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Dalla rotta di Ulisse ai neomelodici di Gomorra CULTURA

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Lawrence Ferlinghetti è morto e con lui anche il sogno di risvegliare la Magna Grecia, di dare un orizzonte aperto ai giovani grazie all’arte ERCOLE MACRÌ È morto Lawrence Ferlinghetti. Aveva 101 anni abbondanti nel viso e nelle mani e la testa più lucida di un niño de oro. Nei miei tre anni d’assessore (pentito) - sempre a disposizione di una platea per niente beat, vittima del suo un-dos-tres lento e mai bailante - ho creduto in un solo dio, fedelmente laico e anticonformista, che mi ha insegnato a perdermi nel bosco per non morire di noia nella stalla: l’Ulisse Calabrese, quello desnudo omaggiato con due pagine dall’Espresso in occasione della mostra sidernese a Palazzo Falletti nell’agosto 2019 e con diverse cover sui tabloid mondiali. Ma l’obiettivo principale non era la mostra, ma un Camp delle Arti nel borgo di Siderno Superiore, un laboratorio d’irradiamento culturale. Lawrence Ferlinghetti è un top player della Beat Generation, intimo del Nobel Dylan e dell’incorreggibile Kerouoac, nei primi cinque poeti che hanno venduto più libri di poesie al mondo. Lui in uno dei suoi soggiorni in Calabria – come ha riportato l’Espresso – ha concepito in dodici quadri la rielaborazione, in chiave ironica e moderna, del passaggio di Ulisse dalle coste calabresi. Questo monumento Italo Americano di San Francisco e della City Lights aveva dato l’okay per l’apertura di un artcamp a Siderno, una micro University che avrebbe messo a confronto i migliori studenti calabresi con il loro coetanei beat d’Europa e del mondo, un’officina continua di elaborazione artistica, sociale e culturale. Ricordo quando a Roma all’interno del Ministero, l’art manager Alessandro Nicosia (curatore di mostre a New York, Dubai, Bilbao e via dicendo) mi confidò, davanti a testimoni, che l’Ulisse Calabrese

nel cuore della Locride era certamente uno dei passaggi culturali più seri di cui aveva discusso in quell’anno. Ci affidammo a Bruno Zito, Regione Calabria. Peccato! E ora, esattamente ora - oltre i post delle Antonella Avellis di turno che, come le ‘ntonelle di Pietra Kappa, mentre ci soffocano negli affranti dei luoghi comuni di paese, tolgono dal cilindro tuttologia fresca di giornata come piselli dolci di Riace - e ora, dicevo, praticamente ora, chissà? In questa “Sei di Siderno se…” così “babba” e lontana dalle rotte di Ulisse, a un solo occhio come ciclopi di fondale e tamarri di malavita, ammantata d’imbecilleria social, con i suoi se e con suoi ma, avanzano con i compitini fatti i garantisti della porcilaia di San Leo. Più puzza, più revamping. Insomma, la storia sta nel cuore di chi sa registrare i fatti e negli occhi di chi sa leggerli: a Locri bancomat senza fondo nel post Fortugno, a Caulonia tamburello e organetto, a Roccella tanta cultura e tanto Jazz, senza badare a costi benefici e creazioni di posti di lavoro, a Siderno crimine, scioglimenti e spazzatura. E revamping, naturalmente. E l’Ulisse di Ferlingetti? È stato un bel sogno tentare il risveglio di una Magna Grecia in letargo, che, tranne per i Bronzi, non attrae né sorride ai visitatori; una Magna Grecia Locridea da catalogo, solo per specialisti, una Magna Grecia rachitica, di pietre e mazzacani, dove proliferano, nel numero perennemente aperto dei punti di non ritorno, i neomelodici di Gomorra e i loro scooteroni.


PIERPAOLO BOMBARDIERI

“Se riparte il Sud, riparte l'Italia"

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ATTUALITÀ www.larivieraonline.com

“Abbiamo chiesto alla politica meno accademia e più pragmatismo, meno teoria e più aderenza alla realtà, meno spot e più interventi tangibili.” PIERPAOLO BOMBARDIERI Intanto, grazie di cuore agli Amici de La Riviera. Non lo affermo in modo retorico, non soltanto per l’affetto consolidato che ci lega, ma anche per la consueta e genuina sensibilità nei confronti della nostra terra calabrese e l’attenzione verso l’impegno del Sindacato. Mi sento ogni volta onorato di intervenire, perché so bene che dietro questa rivista ci sono persone generose che rappresentano un presidio continuo di legalità, confronto, informazione e discussione. Mi avevate chiesto cosa pensasse la UIL del Governo Draghi. Avevo risposto che eravamo in attesa della relazione di insediamento del Presidente del consiglio e soltanto dopo ci saremmo espressi. Di certo, l’essere stati chiamati durante il giro delle consultazioni ha rappresentato un buon segnale. Poi, in verità, le comunicazioni del Presidente non hanno chiarito ancora come saranno declinate le scelte enunciate. E fino a che non si entrerà nel merito delle questioni non saremo in grado di fornire un giudizio compiuto. Resterà da comprendere se avremo a che fare con il Draghi allievo del noto economista Keynesiano Federico Caffè oppure con il Draghi della prima ora alla guida della BCE quando in Europa spirava incontrastato il vento dell’austerità. Tuttavia, qualche prima osservazione proviamo ad annotarla. Non possiamo non valutare positivamente la celere convocazione del Ministro Orlando nel giorno di San Valentino, che ha voluto incontrare ed ascoltare i Sindacati confederali. Il terreno del lavoro resta per noi la priorità. A quel tavolo abbiamo ribadito con estrema e limpida fermezza che non prorogare il blocco dei licenziamenti sarebbe un gravissimo errore che innescherebbe una bomba sociale senza precedenti. Non ci aspettiamo un rinvio a tempo indeterminato di questa misura straordinaria, ma uno slittamento funzionale a dare tranquillità ai lavoratori e a consentire la costruzione di un nuovo assetto degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive del lavoro. La pandemia ci costringe ad attrezzarci per rispondere a chi un lavoro lo sta cercando, a chi lo ha perso e a chi ha gettato la spugna come i cosiddetti Neet (coloro che un lavoro non lo cercano neanche) che soltanto nel nostro Paese sono 3 milioni giovani sotto i 35 anni e che ci costano circa 3 punti percentuali di PIL. Ravvicinata e gradita è stata anche la convocazione del Ministro Giorgetti. Il

Ministero dello Sviluppo Economico ha un altro lascito molto complicato. Complessivamente i tavoli di crisi aperti superano abbondantemente quota 100. E tra questi ci sono vertenze del calibro dell’ex Ilva, Embraco, Whirpool, Alitalia, fino a contare quasi 200 mila lavoratori coinvolti in settori produttivi assolutamente strategici per il nostro sistema-Paese. E se guardiamo all’ex Ilva pensiamo che l’Italia possa fare a meno dell’acciaio? E su Alitalia, pensiamo che si possa fare a meno di una compagnia di bandiera per lo sviluppo del nostro turismo? Non abbiamo sentito porre e socializzare dalla politica quesiti di questa portata che comportano il ragionamento sulle politiche industriali nel nostro Paese. Quali politiche e quale transizione industriale nell’ambito di un necessario percorso di sostenibilità ambientale e sociale. Veniamo al nostro Sud. Qualche giorno fa, dal web, mi è capitata sotto gli occhi una prima pagina del Corriere della Sera del

1972: c’era scritto che la questione meridionale si sarebbe risolta entro il 2020. Fantascienza, se mancano due ingredienti fondamentali: un pacchetto shock di misure e di investimenti votati alla concretezza ed all’immediatezza e un nuovo dinamismo delle comunità locali orientate

da una rabbia costruttiva. Ci siamo lasciati con l’ex Ministro Provenzano chiedendo una scossa. Il provvedimento di decontribuzione per le assunzioni nel Mezzogiorno è stato utile, per carità, ma ancora lontano da ciò che serve davvero. Abbiamo chiesto alla politica meno accademia e più pragmatismo, meno teoria e più aderenza alla realtà, meno spot e più interventi tangibili. La disoccupazione al Sud raggiunge dati d’allarme. Se pensiamo ai giovani 1 su 2 è disoccupato e sono migliaia quelli costretti a lasciare ogni la propria terra alla ricerca di un futuro migliore nel Nord Italia ed in altre parti d’Europa. Questa piaga è strettamente connessa allo sviluppo economico e infrastrutturale. Per queste ragioni chiediamo da tempo un nuovo modello di sviluppo e un solido sistema di politiche industriali e non bastano le sole ZES. Turismo, logistica e transizione ecologica non sono solo sfide di principio ma necessità da tradurre con un

cronoprogramma ed interventi concreti. Abbiamo un paesaggio ricco di arte e cultura, storia e tradizioni, artigianato e creatività, ma manca quella grinta decisiva che si traduce in iniziativa e reazione, manca anche un supporto nel formare ed accompagnare le competenze. Quanti treni abbiamo perso attraverso i fondi europei inutilizzati o spesi male, senza che nessuno se ne sia mai assunto la responsabilità? L’Italia e il Mezzogiorno, oggi, si trovano di fronte all’occasione irripetibile di avviare una “ricostruzione” attraverso la preziosa opportunità del Next Generation EU. Pensiamo alle infrastrutture e reti materiali e immateriali in grado di ridurre i tanti divari che registriamo: dal diritto alla mobilità al diritto alle cure; dal sostegno alla genitorialità alla distribuzione capillare su tutto il territorio di adeguate e moderne reti digitali. Sul sistema infrastrutturale chiediamo di completare le grandi opere stradali, ad iniziare dalla dorsale jonica (statale 106), unitamente ad un grande piano di manutenzione straordinaria della cosiddetta viabilità secondaria. E’ chiaro a tutti noi che il Sud paga ritardi in ogni ambito. E’ inaccettabile che nel 2021 il nostro Paese continui a scontare queste differenze. Per noi l’uguaglianza di opportunità è un diritto imprescindibile. E sulla sanità: quante volte abbiamo chiesto di non smantellare il diritto alla salute ed alle cure? Quante volte abbiamo chiesto di rafforzare la medicina del territorio, aumentare le strutture ospedaliere ed i posti letto, assumere personale sanitario e infermieristico, allontanare il cappio della politica dalla sanità? Rivendicazioni rimaste sorde e che ora fanno i conti con un’emergenza nell’emergenza. Discorso strettamente connesso è quello relativo alla campagna vaccinale, che tocca tutto il territorio nazionale ma che accende i riflettori sui ritardi anche della distribuzione al Sud: soltanto una massiccia ed equa somministrazione di vaccini anche nei luoghi di lavoro ed attraverso una condivisione dei brevetti delle multinazionali farmaceutiche potrà fornire una risposta risolutiva. Su tutti questi ed altri punti incalzeremo il nuovo Esecutivo e chiederemo risposte. Le parole, da sole, non bastano più. E il tempo potrebbe scadere. Soltanto se riparte il Sud riparte davvero l’Italia. E il nostro Sud, però, dal canto suo, non resti prigioniero di contese tra campanili; fare sistema ed avere visione saranno le direttrici del nuovo slancio. Segretario generale UIL


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Luca Attanasio, l’ultima cena con Michele Macrì

L’ambasciatore italiano, Luca Attanasio, ucciso vicino Goma (a Kibumba) in un attentato il 22 febbraio, era di casa nel ristorante Mediterraneo, del sidernese Michele Macrì. I due si conoscevano bene, infatti Macrì è stato una delle persone che, insieme ai funzionari dell'ambasciata italiana e ad altri connazionali, ha accompagnato la bara all’aeroporto dove era attesa da un veivolo dell'Aeronautica militare

BREVI

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Fulvio Accursio è il presidente del tribunale di Locri La giudice Gabriella Riello ha rinunciato all’incarico di Presidente del Tribunale di Locri, così Fulvio Accurso è il nuovo Presidente. Quindi si chiude al meglio, con la giusta soluzione anche per il Consiglio Superiore della Magistratura che adesso valuta positivamente la conclusione. Giovanni Sfara

La scuola ai tempi del Covid Un tempo la scuola, la nostra scuola, era un luogo di aggregazione, di studio certo, ma anche di svago, ricreazione, divertimento, confronto, dibattito, discussione... Adesso dietro le mascherine non noto più l’espressione preoccupata dei miei compagni durante le interrogazioni, non vedo il loro sorriso quando il mitico Ciccio fa una battuta sulla segretaria. Dovrei averci fatto l’abitudine eppure mi pare tutto ancora così diverso e surreale... Consapevoli dei problemi strutturali della dad, chiediamo però il rientro in sicurezza che vuol dire trasporti sicuri, aumento del personale, degli spazi e di una sanità pubblica diffusa ed efficiente. Parlo a nome del gruppo giovanile “Giovani Locresi” il quale nella diretta Facebook del 30 Gennaio con il Giornale la Riviera ha tenuto un dibattito su tali problematiche interagen-

do con i vari rappresentati d’Istituto del Liceo Classico Ivo Oliveti di Locri, liceo scientifico Zaleuco di Locri, liceo scientifico P. Mazzone di Roccella, l’istituto alberghiero di Locri, liceo delle Scienze Umane e linguistico Mazzini di Locri. Siamo studenti, che dopo mesi di sacrifici e didattica a distanza, con l’anno scolastico al giro di boa, vogliamo risposte immediate anche per quanto concerne le modalità previste per l’esame di Stato. Una maturità certo fuori dall’ordinario, ma che comunque testimonia un momento di passaggio fondamentale ed indimenticabile, così come è stato considerato per tutte le generazioni precedenti, necessita allo stesso modo di essere vissuto da quelle future. Alessia Martelli

Ciao Gianni- Jack Voglio ricordarti con lo sguardo un po' arcigno che spazia da Puntone dei Campi sul corso della Fiumara Laverde e sulla tua Samo. L’Aspromonte ha subito una grave perdita da quando la terribile pandemia del covid19 ti ha colto impreparato, tu che avevi sempre usato tutte le precauzioni in fatto di igiene sei incappato inconsapevole nelle nebbie di questo male invisibile. Ricordo con tenerezza quando facevi allontanare chiunque si avvicinasse quando preparavi da mangiare perché non volevi che parlassero vicino al cibo col rischio di veicolare qualche particella di saliva. Eri tu che con sapienza preparavi a fuoco lento i piatti tradizionali quando ci ritrovavamo in festosa compagnia. Sei morto da solo, è vero che hai anche vissuto da solo non essendo sposato ma non sei stato solo nella vita perché molti ti siamo stati accanto. Mancherai agli amici escursionisti che spesso hai guidato su sentieri che conoscevi ad occhi chiusi, mancherai agli

amici pastori di Drago che ti aspettavano per la tua festosa allegria e con te riempivano le loro giornate di solitudine appresso al gregge. Mancherai alle gole della fiumara Laverde abituate al tuo passo ed al tuo occhio attento alle rocce ed alle piante, ti riconoscevano le fontane di Pizzica e Calamacia, di cui vantavi le prerogative. Mancherai a Previteria, a monte Iofri, a puntone Galera e alla fontana del Vecchio che ti ristorava sul cammino verso le cascate Forgiarelle. Mancherai a tanti ma sicuramente mancherai a me quando con la tua voce stridula mi chiamavi al telefono per dirmi se avevo bisogno di qualcosa. Vai a riunirti agli altri amici che ti hanno preceduto e mi raccomando sempre su sentieri panoramici. Ciao Jack Arturo Rocca


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DOPO IL LIBRO “IL SISTEMA”

De Magistris sfida Palamara: confronto!

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INTERVISTA www.larivieraonline.com

Il direttore colloquia con il sindaco di Napoli e candidato alla Presidenza della Regione Calabria sul caso Palamara, sull’inchiesta Why Not e sulla necessità di una virata della magistratura italiana PIETRO MELIA Per ammissione di Luca Palamara (“Il Sistema”, Rizzoli editore), in risposta alle domande di Alessandro Sallusti, tu saresti stato il “cane sciolto” e, in seguito, il “cigno nero”: in quale di queste due definizioni ti riconosceresti? Luigi De Magistris si aspettava forse un’intervista su tutt’altro tema (la sua discesa in campo per la conquista della Cittadella regionale calabrese, per esempio…), ma non si mostra affatto deluso e replica con il suo consueto tono pacato, consapevole com’è che pur sempre di “faccende calabresi” si tratti… Io mi riconosco in un magistrato autonomo e indipendente, dai poteri esterni ed anche all’interno della magistratura. E lo stesso Palamara, all’epoca presidente dell’associazione nazionale magistrati, lo riconosce: quando furono fermati i magistrati di Salerno che stavano dimostrando la correttezza del mio operato e le interferenze illecite di cui ero vittima, a cominciare dalla sottrazione delle inchieste Poseidone e Why Not?, il sistema ha dimostrato di avere anticorpi. La conferma che io ero estraneo al sistema. Lui oggi parla di cigno nero, insomma usa quei termini… Per me invece era una cosa più semplice: io prestavo ossequio e fedeltà alla Costituzione, altri la tradivano… Un pubblico ministero che andava dunque fermato… Il tuo trasferimento si decise in accordo con il Quirinale e con Giuseppe Cascini, che all’epoca guidava la potentissima corrente di sinistra della magistratura italiana (e che avrebbe dovuto difenderti)… E ciò stupì non poco Palamara… Si stupisce però dopo, e non prima, che è stato scoperto…Palamara in effetti ha <<confessato>>. Certo, la confessione andrebbe specificata, dettagliata, approfondita. Ma di fatto c’è una confessione di quello che non solo io ho sempre detto e documentato analiticamente all’autorità giudiziaria. Là ci fu un corto circuito istituzionale che portò attraverso la legalità formale a violare la Costituzione e a fermare un magistrato che con i suoi collaboratori stava conducendo indagini molto delicate. Quest’opera ha trovato l’azione dei vertici degli uffici giudiziari dell’epoca (procura di Catanzaro), il Ministero della giustizia, il Consiglio superiore della

magistratura, l’Associazione nazionale magistrati con le sue correnti, con il bollino finale dei vertici del CSM Mancino e Napolitano. Il fatto che lui abbia dichiarato che la quadra su di me si trovò quando nelle indagini furono coinvolti esponenti politici evidentemente di più aree, quando cioè fu toccato il governo - all’epoca di centro sinistra -, è la conferma che da lì scattò l’operazione culminata nel mio allontanamento da Catanzaro per incompatibilità ambientale, con la sottrazione delle funzioni di pubblico ministero. Evidentemente lui capì, quando ci fu uno schieramento forte di magistratura democratica, che forse questo avvenne perché furono toccati un governo e un Presidente del consiglio di centro sinistra. Questa è la lettura che lui voleva dare. Quello che invece vedo io è che da una parte c’è un magistrato che per fare il suo dovere applicava l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e dall’altra il sistema che ha fatto di tutto per fermarlo in maniera violenta. Perché quello fu un esercizio violento, in abuso dei ruoli istituzionali ricoperti da tante persone tra l’altro. È questo quello che poi impressionò in quella vicenda: che non fu un comportamento di un singolo o di alcuni, sono le istituzioni più rappresentative, alcune delle quali preposte a garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, a muoversi congiuntamente per bloccare chi agiva in nome e per conto dei principi e delle leggi dello Stato e in difesa della Costituzione. Sostiene Palamara che sarebbe ora che anche tu ti decidessi a fare un minimo di autocritica rispetto a quei tempi. Che intende dire, scusa? Ma no, su quel punto lui fa molta confusione tra le indagini di Salerno e l’indagine mia. Tra l’altro, in alcuni casi mi pare, parla di un’azione disinvolta, ma su tutti quei punti è stata accertata l’assoluta correttezza del mio operato. Quando va nel dettaglio, ovviamente gli mancano alcuni elementi di conoscenza… Anzi, lui dice che l’Associazione nazionale magistrati interferisce per la prima volta nel merito delle indagini, cosa che non ha mai fatto, e tra l’altro nella ricostruzione dei fatti su questi punti non c’è una precisione o un dettaglio… Perciò se Palamara vuole, io sono anche disponibile ad un confronto pubblico, in quella sede potremmo chiarire molte cose…

C’è un riferimento al famoso decreto di perquisizione da più di mille pagine… In effetti quello molto lungo è il decreto della procura di Salerno…Per questo alla fine credo che Palamara abbia fatto un po’ di confusione, perché ne parla quando cita la guerra tra procure e il decreto di 1700 pagine, appunto, era il decreto dell’ufficio di procura di Salerno… Quindi non il tuo…

Io un decreto che supera le mille pagine e da me firmato non me lo ricordo, sinceramente… Alla luce di quanto sta venendo fuori potresti chiedere, con un ricorso, di rientrare nei ranghi della magistratura? Prima che scoppiasse il caso Palamara, ho presentato un’istanza di revisione ma non per ritornare in magistratura, io mi sono dimesso dall’ordine giudiziario. E l’ho fatto per due motivi. La prima ragione è stata di ordine morale ed è frutto dell’esito delle tante indagini e procedimenti penali degli ultimi anni. In particolare, la molla che mi ha spinto a fare quell’istanza è stata l’indagine Rinascita Scott e l’arresto per mafia di Giancarlo Pittelli, che poi è uno dei principali protagonisti della mia vicenda disciplinare. Poi, in seconda battuta, l’ho voluto fare perché credo ancora nelle istituzioni del Paese di cui faccio parte, credo profondamente nei valori dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura e l’ho fatto perché ad altri magistrati non possa mai accadere quello che è capitato a me. E forse l’ho fatto per dare un’opportunità anche alla magistratura, che sta vivendo dal punto di vista etico uno dei momenti più difficili della sua storia, attraverso una istanza di revisione. I fatti sopravvenuti le consentono di rivisitare ciò che è stato (altrimenti sarebbe definitiva quella sentenza), di rimettere a posto anche da un punto di vista formale ciò che la storia ha già messo a posto. Io non ho più bisogno di nessuna legittimazione, perché da ultimo con le dichiarazioni di Palamara penso che la vicenda dal punto di vista fattuale sia definitivamente chiusa. Però credo che sia un’opportunità che il CSM non può lasciarsi sfuggire. I fatti sopravvenuti sono tanti, le autorità giudiziarie in questi anni hanno dimostrato la correttezza del mio operato, hanno evidenziato le interferenze illecite, Palamara ha confessato, Rinascita Scott, le ultime inchieste che hanno coinvolto gli stessi personaggi di Poseidone e Why Not?: il puzzle è completo, ci sono insomma gli elementi indispensabili e completi per riportare tutto nell’alveo della verità. Farebbe bene non tanto a Luigi De Magistris, la cui scelta è irreversibile, ma all’intero corpo della magistratura, e alla società italiana che ha il diritto di sapere. p.melia@libero.it


NICOLA IRTO (PD) CANDIDATO DEL CENTROSINISTRA

“Sono in campo, per vincere”! BARBARA PANETTA Nicola Irto, il Partito Democratico, unitariamente e ad ogni livello, le ha chiesto di candidarsi alla presidenza della Regione Calabria. Con un anno di ritardo? Alla mia candidatura si è arrivati in un momento delicatissimo per la vita calabrese. La pandemia di coronavirus e la morte prematura della presidente Santelli, se per un verso hanno coperto l’incapacità di governo del centrodestra, per l’altro hanno allargato ulteriormente la voragine di un vuoto amministrativo che è sotto gli occhi di tutti, basti pensare ai mancati ristori per le categorie produttive e alla disastrosa organizzazione della campagna vaccinale che pone la Calabria all’ultimo posto in Italia. Per questo ho risposto con responsabilità a una richiesta di impegno arrivata dalla mia parte politica, a tutti i livelli, grazie alla spinta della base, degli iscritti, dei simpatizzanti, dei dirigenti, dei circoli, degli amministratori locali, in uno scenario molto diverso da quello di un anno fa. Qualcuno la descrive come establishment, pur essendo, tra i candidati ad oggi in campo, colui che meno di tutti è stato nelle istituzioni. La sua candidatura nasce da accordi di potere o è frutto del rapporto con i territori? La mia storia politica, oltre che ancora giovane, è certamente caratterizzata da un rapporto forte con il territorio. Le stesse modalità con cui mi è stato chiesto di candidarmi, con una larghissima investitura “dal basso”, sono la risposta a chi, non avendo argomenti, non entra mai nel merito delle questioni e dei problemi, ma preferisce uno storytelling fondato su slogan vuoti e falsi. Sono un giovane dirigente politico che ha costruito il proprio percorso all’università e sul ter-

ritorio e, da sempre, sono una persona che non appare all’improvviso, solo quando c’è la campagna elettorale. Per me la politica è, innanzitutto, rapporto vero e costante con le persone. Si è sentito minacciato da de Magistris e per questo ha posto un ultimatum per un passo indietro, c’è chi la mette così. Cosa risponde? Se non vivessimo un momento così drammatico della storia italiana e calabrese e se non stessimo parlando di questioni estremamente serie, mi verrebbe da sorridere. Io ho solo proposto, per rafforzare ulteriormente la coalizione di centrosinistra che, comunque, è già forte così, di fermarci tutti un attimo per provare una sintesi ulteriore. Non è stato possibile, ne abbiamo preso atto e siamo andati avanti. Un’occasione persa per chi avrebbe potuto dare un contributo importante al progetto politico e al governo della Calabria. Le liste, quante saranno e quali criteri farà prevalere nella scelta dei candidati e delle candidate? Stiamo lavorando a costruire il maggior numero possibile di liste. C’è una grande fame di partecipazione, checché ne dica una certa narrazione populistica, e dunque costruiremo la più ampia, larga, inclusiva proposta politica, di candidate e candidati che saranno un mix di esperienza, di freschezza delle idee, di militanza politica, di società civile. Naturalmente il presupposto di ogni candidatura sarà il rigido rispetto del nostro codice etico, con una particolare attenzione al tema della legalità. Ripudiamo la criminalità organizzata in ogni sua forma e rispediamo al mittente chi pensa che la via di accesso ai consessi democratici possa avere delle scorciatoie. Quali sono, secondo lei, i toni che i calabresi si aspettano e pretendono per que-

sta campagna elettorale? I calabresi sono persone serie e il tono della campagna elettorale, almeno per quanto mi riguarda, dovrà essere improntato proprio alla serietà, alla concretezza e al rispetto dell’opinione pubblica. Le false promesse sono come le bugie: hanno le gambe corte. Peccato che finora altri candidati e auto-candidati non abbiano inteso confrontarsi nel merito delle questioni. Sarebbe stato utile, oltre che un arricchimento del dibattito pubblico. Ma non importa, io vado avanti con il mio programma fatto di ascolto e concretezza.

La sanità è un nodo programmatico centrale in Calabria, quale approccio proporrà? La sanità è la madre di tutte le battaglie. È evidente che in questo modo non si può andare avanti e l’emergenza Covid non ha fatto altro che aggravare ulteriormente una situazione già drammatica. Servirà il recupero della sanità territoriale perché solo con la medicina del territorio, in un’integrazione virtuosa con il sistema ospedaliero, potrà essere garantita ai cittadini un’offerta tale da garantire l’eserci-

zio del diritto costituzionale alla salute. Inoltre, occorre una forte lotta agli sprechi che è anche la strada maestra per uscire nel più breve tempo possibile dal commissariamento il quale, al di là delle persone dei commissari, è un istituto rivelatosi fallimentare. SS 106 e ferrovia ionica, quale visione di sviluppo ha per queste due infrastrutture? La Statale 106 è ancora oggi la strada della morte. Io credo che il problema della sicurezza sia prioritario su tutto. In secondo luogo, gli interventi già realizzati su alcuni tratti sono stati sicuramente positivi, ma non possono essere limitati solo ad alcune dozzine di chilometri per tratta. La ferrovia ionica, a sua volta, versa in condizioni disastrose, è ovvio che venga considerata un “ramo secco”, visto che non offre servizi adeguati ai cittadini. Credo che le risorse europee, che prevedono una grande attenzione verso la transizione verde, dovranno aiutare a implementare l’offerta e favorire i collegamenti tra i centri della ionica e i principali hub di collegamento verso il resto d’Italia e d’Europa. Le donne in politica e nelle istituzioni, cosa ne frena la presenza, secondo lei, e quali processi di cambiamento sarà necessario attivare? Il percorso per realizzare il principio di pari opportunità, purtroppo, sarà ancora lungo e impervio. Non basta una pur necessaria legge. Occorre una rivoluzione culturale e politica per assicurare la piena partecipazione delle donne alla vita democratica e pubblica, ma dobbiamo investirci subito. Solo così avremo una società migliore e più matura. democratica e pubblica, ma dobbiamo investirci subito. Solo così avremo una società migliore e più matura. Nicola Irto (PD) candidato del centrosinistra


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Ribelli senza gloria STORIE

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Lo chiamavano tutti Nando, ma il suo vero nome era Ferdinando. Nando era un bracciante, che ha combattuto una vita intera contro la miseria e l’incomprensione della società. Oggi, tutti i Nando sono, le persone emarginate e calpestate dagli altri uomini, come George Floyd. ILARIO AMMENDOLIA "La mia speranza è l’ultimo respiro [...]. Il mio volo è la rivolta, il mio cielo l’abisso di domani." Heiner Müller, L’angelo sfortunato Lo chiamavano Nando ma il suo nome era Ferdinando. Esattamente come suo nonno, che così era stato chiamato in onore di Ferdinando II di Borbone. La sua è una storia apparentemente difficile da capire, ma narrandola vorremmo ricordare quella parte di umanità collocata sempre ai margini della società e non immune da colpe che tenta sempre (ma non riesce quasi mai) ad esistere se non nel momento in cui proietta un'immagine negativa di sé, destinata a spaventare gli altri. Probabilmente Nando sarebbe diventato un brigante, se fosse nato un secolo prima. Oppure un "Sanfedista" pronto a combattere in difesa della "Santa Fe'" Di certo, non riconosceva lo Stato, anzi riteneva che lo Stato non riconoscesse Lui e tuttavia non fu un rivoluzionario e neanche un anarchico. Forse un ribelle. Ma apparentemente i conti non tornano, perché egli fu uno dei tanti giovani del suo paese a partire come "Legionario" contro la Repubblica spagnola espressione di un vasto fronte libertario ed anarchico. Per capire è necessario fare un passo indietro ripercorrendo a ritroso la vita di Nando che da giovane era andato più volte oltre i confini della "Legge" e tuttavia i suoi furti si erano sempre limitati agli ortaggi, a qualche gallina, ad un poco di frutta, alla legna per il fuoco. Era un bracciante, come suo padre ed i suoi fratelli ed ancor prima i suoi nonni. I braccianti però erano così tanti che non riuscivano a lavorare più di due-tre giorni la settimana e la paga era da fame. Così nell'alternativa tra "Furto" e "Fame nera" sceglieva il primo e qualche volta gli andava male come quando fu impallinato dal piombo di un "Aristocratico" fucile mentre stava rubando dei carciofi oppure quando colto "In flagranza di reato" con lo zaino pieno di fave e fu costretto a scontare tre mesi di galera. Trascorse quei lunghi giorni in carcere tra rabbia e disperazione, soprattutto al pensiero della giovane moglie incinta e, in ogni momento, gli sembrava di udire il suo pianto disperato. Così, giorno dopo giorno, il suo cuore era diventato più duro. Aveva appena 21 anni quando il regime fascista incominciò ad arruolare "Militi" da mandare in Spagna e li cercava soprattutto tra i più poveri e disperati. Dava loro "Una paga" e vitto a volontà. È facile comprendere che Nando non è partito per la Spagna, perché fascista ma per sfuggire alla morsa di fame e disperazione. Ora era lui ad avere in mano un fucile e lo Stato lo pagava per sparare contro innocenti. Avendo più volte parlato con lui, so con certezza che non ha mai capito contro chi aveva sparato durante la guerra civile spagnola. Di certo aveva combattuto a Guadalajara, perché ne ricordava il nome e soprattutto gli rimbombava nella testa la voce degli altoparlanti che dall'altra parte del fiume scandivano le parole: "Italiani, siamo vostri fratelli. Italiani come voi. Non sparate contro i vostri fratelli”! Impugnate le armi contro i vostri sfruttatori. Oggi in Spagna, domani in Italia!!! ".

Nando non poteva e forse, non voleva capire quelle parole. Lo chiamavano “Fratello", ma Lui con la memoria riandava indietro nel tempo. La vita dura dei genitori, la sua infanzia difficile, il fuoco del fucile per una decina di carciofi, la galera per una minestra di fave. Le umiliazioni quotidiane e la sua dignità calpestata. La prospettiva di una vita senza speranza. Lui non combatteva contro la Repubblica spagnola di cui non sapeva neppure l'esistenza, la sua era una guerra

contro la "società" che, a sua volta, gli aveva dichiarato guerra. Così ha continuato a combattere, dopo la Spagna lo mandarono in Eritrea, quindi sul fronte greco-albanese ed, in ultimo, in Croazia. Ormai si era convinto che gli uomini o sparavano contro qualcuno o qualcuno avrebbe sparato contro di loro. Dopo l'8 settembre del ‘43, ritornò in Paese e vi trovò tanta confusione e persino un sindaco "Comunista" che aveva formato "Pattuglie" di partigiani armati che, si dice-

va, dovessero essere mandati oltre le linee tedesche a combattere i nazifascisti ed i vecchi padroni.. Per Nando si trattava di riprendere le armi, anche perché ormai era l'unica cosa che sapeva e poteva fare . Nel marzo del 1945 il sindaco "Comunista" proclamava la "Repubblica rossa di Caulonia". Nando, già "Capo pattuglia" era di nuovo armato ed addirittura venne nominato tra i cinque componenti del "tribunale del popolo". In quei giorni molti dicevano di voler fare la rivoluzione ma, in verità, nella testa dell'ex "Legionario" diventato "Combattente comunista" non c'era alcun progetto di società da costruire, ma solo un modello di società da distruggere. La sua era una guerra antica contro la miseria, contro i tuguri senza luce, senza aria e senza acqua nei quali era cresciuto, contro coloro che negavano ad altri uomini la dignità e l'uguaglianza, contro la morale ipocrita e crudele che dominava in quella società. Contro la legalità senza giustizia. Quindi non sparava contro i repubblicani spagnoli, perché fascista e non aveva bastonato i "Fascisti", perché comunista. Non lottava in nome di ideali (che non comprendeva), ma si ribellava a quella parte dell'umanità che si era organizzata in "Stato" all'esterno e contro di Lui. Quando arrivarono migliaia di uomini armati a reprimere il "Moto rivoluzionario", Nando che non aveva alcuna fiducia nella "Giustizia" si diede alla latitanza. Il resto della sua vita, lo racconterò un'altra volta. Ho sintetizzato al massimo la storia di questo uomo. Uno dei tanti di cui ci accorgiamo solo quando diventano protagonisti negativi della storia dell'umanità. Ed allora li avversiamo, perché turbano il nostro "Ordine" (che nostro non è). Per esempio, c'è in Calabria un super poliziotto che, dopo un generale, guida la sanità con risultati più che discutibili. La politica è scomparsa, ma se qualcuno, non avendo altra alternativa, reagisse diventando "Nando" , ci farebbe paura. Anche perché in questi casi i "Media" sono attrezzatissimi a mostrare solo l'ultimo fotogramma del loro volto e solo nella misura in cui ciò è congeniale a scatenare il nostro odio verso di loro. È comodo prendersela con l'acqua inquinata piuttosto che con le fonti di inquinamento. Ho visto e riconosciuto "Nando" tante volte in questi anni. L'ho visto arrabbiato e frustrato nei nostri paesi oppure nel momento di lasciare la sua terra senza speranza. L'ho visto in catene . L'ho visto negli ospedali o smarrito a cercare un filo logico nei meandri d'una burocrazia impazzita. L' ho visto arrivare con le barche oppure qualche tempo fa a Minneapolis. In questo caso aveva la pelle scura e si chiamava George Floyd . Un aguzzino armato in nome della sua "Legge" gli premeva il ginocchio sul collo, e lui gridava "non riesco a respirare." Ripeté quel grido tante volte finché è morto. Soffiano forti i venti della peggiore restaurazione e, se la politica continuerà ad essere la brodaglia attuale, prima o poi saranno tanti i "Nando" si faranno sentire. E non sarà un bel giorno! A meno che non si riesca a far togliere quel ginocchio dal collo. Prima che sia troppo tardi.


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PAROLE CHIARE

“Bronzi, sempre Bronzi, fortissimamente Bronzi” OPINIONE

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Il patrimonio artistico e culturale più sottosviluppato del mondo, quando si inizierà a sfruttare i Bruttii? È ora di mettere da parte le beghe di paese DANIELE CASTRIZIO Personalmente, non sono mai stato particolarmente propenso a intervenire in dibattiti culturali, soprattutto perché ritengo che uno studioso accademico (non l’erudito o il dilettante, cui tutto è concesso) debba parlare solo con le sue pubblicazioni, cercando di disseminare il frutto delle sue ricerche, in modo da coinvolgere la comunità scientifica internazionale. Finora, questa è stata la mia missione riguardo ai Bronzi da Riace negli ultimi 23 anni, fin dalla pubblicazione di un saggio sulla “cuffia da generale” presente sul Bronzo B, accettato da una rivista specializzata internazionale. Questo articolo ha costretto tutti gli storici dell’arte a confrontarsi con un dato ineludibile, costituito dal fatto che uno dei due Bronzi fosse uno stratego o un tiranno. La “bronzite” è la malattia che ho contratto nel 1982, la prima volta che ho contemplato i Bronzi a Reggio, e che mi costringe a tornare a visitarli almeno una volta al mese. Tralascio, per il momento, di commentare la miopia di cambiare il nome al Museo Nazionale della Magna Grecia, che era la vetrina privilegiata per tutta la Calabria, attrattore di turismo, di interesse e di studi, da riverberare sull’intera Regione. Il MArRC, Museo Archeologico di Reggio, non è la stessa cosa, a mio modesto avviso solo per la solita miopia invidiosa dei Bruttii, ma deve assolutamente svolgere la medesima funzione di traino regionale, pena il fallimento dell’intero sistema. La “casa dei Bronzi”, peraltro delicatissimi e inamovibili (bisognerà farsene una ragione, prima o poi) non è mai stata la loro gabbia, ma ha prodotto un numero di ricerche, molte delle quali ancora in fieri, che hanno mantenuto desta l’attenzione del mondo sui capolavori da Riace. Nel corso degli anni, nonostante non ci sia la percezione della mole delle ricerche, grazie soprattutto a un servizio televisivo pubblico disattento e inadeguato, molte cose sono diventate chiare sui Bronzi. In primis, si è compreso che le statue sono state realizzate ad Argo, nel Peloponneso, alla metà del V secolo a.C., grazie alle analisi sempre più precise della terra di fusione e degli esami al Carbonio 14. Si è capito anche che le due opere sono state portate a Roma, dove sono state oggetto di un restauro, che ha portato al calco e alla successiva fusione del braccio destro e dell’avambraccio sinistro del Bronzo B. Gli studi, poi, hanno fatto scoprire che si tratta del gruppo bronzeo dei Fratricidi di Pitagora di Reggio e di suo nipote Sostrato di Reggio, due artisti che hanno lavorato prevalentemente nel Peloponneso. Il gruppo di statue è stato visto a Roma da preziosi testimoni antichi, quali il poeta Papinio Stazio e il retore cristiano Taziano il Siro. A Roma, del resto, sono stati trovati tutti i preziosi confronti archeologici del gruppo, che ci permettono di ipotizzare una originaria composizione basata su cinque statue. Ulteriori indagini hanno consentito anche di rintracciare il poema che è servito da traccia a Pitagora di Reggio, la Tebaide di Stesicoro da Metauro (Gioia Tauro), e di dare un nome alle cinque statue: Polinice (Statua A), Eteocle (Statua B), la madre, Tiresia e Antigone. Incrociando le ricerche dell’archeologo giappo-

nese Koichi Hada e dell’Università del Salento si è potuto dimostrare che il restauro a Roma ha comportato una colorazione nero lucida delle due statue, per celare le differenze di colore tra parti antiche e parti di restauro. Altri studi hanno evidenziato che il materiale ceramico trovato in associazione con i Bronzi è del IV secolo d.C., epoca dalla quale i confronti del Gruppo a Roma non sono più attestati. Questo ha fatto pensare a uno spostamento delle statue da Roma a Costantinopoli, deciso da Costantino il Grande o da Costanzo II, suo figlio. Durante questo trasferimento, la nave ha fatto naufragio nelle acque di Riace, facendo scomparire il ricordo dei Fratricidi di Pitagora di Reggio per secoli. Le ultime ricerche si sono concentrate sulla colorazione antica dei Bronzi, grazie alla ricostruzione del colore originario della lega del bronzo delle statue. Takashi Matsumoto, dell’equipe di Koichi Hada, ha realizzato delle parti dei Bronzi di colore giallo oro. Partendo da questa premessa, indagini svolte a Reggio grazie a Domenico Colella, con l’utilizzo dei materiali usati dagli antichi, secondo le fonti classiche, hanno permesso di comprendere che le due statue fossero state realizzate di colore dorato per rendere il biondo dei capelli e delle barbe, mentre il corpo era stato colorato originariamente con il “fegato di zolfo”, per restituire un incarnato abbronzato. Il grafico reggino Saverio Autellitano, partendo da queste ricerche, ha realizzato la ricostruzione che vi proponiamo (Fig. 1), che rappresenta il punto più avanzato degli studi, in campo mondiale. Una questione diversa riguarda la capacità della Calabria di divulgare e di “sfruttare” il richiamo dei Bronzi a livello mondiale. Duole dover riscontrare come la concezione di turismo dei Bruttii non vada oltre il sito di Le Castella e la Sila. Appare palese come tutto il sistema dei beni culturali della Città Metropolitana sia sottostimato dall’apparato pubblicitario calabrese, con particolare evidenza delle eccellenze archeologiche della Locride. Il caso del dragone di Caulonia, con le rivendicazioni meramente campanilistiche, non è stato certamente positivo, a mio avviso, per la crescita della nostra terra: di quale progetto era latore? Per fare cosa? Per ottenere cosa? Abbiamo una mole di lavoro mastodontica per promuovere i nostri Beni Culturali, e la pausa del Covid sarebbe potuta servire per uscire da logiche meschine, per lanciare l’intero sistema Città Metropolitana. Non lo abbiamo fatto. Adesso, però, abbiamo la possibilità di utilizzare il cinquantesimo anniversario della scoperta dei Bronzi (1972 – 2022) per realizzare qualcosa che possa resistere alla caducità dell’evento in sé. Da persona interessata ai Bronzi (malata di bronzite), non posso evitare di notare come a Riace non si sia finora investito per intercettare il turismo culturale legato alle due statue. Cosa fare in meno di un anno? Avrei una modesta proposta da lanciare: realizzare un Museo didattico dei Bronzi. Come ho tentato di chiarire supra, c’è così tanto da comunicare sui Bronzi, sul loro mondo, sull’archeologia e i Beni culturali del territorio dove la nave che li trasportava ha fatto naufragio, che, di fatto, i contenuti di testo e multimediali sono già pronti. Basta volerlo, e il Museo didattico dei Bronzi potrebbe essere cosa fatta. Già: basterebbe volerlo…


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IL RICORDO

Demetrio, "fratello" mio! RICORDI

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Ho avuto fortuna e gioia nell’averti conosciuto, Amico Demetrio; sei stato una luce chiara tra miserie e squallore inaccettabili. Non hai avuto paura, seppure più volte tu abbia rischiato la tua vita , che per molti è stata una preziosità immeritata. Continuo ad ammirarti e a esserti grata , ad amarti come il fratello che non ho mai avuto. Seneca ti avrebbe riconosciuto “il giusto assetto della mente” , perché buono e coerente, e di quieta saggezza. Demetrio Costantino, Giusto di Calabria LILIANA ESPOSITO CARBONE Ho incontrato Demetrio Costantino per la prima volta a ottobre del 2004. Avevo da pochi giorni sepolto mio figlio, e le parole che avevo scritto sul manifesto che ne annunciava le esequie avevano impressionato molto. Così mi fu chiesta una testimonianza per l’annuale Giornata del CIDS. Lo incontrai a Reggio Calabria, nella sala consiliare affollata di gonfaloni di moltissimi Comuni Calabresi, di Ufficiali, di personaggi importanti, di studenti. Era assai difficile parlare di speranza, ma di speranza volevo parlare per questa terra nostra. Ricordo la pacatezza di Demetrio,l’immediata empatia, la sua illustrazione dei valori e delle finalità per cui si impegnava Il Comitato Interprovinciale per il Diritto alla Sicurezza fondato nel 1999 dopo l’omicidio di Totò Musolino, imprenditore di Benestare. Demetrio Costantino ne era Presidente , facendone un presidio forte di legalità, oltre che un confronto e un dialogo costante e leale con le Istituzioni e con i cittadini. Oggi, a distanza di 6 anni, non lo ricordo soltanto con la gratitudine per le occasioni di presenza generosa e per l’attenzione paziente per le mie personali istanze; penso a lui con grande ammirazione e rimpianto, perché in lui ho visto sempre lo slancio della passione civile, schietta e disinteressata , veramente cristiana. Seguiva ogni momento delle variazioni politiche,

impegnato per una legalità concretamente partecipata e per quella giustizia sociale che continuava a credere realizzabile. Lo rivedo a scrutare il suo taccuino, quasi un oggetto da prestigiatore da cui venivano fuori i contatti per chiunque altro irreperibili, ritrovo l’immagine degli appunti stilati da una grafia minuta, un ordine interiore che traspariva sempre. E poi c’erano i momenti in cui appariva l’autorevolezza dell’uomo capace di indignazione sacrosanta, quando chiedeva risposte agli “assordanti silenzi”, e l’incommensurabile eleganza nell’esprimere l’evangelica collera dei miti. Qualche volta mi è toccato ascoltare malevole vocine di detrattori, ma a tutte ho riconosciuto un indecente e inequivocabile opportunismo Oggi mi domando, in questa contingenza sociale e politica così composita e difficile, quali sarebbero state le proposte di Demetrio Costantino davanti a mafie e mafiosità che vengono sottovalutate, se non occultate; certamente più di ogni altro avrebbe rilevato che nessuno, nonostante i proclami di circostanza, si stia sufficientemente impegnando...Ma avrebbe anche e certamente dato ipotesi risolutive. L’equanimità e la sua profonda conoscenza dei bisogni delle nostre realtà , e l’umanità con cui si rapportava agli altri, gli stavano consentendo di andare oltre ogni visione populista, e di perseguire il bene sociale senza grandi rivoluzioni, eppure con l’impegno di tutti.

ALBUM DI FAMIGLIA

Demetrio, mio padre... NINO COSTANTINO Demetrio Costantino ha avuto una vita intensa, mai banale, sempre attento a quello che si muoveva nella società. E’ stato fino all’ultimo dei suoi giorni un “comunista riformista”, espressione che può apparire anche contraddittoria, ma che invece si inserisce in quella originale cultura politica rappresentata da personalità del calibro di Giorgio Amendola ed Emanuele Macaluso, solo per citarne alcuni. Giovanissimo incontrò il Pci, diventandone funzionario e nel 1955 fu eletto segretario regionale della Federazione giovanile comunista e componente della Direzione nazionale, un organismo di 20 persone con Enrico Berlinguer segretario nazionale. Già in quell’organismo dimostrò il coraggio e la schiettezza delle proprie idee. Nella scaletta di un intervento in Direzione nazionale, subito dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria, si legge: “L'esistenza di tanti partiti comunisti, le esperienze molteplici, le condizioni peculiari, etc, impongono policentrismo, autonomia, indipendenza ma non dal marxismo... Su Internazionale responsabilità di ogni partito dinanzi alla classe operaia...Il Partito deve avere contatti bilaterali e multilaterali, conferenze anche con partiti non comunisti...evitare fatti compiuti come per la questione delle alleanze...la lotta delle idee non si afferma opprimendo ma discutendo…La prospettiva per una vera democrazia sostanziale è la pluralità di partiti”. Parole che erano state pronunciate nel 1956 a Botteghe Oscure, non vent’anni dopo in una qualsiasi federazione comunista. Certo, per chi intendeva essere libero intellettualmente quelli erano anni complicati. E nella turbolenta fase politica della federazione reggina del Pci, Costantino, che era anche diventato segretario cittadino del partito e sicuramente ingombrante per un gruppo dirigente che mal sopportava l’autonomia di pensiero, nel 1962 venne mandato a Parigi e poi nella Francia del Sud per dirigere gli emigrati meridionali per il voto alle elezioni politiche del 1963. Veniva pagato dal partito francese in rubli che cambiava al mercato nero. Il ritorno a Reggio fu favorito da Berlinguer, allora in segreteria nazionale. Dal ‘64 prima venne utilizzato

per costruire la nascente Associazione autonoma dei commercianti e poi, dal ‘67 e per i 20 anni successivi, nell’Alleanza dei Contadini che in quegli anni rappresentava la vera organizzazione di massa del movimento contadino e dei coloni. La sua attività in quel periodo è documentata dalle carte custodite dall’Archivio storico nazionale dei movimenti contadini dell’Istituto Cervi. Per tutta la vita mantenne la sua autonomia di giudizio. Fra le sue carte si è trovato un biglietto scritto a penna nella sua inimitabile grafia, non si sa a chi inviato, in cui si può leggere: “Onorato di essere stato segretario della FGCI nel cui organismo vi erano giovani che nel tempo si sono affermati nel campo della cultura come Pasquino Crupi, degli studi storici come Lucio Villari, delle professioni come Pinino Morabito, Giuseppe Verdirame, Mimmo Suraci, della politica come l'on. Lella Golfo, del sindacato come Giovanni Alvaro e tanti altri”. Ovviamente erano personalità che nel corso degli anni avevano fatto anche scelte politiche diverse ma nei confronti dei quali mai era venuta meno la stima e il rispetto, oltre all’amicizia. Negli ultimi 20 anni della sua vita si impegnò con immutata passione nel mondo dell’Associazionismo, soprattutto nella sua creatura più importante che era

il CIDS (Comitato interprovinciale per il Diritto alla Sicurezza). E’ stato anche il periodo in cui frequentemente si ritirava nella sua casa a Caulonia Marina da dove, ritemprando lo spirito, trovava la forza per le tante iniziative sul versante dei diritti, delle libertà, della sicurezza. Tante sono le battaglie nella locride ma una in particolare lo ha coinvolto e turbato profondamente: l’assassinio del giovane Massimiliano Carbone. Costantino, sin dalle ore successive a quel drammatico 24 settembre del 2004, sostenne senza tentennamenti la tenacia e la forza con cui la mamma Liliana Carbone chiese giustizia facendo in seguito anche i nomi dei mandanti dell’omicidio. Non c’era volta che Demetrio Costantino non si trovasse a fianco della professoressa Liliana nella ricerca della verità e, apprezzandone la dignità, la considerava una donna che, pur colpita profondamente nell’affetto più caro, rappresentava una alta espressione di concreta resistenza alla mafia. Non quella spesso “cianciata” in inutili convegni. Ecco, per Liliana Carbone e Demetrio Costantino si può usare, senza rischiare di cadere nella retorica, il termine “amicizia”. Si, erano profondamente amici. Di più, Liliana Carbone lo ha voluto più volte ricordare come “il fratello che non ho

mai avuto”. Il brutale omicidio di Massimiliano rappresentava certamente lo sfregio più profondo alla vita umana, ma anche un colpo pesante al concetto stesso di libertà, ai rapporti affettivi. Allo stesso modo, tra i tanti di cui si occupò nella jonica, un altro barbaro omicidio lo colpì personalmente: quello dell’imprenditore Antonio Musolino, ucciso la sera del 31 ottobre 1999, nel frantoio di sua proprietà a Benestare, per non aver ceduto alla prepotenza della ndrangheta. Proprio quell’efferato crimine spinse Demetrio Costantino a far nascere il CIDS, nella cui presidenza ci fu da subito il fratello di Musolino, l’ingegnere Domenico. Nella locride vi erano stati in quegli anni tanti omicidi per mano mafiosa, da Lollò Cartisano a Francesco Fortugno, da Gianluca Congiusta alla scomparsa di Renato Vettrice. Ma per Costantino la locride era anche il luogo dove con più evidenza si palesava la voglia di riscatto, dove più radicata era una vera e non bigotta cultura antimafia. Pensava, in sostanza, che quel territorio era l’avamposto più avanzato nella lotta alla criminalità mafiosa. Anche per questo, il Comitato Interprovinciale per il Diritto alla Sicurezza non era la solita associazione antimafia. La prima e più forte anomalia era la mancanza di finanziamenti da enti pubblici. Mai, solo per fare un esempio, in quindici anni di attività la Regione Calabria finanziò qualsiasi forma di contributo: “è questa la forza del Cids, non essere sottoposto ad alcuna pressione politica” amava ripetere con soddisfazione. E, in effetti, quelle parole libere e pubbliche procuravano fastidio anche nel mondo della sinistra. Una sinistra che non poteva ridursi, da una parte, ad estremismo infantile né, dall’altra, al solo confinamento istituzionale che le aveva fatto perdere il rapporto con la realtà, con i bisogni delle persone, con i loro problemi. La crisi dei partiti era avvertita da una personalità come la sua come un indebolimento della democrazia perché ormai lontani da quella originaria funzione riconosciuta dalla Costituzione e dalla storia sociale del Paese. Questa è una riflessione ancora aperta nel Paese e soprattutto in Calabria. La ricostruzione di una adeguata classe dirigente è l’obiettivo fondamentale per dare una prospettiva a questa terra.


RAFFAELE SAINATO

PUBBLICITÀ ISTITUZIONALE

La salute dei cittadini deve essere una priorità BIOGRAFIA

NATO A LOCRI, IN PROVINCIA DI REGGIO CALABRIA, IL 31 AGOSTO 1969. APPASSIONATO DA SEMPRE DI POLITICA, È

STATO MILITANTE ATTIVO DEL MOVIMENTO GIOVANILE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA, SIN DAGLI ANNI DEL LICEO. ALL’ETÀ DI 24 ANNI HA INIZIATO A LAVORARE IN BANCA, DOVE A TUTT’OGGI SVOLGE LA SUA ATTIVITÀ PROFESSIONALE COME QUADRO DIRETTIVO. È STATO ELETTO AL CONSIGLIO COMUNALE DI LOCRI PER LA PRIMA VOLTA NEL 2006, DOVE HA RICOPERTO IL RUOLO DI ASSESSORE ALL’URBANISTICA, ALLE POLITICHE AMBIENTALI, ALLE RISORSE UMANE E AL BILANCIO FINO AL 2011. DAL 2013 HA RICEVUTO ANCHE L’INCARICO DI VICESINDACO CON DELEGA ALLE POLITICHE AMBIENTALI, URBANISTICA, BILANCIO, TRIBUTI E RISORSE UMANE. ALLE ULTIME COMPETIZIONI ELETTORALI A LOCRI, CHE SI SONO SVOLTE NEL 2018, CON IL SUO VOTO DI PREFERENZA HA PORTATO ALLA LISTA 1200 VOTI, ED È STATO RIELETTO E CONFERMATO NELLE MEDESIME DELEGHE FIDUCIARIE. ALLE ELEZIONI REGIONALI DEL 26 GENNAIO 2020 HA RICEVUTO 3.897 PREFERENZE NELLA CIRCOSCRIZIONE SUD. NELLA SEDUTA DEL 26 MARZO 2020 È SUBENTRATO NEL CONSIGLIO REGIONALE DELLA CALABRIA COME CONSIGLIERE REGIONALE.

Nelle ultime settimane si è particolarmente speso sul tema degli interventi di edilizia sanitaria nel territorio, fermi da tempo. A che punto siamo? Il tema della salute e dei servizi sanitari è stato al centro della mia azione di Consigliere Regionale. In particolare, raccogliendo le sollecitazioni del mondo dell’associazionismo, dei Sindaci e dei cittadini, mi sono impegnato per cercare di sbloccare gli investimenti per la riqualificazione delle strutture sanitarie, sia a livello ospedaliero, sia per la medicina di prossimità. Purtroppo, ho potuto constatare più ombre che luci, a causa di un mix negativo tra scelte legislative disarticolate e lentezze burocratiche di varia natura. Tuttavia, su alcune opere le procedure stanno andando avanti e siamo riusciti a stimolare una accelerazione. Mi riferisco, nello specifico, alle Case della Salute di Siderno e di Scilla e all’ex Inam di Reggio Calabria. Malauguratamente, l’ospedale di Locri e il poliambulatorio di Caulonia sono stati penalizzati dall’ultimo Governo Conte, che con il Decreto Calabria bis, approvato alla fine del 2020, ha assegnato la realizzazione di queste opere e i relativi consistenti finanziamenti al Commissario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri, sottraendoli ad Invitalia e alla struttura del Commissario per il disavanzo nel sistema sanitario in Calabria. Ciò ha determinato una incomprensibile interruzione dei percorsi attuativi che l’Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria aveva avviato. La cosa più grave, comunque, è il silenzio del Commissario Arcuri, che sollecitato da me direttamente, dal Commissario Guido Longo e dal Dipartimento Regionale Salute, non ha inteso fornire alcun chiarimento sullo stato di attuazione dei programmi a lui assegnati. L’impressione che ne è tratta è che non sia stato fatto nulla e ciò va ascritto a precisa responsabilità del Movimento 5 stelle e del Partito Democratico, che con le loro scelte a livello governativo hanno pesantemente penalizzato la Calabria e la nostra area. Da diverse domeniche alcuni cittadini protestano, pacificamente, per ottenere l’effettiva attivazione della Casa della Salute di Siderno. Cosa ci può dire in merito? Desidero rassicurare la cittadinanza e le istituzioni sul fatto che l’iter per la realizzazione dei lavori di riqualificazione e messa a norma della Casa della Salute di Siderno stanno procedendo e personalmente sono in contatto, pressoché quotidiano, con i manager di Invitalia che si occupano di questa vicenda. Ad oggi la situazione è la seguente. L’ASP di Reggio Calabria, nel maggio del 2020, ha aderito alla Convenzione quadro, sottoscritta dall’allora Commissario Cotticelli con Invitalia, in attuazione del primo Decreto Calabria del 2019. Per effetto di tale scelta, Invitalia svolgerà le funzioni di centrale unica di committenza per quanto riguarda le gare di appalto. Ciò vale anche per la Casa della Salute di Scilla e per l’ex Inam di Reggio Calabria. Qualche giorno fa si è tenuta una call tra il RUP degli interventi e i funzionari di Invitalia e nelle prossime settimane partiranno le gare di appalto. Ho incalzato, insieme alla mia struttura, tutti gli attori in campo e lo abbiamo fatto con attenzione e approfondendo l’intera questione, e i risultati cominciano a vedersi. Mi fa piacere constatare che anche il Sindaco Falcomatà e altri con lui si siano resi finalmente conto dello stato della situazione. Mi auguro che ciò non sia determinato dalla prossima campagna elettorale regionale. Comunque, la Casa della Salute, pur con inevitabili difficoltà, possiamo dire che è già una realtà. È lì, infatti, che da alcuni giorni, viene somministrato il vaccino anti Covid-19. Ho visitato il centro e ho constatato quanta abnegazione caratterizza chi quel luogo lo dirige e coordina, il personale sanitario e le associazioni di volontariato Cosa pensa della bocciatura dei conti dell’ASP di Reggio Calabria, da parte del Commissario Longo? Certamente non è positivo che dopo due anni di commissariamento straordinario, l’Asp di Reggio, dal punto di vista economico-finanziario, non sia riuscita a portare la situazione dei bilanci nell’alveo di una gestione ordinata. Sono consapevole che il punto di partenza era particolarmente critico, tuttavia situazioni eccezionali e straordinarie richiedono risposte e azioni altrettanto eccezionali e straordinarie. È evidente che qualcosa non ha funzionato. Ho il massimo rispetto per chi in questi anni ha guidato l’azienda sanitaria, con cui ho avuto interlocuzioni costanti e costruttive, pur nella distinzione dei ruoli, ma credo che vada completamente mutato il sistema di governance delle aziende sanitarie, in particolare quelle più sofferenti, quale è quella di Reggio Calabria. È giunto il momento di un approccio radicalmente diverso, affidando la gestione delle aziende sanitarie a manager preparati e con comprovata esperienza e affidabilità in ambito sanitario, in organizzazione di enti complessi e in materia di bilanci. Cosa ci può dire della sanità sul territorio? È evidente che la sanità territoriale deve essere messa al centro di ogni futura scelta per il rilancio dell’intero sistema. Gli ospedali, hub o spoke, devono diventare il terminale e non possono, come avviene oggi, rappresentare l’unica risposta. La rete dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, il sistema delle USCA in questo tempo di pandemia, gli ambulatori polispecialistici, i consultori, gli infermieri di comunità, le case della salute, l’assistenza domiciliare per i malati cronici, sono tutti elementi che vanno valorizzati e implementati, se vogliamo offrire un servizio di qualità, autenticamente efficace. Proprio l’emergenza epidemiologica da Covid-19 ci ha insegnato quanto siano decisivi i servizi territoriali e lo dimostrano modelli come quello Veneto o Trentino, ai quali, forse, sarebbe il caso di ispirarsi. In questo senso anticipo che sono già impegnato per sbloccare le zone carenti dei medici di base, per rafforzare le guardie mediche e per nuove assunzioni al fine di migliorare la capacità di vaccinazione contro il Covid. Su questi temi, a breve, avremo significative novità. Come valuta l’operato del commissario Guido Longo fino ad oggi? Credo sia prematuro esprimere una valutazione sull’operato del

Commissario Longo. Troppo poco il tempo trascorso dal suo insediamento. Certo, degli aspetti positivi li scorgo, ma ritengo che occorra una maggiore disponibilità alla condivisione. I pubblici poteri devono aprirsi quanto più possibile all’ascolto, specie nei confronti di chi è stato chiamato a rappresentare i calabresi nella massima istituzione elettiva regionale. Qualche giorno fa è stata inaugurata la risonanza magnetica presso l’ospedale di Locri. Qualcuno ha espresso dure critiche, lei come si pone? Ho partecipato alla cerimonia di inaugurazione e, al contrario di altri, pur avendo ben presenti i problemi dell’ASP di Reggio Calabria, credo che si sia trattato di un passo in avanti verso servizi più efficienti ed efficaci. Certo, le cose da fare sono tante e il gap da recuperare è consistente, ma non credo che l’approccio centrato sulla polemica ad ogni costo e sul populismo a buon mercato consentirà di superare i problemi. Anzi, si rischia un pericoloso effetto boomerang. La narrazione che si fa della nostra terra e, per quanto ci riguarda, della sanità sta allontanando professionalità. Dal mio punto di vista mi limito a prendere atto che la risonanza magnetica non c’era e ora c’è. A chi giova continuare a dire che ci sono voluti dieci anni o venti o trenta? Forse è utile per ottenere qualche like sui social o una intervista sui giornali, o alle televisioni. È ovvio, saremo vigili affinché venga messa effettivamente in funzione e utilizzata per come meritano i cittadini, ma continuare in una stucchevole opera di denigrazione non porta alcun beneficio, se non un modesto ritorno in termini di visibilità personale. I fatti sono ostinati, tremendamente ostinati e danno ragione a chi, con discrezione e perseveranza, si spende per risolvere i problemi e realizzare chiare progettualità. Ho sempre creduto in una politica incentrata sulla proposta più che sulla protesta. È noto l’adagio secondo il quale “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”. Io sono fermamente convinto, invece, che chi ha responsabilità politiche, a ogni livello, abbia il dovere di alimentare speranza e fiducia, piuttosto che rancore e rabbia. Far sbocciare un albero è molto più faticoso, perché richiede impegno e passione costanti per piantarlo, innaffiarlo, potarlo, proteggerlo. Però, preferisco continuare a seminare e custodire piccoli semi di cambiamento, anziché girare ogni giorno con l’accetta in mano e colpire chiunque.

INCARICHI

PRESIDENTE QUINTA COMMISSIONE -

RIFORME

SEGRETARIO TERZA COMMISSIONE - SANITÀ, ATTIVITÀ SOCIALI, CULTURALI E FORMATIVE

COMPONENTE SECONDA COMMISSIONE BILANCIO, PROGRAM-

MAZIONE ECONOMICA E ATTIVITÀ PRODUTTIVE, AFFARI DELL'UNIONE EUROPEA E RELAZIONI CON L'ESTERO

COMPONENTE COMMISSIONE

CONSILIARE CONTRO IL FENOMENO DELLA 'NDRANGHETA, DELLA CORRUZIONE E DELL'ILLEGALITÀ DIFFUSA

COMPONENTE GIUNTA PER IL REGOLAMENTO


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ra il 2013, la gestione dei rifiuti in Calabria era affidata ai commissari da 16 anni e i giornali titolavano “sprecato 1 miliardo di euro”. Siamo nel 2021 e la situazione della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti non solo non è stata ottimizzata, ma non è neanche stata resa degna di un paese civile. La situazione di Siderno ne è un piccolo esempio. La città si trova in una condizione paradossale. Se l’ATO di Reggio Calabria autorizza i comuni della Locride a conferire la spazzatura nel TMB di Siderno, la città viene invasa da una puzza nauseabonda. Se l’ATO di Reggio Calabria fa rispettare i limiti di conferimento previsti dagli accordi tra i comuni (e non va quindi a sovraccaricare l’impianto), le strade della Locride vengono inondate dalla spazzatura. E a farne le spese sono i commercianti e i cittadini. In entrambi i casi infatti a risentire della situazione è l’unica risorsa economica che questa terra continua a possedere e non grazie alla politica, o alla mancanza di politica, di strategia e di prospettiva. Come si può pensare di invogliare i turisti a passare anche solo pochi giorni nella Locride se ormai siamo rinomati per puzza e immondizia. Per non parlare poi degli scarichi, dei depuratori e delle acque da bandiera blu. Wanda Ferro, la deputata di Fratelli d’Italia, ha presen-

tato un’interrogazione parlamentare al Governo sulla situazione dell’“emergenza rifiuti” di Reggio Calabria. Chi chiediamo come si possa definire emergenziale qualcosa che va avanti da un ventennio? Come si può continuare a fare campagna elettorale sulle spalle di un territorio sempre più depresso e abbandonato? Emergenza dovrebbe essere una situazione straordinaria e temporanea. Com’è possibile che si tratti di emergenza se è una condizione periodica, quasi svizzera nella puntualità con la quale si ripresenta. È ormai endemica, quasi identitaria. Almeno a noi così sembra di percepirla. Non che non siano stati spesi fondi, che non siano state fatte riunioni o che non siano stati pagati laute consulenze per cercare una soluzione. Allora almeno la politica dovrebbe avere rispetto dell’intelligenza dei calabresi: non parlateci di emergenza, ditecelo che vivremo nei rifiuti. Ditecelo che questa sarà una di quelle infinite questioni meridionali che apriranno dibatti, creeranno conferenze e conferenzieri, ma che nessuno vuole realmente risolvere. Di seguito pubblichiamo la discussione sui rifiuti che ha animato l’appuntamento serale Redazione Aperta che ogni sera alle 19 anima i nostri social e in cui cerchiamo di puntare i fari sui maggiori problemi e sulle migliori risorse della Locride. La puntata dedicata al TMB e alla mancata raccolta della spazzatura ha il titolo simbolico: Rifiuti, turisti in fuga dalla puzza? Ecco quali sono state le risposte della politica locale e reggina, e quali sono le lamentele dei cittadini stanchi e degli imprenditori arrabbiati (ma un po’ rassegnati).

La Locride è stanca di essere presa in giro e di essere trattata come una discarica a cielo aperto. E non parlateci di emergenza: sono 20 anni che abbiamo la spazzatura nelle strade o la puzza nelle città

Rifiuti

turisti in fuga


GLI INTERVENTI

C

ondarcuri: Fuda, consigliere della Città metropolitana, in vece del sindaco Falcomatà, le chiediamo cosa può dirci in merito al mancato ritiro dei rifiuti in tutta la Locride. Qual è la reale situazione? Salvatore Fuda: Sono circa due settimane che nei comuni della zona non è stato ritirato l’umido, perché non abbiamo spazi per conferire umido all’interno degli impianti. Dopo l’incendio l’impianto di Siderno non ha potuto più trattare l’umido e i volumi venivano smaltiti in parte a Siderno e in parte in un impianto pubblico a Vazzano. Questi impianti avevano un volume complessivo di 480 tonnellate a settimana. Ad un certo momento l’impianto di Vazzano si è fermato, perché saturo e a causa di una sospensione repentina dell’uscita per quanto riguarda gli scarti di lavorazione. La parte degli scarti non abbiamo più avuto la possibilità di smaltirla in nessuna discarica del territorio calabrese. Nasce da qui la difficoltà dei comuni e il blocco di questa raccolta. Il danno per il territorio è enorme. Ci siamo trovati, di nuovo, in un’emergenza, perché mancano gli spazi per lo smaltimento. I comuni della città metropolitana lavorano su tre impianti: Siderno, Gioia Tauro e Sambatello. Sambatello ha capacità ridotte, perché da poco ha avuto l’incarico; Gioia Tauro ha un impianto che non copre tutta la necessità. La capacità di conferire gli scarti è fortemente ridotta, da qualche settimana sono aumentati gli spazi su Lamezia Terme e si sta cercando di ritornare alla normalità. Ma siamo in una situazione di grossa precarietà.

Giuseppe Vumbaca proprietario concessionaria automobilistica

Vittorio Zito: È chiaro che il problema non possa essere risolto nel giro di poco tempo, ma è altrettanto chiaro ormai che occorre trovare delle soluzioni che non siano delle soluzioni ponte per 15 giorni. Ci vuole un programma specifico che ci dia respiro da qui fino al 31 dicembre. Condarcuri: il tratto distintivo di un paese come Siderno sta diventando la puzza. È qualcosa di triste che ci deve far riflettere, deve svegliare le coscienze. Chiedo ai commercianti quando ci arrabbieremo? Martino Recupero: viviamo una situazione difficile per questa situazione maleodorante, poi con il Covid-19 abbiamo avuto la ciliegina sulla torta. I problemi sono di natura politica, viviamo una situazione allo stremo. Stefano Cataldo: se noi abbiamo la consapevolezza che l’impianto di Siderno non è capace di sopportare l’intensità di tutti i comuni occorre trovare una soluzione di tipo quantitativo. Siderno è allo stremo, quindi non si può pensare che la città possa accogliere più rifiuti. Ma occorre un equilibrio dei territori, riteniamo che questa soluzione va trovata in un altro impianto. Giuseppe Vumbaca: io questa estate, avrei voluto avere il piacere di invitare amici a cena, nella mia terrazza, ma non è stato possibile per la puzza. Una puzza che arriva fino a via Dromo e sul lungomare. Fuda: Nella città metropolitana raccogliamo una grande quantità di umido, lunedì dovrebbe riprendere il conferimento all’impianto di Vazzano. L’impianto di Siderno così come è, probabilmente non va bene. Condarcuri: dire che Siderno è il paese della puzza, il danno non è solo di Siderno, ma di tutta la Locride, perché il turismo si fa tutti insieme. Fuda: Sì, rimane un problema, noi come Locride questi rifiuti dobbiamo in qualche modo avere la capacità di riciclarli. Solo l’impianto di Siderno non

è sufficiente?! Allora dobbiamo discuterne e affrontare il problema. Quali sono gli investimenti da fare? Il punto è che, comunque, abbiamo fatto tanti passi avanti, perché fino a 20 anni fa la spazzatura si buttava nei fiumi (non vorremmo contraddirla ma ancora succede, ndr), per cui noi abbiamo un problema che si chiama impianto. Quello di Siderno è un impianto tecnologicamente avanzato, ma piccolo ed abbandonato dall’azienda che l’ha costruito. Questi rifiuti occorre gestirli per bene, capire se l’impianto è in grado di gestire l’umido. Stiamo facendo salti mortali nel gestire questi rifiuti. Zito: il problema esiste e non è inventato. La questione è un’altra: dobbiamo combattere l’esistenza dell’impianto o il malfunzionamento dell’impianto? Condarcuri: Nessuno ha detto che l’impianto deve essere chiuso. Non tentiamo di fare propaganda Zito: Dobbiamo essere chiari sul quale deve essere il nostro obiettivo. Due ora sono le azioni da fare: essere in regola con i pagamenti e poi pretendere quelli che sono i nostri diritti. La puzza si toglie in due modi: chiudendo l’impianto o riducendolo. Condarcuri: Nessuno ha detto che l’impianto deve essere chiuso. Non tentiamo di fare propaganda. Lo ribadiamo perché forse non ci ha sentiti sindaco. Diamo la parola ai cittadini Martino Recupero: Noi abbiamo fatto l’impossibile, pagando quello che dovevamo pagare. Ora non posso immaginare che devo essere io, imprenditore a risolvere il problema, sono i politici a doverlo risolvere. Giuseppe Vumbaca: Penso che anziché far fiorire questa Costa dei gelsomini, andiamo a fare ulteriore terra bruciata, quindi bisogna capire come utilizzare l’umido e tutta la spazzatura. Noi imprenditori abbiamo investito tutto qua, sfruttiamo quello che di bello può offrirci il territorio.

Martino Recupero imprenditore sidernese

Stefano Cataldo esperto di marketing

Vittorio Zito - sindaco di Roccella Jonica e responsabile Associazione dei sindaci

Salvatore Fuda - sindaco di Marina di Gioiosa e rappresentante delegato ATO di Reggio Calabria

a dalla puzza


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Il miracolo di Polsi

La storia del Marchese di Roccella, dopo 300 anni, riaccende gli animi dei fedeli

STORIE

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“Ottenuta la grazia, i coniugi Carafa decidono di recarsi al Santuario per ringraziare la Vergine Maria, ma giunti nei pressi di Bovalino il bambino improvvisamente muore. Livia vuole, comunque, raggiungere Polsi per portare il corpicino del bambino alla Madonna, con la ferma fede che lei lo avrebbe restituito alla vita. Pertanto, dopo aver composto il corpicino in una bara, ripresero il viaggio” ROSALBA TOPINI Il santuario della Madonna di Polsi è un santuario mariano, dedicato a Maria, madre di Gesù, situato presso la frazione di Polsi del comune di San Luca, in provincia di Reggio Calabria. Questo luogo conserva un’importante reliquia, la bara del piccolo Marchese Carafa di Roccella, protagonista di un miracolo, avvenuto trecento anni fa. Le origini della famiglia Carafa, secondo alcuni, si fanno risalire ai Caracciolo soprannominati "Carafa" e in particolare a tale Gregorio Caracciolo, patrizio napoletano. I Carafa si divisero in due rami principali, quello "Della Spina" e quello "Della Stadera”. Dal ramo dei Carafa della Spina discesero i principi di Roccella, il cui Capostipite fu Giacomo Carafa, patrizio napoletano, signore di Castelvetere, di Roccella e di Savato. Vincenzo III Carafa, nato dalle seconde nozze tra Giuseppe, secondo duca di Bruzzano e primo marchese di Brancaleone, con Antonia De' Sangro ottenne il titolo di sesto principe di Roccella e nel 1696 sposa Ippolita Cantelmo Stuart, figlia di Giuseppe, principe di Pettorano. In seguito, a questo matrimonio la famiglia Carafa di Roccella assunse anche il cognome “Cantelmo Stuart”, aggiungendolo al proprio, per successione materna con Gennaro I Carafa, settimo principe di Roccella, il quale fu anche principe del Sacro Romano Impero. Ottavo principe di Roccella fu Vincenzo IV, che sposò nel 1760 Livia Doria del Carretto. Alla giovane principessa, morta nel 1779, all’età di soli 33 anni, è stata dedicata la splendida medaglia del diametro di 74 millimetri, l’unica nella serie di medaglie delle Due Sicilie del periodo borbonico, a raffigurare una “Principessa del Sacro Romano Impero”.

Sono proprio loro i protagonisti di questa storia straordinaria e suggestiva. I principi Don Vincenzo IV, 8° Principe Carafa di Roccella e sua moglie Donna Livia Doria del Carretto, si rivolsero alla Madonna di Polsi perché, per motivi dinastici, desideravano tanto avere un figlio maschio. Il loro volere fu esaudito, esattamente, il 20 agosto 1772, con la nascita, a Roccella, del piccolo Don Gennaro Maria Carafa. Ottenuta la grazia, i coniugi Carafa decidono di recarsi al Santuario per ringraziare la Vergine Maria, ma giunti nei pressi di Bovalino il bambino improvvisamente muore. Livia vuole, comunque, raggiungere Polsi per portare il corpicino del bambino alla Madonna, con la ferma fede che lei lo avrebbe restituito alla vita. Pertanto, dopo aver composto il corpicino in una bara, ripresero il viaggio. Entrati nel Santuario consegnarono il piccolo al Padre Superiore, che lo espose sull’altare, invitando i fedeli alla preghiera. Quando si arrivò all’invocazione “Sancta Maria De Polsis” il bambino aprì gli occhi e ritornò a vivere, per l’immensa gioia dei genitori e lo stupore dei presenti. Su tre lati della famosa bara di tavola, nella quale era stato deposto il figlioletto del Marchese di Roccella, si notano ancora affreschi di colore verde e giallo; su uno dei lati maggiori è visibile uno stemma gentilizio e si legge l'iscrizione: JOAN. BAPT MARCHESE ROCCEL'UFGA. La Bara del Principe di Caraffa è stata Restaurata, recentemente, con il Progetto di Arte e Fede, dal Restauratore Giuseppe Mantella. L’episodio è riportato in un canto popolare raccolto a San Martino di Taurianova e pubblicato nel volume “Storia e Folklore Calabrese”. L’amore e una grande fede, hanno permesso di tentare e di realizzare l’impossibile; con un miracolo che, a distanza di trecento anni, suscita meraviglia nell’animo dei fedeli.


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CAFFÈ ROMANO

Anna Taverniti, esempio di giornalismo appassionato

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Il troppo stroppia, come ci ha mostrato anche il recente passato della politica: “Servono discrezione e riserbo, bisogna esserci ma anche non esserci. È una rincorsa continua, speriamo sia finita questa sovraesposizione. FABIO MELIA Stile, passione e umiltà. Perché la comunicazione, al di là della tempesta di notizie vere o false che inondano le nostre giornate, è roba da professionisti veri e seri. Anna Taverniti è di Pazzano e di strada, dalla vallata dello Stilaro, ne ha fatta parecchia. Oggi ricopre l’incarico di portavoce del segretario generale della Cisl Pensionati nonché di addetto stampa della stessa Federazione, un ruolo d’estremo rilievo, eppure “penso che non ci si debba mai sentire arrivati”. La giornalista è rientrata a Roma da pochi giorni, ripartendo da uno di quei momenti della vita tanto dolorosi quanto decisivi: la scomparsa della sua amata mamma. È a lei che il pensiero inevitabilmente va, in una chiacchierata a cuore aperto sulla carriera di una figlia capace di regalarle emozioni e soddisfazioni. “Ho iniziato con Gianfranco Funari, un primo salto nel buio ad appena 20 giorni dalla laurea. Vivere in quell’ambiente, tra Milano e Roma, da un lato mi faceva paura e dall’altro mi entusiasmava”. Un anno accanto al “giornalaio più famoso d’Italia” - come Funari stesso amava definirsi - sviluppa in Anna Taverniti un desiderio insopprimibile: “Diventare giornalista. Ho iniziato a curare le rassegne stampa, cominciavo a masticare di politica e sentivo fortissima questa voglia, questa necessità di apprendere il più possibile”. Chiusa l’esperienza con Gianfranco Funari, è il momento di nuove scelte. Anna Taverniti rientra così in Calabria: dal tubo catodico di Telemia alla carta stampata del Domani e del Quotidiano. “Ho capito che era ciò che volevo fare, mi veniva naturale”. Le soddisfazioni, pro-

ER TRILUSSA DI STILO

LO SBAJO DE NERONE Che fregnaccia Nerò c’hai combinato ne’ ripulicce Roma in ogni loco, de tutti li Cristiani c’hai bruciato quarchiduno scampò la pelle ar foco. Lo sbajo fu ch’er foco l’hai smorzato e ’gni Cristiano vivo, appoco appoco, levàto er sajo se vestì prelato annò a San Pietro e ribbartato er gioco. Venuti loro, pronta la mazzola, forche, mannara, carcere, bastone e zitti e mosca senza dì parola. E quanti hanno abbruciato a la fascina biastimanno lo sbajo de Nerone quer fijo maledetto d’Agrippina. E ancora sò in vetrina: sò tutti ammascherati e a fà l’indiani, prelati e demogratichi-cristiani! Giorgio Bruzzese

fessionali ed economiche, però, tardano a manifestarsi. Ed è a quel punto che Roma ritorna ad essere la méta del viaggio. “Di nuovo nella Capitale quindi – racconta Anna Taverniti – prima con l’Avanti e subito dopo nell’ufficio stampa del Nuovo PSI”. In quegli anni i cambiamenti politici sono tanti, la galassia socialista cerca ancora una volta (invano) di ritrovare l’unità perduta. Per chi lavora nella comunicazione politica, tuttavia, sono anni frenetici e ricchi di spunti. “In quegli anni ho potuto fare finalmente il mio lavoro, trovando quello che purtroppo in Calabria mi è stato negato”. Quella stagione di fondamentale importanza formativa però si esaurisce. Arrivano i momenti complicati. “C’è stato un buco di quattro anni, colmato in parte attraverso le collaborazioni con Il Tempo”. Il quotidiano romano che col Messaggero si contende il primato dell’informazione capitolina fa parte di un’altra delle “sliding doors”, le porte girevoli della vita che possono cambiare il destino in un verso o nell’altro. Anna Taverniti tira fuori il carattere di chi è abituato a non dare nulla per scontato, fin da bambini, soprattutto se sei nato in un piccolo centro della Locride: “Non mi sono mai fermata, mai arresa, non potevo accettare che dopo tanti sacrifici tutto potesse finire. Ed è così che è nata la possibilità offerta dalla Cisl Pensionati”. Dalla politica al sindacato, un passaggio all’apparenza semplice perché se i temi sono simili è il modo di affrontarli ad essere completamente diverso. Bisogna dunque reinventarsi, consapevoli dell’importanza che la comunicazione riveste e dei suoi effetti potenzialmente devastanti. “Bisogna approcciarsi con molta umiltà alla realtà che si va a raccontare, a maggior

ragione di fronte al rapporto fiduciario con chi occupa posizioni di rilievo. La Cisl rappresenta più di 2 milioni di pensionati e l’umiltà mi ha aiutato molto. Devi dimostrare quello che sei capace di fare senza però strafare. Anche nei confronti dei colleghi, dei giornalisti, di chi deve veicolare il messaggio che porti all’esterno, non il tuo - sia chiaro - ma quello di chi rappresenti”. Il troppo stroppia, come ci ha mostrato anche il recente passato della politica: “Servono discrezione e riserbo, bisogna esserci ma anche non esserci. È una rincorsa continua, speriamo sia finita questa sovraesposizione. Speriamo che Draghi possa dare una impronta nuova”. Anna va dritto al sodo: “Non condanno Casalino per il Grande Fratello, anche io se vogliamo ho il mio “peccato originale” nell’aver lavorato con Funari. Se però io lavoro alla Cisl non posso fare quello che facevo con Gianfranco quando partecipava alle trasmissioni di Paolo Bonolis”. Del nuovo premier c’è anche un ricordo personale: “Era ai tempi della Bce, mi è passato accanto nel centro di Roma come una persona comune, da solo, e ho pensato “è lui o non è lui?”. C’è davvero un abisso rispetto al recente passato”. E il futuro cosa riserva? “Una parte di me dice che rimarrò qui, un’altra parte no. Ho sempre amato la politica, è partito tutto da lì. Magari il percorso avverrà all’interno del sindacato stesso. Non lo so, ho però il sentore che questa mia voglia di apprendere mi porterà a fare qualcosa di altrettanto bello”. Accompagnata di sicuro da una stella che non smetterà mai di guardare verso quel puntino nel cuore di Roma.

FRUTTI DIMENTICATI

Pero cento in bocca

PYRUS COMMUNIS L. FAMIGLIA ROSACEE Molti anni addietro da un mio parente avevo sentito parlare con entusiasmo della varietà del pero Cento in bocca, proposta in italiano e non in dialetto e questo mi fece pensare che fosse una varietà introdotta nel territorio da poco tempo. Continuava cercando d’interpretare il nome delle pere, affermando che erano state denominate nel modo suddetto non perché fossero piccole, come in effetti sono, ma perché sono talmente buone che colui che cerca di mangiarne qualcuna, resta così impressionato per la bontà del frutto, che si riempie la bocca dei frutti, vinto dal desiderio irrefrenabile di mangiarne il numero più alto possibile. Continuai a sentir parlare di tali pere, ma mai avevo avuto l’opportunità di assaggiarne una, per il fatto che tale varietà era talmente rara, che era impossibile trovarla e quindi assaggiarne i frutti. Cinque sei anni addietro il mio amico dottor Massimo Vigilante di Motticella, ma residente a Benestare, dirigente dell’Azienda Calabria Verde (Ex Afor) si trovava a scendere dai Campi di Bova lungo il crinale che delimita il comune di Bova e quello di Africo, per raggiungere poi Motticella attraverso una sterrata poco praticabile, che sbocca nella contrada Arsenti nel comune di Staiti. Era d’estate, tra luglio ed agosto e ad un certo tratto della sterrata si trovò di fronte ad uno scenario inusuale, in quanto per un centinaio di metri, sia nel comune di Africo che in quello di Bova, sempre lungo la sterrata, dei peri molto giovani, ma innestati in tempi diversi su dei perastri, che dominano quel paesaggio, rosseggiavano per i loro frutti. Si fermò ed assaggiò alcune pere che erano buonissime, ne colse altre per mostrarle a qualcuno per conoscere il nome della varietà e poi, prima di partire le fotografò. Non incontrò naturalmente alcuna persona a cui chiedere informazioni e restò meravigliato del fatto

che ci fossero dei perastri innestati in quel tratto scarsamente transitato; in quegli anni, quando la sterrata era più curata vi transitavano i forestali di Africo che si recavano al lavoro nel loro comune e pensò che fossero stati essi a praticare gli innesti. Mi mandò la foto, perché anch’io facessi delle indagini sul nome dei peri che erano tutti quanti della stessa varietà e ciò ancor di più lo aveva fatto incuriosire. L’inverno successivo rifece la stessa strada e constatò che un incendio aveva devastato tutta l’area e solo qualche pianta di pero si era salvata, seppur danneggiata dall’incendio e questo lo rattristò molto. Incontrò però una piccola squadra di operai forestali di Bova e chiese notizie sui peri distrutti, naturalmente sul nome di essi e su chi avesse praticato gli innesti, tutti della stessa varietà sconosciuta. Un forestale rispose alle sue domande affermando che gli innesti erano stati praticati da loro con delle

marze prese nella campagne di Bova, originariamente da una sola pianta, che era stata ritenuta degna di essere diffusa. Con le marze recuperate a Bova, all’inizio erano state innestate tre o quattro piante e poi negli anni successivi dalle stesse erano state prelevate le marze per innestare altri perastri e per questo motivo era spiegabile il fatto che ci fosse stata una sola varietà. Naturalmente restò il mistero del nome della varietà, che i forestali di Bova non conoscevano, per cui io cominciai a domandare in giro, ed un giorno inviai la foto al mio amico Santino Panzera di Ferruzzano, che mi rispose subito che le pere rappresentate nell’immagine erano denominate “Cento in Boca” di cui egli aveva delle piante giovani, ma che nell’orto di Franco Pulitanò a Ferruzzano Superiore c’era una pianta di qualche centinaio d’anni, che era stata innestata su un perastro dal suo nonno materno che è morto circa sessanta anni addietro. La persona che avevo sentito parlare con tanto entusiasmo delle pere Cento in Bocca era stata proprio il papà di Franco, per cui io ancora di più incuriosito recuperai delle marze da Santino Panzera e l’innestai su un pollone striminzito emesso da un pero che era seccato. La pianta cresce stentatamente, ma nonostante ciò quest’anno ha prodotto con mia grande sorpresa sei pere che io colsi malvolentieri, in quanto abbellivano la piccola pianta e poi prima di assaggiarne una, diedi le altre a miei famigliari a cui piacquero moltissimo. La pezzatura delle pere caratterizzate da un rosso vivo, nella parte esposta al sole, è piccola, mentre esse sono croccanti, sode e leggermente aromatizzate e nonostante maturino nella terza decade di luglio, non sono attaccate dalla mosca della frutta. La foto eseguita in condizioni non ottimali, non rappresenta adeguatamente la bellezza dei frutti. Orlando Sculli


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ANTONIO TALLURA

Il teatro vive, nonostante il Covid

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INTERVISTA www.larivieraonline.com

Intervista all’attore, nato a Locri, Antonio Tallura che racconta di come l’emergenza sanitaria abbia messo in risalto i nodi, mai risolti, del mondo del teatro e di come, la situazione, sia diventata tragica e drammatica. CARLO MARIA MUSCOLO Antonio Tallura è un Amico di tutti noi, sempre disponibile e sempre presente ove ci sia da lavorare per dare risalto alla nostra Terra. Ed è anche un Grande Professionista a tutto tondo, attore di Teatro e di Televisione ed appassionato Scrittore. Nato a Locri, trascorre la sua adolescenza frequentando assiduamente un cinema all’aperto del paese, dove nasce la sua passione per la recitazione e, oltre a studiare e a diplomarsi conseguendo la maturità artistica, trascorre il tempo libero immergendosi nello studio di reperti archeologici, teche e templi e grazie all’incontro con docenti e scenografi del luogo inizia a coltivare questa sua grande passione per la recitazione ed il teatro. Nel 1978 decide di andare a Roma, e inizia a frequentare l’Accademia d’Arte Drammatica PIETRO SHAROOFF, nel 1981 si diploma. E’insegnante di dizione e ortofonia. Ho pensato a Lui per un approfondimento della crisi del teatro in questo anno di Covid ed ecco, grazie alla sua immediata disponibilità, la nostra chiacchierata, come ha preso corpo. La situazione è drammatica e pare senza sbocchi, c’è da chiedersi quali siano, nella mancanza cronica di indicazioni chiare da parte della politica, le strategie di sopravvivenza messe in atto dagli “attori” del settore in questi mesi convulsi. Tragica e Drammatica! Il “Pettine” COVID 19 ha portato tutti i nodi mai risolti o insoluti, nodi da sempre presenti con i quali abbiamo convissuto, da parte del Legislatore, dei rappresentanti delle varie Sigle che siedono ai tavoli Istituzionali. Anche dal Sindacato, SAI, di cui ho fatto parte attiva, si è ritrovato sempre con battaglie e rivendicazioni poco incisive da una parte, e poco “Partecipate” dall’altra, ed oggi un segmento importante dello Spettacolo dal Vivo si trova con il culo (o chiappe ) per terra . Senza Welfare per dirla in breve. I pochi aiuti arrivati da parte del Governo, hanno in parte sollevato i lavoratori, ma tanti per via dei cavilli non sono rientrati nei famosi rimborsi. Notevoli ritardi e proteste hanno permesso di avere quell’aiuto vitale. Ci siamo trovati spaesati, smarriti, abbandonati, anonimi, figli senza padre e senza madre, personaggi in cerca di …UNA esistenza. Tutto chiuso, sbarrato, i luoghi della parola e dei senti-

menti, delle gesta eroiche e delle fragili passioni, di poesia e sublimi amori, MUTI. Tanti si sono attivati, ma tutti gli spazi che avevano ospitato spettacoli dal vivo erano serrati, chiusi. Solo il NUOVOIMAIE (Istituto mutualistisco autori interpreti esecutori) ai propri soci dell’Audiovisivo e della musica, ha dato un sostegno economico senza pari con bandi mirati per accedere a contributi a fondo perduto. I Social,in questo hanno dato una grossa mano e ospitato la voce di chi si sollevava dal mondo della cultura per non morire o peggio, essere dimenticati, che esistiamo anche noi come “Lavoratori” anche se non siamo percepiti come tali. Ci eravamo illusi in estate con gli spazi all’Aperto che hanno ospitato tante manifestazioni e spettacoli in assoluta sicurezza,ci faceva presagire in un prosieguo di lavoro, con tutte le raccomandazioni anti Covid, infatti sono stati pochi i casi di positività al Virus bastardo nei teatri e cinema, eppure, chiusi, serrati, sbarrati. L’Autunno già di per se triste “Come le Foglie” (Giacosa), cadevano speranze, sogni, idee e progetti. Avete lanciato qualche attività alternativa online oppure offline per tenervi impegnati e per mantenere un legame stretto con il pubblico, visto che il teatro in primo luogo è un dialogo? Fate gli spettacoli in streaming? La scoperta dello Streaming anche per il Teatro è stato solo un palliativo, un’attenzione e nient’ altro. Il dialogo con il pubblico non è mai mancato, ci ha sempre incoraggiato e sostenuto, ma la sopravvivenza dello spettacolo dal Vivo dipende dalla fruibilità da parte del pubblico, senza non è Teatro. La paura è che possa insinuarsi, “Che tutto si possa fare, che tutti seduti su un comodo divano di casa si possa accedere a tutto, è triste e grave. IL TEATRO E’ VIVO DOVE VIVE IL TEATRO! Vive e deve vivere in tutte le sue articolazioni. “Come non si può fare sesso per telefono, non si può fare teatro in Streaming” (G. Lavia) Ma c’è anche chi ci ha guadagnato, il Teatro pubblico, tutti i dipendenti hanno continuato ad avere i loro stipendi, mentre i Palcoscenici erano silenziosi le sue Vecchie ASSI di Legno mute. Attori, registi, ballerini, musicisti, costumisti, scenografi e maestranze a casa in silenzio ammutoliti come le vecchie Tavole del palcoscenico.

"Quando … lungo la “Gran Via”, spensierati e sotto il sole cocente o sotto la pioggia … “

In ricordo dell’amico d’infanzia Antonio Catricalà’

Crisi, dubbi e tanti perché rimbombavano nella mente e minavano l’Anima e le scelte. Da sempre L’Artista (comprende tutti) si è alimentato con uno spirito di sopravvivenza fuori dal comune, inventando e inventandosi, rinnovando idee, progetti, entusiasmo e passione, quest’ultima è il motore di tutto, è stata ed è messa a dura Prova per combattere una devastante crisi depressiva, economica e anche sociale. Chi sei? Ma la voglia, il Coraggio di combattere per tornare il prima possibile a calcare le ASSI del Palcoscenico, nei Teatri d’Italia. tra i più belli al Mondo, ad esistere, è molto forte, sostenuta dalle scelte e dalle rinunce per fare il Mestiere più bello del Mondo e di ritornare a Vivere . La prima cosa che colpisce è che lo spirito si mantiene, nonostante tutto, positivo e propositivo, mentre resiste una voglia di rilancio che a volte si accompagna e si oppone criticamente, allo spaesamento e alla

mancanza di fiducia nel sistema. Il virus come acceleratore? Senza esagerare con i paradossi, la sensazione condivisa è che questa pandemia possa rappresentare in qualche modo un’occasione preziosa per scardinare logiche antiche e mortifere, cosa pensi al riguardo Certo non tutto tornerà ad essere come prima, Aperti i Teatri ed i Cinema, poi bisognerà portarci il Pubblico, farlo vivere privo di paura e farlo uscire fisicamente da casa, farlo alzare dal Divano. La tanta assenza crea astinenza anche nel Pubblico, il futuro non sarà roseo, tanti di noi lavoratori non torneranno in piena occupazione, che tra l’altro non c’è mai stata, per le ristrettezze economiche che si prospettano. Di sicuro, in futuro ci dovrà essere con un Welfare anche per noi, con le tutele che sono sempre mancate, che vanno messe sul tavolo, discusse e messe in campo. La forzata chiusura ha fatto nascere consapevolezza e coscienza in un settore troppo e da sempre individualista. Sono nate Associazioni, Gruppi, sono state avanzate e portate in discussione proposte di legge prese in considerazione dalle commissioni parlamentari. Le attese sono tante, ma ripeto una forte presa di coscienza c’è stata. Purtroppo, le logiche del Teatro e del mondo dello spettacolo resistono nel tempo, sono sempre attive. I Direttori Generali, Produttori, Direttori dei Teatri pubblici sono sempre in sintonia spesso mortificando un Teatro che non trova spazio in circuiti prestabiliti da logiche di spartizione dei cartelloni, i garantiti. Ma la consapevolezza di ognuno, dei gruppi Spontanei con idee e progetti si fanno avanti con più forza ed energie rinnovate. Il Teatro Pubblico che mangia la quasi totalità del FUS (fondo unico per lo spettacolo) produce se stesso (dipendenti ed impiegati) e spettacoli con pochi attori, mentre dovrebbe essere il motore di idee e progetti nuovi, di nuovi autori, compagnie che possano mettere in scena grandi spettacoli di autori e nello stesso tempo ricerca e Formazione. Va rivisto tutto se veramente si ha a cuore e lo si reputa vitale, il Teatro, la cultura non può essere la polvere che fa la bella patina di un mobile da ammirare, gli attori, sono una moltitudine che con la loro presenza,occupano i ruoli dove si poggiano gli attori di nome...”IL TEATRO VIVE DOVE VIVE IL TEATRO.”!

Matteo Lo Presti risponde a Salomone

Le foibe non possono essere solo un ricordo di propaganda


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PILLOLE scelte da effemme

Vi sono cose che tutti dicono soltanto perché sono state dette una volta. Si crede che Annibale abbia commesso uno sbaglio enorme a non porre l’assedio a Roma dopo la battaglia di Canne. È vero che dapprima lo sgomento fu estremo; ma la costernazione di un popolo bellicoso, la quale si trasforma quasi sempre in coraggio, è ben altra cosa che quella di una vile

Quando nasce il centrosinistra? La formula appare nelle cronache politiche a partire dalla fine degli anni cinquanta. Ma si può convenire sul fatto che l’espressione descrive una sostanza con origini più remote che si fanno risalire all’inizio della esperienza democratica post-fascista. È anzi possibile sostenere che <<in principio era il centrosinistra>, giacché ai primordi della

plebaglia che sente soltanto la sua debolezza. Una prova del fatto che Annibale non sarebbe riuscito nell’impresa è che i Romani si trovarono ancora in grado di inviare soccorsi ovunque. Montesquieu – Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani e della loro decadenza

democrazia repubblicana e per una stagione non insignificante fu in atto la collaborazione del plenum del centro e della sinistra. I genitori di questa prima alleanza furono la tendenza democratico-cristiana, quella comunista e quella socialista. Domenico Rosati – Biografia del Centrosinistra (1945-1995)

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I leader leghisti del Sud Italia

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QUISQUILIE

Nel PD, la comunicazione, anche quella interna, è sobria: sentite Sandra Zampa, già Sottosegretaria al Ministero della Salute, non riconfermata: “ Con Zingaretti, in un anno come quello che abbiamo vissuto, non ho mai avuto uno scambio né sul merito né sul piano delle relazioni personali” VINCENZO AMIDEI

La nuova fontana di piazza Cavone

Conferenza a destra

Per dire basta alle acque imbottigliate in plastica e per combattere per l’acqua pubblica è stata realizzata a Siderno Superiore una nuova fontana. Il comitato pro Piazza Cavone, ha provveduto al restauro di una storica fontana posta in via Cavone utilizzando manodopera volontaria. L’Osservatorio ha sposato il progetto, infatti in questa foto vediamo oltre Aldo Caccamo, anche Arturo Rocca, Peppe Badia, Enzo Lacopo ed altri amici.

In questa foto il presidente dell’assemblea dei comuni della Locride Caterina Belcastro in tenuta molto anni Settanta si congratula con il consigliere regionale Raffaele Sainato al termine della conferenza stampa organizzata sabato scorso. In quella sede ho chiesto che i due, e le altre persone competenti si siedano intorno ad un tavolo per determinare un piano strategico della sanità della Locride che guardi al futuro, anche è soprattutto per i nostri figli.

I vecchi leader dell’UDC

Occasione sprecata

Come il buon vino che migliora invecchiando anche Pasquale Brizzi e Franco Candia se la giocano. Il primo dopo aver lasciato la guida del Comune, Sant’Ilario dello Jonio, dopo molti anni (anzi decenni) si ritrova suo malgrado con una grande responsabilità alla guida del Consorzio di bonifica, nominato come commissario. Il secondo, anche lui dopo aver lasciato il comune di Stignano, dove faceva il sindaco da sempre, si è ritrovato alla guida dell’ANCI regionale con enorme responsabilità da affrontare.

In questi giorni si sono rivisti, erano compagni di scuola e si sono ritrovati nella sede della Riviera Web TV. Ma chi sono veramente Tony Silipo e Filippo Montalto? Per noi rappresentano sicuramente un’occasione sprecata, perché abbiamo minacciato per mesi la pubblicazione di questa foto per costringerli a prestare gratuitamente i loro servizi, ma niente, nessuno dei due ha ceduto alle nostre richieste. Per fortuna rimangono due buoni amici.

Il cane della settimana

La bella Locride Lorenzo Delfino direttore generale del Gruppo Coop service gestioni mentre viene intervistato da Rai news 24, nel programma ONAIR Podcast video. Dobbiamo essere orgogliosi quando si parla della nostra Locride in modo positivo, e grazie alla coop service in molte parti della nazione si conosce questo territorio, fatta di grande professionalità e buona educazione, perché questa società di Locri da molti anni ha varcato i confini della regione per eseguire lavori

EDITORE - No così srl - via D.Correale, 5 - Siderno STAMPA: Se.Sta srl: 73100 Lecce INFO-MAIL REDAZIONE: 0964342198 larivieraonline@gmail.com / www.larivieraonline.com

La politica a Locri Una grande combattente come la consigliera regionale Tilde Minasi si è ritrovata a Locri, in compagnia del delegato della Lega di Siderno, Elio Bumbaca con qui ha partecipato all’incontro in ospedale in occasione della venuta del Presidente facente funzioni della regione Calabria Nino Spirlì per l’inaugurazione della risonanza magnetica. Elio rappresenta molto della storia politica del territorio perché ha molte parentele e molte conoscenze che hanno scritto la storia di questa regione.

Mattinata di lavoro produttiva con i bravi governatori di Sicilia e Calabria, Nello Musumeci e Nino Spirlì. Piano vaccinale, riapertura di ospedali, rilancio di opere pubbliche ferme da anni, sostegno ad agricoltori e pescatori, rilancio turistico di terre e mari che tutto il mondo ci invidia. L'impegno della Lega è una ripartenza del Paese che passa dalla ripartenza del Sud, che chiede non assistenza ma lavoro e sviluppo. Almeno questo ha detto Matteo Salvini diopo l’incontro con i governatori.

Registrata al Tribunale di Locri (RC) N° 1/14

L’Alternativa superstite: Consenso o Buonsenso ?

Per la seconda settimana vogliamo sensibilizzarvi verso l’adozione dei poveri cani. Inviateci i nostri amici a quattro zampe. Questa settimana pubblichiamo la foto di Alvin, otto anni e non sentirli nella speranza di ricevere molte mail. info@larivieraonline.com

Direttore responsabile

PIETRO MELIA

PRESIDENTE ONORARIO ILARIO AMMENDOLIA

DIRETTORE EDITORIALE

ROSARIO VLADIMIR CONDARCURI

HANNO COLLABORATO

Pierpaolo Bombardieri, Ercole Macrì, Giovanni Sfara, Alessia Martelli, Arturo Rocca, Barbara Panetta, Daniele Castrizio, Liliana Esposito Carbone, Nino Costantino, Rosalba Topini, Fabio Melia, Giuseppe Clemente, Giuseppe Romeo, Effemme, Vincenzo Amidei, Giorgio Bruzzese, Orlando Sculli, Bluette Cattaneo, Francesco Femia, Giuseppe Roma, Mimmo Futia, Carlo Maria Muscolo e Matteo Lo Presti

Le COLLABORAZIONI non precedute dalla sottoscrizione di preventivi accordi tra l’editore e gli autori sono da intendersi gratuite. FOTOGRAFIE e ARTICOLI inviati alla redazione, anche se non pubblicati, non verranno restituiti. I SERVIZI sono coperti da copyright diritto esclusivo per tutto il territorio nazionale ed estero. GLI AUTORI delle rubriche in cui si esprimono giudizi o riflessioni personali, sono da ritenersi direttamente responsabili.


La maschera del quotidiano

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Carnevale è finito. Ha lasciato il suo piccolo campo. C’era poco da festeggiare, tanto le scuole sommano giorni su giorni in periodi di DaD spostando sempre in avanti l’asticella della didattica vera, almeno per coloro che credono ancora nella versione classica dell’insegnamento quale guida delle anime e degli spiriti, oltre che quale momento di formazione, si spera, dei prossimi cittadini di un mondo irriconoscibile. E così, tra DaD e passeggiate pre-estive sui lungomare, il cui sole produce vitamina D in modo gratuito e costante ci si ricorda, ogni tanto e sempre nelle emergenze, che forse esiste un problema nell’offerta, nella gestione sarebbe più corretto, dei diversi servizi che dovrebbero sostenere la vita di ogni giorno. Un argomento che diventa anche noioso visto che a scriverne in Calabria sono stati in tanti, come in tanti sono coloro che ne hanno predicato limiti ma, per carità, senza soluzioni aspettando e non si capisce chi e come potesse salvare dal baratro un pubblico servizio da una deriva senza freni. Oggi si legge di ospedali che sembrano non avere più medici o infermieri a sufficienza, una notizia che si inserisce tra eccellenze professate e inefficienze denunciate. Ma si sa! Di sicuro la nostra non è una terra da mezze misure. Non è certo la patria del juste milieu o del ricordo latino del in medio stat virtus. Siamo in fondo, con buona onestà intellettuale, quelli del cettolese Tutto tutto niente niente, e lo si legge dovunque e solo

chi non vuol osservare, convinto di vivere nel suo limbo comodo sino al momento in cui non dovrà fare i conti con ciò che manca, non ne riconoscerà mai i limiti. Assumerà, anzi, una maschera di circostanza fatta di perbenismo o di vittimismo dipende, alla ricerca di un alibi se riveste una posizione pubblica, perché la colpa è sempre degli altri, Stato compreso, o dell’avversario politico. Quest’ultimo, poveretto, ultima ruota di un meccanismo infinito della caccia alla responsabilità che sembra essere un mero esercizio di scuola, considerato come e in che misura in Calabria sia difficile individuare il tuo avversario politico data l’alta permeabilità dei partiti e la velocità di cambio dei vestiti in corso d’opera. E così, tra letture di sindaci che si indignano per una sanità che dovrebbe essere un prodotto della cooperazione se non del controllo territoriale e disincantate passeggiate pre-estive al netto della scuola, unica colpevole del contagio delle menti, i webinar – ultima frontiera della socializzazione e del confronto poco di massa - continuano a sprecarsi. Impegnati, ormai, sul fronte dell’ennesimo dubbio espresso dal di chi è la colpa?, si esercitano volti e pensieri nell’offrire, chi più ne sa più ne dica, un quadro disarmante ma, attenzione, badando bene di non offrire soluzioni firmate di ciò che, alla fine, si è sempre vissuto. Ma d’altra parte, che volete…abbiamo il sole! Giuseppe Romeo

Ritualità dell’otto marzo

“Riflettiamo tutti, e in particolare voi, cari maschietti che si dice siete in crisi di questi tempi a causa dell’aggressività delle donne.” GIUSEPPE ROMA Rieccoci nuovamente all’ennesimo festival per la donna. Diamo inizio ai festeggiamenti con parate di mimose, parole solenni e spogliarelli con banconote da infilare negli slip di baldi giovanotti (meno male che quest’anno ci ha pensato il virus a silenziare tale caciara). Sono stufa di vedere articoli a profusione sui giornali o servizi televisivi che celebrano, esaltano, l’esser donna. Basta salotti televisivi con commenti sulle donne da parte di altre donne con le loro bocche artificiali, i seni rifatti, i gesti artificiosi a sbraitare a nome e per nome di tutte le donne e non vorrei, nemmeno, vedere più donne con chador; per entrambi i casi provo quasi odio perché non mi sento rappresentata dalle prime e le seconde mi lasciano addosso una patina fastidiosa di umiliazione, pesante macigno della prevaricazione che la malcelata misoginia dell’Adamo moderno perpetra sulle nipotine di Eva. Ci siamo scordate gli stupri organizzati in Bosnia-Erzegovina o le altre mille e mille violenze in tutte le guerre subite dalle donne anche da quelle in tenera età. E dei soprusi che accadono in famiglia e anche nei posti di lavoro e delle violenze di branco, ne vogliamo parlare o scrivere? Per non parlare poi della bestiale pratica delle mutilazioni che riguardano all’incirca cento milioni di donne in tutto il mondo. La chiamano circoncisione

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femminile. E’ un’atroce eufemismo. Con la circoncisione maschile non ha nulla a che fare. E l’infibulazione, o escissione, o clitoridectomia: la mutilazione totale o parziale della parte esterna dell’apparato genitale femminile. Somale, etiopi, eritree, molte di queste donne emigrano da noi e noi le vediamo belle, dignitose, altere, educate; vivono e lavorano nelle nostre città. Ci domandiamo, per caso, cosa gli hanno fatto da piccole e cosa nascondono i loro corpi, quali cicatrici, forse una ferita che dovrebbe essere anche nostra. Invece tutto ogni anno, come un rituale obbligatorio, si riduce a taralluci e vino. Riflettiamo tutti, e in particolare voi, cari maschietti che si dice siete in crisi di questi tempi a causa dell’aggressività delle donne. Invece, le donne vengono violentate perché se la sono cercata con le loro provocazioni sottili, le lascive occhiate, e che diamine! Coi loro vestitini succinti e i loro vertiginosi tacchi che ornano lunghe e sode gambe e cosce avvolte in provocanti calze a rete nere. Ben ci sta, la violenza subita ce la siamo voluta. Dobbiamo stare supinamente al nostro ruolo di angelo del focolare. L’emancipazione non è stata una conquista, l’uomo padrone benignamente ci ha fatto concessione. D’altronde Rosseau scriveva: “La donna è fatta per cedere all’uomo, anche alla sua ingiustizia’’.

la bottiglia del naufrago “La diversificazione della spesa ha inoltre favorito sia la grande che la medio-piccola impresa. Insomma, rientrando a casa e scaricando le buste ci siamo sentiti, io e mia moglie, autentici patrioti per avere contribuito alla crescita del Paese.” FRANCESCO FEMIA Mai come in questo periodo bisogna far di conto. E non solo col numero di vaccini, di vaccinati, di persone da vaccinare. La grave crisi economica lo impone e come Lui (il nostro MD) ci insegna dobbiamo sapere chi salvare e chi no. E’ la legge del mercato, e come tale deve essere lei a guidarci per poterci orientare in quello che sarà il futuro che ci attende. Nel mio piccolo mi chiedo ogni giorno cosa io possa fare per poter contribuire a risollevare alcune categorie dal definitivo tracollo economico. Ben poco mi rispondo, non foss’altro perché, fuori dal mondo del lavoro, vivo di rendita da contributi versati a suo tempo e, per decenza, non mi dichiaro povero pensionato ma semplicemente pensionato. Eppure facendo pochi calcoli ho individuato in un mio piccolo gesto il contributo per le sorti del prodotto interno lordo nazionale. E di questo conto mi piace darvene conto nella mia bottiglia settimanale. Dunque partiamo dal gesto. Più di una settimana fa io e mia moglie abbiamo invitato a pranzo due coppie di amici. Eravamo pertanto in sei, abbastanza distanziati. Essendo l’abitazione provvista di corrente elettrica e acqua ed essendo in regola col pagamento delle relative bollette, ci siamo potuti lavare le mani regolarmente. Abbiamo evitato abbracci e baci limitandoci a sorridere per il piacere che lo stare assieme ci procurava. E adesso veniamo ai conti. Partendo ovviamente dai padroni di casa. Per preparare il pranzo abbiamo avuto bisogno di fare la spesa in un super market, dal fornaio, dal fruttivendolo, da un pasticcere, da una enoteca. Direte voi che in un super market avremmo trovato tutto l’occorrente e non era necessario visitare anche gli altri esercenti. Eppure noi, per far piacere ai nostri ospiti (e anche per diversificare la spesa a beneficio di tutti), abbiamo voluto trovare ed offrire le eccellenze locali. Pertanto abbiamo favorito sia la grande distribuzione sia il dettaglio. In base a questa spesa abbiamo gratificato e ricompensato il lavoro di (nell’ordine): produttori di merce,

trasportatori della medesima, commessi, cassiere, artigiani, produzione a kilometro zero, entrate comunali per occupazione di suolo, commercialisti per tenuta di libri contabili, entrate fiscali (ogni spesa è stata registrata con apposito scontrino fiscale), pubblicità per marchio prodotto. La diversificazione della spesa ha inoltre favorito sia la grande che la medio-piccola impresa. Insomma, rientrando a casa e scaricando le buste ci siamo sentiti, io e mia moglie, autentici patrioti per avere contribuito alla crescita del Paese. Non hanno fatto di meno gli ospiti. Essendo due coppie ci hanno raggiunto con due auto e, essendo persone garbate e affettuose, con due rispettivi doni. Le auto, come sa anche chi non ha frequentato letture impegnative, necessitano di carburante e oltre ad esso consumano olio, usurano le gomme, e, specie col cattivo tempo, tendono a sporcarsi. I doni, senza scendere in particolari, generalmente riguardano piante o fiori, dolci, torte, raramente gioielli. A voler essere essenziali, il loro viaggio verso la (nostra) meta ha intercettato stazione di servizio, centro floreale, autostrada (per evitare traffico locale). Questo direttamente. Indirettamente, gommista (bisognerà cambiarle le gomme usurate), lavaggio a mano (le macchine dei miei ospiti non sono solo macchine, sono salotti su quattro ruote), centri revisione (con l’aumento dei kilometri scatta l’allert per il ricovero in clinica automobilistica). Si tralascia l’abbigliamento (il pranzo si svolge in una casa di campagna) perché in ogni guardaroba che si rispetti non può mancare la giacca di tweed, il pantalone di velluto, gli stivali e, soprattutto, il bastone da passeggio. Se malauguratamente se ne fosse sprovvisti, ecco che allora bisognerebbe far ricorso al sarto, al calzaturificio e all’apposito negozio inglese di accessori. Ma non allarghiamo il cerchio. Ci basta il benzinaio e il fioraio e i (non si sa per quanto) Benetton con le loro autostrade. Si scomodano fior di economisti, eppure basta un semplice invito a pranzo e il Paese può ripartire. francesco.femia@me.com


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Riviera n. 09 del 28 febbraio 2021  

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