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numero

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R EPORTAGE

Corriere del Ticino

Ponte di Trift

laRegioneTicino

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AGORÀ

Teatro

Tessiner Zeitung

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L’appuntamento del venerdì

A RTI

CHF 3.–

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Traslochi

con Teleradio dal 13 al 19 giugno


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© 2009 Twentieth Century Fox Film Corporation and Dune Entertainment LLC. All Rights Reserved. © 2010 Twentieth Century Fox Home Entertainment LLC. All Rights Reserved. TWENTIETH CENTURY FOX, FOX and associated logos are trademarks of Twentieth Century Fox Film Corporation and its related entities.

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numero 24 11 giugno 2010

Agorà Teatro. Lo spettacolo deve continuare

DI

DEMIS QUADRI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . FABIO MARTINI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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NICOLETTA BARAZZONI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Arti OSI. Settantacinque anni di bellezza e oltre…

Impressum Tiratura controllata 89’345 copie (72’303 dal 4.9.2009)

Chiusura redazionale Venerdì 4 giugno

Società Tradimento. Le quattro verità Vitae Veronica Cavazzi

DI

DI

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GIANCARLO FORNASIER . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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GIULIO CARRETTI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Giochi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Astri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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DI

Kronos Traslochi. Un tipo fortunato

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Direttore editoriale Peter Keller

Redattore responsabile Fabio Martini

Coredattore

Giancarlo Fornasier

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G. FORNASIER; FOTOGRAFIE DI R. BUZZINI . . . . . . .

Reportage Trift. Uno sguardo dal ponte

Editore

Teleradio 7 SA Muzzano

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Photo editor Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Società Editrice CdT SA via Industria CH - 6933 Muzzano tel. 091 960 31 31 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch

Stampa

(carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona

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In copertina

Passaggio sul ponte di Trift (Oberland Bernese) Fotografia di Roberto Buzzini

La sostanza della cultura

Cari lettori, con questo numero Ticinosette dedica ampio spazio al tema della cultura e ai problemi connessi alla sua produzione e diffusione. A questi argomenti sono infatti rivolti sia l’articolo di apertura di Demis Quadri, che analizza e descrive la situazione delle attività teatrali nel nostro Cantone, sia la rubrica Arti dedicata invece alla ricorrenza del 75° della fondazione dell’Orchestra della Svizzera Italiana, prestigioso complesso strumentale riguardo a cui, in questi mesi, si è molto parlato e fatto al fine di garantirne la futura e, ci auguriamo, certa sopravvivenza. L’illusione che l’economia potesse prendere il posto della politica, elevandosi a supremo paradigma sociale – un modello del tutto svincolato da ogni pur minimo residuo morale –, ha esercitato, nel corso degli ultimi due decenni, le sue nefaste conseguenze anche sullo sviluppo delle attività culturali. Del resto, la natura puramente speculativa del neocapitalismo, nella sua perdita definitiva di ogni “anima”, ha prodotto le peggiori conseguenze con evidenza senza pari, colpendo nel vivo, alle loro radici, le economie reali. La cultura, come esperienza in grado di richiedere – ma anche di restituire – tempi e spazi originali alle nostre vite, è stata così confinata

nell’angolo, stretta nella morsa della penalizzazione economica da un lato, e dall’altro, dell’imbruttimento delle condizioni di vita personali, sempre più subordinate a fattori di contingenza e necessità. Uno scenario assai poco confortante che imporrebbe un’azione decisa al fine di una indispensabile riappropriazione delle leve culturali da parte di chi sa e può fare. Certamente, questo sentimento di decadenza non è elemento esclusivo del nostro tempo visto che, come Georges Bataille scriveva, esso “appartiene a tutte le epoche e si esprime quasi dappertutto in miti disincantati”. Ciò nonostante, la perdita del “bello” a vantaggio di tutto ciò che è “interessante” appare come il risultato ultimo di un processo di frammentazione delle esperienze culturali, sempre più disperse e disgregate. Serve altro. Servono orchestre, teatri, editori, atelier, spazi per la formazione di giovani artisti e operatori e serve un impegno più responsabile della politica – troppo assente in questi anni o troppo occupata a salvaguardare i propri spazi di potere – verso i temi e le sostanze della cultura. A meno che, sfiaccati dai colpi di coda di un liberismo senza prospettive o vie d’uscita, non si ceda al nichilismo e alla rovina. Cordialmente, Fabio Martini


lavorare tutti, ma rispetto alla Svizzera francese o tedesca – parlo in particolare della danza – è veramente pochissimo”. Più positivo, Lucchini – che nelle sue ricerche si è occupato spesso di politiche culturali – vuole invece spezzare una lancia a favore della regione: “Ricordo che circa 25 anni fa un famoso Rapporto Clottu parlava del Ticino come di «deserto culturale». Ma negli ultimi 20 anni sono stati fatti enormi passi avanti, anche a livello dell’organizzazione stessa del Cantone in materia di sussidi alla cultura. Bisogna inoltre dire che adesso le iniziative culturali, le associazioni e i teatri stessi sono molti rispetto alle caratteristiche del territorio, quindi le sollecitazioni verso l’ente pubblico sono tantissime”. Da tutte queste affermazioni si può dedurre come la situazione ticinese sia abbastanza favorevole per quanto riguarda la programmazione culturale, anche se le sovvenzioni possono essere abbastanza limitate. Forte anche dell’attività del suo fondatore, il Teatro Dimitri è stato aperto nel 1971 e offre tra marzo e inizio novembre un cartellone concentrato soprattutto – ma non solo – sul teatro visuale e di movimento. Il suo direttore, Roberto Maggini, ottimo conoscitore della realtà teatrale del nostro paese e membro tra l’altro del comitato della Borsa svizzera degli spettacoli, a proposito delle casse della struttura racconta: “I finanziamenti sono la nota dolente, il male comune di tutti i teatri svizzeri, a parte forse in qualche città dove ci sono soldi. Nel nostro caso il Comune di Verscio dà circa il 2% del budget, poi c’è il Cantone che dà un tot tramite la Commissione culturale (non un granché, ma aiuta sempre), si ricorre a qualche sponsor privato e c’è la Fondazione Dimitri che cerca di coprire i deficit. Più che gli spettacoli sono i costi fissi a rappresentare un macigno per i teatri. Noi comunque cerchiamo di fare al meglio, e in totale proponiamo tra i 170 e i 180 spettacoli a stagione: un’enormità”. Maggini poi, per rispondere a chi solleva dubbi sulla liceità dei finanziamenti alle arti, cita chi affermava che “sì, la cultura costa, però l’ignoranza costa ancora di più”. D’altronde girando i teatri d’Europa si incontrano facilmente situazioni anche peggiori: tanto che, per esempio, al Teatro Strehler di Milano si sono visti gli attori tornare sul palco dopo una rappresentazione per denunciare al pubblico la precarietà in cui vivono; e un po’ più lontano da qui, al Maria Vitória di Lisbona, un messaggio analogo è stato lanciato dagli interpreti di Agarra, que é honesto!. Ma è costruttivo anche considerare il punto di vista di Daniele Finzi Pasca che, con i suoi lavori e del Teatro Sunil di Lugano, ha dimostrato come la Svizzera italiana possa esportare spettacoli di respiro internazionale. “È importante dire alle persone quanto il teatro faccia fatica”, afferma Finzi Pasca. “D’altra parte se abbiamo delle squadre di calcio non abbiamo problemi a pensare di costruire uno stadio. Ma gli stadi costano, le palestre costano, e costano i teatri. Però bisogna anche sapere che la gente di teatro è felice di fare quello che fa, che se anche siamo in difficoltà teniamo duro”.

» di Demis Quadri

G

eneralmente i manuali di drammaturgia insegnano che per scrivere un buon pezzo teatrale bisogna partire da una struttura base piuttosto semplice: in sostanza ci deve essere un protagonista che vuole raggiungere un obiettivo dal quale è separato da uno o più ostacoli che saranno poi causa, nello svolgersi della trama, di conflitti ed emozioni. Se il nostro protagonista è proprio un teatro, il suo obiettivo principale sarà senza dubbio la messa in scena di spettacoli. Considerando la comune opinione secondo cui è il denaro a far girare il mondo, per il nostro dramma abbiamo già trovato anche l’ostacolo: la mancanza di finanziamenti. In Svizzera sono principalmente i comuni e i cantoni a occuparsi delle sovvenzioni alla cultura. Nel caso specifico del teatro, giuridicamente l’Ufficio federale della cultura non prevede tra i propri compiti l’assegnamento diretto di aiuti finanziari. A livello nazionale un appoggio può comunque arrivare da Pro Helvetia, che tra le divisioni tematiche del suo programma di sostegno alla cultura ne ha una dedicata alle produzioni teatrali. Ma consultando il volumetto Da A come ‘Arte’ a T come ‘Tradizione’. Glossario sulla politica culturale in Svizzera (edito da Pro Helvetia) si può constatare come quanto a contributi alle forme di espressione artistica il peso di cantoni e comuni sia decisamente superiore rispetto a quello della Confederazione. Focalizzando la lente sul caso specifico della realtà dei teatri ticinesi, già da una serie di interviste curate da Rachele Bianchi Porro e apparse sul “Giornale del Popolo” (22 luglio 2009) emergeva che pur nella minutezza del suo territorio questo cantone si caratterizza per situazioni piuttosto eterogenee: le sovvenzioni pubbliche in materia teatrale sono gestite in maniera diversa se ci si trova a Bellinzona, a Chiasso, a Locarno oppure a Lugano. Andiamo a vedere cosa succede in due realtà della nostra regione. Il Teatro San Materno di Ascona ha riaperto i battenti di recente. Secondo i suoi direttori, Tiziana Arnaboldi e Domenico Lucchini, esso si caratterizza come un teatro studio dove, accanto a una programmazione fedele alla tradizione della struttura ma fortemente indirizzata verso interdisciplinarità e contemporaneità, si propone l’idea di un laboratorio di ricerca. Lucchini spiega come lo spazio appartenga al comune, che ha messo a disposizione anche 100.000 franchi, con la clausola però che questi rappresentassero al massimo il 50% del suo finanziamento: “Noi abbiamo integrato il budget iniziale con altre sovvenzioni pubbliche, per esempio del Cantone, ma anche soprattutto private. Credo che oggi unicamente questo intreccio possa concorrere al buon funzionamento di una struttura di questo tipo”. Riguardo più in generale a quel che succede nel cantone quanto a sovvenzioni, secondo Arnaboldi la situazione “per un artista che vuole crescere nel territorio è difficile. In Ticino danno finanziamenti in modo calibrato, cercando di far

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Teatro. Lo spettacolo deve continuare

Agorà

Piero Angela ha affermato che dietro ogni successo commerciale si cela un quartetto di sangue, sesso, successo e soldi. Ma che cosa accade quando a doversi confrontare concretamente con il problema denaro è un teatro?


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Arti

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Svizzera Italiana ricorrono in un momento particolarmente difficile del suo cammino. Un percorso che, a partire dalla fine degli anni Venti, si è sviluppato in modo organico, arricchendosi dei contributi di musicisti e compositori che ne hanno segnato la storia e lungo il quale l’orchestra è andata via via definendo una propria identità fino a divenire un complesso sinfonico prestigioso, in grado di competere con le migliori orchestre internazionali. È il risultato di tre quarti di secolo di impegno e dedizione a cui corrisponde un marcato radicamento al territorio di appartenenza. Non è però nostra intenzione entrare nel merito delle strategie da porre in atto per la salvaguardia di quella che è la maggiore istituzione musicale ticinese. A tal riguardo, rimandiamo volentieri all’articolo di Carlo Piccardi pubblicato il 26 maggio 2010 da “laRegioneTicino” in cui, con parole limpide, si delinea il quadro della situazione attuale. Desideriamo piuttosto invitare a una riflessione sulle modalità attraverso le quali la musica classica (termine al

gno del settore pubblico dalla produzione culturale, attuato nella prospettiva di un sempre maggiore coinvolgimento dei privati nel mercato della cultura. In questo quadro, la musica classica, come altre musiche “classiche” – penso in particolare al jazz e non certo alle sue forme più mainstream e rassicuranti –, hanno vissuto a livello globale una condizione di progressiva sofferenza sia sul piano del mercato discografico, sia per quanto concerne l’accesso ai finanziamenti, pubblici o privati (l’articolo di Piccardi tocca anche questo specifico tema). Ma si pone un’ulteriore ed essenziale questione che riguarda la formazione e il coinvolgimento del pubblico. La domanda potrà apparire banale, ma porla è indispensabile: esiste – ma sarebbe meglio chiedersi, esisterà – un pubblico potenziale interessato a questo tipo di repertori e di contenuti musicali? Il problema, a nostro parere, non è rappresentato dalla fascia delle persone in qualche modo già fidelizzate ai programmi concertistici ma da coloro che oggi hanno 20/30 anni e che mai, o raramente,

L’OSI compie gli anni. Un bel risultato che cade però in un momento delicato della sua vita. E così, senza voler entrare nel merito del dibattito, ci siamo posti qualche domanda… hanno assistito a un concerto di musica classica, sia essa sinfonica, lirica o da camera. È infatti questa la generazione a cui gli operatori e i promotori della nostra tradizione musicale devono rivolgersi, con maggiore fantasia e intelligenza, rispetto a quanto fatto finora. L’affermazione e il successo di personaggi come Giovanni Allevi e Ludovico Einaudi, banalizzatori estremi di un linguaggio e di

I membri al completo dell’Orchestra della Svizzera Italiana

una tradizione di grande peso e complessità, non vanno sottovalutati. Certo, c’è da dubitare – anche se non lo si può del tutto escludere –, che con le loro melodie svilite e zuccherine possano suscitare interessi “altri”. Ci chiediamo piuttosto se essi non rappresentino l’indicatore di un potenziale e mal gestito bisogno di “classicità”, a cui evidentemente operatori e istituzioni non sono stati in grado di rispondere con la necessaria prontezza e inventiva. Il problema sembra dunque risiedere in una scarsa capacità

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quale assimiliamo liberamente la musica lirica e la musica da camera) viene intesa e percepita nella contemporaneità e sulla comunicazione ad essa collegata. Nell’arco degli ultimi trent’anni le modalità di utilizzo della musica sono profondamente mutate anche in relazione agli sviluppi e alla diffusione commerciale imposta dalle nuove tecnologie. A ciò va aggiunto il progressivo disimpe-

OSI. Settantacinque anni di bellezza e oltre…

I 75 anni dell’Orchestra della


Arti

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nostro Cantone in parte soffre – rappresentano una vera e propria calamità che impedisce e frena l’autentica diffusione dei contenuti musicali. Senza ignorare che, in generale, comportamenti ingessati e irrigiditi offrono il destro a gestioni più sensibili alle ripartizioni politiche che alla conoscenza e alla condivisione dei valori spirituali di cui la musica è tramite sensazionale. Ergo, i ticinesi, gli svizzeri e l’Europa intera – e non ci par di esagerare – hanno un estremo bisogno della nostra Orchestra, perché

è un ottima orchestra con un potenziale incredibile. Ma si deve fare in modo che i giovani siano coinvolti in questo processo – e qui entrano in gioco non solo le famiglie, ma soprattutto gli insegnanti e le istituzioni (perché, per esempio, ci chiediamo, non esiste ancora in Ticino un Liceo musicale?) –, attraverso una “comunicazione” più diretta e coinvolgente e senza il timore di banalizzare un patrimonio fondamentale della nostra storia e della nostra cultura. Ma discorsi a parte, tanti auguri OSI…

» di Fabio Martini

di “comunicare” la musica, e la musica classica in particolare. L’esempio di Daniel Barenboim dovrebbe far riflettere. Nei suoi scritti come nelle sue molteplici iniziative, egli, in virtù di un eclettismo culturale straordinario, ha dimostrato che la musica classica può davvero essere un patrimonio universale totalmente condivisibile, al di là di ogni steccato o condizione di partenza. All’opposto, l’elitarismo asfittico e l’accademismo che ancora oggi dominano numerosi settori della musica classica – e di questo male il


Non

Società

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è facile smascherare chi tradisce, come non lo è realizzare il ritratto di chi ricorre alla bugia e parla male degli altri. Prendiamo spunto dal triangolo amoroso, cantato da Lucio Battisti in “Le tre verità” (vedi Apparati) per identificare alcune ragioni nascoste nella quarta verità. Lucio Battisti nella canzone affronta il dramma sentimentale di un uomo messo a confronto con l’incapacità di riconoscere la realtà, perché non sa più a chi credere. Un uomo che vive l’esperienza del possibile tradimento da parte dell’amata, che ha avuto una relazione con il suo migliore amico, e che si trova nell’impossibilità di conoscere l’autentica versione dei fatti poiché la quarta verità gli è stata volontariamente nascosta. Il triangolo raccontato da Battisti mette in scena un traditore, tre verità, due versioni dei fatti e un tradito che è poi la vittima dell’inganno. Nel terzetto di Battisti affiora il dolore di un uomo che subisce, o che immagina di subire, il tradimento amoroso della sua donna e/o del suo migliore amico. In questa

Sconto online del 10%. sognati ma anche di invidia e frustrazione. Tentiamo di interrogarci sulle dinamiche del tradimento dell’amico/a, considerando non tanto il

La menzogna nel tradimento gioca un ruolo centrale. Ispirandoci a un brano di Lucio Battisti, proponiamo alcune riflessioni sul tema del triangolo amoroso e le bugie ad esso legate modo con cui certi personaggi riescono a manovrarci, ma soprattutto la quarta verità che vorremmo rispondesse a queste domande. Vi è mai successo di essere stati accusati di avere avuto una relazione con il tale (o la

Un fotogramma tratto da Two Lovers (2008) di James Gray

tal’altra), avendo invece esternato unicamente un sentimento d’amicizia? Che cosa spinge l’amico/a a dare di voi informazioni infondate, rafforzate magari da fantasie sessuali? Perché un uomo (o una donna) raccontano di avere avuto una storia quando questa non è mai esistita? Perché è bello fantasticare? Oppure, perché la volpe quando non riesce a raggiunge l’uva si difende affermando che questa non è buona? Tentiamo di visualizzare il triangolo amoroso, disegnando ai suoi estremi tre lettere: A (il tradito), B (la presunta traditrice) e C (il presunto amico). C vuole sgomberare il campo, eliminando il rivale A e per farlo racconta bugie verosimili. A prescindere dal fatto che C sta facendo del male sia ad A che a B, in particolare C fa il possibile per

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forma di tradimento, che va ben oltre il peccato veniale, si annida il concetto di menzogna. Sappiamo che l’essere umano si contraddistingue dagli altri animali per la facoltà di saper mentire, manipolare, occultare, falsificare e

Tradimento. Le quattro verità

Il conto alla rovescia è iniziato.

ingannare l’altro, portando solo porzioni di verità, pezzi di storie, e frammenti di racconti. Quando si tratta di sesso e d’amore è sufficiente omettere un particolare, insinuare battute sibilline e allusive a fini manipolatori. Nel caso del probabile triangolo amoroso vi sono almeno due motivi che ci inducono a riflettere. Il primo ci porta a dire che una donna che ama, dopo avere incontrato l’amore vero tendenzialmente non si rassegna alla perdita di tanta bellezza, e dunque non sporca il suo sentimento “andando con un altro”. Il secondo invece fa pensare che esiste sempre una quarta verità che può rimanere nascosta nei sotterranei della nostra coscienza... se non l’andiamo a dissotterrare. Essa fluttua al di fuori del triangolo, perché è una verità assoluta che parla di paure, di giardini fioriti, di amori


Dischi

Lucio Battisti Volume 4 Ricordi, 1971 Il brano “Le tre verità” (uscito come singolo nell’ottobre del 1971) è certamente tra i meno noti del duo Mogol/Battisti. Passato un po’ in sordina alla sua uscita, quasi in concomitanza con un altro singolo (“La canzone del sole/ Anche per te”), il brano venne riproposto in questo album, una vera e propria raccolta di canzoni uscite originariamente in modo sparso. Una mancanza di “coerenza” che si evidenzia nella disomogeneità delle 10 tracce contenute, fra le quali segnaliamo le ben più note “Pensieri e parole” e “29 settembre”. Il complesso giro di accordi di “Le tre verità” trova alcune forti similitudini con il brano “Futurism vs passeism part 2” (1998) del gruppo newyorkese Blonde Redhead (grandi estimatori del suono battistiamo) e che in passato avevano “rubacchiato” a piene mani da “La mia canzone per Maria” per comporre la loro “Pierpaolo” (1997).

Internet

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Presentato come “il primo sito d’incontri extraconiugali”, è un vero e proprio social network nel quale ci si iscrive e... A oggi gli utenti, reali, sono quasi 260.000.

y

Cogliete questa opportunità. allontanare A da B, passando ad A il duplice messaggio implicito: tu (A) non sei un uomo degno d’amore perché hai scelto una donna (B) che ti tradisce e se la vede con altri. Ma perché C fa credere ad A di essere inadeguato? È forse la sua gelosia che prende il sopravvento per non aver consumato l’atto in questione con la persona in questione, per non essere stato l’oggetto del suo desiderio, non aver accettato le sue lusinghe, impedendogli di raggiungere l’appagamen-

to? In questo modo si ingigantisce la rabbia di colui (o colei) che si è sentito respinto. Raccontando di un’avvenuta disponibilità, mai avverata – né tanto meno consumata – o nascondendo la verità nei silenzi, s’insinua l’incertezza. Raccontando una non verità si inocula nell’altro il dubbio di un imbroglio. A volte il prezzo da pagare per essere stati se stessi (e veri), per aver detto “no” a un corteggiatore insistente (o a una corteggiatrice) è più distruttivo del tradimento. La bugia dell’altro sembra più forte della sincerità, perché chi “bluffa” vince solo a corto termine. Purtroppo, sporcarsi le mani con la menzogna è più infido di quel mercante che mostrava all’ignara fanciulla le sue stoffe più preziose, con l’intento di macchiare volontariamente il suo valore e la sua verità.

» di Nicoletta Barazzoni

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Società

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» testimonianza raccolta da Giancarlo Fornasier; fotografia di Igor Ponti

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Vienna, direttore d’orchestra. Egli vide nella mia libreria un libro sul ballerino russo Rudolf Nureyev; iniziammo a parlare di musica e mi ritrovai con un invito alla “Staatsoper” di Vienna per assistere alla Giselle... con Nureyev! Come potevo rifiutare? Durante quel breve soggiorno viennese conobbi anche un cantante lirico svizzero ormai naturalizzato a Vienna. Mi fece visitare tutta la città e credo di essermi innamorata subito di lui... I miei figli erano maggiorenni e il mio matrimonio da qualche tempo “nella burrasca”; lasciai dunque Firenze e decisi di raggiungere il “cantante” a È una navigatrice, di mari ma soprat- Vienna. Con gli impegni del tutto di parole scritte. Una vita passata mio secondo marito legati alla lirica e i molti viaggi, fra corti orientali, città d’arte, musi- soggiornare in città sempre ca lirica, lingue e culture diverse. Poi… nuove era diventata una sorta di “regola”. Li ricordo coti a Frascati, a stretto contatto me anni molto stimolanti: vivevo la musica con la famiglia reale. lirica direttamente dal dietro le quinte dei Passarono gli anni. Io tornai teatri, a contatto con grandi maestri come a Zurigo per proseguire gli Muti, Bernstein, Abbado, senza contare i studi e, dopo alcune especantanti e poi i tecnici di scena… e tante rienze di lavoro, mi ritrovai altre persone che lavorano in quel mondo 19enne a non sapere che fantastico. Ma dopo vent’anni di vita in cosa fare della mia vita. Mi comune decidemmo di separarci: io sono piaceva l’archeologia, l’arte rimasta a Tremona, paese che conobbi attrae la storia dell’antica Roma, verso mio marito e che negli anni Sessanta e con l’idea di incontrare un e Settanta era frequentato da molte persoamico proprio a Roma, partii nalità dell’arte e della letteratura. fermandomi però strada faSento spesso i miei conoscenti rivolgermi cendo... a Firenze. Lì conobbi la domanda: che cosa fai tutto il giorno...? quello che sarebbe diventaBeh, oggi dedico le mie giornate a tutto to il mio primo marito. Ero quello che amo e che mi incuriosisce; come appena ventenne e dopo 8 la lettura, la musica e le barche a vela; ma mesi nacque mia figlia. Parquelle “datate”, come la “Hoop”, un clipper to prematuro, ma la gente del 1885 sul quale qualche anno fa ho avustrizzava l’occhio dicendo: to la sfacciataggine d’imbarcarmi. In fatto “Succede nelle migliori famidi vela sono ormai più una “teorica” che glie…”. Eravamo nel 1959 e una vera praticante… Amo i libri: leggere la società era tutt’altra cosa permette di aprire le porte della conoscenza, rispetto ai modelli di oggi. in particolare quando si ha la possibilità di Io mi occupavo dei miei figli apprezzare gli autori nella loro lingua ori– in seguito ho avuto anche ginale. Sono sempre stata affascinata dalle un maschietto, questa volta lingue: leggi Jane Austen e simultaneamente settimino... – e a tempo perl’ascolti attraverso un audiolibro con la voce so mi divertivo a fare delle di un attore shakespeariano. E così da un piccole traduzioni e a dare soggetto, un tema, un personaggio, ti ritrovi lezioni di tedesco. Più tardi catapultata dentro tutt’altro, continue nuotrovai un impiego in una ve scoperte. Io poi non ho la tv, un po’ per scuola di lingua per straniescelta o po’ per mancanza di tempo. Ma i ri. Durante una festa che gli quotidiani, quelli sì! E poi ho Internet, dove studenti organizzarono a casa cerco e trovo le cose più incredibili: come il mia fuori Firenze, conobbi Sonetto 29 di William Shakespeare letto dal più da vicino uno studente di mio attore preferito...

Veronica Cavazzi

Vitae

bito in Ticino (osserviamo affascinati un enorme planisfero appeso a una parete, ndr.), anche se ho vissuto buona parte della mia vita in grandi città, all’estero. Sono nata a Lucerna. Poi il destino ha portato la mia famiglia a Teheran, in Persia, l’attuale Iran. Nel 1941 mio padre, già atleta in Svizzera, venne chiamato alla corte di Rehza Pahlevi come istruttore sportivo dei soldati. Nello stesso anno nacque mio fratello. Siamo rimasti in Persia tre anni, poi ci siamo trasferiti al Cairo, dove i miei genitori si sono in seguito separati. Sempre al Cairo mia madre ha conosciuto e sposato l’uomo del quale io oggi porto il cognome. Era originario di St. Moritz e “approdò” in Egitto per vie insolite; aveva un cane lupo e un giorno, casualmente, incontrò il principe Farouk, futuro re d’Egitto (1920–1965 ndr.), frequentatore dei Grigioni. Scambiarono alcune parole e Farouk, anche lui grande appassionato di cani, alla fine lo invitò alla sua corte egiziana per un anno… Ci rimase 25 anni! Nacque un rapporto di amicizia e basato sulla fiducia, al punto che Farouk, uomo di grande spirito che amava ridere e scherzare – così lo ricordo io – non esitò a farsi introdurre da mio padre anche al Circolo svizzero del Cairo e si divertiva a giocare a bowling... In Egitto io frequentavo la Scuola tedesca e mio fratello quella franco-egiziana. L’Egitto al tempo era ancora sotto una sorta di “dominio” inglese; ricordo i club degli inglesi, i tea room... e naturalmente Groppi, la famosa pasticceria. Ma nel corso del 1952 la rivoluzione costrinse Farouk a lasciare il suo paese. Gli concessero giusto il tempo di imbarcarsi sul suo yacht con appresso i più stretti collaboratori: fra questi, anche mio padre... ma non la sua famiglia! Dopo mille peripezie riuscimmo raggiungerlo in Italia e vivevamo dunque tut-

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Uno sguardo dal ponte testo di Giancarlo Fornasier; fotografie di Roberto Buzzini

Il ponte: un complesso strutturale la cui funzione è quella di assicurare la continuità del cammino consentendoci di oltrepassare gli ostacoli posti sulla nostra via, come un corso d$acqua, una vallata, un'altra via di comunicazione… e, a volte, interi agglomerati urbani. Se un ponte evita di dover seguire la morfologia tortuosa e impegnativa del terreno, al contempo esso permette di “passare” fisicamente sopra le teste di altre persone, eludendo i loro sguardi, le loro esistenze, le loro difficoltà. Una doppia valenza, opposta e contraria: i ponti facilitano sì gli spostamenti, i contatti, gli scambi… ma possono anche azzerare, cancellare, nascondere esperienze difficili e dolorose, in grado però di cambiare per sempre la nostra vita. Abbiamo visitato il ponte di Trift, nei pressi dell'omonimo ghiacciaio dell'Oberland Bernese; una struttura che, a oggi, è il più lungo ponte sospeso delle Alpi. Un concentrato di emozioni, abilità costruttiva e una sfida alla natura più selvaggia…


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a costruzione dei ponti in legno, i più antichi, risale al periodo neolitico. Dalle prime strutture (tronchi posti tra le sponde di un fiume) ai grandi ponti ad arco in pietra e cemento naturale, dagli ottocenteschi ponti ferroviari in ferro ai moderni in cemento armato, essi hanno permesso lo sviluppo di società, grandi poli urbani, veloci vie di comunicazioni e la rete dei commerci. Senza la costruzione dei ponti i romani non avrebbero potuto spostarsi in buona parte dell'odierna Europa, e la loro proverbiale capacità di messa in opera di queste strutture ha permesso al Grande impero di espandersi senza, apparentemente, nessun ostacolo. Il più antico fra i ponti romani è il Sublicio, con ogni probabilità edificato sopra il Tevere nel periodo in cui regnava Anco Marzio (642–617 a.C.). Originariamente in legno, oggi di quella struttura non vi è traccia alcuna, anche se pare accertato conducesse al Tempio e dunque agli dei (J. Rüpke, La religione dei romani, 2004). A Roma l’edificazione di queste strutture era presieduta dal Collegio dei pontefici, con a capo il Pontifex Maximus. Il titolo di pontifex – che fu prima degli imperatori romani e oggi legato alla figura papale – è da alcune fonti spiegato etimologicamente proprio in riferimento alla costruzione dei ponti (dal latino pons e facere). Il pontefice erano così un “ponte” tra l'uomo e Dio. La ragione d’essere di un ponte è certamente quella di superare un ostacolo naturale o artificiale, ma la sua valenza simbolica supera, è proprio il caso di dirlo, gli aspetti storico-costruttivi. Il ponte è un simbolo di passaggio, una via o un mezzo verso un qualsivoglia aldilà: un altro luogo, un altro regno. Inevitabili i richiami all’anima e al passaggio verso esistenze “diverse”. Nella mitologia nordica l’attraversamento di un ponte da parte di chi è ancora in vita fa tremare l’intera struttura, mentre nell’Islam la sua immagine simbolica è legata alla strada verso il cielo; essa è “tanto stretta quanto la lama tagliente di una spada. Chi non è senza peccato precipita nell’abisso…” (H. Biedermann, Knaurs Lexicon der Symbole, 1989). La caduta da un ponte, evento nefasto, è ben sintetizzata nell’iconografia cinese: il ponte che conduce al mondo dell’aldilà è infatti molto stretto (come la lama vista in precedenza) e “i peccatori precipitano in un torrente pieno di sangue e di materia purulenta”. L’astronomica Via Lattea e l’arcobaleno sono altri due importanti simboli che per molte culture hanno rappresentato dei collegamenti tra sfere diverse dell’esistenza. Sono ponti del cielo, contrapposti – ma solo da un punto di vista fisico – a quelli terreni. Principale e primario obiettivo di tutte le migliori strategie militari e di conquista, i ponti sono un’assoluta “priorità” in caso di conflitto. E, a volte, icone di una sofferenza priva di ragione: come il ponte di Mostar, distrutto nel 1993 e simbolo di una ex Iugoslavia unita. Se leggende a noi più vicine narrano di un diavolo che costruì una passerella per superare le profonde gole della Schöllenen in cambio dell’anima di chi avesse superato per primo il ponte (Ponte del Diavolo, massiccio del San Gottardo), è giusto ricordare che dove non vi è un ponte vi è un’imbarcazione e un traghettatore (o barcaiolo) che permette l'attraversamento del corso d'acqua. Il più noto fra questi è certamente Caronte, trasportatore di morti e figura religiosa-mitologica riproposta sia da Virgilio (Eneide; Libro VI) sia nella Divina Commedia di Dante Alighieri, che nell'Inferno (Canto III; 82–84) così lo introduce ai lettori: “Ed ecco verso noi venir per nave / un vecchio, bianco per antico pelo / gridando: «Guai a voi, anime prave! (malvagie, ndr.)». Purtroppo, i due viaggiatori protagonisti dell’opera dantesca non avevano alternative se volevano oltrepassare il fiume Acheronte…

a sinistra: il ponte di Trift: una traversata lunga 170 metri a 100 metri d'altezza sull'omonimo lago pagine precedenti: il suggestivo panorama con lo sguardo rivolto a sud, verso il ghiacciaio in apertura: la “sottile linea” del ponte si estende vertiginosamente, collegando due scoscese pareti rocciose: un filo, una lama sospesa sull'abisso… Per informazioni sul ponte e come raggiungerlo vi rinviamo alla sito internet www.trift.ch

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Quelli con l’arcobaleno


Un tipo fortunato Cosa hanno in comune una maleodorante cittadina della Danimarca, l’esperienza del trasloco e la tendenza al suicidio negli adolescenti? Parecchio, a quanto pare, anche se a volte le statistiche non danno ragione dell’oscuro piacere e dei numerosi vantaggi del nomadismo

Aarhus (si pronuncia Oorus) è una città portuale della Dani-

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marca, a qualche ora di treno da Copenaghen. La caratteristica spiacevole di Aarhus è la puzza. Appena sceso dal treno lo sgradevole odore ti investe come un pugno e nonostante il centro storico caratteristico e le bellissime ragazze bionde che sfrecciano un po’ dovunque sulle loro biciclette, viene seriamente da chiedersi come si faccia a viverci ad Aarhus. Ne scrivo per esperienza personale, anche se la ragione di quel viaggio mi è oggi ignota. Fu forse per pura curiosità, forse perché l’amico che mi ospitava a Copenaghen era andato a Goteborg a trovare la sua ragazza o magari per una ragione che la mia mente censura da tempo. Per una risposta, mi rivolsi alla tipa dell’albergo - “Ma ‘sta puzza…” – che, con fare distratto, indicando con l’indice un qualche punto oltre la finestra, rispose: “La fabbrica di mangimi per animali”. L’indomani, col primo treno, me ne tornai nella capitale. Il fatto è che ad Aarhus c’è anche un’università e proprio lì insegna la professoressa Ping Qin che non è esattamente una qualsiasi, visto che come esperta in epidemiologia e biostatistica ha pubblicato sulle maggiori riviste scientifiche del mondo, “Lancet” e “British Journal of Psychiatry” incluse. Ping Qin si è occupata di traslochi e di suicidi negli adolescenti. Sì, perché pare che le due esperienze siano strettamente connesse. In altre parole, maggiore è la frequenza dei traslochi nell’arco dei primi dieci anni di vita, maggiore la probabilità di un tentato suicidio nel periodo che va dagli 11 ai 18 anni. Tralascio le statistiche, che pur riferite alla Danimarca – non esattamente un luogo per allegroni –, parlano chiaro. Al sottoscritto, tutto sommato, è andata bene. Nell’arco dei primi dieci anni della mia vita, a seguito di due genitori giramondo, a me e ai miei due fratelli è toccato di traslocare ben cinque volte. E non si è trattato di traslochi qualunque ma di veri e propri spostamenti transcontinentali. Allora si usavano i bauli, simpatici contenitori verdi, rinforzati con borchiette dorate agli angoli. In questi piccoli container domestici si infilava di tutto, dai vestiti alle stoviglie, dai giocatoli ai libri. Certo, quando finalmente decisero di tornare in Europa e fui

iscritto alle scuole medie, ero una specie di disadattato sociale ma per fortuna nella classe di personaggi come me ce n’erano altri tre o quattro, il che facilitò l’inserimento. Nel periodo dagli 11 ai 18, con buona pace di chi mi vuol male, l’idea del suicidio non fece capolino anche se qualche momento di bassa dovette pur capitare. Il fatto è che a me traslocare piace moltissimo, tant’è che, una volta divenuto adulto, ho saggiato questa esperienza per altre dieci volte e non credo sia affatto finita. Nel lemmario dei luoghi comuni, si legge che il trasloco è un esperienza assai negativa, di poco inferiore al lutto. La dottoressa Ping Qin, senza dubbio, concorderebbe. Ai miei occhi il trasloco è una delle avventure più eccitanti che si possano intraprendere nell’esistenza. Innanzitutto è l’occasione per liberarsi da un sacco di fardelli: oggetti, vecchi libri – se uno ce la fa –, scartoffie, faldoni, ma anche compagne o compagni particolarmente noiosi e ingrati. Poi c’è l’esperienza di arredare una nuova casa, di dargli una forma utilizzando in parte quello che si ha o aggiungendo elementi nuovi. I vicini rappresentano infine una sorpresa, spesso spiacevole ma talvolta piacevolissima. Ma ciò che davvero rende l’esperienza del trasloco speciale, è la certezza di dar vita a un nuovo capitolo nella propria esistenza, capitolo che non necessariamente sarà segnato dalla felicità e dalle soddisfazioni, ma che alla fine diverrà una parte importante della nostra storia. In questo quadro, la stanzialità mi è sempre parsa una forma di autocostrizione, una sorta di rinuncia all’esplorazione del mondo, benché sia d’altra parte consapevole del fatto che essa non significhi affatto la rinuncia alla conoscenza: Sigmund Freud, fra le quattro mura del suo studio – si trasferì a Londra per ragioni assai poco piacevoli e ormai alla fine della sua esistenza –, ha compreso molto più della natura umana di tanti antropologi a spasso per il mondo. Senza dimenticare che il nomadismo, quando non è il risultato di imposizioni e atti discriminatori, ha la straordinaria capacità di affinare le nostre reali necessità. Insomma, trasloco dopo trasloco, la vita si depura, rendendoci più liberi e meno dipendenti dalla materia del mondo.

» di Giulio Carretti; immagine tratta da www.whygeny.wordpress.com

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Orizzontali 1. Non si fanno mai gli affari propri • 10. Il nome della Pausini • 11. Gas luminoso • 12. Sopporta la soma • 13. San Gallo sulle targhe • 14. Dubitativa • 15. Gigari • 16. Successe a Lenin • 18. Nel mezzo di un delitto • 19. Lo Stern del “Sergente nella neve” • 20. Il noto Greggio • 22. Malata per il poeta • 23. Dittongo in reità • 24. I confini del Ticino • 26. La uccide Ercole • 28. Che ci appartiene • 31. Pari in caverna • 32. Tina, cantante • 34. Arbusto aromatico • 35. Rendono lustri i pavimenti • 37. Un cereale • 39. Il nome di Pacino • 40. Riscossione fiscale • 43. Cuba e Ohio • 44. Il fiume dei Cosacchi • 45. Il cattivo fiabesco • 47. Assicurazione Militare • 48. Mezza sala • 49. Biglietto d’acquisto • 51. L’Irlanda con Dublino • 52. Sfortuna.

designare • 9. Incapaci • 13. Gabbie per polli • 16. Cons. in siero • 17. Sporcare • 21. La esegue il dentista • 25. Obbrobri • 27. Celestiale (f) • 29. Scocciata, annoiata • 30. Cono centrale • 33. Risparmi • 36. Il dio egizio del sole • 38. Gianni, favolista • 41. Topi, ratti • 42. Pena nel cuore • 46. La solita rima per amor • 48. La nota più lunga • 50. Paesi Bassi.

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Verticali 1. Noto romanzo di M. Cucchi • 2. Il nome di Costanzo • 3. Tersi, lavati • 4. Fu mendico a Itaca • 5. Il Calcio del chimico • 6. Assunzioni • 7. Dittongo in poeta • 8. Eleggere,

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Il trigono di Giove, Urano e Venere darà il via a una serie di novità che possono includere un colpo di fulmine, il concepimento di un figlio, ma anche inaspettate opportunità di vacanza e di sviluppo dell’attività professionale.

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A metà mese, discussioni familiari attinenti a questioni patrimoniali portate dall’ingresso di Marte nella vostra quarta casa solare. Non curatevene più del dovuto, ma date spazio a tutta la vostra creatività per realizzare i vostri progetti.

A partire dal 16 giugno Venere farà il suo ingresso nella vostra seconda casa solare. Momento fantastico per dedicarsi allo “shopping”. Incontri con persone provenienti da un lontano passato. Fase di progettazione per i nati a fine segno.

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A metà mese Venere entrerà nel vostro segno, accompagnata da un fantastico trigono con Giove e Urano in Ariete. Colpi di fulmine e opportunità professionali inaspettate da prendere al volo. Popolarità improvvisa.

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Alcune circostanze, consolidatesi nel corso degli ultimi anni, di fatto vi stanno impedendo di seguire la strada maestra. Dovete liberarvi definitivamente di alcune pastoie. Novità sentimentali a partire dal 16 giugno.

Momento decisivo segnato dai transiti di Saturno e Urano. Cercate di cogliere le nuove opportunità mantenendo chiari i vostri obiettivi principali. A partire dal 16 giugno si apre un momento di pigrizia favorito dal transito di Venere.

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A metà giugno ugno Plutone entrerà in trigono con il transito di Marte nella vostra nona casa solare. Opportunità provenienti da un paese estero da sfruttare con un po’ di astuzia e tempestività. Salto evolutivo solo per gli eletti.

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Grazie agli ottimi influssi di Giove e Urano si apre un nuovo ciclo di opportunità. Date spazio a tutta la vostra creatività. Agite in maniera rivoluzionaria. Rivalutate gli aspetti più importanti della vostra vita.

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