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numero

L’appuntamento del venerdì

Corriere del Ticino

laRegioneTicino

Tessiner Zeitung

CHF 3.–

con Teleradio dal 27 giugno al 3 luglio

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R EPORTAGE La Patrouille des Glaciers AGORÀ Giovani e futuro DECALOGO Onora il padre VITAE Alberto Nessi


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© 2009 Twentieth Century Fox Film Corporation and Dune Entertainment LLC. All Rights Reserved. © 2010 Twentieth Century Fox Home Entertainment LLC. All Rights Reserved. TWENTIETH CENTURY FOX, FOX and associated logos are trademarks of Twentieth Century Fox Film Corporation and its related entities.

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numero 26 25 giugno 2010

Impressum Tiratura controllata 89’345 copie (72’303 dal 4.9.2009) Chiusura redazionale Venerdì 18 giugno Editore Teleradio 7 SA, Muzzano Direttore editoriale Peter Keller

Agorà Giovani. La generazione “né né” Decalogo Onora il padre e la madre Vitae Alberto Nessi

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FABIANA TESTORI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

FRANCESCA RIGOTTI

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STEFANIA BRICCOLA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Reportage Scialpinismo. La Patrouille des Glaciers

DI

S. LEHMANN; FOTO DI J. PULAWSKI

Astri / Giochi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Redattore responsabile Fabio Martini Coredattore Giancarlo Fornasier Photo editor Reza Khatir Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55 Direzione, redazione, composizione e stampa Società Editrice CdT SA via Industria CH - 6933 Muzzano tel. 091 960 31 31 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch Stampa (carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona Pubblicità Publicitas Publimag AG Mürtschenstrasse 39 Postfach 8010 Zürich Tel. +41 44 250 31 31 Fax +41 44 250 31 32 service.zh@publimag.ch www.publimag.ch Annunci locali Publicitas Lugano tel. 091 910 35 65 fax 091 910 35 49 lugano@publicitas.ch Publicitas Bellinzona tel. 091 821 42 00 fax 091 821 42 01 bellinzona@publicitas.ch Publicitas Chiasso tel. 091 695 11 00 fax 091 695 11 04 chiasso@publicitas.ch Publicitas Locarno tel. 091 759 67 00 fax 091 759 67 06 locarno@publicitas.ch In copertina La Patrouille des Glaciers. Ivan Schallbetter, a fine gara Fotografia di Jacek Pulawski

Un futuro, (in)certo… I mesi estivi non rappresenteranno, con ogni probabilità, l’atteso “cambiamento di stagione”. Almeno per quanto riguarda il sofferente mondo dell’economia reale e del lavoro. Se è vero che il peggio pare essere stato superato, le notizie sui risparmi delle famiglie, gli investimenti privati, le ristrutturazioni delle piazze finanziarie (anche ticinese; si veda “LaRegione Ticino” di giovedì 17 giugno, o ancora i licenziamenti di UBS, “CdT” di oggi 18 giugno), le deludenti crescite dei Pil nei paesi occidentali e i continui allarmi provenienti da Eurolandia (leggasi Spagna) certo non permettono di aprire a cuor leggero la sdraio e riposare al sole. Ad acutizzare il malessere e le previsioni poco votate all’ottimismo di queste economia e finanza che paiono vivere solo di speculazioni e scommesse, i segnali preoccupanti che giungono dal tessuto sociale sia riguardo all’attuale situazione sia, in particolare, sul futuro a medio e lungo termine. Lo dimostra l’inquietante fenomeno della generazione che non lavora e che non studia (meglio nota come “né né”), tema ben sintetizzato nella nostra “Agorà”. Se sul problema dei senza lavoro le istituzioni e l’intera società paiono essere molto attente e propositive, il fenomeno di giovani adulti che letteralmente “non fanno nulla” solleva non pochi interrogativi. E questo perché il problema pare non risiedere solo nel sempre

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Quelli con l’arcobaleno

più selettivo mercato dell’impiego, ma affonda le sue radici nella capacità del singolo di rimettersi in gioco, lambendo così aspetti legati alla sfera psicologica e all’autorealizzazione. Mai come oggi ci accorgiamo di come nella nostra quotidianità abbia trovato casa il “tarlo” del più atroce dei dubbi: quale futuro aspetta le nuove generazioni? E quali padri e modelli esse potranno o vorranno onorare...? Problemi (ahimé) a parte, cogliamo l’occasione per ricordare che nell’ambito del 75esimo “compleanno” dell’Orchestra della Svizzera Italiana (alla quale il nostro settimanale ha dedicato un lungo articolo nel numero 24/2010), sarà visitabile sino all’11 luglio prossimo la mostra Osiamo. 3/4 di secolo dell’Orchestra della Svizzera Italiana. Suoni, segni, gesti in mostra. Organizzata dalla CORSI in collaborazione con il Dicastero attività culturali della Città di Lugano e il DECS, l’esposizione presso il Palazzo dei Congressi propone materiale fotografico d’archivio che ritrae personaggi ed eventi che hanno visto protagonisti l’Orchestra e i suoi illustri ospiti. Visitarla rappresenta dunque non solo l’occasione per mostrare il proprio sostegno “concreto” all’importante istituzione, ma permette soprattutto di ricordare e apprezzare quanto fatto in questi lunghi decenni di incessante impegno culturale. Buona lettura, Giancarlo Fornasier


C’

è chi ha detto basta. C’è chi è stufo e ha deciso di smettere di lottare, scegliendo l’inerzia. Un segnale di protesta? Forse. Quel che è certo è che si tratta di un segnale di profonda sfiducia verso la società e, in particolare, verso il mondo del lavoro, un segnale che non dovrebbe restare inascoltato. Qui nasce la generazione “né né”: ragazzi fra i 15 e i 35 anni che non studiano e non lavorano. Inattivi convinti che si moltiplicano in Europa, ma anche negli Stati Uniti e in Giappone.

Un fenomeno mondiale Un anno fa, il quotidiano spagnolo “El Paìs” riportava dati inquietanti a proposito di questa nuova gioventù, che di colpo si è vista appioppare le definizioni più varie, “bamboccioni”, “generazione x”, “generazione neet”, “generazione mille euro” e che sembra avere perso interesse per il proprio futuro. In Spagna, per esempio, il 54% dei giovani tra i 18 e i 34 anni riconosce di non avere né progetti né ambizioni, mentre nella vicina Italia, secondo l’Istat (Istituto nazionale di statistica) i giovani “né né” o “neet” – not in education, employment or training, che non studiano, non lavorano e che non vengono formati – sono attualmente due milioni. Il giornale britannico “The Guardian”, già nel 2004, si interrogava sul fenomeno, evidenziando, oltre ai problemi della generazione “né né” inglese, anche quelli relativi al Giappone. Un paese, quest’ultimo che fino a quel momento non aveva mai conosciuto, complice un’ottima situazione economica, disagi di questo tipo. Ma quella che sta prendendo piede in questi anni sembra essere una vera e propria piaga sociale che farà sentire i suoi drammatici effetti soprattutto nel corso nei prossimi decenni. Ragazzi intrappolati in un meccanismo che non hanno creato, ma di cui sono vittime consapevoli e con il quale sempre più spesso decidono di non scendere a patti. Una giungla che comprende molte varianti, la disoccupazione vera e propria, il precariato protratto per anni, gli stage senza sbocchi, la formazione universitaria che non offre più alcuna assicurazione e poi la resa, che può tradursi nell’accettazione già in giovanissima età di un lavoro qualunque o di molto inferiore alla propria formazione, il ritorno da mamma e papà, l’isolamento, l’apatia e nei peggiori dei casi la depressione.

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Giovani. La generazione “né né”

Agorà

Giovani che non studiano e non lavorano: per scelta, per protesta, per rassegnazione. Ecco l’immagine preoccupante che sta assumendo un’intera generazione di fronte alla crisi e a un mondo occidentale sempre meno “benestante”. Nati nel ricchezza e con ogni probabilità condannati alla precarietà... La situazione in Svizzera E da noi, qual è la situazione? Secondo i dati Seco (Segreteria di Stato per l’economia) in maggio, in Svizzera, i giovani disoccupati (15-24 anni) erano 22.518, il 5,5% in più rispetto allo stesso mese del 20091. Numeri rilevanti che riguardano sì l’economia, ma anche l’evolversi della società. Nel 2008, proprio nel corso di un’intervista a proposito della disoccupazione giovanile, Ralf Margreiter, responsabile del Servizio giovanile della Società svizzera degli impiegati di commercio, l’aveva definita una vera e propria bomba a orologeria: “Il mercato del lavoro svizzero ha necessariamente bisogno – e ne avrà bisogno anche in futuro – di lavoratori giovani e qualificati. In Svizzera, di questo potenziale di risorse umane, dunque di lavoratori qualificati, ce ne è molto e nonostante ciò, non viene sfruttato. In questo modo l’economia svizzera si lascia sfuggire un’ottima possibilità, una possibilità di cui potrebbe ben presto pentirsi”. 2 La disoccupazione che colpisce i ragazzi può portare con sé spiacevoli conseguenze sociali e psicologiche. Un’anticamera, insomma, da cui possono nascere disturbi e ansie che potrebbero accompagnare l’individuo per sempre. Come spiega Liala Cattaneo, coordinatrice del Laboratorio cantonale di psicopatologia del lavoro: “La disoccupazione protratta o la precarietà porta a uno sviluppo difficoltoso dell’autostima e quindi a una fragilizzazione. Il processo di costruzione identitaria rischia di essere compromesso. Si crea una reale difficoltà a proiettarsi nel futuro, a pianificare una carriera, a fare dei progetti, avere una famiglia, dei figli, una casa ecc. Il tutto si limita al breve termine, mentre il medio o lungo termine non esistono più. Ebbene, la costruzione delle personalità adulta si blocca. Il curriculum frammentato, una vita spezzettata spesso rendono difficile mantenere una continuità identitaria. Inoltre, se è vero che il lavoro rimane il «grande integratore», il rischio di assenza delle relazioni sociali che si instaurano proprio sul posto di lavoro complica la situazione. Il tutto può generare ansia, paura, stati depressivi, con conseguente sviluppo di un senso di ineluttabilità e perdita di speranza. Anche la capacità di prendere dei rischi, che è più che legittima e sana in gioventù, si riduce al minimo. Si accetta quello che si ha, anche se non è quello in cui si sperava o si credeva, e si diventa spettatori della propria vita, senza sviluppare la preziosa capacità di autodeterminazione”.


Ma si tratta veramente di una scelta? Normalmente si sceglie se si hanno veramente delle possibilità fra le quali scegliere. Ma se l’oggetto della scelta non c’è, possiamo ancora parlare di scelta? Il lavoro non c’è, lo studio non porta a niente. Si tratta di scelta se un giovane decide di non lavorare e di non studiare? Non è forse una forma di rassegnazione, una strategia di difesa individuale, o collettiva, per meglio sopportare la sofferenza o sentire meno il peso della frustrazione, del senso d’impotenza e di inutilità?”. Alcuni studiosi affermano che oggi più che mai sia necessaria una rivoluzione, un altro ’68 per cambiare le cose e consegnare alle nuove generazioni maggiori possibilità. Certi considerano il torpore dei giovani “né né” una protesta silenziosa contro la crisi, altri come Liala Cattaneo incitano invece i ragazzi all’azione: “Molti sono i responsabili della generazione «né né» e la colpa va divisa equamente, da una parte i giovani, dall’altra la società nel suo insieme (scuola, mondo del lavoro, famiglia). I primi non stimolano, i secondi escludono, i terzi proteggono all’eccesso. Giovani «né né», ritrovate quella ribellione dei ragazzi che vi hanno preceduto negli anni Settanta, alzate la

testa e riprendete in mano il controllo della vostra vita. Studiate ciò che vi appassiona, senza pensare che magari il futuro non vi garantirà un lavoro, fate esperienza, senza farvi sfruttare, viaggiate, imparate nuove lingue, crescete!”. Note: 1 Dati sulla disoccupazione in Svizzera: www.seco.admin.ch/themen/00374/00384/indexhtml?lang=it 2 Intervista a Ralf Margreiter, “Disoccupazione giovanile, una bomba ad orologeria”; www. kmu.admin.ch/aktuell/00524/00730/00879/index. html?lang=it (2008) Bibliografia: Antonio Marafioti, “Generazione Neet”; http://it.peacereporter.net/articolo/22159/ Generazione+Neet (27 maggio 2010) Mariagrazia Gerina, “La generazione ‘né-né’. Niente studio, né lavoro. E se l’apatia fosse la loro risposta alla crisi?”; www.unita.it/news/85824/ la_generazione_nn_niente_studio_n_lavoro_e_se_lapatia_fosse_la_loro_risposta_alla_crisi (22 giugno 2009) Alessandra Mangiarotti, “Generazione «né-né»: settecentomila giovani «inattivi convinti»”; www. corriere.it/cronache/09_luglio_16/mangiarotti_rapporto_gioventu_e39551a0-71ca-11de-87a400144f02aabc.shtml (16 luglio 2009) Peter Kingston, “Neet generation. Japanese and UK researchers want to know why young people are choosing not to work or study”; www.guardian. co.uk/education/2004/nov/02/furthereducation.uk (2 novembre 2004)

» di Fabiana Testori

L’incognita “generazionale” Alla domanda se una generazione “né né” svizzera esista o si realizzerà, Cattaneo ammette: “Non so dire se in Svizzera il fenomeno della generazione «né né» esista oppure no. Non ho mai avuto segnalazioni di questo tipo. Forse è un fenomeno ancora latente, ma posso dire con certezza che i giovani che si rivolgono ai nostri servizi sono persone che soffrono perché non riescono a trovare la loro strada e chiedono un aiuto per orientarsi in quella che ai loro occhi appare come una giungla ostile. Per fortuna il nostro Cantone e la Confederazione si sono mossi tempestivamente in questo senso, creando una task force per gli apprendisti e incentivi per le aziende e sembra che queste misure portino i loro frutti. Inoltre, è importante sottolineare che nei paesi in cui questo fenomeno sembra allarmante, come Italia e Spagna, la disoccupazione giovanile è fra le più alte in Europa. Questo mi porta a dire che più che una scelta si tratta di una condizione subita, una situazione che nasce dalla mancanza di alternative. Infatti, quello che più spaventa parlando della generazione «né né» è la perdita di speranza che caratterizza questi giovani, che decidono di non studiare e di non lavorare «per scelta».

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Decalogo

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Onora il padre e la madre “Onora il padre. Onora la madre e onora anche il loro bastone, bacia la mano che ruppe il tuo naso perché le chiedevi un boccone: quando a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore. Quando a mio padre si fermò il cuore non ho provato dolore”

Col comandamento dei genitori – che è il quarto del decalogo anche se qui ne parliamo subito dopo il primo – inizia la serie dei precetti sociali, dopo quelli di ordine più propriamente religioso. Come mai, ci si è chiesti, non si trova all’inizio il precetto di non uccidere, molto più importante e fondamentale? Il fatto è che la posizione di punta del comandamento che impone di onorare i genitori non è frutto del caso. Da una parte, spiegano i teologi, in questo modo gli unici due comandamenti formulati in positivo, “onora il padre e la madre” e, subito prima, “ricordati di santificare le feste”, possono stare insieme nella prima metà dell’elenco (sono gli unici che richiedono che si faccia qualcosa; tutti gli altri richiedono che qualcosa non venga fatto). Dall’altra, la posizione di punta del quarto precetto corrisponde alla frequenza con la quale nell’Antico Testamento si affronta il tema del rispetto dovuto ai genitori (per esempio in Prov., 8: “Ascolta, figlio mio, la disciplina di tuo padre, non trascurare l’insegnamento di tua madre”). La “cura” degli anziani La frequenza dei riferimenti all’attenzione per i vecchi genitori e la posizione rilevante del comandamento lasciano percepire l’importanza del problema da questo accennato. Qual è il punto? Il punto e nucleo della questione è il tema della “cura” (per esprimerci in termini moderni) degli anziani genitori. Non è in questione il rapporto dei bambini con la mamma e il papà bensì quello degli adulti coi vecchi. Non v’era, nell’antica Israele, alcuna cura dei vecchi, come pure dei malati e dei deboli, se non domestica. In questione erano principalmente i figli maschi, dal momento che le figlie, in quella e altre società patrilocali, si sposavano fuori. Nel comando “onora” era racchiuso quindi non soltanto il senso spirituale del rispetto, ma anche, e soprattutto, un significato di cura molto concreta: “onorare”, voleva dire precipuamente provvedere gli anziani genitori di abiti e alimenti nonché, al termine della vita, di una dignitosa sepoltura. Questo significava però anche, tra le righe, che nella stessa società patrilocale a curare i vecchi erano le mogli dei figli maschi; le figlie si occupavano invece, nelle case nelle quali erano entrate come mogli, dei genitori dei loro mariti. Questo perché il lavoro di “cura” (dei vecchi, degli infermi, dei bambini) è stato sempre affidato, se non imposto, a mani femminili,

tanto da far credere a qualcuno che esso sia “connaturato” alla (presunta) essenza della donna. Padri della patria e della chiesa, padri fondatori e padri costituenti Realtà di rispetto degli anziani, genitori o no, si sono comunque avute in molte altre società, che si curavano delle persone non più giovani e non le mandavano a morire tra i ghiacci quando erano divenute non soltanto inservibili ma di intralcio per la dura vita nomade, come nel caso degli abitanti del Grande Nord. L’istituzione politica romana del senato (dal latino senes, vecchio) era diretta proprio a far tesoro del patrimonio di conoscenze accumulate dalle persone avanti con gli anni. I romani onoravano quindi i padri (altro nome per i senatori), e soprattutto i “padri della patria”; col cristianesimo, gli scrittori significativi saranno chiamati “padri della chiesa”, mentre i pellegrini giunti sulle coste della Nuova Inghilterra nel 1600 riceveranno il nome di “padri fondatori”, e in Italia coloro che elaboreranno la costituzione repubblicana saranno chiamati “padri costituenti”.

» di Francesca Rigotti; illustrazione di Mimmo Mendicino

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L’onore dato dalle badanti Ma veniamo all’onore odierno: è onorare il padre e la madre il metterli in case di riposo, per quanto pulite e confortevoli? O affidarli a “badanti” (che brutta parola) straniere, donne costrette dall’indigenza a lasciare nella loro terra le persone più bisognose di cura, i loro vecchi e i loro bambini, per recarsi nei paesi ricchi a curare a pagamento genitori altrui? I quali poi spesso si affezionano a queste nuove figlie creando gelosie e invidie nei figli naturali che però poi “onorano” il padre e la madre per modo di dire, dal momento che concedono loro al più gli scampoli delle loro vite? Infine, per chiudere con una riflessione ispirata dalle parole della strofa de “Il testamento di Tito” di Fabrizio De André dedicata al quarto comandamento – saremo tenuti a onorare anche il padre padrone e tiranno che col bastone ruppe il tuo naso? In senso materiale sì, lo richiede persino la legge: ma amare, provare dolore per la morte di genitori prepotenti e incuranti, quello proprio non si può fare a comando, nemmeno a comandamento.


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» testimonianza raccolta da Stefania Briccola; fotografia di Igor Ponti

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ero un montessoriano, ma nemmeno un poliziotto. In seguito ho frequentato l’Università di Friburgo e mi sono dedicato alla scrittura e all’insegnamento. Avrei potuto fare una scelta radicale ed essere solo uno scrittore, ma mi sentivo troppo uomo comune per questo tipo di eroismo. Ho cominciato con la poesia e poi mi sono confrontato con la prosa. Erano gli anni della Neoavanguardia, ma mi sentivo inadeguato. La mia strada è quella di raccontare ciò che conosco e non di comporre ricami e cruciverba. Tzvetan Todorov (1939, filosofo e saggista bulgaro, ndr.) di recente ha scritto che la letteratuLetterato e insegnante, racconta con rara ra è in pericolo, invitando a intensità di se stesso, del Ticino e della lasciare perdere il solipsismo per parlare della condizione propria attività di artista. Un pessimista dell’uomo sulla terra. innamorato della vita, almeno nei suoi Credo nell’arte come comuniaspetti più autentici e antieroici cazione. La poesia è una stretta di mano. Non mi piacciano minciato presto a interrogari poeti che pensano di appartenere a una mi su questa faccenda. Sento categoria superiore perché scrivono in versi. di avere un duplice aspetto Certo, uno per avere un sapore deve nascere che implica un côté di altruiin un certo luogo. È un po’ come il vino, il smo e nello stesso tempo un merlot ha un gusto e il cabernet ne ha un atteggiamento di ripiegamenaltro. James Joyce quando parla di Dublino, to su me stesso. Infatti quanparla della sua città. Io parlo del Ticino, perdo scrivevo i primi racconti, ché sono nato qua, però non celebro la mia come quello sulle sigaraie, li patria come la migliore del mondo. Questo registravo dalla viva voce dei sarebbe provincialismo. Come diceva Dylan protagonisti e poi li rielaboThomas di certi scrittori “… giganti all’ombra ravo cercando di rispettarne del municipio e pigmei al sole del mondo”. Il lo spirito. Tra i miei luoghi posto in cui sono nato ha a che fare con l’unidel cuore c’è Locarno che ho verso. Chiasso è forse la città meno turistica definito la “città azzurra” per della Svizzera, un luogo di sconfinamenti, di via del lago e dell’aura poetipassaggi leciti e illeciti, di nebbie e di binari. ca che trasmette. Lì fuggivo Qui ho cominciato a conoscere l’amore, la dalla Magistrale per trasgremalinconia, la delusione, la ribellione e tutti dire fumando una sigaretta i sentimenti dei quali ho parlato nei miei sul delta della Maggia o guarlibri. Gli scrittori cosmopoliti non mi dicono dando la ragazza delle giostre. niente. Non saprei mai scrivere qualcosa su Tutte queste cose fanno parte New York, perché non ci vivo. Dopo sposato della scoperta della poesia e ho vissuto a Mendrisio e poi a Coldrerio, della ribellione nei confronti dove ho visto gli ultimi sprazzi della civiltà del mondo degli adulti e dei contadina. Qui ci sono ancora i muri a secco professori. Comprai Cronain cui puoi vedere le erbe che crescono negli che di poveri amanti di Vasco interstizi. Ora vivo a Bruzella, in valle di MugPratolini, che leggevo sotto gio. Apprezzo il fatto di essere un po’ lontano il banco durante le lezioni, dal traffico e dalle cattedrali dello shopping. sfidando l’ira del preside, e La solitudine può aiutare a pensare. In realtà scrissi una frase censurabisono un pessimista. Condivido il pensiero di le in un componimento che Schopenhauer, credo che il male prevalga sul scatenò il finimondo e mi bene nell’esistenza; ma la vita dello spirito ci fece subito fare i conti con può illuminare. Leopardi diceva che la poesia, l’ipocrisia dell’ambiente. Poi come il sorriso, aggiunge un filo alla tela bresono diventato maestro; non vissima della nostra vita. Ci rinfresca.

Alberto Nessi

Vitae

ono nato il 19 novembre 1940 a Mendrisio, dove mia madre si recò a partorire su un taxi oscurato per via della guerra. Abitavamo a Chiasso sopra il prestino di via Simen. Nel 1943 un rifugiato italiano si introdusse a casa nostra forse attirato dal profumo del pane fresco, così mi raccontarono, e da questo episodio compresi poi di essere stato coinvolto in qualche modo nella Seconda guerra mondiale. In seguito ci trasferimmo in un appartamento di via Bossi. E lì ho vissuto il periodo più importante della mia vita in cui è avvenuta anche la scoperta della poesia, che è cominciata con l’adolescenza. Ricordo ancora la zona tra Chiasso e Vacallo in cui andavo a giocare con i miei amici nei prati della fattoria Bellini. Ci divertivamo con poco: facevamo correre sull’acqua delle rogge dei pezzetti di legno ai quali davamo i nomi di Coppi, Bartali, Kübler, Koblet. Ora in questi stessi luoghi stanno costruendo un supermercato per bambini, dagli 0 ai 14 anni, che vengono presto indottrinati per diventare consumatori. La morte di mio padre ha segnato inevitabilmente la mia giovinezza. Quando frequentavo come alunno interno la Scuola Magistrale a Locarno, andavo in solaio e recitavo poesie guardando il pulviscolo che scendeva dal lucernario e brillava un po’ nell’aria. Portavo con me il libro Lavorare stanca di Cesare Pavese e declamavo a me stesso i versi di “Fumatori di carta”. Là accadde qualcosa di strano: avevo capito che la poesia aveva a che fare con la “separatezza”. Dice più o meno così anche Thomas Mann in Tonio Kröger a proposito dell’arte e della letteratura in generale. Nel senso che uno si estranea dagli altri; guarda la vita e non vi partecipa direttamente. È un po’ quello che provavo quando vedevo passare dalla finestra un muratore che andava a lavorare con il sacco sulle spalle. Ho inco-

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S


La Patrouille des Glaciers Si tratta di una gara molto dura. Forse la più dura nel suo genere. La Patrouille des Glaciers – la pattuglia dei ghiacciai – negli anni è divenuta addirittura una tappa della Coppa del Mondo di scialpinismo. È la regina delle sfide, dove per tradizione si incontrano uomini e donne, militari e civili, provenienti da ogni parte del mondo. Tra loro troviamo persone di ogni tipo: dagli atleti di punta al vicino della porta accanto. È la montagna a renderli tutti uguali, sfiniti e fieri, una volta tagliato l’agognato traguardo...

testo di Stefan Lehmann fotografie di Jacek Pulawski


L’

idea della Patrouille des Glaciers prese vita durante la seconda guerra mondiale dalla mente dei capitani dell’esercito Roger Bonvin e Rodolphe Tissières con l’intenzione di verificare la preparazione dei soldati svizzeri, in particolare nelle condizioni estreme dell’alta montagna, luogo designato per l’estrema difesa del Paese con buona parte delle truppe in attesa nel noto Ridotto nazionale. La prima corsa, da Zermatt a Verbier (Canton Vallese), prevista su due giorni con un bivacco in alta quota, si svolse durante il mese di aprile del 1943 con 18 pattuglie di tre partecipanti ciascuna. Dopo l’annuale ripetersi delle edizioni, via via più numerose, nel 1949 purtroppo la corsa ebbe un tragico epilogo: tre partecipanti (Maurice Crettex, Robert Droz e Louis Thétaz) perirono in un crepaccio. La corsa fu quindi immediatamente proibita dal Dipar-

timento della Difesa. Dal 1984, sempre sotto la condotta militare e con un inedito ritmo biennale, la Patrouille des Glaciers è rinata dalle sue ceneri. Da un lato ha mantenuto alcuni aspetti tradizionali, come per esempio, il percorso e la formula della pattuglia a tre. Dall’altro è stata, infine, anche aperta ai partecipanti civili e in particolare alle donne, oltre che alle pattuglie militari estere. Una scommessa apparentemente azzardata, che ben presto si è trasformata in un enorme successo. Infatti, il crescente numero di richieste di partecipazione ha indotto gli organizzatori a introdurre dal 2006 una seconda partenza e di prevedere anche una distanza breve, stavolta con partenza da Arolla e sempre con l’arrivo a Verbier. Ma le richieste di partecipazione continuano a superare ancora di gran lunga i posti disponibili.

sopra: un concorrente a pochi secondi dal via della massacrante competizione a destra: Sandra, entusiasta di aver percorso una distanza di 27 km in apertura: un gruppo di concorrenti a metà percorso; è appena cominciata la parte più difficile della gara


L’edizione 2010 L’edizione del 2010, svoltasi dal 21 al 24 aprile 2010, ha contato poco più di 4.000 partecipanti ed è stata baciata da un sole magnifico. In effetti, le condizioni meteorologiche favorevoli sono la conditio sine qua non per la partenza di questa gara, che da Zermatt a Verbier (in linea d’aria 53 km) conta oltre 4000 metri di dislivello, traducibili in 110 km/sforzo (la versione breve da Arolla a Verbier è invece di “soli” 50 km/sforzo), con lunghi passaggi in pelle di foca e impegnative sciate fuori pista sui più grandi ghiacciai della zona. Proprio per ridurre i rischi la gara si svolge di notte, quando il freddo intenso, che può raggiungere facilmente i -20° C nei punti più esposti, gela i banchi di neve, altrimenti a serio rischio di slavina. L’organizzazione e la responsabilità sono in primis in mano all’Esercito che, a sua volta, collabora con vari partner, per esempio nelle telecomunicazioni, per offrire un grado di sicurezza e di qualità di gara che sono invidiati all’estero. E con numeri da capogiro. Basti pensare che la Patrouille des Glaciers conta dieci volte più partecipanti delle altre gare del calendario di scialpinismo. Questo anche perché l’evento non è solo sentito dagli atleti professionisti, ma attira anche numerosi civili, che certo non sfiorano l’incredibile record della pattuglia svizzera (Troillet Florent, Anthamatten Martin, Ecoeur Yannick) che quest’anno ha percorso Zermatt-Verbier in soli 5:52.20,7. Uno sforzo sovrumano Di fronte alle prestazioni di tutti i partecipanti non si può che restare a bocca aperta. Chiunque, anche se perfettamente allenato, sente la fatica di questo percorso. Oltre a essere una battaglia con la montagna, contro le intemperie e il freddo, è anche una lotta personale, contro il proprio senso di frustrazione e di rassegnazione, ma anche un favoloso momento di lavoro di squadra. E coloro che giungono alla fine – per inciso, la grande maggioranza – sanno di avere raggiunto un risultato notevole. E alla fine non importa il tempo. Si tratta di una sfida personale vinta, che inorgoglisce e che riempie ognuno di una sensazione indescrivibile. In biologia si parlerebbe di una scarica di adrenalina ed endorfine, che agiscono come un potente stupefacente. Ma negli occhi di ciascuno di loro cogliamo qualcosa che va oltre la semplice biochimica. Queste persone ci trasmettono un’eccitazione incredibile che verrà mitigata certo dalla stanchezza, ma che renderà ognuno di loro orgoglioso della sua prestazione per una vita intera. Perché finire la gara delle gare dello scialpinismo non è un affatto scherzo.

in senso orario: Nathalie, ha perso gli sci a metà gara proseguendo a piedi Lucia, proviene dalla regione slovacca di Wysokie Tatry Fabian Moser, durante il percorso è caduto da un dislivello di 4 metri Samuel Battiaz, ha partecipato insieme al futuro suocero per ottenere la mano della figlia

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Momento ideale per concludere una trattativa di affari. Fase di pigrizia per i nati tra la seconda e terza decade provocata dal transito di Venere. Acquisto di prodotti di bellezza.

Aprite le porte al nuovo e ai vostri desideri. Date spazio alla vostra creatività per ottenere quello che vi appartiene. Particolari le giornate tra il 29 e il 30 giugno. Cambiamenti in vista.

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Piccole esagerazioni amorose tra il 29 giugno e la fine del mese. Aumento spasmodico del desiderio di amore e di affetto. Protezione verso il partner. Perdita totale della discrezione.

Ottima Luna in Capricorno. Aumento delle vostre capacità persuasive. Aiuti occulti per i nati nella seconda decade. Relazioni di affari con persone conosciute nell’infanzia.

Desiderio di indipendenza accompagnato da volontà rivoluzionarie. Scrollatevi di dosso tutto quello che non vi appartiene. Vita sentimentale “Ok” negli ultimi giorni del mese.

Il mese si conclude positivamente per tutti coloro che devono terminare una trattativa. Bene tra il 27 e il 28 giugno. Inquietudini tra il 29 e il 30 provocate da Luna in Acquario.

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Vita sentimentale superlativa verso gli ultimi giorni di giugno. Atmosfera ricca di Eros e di “Invenzione”. Non resta che abbandonarsi alle scenografie dell’amore.

Se dovete iniziare una dieta la data è già segnata ed è quella del 27 giugno. Disintossicatevi da ogni vecchia scoria, emotiva, interiore, esterna o professionale. Partite da voi stessi.

A fine mese i nati della seconda decade saranno sollecitati dal transito di Venere nella loro settima casa solare. Più leggerezza nei rapporti e cercate di dare spazio al riposo fisico.

Dal 27 giugno Marte, Mercurio e Venere interesseranno i nati nella prima e seconda decade. I nati nella terza decade devono imparare ad abbandonarsi senza troppe riserve.

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Orizzontali 1. Precettore, insegnante • 10. Sporcare • 11. Associazione Sportiva • 12. Rimorchi • 13. Vezzo nervoso • 14. Ente Turistico • 15. Nodo centrale • 16. Bruciato • 17. Inviano le lettere • 20. Fu re di Troia • 21. Hanno il cordiglio • 23. Dittongo in poeta • 24. I confini di Vezia • 26. Il Calcio del chimico • 27. Città messicana • 31. Profumano di zagare • 32. Cassetto • 34. Pronome personale • 35. La somma degli anni • 36. Un’agenzia di stampa russa • 38. Lo Starr dei Beatles • 40. Le indossano i meccanici • 42. Due nullità • 43. Umberto, poeta • 44. Traino centrale • 46. I lamenti degli elefanti • 49. Lingue... di terra • 51. Gabbia per polli • 52. Emigrazione.

ro della paura • 22. Appuntiti • 25. Avvicinarsi, affiancarsi • 27. Grossa lucertola • 28. Epoche • 29. Sorcio • 30. Pedina coronata • 33. Andati in poesia • 37. Immediatamente • 39. Gibbosità • 41. Jacques, regista francese • 43. Cons. in siero • 45. Si, detto a Londra (Y=I) • 47. Baita centrale • 48. Il nome di Fleming • 50. Malta e Portogallo.

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Verticali 1. Noto romanzo di G. Vasta • 2. Uscire • 3. Prep. semplice • 4. Scemo • 5. Una bicicletta a due posti • 6. Cantone svizzero • 7. Tu, in altro caso • 8. Dà ordini nella tonnara • 9. Ferita, abrasione • 13. Terna al poker • 16. Le iniz. di Toscanini • 18. Il Ticino sulle targhe • 19. Il nume-

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