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SOMMARIO in disparte - Ottobre 2015 Magazine free di arte e cultura Mensile - anno 1 - n. 2

EVENTI

EVENTI IN DISPARTE

ARTISTI

NEXT

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4 - Accademia Carrara, la Grande Bellezza 10 - Cortolovere, maggiorenne in salsa noir 16 - Giua, di terra e rivoluzione

Direzione: Cristian Sonzogni Ha collaborato: Ermanno Novali Redazione: Via Madonna della Neve 3, Bergamo Stampa: Pixartprinting Srl - Quarto d’Altino (Ve) e-mail: info@indisparte.com

EDITORIALE C’è una sorta di Rinascimento culturale in Bergamasca. Un momento di entusiasmo verso ciò che è arte, sapere, aggregazione, che trova pochi esempi in Italia in un periodo in cui ancora, nonostante segnali positivi, è il pessimismo a prevalere. Nella nostra terra invece c’è ottimismo. E alcuni dei motivi per essere ottimisti li trovate nelle prossime pagine. C’è una ‘Grande Bellezza’ come l’Accademia Carrara che è rinata e ha già ottenuto consensi su più fronti. C’è un’altra Grande Bellezza come il teatro Donizetti (insieme al Sociale), ai nastri di partenza per una nuova stagione. E ci sono tante realtà che colorano la provincia, come quella di CortoLovere. Per tutto questo, e per molti altri motivi, vi invitiamo a mettervi comodi, un po’ ‘in dispArte’.

20 - Bergamo: Presente prossimo 24 - Petrucciani: vent’anni fa, al Donizetti... 30 - Next, appuntamenti da seguire

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LA GRANDE BELLEZZA BERGAMASCA 4

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a Grande Bellezza di Bergamo è stata in naftalina per sette anni. Ma ora che è rinata, in terra orobica c’è un gioiello da ammirare che deve riempire d’orgoglio la città. Si chiama Accademia Carrara ed è, adesso più che mai, uno dei musei imperdibili del patrimonio italiano. Nelle sale rinnovate in ogni dettaglio con stile e attenzione, c’è tutto il fascino dei capolavori che la compongono, da Lotto a Raffaello, da Moroni a Pisanello. Dallo scorso 23 aprile, data della nuova apertura, la Carrara ha trovato visitatori e consensi, sia dalla gente comune, sia da chi dell’arte fa il proprio mestiere. Un successo che deve far riflettere coloro (e sono ancora molti) che pensano all’arte come a qualcosa di quasi superfluo, poco attraente, fuori moda. Quello che sta dimostrando il museo più importante del nostro territorio è che il problema vero da risolvere per rendere appetibile questa bellezza è quello di renderla facilmente fruibile.


Che non significa per forza renderla ‘pop’, ma certamente significa renderla popolare, conosciuta il più possibile anche laddove si pensava non ci fosse terreno fertile per fare attecchire la passione. Il segreto? Professionalità, competenza, lavoro. Con una cura delle figure all’interno della struttura, macchina complessa che ha bisogno di regole precise. Anche per questo motivo è nata la Fondazione (dal 25 giugno scorso), “che rappresenta – scrivono dal Comune – un atto decisivo per il futuro di uno dei musei d’arte più importanti del nostro Paese: la Fondazione avrà il compito di promuovere la valorizzazione e la fruizione pubblica del patrimonio artistico, storico e culturale dell’Accademia Carrara, promuovendone la tutela, in linea con i principi enunciati dal suo fondatore Conte Giacomo Carrara (‘promuovere lo studio delle belle arti onde giovare alla Patria e al Prossimo’) e diffondendo le espressioni della cultura e dell’arte”.

Alla Fondazione spettano compiti ben precisi, come l’amministrazione e la gestione dei beni che detiene, la possibilità di promuovere iniziative, manifestazioni, mostre ed eventi in genere, ma anche quello di collaborare e instaurare relazioni con enti culturali esteri e nazionali e di raccogliere fondi. Un impegno a 360 gradi che dimostra la volontà di emergere di un gioiello. Dimostra soprattutto che sette anni non sono passati invano. Ora che ai turisti non bisognerà più dire “Sì, abbiamo un museo meraviglioso, ma tornate fra un po’”, Bergamo ha un’arma in più per attrarre visitatori da ogni parte d’Europa e del mondo. E i bergamaschi? Hanno risposto come si deve, sia nelle giornate di festa, sia (ma un po’ meno) durante il resto della settimana. Ed è questo il compito più arduo che spetta a chi dirige la Carrara: fare in modo che pure la città e la provincia tornino ad affezionarsi a quello che può ben considerarsi il loro orgoglio.

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˅ L’ACCADEMIA CARRARA, GIOIELLO OROBICO L’Accademia Carrara è l’unico museo italiano composto da lasciti di importanti collezionisti privati. Fu istituita a Bergamo, nel 1794, come complesso unico di Pinacoteca e Scuola di Pittura, per iniziativa del patrizio bergamasco Giacomo Carrara (1714 – 1796), che avviò la costruzione dell’edificio destinato a ospitare la sua ricchissima raccolta di dipinti. Il conte Carrara si preoccupò anche del futuro sostegno dell’Accademia destinandole, per volontà testamentaria, ogni suo avere. Alla sua morte la gestione dell’Accademia Carrara passò alla Commissarìa, composta di membri delle famiglie aristocratiche bergamasche.

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Nel tempo il patrimonio dell’Accademia è cresciuto in modo straordinario, per numero e qualità delle opere. Sulla collezione Carrara si innestano infatti negli anni successivi le donazioni del conte Guglielmo Lochis (17891859), amministratore, politico e collezionista, quella del conoisseur e senatore del Regno d’Italia Giovanni Morelli (1816-1891), uno dei padri fondatori della moderna storia dell’arte, e infine la collezione di sculture di Federico Zeri (1921-1998), sommo conoscitore dell’arte italiana. Accanto alle donazioni maggiori è pervenuta negli anni una fittissima costellazione di oltre duecento preziosi lasciti che hanno via via arricchito il patrimonio della Carrara, che assomma ora a 1.800 dipinti, ampliandone l’arco cronologico e le vocazioni. Da museo dedicato alla pittura del Rinascimento – con i grandi capolavori di Pisanello, Mantegna, Bellini, Botticelli, Raffaello, Lotto, Moroni – la storia dell’Accademia Carrara l’ha portata ad essere un museo d’arte tout-court, con un’ampia rappresentanza di generi pittorici del Sei, Sette e Ottocento, una significativa raccolta di disegni e stampe e preziosi nuclei di arti decorative, dai ventagli alle porcellane, dai bronzetti alle medaglie. Il palazzo che ospita le raccolte fu completato nel 1810 su progetto dell’archietto Simone Elia; inglobava nella nuova costruzione il piccolo edificio che aveva ospitato la Scuola di Pittura dai tempi di Giacomo Carrara. Per tutto l’Ottocento il complesso di Museo e Scuola rimase unito. Solo all’inizio del Novecento venne realizzata una nuova ala, nel giardino retrostante, destinata ad ospitare la Scuola di Pittura. Dal punto di vista architettonico l’edificio storico rimane, per tutta la parte principale, sostanzialmente immutato sino ai giorni nostri. La Pinacoteca fu nel tempo oggetto di diversi riallestimenti. Tra i più significativi quello del 1881 (di Carlo Lochis e Francesco Baglioni), i due del 1912 e del 1930 (entrambi condotti da Corrado Ricci), e quello del 1955 a cura di Gian Alberto Dell’Acqua, Fernanda Wittgens e Franco Russoli. Nel frattempo, per l’indiscussa rilevanza delle sue raccolte e, al tempo stesso, per potere garantire all’istituzione la continuità necessaria nel rispetto della sua identità e storia, a partire dal 1958 il Comune di Bergamo subentra nella titolarità dell’Accademia Carrara e la pinacoteca diventa a tutti gli effetti un museo civico. Nel 2008 il museo chiude per i necessari lavori di restauro e adeguamento impiantistico. Accanto ai lavori sull’edificio si accompagna un nuovo ordinamento dei dipinti. Il museo viene inaugurato il 23 aprile del 2015. (dal sito www.lacarrara.it)


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˅ LA MISSION

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“Questa mia testamentaria disposizione è fatta particolarmente per promuovere lo studio delle Belle Arti, onde giovare alla Patria, ed al prossimo”. (Giacomo Carrara, Testamento, 1795-1796). La missione dell’Accademia Carrara è collaborare attivamente allo sviluppo culturale del territorio, della comunità e di quanti la visitano attraverso la conservazione, lo studio, l’arricchimento e l’esposizione del suo patrimonio d’arte. L’Accademia Carrara: favorisce la conoscenza e l’apprezzamento dell’opera d’arte mediante l’assunzione di standard di eccellenza nella ricerca, nell’organizzazione e nelle attività di mediazione e di socializzazione; propone un’esperienza di visita capace di radicarsi in modo significativo in quella personale di ogni individuo; testimonia che la visita e la partecipazione alle attività di un museo possono contribuire al benessere e all’appagamento delle persone e ad avvicinarle alle loro comunità, esortandole a sentirsene parte attiva, critica, partecipe e responsabile; costruisce, nel proprio territorio, in Italia e nel mondo rapporti di scambio, confronto e collaborazione con istituzioni, gruppi, singoli individui.


GIACOMO CARRARA (BERGAMO, 1714-1796) Dopo avere ereditato casa, collezione e patrimonio, il quarantenne Giacomo Carrara è finalmente libero di recarsi a Roma nel 1757-58 in visita al fratello Francesco, per poi tornare a Bergamo e sposare nel 1759 la cugina Marianna Passi, da cui avrà un unico figlio, Carlo, nato nel 1761 e morto dopo pochi giorni. Così, ad eccezione di qualche spostamento a Milano o a Venezia, la vita di Giacomo si svolge costantemente a Bergamo, sia pure con numerosi contatti epistolari e nell’impegno per l’accrescimento della collezione, oltre che nella raccolta di materiali sulla storia della pittura in città e nel territorio. A partire dal 1758 troviamo anche, nel fascicolo manoscritto, delle Memorie di carattere, cioè una raccolta di appunti di spese e acquisti, l’elenco di alcuni investimenti in opere d’arte mischiati insieme a spese di ogni altro genere, ma registrati purtroppo in una misura del tutto insufficiente a seguire la progressiva formazione della raccolta. La sequenza degli acquisti risulta largamente incompleta rispetto all’inventario redatto nel 1796 da Bartolomeo Borsetti, da ben diciassette anni al seguito del Carrara in qualità di restauratore. Il Catalogo dei quadri esistenti nella Galleria del Nobile Signor Conte Giacomo Carrara posta nel Borgo S.Tomaso è dunque lo strumento fondamentale di valutazione dell’entità della raccolta, benché forse descriva i soli dipinti esposti nelle stanze, senza elencare gli altri eventualmente conservati senza essere appesi alle pareti. Risulta comunque un elenco di ben 1275 dipinti, suddivisi in undici sale e un armadio grande. Secondo il gusto tipico delle quadrerie settecentesche, i dipinti sono disposti su più registri in altezza sulla parete e secondo un ordinamento che prevede alcune sale vagamente a tema, dedicate ai letterati, ai pittori, agli storici, ai poeti. (dal sito www.lacarrara.it)

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CORTOLOVERE MAGGIORENNE IN SALSA NOIR 10

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overe è più affascinante del solito, vista dal cinema-teatro Crystal, dove uno dei figli della cittadina sul lago quest’anno festeggia la maggiore età. CortoLovere celebra l’edizione numero 18 con un deciso passo avanti rispetto al passato. Una dimostrazione di maturità che pure i giurati non mancano di sottolineare. E quando la promozione arriva da un nome come Michele Placido, vale decisamente più di quella assegnata dal tempo o dai numeri. Sarà proprio in suo onore (o per via della sua influenza?) che per l’occasione il Festival internazionale del cortometraggio si è vestito di nero, con una forte presenza di storie drammatiche, intense, con il fantasma della morte sempre in agguato. C’è nel miglior film, l’inglese ‘Throw me to the dogs’, c’è nel miglior film straniero (lo spagnolo ‘They will all die in space’), ma c’è pure, seppur mascherato da commedia, nel miglior film d’animazione, il piemontese ‘Pircantaturi’.


Una festa un po’ dark, dunque, ma pur sempre una festa. Che potrebbe aver lanciato qualche talento nel panorama del grande schermo, come peraltro è già accaduto in più d’una circostanza in passato. In una serata di gala ben studiata nei tempi e un po’ meno nei contenuti di contorno, si è capito sin dall’avvio che tipo di atmosfera si sarebbe andata creando. Il miglior film secondo la giuria popolare è stato ‘Mi ojo derecho’ di Josecho de Linares (Madrid, Spagna), una tenera storia di un nipote e una nonna, di solitudine e sensi di colpa. Un pugno nello stomaco assestato con una certa cautela, come se il regista avesse voluto dividere le responsabilità in parti pressoché uguali: una metà alle persone, un’altra al tempo che non riesce mai a trovare il modo di fermarsi ad aspettare. Il seguito, se possibile, ci va giù ancora più pesante, con un corto di fantascienza-horror ben congegnato. Sempre dalla Spagna ecco ‘They will all die in spa-

ce’, titolo piuttosto chiaro (‘Moriranno tutti nello spazio’), forse fin troppo. Con un retrogusto splatter attenuato dalla visione in bianco e nero. Si respira con ‘Pircantaturi’, omaggio alla Sicilia degli Anni 30, dove si vede chiaramente fin dal principio il compito di questo personaggio così conosciuto da quelle parti e sconosciuto altrove: quello di collocarsi davanti alla casa di un debitore insolvente, sufficiente per etichettare la vittima come un uomo senza onore. Animazione divertente, rapida, spiazzante, al servizio di una storia che fa sorridere e scorre veloce. Con personaggi che restano, pur se così diversi tra loro sia nella forma (chi tondo, chi allungato all’infinito), sia nella sostanza. Per i torinesi Alice Buscaldi, Angela Conigliaro, Lorenzo Fresta, ci sono pure i premi come miglior colonna sonora e come miglior film delle scuole di cinema e degli istituti specializzati. Bottino pieno, insomma.

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MICHELE PLACIDO Attore e regista. Dopo aver frequentato l’Accademia d’Arte drammatica di Roma, inizia la carriera alternando teatro e cinema. Sul palcoscenico lavora con registi come Ronconi, Strehler e Patroni Griffi. La sua prima interpretazione di successo al cinema è, nel 1974, “Romanzo popolare” di Monicelli. Ma la popolarità, anche internazionale, arriva con il ruolo del commissario Cattani de “La piovra” che interpreta dalla prima serie nel 1984 fino alla quarta nel 1989, in cui viene ucciso anche perché Placido non vuole rimanere legato al suo personaggio. Nello stesso anno esordisce alla regia con “Pummarò”, cui seguono “Le amiche del cuore” (1992), “Un eroe borghese” (1995, che gli è valso un David speciale), “Del perduto amore” (1998). Continua la sua attività di attore e la alterna a quella di regista-autore. Nel 2005 ottiene grande successo con “Romanzo criminale” tratto dal best seller di Giancarlo Di Cataldo in cui, tra l’altro, viene apprezzata particolarmente la sua capacità di scegliere e dirigere gli attori.

“Per tornare a fare del buon cinema bisogna smettere di rimanere davanti a un computer. Bisogna tornare nelle strade, prendere i tram, mettersi tra la gente”


BRUNO BOZZETTO Nato a Milano il 3 marzo 1938, Bruno Bozzetto dimostra presto una grande passione per il disegno e il cinema. Il risultato di queste due tendenze sfocia naturalmente nel disegno animato. Effettua i suoi primi esperimenti come socio del Cine Club Milano e a vent’anni realizza “Tapum! La storia delle armi”, il suo primo cortometraggio d’animazione, che lo impone all’attenzione del pubblico e della critica. Nel 1960 nasce la Bruno Bozzetto Film e da quel momento l’attività di Bozzetto si sdoppierà su due canali, della pubblicità e dei film a soggetto. Oggi gli studi di Bozzetto sono strutturati con uno Studio Professionale dove opera lui solo ed una Casa di produzione pubblicitaria, la “Bozzetto s.r.l.”. Il più popolare dei caratteri inventati da Bozzetto è il piccolo Sig. Rossi, un signore di mezza età che incarna l’uomo medio in tutti i sensi e in cui gli stessi spettatori dimostrano di riconoscersi, grazie alla sua normalità e alle sue doti non certo da supereroe. A CortoLovere è il presidente onorario.

“Un CortoLovere solo di animazione? Perché no, potrebbe essere così in futuro. Intanto possiamo constatare che la qualità delle produzioni ha raggiunto livelli di eccellenza”

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Resta da dire di ‘Throw me to the dogs’, vincitore con merito del premio più ambito. Ostico come i luoghi dove è stato girato, una periferia britannica fatta di degrado, nella quale pure le persone si sentono oppresse, scaricando sugli altri la loro frustrazione. Il finale riporta al principio della serata: quel senso di angoscia, di fine addirittura, che lascia un certo retrogusto amaro ma non rovina nulla. Anzi, aggiunge. Perché saper parlare bene delle assenze (cos’è la morte se non assenza?), che siano vere, presunte, temporanee, sperate, è dote che rivela sensibilità. In mezzo, un paio di delusioni. Il premio come miglior soggetto è andato a ‘Mirror’ di Daniele Barbiero (Roma), che in effetti si guadagna in pieno il riconoscimento, ma non riesce a penetrare nell’anima per via di una certa superficialità nell’esecuzione. L’idea, per contro, è bella e originale: parlare di chi sta dietro lo specchio, magari il nostro ego, come se

fosse una persona in carne e ossa deputata a fare solo quello, l’attore, a volte controvoglia. Non si può promuovere appieno nemmeno il finlandese ‘The silent’ di Toni Kristian Tikkanen, che come il collega italiano merita il premio (alla fotografia), ma alle spalle non ha esattamente una storia, più una serie di immagini. “Non volevo che fosse un indovinello” ha detto Tikkanen (che ha il merito di essersi presentato a ritirare la statuetta), ma in effetti qualche domanda alla fine della proiezione resta, dando l’impressione non tanto di un film senza finale, ma di un film non finito. Un peccato la quasi totale assenza dei premiati, che evidentemente hanno preferito risparmiarsi un viaggio, ma che sarebbe stato molto interessante sentire a proposito dei loro lavori. Forse, ma sono dettagli, li si sarebbe potuti contattare e portare a Lovere ‘virtualmente’. Dettagli appunto. Perché nel complesso la macchina CortoLovere funziona eccome.


˅ PREMI E PREMIATI 1) Miglior film: Luccio d’oro + € 2.000 Throw me to the dogs di Aaron Dunleavy & Joseph Ollman (Lower Darwen, UK). Motivazione: Per aver condensato in pochi minuti una storia articolata, ambientata all’interno di un contesto di degrado sociale, dove i rapporti vengono espressi in maniera perfetta. Il tutto tradotto in un realismo efficace e di gran intensità, supportato dalla fotografia e dalla scenografia. 2) Miglior soggetto: Luccio d’oro Mirror di Daniele Barbiero (Roma, Italia). Motivazione: Un’idea innovativa, affrontata e sviluppata con grande coraggio e continua invenzione. 3) Miglior fotografia: Luccio d’oro The silent di Toni Kristian Tikkanen (Helsinki, Finlandia). Motivazione: Un film inquietante che deve alla fotografia gran parte delle emozioni che riesce a suscitare. 4) Miglior colonna sonora: Persico d’oro Pircantaturi di Alice Buscaldi, Angela Conigliaro, Lorenzo Fresta (Torino, Italia). Motivazione: Per la completezza del sound design e della musica, al servizio del ritmo e della storia, che scandiscono i tempi comici con perfetta sincronia. 5) Miglior film straniero: Luccino + Targa Eco di Bergamo They will all die in space di Javier Chillon (Madrid, Spagna). Motivazione: Per aver tradotto perfettamente un’ambizione cinematografica in un film narrativamente pieno, denso di atmosfere ben ricreate. Un omaggio sincero e sofisticato al genere di fantascienza. 6) Miglior film scuole di cinema e istituti specializzati: Persico d’oro + € 500 Pircantaturi di Alice Buscaldi, Angela Conigliaro, Lorenzo Fresta (Torino, Italia). Motivazione: Un progetto frutto di un lavoro collettivo che interpreta al meglio il premio per una scuola che mantiene viva un’eccellenza dell’animazione italiana. 7) Miglior film d’animazione: Premio Signor Rossi Pircantaturi di Alice Buscaldi, Angela Conigliaro, Lorenzo Fresta (Torino, Italia). Motivazione: Per aver ripercorso in modo originale, senza mai cadere nel banale, la miglior tradizione del cartone animato. 8) Miglior film giuria popolare: Alborella d’oro Mi ojo derecho di Josecho de Linares (Madrid, Spagna). Motivazione: Il film ha ricevuto il numero più alto di voti dalla giuria popolare.

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MARIA, DI TERRA E RIVOLUZIONE

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ra l’anno dei Mondiali, quelli del 1982, e a Genova (Rapallo, per la precisione) nasceva una ragazza di nome Maria, destinata a confermare il capoluogo ligure come città di origine dei cantautori di talento. Di cognome la ragazza fa Pierantoni Giua, poi accorciato in Giua per comodità, come fosse un nomignolo per poter essere ricordato più in fretta. Dicevamo del talento: Maria ne ha, nella voce e nell’anima. Allieva del chitarrista Armando Corsi (con il quale in seguito avrebbe avviato una collaborazione) e dell’insegnante di canto Anna Sini, quando passa i 20 anni trova le prime soddisfazioni da pubblico e critica: nel 2003 si aggiudica il Premio Lunezia e vince il Festival di Castrocaro, mentre nel 2004 porta a casa il Premio Recanati e la borsa di studio I.M.A.I.E. per la migliore interpretazione, fino alla realizzazione del suo primo lavoro – Giua – in veste di cantautrice.


Da buona genovese, nella sua cultura musicale c’è ben presente il marchio deandreiano, tanto che la ragazza si fa le ossa in un ensemble che si dedica alle cover di Faber. E che cover. Il gruppo si chiama ‘Endegu du matin’, e a fianco di Giua c’è Alberto ‘Napo’ Napolitano, ragazzo dalla voce incredibilmente simile a quella del poeta, che mette in risalto le esecuzioni tradizionali e veste di nuovo alcune canzoni. Ne riparleremo. Qui è il caso di tornare su Giua, che – va detto – è artista a tutto tondo: non solo cantante ma anche scrittrice e pittrice. Perché, come si legge sul suo sito: l’attività musicale e pittorica di Giua assume forme diverse in progetti diversi, tutti collegati dallo stesso fil rouge: l’amore per il pensiero e la ricerca artistica, e per la condivisione. Potrete così scoprire che cos’è TrE, molto più di un disco e di un live messi insieme; potrete conoscere il Coro popolare della Maddalena, una corale di strada multietnica e

multilavorativa; potrete imbattervi nei colori, negli spessori e nei materiali dei quadri e della sculture di Giua, che fanno parte della sua sperimentazione nel campo delle arti visive; potrete partecipare all’Abc della fantasia, i laboratori creativi rivolti ai bambini, o rimanere incuriositi dallo spettacolo di filastrocche e canzoni ‘Quando si capisce s’improvvisa!’ ideato assieme al chitarrista Armando Corsi e al poeta Pier Mario Giovannone. Ce n’è abbastanza da farne un personaggio interessante, tutto da scoprire. Ma ciò che colpisce maggiormente in questa trentenne ligure, è la capacità di sdoppiarsi come solo le grandi donne della musica hanno saputo fare. Da una parte la dolcezza di una voce di miele, al servizio di testi legati all’amore e ai sentimenti (‘Morbidamente’). Dall’altra una certa ruvidità che esce dall’animo quando ce n’è bisogno, pronta a graffiare per parlare di ‘Terra e rivoluzione’.

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I dischi ufficiali sono quattro: ‘Giua’, che esce prima nel 2007 e poi, con due aggiunte, nel 2008, e ancora TrE, prima dell’ultimo ‘E improvvisamente’, targato 2015 e uscito grazie al crowdfunding. Una produzione senza fronzoli, attenta alla qualità più che alla quantità: caratteristica rara che pone Maria in quel ristretto novero di artisti veri, non ancora presi e macinati dal mercato mainstream. Eppure quel mercato, quello che ti dà popolarità, Giua lo ha persino vissuto, sebbene per un periodo molto breve. Accade a Sanremo nel 2008, quando partecipa alla serata finale con il brano ‘Tanto non vengo’. Non è il preludio al successo, ma in realtà il successo Giua lo trova a ogni concerto, a ogni applauso, di fronte a un pubblico che non resta mai indifferente nei confronti di quella voce così potente, pur nella sua dolcezza. Si diceva di Armando Corsi, chitarrista eccezionale che la accompagna. Nel gennaio 2012 è uscito TrE, un doppio cd

distribuito da Egea music, con ospiti importanti: Jaques Morelenbaum, Oscar Prudente, Riccardo Tesi, Mario Arcari. Da due anni il live di TrE è ospitato dalle più prestigiose rassegne musicali (Itinerari Folk di Trento, Etnomusic di Pescara, Auditorium Parco della musica di Roma). Nel 2013 Gallucci editore pubblica ‘Girotondo di elefanti’, un libro musicale in cui Giua assieme alla Banda Osiris interpreta una filastrocca per bambini scritta dal poeta Pier Mario Giovannone e illustrata da Sophie Fatus. Nel 2014 è tra le fondatrici del Coro Popolare della Maddalena, una corale multietnica, progetto che ha già attirato l’attenzione di molte istituzioni e associazioni. - Giua in concerto Sabato 24 ottobre, ore 22 - Ingresso 10 euro in dispArte, via Madonna della Neve 3 - Bergamo


Morbidamente

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Ho sentito la tua vita Domandare la mia carne Ho cercato le tue mani GiĂ sapevo cosa farne E ho disegnato il tuo profilo Mentre ti lasciavi andare Il tuo profilo. Morbidamente E ho disegnato il tuo profilo Senza chiederti niente Il tuo profilo. Morbidamente Ho sognato di te Ho dato un nome ai tuoi pensieri E ho pregato per le tue gambe forti Strette ai miei sensi Per i tuoi occhi neri Ho sognato di te Ho dato un nome ai tuoi capelli E ho pregato per le tue gambe forti Per i tuoi baci. Per i tuoi occhi belli Belle le domeniche di cicale Ad imparare un rumore Al fremito, al desiderio di mare Bella la tua faccia di donna E il suo gioco di ombre Bella la tua vita non mia Bella la tua faccia di donna La tua colpa di sempre Bella la tua vita anche mia Ho sognato di te Ho dato un nome ai tuoi pensieri E ho pregato per le tue gambe forti Strette ai miei sensi Per i tuoi occhi neri

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PRESENTE PROSSIMO SALTA NEL FUTURO

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ttava edizione e ospiti quasi raddoppiati. ‘Presente prossimo’ cresce e comincia a diventare un punto di riferimento per quanti fanno della letteratura la loro passione. Distribuita su ben 15 paesi della Bergamasca, oltre che in città (all’Auditorium di Piazza della Libertà), la manifestazione itinerante che ospita gli autori del momento e che ha come direttore artistico Raul Montanari, è uno degli appuntamenti da non perdere della stagione. Si comincia a ottobre e si prosegue fino a febbraio 2016, anche se il grosso del programma si concentrerà da qui a dicembre. E se lo scorso anno le penne di punta per il pubblico erano state quelle di Carofiglio e Bignardi, stavolta l’attenzione è distribuita su più personaggi. Tra loro, spiccano la 38enne Chiara Gamberale e il 56enne Antonio Scurati, che a Bergamo è ben noto per essere stato docente e ricercatore all’Università Statale.


CHIARA GAMBERALE

È nata nel 1977 a Roma, dove vive. Ha esordito nel 1999 con ‘Una vita sottile’ (Marsilio) al quale sono seguiti ‘Color lucciola’ (Marsilio, 2001), ‘Arrivano i pagliacci’ (Bompiani, 2003), ‘La zona cieca’ (Bompiani, 2008, Premio Campiello Giuria dei Letterati), ‘Le luci nelle case degli altri’ (Mondadori, 2010), ‘Per dieci minuti’ (Feltrinelli, 2012) e, a quattro mani con Massimo Gramellini, ‘Avrò cura di te’ (Longanesi, 2014). È autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici come ‘Quarto piano scala a destra’ (Rai Tre), ‘Gap’ (Rai Uno), ‘Trovati un bravo ragazzo’ (Radio 24) e ‘Io, Chiara e l’oscuro’ (Radio Rai Due). Collabora con Vanity Fair, Io donna e La Stampa.

ANTONIO SCURATI

Nato a Napoli nel 1969, è ricercatore alla Iulm di Milano e membro del Centro studi sui linguaggi della guerra e della violenza. Ha scritto i saggi ‘Guerra. Narrazioni e culture nella tradizione occidentale’ (2003, finalista al Premio Viareggio) e ‘Televisioni di guerra’ (2003). Bompiani ha pubblicato, in versione aggiornata, il suo romanzo d’esordio ‘Il rumore sordo della battaglia’ (2006, Premio Fregene, Premio Chianciano), i saggi ‘La letteratura dell’inesperienza’ (2006), ‘Gli anni che non stiamo vivendo’ (2010), ‘Letteratura e sopravvivenza’ (2012) e i romanzi ‘Il sopravvissuto’, con cui l’autore ha vinto ex-aequo il Premio Campiello, ‘Una storia romantica’ (2007, Premio SuperMondello), ‘Il bambino che sognava la fine del mondo’, finalista al Premio Strega 2009. Del 2011 il romanzo, uscito sempre per Bompiani, ‘La seconda mezzanotte’ e del 2013 ‘Il padre infedele’, ancora finalista al Premio Strega. Il suo ultimo romanzo è ‘Il tempo migliore della nostra vita’, uscito quest’anno.

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Ma insieme a loro ci saranno pure tanti altri autori in grado di emozionare, pronti a condividere col pubblico orobico qualcuno dei loro segreti. Perché il bello di ‘Presente prossimo’ è proprio questo: avere per una serata di fronte a sè quella persona che in precedenza avevamo conosciuto solo attraverso le parole. Per capire cosa pensa, come vive, come produce quelle storie che ci tengono incollati alle pagine. Vale per tutti, per i volti più noti grazie ai passaggi in tivù (come per Gamberale e Scurati), ma vale soprattutto per quelli di cui conosciamo nome, cognome, vita e libri, ma di cui ignoriamo i volti. Uno su tutti: Alessandro Robecchi, giornalista, scrittore e autore televisivo, scrive per Il Fatto Quotidiano ed è tra gli autori dei testi di Maurizio Crozza. Il suo esordio nella narrativa è giunto nel 2014 con ‘Questa non è una canzone d’amore’, cui è seguito ‘Dove sei stanotte (2015, Sellerio)’.

Talento a più facce dunque, che si affianca ad altri che dello scrivere fanno sì un mestiere, ma prima ancora una passione, insieme a un altro lavoro. Che sia in televisione, in radio, nel cinema, o semplicemente dietro una cattedra per insegnare. Si diceva che il Festival toccherà anche la città, e in questo caso lo farà proprio attraverso il grande schermo. Nell’Auditorium, saranno trasmessi alcuni capolavori come ‘Romanzo popolare’ di Monicelli, o ‘Amarcord’ di Fellini. L’idea di fare di ‘Presente prossimo’ un appuntamento ‘di lunga durata’ può essere visto come un tentativo di spalmare su un arco temporale più lungo la luce dei riflettori sulla scrittura dei nostri tempi. Ma forse nel 2016, al termine dell’ennesima prova di maturità, si potrà pensare più in grande, condensando il tutto in un tempo più ristretto. Per avvicinarsi a quei grandi eventi di cui lo Stivale è così ricco, primo fra tutti il vicino Festivaletteratura di Mantova.


˅ TUTTE LE DATE DI PRESENTE PROSSIMO 2015 Presente Prossimo è il festival dei narratori italiani, promosso dal Sistema bibliotecario Valle Seriana, dal Sistema culturale integrato della Bassa pianura bergamasca e dalle biblioteche

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PETRUCCIANI: VENT’ANNI FA UN MIRACOLO AL DONIZETTI

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hi va al Donizetti, a prescindere dallo spettacolo, è sempre un uomo fortunato. Ma chi era presente nelle due esibizioni di Michel Petrucciani, datate 1995 e 1997, ha davvero pescato due giornate storiche. La prima risale a vent’anni fa, per uno spettacolo che è rimasto indelebile nella memoria. La seconda, due anni più tardi, è rimasta impressa nei libri di storia della musica perché il genio d’Oltralpe riuscì a proseguire la sua esibizione nonostante la rottura di un tendine del braccio. Del resto Michel Petrucciani non era un uomo nella norma, non solo (e non tanto) nell’aspetto. La malattia che lo accompagnava dalla nascita – l’osteogenesi imperfetta – lo aveva costretto a restare un bambino fragile, pur essendo un gigante nell’anima e nella testa. Il talento per la musica, quello, lo accompagnava fin dalla più tenera età, e lo ha condotto a una vita ben più straordinaria di quella riservata ai normodotati.


Michel Petrucciani è stato ed è, grazie alla sua musica che sopravviverà ancora a lungo, un esempio per tutti, a prescindere che siano o meno amanti del jazz. Il pianista nato a Orange (da padre napoletano) è la dimostrazione, una delle più lampanti nel mondo dell’arte, che i limiti fisici non impediscono quasi mai una vita piena e soddisfacente. Lui stesso diceva, a chiunque restasse sorpreso della sua vitalità contagiosa, che quell’handicap in realtà non era altro che un vantaggio, “perché mi permette di evitare distrazioni e dunque posso concentrarmi meglio sulla musica”. La realtà è che Michel di distrazioni ne aveva eccome, e in particolare amava follemente le donne. Ebbe cinque relazioni importanti, due figli (di cui uno, Alexandre, ereditò la sua malattia) e una vita amorosa tanto intensa quanto burrascosa. “Adoro esser preso in braccio – diceva – perché così posso sentirmi coccolato”. Il fascino che emanava non era dato dal ruolo di star della musica, ma da quell’energia che sapeva sprigionare. Nonostante tutto. Così ecco il viaggio, dalla Francia agli Stati Uniti, passando da Parigi a New York con l’obiettivo di approdare al suo amato ‘Big Sur’, sulle coste della California. Una volta arrivato in quella che riteneva una terra magica, incontrò il sassofonista Charles Lloyd, che aveva smesso di suonare per il pubblico. Fu proprio lui a fargli cambiare idea, dando il la a un tour che fece il pieno di pubblico e consensi. “Ho sentito della bellezza in quell’uomo – diceva Lloyd – e mi sono detto che andava mostrata al mondo. Era come un segno dall’alto che andava ascoltato”. Petrucciani non si è mai risparmiato, malgrado fosse costretto spesso a ricoveri ospedalieri al termine delle sue serate, per curare le ferite delle sue ossa ballerine. In particolare negli ultimi anni di carriera, intraprese un tour a ritmi impressionanti, che lo portò a superare le 100 date in dodici mesi. Nel 1998, anno prima della morte, arrivò a contarne 140, malgrado i consigli di quanti, al suo fianco, gli raccomandavano prudenza. Una prudenza che invece non si è mai vista, nella sua vita come nella sua musica.

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˅ IL RICORDO DEL CDPM “Ho conosciuto personalmente Michel Petrucciani - spiega Claudio Angeleri, pianista e presidente del Centro didattico produzione musica - in occasione del Festival jazz del ‘95, a cui era stato invitato dalla commissione di cui facevo parte insieme a, tra gli altri, Gianluigi Trovesi, Gianni Bergamelli e Paolo Arzano, che l’aveva fortemente voluto a Bergamo. Nel mio ricordo c’è il suono unico e cristallino che Petrucciani riusciva a plasmare dal pianoforte, con una chiarezza ritmica sorprendente. E c’è un pensiero commosso per la vitalità e l’entusiasmo, apparentemente insospettabili vista la malattia che lo affliggeva, che ho trovato nella persona”.

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“Di Petrucciani mi hanno sempre stupito - sottolinea Ermanno Novali, pianista e insegnante del CDPM - la tensione e l’energia esecutiva, costantemente altissime, come nel trio con Gadd e Jackson o nel duo, incredibile, con Niels-Henning Ørsted Pedersen. La forza espressiva sprigionata nonostante la malattia è un esempio di trascendenza dei propri limiti di grande valore artistico e umano”.


˅ “UN POETA DELLA MUSICA” “Michel Petrucciani probabilmente sarebbe voluto essere un innovatore ma di fatto non lo è stato, o forse è passato troppo poco tempo dalla morte per poterlo affermare con sicurezza. L’impegno nella composizione dei temi, proposti nei dischi e nei concerti, dimostra la sua voglia di ricerca e di esplorazione di nuovi mondi, ma i suoi brani sono spesso troppo difficili per essere adottati dai musicisti come standard di riferimento. Sicuramente il fraseggio di Michel Petrucciani nasconde tratti riconducibili solo a lui, quali la chiarezza, l’immediatezza, e la cantabilità espressiva e melodica. È facile riconoscere che il pianista agisce spinto da una volontà viscerale di esprimere se stesso attraverso il pianoforte: la sua musica è piena di poetica, la stessa che c’era nei musicisti americani dei primi decenni del secolo scorso, la stessa che è rara in molti jazzisti contemporanei e che rende le loro performance asettiche. È per questo motivo che Petrucciani si può considerare un poeta del pianoforte jazz e della musica più in generale”. (Valerio Baggio, pianista e compositore, ammiratore e studioso di Michel Petrucciani)

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˅ DONIZETTI, UN PO’ DI STORIA E LE PRIME DATE

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Il Teatro Donizetti, costruito alla fine del Settecento ed intitolato al grande compositore bergamasco, si è sempre distinto per le produzioni liriche, tanto da venire inserito nel ristretto novero dei teatri lirici di tradizione. Oltre al Bergamo Musica Festival – Stagione Lirica e di Balletto, il Donizetti ospita un’affermata e seguitissima stagione di prosa e di teatro contemporaneo ‘Altri Percorsi’ e numerose iniziative di spettacolo tra cui il ‘Festival Bergamo Jazz’ e la stagione di operetta. Ospite del maggiore teatro cittadino il prestigioso ‘Festival Pianistico Internazionale Arturo Benedetti Michelangeli’ di Brescia e Bergamo organizzato dall’Ente Festival Pianistico. Il Donizetti è il primo teatro in muratura della città e uno dei primi in tutta Italia (salvo la Scala, gli altri erano praticamente tutti in legno all’epoca - ultimo ventennio del Settecento - in cui il Donizetti venne costruito). Senza dire che si tratta di una fra le sale più vaste della Penisola. Come tutti i grandi teatri italiani, il Donizetti nasce dunque (sia pure con un altro nome, quello del suo costruttore Riccardi) nel secolo XVIII. MILITE IGNOTO QUINDICIDICIOTTO Venerdì 23 ottobre 2015, ore 21.00 - Teatro Sociale Uno spettacolo di Mario Perrotta con Mario Perrotta. Produzione Permàr, Archivio Diaristico Nazionale, dueL e La Piccionaia. Durata: 1 ora e 15 minuti DUE DONNE CHE BALLANO Martedì 24 e Mercoledì 25 novembre 2015, ore 21.00 - Teatro Sociale Di Josep Maria Benet i Jornet, regia Veronica Cruciani. Con Maria Paiato e Arianna Scommegna, produzione Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano - DEBUTTO NAZIONALE - Durata: 1 ora e 40 minuti atto unico. Spettacolo in abbonamento il 24 novembre LA VERITÀ da martedì 15 a sabato 19 dicembre, ore 20.30 - domenica 20 dicembre ore 15.30 - Teatro Donizetti Autore, regista, co-design luci e coreografie: Daniele Finzi Pasca Direttrice di creazione, produttrice e partecipazione alla scrittura: Julie Hamelin Finzi Musiche sound design e co-design coreografie: Maria Bonzanigo Scenografia, accessori e ideazione: Hugojo e L’hugo Hugo Gargiulo Produttore esecutivo e consulente artistico: Antonio Vergamini Produzione Compagnia: Finzi Pasca Con il sostegno di: Corner Card e Grand Hotel Villa Castagnola Durata: 2 ore e 5 minuti con intervallo


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FESTIVAL ORGANISTICO

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utri l’anima. Così, con un motto che rende omaggio all’Esposizione universale di Milano, torna il Festival organistico internazionale di Bergamo, giunto all’edizione numero 23. Non ancora spenti gli echi del 62° meeting internazionale dell’organo, tenutosi a Bergamo nell’estate del 2014, nella passata primavera la nostra città ha vissuto un’anteprima straordinaria con la presenza di Cameron Carpenter, “personaggio - come si legge nella presentazione del festival - capace di mettere in discussione le prerogative medesime dell’organo e della musica organistica”. Per la prima volta il giovane fenomeno americano si è potuto esibire in Italia col suo International Touring Organ, un gioiello digitale portatile da 1,2 milioni di dollari, da lui progettato, collocato sul grande palcoscenico del Teatro Donizetti. La storia di questa manifestazione parla da sempre di bellezza e commozione, lasciando volutamente in secondo piano repertori e storiografia. La scelta stessa dell’arte della improvvisazione organistica, con la sua magica istantaneità ed irripetibilità, punto focale e distintivo del Festival fin dai suoi primordi, è dettata da questa nitida linea artistica.

Fortemente incentrata sull’arte dell’improvvisazione è la serata che andrà in scena venerdì 16 ottobre, dedicata al monumentale organo Serassi della chiesa di Sant’Alessandro della Croce in Pignolo, affidato quest’anno al brillantissimo spagnolo Juan de la Rubia, considerato dalla critica fra i migliori improvvisatori della sua generazione, tanto da essere da molti anni docente affermato di questa disciplina al Conservatorio di Barcellona e organista titolare della grandiosa Basilica Sagrada Familia. La serata è impostata sull’improvvisazione ‘in stile’: tre momenti diversi, sviluppati nello stile e nelle forme di tre epoche diverse fra loro , fra cui ovviamente quella di Bach. Chiude il Festival - venerdì 30 ottobre presso la Chiesa di Santa Maria Immacolata delle Grazie - l’abituale concerto dedicato al vincitore di un importante concorso internazionale. È la volta del francese David Cassan, al suo debutto in Italia, che ha vinto lo scorso anno il primo premio assoluto d’improvvisazione nell’edizione numero 50 del Concorso Internazionale di Haarlem (Olanda). Musicista d’incredibile talento, David ha studiato con i massimi maestri parigini, come Pincemaille, Escaich, Lefebvre.


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in dispArte - N.2 Ottobre 2015  

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