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27 numero

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L’appuntamento del venerdì

26 VI

09

Reportage

Agorà

Astensionismo e crisi Media

Un’ora per voi Tendenze

In primo Piano

Klee

Design low cost

Corriere del Ticino

laRegioneTicino

Giornale del Popolo • Tessiner Zeitung

CHF. 2.90

con Teleradio dal 28 giugno al 4 luglio


Âť illustrazione di Adriano Crivelli


numero 27 26 giugno 2009

Impressum Tiratura controllata 90’606 copie

Agorà Astensionismo. Gli “invisibili” in tempo di crisi Media “Un’ora per voi”. Quella tv senza frontiere Vitae Eric Hürlimann

DI

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FABIO MARTINI

VALENTINA GERIG

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KURT SGHEI . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Chiusura redazionale Venerdì 19 giugno

Editore

Reportage Berna. In primo Piano, Klee

Direttore editoriale

Tendenze DIY ovvero l’esclusività low cost

Teleradio 7 SA Muzzano Peter Keller

Redattore responsabile Fabio Martini

Coredattore

Giancarlo Fornasier

Photo editor Reza Khatir

Astri

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GIORGIA RECLARI; FOTO DI REZA KHATIR . . . . . . . . . .

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GIORGIA RECLARI. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Giochi

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Amministrazione via San Gottardo 50 6900 Massagno tel. 091 922 38 00 fax 091 922 38 12

Direzione, redazione, composizione e stampa

Libero pensiero

Stampa

Cari lettori, pubblichiamo con piacere la lettera che abbiamo ricevuto in Redazione concernente lo spazio verde in città e le tanto amate “panchine” di cui abbiamo recentemente trattato nell’articolo di Roberto Roveda apparso su Ticinosette n. 23.

Società Editrice CdT SA via Industria CH - 6933 Muzzano tel. 091 960 31 31 fax 091 968 27 58 ticino7@cdt.ch www.ticino7.ch

(carta patinata) Salvioni arti grafiche SA Bellinzona TBS, La Buona Stampa SA Pregassona

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In copertina

Particolare del Centro Paul Klee a Schöngrün (Berna) Fotografia di Reza Khatir

Cordialmente, la Redazione Gentile Redazione, vi scrivo dopo aver letto sul vostro giornale l’articolo sul significato che la nostra società dà alle panchine e a chi vi si siede. Abito e lavoro a Lugano e appena il tempo lo permette mi piace passare la pausa pranzo di mezzogiorno al Parco Ciani. Sempre che ancora di “parco” si possa parlare: taglia qui, accorcia lì, costruisci di qua, fai sparire un pezzo di recinzione, via degli alberi ormai decrepiti (dicono loro)… tanto che oggi il “polmone verde” della terza piazza finanziaria svizzera assomiglia molto più a un parchetto giochi per bambini ricchi con tanti fiorellini multicolori, un paio di fontanelle e un minuscolo esercito di anatre e cigni nutriti a pane e avanzi vari. In anni di piccole pause-panino passate al parco scenette divertenti (e meno) ne ho viste tante, e tutti quelli che il Ciani lo frequentano (non alla ricerca di stupefacenti) sanno quali

zone è meglio evitare e quali permettono di leggere il giornale senza il rumore del traffico a romperti le orecchie. Sì, perche il Ciani sarà anche un piccolo fazzoletto di erba ma ha le sue zone, come nella migliore tradizione dei grandi parchi cittadini americani: solo che qui di “gang“ non ce ne sono, al massimo gruppuscoli di giovinastri che, lattine di birra in mano, gridacchiano e litigano per buona parte della giornata nella parte nord, anziani che cercano di fare quattro passi senza essere investiti dalle biciclette (perché ci sono anche quelle nel nostro piccolo parchetto) sul frontelago, cani e cagnetti che cercano luoghi “vergini“ dove fare i loro bisogni un po’ ovunque e poi quelli che, come il sottoscritto, cercano una panchina. Un posto dove sedersi e far passare quella misera piccola ora che il mio contratto di lavoro mi permette, tra le 13 e le 14: esco dall’ufficio e dritto al Ciani a cercare un po’ di calma. Sperando che qualche agente che mi vede seduto su una panchina rossa, cravatta slacciata, maniche arrotolate, panino addentato, non pensi bene di chiedermi i documenti. Sarà perché ero seduto su una panchina quando tutti dovrebbero essere al lavoro o perché sono di colore e il mio accento non è proprio ticinese? P. H., Lugano

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Gli “invisibili” in tempo di crisi

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a molti considerata come un esempio di democrazia diretta in cui i cittadini sono chiamati a esprimersi più volte nel corso dell’anno attraverso l’istituzione del referendum popolare, la Svizzera soffre da tempo della “patologia” dell’astensionismo. Anzi, pare essere una malata grave dato che alle ultime elezioni legislative nazionali ha votato meno del 50% degli aventi diritto, un valore che si colloca al di sotto di quelli espressi nel resto del continente. Peraltro, i livelli di partecipazione erano ancora più bassi fra gli anni Settanta e Novanta. Ma ciò che ci interessa approfondire non è tanto il fenomeno in sé – assai complesso da analizzare, soprattutto se lo sguardo si estende alle realtà specifiche sotto il profilo sociale, politico ed istituzionale dei diversi stati d’Europa –, ma le ragioni dell’astensionismo in una fase di profonda recessione come quella che il mondo sta attraversando in questi mesi.

False aspettative

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Agorà

Il fenomeno dell’astensionismo riguarda tutte le democrazie occidentali. E non è certo legato alle differenti architetture istituzionali, come dimostra la situazione svizzera. A conferma, le recenti consultazioni nell’Unione Europea i cui risultati, in controtendenza rispetto alle attese di molti, rappresentano un importante indicatore degli orientamenti all’interno dello scenario sociale e politico del continente

Poco prima delle recenti elezioni europee tenutesi alla fine della prima settimana di giugno, la sensazione di molti era che l’ “effetto crisi” potesse agire in modo consistente in termini di crescita della partecipazione alle consultazioni elettorali. La consapevolezza delle gravi responsabilità dei gruppi finanziari e bancari, la scarsa capacità di controllo – se non la connivenza – da parte dei governi all’interno dell’orizzonte del “liberismo selvaggio”,

facevano supporre un colpo di reni da parte dell’elettorato in direzione sia di una maggiore affluenza alle urne sia di un rinnovamento dei quadri politici. Ma, con grande sorpresa, da un lato si è registrato un generale incremento delle destre – anche nelle loro espressioni più radicali e xenofobe –, dall’altro un sensibile calo dell’affluenza: su poco più di 50 milioni di potenziali votanti sono stati raccolti quasi 33 milioni di voti corrispondenti al 65% degli elettori. Come ha ben sottolineato Piero Ostellino sul “Corriere del Ticino” nel Commento pubblicato il 10 giugno: “… i partiti socialisti o generalmente collettivisti, statalisti, dirigisti, keynesiani, escono sconfitti dalle elezioni. Eppure, classe politica, intellettuali, media, avevano attribuito, fino al giorno prima, al libero mercato la crisi economica e invocato più Stato”. E allora dove sta l’inghippo?

La chiave del “rebus” Ne abbiamo discusso con Oscar Mazzoleni, politologo e responsabile dell’Osservatorio della vita politica (OVP-USTAT) del Cantone Ticino: “Il fenomeno dell’astensionismo è estremamente complesso e non può essere analizzato in modo univoco attraverso una sola cornice interpretativa di tipo individualistico-razionale, supponendo che gli elettori ragionino tutti allo stesso modo. Nel valutare il «rebus astensionismo» si deve tener conto di molti fattori. Per esempio, occorre valutare gli effetti di lungo periodo, prodotti


Europa simbolica e politiche nazionali Ma allora, perché la grave crisi economica mondiale, nel caso delle recenti consultazioni europee, sembra non aver determinato alcun sussulto, alcun reale stimolo al cambiamento come molti invece auspicavano? “Una crisi economica può avere due effetti diametralmente opposti”, prosegue Mazzoleni: “può

favorire una maggiore partecipazione dei cittadini in risposta e in adesione all’inasprimento dei conflitti politici. Può però anche accadere l’esatto contrario, che vi sia una risposta passiva, di ripiegamento, di smobilitazione. Per le recenti elezioni europee, c’è un aspetto peculiare: secondo molti studi, l’Europa appare, nella percezione di molti cittadini, un’entità astratta e lontana. Ad alimentare questo modo di vedere sono le stesse elezioni del parlamento europeo che, in genere, si presentano come una somma di elezioni nazionali. Il tema dell’Europa risulta per lo più marginale nelle campagne elettorali. Emblematico è quanto accaduto in Italia, dove la campagna è stata dominata da vicende legate alla vita privata del primo ministro; oppure in Inghilterra, dove al centro si poneva la credibilità degli esponenti del governo di Gordon Brown”.

Verso il futuro Restano il “rebus” e il grande partito degli “invisibili” – per quanto riguarda l’Unione Europea si parla di 17 milioni di persone –, di coloro che per i motivi più disparati non hanno riconosciuto

alla politica il suo ruolo di rappresentanza. Forse, come ha sottolineato di recente il politologo italiano Giorgio Galli, una buona parte di europei ha perso fiducia in una classe politica ritenuta, spesso a ragione, “aliena” ai problemi reali ed eccessivamente legata ai gruppi finanziari, principali responsabili della crisi. Oppure, come sostiene lo storico francese Marc Lazar – studioso e attento osservatore delle trasformazioni avvenute nei partiti socialisti e comunisti europei – il record di astensioni sarebbe dovuto alla dispersione dell’elettorato prediletto della sinistra: giovani, ceti popolari e operai ormai disorientati, ma anche al fatto che la crisi economica “non ha suscitato importanti mobilitazioni collettive […] perché si ha paura, perché i sindacati si sono indeboliti, perché la precarizzazione è ormai generalizzata”. Infine, la costatazione di uno scenario dinamico e in profonda trasformazione che impone riflessioni profonde e nuovi orientamenti alla politica continentale, alla luce anche dei rischi che il “vuoto” prodotto dall’astensionismo può determinare sull’assetto dell’impianto democratico degli stati.

» di Fabio Martini; illustrazione di Micha Dalcol

di sedimentazioni storiche e culturali, che si manifestano sul piano del senso del dovere e della partecipazione civica; prendere in esame gli incentivi forniti dagli attori politici (programmi, ideologie, personalità ecc.) capaci o meno di mobilitare i potenziali elettori. E in questa capacità entrano in gioco non solo valutazioni dei risultati raggiunti, ma anche elementi emotivi. Dal canto loro, gli elettori costituiscono un insieme differenziato: donne, uomini, giovani, anziani, persone appartenenti a fasce sociali diverse, presso cui i diversi incentivi agiscono in modo variabile. È dal complesso incontro di questi fattori che si determina l’esito di una consultazione in termini di partecipazione e di astensionismo”.


6 logica, forte interdipendenza economica tra Svizzera e Italia. E i numeri parlavano chiaro: gli italiani erano la stragrande maggioranza degli immigrati la cui presenza, in totale, oltrepassava la soglia del 10% della popolazione svizzera. Il “voi”

Quando e perché le è venuta l’idea di scrivere un libro su “Un’ora per voi”? “L’idea mi è venuta tanto tempo fa, negli anni Novanta, quando si parlava del concetto di “tv senza frontiere”. Ho pensato che quella vera, davvero realizzata, fosse stata proprio “Un’ora per voi”. L’altra ragione riguarda il fatto che la trasmissione, negli ultimi anni della sua programmazione, si era un po’ trascinata, sempre uguale a se stessa. Ecco, ha lasciato forse agli spettatori un ricordo non giusto. Volevo riabilitarne la memoria e l’immagine”.

Che cosa ha significato “Un’ora per voi”? “È stata una sperimentazione televisiva che, grazie alla sua straordinaria natura di coproduzione fra Italia e Svizzera, è riuscita a fare accomodare gli svizzeri e gli italiani Nel 1964 la RSI diede il via, in collaborazioimmigrati davanti al ne con la RAI, a un programma dedica- medesimo telescherto agli italiani in Svizzera: Un’ora per voi, mo. Per gli italiani un esperimento unico e irripetibile. Questa significava ricevere trasmissione, un modello di comunicazione, ogni settimana una ventata d’aria di casa ha contribuito ad avvicinare i due popoli e con un concentrato di a favorire i processi di integrazione socia- programmi della RAI, ma anche l’onore di le e culturale poter disporre di un del titolo della trasmissione programma di servizio tutto loro diffuso erano sì gli italiani, ma la in italiano dalla tv svizzera. Per i telespettrasmissione piacque molto tatori svizzeri, invece, è stata un veicolo anche agli spettatori elvetici privilegiato per conoscere il paese, la cule divenne un “ponte” tectura e le abitudini di quegli sconosciuti nologico che sancì la conovenuti dal sud ad abitare e lavorare e al scenza reciproca di due paesi loro fianco. La SSR aveva appena concesso

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C’era una volta la televisivi accesa in salotto e nei bar. Le trasmissioni in onda erano un evento, il piccolo schermo uno strumento di aggregazione. E, per la moltitudine di emigrati in Svizzera, per la maggior parte italiani, un antidoto alla nostalgia. Siamo negli anni Sessanta, precisamente nel 1964, quando l’attuale RSI inizia a coprodurre e trasmettere una rubrica settimanale dal titolo “Un’ora per voi” condotta da due mattatori televisivi molto noti e amati dal grande pubblico: Corrado e Mascia Cantoni. Era il primo esempio di coproduzione tra due enti televisivi europei (RSI e RAI) e durò fino al 1989. La Svizzera degli anni Sessanta era, come molti di voi sanno, parecchio diversa da oggi: boom economico, europeismo, innovazione tecno-

Quella tv senza frontiere

Media

confinanti, e accelerò l’importazione di usi e tradizioni fra i due popoli. Chi ricorda la trasmissione, probabilmente rammenta cosa rappresentò – da un punto di vista tecnologico e non solo – il collegamento per gli auguri di Natale tra Zurigo e Roma. Negli anni, seguirono notiziari, sketch, concerti e spettacoli con i beniamini di “casa Italia”. Insomma, “Un’ora per voi” fu davvero un esempio di “tv senza frontiere”, come recita il sottotitolo del libro dedicato a questa trasmissione storica, scritto dalla giornalista Matilde Gaggini Fontana. E proprio a lei chiediamo di raccontarci meglio la portata di un’esperienza televisiva svizzera da ricordare e capire.


Che cosa è cambiato da allora? “Il panorama migratorio è completamente diverso, così come quello televisivo: è frammentato. Il potenziale integrativo di «Un’ora per voi», che riuniva davanti alla tv diverse generazioni di svizzeri e di immigrati, ormai ce lo possiamo dimenticare. Gli immigrati del nuovo millennio non hanno più provenienze predominanti e la loro televisione se la vedono via satellite, via cavo o via internet…”.

Quindi, una trasmissione come “Un’ora per voi”, oggi, non sarebbe più pensabile? “No, non avrebbe senso perché appartiene a un contesto che non esiste più. Oggi, forse, la televisione potrebbe ancora offrirsi come occhio privilegiato per la realizzazione di documentari capaci di illustrare la realtà dei diversi paesi di provenienza dei nuovi immigrati, mentre internet svolgere un ruolo di piattaforma di servizio per l’integrazione dei migranti. La realtà produttiva è comunque molto più impegnativa e il mondo assai più complicato di quello in cui «Un’ora per voi» venne varata e sperimentata”.

Libri

Matilde Gaggini Fontana Un’ora per voi Casagrande, 2008 Un tuffo nella memoria televisiva per ricordare un momento molto importante per la Svizzera e per i “nuovi arrivati” dal Belpaese.

Film

Pane e cioccolata Pellicola di Franco Brusati del 1973: per rivivere le atmosfere di quegli anni, una storia dolce-amara sulla condizione degli emigrati italiani in Svizzera. Tra gli interpretati un grande Nino Manfredi.

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» di Valentina Gerig; ill. di Mimmo Mendicino

alla Svizzera italiana una sua televisione, che non poteva attendere un’occasione migliore per dimostrare ai confederati la sua professionalità e la sua identità. Poteva l’attuale RSI non accendersi per le centinaia di migliaia di immigrati italofoni che trascorrevano il loro tempo libero per le strade, nei bar, nelle stazioni delle grandi città d’oltre il Gottardo?”.


» testimonianza raccolta da Kurt Sghei; fotografia di Igor Ponti

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musicista è al calduccio, a studiare. Mi decisi per un anno di studio in Spagna. Giunto a Madrid mi misi alla ricerca di una vera chitarra spagnola. Il destino fece sì che mi recassi dal liutaio Juan Alvarez. Da subito egli provò grande simpatia per me e sebbene avessimo parecchi anni di differenza diventammo amici. Mi trovò una stanza nello stesso palazzo dove teneva bottega, così, fra una lezione e l’altra, io stavo da lui, nel suo laboratorio. Lo osservavo attentamente, e intanto mi svelava i trucchi e i segreti del mestiere. Restai in Spagna due anni, durante i quali imparai moltissimo. Tornato in Ticino Dall’America delle Black Panthers alla conobbi Maya Gugolz, balleSpagna del flamenco: ciclista, musicista rina e coreografa di flamenco, entrai nel suo gruppo (“el e liutaio, lo studio e il viaggio, un’av- Candil”, ndr.). Provai a costruventura che continua, alla ricerca della irmi una chitarra da solo. Ce libertà la feci. Certo era un disastro di strumento, ma suonava, e di matto. Era il 1967 quando, neanche tanto male. Quando con noi venne due mesi prima di entrare a suonare il giovane Niño Josele (oggi chitarufficialmente a disposizione rista di fama internazionale, ndr.) si innamodell’esercito americano, mi rò di una mia chitarra. Con quella chitarra trasferii in Ticino, a Riva San incise dischi e vinse la Biennale di Siviglia. Vitale, dove abitava una zia. Ne sono parecchio orgoglioso, naturalmente. Ci stavo benissimo qui, non A oggi, riparazioni a parte, ho costruito 45 provavo molta nostalgia: mi chitarre. Più o meno tre all’anno. Il Ticino è sentii a casa fin da subito. un posto umido, non potrei farne di più. Il Successe che conobbi un chilegno, specie nella fase dell’assemblaggio, è tarrista, un chitarrista di flauna materia molto delicata… una variaziomenco. Ho sempre ascoltato ne di clima e può spezzarsi. D’altra parte, musica, classica soprattutto, non potrei fare solo il liutaio, c’è il rischio di anche blues naturalmente. Il perdere il contatto con la vita – quella fuori flamenco l’ho conosciuto qui. dal laboratorio – e la magia e la piacevolezza Cominciai a suonare tardi – del lavorare. In bicicletta ho continuato ad ed è forse per questo che mi andare... per me lo sport è come il cibo, non ritengo un ottimo amatore sempre è bello da vedere, ma è bello da fare. ma un pessimo professioniIn Ticino ho scoperto un’altra delle mie gransta – avevo diciannove anni di passioni, la montagna... c’è un mio mito, e boom, un nuovo amore era un mito d’infanzia, che da sempre m’ispira: è sbocciato in me. Con il cicliJohn Muir, vissuto nell’Ottocento, alpinista, smo guadagnavo poco, erano uno dei primi ambientalisti al mondo, padre i miei a sostenermi economidei parchi protetti, la sua filosofia era “povecamente. Mi allenavo duro. ro di soldi ma ricco di tempo”. Un concetto Per dieci anni ho continuato sempre attuale, che ho cercato di fare mio. a correre. Ero forte e ho avuto Ormai da trent’anni vivo in questa casa stui miei successi, sentivo però penda, sempre piena di musicisti e di amici, che il talento era limitato e la mia padrona di casa, una persona splenche non sarei probabilmente dida, mi ha sempre tenuto basso l’affitto, la giunto a livelli straordinari. A ringrazio tanto per questo. Ho avuto la postrenta, quarant’anni – mi dicesibilità di viaggiare, di prendermi tempo per vo – sei ancora giovane come studiare, imparare e fare esperienze. Magari musicista, ma come ciclista sei non potrò comprarmi questa o quella cosa, un veterano, quando nevica il ma la gioia, quella che mi dona il tempo che ciclista è fuori ad allenarsi, il posso prendermi, questa è la mia libertà.

Eric Hürlimann

Vitae

io nonno, uno ricco zurighese, era convinto che la Germania avrebbe vinto la Prima guerra mondiale. E invece la Germania perse e lui ci rimise gli investimenti. Così mio padre, nato a Lugano, crebbe in Italia, a Napoli, dove la famiglia si era stabilita. Poco prima della Seconda guerra mondiale, papà, ormai adulto, fece le valigie e se ne andò dall’altra parte del mondo, in America. Là conobbe mia madre, americana. Io sono nato a San Francisco, in California. Abitavamo in un quartiere abbastanza duro. A scuola la minoranza ero io, il bianco. Un paio di volte le ho anche prese. Ci ho messo un po’ a farmi accettare dai fratelli neri… ai tempi la lotta degli afroamericani per i diritti e contro l’apartheid era in una fase acuta, tutti i primi membri delle Black Panthers erano miei compagni di scuola, vicini di banco, amici. C’era la guerra allora, la guerra in Vietnam. Io stavo finendo il liceo. Fu lo sport a salvarmi dal mattatoio. Baseball e football non mi garbavano più di tanto e visto che ho sempre amato viaggiare, percorrere chilometri, mi decisi naturalmente a praticare uno sport tipicamente europeo e allora piuttosto alternativo in America (eravamo forse un centinaio in tutta la California): il ciclismo. Finire in Vietnam era piuttosto facile: quando c’era bisogno di nuovi soldati i funzionari del ministero estraevano i numeri, quelli estratti corrispondevano ad altrettante tessere militari. Il rischio di essere “draftato” (da to draft: arruolare, ndr.) e di finire al fronte era elevato. Dissi ai miei genitori che sarei voluto diventare un ciclista professionista e che in Europa ci sarei riuscito. Mio padre mi disse, “Bravo! uno sport interessante…”. A mia madre bastava che evitassi la guerra. La scampai per un pelo. Due miei amici ciclisti ci finirono in Vietnam, uno perse una gamba, l’altro diede

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M


In primo Piano, Klee di Giorgia Reclari; fotografie di Reza Khatir

C’è un luogo, a due passi da Berna, in cui i confini fra arte, natura e architettura sfumano fino a fondersi indissolubilmente. Tre colline, ricoperte di spighe di grano, racchiudono quasi 4.000 opere d’arte. È il Centro Paul Klee ideato da Renzo Piano, un museo unico al mondo, nato dall’incontro fra le mani di un artista, di un chirurgo, di un pianista e di un architetto


L'entrata principale del Centro Paul Klee

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uel giorno in cui le preziose mani del pianista Maurizio Pollini giacevano sotto i ferri di Maurice Müller, il celebre chirurgo ortopedico svizzero pensava soltanto a rendere loro di nuovo la possibilità di eseguire magistralmente qualunque partitura. E ci riuscì, come riuscì con migliaia di altri pazienti, guadagnandosi fama mondiale e una dozzina di lauree honoris causa nel corso degli anni. Ma non poteva immaginare cosa sarebbe nato da quel primo incontro a quattro mani. Mentre il marito operava instancabile in tutto il mondo, la signora Martha Müller-Lüthi aveva acquistato un terreno a Schöngrün fuori Berna per la casa di famiglia e si era circondata di musicisti, artisti, architetti. Poco lontano, in un piccolo cimitero, riposavano le spoglie di un artista nato e morto a Berna, ma che aveva ricevuto la cittadinanza svizzera solo una settimana dopo la sua scomparsa: Paul Klee.

Una serie di circostanze Quando nel 1998 Martha Müller-Lüthi organizza un concerto per gli 80 anni del marito invitando Pollini a suonare al Kunstmuseum di Berna – concerto che casualmente è seguito da una conferenza sulla sorte delle centinaia di opere di Klee donate dagli eredi alla città con la condizione che si edificasse un museo entro il 2006 – il cerchio si chiude, si compie il destino di un luogo e Berna si sdebita definitivamente con l’artista rimasto straniero in patria per tutta la vita. I coniugi Müller donano infatti il terreno di Schöngrün e 30 milioni di franchi per la costruzione del nuovo museo, mentre Pollini telefona all’amico architetto Renzo Piano, creatore tra gli altri del Centre Pompidou a Parigi e della Fondation

Un particolare dell'edificio in cui prevalgono il legno il vetro e il metallo Pagina precedente: una veduta generale della struttura e, in basso, la volta nell'area caffetteria


Le curve armoniose della struttura si innestano perfettamente all'interno dell'ambiente naturale

Beyeler di Basilea, che accetta di progettare la nuova dimora per le 4.000 opere di Klee (un quarto della sua produzione) donate dalla famiglia e da vari collezionisti. Piano, conquistato dalla sensazione “di immenso e di infinito” provata tra i campi di Schöngrün, scrive in una lettera ai promotori del museo “La dimensione del silenzio è quella che meglio si adatta a questo artista: un poeta del silenzio deve far riflettere sulla natura fondamentalmente silenziosa non solo acustica, ma anche visiva, del museo che sarà dedicato alla sua opera”. A pochi chilometri dal centro di Berna e attraversato dall’autostrada, Schöngrün appare ancora oggi solo sfiorato e incredibilmente immune dalla frenesia urbana che lo circonda. Una pace profonda, degli occhi e della mente, si impadronisce del visitatore. Anche il cuore rallenta i battiti e si adegua al ritmo della passeggiata sognante fra le ondulazioni del terreno. È in questa profonda armonia che l’architetto percepisce come “lo spirito di questo luogo risieda tutto nel movimento dolce della collina” e decide di costruire un luogo “al riparo da tutto ma vicino a tutto”, dove il rispetto dell’ambiente naturale sia totale. Luce, arte e natura Non è più soltanto un museo, ma un vero e proprio Centro quello che viene inaugurato nel 2005, perché Klee non era solo artista, ma anche professore al Bauhaus e violinista di grande talento. E allora le colline-museo diventano tre – l’esposizione delle opere, l’auditorio per i concerti e il centro di ricerca – che, triplicando l’ondulazione del terreno e riproducendola in vetro, acciaio e legno chiaro, si stagliano con incredibile perfezione sulle montagne dello

Attraverso le sue forme l'edificio partecipa attivamente alle caratteristiche del territorio circostante. La ritmicità dei tre corpi principali rimanda inoltre, in modo non allusivo, all'opera stessa di Klee


La luce, catturata dalle ampie vetrate, contribuisce a definire e a rafforzare la linearità degli spazi interni

sfondo. Ma anch’esse sono solo un accenno e scompaiono subito sprofondando nel verde dei campi, per non turbarne la quiete. Solo un ottavo dell’edificio emerge; al di sotto, nel protettivo ventre della terra, sono custodite le opere, che vengono esposte 200 per volta ogni semestre “così da poter reinventare il museo ogni volta” scrive l’architetto.

Una sala in cui il bianco è assoluto, un luogo quasi sacro, dove alla luce naturale non è permesso penetrare per non ferire i frammenti di natura catturati nei sensibili acquarelli esposti e dove persiste una sensazione di immutabilità e di sospensione spaziotemporale nell’assenza di percorsi predefiniti fra i pannelli sospesi che ospitano i quadri. Sopra


Luogo di cultura e di testimonianza artistica, il Centro Paul Klee è anche spazio di riflessione e meditazione

invece, nei sedicimila metri quadrati di terreno, la natura regna incontrastata e impartisce i suoi ritmi alle coltivazioni che si alternano a coprire le colline in ogni stagione (grano, girasoli, colza) variando ogni giorno il paesaggio, così come mutano le infinite sfumature di colore nei mondi onirici di Klee ■

Zentrum Paul Klee Monument im Fruchtland 3 3006 Berna www.zpk.org Orari Martedì–domenica 10.00–17.00, lunedì chiuso


DIY ovvero l’esclusività low cost di Giorgia Reclari

L’attesa in un hangar sperduto in una periferia e poi la corsa caracollante con bagaglio a mano sulla spianata di una pista, l’arrembaggio alla scaletta, le gomitate per la conquista del sedile in anticipo sulla scolaresca urlante. Oppure il pesante carrello da spingere…

Tendenze

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… in un immenso magazzino fra muraglie di misteriosi imballaggi alla ricerca del nome (impronunciabile) di un comodino o di una poltrona, lo stesso carrello ogni volta sovraccarico di scatoloni (di solito sovrastati dall’immancabile palma o papiro in vaso) da far inglobare alla propria automobile e poi... l’arrivo a casa, lo spacchettamento e, per molti, l’inizio dell’incubo: il montaggio. Sono scene di ordinario lowcost: il mondo e il design alla portata di tutti, se dotati di sufficienti capacità di sopraffazione dei rivali nell’assalto agli aerei e di decifrazione di codici e istruzioni criptate sul montaggio

dei mobili. È la conquista del terzo millennio, una benedizione per schiere di studenti e squattrinati, un trionfo democratico globale. Eppure, quando si inizia a scoprire che almeno una decina di conoscenti hanno trascorso lo stesso Capodanno nella medesima capitale europea o si nota la stessa veduta di tramonto nella savana africana o la stessa sedia nella casa di vari parenti e amici, in un autogrill e nella camera di un albergo… non si può fare a meno di sentirsi un po’ globalizzati e omologati. Un frullato internazionale. Ma è proprio nel momento in cui si cerca l’originalità che cominciano i problemi. Se per quanto riguarda i viaggi, non è così difficile creare la vacanza “diversa” senza spendere capitali, per arredare la propria casa con oggetti di design occorrono invece ben altri investimenti. Ma allora una casa che sia esclusiva e lowcost è impossibile? A offrire una intrigante soluzione alla scontata equazione esclusivo = caro ci hanno pensato alcuni designer che in una mostra promossa da A T C a sa (il sito del “Corriere della Sera” dedicato

al design) all’ultimo Salone del Mobile di Milano hanno proposto alcuni progetti davvero alla portata di tutti. Il segreto? DI Y: Do It Yourself , ovvero “fai da te”. Sono idee in grado di personalizzare e dare un tocco creativo alle vostre abitazioni con pochi sforzi e una spesa minima. Per A12 Associati, per esempio, bastano una lampadina e una calza per realizzare una lampada ispirata alle installazioni dell’artista svizzera Pipilotti Rist; Antonio Cos sfrutta invece gli imballaggi di polistirolo per creare “Igloo”, illuminazioni dagli effetti di luce caldi e sorprendenti; Carlo Trevisani valorizza in poche mosse la classica lampadina solitaria penzolante dal soffitto. Ma non di sola luce si occupano i progetti. Anna Sacconi vi guida alla creazione di “Underworld 108”, pouf cucito come una palla da baseball. Mentre il tavolo di Marteen Bass è costituito dalle componenti di una sedia e di uno sgabello Ikea, assemblati con un pizzico di follia e sovrastati da un piano in vetro. Una provocazione contro l’obbligo di fedeltà alle istruzioni di montaggio!

Tutti i progetti e le istruzioni per la realizzazione sono reperibile all’indirizzo: http://atcasa.corriere.it/Speciali/Salone-delobile/2009/made/index.shtml


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Astri gemelli

cancro

Tra il 2 e il 3 luglio la Luna si troverà in opposizione nella vostra settima casa. Questo aspetto tenderà a scuotere l'emotività dei nati in maggio. Possibili immotivate gelosie nei confronti del partner.

Con l'ingresso di Mercurio nel vostro segno le vostre capacità intellettuali tenderanno ad amplificarsi arricchite dal vostro proverbiale intuito. Evitate di innestare polemiche distruttive nell’ambiente di lavoro.

Cercate di migliorare la comunicazione con il partner, evitando di perdervi in inutili discussioni. La stagione volge al meglio: vivete all’aperto e fate attività sportiva coinvolgendo anche i vostri familiari.

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Marte e Venere continuano a pungolare il vostro erotismo e così anche le vostre gelosie, Giove e Nettuno, in quadratura disturbano la vostra capacità di giudizio, rendendo sempre più fumosi i vostri obiettivi.

Fino al 3 luglio i rapporti interpersonali saranno disturbati da Mercurio. State attenti agli imprevisti e a non inviare per sbaglio una e-mail o un sms di troppo. Vita sentimentale comunque positiva.

Grazie a un fortissimo Mercurio, accompagnato dai transiti di Giove e Nettuno e da una forte espansione della coscienza creativa, potrete realizzare qualunque cosa. Erotismo acceso per i nati nella terza decade.

Volete risolvere le estreme sollecitazioni a cui da più di un mese siete sottoposti? Cercate di prendere tutto meno sul serio e sviluppate i valori espressi dal transito di Urano nella vostra quinta casa solare.

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Grazie agli ottimi transiti planetari si presenta veramente un ottimo periodo per trascorrere delle ore liete in compagnia del partner. Una volta ogni tanto il lavoro o la logica mettetela da parte. Divertitevi!

Importanti collaborazioni e nuovi contatti si profilano in ambito lavorativo. Sul piano affettivo cercate di comprendere le ragioni dell’altro. Possibili acquisti immobiliari da valutare con grande attenzione.

Nuova passionalità per i nati in febbraio. State attenti a un improvvisa gelosia del partner. Evitate anche voi inusuali ventate di possesso. Grandi scenari professionali per i più creativi. Espansione della coscienza.

Grazie a Marte e Venere la vita sentimentali si arricchirà di passione. I nati nella seconda decade, da tempo sotto l’effetto di Saturno, approfittino di questo periodo per abbandonare atteggiamenti superati.

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Orizzontali 1. Sconfisse Massenzio • 9. Si contrappone a iper • 10. C’è anche il Nero • 11. Cono centrale • 12. Paranoico, vaneggiatore • 15. Infezione intestinale • 16. Copricapi papali • 17. Si detrae dal lordo • 19. Il noto Renis • 21. Il porto dal quale salpò Colombo • 22. Austria e Nuova Zelanda • 23. Hanno la bacchetta magica • 24. Abitavano l’Olimpo • 25. Gigaro • 26. Cabina centrale • 27. Oscura • 29. Seracco centrale • 30. La nota Falana • 32. Gradino di legno • 33. Lamenti poetici • 34. Art. spagnolo • 35. Cons. in suolo • 36. Breve esempio • 37. Il nome della Marcuzzi • 40. Il Nichel del chimico • 41. Meritevoli (f) • 42. Se le lavò Pilato • 43. Precede Vegas • 45. Il Vallese sulle targhe • 47. Mattatoi • 49. Personaggio dell’Otello • 50. Pesce prelibato.

6. Accordo, negoziato • 7. Pron. personale • 8. Il “compleanno” del nome • 13. Il giorno trascorso • 14. Concreto • 18. I confini di Roveredo • 21. Paralizzato • 23. Il lontano West • 26. Danze • 28. Mezza tara • 29. Nome di donna • 31. Vi sosta la carovana • 34. La rapì Paride • 37. Il primo uomo • 38. Società Nuoto - 39. Regione tedesca • 44. Stop! • 46. Società Anonima • 48. Spagna e Romania.

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Verticali 1. Tipico rapace delle zone artiche • 2. Ognuno ha la propria • 3. Fondamentali, essenziali • 4. Fa palpitare il cuore • 5. Sono sette in Biancaneve •

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» a cura di Elisabetta

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I transiti planetari favoriscono importanti iniziative valide sia sul piano creativo sia su quello personale e affettivo. Particolarmente favorito chi opera in ambienti legati alla divulgazione scientifica.

La soluzione verrà pubblicata sul numero 29

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03.04.2009

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Centinaia di famiglie vivono in questa bidonville che, nella stagione umida, diventa Villaggio di Koh Kong una fogna a cielo aperto, covo di infezioni e malattie

Amare qualcuno miracolo

invisibile

altri

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