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numero

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L’appuntamento del venerdì

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La tradizione della carta AGORÀ Psicologia e normalità VITAE Marco Müller TENDENZE Bellezza interiore

Corriere del Ticino

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numero 12 18 marzo 2010

Impressum

Agorà Psicologia. La normalità “insufficiente“ Gastronomia Cucina. La fusione a tavola

Tiratura controllata

Domus La cantina e il garage

Chiusura redazionale

Vitae Marco Müller

Editore

Reportage Basilea. La tradizione della carta

89’345 copie (72’303 dal 4.9.2009)

DI

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MARIELLA DAL FARRA

ROBERTO ROVEDA

FRANCESCA RIGOTTI

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NICOLETTA BARAZZONI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Venerdì 12 marzo

Teleradio 7 SA, Muzzano

Direttore editoriale Peter Keller

Redattore responsabile Fabio Martini

Coredattore

DI

R. CAROBBIO; FOTO DI A. MENICONZI

Tendenze Bellezza. Che colori ha il tuo cervello? Astri /Giochi

DI

PATRIZIA MEZZANZANICA

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Giancarlo Fornasier

Photo editor Reza Khatir

Amministrazione via Industria 6933 Muzzano tel. 091 960 33 83 fax 091 960 31 55

Direzione, redazione, composizione e stampa Società Editrice CdT SA via Industria CH - 6933 Muzzano tel. 091 960 31 31 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch

Stampa

(carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona

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In copertina

Carta, penna e calligrafia, Basler Papiermühle Fotografia di A. Meniconzi

Affetti collaterali Sul numero 09 di Ticinosette, uscito il 26 febbraio scorso, Ivo Silvestro affrontava il tema, discusso e al centro di numerose polemiche, della somministrazione del metilfenidato – nome commerciale Ritalin, Concerta, Rubifen ecc – ai bambini affetti dalla quanto mai dibattuta “sindrome da deficit di attenzione e iperattività”. Il fenomeno, assai comune nei paesi anglosassoni, dove il numero dei bambini trattati con questo farmaco è cresciuto nel corso degli ultimi anni, divide in maniera netta l’ambiente medico-scientifico: per alcuni rappresenta infatti un presidio indispensabile mentre per altri è solo uno strumento utilizzato per colmare l’incapacità di molti genitori a gestire in modo appropriato i loro figli, o perché troppo assorbiti dalle loro funzioni professionali o perché incapaci di “stare” con i loro bambini. Con tutta probabilità, un’altra malattia inventata a uso e consumo di madri e padri assenti e di un comparto produttivo, quello farmaceutico, che il più delle volte antepone il raggiungimento degli obiettivi di profitto a ogni considerazione etica. Comunque, la novità è che alcuni giorni fa un gruppo di ricercatori dell’Università della California ha individuato il meccanismo d’azione del farmaco la cui molecola sembra

agire su quella zona del sistema nervoso centrale deputata all’integrazione dei processi neurologici e mentali di maggior rilievo come, per esempio, le emozioni e la memoria emozionale. La conoscenza del funzionamento di un farmaco (in realtà, non di tutti i prodotti in commercio si conosce l’effettivo meccanismo d’azione) rappresenta sempre un passo avanti. Si possono infatti elaborare nuove formulazione più graduate e mirate al tipo di utilizzo, ma anche evidenziare possibili effetti secondari, fino a quel momento sconosciuti. I dubbi, al di là di tutto, restano. Analogo delle anfetamine, il metilfenidato ne conserva infatti le caratteristiche anche per quanto concerne i possibili effetti collaterali (episodi psicotici, paranoia, allucinazioni ecc). Forse, con un po’ più di attenzione da parte delle istituzioni e della società nel suo complesso e con una maggiore vocazione alla genitorialità da parte degli adulti, l’uso e l’abuso di questa sostanza potrebbe essere ridotto ai minimi termini… senza dimenticare che forse è più facile migliorare il mondo dedicando più tempo ai nostri figli che non restandocene seduti dietro a una scrivania. Cordialmente, La Redazione


Psicologia. La “normalità” insufficiente

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Agorà

Nel 1946, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stabiliva che la salute consiste in “uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale, e non nella semplice assenza di malattia o infermità”.1 Ma oggi a essere messa in discussione è proprio la condizione di “normalità”, ritenuta da molti come insufficiente: una prospettiva che favorisce il rischio di una eccessiva “psicologizzazione” della sfera esistenziale

L

a definizione dell’OMS citata nell’occhiello – soprattutto in riferimento all’aggettivo “completo”, che avvicina il concetto di salute a quello, assai più soggettivo, di felicità (Saracci, 1997)2 –, sanciva di fatto uno slittamento dalla centralità del concetto di “malattia” (fisica o mentale) all’affrancamento della nozione di “salute”, che acquisisce status autonomo e indipendente dal primo: in altri termini, l’assenza di malattia diventa condizione necessaria ma non sufficiente a definire lo “stare bene”. Questo cambiamento di prospettiva ha modificato in maniera significativa le scienze e le discipline deputate alla cura della persona: negli ultimi sessant’anni, la medicina e la psicologia hanno assunto un orientamento sempre più pro-attivo, investendo molto in termini di prevenzione. Nell’ambito psicologico, un movimento da qualche anno in costante espansione rivendica il merito di perseguire in termini operativi quel “completo benessere psicologico” citato nella definizione: si tratta della “Psicologia del Benessere”, o “Psicologia positiva”. Nonostante si tratti di un movimento eterogeneo, il fondatore è generalmente riconosciuto in Martin Seligman, psicologo americano noto al pubblico per aver pubblicato nel 1991 un manuale di auto-aiuto dal titolo Imparare l’ottimismo, cui faranno seguito Come crescere un bambino ottimista (1996) e La costruzione della felicità (2002). Il presupposto dal quale muove Seligman è che la psicologia tradizionale si è concentrata sugli aspetti disfunzionali dell’individuo, trascurando di mettere a fuoco, o meglio a frutto, quelle capacità adattive che, se trascurate, magari non compromettono la sopravvivenza della persona ma ne

peggiorano significativamente la qualità di vita. Il lavoro interpersonale finalizzato all’ottimizzazione delle risorse in assenza di condizioni patologiche di rilievo – il cosiddetto empowerment – costituisce peraltro il campo elettivo del counseling, quella professione che “tende ad orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità del cliente, promuovendone atteggiamenti attivi, propositivi, e stimolando le capacità di scelta”3. Considerando che la Psicologia positiva annovera fra i suoi obiettivi “l’identificazione delle potenzialità personali; il benessere soggettivo; l’autostima, la creatività e la costruzione di rapporti interpersonali [...]”4, appare chiaro come l’area di sovrapposizione operativa fra questa e il counceling risulti piuttosto estesa. Oltre la normalità Come sostiene Luigi Mastronardi, docente presso l’Università La Sapienza di Roma e direttore della scuola di specializzazione in Psicoterapia Dinamica Breve, “La caratteristica fondamentale del counseling, pienamente consonante con le idee della Psicologia del Benessere, è che il punto focale della terapia si sviluppi intorno all’individuo stesso, alla sua «crescita interiore» e non esclusivamente alla «difficoltà» del soggetto”. Gli ambiti di applicazione di tali discipline comprendono la persona, la coppia, la famiglia, la scuola, l’azienda, i gruppi di studio e di lavoro in generale. Entrando più nel dettaglio, da una revisione della letteratura5, il concetto di “benessere” risulta articolato in sette dimensioni principali: sociale, emotiva, fisica, intellettuale, spirituale, lavorativo e ambientale. Ora, facciamo un passo indietro e chiediamoci quanto queste dimensioni appartengano alla psicologia – quanto meno a


Un criterio economico In questo contesto sono due i concetti che rivelano la natura potenzialmente problematica di tale approccio: entrambi, e non a caso, di natura “quantitativa”. Il primo è quello della “autostima”, dove la “stima” è da intendere sì come “un’opinione buona, favorevole, delle qualità, dei meriti e dell’operato”6, ma

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riveste anche il significato di ”assegnazione di un prezzo a un bene o a un servizio” – vedi, a tale proposito, il claim adottato da una nota azienda cosmetica, che recita testualmente “Perché io valgo”, introducendo implicitamente un criterio “metrico-economico” sul quanto (io) valgo –; il secondo è quello del “vivere con pienezza”, assioma che mutua un ulteriore principio di derivazione economica, tale per cui la vita va vissuta al massimo, e cioè capitalizzata, come se fosse un bene da investire e da cui ricavare il massimo guadagno. Entrambi questi concetti mi sembrano rientrare, più che nella logica del “buon vivere”, in quella della massimizzazione dei profitti, rispetto alla quale l’utilizzo sempre più diffuso di additivi (legali o meno) per essere continuamente “al top” rappresenta la logica, per quanto deleteria, controparte (vedi Ticinosette n. 10/2010; “Droghe. Il fascino subdolo della cocaina” di Roberto Roveda). Accade dunque che oggi, lo psicologo è chiamato a intervenire su quella che fino a poco tempo fa veniva percepita come normalità allo scopo di “ottimizzarla”. Ciò significa che, in base agli attuali standard del concetto di “benessere”, la

normalità sembra risultare di per sé insufficiente. A prescindere dall’opinione che ciascuno di noi può avere a riguardo, questa prospettiva non rischia seriamente di “medicalizzare” – o meglio, di “psicologizzare” – la sfera esistenziale al di là di quanto possiamo ragionevolmente ritenere utile o auspicabile?

Preambolo alla Costituzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, adottata dalla Conferenza Internazionale sulla Salute, New York, 19-22 Giugno, 1946; firmata il 22 luglio 1946 dai rappresentanti di 61 Nazioni (Official Records of the World Health Organization, no. 2, p. 100) ed entrata in vigore il 7 aprile 1948. 1

2 Citato in Are Wellbeing, Health and Happiness Appropriate Goals for Existential Therapists? di Susan Iacovou, “Existential Analysis” 20.2: luglio 2009. 3

in: http://it.wikipedia.org/wiki/Counseling.

4

in: http://www.psicologiapositiva.it.

» di Mariella Dal Farra

quella “tradizionalmente” intesa – piuttosto che a un ambito più propriamente esistenziale. Il fatto che il benessere personale dipenda in larga misura dalla realizzazione delle proprie potenzialità, e che prendersi cura degli altri sia un ottimo modo per prendersi cura di se stessi, sono dati noti fin dai tempi di Aristotele; tuttavia, queste capacità individuali sono sempre state considerate un fatto “naturale”, che non richiedeva particolari interventi ad hoc se non quelli di natura educativa. Oggi, al contrario, lo sviluppo di una personalità armoniosa nelle sue diverse componenti, ed equilibrata nel rapporto con gli altri e con l’ambiente, sembra essere diventato un obiettivo strumentale da attuare attraverso un percorso specifico e identificabile sul piano della tecnica psicologica.

Lauren J. Roscoe, Wellness: A Review of Theory and Measurement for Counselors, in “Journal of Counseling & Development”, Spring 2009, volume 87.

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6 Lo Zingarelli. Dizionario della lingua italiana, Zanichelli Editore 2001

Mariella Dal Farra è psicologa, vive a Milano e lavora nell’ambito della disabilità e delle politiche attive del lavoro, oltre a esercitare la libera professione.

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Fusione a tavola

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Nicoletta Negri Un tocco di etnico. La cucina fusion Mondadori Electa, 2004 Ricette innovative che fondono in modo sapiente il meglio della gastronomia italiana con alcuni piatti tipici delle cucine giapponese, indiana, cinese, messicana, nordafricana e altre ancora.

» di Roberto Roveda; illustrazione TecnicaT7

Gastronomia

fusion letteralmente significa cucina “di fusione”, cioè che scaturisce dall’incontro tra culture gastronomiche diverse. Un campo vastissimo in cui far viaggiare la fantasia, ma dove, troppo spesso, più che la fusion a farla da padrona è la con-fusion. Il problema è che la cucina “di mescolanza” oggi fa tendenza, è diventata il regno dei grandi chef o di chi si improvvisa tale, spesso personaggi che amano stupire e impressionare, più che sfamare. Si può certamente proporre un “gelato di parmigiano su un letto di petali di avocado”, ma c’è da chiedersi se l’operazione abbia un senso. Così come se sia il caso di parlare di fusion per i piatti più astrusi, tipo i “maccheroncini in zuppa di mare al latte di cocco” sentiti proporre recentemente a un cliente estasiato in un noto ristorante alla moda di Milano. Era comunque meno estasiato alla presentazione del conto… In realtà, la vera cucina di fusione mira a essere pratica, semplice, onesta, sfugge agli estremismi. Un esempio lo abbiamo a due passi da casa: in qualunque self-service il riso con cui accompagnare la carne o le verdure è del tipo

Rosalba Gioffrè Fusion. L’arcobaleno multietnico della nuova cucina Giunti, 2005 Dal contatto tra culture gastronomiche diverse, un arcobaleno di sapori e suggestioni da mondi lontani.

cesso in atto da sempre, che però negli ultimi anni ha avuto un’accelerazione, come l’hanno avuta gli spostamenti delle persone Basmati, di provenienza asianel mondo. In questo modo, senza che ce tica, non il classico Carnaroli ne accorgiamo, la nostra cucina è già fusion o Arborio delle nostre latituda tempo: pensiamo solo alla presenza del dini. Il motivo è semplice ed è curry, tipico della gastronomia indiana, in un classico esempio di cucina molti piatti europei oppure al fatto che molti fusion fatta con intelligenza. di noi, per rimanere in linea, prediligono la Le qualità orientali di riso, a cottura con lo wok, facendo saltare in padella chicco lungo e sottile, manogni tipo di verdura e non certo quelle che tengono i chicchi ben separati usano abitualmente i cinesi, gli ideatori di in cottura; i risi europei invequesto tipo di procedimento. ce, a chicco tondo, “legano” Si tratta di processi che si comprendono bene tra loro. Meglio quindi usarli nelle terre di confine, tra culture non solo per i risotti e riservare i primi gastronomiche diverse, come è per la Svizzera come contorno allo spezzatio, tornando in Italia, per l’Alto Adige. Qui no, anche se i nostri nonni cucina italiana e tirolese dialogano da anni sarebbero capaci di storcere la più di quanto facciano spesso le persone; e il bocca e continuando a prefepiatto tradizionale del Sud Tirolo, i canederli, rire il vecchio Arborio, con i veniva preparato in modi sconosciuti fino a chicchi tutti belli incollati. qualche anno fa. A quelli tradizionali con Non si tratta dunque di stralo speck e il fegato si sono affiancati quelli volgere le abitudini in cucina, più “italici”, agli spinaci o al formaggio, per né di banalizzare secoli di tragiungere poi ai canederli dolci. dizioni culinarie. Fusion può Il gioco della fusion è questo: prove e di accostamenti, incontri e Cucina fusion è un’espressione oggi molto scoperte. Desiderio di usata per riassumere la mescolanza di sapori, uscire dal solito guscio tradizioni, usi alimentari e tecniche culinarie per evitare di soffrire di “mal di spaghetti” propri di popoli diversi. Un incontro fra diffe- appena superato il Gotrenze che, solleticando il palato, ci permette tardo. Nulla di nuodi apprezzare la diversità che ci circonda vo sotto il sole, basti pensare che il piatto essere più di ogni altra cosa un tradizionale nipponico (il tempura) venne modo per legare tradizione e insegnato ai giapponesi dai padri gesuiti nel innovazione, globalizzazione XVII secolo, e prese il nome dal latino teme localismo. Per imparare ad pora (“tempo”) perché era un piatto povero apprezzare la diversità che che i religiosi avevano imparato a preparare ci circonda, cominciando a con i prodotti del luogo nei periodi di magro conoscerla a tavola. Un proe di digiuno.

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Cucina

Libro


Letture cerna sotto copertura, ebbe modo di operare in Svizzera nel periodo fra le due guerre, in quello spazio neutrale al cui interno le potenze straniere, attraverso i loro agenti – un’umanità quanto mai varia e descritta in modo impietoso dallo scrittore britannico – organizzavano intrighi e complotti internazionali. Grazie a una scrittura asciutta ma sempre elegante e incisiva, Maughan ci presenta le avventure di Ashenden, una sorta di alter ego di se stesso che, su incarico di un alto ufficiale del servizio segreto – quest’ultimo descritto come modello di un desolante e burocratico cinismo –, opera in difesa degli interessi della corona inglese. Siamo in quel sottobosco descritto con assoluta pertinenza da Eric Rohmer nel suo film Triple

Agent del 2004, ispirato al rapimento, avvenuto nel 1937, del generale zarista Evgeni Karlovic Miller a opera di un’altra spia russa, il generale Skobline. Le avventure del raffinato agente Ashenden sono narrate attraverso una serie di episodi in cui uomini e donne – il generale messicano, la cantante-ballerina italiana innamorata del terrorista indiano e per questo ricattata, l’anziana governante ecc – si muovono disperatamente sulla scacchiera di un gioco più grande di loro e senza vie d’uscita. Nulla a che fare con l’idea di spionaggio a cui il cinema contemporaneo, afflitto dagli effetti speciali e dalla spettacolarizzazione, ci ha abituato. Qui, come nel miglior Le Carré, le psicologie, le relazioni umane, i piccoli e i

William Somerset S t Maugham M h Ashenden o l’agente inglese Adelphi, 2008

grandi vizi, si trasformano in variabili incontrollate capaci di far crollare i fortunosi castelli di carte costruiti ad arte con l’obiettivo di colpire al cuore i propri nemici.

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Figura cosmopolita, scrittore di successo e uomo dalla vita personale e affettiva assai complicata (bisessuale dichiarato, nacque a Parigi nel 1874, figlio di un importante avvocato inglese esperto in diritto internazionale), Somerset Maughan, al contrario di molti altri narratori, non ha mai nascosto il fatto di essere stato a lungo un agente dei servizi segreti inglesi (il cosiddetto Secret Intelligence Service noto in seguito anche con la sigla di MI6) con compiti di assoluto rilievo. Fu per esempio, inviato nel 1917 in Russia nel preciso tentativo, naturalmente non riuscito, di sventare quella che sarebbe poi stata la Rivoluzione d’Ottobre. Gran parte della sua attività spionistica fu però compiuta proprio nel nostro paese. Inviato a Lu-

» di Fabio Martini

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La cantina e il garage È lo spazio che si trova in basso, spesso sotto a tutte le altre stanze. O, nel caso del garage, addirittura accanto alla nostra stessa abitazione... Con questo scritto Francesca Rigotti conclude la serie dedicata ai “luoghi” della casa

Propriamente parlando, dal punto di vista della destinazione

Domus

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primaria la cantina è preposta a conservare il vino, il garage a ospitare l’automobile. L’origine di “cantina” è controversa; c’è chi la dice “forma diminutiva del termine cantone”, il che le attribuirebbe una sfumatura elvetica, intrigante quanto, temo, poco attendibile. C’è invece chi introduce la “felice ipotesi” che possa derivare dalla voce latina quintana, ovvero “luogo della campagna romana dove si vendeva di tutto” (compreso il vino), da cui luogo dove si vende il vino, e per estensione, sotterraneo in cui lo si custodisce. L’origine di “garage” invece è nota: viene dal verbo francese garer, mettere al riparo (da cui anche gare, ovvero stazione). In bell’italiano si dovrebbe dire, in luogo di garage, autorimessa… e qualcuno persino lo dice. Ora, poiché i popoli sono creativi non soltanto dal punto di vista del linguaggio ma anche da quello dell’arredamento o della destinazione dei locali della casa – e amano introdurre varianti nei sistemi tradizionali –, se andrete nel vostro garage e nella vostra cantina (sempre che abbiate la fortuna di disporre dell’uno e dell’altra o di entrambi), troverete di tutto, oltre che, rispettivamente, il vino e l’automobile. Nella nostra cantina, negli scaffali posti contro le pareti si trovano sì cartoni con bottiglie di vino e persino lattine d’olio extravergine d’oliva provenienti dal frantoio dei parenti pugliesi… e fin qui, le competenze sono rispettate. Poi, però, ci sono pure: l’albero di Natale sintetico imballato in un sacco nero, comprese decorazioni e festoni; sci, slittino, snowboard e scarponi; accessori da ferramenta, trapani, viti, chiodi a espansione, seghetto e anche, per dir “dell’altre cose ch’io vi ho scorte”, piastrelle avanzate dagli ultimi lavori di ristrutturazione del bagno. Ancor più esotico, se possibile, il contenuto del garage, dove oltre alla macchina stanno il tagliaerba e altri attrezzi da giardinaggio, un baule di roba vecchia non meglio identificata, e inoltre – ma qui per fortuna siamo in tema – la tanica per la benzina e bidoncini d’olio (non quello extravergine) per il motore dell’auto e del tagliaerba.

Chissà che cosa salterebbe fuori se facessimo un concorso per l’uso più originale di garage e cantine. Alcuni di noi, per esempio, sollecitando al massimo la loro creatività in merito all’uso alternativo di tali spazi, hanno trasformato la cantina in sala prove: piazzati lì chitarra elettrica, basso, pianola, amplificatori e batteria, in quel bugigattolo si esprimono musicalmente, da soli o in compagnia di amici, creando complessini dai nomi improbabili. Si tratta di formazioni prevalentemente maschili – anche un po’ misogine, della serie “le donne non amano il jazz (il pop, il reggae ecc.) come il jazz (il pop, il reggae ecc.) non ama le donne” – che si rifugiano in cantina per “provare”, anche se i loro pezzi non saranno mai presentati al pubblico. Ma tant’è, il piacere sta tutto nel trovarsi, suonare, fare battutacce, esibirsi nel turpiloquio. Altri infine, sempre appartenenti alla categoria dei creativi, hanno fatto del garage un luogo per il bricolage (i due termini francesi si sposano perfettamente anche nella rima) nel quale esercitare la manualità frustrata dell’impiegato costretto a piegarsi sulle carte o sulla tastiera del computer, che lì invece, nel garage, dispiega la fantasia nella produzione di lavoretti originali. E utili, si spera, alle componenti femminili della famiglia tenute in genere accuratamente lontane da tali sacrari. Anche se si trovano in genere nei piani bassi o sotterranei delle abitazioni, sulla cantina soprattutto non possiamo esimerci di dire qualcosa di filosofico. Giacché nella cantina, o meglio cava (cave alla francese), direttamente da caverna, ha luogo uno dei miti più famosi della filosofia. Esso racconta di una caverna nella quale sono rinchiusi alcuni prigionieri, i quali non possono mai vedere la realtà ma soltanto le sue ombre, proiettate dalla luce del fuoco sul muro della caverna: non avendo esperienza del mondo esterno, i prigionieri pensano che quelle ombre siano le cose reali. Soltanto una volta liberati capiranno, forse, che la realtà vera sta fuori dalla caverna/cantina… fuori dal televisore, fuori dal computer… Ma forse vorranno tornarci, nella loro cantina/caverna, per continuare a vivere nell’illusione e nell’inganno.

» di Francesca Rigotti; illustrazione di Mimmo Mendicino

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» testimonianza raccolta da Nicoletta Barazzoni; fotografia di Igor Ponti

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via per sempre, mi lascia dentro un vuoto che a volte non si chiude, una ferita destinata a generare un dolore inguaribile. Immagino che molti mi apprezzino, ma anche che molti mi detestino. Sin dagli anni del liceo non riuscivo ad avere frequentazioni blande, non perché mi sentissi superiore, ma con alcuni c’era una complicità immediata, mentre altri, invece, proprio non mi ispiravano. Sono riuscito a chiamarmi fuori da tanti insiemi sociali che mi parevano troppo limitanti, totalizzanti, suscitando l’astio di chi giungeva in fretta a conclusioni ideologiche. Mi capita di guardare un tramonto e chiedermi: La sua fitta biografia riempie alcune questi colori che mi toccano e pagine di storia del cinema. Nonostan- mi commuovono sono il rite la notorietà ha mantenuto l’umiltà di sultato della particolarissima rifrazione della luce tra stati chi non si crede arrivato. Fabbricante di d’aria di diverse temperature festival, smonta e rimonta con garbo i oppure sono causati dall’inquinamento? L’ultima volta pezzi della vita che ho visto una luna rossa è è stata, per alcuni versi, cultustato due anni fa, in Cina, a Suzhou, cittadella ralmente e linguisticamente della cultura aulica a nord di Shanghai: ma schizofrenica. Sono cresciuto era frutto dei vapori industriali provenienti a Roma in una famiglia italodalla gigantesca area di sviluppo tra le due svizzero-brasiliana; dal terzo città. Sono andato a studiare in Cina a 21 anno d’età mi è stato impoanni, ho dovuto diventare straniero alla sto l’apprendimento, oltre cultura che conoscevo, vivevo l’eccezionalità all’italiano, anche di tedesco di questa esperienza con un misto tra entue francese. A pranzo e cena, siasmo e dolore. Quando sono arrivato in poi, ero costretto a respirare Ticino, ho dovuto invece fare i conti con una lingua e cultura brasiliana da parte di me stesso che era rimasta atrofizzata, mia nonna che in casa parlava capire quanto volessi rivendicare della mia solo portoghese (con l’accento elveticità. Per fortuna ho incontrato subito brasiliano) “perché le creature Harlad Szeemann e i suoi “svizzeri visionari”: e il personale di servizio non con lui mi sono sentito a casa. Se credessi di debbono occuparsi degli affari essere un uomo “arrivato”, avrei rinunciato di famiglia”. Per ribellarmi a alla ricerca permanente che è parte di me. Il quell’intrico di lingue e cultempo per sognare lo faccio saltar fuori, mi ture “subite”, ho preso una ritaglio mondi per guardare, riflettere, tornare scorciatoia: quella di mettera contemplare. Sono emotivamente sereno mi a studiare il cinese. Nella solo accanto alla donna che amo, riesco allora casa dove vivevo gli oggetti a ricordarmi al risveglio dei sogni della notte richiamavano altri mondi, i passata, sogni fervidi proprio come quelli che bisnonni erano turcos, brasiho sempre desiderato. Ma quando sono solo liani originari della provincia mi sembra di sognare solo il lavoro. Tra le dell’impero ottomano, venifrasi fatte, una che mi sento, ovviamente, di vano da Alessandria d’Egitto. condividere è: les voyages forment la jeunesse. Respirare i profumi dell’OrienAnche se il viaggio che davvero ti completa e te mescolati con quelli del Sud arricchisce è solo quello introspettivo. Come e dei tropici ha eccitato per recita un vecchio adagio cinese, quando devi sempre la mia curiosità verso attraversare un fiume è importante avere il mondo. qualcuno che ti indichi le pietre sulle quali I momenti più duri della mia posare il piede, ma poi tutti i balzi, e in parvita: provare a fare i conti con ticolare quello per arrivare sull’altra riva, lo la partenza di chi, andando devi compiere con le tue sole forze.

Marco Müller

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e dovessi scegliere tra una strada di campagna e un’autostrada, preferirei di certo la prima, da affrontare a piedi o eventualmente in auto, ma solo a bordo di una decappottabile. Ogni pezzo di mondo va scoperto con i suoi odori, i suoni, la temperatura dell’aria. Tra le cose che amo di più ci sono di certo gli incontri, in particolare quelli con le persone che ti stimolano ad aprirti: siamo quello che siamo anche per gli sguardi che abbiamo incrociato. Di una persona mi colpiscono gli occhi, per la vivacità e lo stupore che dietro a essi si nascondono. Mi sorprende come l’umanità abbia via via rinunciato a una curiosità a tutto campo, privilegiando saperi specialistici sempre più limitati. Un concetto che non sono mai riuscito a comprendere è quello di “tolleranza”: è una parola che implica lo sforzo per comprendere le ragioni dell’Altro; ma se siamo costretti a uno sforzo per diventare tolleranti, si parte da una fondamentale incapacità di accettare l’Altro. Mi imbarazza la mancanza di riflessione e quella di originalità, ne soffro particolarmente dentro l’industria del cinema, un ambiente dove conta molto l’apparenza. In ogni relazione deve esistere la capacità di rinunciare a un po’ di se stessi per accettare gli altri, saper essere coerenti dinamicamente, diventare membri della società civile integrando la consapevolezza di ciò che ci accomuna, ma anche di ciò che ci divide. Si può essere coerenti solo a patto di rivedere continuamente molte delle idee che ci avevano entusiasmato, da giovani ma anche da meno giovani. L’atteggiamento al quale cerco di tener fede? Porsi di fronte alle persone e alle cose per quello che sono e non per come vorremmo che fossero. Tenere desto il fanciullo che ancora vive in noi è comunque indispensabile, consente di continuare a meravigliarci anche quando gli anni passano. La mia infanzia

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La tr adizione della carta Dalla Cina ai mulini di Basilea Ci stiamo forse disabituando alla carta? Sempre più spesso i supporti su cui annotiamo, scriviamo, leggiamo sono virtuali, digitalizzati. Ma nonostante questo, la carta è presente in tutti i momenti della giornata e in quasi tutte le nostre attività. Insomma, difficile farne a meno. Vi proponiamo un percorso tra Oriente e Occidente per scoprire – o riscoprire – questo affascinante e poliedrico materiale che da secoli custodisce pensieri, emozioni e memoria di Raffaella Carobbio; fotografie di Alessandra Meniconzi


Una scoperta epocale Materiale antico, la carta ha compiuto un lungo periplo accompagnata da mercanti viaggiatori lungo la Via della Seta. In Cina, le prime testimonianze riguardo la sua fabbricazione risalgono al II secolo d.C. ma, essendo stati ritrovati numerosi fogli di carta in una tomba del II secolo a.C. a Dunhuang (nella provincia del Gansù) si è propensi a ipotizzare che i cinesi la utilizzassero già all’epoca. La carta giunse in Occidente passando dalle civiltà centro-asiatiche al mondo arabo. Fondamentale in questo processo fu proprio la conquista, avvenuta nel 751 d.C., di Samarcanda

da parte degli arabi. Questi ultimi fecero prigionieri i cartai cinesi che nella città svolgevano la propria attività. Una diffusione dai tempi lunghi, non c’è che dire! Effettivamente, fino al XVI secolo questo metodo di fabbricazione rimase rigorosamente arginato all'interno dei confini del Celeste impero. Fu dunque solo grazie agli arabi che l’utilizzo della carta si diffuse in Europa: non è dunque un caso che la prima cartiera d’Occidente sia stata costruita nel 1150 in Spagna, vicino alla città di Valencia, anche se, per i successivi due secoli sarà l’Italia a detenere il monopolio della produzione (famosissima la

sopra: Il levatore, libera i fogli di carta ancora umidi dai feltri e li estrae dal torchio (questo, conservato al museo basilese, è stato costruito nel XVIII sec.) in apertura: Nonostante la distanza che separa il museo basilese dalla stamperia tibetana, il metodo di fabbricazione della carta è lo stesso: segno di una comune origine


carta prodotta a Fabriano, nelle Marche). Nel XIV secolo i mulini della carta si diffusero in Francia, in Germania e in Olanda e il dominio italiano finì. Procedimento veloce, resa molto alta in termini quantitativi ed economicità (fino a dieci volte meno costosa rispetto agli altri supporti), sono alcuni dei vantaggi che hanno determinato la sua diffusione e il suo indiscutibile successo. Una scoperta dal valore epocale ed essenziale alle successive e altrettanto importanti invenzioni. Ma a chi realmente si deve la scoperta della carta? La tradizione ne attribuisce il merito a Ts’ai Lun, funzionario dell'impero cinese. Era il 105 d.C.

quando, trovatosi sulla riva di un laghetto vide una lavandaia intenta a sciacquare dei panni piuttosto logori. A causa del continuo strofinio, questi ultimi lasciavano sulla superficie dell’acqua una certa quantità di fibre che trascinate in una piccola insenatura, si erano ammassate formando un sottilissimo strato. L’uomo lo raccolse e lo depose sull’erba a essiccare. Ts’an Lun pensò che quel sottile velo di fibre avrebbe potuto fornire un valido e alternativo supporto per la scrittura. All’epoca, in Cina, i documenti venivano scritti su canne di bambù, oppure, più raramente su seta, certamente comoda da trasportare ma davvero troppo costosa!

sopra (dall’alto al basso): l’estrazione delle fibre grezze dell’Agyaorugyiao, un’erba che cresce in alta montagna e usata per fabbricare la carta Il cinabro, un minerale rossiccio, è la base per la produzione dell’inchiostro utilizzato per realizzare i Sutra Le matrici incise vengono trattate con del burro in modo che gli sbalzi di temperatura non le deformino e i tarli non le attacchino


Il Basler Papiermühle In Svizzera la storia della produzione della carta è legata alla città di Basilea. Luogo di frontiera, di transito e di scambi, essa era il centro di una florida industria cartaria e tipografica, testimoniata dai mulini presenti nel quartiere di S. Alban. Il quartiere prende infatti il nome dal convento

cluniacense fondato nel 1083 dal vescovo della città. Al monastero appartenevano dodici mulini per la macinazione del grano. Nel corso del Medioevo una decina di essi venne venduta e in seguito convertita alla produzione della carta. Oggi di questi ne sono rimasti tre, trasformati – nella seconda metà del Novecento – in Museo

sopra: Calligrafa, ceralacche, calamai, inchiostri e penne d’oca. Un’arte che richiede perizia e precisione Foglio dopo foglio, i Sutra vengono stampati e ordinati


svizzero della carta della scrittura e della stampa, ossia il Basler Papiermühle. Il museo-atelier garantisce la trasmissione di tecniche tradizionali, di strumenti e di macchinari che hanno scandito la storia della carta e della stampa. Inoltre, presenta una piccola collezione di oggetti attraverso i quali è possibile ripercorrere anche la storia della scrittura: un viaggio a ritroso che ci riporta nella “terra di mezzo”. Il processo di produzione di questo materiale è affascinante e ognuna delle sue fasi è affidata, come in passato a un operatore specializzato. Nella prima fase la cellulosa, ricavata dalle fibre vegetali, viene messa a macerare. Dalle fibre, grazie all’azione dei magli azionati da una ruota idraulica, si ricava la pasta di carta che, a sua volta, viene posta in un tino colmo d’acqua calda. A questo punto, un artigiano specializzato vi immerge un telaio di legno dotato di un setaccio. L’acqua filtra dalle maglie del reticolo e un altro artigiano, che ha il compito di disporre i fogli per l’essicazione, preleva la carta dalla forma e la depone sullo stenditoio. Una volta asciutto, levigato e satinato il foglio è pronto per essere affidato a calligrafi e tipografi e, infine ai rilegatori. La casa della stamperia delle scritture Situato a migliaia di chilometri di distanza da Basilea, il monastero di Gonchen (a Dege, nella provincia cinese del Sichuan) ospita la sola stam-

peria in cui ancora si realizzano, rigorosamente a mano, i più raffinati Sutra della tradizione buddhista tibetana. Narra una leggenda che, a inizio Settecento, un letterato stesse trasportando, col suo yak, le matrici di una sua opera da presentare a Tenpa Tsering, li governatore locale. Durante il viaggio il carico si rovesciò e le tavole finirono a terra. Il governatore, convinto che si trattasse di un segno divino, fece costruire una stamperia proprio nel luogo dell’incidente. Oggi la stamperia conserva antiche e pregiate matrici – circa 217.000, alcune risalenti al IX secolo – e più di 100.000 testi antichi di tutte le scuole buddhiste. Nei suoi opifici si producono ancora la carta tradizionale tibetana – sempre meno utilizzata, fuori dal monastero, a causa dell'elevato costo di produzione – e l’inchiostro rosso di cinabro (fin dall’antichità lo si è usato, sia in Oriente sia in Occidente, solo per gli scritti più preziosi). A Dege soltanto la fabbricazione della carta è tradizionalmente affidata alle donne mentre le altre fasi sono appannaggio maschile. Peculiarità della stamperia sono l’eleganza e la precisione delle incisioni delle matrici, affidate agli artigiani più abili ed esperti: la raffinatezza dei Sutra e dei disegni dipende dalla loro perizia. Indipendentemente dal ruolo svolto alla stamperia, per ogni artigiano il proprio lavoro ha un doppio valore: da un lato garantisce la sussistenza, dall’altro fa acquisire meriti per l’aldilà.

per informazioni: Basler Papiermühle. Dem Schweizerischen Museum für Papier, Schrift und Druck St. Alban-Tal 37 CH - 4052 Basilea tel.: +41 61 225 90 90 www.papiermuseum.ch info@papiermuseum.ch orari: mar– dom, 14–17

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hiamate anche gli ormoni della felicità, le endorfine possono essere stimolate in vari modi: ridendo, praticando sport con regolarità, socializzando, svolgendo attività particolarmente piacevoli, ascoltando musica, o gustando qualcosa di goloso, come il cioccolato per esempio. Più si è felici, più si producono endorfine, utili anche nel contrastare i radicali liberi. Proprio per questa ragione chi è innamorato sembra spesso più giovane, o più bello, ha un’aria fresca e salutare anche se ha dormito sì e no un paio d’ore. Ma innamorarsi non è sempre facile, e neppure lo è

essere ricambiati, così come è evidente che troppo cioccolato fa male e che ci sono certe giornate in cui, di ridere, proprio non si ha voglia. Come procurarsi, allora, il quotidiano apporto di endorfine? Come garantirsi una felicità di base che contrasti le problematiche e le difficoltà che la vita, sia familiare sia lavorativa, spesso ci presenta? Guardandosi dentro. Facendo un viaggio attraverso se stessi, un viaggio in grado di condurre alla consapevolezza, a comprendersi e a valorizzarsi, a vivere ciò che spesso neppure si riesce a definire ma è presente in ognuno di noi: il trascendente, il senso del sacro.


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giungere, lungo il percorso della propria vita, nonostante un mondo temibile, il desiderio di pienezza, di sicurezza e di felice armonia”. Un concetto, quello di armonia fra mente e corpo, che anche nelle civiltà consumistiche, si sta sempre più diffondendo, conquistando anche molti scettici. “Sì, c’è effettivamente un aumento di persone che, alla ricerca di serenità ed equilibrio, si accostano alla meditazione e allo yoga” sostiene Rino Siniscalchi, maestro di yoga. “Alcuni lasciano quasi subito, ma molti restano e vi si dedicano con impegno. Sono discipline – e anche qualcosa di più – che richiedono costanza e applicazione ma aiutano a trovare dentro di se le radici del benessere. Nello yoga la felicità è dove sei. È qui e ora. Non altrove come siamo spesso condizionati a pensare”. Tutto dipende dalla persona quindi, dal viaggio che compie dentro se stessa, dall’amore e dall’armonia che riesce a esprimere, alla capacità che abbiamo di credere che tutta questa bellezza possa trasformarsi in qualcosa di tangibile, che dall’anima possa passare al corpo e renderlo più bello, più affascinate, più vitale. Non è un pensiero stravagante, ma una conclusione logica e matematica. Perché la bellezza è davvero una questione di armonia interiore. E non solo di proporzioni

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Un’esperienza riferita non solo al concetto di Dio o all’ambito religioso ma che può giungere dall’arte, dalla musica, dalla natura. Educarsi a riconoscere la bellezza, a sentirsi autentici, a lasciarsi andare e provare pace, è il percorso che sempre più persone intraprendono. C’è chi si affida alla meditazione, chi alla psicanalisi, chi pratica yoga o chi si immerge nella natura. In una società sempre più involgarita e tentata dalla materialità, la cura dell’anima sembra essere l’ultima salutare tendenza. “Si chiama post materialismo” ci spiega Renato Mannheimer, presidente dell’Ispo (Istituto per gli Studi della Pubblica Opinione) “ed è un fenomeno sociologico iniziato già nel dopoguerra, durate il periodo del boom economico. Riguarda molte società occidentali che, soddisfatti i bisogni primari, possono dedicare tempo e risorse alla propria anima. Interessa anche molti giovani che pongono grande attenzione alla spiritualità e allo star bene”. Ma non solo i ricchi si curano della propria anima. “La persona” sottolinea Renzo Rocca, del Centro di Psicoterapia Rocca-Stendoro, “ha bisogno di trascendere il proprio limite, scoprire e analizzare le profonde regioni creative di se stessi. È una ricerca universale che accomuna psiche e soma e ha il fine di rag-

e un regolare esercizio delle facoltà di ragionamento non solo sono gli elementi migliori della lotta contro la pigrizia intellettuale ma rappresentano soprattutto un antidoto contro l’invecchiamento. È poi cosa nota che le persone fortemente stimolate e impegnate sotto il profilo intellettuale hanno una maggiore possibilità di “invecchiare” bene, mantenendosi lucide e partecipi alla vita interiore e interpersonale. Franck Senninger, medico e nutrizionista, si è specializzato nei problemi del comportamento alimentare oltre a essere autore di diverse opere su questi argomenti.

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resistente. Analogamente a qualsiasi altro organo, anche il cervello si “nutre”: il suo corretto funzionamento, come del resto quello di tutto l’organismo, richiede infatti apporti vari e ricchi, che possono giungere esclusivamente dall’alimentazione. Il cibo gioca infatti un ruolo fondamentale anche nello svolgimento delle funzioni cerebrali. Ecco allora che, dopo un’analisi dei meccanismi base del suo funzionamento, vengono indicate dall’autore del volume, quali sono le sostanze dannose e quali i macro e micronutrienti indispensabili al suo benessere. Un’alimentazione scelta e varia

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Non ci sono dubbi: il cervello rappresenta il nostro patrimonio più prezioso, l’elemento che sta al culmine del sistema nervoso, l’organo da cui dipende il funzionamento del nostro corpo e di tutto ciò che siamo, pensiamo e proviamo. Del resto, fin dall’antichità – a parte Aristotele che fa curiosamente eccezione, dato che considerava il cuore come sede dell’intelligenza – esso era riconosciuto come il luogo in cui si forma il pensiero. In realtà, nonostante la complessità dei suoi meccanismi, il cervello è un organo piuttosto fragile pur essendo protetto da una scatola cranica ossea tutto sommato

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Âť illustrazione di Adriano Crivelli


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Settimana tranquilla. Vi state godendo i frutti di un 2009 trascorso alla grande grazie alla presenza di Giove. Non trascurate le relazioni interpersonali al di fuori del lavoro…

Momento abbastanza tranquillo. Forti impulsi a manifestare la vostra sensualità. I nati nella seconda decade avranno la possibilità di fare incontri con persone interessanti.

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Giove in sestile si fa sentire. Affari e lavoro procedono infatti positivamente. Cercate di contenere la vostra propensione alla carnalità e agli eccessi alimentari. Curate la forma fisica.

Novità in arrivo… possibili ampliamenti familiari. Anche sul piano professionale, dopo un anno non proprio favorevole, le cose ricominciano a muoversi. Incrementate l’attività fisica.

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Orizzontali 1. Uccello variopinto e a volte chiacchierone • 10. Sbagliati • 11. La dea greca dell’aurora • 12. Concorso Internazionale • 13. Tirare • 15. Pasti serali • 17. Europa Unita • 18. Passare... di sghembo • 22. La bevanda che si filtra • 23. Azoto e Iridio • 24. È vicino a Carona • 27. Elemosina • 29. Genere pittorico • 30. Pittore fiammingo • 32. Il pupo dell’Iris • 33. Blasfema • 36. In coppia con Ric • 38. In mezzo al coro • 39. Le iniz. di Carboni • 41. Cinge il capo dei santi • 44. Piccolo difetto • 47. Svezia e Zambia • 48. Il fiume dei Cosacchi • 49. Arbusto terapeutico • 50. In mezzo al circo • 51. Pari in alpino • 52. Satira • 54. Le iniz. di Cerusico • 55. Un cioccolatino ripieno. Verticali 1. Lo cancella il battesimo • 2. Segno zodiacale • 3. Pubblico Relatore • 4. Ramanzina • 5. Fu cacciata dall’Olimpo • 6. Città svizzera • 7. Il noto Marwin • 8. Il nome di Capirossi • 9. Lo “spinto” del sarto • 14. Il primo pari • 16. Nuovo Te-

stamento • 19. Un trampoliere • 20. Sottratti illegalmente • 21. Crea gioielli • 24. Serpente velenoso • 25. Banca Nazionale • 26. Due romani • 28. Tiravano i carri • 31. Spegnere • 34. Porte dispari • 35. Li collezionano gli eroi • 37. Mezza nave • 40. Baraonda • 42. Porticciola • 43. Dio nordico • 45. Il nome di Clapton • 46. La Yoko di Lennon • 53. La fine di Belfagor.

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Fase interlocutoria dovuta anche alla posizione non facilissima di Giove. Verranno sicuramente tempi migliori (il 2011 lo confermerà). Seconda decade: ottimismo e autostima in crescita.

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Avete il vento in poppa e sarebbe un peccato non approfittarne. Potete osare di più sia in ambito professionale che nelle relazioni. Uscite dal guscio delle abitudini più inveterate.

Nonostante la vostra tendenza a veder “nero”, le cose non vanno affatto male. I vostri impegni professionali trovano ampi riscontri e anche sul piano affettivo: vi state organizzando al meglio.

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Periodo non entusiasmante che dovete affrontare attingendo alla vostra saggezza interiore. Con l’estate arriveranno momenti migliori. Sviluppate la vostra rete di relazioni.

La stanchezza dovuta al transito di Marte ha lasciato il segno. Cercate di recuperare energie dedicandovi a voi stessi: massaggi, attività fisica, meditazione…

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Giove rema contro… Non scoraggiatevi ed evitate di reagire esponendovi al giudizio degli altri per il vostro egocentrismo. Gli insuccessi capitano a tutti, quindi non drammatizzate.

Ottimismo e autostima in netta crescita. Vi sentite nel complesso in forma e capaci di relazionarvi al meglio con gli altri. Momento magico dovuto alla eccezionale congiunzione di Giove.

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gemelli Vivete un po’ troppo teatralmente la vostra esistenza. Certamente è un anno non facile – Giove è in quadratura – ma sarà l’ultimo di una serie non proprio fausta. Pazientate.

» a cura di Elisabetta

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