Riviera nº 45 del 1/11/2020

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Abbiamo avuto il piacere di ospitare sulla nostra Web TV i Consiglieri Regionali Giacomo Crinò e Raffaele Sainato. Al centro della nostra chiacchierata la figura della presidente Jole Santelli, il futuro della Regione Calabria, il destino della Locride e il ruolo della politica nella realtà sociale calabrese contemporanea. Le videointerviste sono ancora disponibili sulla nostra pagina Facebook e sul canale YouTube “Redazione Riviera”. Di seguito, invece, un estratto di ciò che ci hanno detto.

Quattro chiacchiere con… Giacomo Crinò e Raffaele Sainato

GIACOMO CRINÒ Un tuo ricordo di Jole Santelli? I ricordi che mi legano alla Presidente Santelli sono tanti, anche perché io ho avuto il privilegio di conoscerla oltre vent’anni fa, perché ho studiato a Roma ed ero proprio lì quando lei è stata eletta nel 2001, e ho avuto modo di frequentarla. Se me ne chiedi uno, mi viene il mente il nostro incontro del 31 agosto 2018; lei, da sempre molto affezionata alla Locride, ogni volta che poteva veniva nel nostro territorio e quel giorno mi chiamò per raggiungerla e mi disse: «Giacomo abbiamo bisogno di te, vogliamo che tu ti candidi». Questo è un ricordo che è rimasto impresso nella memoria. È stata una donna forte e risoluta, che aveva un grande progetto per la Calabria e meritava di portarlo a termine. Il 10 novembre sarà convocato l’ultimo Consiglio Regionale… Sì, in cui l’ultimo punto sarà l’approvazione della doppia preferenza di genere e ufficializzeremo il ritorno alle urne. Perché hai deciso di candidarti? C’è chiaramente una grandissima passione politica che affonda le radici in un’importate tradizione famigliare. Cosa non funziona alla Regione? Il principale problema è il commissariamento della Sanità e, a questo proposito, Jole Santelli, a metà settembre, ha scritto una lettera molto forte al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sul tema. Come vedi le elezioni a Siderno? Siderno è la cittadina più importante della Locride e merita di avere un’amministrazione democraticamente eletta; quindi mi auguro che si voti e si ritorni presto alla democrazia. Quali elementi possono determinare lo sviluppo della Locride? Lo sviluppo della Locride deve partire dalla Sanità, quindi dalle bellezze naturalistiche, archeologiche e dalle potenzialità che ci sono in agricoltura. Ho grandi aspettative su ciò che può emergere dal settore agroalimentare. Le tue origini politiche sono socialiste. Un tuo punto di riferimento politico del passato? Chiaramente Craxi. Chi sarà il prossimo candidato a Presidente della Regione per il Centrodestra? Gli alleati confermano che sarà un militante di Forza Italia. Pensi di riproporre la tua candidatura? Sì, credo sia un atto di responsabilità e coerenza.

RAFFAELE SAINATO Un tuo ricordo di Jole Santelli? Con Jole ci legava, prima di tutto, un rapporto di personale amicizia, anche se io mi sono candidato con Fratelli d’Italia. Come tutti sapete, però, anche su suo suggerimento, sono ritornato a Forza Italia. Jole era un politico diverso rispetto agli altri, una persona che non amava i compromessi, per questo si è sempre contraddistinta, dal 1994 fino all’ultimo giorno di vita. Era una donna che metteva in campo le sue idee, avendo sempre rispetto per gli avversari. Poi era innamorata della Calabria, in particolare della Locride e della Sila, proprio per Locride aveva un progetto di 40 milioni che avrebbe coinvolto tutti i 42 comuni. Mi auguro che questo progetto si possa riprendere anche in ricordo di Jole; lo stesso investimento era stato pensato per la Sila. Purtroppo è stata portata via dalla malattia, ma è rimasto il suo modo di fare politica. Da qui deve ripartire la Calabria. Il 10 novembre sarà convocato il Consiglio Regionale… Sì, sarà l’ultimo. In maggioranza abbiamo già stabilito la data del 17 gennaio per le nuove elezioni. Riteniamo che sia giusto ritornare subito al voto, perché non siamo attaccati alla poltrona e, soprattutto, è giusto dare ai calabresi un governo che possa prendere decisioni. L’opposizione, invece, fa pressioni per aspettare la primavera. Non si sentono pronti. Cosa pensi della situazione di Siderno? Siderno sta pagando un prezzo troppo caro per lo scioglimento. Noi abbiamo bisogno che Siderno riparta, perché sarà un bene per tutti i paesi della Locride. Tornando alle Elezioni Regionali, che cosa ti ha convinto a candidarti? Volevamo dare un rappresentante alla Locride, era necessario. La scorsa settimana, ad esempio, con l’Assessore all’Ambiente e i sindaci abbiamo parlato di interventi sulla depurazione. Giovedì prossimo ci sarà la riunione conclusiva in cui tutti i primi cittadini dovranno portare delle idee progettuali, che come Regione andremo a finanziare. Così come occorre fare proposte anche per l’Ospedale di Locri, presso speriamo si poter fare presto analizzare i tamponi per il Covid-19. Chi è stato il tuo personaggio politico di riferimento? Prima del ’92 erano tutti statisti che hanno fatto bene al territorio. Oggi si parla male della politica perché sembra sia diventata uno sport che tutti vogliono praticare. Alcuni pensano che in politica servano i giovani, ma devono essere sempre indirizzati dai meno giovani. Il mio punto di riferimento è stato Riccardo Misasi, una vera guida sul piano politico. Le battaglie di cui vai più orgoglioso in questi otto mesi? Aver fatto conoscere un’altra Locride, non più denigrata per i motivi che conosciamo, ma bella, fatta di persone perbene. Quali sono le cose che ancora non funzionano in Regione? Intanto Jole Santelli aveva compiuto un’azione stupenda: aprire la Cittadella di Catanzaro ai sindaci, perché aveva capito che i problemi della Calabria si possono risolvere solo tramite loro, in prima linea sul territorio. Penso che per fare meglio occorra fare di più, lavorare ogni giorno per la Calabria. Quali elementi possono determinare lo sviluppo della Locride? Innanzitutto l’ambiente, perché è determinante per la maggior parte dell’indotto economico del nostro comprensorio, quindi dalle bellezze culturali sulle quali occorre fare turismo, per il quale oggi abbiamo ancora pochissime strutture ricettive. E ovviamente dall’agricoltura. Chi sarà il candidato a Presidente della Regione del centrodestra? Ti posso dire solo che sarà di Forza Italia. Pensi di riproporre la tua candidatura? Assolutamente sì. Con Forza Italia o con una lista collegata al partito Forza Italia.


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Il caos generato dal nuovo attacco del Covid-19 e la disperata corsa ai ripari di un Governo non all’altezza di gestire questo Paese, ha fatto annullare la chiamata alle urne prevista per novembre per quei centri che dovrebbero rinnovare i Consigli Comunali dopo un periodo di commissariamento… ma solo per poche ore! Gli articoli relativi a tale rinvio, presenti in una bozza (quasi) definitiva del “Decreto Ristori”, sono infatti spariti al momento della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

OGGI, A SIDERNO, SI VOTA IL 22 E IL 23 NOVEMBRE. MA DOMANI?

Mistero dell’Interno ROSARIO VLADIMIR CONDARCURI

Certo che quella appena passata sarà una settimana che rimarrà impressa nelle menti dei sidernesi per molti anni, sulla quale ci sarebbe molto da scrivere; ma, per amore dei lettori, andiamo subito ai fatti. Come redazione ci eravamo organizzati, questa settimana, con uno studio nuovo per presentare tutti i candidati a sindaco, così la prossima saremo entrati nel merito del programma e dei candidati a consigliere. Sabato scorso, infatti, sono state depositate le liste presso la commissione elettorale del Comune di Siderno, così tra interviste, foto e richieste di amicizia su Facebook, caffè offerti a tutti e richieste di manifesti e santini siamo entrati nella prima settimana di vera campagna elettorale. Lo scenario politico ormai è chiaro, i candidati sono Stefano Archinà con due liste, una dei fondatori del movimento “#inpiedipersiderno” la seconda di quelli che, dopo l’estate, hanno iniziato il percorso di avvicinamento; Mimmo Barranca, che ha presentato cinque liste, quasi un record, erano molti anni che non si raggiungeva un tale numero di candidati; Antonio Cutugno, promotore di un gruppo che si presenta con due liste di persone lontane dai

palcoscenici politici; Mariateresa Fragomeni, anche lei con 2 liste, una rigorosamente del PD mentre la seconda civica, di ispirazione popolare; infine Antonio Sgambelluri, con una sola lista, in cui si notano una serie di personaggi noti e meno noti. Quindi 5 candidati a sindaco; 12 liste; e 190 candidati a Consigliere. Le elezioni, al momento della presentazione delle liste erano fissate per il 22 e 23 novembre. Ma, dopo che la prima sera avevamo intervistato Mimmo Barranca, che ha avuto un notevole riscontro di pubblico, e mentre stavamo preparando l’intervista con il secondo candidato, Stefano Archinà, è arrivata la notizia bomba: nella bozza del “Decreto Ristori”, che il Governo stava discutendo la stessa sera di martedì, hanno inserito il rinvio delle elezioni straordinarie per motivi di sicurezza sanitaria. Boom! Una bomba la cui onda d’urto si è allargata in tutto il paese. Per capire bene la situazione riporto una frase che mi ha riferito per telefono una candidata: «Da quando ho preso la decisione di candidarmi mi sembra di essere finita in una centrifuga», un continuo via vai di emozioni che fa crollare l’umore di candidati e cittadini. Prima di andare avanti devo esprimere la mia bassa stima per questo Governo e, soprattutto, per il Ministero

dell’Interno, che dovrebbe gestire questa partita. Da quando ricordo non avevo mai visto tanti e tali atti da “dilettanti allo sbaraglio” commessi dal Governo e da questo Ministero. Le elezioni il 20 settembre sono la perla più lucente di questa pantomima: mai, in vita mia, avevo visto presentare le liste nel mese di agosto, mese di solito dedicato alle vacanze. Solo nel 1991, se non erro, si votò il 9 giugno e molti politici si lamentarono per questo; rimase celebre la frase di Bettino Craxi che, contrario al Referendum Segni disse: «Andate a mare». Ma, ricordi a parte, questo Governo continua a stupirci, perché nonostante a settembre si voti anche per il Referendum e il rischio pandemia sia dietro l’angolo, si ostina, e conferma nonostante tutto le Elezioni Amministrative Straordinarie per i comuni sciolti per mafia tra il 15 ottobre e il 15 dicembre, per giungere a inizio ottobre a pubblicare la data del 22 e 23 novembre. Oltretutto, il Ministro ha continuato nella pratica assurda di prolungare gli scioglimenti dei Comuni fino al limite massimo che viene indicato nella legge come eventualità straordinaria, anche se a queste latitudini, ormai, i 24 mesi sono divenuti la norma. Una situazione che sta distruggendo l’economia e gli stessi paesi della Locride, travolti da gestioni che

lasciano dietro di sé solo rimpianti per quello che poteva essere e non è stato. Ma torniamo al Ministero e al Governo che, in merito alle elezioni di Siderno e dei Comuni sciolti per mafia, (4 in tutto, nella nostra Regione) riesce nel colpo di teatro più fragoroso che (almeno noi) ricordiamo: la bozza del “Decreto Ristori”, che ormai tutti davano per votata, viene modificata al momento della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, si dice per volere del Ministero dell’Interno e scompare in blocco l’articolo relativo al rinvio delle Elezioni Amministrative Straordinarie. E, di nuovo, a Siderno, torna la confusione: telefonate, e-mail, messaggi WhatsApp e chi più ne a più ne metta. Noi avevamo cambiato palinsesto, e siamo dovuti tornare a chiamare gli increduli candidati per invitarli a riprendere le interviste in trasmissione. Un vero casino. I bene informati ci dicono che la procedura che aveva approntato il governo era sbagliata e si prestava a possibili reclami, perché i candidati avevano già presentato le liste, ma a noi rimane il dubbio di una grande frittata e di politici che forse chiamare in questo modo è troppo. Oggi, a Siderno, si vota il 22 e 23 novembre. Domani, chissà.

Sprecare il fiato dei cento metri può essere letale

RIPUBBLICHIAMO UNA BREVE MA SIGNIFICATIVA RIFLESSIONE SULLA SECONDA ONDATA DI CONTAGI DA COVID-19 CHE TOMMASO LABATE, GIORNALISTA ORIGINARIO DI MARINA DI GIOIOSA JONICA, HA AFFIDATO NEGLI SCORSI GIORNI AL SUO PROFILO FACEBOOK.

Dopo nove mesi continuiamo a commettere lo stesso errore. Io per primo. Ci dimentichiamo di come il virus sia stato talmente infame da farci rimangiare le cose che avevamo detto in precedenza. A tutti, a me per primo. A gennaio dicevamo che era una semplice influenza. Poi, quando sono arrivati i primi morti, ci siamo rimangiati la semplice influenza e abbiamo iniziato ad abbatterci. Quando abbiamo capito che la faccenda era

seria assai, abbiamo avuto un sussulto d’orgoglio, ci siamo rimangiati l’abbatterci e abbiamo iniziato a cantare sui balconi e a dire che sarebbe andato tutto bene. Poi ci siamo rimangiati i balconi e l'andrà tutto bene e abbiamo iniziato a dire che tutto andava male. Quando tutto è tornato ad andare bene perché stavamo sotto il sole dell’estate con un indice di contagio vicino allo zero, ci siamo rimangiati che tutto sarebbe andato male. E adesso ci rimangiamo che l’andrà tutto bene, figlio dell’esserci rimangiati l’andrà tutto male, figlio del rimangiarsi il primo andrà tutto bene,

figlio del rimangiarsi l’abbattimento, a sua volta figlio della semplice influenza che non lo era, né influenza né tantomeno semplice. Io provo a raccontare la realtà ma mi astengo da applausi o fischi rispetto alla scelta di chiudere i ristoranti alle 18, le piscine, i cinema. Perché ho una gran paura di dovermi rimangiare anche quelli. Applausi o fischi che siano. È una maratona senza fine. Sprecare il fiato dei cento metri può essere letale, stavolta. E nel vero senso della parola. Tommaso Labate


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La domanda

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attualità

Recove occasione unica

I soldi del Recovery Fund potrebbero essere impegnati anche per realizzare - finalmente, e ci sembra un’occasione unica, forse l’ultimo treno per una infrastruttura così importante per lo sviluppo della regione la nuova Strada Statale 106 Reggio-Taranto: il sindacato si sente o è già pronto, magari col supporto delle sue organizzazioni centrali, ad avviare una grande e incisiva vertenza nazionale?


Abbiamo posto ai rappresentanti calabresi dei sindacati una domanda relativa a come i fondi stanziati dall’Europa per fare fronte alla crisi innescata dalla pandemia possano migliorare la realtà sociale della nostra regione. Vista la natura del finanziamento, la risposta di impiegarli nel miglioramento delle infrastrutture è stata univoca: per i sindacati terminare la nuova SS 106 (e ampliare la ferrovia jonica) è la chiave di volta dello sviluppo della Calabria.

ery Fund a per cambiare la SS 106? ANGELO SPOSATO Il tema del Recovery Fund, così come quello dei fondi europei associati ai provvedimenti del Governo sulla fiscalità di vantaggio, alla decontribuzione e ad altri aiuti alle imprese che assumono, sono centrali nel dibattito economico e politico. A livello centrale è ripreso un confronto con il Governo sull’emergenza Covid, ma non ancora sulle strategie di sviluppo economico nel Paese e nel Mezzogiorno. Cosa, questa, che il sindacato unitario sta richiedendo con forza anche attraverso forme di mobilitazione. In questo contesto nazionale, il tema di come si affrontano le strategie per il Sud e, quindi, per la Calabria, è diventato centrale nel dibattito nazionale di CGIL, CISL e UIL. In Calabria, come CGIL, siamo molto preoccupati perché, a oggi, nonostante sia stata istituita una task force a livello regionale su economia, sviluppo e lavoro, nessun dibattito è stato avviato sui grandi temi del Recovery Fund. La prematura scomparsa della Presidente della Regione Jole Santelli, che ha suscitato in tutti noi profonda commozione, consegnerà questi temi alla prossima giunta regionale. Vi sono

scelte che vanno affrontate con il contributo di tutte le parti sociali e la Calabria non può farne a meno. Anche il tentativo da parte di questa giunta e del vicepresidente facente funzioni di rimodulare 500 miliardi di Euro di spesa dei fondi previsti nel POR, senza un confronto con il partenariato economico-sociale è un atto grave che rischia di ingenerare un clima da campagna elettorale di cui la Calabria, in questo momento, non avverte il bisogno. Infrastrutture, mobilità, sanità, ambiente, territorio, legalità, istruzione, sono i grandi temi che qualunque politica seria dovrebbe affrontare con le parti sociali e il sindacato. La CGIL Calabria, che recente ha presentato un programma di 11 interventi in 40 cartelle alla regione, a tutto il partenariato economico e sociale, alle amministrazioni locali, è pronta al confronto. Segretario Generale CGIL Calabria

TONINO RUSSO La valorizzazione delle potenzialità inespresse della Calabria e la sua crescita passano anche per il superamento del gap infrastrutturale dell’area ionica. La SS 106 costituisce nel sistema viario un asse fondamentale e il suo completamento per l’intero percorso, l’adeguamento, la messa in sicurezza sono da molto, troppo tempo all’ordine del giorno. Gli interventi previsti sono tanti e consistenti. Purtroppo, si fatica a vedere i cantieri aperti. Per fare un solo esempio, dopo decenni di attesa, il 19 maggio scorso, alla presenza del Ministro alle Infrastrutture Paola De Micheli e dell’Amministratore Delegato di ANAS è stato formalmente aperto il cantiere per un’opera fondamentale come la realizzazione del Terzo Megalotto, essenziale per lo sviluppo, per rompere l’isolamento di un vasto territorio, per garantire la sicurezza grazie alla realizzazione del tracciato a due corsie per senso di marcia, in un tratto che è fra i più pericolosi d’Italia. Si tratta di un investimento da 1,3 miliardi per un tracciato di 39 km, che darà occupazione a regime a circa 3mila

lavoratori, indotto compreso, con una previsione di sette anni per il completamento. Sulla questione delle infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali, la CISL si sta impegnando molto. Per la 106, in particolare, sono state diverse le mobilitazioni che hanno visto presente anche il sindacato nazionale: da ultimo, lo sciopero di Trebisacce nel 2018 con una grande manifestazione conclusa dal Segretario Generale aggiunto Luigi Sbarra. Su questo e su altri temi il sindacato non mollerà. Si tratta, tra l’altro, di creare lavoro attraverso la realizzazione di opere fondamentali. Riguardo alle risorse del Recovery Fund, dico innanzitutto che devono essere aggiuntive e non sostitutive rispetto a quelle già previste nei progetti approvati e nel Piano per il Sud 2030 presentato dal Governo a Gioia Tauro nel febbraio scorso, prima dell’esplosione della pandemia da Covid19. Detto ciò, sicuramente, i fondi provenienti dall’UE per la ripartenza dovranno essere destinati, nel Sud e in Calabria, alle infrastrutture materiali e immateriali. Tra queste, il completamento dell’intero tracciato Reggio-Taranto della SS 106 è certamente prioritario, senza dimenticare l’elettrificazione dell’intera linea ferroviaria ionica. Le infrastrutture che possono collegare la Calabria con il resto del Paese sono un terreno su cui dialogare e confrontarsi con il Governo. Segretario Generale CISL Calabria

SANTO BIONDO Siamo, come Organizzazione sindacale, da sempre impegnati per il miglioramento infrastrutturale della Calabria e lo facciamo senza steccati ideologici; il nostro impegno è determinato dal convincimento che l’infrastrutturazione materiale e immateriale del territorio rappresenti un fattore fondamentale per la crescita regionale e lo sviluppo economico e sociale della nostra Calabria. In queste ultime settimane si è tornato a parlare di Ponte sullo Stretto, un’opera che aprirebbe il territorio verso dinamiche di sviluppo europee e mondiali ma, accanto a questa opera strategica, siamo convinti che la Calabria, come sostenuto dal nostro Segretario Generale Pierpaolo Bombardieri, abbia bisogno di sviluppare concretamente il progetto di una moderna, sicura ed efficiente SS 106, per ciò che concerne le grandi opere pubbliche. Per noi questa arteria viaria, la sua completa costruzione verso la dorsale adriatica, rappresenta un obiettivo dichiarato e, con il supporto della nostra Segreteria nazionale, da tempo abbiamo portato all’attenzione dei vari governi che si sono succeduti la necessità di assecondare le richieste di mobilità che arrivano dal territorio. È importante la realizzazione del terzo Megalotto della nuova 106, ma è altrettanto importante la costruzione dell’intera dorsale Jonica e del suo prolungamento verso la Basilicata e la Puglia. Anche il crotonese e la fascia ionica catanzarese e reggina hanno il bisogno vitale di riconnettersi al resto del territorio regionale e al resto del Paese. Riteniamo che, in tema di grandi opere pubbliche, lo Stato nel progettarle e nel realizzarle debba saper ascoltare la domanda che proviene dalle comunità, dai territori, dal mondo dell’associazionismo. E, sotto questo aspetto, la realizzazione della SS 106 è un bisogno collettivo rivendicato dai calabresi e non solo, che vivono nella parte ionica della nostra regione. Siamo inoltre convinti che solo realizzando questa infrastruttura la Calabria potrà entrare concretamente all’interno dei corridoi europei di movimentazione delle merci e delle persone, potrà ricercare quello sviluppo delle potenzialità turistiche ancora in parte inespresse e rimettere in moto la macchina occupazionale e lavorativa. Ma non solo. La realizzazione della nuova SS 106 rappresenterebbe una valvola di sfogo viaria determinante, un’alternativa all’Autostrada del Mediterraneo, anche dal punto di vista della sicurezza pubblica.

In quest’ottica, poi, riteniamo indispensabile la corretta programmazione del Recovery Fund che, come tu sottolinei, è un’occasione unica per la nostra regione, al fine di rimediare ai ritardi atavici sull’infrastrutturazione di questo territorio, ma crediamo sia importante non dimenticare anche il giusto indirizzo dei fondi legati alle politiche di coesione europee e al fondo nazionale di sviluppo e coesione. Risorse che, in questi anni, sono state per una parte importante non spese e, in una parte minima, spese male. La totale realizzazione della SS 106, deve essere intesa anche come una forma di risarcimento infrastrutturale da parte dello Stato nei confronti della Calabria e del Sud. Infatti, dagli anni ’70, si è bloccata la leva degli investimenti a favore del Mezzogiorno e della Calabria sia per quanto riguarda rete stradale sia per quanto riguarda quella ferroviaria. Ne è palese dimostrazione la tratta ferrata che da Melito Porto Salvo porta verso la Locride, ferma al disegno borbonico, priva di una rete elettrificata, sviluppata ancora oggi su di un unico binario. Attualmente solo il 24% delle linee ferroviarie al sud sono a doppio binario a fronte del 69% del centro nord. E solo il 45% è elettrificata al sud a fronte dell’80% del centro nord. Se a questo aggiungiamo il fatto che lo striminzito nastro di asfalto della vecchia SS 106, segnata in questi anni da decine di edicole funerarie poste a ricordo di chi su quella strada ci ha perso la vita, sia ancora l’unico canale di comunicazione viaria di una fetta enorme del territorio calabrese, che ricomprende un terzo della nostra popolazione, allora emerge con chiarezza la necessità di fare di questi ritardi una vertenza nazionale. Una vertenza che abbia al centro della sua piattaforma rivendicativa non solo la realizzazione di queste infrastrutture in tempi rapidi ma, anche, il corretto utilizzo dei fondi messi a disposizione. È giunto il tempo, infatti, di chiudere con le vecchie pratiche di parcellizzazione dei finanziamenti, della loro dilapidazione in mille e inutili rivoli; è invece giunto il momento di concentrare le risorse su pochi progetti e fare sì che questi si trasformino, in tempi rapidissimi, in opere concrete. Opere che siano in grado, come riteniamo possa esserlo la nuova 106, di cambiare il volto economico, sociale e produttivo della nostra regione. Segretario Generale UIL Calabria


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società

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Nato l’8 giugno del 1958, dopo essersi votato anima e corpo alla carriera medica, Vincenzo Michele Crupi ha dovuto lasciare la sua amatissima Siderno per riuscire a costruire una brillante carriera a Torino. Carriera che, questa settimana, è stata coronata da un riconoscimento prestigiosissimo: l’elezione ai vertici del Consiglio dell’Ordine dei Medici del Piemonte.

Michele Crupi il sidernese ai vertici dell’Ordine dei Medici del Piemonte

Risale a pochi giorni fa la notizia di un nostro concittadino che ha reso lustro al nostro territorio grazie alle sue azioni, ai suoi sacrifici e ai suoi valori. Si tratta di Vincenzo Michele Crupi, nato a Siderno l’8 giugno 1958, eletto ai vertici del Consiglio dell’Ordine dei Medici del Piemonte. Nei giorni scorsi, infatti, si sono svolte le elezioni per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Torino, per il mandato 2021-2024, in il dottor Crupi è risultato il più votato in città e secondo tra gli eletti, dopo il Presidente della Commissione Albo Odontoiatri. Le regole elettorali dell’ordine dei medici prevedono, inoltre, che i primi tre eletti della CAO di diritto, diventino Consiglieri dell’ordine dei medici di Torino e provincia, organismo che rappresenta circa 16.000 medici piemontesi. Da questa intervista emerge la figura di un uomo umile, attaccato alla sua Terra e alla sua gente, un uomo che ha raggiunto i suoi successi con sacrifici e rinunce. Uomini così meritano, senza ombra di dubbio, la nostra stima e il nostro riconoscimento per aver dato luce positiva al nostro paese. Cosa ha provato quando è stato eletto? Sono stato eletto pochi giorni fa Consigliere della CAO con 182 voti su 301 votanti, risultando secondo dopo il Presidente. Successivamente, sono stato nominato Consigliere dell’Ordine dei Medici di Torino e provincia, un incarico prestigioso, in quanto sono diciotto i consiglieri su sedicimila medici. Mi sono commosso per la grande emozione che ho sentito dentro di me. Quando ha capito cosa voleva fare da grande? Ho sempre desiderato intraprendere l’attività sanitaria, ed è stato durante gli studi universitari che mi sono avvicinato all’odontoiatria. Studi svolti a Bologna, a Roma e infine a Messina, per stare vicino alla mia famiglia, dove ho conseguito la laurea con la votazione di 110. Quali sono stati i passaggi più importanti della sua carriera? Un passaggio importante e ricco di opportunità è stato frequentare il reparto di Odontostomatologia dell’ospedale

Il dottore Vincenzo Michele Crupi mentre posa assieme al giocatore del Torino Cristian Ansaldi (a sinistra) e all’allenatore della Juventus Andrea Pirlo (a destra).

Molinette di Torino, l’attuale “Dental School”. Perché le eccellenze vanno via da Siderno? Una volta conseguito il diploma, per molti di noi sidernesi la frequenza degli studi universitari era quasi come un’area di parcheggio in attesa di un impiego lavorativo definitivo. In alcuni casi, tuttavia, dopo la laurea, alcuni colleghi si sono rivelati medici di altissimo livello. Le manca il suo paese? Siderno mi è sempre mancata moltissimo. Torino è la città alla quale sono riconoscente, perché vi sono cresciuto professionalmente e, inoltre, a Torino sono nati i miei figli; ma nel cuore ho sempre Siderno, dove vivono tuttora i miei famigliari, la contrada Lamia, da cui ha origine la mia famiglia, e i sidernesi con cui ho trascorso la maggior parte della mia gioventù. Secondo lei, per risolvere i problemi legati alla nostra sanità, da dove occorre partire? Uno dei temi più spinosi del nostro quotidiano è la risoluzione dei problemi della sanità; io credo che sarebbe fondamentale iniziare dal sociale, valorizzare e incrementare le strutture pubbliche e private. Qual è stato l’ostacolo più difficile da superare per raggiungere i suoi obiettivi? Uno dei maggiori ostacoli da superare per raggiungere i miei obiettivi è stato combattere i pregiudizi e i luoghi comuni riferiti ai calabresi. Da questo momento quali saranno i suoi incarichi? D’ora in poi i miei incarichi saranno Consigliere della CAO e Consigliere dell’Ordine dei Medici di Torino e provincia. Quali saranno i suoi prossimi obiettivi? I miei prossimi obiettivi saranno creare un entourage di giovani medici e odontoiatri che possano tra qualche anno sostituire me e i consiglieri più anziani in questi importanti compiti. E, ancora, riuscire a trascorrere la mia pensione tra Torino e Siderno. Rosalba Topini



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attualità

Di tempo ne è trascorso. Vent’anni sembrano tanti ma, alla fine, sono pochi se si tratta di ricordare fatti, persone e circostanze che segnano una parte della tua esistenza prim’ancora che della tua esperienza professionale. Il ricordo potrebbe sembrare al lettore, visto che la ricorrenza è trascorsa, come scritto fuori tempo massimo. Ma, come qualcuno potrà verificare, pur leggendo scritti e ascoltando interviste, non ho aggiunto nulla a quanto detto, presentato e commentato settimane fa perché ciò resta nel mio intimo o, almeno, tale è rimasto, ma sino a un limite di diritto di cronaca superatosi nelle ricostruzioni e che richiede, però, un ritorno alla cronaca. Un ritorno a quel diritto vero, non a quella versione di circostanza, dove della continenza e della pertinenza se ne fa un uso e consumo al di là del significato deontologicamente corretto di tali termini. Per questo, invitato dal Direttore di “Riviera”, cercherò in queste poche righe di disegnare un momento, un vissuto. Probabilmente non a tutti è nota la mia esperienza professionale. Non la metto in piazza perché è dovuto per rispetto, e dal momento che non ho mai avuto l’abitudine di mischiare lavoro e altri interessi ritenendo che ognuno di noi deve distinguere, senza barricate ovviamente, ciò che è previsto da ciò che non lo è. Tuttavia, mettendo da parte questa settimana la rubrica di “Calabrese per caso”, cercherò di coniugare ciò che ero al momento del disastro del Camping “Le Giare” di Soverato con ciò che tenterò, maldestramente forse, di fare: scriverne. Difficile trasportare il lettore e trasportarsi a un giorno come tanti, in una mattina come tante di un settembre particolarmente piovoso. Spesso ognuno di noi vive nella certezza che il dramma sia lontano o che certe cose accadano altrove, nonostante, ad esempio, la Calabria non viva da sempre, e negli anni del cemento facile ancor più frequentemente, un idillio con le forze della natura, pensando che il rischio idrogeologico sia il risultato della cattiveria del mondo che ci circonda e non, al contrario, della nostra supponente presunzione di fare della natura e dei luoghi ciò che meglio ci aggrada. In quella telefonata del 10 settembre 2000, giuntami dalla Centrale Operativa della Compagnia Carabinieri di Soverato verso le 5, c’era tutto lo stupore e il racconto di un operatore che stentava a nascondere l’emozione, forse incredulo di ciò che mi riportava; ovvero quanto descrittogli in presa diretta dal buon Comandante di Compagnia di Soverato, l’allora Capitano Milko Verticchio. Una telefonata dovuta, necessaria, con la quale mi si avvisava di cosa stava accadendo visto che, immeritatamente e solo per cause d'ufficio (il comandante titolare era in licenza) pur essendo chi scrive Maggiore e comandante della compagnia di Catanzaro, ero temporaneamente Comandante Provinciale. Un camping era completamente finito sotto metri di acqua. Un camping collocato sul letto di un torrente e sotto il viadotto della Statale 106 tra Montepaone e Soverato, in località “Turrati”. Francamente sarò passato decine e decine di volte su quel viadotto per vari motivi, tra i quali andare a far visita a mia madre il fine settimana in quel di Bovalino Marina. Eppure, nell’andirivieni, non ho mai visto i miei occhi traguardare, anche solo per curiosità, al di là del guardrail, immaginando che al di sotto della sopraelevata potesse esserci un camping. Ma quel camping, tragicamente, c’era. Era lì! Era dove non doveva stare. Dove nessuna attenta concessione avrebbe potuto o dovuto permettere il superamento delle regole della natura. Regole per le quali il letto di un torrente non va alterato. Perché una violenza alla natura si ripaga con altrettanta violenza. Mi sono messo un jeans e una polo, nessuna uniforme, troppo tempo per indossarla, ho preso con me i miei stivali da pesca, che avevo dietro la porta, chiamato il Maresciallo Patrizio Valentini e, poco dopo le 5, ci siamo precipitati, partendo da Catanzaro, verso Soverato. Chiesi al mio indimenticabile amico anzitutto e maresciallo: «Patrizio, ma tu ricordi un camping sotto il viadotto tra Montepaone e Soverato?» La risposta fu: «No, comandante, non ricordo! Ma può essere mai sotto il viadotto?» E mentre percorrevamo i chilometri di una Statale fradicia di acqua che cadeva a secchiate e senza tregua, arrivammo sul viadotto e, fermata l’auto, gli dissi: «Patrizio, ma è qui sotto?» Sporgendoci dal limite della carreggiata la scena fu drammaticamente surreale. Casette, bungalow e roulotte con il limite dell’acqua al tetto e persone che dal tetto e dagli alberi chiedevano aiuto. Lo scenario era chiaro! Un camping, si! Un campeggio letteralmente invaso da una piena continua. Una massa informe di acqua e fango, la cui piena aveva piegato ogni cosa, portato via auto verso il mare. Una massa marrone che scorreva distinguendosi dal blu plumbeo del cielo e del mare nervoso verso il quale l’onda di piena correva. Scendendo verso l’ingresso e giunti al limite possibile, la domanda era scontata: cosa fare? Con quali forze e con quali mezzi? Non avevamo molto: un’ambulanza dell’Ospedale, una camionetta dei Vigili del Fuoco di Catanzaro Lido giunti con un piccolo similBob Cat, alcuni Carabinieri della locale Stazione e per fortuna, in quel momento, una dozzina di giovani Carabinieri del battaglione Trentino Alto Adige in servizio di rinforzo in Calabria e a Soverato per il periodo estivo. C’era anche il sindaco, Giovanni Calabretta e alcuni assessori, Pietro Fazzari, Tonino Pittelli e chiedo scusa per gli altri che non ricordo. Era evidente, allo sguardo, che il torrente si era ripreso il suo letto. Correva impetuoso grazie a una corsia che gli permetteva velocità e portata, dal momento che i due lati erano delimitati

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A vent’anni dalla tragedia del camping “Le Giare”, raccogliamo la testimonianza e il ricordo di quel 10 settembre a incubo di Giuseppe Romeo, tra i primi a giungere sul posto in qualità di Comandante Provinciale dei Carabinieri di Catanzaro pro tempore. Quell’alba di sangue, che fece spegnere nel fango la vita di 13 persone, è ancora oggi un monito su quanto sia importante difendere la terra dall’incuria e dalla speculazione, per la quale alla natura ci fa sempre pagare pegno.

Giuseppe Romeo, con la polo azzurra, accanto a Sandro Dolce, della Procura della Repubblica di Catanzaro, sul luogo della tragedia.

Incubo di una domenica di fine estate Giuseppe Romeo, originario di Benestare, oggi Tenente Colonnello, all’epoca dei fatti era in servizio al Comando Provinciale di Catanzaro.

da muretti in cemento, ammassi di sterpame e terriccio sedimentato. Ci chiedemmo: come possiamo entrare nel camping vista la corrente e l’impossibilità di avere lati percorribili per portare in salvo gli ospiti? Non c’erano scelte né tempo: bisognava abbassare il livello dell’acqua e subito. E come? Già, come? Il “Bob Cat” dei Vigili del Fuoco era troppo piccolo per poter aprire varchi nei muretti laterali, perché rischiava di essere travolto dalla corrente. Tuttavia l’intuizione del Comandante di Stazione, Giuseppe di Cello, che conosceva bene il suo territorio, ci venne in aiuto e ci fece chiedere ai titolari di un’impresa edile, la Ditta Galeano, di mettere a disposizione una macchina movimento terra, una “ruspa” per essere più semplicisti. Il figlio del titolare ci venne incontro con un modello troppo piccolo e insufficiente a rompere gli argini artificiali. Per fortuna arrivò il padre, Nicola, con il Maresciallo Di Cello e decidemmo di entrare nel camping. L’attacco al camping era pronto. Il varco dalla parte destra veniva aperto subito dopo l’in-

gresso e la ruspa procedette verso sinistra per far scendere il livello delle acque. In questo modo, man mano che la corrente perdeva la sua forza chi scrive, il Capitano Verticchio, il sindaco Giovanni Calabretta, gli assessori Pietro Fazzari, Tonino Pittelli e altri del Comune, i giovani Carabinieri del battaglione Trentino Alto Adige e i pochi Vigili del Fuoco lì presenti - ma con corde rivelatesi utilissime per imbracarci alla buona per non farci travolgere - raggiungevamo le persone che non si erano messe in sicurezza sui tetti. Nello stesso tempo il Maresciallo di Cello e il signor Nicola Galeano avanzavano con la “ruspa” più grande per recuperare gli ospiti, collocandoli nel cassone. Ospiti che scoprimmo sin all’arrivo essere persone affette da gravi difficoltà motorie, messi in salvo, dove e come possibile, sugli alberi e sui tetti da solerti e capaci accompagnatori dell’Unitalsi. Non vi era altro da fare, se non continuare a braccia mentre l’acqua e il fango scorrevano, che cercare di mettere in sicurezza gli ospiti più fragili.

Alle ore 7:30 fu salvato l’ultimo superstite. Terminate le operazioni di recupero, con le acque in deflusso, rientrammo nel camping e, nel sopralluogo delle prime casette, io e il capitano Verticchio notammo, all’interno cumuli di sabbia e detriti. Dissi a Milko: «Facciamo controllare casetta per casetta, perché vuoi vedere che troveremo delle vittime sepolte dai detriti?» E fu tragicamente così! Senza elenchi, perché finiti in acqua come tutta la reception, il rito del riconoscimento sarebbe man mano iniziato più tardi, grazie all’aiuto dei generosi accompagnatori. Alle 8, minuto più minuto meno, tutto, per noi, era finito mentre il panorama iniziava a tingersi di vari colori e di policrome luci lampeggianti. Erano le tute e le auto della diverse associazioni di volontariato. Giunse anche il Prefetto che conoscevo da Alessandria, il Vincenzo Gallitto (una provincia, Alessandria, nella quale mi misurai con la forza dell’acqua nel settembre 1993 quando, in Val Borbera, un torrente in piena correva anche qui tra argini in cemento a un velocità inconsueta e tale da romperne uno ed entrare in centro paese, a Rocchetta Ligure, allagandone le abitazioni sino al primo piano compreso. Ma fummo solerti: evacuammo in tempo tutta la cittadinanza la sera precedente, riparandola nella chiesa più alta rispetto al livello della piazza e delle case: destino?). Insomma, al termine delle operazioni, si contavano 12 morti più un tredicesimo dato da un disperso il cui corpo non fu mai più ritrovato e 54 superstiti (vado a memoria in quest’ultimo dato). Lasciavamo ai colori intonsi delle diverse associazioni giunte il compito di dare il significato che avrebbero voluto e concedere le interviste che credevano. Per quanto mi riguardava, ciò che dovevo dire lo scrissi in una mia relazione e lo dissi di persona, nella stessa serata del 10 settembre a Consiglio Comunale aperto a Soverato, all’allora Ministro dell’Interno Enzo Bianco. Dissi ciò che pensavo, senza cedere ad alcun timore di sorta, con la schiettezza di un calabrese che ha visto la propria terra ferita dall’incuria e dalla speculazione del territorio, di fronte a un silenzioso Comandante di Regione Carabinieri (oggi si chiamano Legioni) di cui ho perso le tracce. Questa è la cronaca, e questo è l’onore per me, come per i colleghi Verticchio e Di Cello, e per chi c’era quel giorno, di sentirsi ancora oggi cittadini di Soverato. Giuseppe Romeo


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I calabresi han poca fiducia nell’acqua pubblica, eppu ognuno dei nos paesi, e in mod particolare i pic borghi, sfoggia fontane, spesso monumentali, d quali scorre an oggi acqua di sorgente priva pericolosi inquinanti. La Locride, naturalmente, n fa eccezione e, anzi, presenta alcune tra le pi affascinanti produzione architettoniche hanno tutte i requisiti per divenire attratt turistica‌ se so fossero meglio valorizzate.

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Il 54,8% dei calabresi, secondo i dati ISTAT 2018, non ha fiducia nell’acqua pubblica, quella che arriva nei rubinetti di casa per intenderci. La Locride non si discosta di molto, anche se negli ultimi anni un’associazione ambientalista ha proceduto al campionamento e alle analisi delle acque che arrivano nei serbatoi per la distribuzione e si è riscontrato che nessun campione ha evidenziato criticità dal punto di vista radiometrico e dei metalli pesanti. Duole vedere quante bottiglie di acqua in plastica vengono caricate sulle auto davanti ai supermercati, mentre quella delle sorgenti e delle fontane si perde nei valloni e nelle fiumare. Eppure i paesi, soprattutto i borghi, accolgono sempre con una fontana, a volte monumentale e antica, a volte moderna, in ghisa, sempre dispensatrice di ottima acqua delle nostre falde. La fontana nella piazza era motivo di socialità tra coloro che si apprestavano a rifornirsi e vi sono stati tempi in cui essa rappresentava il luogo degli sguardi furtivi tra innamorati o il luogo dei mercanti per discutere gli affari. Molti gli aneddoti e i proverbi scaturiti dalla fontana. “Mamma non mi mandari all’acqua sula ca ti la portu rutta la cortara”. “Alla funtana chi ‘mbivinu ddù, lutra la poti trovari e chiara mai”. “L’acqua chi cula ammenzu a ddù vacanti non poti fari ddù hiumi currenti. Così la donna chi teni ddù amanti a nullu di li ddù li fa cuntenti”. Eppure, ancora oggi, è possibile rifornirsi di ottima acqua erogata dalle fontane pubbliche con la certezza che questa è molto più controllata di quella acquistata in bottiglie di plastica ma, soprattutto, si collabora a mantenere pulito l’ambiente evitando di dover smaltire migliaia di bottiglie che rappresentano una delle maggiori fonti di inquinamento. È molto gradevole, quando si va in giro a visitare borghi e contrade, incontrare una fontana alla quale dissetarsi o solo inumidirsi il viso e le mani e questo è ancora possibile in quasi tutti i

comuni della Locride. Il viaggiatore che si rechi a Stilo e si trovi davanti alla fontana monumentale di Gebbia, o meglio dei delfini, di puro stampo arabo, oltre a provare ristoro fa un tuffo nella storia. Si narra, infatti, che non molto distante dalla fontana vi fosse un masso in granito scalpellato a foggia di sedile, detto la Pietra del Califfo, e di cui non resta traccia. Non trascurate, andando a Pazzano, di dissetarvi alla fontana Vecchia o dei Minatori. A Riace esiste un pozzo da poco scavato in contrada Nescilacqua, nomen omen, che eroga dell’ottima acqua che potrebbe rifornire l’intera comunità della marina e che, allo stato, si riversa in un vallone ma ci si può fermare a dissetarsi; purtroppo l’area circostante è in stato di degrado. A Stignano non si può trascurare di visitare le due fontane monumentali di Villa Caristo, di cui una con vasca e zampilli e l’altra con delfini attorcigliati. A Caulonia una fontana monumentale del 1895 offriva l’acqua dell’acquedotto Stramerca, purtroppo oggi a secco, seppur la lapide recita “Acqua desiderio ardentissimo di secoli, Caulonia volle e finalmente derivò da Stramerca”. A Martone una fontana monumentale che scaturisce da un traforo e che, oltre alla freschezza, offre un aspetto gradevolissimo. A Gioiosa Jonica, alla base della rocca del castello, prima di intraprendere la salita sul selciato, ci si può dissetare a una fonte con due cannule. Il luogo avrebbe bisogno di una ripulita e sarebbe certamente più dignitoso. Il borgo antico di Canolo presenta una varietà di fontane e abbeveratoi, alcune anche artisticamente modellate, ma quello che consiglio da visitare è il fontanile con lavatoio che si trova nella parte bassa del vecchio abitato, accanto a un’antica conceria e nei pressi di un vecchio frantoio. Anche Siderno superiore ha le sue fontane, ma fate una deviazione per raggiungere un posto incantevole a Salvi, dove potete rinfrescarvi a una delle tante fontane, deviando per contrada Giglia, che scaturiscono abbondanti dal sottosuolo. In passato ebbe una sistemazione più dignitosa e fu allestito persino un alta-

re in pietra su cui il sacerdote celebrava messa. Anche la moderna Siderno provvede a dissetarvi con tante fontane sparse nelle zone centrali, proprio accanto al Palazzo di Città ve ne sono due di recente fattura e una inaugurata da poco accanto alla piscina comunale. A Locri non potete perdervi La saliera, così chiamata per la sua foggia, in marmo bianco, posta al centro della piazza De Gasperi, dove è stata riposizionata dopo la rimozione dalla sua sede originaria in piazza stazione per far posto al parcheggio degli autobus di linea. Gerace offre anche una varietà di fontane monumentali, molto rappresentativa quella posta alla Piana che comprende, oltre alla fontana, anche l’abbeveratoio e il lavatoio; molto bella quella di Longobardi purtroppo lasciata alla cura dei rovi e delle sterpaglie; la fontana di Francica ormai secca ma imponente. A Portigliola campeggia nella piazza l’Asso di Coppe, fontana a quattro cannule, così chiamata per la sua foggia che richiama la carta napoletana. Sant’Ilario lascia nell’oblio la bellissima fontana posta sul lato della provinciale, poco dopo il bivio per Ciminà, un vero peccato. Ad Ardore, in contrada Varcima, una fontana monumentale che continua a erogare acqua da un lungo traforo sotterraneo, anche questa vergognosamente abbandonata. Belle fontane anche a Bovalino, Benestare, Careri, Natile, Brancaleone, Bruzzano e Palizzi. Samo è conosciuta per le sue acque salutari: Pizzica, Calamacia e Irna. Su Calamacia si è sbizzarrito qualche architetto fantasioso, provare per credere. Potremmo continuare l’elencazione anche per lungo tempo ma, giusto per non tediare, vogliamo terminare con Polsi di San Luca, dove una fontana posta nel chiostro eroga ottima acqua captata da una sorgente dell’orto del rettore. Buon prò! Arturo Rocca

cqua, fontanili abbeveratoi lla Locride


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Saverio Montalto, autore di questo brano, in un momento di raptus, uccide la sorella e, sospettato di follia, viene ricoverato ad Aversa. Si trova in un ospedale psichiatrico, nelle mani dei medici che devono decidere se è veramente folle. Il direttore dell’ospedale gli affida gli animali della colonia e gli raccomanda di accudire un asinello bianco che gli era arrivato dalla Sardegna in un cestino. Tramite l’asinello Montalto intratteneva un rapporto privilegiato col direttore Salerno…

Malattia e morte del somarello bianco

Verso i primi di maggio il somarello bianco, “l’angiolillo”, come lo chiamava Miranda, si ammalò di polmonite. Io lo feci sapere in direzione, e tutto il corpo sanitario del manicomio, dato che Salerno era assente, si mise in agitazione. Mazzarino mi mandò a chiamare immediatamente, mi disse che potevo chiedere tutti i prodotti chemioterapici indicati dalla farmacopea ufficiale, poiché ancora i sulfamidici e gli antibiotici non erano entrati in scena, e di fare tutto il possibile per salvare il prezioso animale. Salerno ci teneva molto al bel somarello, e siccome prima di partire, il giorno precedente, aveva detto che sarebbe rimasto fuori una quindicina di giorni, non doveva pensare, in caso di morte, che non si era fatto tutto il possibile per salvarlo. Congedandomi esclamò: «Doveva ammalarsi in questo momento che lui è assente!» Io dissi: «È un caso abbastanza grave: l’infezione è estesa a tutti e due i polmoni con febbre alta e cuore tachicardico». «È un vero disastro! Che cura farete?» «La cura classica dei trattati. Iniezioni tracheali di etere solforico e iodoformio e foglie di digitale in polvere». «All’infermeria c’è tutto. Se manca qualcosa mandate fuori in farmacia e non badate a spese. Se vi occorre l’infermiere portatelo con voi in colonia». Salutai e me ne andai molto più preoccupato di lui. Mentre scendevo le scale per raggiungere l’infermeria, pensavo: “Vuoi vedere che morrà? Proprio quando più ci tieni, è allora che tutto ti va a catafascio. Speriamo che il Padreterno me la mandi buona, e io in quel momento avrei voluto essere credente per illudermi almeno che, rivolgendo a Dio una fervida preghiera, mi sarebbe venuto incontro. Tutto il personale di custodia sapeva già che il somarello bianco era gravemente ammalato, e man mano che attraversavo il corridoio per raggiungere l’infermeria, ogni agente che incontravo domandava preoccupato se l’asinello sarebbe morto o no. Io rispondevo evasivamente, e a un sottocapo, amico di Miranda, dotato di buon senso, e alquanto istruito, perché in possesso della licenza magistrale, dissi: «In biologia niente c’è di preciso perché nessuno può

prevedere quello che può succedere da un momento all’altro». «Capisco! In bocca al lupo, allora!» All’infermeria l’agente infermiere mi domandò, anche lui preoccupato, se si trattava d’una cosa grave; io gli dissi di sì, e lo pregai di accompagnarmi in colonia con una siringa sterilizzata, cinquanta grammi di etere solforico e iodoformio al quattro percento e un bolo di miele e farina con due grammi di digitale in polvere. Egli preparò tutto con cura e ci avviammo per raggiungere il paziente. Sul grande viale c’era Miranda assieme al capo guardia che ci aspettavano. Il capo guardia, l’unico degli agenti di custodia che mi dava del tu (Salerno in verità, quale maestro, dava del tu anche a tutti gli altri psichiatri del manicomio), mi disse: «Stai attento a non ucciderlo! Se l’uccidi non te la passerai liscia!» Io rimasi interdetto senza

avere la forza di rispondere una parola, e lui se ne andò con un sogghigno. Quando si fu allontanato Miranda disse: «È più antipatico d’un iettatore. Se non ci fosse lui, questo manicomio sarebbe un paradiso. È fascista del resto». «In ogni ovile ci deve essere sempre la pecora rognosa - aggiunse l’infermiere e fra l’altro sembra uccello di malaugurio» e toccò ferro. «Dotto’, non ci pensate - riprese a dire Miranda, vedendomi avvilito. - Lasciate perdere quel figlio di puttana. Ha girato tutti i penitenziari d’Italia e in nessun posto ha fatto presa. Questo è il rifugium peccatorum. Salerno vuole così e bisogna avere pazienza». Ma io restavo lo stesso triste e pensieroso, e solo quando fummo nella stalla del somarello non ci pensai più al capo guardia. Ciccio era nella stalla e ci guardò con occhi imbambolati per tutto il tempo

che impiegammo a fare l’iniezione tracheale e a dare il bolo all’asinello. Quando l’infermiere ritornò all’infermeria, Miranda disse: «Pensate che guarirà?» Io mi strinsi nelle spalle e lui continuò: «Se dovesse morire io me la sentirei più di voi!» Per alcuni giorni l’infezione restò stazionaria e ci fu un momento che tutto sembrava far sperare bene, ma al nono giorno le cose precipitarono: la povera bestia cominciò ad ansare più forte del solito, il cuore venne meno e se ne andò al Creatore, soffocata. Eravamo presenti io e Miranda, e quando lo vedemmo immobile per terra ci guardammo sgomenti. Miranda disse: «Questa non ci voleva per davvero!» Io, durante quei nove giorni, non avevo preso sonno né notte e né giorno, come se un presentimento mi dicesse che sarebbe morto sicuramente, giacché, se fino allora durante la vita tutto mi era andato di traverso, a maggior ragione mi doveva andare in quel momento: quando si cade nel precipizio, solo un miracolo ci può fermare prima di toccare il fondo. Mi sentii così depresso da pensare che anche la condanna a vita sarebbe stata poca cosa, a paragone della morte del somarello. Era chiaro che la sventura non si stancava di perseguitarmi anche ora che sembrava tutto fosse tornato normale per me. In quel momento avrei preferito trovarmi io, morto stecchito per terra, al posto del somarello. Come mi sarei presentato ora dinanzi a Salerno e a tutti gli altri medici del manicomio? Questo pensiero mi teneva muto e pietrificato. La morte di quella bestia mi fece sentire, come mai mi era accaduto fino allora, un essere affatto inutile per sé e per gli altri. Sentirsi inutile per sé e per gli altri significa qualcosa di più della morte. Miranda diede ordine a Ciccio di trovare due ergastolani addetti all’orto perché scavassero la fossa per sotterrare l’asinello, e rivolgendosi a me disse: «Andiamo! Ormai è inutile star qui a piangere il morto. Piuttosto non so proprio come fare per dare la notizia a Mazzarino». Saverio Montalto, Raptus, Ed. Periferia Cosenza a cura di Bruno Chinè

La necessità dell’umorismo e della dissacrazione "Il Riso e non il pianto distingue l’Uomo" scriveva Rabelais e noi, memori di un insegnamento così importante, cerchiamo di ridere di tutto e di ridere di gusto. Nei tempi moderni, complice anche l’evoluzione dello stile comunicativo, l’umorismo è molto cambiato, sfociando spesso nel politicamente scorretto e facendo correre ai ripari in maniera fin troppo rigida l’autorità. Ma non sarebbe il caso di abbassare una volta per tutte i toni e di riscoprire il vero scopo di questa nobile arte?

Nasce con Gargantua e Pantagruele la modernità e… “Fiat iocus”, detto così per burla, ovviamente. Già nell'incipit, Rabelais invita il suo lettore a reperire la saggezza nel riso, in quel "mondo capovolto" che appare come per incanto nella brumosa eppure chiarissima visione indottaci dal "ridere fino alle lacrime" che scompagina regole, che manda in cortocircuito ordine, stabilità. E Rabelais irride preti, accademici, e la loro autorità svanisce a ogni singulto del diaframma di chi ride. Quella risata, così, ha lo stesso effetto di un colpo di maglio e si abbatte su gerarchie, su valori, propiziando così il trionfo di un Carnevale eterno, un "Carnem levare sine Quaresima”. È in ciò che Eco, ne “Il nome della rosa”, mette in bocca a Padre Jorge nel suo dialogo con Guglielmo da Baskerville, la giusta chiave di lettura del risus destruens:"Il riso uccide la paura e senza paura non ci sarà più fede”. Sempre Eco costruisce la difesa del "suo" Franti proprio sul concetto che il riso di codesto personaggio alieno alla sbrodolante melassa del deamicisiano "Cuore", lungi dall'essere il male metafisico del romanzo, era invece un tentativo "politico" di sovvertire quel "quid" che la società Albertina non poteva o forse non voleva vedere. Allora, per ribadire quella "quiddità" scomoda, negata dal romanzo e che consisteva soprattutto in una gerarchia e in un ordine sociale fasulli perché costruiti e garantiti a prezzo di

un anacronistico immobilismo sociale, "Franti ride”, "l'Infame sorrise". Con quel riso, Franti deforma la realtà, la mette a nudo e non basta più il buonismo patriottardo dilagante in quella Torino dell'800 a coprire le magagne di quell'ordine sociale. Fatto sta che da decostruzione a distruzione il passo fu breve e uno a uno caddero tutti i bersagli utili, caddero colpiti da una fragorosa tonitruante oceanica risata. Anche le masse hanno imparato a ridere, in Occidente, e questo è, lo ammetto, l'aspetto meno comico della faccenda, o

forse il più comico, chissà. "Fa' ciò che vuoi", si diceva a Theleme, e Utopia, quella vagheggiata da Tommaso Moro, perde pezzi, non è più una cosa seria, trasformata dalla penna di Rabelais da Utopia, appunto, a Parodia. Ancora Rabelais: "Il Riso e non il pianto distingue l'Uomo" e noi, da bravi, coscienziosi, soprattutto ilari allievi, si ride, si ride di tutto, noi si trasforma la nostra esistenza in un eterno Carnevale. "Il mio regno per una risata" e ce lo siamo giocato tutto davvero, il regno, quindi nella decostruzione totale dovremmo ben aver caro il nostro riso, il culto dello sberleffo.Dovremmo, al postutto, essere disposti a rischiare la vita almeno per conservare il "diritto a morire dal ridere". Non solo quindi morire dal ridere, ma dover morire, se è il caso, per poter far continuare a morire dal ridere vale per noi, soprattutto per i nostri figli. Magari dovremmo auspicare una Paideia nuova, che preveda il dovere giocarsi il tutto per tutto, vita compresa, pur di difendere il diritto a ridere di tutto. Credere fermamente almeno nel relativismo, ma fino in fondo, e difenderlo senza riserve. Il dovere, insomma, di difendere il diritto di dissacrare qualsiasi cosa, almeno questo, insegnamolo ai nostri ragazzi, ma facciamolo sul serio, non per ridere e costi quel che costi. Carmelo Barra


Siamo folli e ribelli come Rino Gaetano

Il 29 ottobre Rino Gaetano avrebbe compiuto 70 anni. Proprio al cantautore di Crotone Francesco Riccio dedica un pensiero profondo e commovente, che vogliamo riproporre in questa sede sperando di stimolare la riflessione e il dibattito su ciò che noi calabresi siamo, su quali siano gli aspetti in comune con Rino e su cosa avrebbe pensato di questo mondo così strano che un destino beffardo gli ha impedito di vedere.

Auguri Rino. Noi calabresi siamo come te. Folli, ribelli, profondi, scostanti, timidi e allegri, spinosi e affettuosi, ironici e permalosi, chiusi e ospitali, generosi e diffidenti, fedeli e traditori, amiamo e disprezziamo. Corriamo con la mente. Ma guai ad impegnarci. Aspettiamo e speriamo, comunque critichiamo. Ci lamentiamo di tutto e litighiamo per nulla. Così, per contraddire. Singolarmente siamo stimabili, messi assieme diventiamo pericolosi. Come gli Ateniesi, nostri progenitori. Il frutto simbolo è il fico d'india. Fuori spinoso, dolcissimo dentro. Ma prova a raccoglierlo se non conosci l'arte. Saranno tutte spine. Osserviamo, ragioniamo, ipotizziamo. Al dunque aspettiamo. Il caldo dilata i tempi. Il freddo lo prendiamo in grande considerazione. Non lo sopportiamo, insomma ci fermiamo. Siamo sarcastici e indolenti, diffidenti e reticenti. Pettegoli e omertosi. Geniali e inoperosi. Ci capiamo in verna-

colo, litighiamo in italiano. Ci accapigliamo per un limite, salvo disperdere un patrimonio. Siamo tutto e il contrario di tutto. Insomma con autoironia ridiamo di noi stessi. Ma nel cervello abbiamo un recondito angolino, vasto abbastanza. Lì c'è la nostra intelligenza. La usiamo poco. Siamo parsimoniosi. Non viviamo nel presente, essendo un attimo transeunte siamo sempre proiettati nel futuro, che dopo un attimo diventa esso stesso presente. Insomma stiamo fermi, sperando che il mondo attorno ci faccia corona, risolvendo i problemi. Che noi però avevamo previsto. Tanto da noi il cielo è sempre più blu. Ciao Mito, peccato che non ci possa cantare il tempo presente. "Annacandoti" con un improbabile e sempre diverso cappello. E una piccola chitarrina. Perché la grande è pesante. E noi calabresi non tolleriamo i pesi. Viviamo al risparmio. Tranne che negli affetti. Francesco Riccio

Angela A Mary, donna e madre che non ho mai conosciuto, ma che ci appartiene.

Angela era una ragazza delicata, quasi bella. Viveva in una piccola frazione abitata da poche famiglie imparentate tra di loro. Era nata dopo sei figlie femmine. Ma il padre voleva il maschio e altri figli continuarono ad arrivare. A sette anni Angela accudiva il fratellino più piccolo, a otto pascolava le capre, a undici anni il padre le affidò un vitellino che la famiglia cresceva "a soccida" con il padrone, a tredici impastava la farina per il pane e a quattordici faceva il bucato al fiume. A sedici anni la chiesero in sposa. Non aveva mai deciso niente e non decise neanche in occasione del suo matrimonio. Il padre conosceva il genitore del giovane come un "gran lavoratore" e tanto bastò per emettere la sentenza senza appello a favore del matrimonio, accompagnando il suo “sì” con l’antico adagio: “l’utri pigghia sempi ddu pedicinu” (i figli somigliano ai genitori). Una domenica di primavera i genitori comprarono sui marciapiedi del paese un vestito “americano”. A quel tempo (che poi era il mio) dagli USA arrivavano vestiti già usati che venivano venduti nelle fiere domenicali di paese a poco prezzo. Non ci fu alcun bisogno di prendere le misure, la madre stabilì a occhio che poteva andar bene per vestire la ragazza il giorno del suo matrimonio. Il sabato successivo il padre uccise una capra e, dopo una scarna cerimonia religiosa e un "banchetto" piuttosto povero, il marito la portò sul dorso dell'asino verso la nuova casa. A diciassette anni divenne madre: accudiva il bambino, preparava i pasti, dava da mangiare ai maiali e alle capre, faceva il bucato, impastava il pane. Il marito l'aveva portata in una casa così isolata che, a confronto, la sua piccola frazione le appariva una città. Col tempo aveva preso l'abitudine di picchiarla, all'inizio con qualche scusa, poi per mero "diletto" e, infine, per la semplice "colpa" di esistere. A venticinque anni di figli ne aveva sei e la sua vita era un

inferno. Il marito rientrava tardi, lavorava raramente e non portava soldi a casa perché quelli che non spendeva "a puttane" li beveva in trattoria. Ritornava a casa regolarmente ubriaco, picchiava Angela, terrorizzava i bambini. In casa viveva una cagna bastarda che sembrava capire e soffrire per la situazione. La bestiola si attaccò così morbosamente alla donna che, quando Angela era a letto per il parto, la cagna rifiutava il cibo; quando il marito la picchiava digrignava i denti e si prendeva la sua parte di legnate; quando andava al vicino ruscello a lavare i panni cercava di farla sorridere correndo e facendo capriole sui prati. E, infine, quando La donna portava le capre al pascolo e seduta su qualche pietra guardava verso il cielo lontanissimo piangendo a dirotto, la cagna le leccava le lacrime fintanto che sul volto di Angela non appariva un timido sorriso. Il marito odiava la cagna perché la considerava “complice” della moglie. Una mattina trovarono un gallo dissanguato, quasi certamente opera di una faina, ma il marito mosse una duplice accusa alla cagna. In un primo tempo la incolpò del “delitto”, ma dinanzi all’evidenza rimodulò l’accusa in complicità con la faina. Prese una grossa ascia e con un solo fendente la colpì sulla schiena. Angela vide cadere a terra l’animale e scorse il sangue scendere sull’erba verde di aprile. Respirava col rantolo della morte e guardava Angela negli occhi mostrando un’immensa pietà per la donna. Angela bagnò la testa alla povera bestia morente e, mentre le carezzava il collo, alzò lo sguardo verso il marito e lo vide sorridere soddisfatto. Un sorriso beffardo, bestiale, crudele. Angela, per la primi volta nella sua vita, non abbassò gli occhi e lui vi scorse una luce terribile, un lampo di odio e di rabbia che lo costrinse ad abbassare lo sguardo. Angela guardò di nuovo l’animale morente e

quindi alzò ancora una volta gli occhi verso il marito cercando in lui qualcosa di umano, ma si accorse di non trovarla. Seppellì l’animale sotto un ciliegio in fiore e, in quel giorno di sole, bagnò la terra con tutte le lacrime che il suo esile corpo conteneva. Passò giugno e, sull’albero sotto cui era seppellita la cagna, maturarono le ciliegie che Angela raccoglieva e carezzava ma non riusciva a mangiare. Arrivò dicembre e le giornate in montagna erano piovose, grigie, tristi. Ed era una giornata di pioggia quando Angela, come sempre, si alzò all’alba per impastare il pane, dar da mangiare ai porci, lavare i panni e aspettare il momento opportuno per portare a pascolo le capre. E così venne la sera e Angela, dopo aver preparato la cena e messo a letto i figli mangiò, senza sedersi, un poco di pane e formaggio mentre metteva sul tavolo la cena per il marito. La pioggia cadeva a dirotto e lei andò nell’ovile a chiudere una fessura da cui entrava l’acqua. Il marito arrivò più ubriaco del solito. Era forte, violento, brutale come un bue mai domato dalla fatica. La sorprese nella “mandria” e la picchiò con un corda che solitamente veniva usata per legare il montone facendola rotolare sul pavimento come fosse uno straccio; quindi la sollevò sbattendola violentemente su un mucchio di paglia e letame e la violentò. Si alzò barcollando cercando il letto. Ma non vi arrivò mai! Dopo qualche ora i Carabinieri del paese vicino sentirono dei colpi al portone. Aprirono la porta e videro dinanzi a loro una donna, piccola, magra, quasi incorporea, ma con due occhi terribili che sembravano bucare l’oscurità, i vestiti fradici d’acqua e intrisi di sangue. Era circondata da sei bambini con gli occhi pieni di terrore. Teneva in mano un’accetta ancora sporca di sangue, di capelli e di frammenti d’ossa. Ilario Ammendolia


01 NOVEMBRE- 16

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ricordando

Dieci anni fa ci lasciava improvvisamente Nadia Capogreco, intellettuale, pianista e docente di Sant’Ilario che ha saputo approfondire in maniera arguta e affascinante i fenomeni e i miti della nostra storia recente. Vogliamo ricordarla attraverso la testimonianza di due persone che l’hanno conosciuta, il critico musicale polacco Michał Bristiger e l’amica d’infanzia Luisa Longo.

A 10 anni dalla sua scomparsa

Nadia Capogreco vive in noi PIETRO MELIA La notizia che mai ti aspetteresti ti giunge come una doccia gelata il 5 novembre 2010, quando improvvisamente viene a mancare a Rende Nadia Capogreco, un’amica cara, intellettuale di assoluto valore. Pensatrice poliedrica, pianista, insegnante e docente universitaria, era nata a Sant’Ilario dello Ionio il 12 luglio 1960; lascia un grande vuoto tra gli studiosi e tra tutti quelli che l’hanno conosciuta, compreso chi scrive. Abbracciando e intrecciando tra loro diverse discipline, aveva saputo produrre un accurato lavoro di approfondimento culturale, volto alla comprensione profonda di fenomeni e miti della nostra storia recente. Ha scritto molti saggi e testi scientifici per pubblicazioni e riviste specializzate ed è stata, anche, autrice di alcuni lavori poetici e di una fiaba per bambini. Di lei, in particolare, sono ricordati l’intelligenza accogliente, la propensione al dialogo e le non comuni qualità umane e intellettuali. Aveva compiuto i suoi studi presso il Liceo Classico di Locri, il Conservatorio di Reggio Calabria e le Università di Bologna, Esztergom (Ungheria), ParigiNanterre e Roma “La Sapienza”. Le sue ricerche hanno riguardato la semiologia, la psicologia e la pedagogia della musica; i linguaggi espressivi e la comunicazione simbolica; l’antropologia del conflitto e della narrazione della memoria traumatica. Dal 1997 al 2005 ha insegnato “Semiologia della musica” all’Università della Calabria; per molti anni aveva inoltre insegnato nelle Scuole primarie e secondarie, in vari istituti della Toscana e della Calabria. Ha partecipato a importanti simposi scientifici nazionali e internazionali: ultimo, in ordine di tempo, il Terzo convegno “Musica e Società”, tenutosi a Roma nel maggio 2010, dove era intervenuta con una relazione dal titolo “Oltre il conflitto. La musica per un nuovo modo di abitare il mondo” (presentata in forma di dialogo con Paolo Damiani), che sembra racchiudere il senso complessivo del suo percorso di ricerca e della sua maturazione morale e intellettuale. Nadia, anche se lei c’è e non è “andata via”, ci manca molto e, in occasione del 10º anniversario dal suo congedo terreno, abbiamo chiesto e ottenuto (li pubblichiamo in questa pagina a lei dedicata) due significativi interventi in sua memoria: uno del musicologo e critico musicale polacco Michal Bristiger (1921-2016), l’altro di Luisa Longo, insegnante, scrittrice e amica d’infanzia di Nadia.

Luisa Longo, insegnante e scrittrice, vive e lavora xa Sant’Ilario dello Ionio ed è stata compagna di scuola di Nadia Capogreco. Questo suo testo, inedito, è del 22 ottobre 2020.

Una ferita ancora molto viva

Ciao Nadia. Ancora oggi, dopo tanto tempo, il dolore è tanto forte che non riesco a pensarti in maniera diversa da come ti ho conosciuta. Non c’è stato un giorno, uno solo, in cui io non abbia pensato a te in tutti questi anni. È difficile ancora la rassegnazione, anche se dicono che il tempo guarisce tutte le ferite: questa ancora, per me, è molto viva. Io non voglio soffermarmi sull’aspetto professionale che tu avevi, perché eri una persona speciale e non tocca a me farlo. Non voglio elogiarti per la tua preparazione, per la tua esperienza professionale, per la tua capacità di saggista, di scrittrice e di storico. No, questo non lo faccio, perché non ti renderei merito, però mi voglio soffermare sul tuo aspetto umano. Sul tuo cuore, sul tuo grande cuore, quello che mi ha sempre coinvolta. Sui tuoi pensieri e la tua capacità di comprendere gli altri, perché in te non c’era il male e non riuscivi neanche a riconoscerlo negli altri. Questa è la cosa che, per me, è necessario sottolineare. Io ti voglio ancora tanto bene e non potrò mai dimenticare quando la prima volta – io, tornando dal Nord – ti vidi, e tu, con un sorriso meraviglioso e i tuoi occhi splendidi, azzurri e profondi, mi prendesti per mano. Avevamo appena sette anni e cominciammo

il nostro percorso. Non eravamo soltanto semplici cugine, eravamo diventate poi, nel tempo, qualcosa di più… Mi hai presa per mano, quella mattina, e ce ne siamo andate a scuola, me lo ricordo. Io mi ricordo tutto di te, e mi ricordo gli anni meravigliosi che abbiamo trascorso insieme. Abbiamo condiviso segreti, risate, confidenze… Abbiamo scherzato e cantato insieme, condividendo le idee politiche, le idee filosofiche, storiche e tutto il nostro percorso di maturazione. Poi, la vita ci ha costrette a una separazione, perché il lavoro e la famiglia comportano grandi sacrifici, ma nel mio cuore sei rimasta sempre uguale. Ci siamo rincontrate, appena sei anni prima della tua scomparsa, e da quel giorno non ci siamo più lasciate… Ci sentivamo tutti i giorni e tutti i giorni parlavamo e ridevamo, sino alla fine. Nadia, adesso che tu sei diventata un angelo, io vorrei che tu fossi fiera di quello che hai lasciato; dell’impronta che hai dato e che hai lasciato su tutti noi e che hai lasciato su questa terra. E l’unica cosa che posso sperare è di rincontrarti un giorno nuovamente e restare sempre insieme! Luisa Longo

Una memoria sempre così attuale

Michał Bristiger è stato Professore di Musicologia all’Università di Varsavia. Questo suo testo è apparso in lingua polacca sul n. 4/2010 della rivista “De Musica-Nuove Pagine”, della cui Redazione Nadia Capogreco faceva parte

Ricordiamo Nadia sempre così vivamente; la memoria di Lei è sempre così attuale, ne sentiamo così tanto la nostalgia. Ella appare nei nostri pensieri su un mondo migliore. Del resto apparteneva già ad esso, nei suoi sogni e nelle sue visioni. Cosa v’era in Lei di tanto eccezionale? Dal lontano Nord europeo, io raggiunsi il mondo che la circondava e ci incontrammo sul Ponte universitario dell’Ateneo di Cosenza. Lei veniva invece da Locri, città adagiata sulla riviera ionica; ossia, per me, dal mito. Il nostro incontro fu una sorpresa, e la sorpresa quasi un miracolo: noi, provenienti da contrade tanto distanti e differenti, parlavamo la stessa lingua dei concetti; i contenuti del nostro linguaggio erano per noi immediatamente comprensibili! E presto ebbi modo di assistere a qualcosa di ben più che straordinario: laddove lei era presente il mondo si rischiarava. Cominciavano allora a “brillare” anche i progetti legati alle nostre materie spirituali. Nadia studiò Musicologia a Bologna. Tale disciplina fu per lei innanzitutto una scienza umanistica. Ad attrarla maggiormente furono la Filosofia della musica e le Scienze sociali. Incentrò la propria tesi di laurea sulla musica nei movimenti studenteschi del dopoguerra. Questa sua opera ha in seguito acquistato un significato inaspettato:

quando giunse in Polonia Andrea Bohlman, dottoranda in musicologia presso l’Università di Harvard, autrice di una tesi dedicata alla musica del movimento “Solidarno ”, le resi note le ricerche svolte da Nadia Capogreco ed esse si dimostrarono oltremodo preziose a scopi comparativi. In generale, la persona di Nadia può dirsi, a mio avviso, in armonia con la prospettiva espressa recentemente dal professor Karol Berger dell’Università di Stanford, secondo la quale, in ambito musicologico, occorre domandarsi “quale relazione intercorra fra la musica e il resto della vita, in particolare i problemi etici e politici che ci travagliano”. Si tratta di problemi seri, che toccano la disciplina da noi scelta, non certo estranei alla personalità di Nadia. In questo profilo di Nadia Capogreco, da me appena tratteggiato grazie al diritto concessomi di darvi forma, mi preme aggiungere ancora un segno. In occasione degli incontri fra amici in casa sua, ella ha saputo facilmente dimostrarsi una pianista scioltissima, che accompagnava i nostri balli suscitando un allegro compiacimento generale. Nadia è stata capace di donarci anche questo! Michał Bristiger


In memoria di Anselmo Sofia

Un amico è per sempre Se n’è andato in punta di piedi Anselmo Sofia, professionista eccellente della sanità reggina, sindacalista rigoroso e politico lungimirante, che ricordiamo non solo persona squisita e compagno fidato di un lotta contro gli “infiltrati” del Partito Socialista Italiano, che cambiarono per sempre la storia politica, ma anche come carissimo amico e poeta, che ha sempre saputo vedere con occhio ottimista la bellezza della vita.

Ricordo di un amico

Anselmo Sofia ci ha lasciati. In silenzio e in punta di piedi, senza rumore. Come era nel suo stile. Un professionista della sanità eccellente (la storia dell’Ospedale di Locri non può che riconoscergli un ruolo da protagonista). Sindacalista rigoroso. Politico lungimirante. Per me un amico caro. Sincero. Leale. Mai banale. Sempre concreto. Visionario. In comune, un percorso politico esaltante e anche accidentale. Negli anni ’70 militavamo nello stesso partito, il glorioso PSI. Identica componente, la lombardiana, in Calabria incarnata da Saverio Zavettieri. Insieme – e oggi lo confermo – abbiamo corso rischi gravissimi. Anche personali. Quando constatammo, con preoccupazione, che nel partito si erano “infiltrati” elementi che niente avevano a che spartire con i valori universalmente riconosciuti a chi quella causa aveva consapevolmente sposato e portato avanti con orgoglio e fierezza. Non esitammo a metterci di traverso, nonostante gli “infiltrati” godessero di appoggi importanti e pesanti (inconsapevoli o no? Ancora me lo domando…) a Reggio e a Roma, che consentirono loro di impossessarsi del simbolo del garofano e, addirittura, di presenta-

Nella serata di martedì mi giunge la triste notizia che, a Locri, è purtroppo venuto a mancare un caro amico della bella gioventù calabrese, Anselmo Sofia, combattivo sindacalista della UIL, socialista, illuminato politico, uomo di cultura, poeta della vita. Provo tanto dolore e faccio di cuore le più sentite condoglianze alla famiglia. Sapevo che Anselmo non stava molto bene. Eravamo da anni in contatto sia telefonicamente sia attraverso Facebook. Non immaginavo che, purtroppo, le sue condizioni fossero ulteriormente peggiorate negli ultimi tempi. E la notizia, avuta dalla cugina Consolina, carissima amica, direttrice di un Ufficio Postale di Pescara, mi ha molto addolorato. Uomo colto. Sensibile. Il 15 ottobre scorso aveva pubblicato su Facebook una delle più belle e intese poesie, d'amore e di speranza, per un mondo migliore. Scritta cinque anni fa. Oggi è di grande attualità. La rileggo e mi commuovo e piango: “… E se ne andò la notte a portare speranza a questo e all'altro domani che verrà spero senza boati senz'altri bagliori senza madri piangenti su bimbi massacrati con occhi volti al cielo a cercar tra le stelle la pietà.” Anselmo, forte e generoso, sempre dalla parte dei più deboli. Ha commentato su Facebook l'amico Totò Aversa: “Abbiamo perso una persona a disposizione del prossimo con umiltà e competenza, senza pretese carrieristiche sia nella professione sia nel sindacato e in politica; lui era un soldato, invece meritava di essere un generale per la sua intelligenza, diligenza e competenza.” Sostenitore dei diritti dei lavoratori. Sempre in prima linea. Mi ricordava con orgoglio e gratitudine un Primo Maggio degli anni ‘70, quando il direttore del “Giornale di Calabria”, il compianto Piero Ardenti, pubblicò in apertura della prima pagina una sua riflessione sul valore della Festa del Lavoro, sulle lotte sindacali per lo sviluppo occupazionale, economico e sociale della Calabria. Affettuosamente mi ricordava anche gli anni iniziali del mio lungo cammino nel mondo dell'informazione regionale e nazionale. Mi ha scritto su Facebook: “A te, valoroso Amico, giunga un saluto affettuoso, ricordando il tuo felice esordio in quel ‘Giornale di Calabria’ che fu autentica

re la “lista ufficiale” e farsi eleggere in Consiglio Comunale. In molti dicemmo no e, con coraggio e determinazione, ci dimettemmo dal partito: in 75 (compreso il Segretario di sezione dell’epoca) strappammo, indignati, la tessera. Nel silenzio più assordante. Il risultato? Sta scolpito nelle carte di corpose inchieste giudiziarie e in condanne definitive, e non sto qui a rivangarlo. È mio dovere, però – anche per onorare la memoria di Anselmo – riferire che i “vertici” di via Del Corso erano stati debitamente informati del “caso Locri”, con un ricco dossier da noi preparato e inviato nella Capitale e con un articolo a mia firma (una sorta di “lettera aperta”) pubblicato dal Mattino di Napoli il giorno in cui il Segretario Bettino Craxi era sceso in Calabria per presentare la candidatura a capolista, con Giacomo Mancini retrocesso in undicesima posizione (!), di Mario Casalinuovo (elezioni politiche primavera 1983, per essere puntigliosamente precisi). E rimasero clamorosamente “muti”! pm

Registrata al Tribunale di Locri (RC) N° 1/14 EDITORE - No così srl - via D.Correale, 5 - Siderno STAMPA: Se.Sta srl: 73100 Lecce INFO-MAIL REDAZIONE: 0964342198 larivieraonline@gmail.com / www.larivieraonline.com

Direttore responsabile

PIETRO MELIA

PRESIDENTE ONORARIO

DIRETTORE EDITORIALE

ILARIO AMMENDOLIA

ROSARIO VLADIMIR CONDARCURI IN REDAZIONE

Jacopo Giuca HANNO COLLABORATO Giuseppe Romeo, Orlando Sculli, bruno chinè, fabio melia, mimmo logozzo, michele drosi, peppe cutro, pasquale casile, franco crinò, carmelo barra, francesco riccio, lidia zitara, giuseppe bruzzese, sergio m salomone.

fucina di illustri giornalisti che, come te, onorano il giornalismo italiano. Fraterni saluti”. Messaggio che mi ha fatto commuovere e anche gioire, ripensando ai meravigliosi anni ’70. Così come mi ha fatto commuovere e anche gioire il nostro incontro, dopo molti anni, a Locri, il 10 febbraio 2015, in occasione della presentazione del libro di Vito Teti "Il giovane Corrado Alvaro, poesie e racconti inediti". Un evento di rilevante importanza, per una più profonda conoscenza del grande scrittore di San Luca, organizzato dalla dinamica figlia Anna, assessore alla cultura del comune di Locri. Anselmo, un combattente per il bene comune, per la libertà e per la giustizia. "Solo nobili cuori - diceva - si esaltano ed emozionano al ricordo di colori e bandiere, che furono storia, vita e ragioni di lotta fino al supremo sacrificio di giovani che lottarono e morirono per donare a noi libertà e giustizia". E di recente aveva scritto su Facebook: "Le speranze, i miei sogni, ora tornano al cuore; sono ricordi d'una intera vita trascorsa per amore di libertà e giustizia e non s'infrange il sogno, a un nuovo giorno bello a un'altro dì di sole, a quella mia bandiera e al Suo intenso colore.” La sua amicizia, un grande dono. Un privilegio, un onore essere suo amico. Affettuosissimo. Vedendo su Facebook una foto con mia moglie, mentre facevamo un brindisi, ha commentato: "Che bello, con Rita, brindare alla vita. Complimenti, miei dolcissimi amici che, a onta del tempo che fugge e par voli per sempre, restate nel cuore”. Un grande sognatore. Mi ha scritto non molto tempo fa: "Anche la sofferenza dobbiamo farla poesia, rammentare i giorni belli della vita e riviverli come in un bellissimo sogno". Lezione di ottimismo. Che dobbiamo gelosamente custodire nei nostri cuori, con amore e gratitudine. Come il gentile messaggio di ringraziamento e di letizia che ci ha inviato su Facebook alle 7 del mattino del 15 ottobre scorso: "Buon giorno, cortesi amici, e a tutti grazie per le vostre e affettuose manifestazioni. Sia un giorno lieto per tutti!" Anselmo, grazie! Sei sempre qui con noi. E, come sempre ,ti saluto fraternamente. Mimmo Logozzo

Le COLLABORAZIONI non precedute dalla sottoscrizione di preventivi accordi tra l’editore e gli autori sono da intendersi gratuite. FOTOGRAFIE e ARTICOLI inviati alla redazione, anche se non pubblicati, non verranno restituiti. I SERVIZI sono coperti da copyright diritto esclusivo per tutto il territorio nazionale ed estero. GLI AUTORI delle rubriche in cui si esprimono giudizi o riflessioni personali, sono da ritenersi direttamente responsabili.


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rubriche

PILLOLE scelte da effemme

SCELTE DA EFFEMME Proprio mentre stavo scrivendo questa lettera ha fatto irruzione in maniera inattesa la pandemia del Covid-19, che ha messo in luce le nostre false sicurezze. Al di là delle varie risposte che che hanno dato i diversi Paesi, è apparsa evidente l’incapacità di agire insieme. Malgrado si sia iper-connessi, si è verificata una frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti. Se qualcuno pensa che si trattasse solo di far funzionare meglio quello che già facevamo, o che l’unico messaggio sia che dobbiamo migliorare i sistemi e le regole già esistenti, sta negando la realtà. Desidero tanto che, in questo tempo che ci è dato di vivere, riconoscendo la dignità di ogni persona umana, possiamo far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità. Tra tutti: «Ecco un bellissimo segreto per sognare e rendere la nostra vita una bella avventura. Nessuno può affrontare la vita in modo isolato. Cè bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti. Com’era importante sognare insieme !. Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c'è, i sogni si costruiscono insieme!» Per decenni è sembrato che il mondo avesse imparato da tante guerre e fallimenti e si dirigesse lentamente verso varie forme di integrazione. Per esempio, si è sviluppato il sogno di un’Europa unita, capace di riconoscere radici comuni e di gioire per la diversità che la abita. Ricordiamo «la ferma convinzione dei Padri fondatori dell’Unione Europea, i quali desideravano un futuro basato sulla capacità di lavorare insieme per superare le divisioni e per favorire la pace e la comunione fra tutti i popoli del continente. Ma la storia sta dando segni di un ritorno all’indietro. Si accendono conflitti anacronistici che si ritenevano superati, risorgono nazionalismi chiusi, esasperati, risentiti e aggressivi. I conflitti locali e il disinteresse per il bene comune vengono strumentalizzati dall’economia globale per imporre un modello culturale unico. Tale cultura unifica il mondo, ma divide le persone e le nazioni, perché «la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli.» PFrancesco - Lettera Enciclica Fratelli Tutti

QUISQUILIE Italia contro il Covid-19: ormai è un regolamento di Conte! Il Covid-19, oltre che assassino, è anche tattico: divide et impera! Ci piacerebbe parafrasare Nenni: Piazze piene, ospedali vuoti! Fico: Sgarbo a Sgarbi! Vincenzo Amidei

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Un “caffè romano” con… Luigi Sbarra Prosegue la nostra carrellata di illustri personaggi che, partiti dalla Locride, oggi esercitano la propria professione nella Capitale. Questa settimana abbiamo incontrato il Segretario Generale Aggiunto della CISL Gigi Sbarra, che porta ancora oggi nel cuore la propria terra mentre cerca di portare avanti, soprattutto in questi tempi difficili, quelle lotte sindacali che potrebbero cambiarne le sorti e migliorare il futuro dell’intero Paese.

I primi passi nella sua Pazzano, con l’impegno politico e la militanza di partito, senza dimenticare le passioni per il teatro e il calcio sotto i gagliardetti di Bivongi e Stilese. Gigi Sbarra è partito tanti anni fa dalla Vallata dello Stilaro, il suo impegno sindacale lo ha portato prima a Locri e infine a Roma, dove oggi ricopre l’importante incarico di Segretario Generale Aggiunto della CISL. «C’è un’immagine – racconta il sindacalista – che accomuna tutti e tre questi luoghi: i tanti amici, i volti delle persone del lavoro, degli anziani, delle famiglie che cercano nel sindacato un riferimento per far avanzare diritti e tutele, ma anche un luogo in cui esercitare attivamente protagonismo, dove contribuire a migliorare le condizioni di vita proprie e quelle dell’intera comunità. Donne e uomini di ogni età che non aspettano risposte prefabbricate e rifiutano la logica dell’uomo solo al comando, ma invece vogliono rimboccarsi le maniche, e costruire, uniti nel sindacato, il bene comune». Un percorso costellato da tante significative tappe: la formazione nel Centro Studi CISL di Taranto, le prime responsabilità nella categoria dei braccianti agricoli e forestali; la confederazione a Locri, Reggio Calabria, Gioia Tauro, la Segreteria Regionale della Calabria. E infine l’arrivo nella Capitale, dove «questa passione prende la forma delle grandi manifestazioni nazionali degli ultimi anni sui temi della crescita e dello sviluppo, della battaglia per il lavoro e della coesione sociale, della continua interlocuzione con le rappresentanze del Governo nazionale e delle associazioni datoriali». Che immagine resta, della Calabria, negli occhi e nel cuore di Gigi Sbarra? «Quella delle rughe, delle lacrime e dei sorrisi di chi ha combattuto e combatte per riscattare allo sviluppo un’economia rurale trascurata dai poteri nazionali e fortemente minacciata dalla criminalità organizzata. Alle immagini – ricorda – resta associato l’odore della dignità di tre generazioni (figli, padri, nonni) alleate per ridare un futuro al territorio, alla Calabria e al Paese». Ora però le forze sono tutte indirizzate verso la lotta al Covid-19 e, soprattutto, sugli effetti della pandemia sull’occupazione. Come si affronta questa battaglia dal punto di vista del sindacato? «Partendo da due parole: concertazione e responsabilità». Con due direttrici da imboccare rapidamente: «Da un lato va spento il fuoco che sta divampando nella società dando sicurezza a milioni di lavoratori, famiglie, imprese che vivono mesi di drammatica fibrillazione. Dall’altro occorre governare insieme la trasformazione della struttura sociale e produttiva sfruttando ogni Euro messo a disposizione dall’Europa per sostenere innovazione, digitalizzazione, economie verdi, qualità del lavoro, occupazione giovanile e femminile ma anche equità sociale, partecipazione del lavoro, riscatto del Mezzogiorno.» La Locride resta il luogo delle radici: che cos’ha questa terra

che le altre non hanno, nel bene e nel male? «La Locride ribatte Sbarra – è la quintessenza della Calabria, nelle virtù e anche nelle criticità. È una comunità animata da grande forza e caparbietà, lavoratori pubblici e privati, giovani e anziani, famiglie e piccoli imprenditori che nonostante le mille difficoltà ambientali sono un esempio nazionale di competenza, accoglienza, solidarietà, laboriosità. E una voglia di riscatto che si misura sulle enormi possibilità inespresse del territorio». Un divario da colmare attraverso un «patto territoriale che coniughi investimenti nelle infrastrutture e sostegno alle piccole e medie imprese, efficienza della Pubblica Amministrazione, a cominciare dalla sanità, a un’idea nuova di politica sociale, tutela del lavoro a crescita produttiva, formazione a innovazione, trasparenza a legalità. E poi una grande valorizzazione delle tante risorse presenti: storia, natura, cultura, ambiente, economia rurale, talenti, creatività dei nostri giovani.» La passione locridea riecheggia con ardore nelle parole di Gigi Sbarra. Da diversi anni, però, il suo lavoro si svolge a Roma: un punto di arrivo o la partenza per altre sfide? «Roma è l’emblema di una politica nazionale che deve tornare a guardare ai più deboli per poter costruire un futuro migliore per tutti. Per me – afferma il segretario generale aggiunto della CISL – la prosecuzione coerente di un impegno lungo 35 anni. Ora, in tempi drammatici come quelli che stiamo attraversando, questa priorità si fa ancora più urgente. Dobbiamo mettere a sistema tutte le intelligenze collettive responsabili del Paese e dare vita a una nuova stagione di riformismo concertato, impegnare e non disperdere tutte le risorse nazionali ed europee a disposizione, compreso il MES sanitario, per edificare e costruire insieme un Progetto-Italia capace di rigenerare un modello di sviluppo nazionale sostenibile, mettendo in priorità qualità del lavoro, dignità della persona, centralità degli investimenti. C’è da riallineare le reti fisiche, digitali e sociali, da stabilire nuovi rapporti partecipativi tra impresa e lavoro, da elevare la produttività e meglio distribuire la ricchezza prodotta». Un deciso cambio di passo: «Una stagione costituente che, come afferma anche il presidente Mattarella, deve essere fondata su un principio di concordia e unità nazionale. Questo è l’impegno della CISL guidata da Annamaria Furlan, su questo mi concentrerò senza risparmiarmi, al massimo delle mie possibilità». Con lo spirito di chi si è fatto avanti nella vita partendo da un piccolo borgo calabrese, incastonato tra monti e fiumare, abitato da gente semplice ma caparbia e fiera, capace d’innovare nel ferreo rispetto della natura. Quella stessa natura che ti porti dentro, dovunque tu possa andare… Fabio Melia

Congresso? No, grazie

Mi manda un suo articolo Mauro Del Bue, direttore dell’“Avanti!”: centra il punto. Tra i divieti del recente DPCM di Giuseppe Conte balza agli occhi quello dei congressi. Il Decreto recita così: "Sono sospese tutte le attività convegnistiche o congressuali, ad eccezione di quelle che si svolgono con modalità a distanza". Pare sia stata una giustificata pretesa dei 5 Stelle, che la parola congresso non l'hanno mai pronunciata in più di otto anni di vita. Che poi si possano celebrare online, tanto meglio. Ma non è che al PD, sempre alle prese con primarie che contrappongono candidati senza opzioni politiche, programmi, dibattiti, si siano scandalizzati. Forza Italia non ne fa. E perché mai dovrebbe programmarli la Lega, che a riunire insieme piemontesi e siciliani ancora non ce la fa? Chi li chiede, i congressi, viene bollato come nostalgico dell'ancien regime. Viene il fondato dubbio che l'articolo 49 della Costituzione, che prevede i partiti in forma democratica, non sia stato azzerato da un DPCM, ma da un comportamento ormai da troppo tempo in uso. Sospendere congressi che non si fanno è come dichiarare che la terra è piatta ai terrapiattisti. Con la differenza che l'identità di questi ultimi, se Dio vuole, non è prevista dalla Costituzione. Ora, proviamo a

Nell’ultimo DPCM viene fatto divieto di organizzare attività convegnistiche e congressuali, una direttiva che, se la politica fosse ancora fatta tra la gente, azzopperebbe i partiti. Eppure, a ben guardare, di congressi non se ne organizzano più da molto tempo, tanto più che la capacità di Roma di accentrare tutte le attenzioni dei partiti sta rendendo sempre più marginale l’interesse per le periferie. Eppure, proprio qui si dovrebbe giocare una partita strategica importante. proiettare alle nostre latitudini le puntuali osservazioni di Del Bue. I 5 Stelle possono andare a un accordo strategico con il PD a livello nazionale e nelle regioni. Di

Battista dichiara: «A quel punto non prenderemmo più dell’8%». Allo stato, non si sa chi decide la linea, sono spaccati in quattro gruppi almeno. In Calabria facciamo fatica a vedere Morra accordarsi con qualcuno. Il PD perde molte elezioni, ma non esiste che “evapori". Ha comunque una percentuale elettorale discreta, lavora per prendere voti ai grillini, ha una sponda nazionale: lì, dove non arriva con i voti, arriva con le manovre di palazzo. La Calabria è marginale, per il PD e non solo. Infatti il commissariamento di Graziano dura da troppo tempo. Forza Italia, in Calabria, farà bene, ma ha il passaggio delicato del dopo Santelli per la guida del partito e per la scelta del candidato presidente. La Lega ha deluso a Reggio Calabria, c'è il rischio che possa andare all'indietro. Fratelli d'Italia fa gol e autogol. Alcuni passaggi di

campo, senza una motivazione politica, danno ragione, ahimè, a Oliviero Beha che ha titolato un suo libro "Crescete & prostituitevi". La partita non si discosterà da quella di pochi mesi fa. La maggioranza attuale e i consiglieri uscenti sono avvantaggiati. La sinistra è sempre in officina, in "riparazione". Non ci sono messaggi politici chiari che arrivino ai cittadini. Irto non dovrà faticare molto per avere la candidatura. Intanto, bisogna scongiurare il pericolo della paralisi, di perdere gli altri treni che arrivano dall'Europa. Ma proprio perché questo pericolo sembra quasi inevitabile, per noi, per i nostri figli, per il Paese, dobbiamo essere forti. In nome di quel "quasi", dobbiamo farci sentire reagire. Senza mancare di rispetto. Franco Crinò


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A TAVOLA CON BLUETTE

RIGATONI PICCANTI, CON ZUCCA E SALSICCIA

Questa settimana con una mia ricetta. “Basta svuotare le zucche per festeggiare halloween” le zucche vanno mangiate !!! Ecco la mia ricetta: DOSE PER 4 PERSONE: Difficoltà: facile Preparazione: 30 min. Costo basso Ingredienti: 400 gr. Di rigatoni piccanti; 300 di zucca; 4 salsicce; vino bianco , peperoncino aglio, sale q.b. e pepe q.b. olio extra vergine di oliva Procedimento: 1) Fare soffriggere in padella aglio, olio e peperoncino 2) Aggiungere la salsiccia a pezzetti privandola dalla pelle, dopo qualche sfumare con mezzo bicchiere di vino bianco. 3) Quando il vino sarà quasi completamente evaporato aggiungere la zucca tagliata a julienne e salare a piacere. 4) Intanto in abbondante acqua salata fate cuocere i rigatoni. 5) Quando questi ultimi saranno cotti al dente scolateli e aggiungeteli in padella con il condimento preparato in precedenza e un mestolo di acqua di cottura. 6) Continuate la cottura fino ad assorbimento dell’acqua, 7) Servire ben caldi guarnendo il piatto con qualche peperoncino fresco e un filo d’olio d’oliva a crudo. Buon appetito !!! --- alla prossima ricetta --Seguitemi anche su Fb: Bluette Cattaneo - Tv Bluette Instagram e Tick Tock : Cattaneo Bluette e iscriveYoutube TV BLUETTE tevi al mio canale

Er Trilussa de Stilo Sò come noi Loro? sò come noi! Sibbè potenti Papi, Ministri, Duchi e Cardinali in bocca hanno d’avé trentaddu’ denti, l’occhi, l’orecchie, er naso, tal’e quali. Come noantri sò boni e sò leali, de mano longa, infami o propotenti, fotteno come l’ommini normali e a vorte sò incazzati o sò contenti. Loro ciavranno tanti privileggi, salamelecchi e onori in abbonnanza, ma cianno, come noi, difetti e preggi. A l’occasione beveno e sò sbronzi, magneno finacché schioppa la panza eppoi pe scaricà fanno li stronzi. Giorgio Bruzzese

FRUTTI DIMENTICATI

Susino settembrino

Prunus domenistica L. Famiglia rosacee L’attenzione alle piante da frutto era notevole da parte della civiltà contadina, in quanto esse supportavano l’economia di sopravvivenza di ogni famiglia, che faceva tanti sacrifici per poter superare certi momenti critici dell’anno. Infatti tutto era contingentato e non si poteva deviare da un percorso preciso e programmato che indicava il comportamento da seguire per tutto l’anno. L’interesse fondamentale era rivolto al grano e agli ulivi, il primo per il pane e i secondi per l’olio, e quando in una famiglia c’era il grano e l’olio, si poteva stare tranquilli. Infatti ogni bambino, a un certo punto della giornata, riceveva dalla mamma l’orlo di un pane, a forma di barchetta, al centro del quale si cavava la mollica e s’immetteva un po' di olio, badando poi a ricoprirlo con la stessa mollica precedentemente asportata. L’aratura, faticosissima per una coppia di mucche aggiogate, veniva effettuata ai primi di ottobre e

poi. dalla fine del mese fino alla metà di novembre, veniva effettuata la semina. Difficilmente si superava tale periodo, ch’era considerato ottimale, mentre il periodo successivo era sconsigliato: “Dopu Santa Lucìa jetta cchjù ranu nta sporìa ca non ti nesci comu ti nescìa” (“Dopo Santa Lucia devi seminare una quantità maggiore di grano, perché stenta a crescere”). Ogni periodo dell’anno aveva i suoi frutti, anche l’inverno, con gli agrumi; però, dalla tarda primavera a tutta l’estate si concentrava la massima abbondanza di essi, mentre nella prima parte dell’autunno veniva raccolta la frutta serbevole, ossia le pere e le mele, che venivano conservate per molti mesi fino oltre l’inverno. Erano molto apprezzate e usate le varietà di frutti tardivi, come le uve capaci di resistere sulle viti per buona parte dell’autunno, i fichi autunnali, le sorbe e naturalmente anche le susine o prugne. Le piante di queste ultime, poi, erano selezionate con molta cura, per cui già dalla fine di maggio cominciavano a maturare le susine precoci e poi in continuazione, fino a ottobre, c’era la possibilità di

Il “Favorite” e l’eucarestia alla calabrese

averne. Come per i fichi e per le pere, e addirittura per i fichi d’India, con una procedura complicatissima, c’era la possibilità di conservare le susine, essiccandole al sole. Infatti esse venivano poste su impalcature fisse, su cui venivano poste le incannucciate (prazzine) ed essiccate al sole, in piena estate, oppure bisognava selezionare delle varietà capaci di resistere meglio sulla pianta fino all’essicazione. Quest’anno, a partire dai primi giorni di settembre, ho seguito con molta attenzione una pianta di susino posto nell’orto di una casa ormai disabitata da sei o sette anni a Bruzzano. La casa era appartenuta alla mia defunta cugina Giuseppina Violi, che aveva avuto un padre incredibile, dedito alla famiglia e al lavoro da quando aveva 14 anni, quando emigrò per il Canadà nel 1909. Egli era attratto dai viaggi e, ancora nel 1926, dopo il matrimonio, emigrò in Australia; però periodicamente ritornava, rimetteva in ordine i suoi pezzi di terra a cui badava il padre, e ripartiva. La Seconda Guerra Mondiale lo sorprese in Australia ma, subito dopo la fine, ritornò ed emigrò in Inghilterra, per un breve periodo, ma già nel 1951 ritornò in Australia. Tra un viaggio e l’altro, ritornando a casa, curava un pezzo di terra che gli stava a cuore, mantenuto nella sua assenza dal vecchio padre. C’era di tutto, dalle viti particolari, ai fichi, ai peri, ai noccioli, ai peschi, alle nettarine, differenziate in “marandelle” di colore bianco, rossiccio e di colore roseo, che io non rividi mai più, quando il fondo deperì definitivamente. Intanto, nel 1955, emigrò negli Stati Uniti, assieme al figlio, attratto dal desiderio di evasione e, finalmente, solo a partire dal 1975, all’età di 80 anni, non viaggiò più. Nell’orto di casa della figlia, a Bruzzano, aveva messo a dimora un susino particolare, che egli giudicava ottimo, e proprio quello mi misi a osservare dai primi di settembre, quando i frutti abbondantissimi e non attaccati dalla mosca della frutta cominciarono a essere maturi. Ho potuto osservarli e assaggiarli periodicamente, in quanto i rami della pianta sporgevano oltre la recinzione dell’orto. Le susine piccole si tinsero a un certo punto di un colore roseo incerto e la loro polpa rimaneva sempre compatta e, consumandole, risultarono spiccagnole, ossia il seme del frutto si staccava asciutto dalla polpa. Per tutto il mese di settembre rimasero attaccate, ancora non rinsecchite ai rami e solo ai primi di ottobre non ci furono più, in quanto una nipote di Giuseppina, ritornando da Londra, dove risiede, le colse tutte, tranne quelle più alte nelle cime. Il 28 ottobre, passando accanto alla casa, ho constatato che i frutti non staccati in cima alla pianta vi sono ancora, essiccati quasi completamente al sole. Essi appartengono alla stessa tipologia dei susini dai frutti adatti all’essicazione, presenti a Staiti e a Bova, ma di qualità migliore, in quanto essiccano sulla pianta, dove resistono per molto tempo. Orlando Sculli

Giovanni Maria Calabretta, già sindaco di Soverato, alcuni giorni fa ha voluto condividere sulla sua pagina Facebook la (ri)scoperta di una riflessione dell’ex vescovo della Diocesi di Locri Gerace Giancarlo Maria Bregantini sull’importanza dell’ospitalità e dell’accoglienza. Ho trovato questo scritto di Monsignor Bregantini sull’accoglienza di Calabria, che voglio condividere con voi. “Il primo gesto che ricordo, con tenerezza (quasi simbolo di uno stile positivo di accoglienza) fu sul treno, nella mia prima visita in Calabria. Era l’estate del 1975, ancora studente di teologia, mandato dai miei superiori per un’esperienza a Crotone. Viaggio lungo da Verona, dove era il nostro studentato teologico. Inesperti di itinerari lunghi, avevamo portato quasi nulla per il viaggio. Ma, a un certo punto, la fame si fece sentire, in quel lungo percorso di oltre venti ore. Ma quale fu la nostra sorpresa, quando una famigliola, salita a Bologna, preparò con accuratezza il pranzo, con le cose tipiche di casa di Calabria. E quella mamma, che pur aveva il suo bimbo da badare, vista la nostra fame, preparò un bel panino per noi e ce lo offrì, prima ancora di darlo al suo bambino, a noi ospiti, con un’espressione tenera e affettuosa, che spesso si sente ripetere sulle porte di casa di Calabria: ‘Favorite… favorite!’ Non avevo mai sentito quel termine, così accogliente. Favorite, cioè venite, c’è un posto anche per voi, c’è un dono preparato. Non si può sedersi a tavola, da soli, se all’uscio c’è un ospite che bussa e non trova posto. Questo è il primo termine, la prima espressione che conservo sempre nel mio cuore. E lo ripeto spesso, tanto da farne uno slogan positivo. Un’espressione di gentilezza, che trovo piena nell’Eucarestia, quando Cristo stesso offre il suo corpo agli apostoli, con delicatezza di Padre e dice loro: ‘Prendete e mangiatene tutti…’.” Giovanni Maria Calabretta


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01 NOVEMBRE-21

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Siderno: Villa albanian, i Savoia e simili amenità

Se uno cerca notizie-flash su Siderno, gli può capitare di apprendere che il toponimo deriva dal greco; che in questa città, nel suo centro storico, ci sono le chiese (cioè, almeno due) di San Nicola di Bari; che nella Marina si trova la “Villa Albanese”, nella quale “risiedevano i Savoia-Aosta”; che ivi “ci sono monumenti ai soldati e ai marinai caduti, creati dal famoso scultore noto come Correale”, e cose del genere. Tali informazioni si apprendono leggendo (anche in inglese) i pannelli collocati sul Lungomare e i pieghevoli turistici acquistati in occasione della concessione alla Città della Bandiera blu 2020, e sono talmente inesatte ed errate dal punto di vista storico, talune ridicole, che alcuni cittadini – tra i quali, chi scrive – hanno ritenuto di dover chiedere alla Commissione Straordinaria che amministra il nostro Comune, con lettera del 15 luglio, di intervenire per rimuovere o correggere i suddetti pannelli (i pieghevoli sembrava che fossero stati già confinati nei ripostigli della Pro-Loco. La lettera ebbe una risposta ufficiale (veramente ufficiale, dato che è munita di ben cinque firme, cioè, oltre a quelle dei tre Commissari, anche quella del responsabile del Settore 6 e quella del funzionario sovraordinato) datata 20 luglio, stranamente non protocollata, nella quale la cosa importante è l’impegno di provvedere alla “correzione del dato errato e a rettificare i refusi contenuti nei citati pannelli”. In verità, il dato errato non è uno solo e i refusi sono veri e propri errori di natura storica. Qui, comunque, appare opportuno rendere di pubblica conoscenza tutta la lettera della Commissione, perché ognuno possa farsi un’idea di come la Commissione stessa consideri il rapporto con i cittadini. Questa è la lettera: “Con la presente si riscontra la nota a firma delle SS.LL., pervenuta a questo Ente in data 15/07/2020 e acquisita al protocollo nº 18.221, con la quale è stato evidenziato che le brevi notizie sull’origine del nome di Siderno, sui punti di interesse della cittadina così come riportati nei pannelli installati per ‘Bandiera Blu’, risultano superficiali in quanto ‘contengono un cumulo di inesattezze che, invece di promuovere la cittadina, sminuiscono e offendono lo sua storia, chi ha scritto la sua storia e, in particolar modo, uno dei suoi personaggi illustri, lo scultore Giuseppe Correale’. Al riguardo si evidenzia che i pannelli riportano notizie riprese dal sito ufficiale della Regione Calabria Dipartimento Turismo Spettacolo e Beni Culturali, ovvero dal portale ‘Turis Calabria’, nella parte che riguarda Siderno, tradotti anche in lingua inglese. Il portale è attivo da svariati anni. In particolare, per ciò che concerne lo scultore Correale, il citato sito regionale riporta testualmente: ‘Inoltre, ci sono monumenti ai soldati e ai marinai caduti, creati dal famoso scultore di Siderno noto come Correale’. Il senso è quello di dire che l'artista è passato alla storia come ‘Correale’, un'espressione, questa, di solito rivolta agli artisti e non certo, come ritenuto, offensiva nei confronti dell'artista.

Per quanto concerne la dizione ‘metropolita’ al posto di ‘metropolitana’ è evidente che si tratta di un errore di stampa tipografico che nulla a che vedere sull'interpretazione della genesi della parola. Lo stesso dicasi nell'avere riportato al posto di ‘chiesa di San Nicola’, ‘chiese di San Nicola’. È del tutto evidente che i dati ripresi dall'Ente da detto sito si intendevano omogenei e vagliati da personale altamente qualificato della Regione Calabria; pertanto sono stati tranquillamente trascritti sul pannello. Infine, nella versione in lingua inglese, così come riportata sui pannelli, si comprende benissimo che la villa Albanese è stata residenza di Giuseppe Albanese e sono stati ospiti nella stessa villa i Savoia. Infatti viene riportato ‘The Albanian Villa that was home to the senator of the Kingdom, Giuseppe Albanese, and where members of the royal Savoia-Aosta family stayed’; per quanto attiene la versione in lingua italiana si provvederà alla correzione del dato. Più in generale, fermo restando che si provvederà a rettificare i refusi contenuti nei citati pannelli, ciò che lascia a dir poco perplessi è l'aver ritenuto che l'iniziativa imposta da ‘Bandiera Blu’ possa aver addirittura ‘offeso’ la Città anziché promuoverla, senza cogliere minimamente lo spirito che la ha animata, che va, in modo del tutto evidente, in senso diametralmente opposto.” A essa fu opposta la seguente replica: “Signor Presidente della Commissione straordinaria della Città di Siderno In data 15 luglio 2020 i sottoscritti hanno segnalato alla S.V. alcune gravi inesattezze contenute nei pannelli installati sul Lungomare in occasione della manifesta-

zione per la consegna della Bandiera Blu. Nel riscontro datato 20 luglio 2020, stranamente non protocollato e affidato dalla Commissione da Lei presieduta al Responsabile del Settore, risulta espresso I'impegno ‘a rettificare i refusi [in verità si tratta di grossolani errori] contenuti nei citati pannelli’. Poiché, a oltre un mese da tale impegno, nessuna rettifica risulta ancora apportata, Le chiediamo di voler impartire le opportune disposizioni perché ciò venga fatto al più presto, prima che gli ultimi turisti, specialmente quelli di lingua inglese, lascino Siderno. Ciò detto, i sottoscritti contestano il rilievo che avrebbero ritenuto offensiva per la città l’iniziativa imposta da Bandiera Blu. Essi, come è facile leggere nella loro lettera, non hanno ritenuto offensivi l’iniziativa e i pannelli, ma ciò che in essi è scritto, che è evidentemente frutto della stessa superficialità con cui è stata letta la loro lettera, superficialità confermata dall’informazione che i pannelli riportano acriticamente notizie riprese dal sito ufficiale della Regione Calabria: al riguardo, i sottoscritti informano che a Siderno e su Siderno ci sono studiosi e vari libri dai quali sarebbe stato possibile attingere notizie storiche criticamente valutate e affidabili, senza alcuna necessità di scopiazzare da un sito la cui attendibilità è misurata dal fatto che le notizie in esso contenute, almeno relativamente a Siderno, devono essere rettificate (a tal proposito, i sottoscritti si augurano che la commissione da Lei presieduta, o il Responsabile del settore, abbiano già provveduto a segnalare e a chiedere alla Regione Calabria e al suo ‘personale altamente qualificato’ le opportune correzioni). Con riferimento ancora alle citazioni, i sottoscritti non

La Locride tradita anche dall’edilizia giudiziaria

Ripubblichiamo una riflessione dell’avvocato Nicola Enzo Crimeni, originariamente apparsa su “Il dubbio di mercoledì 21 ottobre, che riflette sulla situazione molto particolare del Palazzo di Giustizia di Locri, i cui lavori sono stati più volte avviati e interrotti dimostrando quando il nostro territorio sia stato dimenticato persino dal settore della giustizia.

Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è intervenuto al question time del 14 ottobre scorso alla Camera dei Deputati e, rispondendo a un’interrogazione in tema di edilizia giudiziaria, ha precisato che “per l’edilizia giudiziaria abbiamo stanziato oltre un miliardo di euro”. È chiaro che la Calabria e la Locride sono considerate interessanti dalla politica solo per gli evidenti casi di criminalità organizzata che destabilizzano da tempo la vita sociale delle operose comunità che ci vivono mentre, per il resto, continuano a essere marginalizzate. Una marginalità che occorre alla politica per fatue promesse elettorali, secondo l’implicita strategia che lega i bisogni della gente alle fortune degli spregiudicati imbonitori, paralizzando un processo di ammodernamento che consentirebbe il reale sviluppo del territorio e dei suoi cittadini, evidentemente ritenuti figli di un dio minore. Come si può operare in strutture che dovrebbero rappresentare lo Stato, il servizio giustizia, e che sono invece l’evidente testimonianza dell’illegalità, giacché non idonee, strutture che semmai demarcano l’incapacità dello Stato nel garantire i servizi essenziali ai cittadini, atavicamente considerati di serie C? In oltre venticinque anni nessuno è stato in grado di costruire il nuovo Palazzo di Giustizia di Locri, progettato in modo inefficiente poiché avrebbe ospitato solo il settore penale, secondo quanto risulta nel bilancio del Ministero della Giustizia da decenni, da quando cioè ancora vi erano le lire, con uno stanziamento di 20 miliar-

di e in quello della Regione Calabria con 2 miliardi e 300 milioni. La costruzione sbandierata ai quattro venti, più volte iniziata e fermata, era stata riavviata con la consegna dei lavori nel 2016 e provvedeva il completamento del Nuovo Palazzo di Giustizia di Locri entro il 31 dicembre 2020. Purtroppo ferma da tempo, rappresenta l’ennesimo fallimento a scapito degli operatori del diritto (magistrati, avvocati e personale giudiziario), costretti da troppi anni a lavorare in ambienti che costituiscono un’aperta violazione delle norme di sicurezza, nonché dei diritti dei cittadini che anelano giustizia da tempi certi. Le evidenti attuali carenze strutturali degli uffici giudiziari locresi sono poste allo stremo nell’attuale periodo di pandemia, essendo difficile coniugare le esigenze di lavoro con la prevenzione e con il rischio quotidiano del contagio da Covid-19. La parte sana di questa società reclama un serio impegno dello Stato a far fronte con immediatezza alla ripresa dei lavori e al completamento della struttura, assumendo carattere prioritario in questa terra fornire un servizio indispensabile. Lo stato delle strutture giudiziarie e di altri presidi come la sanità rappresentano delle vergogne, che paralizzano la crescita sociale ed economica della Locride. È la crescita la sola risposta in grado di consentire alle nuove generazioni di affrancarsi dai mali endemici e riscoprire la bellezza del lavoro e di un territorio, nelle sue tante belle realtà, vocato allo sviluppo. Nicola Enzo Crimeni

possono non partecipare di essere rimasti - loro, fondatamente - a dir poco perplessi nel vedere rispondere ai loro rilievi a un testo in italiano (che, verosimilmente, è quello più letto; non risulta, infatti, che a Siderno ci siano centurie di anglofoni) con citazioni da una traduzione in lingua inglese del medesimo testo, dato che, a parte ogni altra considerazione (neppure sul senso, sulla genesi e sul significato delle espressioni), la qualità di tale traduzione (eseguita probabilmente da traduttori meccanici e non proprio da esperti altamente qualificati) è convenientemente valutabile dalla trasformazione di un cognome - ‘Albanese’ - in un etnico - ‘albanian’ -. Non è il caso di andare oltre; soltanto, i sottoscritti, per concludere, vogliono sperare che eventuali altre osservazioni e segnalazioni su quanto avviene a Siderno, loro o di altri cittadini, vengano accolte non con la lontananza (o, peggio, con la supponenza o soltanto con l’insofferenza) che sembra di cogliere nel riscontro alla loro nota, ma con l'attenzione dovuta da chi è pro tempore amministratore al servizio della loro (dei cittadini) comunità”. Tale replica è rimasta completamente ignorata, ma ciò non sorprende, perché è una conferma della distanza sociale creatasi tra la Commissione Straordinaria e i cittadini, evidentemente non considerati titolari di diritti, ma soltanto di doveri. Poiché finora – e son passati più di tre mesi - l’intervento annunciato non è stato eseguito, è pressoché certo che la Commissione Straordinaria – che tra meno di un mese lascerà Siderno – ormai non interverrà più, disattendendo un impegno assunto ufficialmente e lasciando la soluzione del problema in eredità alla prossima Amministrazione. Va da sé che si tratta sicuramente del problema non più grave che erediterà la futura Amministrazione, ma è certamente un problema significativo della superficialità, forse della supponenza, con cui è stata amministrata la città negli ultimi due anni. E poiché ho toccato il problema del rapporto tra la Commissione straordinaria e la Città avvicinandosi la data della conclusione della missione amministrativa della Commissione stessa, oso sperare che essa, congedandosi, non mancherà di indirizzare alla Città una relazione sull’attività amministrativa espletata, sui risultati conseguiti e sullo stato in cui lascia la Città, fornendo in tal modo utili indicazioni ai futuri amministratori, soprattutto sulle criticità e sui problemi risolti e da risolvere, per esempio se siano state o no rimosse le cause che, non opponendosi nessuno al rischio di infiltrazioni malavitose, hanno provocato lo scioglimento del Consiglio Comunale. Ciò perché già si sussurra che – perdurando le attuali discrezionalità decisionali – anche il prossimo Consiglio Comunale corra il rischio di essere rapidamente dimesso ed appare pertanto utile cercare di capire se sarà il caso – o non ne varrà la pena – di andare a votare alla prossima tornata elettorale. Enzo D’Agostino

L’amore per le proprie origini è sacrosanto. Il campanilismo, invece, sterile. Tra i molteplici racconti che hanno segnato il corso della mia infanzia, indubbiamente, uno dei miei preferiti riguardava la storia di Pinocchio. Con l’aumentare dell’età, coadiuvato dal prezioso aiuto dei miei genitori, iniziai a estrapolare dallo stesso un’importante morale. La riflessione parte dall’estremo e insano gesto che Pinocchio compie nei confronti del Grillo Parlante, colui che cercava di riportare Pinocchio sulla retta via. Troppo facile rifugiarsi nella propria “zona di conforto”, mettendo la polvere sotto il tappeto. Chiaramente, lo spettro di applicazione di tale metafora ha un’ampia portata, non limitata certamente al solo tema trattato nel corso di questa riflessione. Sempre metaforicamente parlando, a chi non piacerebbe vedere il proprio figlio o la propria figlia eccellere in qualunque cosa esso o essa si cimenti? Che tipo di genitore pensate che possa piacere di più a un bambino, il genitore che è sempre accondiscendente o il genitore che riprende, ove necessario, il figlio o la figlia a fin di bene? Il primo, senza dubbio. Allo stesso modo, vi chiederei di riflettere su quale genitore sia più “utile” al bambino o alla bambina. Senz’altro, la seconda tipologia di genitore. Il ricorso alle precedenti metafore, a parere di chi scrive, trova un nesso logico con l’argomento principale dell’articolo. Penso alle nostre piccole realtà, alla mia piccola realtà. Penso a chi, me compreso, guarda con gli occhi dell’innamorato l’ambiente circostante, non riuscendo a scorgere difetti. Ebbene, siamo sicuri che da questo atteggiamento il nostro territorio ne tragga beneficio? Proprio questa riflessione mi spinge a individuare un punto da cui partire. È la ricerca di questo punto che mi porta a scindere e, ove possibile, ad analizzare il concetto di “amore per le proprie origini” e di “campanilismo”. Per riprendere le precedenti metafore, il concetto di campanilismo funziona esattamente come il genitore totalmente accondiscendente. È il voler affermare che tutto fili liscio quando così non è. È il voler quasi rigettare ogni forma di aiuto esterno o cooperazione. È il voler non trovare ispirazione nei modelli vincenti ed efficienti. Semplicemente, è il non voler apprendere. Differentemente da quanto appena detto, l’amore (per le proprie origini) è un sentimento che va coltivato anche e specialmente da lontano. Non già vedere una cosa perfetta, ma impegnarsi per renderla tale. Significa criticare costruttivamente, non mera demolizione. Significa mettersi in discussione, non isolarsi dalla realtà. Significa saper ascoltare ed elaborare. Significa, in poche parole, essere realista. La mia non è una critica, ma un atto d’amore. È un atto di chi vorrebbe vedere la propria terra eccellere. Il mio massimo rispetto va alle persone che, quotidianamente e onestamente, lavorano in qualsiasi campo per garantire un futuro migliore ai propri figli, contribuendo ad apportare migliorie al proprio ambiente circostante. A voi è rivolto un grazie speciale. Rocco Nicita


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Panetta più Panetta In alcune foto si possono celare molte notizie, come del resto in questa fatta in settimana a Siderno: a noi è sembrato singolare, infatti, vedere due Panetta non impegnati in politica mentre si sta svolgendo la campagna elettorale. Le elezioni a Siderno senza un Panetta sono come una torta senza panna. Manca di gusto.

Aiutiamo Siderno Abbiamo incontrato i sindaci di Agnana, Giuseppe Lupis, e di Canolo, Rosario Larosa, proprio davanti alla piazza del Comune di Siderno e ci è venuto naturale associare la parola sindaco alle prossime elezioni comunali che si svolgeranno (?) il prossimo 22 e 23 novembre. Intanto ci consoliamo con i sindaci dei comuni vicini, anche perché i commissari straordinari non li abbiamo mai visti in paese, figurarsi adesso che rischierebbero un doppio contagio.

Simone celestinizzato Guardando questa foto del caro amico Simone Veronesi, ex braccio destro di Mario Oliverio, non abbiamo potuto fare a meno di notare la somiglianza con il famoso cantante Clementino… anche perché ha commesso l’errore di votare Sì all’ultimo Referendum!

Piccoli calabrosvizzeri crescono Klaus Davi, su proposta del consigliere Comunale Paolo Ferrara e del sindaco Rosario Sergi, sarà ambasciatore del Comune di Platì per lo sviluppo del territorio, la valorizzazione dell’identità e il miglioramento delle tipicità nell’ambito dei prodotti alimentari d’eccellenza. Certo che Klaus è ormai calabrese a tutti gli effetti!

Un grazie non elettorale Chi passa da Siderno, in un bar del centro, può incontrare la bella Concetta, in questa foto insieme a due personaggi influencer della Locride: il barone Francesco Macrì, già sindaco di Locri e già tanto altro fino al suo attuale incarico da presidente del Gal Terre Locridee ed Elio Bumbaca, ingegnere e valente persona, distintosi in vari assessorati regionali e non solo. Concetta ci ha chiesto la foto per ringraziarli per averla convinta a non candidarsi. Candidarsi o non candidarsi? Con questo scatto iniziamo la carrellata di foto del candidato della settimana. Per la verità devo dare atto a Vincenzo De Leo che ha mantenuto la parola e, infatti, non risulta tra i candidati, mentre si è candidato Ludovico Bata detto “Escobar” che ha rotto con il passato e ha smesso di frequenta “l’uomo dei bar”. Per questo può farcela. Il bar del sorriso Ci sono luoghi in cui uno cerca sempre inconsciamente di andare. In uno di questi lavorano tre tipi che rispondono al nome di Andrea, Totò e Vincenzo, che si distinguono dagli altri perché, anche in questo periodo, ti accolgono sempre con un sorriso nonostante il Covid-19 e le “babagliucce” dei titolari. I castagni valori Come ogni autunno che si rispetti, anche questo è arrivato, e si capisce dalle castagne, uno dei più bei doni della natura. In questa foto Pino Longo, di Canolo, si esibisce nella classica preparazione delle caldarroste… o “castagne valori”.

Tradizioni rosa e nere Un giovanissimo Tony Bellamina posa in campagna in compagnia di un animale celebre. E così scopriamo come le nostre tradizioni sono più che mai legate al maiale nero e non al maiale rosa!


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Sette giorni di cattivi pensieri

Il limone che fece da controfigura a Sua Maestà il Bergamotto ROSARIO VLADIMIR CONDARCURI Buona settimana a tutti! Il mio amico Salvatore Ferraro, un grande, mi fa notare che nel video di Muccino viene fatto passare un limone per bergamotto (foto1) a modo di controfigura; mi sembra la cosa più bella letta su questo argomento, su cui hanno voluto dire la propria opinione tutti, ma proprio tutti. Queste sono le cose che non riesco a capire di questa regione, la passione che alcune volte esprime su caz** per poi perderla su le cose più serie, una cosa che proprio non riesco a capire. Inizio la rubrica con un saluto alla comare Irene, una bella donna che so mi legge e alcune volte comunica anche senza parlare. Per mia sfortuna mi è toccato fare gli straordinari al lavoro, perché abbiamo deciso di lanciare la “web-tv” della “Riviera”, così mi sono dovuto studiare i candidati a sindaco di Siderno per fare le interviste (foto 2), ma ne ho potuto fare solo due, visto che non si può stare tranquilli, dato che il Governo ha prima annullato le elezioni che poi sono tornate come di incanto, (spiego meglio questa questione a pagina 4, per chi vuole leggerla). A Siderno si è vissuta una settimana come la barzelletta delle frecce dell’auto, che per il proverbiale Carabinieri funzionano “ora sì, ora no, ora sì, ora…”. Comunque vada, sono stati giorni dif-

ficili e, al momento dell’annullamento, una forte depressione ha invaso gli animi dei Sidernesi, perfettamente esemplificata dalla faccia di Michele Macrì mentre comunicavamo la notizia (foto 3), martedì sera. È stata anche una settimana caratterizzata dagli sbarchi di immigrati (foto 4) avvistati all’alba dalla nostra costa mentre piano piano si avvicinavano con il loro carico di disperazione. Voglio raccontare un episodio che mi è successo la scorsa sera: mentre rientravo da Roccella, all’entrata della superstrada, ho notato un toro libero e spaesato a bordo strada e, vista l’ora e il punto preciso, ho pensato ci fosse pericolo, così, senza pensarci, ho chiamato il 113; dalla altra parte mi risponde una voce gentile che mi chiede il motivo della telefonata, appena pronuncio la mia richiesta, vengo bloccato e messo in pausa, attendo tre squilli e mi risponde un signore, ripeto la mia denuncia e l’operatore mi dice che non dovevo chiamare loro ma i Carabinieri, chiudo e rimango basito. Ora, io non capisco molto di queste cose, ma chi lavora nell’ambito dei sevizi per la sicurezza non dovrebbe avere a cura la salute di cittadini? Alla prossima settimana, speriamo di essere ancora aperti.

Benito Prochilo è pronto a ripartire dopo un lungo lockdown Dopo più di 6 mesi abbiamo finalmente incontrato il cantautore Benito Prochilo, che abbiamo immediatamente fermato per sapere come avesse trascorso questo ultimo, difficile periodo. Venutoci a trovare in redazione, Benito ci ha rivelato di non essersi fatto vedere molto in giro negli ultimi mesi per rispettare le norme imposte dal Governo in questo difficile periodo di emergenza, come certamente hanno fatto tante altre famiglie del nostro Paese. «Ma che novità hai da raccontarci?» gli abbiamo domandato. «Per il momento non voglio anticipare ancora nulla - ci ha rivelato Benito, - ma posso dirvi che, a cavallo delle feste di fine anno vorrei partire prima per il Canada e poi per Cuba. Dopo questo viaggio, tornerò in Italia per un paio di mesi con l’intenzione di trascorrere la Pasqua con i miei famigliari, salvo poi ripartire immediatamente alla volta dell’Australia, dove ho già dei contratti firmati. Mi è spiaciuto molto “perdere” quest’anno, durante il quale avrei dovuto fare molte serate e qualche matrimoni ma, con l’aiuto di alcuni amici, sono riuscito comunque a realizzare una festa durante l’estate.» Benito afferma che avrebbe tante altre cose da dire e ci tiene a ricordarci una volta di più il grande affetto che lo lega ai colleghi Rino Gaetano e Mino Reitano, il cui ricordo è ancora vivo in lui nonostante siano purtroppo scomparsi da moltissimi anni.

«Ci tengo tuttavia a rendere pubblico il mio sentito ringraziamento alla “Riviera” - conclude Benito, - che da più di vent’anni non perde occasione di scrivere, ogni due o tre mesi, qualche articolo sul mio conto. Grazie anche a chi continua a seguirmi e a credere in me e, mi raccomando, vogliate bene a Benito come io voglio bene a tutti i lettori di questo giornale!» lr

Tra il lusco e il brusco PLACEBO Ricorderete tutti che, all’inizio della pandemia, due distinte ricerche, una americana e l’altra indiana, giunsero alla stessa conclusione: che noi uomini, cioè, saremmo maggiormente esposti all’attacco del Coronavirus perché questo si annida nei testicoli. Si sa, “de gustibus non est sputazzandum”. Ebbene, credo, invece, con vivo e vibrante entusiasmo di potere tranquillizzare tutti i maschietti preoccupati: quella era una balla destituita di ogni fondamento. Osservando la quotidianità, infatti - e nel metodo scientifico l’osservazione di un fenomeno è il primo passo per arrivare all’enunciazione di una legge -, ho notato che i vari Salvini, Sgarbi, Briatore, Zangrillo, Montesano e, perfino, il CT della Nazionale di calcio Roberto Mancini, vanno in giro, sani e vegeti, a dire che il Coronavirus è un comunissimo malanno alla stregua di una banalissima influenza stagionale. Se quegli studi fossero stati esatti, invece, dovrebbero essere ricoverarti in una qualche sala di rianimazione dove, per la legge del contrappasso, medici e infermieri sfiniti e incazzati li starebbero curando con supposte di Tachipirina che non servono a niente ma che li farebbero pensare prima di dare fiato alla bocca. UNICUIQUE SUUM Dagospia ha svelato urbi et orbi che Rocco Siffredi, reduce dal successo al Pornfilmfestival di Berlino (ha vinto due Oscar) del film “Zaawaadi”, da lui diretto e interpretato, è positivo al Coronavirus, e ha contagiato tutta la famiglia. Autista, governante, giardiniere e manutentore dei campi da golf e di tennis compresi. Si attende l’esito del tampone per sapere se è

contagiato anche il robot puliscipiscina. A parte il fatto che sarei curioso di sapere se, alla luce del numero dei famigli che il nostro priapesco eroe può permettersi, c’è ancora qualche puritano che si azzardi a dire “blablabla” sugli attori dei film porno, la notizia ha dato voce alla nutrita schiera di quei minusdotati che, biliosi, sui social lo hanno preso di mira con commenti al fiele del tipo: “Hai finito di fare lo sborone, bello. Sai cosa puoi farci adesso con le tue dimensioni?” RONALDO IN CAMPO Il prode calciatore - profondo conoscitore, come ogni bianconero, di Sir Francis Bacon, il filosofo inglese che ha detto “calunniate, calunniate, qualcosa resterà” - dopo essersela presa con il ministro Spadafora (“un signore di cui non dirò il nome”) perché, in occasione della sua partenza dall’Italia per andare a giocare con la nazionale del suo Portogallo, gli ha rimproverato l’inosservanza delle disposizioni emanate dallo Stato italiano per il contenimento del contagio - iscrivendosi gratuitamente - dubito che, da portoghese qual è, l’avrebbe fatto se avesse dovuto cacciare soldi¬ - all’albo dei VCSC (Virologi Che Sparano Cazzate) ha detto che i tamponi che si stanno facendo in tutto il mondo “sono una cagata”. Restando in tema con il materiale organico da lui eletto a secondo termine di paragone, è proprio il caso di dire che questa volta l’ha fatta fuori dal vaso. D’altronde, dagli oggi dagli domani, a furia di saltare tanto in alto come fa lui ogni volta che segna un gol e ricadere pesantemente al suolo, è normale che l’elasticità degli sfinteri venga compromessa. Sergio M. Salomone


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