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SOMMARIO

EVENTI

EVENTI IN DISPARTE

in disparte - Gennaio 2016

4 - Il Carnevale di Venezia

Magazine free di arte e cultura Mensile - anno 2 - n. 1

8 - Star Wars Amarcord

ARTISTI

NEXT

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12 - Sulutumana: enciclopedia della musica Direzione: Cristian Sonzogni Hanno collaborato: Mario Rota, Veronica Basiricò Redazione: Via Madonna della Neve 3, Bergamo Stampa: Pixartprinting Srl - Quarto d’Altino (Ve)

20 - Malevic, quel quadrato così facile... 24 - 27 gennaio: per non dimenticare 30 - Next: a Menton, Cinecittà coi limoni

e-mail: info@indisparte.com

EDITORIALE Gennaio è tempo di buoni propositi. Noi ne abbiamo tanti in serbo, a partire da un aumento del numero di pagine per questa rivista gratuita. Passeremo da 32 a 48 e poi - speriamo piuttosto rapidamente - a 64, facendo dunque crescere del cento per cento ciò che solo qualche mese era semplicemente un’idea. Lo faremo al più presto, coinvolgendo il più possibile giovani aspiranti giornalisti o chiunque abbia voglia di dare un suo contributo per qualche spunto che possa incuriosire. Che riguardi Bergamo o altro, poco importa. Importa che ci sia voglia di esplorare arte e cultura nel modo più libero e trasversale possibile. Senza condizionamenti, senza limitazioni, senza paure, senza interessi. Così da poter crescere insieme. Fino a dove, fino a quando, lo scopriremo.

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QUELLE MASCHERE CI SVELANO 4

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empo di carnevale, tempo di maschere. Non quelle che ci mettiamo ogni giorno per piacere a qualcuno o per adeguarci alle situazioni che troviamo lungo il nostro percorso, bensì quelle che ci ricordano quanto la vita, in fondo, possa essere vista come un grande gioco. A meno di due ore da Bergamo c’è uno dei luoghi simbolo del carnevale nel mondo: Venezia. Ed è proprio a Venezia e alla sua festa che vogliamo dedicare la copertina del numero di gennaio della nostra rivista. Una Venezia che potrebbe essere presa come simbolo dell’intero Belpaese: una bellezza contradditoria. O per dirla con le parole di Guccini: un imbroglio che riempie la testa soltanto di fatalità. Per una volta però, a carnevale, le maschere non sono un imbroglio ma un angolo di realtà. A voi il compito di capire quale sia la realtà migliore.


˅ IL CARNEVALE E LE SUE RADICI Il documento ufficiale che dichiara il Carnevale una festa pubblica è del 1296, quando il Senato della Repubblica dichiara festivo l’ultimo giorno della Quaresima. Ma il Carnevale ha tradizioni antiche che rimandano ai culti ancestrali di passaggio dall’inverno alla primavera, culti presenti in quasi tutte le società, basti pensare ai Saturnalia latini o ai culti dionisiaci nei quali il motto era “Semel in anno licet insanire” (“Una volta all’anno è lecito non avere freni”). Ed è simile lo spirito che animava le oligarchie veneziane e le classi dirigenti latine con la concessione e l’illusione ai ceti più umili di diventare, per un breve periodo dell’anno, simili ai potenti, concedendo loro di poter burlare pubblicamente i ricchi indossando una maschera sul volto. Una utile valvola di sfogo per tenere sotto controllo le tensioni sociali sull’esempio del “Panem et Circenses” latino. Se un tempo il Carnevale era molto più lungo e cominciava addirittura la prima domenica di ottobre per intensificarsi il giorno dopo l’Epifania e culminare nei giorni che precedevano la Quaresima, oggi il Carnevale ha la durata di circa dieci giorni in coincidenza del periodo pre-pasquale.

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˅ GLI INGANNI DI VENEZIA

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Un tempo il Carnevale consentiva ai Veneziani di lasciar da parte le occupazioni per dedicarsi totalmente ai divertimenti, si costruivano palchi nei campi principali, lungo la Riva degli Schiavoni, in Piazzetta e in Piazza San Marco. La gente accorreva per ammirare le attrazioni, le più varie: i giocolieri, i saltimbanchi, gli animali danzanti, gli acrobati; trombe, pifferi e tamburi venivano quasi consumati dall’uso, i venditori ambulanti vendevano frutta secca, castagne e fritòle (le frittelle) e dolci di ogni tipo, ben attenti a far notare la provenienza da Paesi lontani delle loro mercanzie. La città di Venezia, grande città commerciale, ha sempre avuto un legame privilegiato con l’Oriente in particolare cui non manca, in ogni edizione del Carnevale, un riferimento, un filo rosso che continua a legare la festa più nota della Serenissima al leggendario viaggio del veneziano Marco Polo verso la Cina alla corte di Qubilai Khan, dove visse per circa venticinque anni. Un filo rosso che si snoda lungo l’antica Via della Seta. Alcuni Carnevali sono passati alla storia: quello del 1571, in occasione della grande battaglia delle forze cristiane a Lepanto, quando la domenica di Carnevale venne allestita una sfilata di carri allegorici. La Fede troneggiava col piede sopra un drago incatenato ed era seguita dalle Virtù teologali, la Vittoria sovrastava i vinti ed infine la Morte con la falce in mano a significare che in quella vittoria anche lei aveva trionfato. Nel 1664 in occasione delle nozze in casa Cornaro a San Polo, si organizzò una grandiosa e divertente mascherata a cui parteciparono molti giovani patrizi. Una sfarzosa sfilata attraversò Venezia e fece tappa in due dei più famosi monasteri della città, quello di San Lorenzo e quello di San Zaccaria, dove risiedevano le monache di nobile stirpe. Il 27 febbraio 1679 il Duca di Mantova sfilò con un seguito di indiani, neri, turchi e tartari che, lungo il percorso, sfidarono e combatterono sei mostri, dopo averli uccisi si cominciò a danzare. Per il Carnevale del 1706, giovani patrizi si mascherarono da Persiani e attraversarono la città per poi esibirsi nelle corti e nei parlatoi dei principali monasteri di monache (San Zaccaria e San Lorenzo). Venezia divenne l’alta scuola europea del piacere e del gioco, della maschera e dell’irresponsabilità. Si fece grande virtuosa delle metamorfosi e il carnevale fu (ed è ancora) il suo exploit. Per molti giorni all’anno, il mondo sembrava non opporre più resistenza, i desideri diventavano realizzabili e non c’era pensiero o atto che non fosse possibile. Questa era Venezia nel Settecento, il secolo che, più di ogni altro la rese luogo dalle infinite suggestioni e patrimonio della fantasia del mondo. Venezia era allora il mondo di Giacomo Casanova, un mondo superficiale, festante, decorativo e galante, il mondo di pittori come Boucher e Fragonard, Longhi, Rosalba Carriera e Giambattista Tiepolo, la patria del padre della Commedia dei Caratteri, uno dei più grandi autori del teatro europeo e uno degli scrittori italiani più conosciuti all’estero. Si tratta di Carlo Goldoni che, in una poesia dedicata al Carnevale, così rappresenta lo spirito della festa: “Qui la moglie e là il marito / Ognuno va dove gli par / Ognun corre a qualche invito / chi a giocar chi a ballar”. Nel XIX secolo, invece, Venezia e il suo Carnevale incarnano il mito romantico internazionale e la città della Laguna, con le sue brume e l’aspetto paludoso, diventa meta di artisti, scrittori, musicisti, avventurieri e bellissime dame da tutto il mondo: Sissi d’Austria, Wagner, Byron, George Sand, Ugo Foscolo. Il Carnevale ha un momento di stasi dopo la caduta della Repubblica di Venezia perché malvisto dalla temporanea occupazione di austriaci e francesi. La tradizione si conserva nelle isole, Burano, Murano. Solo alla fine degli anni Settanta del XX secolo alcuni cittadini e associazioni civiche si impegnarono per farlo risorgere.


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“Un sogno fatto a Venezia ha questa particolarità: che ci risvegliamo nella vita sognata da svegli. E quando lasciamo Venezia scopriamo che i nostri orologi hanno problemi a tornare di nuovo al tempo reale”.


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STAR WARS AMARCORD di Mario Rota

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idi il primo episodio di Star Wars nel 1977, ero in quinta elementare: papà e io andammo nella sala vicino a casa nostra. Ero emozionatissimo senza sapere il perché ma l’idea di quelle “guerre stellari” (perché noi, nel ‘77, mica lo conoscevamo l’inglese) eccitava la mia fantasia come mai prima altro film. La fantascienza non era un genere così frequente in casa mia ma papà mi aveva sempre tenuto sveglio quando alla televisione davano le dirette sulle missioni Apollo, quindi ero piccolo ma assolutamente competente di tutto quello che si doveva sapere sullo spazio ed i viaggi interstellari (...). Qualche mio compagno di scuola maledettamente fortunato ci era stato la settimana prima e aveva parlato in classe di soldati bianchi, giganti pelosi, astronavi, di una luna nera che sparava raggi capaci di far esplodere un intero pianeta! E di un cavaliere nero grande grande, con mantello e casco neri e di una spada di luce.


Che rabbia! Ancora una settimana di attesa. Nel frattempo passavamo tutti gli intervalli a spararci raggi laser da dietro gli angoli dei corridoi facendo impazzire le suore. Avevamo anche costruito delle spade laser con i rotoli della carta igienica e il nastro adesivo. A casa potevo contare sui bastoni da passeggio di mio nonno che non avevo mai conosciuto perché era morto poco dopo il suo rientro dalla prigionia in Inghilterra. Mi ricordo di avere rotto il vetro di una libreria e di aver rischiato di non andare al cinema per punizione. Per fortuna anche mio padre voleva vedere Star Wars (senza ammetterlo) e la pena era stata commutata in un “niente TOPOLINO per due settimane!”. Finalmente arriva il sabato, mio padre e io prendiamo il pullman e arriviamo al Cinema. Ci sediamo, dopo poco si fa buio in sala e inizia la proiezione. Non ricordo se c’erano pubblicità. Le prime scene con il combattimento tra le astronavi sono state una vera

epifania. Che giganti! E poco dopo Dart Fener il cattivo, con la spada di luce! E ancora il ragazzo e il “mago spaziale” su un “pianeta di deserti”. Non c’era mai stato niente di simile prima al cinema. Così lontano da noi ma anche così vicino: il bene e il male, il ragazzo fragile e forte insieme. Era così facile immedesimarsi in Luke. La fantasia del bambino di 10 anni era stata toccata. Star Wars è stato e sarà sempre ‘il’ film fantastico per eccellenza. Anche se ce ne sono stati di migliori, più belli, meglio girati, con effetti speciali incredibili. Oggi quella sala, il vecchio Cinema Rubini in via Paleocapa, non c’è più, e io sono un po’ più vecchio di quanto lo fosse mio padre nel ‘77. Di film fantastici ce ne sono stati altri, nessuno di quella portata immaginifica per dei bambini di 10 anni. Ora, a vedere Star Wars siamo mio padre, io e mia figlia. Tre generazioni. E forse, il bastone del nonno sarà ancora una volta una spada laser.

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“Non avevo assolutamente idea che il cammino sarebbe stato così lungo. Sono felice che sia andata così: Star Wars non è più solo una lotta del Bene e del Male. È una storia di persone che scelgono il loro sentiero, di amici e di mentori, di sogni perduti e tentazioni, di guerre e, alla fine, di redenzione”. (George Lucas)


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SULUTUMANA: L’ENCICLOPEDIA DELLA MUSICA D’AUTORE

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Sulutumana sono una garanzia. Garanzia di emozioni, di musica gentile, di un concerto vissuto col cuore che vibra dal principio alla fine. Provengono da Canzo, all’imboccatura della Vallassina, nel Comasco, e da quindici anni fanno musica d’autore. Una definizione spesso abusata, ma non nel loro caso. Giambattista Galli guida con la sua voce allo stesso tempo robusta e delicata un ensemble che sa mischiare i generi mantenendo una qualità spesso inarrivabile per la musica pop italiana. Fin dai tempi de ‘La Danza’, cd di straordinaria qualità, passando per Decanter e per l’ultimo ‘Non c’è limite al meglio’, i ‘Sulu’ hanno raccolto ovunque in Lombardia, e pure oltre i confini della regione, un pubblico affezionato che li segue nel loro tour.


E hanno raccolto le attenzione di molti nomi noti, tra cui lo scrittore lariano Andrea Vitali, insieme al quale portano in giro spettacoli di musica e reading. La musica dei Sulutumana è un intreccio di strumenti e di generi sapientemente miscelati in un misto di folk, pop e musica d’autore. Energici e raffinati, colti e popolari, intensi e leggeri allo stesso tempo. Dal 2001 fino ad oggi hanno collezionato più di mille esibizioni dal vivo in Italia, Svizzera e Germania. Possono ben essere definiti una piccola enciclopedia della musica d’autore, con echi dei grandi del passato e al tempo stesso una spiccata personalità.

IL SULU-PROGETTO Il progetto musicale dei Sulutumana nasce nel 1998 quando Gian Battista Galli e Michele Bosisio, fondatori del gruppo, incontrano Francesco Andreotti e Nadir Giori. Nascono così le prime canzoni originali a firma Sulutumana. Quella che fino ad allora era stata una cover band diventa una proposta nuova nel panorama musicale italiano. Nel 2000 realizzano il primo demo-cd, grazie al quale vincono il “Premio Tenco – Targa Imaie” come miglior gruppo inedito. Per l’occasione si esibiranno sul palcoscenico del Teatro Ariston di San Remo. Siamo all’inizio di un cammino entusiasmante e di una carriera ricca di soddisfazioni. Dal 2007 Michele Bosisio non farà più parte dei Sulutumana. Oggi il nucleo della band è costituito da Gian Battista, Francesco e Nadir, che sono anche gli autori di testi e musiche. A loro si aggiungono altri tre compagni di palco e di musica, a completare la formazione.

- Sulutumana in concerto Sabato 30 gennaio, ore 21.30 - Ingresso 10 euro in dispArte, via Madonna della Neve 3 - Bergamo

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˅ DIMMI Non voglio sapere che ne fai della tua vita Dimmi invece se qualcosa ancora ti fa venire i brividi Non voglio sapere il tuo segno zodiacale Dimmi se hai parlato mai faccia a faccia col dolore Non voglio sapere se ci credi o no all’amore Dimmi invece se hai ballato nuda con la tua incoscienza

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Non voglio sapere se la tua è una storia vera Dimmi invece la tua guerra col coraggio e la paura Dimmi se vedi bellezza quando apri o chiudi gli occhi se sai riconoscerla Dimmi se senti furore se sai essere alba e sole se sei pronta ad incendiare il cielo Dimmi se cerchi bellezza anche quando tutto sembra… sembra soffocarti l’anima Non voglio sapere quale vento ti ha portato Dimmi invece quanta voglia ancora hai di ridere Non voglio sapere le vittorie e le sconfitte Dimmi se hai la leggerezza di accettarti come sei Non voglio sapere quante volte hai chiesto aiuto Dimmi cosa hai fatto fino a qui per meritarti il mondo Non voglio sapere il tuo nome o il tuo indirizzo Dimmi invece se hai viaggiato fino a spingerti oltre i limiti Dimmi se vedi bellezza quando apri o chiudi gli occhi se sai riconoscerla Dimmi se senti furore se sai essere alba e sole se sei pronta ad incendiare il cielo Dimmi se cerchi bellezza anche quando tutto sembra… sembra soffocarti… dimmi Dimmi se vedi bellezza quando apri o chiudi gli occhi se sai riconoscerla Dimmi se cerchi bellezza anche quando tutto sembra… sembra soffocarti l’anima


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˅ SARÀ DI PIÙ Non riesce ad evitare di stregarmi la faccia curiosa di lei che nervosa mi guarda dal vetro degli occhi puntati, discreti su me

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Dentro agli odori di un bar-ristorante, nei sorsi di festa da sabato sera persa nel corpo esausto per le fatiche nobili, stanca con ferri di treno nel corpo che baci e che dici che ridi e che taci e che accarezzi le mie mani incapaci d’essere musica degna per te E tra le onde di mare dei tuoi capelli lascerò andare a navigare le dita, come dispersi dentro al deserto d’Africa ci prenderà la sete e tutto quello che ci accadrà poi non sarà più dolcezza sarà di più e tutto quello che ci accadrà poi non sarà più dolcezza sarà di più.


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˅ I SULU E IL MINIMALISMO

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(da bielle.org)

Le canzoni dei Sulutumana non sono canzoni semplici: in un lungo colloquio avuto con Giambattista Galli (autore dei testi, cantante e fisarmonicista del gruppo) in occasione degli spettacoli al Piccolo Teatro, ci ha precisato che quasi sempre il lavoro di composizione dei Sulu è collettivo e che non è mai detto cosa influenzi più una cosa dell’altra: a volte si parte da un testo scritto, altre da una musica, altre ancora solo da un’idea o da una suggestione, un clima, un’atmosfera. Ma di cosa parlano le canzoni dei Sulutumana? Molto spesso di luoghi, di luoghi concreti e comuni, di posti in genere collocati in Lombardia: che siano Milano o Canzo o Caslino d’Erba. Descrizione di ambienti sono evidenti nel “Pomeriggio” (“Pomeriggio adesso tace il tosaerba / ed è già partita la trivella della cava / e sono colpi che svuotano per sempre / anche la mosca è tornata puntuale, meno male, / qualche fastidio ogni tanto ci vuole”), ma anche ne “Il frigo” (“Una notte di febbraio / dentro al ventre di Milano / una luce sfida il buio / di un interno a pian terreno”), ma anche questa frase, che pure non richiama immediatamente un luogo, è assolutamente descrittiva: “Dentro agli odori di un bar-ristorante, / nei sorsi di festa da sabato sera” (“Sarà di più”). Sembra di esserci in quel bar ristorante il sabato sera, così come sembra di essere su quei vagoni infami delle Ferrovie Nord che ti infilano nel corpo esausto “ferri di treni”. E che dire di questo magnifico quadro d’ambiente, venuto osservando il paese dal balcone di casa propria: “squilla una voce al telefono / verdure a fette cadono in pentola / acque salate bollono in pentola” (La canzone preferita). Per finire anche questa frase de “L’eclissi” sembra riferirsi a un posto ben preciso: “Conosco un posto dentro ad un agosto di pioggia battente / dentro a un mare di dolore e sole che ti brucia il volto”). L’immaginario dei Sulu comprende quindi un buon numero di treni e di metropolitane, ma non solo. Non mancano i mezzi di trasporto via mare, come “La piccola veliera”, ma soprattutto il tema fisso è il volo. Che viene raccontato per esteso in “Marisa Puchenia” (“Sai domani alle nove sarò in cielo ma / non perché sarò già morto, non se dio vorrà / Mi hanno offerto di gettarmi con un paracadute / molto piccolo, ma molto utile”), viene ripreso nel “Volo di Carta” (“Venghino signori venghino, si vede l’uomo volante sul foglio gigante, che e’ un numero sensazionale!!!”). Ma non è finita: il tema del volo ritorna anche ne “L’aquilone” (“Sono disteso dipinto nel vuoto e sento la tua mano / tirare il filo e liberarmi nel vento”, ma anche “Da queste altezze ascolto mute conversazioni / da qui posso vedere la pioggia ritornare”) e peraltro affermano anche, come congiunzione tra i due mondi, che assieme a Ines “ho visto i pesci volare / correre insieme a te / nel profondo del mare”. Infine, se vogliamo, anche nella conclusiva “A testa in giù”, pur se così parca di parole, appare evidente che per essere finiti a testa in giù, almeno un poco bisogna essere stati in grado di volare. Tra le ricorrenze più costanti nei testi dei Sulutumana fa scalpore la carta. La parola carta, intesa non nel senso di carta da gioco, ma di foglio di carta, compare ben 13 volte, quasi alla pari con parole di uso molto più normale nelle canzoni (sole, vento e amore) che compaiono un uguale numero di volte: se poi si aggiunge che la parola “foglio” (di carta) compare una volta e quattro volte nella variante “fogli”. Se ci aggiungiamo le due volte della “matita” e gli innumerevoli colori citati (indaco, blu bulgaro, nero, giallo, rosso, arcobaleno, bianco, grigio, viola, oro, rosa, azzurro) fanno pensare a una propensione al disegno che, in realtà, la musica dei Sulutumana può sollecitare. Anche per i toni “pastello” di cui sono cariche molte canzoni. Significativa è anche l’antinomia “silenzio/musica”, termini, se si vuole antitetici, ma citati quasi lo stesso numero di volte, con un valore che va quasi a sommarsi: se non deve essere musica, sia almeno silenzio, Si taglino fuori i rumori quotidiani, i suoni “brutti”, il baccano dei pollai o gli echi di fiera. Musica o silenzio. E non dimentichiamo che “ci vuole un bel tacere per ascoltare tutto”.


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MALEVIC, QUEL QUADRATO COSÌ FACILE... 20

di Veronica Basiricò

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’arte non è estetica, non ha una finalità pratica. Ha un obiettivo, ma non quello di essere legata alla realtà. È una semplice raffigurazione di una purezza geometrica assoluta. Lei è arte e, come tale, è libera. Questi i pilastri della nuova corrente artistica russa, il Suprematismo, fondata da Kazimir Malevič intorno al 1913 e resa manifesta nel 1915. Era nell’aria quella voglia pimpante di andare a distruggere l’aspetto classico dell’esistenza in tutti i suoi aspetti e riuscire a creare una nuova arte, un nuovo mondo, una nuova fonte di energia. La Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo nel corso di questi mesi ci propone di osservare, attraverso gli occhi di un grande pittore ribelle, una Russia in cambiamento, piena di contraddizioni e di povertà. La mostra prevede l’esposizione di cinquanta opere chiave di Malevič, ma anche opere di altri artisti russi contemporanei.


La mostra vuole celebrare il centenario della nascita del Suprematismo, che ha segnato l’evoluzione dell’arte astratta così come la conosciamo oggi. Questa nuova corrente aveva come obiettivo quello di tradurre, di rielaborare e di interpretare le figure reali attraverso le figure geometriche. L’opera che ne rappresenta a pieno il significato, Quadrato nero su fondo bianco (1915), è la massima rappresentazione di alcune forme assolute, libere da ogni descrizione naturalistica. In un contesto così povero e tradizionale come era quello in cui Malevič viveva, questa ha rappresentato una novità assoluta, la prima irruzione dell’astrattismo puro nella cultura russa. Tuttavia la Gamec non si concentra unicamente su questa fase artistica del pittore, ma analizza ed espone tutte le correnti che sono state protagoniste delle tavolozze di Malevič, dal Simbolismo con cui comincia a farsi conoscere, al Supranaturalismo, cioè la fusione tra Suprematismo e

Naturalismo. Il percorso inizia con uno spazio dedicato agli esordi simbolisti, che vedono un giovane Malevič spostarsi dalla città natale Kiev verso Mosca, centro della avanguardie artistiche dell’inizio del ventesimo secolo. La sua voglia di ribellione e di comunicare con altri artisti del suo stampo anticonvenzionale lo porta a unirsi a gruppi di artisti, dentro i quali conoscerà anche Kandinskij. Non solo comincia a formarsi una nuova idea di arte, che si abbandona all’interpretazione degli artisti stessi e non più all’ossessiva riproduzione verosimile della realtà, ma si arriva a sperimentare nuove metodologie, a nuovi strumenti e nuovi modi di riempire la tela. Girando per le sale della Gamec, si passa a una nuova corrente, il Cubofuturismo, l’unione di due macro ideologie: il Futurismo, esaltatore del movimento, del tempo, del rumore, rappresenta più tempi in unico spazio, al fine di far percepire all’osservatore il movimento.

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Il Cubismo, fautore della rappresentazione di più spazi nella stessa dimensione, utilizza per la prima volta i concetti di scomposizione e sovrapposizione. Ma come si inserisce in questo nuovo scenario Malevič? Cosa e come tenta di comunicare con le persone? L’esempio più emblematico è Composizione con la Gioconda (1914): l’opera vede un piccolo ritaglio della Monnalisa strappato da qualche giornale, inserito all’interno di altre piccole figure e segni. Il ritaglio ha una croce rossa sopra, come a voler cancellare uno dei simboli dell’arte tradizionale. Sotto il ritaglio compare una scritta in russo che recita “appartamento in affitto”, incorniciando l’esigenza di cambiamento, di nuovi inquilini, portatori di un nuovo linguaggi. La scelta è riconducibile a un fatto di cronaca risalente al 1911, in cui la donna di Leonardo da Vinci era stata rubata. Questa notizia talmente scandalosa aveva fatto il giro del mondo in così poco tempo che

chiunque ne poteva conoscere la storia. Utilizzare un soggetto così celebre significava puntare su un pubblico eterogeneo, con un linguaggio semplice, che potesse arrivare a chiunque. Il percorso della Galleria guida lo spettatore attraverso le diverse sfaccettature che hanno caratterizzato il pensiero artistico del pittore nel corso del tempo. Un tuffo nei colori e nelle forme, come accade nel dipinto Testa di contadino (1928-1929), opera che ha colorato le vie di Bergamo negli ultimi mesi, non a caso copertina della mostra. Il viaggio finisce con il suo Autoritratto (1933): in quest’opera troviamo Malevič diverso da tutte le opere astratte che hanno caratterizzato le sale precedenti. Un’espressione fiera e un viso soddisfatto: indossa abiti estranei alla sua epoca, più riconducibili a una moda rinascimentale, quasi autocelebrandosi come scopritore di un nuovo mondo, di una nuova arte, firmandosi sempre con il suo quadrato nero su fondo bianco.


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PER NON DIMENTICARE 24

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70 anni dalla liberazione del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, il Comune di Bergamo ricorda la tragedia dell’Olocausto: il 27 gennaio si celebra in città - come nel resto del mondo - il “Giorno della Memoria”, istituito nel nostro Paese nel luglio 2000, cinque anni prima della risoluzione Onu, «al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati». Anche se passarono alcuni mesi per vedere la fine del sistema nazista, la comunità internazionale ha assunto quella data come simbolo della fine delle persecuzioni nazi-fasciste in Europa, dedicando ogni anno la giornata del 27 gennaio al ricordo delle vittime dell’Olocausto.


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SE COMPRENDERE è IMPOSSIBILE, CONOSCERE è NECESSARIO (Primo Levi) Limpacciato Charlie Brown, la scorbutica

Con la legge 211 del 20 luglio 2000, la Repubblica Italiana ha proclamato il 27 gennaio “Giorno della Memoria” «al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati». Il 27 gennaio 1945 i soldati dell’esercito sovietico entrarono nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau: anche se dovettero passare alcuni mesi per vedere la fine del sistema concentrazionario nazista, la comunità internazionale ha assunto quella data come simbolo della fine delle persecuzioni nazi-fasciste in Europa, dedicando ogni anno la giornata del 27 gennaio al ricordo delle vittime dell’Olocausto.

INIZIATIVE ISTITUZIONALI Martedì 27 gennaio ore 10.00 Parco delle Rimembranze - Rocca | Bergamo, Piazzale Brigata Legnano Deposizione di corone d’alloro alla lapide nel Parco delle Rimembranze, in ricordo degli ebrei bergamaschi deportati nei campi di sterminio. Omaggio alla lapide dedicata alle ceneri dei deportati dei Lager posta presso la chiesetta di S. Eufemia. ore 11.00 Stazione Ferroviaria, binario 1 | Bergamo, Piazzale Marconi Deposizione di una corona d’alloro alla lapide in memoria dei lavoratori delle fabbriche di Sesto San Giovanni deportati nei campi di concentramento. ore 11.30 Giardino di Palazzo Frizzoni | Bergamo, Piazza Matteotti Momento di raccoglimento in memoria dei 20 bambini ebrei uccisi nel campo di Neuengamme.

INIZIATIVE CULTURALI Venerdì 23 gennaio

ore 12.00 Ex-Ateneo | Bergamo, Piazza Padre Reginaldo Giuliani Inaugurazione de IL RITORNO mostra a cura di Isrec Bergamo Fotografie, documenti, parole per meditare il ritorno dei sopravvissuti dai Lager. Una mostra documentaria che non pretende all'esaustività del racconto storiografico, ma offre al visitatore spunti, piste, indicazioni di

riflessione, pensiero, ricerca e diventa luogo di incontro e dibattito. Orari di apertura Da sabato 24 gennaio a domenica 15 febbraio Tutti i sabati e le domeniche ingresso libero dalle ore 11.00 alle ore 19.00 Possibilità di visitare la mostra fuori dagli orari di apertura su prenotazione, telefonando al n. 035.238849.

Per le scuole Per le scuole possibilità di prenotare visite guidate e laboratori, della durata di 1h e 30 min., telefonando al n. 035.238849 o scrivendo a info@isrec.it. Costo e orario da concordarsi direttamente con gli insegnanti interessati. Incontri nell’ambito della mostra Ex-Ateneo | Bergamo, Piazza Padre Reginaldo Giuliani

Martedì 27 gennaio

ore 18.30 La mostra ospita il Tavolo permanente contro l'omofobia del Comune di Bergamo

TRIANGOLI NERI E NON SOLO.

R/ESISTENZE E INTERNAMENTI LESBICI DURANTE I NAZIFASCISMI EUROPEI Relazione di Paola Guazzo, studiosa del movimento lesbico e della resistenza delle lesbiche al nazifascismo. Dialogano con la studiosa: Maria Carolina Marchesi, Assessore alla Coesione sociale, coordinatrice del Tavolo Permanente contro l'omofobia; Luciana Bramati, Vicepresidente Isrec e responsabile del rapporto con le scuole; Elisa Pievani, collaboratrice Isrec e curatrice dell’allestimento della mostra.

Venerdì 30 gennaio

ore 20.45 La mostra ospita il Consiglio delle Donne del Comune di Bergamo

LE DONNE RACCONTANO LA SHOAH

Una riflessione sulle prime voci che hanno raccontato Auschwitz precede il racconto cinematografico di una regista bergamasca sulle tracce della bisnonna perseguitata dalle legge razziali (Quella cosa incredibile da farsi di Chiara Cremaschi). Intervengono: Emilia Magni, Consiglio delle Donne; Elisabetta Ruffini, Luciana Bramati ed Elisa Pievani, Isrec Bergamo.

Martedì 3 febbraio ore 17.00

L’IMMAGINE DEL TESTIMONE NELLO SPAZIO PUBBLICO

a cura di Isrec Bergamo Insieme per riflettere sull'evoluzione del panorama memoriale che ha

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˅ PRIMO LEVI - SE QUESTO È UN UOMO Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici:

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Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per un pezzo di pane Che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, Senza capelli e senza nome Senza più forza di ricordare Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi; Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, La malattia vi impedisca, I vostri nati torcano il viso da voi.


˅ dato visibilità ai deportati e ai loro racconti. Intervengono: Daniele Giglioli, docente all’Università degli Studi di Bergamo e autore di Critica della vittima. Un esperimento con l'etica (edizioni Nottetempo, 2014); Elisabetta Ruffini e Dario Carta, curatori di Il ritorno (Il filo di Arianna, 2016), lavoro editoriale da cui nasce la mostra.

Bosio, voce recitante; Michele Guadalupi, liuto; Guido Tacchini, flauto dolce. Ingresso libero _________________________________________________

Martedì 27 gennaio

ore 21.00 Auditorium di Piazza della Libertà | Bergamo, Via Norberto Duzioni 2

Mercoledì 11 febbraio ore 17.00

IL RITORNO: UN’ESPERIENZA DOLOROSA

a cura di Isrec Bergamo Elisabetta Ruffini: Il ritorno tra sogno e realtà Angelo Bendotti: Laura Levi, la sua famiglia e Bergamo Paola Guazzo: L’eterno ritorno. Fra trauma e memoria negata: vite di lesbiche e gay dentro e fuori i campi Letture a cura di Rosanna Sfragara _________________________________________________

Sabato 24, Lunedì 26, Martedì 27, Giovedì 29, Sabato 31 gennaio

Aule Didattiche del Convento di San Francesco Bergamo, Piazza Mercato del Fieno 6/a

MATERIALI PER LA GIORNATA DELLA MEMORIA

a cura di Fondazione Bergamo nella Storia Percorsi didattici I percorsi, dal titolo Materiali per la giornata della memoria, hanno l’intenzione di far lavorare i ragazzi su documenti dell’epoca (manifesti, cartoline, canzoni…) per approfondire i temi legati allo sterminio e alla persecuzione del popolo ebraico, alle leggi razziali, alle deportazioni di militari e politici italiani nei campi nazisti. Materiali specifici indagano la presenza ebraica a Bergamo e in provincia. Prenotazione obbligatoria sino ad esaurimento posti e secondo orario da concordarsi: Fondazione Bergamo nella Storia, tel. 035.247116, email museostorico.educazione@bergamoestoria.it. _________________________________________________

Martedì 27 gennaio

ore 17.00 Biblioteca Civica Angelo Mai - Atrio scamozziano Bergamo, Piazza Vecchia 15

«SE COMPRENDERE È IMPOSSIBILE, CONOSCERE È NECESSARIO» (Primo Levi)

Letture sulla Shoah nel Giorno della Memoria a cura di Biblioteca Civica Angelo Mai Nel settantesimo anno dalla fine della dittatura nazifascista sull’Europa, la Biblioteca Mai celebra il Giorno della Memoria proponendo la lettura di brani letterari sulla Shoah. La scrittura diventa voce e musica: Aide

Proiezione di L’UOMO PER BENE. LE LETTERE SEGRETE DI

HEINRICH HIMMLER

di Vanessa Lapa - Austria, Israele 2014, 94' a cura di Lab 80 film La ricostruzione della vita del leader nazista, capo delle SS, Heinrich Himmler, attraverso le lettere, recentemente rinvenute, scritte alla figlia Gudrun. Alle missive, scritte dal militare mentre era fuori casa per questioni legate al partito, si accompagnano foto e spezzoni di filmati inediti, che ritraggono Himmler insieme ad altri esponenti nazisti. Ingresso libero _________________________________________________

Mercoledì 28 gennaio

ore 20.30 Auditorium di Piazza della Libertà | Bergamo, Via Norberto Duzioni 2

INCONTRO TESTIMONIANZA

con Marcello Pezzetti, Direttore del Museo della Shoah di Roma, Tatiana e Andra Bucci, deportate ad Auschwitz rispettivamente all’età di 4 e 6 anni. a cura di ACLI Bergamo Prenotazione obbligatoria telefonando al n. 035.210284 o scrivendo a moltefedi@aclibergamo.it. Iscrizione 3.00 euro. Obbligo di ritiro biglietti entro venerdì 23 gennaio ore 9.30-12.30, da lunedì a venerdì presso la Sede Provinciale delle Acli di Bergamo via S. Bernardino 59. _________________________________________________

Giovedì 29 gennaio

ore 10.00 Teatro Donizetti | Bergamo, Piazza Cavour 15

INCONTRO TESTIMONIANZA

con Marcello Pezzetti, Direttore del Museo della Shoah di Roma, Tatiana e Andra Bucci, deportate ad Auschwitz rispettivamente all’età di 4 e 6 anni. Ingresso riservato alle scuole che abbiano fatto richiesta presso gli uffici del Teatro Donizetti.

Per informazioni: www.comune.bergamo.it | Tel. 035 399 014/025

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˅ MEMORIE La nostra voce, e quella dei nostri figli, devono servire a non dimenticare e a non accettare con indifferenza e rassegnazione, le rinnovate stragi di innocenti. Bisogna sollevare quel manto di indifferenza che copre il dolore dei martiri! Il mio impegno in questo senso è un dovere verso i miei genitori, mio nonno, e tutti i miei zii. E’ un dovere verso i milioni di ebrei ‘passati per il camino ‘, gli zingari, figli di mille patrie e di nessuna, i Testimoni di Geova, gli omosessuali e verso i mille e mille fiori violentati, calpestati e immolati al vento dell’assurdo; è un dovere verso tutte quelle stelle dell’universo che il male del mondo ha voluto spegnere… I giovani liberi devono sapere, dobbiamo aiutarli a capire che tutto ciò che è stato storia, è la storia oggi, si sta paurosamente ripetendo. (Elisa Springer, Il Silenzio dei Vivi)

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È davvero meraviglioso che io non abbia lasciato perdere tutti i miei ideali perché sembrano assurdi e impossibili da realizzare. Eppure me li tengo stretti perché, malgrado tutto, credo ancora che la gente sia veramente buona di cuore. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ci ucciderà, partecipo al dolore di migliaia di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno la pace e la serenità. (Il diario di Anna Frank) Ciò che più colpiva le menti di quegli uomini che si erano trasformati in assassini, era semplicemente l’idea di essere elementi di un processo grandioso, unico nella storia del mondo (“un compito grande, che si presenta una volta ogni duemila anni”) e perciò gravoso. Questo era molto importante perché essi non erano sadici o assassini per natura; anzi, i nazisti si sforzarono sempre, sistematicamente, di mettere da parte tutti coloro che provavano un godimento fisico nell’uccidere. (…). Perciò il problema era quello di soffocare non tanto la voce della loro coscienza, quanto la pietà istintiva, animale, che ogni individuo normale prova di fronte alla sofferenza fisica degli altri. Il trucco usato da Himmler (che a quanto pare era lui stesso vittima di queste reazioni istintive) era molto semplice e molto efficace: consisteva nel deviare questi istinti, per così dire, verso l’io. E così, invece di pensare: ‘che cose orribili faccio al prossimo’, gli assassini pensavano ‘che orribili cose devo vedere nell’adempimento dei miei doveri, che compito terribile grava sulle mie spalle’. (Hannah Arendt, La banalità del male) Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata. Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede. Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere. Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto. Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. (Elie Wiesel, La notte)


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MENTON: CINECITTÀ COI LIMONI

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a in scena a Menton, da metà febbraio, l’edizione numero 83 della ‘Fête du Citron’, la festa dei limoni. Dal 13 febbraio al 2 marzo 2016, la città francese al confine con l’Italia ospiterà l’evento intitolato ‘In viaggio verso Cinecittà!’. Dopo tre anni dedicati a Giulio Verne, dal Giro del mondo in 80 giorni alle Tribolazioni di un “limone” in Cina, passando per 20.000 leghe sotto i mari, la festa chiude il libro della fantasia, ma non quello dello straordinario, poiché il tema scelto per l’edizione 2016 è proprio Cinecittà, ovvero il sogno e la nostalgia del cinema italiano degli anni ’50 e ’60, di quella “belle époque” che, grazie al talento inconfondibile dei vari Visconti, Fellini e Leone, ha marcato numerose generazioni di appassionati di cinema e ancor oggi continua ad affascinare. Cinecittà a Mentone rappresenta quindi un tema leggero e il simbolo di tutta un’epoca che aveva il senso del rocambolesco, ma anche e soprattutto del realismo, dell’arte di apprezzare le cose della vita sotto tutte le loro sfumature. C’è da prepararsi quindi a un nuovo viaggio tra i monumenti, i motivi e le rappresentazioni del cinema italiano realizzati con arance e limoni.


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in dispArte - N.5 Gennaio 2016  

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