Issuu on Google+

7

SPEDIZIONE IN A.P. 45% ART. 2 COMMA 20/B LEGGE 662/96 ROVIGO

Andrea Rosso Basel Miami Yacht Congorock Basquiat Vs Haring Cornelius Wavves


Š 2009 adidas AG. adidas, the Trefoil, and the 3-Stripes mark are registered trademarks of the adidas Group.

adidas.com/originals


ISSUE N. 07 genNAIO/febBRAIO 2009

In copertina: Yacht (Jona Bechtolt e Claire L. Evans) Illustrazione di Pierpaolo Febbo su foto di Francesco Ercolini

Ui. Ar. Iour. Frends. Le cose che contano si cantano senza saperlo e ti prendono direttamente in pancia. Le cose che senti dal vivo sono più anima che altro. E come sempre non ci siamo stati ma ci siamo. Il coro a cappella sulle note dell’inno di fine 90 nel live a cross the universe dei giastis lo senti come tuo. Lo senti come se lo avessi cantato tu. Perché in fondo il dancefloor è una fede, la scintilla da cui sono nati tutti i dischi che ci hanno fatto e che ci faranno tremare. Il brivido sulle note di quel coro è indescrivibile. Ogni volta che la mettiamo dalla consolle o che la balliamo sul palco. Da lì il revival dei daft. Forever alive 2007. E poi tutto quello che ci sta dietro: le scarpe basse che tengono freddo d’inverno e caldo d’estate, i giubbotti di pelle e il ritorno di quelli striminziti in blu gins. le toppe e le borchie ereditate dal trash metal e l’accessorio come obbligo. Il particolare come segno di appartenenza. Le distorsioni oggi più che mai consegnate di pancia all’hardcore. Tutto sempre e comunque dall’alto di una piramide. Con gli occhiali da sci, quelli rotondi con la sfumatura in finta radica marrone. Rivivere gli anni 60 in un pacchetto di MS morbide e pensare che maicol gecson ce l’aveva già detto che avremmo di nuovo camminato sulla luna. Acque da Nazareth per una nuova genesi fantasma. Le cinque lettere dell’alfabeto da salvare sono sempre e comunque D.A.N.C.E. …And Justice For All

La redazione redazione@inescomagazine.it


INESCODICE

78 MODA 38 Way of women 40 Le matin des magiciens 52 55DSL street couture 56 Il pasto nudo ARTE 62 New York in graffiti 64 Art Basel Miami 70 Milano e il Futurismo

40

52

MUSICA 72 Gorilla nella nebbia 76 Moderno gentiluomo 78 The love boat 84 Wavves 85 In principio era l’Industrial 86 Nell’antro del re della montagna 94 Coup de Fou

64

RUBRICHE 08 In the space 12 Visto per voi 16 Look around 28 Walking in my shoes 30 Mixdress 34 Entra pure 96 The magic number 98 Back’n’roll 100 Libri 102 Dischi

86


Alex “Fakso” Alex “Fakso” Self portrait Self portrait


IN THE SPACE Alla scoperta di chi fa cose e si mostra in rete

A cura di Cristina Zaga

STEFANIA DARDANO Kevin Barnes degli Of Monreal ha puntato i piedi, ha sfoderato i suoi tremendi falsetti ed ha preteso che fosse lei ha confezionargli un bel costumino di scena, not gender specific. Stefania, ci vorrebbe vedere tutti con delle gonne a “veneziana” e sogna un mondo in cui i vestiti possano essere componibili come Transformers. L’immaginario giocoso e a tinte pastello dell’infanzia, costituisce il leitmotiv della produzione di questa giovanissima designer piemontese che, a suon di pattern geometrici, ricerca del tessuto e della forma, rimasugli visuali dell’Albero Azzurro e dei cartoni stile giappo, realizza collezioni di capi modulari inconsueti, che ricordano quei fantastici (ma rognosissimi) vestiti assemblabili degli omini Playmobil. Un’unica preghiera: portatela a Legoland!

Chi è Stefania? Una ragazza di 23 anni molto disordinata che si occupa dello stile per Tokidoki Europa e cerca di ricavarsi del tempo per disegnare vestiti trasformabili. Le tue realizzazioni sembrano uscite da un mondo a metà tra Legolandia e L’Albero Azzurro… è questo il tuo background iconi8 INESCO

co, a metà tra l’onirico e la giocosa fantasia infantile? Legoland! Quanto mi piacerebbe andarci, ma non ci sono ancora riuscita! Nei miei vestiti confluiscono influenze diverse che spaziano dai libri per bambini di Leo Lionni, ai film di Aki Kaurismäki, passando per le collezioni di Marios. Voglio una gonna a tapparella

come la tua. Mi racconti come hai partorito questa idea? Quella gonna è un tutt’uno con una giacca ed è un pezzo unico, credo che me la terrò! A parte gli scherzi, fa parte della mia tesi di laurea, The Brick Folks, una collezione di abiti trasformabili e personalizzabili. In quel periodo studiavo a Firenze e ogni settimana, per tornare a casa, mi attendevano otto ore di treno. Di solito occupavo quel tempo morto pensando alle mie collezioni, cercando una soluzione per unire elementi del quotidiano all’abbigliamento, un’idea che mi girava per la testa da un po’. Viaggiavo in certi vagoni che ai finestrini, al posto delle classiche tende grigie, avevano delle veneziane. Osservandole ho capito che sarei dovuta partire da lì, da forme semplici, modulari, che con un gesto permettessero ad un abito di cambiare aspetto e di interagire con chi lo indossa. Come procedi nella realizzazione dei capi? Come scegli i tessuti, i colori, i tagli? Di solito parto da qualche idea che prendo, più che dalla moda, da elementi del quotidiano come gesti, volumi, colori. Preparo degli schizzi a mano per decidere il taglio e il mood generale, poi ricalco tutto in Illustrator per gestire più velocemente pattern, colori e dettagli dei “funzionamenti”. Ecco, i pattern: mi piacciono moltissimo soprattutto se geometrici. Ho una raccolta di ritagli, scansioni e fotografie di stoffe a fantasia vintage che uso come ispirazione per i miei lavori. La creazione del cartamodello è determinante e occupa molto tempo. Ultimamente il mio impegno full time a Civitanova Marche mi ha lasciato poco tempo per i miei progetti ma mi ha messo in contatto con sarte e modelliste esperte che sono state determinanti per la creazione di forme complicate, come nel caso del vestito per Kevin Barnes. «Hey Stefania, fighe le tue cose, faresti un costumino anche a me?» firmato il cantante degli Of Monreal. È andata più o meno così la richiesta di collaborazione? Cosa ti ha chiesto esattamente? Un costume ad immagine e somiglianza Of Montreal o qualcosa che sappia di Stefania? Potere di Myspace! Un giorno ricevo un messaggio da Kevin e Nina Barnes, avevano visto le foto dei vestiti trasformabili sul mio profilo e se ne erano innamorati. Mi chiedevano se ero interessata a realizzare un abito di scena per Kevin. Diceva: «I’d like

something outrageous and unconventional but still elegant and not gender specific.» Mi sono subito messa a disegnare e dopo qualche scambio di idee ho iniziato a cucire un outfit modulare, composto da molte parti staccabili (cappucci, maniche, colletti, mantelli, parastinchi...) per permettere a Kevin di ricostruire a suo piacimento l’abito ad ogni concerto o cambio di scena. Qualcosa in stile Bowie ma trasportato nel 2008 e sfaccettato come un origami, per intenderci... sono in attesa delle prime foto, non vedo l’ora! «Io credo che diventare un marchio di fabbrica sia un momento importante della vita. È il mondo nel quale viviamo. Devi averci a che fare, capirlo e cavalcarlo. Fino a quando non diventi la proiezione di te stesso, non sarai in grado di fare degli altri Damien Hirst.» Ok, questo il notorious Damien Hirst. Stefania vuole essere un marchio di fabbrica? Sai, per il momento la mia è una dimensione diversa, non mi preoccupo di essere un marchio di fabbrica, creo ciò che mi interessa, punto. Bauhaus Mood e The Brick Folks sono progetti nati dalla stessa matrice o antitetici? Sono progetti che hanno avuto una radice comune ma sviluppi diversi. Bauhaus Mood è una collezione uomo che è partita da presupposti commerciali differenti rispetto a The Brick Folks; in sostanza doveva essere più vendibile, più industriale, da qui il riferimento al Bauhaus. Si tratta pur sempre di abiti maschili in cui si tende a osare meno con i volumi ma ho potuto recuperare con strati, reversibilità e colori. Il luccicoso Swarovski ti ha chiesto una collaborazione? Quell’abito faceva parte di un progetto scolastico, una collaborazione tra Swarovski e Polimoda. Il tema era progettare un abito concettuale che contenesse i cristalli luccicosi. Non sono un’amante delle cose luccicose ma è stato interessante trovare un modo per veicolare un messaggio attraverso quell’estetica effimera. Visti i presupposti, scelta obbligata: trattare temi come TV e olocausto atomico! Ma lo sai che ogni gioiello Swarovski ha un nome diverso?! Sono quasi diventata pazza a preparare la scheda tecnica! www. imafashiondesigner.com myspace.com/ imafashiondesigner


IN THE SPACE

FRAN CABALLERO Risponde alle mie domande tra un compito di grammatica inglese e un problema di matematica. Ogni tanto mi mette in stand-by per terminare qualche ritratto allucinato o per finire di disegnare cosette tipo una donna nuda che di masturba con un bastone alla cui sommità spunta la sua piccola testolina mozzata e sanguinante: Tarantino fa il suo bell’effetto sulle golose menti dei minorenni. Tutto è cominciato dalla noia e grazie ad una vecchia Wacom impolverata scovata chissà dove in soffitta. Fran Caballero, è un moccioso inglese di diciassette anni cresciuto a pane ed Electro. Un giorno, boom, gli è esploso il computer, linee rosse hanno invaso il suo schermo ed Eureka!, ha deciso che quello sarebbe stato il colore della sua penna. A quanto pare la sua è una buona mano, tanto da essere adulato da Al-P e corteggiato da molti giovani DJ. Certo è che Fraaaaaaaaan, per talento e fiuto commerciale, le suona di santa ragione a parecchi suoi coetanei bamboccioni; tanto per dirne una: il ragazzo spera tanto che Barack Obama accetti di essere il testimonial della sua prossima linea di tee’s.

Chi è Fraaaaaaaaan ? Direi che è quasi il mio nome con una tanica di vocali aperte aggiunte. Non c’è un’identità nascosta dietro questo nickname, non ne ho proprio il tempo di crearmene una. Sei un ragazzo di 17 anni. Alla tua età si suppone che i tuoi principali patemi siano la scuola e lo studio, e che il massimo della concentrazione sia rivolto alla Playstation. Il tuo miglior amico invece è Illustator e la tua mano non se ne sta ferma un secondo. Quando hai cominciato a giocare con la computer-grafica? Chi tiha ispirato? Direi che riesco a ritagliarmi un bel 10 INESCO

po’ di tempo libero dai “patemi” da adolescente, così la mia vita è piena zeppa di tempi morti molto utili. Comunque direi che sono sempre stato influenzato dall’arte, e così ho cominciato a scararabocchiare sul banco, sul blocknotes, sui libri di scuola... direi praticamente ovunque. Papà, che ne sapeva molto più di me del mondo Adobe, mi ha dato in pasto ad Illustrator. Intanto, dopo settimane di ricerca forsennata in casa, sono riuscito a trovare una vecchia tavoletta grafica Wacom e da quel momento ci ho disegnato sopra qualsiasi cosa mi venisse in mente. Ci sarebbero un sacco di personaggi interessanti a cui ispirarmi e grandi maestri a cui

potrei approcciarmi, nonostante questo però, al mio lavoro mancava una direzione vera e propria. Ecco che la mia crescente addiction verso la scena Electro mi ha messo sulla giusta strada, così mi sono reso conto che quella doveva essere la mia fonte di ispirazione. Seguo con attenzione i lavori di gente come SO ME, Parra, Gaspirator e tutta la crew di Six Pack. Ho cercato infine di aggiungere un po’ di personalità ai miei lavori, lavorando sull’ironia e utilizzando molto la mia vis sarcastica. Hai una vera passione per ritratti, la musica elettronica ed il soft-porno: sono questi le basi del tuo “essere artistico”? Assolutamente sì! Praticamente proietto tutte le mie pulsioni sessuali da 17enne in quello che disegno. Penso sia illuminante seguire il proprio inconscio quando ci si vuole esprimere per mezzo della grafica. La maggior parte dei miei artisti preferiti sono surrealisti, come Dalì o Francis Bacon. Ti fanno davvero riflettere quando guardi le loro opere. La musica poi è sempre stata essenziale per me, la colonna sonora dei miei scarabocchi, anzi, direi che il tipo di musica che ascolto determina il risultato finale del mio lavoro. Ho notato che Al-P ha messo l’autoritratto che gli hai fatto tu come avatar di Myspace. Ne hai realizzati alcuni per altri artisti? Con chi vorresti collaborare? Sì, ho spedito le mie illustrazioni ad Al-P attraverso Myspace, ed ho cominciato a parlare con Jesse del mio lavoro. Loro sono forti e alla fine ho mandato altre cosucce a cui stavo lavorando. Tutto questo si è concluso con il vederle pubblicate sul loro space, fantastico! Ho disegnato e realizzato illustrazioni per molti artisti, il mio amico Nima Tahamasebi (NT89, ndr) e Daniel Domingo De Lara mi hanno dato la possibilità di realizzare vari progetti con loro. Sono entrato in contatto con SPRFKR (www.sprfkr.com), mi piacerebbe molto collaborare con lui, le sue tee’s sono tra le più fighe che si possano trovare in giro. Rosso, rosso e rosso! Direi che questo è il tuo colore primario. In realtà è stata tutta colpa di un incidente se il rosso è diventato preponderante nella mia produzione. Stavo cercando di unire due disegni quando il mio Pc ha deciso che era il momento adatto per esplodere, tutti i file si mischiarono e mi sono ritrovato con delle linee rosse che correvano per la pagina. Nonostante il caos, mi sembrava carino ed ho rielaborato

l’incoveniente a mio favore. Ora sto finendo di creare un portfolio total-red. A parte questo aneddoto, non sono molto interessato alla scelta dei colori, né sono particolarmente portato a farla, quindi, nella maggior parte dei miei lavori, coinvolgo il minor numero di colori possibili. Le mie ultime realizzazioni sono state fatte tutte direttamente in nero. Leggi i fumetti? Sembri ispirarti all’universo dei comics, quasi a Iacovitti, un grande fumettista italiano, anche se credo tu non lo conosca. Provo a dare ai miei lavori il risvolto più ironico possibile, rende tutto più divertente. Da piccolo, non mi sono mai dato ai fumetti; sai com’è, sono cresciuto giusto in tempo per assistere all’avvento della Playstation e preferivo leggere le riviste specializzate in videogames. Comunque, per quanto possa essere strano, più cresco e più mi avvicino ai fumetti. Weird. Ti piacciono i film del genere sexexploitation? Non so, Tarantino, per fare un nome. Molti dei tuoi disegni mi ricordano scene di quel genere. Tarantino è enorme, i suoi film mi fanno impazzire! Anche se in realtà, la maggior parte dei film che io reputo degni di vedere, sono stati giudicati principalmente per la colonna sonora. Ti senti parte della “Filthy British Youth” (sudicia gioventù inglese, ndr), titolo di uno dei tuoi ultimi lavori? Direi di sì, tutti sono etichettati oggi giorno, specialmente i giovani. Io penso che la cosa migliore che si possa fare, sia lasciare pensare la gente quello che vuole. Divertiamoci realizzando che, in fondo, abbiamo la piena e maniacale attenzione dei nostri “pulitissimi” adulti. Cosa vedi nel tuo futuro? Sei in procinto di realizzare tee’s con le tue grafiche? Se sì, chi vorresti le indossasse? Quest’anno spero di poter disegnare più spesso. Ho trovato idee giuste per buttare giù una serie di magliette e appena mi sentirò pronto ne produrrò un po’. Chi vorrei che le indossasse? Barack Obama, Michael Jackson, Lui Kang. Se con loro non funziona mi darò ai comuni mortali! Ma forse intanto è il caso che finisca i compiti! myspace.com/fraaaaaaaaan


VISTO PER VOI Gli appuntamenti a cui non siete potuti (o a cui non volevate) andare A cura di Cristina Zaga, Fiorella Ruth Kibongui, Nicola Guzzon

Rosa, Rosae, Rosam Milan / Italy Sono hip ma non se la tirano più di tanto, lolite manga che profumano di Italo-disco, ma nessuno glielo faccia notare, per la carità di Sabrina Salerno! Queste, si sono tenute gelosamente nel cassetto delle cose segrete, assieme ai Mini-Pony, i cartoncini di Gira la Moda e, per la miseria, loro sì che sono riuscite a trasformarli in abiti veri! Le Four Roses Girls sono quattro: Giulia (White Rose), Domitilla (Purple Rose), Blondie (Black Rose) e Biancaneve (Red Rose). DJs, ballerine, stiliste, le Four Roses Girls non temono il confronto con le Holograms. È certo però che Jem (e le Holograms appunto) è mamma-maestra-mentore dell’universo visivo di queste performers milanesi, devote ai numi di Occhi di Gatto, cresciute a pane (& Nutella) e anime ’80, debitrici a loro modo del mondo burlesque e trangugiatrici di electro music. Quelli della Four Roses Bourbon, novelli Simon Fuller, hanno messo insieme questo eterogeneo collettivo artistico per tutti i gusti, per tutte le stagioni, vero manifesto del girls-power, ed ha organizzato un tour che toccherà le migliori serate electro d’Italie. Le abbiamo viste già lo scorso 17 dicembre ai Magazzini Generali di Milano, e potremo vederle il 16 gennaio al Doris di Firenze, il 19 febbraio al Lapsus di Torino e il 24

marzo all’Akab Elektra di Roma. Noi al debutto di Milano che noi eravamo presenti: gente bella e belle cose al Melody Maker di via Tortona 9, location scelta per il pre-party, dove appena entravi ti cacciavano in mano il nuovo long drink Four Roses in Vegas, e così, nel giro di qualche minuto, ne è uscito un bel crogiòlo di (più o meno) hipsters che senza fare i saccenti-cool o senza parlarsi addosso, tranquilli e pacifici come tanti gesucristi, si sono goduti l’after-work, riempendosi le tasche di caramellline colorate, apprezzando il ricercato DJ set di Giulia e ammiccando al fotografo di turno. Giusto un paio d’ore dopo, l’apparente calma degli astanti è andata a farsi benedire (benedizione impartita a colpi di whiskey delle quattro rose ovviamente) sul dancefloor del mercoledì dei Magazzini, su cui le Four Roses Girls hanno fatto irruzione con la loro hit omonima. A farli ballare, sempre i gesucristi dico, ci hanno pensato anche Stefano Fontana e la House di David K. A fine serata c’era chi cercava di raggiungere la Starlight House, e chi predicava la pace nel mondo prendendo le difese delle povere Misfits. Curiosi di vedere cosa succederà e bramosi di sbronzarci a suon di (Death in) Vegas, aspettiamo le prossime date del tour. Salute! >CZ

BBBienvenidos in Wonderland Barcelona / Spain

Il meraviglioso mondo del Bread & Butter è come un circo senza però quelle stranezze inquietanti come strani individui che si piegano al contrario, Moira e animali vestiti da gelataio, ma con un messaggio di pace di fondo che unisce le nazioni nel nome del fashion. Abbracciamo quindi la causa dell’ultima edizione catalana della fiera che, rispetto alle previsioni, ha contato meno visitatori e espositori. Sarà la crisi, sarà che al momento chi tenta di farsi spazio in questo settore esce da ogni dove, fatto sta che sarebbe necessaria una selezione. Gli organizzatori sostengono che dagli 12 INESCO

anni prossimi sarà ancora più dura. Ringrazio, perché una rana gigante davanti all’ingresso mi consegna un flyer con su scritto “Monella vagabonda” e mi chiedo se io abbia preso l’aereo sbagliato o se vedere rane parlanti non sia l’inizio di un disturbo grave. Realizzato quindi che al Bread & Butter c’è molto da vedere prima di entusiasmarsi troppo, non resta che aguzzare l’ingegno, mettere gli occhiali-grossi e scovare qualcosa di geniale fra i ricchi padiglioni. Qui si concentra la creatività e quelle buone dosi di poserismo e ostentazione che appartengono

alla nostra street tamarra cultura occidentale. Tutto è giocato sull’atmosfera, il delirio di stimoli, negli stand curati fino all’ultima stangona sciampista che ti bippa il pass, passando per camicie a quadri, Adidas Superstar, barbe incolte, fluo-power e t-shirt di Obama. Una sosta d’obbligo è da fare nell’area Luna Park, crocevia di bancarelle con cibo unto e mojitos, fashion show su due ruote a cura di Wrangler e di lampadati in mutande di una marca che per pudore non nomino. Il padiglione Sport&Street vince, per i classici tra cui Reebok, che pimpa scarpe in diretta nel suo enorme stand e per Aumakua e Oplà, i primi italiani che riescono a stupirmi. È mio preciso obbligo segnalare alcune new entries della fiera interessanti, partendo dall’abbigliamento, con Belle Sauvage, Ames Bros, Darimeya e Joyrich. Proseguendo con le sciarpe di Erfurt Luxury Accessories e i cappelli intrecciati con la carta di Bailey of Hollywood. Infine, per le scarpe, the winner is la giapponese Hiromi di B by Aperire, con le sue calzature Trex per donne che incendiano i pavimenti quando camminano. Pochi nomi, solo dettagli, semini da far crescere e rivedere assolutamente quest’estate a Berlino dove si dice verrà trasferita tutta la baracca. Un ritorno a casa che sa di nostalgico e non convince tutti quanti, ma questa rimane la fiera più importante del settore ed è in Europa, non a New York, e ciò la dice lunga. Adios alla sangria e ai 18 gradi in pieno gennaio, ma willkommen a krapfen e Berliner Pilsner, perché le formule di fondo non cambiano mai. >FRK


monoty.com

WHATAREYOULOOKINGFOR?


VISTO PER VOI

Foto di Claudia Zalla

UN VINILE DAL PARADISO Conegliano Veneto / Italy D’accordo, in molti negozi regalano qualcosa ai clienti più affezionati, ma cosa? Non so voi, ma di solito mi rifilano al massimo un portapass, degli adesivi o l’immancabile calendario. C’è chi invece si è messo in testa di regalare un vinile, non uno qualsiasi, ma un disco prodotto apposta per l’occasione. È nato così Lords Of Coney Island, un Ep che celebra l’amicizia tra Andrea Pessotto, propietario del Settimo Cielo Vintage Shop, e il produttore-DJ udinese Funkabit, e che vede inoltre la partecipazione di Scuola Furano, Fare Soldi, Useless Wooden Toys e del non ultimo Francesco Brini, titolare della bolognese Mozzarella Records, etichetta che ha sostenuto il progetto insieme a WeSC, Sixpack France e a noi di Inesco. Presentato con un riuscitissimo party lo scorso 4 gennaio allo Zion Rock Club di Conegliano, il vinile è ora a disposizione di quanti vogliano festeggiare un’intensa giornata di shopping ballando sulle basse profonde di You-can-fun-a-little-bit & Co.

Chi è Funkabit e il perché di questo nome. Funkabit: Mi chiamo Simone Coccato, ho 22 anni e sono di Udine. All’inizio i Funkabit erano in due, poi le strade si sono divise per motivi che non sto qui a spiegarti e ho portato avanti il progetto da solo, ispirandomi alle realtà vicine che iniziavano a farsi strada, come gli Scuola Furano e la crew Riotmaker. Il nome Funkabit non è altro che la contrazione di You can fun a little bit. Cos’è il Settimo Cielo?

14 INESCO

Andrea: Il Settimo Cielo è uno shop di streetwear e vintage, ma non solo: diciamo che è la realizzazione di un sogno che avevo fin da adolescente, cioè quello di aprire un negozio tutto mio. Il nome altro non è che lo stato d’animo che avevo ed ho tutt’ora per essere riuscito nell’intento. Da quanto fai il producer e il DJ? F: Ho iniziato a produrre quattro anni fa. La mia è una famiglia di musicisti, mia madre è operista, mia sorella è diplomata in flauto traverso e mio

nonno era compositore. Capisci che per me è stato un passo naturale. Fare il DJ è stata un’esigenza che è venuta poco dopo, all’interno dei set suonavo anche i miei pezzi per farli così conoscere alla gente e agli addetti ai lavori. Da quanto hai aperto? A: Sacile dal 2002, mentre a Conegliano dal 2006. Come vi siete conosciuti? F: È successo tramite MySpace, ho fatto la richiesta di amicizia al Settimo Cielo e poco dopo Andrea mi ha risposto entusiasta proponendomi una collaborazione. A: Sì è così, ci siamo conosciuti su MySpace. Una volta accettato la sua richiesta d’amicizia ho ascoltato i suoi pezzi e mi sono piaciuti, tant’è che gli ho chiesto se voleva suonare durante gli aperitivi che facevamo e facciamo tuttora qui in negozio. Lui ha accettato, abbiamo organizzato la cosa e ci siamo conosciuti di persona. Non è stato vero e proprio amore a prima vista, Funkabit era di poche parole e piuttosto riservato, ma col tempo si è sciolto e ora mi scrive TVB negli sms. Che teneri! Ditevi qualcosa di carino. F: Rinnovo il mio TVB, ma non montarti la testa! A: Dirò una cosa sola (e mostra il dito medio a Funkabit, poi si alza, sparisce per due minuti e torna con un sacchetto di pop corn caldi sfornati dal microonde). Come vi è venuto in mente di lanciarvi in questa avventura? F: Avevo già prodotto qualcosa per Mozzarella Records, la label di Francesco Brini (già Pinktronix e batterista degli Swayzak) e avevo voglia di rimettermi a lavorare su qualcosa di nuovo, ecco che una produzione legata ad uno shop mi sembrava piuttosto stimolante. A: Cercavo un regalo diverso e particolare da dare ai miei clienti durante e dopo Natale. Essendo io un appassionato di rider digest e molto legato al mondo vintage, soprattutto ’70, il vinile mi sembrava l’idea giusta, così ho proposto la cosa a Funkabit che si è messo subito all’opera. Lords Of Coney Island è senza dubbio un progetto che fa dell’ironia il suo ingrediente principale: è per questo che ti

sei attorniato di artisti bravissimi nel proporre musica di qualità in salsa easy? F: È così, ho avuto la possibilità di lavorare in un ambiente sereno, con gente capace a cui non mancava mai il sorriso! Con Scuola Furano e Fare Soldi ci lega il fatto di essere tutti friulani e soprattutto amici, mi piace la loro filosofia e il loro modo di vivere le cose. Negli Useless Wooden Toys cercavo un suono potente ma fresco che smuovesse la pista facendola divertire. Brini invece rappresenta la parte più tecnica dell’Ep e il suo remix ha una connotazione clubbing rivolta anche al mercato estero. Chi ha pensato alla copertina del vinile? Perché proprio un vecchio televisore? A: Su questo argomento non ti nascondo che c’è stato qualche scazzo tra me e Funkabit: io vedevo la cosa dalla parte del fruitore finale mentre lui da quella del produttore. Non riuscivamo a metterci d’accordo insomma. Alla fine abbiamo optato per qualcosa che avesse a che fare con la filosofia del negozio, quindi qualcosa di vintage ma pur sempre legato alla musica. Sono sempre stato affascinato dai titoli di coda dei film; molta gente quando un film finisce cambia canale o si alza dalla poltrona del cinema per uscire, io invece considero quel momento una parte integrante del film stesso, un momento in cui si vuole raccontare allo spettatore quanti sforzi sono stati necessari per realizzare quanto visto. È proprio in quegli ultimi minuti che la musica ha un’importanza fondamentale, non a caso, le più belle colonne sonore danno il meglio alla fine, con il brano di chiusura. Ecco che l’immagine di un vecchio televisore su cui “far scorrere” i titoli e le informazioni dell’Ep poteva essere la soluzione al nostro problema, ne abbiamo parlato anche con Pasta (Fare Soldi e Amari) che ha così realizzato l’artwork. Sempre la componente ironica fa un po’ dimenticare che produrre un Ep è una cosa non semplice: che lavoro e che impegno c’è stato dietro al progetto? F: Per arrivare ad un disco finito ci sono mille cose da pensare e da fare. È piuttosto impegnativo ma alla fine, considerando che è una cosa fatta con passione, la soddisfazione


di veder realizzato quello che fino a pochi mesi prima era solo un’idea nella tua testa non ha prezzo... per tutto il resto c’è MasterCard! A chi ti rivolgi quando suoni o produci? Cosa vuoi comunicare? F: La mie priorità sono colpire e far divertire la gente. Voglio vedere le persone sorridere durante i miei set e mi interessa creare curiosità, stimolare negli altri le stesse sensazioni che provo io nell’ascoltare i pezzi che seleziono. Per quanto riguarda le produzioni, presto molta importanza alla personalità e al groove; cerco di far “girare” i miei pezzi e solo quando trovo il “tiro” giusto posso dirmi soddisfatto. Ancora a Funkabit: il nome stesso dell’Ep, fa capire che il vostro è un progetto pensato con un occhio di riguardo per la città di Conegliano, ma non solo, diciamo che si può estendere il concetto a tutte le piccole realtà di provincia: come vedi la situazione musicale in questi angoli di mondo abbandonati da Dio? F: Non sono un friulano purosangue, mia madre infatti è romana, ma mi sento molto legato ai posti in cui sono cresciuto e dove ancora vivo. Certo che non sono realtà facili da gestire, ad Udine per esempio, fino a qualche anno fa era impensabile l’idea di mettere un pezzo dei Daft Punk e aspettarsi che la gente corresse in pista. Ora la situazione è diversa e si riescono a proporre cose abbastanza eterogenee, questo grazie agli sforzi di chi, durante questi anni, ha tenuto duro ed ha seguito le proprio idee, come la Riotmaker, tanto per fare un nome. Andrea, giro la domanda a te: come risponde la gente a quello che cerchi di proporre nel tuo negozio? A: Fin da quando ho deciso di aprire i negozi di Sacile prima e Conegliano poi, tutti hanno cercato di farmi desistere consigliandomi di investire in altre città o addirittura all’estero, invece ho voluto scegliere la strada più difficile e rimanere dov’ero: la vivevo come una sfida. Col tempo ho imparato a rapportarmi alle realtà, ai clienti, cercando di proporre la mia visione delle cose attraverso i brand che mano a mano presentavo loro, ma non solo, ho cercato anche

di dialogare e propormi alla gente anche tramite l’uso di Internet, dei social network e di riviste come la vostra, tutti mezzi scarsamente utilizzati al tempo. In un anno e mezzo c’è stata una crescita esponenziale che mi ha fatto credere ancor di più nelle mie idee, infatti come vedi, oggi sono ancora qui. Un aggettivo per Andrea. F: Guarda, meglio se non te lo dico, finirei per litigarci. Un aggettivo per Funkabit. A: È un ruffiano. Cosa farete quest’anno? Qualche anticipazione? F: Ho avuto molte richieste di collaborazione per la realizzazione di remix, tipo dai Trabant, Fare Soldi, Carnifull Trio, Useless Wooden Toys e altri. Inoltre sono in fase di ideazione di alcuni featuring per un album che, se tutto va bene, dovrebbe uscire il prossimo autunno. A: Molto probabilmente riproporremo al Magnolia di Milano e a Bologna (città dove ha sede Mozzarella Records) un evento del tutto simile a quello dello scorso 4 gennaio. Parlando del negozio invece, posso dirti che la ricerca di nuovi prodotti e realtà non ha mai fine. Partirà a breve la distribuzione di un brand giapponese, Zillion, che produce hat, cinture e lacci da scarpe, tutto confezionato utilizzando esclusivamente il tessuto dei kimono tradizionali. Questo duemilanove sarà un anno che vedrà la riconferma, tra gli altri, di WeSC, Sixpack France e Modern Amusement. Inoltre, sarà un bellissimo anno per Pa:nuu, che porterà anche stavolta un’ondata di colori ostentatamente anni Ottanta. >NG www.settimo-cielo.net myspace.com/funkabit

Nelle foto, dall’alto: l’interno del Settimo Cielo di Conegliano Veneto, Funkabit, Andrea Pessotto.

15


LOOK AROUND SHOP E CONCEPT STORE DALL’ITALIA E DAL MONDO A cura di Martina Ferri Faggioli e Marco Iemmi Foto all’I-studio di Claudia Zalla

I-studio Quando vivi in una città come Milano per tanto tempo ad alcune cose non fai più caso, ti passano sotto il naso e non le vedi nemmeno. Altre ti pesano da far schifo ed altre ancora ti sembrano irrinunciabili. Poi la lasci ed ogni volta che ritorni senti che non ti appartiene più e tutto sembra avere un sapore nuovo, diverso. Così, senti salire l’acquolina, che a poco a poco diventa fame ed hai voglia di scoprire tutto quello che ti sei perso.

I-studio di via Tortona

Come ti chiami? Loris Come nasce I-studio? Dopo decenni passati a lavorare nel mondo dell’abbigliamento, nel 2003 siamo partiti progettando una piccola collezione con in testa l’idea chiara di realizzare un prodotto che fosse fortemente legato al design. Evolvendosi il progetto è diventato quello che sono oggi i nostri due negozi mutimarca progettati interamente dal sottoscritto; uno in via Tortona 12 ed il nuovissimo punto vendita (aperto da soli due mesi!) in Corso di Porta Ticinese al civico 18. La vostra filosofia è quindi offrire prodotti ad alto contenuto di ricerca e design, non è così? Esattamente. La regola però è non 16 INESCO

raggiungere mai i prezzi del lusso, sia per quanto riguarda la nostra collezione, sia per la scelta dei brand. Di questi ultimi un esempio può essere l’apprezzatissimo marchio brasiliano dall’esperienza ventennale, Melissa, con le sue scarpe, rigorosamente in gomma profumata. Ogni modello è frutto di una collaborazione con un artista/designer diverso, che dà il nome alla scarpa. Questo ci permette di non rimanere mai ancorati ad un’unica direzione, spaziando dall’abbigliamento agli accessori e bijoux, fino ad alcuni complementi d’arredo. Quali brand possiamo trovare da I-studio? Oltre al già menzionato Melissa, abbiamo Yijie [*] e Rizien per le cal-

zature, Swenson, Just A Perfect Day e Good Society per il denim; inoltre abbiamo Prima E, Urbahia, Ben Simon e gli accessori di Gattacicova [**]. Parlami della vostra collezione: com’è strutturata? La collezione è suddivisa in abbigliamento ed accessori. Per quanto riguarda l’abbigliamento abbiamo capi come t-shirt, abitini e gonne in jersey, di viscosa e lana ed alcuni capi spalla in lana cotta; si tratta di capi basici ma con dettagli interessanti a livello di forma realizzati in tessuti estremamente confortevoli. La parte più grossa del lavoro però è composta dalla produzione di accessori e componenti in metacrilato, un materiale plastico molto versatile che

esiste da oltre 40 anni, con diverse fantasie di tessuto inserito. Abbiamo bracciali rigidi, bottoni di diverse forme e dimensioni, orecchini, collane e cinture. Anche voi come altri brand, ad esempio 2357 di Pharmacy, avete scelto di permettere al cliente di personalizzare, secondo il suo gusto personale, ciò che viene acquistato. Loro lo fanno con le felpe, voi con gli accessori: come reagiscono i clienti davanti a questo diverso modo di fare shopping? Direi molto bene, perché permette al compratore di muoversi in completa libertà e ciò risulta piuttosto divertente, per questo motivo si rivela una strategia vincente. È vero però che ci


4

m

o m a

a

io

o

io

ze

zo

a

r

r

a

in

n

en

r

bb

r

fe

to 9

n

r

ge

fi

6

2

1

1

Four Roses Girls myspace.com/fourrosesgirls


LOOK AROUND [segue da pag. 18] vuole una certa dose di creatività per muoversi in modo completamente autonomo. Per chi ha bisogno di una mano ci siamo noi pronti a distribuire consigli, oppure può scegliere tra diverse proposte di bijoux finiti sempre di nostra realizzazione. Ogni anno siete tra i protagonisti del Fuorisalone al Salone del Mobile di Milano: cosa ne pensi di questa fiera? Premetto che definire ancora questa manifestazione “Salone del Mobile” è assolutamente limitante, è come parlare di calcio balilla al giorno d’oggi. In ogni caso, ritengo che tutti i settori, compresa la moda, dovrebbero guardare con attenzione a questa fiera che ogni anno riscuote un successo ed una partecipazione mai visti prima. Il fatto di essere aperta al pubblico e non solo ai buyer permette di comunicare ad entrambi nello stesso modo e momento rendendo tutto più accessibile a tutti. È assurdo chiudere le porte delle fiere destinate al fashion business riservandole unicamente al solito gruppo ristretto di frequentatori; rischiano di essere sottopopolate e non apprezzate come dovrebbero. Un esempio è il White dell’autunno

passato: organizzato in modo nuovo e davvero carino, ma vuoto! Puoi darci qualche anticipazione per il prossimo Fuorisalone? Per quest’anno porteremo avanti il progetto iniziato l’anno scorso, facendo sì che il negozio diventi anch’esso fiera, ma in modo più incisivo. Abbiamo indetto una sorta di concorso tra i nostri brand. Ognuno di loro dovrà preparare un prodotto in edizione limitata riservato ad Istudio. Tra tutti ne sceglieremo tre che verranno venduti durante i giorni del Fuorisalone e che faranno parte delle future collezioni per l’autunnoinverno ’09. Il denominatore comune è che tutti i prodotti delle aziende puntino fortemente al design. Per quanto concerne la nostra produzione, stiamo realizzando delle borsette rigide e una lampada in metacrilato di 2,70 metri, l’oggetto più grande mai realizzato in questo materiale. >MFF

I-studio di Porta Ticinese

Pendagli in metacrilato

* YIJIE

** GATTACICOVA

«Dans la vie il n’y a pas de grandes choses, il n’y a pas de petites choses, il y a autre chose, autre chose c’est ce que j’aime et que je fais». («Nella vita non ci sono grandi cose, non ci sono piccole cose, ci sono altre cose. Le cose che amo e che faccio»). 

Come espressione già ci piace tantissimo ed ha un suono che riempie la bocca. Il fatto poi che nasca tra le mura di una trattoria in quel di Mantova, per quanto bizzarro, ci fa apprezzare ancora di più il lavoro di Marco Daolio che inizia la sua carriera di designer progettando complementi d’arredo e riempiendo le pance di clienti affamati. Oltre a cappelli, guanti, borsette ed occhiali Marco lancia, per questa stagione, l’abito Uovo mono taglia e mono cucitura. E se l’ha scelto anche la bella Greta Altieri (alias Go Baby, vedi INESCO 6) siamo sicuri che sarà un vero successo.

Anticonformista, giovanissima e francese la designer Serena Mazzotti ha fatto della sua passione e del suo gusto personale un vero e proprio lavoro. La sua collezione di calzature in materiale ecologico, dal forte sapore gitano, ci porta indietro nel tempo, agli anni di Woodstock. E se metti che l’ispirazione gode anche del sapore salmastro del venticello che soffia sulla costa chic a sud della Francia (Nizza!), le scarpe di Serena sembrano ancora più belle. 18 INESCO

www.ilovegattacicova.it


LOOK AROUND

Papa & Mamatoro Se vi allontanate un attimo dalla spiaggia e vi addentrate nel centro di Cannes, Rue Hoche n°35, troverete un personaggio che ha fatto del gusto per la moda la sua vera forma di espressione e sperimentazione. Vincent Polizzi aka Papatoro, questo il suo nome, ha tradotto la sua attitudine in MAMATORO Boutique Gallerie, un concept-store che si svela come una perla rossa e nera tra le rue della città. Una sorprendente ensemble di capi d’abbigliamento, footwear, accessori e toys, frutto di una continua ricerca stilistica e di un’attenzione dedicata interamente ai più innovativi – e a volte meno noti – brand francesi ed internazionali. Inoltre, Polizzi investe molte delle sue risorse anche nell’arte contemporanea, attraverso la sua temporary gallery allestita all’interno dello shop che accoglie così esposizioni dalle molteplici sfaccettature ed altrettanto eclettici artisti che lì mostrano le loro opere.

Ciao Vincent, come stai? Raccontaci com’è cominciato questo tuo progetto. Qual è il significato del nome Mamatoro e cosa intendi per concept store? Ciao! La storia è cominciata con mia moglie Caroline, concettualizzando l’idea di un negozio cool per ragazze al quale incorporare arte, toys e accessori appartenenti al nostro background di cultura street. Il nome dello shop deriva da un nostro slang, che usavamo per chiamarci l’un l’altro: “Paps” per i ragazzi, “Mams” per le ragazze; essendo poi entrambi del segno zodiacale del toro siamo arrivati a “Mamatoro the mams boutique”. Due anni dopo l’apertura del negozio, incontrammo Celia e compram 20 INESCO

mo insieme una nuova struttura che ci consentì di allestire un’art gallery all’interno dello store e di ampliare la nostra gamma di prodotti. Per noi, “Concept Store” significa coerenza tra tutti i progetti, prodotti e filosofie della street culture che contraddistinguono ogni cosa che trovi da Mamatoro... siamo fieri di questo! Nel tuo store il tuo gusto personale e la ricerca sappiamo essere aspetti determinanti. Qual è l’attività che segui con maggior interesse? La ricerca di nuovi brand nel panoroma streetwear, la ricerca di artisti per la temporary gallery, o le partnership e gli eventi legati a magazine e musica elettronica? Tutte quelle che hai elencato, sono le

attività necessarie a far si che il mio lavoro rispecchi lo spirito che contraddistingue il nostro store. Ogni singola partnership segue lo stesso iter di selezione, derivano tutte da un’emozione una sensazione che possano legittimare la nascita di una collaborazione. Devo sentire un legame con i prodotti commercializzati, con le esibizione proposte e con qualsiasi altra cosa che possa attirare l’attenzione del consumatore. Seguo molto l’istinto e la passione in queste cose, perché credo che dietro ogni partneship, dietro ogni artista ci sia un rapporto umano che sovrasta ogni altra cosa. Quello che mi stupisce maggiormente e che ora sono brand, artisti e magazine a proporci collaborazioni e questo significa per me poter esplorare nuovi ambienti creativi. Siamo una piccola realtà ma abbiamo una rigida selezione e sono tremendamente fiero di tutto questo! La nostra galleria d’arte ha avuto un enorme successo, a tal punto da costituire il “Mamatoro Art Collective”, fucina di artisti (interior, visual, graphic designer e graphity artist) che hanno materiale da mostrare ma non gallerie in cui esporlo. Oltre ai tre più conosciuti brands a livello internazionale quali F&M, 55 DSL e PHCY, cosa pensi del panorama streetwear italiano?Per la tua ricerca, segui anche la nostra realtà street o preferisci attingere solo dalla scena underground francese? Beh, a questo riguardo ho un aneddoto da raccontarti: nel 2005 ero a Firenze per una vacanza romantica insieme a mia moglie Caroline e ho avuto modo di conoscere, oltre alla famosa arte italiana, la scena underground del vostro paese attraverso alcuni store e art gallery che ho

visitato (Dangerous Work e Modo), ad esibizioni a cui ho assistito (Slam Jam’s Collections), e personaggi appartenenti a collettivi artistici che ho incontrato. In questi shop oltre a scorgere molta creatività e ricerca dei brand ho addirittura comprato parecchie tee’s per la mia collezione personale. Quindi lasciai Firenze completamente convinto della qualità della cultura streetwear italiana, e del fatto che questo è un movimento globale in cui tutti parliamo la stessa lingua. Nonostante questo ammetto di avere un occhio di riguardo per la scena underground francese e ultimamente addirittura collaboro con un brand nato nella vicina Nizza chiamato “Boom Bap” e distribuito naturalmente all’interno di Mamatoro. Cannes, la sua fama, il red carpet del Festival del cinema. Non è certo il luogo più adatto dove far attecchire uno stile che nasce dai sobborghi urbani: è stata dura all’inizio? Cannes è una piccola città che ospita un evento di portata internazionale. Ma ti assicuro che nonostante la presenza annuale del Festival e delle chermesse modaiola esistono persone che vivono qui, capaci di ritagliarsi spazi importanti a livello internazionale in ambienti ben distanti da quello rappresentato dalla Croisette. Un esempio che mi fa piacere menzionare è quello del mio amico Maxime che lavora per 55DSL a New York. Concordo con te però quando sostieni che Cannes non è probabilmente il luogo più adatto per far attecchire un concept store basato sulla cultura street, anche se è utile ricordare che quello che poteva essere underground cinque anni fa può


LOOK AROUND

[segue da pag. 22] diventare trendy molto velocemente. Lo stile dei sobborghi ha raggiunto i brands di alta moda e nello stesso momento la musica hip-hop è diventata l’industria discografica con maggiori vendite al mondo. Noi abbiamo cercato di essere sempre un passo avanti nella ricerca, che vi assicuro non è il modo più semplice di portare avanti un business, ma non ci siamo mai fatti spaventare da tutto questo. Sixpack, Faker e Clark Magazine durante il Festival Pantiero 2008, Eastpack e 55DSL in passato, non sono sicuramente partnership e collaborazioni che tutti i concept store si possono permettere. Qual è il tuo segreto? Nessun segreto, solo coerenza. Noi abbiamo cominciato a vendere nel nostro shop i prodotti Faker fin dall’inizio e l’amicizia con la crew di Clark Magazine è nata in modo totalmente spontaneo. Anche quello che accadde con 55DSL ne è un ulteriore esempio. Andrea Rosso è sicuramente la persona più curiosa e interessante che io abbia conosciuto di recente, tanto che venne a Cannes appositamente per visitare il nostro shop. Più semplice di cosi! Non ci sono segreti

22 INESCO

dunque, le collaborazioni nascono spontaneamente quando sei veramente legato ad una cultura, quando la segui con passione e con l’apertura mentale necessaria. Prima di salutarci, qualche anticipazione, nuovi progetti per il futuro? Continuerai a stupirci? Noi siamo sicuri di questo! A presto Vincent e grazie di tutto. Spero di continuare su questa strada se vi sto stupendo! Abbiamo una nuova stagione di esposizioni già programmate nella nostra temporary gallery a partire da gennaio 2009, nella quale ospiteremo “Ambiguos Clothing” e l’esibizione itinerante “Ambiguos Artist Paddels”, caratterizzata dalla presenza di artisti provenienti da tutto il mondo che si sfideranno in un torneo di ping-pong. Parteciperanno a questo evento tre artisti di spicco del collettivo Mamatoro: Moise Mandoli, Super Gerard e Ekla. Queste esibizioni già programmate si chiuderanno in maggio quando ospiteremo nella nostra gallery “Akiza” con il suo personale e creativo mondo di personaggi in bianco e nero. >MI


LOOK AROUND CATWALK VERSION A cura di Martina Ferri Faggioli

SPECIALE SFILATE DONNA P/E 2009

Ann Demeulemeester Devo ammetterlo, ho un debole per lei e nutro un amore spassionato per il suo senso della moda assolutamente privo di tempo. Che dire, ho la costante impressione che stia proprio nella coerenza con sé stessa l’elisir di eterna giovinezza di cui godono tutte le sue collezioni.

Yves Saint Laurent by Stefano Pilati Tanto nero (come piace a noi) paillettes, vita alta, pancia scoperta e reggiseni a vista, senza essere volgari. Chi altro ne sarebbe capace?!

Givenchy by Riccardo Tisci Sempre all’altezza della sua posizione, sempre nero, sempre accattivante ed audacemente femminile. Il conubbio jeans & leather ci manda letteralmente in brodo di giuggiole!

Alexander McQueen Anche il più banale Swarowski diventa, nelle sue mani un vero e proprio capolavoro, come la tuta nera rivestita di cristalli ton-sur-ton. Non è proprio il pezzo più adatto per fare la spesa al mercato, ma chi di voi non ne ha mai desiderata una?!

24 INESCO


Antonio Marras Romantico ed un po’ malinconico come solo lui sa essere. Unico nella sua specie.

Jill Sander Essenzialmente perfetto, anche quando osa coprirsi di frange dandosi un tono piacevolmente Rock’n Roll. Pollici alti e ben in vista!

Dries Van Noten Cari fidanzati, mettete sotto chiave il vostro guardaroba: giacche, t-shirt over e pantaloni a sigaretta stanno per essere razziati.

Jill Sander

Jill Sander

Dries Van Noten

Dries Van Noten

Marni Fiori, fiori ed ancora fiori. Ovunque, su abiti e gioielli, e ancora pois in macramè per un effetto vedo e non vedo. Da far invidia al sua maestà primavera.

Sophia Kokosalaki Amazzoni e Valchirie ad altro tasso di femminilità. Un consiglio? Lasciate a casa il cavallo ed arrampicatevi sui tacchi più alti che avete per slanciare la figura.

25


LOOK AROUND CATWALK VERSION

BEAUTY & STYLING P/E 2009 Dive, divette, principesse e scarpoline senza distinzioni, armatevi di Eye Liner e dateci dentro più che potete. Non sono ammesse sbavature!

Yves Saint Laurent

Rodarte

Lanvin

CAPELLI: vanno per la maggiore i parrucchieri di Audrey Hepburn ed Eva Kant.

Stella McCartney

Dries Van Noten

SCARPE: puntate in alto...

Stella McCartney

Gucci

Marni

Dries Van Noten

GIOIELLI: l’importante è esagerare, sempre. 26 INESCO

Lanvin

TRUCCO

Marni

Rodarte

Gucci

Gucci

...altissimo!

Lanvin

BORSE: piccolo è comodo. Armatevi di pazienza e... borsette alla mano.

Dries Van Noten

Yves Saint Laurent

Lanvin

SPIAGGIA: davanti...

Lanvin

...e dietro.

Louis Vuitton

OCCHIALI


Resident Resident Dj:Dj: Alex Alex Mastini Mastini

www.justmarriedvr.com www.justmarriedvr.com info: info:info@justmarriedvr.com info@justmarriedvr.com

Partners: Partners:

myspace.com/justmarriedparty myspace.com/justmarriedparty booking: booking:booking@justmarriedvr.com booking@justmarriedvr.com


WALKING IN MY SHOES

A cura di Enrico Grigoletti

These boots are made for walking Non ti preoccupare, la Primavera non è sicuramente alle porte: fonti attendibili ci hanno confermato che le temperature non saliranno sopra i 5° prima di Luglio, quindi sei ancora in tempo per proteggere i tuoi piedini dal freddo.

Opening Ceremony M-14 www.openingceremony.us

Dr. Marten’s Made in Monocrome www.drmartens.com

Ralph Lauren Ranger Boots www.ralphlauren.com

Opening Ceremony All Season Boots www.openingceremony.us

Sophnet x Danner Boots www.soph.net

Redwing Peco Boots www.redwingshoes.com

Siv Stodal x Daleko Boots

Nom de Guerre x Redwing www.redwingshoes.com

Visvim Hicker Boots

Terrem Cavern Boots

28 INESCO

White Mountaineering Wader Boots www.whitemountaineering.com

Ubiq Preseren Boots ubiqcube.typepad.jp


MIXDRESS

Styling di Cristiana Santella Grafiche di Diego Soprana

boyzzz Hat: Mishka Pantaloni: Henrik Vibskov T-shirt: Mishka Sneakers: Mishka Adio Spolverino: Visvim Orologio: Casio Databank-watch Zaino: DQM x SAG Tokyo 30 INESCO


boyzzz T-shirt: Surrender Giacca con cappuccio: Stussy Realmad-hectic-afd-icegear-goretex-jacket Spilla: Pam Cardigan: S.N.S. Herning Berretto: Outlier Pantaloni: Original-Fake Borsa: Pam Scarpe: Vans Active / Taka Hayashi Acqua: Evian by Jean Paul Gautier 31


MIXDRESS

Styling di Martina Ferri Faggioli

girrrlz Foulard con frange: Bally www.net-a-porter.com Occhiali: Ray-Ban Camicia: Luella www.net-a-porter.com Gilet in pelle: Thomas Wylde www.net-a-porter.com Scarpa: Givenchy www.barneys.com Guanti fantasia: Kenzo www.yoox.com Clutch: Sonia Rykiel www.net-a-porter.com Borsa con frange: Laboutin www.mytheresa.com Pantalone: Balmain www.mytheresa.com 32 INESCO


girrrlz Tuxedo: Topshop www.topshop.com Guanti: Topshop www.topshop.com Fascia per capelli con fiore: Urban Outfitters www.urbanoutfitters.com Calze: Fogal www.barneys.com T-shirt con stampa: Lanvin www.mytheresa.com Gonna fantasia blu e nera: Marc by Marc www.mytheresa.com Cintura: YSL www.mytheresa.com Wallet: YSL www.mytheresa.com 33


ENTRA PURE

Dissertazioni casalinghe sul vostro guardaroba Foto di Anna Poggioli

Michele, 26 anni, Milano Come ti descriveresti? — Cosa pensi quando apri il tuo guardaroba? — Cosa manca e cosa butteresti? —


35


Giorgia, 20 anni, Milano Come ti descriveresti? Abissale, ambigua, sicuramente fertile, a volte tempestiva, quasi sempre persistente, sempre alienata, tutti i giorni esigente — dalla vita e da chi mi circonda — mai sleale. Cosa pensi quando apri il tuo guardaroba? Che casino! Cosa manca e cosa butteresti? Mancano: le calze con la riga dietro, le famose seamed rilanciate recentemente da Chanel. E ovviamente manca coerenza. Butterei un vecchio jeans Levi’s.


37


Way Of Women Quando la creatività è donna

DI MARTA STELLA La creatività è donna, lo si sa. Non è facile immaginare che il flusso creativo di donne provenienti da ogni parte del globo si possa concentrare in un solo luogo dove arte, musica, fotografia, cinema, moda, giornalismo e design si fondono in un mix di creatività tutta al femminile. Tutto questo è Way Of Women, progetto ideato da Studio Blanco in collaborazione con Sportmax Code: la linea giovane di Max Mara ed il noto studio di comunicazione e design con sede a Reggio Emilia hanno infatti dato vita ad un progetto on line che indaga il rapporto tra creatività e donna a 360 gradi, un vero e proprio percorso al femminile che accompagna il visitatore attraverso esperienze artistiche, esperienze di vita e percorsi creativi che si incontrano per mettere in luce giovani donne che hanno tutte le caratteristiche per potersi distinguere all’interno del panorama mondiale dell’arte contemporanea. Un vero e proprio agglomerato di idee e progetti, simboli di una moderna creatività tinta di rosa, dove la donna, un tempo considerata esclusivamente musa dell’artista, può ora esprimere al massimo il proprio potenziale su un palcoscenico virtuale che ospita non solo le sue creazioni, ma anche spaccati del proprio vissuto: le protagoniste di WOW, questo l’acronimo che contraddistingue il progetto, sono infatti donne di età compresa fra i 20 e i 40 anni che operano in maniera creativa ed in campi artistici diversi, persone famose e non che si mettono in gioco per spiegare, in una sorta di “intimo” dialogo da donna a donna, il proprio percorso, svelando così anche qualche segreto che rivela determinate loro scelte di vita e professionali o dettagli riguardo al rapporto con la città in cui vivono. Ogni quindici giorni il sito viene così aggiornato con nuovi profili e nuove interviste, completate anche da reportage fotografici e video che rendono il webmagazine un grande atto creativo dedicato solo e soltanto alla donna. Sportmax Code è da sempre infatti molto attento a tutto ciò che ruota attorno all’universo femminile, ed ha sempre dedicato un’attenzione particolare al “mondo donna”, 38 INESCO

tanto che Way Of Women si presenta proprio come una naturale sviluppo di questo concept in un’ottica però più moderna e contemporanea, quale quella del web. Questo progetto, nato infatti esclusivamente on line, ha già da subito intrapreso attività parallele di comunicazione come ad esempio la presenza sui social network più famosi come MySpace e Facebook, grazie ai quali l’interesse per il progetto si è amplificato: oltre a ricevere ogni giorno proposte e apprezamenti dai fans, Way Of Woman mette on line reportage fotografici effettuati in determinati eventi legati al mondo della creatività dove donne scelte per gli scatti vengono immortalate con in mano mano la card “teaser” firmata WOW. Un universo femminile, quello di Way Of Women, che non vede passato e presente ma solo futuro, uno slancio creativo con alla base il concetto dell’“essere donna” al giorno d’oggi, una donna che viaggia, si sposta ed ha continuamente bisogno di nuovi stimoli: questo infatti spiega il perché quasi tutte le protagoniste risiedano in grandi metropoli come Parigi, Londra o New York, ma la maggior parte delle volte provengano da piccoli centri, dove hanno potuto coltivare il proprio talento per poi “esplodere” nella grande città. La collaborazione tra Sportmax e Studio Blanco, già attiva da qualche anno, ha fatto si che i due team creativi abbiano interagito curando insieme dalla nascita sino all’effettiva realizzazione un progetto che è oggi in continua evoluzione ed ampliamento, come del resto lo stesso mondo artistico femminile. Quando si parla di creatività non ci sono regole, né schemi fissi e target: è infatti all’interno di uno spazio come WOW che donne diverse e di mondi diversi si trovano insieme, unite dall’essere lontane dalle convenzioni, libere di giocare con l’arte e perché no, anche di rischiare. Sono infatti le scelte azzardate che fanno la forza di una donna ed il vero potere di ogni artista: un ritratto, questo, di donne “fuori dagli schemi”, donne che non hanno pauradi vivere la propria vita in modo creativo, una vita dove un unico elemento fa da continuum. La personalità. www.wayofwomen.it

Nella pagina a fianco, una selezione di immagini prese dalle gallery di alcune protagoniste di WOW. Dall’alto, partendo da sinistra: “Fluffy Bear” di Ken Kagami esposta all’Hell Bound New Gothic Art 2006; Francesca Gavin, 30 anni, scrittrice, Londra. Una modella ritratta da Louise Enhörning, 32 anni, fotografa, Stoccolma. RJ Shaughnessy fotografato a Goa per Dazed and Confused; Jem Goulding, 24 anni, scrittrice e stylist, Londra. Fotoritratto di Kathy Diamond, cantautrice, Brighton (UK). Uno scatto di Camilla Candida Donzella, 35 anni, fotografa, Milano. “Kid” di Linlee Allen, 33 anni, scrittrice e fotogiornalista, Los Angeles. “La vie en rose”, installazione realizzata per il 48-Stunden Neukölln Festival da Agathe De Bailliencourt, 34 anni, pittrice, Berlino. “We are all animals” di Olimpia Zagnoli, 24 anni, illustratrice, Milano. Un’immagine dal backstage del video “Love Love Love” di James Blunt, diretto da Kinga Burza, 28 anni, regista, Londra.


39


Le Matin des Magiciens Foto Bea De Giacomo Styling Cristiana Santella Realizzazione Enrico Grigoletti Modelli Gulsah, Doga, Lorenzo

«Generalmente il fantastico viene definito come una violazione delle leggi naturali, come l’apparizione dell’ impossibile. Per noi non è affatto questo. Il fantastico è come una manifestazione delle leggi naturali, un effetto del contatto con la realtà quando essa viene percepita direttamente e non filtrata attraverso il velo del sonno intellettuale, attraverso le abitudini, i pregiudizi, i conformismi.» “Le Matin des Magiciens” di Louis Pauwels & Jaques Bergier

40 INESCO


Doga: impermeabile Sessun, t-shirt E COLLANA Pam, jeans model’s own, rainy boots stylist’s own. GULSAH: camicia Sessun, leggings model’s own, space boots Forfex per Pam, sciarpa stylist’s own, zainetto E Collana Pam. Lorenzo: scarpe Pointer. Sotto: t-shirt e pantalone IN FELPA Pam, borsa Sessun. Nella pagina a fianco Doga: gilet Sessun, tuta Pam, rainy boots E GUANTI stylist’s own. Lorenzo: cardigan, t-shirt e pantalone tutto Pam, MOCASSINI BE POSITIVE. Gulsah: cardigan Sessun, t-shirt Pam, leggings model’s own, space boots Forfex per Pam. 43


44 INESCO


Lorenzo: t-shirt Pam, chinos Edwin, scarpe Visvim. Doga: tuta Pam, boots Forfex per Pam. Gulsah: cardigan Sessun, gonna Pam, leggings model’s own, rainy boots stylist’s own. NELLA PAGINA A FIANCO DOGA: abito e marsupio Pam, boots model’s own, guanti stylist’s own. LORENZO: camicia stussy, jeans EDWIN, scarpe VISVIM. Gulsah: t-shirt Pam, leggings model’s own, rainy boots stylist’s own.

46 INESCO


Doga: All-in-one PAM. Lorenzo: tutto Pam. Nella pagina a fianco DOGA: t-shirt e pantalone in felpa Pam, boots Forfex per Pam, kway stylist’s own. Gulsah: felpa Pam, leggings model’s own, rainy boots stylist’s own, collana Pam. LORENZO: cardigan Sessun, camicia VISVIM, pantalone in felpa Pam.

49


gilet SESSUN, t-shirt PAM, BERRETTO stylist’s own.

50 INESCO


55DSL STREET COUTURE La moda secondo Andrea Rosso

Quando la moda si mescola con la musica, la creatività più sfrenata e la dinamicità di un brand sempre in movimento il risultato non può essere altro che esplosivo. Moda, musica e design sono infatti gli elementi chiave di 55dsl, il brand capitanato da Andrea Rosso, figlio del Renzo creatore e ideatore del famoso marchio Diesel. Animo da viaggiatore, quello di Andrea, un vero e proprio zingaro cosmopolita che ha però deciso di vivere nella cittadina che lo ha visto crescere, Bassano del Grappa: pur essendo internazionale e venduto in tutto il mondo, il vero segreto di questo brand spin-off è infatti il legame che mantiene con le proprie origini, dove Andrea ha potuto sin da bambino osservare il lavoro del padre all'interno del laboratorio Diesel. Ed è proprio da qui che partono così tutte le idee, da qui che assieme ad un unitissimo team creativo Andrea continua ad alimentare il successo di un brand pensato per una moderna gioventù urbana, dedicato a chi non ha paura di osare e, perché no, andare anche controcorrente in modo estremo. 52 INESCO


Intervista di Marta Stella Foto di Claudia Zalla Innanzitutto “Fun”, la parola che riassume il concept del brand... cosa ruota attorno a questo concetto e come si concilia con la creazione di una linea? Sì, “Fun” è uno dei concetti base del nostro brand, come l’ottimismo e la positività. 55DSL è un brand giovane e dinamico e questi aspetti si riflettono nella nostra collezione per le grafiche ironiche e divertenti, per la praticità dei capi, i tessuti e i colori utilizzati. “Vivi almeno 55 secondi al giorno”, altro slogan del brand. Da cosa nasce e come viene interpretato da 55DSL? È un po’ come dire “vivi intensamente la vita!”.

Definisce in breve quelli che sono i principi base di 55DSL. Insomma, un lifestyle che si riflette anche sulla linea che proponiamo, decisamente colorata e “ottimista” sotto certi aspetti. Lo slogan è stato scelto da tutti noi insieme, siamo tutti molto uniti, la nostra forza è lavorare in team. La tua è una sorta di “street couture”. È ancora forte l’elemento snow/skateboard dal quale tutto è nato? Quali sono le nuove ispirazioni? 55DSL sin dalla sua nascita è stata ispirata dai cosiddetti sport estremi, come quelli appena citati, e tutt’ora segue queste influenze. Nel corso degli anni ci siamo inoltre ispirati alla musica e alle grafiche che direi sono diventati elementi distintivi per il nostro brand. Cosa pensi della Rete? Quanto conta per

il vostro brand la comunicazione via web a dispetto di quella tramite magazine o altri canali? È davvero importantissima! Siamo presenti con un nostro sito, un blog, nonché su MySpace e Facebook. Tutte le nostre comunicazioni parlano al target web e abbiamo persone dedicate a questo tipo di comunicazione che richiede competenze e skills specifiche. Da dove nascono le vostre collaborazioni con media partner ed eventi di grande richiamo, ad esempio la festa Winter Wonderland tenutasi l’8 dicembre a Bassano? Fa parte del nostro modo di vivere, del concetto insito nella nostra filosofia del continuo movimento, della ricerca costante di partners, aziende e artisti con cui collaborare. 55DSL propone uno stile di 53


54 INESCO


«Sono nato a Bassano del Grappa e vivo tutt’ora qui. La mia famiglia, i miei amici e le mie origini sono qui. La mia azienda è internazionale per il modo di concepire il lavoro di tutti i giorni, ma coesiste allo stesso modo con il forte legame a questo territorio e a questa città.» vita dinamico e sempre alla ricerca di nuovi spunti ed emozioni. Non solo le feste, ma anche il nostro prodotto rispecchia questa filosofia, come per esempio la limited edition 10.55, dove artisti e designer da ogni parte del mondo hanno collaborato con noi per realizzare edizioni limitate di t-shirt, con la massima ed assoluta libertà di espressione. Da dove trai spunto per le creazioni? Sempre viaggiando o l’aspetto del web ha prevaricato la tua ricerca attraverso i viaggi? Le città, le strade, la gente, sono fonte per me di grande ispirazione, e la ricerca la svolgo sia tramite i miei viaggi – raccogliendo immagini, foto e disegnando molto – sia tramite Internet, che mi permette di scovare immagini, grafiche e contatti utili per le mie ricerche. Quanto conta la ricerca sul prodotto rispetto al marketing? Entrambe sono per me fondamentali. Il prodotto, così come il marketing, hanno bisogno uno dell’altro per sussistere ed è per questo che nella mia azienda i due ambiti sono correlati uno all’altro. Come nasce l’idea dei TemporArt Store? E quella del supporto a giovani artisti, ai quali viene data la possibilità di esprimersi e creare le scenografie di questi spazi?

Quello di Milano, è uno spazio eredidato da Diesel, che ha spostato il suo negozio in piazza San Babila. È un temporary store, che rimarrà aperto fino a giugno e sarà interpretato alla nostra maniera. L’obiettivo è quello di creare uno spazio, un luogo dedicato all’espressione di giovani artisti che di volta in volta personalizzeranno un’area a loro dedicata. Un’esperienza di spendertainement totale! I primi sono stati i “Todos” di Madrid, insieme allo studio Vasava di Barcellona che già in passato avevano collaborato con noi e che per noi hanno pensato la creatività per 15th Anniversary. Prossimamente ce ne saranno molti altri. La moda è diventata oggi anche intrattenimento. Cocktail di apertura dove il consumatore apprezza il brand ma anche la strategia di comunicazione che ruota attorno ad esso. Cosa ne pensi? Sono completamente in sintonia con questa affermazione. Il consumatore oggi non cerca solo la “fisicità” del prodotto ma il pacchetto che ad esso offriamo. I valori del brand e la filosofia che ruota attorno ad esso, così come la comunicazione che nel nostro caso è ironica, “fun” e assolutamente giovane e colorata. Quanti sono i vostri monomarca? Abbiamo cinque flagship e uno store, sei shop in shop tra cui la nuova apertura presso il Dubai Mall, e le aperture di due tempoary stores, uno a Milano e l’altro a Los Angeles. Dove vendete di piu? I mercati per noi più importanti sono Italia, Giappone, USA, UK e Benelux. Anche se vendiamo praticamente in tutto il mondo. Descrivici l’ultima collezione. Come già detto, il tema principale è FUN! Una collezione sportswear uomo donna che punta sul colore, sulle grafiche e l’ironia. Abbiamo ironizzato sul logo per creare look assolutamente divertenti. Blocchi di colore a contrasto, motivi check per giubbini e felpe, senza dimenticare il trattamento dip-dyed caratteristico del nostro marchio. Giacche leggere e piumini imbottiti con tessuto thermo-

re, per capi decisamente caldi. Non manca la proposta denim colorata, pantaloni cargo, pantaloni work per uomo e donna. Per la ragazza gonne ed abiti in jeans o gonne a tubino sportive. Qual è, ad oggi il vostro rapporto con il brand Diesel, la società madre? Dal 2000, 55DSL è una realtà autonoma, totalmente indipendente da Diesel, anche se fa parte della stessa holding, “Only the Brave”. Lavoriamo in una sede staccata, abbiamo uffici commerciali, marketing e logistica separati da Diesel, ma i rapporti sono ottimi e molto collaborativi. Quanto contano le tue radici territoriali nel tuo lavoro, nelle tue ispirazioni creative, nel tuo modo di affrontare il lavoro e di portare avanti l’azienda? Sono nato a Bassano del Grappa e vivo tutt’ora qui. La mia famiglia, i miei amici e le mie origini sono qui. La mia azienda è internazionale per il modo di concepire il lavoro di tutti i giorni ma coesiste allo stesso modo con il forte legame a questo territorio e a questa città. È anche per questo che cerchiamo di creare sempre nuove situazioni, eventi, iniziative anche a livello locale, perché nuovi talenti, artisti possano crescere con orgoglio da questa terra. Progetti futuri? Così tanti! Innanzitutto il nostro quindicesimo compleanno, che festeggeremo appunto quest’anno con una serie di eventi, primo dei quali “Cut&Paste”. E ancora tanti progetti di collaborazione con artisti attraverso il nostro già esistente progetto, 10.55. Una limited edition di t-shirts disegnate da artisti da tutto il mondo. La produzione di una light jacket disegnata da Turbokrapfen per celebrare il successo degli italiani Bloody Beetroots. Sempre per il nostro anniversario abbiamo realizzato, in collaborazione con Safilo, occhiali da sole personalizzati con la grafica di Vasava. Non mancheranno comunque eventi e prossimamente tante novità. www.55dsl.com

55


IL PASTO NUDO Foto FEDERICA NUZZO Styling MARTINA FERRI FAGGIOLI Realizzazione Enrico Grigoletti Modelli ILINCA, EMANUELE Per Le SCARPE SI RINGRAZIANO i negozi Il Laccio, verona PER LA LOCATION SI RINGRAZIA LA LOCANDA DI CASTELVECCHIO, Verona

56 INESCO


Lui: camica Yuko Yoshitake, gilet e pantaloni ZARA. Lei: canotta Surface to air, pantaloni Patrizia Pepe, scarpe Il Laccio.

57


Chiodo H&M, T-shirt DEAD MEAT, shorts LEVI’S Vintage, calze TOP SHOP, stivali FELIMINI.

58 INESCO


Bombetta Vintage, giubbino LEVI’S Vintage, T-shirt DEAD MEAT, pantaloni Zara, scarpe CONVERSE by GIENCHI.

59


60 INESCO


Lui: cappotto e jeans Surface to air, camicia Aertex, scarpe CONVERSE by GIENCHI. Lei: camicia in pizzo Vintage, T-shirt AMERICAN APPAREL, gonna in renna Vintage, calze CIPRY, scarpe chie mihara. Nella pagina a fianco. Lui: camicia Aertex. Lei: camicia Vintage.

61


New York in graffiti Haring e Basquiat

Keith Haring, untitled (particolare), 1984. Sotto: Keith Haring ritratto da Don Herron in “Keith Haring Tubshot”, 1982.

Di Cecilia Baczynski Uno è nato nel 1958, l’altro nel 1960. Del primo si è celebrato il cinquantenario dalla nascita, del secondo si è da poco conclusa la personale a palazzo Ruspoli a Roma. Entrambi enfant prodige sono morti giovanissimi a New York. Entrambi nel disegno dei cartoni animati, il primo incoraggiato dal padre disegnatore di fumetti, il secondo dalla madre che lo accompagnava per musei. Keith Haring e Jean-Michel Basquiat furono immersi pragmaticamente, drammaticamente, forzatamente nella vita crudele e amara che li vide amici unitissimi fino alla morte. Nel cerchio dei loro conoscenti Madonna — con la quale Basquiat ebbe una breve ma profonda relazione —, il lungimirante mecenate Henry Geldzahler, Andy Warhol — collaboratore nella produzione artistica di Basquiat insieme a Francesco Clemente e fedelissimo amico nell’esistenza. Samo (SAMo Old Shit): nome d’arte di JeanMichel Basquiat. Samo is dead: decesso in seguito al termine della collaborazione — per divergenze di interessi — con Al Diaz alla produzione di graffiti che decoravano le strade di New York, firmati Samo. Graffiti. Per i graffiti Keith Haring è stato arrestato più di una volta. D’altronde le strade 62 INESCO

erano il suo laboratorio, i muri il suo cavalletto, i graffiti le sue opere d’arte spesso strappate e riportate in musei statunitensi per poter essere ammirate. Stazioni di metropolitane, muro di Berlino, negozio di Fiorucci a Milano: qualsiasi supporto, qualsivoglia materiale risulterebbe idoneo alle creazioni di arte stilizzata, ridotta all’essenza nella figura e nel pensiero della concezione, ma carica e vibrante di un’energia che trapela prorompente per trasformarla in ring, in arena, in campo di battaglia di idee comuni e anticonformiste, di verità incerte e dubbi esistenziali, di valori assodati e personalità esaltate del tutto opposte rispetto alle scialbate, oppresse, spersonalizzate figure di George Segal. Un’arte basata sulla semplicità della linea, sull’espressione chiara, sulla pubblicità del disegno ma non sulla sua commercializzazione, quanto piuttosto sull’arte di strada. Tanto è vero che un graffito non si vende ma si crea e lo si lascia nel suo habitat naturale. Eppure un’iniziativa commerciale l’ha avuta Haring: a New York apre nel 1986 il Pop Shop, un negozio in cui si trovano in vendita gadget, T-shirt, giocattoli, posters, calamite e quant’altro riportanti le riproduzioni delle sue opere. Particolarità del luogo: interamente ed internamente decorato da Haring stesso con un murale bianco e nero, prodotti a basso costo per


permettere un maggior accesso da parte della gente comune alla sua arte, il poter ammirare l’artista al lavoro. L’estensione della sua arte in questa iniziativa fu criticata quanto spalleggiata da molti, tra gli ultimi anche da Warhol. Nel 1988, anno della morte di Basquiat, viene diagnosticata a Haring l’AIDS. L’anno seguente l’artista, convinto che avrebbe contratto la malattia, fondò la Keith Haring Foundation per aiutare i bambini malati e per promuovere la sua arte per mezzo di mostre, pubblicazioni, licenze sulle sue immagini. L’arte è per tutti, di tutti. Un concetto non dissimile a quello di Joseph Beuys: ognuno è potenzialmente un artista. In quell’anno si spegne l’artista di origine tahitiana che avversava i critici d’arte: alla stregua dell’amico Haring credeva che ognuno di noi possa capire esattamente cosa sia l’arte senza far ricorso ad esegesi da parte di studiosi ed interpreti di opere. Per Basquiat l’arte – similmente a Jackson Pollock su definizione di Rosenberg – è un ring, è una lotta che dura tutta la vita, dal momento in cui la vita è arte (insegnamento del Fluxus, anni Sessanta). Quindi: arte e vita sono una lotta, combattimenti di una guerra totale di dimensioni più generose che vede come protagonisti e deuteragonisti nemici invisibili con guantoni da boxe. Sul tema della boxe Basquiat ha lavorato ad un ciclo nel 1984 in collaborazione con Andy Warhol; opera esposta alla mostra a Roma in tutto il suo contrasto cromatico delle carni scura e bianca dei due artisti fotografati come pugili. Fu proprio a Andy Warhol che Basquiat dovette il suo ingresso nel mondo popolare dell’arte come fenomeno mondiale di un segno che ricorda l’art brut di Dubuffet, con il geniale inserimento di parole scritte nel disegno che fungono da sfondo, da elemento di disturbo, da termine di confronto, da presenza creata per essere poi cancellata. La morte di Andy Warhol nel 1987 peggiorò lo stato già precario di salute di Basquiat, già tossicodipendente: aumentò le dosi per superare il trauma e il dolore della perdita dell’amico, seguendolo

Jean-Michel Basquiat, “Famous”, 1982. Sotto: “Man from Naples”, 1982.

dopo pochi mesi. Le opere di Haring risultano lineari, chiare, pulite, essenziali, regolari, terse, allegre, animate che sembrano fuoriuscire dalla superficie dipinta. Le opere di Basquiat risultano, invece, più intricate, segnate, affollate, invadenti, aggressive, scure, eloquenti, graffianti. Immagini di uomini ridotti ai minimi termini, ma colorati e in movimento, vivaci e vitali; parole iterate, casuali, abrase che si compenetrano a toni bui, a sagome occulte, a forme

goffe ed infantili, a sfregi violenti e profondi. Contorte, accecanti, annodate linee di Basquiat contro labirintiche curve che definiscono uomini, lupi, cuori, movimenti in marcati contorni neri e concitati atteggiamenti. Cromie accese, calde, nettissime, omogenee, entro contorni quelle di Haring; escoriazioni di colori sfumati, disorganici, staccati dall’epidermide scarnata, venuti alla luce dalla loro condizione di occultamento quelle di Basquiat.

63


64 INESCO


ART BASEL MIAMI 2008

Viaggio oltreoceano alla scoperta di uno degli eventi più importanti dell’anno (scorso)

TESTO E FOTO DI Masha Facchini Partenza da Verona lunedì 1 dicembre ore 6,15. È ancora buio mentre una bu­fera di pioggia e vento si abbatte sulla città. Anche quest’anno il carrozzone dell’arte si muove verso caldi lidi: destinazione Miami. Lì ci aspetta la settima edizione di Art Basel Miami Beach, fiera d’arte contemporanea internazio­nale – sorella a stelle e strisce della kermesse svizzera – in grado di radunare più di 250 gallerie americane, asiatiche ed europee. Il suo programma prevede una lista infinita di eventi collaterali, openings e performances, nell’arco di una sola set­timana. Dopo un breve scalo a Francoforte, arrivo finalmente nella soleggiata Florida. Ho appena il tempo di fare una breve passeggiata lungo la Ocean Drive, la via che costeggia l’oceano, una delle zone più caratteristiche di Miami. Si susseguono locali, ristoranti e piccoli hotel molto differenti da quelli nei grattacieli super lussuosi che si trovano una via più sotto, sulla Collins Avenue. Sulla spiaggia stanno allestendo Art Position: delle gallerie esporranno all’interno di alcuni container. La sfida è quella di creare spazi espositivi all’interno di pochi metri cubi di latta. L’arte “in scatola” a volte può riservare belle sorprese. Il giorno seguente, il primo appuntamento è al Design District, il quartiere dedicato al settore della progettazione dell’architettura d’interni, agli showroom e all’esposizione di opere di design: creazioni di mobili ad edizione limitata di ar­tisti e designer internazionali molto esclusive sia relativamente alla sperimenta­zione che per quanto riguarda gli zeri delle loro quotazioni. Ci troviamo in quel territorio di confine, quella linea d’ombra tra oggetto di consumo e arte, tra ar­chitettura e artigianato, della serie: “quando l’arte diviene fruibile, posso pure sedermici sopra”, come insegna il designer nostrano Gaetano Pesce. I premiati per il Designer of the Year sono i fratelli brasiliani Fernando e Humberto Campana dei quali sono esposte le fantastiche poltrone fatte con peluches – sia in versione animali misti che in quella con i panda – e quelle di gommapiuma multicolore realizzate con materiali di

scarto – per altro come molte altre delle loro opere. Da segnalare anche dei nuovi tavoli-seduta di Zaha Hadid, fluide saette d’acciaio tipiche del repertorio di quest’architetto nato a Baghdad e vincitore nel 2004 del Pritzker Prize [prima donna a farlo, ndr]. Dopo la mostra, nonostante la stanchezza, vengo trascinata a un opening di David La Chapelle, fotografo e regista statunitense attivo nella moda e nella fotografia d’arte con uno stile inconfondibile ricco di ironia pungente e dissacrante sulla realtà contemporanea. La mostra è un assaggio dei suoi pezzi migliori, come l’immagine della donna-sniffa-diamanti o la sua celeberrima Ul­tima cena. Circondata da una coltre di bodyguard e fotografi, compare la venere nera, Naomi: un saluto all’amico artista prima di congedarsi, senza nemmeno essere riuscita a vedere un’opera esposta. Il giorno seguente mi sveglio e mi sembra di sentir risuonare un rullo di tamburi: è il grande giorno, il giorno dell’apertura di Art Basel Miami Beach. Galleristi, collezionisti, giornalisti, curatori, standisti, appassionati, fremono per la curiosità di sapere se questa edizione della fiera sarà caratterizzata dall’entusiasta frenesia delle edizioni passate. L’appuntamento di quest’anno funge un po’ da termometro del mercato, visto il momento di crisi economica internazionale. Insomma: i tempi non sono dei migliori. La ressa ai cancelli che aveva caratterizzato le scorse edizioni quest’anno non c’è. Dentro però si cammina a malapena, si viene trascinati nel flusso. Il pubblico è numeroso, preparato e la fiera sembra cresciuta qualitativamente. Forse, proprio per pos­sibili paure di depressione, i galleristi hanno esposto nei loro stand i “pezzi mi­ gliori”. Non c’è quella corsa all’acquisto degli ultimi anni, ma chissà che questa non sia una fortuna. Tra le gallerie italiane (o quasi), spicca il bellissimo stand della Galleria Continua di San Gimignano – che ora ha sede anche a Le Mulin in Francia e a Beijing in Cina – con opere degli italiani Loris Cecchini, un’istallazione tra bidimensionalità e tridimensionalità (una libreria che si estro­flette dalla parete stessa), e Michelangelo Pistoletto, con

Nella pagina a fianco: Barack Obama ritratto da Martin Schoeller.

65


66 INESCO


“Break In Case of Emergency�, opera di Jackson Hong. A fianco: particolare di un murales di Shepard Fairey, aka Obey Giant.

67


una delle sue nuove opere “specchianti”: lo spettatore entra a far parte dell’opera che per questo è in continuo divenire. L’artista, in questo caso, si confronta con la cultura orientale ponendovi una grande effige del Buddha. L’africano Pascale Mar­t hine Tayou espone invece una bellissima installazione di piccoli totem di vetro e stoffe colorate, mentre un’altra giovane galleria degna di nota è senz’altro Bortolami Gallery: è italiana ma ha sede a New York. Proprio qui è stato rea­lizzato un bellissimo lavoro site-specific di Aaron Young: per entrare nello stand è necessario oltrepassare una cancellata distorta completamente placcata oro 24kt. Una volta all’interno della “gabbia dorata”, ci si sente come al sicuro, tanto da fare quasi fatica a trovare il passaggio per uscirne – segno che l’artista e pure il gallerista hanno raggiunto lo scopo prefissato. Le serate trascorrono all’insegna degli openings dei musei. MOCA (Mu­seum Of Contemporary Art), Bass Museum of Art, MAM (Miami Art Museum), inaugurazioni che si trasformano in veri e propri party fino a notte tarda, accompagnati da performances, musica dal vivo o DJ set e tanti free-drink. A Miami hanno casa alcuni tra i maggiori collezionisti d’arte del mondo: i Rubell, i Margulies, i De la Cruz. Gente che ha comprato grandi depositi industriali di­smessi per allestirvi la propria collezione: “roba” che non ha niente da invidiare a quella di un importante museo americano. La mattinata è dedicata alla visita di questi spazi e collezioni, talvolta direttamente nelle abitazioni dei loro pro­prietari. L’esperienza è davvero appassionante e invoglia ad avere uno spazio creativo in cui abitare. 68 INESCO

Le fiere parallele sono tante: Scope, Pulse, Art Asia, Bridge, Photo Miami, Art Miami ma fortunatamente quasi tutte concentrate in un unico quartiere. Qui si trova l’arte più sperimentale, all’avanguardia, gli artisti più giovani e meno istituzionalizzati. C’è un grande fermento. Il neo-presidente Barack Obama è molto presente. La sua effigie appare in moltissime opere sia pittoriche che fotografiche, segno che è già diventato un’icona pregna di significato. Su di lui si concentrano molte aspettative, tanto che su un wallpainting viene raffigurato vestito da Superman e accompagnato dalla frase “Obama ran so we could fly”. D’altronde, un artista aveva fatto la sua fortuna già in campagna elettorale con la sua immagine: Shepard Fairey, conosciuto come Obey Giant, realizzò infatti il ritratto di Obama accompagnato dalle scritte “HOPE” e “PROGRESS”. Intere città vennero tappezzate con manifesti raffiguranti questa immagine, trasformandola così nel simbolo della vittoria del candidato democratico. Un’immagine tanto rappresentativa da essere stata scelta da Time per l’annuale man-of-the-year cover. Negli USA l’interesse per il contemporaneo è capillare ed eterogeneo, probabilmente grazie a una cultura e un’istruzione molto aperta al nuovo e all’interesse nel presente, sia da un punto di vista di elaborazione tecnica che filosofica. Crisi o non crisi, la gente si muove in massa, non per la partita o la festa di paese, ma per visitare uno degli eventi artistici più importanti al mondo. Che siano collezionisti o puri appassionati, famiglie o studenti, persone anziane o bambini: tutti a saltare sulla giostra. Ed anche soltanto questo ci fa dire an­cora una volta: God Bless America.

Nella foto in alto: David LaChapelle (al centro), durante il suo opening.


MILANO E IL FUTURISMO

La città celebra il Centenario del rivoltoso e visionario movimento d’avanguardia nato all’inizio del XX secolo

Di Cecilia Baczynski

1909-2009: cento anni di Futurismo. Cento anni di scultura, pittura, fotografia, architettura, teatro, cinema, musica, design, poesia, moda. Palazzo Reale, Milano: la città in cui il movimento nacque ricorda con una mostra e una serie di eventi culturali che dureranno tutto il 2009 lo sterminato campo d’azione dei seguaci di Filippo Tommaso Marinetti. Tra le parole in libertà, l’interventismo nell’ambito della grande guerra, l’impronta veemente negli atteggiamenti comuni, le opere d’arte sconcertanti, cromie accese e movimentate, costumi esuberanti, il Futurismo scardinò i vecchi ideali — considerati ormai vetusti — proponendo con irruenza innovazioni, cambiamenti, teorie, ideologie che sortirono l’effetto — sperato e infallibile — di aggiornare, ringiovanire, ammodernare un frangente stagnante che in Italia si era creato e aveva perseverato fino a quel 1909, 70 INESCO

allorché il Manifesto del Futurismo fece la sua comparsa il venti febbraio sul giornale «Le Figaro» di Parigi. E in quale altra città poteva vedere la luce un movimento che esaltava la macchina, l’industria, lo sviluppo tecnologico se non a Milano? Geograficamente più vicina ai paesi che, in campo artistico, avevano raggiunto scoperte più eclatanti; tecnicamente più avanzata rispetto le altre zone d’Italia; socialmente viva e, talvolta, agitata: Milano rappresentava, negli anni Dieci, una città ricca che pullulava di novità, particolarità, intellettuali ed artisti che proponevano nuove linee guida per avvicinarsi il più possibile agli stati che già avevano visto l’Impressionismo, l’Espressionismo, il Cubismo. Progetti architettonici per fabbriche e città utopistiche, fotografie elaborate in modo inconsueto, musica che inseriva per la prima volta nella storia i rumori, mode e modi esuberanti, atteggiamenti bellicosi nella vita e nella guerra, versi poetici graficamente distorti, immaginazione senza fili, creazioni scultoree e pittoriche che tentavano di imprigionare

“La Rissa”, Fortunato Depero, 1926. Nella pagina a fianco: “I Futuristi”, Mario Schifano, 1982.


il movimento come fotografie di Man Ray: il Futurismo si occupò di molti àmbiti, sia intellettivi, sia pragmatici. Grazie a personalità come Marinetti, Russolo, Balla, Boccioni, Depero, Soffici, Prampolini, Severini, Carrà, i fratelli Bragaglia, Sant’Elia, l’Italia guadagnò visibilità in ambito europeo tramite il primo movimento nazionale che acquistò risonanza, critiche, apprezzamenti, seguaci. Dopo la prima guerra mondiale, memori del motto “la guerra come unica igiene del mondo”, si pensò a ricostruire, a risistemare, a rinvigorire una nazione che doveva raggiungere se non superare i paesi in cui erano nate le Avanguardie storiche. Alcuni esponenti del Futurismo crebbero a contatto con le ultime teorie in fatto d’arte, altri le inventarono ex nihilo, altri ancora le lanciarono come provocazioni anelando al consenso e al plauso generale, che non tardò a venire dimostrando riscontri entusiastici e schieramenti convinti. Col ritmo martellante e persuasivo che caratterizzava Marinetti — leader dotato di carisma ed eloquenza — e la

serie di manifesti dedicati ai diversi campi scientifici artistici tecnologici coinvolti nella rivoluzione futurista, non fu difficile lasciarsi trascinare, in una situazione di stallo e, poi, di transito ed influenze, dall’onda della novità e dell’impetuosità che avrebbe poi condotto ad un incombente cambio di rotta. Il contesto storico-culturale esigeva e rivendicava autonomia, alterazioni, introduzioni di sistemi differenti: la poesia ne era la spia, la nascita del Fascismo il risvolto politico. Necessità di modernità, di progresso, di distruzione di musei biblioteche accademie, di “eterna velocità onnipresente”, di evoluzione della macchina, del treno, dell’aereo, della città nuova. Molti artisti si adoperarono a questo scopo, firmando con simili parole il loro Manifesto — primo atto di creazione innovativo e sistematico di un gruppo artistico — raggiungendo un innegabile successo ed un effetto trascinante fino agli anni Trenta. Ecco perché il Futurismo viene ancora oggi ricordato ed elogiato. Ecco perché Milano gli deve parte della sua storia. 71


72 INESCO


GORILLA NELLA NEBBIA Partito da Lecce e approdato giovanissimo a Milano dove vive, suona e produce, Rocco Rampino, in arte Congorock, è uno dei portavoce della Spaghetti Electro nel Mondo. Fin dalle prime produzione ha marcato la scena facendosi notare, tra gli altri, dall’etichetta newyorkese di Nick Catchdubs e del tre volte campione mondiale di scratch A-Trak, che ha stampato nel 2008 il suo primo singolo “Exodus”. Grazie ai suoi set dal suono sporco e potente, che pescano a piene mani nella dance old school, ad oggi è uno dei DJ italiani più richiesti all’estero, e la strada che lo aspetta sembra tutt’altro che in salita.

INTERVISTA DI NICOLA RIGON FOTO DI CLAUDIA ZALLA

Iniziamo con una precisazione che ci tengo a fare per chi non ti conosce ancora come artista: Congorock è un DJ/producer di questa Electro Fidget che tanto fa parlare dell’Italia nel mondo, ma a differenza della maggior parte dei produttori di oggi, il suo show non è una prevedibile playlist delle produzini proprie e degli amici in top su MySpace, ma una roba fatta a regola d’arte, piena di sorprese e in perfetta sintonia con il pubblico. Ora, come farebbe una massaia pugliese che vuole tramandare la formula magica dei Taralli, spiegaci qual è il tuo approccio al DJing, dagli ingredienti alla cottura. Mica facile estorcere i trucchi alle massaie! Il fatto di aver fatto solo DJing per un po’ prima di mettermi in gioco con le produzioni forse mi ha influenzato positivamente, nel senso che ho cercato subito di caratterizzare il mio set per stile e sostanza. Emergere come DJ a Milano è davvero difficile, anche se spacchi davvero; nel mio caso le produzioni mi hanno dato una spinta importante, ma nel frattempo ho imparato a gestirmi il DJ set come il “mio” momento d’espressione. Avendo suonato parecchia roba old school anche in passato capita di mischiare davvero cose a caso, infatti nelle ultime settimane ho lavorato solo a

degli edit di tracce oldies mixate con bombette dell’ultimo minuto. Come stile di mixaggio mi ispiro a DJs come A-Trak e Feadz, suono solo le parti più intense di ogni traccia, tenendole su al massimo un minuto e mezzo, per lo meno nella parte iniziale del set. Dopo mi piace spostarmi su un sound meno frenetico ma ugualmente teso e ipnotico, è in questo momento che cerco di infilare dei classici acid o techno. È praticamente il contrario di quello che fanno tutti, ma il trucco credo che rimanga nel tenere alta la tensione, e l’attenzione. Già che stiamo parlando di ricette, svelaci anche quella delle tue produzioni. La pazienza! E io ne ho pochissima tra l’altro. L’unico modo per tirare fuori il meglio di sé attraverso le produzioni è quello di migliorare i propri skills tecnici con le macchine e il computer, in modo tale che, quando arriva poi la vena creativa, l’ispirazione, l’illuminazione e i colpi di genio vengano fuori spontaneamente e senza intoppi meramente tecnici. Tipo “come si fa?” Anche la metodicità e la concentrazione sono delle componenti importanti; i produttori più feraci che ho visto all’opera sono delle persone che alle otto di mattina sono già operative su Cubase. Un nome a caso? Bob Rifo, uno stacanovista veneto, il perfetto contrario di un terrone come me. Torniamo alle origini. Parlaci della tua terra madre, del sole, del calore della gente, della dancehall. Lu sule, lu mare e lu ientu? Difficile parlarne senza

«A-Trak mi ha scritto su MySpace dopo avere ascoltato la mia prima traccia pubblicata sul blog Discobelle la sera prima: ‘Stai cercando un’etichetta?’ – ‘Si!’» lasciarmi prendere da un attacco di saudade. Ho vissuto lì fino ai diciotto anni, e proprio dalle mie parti ho maturato degli ascolti che poi hanno influenzato tutto quello che ho fatto dopo. Innanzitutto le esperienze nel circuito punk hardcore locale, un po’ più tardi l’incontro con Populous (produttore elettronico italiano al terzo disco su Morr Music), la persona che mi ha avvicinato al mondo delle sonorità digitali e che mi ha dato i primi rudimenti di produzione. Il tutto intervallato nel frattempo dal sound di mille feste in spiaggia, dove ho recepito la cultura dei grossi-bassi-grassi. L’esperienza della festa in spiaggia (la “situazione”, per usare il termine più adatto/folcloristico) è una cosa non facilmente descrivibile per la sua intensità. L’ultima volta che ho visto Rodigan c’erano anche delle famiglie intere con passeggini et similia. Peccato che a causa dei punkabbestia trogloditi provenienti da tutta Italia ed Europa, la cosa de73


«La passione per le frequenze basse è retaggio dei miei ascolti in terra natia, dove d’estate, mentre fai la pennichella alle tre del pomeriggio, sul pavimento senti le frequenze basse che arrivano dal bar.» generi quasi sempre nello sfascio più totale; vedi il Teknival a Squinzano: ettari ed ettari di uliveti inquinati, per non parlare delle spiagge stesse e delle pinete. La fredda Milano. Per combinare qualcosa in Italia ci si deve per forza passare? Non ci si deve per forza passare, ma aiuta esserci. Il 90% del music business italiano è tra Milano e Roma, e Milano la spunta. Per chi suona il mio genere è senza dubbio la città più ricettiva, anche se vedo che in Veneto il pubblico è molto più entusiasta e “conoscitore” delle cose in giro. Io mi sono stabilito qui anche in chiave futura, in cui magari non mi occuperò solo di electro e allargherò il range delle mie produzioni a qualcosa di nuovo. Arriviamo al dunque: L’America! Come sei riuscito a conquistare sua maestà A-Trak ed il suo socio Nick Catchdubs? Mi ha scritto su MySpace dopo avere ascoltato la mia prima traccia pubblicata sul blog Discobelle la sera prima: «Stai cercando un’etichetta?» – «Si!» In Europa sei conosciuto da tempo ma per entrare tra i “big” c’è voluto il tour con i MSTRKRFT dell’autunno scorso. Ora che come i primi coloni europei hai attraversato l’oceano alla conquista del tuo American Dream, e che sei riuscito a realizzarlo,

74 INESCO

puoi farci un resoconto di quanto secondo te ti ha dato ’sta cazzo di America, magari anche in termini monetari? Ci dobbiamo andare pure noi? Andare in America a suonare è stato come un punto d’arrivo. Arrivarci per un tour con MSTRKRFT è stato un sogno vero e proprio! Ero stato già negli USA con il mio ex gruppo La Quiete, ma questa volta il contesto e le situazioni sono state completamente diverse. Io MSTRKRFT, Felix Cartal e La Riots siamo stati in tour bus per tre settimane, facendo East Coast e West Coast intervallate da alcune date in Canada. Odio usare il termine Rock’n Roll per descrivere una cosa, ma in realtà, più che un tour di DJs, sembrava un tour Rock’n Roll, con luoghi comuni annessi e connessi. Per dire: piuttosto che nelle discoteche abbiamo sempre suonato in teatri adibiti per concerti rock; l’entusiasmo e la reazione del pubblico sembrava quella di un concerto anziché quella di un normale DJ set, e c’è da dire che anche la vita in tour bus, tra eccessi e situazioni “stranissime”, aiutava a creare quest’atmosfera. L’America paga bene, ma non ti dico quanto! Ma ti sembra!? Ahah! Restando nel continente dove ultimamente hai trascorso un sacco di tempo, raccontaci un aneddoto del tuo tour che ci faccia venire voglia di andarci, e magari anche uno che ci faccia subito cambiare idea. Sarò laconico: il Crown Royal, in entrambi i casi. Si è da poco concluso un 2008 incredibile per l’electro italiana. Quali sono le tracce che, secondo, te meglio rappresentano l’annata? The Bloody Beetroots feat. Congorock “Rombo”, His Majesty Andre “Peep Thong”, e Kid Cudi “Day N Night” (Crookerz Remix). Hai un passato da rocker che è tornato a far parte del tuo presente. Raccontaci cosa facevi e cosa farai ora con Steve Aoki e Bob Rifo. Ho suonato nei La Quiete e The Death of Anna Karina, due gruppi indie/hardcore con cui ho rea-

lizzato diversi dischi su 7", LP e CD, e svariati tour in Europa/America. Collaborato con Echoes of The Whales (Populous, Pierpaolo Leo, Jukka Reverberi). Ora questo background sta rivenendo fuori grazie a un progetto ancora segreto [Rifoki, ndr] con quelle due losche figure. Abbiamo appena registrato quattro pezzi e una cover. Sarà un progetto non legato direttamente a Congorock quanto a Rocco Rampino in sé e per sé, perché ancora mi piace scrivere le canzoni con la chitarra e sicuramente lo farò in futuro. Una caratteristica fondamentale di Congorock sono i bassi booty. Che importanza hanno per te? Si può parlare di feticismo? Come dicevo prima, la passione per le frequenze basse è retaggio dei miei ascolti in terra natia, dove d’estate, mentre fai la pennichella alle tre del pomeriggio, sul pavimento senti le frequenze basse che arrivano dal bar. Per me se non ci sono bassi non è dance music, poi ognuno è libero di pensarla come crede. Dopo Crookers e Bloody Beetroots possiamo sicuramente dire che il presente dell’electro italiana sei tu. Il futuro chi è? His Majesty Andre, Gigi Barocco, NT89&Kill Phill, Cécile, Marco Marfè. E il futuro di Congorock, Rifoki a parte, cosa porterà? Un altro singolo in estate, un album piu avanti, la produzione di beatz per terze parti. Concludiamo con una curiosità personale: VOGLIO capire cosa significa “Fafuma”! Spiegarti cosa vuol dire Fafuma vorrebbe dire innanzitutto mettere in mezzo Bob Rifo e darti particolari sulle nostre esplosive abitudini fisiologiche in tour. Mi chiedi troppo, spero di essere stato abbastanza vago. www.myspace.com/congorock


75


MODERNO GENTILUOMO Gentleman, in arte Sergio Maggioni e viceversa. Oltre ad esperienze come componente di gruppi indie, tra cui i lanciatissimi Hot Gossip, dal 2006 decide di avviare anche un progetto solista che rispecchi l’atmosfera che ama di più: la cara vecchia Italo Disco. Ma Gentleman non si limita ad uno sterile revival, crea invece una rilettura contemporanea di quel mood attraverso remix e brani originali, sempre con stile e “gentilezza”.

76 INESCO


INTERVISTA DI DAVIDE BRIANI FOTO DI FEDERICA NUZZO

Ciao Gentleman, innanzitutto partiamo dall’inizio del progetto e soprattutto dal tuo nome. Perché l’hai scelto? È legato al tuo intento di fare “musica gentile”, lontana dallo spirito “truzzo” che aleggia negli ultimi tempi? Innanzi tutto grazie per l’intervista. Il progetto Gentleman nasce due anni or sono con l’intento di dare sfogo all’anima più pop ed elettronica che mi è sempre appartenuta, tanto che le prime cose proposte erano cantate da me: dance caratterizzata da una forte idea di canzone, cosa che rimane tuttora. Il nome nasce da una fotografia che mi ritrae posato con una giacca bianca il fazzoletto rosso nel taschino, le gambe da donna e i tacchi a spillo: un gentleman androgino. “Musica gentile” è un termine che mi piace, in realtà il concetto è puramente formale, dipende dallo stato d’animo, se una cosa mi ispira violenza (come nel caso del remix degli Altro) sviluppo una “violenza gentile”. Cosa significa essere Gentleman nel 2009? Credi che ci sia bisogno di gentlemen, in particolare nell’ambiente musicale? Trovo che la tendenza corrente sia quella di soffermarsi poco sulla sostanza e tanto sull’illusione. È tutto talmente veloce che le cose più profonde, quelle che hanno bisogno di essere capite, non trovano spazio: sì, servono più gentiluomini. Immagino saprai che esiste già un altro famoso Gentleman, un tedesco trasferito in Giamaica per amore del Reggae, tu dove ti trasferiresti per amore della tua musica? Sì, lo conosco, ma penso che le uniche cose che ci accomunano siano il nome e la marijuana. Dove andrei? Domanda difficile, non saprei, sicuramente in un luogo dove le differenze musicali non esistono. Ti stai imponendo come uno dei nomi nuovi della scena milanese e non solo, quali sono i tuoi intenti col progetto Gentleman? A chi ti ispiri? Ora sto lavorando con l’ottica di fare un Ep: fino ad ora ho fatto una decina di canzoni e remix, sempre pubblicate su MySpace, ma è arrivato il momento di dare un senso alla ricerca fatta confezionando qualcosa di finito. Comunque, la mia attività musicale riguarda più fronti: Gentleman, la mia parte elettronica, dove mi sbizzarrisco con remix e pezzi dance; Hot Gossip, la mia parte indie, come bassista/chitarrista; Sergio Maggioni, il mio alter ego pop che produce canzoni in italiano, canzoni che prima o poi vorrei pubblicare. Il tuo myspace è “ladyandgentleman”: chi sarebbe la lady, e dov’è finita? Lady è sotto la doccia. Le tue produzioni guardano al contemporaneo, ma hanno un occhio rivolto anche all’Italo Disco. Credi che sia arrivato il momento per una rivalutazione definitiva di questo genere, all’estero apprezzato da sempre , ma meno riconosciuto in patria? Questo è vero ed è paradossale, quel periodo musicale è stato essenziale per tutti ed è parte della nostra storia musicale. Ci sono moltissimi nomi riconosciuti all’estero che in Italia non consideriamo neppure o, semplicemente, abbiamo lasciato nel

dimenticatoio. Sinceramente, non ne capisco il motivo. Quanto quel periodo abbia influenzato la mia musica è evidente in Love Boat, il remix che ho fatto per Bugo, dove ho citato Raf con Self Control, i Gazebo con Lunatic ed i Righeira. Artisticamente nasci come musicista in varie formazioni, ma per il tuo progetto solista hai abbandonato gli strumenti “classici” per quelli elettronici. Come mai tanti musicisti scelgono l’elettronica, un tempo terreno proprio dei “non musicisti”? Penso che ormai anche gli strumenti elettronici siano diventati parte della categoria dei classici, i software e le interfacce Midi ti permettono di suonare virtualmente strumenti inventati anni or sono, la novità sta nell’accessibilità a un mondo che prima era veramente oneroso e obsoleto. Il “non musicista” è una figura nella quale mi riconosco. Sono diciotto anni che suono la chitarra, ma non mi sono mai sentito un chitarrista, sono attratto dalla musica e non dallo strumento, di conseguenza è naturale che per me l’elettronica sia l’unica via, in quanto ti permette di realizzare le tue idee a 360 gradi. Proprio per deformazione “musicale”, quanto e in che modo il tuo essere musicista influenza la produzione dei tuoi pezzi? Molto. Suono da quando avevo nove anni e il mio interesse per la musica è sempre stato presente, anche se la cosa alla quale do più importanza è il risultato finale di ogni singolo strumento, tutto deve essere in equilibrio. Quindi ho un approccio più da producer che da musicista. Per iniziare un lavoro in genere uso chitarra acustica, basso, tastiera, voce, o un loop particolarmente ispirante. Nelle tue serate prediligi suonare live, quindi mantieni in qualche modo la dimensione del musicista, cosa pensi invece della figura del DJ classico, che ha fa la sua fortuna mettendo dischi di altri? Inizialmente proponevo uno spettacolo totalmente suonato, usavo due tastiere e il laptop, ora ho impostato il tutto usando Ableton Live e un controller Midi, uso quattro canali che suonano contemporaneamente: il primo per la ritmiche, il secondo per i piatti, il terzo e il quarto per i loop. Diciamo che rispetto a un DJ set classico c’è una flessibilità maggiore. Non nascondo però che mi affascina molto chi, con i dischi/cd, usando contenuti musicali di artisti differenti, riesce ad unirli con finezza per creare qualcosa di nuovo. Non è semplice farlo, bisogna avere un orecchio preparato. Recentemente ho fatto delle serate insieme a Congorock, un esempio lampante della cosa. Un DJ notevole. Da milanese acquisito, come vedi la scena musicale, e in particolare quella elettronica, in questa città? È davvero la migliore per la musica in Italia o lo è solo di facciata? Il pubblico italiano e quello milanese, come ben sappiamo, ama la discoteca e a Milano per tutta la settimana trovi una marea di serate nelle quali io mi diverto, ma non credo proprio che Milano sia la città migliore per la musica. Lo è stata, ma ora le cose sono cambiate, non intendo dire che manca una proposta artistica, anzi, ci sono parecchi artisti che mi piacciono e la scena è molto viva. I problemi della musica a Milano e nel resto della Nazione sono di ordine pubblico (quindi “politico”) e culturale.

La musica è un potente aggregatore sociale ma, allo stesso tempo, rimane una questione di cultura, di passione. Lo Stato in cui viviamo, invece, vuol farcela vivere come un lusso della domenica, da una parte, e come qualcosa di effimero dall’altra. Seguire assiduamente il circuito dei concerti o delle serate è diventato economicamente insostenibile. Sono problemi che partono dall’alto, dalla politica, e che investono tutto ciò che riguarda la musica: dal prezzo della serata alla qualità dell’impianto audio. Oltre alle tue produzioni, ti sei cimentato anche nei remix: quali pezzi ti piacerebbe remixare se ne avessi la possibilità? Boh, in genere non ci rifletto molto, per me remixare serve prevalentemente per sperimentare i vari linguaggi musicali che puoi dare al pezzo originale. Con un remix puoi svestire e rivestire una canzone all’infinito. Potrei citarti un sacco di artisti. Sempre riguardo ai remix, come hai affrontato il pezzo degli Altro? E soprattutto, secondo te, chi c’era “al telefonooooo”? Al telefono c’era Barnaba (Sangue Disken) che mi ha proposto di fare il remix di un pezzo del loro disco, che tra l’altro mi piace molto. In effetti non è stata un’impresa facile, anche perché loro hanno un sound molto particolare. Mi è venuta l’idea di prendere un pezzo del testo, “al telefonooooo” appunto, e ripeterlo fino alla nausea. Qual è stato il concerto più bello che hai visto nel 2008? Ho visto per due volte i Goose e devo dire che mi sono piaciuti veramente tanto. Ovviamente i Soulwax, Feist, Sebastien Tellier, e tanta altra roba. Peccato che il mio cervello non ricordi i nomi. Progetti per il 2009 e per il futuro in generale? Gentleman cercherà di fare un Ep e suonare in serate all’insegna dell’Italo e derivati. Sergio Maggioni invece sarà in giro con gli Hot Gossip perché a marzo esce il nuovo disco e, a seguire, una tournee europea. Hai intenzione di pubblicare i tuoi pezzi anche su supporto CD o credi che ormai sia un supporto obsoleto? In questo momento penso che si debba accontentare tutti. Gli sforzi devono essere ponderati in base alla domanda, è ovvio che il web e gli Mp3 ormai siano gli strumenti più utilizzati, ma non bisogna chiudere le porte a chi ascolta ancora su CD e a chi ama il vinile. Rispetto chi dà ancora un valore fisico alla musica, ti permette di capire meglio lo spessore di un’artista, e ascoltarlo con una qualità che il digitale non ha ancora raggiunto. Che rapporto hai coi social network e con le nuove tecnologie in generale? Buono, mi interessano come fenomeni ma scrivo poco, lascio poco la mia traccia. Diciamo che sfrutto principalmente MySpace e Facebook per promuovere la mia musica: faccio il musicista, non il PR. Il tempo che potrei impiegare per mandare inviti ad eventi o ad addare “amici”, lo impiego suonando. Mi sembra decisamente più utile. Ah, per ultimo una curiosità no-sense. Sai che “googolando” il tuo vero nome esce prima un tuo omonimo ex ciclista, che rapporto hai con la bicicletta? Ho una vecchia bicicletta da donna che sfrutto molto: poco milanese molto bolognese. myspace.com/ladyandgentleman 77


THE LOVE BOAT Le nuove leve direttamente dalla DFA di James Murphy sono un duo da Portland, Oregon. Il loro show è pieno di luci, colori, video stroboscopici e balletti al limite dell’epilessia. La loro musica è l’electro-pop che guarda al nu-rave ma che si rinnova con le atmosfere sorridenti della positività tardo-teen. Li abbiamo fotografati, ballati e intervistati al Mattatoio di Carpi. Jona Bechtolt & Claire L. Evans, in arte YACHT.

INTRODUZIONE DI MARCO BRAGGION INTERVISTA DI UGO GALELLI E ANNA FARHAT FOTO DI FRANCESCO ERCOLINI

“I Believe In You, Your Magic Is Real”. Anche noi crediamo in voi, quindi ora parlateci del nuovo EP. Cosa c’è di simile e cosa si è evoluto rispetto al lavoro precedente? Yacht: Siamo convinti di esserci evoluti non solo come artisti, ma anche come esseri umani. Il nuovo EP è soltanto un effetto secondario di tutto il lavoro svolto da un anno e mezzo a questa parte. Ora troviamo molto, molto eccitante rivelare al mondo il nostro nuovo modo di essere, non solo attraverso l'album, ma con tutti e mezzi a disposizione, siano essi parole, immagini, video, coreografie con il pubblico, passi di danza o quant'altro. Nella vostra grafica ricorre spesso il triangolo come simbolo. Che cosa rappresenta per voi? Yacht: Avresti dovuto chiederci: “Che cosa non significa il triangolo per voi?” È un simbolo che rappresenta la nostra visione del Mondo; il triangolo simboleggia l'Uno che diviene il Tutto, cioè quello che siamo: uniti e coscienti di esserlo. Platinum, con il featuring di Bobbie Birdman, ci riporta alla mente We Are Robots dei Kraft78 INESCO

werk. Cosa ne pensate del futuro della musica elettronica? I Kraftwerk fanno sono parte integrante della coscienza musicale collettiva, credo sia normale rielaborare e far proprie determinate sonorità. È un po’ quel che è successo agli LCD Soundsystem con Get Innocuos, in entrambi i casi si è trattato di una casualità. Per quanto riguarda il futuro della musica elettronica, non siamo attualmente in grado di fare una previsione, soprattutto per quanto riguarda i generi a noi meno vicini. Possiamo però dire con sicurezza, che la musica contemporanea si troverà presto di fronte ad un brusco cambiamento, nel quale le priorità rappresenteranno il vero punto focale. Cosa ci dite della scena musicale e culturale della vostra città? Yacht: L’attuale scena musicale di Portland sta facendo parlare molto di sé, e lì la cosa è vissuta da tutti con entusiasmo. A Portland non ci manca l'ispirazione, per questo c’è molta buona musica, band notevoli come White Rainbow, White Fang, Valet, Flaspar, Dash!, e ottime etichette come la

Marriage Records e la States Rights Records. Portland è una piccola cittadina fredda ma accogliente, dove alla gente riesce facile essere creativa: è un ottimo ambiente dove fare musica. Allo stesso tempo però, Portland non è altro che uno dei tanti posti nel mondo dove si fa musica, ecco perché noi cerchiamo di viaggiare il più possibile: più vediamo e più scopriamo. Un po’ come spiare nel giardino dei vicini! Nella scena europea invece, c’è qualcuno a cui vi sentite musicalmente vicini o che vi ispirate? Yacht: De Jeugd Van Tegenwoordig Nel 2007 avete fatto più di 200 concerti in giro per il mondo, che rapporto si crea tra voi e il pubblico durante i live? Yacht: “Quanto amore e intimità si potrebbe creare in soli 45 minuti tra due persone che stanno su di un palco ed un gruppo di sconosciuti?” Ogni volta ci facciamo questa domanda cercando di ottenere il massimo del risultato. Capita così che ci esca spontaneo un “We love you!” ancor prima che il concerto sia finito, oppure capita che il no-


«Quest’anno ci piacerebbe suonare in un tempio mormone, anche se nessuno di noi due lo è, quindi credo sarà una cosa piuttosto inattuabile visto che solo chi professa questa religione può metterci piede. Ma tutto può essere.»

80 INESCO


81


stro sia un amore non corrisposto. In ogni caso, a fine serata, ci basta sapere di avere dato il meglio di noi stessi. Quali sono i posti più strani dove avete suonato? Dove pensate di suonare quest’anno? Yacht: Nel 2008, abbiamo suonato in una caverna in Norvegia, nell’auditorium di una scuola media davanti ad un centinaio di ragazzini, su di un’assurda barca arredata in stile Harley-Davidson a Stoccolma e in uno strip-club bulgaro ad Atene durante la protesta studentesca dello scorso dicembre. Il nostro ultimo album invece è stato presentato con un party a bordo di un vero yacht. Quest’anno ci piacerebbe suonare in un tempio mormone, anche se nessuno di noi due lo è, quindi credo sarà una cosa piuttosto inattuabile visto che solo chi professa questa religione può metterci piede. Ma tutto può essere. Inoltre ci piacerebbe fare dei concerti in planetarium, centri congressi, aerei, e perché no, anche sott’acqua. Jona, come ti sei sentito quando, durante un live, hai sfasciato il sintetizzatore Juno degli Architecture in Helsinki? Jona: Ero sul palco quando, dal pubblico, mi sono visto arrivare addosso quel tizio completamente ubriaco. Non sono riuscito a scansarlo, giusto il tempo di ipotizzare cosa mi sarei rotto con la caduta, che ci siamo ritrovati lunghi distesi tra gli strumenti. In quel preciso istante, vedendo il Juno a terra, ero certo che il solido chassis di quella tastiera avesse tenuto testa alla forza di gravità: così non è stato. Per fortuna non ci sono stati altri danni. Jona, hai collaborato in diversi progetti con Devendra Banhart: com’è andata? Ti senti ancora un batterista? Jona: Ho iniziato a suonare la batteria all’età di do-

dici anni, con diverse punk band locali. È uno strumento che amo e sento molto vicino. Sicuramente la batteria e gli elementi ritmici in genere — siano essi suonati, creati al computer o con una drummachine — sono il punto centrale della mia musica. Quando suonavo con Devendra ero molto allenato, me la cavavo davvero bene. È stato un ottimo periodo, ed un’esperienza che mi ha dato molto. Devendra poi è una persona speciale, un animo gentile. Ne abbiamo sentite di tutti i colori su di voi. Raccontateci la vostra giornata tipo. Yacht: Non prendetevela, ma preferiamo non rispondere a questa domanda. Adesso, per i gruppi è fondamentale farsi conoscere tramite i mezzi che offre Internet (blog, MySpace, Flickr, Youtube, ecc.). Quanto ritenete importante ed efficace la comunicazione sul web? Crea solo finti fenomeni o c’è qualcosa di buono? Yacht: Internet per noi è non solo importante, ma essenziale, liberatorio. Non saremmo dove siamo se non avessimo usato questo strumento nel corso degli anni. Con che altro mezzo si potrebbe comunicare senza limiti, barriere o confini, con la gente di tutto il mondo? Crediamo fortemente nelle opportunità che la Rete ci offre. Web e Wi-Fi a costo zero dovrebbero essere un diritto: non solo qualcosa che non si paga, ma un vero e proprio messaggio politico alle nuove generazioni. Jona, raccontaci delle tue esperienze come remixer. È un forte interesse o solo un passatempo? Jona: In realtà mi è capitato di fare dei remix soltanto per alcuni amici, o, come nel caso degli Stereolab, per gruppi di cui sono fan da lungo tempo. Mi viene proposto frequentemente di realizzare dei

remix da parte di band o musicisti da ogni parte del mondo, spesso con generi molto diversi uno dall’altro, ma preferisco dedicarmi solo alle cose che sento più affini, così da produrre qualcosa che alla fine rappresenti il mio modo di essere. Jona, sappiamo che hai anche una piccola azienda, la Manila Mac, che di occupa di design e con la quale hai ideato una custodia per il nuovo MacBook Air. Inoltre, durante i live utilizzi proprio questo tipo di laptop. Quanto ami il tuo Mac? Jona: Guarda, risponderò con il nostro motto: “We don’t use Windows, we open doors.” Quali sono i vostri videoclip preferiti di sempre? Claire: su YouTube, il mio video di sempre si intitola Talking Dogs, una compilation di filmati in cui dei cani sembrano imitare la voce umana con i loro guaiti. Ne ho fatto anche una rivisitazione, campionando i vari animali facendoli “parlare” a tempo su di una base. Yacht: Tra i nostri film preferiti ci sono: Belli e dannati di Gus Van Sant, La Casa Dei Giochi di David Mamet, La morte corre sul fiume di Charles Laughton, Lo Straccione di Carl Reiner, Blade Runner, Terminator 1–3. Tanto per fare qualche titolo. Tra i videoclip invece: tutti quelli dei B-52, Gossip Folks di Missy Elliott, Once in a Lifetime dei Talking Heads, Woo Ha! di Busta Rhymes, Girls Just Wanna Have Fun di Cyndi Lauper, It Was a Good Day di Ice Cube, Trapped in the Closet di R. Kelly. Ci fermiamo qui, ma ce ne sarebbero molti altri. Jona e Claire, grazie della chiaccherata. Yacht: Grazie a voi dell’intervista. myspace.com/yacht 83


WAVVES

Difficile credere che dietro a quelle melodie squisitamente naïf e a quel muro di pop-noise, garage, lo-fi mescolato a punk da spiaggia e psichedelia ci sia una persona sola, un ragazzo classe 1986 che corrisponde al nome di Nathan Williams e che sta facendo parlare di sé i più importanti magazine musicali, non ultimo Fader che di recente gli ha dedicato un’intervista. Sta di fatto che questa one man band di San Diego in California sembra essere una delle rivelazioni del 2009, e il suo Wavvves LP, in uscita a marzo e anticipato dal singolo So Bored, viene annunciato dalla critica come uno dei dischi dell’anno.

INTERVISTA DI MARTINA ARZENTON Ciao Nathan, quando e come hai mosso i tuoi primi passi nel mondo della musica? Ho iniziato come la maggior parte delle persone. Per il mio undicesimo compleanno i miei genitori mi regalarono una chitarra e dopo qualche tempo — e diverse vesciche alle dita — ho messo insieme i miei primi accordi: un successo! Da lì ho continuato a suonare, facendolo tuttora. Quando hai capito che la musica poteva essere anche un lavoro, oltre che ad una tua grande passione? Ad essere sincero, non da molto. Direi che me ne sono reso conto circa un anno fa. Come hai detto tu, la musica è la mia grande passione, suonare e scrivere sono attività che non mi pesano, anzi, fanno parte della mia vita quotidiana, sono cose che mi vengono naturali. Proprio per questo non ho mai paragonato la musica ad un lavoro, anche se ora lo è a tutti gli effetti, ma spesso mi sembra strano parlarne in questi termini. Cos’è Wavves? Come è nato il progetto? Come già sai, dietro al progetto Wavves non c’è nessuna band, soltanto il sottoscritto. E’ iniziato tutto a febbraio dell’anno scorso, quando mi sono deciso a registrare in studio dei pezzi che avevo scritto e arrangiato, suonando da solo tutti gli strumenti. Una volta pronta la demo l’ho fatta sentire in giro, ad amici, conoscenti, arrivando poi a MySpace, Last.fm e ad altre piattaforme simili. Il 84 INESCO

consenso è stato praticamente immediato, i miei contatti aumentavano a vista d’occhio e nel giro di poco tempo si faceva un gran vociare di me e delle miei canzoni su molti blog musicali... faticavo a crederci! Lo scorso Halloween ho tenuto il mio primo concerto e presentato così i miei pezzi dal vivo. Ora vedremo cosa mi riserverà il futuro. Le prime cento copie della tua demo avevano una copertina decisamente particolare. Non ci sono quindi dubbi su quale sia l’altra tua grande passione. Com’è nata l’idea? Dovresti fare i complimenti alla mia amica Amelia delle Pens per quell’artwork, è opera sua. Sempre lei ha curato anche la cover del 45 giri di So Bored. Sono appassionato di grafica e illustrazione, e in Amelia ho trovato la persona giusta per mettere su carta le miei idee, mi trovo bene con lei. Anche con James Nascent [flickr.com/photos/jamesnascent, ndr] collaboro molto, trovo i suoi collage molto particolari. Credo che l’estetica di un qualsiasi prodotto sia molto importante, deve rappresentare quello che c’è dietro rimanendo il più aderente possibile all’idea iniziale. Quando faccio uscire qualcosa di mio, cerco di rifarmi appunto a questo concetto, sviluppando con le immagini qualcosa che assomigli alla musica che faccio, qualcosa che dimostri personalità, che colpisca e che sia divertente. Hai già stampato diversi brani con etichette indipendenti come Woodsist, Fat Possum, Tic Tac Totally e Young Turks. Tra non molto uscirà il tuo album, Wavvves, stavolta per un

major. Che influenza ha avuto su di te questa cosa? L’hai vissuta come uno stimolo o ti sei trovato di fronte a dei compromessi che hanno in qualche modo limitato la tua libertà artistica? Qualche rammarico? L’album uscirà il 17 marzo e sarà distribuito in tutto il mondo. Per quanto riguarda il discorso major, posso dirti che non mi sono affatto limitato o ridimensionato, ho fatto e faccio sempre quello che sento, in armonia con le mie idee ed il mio essere musicista. Penso piuttosto che mi sia stata data una grande opportunità, nessun rammarico quindi. Il tuo tour comprende un numero notevole di date in Europa, tra cui Parigi, Londra e Amsterdam. Potremo vederti suonare anche in Italia? Credo di sì, probabilmente farò un paio di date anche da voi. Mi piacerebbe suonare in Italia. Quali band ti piacciono? Facci qualche nome. Adoro Blank Dogs, penso che quel tizio [myspace. com/blankdogtime, come Wavves, Blank Dogs è una one man band, ndr] stia facendo veramente delle ottime cose. Mi piacciono anche le Pens [myspace.com/penspenspenis, ndr], tre ragazze inglesi che fanno un lo-fi pop molto divertente. Ci salutiamo con i tuoi progetti per il futuro. Non saprei, potrei dirti tutto e niente. Vediamo come andrà l’album. Per ora mi lascio vivere e cavalco l’onda. Grazie e a presto. myspace.com/wavves


IN PRINCIPIO ERA L’INDUSTRIAL DI CLAUDIA SELMI In origine c’era una musica in grado di scuotere davvero. Mi viene forse da paragonarci Elvis Presley e l’effetto che poteva fare a migliaia di ragazzine bigotte con la sua mossa sensuale. Che poi tornavano a casa e si facevano il segno della croce cercando di candeggiare tutti i pensieri sconci che avevano attraversato i loro bigodini. Più avanti, i Velvet Underground, la psichedelia, l’ottenebranza spiritica e gotica di Nico e l’underground, il live, i sogni in comunità. Ancora più avanti David Bowie e la provocazione androgina del Glam. Poi arriva Genesis P-Orridge e l’Industrial disturbante, prima con i Throbbing Gristle e poi con gli Psychic Tv, sempre in evoluzione con nuovi musicisti e performance. Ma nonostante le varianti di genere e di attitudine, tutto questo è, o è stato, Rock: provocazione che scuote. Allora giovani e medi gruppi fatevi un esame di coscienza. Perché gruppi attualmente attivi, e con alle spalle trent’anni di storia, vi scavalcano alla grande. Anzi, con voi non hanno nulla a che fare. E non si tratta di esperienza. Guardatevi un bel live di Psychic Tv 3, ovvero l’attuale formazione del gruppo, e godetevi l’esame di coscienza più acido che possiate farvi. Ricordatevi cos’è la musica. È il peggiore degli incubi. È la sveglia di tutti gli impulsi e gli istinti ammorbati dalla vita “a norma”. La musica è affare da eroi. Eroi fastidiosi a metà tra predicatori e prostitute intossicate. E soprattutto fastidiosi, che sono lì per suscitarti shock e pensieri disturbanti. Arriva sul palco dell’Unwound a Padova, il re — o la regina — dell’Industrial,

Genesis P-Orridge, con il suo seguito di musicisti eccezionali. Il batterista — formidabile — indossa per il primo pezzo una maschera da gufo con gli occhi spalancati. Su un tappeto di suoni psycho-trance, tra l’Ambient e l’Acid Rock, i Ptv 3 sono perfettamente coesi in funzione del magnete principale Genesis, cantante e teatrante che recita in toni maestrali un rito maieutico ed esoterico, citazionista, atto a far affiorare l’Es che è in ognuno di noi. Con crudezza, onestà disumana e anticonformismo, Genesis è il primo a mettersi in gioco e a metter in gioco il suo stesso corpo con un processo di trasformazione — parte integrante del project teatrale degli Psychic Tv e dei video-art applicati sullo sfondo, che lo intercettano bendato dopo le operazioni chirurgiche. Un essere istrionico che canta Biology is not the destiny, e che nell’ultimo CD-live Mr. Alien Brain Vs The Skinwalkers, registrato senza prove, inserisce una cover di Syd Barrett e una di Lou Reed. Un esperimento fin troppo ben riuscito che ti ha usato come cavia, senza chiederti il permesso, dove sei più debole, nei substrati di coscienza, come un acido e tutti i suoi effetti collaterali. Come il Dark Side of the Moon del nuovo millennio, secondo la definizione dello stesso leader del gruppo. Finito il live di due ore, con Genesis che non si è risparmiato in nulla, senti di aver partecipato a un pezzo di storia, i dark iniziano a ballare The Cure, fuori i Carabinieri sono venuti a prendersi qualcuno, e tu senti immancabilmente che la tua coscienza è molto più sporca di quello che la TV ti fa credere. myspace.com/ptv3 85


Un pomeriggio a casa di Bob “Cornelius” Rifo

NELL’ANTRO deL RE DELLA MONTAGNA TESTO DE LA VALIGETTA (MARCO ALLEGRI E ALESSANDRO DEL GROSSO) FOTO DI FRANCESCO ERCOLINI

86 INESCO


87


88 INESCO


Anno di grazia 1977: un millennio fa a pensarla musicalmente ma data terribilmente significativa per ciò che andremo ad affrontare nelle prossime righe. In una Londra thatcheriana prendeva forma ciò che poi si sarebbe definito Punk, mutazione fondamentale per intere generazioni di animi in rivolta. Talmente fondamentale che, a distanza di trenta e passa primavere, c’è chi di Punk ne sente ancora grande esigenza. È questo il caso di Bob Rifo, talento nostrano che proprio nel ’77 vede i propri natali. Un collegamento banale ed improbabile che può solo aiutare a comprendere al meglio la vicenda di una gradevolissima anomalia della scena musicale nostrana: The Bloody Beetroots. Non vi è necessità di particolari presentazioni in quanto ai più è noto ciò che il Nostro (sì, singolare, perché The Bloody Beetroots, musicalmente, è da intendersi quale progetto solista di Bob) e i cuginetti Crookers stanno combinando in giro per il globo. Era infatti dai tempi dell’Italo Disco che non si registrava tale attenzione internazionale per produzioni electro alternative made in Italy. Un buon decennio di gavetta e studio insospettabili (quella Point of View a firma Db Boulevard ti dice nulla?) sfociato in un progetto garage-rock tuttora in evoluzione, dal quale si scinde un electro side-project destinato a ben altre glorie. È infatti da poco più di un anno e mezzo che le Rape Sanguinanti sono emerse tra le vulcaniche idee di Bob. Giusto il tempo di farsi scoprire da uno dal fiuto lungo come Etienne de Crécy e di lasciarsi assorbire da una radicata e travolgente passione per fumetti e supereroi che la ricetta è bella che servita. Una scalata impressionante e vertiginosamente rapida, ha portato il Nostro (raggiunto per le faccende clubbin’/ djing dallo spassoso Tommy Tea) ad una posizione di notevole influenza per le sorti del suono alternative delle ultime stagioni dance mondiali. Tour interminabili e produzioni a cascata hanno segnato una prima annata di grandi riconoscimenti e sempre crescenti consensi. Giunto il contratto con la Dim Mak di Steve Aoki è quindi il momento della discesa tra gli angusti sentieri della discografia “ufficiale” e della reale connotazione del progetto a livello globale. Il primogenito ep Rombo spiana quindi la strada alla nuova e mutevole creatura: CORNELIUS. Per l’occasione, da buoni amici-non-giornalisti, siamo invitati ed accolti da Bob nel suo studio-taverna Bassanese per scoprire cosa si cela dietro quel nome così evocativo. Un lavoro volutamente elaborato e virale, che rivolge il proprio sguardo in molteplici direzioni, conferma la gran fame del Nostro rispetto mondi apparentemente esterni alle semplici vicende musicali.

«Mi piace l’idea di poter utilizzare più strumenti per diffondere le mie idee e sensazioni. Utilizzare solo la musica è spesso risultato limitante, per questo approfitto della possibilità garantitami da Dim Mak per esprimermi contemporaneamente a più livelli» spiega Bob. Cornelius è infatti elemento scippato alla letteratura di Michael Moorcock, scrittore Inglese di romanzi di fantascienza, dal quale Rifo ha pensato bene di prendere in prestito l’ambiguo agente segreto Jerry Cornelius, efficace esperimento di metanarrativa open-source. Un “campione eterno” da poter riempire con tutte le storie immaginabili e, in questo caso, un gigante a tre teste che si muove in direzioni differenti: un Ep a targa Dim Mak, una serie limitata di T-shirt Sixpack ed il videoclip a firma Born to Film. Giusto il tempo di scoprire la passione che il Nostro nutre per il clima Natalizio (e le sue canzoncine) e veniamo travolti da una valanga sonora rabbiosa ma mai sgraziata: è Cornelius, che ci calpesta con le sue atmosfere epiche e corali, una bomba sotto ogni punto di vista. Musica senza precedenti che ad ogni giro pare sbraitare dritto al muso un “No Future” d’altri tempi, pur mantenendo una contemporaneità di suono ed attitudine invidiabile. È il segreto di Bob: crearsi un linguaggio fresco ed attuale attraverso il quale trasmettere ispirazioni e passioni lontane, evitando così di apparire nostalgico e fuori tempo massimo. Si, perché il coro Oi! che accompagna la struttura ritmica del brano, eseguito per l’occasione dai belgi Goose e Sound of Stereo, è roba che proprio a quel ’77 deve la propria paternità. Irruenza che trova nell’armonia della musica sinfonica una sorta d’equilibrio e complementarietà, per potersi ben accostare ad una miscela ostica e anomala a centoventicinque battute al minuto. Il risultato è energia ragionata, voglia di scuotersi senza però dimenticare ciò che si è e che si desidererebbe rappresentare. Influenze che si allargano a macchia d’olio per cinque tracce (tra strumentali e mix vari) e che trovano epilogo con una morriconiana “ouverture” funebre di livello altrettanto inestimabile. Provocazione che Bob riassume così: «Ho voluto chiudere l’ep in questo modo per riportare la mia certa convinzione che musica Classica e Contemporanea possano uccidere in ogni istante l’elettronica e le produzioni digitali come, in questa specifica condizione, uccidono Cornelius.» Una marcetta che evidenzia le indiscutibili doti del Nostro in fase di produzione e arrangiamento: credere che l’orchestra, ed il coro che la sostiene, siano opera di un semplice software ben gestito risulta davvero complicato, sentire per credere. 89


90 INESCO


91


Nessun pianto però perché proprio Moorcock ci insegna che Cornelius è entità immortale e perpetua, sempre resuscitata per dar noia a nuovi bellimbusti. Per questo non stupiamoci se ci capiterà di imbatterci nello stesso guardando qualche action movie della prossima stagione (Crank 2 ad esempio). Cornelius mostra così la propria anima — o meglio l’anima che Bob ha voluto dare a Cornelius — ed è pronto a concedersi anche agli occhi dei presenti. È infatti il turno del videoclip a firma del francese Mathieu Danet, ai più conosciuto per la sua fervida attività di videomaking per la Born to Film (per la quale sta preparando un docu-film sulla scena electro mondiale degli ultimi anni). Esasperata e volutamente grottesca testimonianza di quel che è stata l’ultima annata di Bloody Beetroots in giro per il globo. Mille volti noti e non si alternano in un montaggio cupo e tirato: il padrino Steve Aoki, i cuginetti Crookers, Kavinsky, Uffie, Party Harders, Mon Colonel, Les Petits Pilous, Mou Mou & Theo, D.I.M., LA Riots, il nostro Enrico Mac Mac e Mark The Cobrasnake & Co. Il tutto per una metafora concepita al 90% da immagini reali che alimentano la, solo apparente, convinzione che si tratti della tradizionale faccenda Droga-Alcol-Puttane. Ma per chi conosce un po’ Bob e il suo mondo è facile annusare l’ennesima furbesca provocazione: «Tutto quello che vedi nel clip è tutto ciò che amo meno del clubbing serrato al quale ci sottoponiamo. Cornelius [interpretato dallo stesso Bob, ndr] è un alter ego folle, non mi rappresenta. Vedere gente che si disintegra con ogni sostanza immaginabile non è per noi faccenda di gran godimento, anzi. Per questo il gioco sta nel fatto di lasciar credere a chi vede che si tratti di mera auto-celebrazione, per poi rendersi conto solo alla fine del montato — con un risveglio improvviso — che era esclusivamente un brutto sogno.» Questo è quel che l’autore del clip, casualmente lo stesso Rifo, racconta nel pomeriggio dell’incontro. La sera stessa è però partito un giro di telefonate transalpine che informavano che per faccende stilistico-creative, dovute ad involontarie affinità con il successivo clip di Phantom dei Justice, si era costretti a fare uscire il clip in anticipo rispetto al dovuto 18 dicembre 2008 (data fissata per la nascita di Cornelius) e che quindi non era possibile montare il finale inizialmente predisposto dal Nostro. Così che dal prematuro clip si può assorbire tutta l’energia che il progetto dalle Rape Sanguinanti si porta appresso, dovendo però rinunciare alla più intima considerazione che il Nostro intendeva riportare al pubblico. Peccato. Ma nel 2008, come nel 1977 anche se con attitudini differenti, l’estetica non può certo esser argomento secondario. Per questo non poteva mancare una specialissima 92 INESCO

serie limitata di Cornelius Tee-shirt curata dalla francese SixPack (importata in Italia da Blue Distribution) e disegnata dal fedele e talentuoso grafico Turbokrapfen. Influenze che sempre dalla stagione Punk prendono linfa creativa ispirandosi alle linee grafiche dell’accoppiata DIY Vivienne Westwood & Malcom McLaren e della loro cultboutique, Sex. Atmosfere ricalcate e modellate ai tre decenni trascorsi, che rivendicano sentimenti e ideologie tristemente appassite negli animi delle odierne generazioni. Ennesima sfida del Nostro votata alla feroce riproposizione di simboli troppo spesso ricalcati e svuotati di qualsivoglia radice culturale. Una passione che non può che esondare nell’importante legame che intercorre tra Bloody Beetroots e il mondo dei fumetti, amore talmente radicato che si vocifera addirittura di una futura collaborazione con sua istituzione Tanino Liberatore. Anteprima seguita a ruota da alcune impressionanti anticipazioni inerenti le future vicende del pacato produttore mascherato: in arrivo infatti remix per Pink, Tiga, Wu Tang Clan, Mr. Oizo, All American Rejects e Robyn (alcuni dei quali già apparsi in rete). Ma la mazzata giunge con la news che annuncia la prossima release del primo full lenght (sempre su Dim Mak attorno a Giugno 2009): Peaches, Spank Rock, Uffie, Steve Aoki, Robyn — oltre ai nostrani Congorock e Cécile — sono i primi altisonanti nomi che dovrebbero tener compagnia a Bob durante le imminenti studio session. E come se non ce ne fosse già abbastanza in arrivo anche Rifoki, balordo side-project hardcore che vedrà scuotersi on-stage — in compagnia di Bob — Mr. Steve Aoki ed il fido Congorock, occasionalmente in versione batterista-pezzato. Power trio che non può che promettere ennesime scintille. Con un paio di bombette ben assestate si chiude quindi il cerchio su quello strano ceffo di Cornelius, esperimento ampiamente esaustivo riguardante ciò che Bob, con il suo giovane ed ormai ex side project, sta cercando di dimostrare. Dato di fatto rimane il grande merito di esser riuscito in pochi mesi ad attirare a sé le illustri attenzioni di un’intera scena musicale, senza svendere credibilità e contenuti. A lui, ora, riconfermare, quotidianamente, tutto ciò che d’importante è stato detto su quel folletto disubbidiente che non se la sentiva di rivelare al mondo i propri sani ed umani principi. Del resto è pure sempre un fottuto supereroe sessualmente ambiguo. No?! myspace.com/thebloodybeetroots www.lavaligetta.it myspace.com/lavaligetta


93


I Fou colpiscono perché sono un gruppo estremamente piacevole. Suonano bene una sorta di power-pop-rock che ricorda molti di quei gruppi indie extraitaliani, con i crescendo di Social Broken Scene e la coralità dei Tunng, tutti azzurro pastello e magliette unicolor. Invece di italiano hanno le voci intrecciate degli Scisma e ogni tanto qualche finale distorto alla CSI. Ma sono soprattutto leggeri, si lasciano ballare, hanno delle belle melodie, sono informati, sono trentenni. Sono in sei, di estrazioni musicali e geografiche diverse, ma nordiche e per lo più concentrate a Milano. A me ricordano l’elettricità dei Prozac+ e l’ironia dei gruppi a marchio Tafuzzy, non a caso, la traccia “Mandarini” compare proprio nella compilation ’07 dell’etichetta romagnola.

COUP DE FOU

Raccontare Milano con eleganza tra rock e nonsense

INTERVISTA DI CLAUDIA SELMI FOTO DI SIMONA PALEARI Piacere telematico! Con chi “parlo” esattamente di voi sei? Piacere Taglialucci, cantante-chitarrista-raccoltaindifferenziata. Dite che essere in sei è un po’ la vostra forza e la vostra croce per quanto riguarda la composizione delle canzoni. Ma qual è il punto di partenza di ogni pezzo? I testi, la noia strana che provoca Milano, il sovraccarico informativo che vi fa per forza di cose risputare qualcosa, il mito del Musicista Rock... ? 94 INESCO

È più una forza essere in sei, è una croce nel senso che occorre mettersi molto di più al servizio del gruppo, limitando talvolta la performance individuale, è un gruppo il nostro che funziona se riusciamo a coordinare l’insieme. La difficoltà sta nel fatto che io porto in saletta delle canzoni in bozza lo-fi pre-arrangiate e il gruppo deve riuscire a darle una veste più “suonata”, arricchita di arrangiamenti migliori, senza toglierne la semplicità iniziale. Il punto di partenza dei brani credo sia raccontare e catturare quella fame che caratterizza lo status di “marginale”, non solo in senso geografico — anche se come hai ricordato, noi siamo più o meno tutti confluiti a Milano, una città non a caso strutturata

in cerchi concentrici — ma per dare forma a quella moltitudine di “tentativi” di accesso e all’immaginario che ci si costruisce artificialmente stando un po’ fuori dai contesti vagheggiati, bramati — una rete, un centro di interesse, una community, una qualsiasi cosa — dare una forma a quella “pressione” per entrare, per esserci dove conta, salvo scoprire che la realtà dall’interno è essa stessa un altro immaginario, è a sua volta una rappresentazione di altri “tentativi”, una fame che non si placa mai e diventa una necessità di consumo, spesso una tossicodipendenza sociale; i testi raccontano storie per immagini, si snodando su catture giornalistiche e mediatiche, abusi sociologici, il tutto


«Il fascino segreto dell’artista inafferrabile e inarrivabile ci risulta un po’ obsoleto. Il fatto che l’arte abbia perso l’aura, la patina, per noi è un bene perché ci permette di dire delle cose pur non essendo propriamente dei geni.» frullato e risputato fuori in qualche modo e con una certa urgenza. La tecnica del cut-up che va a formare le vostre paroles è una scelta politica? Voglio dire, esprime la spersonalizzazione dell’individuo, la frammentazione che riflette le scene sociologiche, o forse è un modo per ironizzare e togliere credibilità agli stili di vita mettendo in evidenza certe parole chiave che pronunciate quasi come nozioni? I pezzi nascono tutti da una melodia associata a un testo, simultaneamente. Non c’è prima una melodia o una partitura sulla quale incollo successivamente delle parole, questo perché mi piace dare immediatezza alla scrittura, il che obbliga a rischiare un po’, a forzare la struttura delle frasi, il cut-up in realtà viene fatto su più testi, anche ad esempio su espressioni catturate all’istante dalla TV, dalle pubblicità, dai volantini che ti danno per strada, dal sentito dire, che per una strana combinazione di eventi in quel momento suggeriscono la frase che mancava al pezzo, i soggetti che fluttuano nelle canzoni, sono infatti individui che si barcamenano in un contesto atomizzato o liquido (...scena sociologica), individui poco credibili perché in difficoltà nella costruzione di rapporti sociali, dove è spesso importante padroneggiare i linguaggi e utilizzarli come strumento di conoscenza e arma brutale di elevazione sociale. Ad esempio, fra musicisti spesso si gioca alla gara dei nomi, chi dà al gruppo il nome più strano e sconosciuto vince il premio “credibilità”. In questo nozionismo goffo, i personaggi che descriviamo annegano perché conoscono pochi nomi, citano sempre quello sbagliato e risultano spesso poco “credibili”. Ma la credibilità poi chi la possiede? Come mi ha detto una volta un amico «...noi si gioca un po’ tutti a scolpire il curriculum...» Ma poi chi realmente vive sulla pelle le cose che dice? Chi non fa un lavoro di cesellatura su di sé? Perché la musica come forma espressiva? Banalmente, e credo valga un po’ per tutti gli altri, quando avevo dodici anni vedevo il Festivalbar e volevo suonare qualcosa. Poi per fortuna avevo anche i dischi dei Beatles, dei Pink Floyd, mi sono appassionato agli strumenti e sono andato a lezione. Quando sono cresciuto ed ho avuto voglia e bisogno di dire qualcosa, sapere maneggiare questi arnesi costosi mi è tornato utile, ma in circostanze diverse avrei potuto anche fare altro... non il pittore perché sono negato, in questo la scuola italiana non ti aiuta per nulla a capire le tue attitudini. Più in profondità poi, la musica mi ha sempre dato quel senso di immediatezza nel dire e sentire le cose come nessun’altra forma espressiva. In che stagione vivono i vostri pezzi? Vivono e sono stati scritti a cavallo tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del 2000, in quella fase di

intensa mobilitazione sociale e politica globale e soprattutto in quella successiva, o forse conseguente, di riflusso. A trent’anni avete già deciso da che parte stare nella vita? Crediamo di stare dalla parte di chi sceglie di pagare un prezzo per le cose che ama e di essere disposti a soffrire un po’ per averle. Quali sentimenti personali concretizza la realizzazione del vostro album? Gratificazione estrema, compimento, riempimento ma non sazietà. Siete persone mimetizzabili in mezzo alle altre o siete appariscenti? Avete piccoli tic o manie, o modi strani di guardare gli angoli dei palazzi? Cos’ha un ricercatore genetico, o un operatore sociale, o una ragazza invischiata nel mondo della moda, da regalare alla fabbricazione della musica che fate? Dipende dal contesto in cui ci si trova, a volte in quelli alternativi mi sento molto appariscente in quanto non possiedo un occhiale con montatura spessa e ho solo due spillette sul giubbino (quella di Fuckin’ Donut e quella di Sussidiaria). Di contro, lavoro in un contesto di emarginazione, dove le persone appariscenti e con i tic sono all’ordine del giorno. Le cose che raccontiamo partono dalla vita che facciamo ogni giorno, è una banalità, ma se abbiamo da raccontare qualcosa è perché ci proviene da un vissuto profondo, di storie, di necessità, di bisogni da soddisfare. Dov’è la vostra serenità? È una parola complicata, siamo sempre tutti molto inquieti, quando siamo troppo sereni mi preoccupo, poi credo che siamo degli estremisti sentimentali ed è la cosa che ci fa stare insieme in sei come gruppo, stiamo bene, anche se ci facciamo una pressione reciproca notevole. Avete dei maestri a cui pensare quando ricreate il mondo sotto forma di Fou? Credete ancora in questo potere dell’Arte? Sì, tutti i big della scena indie americana — dai Flaming Lips a J Mascis, dai Pavement ai Grandaddy — ma soprattutto le persone che hanno collaborato con noi. Abbiamo da imparare da tutti. A Francesco Donadello e Diego Palazzo ad esempio abbiamo sottratto valigie di insegnamenti e dritte. Ma anche da mr.Brace, Daniele Carretti. Crediamo che ci possa essere una specie di Maestro Collettivo, un insieme di saperi, di attitudini, che si trasmettono in orizzontale, piuttosto che il mito del Rock. Il fascino segreto dell’artista inafferrabile e inarrivabile ci risulta un po’ obsoleto. Il fatto che l’arte abbia perso l’aura, la patina, per noi è un bene perché ci permette di dire delle cose pur non essendo propriamente dei geni. L’importante è soffrire sempre un po’ per poter dire quello che si vuole, in questo modo assegni un valore a quello che fai. Il dramma di oggi è la gratuità generalizzata, e in questa attitudine del “gratis”, del “comunque ci è dovuto”, non ci ritroviamo per nulla. La democrazia ha senso se riesci a creare un valore sociale alle cose che fai. Siete trentenni che non affrontano i problemi e che rimandano sempre, usando l’arma dell’ironia. O no, dal momento che avete creato per esempio un disco? O cos’altro pensate che riuscirebbe a liberare la vostra generazione? Uhm, bella domanda! Purtroppo di tutto questo ne siamo imbevuti fino alle ossa. L’ironia è un arma comoda cui è fin troppo facile ricorrere, ma oggi

te la vendono anche al supermercato. Per questo non ci tocca fare altro che negarci, e questo disco è infatti in primis la negazione di noi stessi o di quello di cui siamo stati parte necessariamente, anche se non sempre complici. Questo disco è infatti stato una cosa necessaria, urgente, catartica, e contiene la possibilità di reinventarci come persone su altre basi. Il vostro CD mi dà l’idea di cosmopolitismo, anche se è tutto in italiano. Forse per alcune parole, come la cinese guanxi. O forse per la decontestualizzazione di parole italiane, che vengono come prese dal loro ambiente e ritornate “nude”, rendendole così più... esotiche. Che ne dite? In realtà io non sono andato molte volte oltre il Canton Ticino, ma possiedo molta immaginazione. Guanxi è un abuso sociologico, una cattura giornalistica; cerchiamo di estremizzare un po’ il discorso di Battiato — e me ne scuso — forzandolo ulteriormente nella sua forma un po’ New Age. Certamente togliere le parole dal contesto e ridicolizzarle, metterle “nude”, è un effetto voluto — e ci fa estremo piacere quando viene colto — in parte, ma non sempre perfettamente riuscito, perché ci manca un lavoro di ricerca più profondo nei “discorsi” di settore... ci lavoreremo ancora. Ci è rimasta della spiritualità qui attorno a noi? E se sì, dove diavolo la vedete? Beh, mi inviti a nozze! Citerò per l’occasione una cosa che dice già tutto, il testo di Magic Shop di Franco Battiato: «C’è chi parte con un raga della sera e finisce per cantare ‘la Paloma’. E giorni di digiuno e di silenzio per fare i cori nelle messe tipo Amanda Lear vuoi vedere che l’Età dell’Oro era appena l’ombra di Wall Street? La Falce non fa più pensare al grano il grano invece fa pensare ai soldi. E più si cresce e più mestieri nuovi gli artisti pop, i manifesti ai muri i Mantra e gli Hare Hare a mille lire l’Esoterismo di René Guénon. Una Signora vende corpi astrali i Budda vanno sopra i comodini deduco da una frase del Vangelo che è meglio un imbianchino di Le Corbusier. Eterna è tutta l’arte dei Musei carine le Piramidi d’Egitto un po’ naifs i Lama tibetani lucidi e geniali i giornalisti. Supermercati coi reparti sacri che vendono gli incensi di Dior rubriche aperte sui peli del Papa.» «...i Mantra e gli Hare Hare a mille lire... ...i Budda vanno sopra i comodini... ...supermercati coi reparti sacri che vendono gli incensi di Dior...» Questa canzone è avanti di vent’anni, ed è una delle più graffianti di Battiato. Questo tema ce l’abbiamo già in cantiere, continua a seguirci e a breve vedrai. Che fate la sera? Preferite il divano, la posizione retta o a gambe piegate sul pavimento? Divano con/senza telecomando! Grazie mille e in bocca al lupo, non dimenticate i concerti! Grazie a te, a presto. Ci vediamo a qualche concerto allora. myspace.com/fouband 95


THE MAGIC NUMBER FAST INTERVIEWS FOR BUSY PEOPLE

A cura di Nicola Rigon

GRAFICI E ILLUSTRATORI

TURBOKRAPFEN

CENTO CANESIO

CIANOMAGENTA

1ACE

28 anni, Modena

22 anni, Vicenza/Rijeka

Tre artisti che incrociati potrebbero dare te come risultato. Takashi Murakami, David Mancuso, So Me. Tre opere: il passato, il presente, il futuro. Select-O-Mat Technotempest di Peter Phillips. Tan Tan Bo Puking di Takashi Murakami. Il 2012. I tre progetti/lavori/committenti che consideri importanti nella tua carriera. Me. Tutti i lavori per The Bloody Beetroots. Fist of God Tour’s poster per MSTRKRFT.

Tre artisti che incrociati potrebbero dare te come risultato. TIGRE, PRUGNA e TEKS. Chi ha orecchie per intendere intenda. Tre opere: il passato, il presente, il futuro. La Pietà di Michelangelo. W Juve di un anonimo ultrà. La baita abbandonada di Ravinsko Cipollino. I tre progetti/lavori/committenti che consideri importanti nella tua carriera. Di questa domanda ne riparleremo quando avrò fatto carriera.

Tre artisti che incrociati potrebbero dare te come risultato. Delta Inc., OsGemeos, Amaze. Tre opere: il passato, il presente, il futuro. Tutti i pezzi dei Vetrash Vandalz. Tutti i pezzi di Parra. Tutti i pezzi che riuscirò a chiudere io. I tre progetti/lavori/committenti che consideri importanti nella tua carriera. Wonka 000+001+... Visual/live per MTV Zilla MIlano ’05. Pinktronix.

www.turbokrapfen.com

www.canesio.com

Tre artisti che incrociati potrebbero dare te come risultato. The Zonders, So Me, Giovanni Muciaccia. Tre opere: il passato, il presente, il futuro. Il movimento psichedelico americano (Rick Griffin, Stanley Mouse, Peter Max, Victor Moscoso, Lee Conklin, Wes Wilson, ecc.). Hope di Shepard Fairey. Wall-E della Disney Pixar. I tre progetti/lavori/committenti che consideri importanti nella tua carriera. Trash-Dance. Ruby. Le robe che paga Massi (Don’t Fuck About, Neon Disco, Summer Rocket).

25 anni, Vicenza

34 anni, Treviso

www.cianomagenta.com

96 INESCO


IAVE

32 anni, Vicenza/Milano Tre artisti che incrociati potrebbero dare te come risultato. Futura2000. Rammelzee e Rick Griffin nel disegno. Richard Kern, Fredman e Richardson nella fotografia. Tre opere: il passato, il presente, il futuro. Bandiere all’altare della patria del 1915 di Giacomo Balla. Missionaries moving, l’unico album dei Gettovets, gruppo di Rammelzee. Mishka NYC. I tre progetti/lavori/committenti che consideri importanti nella tua carriera. Evisu. Diedlastnight. Me stesso.

MARCO CENDRON 32 anni, Treviso/Milano

Tre artisti che incrociati potrebbero dare te come risultato. Luc Ferrari, Theo Jansen e Mark Rothko. Tre opere: il passato, il presente, il futuro. FMR. New York Magazine. The Manual. I tre progetti/lavori/committenti che consideri importanti nella tua carriera. Studio & Partner (Michele De Lucchi), Zero (www.edizionizero.com), Rolling Stone. zitezipel.blogspot.com

MINO

21 anni, Milano/Pantano/Warszawa Tre artisti che incrociati potrebbero dare te come risultato. Tutto il Medioevo italiano e i Fiamminghi del Quattrocento per composizione. Roland Topor che ha inventato tutto. E, per estetica, Dondi White, anche se è uno dei tanti. Tre opere: il passato, il presente, il futuro. Il Crocifisso di San Damiano di anonimo umbro: ha una composizione pefertta. Cloaca di Wim Delvoye. Anche se è difficile parlare di futuro ma piuttosto di persone che vedono lontano, dico Super Mario Clouds di Cory Arcangel. I tre progetti/lavori/committenti che consideri importanti nella tua carriera. Innanzitutto i flyer per i miei amici Cobras. La copertina per il remix album degli Amari Night Menbers Club che mi ha dato un po’ di visibilità. Inoltre sto lavorando a una serie di capi d’abbigliamento pitturati a mano per diversi artisti come i Phonograph e i due DJs polacchi Hungry Hungry Models.

GABRI FUMAGALLI 25 anni, Brianza/Milano

Tre artisti che incrociati potrebbero dare te come risultato. Matt Groening, Paris Hilton, Google Immagini. Tre opere: il passato, il presente, il futuro. Il CIAO di Italia ’90. Le grafiche di SO ME che copiamo tutti. Il Deserto Negli Occhiali © I tre progetti/lavori/committenti che consideri importanti nella tua carriera. Dolce&Gabbana dove ho lavorato fino a poco tempo fa e gli altri marchi/clienti che mi danno lo stipendio. Le magliette della Fruit of the Loom con su le mie grafiche che vendo sottobanco a prezzi da cinesi. Fotolog /ignoranza.

flickr.com/photos/lamarcabilly

97


BACK’N’ROLL VICENDE E PERSONAGGI CHE HANNO FATTO LA sTORIA DEL ROCK

19 59

Quanto scalpore per un paio di jeans! I Fifties sono gli anni della musica rock, dei jeans, della Coca-Cola e dei primi scooter. Le nuove mode americane attraversano l’Oceano e arrivano in un’Italia nel bel mezzo della ricostruzione post-bellica, dove la società da prettamente rurale si sta trasformando in moderna ed industrializzata. I primi a sentire il cambiamento sono ovviamente i giovani, che elaborano un’unica certezza: non voler assomigliare in alcun modo ai loro genitori. Nascono così nuovi stili di vita e le prime forme domestiche di ribellione generazionale (gli albori delle vere e proprie con-

testazioni politiche e sociali che invaderanno le strade a partire dalla metà degli anni ’70), sulle quali cominceranno a ricadere le prime censure. A partire dal 1959 vengono vietate le proiezioni dei film di James Dean, tradotti in maniera preoccupante i titoli originali (Le Tricheurs, in italiano “i bari”, viene fatto uscire con il titolo di Peccatori in blue jeans), vietati i jeans a scuola e l’uso dei flipper su tutto il territorio nazionale perché generatori di una “morbosa attrazione all’ozio” e una “trascuranza dei doveri individuali e familiari”. (A Cuba, vent’anni dopo, i giovani che canteranno musica rock o imiteranno i Beatles, saranno condannati e sbattuti in galera).

A cura di Martina Arzenton

19 69

Doppio live dello zingaro elettrico a Stoccolma. Reduce dell’incredibile successo dell’immortale Electric Ladyland (MCA Records, 1968), la Jimi Hendrix Experience si esibisce alla Konserthuset di Stoccolma, in due show, pomeriggio e sera, nella stessa giornata del 9 gennaio 1969, (Stockholm Concert, Purple Haze, 2004). Hendrix non è nuovo

a questi tour de force musicali che, uniti al suo maniacale perfezionismo durante le registrazioni, creano non pochi problemi con gli altri componenti del gruppo. Gli scontri e le sfuriate si fanno sempre più frequenti e il 24 febbraio del 1969, alla Royal Albert Hall di Londra, l’Experience si esibisce per l’ultima volta in due concerti che segnano il tutto esaurito. È tutto pronto per il Festival di Woodstock e per la nuova formazione Gipsy Sun And Rainbows.

GENNAIO 01 02 03 04 05 06 07 08 09 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31

19 79

Muore Charles Mingus, il rivoluzionario del bop. «Mi sento come uno che appartiene a tanti mondi, ma non mi sento a casa da nessuna parte.» Charles Mingus, genio pazzo e incazzato contro ogni forma di razzismo, decide di riscattare le sue origini meticce diventando uno dei migliori contrabbassisti della storia. Collabora con Armstrong, Parker, Gillespie, si esibisce con la sua band pianoless sui più importanti palchi d’Europa e, nel 1963, lo splendido The Black Saint and The Sinner Lady (Impulse!, 1963) lo incorona ufficialmente un artista senza eguali. Nel 1977, mentre è impegnato in un progetto con la cantautrice canadese Joni Mitchell, una malattia degenerativa colpisce il suo sistema nervoso e lo strapperà alla vita due anni dopo, all’età di 57 anni.

98 INESCO

19 99

Tra Mito e Realtà, 10 anni senza Fabrizio De Andrè. «Ascolta la sua voce/ che ormai canta nel vento/ Dio di misericordia, vedrai, sarai contento» (da Preghiera in Gennaio). Fabrizio De Andrè nasce a Genova il 18 febbraio 1940. Il padre è braccato dai fascisti e la famiglia decide di trasferirsi nell’astigiano. Tornerà a Genova solo nel ’45, dove comincerà gli studi in legge, interrotti a sei esami dalla laurea. La sua vera vocazione comincia a pulsare nella sua anima e l’ascolto di Brassens diventa folgorante. Nell’ottobre del 1961 la Karim pubblica il suo primo 45 giri, che contiene Nuvole Barocche e E Fu la Notte. È poi il momento di Via del Campo e Bocca di Rosa (Bluebell Records, 1967), brani che per la prima volta in Italia, aprono la strada al cantautorato socialmente e politicamente impegnato. Fabrizio diventa l’incubo delle istituzioni e simbolo della contestazione giovanile. In preda ad un sempre più cupo pessimismo, pubblica Tutti Morimmo A Stento (Ricordi, 1969), viaggio desolante tra ragazze traviate,

drogati, impiccati e bambini impazziti. Lo seguono La Buona Novella (Ricordi, 1970) e Storia di un Impiegato (Ricordi, 1973). La sera del 27 agosto 1979 Fabrizio e la compagna Dori Ghezzi vengono rapiti dall’anonima sequestri sarda e liberati nel dicembre dello stesso anno. La tragica esperienza diventa ispirazione per Fabrizio De Andrè/L’Indiano (Ricordi, 1981), album scritto con Massimo Bubola. Nel 1982 riesce ancora a sorprendere con il suo progetto più ambizioso e originale, in collaborazione con Mauro Pagani, Creuza de Ma (Ricordi, 1982), pietra miliare interamente scritta in dialetto genovese. Ancora album, ancora poesia, ancora anarchia perchè “In realtà vuol dire solo che uno pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio, attribuendo agli altri, con fiducia, le stesse capacita”. Fabrizio si spegne l’11 gennaio all’Istituto Tumori di Milano, ma le sue parole continueranno a rieccheggiare per molto, molto tempo ancora...

19 69

Ultimo concerto e le note dei Beatles accarezzano il cielo. Londra. Tipica gelida e grigia mattina invernale. Dal cielo plumbeo ecco inaspettatamente echeggiare le note di Get Back: i passanti ignari e intirizziti assistono stupefatti all’ultimo live dei Beatles sul tetto della Apple Records. Un passaparola generale e in pochi minuti le strade si affollano di gente, il traffico impazzisce e le scalette dei tetti confinanti vengono prese d’assalto. I ragazzi di Liverpool si ritrovano a suonare insieme, dopo quasi tre anni dall’ultima volta, per le riprese del film Let it Be, il loro ultimo documentario musicale girato dal regista Michael Lindsay Hogg. Le tensioni all’interno della band sono ormai insanabili e l’esplosione generale non si farà attendere per molto tempo: il 10 aprile 1970 Paul McCartney annuncerà di voler lasciare il gruppo, gli farà eco John Lennon qualche mese più tardi. Come tutti gli eventi straordinari, anche il sogno dei Beatles finirà irrimediabilmente.


19 79

Il primo martire del punk. Nichilista, autodistruttivo, John Simon Ritchie, meglio conosciuto come Sid Vicious, leader dei Sex Pistols, diventa l’icona indiscussa di una generazione votata all’autolesionismo e senza ideali. “Vivere impetuosamente, scombussolare i sensi e infine brillare... Prima dell’autoimmolazione”, in queste parole l’essenza della sua esistenza, giunta all’apice del breve successo nel 1977 con l’uscita di “Never Mind The Bollock, Here The Sex Pistols” (Virgin Records, 1977). L’avventura dei Pistols finisce poco

dopo e Sid si trasferisce a New York con la donna che si legherà indissolubilmente al suo destino, Nancy Splungen, con la quale condivide la sua vita di eccessi, tra concerti deliranti, folle amore e troppa eroina. La giovane donna viene trovata senza vita nel bagno del Chelsea Hotel (10 ottobre 1978) e, nonostante la totale mancanza di prove, è lui ad essere accusato dell’omicidio. Rilasciato su cauzione, si ammazzerà iniettandosi una dose letale pochi mesi dopo a soli ventun’anni. Accanto al suo corpo un biglietto e il desiderio che le sue ceneri fossero sparse sulla tomba dell’amata.

19 79

Dylan cede alle pressioni della casa discografica e registra Nashville Skyline (Columbia Records, 1969). Anche ai mostri sacri della musica può succedere di perdere l’ispirazione e di voler prendere le distanze da un presente che sembra non appartenere al proprio spirito. L’utopia in questo 1969 si stava trasformando in pura violenza. “Gli eventi di quei tempi, tutta la babele culturale, mi stavano imprigionando l’anima, mi nauseavano”, dichiara Bob Dylan che non parteciperà ai “Tre giorni di pace amore e musica” a Woodstock, preferendo a questi il Festival dell’Isola di Wight in Gran Bretagna. Dopo l’uscita di veri e propri capolavori come Highway 61 Revisited (Columbia, 1965) e Blon-

de on Blonde (Columbia, 1966), Dylan si lascia convincere a ritornare sulle scene e incide Nashville Skyline (Columbia, 1969). “Registrai in fretta un disco che aveva l’apparenza di un country-western e feci in modo che avesse un suono ben imbrigliato e addomesticato”, confesserà nella sua autobiografia. “I critici musicali non sapevano come giudicarlo. Usai anche una voce diversa. La gente si grattava la testa”. In apertura un duetto con l’amico Johnny Cash “Girl From The North Country”, che riproporrà in televisione al Johnny Cash Show. I fans nonostante il cambio di rotta del poeta del folk non disdegneranno neppure questo disco che arriverà al terzo posto della classifica americana. Ci sono artisti che si possono permettere anche apparenti scivoloni e questo è sicuramente il caso di Dylan.

FEBBRAIO 01 02 03 04 05 06 07 08 09 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28

19 59

The Day the Music Die. Così titolano i giornali di 50 anni fa all’annuncio della sciagurata morte, a soli 23 anni, di Buddy Holly, uno dei primi interpreti con Elvis del neo-nato rock and roll. Il giorno in cui la musica muore in quel maledetto aereo, noleggiato per accelerare gli spostamenti di una tournee estenuante. Con lui perdono la vita Big Bopper e Ritchie Valens, che decide di affidare alla sorte l’ultimo posto disponibile con il chitarrista Tommy Allsup. Lanciando una moneta il primo si aggiudica il viaggio, mentre il secondo la possibilità di continuare a vivere. Qualche minuto dopo il decollo, il velivolo si schianta su un campo di grano a Madison City e nessuno sopravvive. Chirping Crickets (MCA, 1957) e Buddy Holly (MCA, 1958) i suoi album più celebri e sulla sua vita The Buddy Holly Story, girato nel 1978 da Steve Rash.

273 d.C.

Sant’Amore! Dedicato a tutte le persone sconsolate che si ritrovano sole il giorno di San Valentino e si chiedono perché si debba festeggiare un giorno così funesto... Occorre vestire toghe e tuniche e addentrarsi nel leggendario Impero Romano. San Valentino, vescovo della città di Terni, con i suoi miracoli e le sue predicazioni diventa sempre più famoso tra la gente e la sua popolarità arriva ben oltre i confini dell’Impero. È proprio lui a celebrare per la prima volta il matrimonio tra una giovane cristiana ed un legionario pagano, sotto l’impero di Aureliano e, da quel momento, tutte le coppie vorranno essere benedette dal Santo dell’Amore. Ma episodi come questo non sono tollerati dal potere temporale e Valentino cade martire il 14 febbraio 273 d.C. La forza dell’amore purtroppo non sempre trionfa, ma possiamo sognarlo almeno un giorno l’anno... Buona giornata a tutti gli innamorati e a tutti quelli che desiderano sentir battere forte il cuore!

19 69

The Day the Music Die. Dopo svariati arresti, superata la dipendenza dalle anfetamine e accantonate le brucianti contraddizioni interiori, The Man in Black sembra finalmente attraversare il suo periodo di rinascita. L’anno dopo l’uscita di At Folsom Prison (Columbia Records, 1968), uno dei dischi più venduti della storia del rock, con sei milioni di copie vendute, ripete lo strepitoso successo con un altro live album Johnny Cash Live at San Quentin (Columbia Records, 1969), registrato nell’omonima prigione dove da carcerato trascorse il capodanno di dieci anni prima. Con un repertorio rivoluzionario rispetto a Folsom, Johnny riesce a mantenere il controllo di un pubblico pronto alla rivolta, con le guardie in fibrillazione e un’atmosfera nervosa e agitata. Questa volta ad immortalarlo c’è una troupe televisiva inglese, la Granada Television, pronta a rendere omaggio alla leggenda della musica americana. L’evento ha un forte richiamo e il canale televisivo della ABC avanza la proposta di ideare le trasmissioni Johnny Cash Show.

99


LIBRI

A cura di Alessandro Simonato

YOUNG AMERICANS

«In sacchi di plastica torna un soldato e lascia effetti foto e armadietti e alcool in branda pornografia e giacche graduate lucenti e stemmate e soldi e coraggio e contratti d’ingaggio lascia un alloggio e lascia lettere d’amore.» Vinicio Capossela Lettere di soldati

100 INESCO

Mentre scrivo, ancora non si conosce l’esito delle elezioni del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. Sicuramente si tratta di una scelta decisiva che avrà ripercussioni a livello globale, poco ma sicuro. Causa ed effetto. Causa e non caso, quasi un percorso determinato dalla scelta, dalle scelte che ogni individuo compie nell’arco della sua esistenza. Il passato che determina il futuro. E non è un caso che Indignation, l’ultimo romanzo del premio Pulitzer Philip Roth sia uscito negli Stati Uniti proprio a pochi giorni dall’Election Day. Scelta editoriale, chissà, o forse un invito a riflettere ancora una volta sulle guerre odierne, sulla loro necessità e sulle loro conseguenze sulle nostre vite di tutti i giorni. È il 1952 e la guerra in Korea imperversa da ormai due anni, agli inizi della Guerra Fredda. Marcus Messner si ritrova morto a vent’anni, fatto a pezzi da una baionetta nemica, senza una gamba, le viscere impietosamente squartate. Non ne comprende bene il motivo, ma si trova al di là, oltre la vita, ed è costretto a riguardare indietro ai suoi errori, se di errori si è trattato. È un giudizio senza fine, non perché ci siano divinità pronte a giudicare, ma perché le azioni sono giudicate soltanto da lui stesso, in eterno. Ma non è che l’ultimo sprazzo di coscienza indotto artificalmente dalla

morfina quello che Marcus scambia per un’altra esistenza dopo la morte, nonostante il suo convinto ateismo. Così, negli ultimi attimi che gli rimangono, prima che tutto si spenga per sempre, cerca di capire quale sia stato il momento esatto in cui gli eventi hanno cominciato a prendere una brutta piega fino a portarlo alla morte in trincea, fatto a pezzi dal nemico cinese del quale aveva tanto ammirato l’inno durante la sua (breve) permanenza all’univerisità e dal quale trae il titolo il libro stesso (“Indignation fills the hearts of all of our countryman”). È un’escalation fatta di scelte, a volte stupide, spesso mosse da ideali apparentemente incrollabili, altre volte divertenti nella loro incoscienza, il più delle volte prese proprio a causa di quell’indignazione che gli si accende dentro ad ogni scontro con le insensate regole della società. Marcus, novello Holden cresciuto tra il sangue e i tranci di carne della macelleria kosher di famiglia e mai abituatosi a rimanere indifferente a tutta quella violenza, se ne va di casa per studiare all’università, per allontanarsi da un padre troppo apprensivo, per laurearsi in giurisprudenza ed entrare nell’esercito da ufficiale graduato e non da soldato semplice, per evitare la prima linea, per scampare di nuovo al macello della morte, perché lui è troppo giovane per capire cosa sia la morte

nel pieno di una vita che ha ancora molto da offrirgli. È un Roth diverso quello di Indignation eppure uguale a sé stesso. Tornano nuovamente il sarcasmo e l’ironia graffiante (anche se in misura sensibilmente minore) che hanno caratterizzato la sua scrittura come in Lamento di Portnoy o Il teatro di Sabbath. È il soggetto, il personaggio principale ad essere diverso, più ordinario, meno “al limite” o nevrotico rispetto ad altri. Marcus Messner è un ragazzo come tanti, con una famiglia come tante, con delle pulsioni come tanti altri ragazzi della sua età. Forse proprio questa sua normalità a renderne la morte più emblematica, attuale e simile a quella di molti altri soldati-ragazzi che oggi si trovano a morire lontano da casa a causa di quella terribile e incomprensibile verità: sono «le scelte più banali, casuali e persino comiche, a dare risultati fuori da ogni proporzione». www.rothsociety.org Philip Roth, Indignation Houghton Mifflin Company, 2008 Pag. 256 Prezzo: 26 dollari


NESSUNO E’ PERFETTO

Be’, veramente uno lo è stato. Ma l’abbiamo ucciso

Nazaret, Galilea, poco più di duemila anni fa: due ragazzini si incontrano per la prima volta all’età di sei anni. Uno dei due ha nome Gesù e si diverte a resuscitare lucertole stecchite — ancora non sa di essere il Messia —, l’altro si chiama Levi — anche se poi tutti lo chiameranno Biff — e diventerà il migliore amico di Gesù, per tutto l’arco della sua breve ma intensa vita. Ma come mai nei quattro vangeli giunti fino ai giorni nostri non si fa menzione, se non una volta soltanto, di Levi o di quegli anni che vanno dai sei ai trenta di uno dei personaggi (forse Il Personaggio) più influenti della storia dell’umanità? E la domanda che tanto attanagliava i curiosi monaci de Il nome della rosa fino a portarli alla morte, ovvero se Gesù sorridesse o meno, avrà una risposta? Ce lo racconta Christopher Moore nel suo ultimo romanzo tradotto in Italia soltanto lo scorso anno da Chiara Brovelli per la neonata Elliot Edizioni ma uscito negli Stati Uniti già nel duemila, non a caso. A due millenni dalla sua morte, infatti, il Figlio di Dio decide che i tempi sono ormai maturi affinché l’umanità tutta venga a conoscenza dell’intera sua esistenza, di quale sia stato il percorso spirituale che l’ha portato a diventare il Messia e di quali esperienze abbiano influito nella formulazione della dottrina che lo ha reso così “famoso”

nei secoli seguenti in tutto il mondo. Per fare questo, incarica l’arcangelo Raziel, bello quanto ottuso, di resuscitare quello che era stato il suo migliore amico in terra, Levi, detto Biff — inventore nientepopodimenoché del sarcasmo, dei fiammiferi, dell’eliocentrismo, del cappuccino e di molto altro ancora — e di sorvegliarlo fino a quando non avrà portato a termine la stesura del quinto vangelo, il Vangelo secondo Biff, appunto. Così, recluso in un hotel qualsiasi, mentre l’arcangelo si rimpinza di schifezze senza mai staccarsi dallo schermo televisivo che trasmette soap opera, Biff si immerge nei suoi ricordi, tanto lontani nel tempo, e racconta. Non sembrano affatto essere passati un paio di millenni, anzi: l’infanzia di Biff e di Gesù non ha poi così tante differenze con le giornate di un qualsiasi ragazzino di oggi, se non fosse per le cianfrusaglie tecnologiche dalle quali adesso sono sommersi. Tra marachelle ai danni dei dominatori romani, giornate passate per strada a giocare oppure alle prese con le prime infatuazioni amorose per Maddi (Maria di Magdala), i due si mettono ben presto in viaggio l’uno al fianco dell’altro, uniti da una profonda e tenera amicizia,  alla ricerca dei Re Magi che giunsero in visita da oriente anni prima, per scoprire se Gesù sia veramente il Messia e quali compiti

spettino ad esso. Il rocambolesco viaggio di andata e ritorno verso il cuore dell’Estremo Oriente occuperà più di dieci anni della loro vita al termine dei quali i due, cresciuti nel corpo e nello spirito, faranno ritorno nella terra natale per annunciare l’avvento del Regno. L’epilogo è quello che tutti conosciamo, ovviamente, ma l’amicizia lunga una vita che lega Biff/ Levi a Gesù gli fa compiere gesti mirabolanti per opporsi al volere silenzioso e incomprensibile di suo padre, Dio in persona. Moore, con questo romanzo, sorprende per l’ironia a tratti dissacrante e per la preparazione approfondita (tranne qualche voluta ed evidente forzatura temporale) con le quali tratta un argomento così denso di significati come quello della vita di Gesù Cristo. Non si può non rimanere affascinati e divertiti dai dialoghi al limite del nonsense tra i due amici, così come non è possibile non sentire la mancanza di queste pagine, una volta terminata la lettura. E, se “vangelo” significa “lieta novella”, allora questo quinto vangelo è proprio un vero spasso.   www.chrismoore.com Christopher Moore, Il vangelo secondo Biff... Elliot Edizioni, 2008 Pag. 580 Prezzo: 18,50 euro 

«Si può davvero insegnare yoga a un elefante? No. Ma stiamo parlando di Gesù, e nessuno sa che cosa avrebbe potuto fare.»

101


DISCHI

A cura di Marco Braggion e Claudia Selmi

Father Murphy - And He told us to turn to the Sun (Boring Machines, 2008) Il sesto album del trio veneto giramondo una sacra liturgia rock che vi bisbiglia nelle orecchie il beneficio della scelta, attraverso parabole strafatte di meditazione e fumi d’incensi, litanie sperimentali e psichedeliche a due voci. È arrivato il momento di conoscerli, e di girarsi lentamente verso il sole senza mai chiudere gli occhi. CS

Animal Collective - Merriweather Post Pavilion (Domino, 2008) Non bastavano i MGMT e i Gang Gang Dance a dichiarare che freak è il nuovo must. D’obbligo quindi le esagerazioni prog-cosmico-kraute, il trattamento elettrico spinto, il falsetto beachboysiano e un approccio all’elettronica che si trasfigura sempre di più in visione. New York cambia faccia. Basta house. Stellartronica o morte. MB

Glasvegas - s/t (Columbia, 2008) Quando le chitarre ti fanno scoppiare in lacrime a suon di riff. Quando la voce è una cosa che non sentivi dagli anni 60 delle banane stampate con la gelatina. Quando fare pop è ancora una cosa seria. Quando Glasgow fa la rivoluzione. Glasvegas. Santi subito. MB

N.A.S.A. - The Spirit of Apollo (Epitaph, 2009) M.I.A., Santogold, David Byrne, Karen O, Tom Waits e molti altri in un mash-up che riporta l’attenzione sul linguaggio meticcio per eccellenza: signori e signore, sua maestà l’hip-hop. Fra piramidi, razzi e tute da astronauti siamo pronti a vestirci ancora una volta come gangstaz spaziali uberchic. Squeak E. Clean e DJ Zegon nuovi Gorillaz. Che la forza sia con noi. MB

Telefon Tel Aviv - Immolate Yourself (Bpitch Control, 2009) Joshua Curtis. Charlie Cooper. Sogni. Electro. Ambient. Soul. Terzo Album. Apparat. ’80. Questione di ritmo. Crescendi stellari. Contemplazione. Estasi. Minimalismo. Berlino. Melo. Progressività. Misura. Tastieroni. Crepuscoli. Darkness. Immoliamoci. MB 102 INESCO

Franz Ferdinand - Tonight: Franz Ferdinand (Domino, 2009) Al terzo disco o ci si rivoluziona o si resta ancorati alla propria estetica. La seconda opzione è più rischiosa perché l’ortodossia non va più molto di moda. I Franz ci provano e non vanno al di là di un dischetto onesto,

buono per galleggiare nel mare dell’overload musicale postmoderno. No alarms and no surprises. MB Raiders of the Lost Arp - Tema 5 (Nature, 2008) Il suono unico del Rome touch. Nell’anima ha il funk ma la nostalgia dell’italo più cool che mai risuona eterna nei ricordi ’80. Scuola Furano, prendi appunti. ElectRoma non ha ancora perso il pelo. E nemmeno il vizio. Mario Pierro: il predatore del synth perduto. MB Dente - L’amore non è bello (Ghost / Venus, 2009) Giuseppe Peveri. Ovvero lo spettro di Lucio Battisti. L’amore non è più bello come una volta. Nemmeno il giorno di S. Valentino, data di uscita dell’album. Il cantautorato italo ritrova la strada dell’onestà. Poco agit, molto pop. MB The Juan MacLean - The Future Will Come (DFA, 2009) Di nuovo i sedicesimi di Giorgio Moroder. La crescita esponenziale del sentimento italo è tutta qui. La disco che non muore mai e diventa fenice in un futuro piastrellato al neon, into the deep. E tanta tanta felicità. Happy house nuovo culto. Movimento assicurato. MB


VORRESTE ricevere INESCO direttamente a casa VOSTRA?

Magazine bimestrale gratuito di moda, arte e musica ISSUE N. 07 Gennaio/Febbraio 2009

È aperta la campagna di pre-abbonamento* ad INESCO magazine. Sarà sufficiente compilare con i vostri dati l’apposito tagliando e spedirlo per posta o via fax. Il vostro nominativo verrà così inserito in un database e, non appena raggiunto il quorum stabilito, sarete ricontattati per sottoscrivere l’abbonamento vero e proprio.

Progetto e management BANANA®

www.inescomagazine.it

Fashion Editor Martina Ferri Faggioli (martina.ferrifaggioli@inescomagazine.it)

Direttore Editoriale Nicola Guzzon (nicola.guzzon@inescomagazine.it) Redazione Marco Braggion (marco.braggion@inescomagazine.it) Alberto Capra (alberto.capra@inescomagazine.it) Enrico Grigoletti (enrico.grigoletti@inescomagazine.it) Alessandro Simonato (alessandro.simonato@inescomagazine.it)

Stylist Cristiana Santella Illustrazioni e grafica Diego Soprana

Hellz Bellz Noodle Park Kenny Random Coso Shanghai Sébastien Tellier Jennifer Cardini Autechre

3

The Bloody Beetroots Rockwell Clothing Olka Osadzinska Full Moon Gienchi Bugo Feist

4

Super The Hacker Cazals Blaise Christie The Banshee Cassius Benicàssim Mr Burns

5

Rachael Cassar Steve Aoki Berlino Joshua Petker Ola Bell Chuck Palahniuk Shitdisco Ah, Wildness!

6

Andrea Rosso Basel Miami Yacht Congorock Basquiat Vs Haring Cornelius Wavves

7

* la presente ha soltanto scopo statistico e non è in alcun modo vincolante.

�–––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– Ritagliare e spedire in busta chiusa il presente coupon o fotocopia dello stesso a:

Think ADV s.r.l. servizio abbonamenti inesco Via Levà, 32 35026 Conselve (PD) Oppure via Fax al numero:

+39 049 815 23 74

Nome.............................................................................. Cognome....................................................................... Via...............................................................N°............. CAP.............................................................................

Editing Federica Mazzuccato Hanno scritto: Marco Allegri, Martina Arzenton, Cecilia Ambra Baczynski, Davide Briani, Alessandro Del Grosso, Masha Facchini, Anna Farhat, Ugo Galelli, Marco Iemmi, Fiorella Ruth Kibongui, Nicola Rigon, Claudia Selmi, Marta Stella, Cristina Zaga Hanno forografato: Francesco Ercolini, Bea De Giacomo, Federica Nuzzo, Anna Poggioli, Claudia Zalla Art direction e impaginazione BANANA® Ufficio Stampa e Pubblicità BANANA® (ufficiostampa@inescomagazine.it) Stampa e Distribuzione Think Adv Srl - Conselve PD Immagine di copertina “Yacht” illustrazione di Pierpaolo Febbo © Tutti i diritti riservati.

Web: www.inescomagazine.it myspace.com/inescomagazine E-Mail: info@inescomagazine.it redazione@inescomagazine.it Per la tua pubblicità su INESCO e per fare parte del circuito di distribuzione scrivi a: commerciale@inescomagazine.it

Città............................................................................. Provincia.......................................................................... Telefono.............................................................................. E-mail............................................................................ Trattamento dei dati personali Informiamo che i dati che ci verranno trasmessi saranno utilizzati esclusivamente dalla THINK ADV s.r.l. e non saranno divulgati a terzi, nel rispetto della legge 675/96 in materia di “tutela dei dati personali”. Ai sensi dell’art. 7 del D.Lgs 196/2003 Lei potrà in qualsiasi momento consultare, modificare, cancellare i suoi dati scrivendo a: Think ADV s.r.l. Via Levà, 32 - 35026 Conselve (PD)

� Accetto

Firma _______________________________________

Registrazione Tribunale di Padova N.1864 del 13/11/2003 Anno III / numero 1 / 2009 Sped. in A.P. 45% Art. 2 Comma 20/B Legge 662/96 Rovigo Edizioni THINK ADV Srl Via Levà, 32 - 35026 Conselve PD tel. 049 9514070 fax 049 9500912 www.thinkadv.it - info@thinkadv.it Ogni diritto è riservato. Copyright © 2009 Il contenuto e le opinioni espresse dagli autori e dagli intervistati non coincidono necessariamente con quelle di INESCO Magazine. Tutti i marchi e le immagini presenti sono copyright dei legittimi proprietari. Nessuna parte del contenuto di questa rivista può essere pubblicato, fotocopiato, distribuito e diffuso attraverso qualsiasi mezzo, online ed offline, senza il consenso della Think Adv Srl.


Too many djs… and photographerS Tutti sono dj e tutti sono fotografi. A questo punto perché non produrre un mixer con fotocamera integrata? DI ALBERTO CAPRA ILLUSTRAZIONE DI DIEGO SOPRANA

Negli ultimi anni la tecnologia ci sta permettendo di fare due cose in maniera molto più facile: fotografare e mixare. A dire il vero ci sta permettendo di fare un’infinità di cose molto più facilmente. E mi rendo conto che, nella fattispecie, potrebbe sembrare non si tratti propriamente di “gesti nevralgici della nostra civiltà” (devo la squisita puntualità dell’espressione ad Alessandro Baricco). Potrei però sostenere che la fotografia è (anche) arte, e dunque può essere pure, a suo modo, un aspetto rilevante del comune sentire. Oppure potrei obbiettare che la tecnologia in passato ci ha dato cose ben più inutili, come le carpe che cantano da appendere al muro (e pure Bill Clinton, quando era presidente, ne aveva ricevuta una in dono). E comunque siamo mica Famiglia Cristiana qui. Ma non ho voglia di polemizzare e non lo farò. Sì, obiettivamente ci sono cose più importanti nella vita ma questo non toglie che fotografare e mixare, oggi, sia più facile. Molto più facile. Forse, esageratamente più facile rispetto ad un tempo. Prendete le macchine fotografiche digitali: quante foto contiene mediamente una memory card? Bene, per ogni immagine che vogliate ritrarre avrete tanti tentativi quanti sono il numero delle foto che è in grado di contenere; il tutto ad un costo prossimo allo zero e senza contare il fatto che ogni foto può essere scattata e cancellata fino a che lo scatto non sia perfetto. Dunque che si fa? Si tenta e si ritenta. E, tra tutti gli scatti, vuoi che non ce ne sia una decina venuta come si deve? L’analogico faceva selezione: ogni foto aveva un tentativo soltanto e sviluppare i rullini costava. Dunque la foto “artistica” richiedeva competenza, studio, capacità. E badate bene, non sono un retrogrado, non sono qui a dirvi che i fotografi non sono più quelli di una volta! Tutt’altro! Sono un profondo sostenitore della tecnologia. Oggi le foto sono mediamente tutte più belle. C’è, per il vero, chi tenta in tutte le maniere di smentire questa mia tesi, insistendo nel fotografarti in discoteca da un fottuto centimetro di distanza, con un grandangolo con cui sarebbe possibile catturare l’intera muraglia cinese in un solo scatto — roba che ogni volta mi riguardo e spero di non essere davvero così. Ma, a parte questo, dicevo, fotografare è meno difficile e le foto sono in generale più belle: migliori colori, migliore resa, minore possibilità di avere scatti completamente sbagliati. Fotografare è più facile! Tanto più facile che la fotografia è diventato un hobby di massa. Tanto più facile che ora, per contrasto, 106 INESCO

qualsiasi foto avente una minima parvenza lo-fi è considerata artisticamente degna di nota — per inciso è una mia personalissima considerazione; l’impressione è che foto che un tempo sarebbero state considerate delle boiate pazzesche godano oggi di una spropositata attenzione. Fotografare e mixare. Già perché anche quello, oramai, lo fa pure una scimmia ammaestrata. Ma, anche in questo caso, nulla da obbiettare. Non vedo perché mixare debba essere una cosa necessariamente difficile. Cosa determini la bravura di un dj è argomento di discussione da molto tempo. La tecnica sta certamente perdendo il suo valore discriminante e questo sta facendo si che sempre più persone si avvicinino a questo mondo. Uno strabordante inflazionamento sta caratterizzando il mercato del djing. Mixare, così come fotografare, è più facile. Semplice e veritiera osservazione. Il punto è uno: oggi tutti sono dj. Così come tutti sono fotografi. E il ritrovarmi a considerare tutte queste interessantissime cose mi ha portato a partorire un’idea rivoluzionaria, l’invenzione di un prodotto in grado di stravolgere il mercato dell’hipster consuming. La nuova pietra miliare, il nuovo Commodore 64: un mixer-digitale, una foto-mixer, una mixer-camera. Insomma, chiamatelo come volete: un mixer che fa pure fotografie! Tutto in digitale, tutto automatizzato. Steve Aoki potrà gettarsi sulla folla brandendo il suo mixer e scattando foto contemporaneamente. Terry Richardson potrà sodomizzare le sue modelle al ritmo dei suoi pezzi preferiti. Merlin Bronques — colui che si cela dietro la macchina fotografica dei reportage di lastnightsparty. com — potrà sedurre e ritrarre le migliori poseurs d’America senza fargli perdere una sola battuta. Flickr dovrà permettere di associare musica ad ogni fotografia (magari lo fa già, non ne ho idea) e il player di Myspace dovrà proiettare le immagini scattate nel corso di ogni set in riproduzione. Nuovi gadget, nuovi siti dedicati al nuovo strumento; forum, custodie, software per computer. Il mercato delle digitali risentirà pesantemente del nuovo arrivato ed i dj si specializzeranno in nuove tecniche di fotografia. Tutto evolverà, muterà, il mondo della fotografia e del djing non saranno più quelli di adesso. Una cosa soltanto non sono e non sarò mai pronto a sopportare: il primo che incontro con una Lomo incastrata su un vecchio mixer gli metto le mani addosso.


Š 2009 adidas AG. adidas, the Trefoil, and the 3-Stripes mark are registered trademarks of the adidas Group.

adidas.com/originals


INESCO Magazine Issue 07