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Corriere del Ticino • laRegioneTicino • Tessiner Zeitung • CHF 3.– • con Teleradio dal 1. al 7 agosto


Âť illustrazione di Adriano Crivelli


numero 31 30 luglio 2010

Agorà Potere e politica. Lo Stato di paura Arti Teatro. Dilemmi shakespeariani

Impressum Tiratura controllata 89’345 copie (72’303 dal 4.9.2009)

Chiusura redazionale Venerdì 23 luglio

Editore

Vitae Fabio Poretti

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GIANCARLO FORNASIER

DEMIS QUADRI

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STEFANIA BRICCOLA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Reportage Cinema e società. Cattive ragazze Tendenze Moda mare. Rivoluzioni di costume

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FABIO MARTINI MARISA GORZA

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Astri / Giochi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Teleradio 7 SA Muzzano

Direttore editoriale Peter Keller

Redattore responsabile

La dura legge delle cattive ragazze

Fabio Martini

Coredattore

Giancarlo Fornasier

Photo editor Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Società Editrice CdT SA via Industria CH - 6933 Muzzano tel. 091 960 31 31 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch

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(carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona

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In copertina

La locandina di Pickup (1951), film diretto e interpretato da H. Haas e B. Michaels (Collezione privata)

Il Comunicato stampa che accompagnava la recente Statistica del movimento naturale della popolazione nel 2009 (Ufficio Federale di Statistica, 8.7.2010) titolava con una certa enfasi: “Nascite e matrimoni hanno il vento in poppa”. Si afferma nel cappello introduttivo: “Il 2009 è stato caratterizzato dall’aumento del numero di nascite, matrimoni e decessi e dalla diminuzione di quello dei divorzi. In media ogni donna mette al mondo 1,5 figli (erano 1,38 nel 2001, ndr.)”. Senza dubbio buone notizie: nuove nascite è sinonimo di nuove generazioni e, ci si augura, di una diversa (e migliore) progettualità e visione del mondo. Le statistiche indicano anche che la popolazione svizzera si avvicina ormai agli 8 milioni di persone (7,7 circa nel corso del 2010), con una percentuale femminile prossima al 51%. Se è vero che le nascite sono aumentate, “le donne di meno di 30 anni mettono al mondo sempre meno figli” fa notare L’UST, e “le nascite sono in aumento tra le donne che hanno più di 35 anni. (...) Questo cambiamento di comportamento – che spinge le donne ad avere figli più tardi – provoca l’aumento costante dell’età media delle madri alla nascita del primo figlio, che nel 2009 si è attestato a 30,1 anni”. A questo si aggiunge una percentuale di nascite fuori dal matrimonio “sull’insieme dei nati vivi che continua a progredire (17,9% nel 2009 contro il 17,1% nel 2008). (...) Ciononostante, rispetto alla media dell’Unione europea (nel 2007, 33%), in Svizzera il tasso medio di nascite fuori del matrimonio rimane uno dei più bassi”. Un dato che conferma come anche nel nostro Paese la struttura sociale sia definitivamente mutata. Nuovi scenari “familiari” avvicinano dunque la conservatrice Svizzera ai paesi dove i modelli sono da decenni più “aperti”; nel 2009 “un po’ meno di 900 coppie hanno optato per l’unione domestica registrata (la Legge è entrata in vigore l’1.1.2007, ndr.). Anche se le unioni tra uomini rappresentano il 67% di tutte le unioni domestiche registrate, nel 2009 le unioni tra coppie di donne sono salite del 4,8% passando a 284”.

In un recente articolo dal titolo “The end of men” apparso sulla rivista statunitense “The Atlantic” – “La fine del maschio”, nella traduzione pubblicata dal settimanale “Internazionale” del 16.7.2010 –, la giornalista Hanna Rosin evidenziava come negli Stati Uniti, così come in India, Corea del Sud e Cina (!), si profili una nuova tendenza, assolutamente inaspettata sino a pochi anni or sono: quella di preferire figlie femmine ai maschietti. Stando all’articolo i motivi sarebbero “ovvi”. Citiamo: “Da quando la capacità di ragionare e di comunicare ha cominciato a prendere il posto della forza fisica come chiave del successo economico, le società che sfruttano il talento di tutta la popolazione adulta, e non solo della metà (cioè degli uomini, ndr.) sono passate in vantaggio. (...) Con poche eccezioni, più potere hanno le donne e maggiore è il successo economico di un paese”. Secondo la giornalista la crisi economico-finanziaria che ha colpito soprattutto Stati Uniti ed Europa, ha evidenziato come sia proprio il modello economico e i settori tipicamente “patriarcali” (industria, edilizia e alta finanza) ad aver avuto la peggio. “Nell’economia postindustriale (...) le qualità che contano – l’intelligenza sociale, l’abilità comunicativa e la capacità di concentrazione – non sono più prevalentemente maschili” dice ancora la Rosin; una società ancora basata sul potere maschile ma, “viste le forze che premono sull’economia, sembra che questi siano gli ultimi rantoli di un’era che sta per finire”. Una rigeneratrice “nuova onda femminile” che ha portato anche a casa nostra (per la prima volta, ma forse è un caso...), tre donne a ricoprire simultaneamente le più alte funzioni politiche (Pascale Bruderer Wyss/Erika Forster-Vannini/Doris Leuthard). Alla luce di quanto sta avvenendo nelle economie più avanzate, e a difesa dello sprovveduto universo maschile, non sarà il caso di riproporre nelle sale svizzere alcune delle “illuminate” pellicole presentate nel nostro Reportage...? Buona lettura, Giancarlo Fornasier


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Potere e politica. Lo Stato di paura

Agorà

Campanello d’allarme, reazione del nostro cervello di fronte a un pericolo, istinto, spirito di conservazione, elaborazione di fattori culturali: la paura ci appartiene. Essa è un elemento spesso “fuori controllo” ma centrale della nostra vita, capace di farci progredire o di paralizzare la nostra naturale predisposizione al cambiamento. Paura di crescere, paura del futuro, paura del nulla, paura del prossimo, paura di noi stessi… La paura governa l’uomo. E la politica governa la paura utto ciò che sfugge al nostro controllo genera paura, e la sensazione di non poterla controllarle fa aumentare la frequenza di quel timore e la sua diffusione. La paura è sempre istintiva, anche se i fattori culturali sono fondamentali; vi sono società che vivono paure inesistenti in altri contesti, classi sociali che temono eventi che per altre hanno scarsa rilevanza. Poiché l’uomo vive in comunità, le paure generate dal gruppo diventano collettive e influenzano inevitabilmente il singolo. Poco importa che queste siano più o meno reali. Come per le diverse società, ogni epoca ha le sue paure; il basso livello di istruzione e la ridotta capacità d’analisi della quotidianità hanno portato lungo tutta la storia dell’umanità al diffondersi di timori assolutamente infondati, dalle streghe all’invasione di malefici extraterrestri. Tutto, in fondo, si riduce a un solo vero e fondamentale timore: la consapevolezza che tutti siamo “finiti”. E che un giorno dovremo scomparire. La morte (almeno quella fisica) è inevitabile e la sua assoluta certezza ci terrorizza. Un paradosso quanto mai interessante: non dovrebbero forse essere le incertezze (e non le certezze) a renderci insicuri e timorosi…? Nei primi mesi di quest’anno è stato pubblicato Filosofia della paura (Castelvecchi), saggio del filosofo norvegese Lars Svendsen (docente universitario e giornalista) alla base del quale vi è la convinzione che “l’insensata cultura odierna della paura sta indebolendo la libertà”. Quella di ognuno di noi.

Paura e rischio La presa di coscienza dei pericoli è una delle grandi conquiste dell’età moderna. Oggi la nostra incolumità è decisamente meno esposta rispetto a quella di un mercante del XVI secolo, il quale fra malattie e precarie condizioni igieniche, brigantaggio, bassissima protezione sociale e soprusi “rischiava la vita” letteralmente ogni giorno. Ma qualcuno da qualche decennio pare volerci convincere del contrario. È invece vero che oggi abbiamo un’altra, più grande consapevolezza dei rischi che corriamo e questo ha portato a una percezione del pericolo sconosciuta in precedenza. E assai allarmante: Islam, terrorismo, stranieri, malattie, disastri, incidenti, quello che ci circonda è un mondo altamente pericoloso. O meglio, questo è quello che i media ci trasmettono, enfatizzando – per dovere di cronaca – tutto ciò che appare come “strano”, insolito”, “poco probabile”

in un destabilizzante minestrone di “normalità” ed “eccezione” che noi prontamente ingoiamo. Insomma, la differenza che esiste tra la certezza che qualcosa stia per avvenire e la possibilità che questa avvenga si è drammaticamente assottigliata, tanto che oggi ogni immaginario pericolo appare dannatamente reale. “La consapevolezza del rischio da parte dei cittadini (…) non è solo fondata su qualcosa che di fatto è successo a qualcuno, ma in pari misura sull’idea di quello che può succedere” (Svendsen, p. 57 e seguenti). È la paura “come visione del mondo” scrive ancora l’autore, che ribadisce, ricordando il sociologo britannico Anthony Giddens: “La società del rischio esprime la cultura della paura”.

Un pericolo “condiviso” Ma perché dovremmo avere paura di qualcosa che non è accaduto e che nessuno ci assicura – sarebbe meglio dire rassicura – avverrà? La parola “rischio” è etimologicamente legata alla possibilità di compiere o imbattersi in una scelta pericolosa1 . È dunque qualcosa che scegliamo di assumerci. La nostra esperienza quotidiana induce la maggior parte di noi, naturalmente, a correre i minori rischi possibili; questo perché osare in qualcosa di potenzialmente pericoloso – si badi bene, potenzialmente – ha oggi valenze prevalentemente negative. Perché ci espone a un rischio e, maggiore è la possibilità di condividere con altri questa pericolosità, crescente sarà il suo peso. Personale e sociale. “Il motivo per cui certe forme di rischio vengono messe in risalto più di altre è che si adattano a opinioni condivise dalla maggior parte delle persone, opinioni soprattutto di genere morale (…) Un altro valido elemento che va comunque considerato è che un pericolo diventa degno di attenzione quando c’è qualcuno da incolpare”. L’aspetto della moralità è secondo Lars Svendsen centrale nella comprensione del fenomeno alla base dell’equazione rischio=paura. La “società del rischio”, titolo di un saggio del sociologo tedesco Ulrich Beck (Carocci, 2000), è una società nella quale le “dichiarazioni di rischio sono giudizi morali sullo sviluppo della società. Anche se questi vengono fatti passare per giudizi sulla realtà dei fatti”. Un legame tra moralità e realtà che porta a produrre “verità” che proprio consolidate non sono, ma che certo colpiscono la sensibilità di chi è posto di fronte a un’ingiustizia di ordine morale. E dunque a un pericolo che minaccia lui e il suo contesto socio-familiare.


L’immaginario della presunta minaccia personale è cavalcato volentieri dalla politica, come vedremo in seguito: se vi è un rischio vi è una colpa, se vi è una colpa vi è un colpevole, dunque una minaccia, dunque un serio pericolo. Svendsen, non a caso, introduce l’elemento “da incolpare”: il colpevole, ovvero il male dal quale allontanarsi o da eliminare. Scrive ancora l’autore: “La prospettiva di paura e quella di rischio necessitano di una vittima: senza vittima effettiva o potenziale perdono forza”. La sua riflessione si fa illuminante quando definisce le categorie nelle quali le vittime si possono iscrivere: “La maggior parte degli esseri umani appartiene o è appartenuta a un cosiddetto gruppo «debole», che si tratti di bambini, di anziani, di immigrati, di donne, di poveri, di malati (…) Per il solo fatto di appartenervi si è sulla buona strada verso lo status di vittima, nel senso di individuo minacciato che ha bisogno di protezione”. Ma c’è di più: sulla vittima – per sua natura indifesa – non può certamente essere “scaricata” la responsabilità della situazione nella quale si trova: è un innocente che subisce, senza difese, un sopruso. Un valido e credibile colpevole diventa quanto mai necessario al fine di giustificare la sua condizione di vittima impotente. A cui serve un protettore, e cioè questa o quella fazione politica (la sola in grado di comprenderlo e assecondarlo), questa o quella nazione (la sola in grado di proteggerlo e difenderlo).

La politica della paura Il laboratorio privilegiato della paura è, come dicevamo, la “stanza del potere”, ovvero la politica e la sua gestione delle informazioni. Democrazie o totalitarismi, non vi sono distinzioni: la leva del “pericolo imminente” e la creazione di paure capaci di minacciare il benessere di uno Stato – o di spiegare una condizione sfavorevole esistente – sono fra gli strumenti di controllo più forti mai creati dall’uomo. “(…) Gli individui si temono a vicenda piuttosto che temere una minaccia esterna. Ma anche questa paura diventa tuttavia una risorsa per stabilire una comunanza sociale. Sia Machiavelli2 sia Hobbes3 sono d’accordo sul fatto che chi controlla la paura in una società controlla praticamente questa società per intero” (Svendsen, p. 120 e seguenti). Esempio paradigmatico di questo assioma social-culturale è il tempo nel quale viviamo, ovvero il Post-11 settembre 2001: inutile qui ricordare quello che il mondo intero sta vivendo da quei tragici (e “spettacolari/pirotecnici”) fatti. Eventi vecchi di dieci anni…? Se credete

che quanto avvenuto sia acqua passata, provate a varcare i controlli aeroportuali portando con voi, senza dichiararla, un’innocua bottiglietta di acqua del rubinetto di casa vostra… Sebbene nessuno di noi abbia mai commesso o pensato di attuare un’azione terroristica, ecco che un intero sistema si organizza, con la pretesa di garantire la “sicurezza”. Ma dovremmo essere “al sicuro” da che cosa, esattamente? Anzi, da chi…? “Nello stato di natura teorizzato da Hobbes – dove ognuno ha diritto a ogni cosa e, a causa della limitata disponibilità di beni, gli uomini ingaggiano una guerra “di tutti contro tutti” con le immaginabili conseguenze, ndr. – esiste un unico diritto, ed è quello di usare le proprie forze per ottenere esattamente ciò che si desidera”. Un modello nel quale “la paura diventa onnicomprensiva e mina così ogni possibilità di realizzare una visione positiva della propria vita. (...) La vita non diventa altro che una continua difesa contro pericoli che ci minacciano da ogni lato” scrive ancora Lars Svendsen; “è il peggiore dei mondi in cui vivere”.

La “difesa” del cittadino Lo Stato è, per sua natura, un’istituzione a difesa dei cittadini, e le autorità politiche sono estremamente sensibili e vigili rispetto allo sviluppo di una paura nella popolazione, “perché questa paura indebolisce la legittimità dello Stato, che si poggia sulla capacità dello Stato stesso di proteggere i cittadini”. Perciò, un Paese che non sembra garantire protezione rischia la sua stessa stabilità4: per mantenere lo status quo il potere (Servizi segreti compresi) deve per forza di cose creare potenziali forze destabilizzatrici e “dimostrare di combattere ciò che genera la paura”. Un atteggiamento molto pericoloso, avverte Svendsen, poiché “lo Stato deve legittimare le proprie azioni riferendosi a quel pericolo che ne è la causa. Per consolidare la legittimità, dunque, questi pericoli verranno spesso drammatizzati in modo esagerato”. Non meraviglia dunque che in una nazione “la lotta alle cause della paura produce a sua volta paura”. Una paura che genera “controlli” (schedature incluse...), che a sua volta generano costi5 e dunque “affari”: denaro. Nel Rapporto annuale 2009 del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC)6, alla voce “Terrorismo” si dice: “Nonostante il ripetuto interesse manifestato dal nucleo di Al-Qaida per l’acquisizione e l’impiego di armi di distruzione di massa (…) questa minaccia rimane debole per il prossimo futuro. Per i terroristi è tuttora estremamente difficile acquisire

o impiegare con successo tali armi (…) Il potenziale di dannosità è tuttavia primariamente di natura psicologica e soltanto in via secondaria concerne danni materiali diretti di grande entità”. Lo stesso rapporto ricorda un solo vero caso di arresto per “Terrorismo ed estremismo violento di matrice islamistica in Svizzera”. Citiamo: “8 gennaio. Viene arrestato in Francia un cittadino francese di origine algerina, dottore in fisica nucleare, residente in Francia, impiegato presso il Politecnico federale di Losanna e collaboratore del Centro Europeo per le Ricerche Nucleari (CERN)”. Può apparire paradossale, ma gli ultimi dati rilasciati dall’Ufficio prevenzione infortuni (Upi; STATUS 2009), mostrano come in Svizzera, nel solo 2006, ben 1.500 persone sono decedute per attività svolte “in casa e nel tempo libero”. Il 79% di questi decessi sono riconducibili a cadute. D’altro canto, nel corso del 2009 nel territorio della Confederazione non si ricordano decessi riconducibili ad atti terroristici. Una nota Ats/Ansa del 14 giugno scorso, rilanciata anche da alcuni media di casa nostra, recitava: “Sono 25.761 le vittime di attentati terroristici con più di 15 morti nel mondo nel periodo 1993–2010. È quanto emerge dal primo Rapporto sul terrorismo internazionale curato dalla Fondazione italiana ICSA. Lo spartiacque è avvenuto l’11 settembre 2001: prima i morti erano stati 2.540, poi hanno superato quota 20 mila (un aumento dell’800% circa, ndr.). Il numero di attacchi terroristici nel triennio 2007–2009 ha registrato una significativa flessione, anche se il numero di vittime è rimasto elevato”. Nel periodo 1990–2008 nella sola Svizzera sono decedute in incidenti della circolazione 2.657 persone; quelle feritesi in modo “grave” sono state ben 32.454. Forse sarebbe necessario porsi alcuni seri interrogativi sui veri pericoli che minacciano la nostra incolumità. Note: 1 M. Cortellazzo e C. Marcato, Dizionario etimologico dei dialetti italiani, UTET. 2 Niccolò Machiavelli (1469–1527), filosofo, scrittore e politico fiorentino. È autore de Il principe (1513), noto trattato di dottrina politica. 3 Thomas Hobbes (1588–1679), filosofo britannico. È autore del volume di filosofia politica Leviatano (1651), nel quale egli espone la sua teoria “della natura umana, della società e dello stato”. 4 Esemplare a questo proposito il contributo “Sicurezza della Svizzera: primo rapporto annuale del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC)“, 7.7.’10 (www.admin.ch/aktuell/00089/ index.html?lang=it&msg-id=34220). 5 Il budget 2009 dell’intelligence USA è stato di 75 miliardi di dollari (“Corriere della Sera“, 20.7.2010). 6 Il Rapporto è disponibile nel sito Internet dell’Amministrazione federale (www.vbs.admin.ch).

Agorà

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» di Giancarlo Fornasier

Dal pericolo alla vittima


Arti

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o non Shakespeare? Questo è un problema che emerge con relativa frequenza quando si parla di cartelloni teatrali. Anche alla luce della recente messa in scena, al Piccolo Teatro Strehler di Milano, con la regia di Luca Ronconi, de Il mercante di Venezia e del Sogno di una notte di mezza estate la domanda risulta lecita. Pur trattandosi di allestimenti di buon livello, interpretati da ottimi attori e con l’ausilio di colossali macchine teatrali, i due spettacoli sembrano in effetti scostarsi poco l’uno dall’altro. Naturalmente ciò è in parte dovuto anche all’utilizzo della stessa compagnia, oltre che allo sguardo registico di Ronconi. Fedele alla tradizione italiana, questi si attiene con grande fedeltà a dialoghi e monologhi del testo portato in scena, approfittando piuttosto nel proprio lavoro degli spazi messi a disposizione dalla sfera gestuale. Le caratteristiche assegnate dal regista ai personaggi risultano insomma chiare osservando comportamenti che a volte non seguono alla lettera le parole. La stessa linea è in qualche modo adottata anche per quanto riguarda le scenografie: invece di cercare di ricreare un ambiente storicamente realistico, Ronconi si lascia suggestionare da idee e dettagli anche minori che verranno poi elevati a più o meno

tra le dimensioni degli attori e quelle dei fondali – agli spettatori lontani dal palco appaiono ancora più evidenti gli svantaggi della propria posizione. In certi casi viene quasi da chiedersi: perché non starsene a casa a godersi uno spettacolo televisivo? Si risparmiano denaro ed energie, e si evita di dover strabuzzare gli occhi per distinguere i movimenti di minuscoli personaggi dei quali, in pratica, soltanto la voce amplificata per mezzo di microfoni risulta chiaramente percepibile. Ovviamente, però, i lavori di Ronconi rimangono prodotti teatrali di valore, degni di essere visti, e il pubblico può legittimamente farsi incantare dai monologhi dello Shylock interpretato da Fausto Russo Alesi o dai deliri del Puck di Riccardo Bini. “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, scriveva Italo Calvino con parole che non è troppo difficile ritrovare sulle note di copertina di molti volumi editi in Italia. Per quanto riguarda Shakespeare e il suo teatro, giustamente Luca Ronconi non fatica a sostenere la stessa cosa. E non solo lui. Rimane però il dubbio che spesso il tirare in ballo sempre gli stessi classici nasconda una certa mancanza di idee. Intanto, per esempio, il direttore di un teatro di Berna ha avuto occasione di doversi difen-

Sullo sfondo del carnevale veneziano, Shylock e Antonio tornano a scontrarsi. E intanto gli amori di Ermia, Elena, Lisandro e Demetrio si incrociano nuovamente nei boschi di una Grecia fiabesca... dere dalle critiche per non aver messo in cartellone – per un’intera stagione! – alcuna pièce di Shakespeare. Insomma il dibattito è aperto. E la posta in gioco è anche

la specificità di un teatro che non si vuole soltanto intrattenimento per un pubblico attento e rilassato, che ride al momento buono, ma che non è veramente toccato nel profondo. Shakespeare, Molière, Goldoni e Pirandello sono grandi autori che giustamente trovano spazio in scena anche oggi. Ma non varrebbe la pena di concedere un po’ di posto anche a qualcun altro dei “quattro o cinque” drammaturghi che sono stati – e in alcuni casi sono ancora – attivi in 2.500 anni di teatro?

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astratti protagonisti della scena. Proprio le dimensioni degli apparati scenografici, tra l’altro, mostrano un punto debole dei grandi teatri, dove – a causa del contrasto

Dilemmi shakespeariani

Shakespeare


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» testimonianza raccolta da Stefania Briccola; fotografia di Igor Ponti

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il tatuaggio realizzato che fisserà indelebilmente un ricordo speciale della sua vita. La storia del tatuaggio si perde nella notte dei tempi e in diverse culture ancestrali sottolinea l’appartenenza a un gruppo sociale, mentre nella cultura moderna con le sue forme espressive è diventato un simbolo di bellezza, di arte e del desiderio di qualcosa di unico. Per questo non lo si può definire una moda. Ricordo ancora quando una signora tutta in ghingheri si presentò nel mio studio e mi chiese: “Che cosa va di moda quest’anno?”. Io risposi d’istinto: “Signora, la porta”. E lei controbatté: “Ma quali di tipi Lo si potrebbe definire un creatore di di porta…?”. Allora le spiegai unicità. Nel suo lavoro, infatti, oltre a a chiare lettere di uscire dalla porta. Riscontro che l’esploindubbie capacità creative è indispensa- sione del tatuaggio avviene in bile essere anche un po’ psicologi... un momento in cui la società è composta da persone che “A che bravo! Al fà l’estetista…”. sono sempre più dei numeri e tendono a E io cogliendo la palla al balzo modificare il proprio corpo per darsi una conle risposi: “Esattamente signora, notazione “diversa”. Questa tendenza quasi mi dica dove devo firmare per il esasperata a caratterizzare il proprio corpo con contratto d’affitto…”. il tatuaggio, la chirurgia estetica o il piercing è Ho scelto di intraprendere secondo me una conseguenza di quella che questa professione sulle bachiamano globalizzazione. Molti avvertono il si di una ricerca artistica di peso della solitudine e per attirare l’attenzione lungo corso. Dopo aver confanno cose estreme. Se una volta ci si trovava seguito l’Attestato federale di in piazza per discutere, oggi con i cellulari, capacità come meccanico di gli sms e Internet mancano i contatti diretti. macchine da scrivere ed aver Quindi il tatuaggio molto evidente forse cela terminato la scuola reclute, un desidero inconscio di socialità. Più in andai negli Stati Uniti ad imgenerale i soggetti tatuati sono associati alla parare l’inglese. Grazie a una personalità dell’individuo. Quelli che rapborsa di studio ho studiato presentano la forza vengono realizzati sulla grafica al Franklin College a parte destra del corpo, che nella mitologia è Sorengo e al Santa Monica associata al lato patriarcale, al sole, all’oro, alla College a Los Angeles. Ero forza; mentre la parte sinistra è connessa al anche stato ammesso all’Art lato matriarcale, alla notte, all’argento e alla Center College of Design di dimensione interiore. Un tatuaggio fatto in Pasadena dove l’iscrizione una posizione sbagliata può compromettere ammontava a 65.000 dollala vita sociale. Un ragazzo tatuato in fronte ri… ma dovetti rinunciare alla probabilmente non troverà più un posto di laborsa di studio poiché non voro. Una ragazza con un tatuaggio evidente ero cittadino europeo. Così sul collo con il passare del tempo forse non si tornai a Lugano dove feci divedrà con altrettanta benevolenza. versi lavori, compreso il venTornando a me… Sono un anticonformista e ditore di aspirapolveri porta mi ha sempre affascinato il sogno americano a porta. Questa esperienza del self-made man, che costruisce la sua fortumi ha permesso di acquisire na partendo dal nulla. Ho faticato a trovare la un approccio migliore con la mia strada e ringrazio chi ha creduto in me. Le gente. Forse per questo oggi difficoltà e le sofferenze mi hanno temprato. riesco a soddisfare al meglio La rondine tatuata sul mio collo simboleggia ogni richiesta con la mia arte. l’arrivo della bella stagione, un cambio di La gioia più grande è vedere vita, la fedeltà e l’amore per la libertà che è da qualcuno al settimo cielo per sempre la bandiera della mia esistenza.

Fabio Poretti

Vitae

ono nato a Sorengo il 3 ottobre 1965 e ho quasi sempre vissuto in Ticino. Provengo da una famiglia semplice, “vecchio stile”, di onesti lavoratori dai sani principi. I miei genitori non avrebbero mai immaginato che un giorno sarei diventato un tatuatore. Da ragazzo quando mostravo a mio padre i voti scolastici, alti nelle materie artistiche e appena sufficienti nelle altre, mi rimproverava dicendo che nel fare “stupidate” ero molto bravo, ma nelle materie “serie” ero un somaro… “Eh gli artisti…”. Avendo molta creatività e fantasia ho sempre sognato di intraprendere un’attività nel campo delle arti visive. Mi considero fortunato per il lavoro che svolgo e per aver realizzato quello che desideravo. Sono diventato tatuatore per caso e per passione, dopo aver interrotto un rapporto di lavoro che mi logorava. Quella disavventura si trasformò, grazie al consiglio di una persona speciale, in un’occasione da cogliere per riprendere in mano le redini del mio destino. L’aver intrapreso un percorso professionale insolito all’inizio mi ha creato qualche difficoltà e mi ha fatto scontrare con l’ignoranza e i pregiudizi di persone limitate. In passato ho chiesto più volte ad alcuni amministratori di poter affittare un negozio a Lugano. Quando dicevo di voler aprire uno studio di tatuaggi mi sentivo rispondere sempre la stessa cosa: “Dobbiamo vedere. Poi le facciamo sapere”. Insomma, non capivano che intendevo svolgere un’attività indipendente in un momento di boom del settore e che la cosa poteva funzionare. E non si chiedevano nemmeno se fossi serio e onesto, ma guardavano con sospetto al genere di attività. Così, per aggirare l’ostacolo quando una gentilissima signora mi chiese che cosa intendessi fare, risposi che volevo aprire uno studio di dermografia estetica permanente usando la definizione tecnica di tatuaggio. Allora mi disse:

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Cattive ragazze Hanno l’aspetto di angeli ma sono dei piccoli demoni. Appaiono sexy, spesso annoiate e avide di emozioni e denaro. Sono le “cattive ragazze” della cinematografia americana degli anni Cinquanta che diede grande spazio al fenomeno dei teenager e dello scontro generazionale. Film di serie B realizzati con budget ridotti e con protagoniste che non erano esattamente delle stelle del cinema, queste pellicole testimoniano di una società in cui i costumi e i comportamenti individuali erano in rapida e profonda trasformazione. Nella settimana di apertura del Festival Internazionale del film di Locarno, un omaggio a un genere cinematografico che ha sempre attratto l’immaginario collettivo...

testo di Fabio Martini; i manifesti provengono da una Collezione privata

Blonde Ice (1948) di Jack Bernhard, con Leslie Brooks. Certamente non menzionato nella storia del cinema, conserva una sua dignità se non altro nella scelta degli attori. Un film ancora legato alla tradizione noir


Problem Girls (1953) di Ewald AndrĂŠ Dupont, con Helen Walker, Ross Elliott, Susan Morrow. Pessimo trash movie ma realizzato con un budget di tutto rispetto. Al centro della vicenda, un insegnante alle prese con una classe di ragazze non propriamente “corretteâ€?


Live Fast, Die Young (1958) di Paul Henreid, con Mary Murphy e Norma Eberhardt. Film discreto della fine degli anni Cinquanta centrato su un gruppo di inquieti giovani che si trovano coinvolti in una rapina. Finale moraleggiante


Man Crazy (1953) di Irving Lerner, con Neville Brand, Christine White e Irene Anders. Tre graziose e annoiate ragazze fuggono da una dimenticata cittadina di provincia americana con dei soldi rubati per darsi alla bella vita a Hollywood. Ma il derubato alla fine le scoverà…

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el corso del dopoguerra la società americana attraversò una fase di rapida evoluzione sia sul piano dello sviluppo economico sia per quanto concerne la comunicazione e la frammentazione dei diversi segmenti demografici. A emergere in questa particolare congiuntura fu, in particolare, il gruppo sociale dei teenager. Si trattava della generazione cresciuta a ridosso di coloro che avevano partecipato alla Seconda guerra mondiale e che aveva vissuto solo di riflesso l’esperienza bellica. L’accesso a un benessere sempre più diffuso si concretizzava per questi giovani nella maggiore disponibilità di denaro e conseguentemente nell’accesso a beni come automobili, dischi e vestiti. Per la prima volta, infatti, nella storia delle società moderne l’industria riconosceva nel segmento giovanile uno specifico target di vendita per una quantità considerevole di prodotti. A questa dimensione, intimamente legata alle strategie di consumo, si affiancava l’esperienza della beat generation che proprio a partire dai primi anni Cinquanta si faceva portatrice non solo di nuove esperienze artistiche ma anche di uno stile di vita improntato al richiamo a una esistenza vissuta fuori dagli schemi sociali e a una maggiore libertà sotto il profilo sessuale, ideologico e umano.

L’immagine del teenager, trasformata progressivamente in simbolo, addensava su di sé aspetti e significati via via più complessi: dal desiderio di ribellione all’insofferenza verso le “regole” dei padri, dall’adozione di linguaggi gergali all’attitudine a comportamenti violenti e devianti incluso l’abuso di droghe e alcol, tutti elementi che non potevano non attrarre l’industria cinematografica statunitense, in quel momento alla disperata ricerca di nuovi soggetti, in conseguenza della crisi crescente del settore. Hollywood, già sul finire degli anni Quaranta, iniziò quindi a proporre pellicole, spesso di bassissima qualità, dedicate alla realtà giovanile e al tema dell’incomunicabilità fra le diverse generazioni. Si dovrà attendere la metà del decennio per arrivare a film di un certo spessore come Il Selvaggio del 1954, con Marlon Brando, e Gioventù bruciata (1955), diretto da Nicholas Ray e interpretato da James Dean che, proprio secondo le “regole” dei suoi personaggi, morirà di lì a poco in un incidente stradale. La ribellione al femminile All’interno di questo filone cinematografico, uno spazio considerevole venne riservato da produttori e sceneggiatori


Lost, Lonely and Vicious (1958) di Frank Myers. Unica opera di questo regista, il film offre uno dei peggiori esempi del genere. Ebbe però il pregio di toccare alcuni temi tabù, come l'abbandono familiare e l’amore saffico

alle figure femminili. Si trattava di personaggi in cui erano ancora presenti elementi della tradizione noir e in cui l’influenza della dark lady, capace di trascinare il personaggio maschile in una spirale di vizio e avidità, giocava un ruolo rilevante. La componente sessuale e la forza seduttrice delle protagoniste rappresentavano del resto dei volani per il pubblico e venivano dichiarate in modo esplicito nei titoli stessi delle pellicole (si leggano, a conferma, le didascalie). L’ambiguità di queste operazioni era data proprio dal coesistere dei riferimenti erotici con finalità di tipo moralistico, ineludibili in una società segnata profondamente dalle sue origini puritane. Certamente le “cattive ragazze” dei film americani degli anni Cinquanta poco hanno a che fare, per carattere e forza innovativa, con le grandi eroine della letteratura americana dell’Ottocento; prima fra tutte la “mora” Hester Prynne – la donna dai capelli scuri, in contrapposizione alla donna bionda, esprimeva l’attitudine al peccato e, di conseguenza, all’adulterio – protagonista de La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, nella cui vicenda si scorge la volontà dell’autore di riaffermare i principi di libertà individuale e di libera scelta. Ma c’è un aspetto su cui è bene fare luce: al ritorno dalla guerra molti maschi americani si trovarono di

fronte, con estremo disagio, a donne che, proprio durante la loro assenza, avevano ritrovato una loro indipendenza sia lavorativa sia sessuale e relazionale. Non a caso il “New York Time Magazine” nel 1942 si augurava che, finito il conflitto, la “donna americana” tornasse a una “sana” remissività domestica. Ma ormai il salto era compiuto e lo choc per molti giovani americani tornati dal conflitto fu terribile: la donna vissuta come pericolo riaffiorava nell’immaginario collettivo maschile e negli anni seguenti assumeva l’aspetto di una moltitudine di bad girl, troppo indipendenti, troppo libere, troppo sicure di sé. Benché spesso si trattasse di veri e propri trash movie, realizzati con budget ridotti e interpretati da attrici e attori di secondo piano, queste pellicole conservano un loro fascino e un indubbio valore come documenti di un singolare momento storico. Senza ignorare che, in fondo, le cattive ragazze, come suggerisce la psicologa e psicoterapeuta tedesca Ute Ehrhardt – autrice del saggio Le brave ragazze vanno in paradiso e le cattive dappertutto, Corbaccio, 1996 – sono, tutto sommato, decisamente più intriganti. Con l'ovvia eccezione delle sovraesposte e ormai “esaurite” Paris Hilton, Lindsay Lohan e Kate Moss…


Rivoluzioni di costume Tendenze, p. 38 | di Marisa Gorza

La “scandalosa” nuotatrice Annette Kellermann (1888–1975) in una cartolina dell’epoca

Erano i primi anni del Novecento, secolo destinato a ogni genere di fervori e rivoluzioni di costume (anche da bagno). La nuotatrice australiana Annette Kellermann, sbarcata negli Stati Uniti per uno spettacolo di nuoto sincronizzato, si esibì con un costume intero semplice e razionale, ma che lasciava scoperti décolleté, braccia e cosce. Fu subito arrestata, multata e rimpatriata…

Uno dei modelli Beachwear 2010 proposti da Manor

Dagli anni di Annette Kellermann la strada sarà però ancora lunga prima di giungere ai libertari e ridottissimi bikini, monokini, topless e string… e se la parte di epidermide celata si riduceva sempre di più, nel contempo si evolvevano trame e materiali per costruire quei “piccoli” pezzi. Si sa che lo “scandaloso” maillot de bain di Annette era in uno spesso, rigido tricot, ma via via arriveranno fibre flessibili e confortevoli, tanto per assecondare ogni tipo di esigenza e di immersione. Complice la tecnologia che già negli anni Cinquanta permetteva alla multinazionale Du Pont di creare la prima fibra elastica a base poliuretanica, disponibile sul mercato dal 1962 con il marchio Lycra. Ed è nel 1964 che lo stilista fiorentino Emilio Pucci presenta in collezione un costume da bagno elasticizzato da quel tocco magico. A partire da allora la ricerca globale ha viaggiato su quel doppio binario che concilia i fashion trends con le moderne richieste di comfort, producendo filati sempre più sottili, duttili, piacevoli e performanti. Non di meno la ricerca specifica e innovativa nel Beachwear e Swimwear di Lycra – ora condotta da Invista – è approdata ai nostri giorni alla fibra Xtra Life Lycra. Un’invenzione che dona ai capi da bagno delle caratteristiche come l’elevato mantenimento della forma, la resistenza al cloro e agli acidi insaturi e l’alta protezione contro gli effetti

dannosi dei raggi UV. Ovviamente tra le collezioni mare per questa estate già splendente, spiccano marchi prestigiosi: da La Perla a Argento Vivo, da Swan Original a Christies a Parah. E tra i vari esemplari approntati da quest’ultima maison scegliamo un bikini Parah Noir a triangoli all’americana, ove il color nero è abilmente accostato al bouganville con un gioco di intarsi che enfatizza le curve e il sex appeal. Una rivoluzionaria promessa arriva pure dalla Tessitura Taiana che ha messo a punto i primi prototipi tessili Lot’o’Dry in grado di garantire allo swimsuit un effetto idrorepellente anche dopo svariati utilizzi. Proprio come avviene in natura con le foglie di loto, questa trama ha la caratteristica di “non bagnarsi” e “auto-pulirsi”. Un fenomeno naturale reinterpretato a uso fashion e comfort, che fa dimenticare il fastidioso “bagnato” usciti dall’acqua con il costume indosso. Ulteriore evoluzione di questa tecnologia è la stampa Phantom la cui particolarità è data dai motivi non visibili sul capo prima dell’immersione, ma che, come per incanto, appaiono solamente nel contatto con l’acqua. E ha già preso il largo la moda marinara di Manor. Un bastimento carico di bikini nella tela dei jeans zeppa di borchie rifinite da sartie e gomene. E per chi vuole davvero brillare tra le onde e sotto il sole, ci sono costumi interi e monokini con catenelle d’oro e pietruzze tipo diamanti (rubati da un forziere dell’Isola del Tesoro?) che donano alle bellezze da spiaggia un’aura freaky-glamour. Intanto sul ponte si aggira un lupo di mare in shorts in denim vintage, stinto dal sole e dal salmastro. Anche per lui la pacifica rivoluzione Peace&Love è tornata d’attualità

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Astri gemelli

cancro

Agosto inizia sotto i migliori auspici. Grazie a Mercurio e a Venere positivi si prospetta un periodo ricco di passioni e di eros. Tra il 2 e il 4 agosto la Luna attraverserà il vostro segno. Momenti indimenticabili.

Agosto si avvia positivamente. Grazie a Giove, Saturno, Urano e a Marte, tutti in posizione favorevole, potranno realizzarsi situazioni inaspettate in cui finalmente saranno premiati gli sforzi compiuti negli ultimi tre anni.

Sollecitati dalla croce di pianeti nei segni cardinali, è giunto il momento delle grandi scelte. Svolte definitive per quanto riguarda famiglia, casa e lavoro. Non potete più rimandare. Tutto avverrà in pochi giorni.

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Grandi progetti per i nati nella prima decade sollecitati dai transiti di Marte, Giove e Saturno. Difficilmente durante questa fase riuscirete a contenere “la vostra fame” di risultati. Luna armonica tra il 5 e il 6 agosto.

Vita sentimentale segnata da fatti improvvisi. Incontri con persone incredibili provocati dal forte aspetto tra Urano e Venere. Sfera professionale in movimento tra il 5 e il 6 agosto a causa dei transiti lunari.

Agosto inizia con la quadratura di Marte e Saturno con Giove e Urano. Tutte le vostre forze tenderanno a canalizzarsi verso una affermazione violenta della vostra personalità. Rottura delle situazioni di compromesso.

Se siete ancora single non dovete assolutamente disperare. Grazie ai transiti in corso e alle forti angolature di Venere con Urano la vostra vita sentimentale potrebbe prendere strade inaspettate.

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Cambiamenti per i nati nella prima decade favoriti dai transiti di Giove, Urano e Saturno in posizione armonica. Grazie a Marte i vostri progetti presto potranno avere un rapido inizio. Infatuazioni improvvise.

Come Cancro, Bilancia e Ariete, siete sotto gli effetti di una forte configurazione astrale: la grande croce nei segni cardinali. Svolte definitive per quanto riguarda famiglia di origine e il lavoro.

Momento d’oro per la prima decade. Grazie a Giove e Urano potrete realizzare i vostri sogni. Non ponete limiti ai vostri desideri e agite senza alcun indugio. Con Saturno positivo progetti duraturi.

Con Venere in opposizione di fatica e lavoro non ne volete proprio sapere. Giornate positive tra il 3 e il 4 agosto favorite dal transito lunare nella vostra terza casa solare. Incremento delle attività sociali.

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Orizzontali 1. Delirare, sragionare • 10. Possono essere transgenici • 11. Avverbio di luogo • 12. Unione Europea • 13. Dubitativa • 14. È fragile e trasparente • 17. Propaggine vegetale • 19. Asino selvatico • 20. Preposizione semplice • 21. Campo di concentramento • 22. Grasso vegetale • 23. Antico Testamento • 24. Automa • 26. Assicurazione Invalidità • 27. Il luogo dell’asceta • 29. Ha per capitale Teheran • 30. Chiude la preghiera • 32. Ponte... sul confine • 34. Capo etiope • 35. Né mio, né tuo • 36. Croce Rossa • 37. Consonanti in ferie • 38. Proprio così! • 39. Il nome di Marley • 40. Aspri • 42. Lo traina il bue • 44. Lo stato con Monrovia • 45. In mezzo al mare • 46. Lussemburgo e Thailandia • 47. Preparate per la semina • 49. Velivolo • 50. Cattiva.

7. Trafila burocratica • 8. Dittongo in baita • 9. La moglie di Brancaleone Doria • 13. Inquina l’aria • 15. Giorno... a Zurigo • 16. Atrocità (pl.) • 18. Lo usa la manicure • 22. Asino • 25. Una piccola scimmia • 28. Art. plurale francese • 31. Andate a male, stantie • 33. Desolati, demoralizzati • 35. La nota degli sposi • 38. Un ostacolo del cavallo • 39. Brigate Rosse • 41. Romania e Belgio • 43. Attraversa Berna • 48. Andata e Ritorno.

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Verticali 1. Regola l’afflusso di miscela nel motore dell’auto • 2. Li cura lo psichiatra • 3. Il Nichel del chimico • 4. Venire a galla, affiorare • 5. Ginevra sulle targhe • 6. Un’antilope •

Soluzione n. 29 2

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» a cura di Elisabetta

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Volete fare sempre di più e tendete a infastidirvi se qualcuno limita la vostra libertà d’azione. Smussate il vostro orgoglio. Cercate di spendere tutte le vostre energie per ampliare al massimo ogni vostra attività.

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Ticino7  

Numero 31 - Settimanale della Svizzera italiana

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