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numero

L’appuntamento del venerdì

Corriere del Ticino

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R EPORTAGE - VIGEVANO Dal Rinascimento alla modernità

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numero 23 4 giugno 2010

Agorà Medicina. Rinascere dal dolore cronico

Impressum

Arti Fotografia. Il giovane Kubrick

Tiratura controllata 89’345 copie (72’303 dal 4.9.2009) Chiusura redazionale Venerdì 28 maggio

Vitae Damiano “Dug” Merzari

Editore Teleradio 7 SA, Muzzano

Reportage Vigevano

Redattore responsabile Fabio Martini Coredattore Giancarlo Fornasier Photo editor Reza Khatir Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55 Direzione, redazione, composizione e stampa Società Editrice CdT SA via Industria CH - 6933 Muzzano tel. 091 960 31 31 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch Stampa (carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona Pubblicità Publicitas Publimag AG Mürtschenstrasse 39 Postfach - 8010 Zürich Tel. +41 44 250 31 31 Fax +41 44 250 31 32 service.zh@publimag.ch www.publimag.ch Annunci locali Publicitas Lugano tel. 091 910 35 65 fax 091 910 35 49 lugano@publicitas.ch Publicitas Bellinzona tel. 091 821 42 00 fax 091 821 42 01 bellinzona@publicitas.ch Publicitas Chiasso tel. 091 695 11 00 fax 091 695 11 04 chiasso@publicitas.ch Publicitas Locarno tel. 091 759 67 00 fax 091 759 67 06 locarno@publicitas.ch In copertina La piazza ducale e il Duomo di Vigevano visti dall’alto della Torre del Bramante Fotografia di Reza Khatir

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Memoria corta Qualche giorno fa, il 25 maggio, i cittadini argentini hanno celebrato il bicentenario della liberazione del loro paese dal dominio spagnolo. L’evento, che è stato al centro di una cerimonia ufficiale presso l’ambasciata argentina a Berna, rappresenta un’occasione per ricordare tutti i ticinesi che, in periodi e anni economicamente difficili, hanno lasciato la loro terra d’origine in cerca di fortuna, e non solo alla volta del paese sudamericano. Uomini e donne che, intrapresa la via dell’emigrazione, hanno affrontato difficoltà e diffidenze nella speranza di assicurare a sé e ai propri figli una vita e un futuro migliori. Evidentemente però ce ne siamo dimenticati. Lo rivela abbastanza chiaramente la denuncia lanciata da Amnesty International, secondo cui atteggiamenti apertamente xenofobi e razzisti sono ormai entrati a far parte del dibattito politico in Svizzera. Il fenomeno è in effetti generalizzato e, a dire la verità, tocca svariati paesi europei. Non è questo, ovviamente, il luogo per riproporre l’ennesima analisi sociologica riguardo all’affermarsi di tali comportamenti. Non vi è però dubbio che stiamo assistendo a

un progressivo imbarbarimento sia in ambito politico sia giornalistico e, di conseguenza, nella stessa società (ha fatto notizia il recente l’exploit di Luca Dordolo, capogruppo del Carroccio nel consiglio comunale di Udine, che vista passeggiare una donna in burqa in compagnia del figlio e del marito, ha chiamato la polizia, “perché la donna si stava dirigendo verso il duomo che è un obiettivo sensibile”; salvo poi scoprire che la signora è la moglie di un ingegnere che lavora in un’azienda della zona...). Sta di fatto che i giornali di questa mattina, 28 maggio, annunciano l’abbandono definitivo da parte del presidente statunitense Barack Obama della “dottrina Bush” e l’avvio di una politica improntata alla cooperazione globale e alla rinuncia alla “guerra al terrorismo”. Il che non significa assolutamente la rinuncia alle indispensabili istanze di sicurezza nazionali e internazionali. Per assolvere a questo compito, esistono specifiche strutture di polizia e di intelligence, finanziate con i soldi dei contribuenti. A ognuno il suo… Cordialmente, Fabio Martini

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a definizione di dolore cronico fornita dall’OMS è precisa, ma tutto sommato anche un po’ asettica: una sensazione spiacevole, che persiste già da più di tre mesi e che non si riesce a trattare con gli abituali presidi farmaceutici. L’aggettivo “spiacevole” non sembra però calzare con l’idea di un dolore continuo, di fitte lancinanti, oppure di bruciori che impediscono di condurre una vita “normale”: perché il dolore cronico diventa invalidante. Dal 2005, presso la sede dell’Ospedale Italiano di Lugano, è attivo il Centro per la terapia del dolore, un istituto all’avanguardia nel trattamento di questo tipo di problematiche. Presso il Centro afferiscono pazienti – circa duemila all’anno – inviati dai medici di fiducia, pazienti che non sono riusciti a risolvere i loro problemi e che qui possono trovare il più ampio spettro di terapie, da quelle medicamentose, fino alle tecniche di neurochirurgia più avanzate. A parlarcene è il dottor Paolo Maino, che insieme al prof. Rezio Renella, ha contribuito a far nascere il Centro.

Dottor Maino, come opera il centro da lei diretto? “Le persone che giungono da noi soffrono di dolori di varia natura. I dolori sono spesso resistenti agli abituali analgesici e alle terapie fisiche tradizionali. Il primo compito di questa struttura è di elaborare una diagnosi sull’origine del dolore, per poi individuare gli approcci terapeutici più efficaci. La particolarità del nostro centro è che abbiamo raggruppato diversi specialisti che possono così lavorare in team: il sottoscritto, anestesista con formazione approfondita in terapia del dolore, il prof. Renella, Primario del servizio di Neurochirurgia che opera settimanalmente nel centro in una seduta interdisciplinare, che include a seconda dei casi specialisti di altri settori”. Come è la vita di chi convive con un dolore cronico? “Dura, perché spesso alla componente organica, se ne affianca una psichica, con un problema a livello emotivo che porta a situazioni di depressione. Si tratta di pazienti che soffrono tutto il giorno, che a causa di questo diventano invalidi e magari non possono più lavorare. Subentrano problemi di tipo sociale ed economico, preoccupazioni per il mantenimento della famiglia che possono

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Medicina. Rinascere dal dolore cronico

Agorà

Un dolore che non ti abbandona: non ti lascia dormire, camminare, lavorare, un dolore che impedisce di condurre una vita “normale”. Parliamo del dolore cronico provocato da artrosi, cefalee, sciatalgie, problemi alla colonna vertebrale, postumi da traumi e incidenti. Per aiutare le persone che ne soffrono è operativo dal 2005 a Lugano un Centro per la terapia del dolore all’avanguardia

aggravare un quadro emotivo già difficile. Per questo è fondamentale il supporto di tipo psicologico-psichiatrico. In questo modo ci si può occupare dell’aspetto legato alle emozioni e fornire un aiuto insegnando strategie per la gestione delle emozioni”. Spesso si tende ad associare il dolore cronico al tumore… “In questo caso si parla di dolore cronico maligno, che viene affrontato dallo specialista con cure palliative, ricorrendo alla terapia medicamentosa, con derivati di morfo-oppioidi e altri tipi di antidolorifici. Quando questa terapia non è sufficiente, veniamo consultati per valutare altre possibilità terapeutiche. Anche nei casi di dolore da tumore si può, infatti, intervenire efficacemente con delle tecniche mini-invasive come quelle che usiamo nel nostro centro”. Come agite abitualmente? “Abbiamo a disposizione una vasta gamma di strumenti. Prima di tutto gli analgesici puri, come gli oppioidi, che agiscono sulla trasmissione del dolore e sui suoi recettori. Poi usiamo analgesici antiinfiammatori, nei casi in cui vi sia una componente infiammatoria, come, per esempio, negli stati degenerativi, cioè nelle artrosi, piuttosto che nei postumi da traumi più o meno recenti. Poi ci sono degli analgesici che agiscono a livello del sistema nervoso centrale: spesso sono medicamenti nati per altri scopi come gli anti-epilettici o gli anti-depressivi, che funzionano anche nella modulazione di alcuni tipi di dolore. Un paziente che ha male da tanto tempo sopporta di meno il dolore. Gli anti-depressivi agiscono innalzando la soglia del dolore perché migliorano l’umore del paziente e quindi lo aiutano a sopportare meglio questa situazione”. E quando questo primo approccio non è sufficiente? “Esistono i trattamenti di de-nervazione selettiva, realizzati grazie a speciali tecniche che permettono di coagulare in maniera selettiva solo la fibra nervosa che trasmette gli impulsi dolorosi al sistema nervoso centrale. Per cui è possibile poi mirare la cura molto selettivamente «annientando», desensibilizzando la zona da cui parte il dolore. In questi casi, è prima necessario eseguire uno screening, bloccando selettivamente con dell’anestetico locale le


Che cosa significa “neuromodulazione”? “Significa intervenire direttamente sulla trasmissione del dolore, a livello midollare o a livello dei nervi periferici, applicando della corrente elettrica a bassa intensità e con frequenze particolari. È una tecnica molto utile per i cosiddetti dolori neuropatici come nel caso di sciatalgie croniche non operabili oppure per i postumi di traumi o interventi chirurgici in cui sia presente la sofferenza di un nervo. Normalmente viene impiantato un piccolo elettrodo che si può appoggiare al midollo spinale o a nervi periferici. A questo si collega uno stimolatore esterno, un dispositivo analogo a un piccolo pace-maker, che eroga impulsi elettrici nella zona dolorosa. Se questi sono in grado di «coprire», di nascondere il dolore neuropatico e il paziente è soddisfatto, si procede all’impianto sottocute di un pace-maker definitivo. Teniamo presente che il dolore neuropatico è molto invalidante. Chi ne soffre avverte bruciori, crampi e stilettate giorno e notte. Quando gli analgesici non bastano, si può ricorrere alla neuromodulazione che spesso dà risultati straordinari, permettendo al paziente di rinascere”. Quali altre strade percorre il trattamento del dolore cronico? “Quando i farmaci tradizionali non sono più sufficienti si può intervenire, per esempio, con una pompa controllata da un microcomputer che somministra a un microflusso continuo il

medicamento direttamente a livello intratecale. Significa che introduciamo un catetere direttamente nel liquor, la sostanza che avvolge il midollo spinale fino al cervello. Il cateterino viene collegato alla pompa che rilascia il medicamento analgesico. In cosa consiste il vantaggio? Un milligrammo di morfina somministrata attraverso questa via corrisponde, come effetto analgesico, a trecento milligrammi presi per bocca. Quindi si ha molto più impatto sul dolore ma molti meno effetti collaterali perché la dose assorbita dal paziente è drasticamente ridotta. È importante sottolineare che con questa modalità di somministrazione il paziente non sviluppa effetti di dipendenza. È una terapia molto efficace per curare alcuni tipi di dolore o in esiti di interventi chirurgici complessi che portano per esempio a dolori intrattabili con i medicamenti tradizionali”. Come cambia la vita dei pazienti dopo le terapie? “Prima di iniziare le terapie consegniamo ai nostri pazienti dei questionari di valutazione del dolore. Sono questionari internazionali standardizzati in cui la persona indica il tipo di dolore che percepisce, l’intensità che avverte, che impatto il dolore ha sulle sue attività e sulla sua vita. I questionari vengono riconsegnati al paziente dopo il trattamento e viene consegnato un foglio di valutazione dove si misurano i miglioramenti nelle varie attività quotidiane. Diciamo che più o meno nel 60% dei casi c’è un miglioramento. Circa la metà dei pazienti che migliora vede il dolore ridursi anche del 50%. In circa il 10% dei casi il dolore diminuisce quasi completamente. Si tratta di risultati importanti, non solo dal punto di vista numerico, perché il nostro obiettivo è migliorare la vita delle persone affette da questi disturbi e con questi interventi spesso ci riusciamo”.

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» di Roberto Roveda

fibre nervose coinvolte. Una volta individuate quelle responsabili della trasmissione del dolore, è possibile coagularle con la punta di un ago. Questo tipo d’intervento è molto usato per i dolori che originano dalle articolazioni vertebrali («faccette articolari») e per cervicalgie invalidanti che possono comparire in seguito a un colpo di frusta durante un incidente stradale”.

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Arti

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York, 1945–50. Siamo nei primi anni del dopoguerra. Film come 2001: Odissea nello spazio, Arancia Meccanica e Shining non esistono ancora e Stanley Kubrick (1928–1999) non è uno dei più grandi registi del Novecento, ma un ragazzo di 17 anni con gli occhi grandi e la passione per la fotografia. Giovanissimo, eppure già capace di impressionare lo staff di un importante magazine illustrato chiamato “Look”, Stanley porta al caporedattore della rivista un suo scatto, il primo che verrà pubblicato, in cui è ripreso un edicolante affranto per la morte di F. D. Roosevelt. Il gioco è fatto: la foto piace e viene acquistata per 25 dollari. La redazione decide di mandare il giovane Stan in giro per New York a documentare la vita sociale di una città che si è appena lasciata alle spalle i drammi della guerra e si appresta, forse ancora senza saperlo, a diventare una capitale mondiale. Inizia in questo modo la carriera come fotografo di Stanley Kubrick: da collaboratore freelance a foto-

Il conto alla rovescia è iniziato. tamente una posa, rappresenti sul piano estetico l’uso più valido ed espressivo della fotografia”. Una dichiarazione d’intenti che si ritrova anche visitando la mostra di Milano: sono esposte più di

Nel 1945 a New York un ragazzino di 17 anni si presenta alla redazione della rivista “Look” con uno scatto in bianco e nero. Il suo nome è Stanley Kubrick e da quel giorno, per cinque anni, farà il fotografo. Per la prima volta quegli scatti sono esposti a Milano duecento fotografie, stampate dai negativi originali, divise in sette sezioni; ogni serie di scatti è una photo story, ovvero una sequenza di immagini che già fa correre con la mente al cinema.

Stanley Kubrick, A tale of a shoe-shine boy (1947)

Stanley nasconde il cavo della macchina fotografica sotto la manica della giacca e aziona l’otturatore con un interruttore nascosto nel palmo della mano: quello che uscirà dalla camera oscura dev’essere spontaneo, naturale, senza filtri. Una delle prime sezioni è dedicata a Mickey, un ragazzino dodicenne di Brooklyn che lavora come lustrascarpe. Kubrick

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reporter assunto da “Look”, il più giovane a cui sia mai stato affidato un incarico. I suoi servizi diventano più numerosi e impegnativi: a soli 20 anni è definito un veterano dai suoi colleghi. Quegli

Il giovane Kubrick

New

scatti in bianco e nero sono rimasti per tanti anni nell’archivio della rivista. Ora, per la prima volta, sono esposti in mostra a Milano, fino al 4 luglio, nella suggestiva cornice di Palazzo della Ragione, la stessa location che ha ospitato la splendida mostra fotografica di Steve McCurry qualche mese or sono. Il merito della scoperta di Kubrick fotografo va soprattutto a Rainer Crone, curatore di questa esposizione e grande studioso di arte contemporanea, che ha voluto analizzare l’archivio immenso di immagini della rivista Look. D’altronde Kubrick aveva le idee chiare già a 19 anni. Quando viene intervistato dalla rivista fotografica The Camera, dice: “Credo che catturare un’azione spontanea, piuttosto che studiare atten-


realizza un reportage sul circo. Sotto il tendone tutto è gioco, sorpresa, meraviglia per gli spettatori. Ma per gli acrobati, i clown, i domatori è anche lavoro, duro allenamento. Le sezioni dell’esposizione milanese proseguono nel raccontare volti e luoghi di New York, come i locali fumosi dove si suona il Dixieland Jazz, ma anche nuovi orizzonti come il lontano Portogallo. Kubrick si licenzierà da “Look” nel 1951: ha girato il suo primo cortometraggio (Day of the Fight) e l’emozione di vederlo proiettato sul grande schermo è forte. È allora che Stanley prende quella decisione che cambierà per sempre la sua vita. E quella del cinema.

Mostra Stanley Kubrick Fotografo 1945–50 Palazzo della Ragione, Milano Più di duecento scatti, realizzati da Stanley Kubrick nel corso della sua collaborazione con la rivista “Look”. Un’occasione da non perdere per chi ama la fotografia e chi, del genio della cinepresa, è un ammiratore. La mostra è aperta fino al 4 luglio; il catalogo Stanley Kubrick. Fotografie. 1945–1950 è edito da Giunti.

di Valentina Gerig » imm. » dal catalogo della mostra

Cogliete questa opportunità.

racconta la sua vita quotidiana, cerca di immortalare il suo soggetto come persona e non come categoria appartenente a un ceto sociale. In uno scatto Mickey è sul tetto che accudisce i propri piccioni e li guarda volare. Ecco lì c’è tutto il suo essere bambino, nonostante il lavoro, la povertà, la lotta per la sopravvivenza. Altro incarico, altro mondo: nel 1948

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Arti

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» testimonianza raccolta da Patrick Walser; fotografia di Igor Ponti

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“avrei voluto fare”. Dall’altro la città, secondo me non particolarmente interessante e immersa in quello spirito universitario in salsa ticinese che non ho mai capito. Tornato a Lugano ho fatto uno stage presso il Dicastero Giovani, dove ho iniziato a creare i manifesti dei concerti e da lì è partito tutto: era la musica insieme alla grafica, il modo perfetto per unire le due passioni della mia vita. Il manifesto di un concerto nasce molto spesso sfogliando dei vecchi libri di fotografia… sino a quando arriva quella giusta; immagini che ho visto centinaia di volte e che, in quel preciso istante, sembrano trovare la loro giusta natura. Grafico per vocazione, batterista dei I Pussywarmers sono l’altra Pussywarmers, co-fondatore di Fat Noise metà della mia vita. Tutti anBooking, skater da una vita. Un eterno davamo in skate e, a un certo irrequieto, come ama definirsi lui stesso punto, mi sono reso conto che era arrivato il momento venire a contatto con persone, giusto per cominciare a suonare. Con Raul attitudini e stili di vita simili. (contrabbasso) e Simone (chitarra, banjo, Nel 2000, dopo aver terminatastiere) ci siamo trovati e abbiamo provato a to la scuola di Arti e Mestieri, rifare le canzoni che ci piacevano. Era il 2002 sono partito alla volta degli e l’unico luogo dove riuscivamo a far prove Stati Uniti dove sono rimaera la lavanderia della nonna di Simone. Con sto 9 mesi; un po’ perché ci l’arrivo di Fabio (voce, chitarra) tutto ha pretenevo, un po’ per apprenso “una piega” più seria: finalmente avevamo dere l’inglese. In realtà, dopo un cantante che sapesse cantare! Inizialmente poche settimane di scuola, cercavamo ispirazione da differenti stili di ho scoperto una piccola comusica, che nel tempo cambiavano in funmunità di skater americani e zione dei nostri gusti. Sino a quando ci siamo mi sono trasferito lì. Avevo resi conto che non erano più solo i generi 19 anni, ero da solo negli musicali a influenzarci, ma piuttosto quello Stati Uniti, a migliaia di chiche ci stava attorno. Dal punk al teatro, dal lometri di distanza dalla mia folk al Dadaismo, dal jazz alla patafisica, dal famiglia. Tutto era diverso, gipsy alla letteratura e, negli ultimi periodi, tutto era possibile, tutto era dalla psichedelia… E poi c’è anche il fascino come avrebbe dovuto essere... dell’essere “in giro” a suonare, quel trovarti Era il momento di capire cosa in certe situazioni, visitare certi posti e cofare e cosa non fare. È dunque noscere personaggi con cui puoi entrare in in America che ho compreso contatto solo suonando. Considerate le mie che tutto dipendeva da me: esperienze, iniziare a organizzare concerti è avevo il pieno potere sulla mia stata una conseguenza quasi logica: con Rulibertà. Credo che solo negli pen Naca Nacaroglu abbiamo quindi creato States, in quel momento, avrei Fat Noise Booking e in questo modo abbiamo potuto prendere coscienza di la possibilità di invitare i musicisti e le band cosa significasse avere infinite che ci piacciono di più, conoscerli di persona opportunità. Al rientro dagli e farli conoscere ai ticinesi. Il futuro…? Non Stati Uniti sono andato a Losono assolutamente preoccupato e, anzi, sanna a studiare ingegneria; sono felice sia incerto: questo perché sono un’esperienza deludente dal convinto che la sete di sicurezza abbia un punto di vista scolastico e po’ atrofizzato la voglia “di cercare” di molte umano. Da un lato la scuola persone. Ed è proprio questa continua ricerca dove, a conti fatti, ho imparaa mantenermi irrequieto e, di conseguenza, to più quello che “non volevo attento nel riconoscere la bellezza qualora fare” piuttosto che ciò che dovesse passarmi davanti…

Damiano “Dug” Merzari

Vitae

ono nato e cresciuto a Muzzano, uno di quei paesi minuscoli dove tutti si conoscono, dove esistevano ancora le pluriclassi: i più grandi aiutavano i più piccoli, i test erano degli esercizi e il professore era il maestro. C’era l’impressione che qualcuno, in qualche modo, qualcosa di buono lo sapesse fare… Parte fondamentale della vita di paese era la chiesa, ed è lì che, per la prima volta, mi sono scontrato con il fascino della musica. A cominciare dal Vergin Dolcissima a più cori della domenica per finire con la festa della Madonna, la Processione, e il tubista in fondo, al passo lento del perdono. Mi ricordo di aver pensato che se avessi dovuto suonare uno di quegli strumenti sarebbe stato o il tamburello o il “trombone grosso grosso in fondo”. Oggi li suono tutti e due… la tuba ogni tanto, mentre la batteria molto più spesso. Tuttavia, il vero punto di svolta nel mio modo di rapportarmi alla musica sono stati i Beatles. Ricordo di aver trovato una cassetta in casa, averla inserita nel vecchio walkman e dopo poco è partita “Twist & Shout” – una canzone interpretata dai Beatles in Please Please Me (1963), ma portata al successo per la prima volta dai The Isley Brothers, ndr.–. In quel momenti ho capito che proprio quella era la “roba” che faceva per me. E così ho iniziato a interessarmi al rock, fino ai Nirvana (noto gruppo statunitense attivo negli anni Novanta guidato dallo scomparso Kurt Cobain, ndr.): con loro non era più solo musica, con i Nirvana c’era anche tutto un modo di atteggiarsi, un modo di pensare, un modo di vivere. Era l’adolescenza. Più eri disadattato più eri grunge, più eri grunge più eri fico. Era il punk degli anni Novanta, era la chiara volontà di un cambiamento, un ritorno alla semplicità. In questo periodo ho anche scoperto lo skateboard, una sorta di “conseguenza” rispetto alla voglia di ribellione. E un modo per

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Vigevano. Dal Rinascimento alla modernità Vigevano rinascimentale e ariostesca con la sua piazza ducale e il castello… Vigevano della seconda metà del Novecento, capitale dell"industria calzaturiera e in crescita frenetica negli anni del boom economico, come racconta Lucio Mastronardi nel suo celebre romanzo Il maestro di Vigevano. Il centro più importante della Lomellina appare così, in bilico tra un passato lontano e un presente segnato dagli effetti della globalizzazione economica

testo di Roberto Roveda; fotografie di Reza Khatir


in questa pagina: in senso orario, particolari architettonici della facciata del Duomo; un esempio delle decorazioni dipinte del colonnato, con un medaglione raffigurante un personaggio della famiglia Sforza; scorcio di via XX Settembre, una delle strade che conducono alla piazza ducale; l’ingresso alla Torre del Bramante pagine precedenti: la facciata concava del Duomo con ai lati i portici rinascimentali che delimitano la piazza in apertura: il cortile interno del Castello Sforzesco dominato dalla Torre del Bramante

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modo migliore per iniziare a prendere le misure di Vigevano è salire sul suo punto più alto, la quattrocentesca Torre del Bramante, e ruotare lo sguardo a 360°. L’orizzonte lontano, oltre i limiti della città, è quello piatto e sfumato della Lomellina, regione punteggiata dalle risaie e chiusa tra i fiumi Sesia, Po e Ticino. Una terra assieme piemontese e lombarda, dove sull’agricoltura, ancora trainante, incombe la “minaccia” delle strade statali trafficatissime, delle rotonde, dei capannoni industriali e dei centri commerciali.

Vigevano ducale e rinascimentale L’orizzonte vicino, proprio sotto di noi, parla di case coi tetti ancora all’antica – coi coppi di cotto rossiccio –, di una piazza meravigliosa e di un grande castello. Così Vigevano restituisce un senso di gloria antica, di bellezza e armonia rinascimentali tra i portici ad arcate della sua piazza, ideata da uno dei geni del Rinascimento italiano, Donato Bramante (1444–1514), e

costruita a partire dal 1492, per volere del duca Ludovico il Moro, della dinastia degli Sforza, padroni di Milano. Difficile non ritrovarvi “le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese” cantate da messer Ludovico Ariosto nel suo Orlando furioso. Una piazza attorno alla quale si raccoglie la città, ma che nacque come anticamera nobile del castello adiacente, uno dei manieri fortificati più grandi d’Europa, costituito come è da due fortezze unite da una “strada coperta”, un grande ponte lungo 164 metri e largo 7 che scavalca il borgo vigevanese e permetteva rapidi passaggi dal castello all’aperta campagna. Il miraggio del boom economico Questa zona nobile di Vigevano oggi è patrimonio soprattutto di milanesi in gita domenicale oppure di visitatori che amano le mete un poco fuori dalle direttrici classiche del turismo. I vigevanesi non abitano più qui, sono emigrati in massa dal


centro storico verso le palazzine della periferia, verso le villette mono o bifamiliari dilaganti verso la campagna. Per vederle, dalla Torre del Bramante, basta alzare un poco lo sguardo, oltre un confine assieme immaginario e reale, dove coppi e cotto cedono il passo a coperture ed edifici di geometrica e anonima squadratura. Ecco l’altra anima della capitale della Lomellina dopo quella ducale e rinascimentale, ecco la Vigevano del boom economico italiano, che nel giro di poche stagioni scopre l’industria e manda a ramengo le origini contadine e in un ventennio, tra il 1951 e il 1971, passa da circa 40.000 anime a 67.000, in un’esplosione di fabbriche, fabbrichette, laboratori e bottegucce domestiche. Tutti a produrre calzature e la cittadina diventa il luogo dove tra colle, pellami e stringhe si sintetizza il sogno settentrionalitalico di diventare un piccolo imprenditore. “Mica per nulla” – dicono in tanti con le mani segnate ancora da generazioni di vita nei campi “per non dover sempre dire ‘si’ e ‘no’ a comando”. E poi vogliamo mettere il miraggio di far danè… Così, assieme alla piazza e al castello, ritroviamo l’altro simbolo della città della Lomellina, quel Maestro di Vigevano di Lucio Mastronardi, romanzo capolavoro tanto citato, quanto dimenticato, degli anni dello sviluppo economico. Mastronardi, vigevanese doc, che – come scrive Giulio Ferroni, grande critico della letteratura italiana del Novecento – racconta “… personaggi, assediati dalla brutalità del mondo circostante, dal dominio di cieco egoismo e ipocrisia, dal diffondersi di uno spirito economico che passa sopra a qualsiasi valore umano e sociale”. Camminando tra gli archi e i portici della piazza Ducale ci viene così in mente Alberto Sordi, il maestro Mombelli del film di Elio Petri tratto dal romanzo; Sordi tiranneggiato dalla

moglie che lo vuole dedito a far soldi a tutti i costi, anche al prezzo di perdere anima e radici. Il riverbero del mondo Oggi anche quella frenesia sembra un ricordo lontano, come le ducali ambizioni di Ludovico il Moro. Vigevano appare un poco sonnacchiosa: la periferia – lo si capisce dalle architetture dei palazzi – da qualche anno ha interrotto il suo dilagare verso l’esterno, anche perché, terminato il boom economico, la popolazione ha preso lentamente a decrescere quando le scarpe hanno smesso di essere il Bengodi per tutti. Delle tante fabbriche e fabbrichette non è rimasto più nulla, le produzioni si sono spostate alla ricerca di formiche ancora più operose e, soprattutto, meno costose di quelle del vigevanese, magari in India, Cina, Europa dell’Est. La maggior parte degli abitanti di Vigevano ora lavora fuori, nella non lontana Milano e a tenere alto l’orgoglio calzaturiero è rimasto praticamente solo il “Museo della calzatura”, ospitato nel Castello. Come in tanti luoghi dell’Italia, quindi, anche qui non si è riusciti a capitalizzare i risultati raggiunti… si è seguito l’esempio della cicala, che gode nella bella stagione, ma appena arriva l’inverno non sa che pesci pigliare. Probabilmente aveva ragione il maestro Mombelli, con il suo voler rimanere legato al suo lavoro di educatore e non voler inseguire a tutti i costi le lucciole, effimere, del capitalismo. O forse la nostra è solo una sensazione mentre la sera scende sulla piazza ducale, le saracinesche si chiudono e gli spazi si fanno deserti. Ci sembra che i famosi comignoli sui tetti della piazza vigevanese, così multiformi, così fantasiosi, rimangano soli a rimirare le glorie, le speranze, le ambizioni forse eccessive del passato.

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» illustrazione di Adriano Crivelli

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» ariete Dal 7 giugno transiti eccezionali in vista. Dipenderà solo da voi decidere quale nuovo corso dare alla vostra vita. Non seguite troppo i “ragionamenti”: rischiate di frenarvi. Imparate a fidarvi di voi stessi.

toro A partire dalla seconda settimana di giugno finalmente riuscirete a stare più tranquilli. Potrete dedicarvi con maggiore serenità a voi stessi. Vita sentimentale in positivo e acquisti per la casa.

gemelli Realizzazione di importanti progetti. Aiuti da parte di personaggi inaspettati. Momenti di gloria e di soluzioni originali per i nati nella prima decade baciati da Giove e Urano. Novità l’11 giugno.

cancro Cambiamenti in arrivo per i nati nella prima decade. Desiderio di indipendenza e maggiore autonomia. Fastidio per la quotidianità. Vita sentimentale a gonfie vele, influenzata da Venere.

bilancia A partire dal 7 giugno Urano sarà raggiunto da Giove. Nuovi fermenti all’interno della vita di coppia. Improvviso bisogno di libertà. Più fantasia nella quotidianità.

scorpione Con questa settimana si apre un periodo più tranquillo e gioioso, durante il quale potrete godere delle ultime conquiste. Incontri sentimentali favoriti da Venere.

sagittario Dal 7 giugno, si apre un periodo incredibile per i nati in novembre baciati dal transito di Giove e Urano nella loro quinta casa solare. Colpi di fulmine, soluzioni creative geniali.

capricorno orno Imparate a riconoscere i messaggi della vostra anima, e un po’ meno quelli della vostra iperdominante razionalità. Fate tesoro delle vostre esperienze passate.


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Verticali 1. Rivoluzionò il sistema eliocentrico • 2. Congiunzioni • 3. Il piano... del salumiere • 4. Golosità • 5. Lo paga il reo • 6. I bottoni del montgomery • 7. Guancia • 8. Andati in poesia • 9. Due nullità • 13. Avverbio di luogo • 16. Sopra • 18. Italia e Belgio • 19. C’è anche quella musicale • 21. Disseppellire • 22. È parlante con Pinocchio • 25. Frutto tropicale • 27. Può esserlo la fenice • 31. Sopra Lugano e Locarno • 33. Né questo né quello • 37. Vendono occhiali • 39. Viola nel cuore • 40. Copre la casa • 41. Ortaggio insulso • 43. James, indimenticato attore • 45. Grosso camion • 46. Gigaro • 48. Cortili agresti.

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Orizzontali 1. Violento acquazzone • 10. Incapaci • 11. Il fiore dell’oblio • 12. Lo sono i carri armati • 14. La Chanel della moda • 15. Profonda, intima • 17. Si rendono al merito • 19. Il rame del chimico • 20. Compì in volo la prima attraversata atlantica • 23. Dittongo in reità • 24. Lo stato con Damasco • 26. I confini di Carabietta • 28. Trampoliere d’acciaio • 29. Il nome di Fleming •30. Danno botte proverbiali • 32. Pianta aromatica • 34. Una suola per le scarpe • 35. Woody, attore e regista • 36. La coppiera degli dei • 37. Campicello coltivato • 38. Il dio egizio del sole • 39. Trafila burocratica • 40. Thailandia e Svezia • 41. Rosso detto a Zurigo • 42. Carme lirico • 44. La vicina Penisola • 47. Dato anagrafico • 49. Il rilancio del pokerista • 50. Ideati, realizzati • 51. Un amico di Paperino • 52. Fu il primo enologo.

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acquario A partire dal 7 giugno i nati nella terza decade non saranno più influenzati dall’opposizione di Marte con Nettuno. In generale, si apre un periodo più sereno e rilassante.

vergine Dal 7 giugno Marte farà il suo ingresso nel segno della Vergine. Il transito darà inizio a una fase di iperattività. Non disperdetevi in mille cose e così in mille ansie. Vita sentimentale in miglioramento.

» a cura di Elisabetta

leone A partire dal 7 giugno il vostro “ego” la smetterà di impennarsi di fronte a ogni minima sollecitazione. Per i nati nella prima decade si apre un periodo favorevole. Premiati i più istintivi.

pesci Importanti scelte per i nati nella terza decade in relazione a Saturno. Non fatevi prendere dall’ansia: siete all’altezza di tutto quello che fate e non dovete giocare in difensiva.

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Ticino7  

Numero 23 - Settimanale della Svizzera italiana

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