo e concertista fu il risultato di una volontà e di una tenacia davvero fuori dall’ordinario. Nato a Parigi, figlio di un alto ufficiale dell’esercito francese, Pierre fu colpito durante l’infanzia da una grave forma di poliomielite. La malattia causò la compromissione della gamba destra che, oltre a limitarne la mobilità, gli impedì di proseguire gli studi pianistici ai quali era stato avviato con ottimi esiti dalla madre. L’impossibilità di utilizzare correttamente i pedali dello strumento lo indusse quindi a scegliere il violoncello, strumento che si suona seduti ma che comunque necessità di un corretto appoggio sugli arti inferiori. Benché provvisto di una musicalità naturale straordinaria e a prescindere dagli ottimi risultati negli studi – fu, fra l’altro, allievo di Paul Bazelaire e Anton Hekking presso il Conservatorio di Parigi –, Fournier dovette dominare la materia del proprio strumento grazie a un impegno e a una dedizione costanti: tutto ciò che egli riusciva a ottenere dal suo arco era il frutto di un lavoro capillare e metodico che nulla lasciava al caso. Il naturale imbarazzo dovuto alla marcata claudicazione venne dunque compensato dall’enorme sforzo sul piano dell’affinamento espressivo e strumentale.

La sua maturazione raggiunse il culmine dopo i quarant’anni, in netto ritardo rispetto ai suoi coetanei più dotati; ma da quel momento l’eleganza del suo gesto sonoro, la qualità timbrica dell’arcata, la fluidità del fraseggio conquistarono le platee di tutto il mondo, trasformandolo a ragione in uno dei musicisti più amati e stimati, anche sotto il profilo umano e relazionale. La sua interpretazione delle Suite bachiane resta ancora oggi, al pari di quella di Anner Bylsma, un punto di riferimento per tutti i violoncellisti. Suo grande rivale sulle scene e, come vedremo, anche nella vita privata fu Gregor Piatigorsky (1903–1976). Di solo tre anni più anziano di Fournier, di origini russe ma successivamente naturalizzato americano, Piatigorsky era dotato di una naturale predisposizione verso lo strumento e la sua vicenda personale seguì una direzione del tutto opposta a quella del collega francese. L’imponenza fisica, il fascino che sapeva trasmettere sul pubblico, la leggerezza del suo strumentismo – fu stretto collaboratore sia di Vladimir Horovitz sia di Arthur Rubinstein, oltre che primo violoncello dei Berliner – lo resero celebre in tutto il mondo. Definito un “angelo del violoncello”, Piatigorsky raggiunse il successo a soli trent’anni, grazie anche alla stima e all’apprezzamento di grandi compositori, non ultimo Sergei Prokofiev, che gli dedicarono pagine memorabili. Ma la rivalità fra questi due musicisti fu legata anche a fattori personali e sentimentali. Come racconta lo stesso Rattalino nelle note al cd, Pierre Fournier sposò infatti la moglie divorziata di Piatigorsky, una donna di rara bellezza e fascino e, a quanto pare, la loro fu un’unione felicissima e duratura. Personaggio riservato, silenzioso e di grande onestà intellettuale Fournier ha testimoniato con le sue interpretazioni e con il suo insegnamento – al pari di Piatigorsky egli dedicò una buona parte della sua vita a questa attività – che i grandi risultati professionali e personali sono inevitabilmente il frutto dell’autodisciplina, della tenacia e, nei casi migliori, dell’integrità morale. Un modello da tenere bene a mente, oltre che da ascoltare con attenzione!

» di Fabio Martini; illustrazione di Micha Dalcol

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Ticino7  

Numero 39 - Settimanale della Svizzera italiana

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