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13 DICEMBRE - 03

R L’Ospedale di Locri? vetrina

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PROVOCAZIONE (MA NON TROPPO)

E se il tentativo disperato di salvare l’ospedale di Locri fosse in realtà molto più controproducente dell’alternativa? Vincenzo Carrozza propone lo smantellamento del nosocomio spoke del nostro comprensorio e il suo rimpiazzo con una struttura moderna e gestita in maniera completamente opposta rispetto a come viene amministrato oggi l’Ospedale della Locride.

Io lo butterei giù…

VINCENZO CARROZZA*

ospedale di Locri andrebbe raso al suolo. Per quello che rappresenta, che ha significato. L’ospedale di Locri non è mai stato interprete della sanità pubblica, nonostante gli ottimi professionisti che hanno lavorato e che ancora, miracolosamente, ci lavorano tra mille difficoltà. L’ospedale di Locri ha sempre rappresentato un coacervo di interessi privati, alcuni leciti, molti illeciti. La politica ne ha fatto carne da porco. E carne da porco è stata per i vari, diversificati e, spesso, fantasiosi fornitori di servizi e beni che negli anni hanno avuto rapporti con l’ospedale di Locri. L’ospedale di Locri andrebbe raso al suolo e ricostruito non per gli interessi privati, questa volta, ma per i cittadini. Andrebbe ricostruito per curare le migliaia di cittadini della Locride che hanno gli stessi diritti di tutti gli altri cittadini della Repubblica italiana, compreso quello di essere curati adeguatamente. Se dovessi riferirmi a una immagine, nessuna sarebbe più calzante della cacciata dei mercanti dal tempio. Non esiste posto dove la vita è sacra come un ospedale. I luoghi di culto curano l’anima, ma gli ospedali curano i corpi. E gli uomini, le donne, i bambini della Locride, che posseggono quei corpi, hanno il diritto di non essere merce di scambio. Hanno il diritto di non essere merce per nessuno. Pandolfo e Marino, la relazione Basilone. I milioni di euro spesi male o non spesi. Gli spazi dell’ospedale utilizzati come deposito di spazzatura. Gli ascensori sempre guasti. La strumentazione medica sempre in panne. Il Pronto soccorso intasato, con pochi medici, pochi mezzi e tanti utenti che chiedono salute e giustizia. Le ambulanze che funzionano a ritmo alternato. L’ospedale di Locri è un povero corpo straziato. Nemmeno nelle aree più remote dell’Africa ho mai visto questo scempio. L’elisoccorso è la foglia di fico messa su tutto questo disastro. L’elisoccorso è il messaggio di rassicurazione (falsa) di una politica confusa, che non riesce a programmare, che non riesce a darsi degli obiettivi e che, andando a Roma, non è riuscita a chiedere nemmeno una commissione di inchiesta parlamentare su quello che è uno dei più grandi scandali nazionali di sempre: il buco di oltre due miliardi (forse tre, forse quattro, chi lo sa?) della sanità pubblica calabrese. Segno che le malversazioni, la destrutturazione della sanità, la confusione e l’incompetenza sono diventati ormai sistema. Un cancro, un modus operandi molto difficile, se non impossibile da eradicare nonostante i commissari e i commissariamenti. È tempo di cambiare sistema. A chi si lamenta per le tende da campo, che forse si tireranno su per combattere il Covid-19, dico che, nel caso dell’ospedale di Locri, una tenda da campo vale il doppio di quel che vale la struttura dell’ospedale. Non

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si riesce a capire che non è importante la struttura, tenda o cemento, ma le risorse umane che ci lavorano, l’organizzazione che si ha, i protocolli che si seguono, la strumentazione che si ha a disposizione. Le tende sono per i cittadini, per curare la salute e non per i privati interessi che hanno già lucrato abbastanza. Oltre il consentito. Detto questo, perché andava detto: non volevo sembrare uno di quegli smemorati, che abbondano nella nostra regione, che parlano solo in malafede, per partito preso, mi sento di dire che non sarebbe uno scandalo affidare la costruzione e la gestione degli ospedali, in Calabria, a compagnie private. Mi spiego meglio e, per farmi capire dirò della mia esperienza in campo sanitario negli ultimi anni. Grandi enti sovranazionali, come le Nazioni Unite, la NATO, e altri, da tempo appaltano, mediante bandi internazionali, la costruzione e la gestione di ospedali, non solo da campo (come cerca di spiegare inutilmente Gino Strada), a compagnie private. Lo fanno anche stati come la Giordania, il Bangladesh, la Polonia, l’Ucraina ecc. La gestione viene affidata alla compagnia vincente per cinque anni, poi si rifà il bando internazionale e non è detto che sarà la stessa compagnia di prima a gestirla per i successivi cinque anni. L’organizzazione e il funzionamento di questi ospedali vengono verificati, annualmente, da ispezioni affidate ad enti terzi sovranazionali. Nel nostro caso si potrebbero affidare a soggetti europei indipendenti. Se i grandi ospedali metropolitani, o provinciali, per dire quello di Reggio, Catanzaro o Cosenza potessero rimanere a gestione pubblica, si potrebbe avviare questa nuova esperienza negli ospedali, che sono necessari per non privare del diritto alla salute intere fasce di popolazione calabrese, interprovinciali. Per dire a Locri, nella Piana, a Trebisacce e via discorrendo. Immagino che, per coprire il fabbisogno di salute dei nostri territori, ci vorrebbero almeno altre cinque strutture ospedaliere oltre quelle provinciali. Abbiamo bisogno di ospedali nuovi di zecca costruiti e gestiti in maniera indipendente e oculata. Sicuramente cinque ospedali così immaginati e condotti, costerebbero alla pari di un unico ospedale pensato, costruito e gestito con le solite vecchie regole del pubblico. Di solito le grandi compagnie private, specie quelle straniere, per dire inglesi, svedesi, americane eccetera, si avvalgono della esperienza e dei lavoratori locali. La Locride è ricca di risorse umane preparate in ambito sanitario. Soprattutto le strutture private, penso a quelle radiologiche, delle analisi cliniche o a quelle delle pulizie, che hanno lavorato bene in tutti questi anni con uno standard di qualità elevato. Accordi tra privati, che hanno esperienza e competenza, sono sempre auspicabili e cercati dalle grandi compagnie internazionali a cui rimane la gestione, la supervisione e il personale apicale. Demonizzare il privato è un grande errore, specie se pensiamo agli orrori, alle distorsioni gestionali, alla mancata erogazione di salute e di qualità della gestione pubblica in Calabria. *Medico e scrittore


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sanità

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Il presidente dell’Associazione Italiana Ospedalità Privata Calabria fa chiarezza sul funzionamento del settore privato, sul quale, nelle ultime settimane, se ne sono dette davvero di cotte e di crude. E, cominciando a comprendere come davvero funzioni questo articolato meccanismo, sorge spontanea una domanda: che caratteristiche dovrebbe avere la privatizzazione per divenire la risposta ai problemi del nostro territorio?

Anche in Calabria una buona sanità privata

ENZO PAOLINI*

Sulla vicenda Calabrese intervengono Rosy Bindi e Gino Strada. Bene. Si eleva il livello della discussione e si intravedono contorni chiari e politicamente seri. Il Ministro della Salute (l'ultimo riconoscibile, competente e attendibile) ricorda che la legge che ha introdotto l'obbligo della programmazione e le regole per l'accreditamento con oneri a carico del SSN (cioè i controlli, l'appropriatezza, la qualità, i livelli essenziali di assistenza) al fine di rendere concreto il principio solidaristico e universale, porta il suo nome. E ha ragione. Solo che ancora oggi, a distanza di trent'anni quasi, gran parte di questa legge resta, in pratica inattuata. Servirebbe, eccome, renderla viva per consentire, in Calabria, risparmi di spesa ed efficienza nelle cure. Basterebbe applicare alla lettera - ad esempio l’art. 8 quinquies per avere d'un sol colpo lo sfoltimento delle liste d'attesa, l'abbattimento dell’emigrazione sanitaria, la valorizzazione e il potenziamento della medicina del territorio e specialistica, la deospedalizzazione, il controllo sulla qualità, il potenziamento della rete urgenza emergenza e un consistente risparmio e virtuoso utilizzo delle risorse. Una chimera? Direi di no, è tutto scritto lì, ed è a portata di mano, abbiamo personale, professionalità e capacità per realizzarlo. Occorre solo una classe dirigente competente e con idee chiare. Che magari apra un confronto anche con Gino Strada, per capire a cosa si riferisce quando dice che "bisogna spezzare il legame con i privati". Saremo senz'altro d'accordo con lui se avesse aggiunto (ma pensiamo che questo volesse dire) altre due o tre parole: “i privati che imbrogliano, speculano e rubano.” Sono questi signori che dobbiamo allontanare. E, come Strada sa bene, stanno e nel privato come nella Pubblica Amministrazione, negli ospedali, nelle Onlus e nei Tribunali. Un buon amministratore - che di questo ha bisog-

no la Calabria - è quello che distingue. Non quello che chiude gli occhi e parla per frasi fatte. Ma noi pensiamo - conoscendo la storia e la personalità di Gino Strada - che questo abbia voluto dire e che la sua frase “i privati devono smetterla di lavorare con soldi pubblici, se vogliono devono usare i soldi loro” sia una semplificazione giornalistica per metterlo in contrapposizione con la Bindi. Tutte le strutture sanitarie del Paese lavorano con soldi pubblici. Anche Emergency. Perché per fortuna il sistema prevede che le cure tutte, e per tutti, per il ricco e per il povero, vengono pagate con le risorse derivanti dal prelievo fiscale, dove chi ha di più paga anche per chi ha di meno. Se invece l'intenzione di Strada dovesse essere quella di ripristinare il monopolio delle strutture a gestione esclusivamente pubblica escludendo quelle a gestione privata dalla possibilità di inserirsi nel servizio sanitario pubblico e lasciando loro solo la possibilità di farsi pagare dai cittadini,

dovrebbe dirlo più chiaramente. Perché ciò significa, semplice semplice, il ritorno alla sanità dei ricchi (quelli che possono permettersi eccellenze nel privato a pagamento) e dei poveri (quelli che possono andare solo negli ospedali pubblici). Ma noi pensiamo che non sia così. E se così dovesse pensare Strada non saremo d’accordo. Il servizio sanitario pubblico italiano è stato una grande conquista democratica. La riforma Bindi ha messo tutti gli erogatori sullo stesso piano: quelli a gestione pubblica che impiegano totalmente le risorse pubbliche (immobili, detrazioni, investimenti, stipendi ecc. ecc.) e quelli a gestione privata, che investono il proprio e non fruiscono di alcun contributo pubblico. Tutte, pubbliche e private, vengono (dovrebbero essere) verificate allo stesso modo in termini di controlli, standard qualitativi, dotazioni tecnologiche, requisiti strutturali e organizzativi. Tutti devono erogare diagnosi e cure senza oneri per tutti i cittadini indistintamente, e tutte - pubbliche e private - devono essere remu-

nerate nello stesso modo con tariffe criteri e tetti di spesa fissati dallo Stato. Cioè il contrario di ciò che qualche testa fina affida allo sfiatatoio dei social. Perché in realtà le strutture pubbliche non vengono remunerate a tariffa bensì a piè di lista, per ciò che fanno e per ciò che non fanno; in sostanza per ciò che costano. Utilizzano beni pubblici e usufruiscono degli investimenti dello Stato, e pagano tutto, anche gli sprechi, con soldi pubblici. Le strutture private vengono remunerate con contratti e con tariffe imposte dallo Stato e solo per le prestazioni che erogano. Non usufruiscono di nessun bene pubblico, di nessun investimento pubblico, ovviamente non sprecano (e se lo fanno è a loro danno) e pagano gli stipendi con i propri soldi. Dunque - con buona pace degli urlatori nelle arene televisive e non - non risucchiano neanche un centesimo pubblico. Vengono pagate (spesso tardi e male) per un lavoro svolto come servizio pubblico. Come è giusto che sia. Altrimenti dovrebbe dirsi che anche un medico di un qualsiasi reparto ospedaliero, quando riceve lo stipendio, risucchia soldi pubblici. Le truffe, le speculazioni e gli imbrogli sono altra cosa. Vanno denunciate con nomi e cognomi senza incriminare un sistema o una categoria intera. Organizzare tutto ciò senza tollerare sprechi, senza consentire imbrogli, senza chiudere gli occhi davanti alle speculazioni è compito della Regione. Si chiama governo. E deve essere fatto da onesti e competenti. Quello che è mancato in Calabria e continuerà a mancare se si continuerà a pensare improbabili soluzioni con prefetti, generali poliziotti. Loro cercano - benemeriti - di snidare gli ndranghetisti e i disonesti di tutti i tipi. A noi servono i buoni governanti, scelti e selezionati dei modi virtuosi della democrazia. Ma per riuscirci occorre che la classe dirigente sia selezionata per scelta e non per nomina. Semplicemente perché la nomina fa declinare verso il basso il livello qualitativo della politica. Questo è il vero problema, alla fine. *Pres. Ass. Italiana Ospedalità Privata Calabria

La tavola rotonda promossa da Raffaele Sainato

“Recovery Fund per la Statale 106: un’occasione da non perdere” Si terrà mercoledì 16 dicembre, alle ore 18:00, in diretta Facebook, una tavola rotonda promossa dal Consigliere Regionale di Locri che, attraverso le autorevoli voci di esperti del settore, cercherà di fare luce sulle possibilità di impiego dei fondi in arrivo in Italia per il miglioramento della viabilità sull’asse Reggio Calabria - Taranto.

Recovery Fund per la statale 106: un’opportunità da non perdere”, questo il titolo della tavola rotonda online organizzata dal Consigliere Regionale Raffaele Sainato, mercoledì 16 dicembre alle ore 18.00, in diretta facebook sulla pagina della Riviera. All’incontro, moderato dall’editore, Rosario Condarcuri, parteciperanno l’onorevole Fulvio Martusciello, europarlamentare di Forza Italia, l’onorevole Antonio Viscomi del Partito Democratico, la senatrice Gelsomina Vono di Italia Viva, il Presidente del Comitato dei Sindaci della Locri, Giuseppe Campisi, il Sindaco di Roccella Ionica, Vittorio Zito, il prof. Mario Diano e l’avv. Francesco Macrì per il Corsecom e rappresentanti dell’ANAS. “Le risorse previste dal Recovery Fund sono fondamentali per il completamento della Strada statale 106-Jonica, anche tristemente definita la strada della morte. Allo stato attuale, infatti, a causa della conformazione della strada, dell’intenso traffico e degli attraversamenti dei centri urbani costieri, questa fondamentale arteria di comunicazione, unica per la fascia Jonica, da Reggio Calabria a Taranto, non garantisce la giusta qualità di servizio, necessaria per una rapida connessione di tutta la zona costiera, non solo calabrese, con il resto della penisola. Il rifacimento e l’adeguamento dell’opera gioverebbero, quindi, all’economia dell’intero Mezzogiorno e garantirebbero l’apertura in Europa di una nuova frontiera verso il Sud e sul-

l’intero bacino del Mediterraneo. Per questo motivo ho deciso di approfondire il tema nel corso dell’evento online con la Riviera, che si trasformerà in una proposta seria e concreta al Governo Conte. Il Recovery Fund, con i suoi 209 miliardi di euro previsti per l’Italia, rappresenta una occasione imperdibile per le aree che più sono in affanno nel Paese e che hanno perso ulteriore terreno a causa dell’emergenza epidemiologica in corso. Tutti gli studi più accreditati, dallo SVIMEZ al CENSIS, solo per citarne alcuni, sostengono l’urgenza, specie al Sud, di una forte spinta all’economia attraverso massicci interventi in opere pubbliche strategiche. La Strada Statale 106, in tutta la sua estensione, è proprio questo, rappresentando una infrastruttura vitale non solo per il Mezzogiorno, ma per l’intero Paese. Basti pensare a quanto ne gioverebbe la mobilità infraregionale, ma, soprattutto, quella interregionale e internazionale. Per la Calabria e la Locride, in particolare, si aprirebbe un doppio corridoio, uno a Sud, verso le aree mediterranee e uno a nord, in direzione dell’asse adriatico, che consentirebbe di innestarsi nei grandi flussi commerciali transnazionali. Sono consapevole, quindi, che occorre raccogliere quanto in questi mesi è stato fatto dalla società civile e della istituzioni sul territorio e portare queste proposte, con urgenza, sul tavolo del Governo nazionale”, ha così concluso il Consigliere Sainato.


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PROCESSO LUCANO L’ultima udienza del processo a Mimmo Lucano sembra aver ribaltato completamente il quadro accusatorio. A dimostrare la buona fede e la correttezza dei procedimenti attuati dall’ex sindaco di Riace ci sarebbero anzi otto elementi che sembrano comprovare invece la tesi di un processo basato su presupposti politici e non penali. Non resta adesso che attendere gennaio per assistere agli ulteriori sviluppi.

Otto elementi pro imputati PIETRO MELIA Più il processo va avanti più nitidamente prende corpo e si materializza una sensazione: quel processo, nato in una determinata fase politica e costruito (da più componenti, politiche e amministrative) con l’obiettivo dichiarato (politicamente e umanamente deprecabile) di demolire un modello (Riace) e di schizzare fango su chi ne era stato (involontariamente, fu il vento disse…) l’artefice (Mimmo Lucano, che non era ancora sindaco, lo diventerà per volontà popolare anni dopo…), non aveva (e non ha) ragion d’essere. È stato infatti istruito – è questa è più di una sensazione - su presupposti, appunto, politici e non penali. Lo testimonia in modo inequivocabile la ricca documentazione che viene via via, col trascorrere delle udienze, depositata al Tribunale di Locri, dalla quale risulta in maniera chiara l’insussistenza di tutti i fatti contestati agli imputati, da Mimmo Lucano in giù. Prove d’innocenza, abbiamo titolato in copertina. Il titolo (forse un po’ spinto, azzarderà qualcuno…) è però il frutto di una valutazione certosina di otto dei capitoli sostenuti dall’accusa e che il dibattimento, condotto da un magistrato davvero terzo, sta gradualmente sbriciolando. 1) Il frantoio è stato realizzato con legittime disponibilità finanziare dall’Associazione Città Futura, derivanti da ingenti liberalità private e da somme di cui l’Associazione poteva regolarmente disporre in quanto non assoggettata a obbligo di rendicontazione; ed è risultato altresì che tale frantoio è destinato ad attività d’integrazione dei migranti. 2) Per quanto riguarda le tre case oggetto di contestazione, è risultato che la normativa in materia prevede che possano essere destinate ad abita-

zioni di migranti anche case non originariamente inserite nei progetti; è risultato che vi è autorizzazione pacifica dello Sprar ed è risultato che in queste tre case abitavano regolarmente migranti inseriti nei progetti. 3) È risultato che le carte d’identità potevano essere rilasciate dal Comune gratuitamente, non essendo il Comune in situazione di dissesto ed è risultato, ancora, che i relativi cartoncini venivano acquistati a spese del Sindaco Lucano e di altri Assessori. 4) È risultato che la normativa nazionale e le convenzioni internazionali consentono il rilascio delle carte d’identità ai migranti dimoranti, compresi i neonati di 4 mesi. 5) È risultato che le due cooperative sociali affidatarie del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani sono state regolarmente costituite con atti pubblici notarili, che hanno svolto il servizio in modo ottimale e che lo hanno svolto anche a costi inferiori rispetto a quelli usuali. 6) È risultato che Mimmo Lucano è pressoché nullatenente e non ha avuto alcun vantaggio personale, né economico né di altro tipo, dalle vicende contestate. 7) È risultato, come affermato dal GIP di Locri e dal Tribunale del riesame di Reggio Calabria, che le dichiarazioni del soggetto che sarebbe stato vittima di concussione sono inutilizzabili e inattendibili e che questo soggetto riempiva di sms il Sindaco Lucano, Capone e altri, e che, questi, nel 2017, avevano sporto querela-denuncia contro il soggetto in questione, e che, nonostante le note inviate dal Sindaco Lucano affinché si procedesse, la Procura ha formulato – due, tre mesi fa – richiesta di archiviazione: va tra l’altro sottolineato che, nonostante nelle imputazioni a carico di Lucano e degli altri le fatture emesse da questo soggetto vengano definite, testualmente, “fatture false”,

nessuna iniziativa giudiziaria è stata mai assunta nei suoi confronti, il quale addirittura, dopo essere stato pagato dall’Associazione, ha inviato alla stessa una lettera tramite legale per richiedere un nuovo pagamento. 8) È risultato, infine, che i migranti ospitati a Riace non venivano inseriti nei progetti da Mimmo Lucano, ma dallo Sprar e dalla Prefettura, ovviamente a conoscenza, per averli loro stessi inseriti, della loro collocazione e che avevano, altresì, il potere, qualora lo avessero ritenuto, di estrometterli da tali progetti. Il processo riprenderà a gennaio (e la Riviera continuerà a occuparsene…), con l’inizio del nuovo anno, che si spera migliore di questo stramaledettissimo 2020. Ma, nel frattempo, sarebbe opportuno che sul modello di accoglienza-integrazione di Riace, portato a esempio in tutto il mondo, sulla sua eccellenza e sull’auspicio che tale modello possa funzionare da esempio per possibili altre esperienze, si possa aprire, e da subito, un serio dibattito parlamentare. Mentre la RAI non può più rinviare sine die (è stato impegnato denaro pubblico, e di questo deve cominciare a dar conto la governance della mia ex Azienda!) la messa in onda della fiction con Beppe Fiorello nei panni di Mimmo Lucano. L’auspicio è che anche deputati e senatori democratici di questa regione sul tema (modello Riace e censura) non lascino solo la parola ai sovranisti e ai razzisti ma dicano finalmente anche la loro e si battano per affermare un diritto fin qui calpestato: quello di una corretta informazione in una tv di Stato non di parte, come si è mostrata finora, ma realmente al servizio dei cittadini e dell’interesse pubblico.

I DONI DI ABUBAKAR SOUMAHORO A RIACE

Un “invisibile” tra gli “invisibili”

Nonostante l’approssimarsi del Natale dovrebbe essere un momento di riflessione sul dovere morale di tendere la mano al prossimo, nell’intervallo di tempo trascorso tra lo scorso Natale e quello che si sta avvicinando, a Riace, si è innescata una catena di eventi che ha apparentemente dimostrato quanto sia semplice dimenticare la nostra umanità. Oggi, alla chiusura di questo strano cerchio, tuttavia, le cose sembra che stiano finalmente cambiando.

ISIDORO NAPOLI* I gestori delle locande che rifiutarono l’ospitalità a un Uomo che portava, in groppa a un asinello, la Donna in procinto di partorire, sicuramente tennero conto del rischio di essere denunciati per il reato di favoreggiamento alla immigrazione clandestina. La Donna partorì la stessa notte, in una stalla (non le pendeva sopra l’ordinanza di demolizione per la mancanza del certificato di abitabilità), un asinello e un bue riscaldarono la mangiatoia dove fu adagiato il Bambino. Nessuno, per fortuna, quella notte fu denunciato. Incriminazione che invece è stata notificata, esattamente un anno fa, a una manciata di giorni dalla ricorrenza natalizia, all’ex Sindaco di Riace, per essersi macchiato del crimine di avere concesso la carta di identità a un neonato di pochi giorni di vita e alla sua Mamma per consentirgli di essere regolarmente assistito da un Pediatra perché era ammalato. Nella cattolicissima Italia. Non sappiamo con certezza se il parto avvenne esattamente a mezzanotte. Una

parte della comunità cattolica, rigorosamente fedele alla narrazione, urla allo scandalo contro chi vorrebbe, per ragioni di sicurezza sanitaria, anticipare la celebrazione della ricorrenza di qualche ora; sono le stesse persone che non considerano che quella Donna dovette partorire in una stalla, perché le fu rifiutata l’ospitalità in tutte le locande della città. Quest’anno a Riace, nel Villaggio Globale, ci si preparava a celebrare un Natale grigio e sommesso. Il meticoloso tentativo di demolizione e smantellamento di un sogno da parte delle “autorità” si è aggiornato attraverso il mancato rispetto delle sentenze dei Tribunali. Due sentenze. Il TAR di Reggio Calabria prima e il Consiglio di Stato successivamente bocciano, senza alcuna attenuante, le decisioni del Ministero degli Interni (SPRAR) e della Prefettura (CAS) di sospendere le erogazioni dei contributi previsti per l’accoglienza e per l’integrazione. Qualche giorno fa, a Riace, al posto della Giustizia e dello Stato, arriva un camion pieno di provviste alimentari, a guidarlo è Aboubakar Soumahoro, nato nel 1980 a Bétroulilié, in Costa d’Avorio. Abubakar arriva in Italia nel 1999, a 19 anni; si laurea nel 2010 in Sociologia alla Università Federico II di Napoli con voto 110/110 con una tesi su “Analisi sociale del mercato del lavoro. La condizione dei lavoratori migranti nel mercato del lavoro italiano: persistenze e cambiamenti”. Oggi, Aboubakar Soumahoro è Sindacalista del Coordinamento Agricolo dell’Unione Sindacale di Base (USB), si occupa soprattutto della tutela dei diritti dei braccianti, della lotta al caporalato e dello sfruttamento lungo la filiera agricola. Un invisibile che non dimentica gli invisibili. Un invisibile, rispettoso delle tradizioni del Paese che lo ospita, che conosce bene, molto meglio di tanti farisei con feluca e galloni, i sentimenti che attraversano i cuori degli italiani in questi giorni in cui, per tradizione, le famiglie si uniscono davanti alla stalla ad adorare il Primo degli invisibili. In queste settimane l’assenza di rapporti umani impedisce di esternare sentimenti di comunione, in virtù dei sacrosanti divieti che

impediscono manifestazioni e tradizioni che hanno origini millenarie. Tuttavia i più, non dimenticano che c’è una fetta di Umanità che rischia di non avere di che sfamarsi la notte di Natale e anche nei giorni che la precedono e in quelli che la seguono; altro che la preoccupazione per il divieto delle grandi tavolate per il cenone della vigilia. Le scorte alimentari hanno riempito la sala del ristorante "Donna Rosa" al Villaggio Globale. Anche il modo utilizzato per la dis-

tribuzione di questi beni è importante ed è significativo. Alle famiglie dei rifugiati sono stati distribuiti, gratuitamente, dei "bonus" che ogni famiglia utilizzerà per "acquistare" il necessario, secondo i propri desideri e secondo le proprie usanze. Tali bonus avevano già sostituito la moneta corrente in un’epoca che appare remota ed erano stati una delle più belle intuizioni del cosiddetto "modello Riace”. In questo modo a ogni famiglia viene assicurato il rispetto della propria dignità, evitando la classica elemosina con la quale si appaga la coscienza di tanti farisei. Anche a migliaia di chilometri da Riace accade pressapoco la stessa cosa. Le Suore della Congregazione delle Ancelle Parrocchiali dello Spirito Santo, Congregazione, nata a Portigliola, nella Locride, a Paranaque e a Silang (Manila, Filippine) vivono nei pressi delle immense baraccopoli di Cubiq e Villa Paraiso, vicine alle centinaia di migliaia di invisibili, recitando e vivendo quotidianamente il loro Vangelo con una carezza a un Bambino, oppure asciugando una lacrima a una Madre perché questo è il modo migliore per recitare e vivere il Vangelo. Anche la notte di Natale. *Medico umanitario


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50 ANNI FA L’APPROVAZIONE DELLA LEGGE SUL DIVORZIO

A CURA BARBARA PANETTA

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Nella foto di questo gruppo di attivisti di Locri negli anni ’70, sono Pippo Polifroni, Bruno Lacopo, Peppe Panetta, Giorgio Schirripa, Enzo Reale, Antonella Schirripa e Rita Commisso

L’1 dicembre 1970 si compì il primo passo utile all’approvazione della controversa legge sul divorzio. Per comprendere a fondo quale sia stato il clima in cui quella norma venne approvata e quale il peso che quella lotta sociale ha avuto anche alle nostre latitudini, abbiamo parlato con due protagonisti di quelle giornate: Rita Commisso e Peppe Panetta.

Rafforzare i diritti di alcuni fa crescere le libertà di tutti

Una convulsa gestazione durata un quinquennio e una dura opposizione dei movimenti cattolici e della Democrazia Cristiana di Amintore Fanfani, allora salda maggioranza parlamentare, non riuscirono a fermare l'approvazione della legge Fortuna-Baslini (dal nome dei primi firmatari, il primo un socialista fuoriuscito dal Partito Comunista e il secondo un imprenditore milanese di stampo liberale) che, all'alba del primo dicembre del 1970, dopo un'estenuante seduta alla Camera dei Deputati, diede all'Italia la prima vittoria nella lotta per l'avanzamento dei diritti civili. Il fronte divorzista era costituito da comunisti, socialisti di varia estrazione, liberali e repubblicani, mentre quello contrario vedeva schierati i democristiani, i missini e i monarchici. Quest'ultimo si riunì immediatamente nel "Comitato nazionale per il referendum sul divorzio" di Gabrio Lombardi, credente oltranzista, e nel 1971 depositarono la richiesta di un referendum abrogativo, il primo dell'Italia repubblicana. Inutile dire che la Chiesa, nonostante una serie di distinguo di importanti personalità cattoliche, da Romano Prodi a Tiziano Treu, passando per Arturo Parisi, si schierò sulla linea antidivorzista. Seguirono tre anni di aspro confronto politico, andato al di là del merito della legge e sconfinato nei rapporti di forza tra maggioranza e opposizioni. In tal senso, fu emblematico lo slogan usato dal leader missino, Giorgio Almirante, che recitava “Contro gli amici delle Brigate Rosse, il 12 maggio vota sì”. Qualche anno dopo la sua morte, la vedova rivelò che lui stesso aveva in realtà votato a favore del divorzio, essendo lei stata sposata prima che si incontrassero. Il 12 maggio del 1974 andarono alle urne trentatré milioni di italiani, quasi l'88% dell'intero corpo elettorale, e circa il 60% votò contro l'abrogazione della legge sul divorzio, più di diciannove milioni di persone avevano scelto di dare una svolta storica al processo di avanzamento culturale e democratico dell'Italia. La laicizzazione dei diritti e delle libertà, tema usato come spauracchio dal fronte democristiano durante la campagna elettorale, da quel momento beneficiò di un importante slancio nella nostra società. Il NO ebbe una fortissima affermazione nelle regioni centro settentrionali, escluse il Veneto e il Trentino-Alto Adige, e in Sardegna, mentre il SI ha trovato il suo fortino inespugnabile nel Molise. In tutte le altre regioni l'elettorato si è pressoché spaccato a metà, facendo prevalere l'una o l'altra scelta per qualche decimo di percentuale, come successe in Calabria, dove il SI ebbe la meglio con il 50,85% di voti. Gli anni dell'approvazione della legge sul divorzio sono gli anni che seguono le battaglie dei movimenti studenteschi e operai sui diritti degli studenti e del lavoro, gli anni in cui le donne iniziano a discutere del loro ruolo nella società e della loro indipendenza economica e sociale rispetto all'uomo, una stagione effervescente nell'avanzamento dei diritti. Lo fu per l'Italia intera e lo fu anche per la Calabria e la sua fascia ionica. Il referendum sul divorzio ci ha dimostrato che anche quando si rafforzano i diritti di alcuni avanzano le libertà di tutti, oggi è necessario aprire una nuova stagione di modernizzazione culturale soprattuto sul fronte della parità di genere. Oggi come ieri, le donne e i giovani devono scendere in campo e condurre battaglie su principi come l'occupazione e le infrastrutture sociali, va abbattuto il muro di resistenza che impedisce alle donne di realizzarsi in vari ambiti, va conquistata un'eguaglianza raccontata a parole e scarsamente praticata nei fatti. L'approvazione della legge Fortuna-Baslini non portò a un cambio immediato nella società, i divorzi iniziarono a diffondersi qualche decennio dopo, quando la società imparò a metabolizzare quella libertà di scelta, ma senza quella battaglia referendaria saremmo ancora al palo sul fronte del diritto di scegliere liberamente di porre fine a un rapporto di coppia sofferente. Le lotte di quelle donne e di quegli uomini, dei tanti Rita e Peppe, ci hanno restituito un'Italia più giusta che ha bisogno di un nuovo impulso e di nuovi diritti per le generazioni che verranno.

Per capire quanto il referendum sul divorzio abbia influenzato anche la realtà sociopolitico della fascia ionica calabrese abbiamo parlato con due esponenti del movimento giovanile di sinistra di quegli anni, locresi di nascita, ma figli del mondo per visione e determinazione; Peppe Panetta, uno dei testimoni più importanti di quella stagione nonché dirigente storico dei partiti della sinistra calabrese, e Rita Commisso, dirigente politica e parlamentare della Repubblica dal '94 al ’96.

Rita Commisso: «Il referendum su una battaglia per la libertà» «La battaglia referendaria per il divorzio - ci racconta Rita Commisso - è il ricordo più bello della mia vita politica». In quegli anni Rita è stata impegnata in maniera diretta nella campagna elettorale al Comune di Locri, dove venne eletta insieme ad altri quattro compagni della sezione cittadina del PCI (Peppe Panetta, Carmelo Filocamo, Giorgio Schirripa e Totò Filippone) e, con una candidatura di servizio, anche alle successive elezioni politiche, ma «quella per il referendum - aggiunge - fu la battaglia per la libertà, all'interno della famiglia e della coppia, tutto quello che è venuto dopo è stata una catena a scendere, una serie di conquiste che le donne hanno ottenuto, ma non ne voglio fare un discorso tra donne e uomini, perché è stata un'intera società a rivoltarsi e anche quella ionica ha dimostrato la sua grande maturità e la sua grande apertura. Non c'è stato un comune dove si è perso, anche nei paesi più piccoli dell'interno si è affermato il voto per il diritto al divorzio. C'è stato un forte impegno - continua - da parte delle donne e, soprattutto, dei giovani per quella che vedevamo come una battaglia di civiltà e di libertà e che si è tradotta in iniziative, comizi, confronti su tutto il territorio. Il momento di cui conservo il ricordo più vivo è quello in cui è arrivato il risultato, ci sono stati cortei e bandiere, avevamo conquistato la libertà di opporci a questo mondo barboso e noioso. Contro la legge, scesero in campo i personaggi più importanti della Democrazia

Cristiana, anche a livello locale, così come la Chiesa, ma pur vivendo in una realtà che veniva rappresentata come arretrata, quando si è trattato di affermare il proprio essere, la propria volontà e di superare una serie di schemi e di ostacoli che riguardavano anche la tradizione, donne e giovani hanno sentito di doversi impegnare in prima persona». Sulle conseguenze che quella legge portò con sé e sulla figura femminile, Rita Commisso ha le idee chiare: «Quel segno fortissimo ha cambiato tutto, venivamo da un contesto in cui noi ragazze lottavamo in famiglia per il minimo indispensabile; la libertà di uscire, di fumare, di acconciarci i capelli in un certo modo, questo era il clima dentro cui nacque la nostra battaglia per il divorzio. Se ripenso a quella società e al rapporto che oggi, da madre, ho con mia figlia, sono sicura che quella stagione è stata fondamentale. Nonostante persistano ancora ostacoli concreti di differenziazione tra una donna di Locri e una di Milano sul piano delle opportunità professionali o nel campo dei servizi sociali, sono anche convinta che non vi siano diversità di apertura mentale o di desiderio di affermazione, dal punto di vista dell'orizzonte culturale siamo tutte fornite delle stesse capacità. Laddove si registrano assenze strutturali, si compensa con la capacità di pensiero, dei rapporti interpersonali, familiari. Siamo tutte donne allo stesso modo».

Peppe Panetta: «Lottammo per il divorzio con determinazione» Con Rita Commisso molto abbiamo discusso anche dell'influenza che il sessantotto diede alla battaglia sul divorzio ed è questo tema che abbiamo approfondito con Peppe Panetta, oggi indiscusso punto di riferimento per le giovani generazioni della sinistra calabrese. «Il movimento giovanile della ionica di quegli anni è stato uno dei più vivaci della Calabria e forse d'Italia, la sua dinamicità - ci racconta Panetta - ha inciso in maniera dirompente sul successo del NO al referendum in quel territorio. In quegli anni ci fu una rottura significativa della scena politica, a partire dalle vicende alluvionali del ’72/'73, che riguardarono San Luca e altri comuni ionici, che ha cambiato anche il personale politico della sinistra. Centinaia di ragazzi, tra cui io, Aldo Canturi, i fratelli Schirripa e Rita Commisso abbiamo iniziato a impegnarci e lo si è fatto con grande determinazione». Panetta ricorda l'occupazione del Liceo Classico di Locri del '74 che, insieme al Mamiani di Roma, fece partire la lotta per i decreti delegati per la gestione sociale della scuola, l'apertura ai genitori e agli studenti e ci racconta di una delegazione di quel movimento che partecipò all'incontro

con il ministro della Pubblica Istruzione, Franco Malfatti. Quelle furono acque smosse dal sessantotto, «quei decreti rappresentavano un'esigenza di democrazia e partecipazione alla vita della scuola. Il referendum sul divorzio aggiunge- è stata una tappa di una vivacità più complessiva, soprattuto a livello giovanile, che ha portato a una rottura nelle famiglie, con un effetto traino, perché ognuno di noi rappresentava una ventata di novità anche per i genitori, i parenti. Fu una battaglia fatta in un contesto di grande dinamicità politica che portò a un risultato eccellente nella ionica, con oltre il 60% di consenso sulla legge. Ricordo alcune compagne dell'Emilia - ci dice in conclusione - che vennero a sostenere insieme a noi la campagna referendaria. Tra il PCI di Reggio Calabria e quello di Reggio Emilia vi era un gemellaggio che si era materializzato già durante l'alluvione del ’72/'73, quando i bambini di San Luca, rimasti senza scuola, vennero portati a Reggio Emilia perché continuassero a seguire le lezioni, fu un gemellaggio che coinvolse il popolo».


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La Bovalino-Bagnara danneggiò la loro casa: riconosciuto il risarcimento Riceviamo e pubblichiamo una considerazione dell’avvocato Filippo Commisso, che racconta la storia dei suoi assistiti, che videro la proprio casa gravemente danneggiata dai lavori di realizzazione della Bovlino-Bagnara che, dopo 10 anni, vedono finalmente riconosciuto il danno subito dal Tribunale di Locri.

FILIPPO COMMISSO* I miei assistiti sono Strangio Soccorsa e Giampaolo Sebastiano (oggi in pensione) residenti lungo il Viale Aspromonte n. 60 (ex C.da Stalle) - fraz. di Natile Nuovo del Comune di Careri (RC). Una recente sentenza resa dal Tribunale Civile di Locri rappresenta la meritata rivincita (finalmente, dopo tanto tempo e dopo tante peripezie) nei confronti di un'Amministrazione - nello specifico quella Provinciale - che è stata sempre sorda nei loro confronti. La vicenda, oramai tristemente nota, risale al 2010, quando a seguito dei lavori eseguiti per la realizzazione del tratto stradale a scorrimento veloce denominato “BOVALINO-BAGNARA” indetti dalla Provincia di Reggio Calabria (oggi Città Metropolitana di Reggio Calabria), l'abitazione dei

coniugi subiva danni tali da renderla inagibile e pericolosa. In effetti, i lavori di scalzamento artificiale operati al piede del versante, interrompendo il declivio collinare, hanno azionato un moto franoso che ha provocato lo slittamento dei terreni sovrastanti verso valle; tale movimento franoso, influenzato dalla morfologia del terreno, ha interessato la strada provinciale e tutte le abitazioni limitrofe, sovrastanti e sottostanti, creando gravissimi fenomeni di dissesto ambientale. Il fabbricato dentro cui convivono la Strangio ed il Giampaolo è staticamente carente. Le strutture portanti, lentamente e gradualmente, si distaccano tra di loro, disaggregando l’unicità della struttura. Inoltre, il fabbricato sta subendo una inclinazione dal livello del pavimento che ad oggi sfiora una pen-

denza del 4%. Dal punto di vista estetico si assiste, altresì, al lento declino della struttura; in effetti, la facciata lato est è completamente smembrata con lesioni che raggiungono l’ordine delle decine di centimetri ed internamente le pareti sono interessate da una fessurizzazione diffusa. Per questi motivi ai coniugi viene riconosciuto un risarcimento di € 397.564,10, che senza dubbio ci soddisfa, ma vero è che trattasi solo del primo grado di giudizio e che l'Ente convenuto ha facoltà di proporre gravame avverso la sentenza che ci occupa. Abbiamo vinto la prima battaglia, forse la guerra sarà ancora lunga; ciò, comunque, ci vedrà sempre pronti a lottare fino alla fine. *Legale rappresentante coniugi Giampaolo e Strangio

Avvocato di Siderno vince una casa e 200mila euro col “Win for Life”

Foto notizia

È di alcuni giorni fa la notizia di una vincita clamorosa presso il punto vendita Sisal “Al Puntogiusto” di Siderno. Un avvocato del posto, infatti, avrebbe centrato un “5” fortunatissimo, coronando così il sogno di una vita.

Presso il punto vendita Sisal "Al Puntogiusto” qualcuno centra il “5” e vince 200mila € e una casa. Il fortunato vincitore è un avvocato, sposato ma non ancora padre, che oggi si sente più vicino a realizzare il suo progetto di mettere su famiglia. Come ha rivelato ai colleghi di “Gazzetta del Sud”, infatti, l’avvocato, che ci tiene a rimanere anonimo, ritiene la vittoria della casa, più che un sogno, un mezzo per realizzare al meglio il suo ambizioso progetto di vita. Ed è questo lo spirito che lo spinge a giocare periodicamente i numeri ancorati a date famigliari a lui particolarmente care. La decisione di puntare sul sistema “VinciCasa” lo ha aiutato per lungo tempo a fantasticare, perché la speranza di vincere, ha raccontato, è una grande motivazione a realizzare i suoi progetti. La scoperta di essere il fortunato intestatario della

storica vincita è avvenuta per caso, leggendo sui giornali che a Siderno era stata vinta una casa e 200.000 €. Nel solito bar che frequenta non si parlava che della vincita, con tutti i clienti che spendevano fiumi di parole a immaginare che aspetto avrebbe avuto quella casa se l’avessero vinta loro. Alla scoperta della vincita alla presenza della moglie, seppur incredulo all’idea che fosse accaduto proprio a lui, l’avvocato ha brindato al futuro con una bottiglia di spumante, quindi ha condiviso la bella notizia con tutti i suoi famigliari che saranno anche destinatari di regali, null’altro che quei piccoli gesti che confermano l’unione di una famiglia. Dal canto suo, l’avvocato ha già affermato che non smetterà di giocare i soliti 2 euro alla settimana nella ferma convinzione che la fortuna possa aiutare gli audaci anche più di una volta nella vita.

Locri vanta un nuovo magistrato Le più sentite congratulazioni a Ines Carabetta che, senza farsi abbattere da questi giorni difficili, ha concluso il proprio percorso di studi superando con successo il concorso in magistratura

Un locrese alla guida della Camera Penale di Roma L’esito delle votazioni per il rinnovo della carica di presidente della Camera Penale di Roma è favorevole al locrese Vincenzo Comi grazie alle 287 preferenze conquistate nella giornata di oggi. La lista a supporto dell’avvocato del nostro comprensorio stacca infatti di ben 137 la Lista Romeo e di ben 227 la Lista Gianzi, terza classificata. È un ulteriore riconoscimento del valore professionale espresso dai nostri concittadini al di fuori del nostro territorio.


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Io Compro Artigiano,

al via la campagna di Confartigianato Calabria L’artigianato riveste ancora oggi un ruolo fondamentale nell’economia calabrese eppure, a causa della pandemia, è oggi uno dei settori maggiormente a rischio. Per cercare di fare fronte alla crisi del settore e dare un’aiuto concreto agli operatori, Confartigianato Calabria avvia la campagna “ComprArtigiano”, un’iniziativa che sosterrà lo shopping natalizio presso le botteghe dei nostri paesi.

Scegliere un regalo realizzato o offerto da un’impresa artigiana del territorio è un gesto di cura per il luogo in cui viviamo, per preservarne la vitalità e l’unicità. Allora “facciamoci un regalo e facciamolo alle attività artigiane, commerciali e ai produttori che in questa fase sono state penalizzate, a chiudere e a resistere”. È questo il messaggio che lancia Confartigianato Imprese Calabria avviando la campagna “ComprArtigiano”. In Calabria - secondo i dati dell’Osservatorio MPI della Confartigianato Imprese Calabria - sono 7 mila le imprese artigiane - per lo più imprese famigliari – attive in 43 settori in cui si realizzano prodotti artigianali e si offrono servizi di qualità che possono essere regalati in occasione del Natale. Scegliere i prodotti e servizi artigiani offerti sul proprio territorio non vuol dire solo sostenere l’impresa, l’imprenditore e i 14 mila addetti e le loro famiglie, ma anche il benessere della comunità, dato che il 41,9% delle micro e piccole (3-49 addetti) imprese del territorio sostengono o realizzano iniziative di interesse collettivo esterne all’impresa – per lo più iniziative sportive, umanitarie, culturali e divulgative generali (non collegate all'attività dell'impresa), di contrasto alla povertà e al disagio sociale e socio- assistenziali. Si tratta del 98,6% delle imprese totali impegnate in attività di interesse collettivo. “L'acquisto di prodotti e servizi realizzati da imprese artigiane e micro piccole imprese locali è una scelta etica a sostegno del ter-

ritorio, in occasione delle festività natalizie così come nella quotidianità, che genera valore per l'acquirente, per il destinatario del dono e per la comunità – affermano il presidente e il segretario regionale di Confartigianato, rispettivamente Roberto Matragrano e Silvano Barbalace -. Anche con le limitazioni da Covid-19 le MPI e l’artigianato sono vicine ai propri clienti: si può comprare locale anche senza dover recarsi nel luogo in cui è localizzata l’impresa, il negozio, la bottega o il laboratorio, poiché a seguito delle limitazioni imposte a causa della diffusione del virus, molte imprese artigiane e MPI si sono attivate su canali alternativi di vendita realizzando consegne a domicilio, intensificando e organizzando del take away e anche accrescendo l’offerta tramite l’e-commerce”. Secondo i dati dell’Osservatorio si stima a dicembre una spesa delle famiglie in regali di Natale, intercettabile dalle imprese artigiane calabresi che offrono beni e servizi di qualità che possono essere regalati in occasione della festività, pari a 758 milioni di euro. “Un altro motivo per sostenere lo shopping natalizio di prossimità – rimarcano Matragrano e Barbalace – è legato al fatto che il Governo ha deciso di avviare da subito il Piano Italia Cashless, un programma volontario che consente di avere un cashback a chi effettua acquisti con carte di debito o prepagate. Fino al 31 dicembre chi paga con carte e app – la misura non sarà valida per gli acquisti on line – avrà un rimborso del 10% su tutti gli acquisti che effettuerà fino ad un massimo di 150 euro. Tale rimborso vale per la singola persona e sarà cumulabile all’interno della famiglia. Per usufruire di questo piano sarà necessario scaricare l’APP IO e identificarsi con la carta di identità elettronica o tramite SPID. Regalare una selezione di prodotti alimentari tipici realizzati da produttori locali o birre e distillati artigianali per un’esperienza di gusto unica. Oppure decidere di imbandire la tavola nelle giornate di festa con prodotti dolciari di qualità realizzati da imprese artigiane. Ancora, scegliere per sé o da regalare un mobile o un accessorio per la casa, con un contenuto unico di design, cura del dettaglio, materiali selezionati, o realizzato su misura per le nostre esigenze. O un capo di abbigliamento, un accessorio – dalla scarpa su misura al foulard in seta – un gioiello fatto a mano o un altro prodotto di artigianato artistico. Un gesto che Confartigianato Imprese Calabria si augura possa entrare nella quotidianità di ciascuno, perché permette di sostenere le imprese e i loro lavoratori insieme al benessere dell’intera comunità e a contribuire al made in Italy di qualità che ci rende unici al mondo. Confartigianato Imprese Calabria


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Al netto della cronaca impietosa, San Luca resta un borgo di grande cultura, in cui la determinazione della gente perbene riesce a rendere possibilità realtà di straordinario spessore come la Fondazione Corrado Alvaro. Ai piani alti, tuttavia, qualcuno si è messo in testa che tale istituzione debba cadere nel dimenticatoio.

cultura www.larivieraonline.com

A chi giova il declino della Fondazione Corrado Alvaro FORTUNATO NOCERA Sembra che, per l’Assessorato alla Cultura della Regione Calabria, la Fondazione Alvaro non esista più. È stata volutamente, colpevolmente e subdolamente cancellata, come un’entità malefica e fastidiosa a cui non bisogna dare più alcun credito. Non si capisce il motivo di tale comportamento discriminatorio da parte dell’Assessorato, che pure, in passato, aveva sostenuto sempre i programmi culturali della Fondazione: le tredici edizioni del prestigioso Premio Letterario Nazionale, la sua attività editoriale scientifica e divulgativa, le sue realizzazioni convegnistiche e tutte le altre numerose iniziative svolte nei ventitré anni di vita. Non si riesce a comprendere come una delle più efficienti e prolifiche entità culturali della Regione sia stata, di punto in bianco, scaricata senza motivo e senza dare alcuna spiegazione. Eppure, la Fondazione Alvaro non è una comune Associazione per la sagra della soppressata; essa è intitolata al più grande scrittore calabrese dell’era moderna e uno dei maggiori intellettuali italiani del ‘900, scrittore, saggista, drammaturgo, giornalista, uno dei precursori del giornalismo itinerante italiano; ed è nata, assieme alla Fondazione Vincenzo Padula di Acri, la Fondazione Morelli di Crotone e la Fondazione IMES di Catanzaro con deliberazione del Consiglio regionale nº 554 dell’8 marzo 1995, subito tramutata in legge regionale il 19 aprile 1995, nº 20; e vanta un Comitato Scientifico di altissimo livello, del quale hanno fatto parte, prima della loro dipartita, capiscuola della critica letteraria come il compianto Antonio Palermo, Antonio Piromalli e Accademici dei Lincei come il defunto Preside Vito Resta, oltre ai più prestigiosi italianisti e filologi italiani come Raffaele Sirri, Raffaele Pupino, presidente dell’Associazione Italianisti, Vicente Gonzales Martin dell’Università spagnola di Salamanca e tanti altri. L’iniziativa per la realizzazione della Fondazione è partita dal Consiglio comunale di San Luca dell’epoca e fu accolta dagli amministratori regionali come una opportuna novità e approvata all’unanimità. L’attività della Fondazione fu sempre svolta con diligenza e passione, gratuitamente, da un gruppo di volontari (sanluchesi) che si sono sempre impegnati al massimo, malgrado le poche risorse e le quasi inesistenti strutture, per realizzare quanto previsto dall’ Art. 3 dello Statuto. Sarebbe lungo e forse noioso elencare sistematicamente tutta l’attività svolta in questi anni; basti ricordare le tredici edizioni del Premio Letterario che portarono a San

Luca il fior fiore della cultura letteraria italiana come Giuseppe Petronio, Salvatore Settis, Bianca Garufi, Lorenzo Mondo, Antonio Ghirelli, Umberto Galimberti e tantissimi altri; o i Convegni di Studio celebrati a San Luca e in molte città italiane ed europee come Berlino, Madrid, Salamanca, Napoli, Assisi, Torino, Cuneo, Roma (nel Museo Capitolino, nel teatro dei Dioscuri e a villa Borghese), Vallerano, Milano, Cosenza, Reggio Calabria, Bologna, San Marco Argentano, Acri, Chiavari, Porto Santo Stefano in provincia di Grosseto. Trieste, Genova, Reggio Calabria, Brancaleone, Gioiosa Marina; o i corsi di scrittura Creativa tenuti a Polsi da grandi maestri come lo scrittore Luca Desiato, la giornalista Adele Cambria, lo scrittore Vincenzo Consolo, lo stesso

Presidente Professor Aldo Morace e specialisti della materia come Stefano Brugnolo e Giulio Mozzi; l’importate attività editoriale con la pubblicazione di decine di volumi, tra i a quali le ristampe di opere alvariane giovanili ormai introvabili come “La Calabria”, sussidiario scolastico del 1925 e “Polsi nell’arte nella leggenda e nella storia”, prima opera di Alvaro diciassettenne del 1912, e la pregevole collana Studi e testi alvariani diretta dal Presidente Aldo Maria Morace, ormai al settimo volume e tutti gli atti dei convegni alvariani celebrati. Il Presidente della Fondazione ha curato anche la direzione scientifica di un’opera basilare per la letteratura calabrese da titolo “Biblioteca delle Regioni – Scrittori della Calabria”, 25 volumi, opera basilare per gli studiosi della letteratura calabra. Non stiamo quindi parlando di un’oscura associazione di paese. Tutte le spese per le attività realizzate sono state sempre rigorosamente rendicontate con le relative pezze di appoggio. La Fondazione ha ricevuto sempre encomi anche da parte delle Istituzioni per queste sue attività che da molti sono state ritenute un vero baluardo di cultura e legalità, proprio come si erano riproposti i fondatori dell’Ente culturale: usare la cultura come mezzo di rinascita civile e il nome di Alvaro come simbolo di riscatto. Cos’è successo dunque? Perché da una certa data la Fondazione non ha più ricevuto i contributi regionali che pure sono previsti dalla legge regionale istitutiva 19 aprile 1995 nº 20, senza nessuna spiegazione? Questo atteggiamento è sorprendente, ancorché scoraggiante, e lascia chi si è dedicato con sacrifici personali per anni al riscatto di questo sfortunato paese di San Luca, amareggiato e deluso. Non osiamo pensare, ma viene il dubbio, che questo

atteggiamento ostile alle attività culturali svolte nel paese di Corrado Alvaro e di Padre Stefano De Fiores, il massimo teologo di Maria del mondo, sia conseguenza della campagna di certa stampa, che ha come unico scopo l’attribuire a San Luca tutto il male del mondo e considerarlo il paese dove sono tutti mafiosi; e il Santuario di Polsi, che insiste sul suo territorio, il luogo delle tresche mafiose di tutta la provincia, più che il luogo sacro per eccellenza dell’intero territorio aspromontano e quindi luogo di preghiera e di devozione da quasi mille anni. Ormai tutto ciò è insopportabile. Nessuno nega che nel paese esista il malaffare; esiste ed è, purtroppo, un gravissimo problema sociale che deprime gravemente soprattutto la maggior parte dei cittadini sanluchesi, ma che finora le Istituzioni non hanno saputo affrontare adeguatamente e con determinazione per risolverlo definitivamente. Ma detto questo, bisogna guardare alle cose positive. A San Luca, per esempio, esiste un Istituto Scolastico comprensivo certamente tra i migliori della provincia, merito di una dirigente brava, preparata e volitiva e di un corpo insegnante all’altezza nel nuovo corso adottato dall’istruzione pubblica; l’amministrazione comunale, affidata per anni a commissari governativi, è ora guidata da un Consiglio Comunale eletto dal popolo, che cerca di dare al paese un’impronta nuova di legalità costruttiva, naturalmente tra mille difficoltà finanziarie e pastoie burocratiche, che, malgrado le promesse di sostegno per lo sviluppo sociale ed economico, poco o quasi niente ha ottenuto finora dalle istituzioni. Esiste un centro per aggregazione per bambini e anziani. Esiste una squadra di Calcio che ormai da anni primeggia nei campionati, e ha raggiunto traguardi impensabili, l’Associazione Corrado Alvaro, supporto della stessa Fondazione, e il Centro Studi P. Stefano De Fiores. Quindi non tutto è marcio come si vuol far credere, ma esiste una società sana che purtroppo deve vivere in un ambiente malato, abbandonato al proprio destino da coloro che dovrebbero incoraggiare e aiutare chi, come La Fondazione Alvaro, ormai da più di un ventennio opera per il riscatto e si propone come baluardo contro l’inquinamento sociale. Sorge il sospetto che a qualcuno dispiaccia e dia fastidio che l’Ente culturale esista ancora e continui a operare con amore e dedizione al miglioramento sociale e culturale. Questo qualcuno dovrebbe spiegare il fine che si propone distruggendo sistematicamente ciò che è stato costruito con amore e determinazione per il bene non solo di San Luca, ma di tutta la Regione.

Un libro per capire Un libro per conoscere la semplicità del la vera “gente d’onore” matrimonio perfetto Chi comprerà “Tutti i segreti per un matrimonio perfetto” scoprirà la semplicità e la magia necessaria per la realizzazione delle nozze da sogno. La corsa del cuore legata alle parole: “Sì, lo voglio”, in realtà, è un viaggio tra: imprevisti, capricci, lacrime, sorrisi e atmosfere incantate. Il viaggio nei sentimenti sarà accompagnato dalla storia di Silvia Slitti che ha conosciuto ogni tipo di successo nel suo lavoro, passando dai matrimoni dei big del calcio (l’ex campione del mondo Luca Toni, il quotatissimo allenatore della Lazio Simone Inzaghi, il plurivincente allenatore Diego Simeone, l’ex capitano del Milan Ignazio Abate e tanti altri) alle coppie in cerca della semplicità e della felicità legate all’evento. Inoltre, la Slitti, traccia un segmento doloroso per chi ha vissuto l’anno 2020, la pandemia, il Covid-19 e i sogni spezzati delle coppie per i matrimoni annullati dai decreti e dal dolore che ha avvolto il mondo l’Italia intera. Un lockdown che ha stoppato la filiera lavorativa che si cela dietro l’organizzazione di ogni matrimonio. Il motto di Silvia da sempre è il seguente: “Si può fare”. Il libro è un inno fatto di speranza, fiori, colori e amore. Infine se volete organizzare le nozze dei vostri sogni senza spendere cifre folli non vi resta che aprire il libro, disponibile presso la Libreria Sbarra di Piazza Zaleuco, a Marina di Gioiosa, e iniziare dalla prima pagina. Buon viaggio.

È stato pubblicato da Rubbettino il nuovo libro di Franco Nirta, raccolta di racconti incentrati su “vicende d’onore” che getta uno sguardo (talvolta ironico) sulla realtà sociale meridionale.

ROSALBA TOPINI

“Vicende di gente d’onore e altri racconti”, edito da Rubbettino, è il nuovo libro di Franco Nirta, avvocato civilista, magistrato onorario e scrittore, nato a San Luca nel 1940. Il libro è composto da una serie di racconti in cui i personaggi sono mossi da un unico motore: l’onore. Ma cosa vuol dire essere uomini d’onore? E, soprattutto, quali conseguenze e rinunce si è disposti ad affrontare per entrare a far parte di questo sistema? Sarà proprio l’onore a condurre i personaggi in una strada senza uscita, dove ad attenderli ci sarà il sangue e la morte. Oltre agli uomini, un ruolo importante è anche quello delle donne, donne che decidono di stare accanto ai loro uomini, donne che diso-

norano i loro uomini pagando con la vita un simile oltraggio, donne che si rifiutano di seguire i loro uomini quando questi decidono di collaborare con la giustizia, infine mamme che piangono i loro figli uccisi dal clan rivale. “Vicende di gente d’onore” racconta gente d’onore di Calabria che vive la propria condizione secondo la propria indole e gente comune della Napoli degli anni Sessanta del secolo scorso che osserva la realtà con occhi disincantati e ne trae originali riflessioni; gente che vive il proprio mondo in una condizione comune a tanti altri. Una descrizione del passato che coglie, anche con ironia, problemi e realtà ancora attuali, offrendo al lettore molti spunti di riflessione.


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INTERVISTA A TOTÒ LOGOZZO

il ricordo

Con la scomparsa improvvisa di Paolo Rossi abbiamo immediatamente pensato a chi, nel nostro territorio, potesse in qualche modo raccontarcelo. Il pensiero è volato a Totò Logozzo, che con Rossi ha avuto modo di confrontarsi sia nella stessa squadra che come avversario. Nel prossimo numero anche Gesualdo Albanese ci racconterà il Paolo Rossi (suo compagno di squadra nel Lanerossi Vicenza e fraterno amico) calciatore e uomo.

Con Paolo, avversario e compagno

Muore Paolo Rossi e il pensiero non può che andare a Totò Logozzo, il calciatore calabrese di maggior prestigio (dopo Massimo Mauro), originario di Gioiosa Jonica, quasi coetaneo di Pablito, e dunque non può non averlo incontrato o giocato contro o a fianco. Non ci sbagliavamo, Totò è persona squisita, la nostra conoscenza risale a tempi ahimè antichi, ho scritto di lui già quando militava sui campetti sterrati e polverosi della Locride (entusiasmanti Campionati di Promozione, una Serie C di allora…), gli diedi anche qualche modesto consiglio quando cominciò la sua avventura da eccellente professionista, iniziata ad Acireale. È ovviamente contento di sentirmi al telefono, e io pure. «Con Paolo Rossi ne ho giocate tante di partite, siamo stati insieme anche in Nazionale, nella Under 21» mi dice Totò. Avanti con i ricordi… Lasciami però dire innanzitutto che sono addolorato per la sua prematura scomparsa in quest’anno davvero terribile. E su di lui non basterebbero gli aggettivi: Paolo Rossi è stato un grande, un grande cecchino, uno che in area di rigore, come ti distraevi un attimo, ti puniva, mettendo la palla in rete. Un campionissimo. Non trovo altre parole per meglio elogiarlo. E poi che pretendiamo di più? Nel 1982 ci ha fatto vincere uno storico Mondiale. I suoi tre gol al Brasile resteranno nella storia. È stato grande, immenso. Debbo anche aggiungere, con rammarico, che di Paolo Rossi si è parlato sempre poco, forse per la sua umiltà e la sua timidezza, ma Paolo meritava veramente tantissimo. Una persona che non si è mai sentita sopra le righe, che non ha mai fatto male a nessuno, insomma un Campione: al suo cospetto bisogna solo togliersi il cappello e dirgli grazie per quello che ci ha “regalato” nell’arco della sua straordinaria carriera. Quando vi siete trovati in maglia azzurra? Eravamo giovani. Lui all’epoca giocava nel Como e io nell’Ascoli, e siamo stati convocati entrambi nella Nazionale Under 21. Abbiamo fatto qualche selezione insieme, qualche partita amichevole, poi io sono uscito fuori per limiti di età, ero un ’54, lui un ’56, altri più giovani sono arrivati dopo di noi a prendere il nostro posto. Poi lui è arrivato in Nazionale maggio-

re (è quello di cui è stato capace non lo dimenticheranno mai gli italiani), io purtroppo no, anche se qualche rimpianto mi rimane… Quante volte tu, difensore arcigno, lo hai marcato e quante “legnate” (in senso buono, s’intende) gli hai dato? Nessuna legnata, per carità, perché Paolo Rossi era un giocatore correttissimo e io, come tu ben sai, giocavo sull’anticipo, sulla rapidità e riuscivo sempre, sia pure con qualche difficoltà, a contrastarlo. Nell’ ultimo anno che ero a Verona – campionato ’78’79, lui con la maglia del Vicenza – l’ho marcato nelle due partite del sentitissimo derby del Veneto, sia all’andata (0-0) che al ritorno (ancora 0-0), e abbiamo dato vita a un duello tranquillo: e sapendo di dover marcare un grande del calcio mondiale per un attimino mi sono anche esaltato. E nel dopo calcio, avete avuto occasione di sentirvi o di vedervi? Sì, abbiamo disputato qualche partita insieme nella Nazionale Over 40, allenata da Uccio Valcareggi, e allora siamo stati piacevolmente insieme. Abbiamo giocato una partita a Messina e una ad Ancona. E adesso mi tocca salutarlo per sempre! pm

ROCCELLA - CATTOLICA, 1972

Una “zanzara” fastidiosa. Era già… Pablito Rossi! Carlo Maria Muscolo, avvocato di Roccella Jonica, ricorda una singolare partita del campionato regionale juniores in cui ebbe a che fare con un già sorprendente Paolo Rossi.

CARLO MARIA MUSCOLO Primavera 1972 vinciamo con il Roccella il campionato regionale juniores calabrese e si passa alla fase nazionale, quell’anno a Scafati. Grande euforia ed emozione collettiva, ricordo con affetto gli sforzi del factotum Rino per preparare tutto, compreso l’acquisto al mercato della maglietta da rappresentanza, una splendida maglia traforata verde, la ricordo come fosse ora. Si parte, con la mitica littorina, direzione Lamezia e poi con altro treno fino a Salerno. La prima partita è contro la Toscana, si gioca contro la Cattolica Virtus Firenze, e la partita l’avevamo già persa prima di iniziarla, appena arrivati allo stadio e visti arrivare gli avversari. Tutti belli, vestiti con tute da riposo e scarpe da riposo, in autobus della società, seri, concentrati, noi con la maglietta verde traforata pieni di voglia di goderci attimo per attimo l’emozione. Si entra in campo e subito si fa notare l’ala destra, tanto gracile e minuta quanto aggressiva e capace tecnicamente, una fastidiosa zanzara, non si riesce a fermarla. Palla lunga sulla fascia lui arriva prima e controlla, ecco un treno travestito da terzino sinistro piombargli addosso e farlo balzare in aria e ripiombare sul terreno con la spalla, interviene il medico, la sistema e, braccio al collo, si può continuare. Finisce che quella gracile ala destra, con il braccio al collo, fa tre goal lo stesso e noi si torna a casa con tanti splendidi ricordi. Ciao, piccola zanzara fastidiosa, ciao Pablito.

Registrata al Tribunale di Locri (RC) N° 1/14 EDITORE - No così srl - via D.Correale, 5 - Siderno STAMPA: Se.Sta srl: 73100 Lecce INFO-MAIL REDAZIONE: 0964342198 larivieraonline@gmail.com / www.larivieraonline.com

Quella mezza’ora al bar… Giovedì ci ha regalato l’ennesimo brusco risveglio di questo sfortunato 2020. Il “campione del mondo” Paolo Rossi, che combatteva strenuamente contro un tumore ai polmoni, ci ha infatti lasciato all’età di 64 anni. Ecco come lo ricorda Mimmo Carnuccio, che ebbe il piacere di incontrarlo ormai troppi anni fa…

MIMMO CARNUCCIO Purtroppo questo 2020 non la smette di mietere vittime! Anche un'altra leggenda del calcio mondiale ci lascia! Il mio ricordo va a un pomeriggio di fine luglio del 1982, quando ho avuto la fortuna di conoscerlo e di trascorrere con lui, e con poche altre persone, una mezz'oretta in un bar del porto di Napoli! Pablito, insieme al fratello di un mio caro amico dell'epoca e le rispettive compagne, tornavano da una breve vacanza. Non ricordo bene se si trattava di Ischia o Capri! Il mio amico, originario di Crotone, avendo deciso di andare a salutare il fratello che viveva a Roma ed era di passaggio a Napoli, mi chiese di accompagnarlo! Fu un incontro breve ma abbastanza intenso! Sembravamo, nonostante la presenza di un campione che poteva sembrare all'apparenza ingombrante, un gruppo di amici che spesso si ritrovava al bar! Paolo, nonostante fosse da pochi giorni campione mondiale e avesse vinto il titolo di capocannoniere, si rivelò una persona splendida e molto alla mano! Purtroppo abbiamo potuto trascorrere poco tempo insieme, perché il piccolo gruppo era diretto a Crotone per continuare le vacanze! Alla fine, io e il mio amico con la nostra macchina li abbiamo "scortati" fino all'imbocco dell'autostrada, e ricordo ancora il volto sorridente di Paolo che continuava a salutarci con la mano fuori dal finestrino! Riposa in pace, campione! A te, che nel luglio 1982 hai fatto sognare l'Italia intera, la terra sia lieve!

Direttore responsabile

PIETRO MELIA

PRESIDENTE ONORARIO

DIRETTORE EDITORIALE

ILARIO AMMENDOLIA

ROSARIO VLADIMIR CONDARCURI IN REDAZIONE

Jacopo Giuca HANNO COLLABORATO Giuseppe Romeo, Orlando Sculli, fabio melia, Mario Nirta, pasquale casile, franco crinò, giuseppe bruzzese, barbara panetta, Rosalba Topini, Francesco Femia, Franco Martino, Giorgio Castella, Michele Drosi,Francesco Riccio,Gabriele Moroni, Bluette Cattaneo, Cosimo SFrameli, Massimo Nicaso.

Le COLLABORAZIONI non precedute dalla sottoscrizione di preventivi accordi tra l’editore e gli autori sono da intendersi gratuite. FOTOGRAFIE e ARTICOLI inviati alla redazione, anche se non pubblicati, non verranno restituiti. I SERVIZI sono coperti da copyright diritto esclusivo per tutto il territorio nazionale ed estero. GLI AUTORI delle rubriche in cui si esprimono giudizi o riflessioni personali, sono da ritenersi direttamente responsabili.


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rubriche

PILLOLE scelte da effemme Paolo Rossi 1956 - 2020 (Campioni del Mondo!, Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!)

Per capire la base dell’umanesimo marxista, dobbiamo comprendere le caratteristiche fondamentali dell’ideale dell’uomo di Marx. Già nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 Marx fa un’equazione fra umanesimo e comunismo e dichiara che quest’ultimo era la realizzazione degli ideali umanisti fra le masse. Marx non ridusse mai il comunismo solo alla trasformazione radicale delle condizioni economiche dell’esistenza umana: egli vide invece nel comunismo la trasformazione radicale di tutta l’esistenza umana. Marek Fritzhand - L’ideale dell’uomo di Marx L’analisi aristotelica della giustizia, nel libro V dell’Etica Nicomachea, ha esercitato massima influenza, e rappresenta pertanto il punto di partenza per qualsiasi indagine. Aristotele distingue due tipi di «giustizia». Talvolta la parola viene usata come equivalente della virtù totale: l’uomo giusto è l’uomo virtuoso o l’uomo buono, in generale. Altre volte la giustizia significa virtù particolare, come il coraggio o la generosità, il cui campo specifico d’applicazione si riferisce ai particolari dell’individuo con altri individui. Così, un uomo può essere giusto in quest’ultimo senso e non esserlo, invece, nel primo. Peter Stein e John Shand - La giustizia in Aristotele

QUISQUILIE Scioglimenti, forse si sta esagerando: il Ministro dell’Interno fa sciogliere anche il Consiglio dei Ministri mentre era in corso. Stabilità di Governo: contro Renzi si pensa al Mose davanti a Palazzo Chigi Il buon Trump, intenerito dal clima natalizio, annuncia altre cinque nuove esecuzioni di pena di morte; il boia vestirà come Babbo Natale? Vincenzo Amidei

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Prosegue la nostra carrellata di illustri personaggi che, partiti dalla Locride, oggi esercitano la propria professione nella Capitale. Questa settimana abbiamo incontrato il giornalista Tommaso Labate, penna illustre del “Corriere della Sera” e rinomato conduttore radiofonico che non ha mai smesso di avere nel cuore la sua Marina di Gioiosa Ionica, dalla quale spera un giorno di poter ritornare.

Un “caffè romano” con… Tommaso Labate Errata Corrige Ripubblichiamo il numero della scorsa settimana del “Caffè Romano” che, a causa di un errore nella stampa, non è stato pubblicato nella sua versione integrale.

FABIO MELIA A Marina di Gioiosa, casa sua, pensa dalle 15 alle 20 volte al giorno. È anche per questo che Tommaso Labate, giornalista del “Corriere della Sera” e conduttore radiofonico, una delle più autorevoli e spigliate voci nel panorama dei commentatori politici, quasi non si capacita di essere annoverato tra i personaggi illustri della Locride che hanno fatto fortuna a Roma. Lui è del resto uno di quelli che il suo accento non lo nasconde, anzi tiene con forza a evidenziarlo come uno dei principali segni della sua identità. «Ho sempre guardato con diffidenza quelli che, trasferendosi, trascorsi 10 giorni o 10 anni, acquisiscono una identità diversa cominciando a parlare con una cadenza che non gli appartiene». Quando pensa alla sua terra d’origine, Tommaso cosa vede impresso nella sua mente? «Compaiono istantanee che mi collegano a diversi momenti della giornata. Penso al paese, alle mie immagini di vita quotidiana, sono istantanee che mi sorprendono dalle 15 alle 20 volte al giorno. La prima immagine compare appena sveglio». Un legame profondo, indissolubile, nonostante – e questo è un suo cruccio – il nome del suo paese d’origine non compaia su nessun documento ufficiale: «Io sono nato a Cosenza, per questioni di scelta materna. Mia mamma conosceva questa clinica, “La Madonnina”, e ha voluto partorirmi lì. Quindi, tra luogo di nascita e attuale residenza, cioè Roma, Marina di Gioiosa non risulta da nessuna parte». E già, perché Marina di Gioiosa è il crocevia di tutto nella vita di Tommaso Labate. Con un luogo in particolare, vividamente impresso nella memoria: il piazzale della stazione ferroviaria. Quali sono però i vantaggi e gli svantaggi di essere nato e cresciuto in Calabria? «I vantaggi e gli svantaggi li conosciamo tutti: per quanto mi riguarda, non vorrei tuttavia essere nato e cresciuto in un posto diverso». Dall’auricolare di Tommaso si sente scrosciare la pioggia. E giù altri ricordi, così presenti e così forti: «Durante giornate come queste riaffiora immediatamente il ricordo dei pomeriggi di pioggia ai tempi del liceo, con le sortite sul lungomare in compagnia degli amici di sempre. Fino agli anni Novanta il lungomare era praticamente deserto al di fuori dell’estate, non come adesso, con i tanti runner che lo frequentano, primo fra tutti il mio papà, che ha fatto praticamente da apripista. Ecco, per come lo ricordo io, il lungomare era una giostra che si spegneva per riaccendersi durante la stagione estiva».

La memoria della sua vita calabrese, soprattutto del periodo legato alla frequentazione del liceo Oliveti a Locri, è onnipresente: «Durante la trasmissione che conduco su Radio 2 non passa giorno in cui la Calabria non sia presente. E anche Valeria, la mia metà, si è innamorata della mia terra». Una terra bellissima ma anche tanto amara, finita recentemente ancora una volta sotto i riflettori nazionali per poi irrimediabilmente rientrare nell’oblio. Ecco, a Roma, nel mondo della politica che conta e decide, la Calabria è davvero vissuta come un’emergenza nazionale? «Il problema è che ci sono problemi pregressi talmente grandi che ci vorrebbero dei grandi politici. Non è tanto la classe dirigente, capita che ci siano buoni politici, ma a noi servono grandissimi politici. Servirebbe svolta epocale: un gradino sotto Martin Luther King già sarebbe difficile. A Roma la politica non giudica la Calabria come un’emergenza nazionale. È significativo poi che la levata di scudi avvenga di fronte alla goffaggine dimostrata da un commissario nel corso di un’intervista. Quell’episodio mi ha fatto specie, generando l’attenzione nazionale laddove il problema reale non viene

mai evidenziato. Ecco, abbiamo anche un problema di opinione pubblica». Fermiamoci a Roma, la città d’adozione di Tommaso Labate: «Roma mi ha dato tantissime opportunità, opportunità che mi sono comunque anche guadagnato sul campo. Tuttavia, è come se fossi ancora un ospite della città, tanto è vero che ho sempre il timore di lamentarmi della spazzatura o di altre problematiche note ai più. Questo legame forte con Marina di Gioiosa fa questo effetto. Pensa che ho vissuto come un trauma il passaggio, avvenuto un paio d’anni fa, della maggior parte di vita trascorsa a Roma piuttosto che a Marina di Gioiosa. Passaggio che sono riuscito a posticipare nei miei calcoli grazie all’anno di Erasmus». Parlare con Tommaso Labate porta inevitabilmente ad affrontare il discorso calcistico. I colori sono evidenti, impressi con la vernice indelebile: nero e azzurro. E la Reggina? «Sono tifoso dell’Inter ma la Reggina l’ho sempre seguita. Ero presente a Bologna tra l’altro alla prima storica vittoria amaranto in trasferta in Serie A. Tuttavia, quando giocano contro, per me è Inter tutta la vita, l’identità è una sola». La fede nerazzurra non vacilla nemmeno di fronte all’imponderabile: una partita tra Inter e Marina di Gioiosa: «Anche in questo caso Inter tutta la vita. Seguivo molto poco la squadra del mio paese, tuttavia mi dispiace moltissimo che adesso Marina di Gioiosa non sia rappresentata nel calcio». C’è spazio per un ritorno in Calabria, anche tra 20 o 30 anni? «Non so calcolare le aspettative o le cose che possono succedere: se sogno un momento in cui mi ritiro da tutto non starei certo a Roma. E se a 70 anni mi vedrete ancora bazzicare per giornali, allora sputatemi in un occhio». Cosa farebbe Tommaso Labate appena rientrato a casa sua: «Vado a prendermi un caffè e mi fumo una sigaretta nel viale della stazione. Lo stesso rito delle mie partenze e dei miei arrivi da Roma, la stessa cosa che facevo quando andavo a scuola a Locri. Il piazzale della stazione è stato il crocevia di tutto». La decadenza della linea jonica fa male anche sotto questo punto di vista. «Prendevo sempre l’espresso notturno che da Roma raggiungeva l’indomani mattina Marina di Gioiosa. A Lamezia dividevano le carrozze e provavo sempre il brivido di perdere il treno durante la rapida pausa per il caffè. Sinceramente, mi disturba l’assetto attuale con la navetta sostitutiva dalla stazione di Rosarno». Perché la tua identità viene costruita anche da una stazione ferroviaria, dal cartello blu col nome del tuo paese impresso sopra, da un treno che costeggia il tuo mare…

Calabrese per caso di Giuseppe Romeo

Il raglio dell’asina Forse non tutti sanno che mio nonno aveva un’asina. Un esemplare di “equus africanus asinus” la cui presenza nelle comunità rurali non molto distanti dalle borghesi vite della costa era di una familiarità assoluta, dovendo soddisfare diverse necessità logistiche che andavano dal trasporto di viveri e derrate alla mobilità personale. Un mezzo di certo molto meno pretenzioso del cavallo, nella scala delle specie collocato al di sopra così come al di sopra si collocavano i possessori. Tuttavia, l’asino, nel senso zoologico del tempo, così come il gallo scandiva le ore del giorno e non era cosa inusuale sentire richiami in ogni angolo dei nostri paesi. Non solo. Nella sua ostinazione e testardaggine, tale nobile e prezioso compagno di vita, esemplificava tratti del carattere rudi per certi versi ma, quanto meno, sinceri: erano quelli! Credo che in tanti, nel richiamo del raglio o, meglio, per coloro che da ignari proletari contadini – definizione da paradosso tutto meridionale dal momento che l’unico proletariato possibile era quello dei contadini non elevatisi a coltivatori diretti – vi sia stata in passato una sorta di rispetto per la fatica e per un amico dell’uomo che richiedeva poche attenzioni e pochi e semplici comandi per rispondere al meglio alle sollecitazioni del padroncino. Ecco, io credo che oggi, non me ne vogliano i cultori della modernità o coloro che esorcizzano questa Calabria dimenticata, che forse dovremmo tornare indietro e capire su cosa e come è stato costruito questo nostro presente fatto di lussi e borghesi dileggi, di anchorman da salotti con il velluto a coste larghe se non di trasudanti abiti da cerimonia quotidiana che hanno trasformato la semplicità in un disvalore, per attribuire a una dialettica rococò appresa per imitazione piuttosto che per convinzione, meno che mai per preparazione, la loro credibilità da buoni maestri

della politica senza fatti. In un mondo nel quale la mediocrazia sembra essere divenuta la formula più ricercata per governare masse senza anima, la sperimentazione nelle regioni meno fortunate, laboratorio di ogni contraddizione, sembra voler continuare e, con questo, tenta di usare richiami che stonano ormai da tempo. Certo, forse non era andato tanto lontano seppur nel suo approcciarsi a un Rinascimento ancora in fasce un Teofilo Folengo maestro di una maccheronica rappresentazione di un mondo in transizione e, forse neanche il compianto Totò Delfino nel suo “Il raglio dell’asino” (2008) o, prim’ancora, tantomeno Vincenzo

Guerrisi Parlà nelle sue tre arie ironiche di apertura dedicate all’asino nel suo “Sutta Sutta” (2006 – vol. II), affidandosi a un dialogo degno di Esopo nel suo “U Sumeri e u Scrupiu”. Ma credo che, nel nuovo Medio Evo e in attesa che si apra un nuovo Rinascimento ancora una volta, l’umanità grande o piccola fa i conti con le scarsità e, scarsità per scarsità, ci si accontenta del “Ubi deficiunt equi trottant aselli” (per i più, “Quando mancano i purosangue fanno trottare gli asini”), con molto rispetto per l’asina di mio nonno che con cura mi permetteva di solcare i polverosi sentieri delle nostre abbandonate campagne.


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Calabrese per caso di Giuseppe Romeo

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A TAVOLA CON BLUETTE

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13 DICEMBR -21

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OMICIDI IRRISOLTI NELLA LOCRIDE

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Il 1º giugno 1989 Don Giuseppe Giovinazzo stava rientrando a Locri dal santuario di Polsi quando venne raggiunto dai fatali colpi di un fucile. Sulla sua morte, in tutti questi anni, non si è mai riusciti a fare pienamente luce ma, a firmare la sua condanna a morte potrebbe essere stato il sostegno ad Angela Casella, “mamma coraggio” che chiedeva a gran voce la liberazione del figlio sequestrato, o la celebrazione di un particolarissimo matrimonio.

Don Peppino Giovinazzo

COSIMO SFRAMELI Era il primo giugno del 1989, mentre faceva rientro a casa, lungo la strada per San Luca, nei pressi del santuario di Polsi, luogo di culto religioso, un sacerdote fu trucidato a colpi di lupara dalla ’ndrangheta, in una chiara esecuzione in stile mafioso. Era don Peppino, Giuseppe Giovinazzo di 54 anni, parroco di Moschetta, una frazione di Locri, ed economo del santuario. Don Giovinazzo fu ucciso mentre, alla guida della sua automobile, una Fiat 126, stava rientrando a Locri dopo aver trascorso il pomeriggio nel santuario. Due killer lo attesero sul ciglio della strada e dopo averlo attinto con colpi di fucile caricato a pallettoni, lo finirono sparandogli con una pistola calibro 9 e con un colpo di fucile alla faccia, sfregiandolo e decapitandolo. Addosso, nelle tasche, aveva i soldi delle offerte che non furono toccati. La matrice dell’aberrante omicidio fu mafiosa, anche per le modalità dell’agguato. Don Giovinazzo insegnava religione nelle scuole medie di Locri e si occupava della rituale processione della Madonna di Polsi che si svolge ogni anno a settembre. In migliaia i pellegrini affluiscono in Aspromonte per rendere omaggio e pregare la “Madonna della Montagna”. Il parroco, qualche mese prima di essere ucciso, aveva incontrato a Polsi Angela Casella che, durante il suo peregrinare per l’Aspromonte, aveva chiesto per il figlio Cesare, in mano ai sequestratori, nascosto nelle prigioni

dell’Aspromonte. Si ipotizzò che la ‘ndrangheta non avesse gradito interferenze nelle complesse trattative sul rapimento, ma quel movente venne scartato. Le indagini non portarono all’identificazione né degli autori né dei mandanti del delitto. Nella vita di don Giovinazzo ci fu un episodio inquietante accaduto il 31 ottobre 1985, quando, alle ore 19:15, nella Chiesa dell’Immacolata, nella frazione Moschetta di Locri, celebrò le nozze segrete tra il latitante Giuseppe Cataldo*, capo della mafia di Locri, e la vedova Teresa Rodi di Archi di Reggio Calabria. Lei in tailleur color crema e lui in gessato. Al sacro rito, ridotto all’essenziale, presenziarono pochissimi intimi tra cui il padre del boss. Non vi fu l’Ave Maria a concludere la cerimonia, ma una frettolosa stretta di mano dopo la quale il latitante e la moglie si persero nella Piana di Marasà. Il ricevimento, senza sposi, avvenne in un locale della riviera Jonica, verso Caulonia. I deputati comunisti Vincenzo Fantò, Franco Ambrogio, Giovanni Fittante e Francesco Samà, in merito alla vicenda, presentarono al Ministro dell’Interno una “interpellanza parlamentare” in cui si evidenziava che al banchetto nuziale fossero stati presenti personalità politiche. Il matrimonio di “Pepè” Cataldo fu una sfida allo Stato, un’affermazione della forza mafiosa. L’inchiesta di Magistratura e Carabinieri, non per il menù del ristorante, mirò a mettere in luce le possibili connivenze con amministratori e col clero della Curia

vescovile di Locri. Giorni dopo la somministrazione del sacramento, il sacerdote confermò ai Carabinieri di non leggere i giornali e di non essere obbligato a conoscere i carichi pendenti, né a chiedere il cartellino penale a chi si sposasse. Non sarebbe rientrato nella sua missione sacerdotale, così come il coinvolgimento in fatti di mafia. Anni prima, alla fine degli anni ’70, nella centralissima Chiesa di Castellace di Oppido Mamertina, il boss “Saro” Mammoliti, implicato nel sequestro di Paul Getty III (che subì l’amputazione di un orecchio), aveva sposato da latitante la giovanissima sedicenne Caterina Nava. Don Giovinazzo non fu il primo sacerdote a

essere ucciso in Calabria. Il 4 luglio del 1966 a Cirella, nell’ambito di una faida, fu ammazzato il parroco di Ciminà, don Antonio Esposito, originario di San Luca. Era un sacerdote politicamente impegnato, imparentato con la famiglia Strangio. Avrebbe dovuto celebrare quel giorno una messa in suffragio del boss Francesco Barillaro, assassinato un mese prima. Don Esposito possedeva regolarmente una pistola che portava sempre con sé. * Nella cruenta guerra degli anni ’70, Giuseppe Cataldo fu alleato coi boss emergenti Giorgio e Paolo De Stefano di Archi, mentre il capo della mafia sidernese rimaneva ancorato a Mico Tripodo. Il 14

febbraio 1968 vennero colpiti da Ordine di Cattura, unitamente a Bruno Marafioti, Giuseppe Nirta, Salvatore Scriva, Giuseppe Morabito, Antonio Macrì e i siciliani Scaduto e Di Cristina, per la strage di Piazza Mercato di Locri per l’uccisione di Cordì, Siciliano e Saracini. Assolto da questa imputazione, dopo l’uccisione dell’amico Giovanni De Stefano, al Roof Garden di Reggio Calabria, Cataldo fu indicato come un “antitripodiano” in Calabria. Il 3 agosto del 1973 riuscì a scampare alla morte grazie alla sua prontezza di riflessi nel sottrarsi alla linea di fuoco dei sicari che lo avevano sorpreso nel bar di una stazione di carburante di Locri. Fu accusato, e poi prosciolto, per i sequestri di persona di Tobia Materassi e dell’armatore Giuseppe D’Amico. Giunto a un grado elevato nella gerarchia mafiosa, nell’associazione dei “133 della Provincia di Reggio Calabria” il suo nome figurava al primo posto come il capo della ’ndrangheta locrese. Considerato uno dei capi storici, la sua cosca per anni fu contrapposta nello scontro con quella dei Cordì. Nel 1992 Cataldo subì un altro attentato dal quale riuscì a uscire illeso. Mentre era in auto un killer gettò un ordigno all’interno della vettura approfittando del fatto che il finestrino era abbassato. Cataldo riuscì a scendere dall’auto prima che l’ordigno esplodesse. Innumerevoli i periodi di detenzione carceraria e quelli di latitanza. Morì nella sua casa a Locri, nel suo letto, a causa di un infarto, a 73 anni.

L’articolata geologia del pattume

Domenico Ubaldo e il sogno di libertà Chi è vissuto a Siderno non può non aver conosciuto Domenico Ubaldo, meglio noto come “Micu i bar”, il suo bar proprio di fronte a piazza Municipio era uno degli snodi centrali della vita sidernese, Mico, stretto tra il bar Aquila e il vecchio Williams, oggi Tentazioni, riusciva a dare una sua visone del mondo, un suo servizio differente, finché è stato lui a gestire il bar. Poi negli ultimi anni la gestione è passata nelle mani del figlio e della figlia a cui vanno le nostre condoglianze. Domenico Ubaldo era uomo di bar ma anche di penna e di filosofia, come dimostrano la poesia “Il gelo” e il racconto “Un viaggio senza ritorno”. Ma anche celebri erano le discussioni su le correnti letterarie e sui premi Oscar e Nobel ogni anno. Impossibile dimenticare lo scontro con un sindaco di allora, quando venne impiantato un cannone della prima guerra mondiale proprio in direzione del bar. Ricordo, quando ero ragazzino, che il bar era proprio attaccato all’edicola Docile, e la prima sala era il biliardo sempre con le finestre chiuse e con un fumo da camera a gas, mentre poi c’era la porta del bar con il bancone in fondo e dietro il sorriso di Mico. Addio, caro Domenico, spero che potrai continuare le tue ricerche dovunque tu sia. rvc

Ripubblichiamo questa breve riflessione di Giuseppe Bombino che, con sottile ironia, commenta la situazione di degrado che è costretto a constatare quotidianamente nei pressi della propria abitazione, dove la spazzatura è ormai divenuta un elemento onnipresente che risponde alle leggi di natura.

GIUSEPPE BOMBINO L’ingresso al mio condominio è una "geologia" in continua trasformazione. A seconda della luce, nelle diverse ore del tempo, sembra un rilievo. Si distende dopo le piogge più intense, poi sembra raccogliersi e ricomporsi. A volte respira; altre, sembra ansimare. In questo perpetuo tormento, creativo e compositivo, la pendice pretende di avere la sua storia. Dentro il rilievo, infatti, vi si potrebbero leggere le epoche della Città: quella degli annunci e dell’inganno, sta più in basso; la sormonta quella delle promesse e dell’imbroglio. Insomma, scavando l’età più remota, tra gli elementi profondi, ma ancora caldi, è il primo tempo; verso la superficie, invece, è il secondo tempo, che dà la forma al pendio. È una morfologia antica e attiva, quella che identifica il mio condominio; di quando in quando scivola attraverso un salto altimetrico, occupando la strada, per poi riordinarsi diversa. Un giorno, questo alto edificio ci prenderà in trappola. Spesso sputa il suo fluido dagli strati più antichi. Oggi, mentre sembrava trascinato dalla gravità, ha pur sempre mantenuto un perfetto equilibrio. Dovremmo dargli un nome… quando qualcuno vincerà la sua altezza per piantarvi la prima bandiera.


13 DICEMBR -29

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In questa settimana che ci ha privati del mitico Paolo Rossi, ci piace ricordare un altro mito di quella nazionale che fece sognare l’Italia intera nel 1982. Il campione del mondo Gaetano Scirea, anche lui scomparso prematuramente, in questa foto con mister Vincenzo Logozzo e il bomber sempreverde Saro Bella.

Gigi l’amoroso In questi tempi di pandemia, dove la gente si trova chiusa in casa, dove la bellezza è stata messa in panchina perché non ci si incontra, lui invece sfoggia il meglio della moda italiana per le strade e i marciapiedi di Siderno: Gigi Sarroino sembra un attore di Hollywood, di meno i due sullo sfondo.

Diciamo la verità, quando vediamo qualche concorrente che dice di essere della Locride nei programmi a premi nazionali, ci riempiamo di orgoglio, iniziamo a tifare per questi sconosciuti che per noi ora son fratelli. Così è successo martedì, nel programma “I soliti ignoti”, con il Gioiosano Natalino Candido, parrucchiere delle dive di Cinecittà.

Domenica mattina tutti all’ospedale La domenica mattina, ormai, è un appuntamento fisso, tutti all’ospedale; così incontriamo molta gente, tra questi non possono mancare i candidati a sindaco, come Mariateresa Fragomeni, Stefano Archinà e la coppia Antonio Cutugno e Domenico Barranca. Questi ultimi due hanno annunciato un incontro con il presidente ff della Regione Nino Spirlì.Domenica vi daremo loro notizie

Un pensiero libero Sono stato a Locri, e quando sono passato da Palazzo Nieddu mi veniva da piangere, perché un incendio disgraziato e dispettoso ha distrutto parte delle opere di Franco Pancallo Editore. Per chi, come me e Franco, crede che il libro sia una cosa sacra, quello spettacolo è veramente difficile da sopportare, per cui nei prossimi giorni cercherò di trovare un modo per aiutare Franco e i suoi libri a tornare a essere vivi. Chi vuole aiutare è ben gradito.

I viaggi di Plis Sempre all’ospedale abbiamo incontrato questi tre amici, Antonio Ceraudo (detto Plis) che è un habitué di questa rubrica, mentre Franco Pellegrino e Mimmo Coluccio sono meno pubblicati. Infatti, prima della foto, si parlava dei viaggi di Plis, come in una classe si potrebbe parlare dei viaggi di Gulliver.

I 100 anni di Zzi Parma Settilia Palma Mammoliti, poetessa analfabeta, oggi compie 100 anni: Zzi Parma, auguri. La poetessa Settilia Palma Mammoliti di San Luca, conterranea di Corrado Alvaro e di padre Stefano De Fiores, oggi compie 100 anni. Nell’occasione ricordiamo il libro di “Settilia Palma Mammoliti - Poesie e canti religiosi" curato da Fortunato Nocera.

TV verità Voglio scrivere due parole per il mio amico Genny Blefari. Perché da anni crede nel suo sogno di fare una televisione diversa. Molte sono le difficoltà che deve affrontare, ma lui non si da mai per vinto e continua a lavorare per il suo sogno. Vai Genny, in questa foto mentre intervista Franco di fronte a Cosimo del bar Tentazioni.

Tornado a Siderno Ormai questo paese ha subito tutte le ingiustizie e le sfortune, se uno credesse a queste cose dovrebbe chiedere u n o “Sciumicamento” generale per tutto il paese, perché non se ne può più. Ma si sa, dopo il brutto tempo torna sempre il sereno, così speriamo che il prossimo anno porti solo buone nuove per Siderno


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Sette giorni di cattivi pensieri

Aiutati che Dio ti aiuta ROSARIO VLADIMIR CONDARCURI Questa settimana cercherò di farmi degli amici, visto che la scorsa ho ricevuto insulti per i miei scritti. La prima riflessione la dedico a voi lettori, che avete il potere in mano ma non lo esercitate: sembra quasi che non abbiate coscienza del fatto che con le vostre scelte determinate il futuro di aziende, persone e cose. Io ricordo gli studi universitari, quando un professore ci spiegava che noi facciamo morire delle parole semplicemente non usandole più, e ogni giorno nascono e muoiono parole senza che noi nemmeno ci facciamo caso. Allo stesso modo, in questo periodo, c’è molta preoccupazione per le attività commerciali: dopo questa crisi saranno poche quelle che riusciranno a rimanere aperte. Per il prossimo anno si prevede una strage di partite IVA e in questo si inserisce il problema degli acquisti online. Nell’affrontare questo problema ho vissuto una bella esperienza, perché ho conosciuto una serie di associazioni di commercianti del territorio ed insieme abbiamo organizzato due forum, in questo percorso ho visto nascere un sentimento di solidarietà, di battaglie e di vivacità che non credevo fosse così forte. Nell’ultimo forum (foto 1 e 2) hanno partecipato le associazioni di Bovalino, Ardore, Locri con l’assessore, Siderno tre diverse, Gioiosa Jonica, Marina di Gioiosa, Roccella e Caulonia; in sintesi erano rappresentate molte partite IVA della Locride. Io ho battezzato la nascita del primo coordinamento dei commercianti, che spero nei prossimi giorni diventi realtà, intanto hanno lanciato tutti insieme un unico slogan, (foto 3) “Accendi la tua città”, per invitare i cittadini ad acquistare nei nostri negozi. Quindi, per favore, scegliete voi stessi, non comprate i regali online ma recatevi dai negozi vicino a casa vostra, sostenete il vostro stesso futuro. Ai lettori e ai commercianti voglio però pure segnalare una frase che mi ha colpito di un collega, grande amico, Raffaele Mortelliti (foto 4) di Strill, che scrive: “Però, carini quelli che per dirti di comprare sotto casa e non da

Amazon fanno pubblicità sui social e non sulle testate locali”. Sull’onda dell’entusiasmo vi voglio parlare anche di un’iniziativa che è stata avviata nel parco d’Aspromonte, dove il presidente Leo Autelitano, insieme al professore Giuseppe Zimbalatti (foto 5) della Mediterranea, hanno concepito una bicicletta che verrà prodotta con il legno dell’Aspromonte. Grandi. Rileggendo in un testo di Pier Paolo Pasolini del 1964, che è sempre un punto fermo della mia formazione culturale, “In Calabria è stato commesso il più grande dei delitti, di cui non risponderà mai nessuno: è stata uccisa la speranza pura, quella un po’ anarchica e infantile di chi, vivendo prima della storia, ha ancora tutta la storia davanti a sé”. Questa frase, nella sua drammatica verità, dimostra uno dei nodi cruciali della storia di questa terra. Noi non siamo più i padroni del nostro destino, questa regione viene usata a piacimento da tutti, giornalisti senza onore scelgono di dileggiarla ogni settimana e noi siamo a loro disposizione ad aggiungere fango a quel poco di terra che è stato trovato. Mi viene quasi da citare un amico di un gruppo whatsapp che scrive: “Se non vivi in Calabria e non frequenti il problema, non puoi immaginare che gli scioglimenti dei consigli comunali siamo in realtà uno stipendificio per funzionari prefettizi”. Cito solo le iniziali, G.S., perché queste espressioni creano problemi. E ho detto molto, anzi, forse tutto su questa splendida mia regione. Ancora non ho fatto l’albero di Natale mentre nel resto del mondo qualcuno sta facendo spuntare dei monoliti stile “2001: Odissea nello spazio”, che potrebbe essere una buona idea per questo Natale. Chiudo salutando i sindaci che hanno fatto due riunioni online, per cui faccio i complimenti estesi anche a Giovanni Calabrese (foto 6) delegato alla conferenza dei sindaci della Città Metropolitana ed invito tutti a venire questa mattina (domenica) a protestare per la riapertura del ospedale di Siderno.

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A Natale tornano Shark & Groove

IL DUO DELLA LOCRIDE TORNA CON UN SINGOLO INTERAMENTE DEDICATO AL NATALE DAL SAPORE DICKENSIANO, I CUI PROVENTI SARANNO INTERAMENTE DEVOLUTI AI BAMBINI ORFANI CON DISABILITÀ MEDIO GRAVI.

Considerazioni di fine anno

Se la morte ci restituisce i sogni più belli della vita… FRANCESCO RICCIO Amara considerazione: in questi giorni tristi che stanno scandendo l'anno più brutto della nostra generazione, segnato dalla scomparsa di tanti amici, è la Morte che ci restituisce i sogni più belli della Vita. Gli anni '80. Le magie di Diego, i sogni ad occhi aperti di Imagine, i gol al Brasile, alla Polonia, alla Germania di Pablito. Una magia della Vita che si scusa per l'angoscia di questi giorni utilizzando la Morte di Idoli per riconsegnarci, nel dolore, il sorriso, la gioia di vivere, i momenti di serenità che vorresti fissare nella mente per sempre. Anzi, ti accorgi che è giunto il momento di tirarli fuori da quel recondito angolo del cervello dove sempre albergano. In quel luogo, l'inconscio, che costituisce una riserva di Vita. La Memoria. E sì tiriamolo fuori. Non avevo partecipato al derby tutto italiano tra Pall e SECAM. Avevo tenuto il mio piccolo Brionwega arancione acquistato per l'altro grande evento della memoria collettiva, il '70. L' anno di Giggirriva, di Italia - Germania 4 a 3. I Mondiali, anzi, il Mundial, richiamava riti scaramantici. Il '70 vissuto di notte con gli

amici e colleghi universitari. In casa mia, a Bologna. Nell' 82, eravamo già grandi. Ci eravamo sparpagliati. La prima partita la vidi da solo. Divenne perciò il rito scaramantico di quel Mundial. Tenacemente in B/N, con il mio Brionwega. Sempre in casa a Bologna. La delusione delle prime partite. La sofferta qualificazione. Il silenzio stampa. Poi improvvisamente il Grande Brasile di Falcao ci regala la riscossa inattesa. E il Profeta è lui, Paolo Rossi. Quello che non doveva venire al Mundial, ma che Bearzot attese e fece giocare. Tre gol, talento, fortuna, rapina. La sintesi del successo. Con il parata di Zoff. Poi la semifinale e la Grande Germania in finale. L'Urlo di Tardelli, i gol di Pablito e Altobelli. E su tutti il "non ci prendono più" di Papà Pertini. L'ansia di correre in piazza a condividere la gioia, frenata dalla voglia di non perdere neanche un fotogramma di quel magico pomeriggio davanti al piccolo grande Brionwega in B/N. Campioni del Mondo. Campioni del Mondo. Campioni del Mondo. Sì in piazza a cantare "Ma il cielo è sempre più blu". Dai, il 2020 sta per finire. Ritorneremo in piazza. E il cielo sarà sempre più blu.

Dopo l’ultimo singolo, “Laos”, Giuseppe e Antonio, alias Shark & Groove, tornano con un nuovo pezzo che porta con sé tutto lo spirito del Natale. In collaborazione con Renato Novara, attore e doppiatore, il duo sfodera un sound che promette di rimanere ben impresso nella mente. Il titolo del brano, “Caro Babbo Natale”, rivela l’intento di un uomo, ormai adulto, che prende carta e penna per provare a scrivere ancora una volta a Babbo Natale. In una rapida ed emozionante escalation in stile dickensiano, l’uomo recupererà il vero spirito del Natale, con un ritornello che vi suonerà in testa quando meno ve l’aspettate. Allora? Siete pronti a salire

anche voi sulla magica slitta di Babbo Natale? Il progetto nasce dall’esigenza di Shark & Groove (terzi classificati a “Italia’s Got Talent” 2015) di fare un regalo al loro pubblico e ai meno fortunati. Per questo motivo i proventi derivanti dalla vendita del brano saranno interamente devoluti alla Casa Famiglia “La casa di Matteo”, nata da un progetto di Luca Trapanese, che prevede la realizzazione di due case di accoglienza per bambini orfani con disabilità medio e gravi, gravi malformazioni, tumori, patologie che necessitano non solo di cure particolari ma soprattutto di un amore familiare. Le due strutture sono collocate in due Comuni: a Napoli, in un grande appartamento nel quartiere Vomero, e a Bacoli (NA), in una villa data in comodato d’uso gratuito dal Pio Monte della Misericordia.

ER TRILUSSA DE STILO

Er gioco der pallone GIORGIO BRUZZESE

Io nun ve vojo dì, peddìo sagrato, ch’er gioco der pallone nun è bello, ma quanno è troppo, è troppo...esaggerato; la gente perde er lume der cervello. Nu’ je preme nemmanco un tantinello de la Giustizzia ingiusta de lo Stato, de come o der perché, de questo o quello, e in fonno in fonno è tutto carcolato: sto gioco serve a cojonà le masse, pe seguità a magnà a quattro ganasse abbasta che je dai divertimento, come ’na vorta li Romani antichi, je dai ’n tozzo de pane co du’ fichi e ’r Popolo lo fai fesso e contento.


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Riviera nº 51 del 13/12/2020  

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