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L’appuntamento del venerdì

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R EPORTAGE Il cappello | AGORÀ Donna e Islam | SFIDE Murphy e Peter | TENDENZE Il chiodo

Corriere del Ticino • laRegioneTicino • Tessiner Zeitung • CHF 3.– • con Teleradio dal 25 aprile al 1. maggio


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numero 17 23 aprile 2010

Agorà Culture. L’Islam al femminile

DI

ROBERTO ROVEDA

Salute Medicina naturale. Il tiglio, l’albero del riposo

Impressum Tiratura controllata 89’345 copie (72’303 dal 4.9.2009)

Sfide Murphy e Peter Vitae Martino Sulmoni

DI

GIANCARLO FORNASIER DI

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DI

GIULIO CARRETTI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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NICOLETTA BARAZZONI

Chiusura redazionale

Reportage La forma del cappello

A CURA DELLA

Editore

Tendenze Moda. Un chiodo fisso

DI

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REDAZIONE; FOTO DI FRANZISKA DOSWALD

Venerdì 16 aprile Teleradio 7 SA Muzzano

Direttore editoriale Peter Keller

Redattore responsabile

Giochi

MARISA GORZA

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Astri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Fabio Martini

Coredattore

Giancarlo Fornasier

Photo editor Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Società Editrice CdT SA via Industria CH - 6933 Muzzano tel. 091 960 31 31 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch

Stampa

(carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona

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In copertina

Modelli in legno utilizzati per imprimere la forma definitiva ai cappelli di feltro; Museo dell’Arte del Cappello di Ghiffa (VB). Fotografia di Franziska Doswald

Cari lettori, nel numero 46 di Ticinosette del 6 novembre 2009, abbiamo pubblicato un articolo di Roberto Roveda (“Armi e guerre: i danni collaterali”) in cui l’autore intervistava Matteo Dell’Aira, uno dei tre operatori di Emergency arrestati qualche giorno fa dalla polizia afgana. La vicenda è iniziata in modo ambiguo, con il ritrovamento da parte dei servizi afgani all’interno dell’ospedale di Lashkar Gah di due scatoloni contenenti armi che sarebbero servite per un attentato contro il governatore della provincia di Helmand, accusa mai formalizzata. Dopo la prima, sconcertante, dichiarazione del ministro degli Esteri italiano Frattini, le cose si sono evolute rapidamente. Poco fa le agenzie hanno battuto la notizia (Ansa, 15 aprile, ore 11:33) secondo cui i tre operatori sarebbero stati trasferiti a Kabul, forse un passo avanti nella complessa negoziazione, mentre da parte del governo italiano sono state inviate formali richieste per un “rapido accertamento dei fatti”, nel rispetto delle garanzie assolute “dei diritti di difesa sulla base del principio della presunzione di innocenza”. Il problema sta ovviamente altrove. Innanzitutto, come lo stesso Gino Strada, fondatore di Emergency ha dichiarato in conferenza stampa, “gli operatori di Emergency sono testimoni scomodi” di una guerra sporca e condotta senza esclusione di colpi. In secondo luogo, le accuse sollevate contro Marco Garatti, secondo le quali il medico non solo avrebbe avuto un ruolo attivo nel seque-

stro di Daniele Mastrogiacomo (marzo 2007) ma avrebbe trattenuto 500.000 dollari del riscatto (Garatti era in Sierra Leone in quel momento), rappresentano il tentativo di tenere alta la posta, in una trattativa che ha come obiettivo principale quello di allontanare definitivamente Emergency dal contesto afgano, ipotesi che piace a tutti, dalla Nato ai talebani alle stesse autorità afgane. Certo, non contano le vite salvate, i 10.000 fra ricoveri e interventi, e le 60.000 visite ambulatoriali effettuate in quella struttura, ora abbandonata. Ma si sa, la guerra e il rispetto della vita non sono pratiche compatibili. Cordialmente, la Redazione

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Culture. L’Islam al femminile

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Agorà

La visione che si ha dell’Islam è venata da pregiudizi e da superficialità. Un esempio significativo è rappresentato dalla percezione che in Occidente si ha della donna musulmana, considerata sempre e comunque discriminata se non totalmente sottomessa all’uomo. Ma è questa la realtà oppure siamo di fronte a un consumato cliché?

A tutto stress?

L’

ultimo censimento svolto in Svizzera nel 2000 certificava la presenza di poco più di 300.000 musulmani, un dato di poco superiore al 4% dell’intera popolazione. È facile immaginare, però, che in questi dieci anni le cose siano cambiate e oggi la presenza islamica nella Confederazione sia più consistente, seguendo un trend che si riscontra un po’ in tutta Europa. Sicuramente in questi anni è cambiata anche la percezione che la maggioranza della popolazione ha dell’universo islamico, ed è cresciuta la diffidenza e la preoccupazione verso tutto ciò che ha a che fare con l’Islam. I risultati della recente votazione sulla costruzione di nuovi minareti sono lì a dimostrarlo. Un altro aspetto che appare chiaro è che dell’universo islamico si conosce poco e forse meno si vuole conoscere; si parla spesso per sentito dire e a forza di pregiudizi, come se tutto nell’Islam fosse identico e “fisso”, tutti gli uomini portassero la barba “alla talebana” e le donne il burqua… Proprio riguardo all’universo femminile islamico i cliché si sprecano e l’ignoranza fa da padrona. Ne deriva così un’immagine della donna musulmana praticamente schiava di mariti, fratelli e padri. In questi casi vale la pena abbandonare gli slogan da campagna referendaria per provare ad approfondire l’argomento con

una persona che, anche per la propria esperienza di vita, ha parecchio da dire sull’argomento: Hadia Himmat, donna, musulmana, ma anche avvocato specializzato presso l’università di Londra in Diritto internazionale e Studi legali comparati. La dottoressa Himmat è originaria della Siria, ha vissuto buona parte della sua vita nel Canton Ticino e da sei anni vive e lavora in Inghilterra. Dottoressa Hadia Himmat, in Occidente si considerano le donne musulmane totalmente sottomesse agli uomini. È realmente così? “Il mondo islamico è molto più variegato rispetto a questo cliché che però è molto diffuso. Inoltre la sottomissione della donna non è direttamente ricollegabile all’insegnamento islamico, questo ci tengo a sottolinearlo. Con ciò non voglio dire che non esistano

1 settimana benessere. situazioni di questo tipo; si tratta solo di situazioni che non ricollegherei all’Islam, ma piuttosto alla cultura e alla tradizione presenti in determinati Paesi”. Un ribaltamento della prospettiva da cui siamo soliti guardare l’universo islamico, quindi… “Mi sento di dire che laddove vi è una tradizione patriarcale o tribale è più facile che vi sia discriminazione rispetto a paesi dove


Da che cosa deriva allora questa identificazione tra Islam e discriminazione della donna? “L’Islam, originariamente, ha dato alle donne molti diritti che prima non avevano. Mi riferisco al diritto alla vita per le figlie femmine, al diritto all’educazione,

Felicità totale. al diritto a possedere una proprietà e a disporne liberamente. Le donne godevano di una personalità giuridica indipendente e avevano diritti politici; quali, per esempio, il diritto al voto che è stato messo in pratica alla morte del Profeta Muhammad – occidentalizzato in Maometto, ndr. – per scegliere il nuovo califfo del nascente stato islamico. In una prospettiva storica questi cambiamenti sono significativi in favore delle donne. In effetti, molti di questi diritti non avevano pari in nessun altro sistema giuridico fino al XIX secolo. Queste novità si sono inserite in una società patriarcale e tribale come era quella araba agli inizi della predicazione del Profeta e, nel tempo, si è cercato di limitare la portata di queste innovazioni, interpretando come faceva comodo la parola del Profeta Muhammad. La società ha colto quello che interessava cogliere, è un meccanismo abbastanza tipico. Lo scorso febbraio ho tenuto una conferenza a Lugano e a fine serata c’è stata una chiacchierata con alcune donne musulmane che raccontavano le loro esperienze. Una ragazza ha raccontato di provenire da una famiglia molto tradizio-

nalista e di aver voluto pian piano capire di più dell’Islam, per conoscere meglio le proprie radici. La famiglia si è opposta, soprattutto alla sua scelta di indossare il velo, e non accettava il suo atteggiamento emancipato rispetto alle loro tradizioni, tradizioni del paese di origine che non hanno alcuna giustificazione nell’insegnamento islamico”. La comunità musulmana in Svizzera non è molto ampia e nel Ticino si tratta di una presenza ancora più limitata rispetto a città come Zurigo e Ginevra. Eppure sembra che l’Islam faccia paura: lei ha notato dei mutamenti di atteggiamento in questi ultimi anni? “Che ci sia diffidenza non mi sorprende, questo è il potere dei media. Quando ero bambina la mia famiglia suscitava più che altro curiosità. I musulmani erano veramente pochi, all’epoca. Oggi sono più certamente più numerosi ed è subentrato nel resto della popolazione un senso di preoccupazione, alimentato anche da alcuni gruppi politici. Ritengo che sia necessaria la volontà da parte della comunità islamica di interagire e di aprirsi cercando il dialogo. Ci sono state alcune iniziative volte in questa direzione, ma è importante fare di più. Quando non ci si conosce nasce il sospetto...”. Paradossalmente il rischio per una donna islamica oggi è di trovarsi di fronte a dei pregiudizi qui in Occidente, allora? “È così. Per esempio io porto il velo, l’ho sempre portato anche a scuola e in università e magari alcuni compagni mi dicevano: «Ma come? Sei così libera e intelligente e accetti di portare questo simbolo di oppressione?». Però io non mi sentivo minimamente sminuita, perché portavo il velo, anzi. In Occidente questo pregiudizio è molto radicato, tanto che in molti dizionari è scritto che il velo è un simbolo della sottomissione della donna all’uomo. Una concezione occidentale che viene automaticamente estesa anche al mondo islamico”. Il velo espone a delle difficoltà nel rapporto con gli altri? “Quando si è ragazze incuriosisce… a scuola ti chiedono se fai anche la doccia con il velo in testa. I problemi veri possono nascere quando si cerca lavoro. Magari il curriculum va benissimo, meno bene va quello che porti in testa”. Ed è una cosa diffusa? “Personalmente non mi è mai accaduto,

però, per esempio, mia sorella che è architetto, pur avendo un curriculum di tutto rispetto ha avuto difficoltà quando ha cercato lavoro in Ticino. Le hanno proprio detto: «Se porti il velo non possiamo prenderti». Sempre nella conferenza citata una ragazza mi ha spiegato che porta il velo a casa, ma non al lavoro. Una ragazza turca ha raccontato che ha lavorato in una compagnia per cinque anni senza alcun problema, fino a che non ha cominciato a portare il velo”. In Francia vige il divieto di portare il velo nei luoghi pubblici. Come si pone una donna musulmana di fronte a una proibizione di questo tipo? “È un’imposizione forte. Non si può costringere a portare il velo né si può vietare di portarlo perché si nega una libera scelta. Perché vietare di portarlo a scuola? Il velo non impedisce di studiare. Il rischio è di creare delle discriminazioni pensando invece di emancipare. In alcuni casi un divieto di questo tipo ha portato all’esclusione delle ragazze musulmane dall’educazione scolastica. Tante donne, tante famiglie hanno preferito non mandare più le loro figlie a scuola per non metterle nella condizione di togliere il velo, che per molte è una scelta di vita, è una scelta di fede. Molte donne musulmane non si sentono a loro agio a mostrarsi scoperte. Un dato interessante che riguarda i paesi islamici è che spesso il velo è stato un simbolo di emancipazione: portare il velo dà più coraggio per uscire, studiare, partecipare alla vita pubblica. Perché per noi il concetto è semplice: io mi copro davanti all’uomo estraneo alla mia famiglia, mentre non lo faccio davanti alle altre donne né agli uomini della mia famiglia. È un modo per evitare che ci siano attrazioni tra le persone che non hanno una relazione tra loro”.

Agorà

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» di Roberto Roveda

si è avuta un’evoluzione sociale diversa. Le faccio un esempio: adesso vivo in Inghilterra e qui c’è una grande comunità del sud-est asiatico. In quei paesi la cultura è molto patriarcale e questo dato culturale caratterizza profondamente le relazioni familiari. Ma non è tipico dell’Islam, non è tipico, per esempio, della Siria, la terra di origine della mia famiglia, dove la donna è tutto fuorché sottomessa, ma anzi è amata e rispettata. La discriminazione nei riguardi delle donne, poi, c’è ovunque: lo dimostrano i tanti movimenti e associazioni che lottano per l’emancipazione delle donne... Non si tratta certo di un fenomeno esclusivo del mondo islamico. Anzi, spesso tra i musulmani nasce la discriminazione perché ci si è allontanati dalla vera conoscenza dell’insegnamento islamico...”.

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» di Giulio Carretti; immagine tratta da www.vialattea.net

nei boschi di latifoglie, dove cresce spontaneo soprattutto nelle zone Salute fresche e umide delle regioni temperate, il tiglio conserva anche una vocazione ornamentale dato che non di rado abbellisce e ombreggia viali, parchi e giardini con il suo caratteristico manto di foglie a forma di cuore. I fiori, di colore giallo tenue, emanano un profumo dolce e delicato che Linneo (1707–1778) classificò fra gli “odori fragranti”, accanto al giglio e al gelsomino. Secondo alcuni studiosi l’etimologia della parola “tiglio” deriverebbe dal greco ptilon, che significa “ala”, forse per la singolare forma della brattea della pianta. Pur avendo valenze simboliche differenti a seconda delle culture, il tiglio è stato spesso associato all’amore coniugale e al nucleo familiare. Vale a tal riguardo rammentare un episodio della mitologia greca: Zeus ed Hermes, scesi sulla Terra per valutare il comportamento degli uomini, si presentano con l’aspetto di mendicanti alla porta di un’anziana coppia. Ricevuti con gentilezza e compassione,

Il tiglio, albero del riposo

Frequente

Giulia Penazzi Cosmetici naturali faidate Tecniche Nuove, 2006 Il piacere di elaborare personalmente i propri cosmetici senza ricorrere a conservanti, coloranti, profumi, emulsionanti, solventi ecc. I vegetali vanno utilizzati freschi e di stagione: solo così si ha modo di beneficiare della ricchezza delle vitamine, dei minerali e degli altri componenti naturali. Senza dimenticare l’importante possibilità di modificare le ricette in base alle proprie specifiche esigenze.

sia nelle malattie da raffreddamento. Nel secolo successivo, si iniziò a utilizzare anche altre parti aeree della pianta. In effetti la corteccia era da tempo indicata per il trattamento della lebbra, mentre la linfa era considerato un rimedio assai efficace contro la caduta dei capelli. decidono di rivelare la loro In tempi più recenti, l’utilizzo dei principi reale identità e per contracattivi del tiglio – flavonoidi, cumarine, decambiare il favore chiedono rivati fenolici, vitamine del gruppo B, C e ai due anziani cosa desideK, mucillagini ecc. – è suggerito soprattutto rano in cambio. Filemone e come diaforetico (favorisce la sudorazione), Bauci esprimono il desiderio sedativo e antispastico. In studi recenti, biodi morire insieme. Giunto logi e medici argentini e portoghesi hanno infine il giorno, Zeus trasforindividuato nei principi attivi della pianta ma Filemone in una grande (in questo caso si trattava di Tilia tomentosa) e robusta quercia accanto alcuni composti analoghi alle benzodiazepialla quale pone Bauci, spone, evidenziando in tal modo l’attività mosa amorevole, a cui dona la deratamente ansiolitica dei preparati a base natura di un profumato tiglio. di tiglio. La presenza cospicua di flavonoidi Mitologia a parte, l’interesse – il flavone principale presente nella droga è erboristico per questa pianta, l’isoquercitrina – lo rende poi indicato come nonostante di essa fossero epatoprotettore. Anche in questo caso, è note fin dall’antichità le prostata riconosciuta un’attività specifica nei prietà calmanti e distensive, confronti dei danni prodotti dai lipopolisaccomincia a diffondersi nel caridi. Sempre ai flavonoidi è riconducibile corso del XVI secolo quanla capacità degli estratti di tiglio di esercitare do il medico tedesco Johan un’azione antinfiammatoria a carico dell’apJoachim Becher (1635–1682) parato respiratorio nel trattamento delle pose in evidenza le sue molbronchiti comuni e delle laringofaringiti. La pratica di effettuaPianta profumatissima e comune nelle zone re bagni e pediluvi a temperate, il tiglio nelle sue differenti varie- base di tiglio è inoltre tà è utilizzato da secoli per le particolari e particolarmente indicata alle persone che numerose proprietà terapeutiche soffrono di forme di teplici proprietà medicinali insonnia moderata o su base ansiosa. nel suo libro Il Parnaso medico. In campo cosmetico il tiglio è invece apprezGià nel corso del Settecento zato per le proprietà lenitive ed emollienti l’infuso ottenuto dalle infioche lo rendono assai indicato come ingrerescenze di tiglio veniva utidiente in creme destinate a pelli con coupelizzato sia per le sue proprietà rose o in cui siano presenti manifestazioni analgesiche e antiepilettiche di tipo acneico.

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Foglie e infiorescenze di tiglio

Libri


L’etologo

Richard Dawkins è noto per la sua notevole verve polemica e per le sue posizioni da ultra-darwinista. In questo saggio, tuttavia, l’autore lascia da parte i toni che avevano caratterizzato alcuni suoi precedenti lavori per dedicarsi a una paziente e completa analisi delle prove a favore dell’evoluzione. L’evoluzione è un fatto, e Il più grande spettacolo della terra ci illustra, in maniera semplice e chiara, perché non ci siano ragionevoli dubbi in proposito e perché i negazionisti – che pervicacemente si rifiutano di accettare tutto ciò – siano o persone ignoranti o del tutto in malafede. Certo, il fatto che ci si ritrovi, nel 2010, a scrivere un intero libro sulle prove a favore dell’evoluzionismo è in un certo senso una vittoria degli

Letture anti-evoluzionisti. È come se un professore di latino dovesse dedicare il primo semestre di lezioni alle prove dell’esistenza dell’Antica Roma, sottraendo tempo a ricerche più proficue e interessanti. Il merito di questo libro di Dawkins è appunto quello di rendere appassionante l’esposizione di queste prove, accompagnando il lettore in un lungo e affascinante percorso che: a partire dalla selezione artificiale con cui agricoltori e allevatori modificano le caratteristiche di piante e animali, ci porta a comprendere i meccanismi dello sviluppo della vita, dall’origine comune di tutti gli esseri viventi alla formazioni di nuove specie passando per la selezione sessuale e la “corsa agli armamenti”. Ogni argomento viene illustrato con esempi

o resoconti di esperimenti in laboratorio, in modo che nessuno possa affermare che l’evoluzionismo sia una teoria senza prove. Il libro affronta un po’ tutti i classici pseudo-argomenti dei creazionisti, come la mancanza di fossili di transizione (i famosi “anelli mancanti”, che abbondano nei musei di mezzo mondo) o l’impossibilità di mutazioni favorevoli. Tra i vari testi divulgativi che ci ha portato l’anno darwiniano appena concluso – con i festeggiamenti per i 200 anni della nascita del naturalista inglese e i 150 anni della pubblicazione dell’Origine delle specie – Il più grande spettacolo della terra è sicuramente uno dei più interessanti. Difficilmente incrinerà le false certezze di un negazionista in malafede, ma sicuramente può aiutare note-

Costipazione? Dormiteci sopra.

Richard Dawkins Il più grande spettacolo della terra Mondatori, 2010

» di Ivo Silvestro

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volmente a conoscere un po’ meglio questa fondamentale teoria scientifica, fornendo molte risposte a chi, oltre ai dubbi, ha anche il desiderio di ascoltare e apprendere.

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Murphy e Peter “Se tutto è andato bene, evidentemente qualcosa non ha funzionato”. Ovvero, come raggiungere il proprio livello di incompetenza e soverchiare gli altri

Bellinzona, ore 18. Seduti al tavolo di un caffé, Murphy (di-

Sfide

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pendente dell’amministrazione pubblica) e Peter (impiegato di banca) scalpitano in attesa dell’aperitivo. Il primo chiede un prosecco, l’altro accenna a un Negroni. E aggiunge: “In ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza…”. “Sarà”, rilancia Murphy all’affermazione dell’amico, “ma se qualcosa può andare storto, lo farà”. E continua: “Se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre a una catastrofe, allora qualcuno la farà in quel modo”. Peter e Murphy sono due disfattisti, odiati dai loro dirimpettai di scrivania. Ma entrambi sanno quel che dicono: convivono con dei capiufficio... Ed entrambi sono coscienti di come “le cose” potrebbero funzionare molto meglio se solo i loro superiori si occupassero d’altro. Anche per i nostri due amici l’incapacità dei loro “capi” è tanto odiosa quanto inevitabile, proprio perché tutti prima o poi “arrivano al loro grado di incompetenza”. Il principio di Peter e La legge di Murphy sono due noti “assiomi”, entrambi in grado di teorizzare (e forse spiegare) per quali ragioni alcuni eventi della nostra giornata seguono destini fallimentari. Vuoi per l’incompetenza di altri (che decidono della nostra vita), vuoi perché le scelte errate (di altri... e nostre) finiscono per colpire tutti. Se ne era accorto almeno 40 anni or sono lo psicologo Laurence J. Peter (1919–1990), autore con Raymond Hull di The Peter Principale (Il Principio di Peter). Originariamente pubblicato nel 1969, il volume – un vero saggio di psicologia applicata al lavoro in azienda – fu tradotto per la prima volta in italiano nel 1970, secondo alcune voci da Umberto Eco. Ipotesi più che plausibile: lo stesso Eco era uscito in libreria qualche anno prima con Diario minimo (1963), opera che conteneva l’esilarante capitoletto “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, in cui spiegava come l’ignoranza del presentatore fosse in verità la vera chiave del suo successo televisivo. Una sorta di “incompetenza culturale premiante”. In verità il “principio di incompetenza” era un’applicazione che Laurence Peter aveva mutuato dalle osservazioni raccolte da William R. Corcoran (tra l’altro consulente per la produzione nelle aziende e docente) nelle sue ricerche relative alla sicurezza e al funzionamento degli impianti nucleari. In particolare, sulla generalizzazione di sistemi di lavoro efficaci e appropriati in alcuni ambiti ma che, applicati ad altri, portavano a pericolose

“derive”. Osservazioni che, riferite al personale di un’azienda a struttura gerarchica, permisero a Peter di sentenziare come “salendo di livello una persona si confronta con un compito più difficile del precedente”, e questo malgrado le sue capacità rimangono le stesse di prima (e limitate alla sua intelligenza). La chiave del problema sta proprio nel meccanismo di promozione, solitamente basato sulle capacità dimostrate nell’assolvere i compiti del precedente impiego. Non del nuovo... Così, nel continuare a salire i gradini della scala aziendale, l’impiegato raggiungerà il “proprio livello di incompetenza”, momento nel quale dovrà svolgere compiti di natura diversa da quelli svolti in precedenza e che necessitano di un’esperienza lavorativa che la persona non ha maturato. In questo modo, se nella produzione “ogni cosa che funziona per un particolare compito verrà utilizzata per compiti sempre più difficili, fino a che si romperà”, per l’intera gerarchia di un’azienda “con il tempo ogni posizione lavorativa tende a essere occupata da un impiegato incompetente per i compiti che deve svolgere”. Gli errori e il concetto “se qualcosa può andare storto, lo farà” sono i veri capisaldi di ciò che a tutti è nota come La legge di Murphy. Ne è autore Arthur Bloch (scrittore statunitense, classe 1948) che a partire dal 1977 ha pubblicato alcuni volumi divenuti una summa di assiomi e detti riferiti alle modalità “sfortunate” con le quali le cose accadono. All’origine delle raccolte umoristiche di Bloch pare vi sia stato tale Edward A. Murphy Jr., ingegnere che osservò come alcuni dei suoi collaboratori fossero in grado di fare sempre “la cosa sbagliata”. I paradossi ironici di Bloch (in italiano editi da Longanesi) vogliono mostrare come gli eventi apparentemente improbabili in verità si manifestano, in particolare quando vorremmo proprio che non accadessero. La nostra soggettività nella lettura dei fatti quotidiani fa il resto, dando all’accaduto valenze “sinistre” tanto maggiori quanto l’evento era ritenuto importante. In questo modo “le probabilità che qualcosa accada sono inversamente proporzionali alla sua desiderabilità”; così recita la “Legge di Gumperson”, una delle tante incarnazioni della “Legge di Murphy”. E se è vero che “tutto è perfetto, tranne il consorzio umano”, allora lasciate il vostro posto di lavoro ora che la fortuna vi sorride. Perché è molto probabile che nella vostra azienda incompetenza e sfortuna stiano per bussare alla porta. È la dura legge della probabilità.

» di Giancarlo Fornasier; nell’imm.: Laurence J. Peter e la “Donna di Picche”

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» testimonianza raccolta da Nicoletta Barazzoni; fotografia di Igor Ponti

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vita è un tema difficilissimo perché sento di non avere la forza di impormi. Ho avuto dei periodi in cui pensavo in termini autodistruttivi perché vedevo l’inutilità dell’esistenza umana e non mi interessava farne parte. Non scorgendo un’alternativa, con la morte che rappresenta il nulla, non attribuisco molto valore alla vita. Ho rimandato a lungo il vivere, restando ai margini della vita. Non sono né peggio né meglio degli altri, sono forse diverso. La cosa strana di me è che se da una parte tendo ad analizzare le cose con una tale insistenza al limite della paranoia, dall’altro faccio delle scelte Si confronta con il fascino dell’architet- emotive e intuitive perché tura e la passione per il cinema. Spesso con le persone ci si guarda nein bilico tra il reale e l’irreale, cerca la gli occhi e ci si capisce. Non faccio programmi o calcoli a sua dimensione nel mondo che osserva tavolino, come per esempio con ammirazione e spirito critico formare una famiglia. Se mai avrò un figlio, probabilmente pre un immaginario che mi non sarà un figlio biologico ma piuttosto un sovrasta. Tendo a mescolare i erede intellettuale. Vivo una vita semplice, sogni con i miei ricordi e per senza la presenza di materiali inutili. Molte questo sono diventato un colrinunce e pochissime pretese. Non voglio lezionista che ama raccogliere arricchirmi, non ho l’ambizione di diventagli oggetti del mio passato. Il re famoso con una carriera di successo. Mi fascino dell’architettura sta interessa piuttosto trovare la pace con me nel costruire una cosa fisica stesso. Quando cerco di risolvere i problemi che ti conferma la concretezmi rendo conto di essere io stesso la causa di za della realtà. Razionalizzo quei problemi. Tante volte avverto il sopragmolto anche se poi ho un lato giungere di moti di aggressività che cerco di emotivo dirompente. Proprio sfogare nella creatività, incanalando le enerper questo non credo nella gie in un progetto, in un disegno. Quando “ragione” perché con il ragiosono solo con me stesso è un dramma. Se namento si possono dare due sto con gli altri almeno ho una possibilità di risposte opposte alla stessa confronto anche se indosso delle maschere. domanda. E tutte e due le Non avendo mai avuto relazioni affettive, risposte possono essere valide. credevo che la mia solitudine dipendesse da Analizzo in modo maniacale me. Poi però ho capito che non ho ancora tutto, con il rischio a volte di incontrato la persona giusta. Geneticamente non riconoscere il senso della sento di volere una compagna ma intelletvita. Ci siamo autoincatenati tualmente non lo accetto perché voglio esa un benessere materiale che sere libero, e completarmi da solo. Certo mi è al di sopra di noi. Credo piacerebbe trovare una compagna che faccia che si debba iniziare a toglieil viaggio insieme a me senza farsi trascinare, re, imparando ad apprezzare vivendo una vita di coppia in autonomia. Mi quanto abbiamo a dispositrovo a volte in una specie di limbo perché zione, rivalutando quello che ho paura di muovere il passo decisivo e depossediamo. Il nostro modo finitivo. Forse dovrei fare come l’aquila che di vivere ha passato la sua davive secondo quello per cui è nata, seguire ta di scadenza, seguiamo un il suo volo e il suo percorso vitale. Ho capito modello che non è più sosteche quando la felicità è a portata di mano, nibile, manteniamo situazioni bisogna saperla accettare e soprattutto non in modo artificiale senza conaverne paura. Ma essere felici significa anche siderare il ritmo della natura fare i conti con se stessi, liberarsi dai vincoli che ci circonda. Quello della e imparare ad ascoltarsi.

Martino Sulmoni

Vitae

scuola ero un ragazzino sveglio e questo mi ha spesso creato difficoltà perché in classe ero un elemento di disturbo. Pensavano fossi autistico, in realtà mi appartavo nelle mie fantasie perché mi annoiavo. L’architettura è stata una scelta inaspettata perché al liceo ero convinto di essere portato per le discipline scientifiche. Sin da piccolo però disegnavo case, spazi e prospettive. Amavo smontare le cose, dentro e fuori, per capirle. Guardavo i film ma in realtà osservavo le scenografie, non seguivo la storia. A colpirmi erano le ambientazioni speciali, che disegnavo e riproducevo. Mi piace anche costruire modellini di astronavi e riprodurre gli oggetti di scena dei film. Gli ambiti dell’architettura che ho voluto approfondire sono in un qualche modo sempre legati al cinema. A dire il vero, durante l’università ho ignorato i corsi di cinema all’Accademia perché mi dicevo: no il cinema non lo devo fare! La mia resistenza però era dovuta al fatto che sentivo dentro questa pulsione che volevo controllare, che poi si è rivelata la mia vera attitudine e da cui si è sviluppata la mia carriera di production designer. Dopo aver terminato un film in autunno sono attualmente in contatto con gli scenografi responsabili di nuovi film. Mi sento di affermare che l’arte è, in un qualche modo, non solo rappresentazione e comprensione delle cose e della realtà ma soprattutto una proposta. L’architettura è la ricerca di un concetto, di un ordine elaborato con l’intento di migliorare il mondo, anche se in questo c’è molta utopia. Dovrebbe comunque essere sempre una sorta di modello concepito per vivere meglio, così come la scenografia nel cinema dovrebbe ispirare i registi a organizzare il proprio film, la sua storia. Ma pensare di educare i gusti del pubblico penso sia un atteggiamento molto presuntuoso. Non accetto la realtà perché ho sem-

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La forma del cappello Fin dal Settecento la produzione di cappelli in feltro è stata una delle attività produttive caratteristiche dell’area del Verbano. Punta emergente del comparto è stato il Cappellificio Panizza di Ghiffa che per cento anni, a partire dal 1881, ha rappresentato, insieme all’altrettanto noto Borsalino di Alessandria, uno dei marchi italiani di maggior prestigio. Con l’affermarsi di una moda sempre più attenta alle esigenze di sportività e praticità, il cappello in feltro è caduto progressivamente in disuso determinando la fine di una tradizione artigiana e industriale che non aveva eguali al mondo. Da alcuni anni, grazie alla passione di alcuni ex dipendenti, all’interno degli edifici del vecchio stabilimento, è stato creato un piccolo museo a ricordarci di una dimensione artigiana e professionle oggi scomparsa

testo a cura della Redazione fotografie di Franziska Doswald


in apertura: due classici copricapo in feltro esposti presso il Museo dell’Arte del Cappello a Ghiffa sopra: il marchio Panizza, ancora oggi distribuito, è stato acquisito alla chiusura dello stabilimento dal cappellificio Falcus di Montevarchi (Arezzo)


sopra: il signor Franco Mondolfo è stato lo stilista del Cappellificio Panizza per ben 35 anni, fino alla sua chiusura nel 1981. Le fotografie lo ritraggono in momenti diversi della sua attività


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er chi, come l’autore di queste righe, è nato negli anni Cinquanta, l’immagine del cappello è associata all’idea di un’eleganza virile e un po’ convenzionale, espressione della generazione dei nostri padri, protagonisti della ricostruzione e della rinascita postbellica. Ma è proprio con la rivoluzione culturale avviata nel 1968 e il conseguente affermarsi di una moda più libera ed estrosa, che il cappello, accessorio principe dell’eleganza maschile, inizia rapidamente a decadere. Le conseguenze sui diversi comparti artigiano-industriali che in Italia si dedicavano alla produzione di cappelli, dal Monzese al Verbano, dal Biellese ad alcune aree della Toscana, si fecero sentire rapidamente con la conseguente chiusura di numerosi stabilimenti. Ma facciamo un passo indietro, a quel 1881 che vide la creazione a Ghiffa, del Cappellificio Panizza. In realtà, la produzione dei cappelli di feltro era iniziata nell’Alto Verbano nel corso del Settecento e cittadine come Ghiffa e Intra erano divenute i centri delle più importanti manifatture del settore. Si trattava per lo più di laboratori artigiani con una produzione assai limitata ma già in grado di soddisfare le numerose richieste che giungevano da tutta Europa. Con l’avvento dell’industrializzazione e l’introduzione di macchinari sempre più sofisticati e in grado di garantire quantità produttive importanti, nacquero in Italia le prime vere e proprie industrie (Albertini a Intra nel 1817, Borsalino ad Alessandria nel 1857, la Barbisio, Milanaccio & C a Biella, nel 1862).

Un secolo di attività È in questo contesto, anche se in leggero ritardo rispetto ai concorrenti, che nel 1881 Giovanni Panizza, che era stato capo fabbrica della Albertini, da vita una nuova azienda grazie all’impulso innovativo del fondatore e alla capacità di mantenere la cura artigianale che aveva caratterizzato la produzione delle origini, egli riesce ad affermarsi rapidamente sul mercato. Il Cappellificio Panizza, importante realtà produttiva dotato di macchinari sempre più all’avanguardia, diverrà dunque per un intero secolo un riferimento per quanto concerne la qualità e l’eleganza dei suoi prodotti. Ma le mode cambiano. Dopo il boom degli anni Cinquanta, che aveva visto la produzione dell’opificio toccare i 240.000 pezzi annui, si avvia un progressivo declino, fino ai 60.000 pezzi del 1976. Le ragioni sono semplici. Innanzitutto la perdita di appeal del cappello di feltro come simbolo di eleganza: i cambiamenti intervenuti nella moda e nel costume con la “rivoluzione” del ’68, lo relegano infatti ad accessorio un po’ retrò, poco adatto a farsi interprete dei nuovi tempi e dei nuovi stili di vita. Nonostante il tentativo di Antonio Gamba, membro della famiglia che aveva affiancato Giovanni Panizza, scomparso nel 1954, di risollevare le sorti dell’azienda, nel 1981 il Cappellificio chiude con la cessione del marchio Panizza alla Falcus di Montevarchi, altro noto produttore italiano.


pagina a sinistra: (sopra) alcune forme in metallo utilizzate per imprimere una prima sommaria modellatura ai feltri (sotto) un’antica macchina per la follatura dei feltri. Il risultato era una sorta di “cappellaccio” conico in questa pagina: l’interno di un reparto del Cappellificio Panizza nel periodo di piena attività

a quello delle streghe, un grosso cono di feltro destinato a essere ulteriormente rimpicciolito attraverso ripetuti bagni di vapore e asciugature fino alla modellatura e alla rifinitura, rigorosamente svolta a mano. La forma del cappello veniva realizzata grazie a una serie di stampi in legno di varie misure e fogge, anch’essi creati a mano da un modellista che ogni anno, sulla base delle indicazioni dello stilista, ne introduceva di nuovi. Per coloro che decidessero di trascorrere una giornata sul Lago Maggiore una visita al Museo dell’Arte del Cappello può rappresentare un momento di approfondimento non solo riguardo alla storia e alla produzione di questo accessorio ma anche come occasione di conoscenza del territorio limitrofo al nostro Cantone.

Museo dell’Arte del Cappello Corso Belvedere 279 28055 Ghiffa (Verbania) orari: aprile e maggio sabato e domenica 15.30–18.30 giugno, luglio e agosto martedì, sabato e domenica 15.30–18.30 settembre e ottobre sabato e domenica 15.30–18.30 Per la visita di gruppi e comitive il Museo è accessibile anche durante il resto dell’anno contattando la dr.ssa Elena Poletti (tel.: 0041 348 734 03 47)

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Una testimonianza preziosa Con la fine dell’attività, parte degli edifici del Cappellificio Panizza vennero ristrutturati per la creazione di un elegante Residence, mentre altri furono definitivamente abbattuti. Ciò nonostante, grazie alla volontà e alla passione di un gruppo di ex dipendenti, venne creato un piccolo museo, alloggiato in un’ala del vecchio stabilimento. In questo modo si è cercato di far sì che una storia produttiva secolare, fatta non solo di macchinari e strumenti di lavoro, ma anche di attrezzature particolari, archivi, fotografie, non svanisse definitivamente nel nulla. Si è così raccolto e catalogato un patrimonio culturale in grado di illustrare l’esistenza di una tecnologia complessa, quella della produzione del feltro ottenuto dal pelo di coniglio, di cui oggi si sa davvero poco. Le pelli di coniglio, importate dall’Australia dove l’animale infestava letteralmente le campagne, venivano innanzitutto trattate in modo da separare il pelo più fine, idoneo alla feltratura, dal pelo lungo, detto giarro, utilizzato invece come fertilizzante. Si passava poi all’imbastitura, un procedimento che consentiva la legatura dei peli fra loro, in modo da costituire una prima massa compatta che, successivamente bagnata e trattata, veniva destinata alla follatura. Dalle follatrici, visibili nel museo, usciva un cappello ancora grezzo e senza forma: un “cappellaccio” simile

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UN CHIODO FISSO

Tendenze p. 40 – 41 | di Marisa Gorza

QUANDO LA FACCIA DEL GIOVANE BRANDO “BUCÒ” LO SCHERMO CON IL SUO SGUARDO INTENSO E MALEDETTO, GLI OCCHI SOCCHIUSI, LA BOCCA PERFETTA CONTRATTA IN UNA SMORFIA DA DURO, SOTTOLINEATA DA UN TORVO GIUBBOTTO IN PELLE NERA, QUEST’ULTIMO DIVENTÒ IL CLICHÉ DEI TEPPISTI DEGLI ANNI CINQUANTA. DI COLORO CHE DESIDERAVANO FARSI RICONOSCERE… Marlon Brando

Era il tempo in cui Marlon Brando, il protagonista de Il Selvaggio (The Wild One; 1954), si tramutava nell'icona della ribellione giovanile che già dal primo dopoguerra serpeggiava ovunque. Dalla California con le sue bande di teppistelli scorrazzanti su potenti motociclette, ai Teddy Boys inglesi, dai Blousons Noirs francesi agli Halbestarken tedeschi. Tutti accomunati dallo stile prescritto dalla ribellione: abbigliamento da motociclista segnato dal fondamentale giubbotto, coltello a serramanico, jeans, borchie, stivali, sigaretta… e aria truce. Ben presto Hollywood gratificherà le giovani chimere con un

altro prodotto rappresentante a tutti gli effetti i cattivissimi under twenty: James Dean immortalato spesso con la black leather jacket. In Gioventù bruciata (Rebel without a Cause; 1955) la sfoggiavano però Dennis Hopper, Sal Mineo e gli altri ragazzi del cast, mentre Dean vestiva un bomber rosso che con la T-shirt bianca sono divenuti nel tempo altri simboli giovanili di contestazione. Quello che in origine era un pratico indumento militare – dalle divise delle SS naziste ai giubbotti della American Air Force – diventava l'uniforme del rock'n'roll e dei rocker più scatenati, quali Chuck Berry, Little Richard, Jerry Lee Lewis, Gene Vincent, sulla scia del leggendario Elvis Presley (per sempre

Ramones

poi imitato nel look e nelle mosse). Per i benpensanti del tempo il giubbotto di pelle era sinonimo di violenza, di sesso trasgressivo e di droghe. Tuttavia, emanava una mistura di magnetismo animale e di paventata minaccia, tale da assicurare un’immagine molto cool, in grado di trasformare un ragazzo “normale” in un leader da rispettare. E così seguitò vestendo i teenager (e chi voleva apparire tale) dei Sessanta, proseguendo nei Settanta quando il rock'n'roll aveva ormai perso la sua innocen za, pronto a diventa re l'aggressivo e violento look dei Punk e dei Metallari. Si cominciò però a guardare con nostalg ia ai Cinqua nta dimenticandone l'orma scapest rata. L'idea geniale fu quella di introdurre in un serial televisivo, ambientato tra i teen un personaggio dal ciuffo imbrillantinato e con l'ineludibile blouson noir: parliamo di Fonzie (“Happy Days”, 1956), interpretato da Henry Winkler. L’ennesima imitazione tra l’ironico e il bonario di Dean e di Brando...


ex Sid Vicious (S

Pistols)

Il “giubbotto” in chiave moderna Il mito del giubbotto di pelle è sopravvissuto a mutamenti di trend e fashion per portare avanti la sua carica vitale. Pronto a essere indossato anche in questa capricciosa primavera. Eccolo disegnato da John Richmond in pelle nera sì, ma anche degradé e colori fluo con richiami agli anni Ottanta (che spesso facevano il verso ai Sessanta). Pure per una lei piena di temperamento c’è il chiodo (proprio fisso) di Richmond che ricorda il Sixties Libertine Dream alla Marianne Faithfull, la musa ispiratrice dei Rolling Stones. Ancora sui toni della pece il bomber proposto da Frankie Morello, adatto però più a tipi che bazzicano i club di golf ed equitazione piuttosto che contestatori arrabbiati. Le loro partner, appassionate cavallerizze, optano invece per giubbini e gilet che profumano di cuoio da selleria. Intanto la pelle soft del giubbotto firmato Versace (nella foto a destra) ha le sfumature della sabbia del deserto mescolate a un bianco abbagliante da miraggio. Il chiodo, ormai è deciso, si evolve attenuando la sua valenza selvaggia. Lo dimostra pure l’esemplare al femminile di Blumarine, un vero must have di stagione in morbida nappa color corteccia, con ampi revers e ben strizzato in vita. Riferito a una urban “cow girl” piuttosto che a una “wild one”.

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» illustrazione di Adriano Crivelli

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Giochi

Orizzontali 1. Parchi, frugali • 10. L’antico nome del Po • 11. Dentro • 12. Aritmetica • 14. Sta per “orecchio” • 15. La terna al poker • 16. Tuonare, risuonare • 19. Norvegia e Portogallo • 20. Mira al centro! • 21. Il nome della poetessa Negri • 22. Rose pallide • 23. Uno detto a Zurigo • 25. Prova attitudinale • 26. Sfortuna nera • 29. Istituto Tecnico • 30. Trame • 32. Borgo centrale • 33. Segnale d’arresto • 35. Mentre, intanto che • 37. Dittongo in giada • 38. Estro senza pari • 39. Il Grande del tennista • 41. Novantanove romani • 43. Carezze affettate • 44. Altare pagano • 46. Domani…a Berna • 47. Il nome della Martinetti • 49. Prep. semplice • 50. Relativi ai sogni • 51. Dubitativa.

popolare • 9. Improvvisamente • 13. Italia e Romania • 17. I confini di Balerna • 18. Il dio egizio del sole • 22. La bevanda che si filtra • 24. Lindore • 25. Sigla radiologica • 27. Sbagliati • 28. Le iniz. di Carboni • 31. I confini di Intragna • 34. Le funi di Tarzan • 36. Inizi • 40. Alacri, solerti • 42. Radice piccante • 43. Remore nel cuore • 45. Arti pennuti • 46. In nessun tempo • 48. Cons. in laurea.

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Verticali 1. Nota opera di Yourcenar • 2. Sono annessi alle parrocchie • 3. Bel laghetto alpino ticinese • 4. Video centrale • 5. Un nemico di Topolino • 6. Fu regina di Spagna • 7. Fracassate • 8. Son “bravi soldati” in una nota canzone

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Grazie a Marte, possibile incremento del vigore fisico. Determinazione nelle imprese più audaci. Possibilità di guadagno tra il 29 e il 30 aprile. Nuove conoscenze per i nati nella prima decade.

Momenti di tensione nella coppia tra il 28 e il 29 aprile causati dal transito lunare nel segno dello Scorpione. Parlate con chiarezza. Evitate eventuali manipolazioni. Più riposo per i nati nella prima decade.

A partire dal 26 aprile transito benevolo di Venere. Questo aspetto oltre a favorire un miglior aspetto fisico, e una migliore predisposizione verso i piaceri della vita, vi darà la possibilità di fare nuovi incontri.

Tra il 29 e il 30 aprile potrete realizzare una importante collaborazione professionale. Contate su di una ritrovata forma intellettuale. Tra il 28 e il 29 aprile la vostra sessualità sarà favorita da una magica Luna.

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Tra il 28 e il 29 aprile la Luna si metterà di traverso. Questo aspetto da un lato stimolerà le vostre ambizioni, ma dall’altro tenderà ad amplificare i vostri malumori, soprattutto in famiglia.

Il mese di aprile si conclude con l’ultimo anello di Saturno. Questo transito retrogrado è molto importante per i nati nella terza decade non ancora in sintonia con se stessi. Se dovete fare delle scelte, fatele ora!

Grazie all’ingresso di Venere nel segno dei Gemelli il mese di aprile si concluderà positivamente. Il trigono formato con Saturno favorirà le storie d’amore di vecchia data cementando i punti d’unione.

Tra il 28 e il 29 aprile la Luna attraverserà il vostro segno, realizzando così una serie di forti aspetti con gli altri pianeti di transito. Questa configurazione renderà la vostra vita più frenetica e stressante.

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A partire dal 26 aprile la vostra vita sentimentale sarà influenzata dall’opposizione di Venere. Maggiore indulgenza verso voi stessi, pigrizia, e mancanza di resistenza verso le tentazioni. Occhio al cibo.

La fine di aprile si presenta positiva per la conclusione di un importante affare. Grazie agli ottimi influssi di Mercurio potrete sempre contare su di una ottima forma intellettuale. Favorevoli le giornate tra il 27 e il 29.

Dal 26 aprile in poi la vita sentimentale dei nati nella prima decade sarà influenzata da una magica Venere. Favorite le relazioni con le persone più giovani. Condivisione di giochi e di interessi comuni.

Momenti di autentica passione tra il 28 e il 29 favoriti da una erotica Luna. Fatevi travolgere dall’intensità di questo periodo. Scelte definitive, drastiche, per i nati dell’ultimissima decade.

» a cura di Elisabetta

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