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SOMMARIO in disparte - Settembre 2015 Magazine free di arte e cultura Mensile - anno 1 - n. 1

EVENTI

EVENTI IN DISPARTE

ARTISTI

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4 - Nutrire il pianeta, ma che sia quello reale 10 - C’era l’Italia, prima di Apple 14 - Il migliore che abbiamo. Firmato Faber

Direzione: Cristian Sonzogni Ha collaborato: Giulia Regonesi Redazione: Via Madonna della Neve 3, Bergamo Stampa: Pixartprinting Srl - Quarto d’Altino (Ve) e-mail: info@indisparte.com

EDITORIALE Un magazine gratuito di arte e cultura. Dove mettere non tanto ciò che è popolare, non ciò che attira la gente, ma soprattutto quello che merita attenzione e che magari resta un po’ nascosto sotto la paglia. In disparte, appunto. Nessuna pretesa di esaustività, in queste pagine. Troverete soltanto qualche spunto, una manciata di idee per riflettere, magari alcuni suggerimenti per qualcosa che, a nostro avviso, vale la pena vedere o ascoltare. In un’epoca che brucia tutto nella fretta dei social, cercheremo di essere consapevolmente lenti. Sapendo bene di dover restare comunque, inevitabilmente, al passo con le richieste e con i tempi che viviamo. Saremo curiosi, perché la curiosità, a fianco dell’umiltà, è la chiave per aprire tante porte. Buon viaggio.

18 - Erbamil raddoppia. Il teatro come rimedio 24 - Una città da Premio Nobel con BergamoScienza 30 - Next, appuntamenti da seguire

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NUTRIAMO IL PIANETA, MA CHE SIA QUELLO REALE

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n articolo non basta a spiegare Expo 2015, come un giorno passato all’Esposizione universale non basta per capirla a fondo. Eccolo, il primo punto che vale la pena approfondire in questo non-approfondimento: la maggior parte delle persone che avranno visitato la fiera milanese nei sei mesi previsti, avrà varcato i cancelli in zona Pero una sola volta. E questo falserà drasticamente il voto che le stesse persone daranno all’iniziativa. I perché sono tanti, come gli euro spesi al botteghino: 39 per il biglietto intero a data aperta, con promozioni varie. Che poi, in verità, dipende tutto dai punti di vista. Perché in fondo se spalmiamo questi 39 euro sui potenziali siti espositivi, il prezzo è persino irrisorio. Se invece prendiamo in considerazione ciò che una persona di media preparazione fisica può realmente visitare in una decina di ore, capiamo che quel prezzo può risultare, quando non eccessivo, almeno sovradimensionato.


Il sito è immenso. Il Decumano, viale principale, è lungo circa due chilometri, ma quando ci si arriva si è già reduci da un altro chilometro di cammino, partendo dall’uscita della metro (o della stazione dei treni, poco cambia). A fine giornata, facendo zig-zag tra un padiglione e l’altro, sobbarcarsi dieci chilometri è il minimo sindacale. E non tutti, considerando pure questa estate così calda e afosa, possono permetterselo. Si dirà che ci sono le navette. Certo, vero, ci sono. Ma chi è riuscito a prenderle sa che non sono esattamente sinonimo di comodità. Infine ci sono le code: si arriva a punte di due o tre ore di attesa per i padiglioni più gettonati. Come quello italiano, dove in un giorno di agosto si sono superate le quindicimila presenze. Code che sono spesso sinonimo di qualità, e che sono pure poco evitabili. Ma proprio per questo, il tempo effettivo di visita si riduce di troppo rispetto a quello reale.

In compenso, superati i problemi di ambientamento, normali in un non-luogo così ampio e dalla vita così breve, si apprezza un’organizzazione degna di un Paese evoluto. E non era affatto ovvio. Non era scontata la pulizia, lungo i viali e nelle toilette. Non era scontato l’ordine, l’attenzione ai dettagli nelle terre di mezzo. Non era scontato l’ottimo impiego dei volontari, così come la presenza delle mappe, i segnali sempre presenti a darti una mano quando ti senti un po’ perduto. Non era scontata la vivacità di un’ambiente che è un po’ Gardaland e un po’ Olimpiadi. Un posto che vien da augurarsi possa essere riprodotto, almeno nell’animo, in tanti luoghi del pianeta che di problemi ne hanno da vendere. E che magari con un po’ di collaborazione in più da parte del mondo, inteso come unica realtà e unico sistema, potrebbero levarseli di dosso senza quei danni che adesso paiono quasi, a volte, inevitabili. Ma che inevitabili non lo sono mai.

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Certo non tutto il mondo è a Milano. Sono 140 le nazioni presenti, con qualche defezione che fa rumore: l’Australia, per esempio (che pure non brilla per tradizione culinaria), il Canada, o l’intero Nord Europa. E i modi di interpretare il tema sono i più svariati. C’è chi l’ha buttata un po’ in caciara, con spazio spettacoli e mercatino. C’è chi ha puntato sull’impatto visivo e chi ha badato al sodo. E forse questa è un’altra pecca, la più pesante, dell’evento che porta l’Italia al centro del mondo. Manca un fil rouge, qualcosa che leghi davvero i padiglioni, le culture, in un unico modo di pensare. La sensazione, al contrario, varia di metro in metro: da una proposta fin troppo commerciale a un approccio concreto ai problemi di cibo e sostenibilità. Per questo è complicato dare un voto a Expo 2015: non si può non fare dei distinguo, non si può evitare di capire dove nasce questa incomprensione, se dalle radici o dai rami.

L’Italia non sfigura, comunque, tutt’altro. Discorso che vale pari pari per il padiglione tricolore. Il più affascinante, dice qualcuno. Il meglio venduto, dicono altri. La realtà, forse, potrebbe stare nel mezzo. Lo Stivale in effetti si sa vendere bene lì dentro (eccetto l’Europa senza Italia, installazione discutibile), attraverso immagini e specchi che portano a galla una parte della nostra enorme bellezza. Ma c’è pure della sostanza, come la sala dedicata ai venti progetti del futuro. E firmare la Carta di Milano, leggendola bene e capendo cosa significa, dovrebbe rappresentare uno dei momenti fondamentali di ogni visita. Come fondamentale, coda permettendo, è dare un’occhiata al Padiglione Zero. La summa di tutto quanto si vede a Expo. Che colpisce gli occhi e pure la mente, se si è davvero disposti a guardare, senza lasciarsi scivolare addosso le notizie, spesso amare per il genere umano, che arrivano ai nostri occhi.


Simile all’Italia, nella presentazione, è la Colombia, che si svela con uno splendido documentario, forse il più curato in assoluto, tanto da renderlo simile a uno spot pubblicitario. Tra vette e mari, tra nevi e paesaggi da fiaba, vien voglia davvero di farci un viaggio, nel Paese sudamericano. Peccato che qui, di cibo, si parli poco o nulla. Restando Oltreoceano, c’è un Brasile che attira i bambini (e non solo) con un percorso su una rete adatta ai giocolieri, e ci sono gli Stati Uniti che valgono una visita per la loro terrazza panoramica, molto meno per un padiglione un po’ troppo banale. C’è chi ha dato ampio spazio alle coltivazioni, come Francia (il cui percorso parte proprio da un orto che indica le specialità di ogni regione) e Iran. O come Israele, che ha fatto parlare di sè per un orto verticale che propone un approccio interessante a un tema dei nostri giorni, quello degli spazi. Non a caso, come titolo, porta ‘Fields of tomorrow’.

Poi c’è chi, come la Svizzera, ha preferito una presentazione essenziale e tanta sostanza. La Confederazione ha messo in quattro torri altrettanti prodotti: caffè, sale, acqua, mele. I visitatori vi accedono con gli ascensori e, in cima, possono servirsi delle quantità che desiderano. Man mano che le torri si svuotano, le piattaforme sui cui queste poggiano si abbassano, modificando l’aspetto del padiglione stesso. Starà alla gente capire quanto prendere, per far sì che a fine ottobre, alla chiusura di Expo, sia rimasto qualcosa per gli ultimi arrivati. Una soluzione intelligente al tema proposto, sicuramente originale ancorché poco spettacolare. Ma è qui che bisogna mettersi d’accordo: è meglio uscire dalla giornata milanese con un concetto ben fissato nella testa, o con un’immagine così bella che non ti abbandona più? Più che il dilemma di Expo, forse, è il dilemma dei nostri giorni. Da quando l’immagine si è impadronita delle parole.

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Bisognerebbe poi dare un’occhiata a Giappone, Cina, Kazakistan, Marocco, alla foresta dell’Austria. Ma appunto, come si diceva, farlo in una giornata è pressoché impossibile. Dunque, cosa vedere? Nella nostra lista mettiamo cinque padiglioni a scelta, considerando mediamente un paio d’ore a testa, soste comprese. Troppo? Non proprio, anche perché deve per forza scapparci il tempo di un pasto come si deve. Magari in un Paese che proponga sapori un po’ diversi dai nostri, lontani dalle abitudini italiane. Non tutti propongono ristoranti o bar, ma chi lo fa, solitamente, lo cura bene. E se non si assaggia, nell’Expo dedicato al cibo, che senso avrebbe esserci andati? Una parentesi andrebbe aperta pure sul biglietto a cinque euro valido dalle 19 alle 23 (ma a padiglioni chiusi, nel 90 per cento dei casi), e sul successo che ha avuto. Sintomo che più di tutto, questo evento ha smosso curiosità, dinamismo, voglia di interagire.

Non poco, per un popolo tendenzialmente conservatore come il nostro. Ma in definitiva, che fare, per chi ancora deve decidere? Andare a Expo o lasciar perdere? Avrete già sentito di tutto e il suo contrario, nell’epoca in cui a dettar legge pare essere chi frequenta i social media e li aggiorna con l’assiduità di un cronista d’agenzia. Il consiglio che arriva da queste pagine è quello di provare e giudicare. Ché un’esperienza così, da qualunque lato la si voglia guardare, lascia comunque qualcosa. Compresa qualche perplessità, certo. Ma a un Paese che è stato troppo tempo fermo, che sembra perfetto quando critica ma lo è meno quando agisce, trovarsi immerso in un non-luogo come questo non può che far bene. All’uscita, c’è molto a cui pensare, molto di cui parlare, molto da rivedere. E una domanda: che fine farà l’Albero della vita? Perché sì, non se n’è scritto, ma c’è pure quella, tra le attrazioni da non perdere.


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C’ERA L’ITALIA PRIMA DI APPLE

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ravolti dall’onda americana dei colossi Google e Apple, da quella asiatica di Samsung, Acer e soci, ci dimentichiamo troppo spesso che la scrittura attraverso le macchine è nata in Italia. E forse ci aiuterebbe avere ben chiaro in testa che la creatività non è roba di altri, ma è qualcosa che ci appartiene. L’Italia è creatività nella sua accezione migliore, ma negli ultimi 50 anni computer, telefoni e tutto ciò che è tecnologico, è finito molto a Est o molto a Ovest. E in mezzo, a noi, son rimasti i ricordi e una bella storia. Una storia che parte dal 1575, quando Francesco Rampazzetto, tipografo veneziano, ha il merito di cominciare questa avventura così affascinante, con una invenzione cui dà il nome di ‘scrittura tattile’. Dovranno passare decenni, per vedere qualche evoluzione, che si snoda sempre nello Stivale, ma trova più d’un contributo pure da Inghilterra e Stati Uniti.


L’inglese Henry Mill, siamo nel 1714, ottiene un brevetto nel suo Paese per qualcosa di simile a una macchina da scrivere, ma un secolo dopo si torna nella Penisola per celebrare Agostino Fantoni e Pellegrino Turri, che a distanza di sei anni (1802 e 1808) sviluppano due progetti simili. Il primo viene chiamato ‘Preziosa stamperia’, una “Ingegnosissima invenzione con cui si è reso caro e memorabile all’Umanità” (dalla lettera di Baldassare Vetri in Pisa, 29 maggio 1802). Il secondo riprende la macchina e la perfeziona, ma saranno i suoi eredi a distruggerla ritenendola inutile. Quando si dice la lungimiranza. Tra il 1846 e il 1855 il novarese Giuseppe Ravizza realizza e brevetta il ‘Cembalo scrivano’, che in comune con la ‘Preziosa stamperia’ avrebbe la destinazione d’uso: permettere ai ciechi di comunicare con facilità. Un esempio, come tanti altri nella storia, di un’invenzione nata per sopperire a uno svantaggio.

Nel 1829 l’America scopre il nuovo strumento attraverso William Austin Burt, mentre è il danese Rasmus Malling-Hansen a mettere in commercio per primo la sua ‘palla scrivente’ nel 1865. Qui, però, ci occupiamo soprattutto di un nome che è leggenda, per ciò che ha fatto ma pure per come lo ha fatto: Olivetti. In principio fu Camillo, il 29 ottobre 1908 in quel di Ivrea, a dare il via alla storia con un capitale sociale di 350 mila lire. Poi fu Adriano a lanciare il mito. Il figlio di Camillo (nella foto) diviene direttore nel 1932 e presidente nel 1938. Sarà colui che lancerà non solo il marchio, non solo i prodotti, ma pure un nuovo modo di intendere il rapporto con i dipendenti. Credeva, l’ingegnere piemontese, che fosse possibile creare un equilibrio tra solidarietà sociale e profitto, tanto che l’organizzazione del lavoro comprendeva un’idea di felicità collettiva che generava efficienza. Tra le sue pubblicazioni, certi titoli sono rivelatori: ‘Le fabbriche di bene’, ‘Città dell’uomo’, su tutti.

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Un approccio alla fabbrica, alla produzione, che finì col farlo individuare come ‘Imprenditore rosso’, malgrado per un periodo si fosse affacciato con curiosità al Partito fascista, più per i progetti di architettura che portava con sé, che non per il progetto politico. Adriano Olivetti è soprattutto un giusto. Uno che si appassiona di politica e arte, di letteratura e vita. Uno che rinnova la parola utopia, usata dai suoi detrattori per definire una strategia a loro dire improponibile. Lui non la pensa così, va oltre. E sostiene: “Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande”. L’architetto Edoardo Vittoria ha spiegato alla perfezione l’ambiente Olivetti, con poche parole: “Si faceva parte di un paesaggio, non di una prigione”.

In poco più di un decennio la produttività cresce del 500 per cento, il volume delle vendite (anche attraverso i mercati esteri) aumenta del 1.300 per cento. E il profitto vola. Con la lettera 22 che viene definita ‘il primo dei migliori cento prodotti degli ultimi cento anni’. In tutto questo, molla fondamentale era la motivazione degli operai. A cui non tutti credevano. Come quella volta in cui arrivò a Ivrea una delegazione russa, il cui rappresentante chiese se quello cui stavano assistendo fosse un giorno di sciopero, tanta era la libertà lasciata ai dipendenti. No, era un giorno come un altro. Un giorno come tanti in una realtà unica. Purtroppo troppo poco valutata, troppo poco ripresa, troppo poco capita negli anni successivi al suo declino. Quando quell’idea di Adriano Olivetti è tornata a diventare un’utopia, almeno in Italia. Non per colpa dell’idea stessa, per colpa di chi avrebbe potuto e dovuto metterla in pratica.


Ecco perché a rivederle oggi, quelle macchine che portano con loro una storia così intensa, fa sempre piacere. Fa piacere che qualcuno le tenga conservate, che magari qualcuno ci scriva pure. Facendole rivivere per un po’, con quel ticchettìo che fa così scrittore, e che oggi non si sente più ai tavoli delle redazioni. In pochi sono rimasti fedeli allo strumento, tradendo l’innovazione per mantenere viva la sensazione. Tra loro, Gianni Mura, settantenne penna tagliente dello sport e non solo. E come non citare, in passato, Indro Montanelli. Sono le sue, in Italia, le foto più famose di fronte a una macchina da scrivere. Quella ‘lettera 22’ che è divenuta un mito anche grazie alle doti del fondatore de ‘Il Giornale’. La macchina, nata negli anni Cinquanta, riuscì a vincere premi in Italia (Compasso d’Oro nel 1954) così come all’estero, tanto da essere considerato il miglior prodotto di design del secolo dall’Illinois Institute of Technology nel 1959.

A testimoniare il suo valore e la sua fortuna, c’è un dato che non passa inosservato: la Lettera 22 è esposta nella collezione permanente di design al Museum of Modern Art di New York. Il MoMA. Luogo che è ormai un’istituzione, forse la più importante, quando si parla dei prodotti dei nostri tempi. E che a Olivetti ha riservato più di uno spazio: per la precisione sono 23, tra prodotti e manifesti, con varie versioni del calcolatore ‘Divisumma’ e la macchina da scrivere ‘Valentine’, famosa per il suo rosso fiammante e per la custodia integrata. Ecco perché, con questi gioielli a due passi da casa, vale la pena di capire come si scriveva e si contava cent’anni fa. - C’era l’Italia, prima di Apple Mostra di macchine da scrivere e calcolatori. Ottobre 2015 - Ingresso libero. in dispArte, via Madonna della Neve 3 - Bergamo.

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“IL MIGLIORE CHE ABBIAMO” FIRMATO FABER 14

di Giulia Regonesi

“È

il migliore che abbiamo”. Firmato: Fabrizio De Andrè, che così lo ha definito in un’intervista rilasciata poco di prima di lasciare questa terra. Quasi un testamento, o meglio un consiglio al suo pubblico. Con una benedizione così da un nome così, la strada potrebbe essere spianata. Ma lui, Max Manfredi, il successo non se l’è mai cercato nella popolarità, bensì nella sua soddisfazione, che va di pari passo con quella di chi lo ascolta. Roba da artisti veri. Se avete voglia di abbandonarvi e lasciarvi trasportare da musica e parole, Max è quello che fa per voi. Cantautore genovese unico nel suo genere, ha la capacità di farvi intraprendere ogni volta un viaggio attraverso le sue canzoni. Se non ne siete convinti, basta ascoltarne una qualsiasi: sembra sempre di trovarsi proprio lì, nelle realtà che lo circondano e che lui ci illustra con semplicità, senza ornamenti, mai cadendo nel banale.


Non è difficile immaginarsi, pure se non vi siete mai stati, quella Genova usata spesso come scenario delle storie, così come altri luoghi che fanno da sfondo alle vicende dei suoi personaggi un po’ bizzarri. Ci si può rispecchiare facilmente in molte situazioni, che si parli di stazioni, di feste di paese o di un cinema di periferia. Luoghi e persone sono descritti in maniera tanto accurata che, se riuscite a farvi trasportare dalla musica e dall’enfasi della sua voce, vi sembrerà di trovarvi davanti a delle scene cinematografiche. A volte di un film in bianco e nero, un po’ malinconico ma che suscita emozioni forti. Altre volte di un’esplosione di colori, tra ironia e musiche da gitani. Max Manfredi non segue un genere e non è legato a nessuna etichetta, ma questo non può che fargli onore: la capacità di saper dominare stili diversi ed eccellere in ognuno di essi (folk, rock, country) è un talento che non si riscontra tutti i giorni.

“Il più bravo di tutti”. (Fabrizio De Andrè) “Un capostipite, uno che ha bazzicato col romanzo, con la poesia, col dialettale, con la canzone e senza. È un capace, uno che non posso nemmeno limitare con il termine di cantautore”. (Roberto Vecchioni) “Ha una marcia in più”. (Rockol)

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Così Max descrive la nascita di uno dei suoi capolavori: “Nel 1993 Vanni Pierini, organizzatore del Premio Città di Recanati, si recò a far visita a Fabrizio De André in Sardegna. Fabrizio faceva allora parte della giuria Premio Città di Recanati. Vanni gli portò una mia cassetta e gliela fece sentire. Conteneva una serie di inediti ed era una registrazione casalinga. Fabrizio ne fu molto colpito e telefonò a Vanni proponendogli una cosa che poi non si fece per motivi di tournée: Fabrizio avrebbe dovuto accompagnarmi alla chitarra, senza avvertire prima i giornalisti, durante la successiva edizione del Premio. In seguito si decise di cantare insieme una canzone nel cd (Max) che doveva uscire di lì a pochi mesi. E così abbiamo fatto. Abbiamo registrato la canzone “La fiera della Maddalena” nello studio “Il Mulino” di Acquapendente, in tre giorni. A Fabrizio piaceva perché la riteneva, per così dire, di origine colta e di intenzione popolare”.

Come ha scritto ‘Il fatto quotidiano’, “La nave di Max veleggia dal fado al rock, dalle pianure slave ai calori mediterranei, dal rebetiko alla melodia italiana più classica con una facilità che è pari solo alla sua capacità di mettere nelle parole suggestioni differenti, immagini fulminanti, fonemi scelti con cura certosina alla ricerca della loro sonorità”. Max Manfredi, in definitiva, è un fuoriclasse del cantautorato italiano. L’occasione di vedere una sua esibizione dal vivo va presa al volo, se siete curiosi di viaggiare nelle storie più strane e più vere, attraverso un tappeto di musica gentile.

- Max Manfredi in concerto Sabato 10 ottobre, ore 22 - Ingresso 10 euro in dispArte, via Madonna della Neve 3 - Bergamo


˅ La fiera della Maddalena Mi son trovato sveglio con il lichene nei miei capelli. Mi son trovato sveglio con il levante nei miei capelli. Non vedevi più un filo d’acqua, solo le briciole dei ruscelli. Non sentivi più un filo d’acqua, solo stormire occhi d’uccelli. Ho chiesto dove è la strada per la Ho chiesto qual è la strada per la Lontano i musicanti si sentivano a Nei giorni che ogni momento era la Lailala...

fiera della Maddalena. fiera della Maddalena. malapena. diga di un fiume in piena.

Ho saltato il roveto con un passo da equilibrista. Ho saltato il roveto col mio passo da equilibrista. Piangevo bacche di sangue, come il rosario dell’ametista, ridevo di meraviglia, sgranando gli occhi dell’ametista. Ho comprato una chitarra alla fiera della Maddalena. Ho comprato una chitarra alla fiera della Maddalena. Per ogni bugia che ho detto ho acceso in chiesa una candela. Per ogni bugia che dico accendo al sole il telo d’una vela. Sentivo una canzone, non era mia, nè di nessuna. La trama così sottile che non vedevi la cucitura. Son brividi di ragnatela sul volto pallido della luna, son brividi lungo la schiena sotto le reti della calura. Lailala... Volevo una canzone come una vergine che va sposa. Volevo una canzone come una vergine che va sposa. Tutti a farle il filo intorno perchè bella, perché ritrosa. tutti a filo di coltello perché preomessa, perchè gelosa. Volevo una canzone come una donna di malaffare, di tutti e di nessuno, come la lingua, come un altare. Tutti in fila al lavatoio, quando all’alba si va a lavare. Tutti in fila sul portone, lei sola sceglie chi deve entrare. Lailala...

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ERBAMIL RADDOPPIA IL TEATRO COME RIMEDIO

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enticinque anni di vita. Una festa e una seconda casa. Perché il momento è propizio per fare un passo in più. Erbamil è una certezza, nel teatro in Bergamasca. Con il quarto di secolo appena passato, sul palcoscenico di Ponteranica, che ha scritto una storia fatta di risate e passione, di amicizia e successi. E un’altra storia pronta a essere raccontata in uno spazio tutto nuovo, in centro città a Bergamo: ‘in dispArte’. Erbamil si presenta come è, come sono gli attori che formano questo ensemble così brillante e coinvolgente: tante maschere, sì, ma una faccia pulita e sincera, una proposta unitaria seppur con tante sfaccettature. Chi lavora sulla voce, chi sul linguaggio del corpo, chi sul movimento. Tutti, per cercare di tirar fuori quell’attore che in fondo è presente in ognuno di noi. Poco importa che poi si reciti più o meno bene sul palco. Chi ci sale, guidato da questo gruppo, avrà modo soprattutto di conoscere se stesso.


˅ ERBAMIL TEATRO - LA SCHEDA Erbamil è oggi una cooperativa sociale che riunisce, attorno alla figura del fondatore e direttore artistico Fabio Comana, un gruppo di attori “freelance”, liberi cioè di collaborare anche con altre realtà artistiche e culturali. Si potrebbe dire che l’attuale Erbamil, dopo una storia quasi trentennale, abbia superato la forma del gruppo chiuso per trasformarsi in un soggetto artistico e culturale, promotore di progetti e pertanto aperto alla condivisione con artisti e operatori di diversa provenienza, anche per brevi periodi. Esiste un filo conduttore ben preciso che caratterizza tutti i progetti: si crede nella funzione sociale, aggregativa e formativa del teatro. Per perseguire tale scopo ci si affida a due linee guida che accompagnano Erbamil da sempre: mettere al centro la persona, la sua dignità e autonomia, perché il teatro per noi è arte dell’incontro, della relazione, del dialogo fra persone di età ed esperienze diverse, nelle tante forme in cui questo è possibile: spettacoli, corsi, laboratori, stage, eventi. E comunicare attraverso l’ironia, il sorriso, la comicità garbata e mai volgare. È risaputo che solo quando l’attore, l’insegnante, l’animatore prova un sincero divertimento nello svolgere il proprio compito, sarà in grado di coinvolgere e appassionare chi lo ascolta. Ma questo è tutt’altro che scontato, anzi, è un processo che va rinnovato continuamente, nella sincera ricerca di un teatro sempre vivo e presente.

FABIO COMANA

(Direzione artistica e organizzativa)

Fondatore e leader storico di Erbamil, dopo essersi laureato in Architettura, si è formato alla Scuola del Teatro alle Grazie (1979-81), con Umberto Verdoni nei primi anni del Teatro Prova (1981-86), con Bruno Bozzetto nella scrittura e realizzazione di diversi film (1980-87), con Robert McKee (sceneggiatore di situation comedy), con il Theatre de Complicité di Marcello Magni a Londra (1987-88) e con Pierre Byland (1998) per citare le principali esperienze formative di inizio carriera. Autore e regista della maggior parte degli spettacoli di Erbamil, dal 1989 ad oggi, ha lavorato come regista anche per altre compagnie ed artisti: Roberto Corona, lo stabile Le Nuvole di Napoli, Teatro Telaio di Brescia, Coltelleria Einstein di Alessandria, Teatro Pan di Lugano, Etabeta di Pordenone. Collabora da diversi anni come regista di eventi con il Comune di Bergamo (Carnevale 2008 e 2009, Rievocazione storica del martirio di Sant’Alessandro 2010, 2011, 2012, 2013), con Confindustria Bergamo (evento “Io e lode” 2012, 2013, 2014) e Associazione Artigiani (Settimana dell’energia, 2011, 2012, 2013). Dal 1996 conduce regolarmente stage di clown e teatro in varie località italiane, fra cui Pordenone (Scuola Sperimentale dell’attore) Portogruaro, Montebelluna, Iesi, Fabriano, Napoli, Benevento, Battipaglia, Martinafranca, Milano (Scuola Campo Teatrale), Alessandria, Udine. Conduce da molti anni laboratori nelle scuole, con attenzione specifica alla disabilità e ai problemi relazionali, e ha messo a punto un originale metodo per avvicinare i ragazzi delle medie alla lettura espressiva ad alta voce. Dirige da un paio d’anni un gruppo di giovani attori non professionisti under 21, all’interno del progetto “Casa delle Arti” al Teatro Sociale di Bergamo, con i quali ha realizzato due spettacoli e ha ideato per la stagione 2014-15 il progetto “Teatro, Giovani e Legalità” per avviare una riflessione collettiva sulle regole, attraverso l’ironia e l’immediatezza dello spettacolo teatrale.

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Sì perché la scoperta di un corso di teatro con gli insegnanti di Erbamil è proprio questa: finché non lo provi, non capisci cosa significa davvero. Non è solo ‘saper recitare’, è anche (e forse soprattutto) capire fin dove ci si può spingere nel confronto eterno con le incertezze in cui tutti, prima o poi, siamo incappati. È una piacevole corsa a ostacoli dove si comprende strada facendo, minuto dopo minuto, che di ostacoli veri non ce ne sono. E che tutte le paure che i riflettori portano con sé possono essere spazzate via da una sana risata. Fabio Comana, fondatore e leader del gruppo, è persona di valore artistico certificato dalle sue esperienze e di valore umano indiscusso. Glielo si legge negli occhi, quell’amore per il teatro che lo ha portato a diventare tra i più importanti protagonisti di questo mondo, nella nostra provincia e non solo. Una caratteristica che ha poi cercato e trovato in tutti i suoi collaboratori.

Corsi dunque, ma pure spettacoli. Nella prima parte del 2015, Erbamil ha messo in pista le rassegne “Smart Komik” e “In the mood for”, premiate da critica e pubblico. Ma accanto a queste, hanno trovato spazio una serie di eventi collaterali legati a progetti particolari, promossi da Erbamil o autogestiti da altre realtà. Si tratta di: “Un regalo fuori orario” di Luciano Nattino, autore e regista già collaboratore (nonché amico) di Erbamil negli anni Novanta; “Nei desideri“, già prodotto alla fine degli anni Novanta da Erbamil per la regia di Silvia Briozzo ed ora ripreso dall’associazione “Puzzle Teatro” di Dalmine; “Brainstorm”, inserito nella rassegna “Palco dei Colli”, organizzata dalla residenza teatrale Initinere; per finire con il debutto del nuovo spettacolo dell’Associazione “Rosa Agrestis” attiva sul territorio di Ponteranica ormai da diversi anni. Fin qui ciò che è stato. Ma la più bella pagina è quella che resta da scrivere.


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˅ DICONO DI ERBAMIL “Il bello di ‘Facciamo la differenza’ è che rappresentazione e informazione sono affidati a tre personaggi-clown che non parlano mai. O meglio: che parlano una sorta di grammelot che ricorda “La Linea”, il geniale cartoon di Osvaldo Cavandoli. È una soluzione che rende più scorrevole e divertente il contenuto didattico dello spettacolo. Ma è anche un’opportuna sfumatura satirica: dell’ambiente ci si occupa facendo e lavorando, non a chiacchiere. E tantomeno a colpi di slogan e discorsi su fiducia e ottimismo: nel momento in cui gli attori ne fanno uso, la catasta dei rifiuti da smaltire cresce… Come in politica”. L’ECO DI BERGAMO – 20 APRILE 2012

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“Si può spiegare a teatro la crisi idrica, rivelando le ragioni degli squilibri mondiali che condizionano l’accesso a questa risorsa, senza cadere nel tranello della pedanteria? Si può. La dimostrazione proviene da “Amare acque dolci”, uno spettacolo che tiene insieme contenuti informativi, ritmo e senso della comicità ricostruendo, attraverso una serie di sketch, il quadro complessivo di una questione che chiama in causa le responsabilità dei governi, gli interessi dell’economia globale ma anche i comportamenti di ciascuno. Sta proprio qui il merito principale di questo piccolo esempio di teatro dell’ecologia messo a punto da Fabio Comana: comunicare il concetto di limite, insieme agli altri capisaldi dell’ambientalismo scientifico, attraverso un repertorio di metafore visive immediatamente comprensibili. Il tutto attraverso una comicità basata sul sincronismo dei corpi che esalta le qualità degli interpreti e stempera, nel segno dell’autoironia, l’atteggiamento dichiaratamente trasmissivo di cui si sostanzia lo spettacolo, che rimane un ottimo esempio di teatro consapevole e motivante, spendibile anche al di fuori della fruizione scolastica e che riesce a lanciare un messaggio con correttezza, efficacia e semplicità”. MARCO FRATODDI “Un teatro semplice ma tutt’altro che semplicistico, divertente ma mai banale, comico ma con una sua feconda vena di intelligente ironia, lo spettacolo è costruito, dal punto di vista testuale, dai versi delle canzonette che più o meno tutti abbiamo canticchiato, canzoni di ieri e di oggi: da Jannacci a Vasco Rossi, da Gino Paoli a Lucio Battisti, Baglioni, De Gregori e via citando. Un testo che diviene palinsesto della memoria, una cavalcata tra alcune delle hit più gettonate, un tuffo dove l’onomatopea si fa swing e glissa slalomando fra i generi. Un’operazione molto intelligente, oltre che divertentissima, dove la storia d’amore è messa in scena attraverso i testi delle canzoni che diventano “il” linguaggio della conquista e della seduzione e che, sostituendosi ad un testo vero e proprio, diventano una sorta di lingua condivisa, perché conosciuta, dagli spettatori. Uno spettacolo da ascoltare con gli occhi”. ANDREA FRAMBROSI


Ce n’è per tutti, dagli adulti ai bambini. Con corsi adeguati alle esigenze di ogni gruppo e alle attitudini dei singoli, senza tralasciare chi avrà bisogno di più tempo. Perché non si tratta di una gara, non c’è da primeggiare o mostrarsi migliori di qualcuno. Al contrario, c’è da sostenersi a vicenda, c’è da imparare a diventare gruppo, a interagire onestamente senza essere intimoriti dalle diversità. Perché se c’è qualcosa che Erbamil insegna è proprio il rispetto, quella parola che oggi pare così desueta e che invece è la chiave per trovare il modo di sciogliere i nodi che legano i rapporti moderni. Rispetto, sensibilità, passione, umiltà, professionalità. Tutto questo offre la compagnia orobica, lanciata verso i suoi secondi venticinque anni con l’entusiasmo degli esordi. Accanto ai corsi base e di perfezionamento (da fine ottobre), anche diversi stage: tra questi, un laboratorio di dizione sostenibile e un seminario di canto teatrale.

Sabato 17 e Domenica 18 ottobre il teatro resterà aperto tutto il pomeriggio, per presentare i corsi rivolti ai bambini, ai ragazzi e agli adolescenti secondo un nutrito programma di giochi ed esercizi condotti dagli insegnanti e con un simpatico e accogliente spazio merenda. Il direttore della Scuola Erbamil e la responsabile organizzativa saranno a disposizione dei genitori per rispondere a tutte le domande relative agli aspetti formativi e organizzativi dei corsi. L’ingresso è ovviamente libero e gratuito. Tenete d’occhio il sito (www.erbamil.it) per avere orari e ulteriori informazioni. - Erbamil teatro Auditorium Comunale via Valbona, 73 - Ponteranica Info: 035/573876 - 3477336567 Oppure: segreteria@erbamil.it

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UNA CITTÀ DA PREMIO NOBEL CON BERGAMOSCIENZA

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edici giorni di scienza che sono uno dei vanti della città: conferenze, spettacoli, laboratori e mostre. Dal 2 al 18 ottobre torna con la tredicesima edizione BergamoScienza, che nel 2014 ha ottenuto un grande successo registrando 152 mila presenze. Come ogni anno la rassegna anima la città con eventi gratuiti che vedranno coinvolti Premi Nobel (tre quest’anno) e scienziati di fama mondiale. I temi saranno trattati come sempre con un linguaggio divulgativo e indagati in modo interdisciplinare: ambiente e salute, neuroscienze, spazio, genetica, progettazione e design, musica e meccanica quantistica, fisica, chimica, arte, tecnologia, linguistica, biodiversità, immunologia. Il Festival sarà inaugurato il 2 ottobre all’Aula Magna Sant’Agostino, da Peter Charles Doherty, immunologo australiano, Nobel per la Medicina (1996) per i suoi studi sulla specificità della difesa immunitaria.


Doherty terrà la terza Levi Montalcini’s Memorial Lecture in onore della grande scienziata già presidente onorario di BergamoScienza. Altrettanto attesi il Nobel per la Chimica (1991) Richard Robert Ernst e quello per la Fisica (2010) Konstantin Novoselov. Tra gli altri ospiti, i biologi Rino Rappuoli, uno dei fondatori della microbiologia cellulare, Rodolfo Dirzo, che ha ipotizzato una “sesta estinzione di massa” in relazione alla scomparsa delle microfaune, e Thomas Nystrom, che si occupa di invecchiamento cellulare. L’immunologo Antonio Lanzavecchia parlerà invece di un particolare tipo di cellule dette “della memoria”. Interverranno gli oncologi Pier Paolo Pandolfi e Cristian Tomasetti, autore di una ricerca tesa a dimostrare che l’insorgenza del cancro può essere un fenomeno del tutto casuale. Saranno presenti gli epidemiologi Pietro Comba e Carlo la Vecchia, i genetisti Michele Morgante e Dan Voytas dell’Università del Min-

nesota e la neuroscienziata del Mit di Boston Suzanne Corkin, studiosa del funzionamento della memoria umana e autrice del libro ‘Prigioniero del presente’, che narra la storia di un uomo i cui ricordi si cancellano ogni trenta secondi. E ancora: i fisici Barry Goldstein (Project Manager della missione su Marte Phoenix) e Pier Andrea Mandò, che utilizza la tecnica dell’analisi con fasci di ioni nel campo dei beni culturali; l’astrofisico Paolo Salucci (esperto di materia oscura) l’astronomo Massimo Tarenghi (che ha costruito uno dei più grandi osservatori astronomici sulle Ande), gli ingegneri Jouni Partanen e Fiorenzo Omenetto, il chimico Vincenzo Barone. Spazio alle discipline umanistiche con il linguista Charles Young, i filosofi Marisa dalla Chiara, Elena Castellani e Giulio Giorello, il giornalista Luca De Biase (attivo nell’ambito dei nuovi media) e l’artista Getulio Alviani, esponente dell’arte cinetica negli anni ’60-’70.

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Dopo le tavole rotonde delle scorse edizioni dove gli scienziati si sono confrontati su temi come quello della vivisezione o delle cellule staminali, quest’anno sarà affrontato il tema dell’utilizzo dei cannabinoidi. Ne discuteranno il neurologo Diego Centonze e lo psichiatra e farmacologo Gian Luigi Gessa, in un dibattito moderato da Giuseppe Remuzzi. Un argomento che è di grande attualità per via dei vari usi terapeutici della cannabis, nonché per la richiesta che proviene da più ambienti di liberalizzarne il consumo. Non mancheranno spettacoli e concerti con artisti di fama internazionale, mostre didattiche e i numerosi laboratori rivolti ad un pubblico di giovani e ragazzi. BergamoScienza privilegia tutte le forme di diffusione del sapere scientifico con il coinvolgimento di moltissimi volontari, per la gran parte studenti, chiamati a fare da guida ai più piccoli nelle mostre interattive, durante gli open day e nei laboratori.

Di seguito, andiamo a presentare in dettaglio i tre Premi Nobel che con la loro presenza faranno svettare il Festival orobico nel panorama nazionale e internazionale, garantendone una popolarità ben al di là dei nostri confini. Con questa edizione, BergamoScienza si conferma uno degli eventi clou dell’anno in città, nonché uno dei più trasversali, capace di coinvolgere i ragazzi delle scuole e gli adulti, guardando uno stesso tema da più angolazioni. Un approccio alle materie scientifiche che non lascia indifferenti. Uno dei vanti di una città che sta guardando sempre più a se stessa come a un centro di cultura che possa fare da esempio per altre realtà. - BergamoScienza Festival di divulgazione scientifica, ed. n. 13. 2-18 ottobre 2015. Bergamo, vari luoghi. programma su www.bergamoscienza.it


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PETER DOHERTY Peter Doherty ha ricevuto il Premio Nobel per la Medicina nel 1996, per aver scoperto la natura delle difese immunitarie cellulari. Lavorando all’Università di Melbourne e spendendo parte del suo anno al St. Jude Children’s Research Hospital di Memphis, ha continuato a essere coinvolto nella ricerca orientata alla comprensione e alla prevenzione delle gravi conseguenze dell’infezione da virus dell’influenza. In più, lotta per una realtà basata sui fatti, in campi molto diversi come la vaccinazione dei bambini, la fame nel mondo e i cambiamenti climatici dovuti all’uomo. In uno sforzo per comunicare a un audience sempre più vasta, ha pubblicato quattro libri per “profani” e ne sta scrivendo un altro.

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˅ KONSTANTIN NOVOSELOV

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Il professor Sir Konstantin ‘Kostya’ Novoselov è nato in Russia nell’agosto 1974. È sia cittadino russo che britannico. È conosciuto ai più per aver isolato il grafene all’Università di Manchester nel 2004, ed è un esperto di fisica della materia condensata, fisica mesoscopica e nanotecnologie. Ha ricevuto il Premio Nobel per la Fisica nel 2010, per i suoi successi col grafene. Kostya ricopre la posizione di Langworthy Professor of Physics e quella di Royal Society Research Professor all’Università di Manchester. Si è laureato al Moscow Institute of Physics and Technology e ha compiuto gli studi per il dottorato alla University of Nijmegen in Olanda, prima di trasferirsi all’Università di Manchester nel 2001. Il professor Novoselov ha pubblicato più di 200 articoli scientifici. È stato insignito di numerosi premi, tra cui il “Nicholas Kurti Prize” (2007), l’”International Union of Pure and Applied Science Prize” (2008), il “MIT Technology Review young innovator” (2008), l’”Europhysics Prize” (2008), il “Bragg Lecture Prize from the Union of Crystallography” (2011), il “Kohn Award Lecture” (2012), la “Leverhulme Medal from the Royal Society” (2013), la “Onsager medal” (2014). È diventato cavaliere nel corso della cerimonia del 2012 New Year Honours.


˅ RICHARD ERNST Richard R. Ernst è stato professore di chimica fisica dal 1976 al 1998. È nato nel 1933 a Winterthur, in Svizzera. Ha finito i suoi studi all’Eth di Zurigo nel 1952, con una tesi di dottorato sulla risonanza magnetica nucleare. Nel 1963 si è unito alla Varian Associates di Palo Alto come scienziato e ha sviluppato la Risonanza Magnetica Nucleare (Rmn) accoppiata alla trasformata di Fourier e molte altre tecniche. Nel 1968 è tornato all’Eth di Zurigo, dapprima come Lecturer e poi, dal 1970 come Assistant Professor, dal 1972 come Associate Professor e dal 1976 come Full Professor. A partire dal 1968 è stato capo di un gruppo di ricerca che si è concentrato sullo sviluppo metodologico della Rmn dello stato liquido e solido. Ha sviluppato la Rmn bidimensionale e nuove tecniche a impulsi. Ha contribuito allo sviluppo della tomografia a risonanza magnetica per la medicina. Ha ricevuto numerose onorificenze, tra cui il premio Nobel per la Chimica (1991), il Premio Wolf per la Chimica (1991), il Premio Horowitz (1991) e il Premio Marcel Benoist (1986). Ha ricevuto il titolo di dottore di ricerca onorario da 16 università. È un membro della Us National Academy of Sciences, della Royal Academy of Sciences di Londra, della Deutsche Akademie Leopoldina, della Russian Academy of Sciences, della Korean Academy of Science and Technology, ed è membro onorario di molte altre associazioni. Oggi è coinvolto in studi nella conservazione dell’arte centro asiatica. Si interessa di spettroscopia Raman, per identificare i pigmenti in antichi dipinti. Tiene anche numerose lezioni sulla responsabilità sociale degli scienziati.

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MANTOVA IN FESTIVAL

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inque giorni, 357 ospiti, oltre 350 eventi. Sono i numeri straordinari del Festivaletteratura, l’evento che ogni anno propone Mantova come capitale mondiale del libro e della cultura. Un appuntamento imperdibile per chi abbia la possibilità di passare qualche giorno in riva al Mincio. Dove tutto, in quella settimana di settembre (stavolta dal 9 al 13) pare fatto apposta per stimolare la curiosità, per credere in un futuro migliore, con gente che cerca davvero ciò che vale, non solo ciò che ha un prezzo. Ci sono spettacoli, concerti, teatro, arte nelle sue svariate forme. E tanti libri, con gli autori pronti a raccontare le storie nate dalla loro penna. Il tutto in una cornice unica, una città che è divenuta Patrimonio dell’Unesco e che, pur nella sua piccola realtà, riesce a farsi grande.

BERGAMO CREAT(T)IVA

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reattiva (Fiera di Bergamo, dall’1 al 4 ottobre, dalle 9.30 alle 19) è la fiera nazionale dedicata alle arti manuali e femminili. La manifestazione costituisce una vetrina unica in cui immergersi in un mondo di tessuti, colori, componenti per bigiotteria, articoli per il cake design e tanto altro ancora. Il tutto condito da tanta fantasia e dalla competenza delle trecento aziende espositrici che in fiera mettono a disposizione la propria esperienza frutto di tanto lavoro. Creattiva è una Fiera esperienziale: si guarda, si trova ispirazione, si acquista e si partecipa attivamente grazie alle centinaia di corsi e dimostrazioni proposte dagli espositori all’interno dei propri stand. Dal cucito creativo al découpage, dallo scrapbooking al cake design, dall’intaglio alla decorazione. Mostre e concorsi fanno da corollario a una manifestazione dove gli espositori sono i registi con i loro prodotti innovativi ma dove è il pubblico l’attore principale, in momenti che dimostrano come Creattiva sia un evento in cui si scambiano e diffondono conoscenze dedicate a un mondo sempre in fermento.


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in dispArte - N.1 Settembre 2015  

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