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SOMMARIO

EVENTI

EVENTI IN DISPARTE

ARTISTI

NEXT

in disparte - Dicembre 2015

4 - Cultura e bellezza, armi contro il male

Magazine free di arte e cultura Mensile - anno 1 - n. 4

8 - A Brescia, gli anni russi di Chagall

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14 - Acustimantico, Capitale da ascoltare Direzione: Cristian Sonzogni Hanno collaborato: Marvin Moja, Mario Rota, Antonio Milesi Redazione: Via Madonna della Neve 3, Bergamo Stampa: Pixartprinting Srl - Quarto d’Altino (Ve)

18 - Bergamo: camera con vista 22 - L’Italia Inside Out 28 - Next: si presenta il Bergamo Film Meeting

e-mail: info@indisparte.com

EDITORIALE ‘Bergamo: camera con vista’. Si intitola così la mostra che potete trovare nel mese di dicembre in dispArte. Uno sguardo (in venti esemplari) sulla città, che inaugura il periodo delle mostre fotografiche nel ristorante culturale di via Madonna della Neve. Per tutti, l’occasione di vedere - gratuitamente una Bergamo di volta in volta con un volto diverso: dal sole alla neve, dai colori più forti al fascino del bianco e nero. Con la possibilità, per chi lo volesse, di acquistare le opere chiedendone il formato preferito. ‘Bergamo: camera con vista’ è un prodotto del lavoro di Antonio Milesi, uno dei fotografi che troverete ‘in dispArte’. Vi mostreremo immagini e vi racconteremo storie, cercando di unire l’arte all’intrattenimento intelligente.

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CULTURA E BELLEZZA LE ARMI CONTRO IL MALE

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di Cristian Sonzogni

a sera di giovedì 12 novembre, a Beirut, Libano, un attacco terroristico rivendicato dall’Isis ha fatto oltre quaranta vittime e oltre duecento feriti. La notizia probabilmente ha scosso qualche coscienza pure in Occidente, ma si è rivelata di impatto mediatico decisamente inferiore a quella che sarebbe arrivata il giorno dopo, con il centro di Parigi sconvolto da morte e devastazione. Normale, si dirà. Perché Parigi la si conosce, la si vive, la si sente vicina. Beirut no. Eppure è forse da qui che bisognerebbe partire per cercare di scavare a fondo nel male dei nostri tempi, il terrorismo. Perché sempre più si va verso un mondo di serie A e un mondo di serie B, ma questa divisione non è roba recente. Al contrario, nasce da decenni in cui una parte di mondo, quella che ha avuto la fortuna di nascere dalla parte ‘giusta’, ha finto una certa indifferenza nei confronti di quello che


stava accadendo a sud del Meditteraneo. Come se ci fossero alcune persone abituate al terrore e dunque non degne di attenzione. Si invoca alla guerra, dopo Parigi, da più parti, perché la si ritiene l’unico rimedio utile per sconfiggere Isis e affini. Ma forse si dimentica quanto sia difficile dichiarare guerra a un nemico invisibile, a uno Stato che non esiste, a qualcosa che è ormai penetrato nella nostra società. Si dimentica forse che pure le organizzazioni criminali e terroristiche sono composte da uomini, che sono ciò che sono perché hanno una loro storia, una loro formazione. E che finché ci saranno operai del terrore pronti a sacrificare la loro vita ritenendola troppo insignificante per essere vissuta, bombardamenti, aerei e carriarmati serviranno a poco. Accanto al lavoro dei Governi, dei Servizi Segreti, forse andrebbe affiancato un lavoro culturale come mai è stato fatto in passato, per far capire a tanti che ancora non vogliono guar-

dare il mondo nella sua totalità, che non esiste un solo stile di vita, un solo bene e un solo male. Cultura e bellezza dovrebbero essere due armi al servizio di un obiettivo comune: cercare equilibrio, cercare solidarietà, cercare redistribuzione delle risorse e una vita sostenibile anche per chi questa vita non se la può permettere. Fino a quando questo equilibrio sarà così lontano, fino a quando i potenti del mondo si ostineranno a coltivare il loro interesse o quello del proprio Paese, indipendentemente da quello che accade al di fuori, i pericoli non ce li toglieremo mai, dalle nostre strade e dalle nostre vite. Sembra averlo capito quella persona che, all’indomani della strage al Bataclan, ha preso bicicletta e pianoforte e si è messo davanti al luogo del disastro suonando ‘Imagine’. Come a voler guardare avanti, nonostante tutto. Come a dire che è più utile farsi domande, che cercare a tutti i costi risposte che non abbiamo.

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˅ LE NOSTRE DOMANDE SU PARIGI

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Chi sono gli uomini disposti a morire per far morire? Che vita hanno condotto questi uomini nella loro gioventù? Perché non ci stupiamo allo stesso modo, non ci indigniamo, se ci sono gli stessi morti a sud del Mediterraneo? Chi inneggia a una guerra, sa dire qual è il nemico? Sa dire dove si trova? Perché una reazione militare è ammessa se proviene dall’Occidente ed è messa in discussione in altri casi? Cosa non sappiamo, del terrorismo islamico, che i governi del mondo sanno? Di cosa dobbiamo avere paura? Come spieghiamo questa guerra ai nostri figli? Quanto dura l’indignazione? Quanto dura il ricordo? Che responsabilità ha l’informazione nel racconto del mondo attuale? Come cambierà l’opinione delle masse riguardo la religione musulmana? Saremo in grado di rispondere a questi atti evitando di farlo con la stessa moneta? Sarà in grado il nostro governo di proteggere la Capitale e i suoi cittadini? Come possiamo fare per combattere paura, pregiudizio, intolleranza e discriminazione verso gli stranieri? Quanta religione vi è dietro atti simili e dietro le urla “Allah Akbar”? Quanto contano le scelte sbagliate fatte nel passato (e anche nel presente) dall’Occidente? Perché hanno attaccato solo luoghi civili? Perché la Storia viene dimenticata? Perché la Storia viene considerata una disciplina poco utile? Perché la Storia viene usata in maniera opportunistica e, a volte, ignorata? Perché devo essere ucciso in nome di un Dio? Quanto pesa la vita di un innocente? Il terrore ha una voce? Siamo in guerra? Dobbiamo aver paura che possa accadere anche a casa mia, ai miei fratelli, ai miei sogni? Se c’è gente che uccide e muore in nome di un Dio, chi è questo Dio e dove lo si scorge? È umana la vendetta? Dove comincia e dove finisce la libertà di ognuno di noi? La libertà cambia pelle a seconda della latitudine? Perché di nuovo la Francia? Gli uomini conoscono la religione che praticano? È possibile far capire nella confusione che regna in Europa che immigrati di tutto il mondo fuggono proprio da questo tipo di oppressori? È possibile reagire in modo non violento alla violenza, in questo caso? Come spiegare che giovani nati e cresciuti in un Paese ma con altre lontane origini non riescano a sviluppare un certo senso di appartenenza?


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GLI ANNI RUSSI DI CHAGALL IN 33 OPERE 8

di Marvin Moja

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o sono nato morto” si riferiva in questo modo a se stesso Moishe Segal, il più importante pittore della Bielorussia. Il suo nome russo era Mark Zacharovič Šagalov ma il mondo lo conosce come Marc Chagall. Nasce il 7 luglio 1887 a Vitebsk, in una famiglia di cultura e religione ebraica, nello stesso giorno in cui il suo villaggio viene dato alle fiamme dai cosacchi. Primo di nove fratelli e sorelle e figlio di un mercante di aringhe e di una commerciante di generi alimentari, Chagall cresce e vive in un mondo di povertà nel quale è difficile studiare e dove gli ebrei russi subiscono le politiche discriminatorie dello zar. La mostra “Marc Chagall. Anni Russi 1907 – 1924” al Museo Santa Giulia di Brescia, propone trentatré opere, diciassette dipinti e sedici disegni oltre a due taccuini – con disegni e poesie recentemente ritrovati ed esposti per la prima volta al pubblico – che indagano il periodo nel quale Chagall da


Vitebsk si trasferisce prima a San Pietroburgo e successivamente a Parigi. Chagall inizia a studiare pittura nel 1906 con il maestro Yehuda Pen, il solo pittore di Vitebsk, ma l’anno successivo si trasferisce a San Pietroburgo dove frequentando l’Accademia Russa di Belle Arti conosce artisti di ogni scuola e genere. Una volta giunta la notorietà decide di trasferirsi a Parigi per poi mettersi in contatto con le comunità degli artisti di Montparnasse e più tardi, nel 1924, trasferirvisi definitivamente. L’impatto con la città non sarà facile per l’artista, ma sarà proprio la Ville Lumière la vera maestra della sua arte. Qui Chagall trova l’appoggio e l’incoraggiamento da parte di scrittori e letterati e da questo momento in poi il suo lavoro inizia a subire altri cambiamenti. L’artista comincia a dipingere quadri nei quali, assieme alla vena russo-ebraica, si sovrappongono cubismo, fauvismo e futurismo, ma nonostante ciò Chagall

non aderisce mai a nessuna di queste correnti fino in fondo. La sua è un’arte ricca di attualità, di mito, realtà e invenzioni bizzarre. Nei suoi dipinti si vedono, come da una finestra, villaggi russi ma anche creature e invenzioni fuori dal comune che, grazie agli effetti che l’artista dona ai suoi quadri, si intrecciano tra di loro con grandissima armonia. La particolarità della mostra non sta solamente nel rivedere i primi anni di attività dell’artista (anni importanti poiché sono i primi passi per il formarsi di uno stile, nonché i primi passi fondamentali per quello che poi diverrà) ma, con un racconto di immagini di Dario Fo, rappresenta un progetto culturale straordinario, frutto dell’incontro fra due indiscussi protagonisti delle arti del Ventesimo secolo. Il maestro russo è anche protagonista di un racconto nato dall’imaginario poetico, pittorico e teatrale del premio Nobel per la letteratura.

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“Ho scoperto la pittura di Marc Chagall a Parigi quando, appena dopo la guerra, ci sono arrivato che avevo vent’anni. […] Non esagero, devo ammettere che mi ero innamorato della pittura di quell’artista russo e ho studiato in profondità il suo modo di stendere il colore, la leggerezza del suo disegno. Senza dimenticare la forza drammatica che metteva in certe opere”. DARIO FO


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L’EVENTO FINO A FEBBRAIO Tra le opere da ammirare al museo di Santa Giulia di Brescia vi sono: Veduta dalla finestra a Vitebsk (1908), Gli amanti in blu (1914), L’ebreo in rosa (1915), La passeggiata (1917-1918), Giorno di festa “Rabbino con cedro” (1924). Informazioni sull’evento:

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Data inizio: 20 novembre 2015. Data fine: 15 febbraio 2016. Luogo: Brescia, Santa Giulia, Via dei Musei, 81/b E-mail: santagiulia@bresciamusei.com Sito web: http://chagall.bresciamusei.com/

MUSEO DI SANTA GIULIA Unico in Italia e in Europa per concezione espositiva e per sede, il Museo della città, allestito in un complesso monastico di origine longobarda, consente un viaggio attraverso la storia, l’arte e la spiritualità di Brescia dall’età preistorica ad oggi in un’area espositiva di circa 14.000 metri quadrati. Monastero femminile di regola benedettina, fatto erigere dall’ ultimo re longobardo Desiderio e dalla moglie Ansa nel 753 d.C., San Salvatore - Santa Giulia ricoprì un ruolo di primo piano - religioso, politico ed economico - anche dopo la sconfitta inferta ai Longobardi da Carlo Magno. La tradizione, ripresa dal Manzoni nell’Adelchi, vuole che in Santa Giulia si consumasse la drammatica vicenda di Ermengarda, figlia del re Desiderio e sposa ripudiata dell’imperatore franco. Luogo di memorie storiche stratificate nel corso dei secoli e fonte continua di sorprendenti scoperte, il complesso monastico è un intreccio visibile di epoche. Nel 2011, Santa Giulia è stato inserito dall’Unesco nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità.


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ACUSTIMANTICO, CAPITALE DA ASCOLTARE

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empo di passaggio è il nuovo disco degli Acustimantico, gruppo romano di qualità straordinaria, guidato dalla splendida voce di Raffaella Misiti. Il titolo fa riferimento a una specie di sospensione, ma anche di cammino, di attraversamento. Tempo di passaggio è una riflessione libera, non didascalica, sul tempo che viviamo: difficile, diviso, per molti versi oscuro eppure entusiasmante. Un tempo di crisi della società, della cultura, dell’arte, di molti progetti rivelatisi illusori, ma che avrebbe in sé gli elementi e la potenza per un profondo cambiamento, una rigenerazione individuale e collettiva. Ci sono le trasformazioni della vita (Canzone di Giugno, Febbre alta, Canzone del fiore di pietra, Canzone del mattino), il valore salvifico delle canzoni (Assoluto), l’elogio dell’utopia (Tempo di passaggio).


C’è l’esempio illuminante dei maestri (Il buon insegnamento), il desiderio di disobbedire, correre il rischio (Il cane infedele), l’esperienza del disorientamento (Psico A). Ci sono frammenti di pianoforte e piccole citazioni nascoste. C’è una trilogia dedicata alla primavera araba (Piccolo carro di frutta in fiamme, Punk Islam, Libano), a partire dalla storia senza parole di Mohamed Bouazizi e del suo banchetto ambulante di frutta: la polizia lo sequestra, per l’ennesima volta, e allora Mohamed protesta, urla la propria rabbia, si da fuoco, muore. E quel gesto di lotta estrema attraversa il Nord Africa, il Medio Oriente, si fa rivolta. C’è un’idea di canzone d’autore e di canzone europea. Il Folk, il punk rivisitato, la rumba ubriaca. La psichedelia e il free jazz, i toni malinconici e la frenesia. E soprattutto c’è l’idea che la musica non sia un passatempo ma un tempo di passaggio, che porta con sé le gioie e i dolori, la voglia di cantare e ballare il bisogno, a volte intenso, di pensare alla vita. Le ferite del tempo e le sue medicine.

“Gli Acustimantico sono, innanzitutto, una sfida alle etichette. Gli album all’attivo nascono da un’estrema curiosità intellettuale, da una ricerca trasversale che si nutre di Paolo Conte, ma anche di Stanley Kubrick,di Goran Bregovic e al contempo di Woody Allen.“ (Musica di Repubblica)

- Acustimantico in concerto Sabato 2 gennaio, ore 21.30 - Ingresso 10 euro in dispArte, via Madonna della Neve 3 - Bergamo

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˅ FIORI DI LOTO

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Nei fiori di loto che crescono alti cerco un rimedio per il mio dolore nei cicli di luce di torride estati nel buio dei compiti più disperati In cose chiarite per modo di dire in cose che mai una cosa pronuncia in giorni furtivi uno sguardo che brucia parole complesse per te che dormivi Cerco un rimedio per il mio dolore cerco un sollievo che duri per giorni cerco il problema e la soluzione cerco una mappa con te che ritorni potrei dirti tutto mentirti per ore per non dirti che tu sei il rimedio e il dolore Sarò cartomante sarò aviatore sarò soldato che va all’assalto la pietra arenaria i fossili e i frutti sarò gommapiuma sarò il cobalto la quintessenza del giardiniere il meglio del meglio dell’alchimista il fine chirurgo e lo scalatore Giuda Iscariota e Giovanni Battista Le folli scintille dell’acqua in fiamme la terra fertile che partorisce sarò foglie d’erba sarò gita al faro scrittore salmone che quasi impazzisce e canti orfici e giro di vite la pagina bianca e l’inchiostro più nero colui che sopporta la gioia ed il tedio paziente scienziato che cerca il rimedio Sarò uomo e donna l’eterna bambina i raggi al mattino lo specchio riflesso sarò il tuo poema locanda in cammino sarò più di prima già prima di adesso e canti orfici e giro di vite la pagina bianca e l’inchiostro più nero colui che sopporta la gioia ed il tedio paziente scienziato che cerca il rimedio


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BERGAMO, CAMERA CON VISTA 18

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a una città come Bergamo è lecito aspettarsi bellezza. Ma una veduta così vasta e diversificata, è difficile averla sotto gli occhi e godersela tutta d’un fiato. Sarà possibile ammirarla fino a fine anno ‘in dispArte’, che ospita un’esposizione di venti pezzi d’autore, firmati dal fotografo orobico Antonio Milesi. Venti scatti nei quali la nostra città si può osservare in bianco e nero, o con tutti i colori che può produrre nel corso delle quattro stagioni. Scatti di quella Città Alta che l’Italia ci invidia e che da qualche tempo anche il resto del mondo comincia a conoscere. Si tratta della prima di tante mostre fotografiche che ‘in dispArte’ proporrà durante l’anno, con l’obiettivo di mostrare luoghi e vite, dunque anche di raccontare storie. Veri e propri reportage che finiranno sui muri del locale di via Madonna della Neve, ma pure sulle pagine di questa rivista. Grazie al lavoro di Mario Rota e dello stesso Antonio Milesi.


Il cuore della mostra è il nucleo storico della città visto da San Vigilio, il luogo che più di ogni altro evoca piacevoli ricordi nei bergamaschi più romantici. Così si può davvero vedere in una sola immagine la nostra Grande Bellezza, uno skyline unico capace di evocare quella sensazione di casa che si prova fin da quando si comincia a intravedere Bergamo passando lungo l’autostrada. Antonio Milesi ci guida in un percorso che forse sorprenderà qualcuno di coloro che pensano di vivere in un luogo tutto sommato normale. O, peggio, comune. Bergamo comune non lo è affatto, e adesso che comincia ad aprirsi al mondo che la circonda, un po’ più di quanto accadeva prima, finalmente sa scoprire il suo volto migliore. I meriti di questa apertura sono diversi e meriterebbero un approfondimento, ma intanto è giunto il momento di conciliare il nostro essere provinciali (nel senso più bello del termine, quello che rassicura) con un diverso approc-

cio verso lo straniero. Tradizione e innovazione, dunque, perché è solo questa la strada che porta a stare al passo coi tempi che viviamo. Non c’è da scegliere vedendole come alternative, c’è solo da prendere il meglio da ognuna delle due facce della medaglia. La mostra di cui parliamo va proprio in questa direzione, perché nelle immagini di Antonio Milesi troviamo la nostra essenza, quella che ci tramandiamo da generazioni, e allo stesso tempo buttiamo l’occhio un po’ più in là, per vedere cosa ci aspetta oltre le Mura, cosa ci aspetta oltre le nostre splendide montagne e la nostra operosa pianura. Chiunque lo vorrà, potrà portarsi a casa un pezzo di questa esperienza, perché le opere esposte saranno in vendita, non solo durante la mostra ma anche in futuro. Ogni artista che passerà ‘in dispArte’, infatti, arriverà per rimanere a far parte del locale, con le sue opere sempre a disposizione del pubblico.

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ANTONIO MILESI Ha scelto la fotografia, la sua passione più grande, dopo un passato in banca. Collabora con quotidiani e riviste, con agenzie e uffici stampa. Lavora nello sport (tennis, ciclismo e sport invernali in particolare) e in ogni altro settore della vita dove l’immagine possa fare la differenza. Tocca a lui l’apertura delle mostre fotografiche in dispArte, con il progetto relativo a Bergamo vista dall’alto.

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MARIO ROTA La passione giovanile è l’archeologia, e basta la laurea conseguita con il massimo dei voti (e con lode annessa) a mostrare quanto sia forte. La sua seconda passione, in ordine di tempo, è la fotografia, e di questa fa un mestiere non appena gli è possibile. Mario Rota, bergamasco classe 1967, è fotografo freelance (tra gli altri, per L’Eco di Bergamo) e visual artist, e ha vissuto in prima linea spettacolo, sport e cronaca, con un’attività significativa dedicata ai concerti più importanti in provincia, grazie anche alla collaborazione con l’agenzia Geomusic. Ma il suo lavoro accoglie una valanga di esperienze diverse, tra cui quella particolarmente intensa durante la guerra nella ex Jugoslavia, vista dall’inferno della Sarajevo negli anni Novanta. Ospite ormai fisso dell’Internationart di Venezia a Ca’ Zanardi, presenta spesso sue personali. Tra queste, ‘Guida e basta’, mostra shock di straordinario successo, dedicata alla sensibilizzazione dei giovani sul tema degli incidenti stradali. È costantemente impegnato in attività di ricerca e in conferenze. È docente di fotografia e punto di riferimento nella disciplina per ‘in dispArte’.


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“Cosa è la fotografia? Io risponderei con le parole di Elsa Morante, ‘Il mondo salvato dai ragazzini’, 1968: È un’autobiografia. È un memoriale. È un manifesto. È un balletto. È una tragedia. È una commedia. È un madrigale. È un documentario a colori. È un fumetto. È una chiave magica. È un testamento. È una poesia”. (MARIO ROTA)


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ITALIA INSIDE OUT 22

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l Belpaese visto da fuori. Con l’occhio dei più grandi fotografi del mondo. Questo è ‘Italia inside out’, la mostra fotografica curata da Giovanna Calvenzi a Palazzo della Ragione a Milano, già inaugurata e che resterà aperta al pubblico fino al 7 febbraio. A partire da Henri Cartier-Bresson, proseguendo con List o Salgado, Newton o McCurry, si costruisce il racconto affascinante di un’Italia necessaria alla storia della fotografia. Oltre 200 immagini che sono spesso autentiche icone. Il primo fu Henri Cartier-Bresson: a lui, indiscusso maestro, è affidato il cuore della mostra e il compito di introdurre il primo itinerario fotografico attraverso 20 scatti dagli Anni ’30 in poi che, assieme a quelli di altri 35 autori, contribuisce a restituirci l’immagine del nostro Paese. La mostra è divisa in sette ampie aree tematiche, all’interno delle quali si sviluppa una storia indiretta della fotografia e dell’evoluzione dei suoi linguaggi.


Il lungo viaggio in Italia inizia con un autoritratto di Henri Cartier-Bresson del 1933: il suo sogno umanista di fermare il tempo, di cogliere il momento decisivo nel flusso in divenire della realtà influenzerà a lungo la fotografia di tutto il mondo e sarà adottato da generazioni. Dopo Cartier-Bresson, e il suo viaggio durato circa trent’anni, il reportage di Robert Capa al seguito delle truppe americane durante la Campagna d’Italia del 1943, cui segue l’elegante rilettura del mondo della fede affrontato da David Seymour e il fascino che un’Italia minore esercita su Cuchi White, ancora studentessa di fotografia. Poi la visione umanista si stempera nelle luci classiche del racconto di Herbert List o nella destabilizzazione della visione di William Klein. Infine Sebastião Salgado, che con la consueta magistrale capacità di rileggere la realtà degli uomini, racconta l’epopea degli ultimi pescatori di tonni.

Orari Martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30 – 20.30; giovedì e sabato 9.30 – 22.30; chiuso lunedì (Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura) Biglietto di ingresso comprensivo di audioguida: Intero € 12,00 Ridotto € 10,00 Ridotto speciale € 6,00 Biglietto famiglia € 10,00 uno o due adulti a testa con minore/i dai 6 ai 14 anni € 6,00 a testa Social facebook.com/Palazzodellaragionefotografia twitter: @palazzoragione #CartierBressonEglialtri Limpacciato Charlie Brown, la scorbuti-

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Si passa poi alla fascinazione per la fotografia in bianco e nero nella quale la narrazione si allontana dal reportage ma conserva intatta la poesia della visione classica: è il viaggio di Claude Nori che ripercorre le strade dei ricordi sul litorale adriatico alla ricerca di radici familiari ma è anche l’inedita visione della Capitale di Helmut Newton, che in “72 ore a Roma” ricrea una passeggiata notturna nel centro monumentale della città. Le nostre città d’arte e cultura diventano poi terreno di interpretazione e di sperimentazione dei molti linguaggi che la tecnologia contemporanea offre oggi alla fotografia. Abelardo Morell, ad esempio, utilizzando le tecniche del foro stenopeico, crea visioni nelle quali interni ed esterni si sommano, Gregory Crewdson riscopre la fotografia in bianco e nero per interpretare Cinecittà, Irene Kung invece ricrea un’atmosfera onirica per ritrarre i monumenti del passato e del presente di Milano.

A introdurre il quarto itinerario, affidato ad autori che utilizzano quello che per consuetudine viene definito “linguaggio documentario”, si trova Paul Strand, che con Cesare Zavattini ha realizzato una delle più straordinarie opere dedicate alla realtà contadina: Un Paese del 1953. Strand, attraverso ritratti, still life e paesaggi conserva la storia di un piccolo centro emiliano, Luzzara. A cinquant’anni di distanza ma con lo stesso intento, Thomas Struth ritrae il centro storico di Milano e Joan Fontcuberta si dedica ai gabinetti delle curiosità dei Musei scientifici di Bologna e di Reggio Emilia. Il Grand Tour continua toccando anche una fotografia più disturbante, quella dei disagi esistenziali e degli scempi architettonici di Art Kane, che progetta immagini-sandwich dedicate alla salvezza di Venezia e di Michael Ackerman che racconta invece in una lunga sequenza un doloroso incontro napoletano.

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Fanno da contraltare a queste immagini numerosi autori che rileggono il nostro Paese con sguardo positivo: Joel Meyerowitz racconta le luci magiche della Toscana e arricchisce le sue immagini con il contributo poetico di Maggie Barret; Steve McCurry, a Venezia, è affascinato dall’alchimia estetica che si crea tra le persone e l’ambiente, mentre Martin Parr, sulla Costiera Amalfitana, gioca con l’immagine dei turisti che si dedicano a ritrarre se stessi sullo sfondo di straordinari paesaggi. Chiude idealmente il percorso espositivo la narrazione autobiografica: Nobuyoshi Araki, anche lui affascinato dalla città di Venezia, si fotografa con le maschere del carnevale e racconta in chiave soggettiva i suoi incontri. Sophie Zénon ripercorre la storia della sua famiglia, costretta a emigrare, affiancando i ritratti dei suoi nonni ai loro luoghi di provenienza; infine Elina Brotherus e i suoi autoritratti nel paesaggio che si ricollegano all’i-

nizio del nostro itinerario allo stupefacente e modernissimo autoritratto di Henri Cartier-Bresson che ha dato il via a questo lungo viaggio.

GLI AUTORI IN MOSTRA A MILANO Nobuyoshi Araki, Michael Ackerman, Jordi Bernadó, Elina Brotherus, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Gregory Crewdson, John Davies, Joan Fontcuberta, Harry Gruyaert, Alex Hütte, Art Kane, William Klein, Irene Kung, Herbert List, Guy Mandery, Iroyuki Masuyama, Steve Mccurry, Joel Meyerowitz, Sarah Moon, Abelardo Morell, Helmut Newton, Claude Nori, Martin Parr, Mark Power, Bernard Plossu, Sebastião Salgado, David Seymour, George Tatge, Thomas Struth, Alexey Titarenko, Hans Van Der Meer, Cuchi White, Jay Wolke, Sophie Zénon.


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SI PRESENTA IL FILM MEETING

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ergamo Film Meeting offre le prime anticipazioni su quella che sarà l’edizione numero 34 del Festival, che si terrà dal 5 al 13 marzo 2016. La struttura generale è già definita e conferma il lavoro di ricerca continuo di Bergamo Film Meeting per mettere a confronto le tendenze più innovative del cinema contemporaneo con gli stili, i generi e gli autori del passato. Omaggi, retrospettive e restauri di grandi classici faranno da contrappunto ai film dei “nuovi autori”, che come di consueto troveranno spazio nella Mostra Concorso e nelle sezioni dedicate ai documentari, all’animazione, alle anteprime. Sostenuto e promosso dall’Unione Europea, il Festival indagherà la cinematografia del continente, tra passato e presente, offrendo spunti, sollecitazioni, focus, novità e riletture. Per nove giorni, con oltre 140 film, Bergamo sarà il crocevia del cinema internazionale; proporrà ospiti, incontri, eventi speciali, mostre, workshop, masterclass, laboratori e percorsi di visione per le scuole e i giovanissimi, e numerose iniziative che consentiranno di spaziare tra le infinite contaminazioni del cinema con l’arte, la letteratura, la musica e i fumetti.


MAESTRO MIKLÓS Al grande maestro del cinema ungherese Miklós Jancsó (1921-2014) è dedicata l’ampia retrospettiva storica della prossima edizione di Bergamo Film Meeting, realizzata in collaborazione con Magyar Nemzeti Digitális Archívum és Filmintézet, in occasione del restauro digitale delle opere del regista. Miklós Jancsó nasce a Vác (Budapest) nel 1921 da padre ungherese e madre rumena. La famiglia appartiene alla piccola nobiltà originaria della Transilvania, un tempo in territorio ungherese, assegnata poi alla Romania con i trattati del 1920. Durante la guerra studia diritto all’università, ma i suoi veri interessi riguardano l’etnologia e la storia dell’arte. Alla liberazione, diventa uno degli animatori del Movimento dei Collegi, dove alcuni giovani intellettuali hanno il compito di «formare» gli operai e i contadini, e di propagare tra il popolo la cultura politica del regime. Nel 1947 si iscrive all’Accademia d’Arte Teatrale e Cinematografica dove si laurea nel 1951. Per dieci anni realizza documentari su ordinazione e si interessa del cinema fatto altrove, avvicinando autori come Wajda e Antonioni. Il suo primo lungometraggio è Oldás és kötes (Sciogliere e legare, 1963), che racconta il percorso esistenziale di un giovane chirurgo, incerto tanto della sua vocazione quanto della sua vita privata. Dal 1964 al 1972 dirige molti film in Ungheria e dall’inizio degli anni Settanta divide vita e attività artistica tra l’Ungheria e l’Italia. Il film Szegénylegények (I disperati di Sandor, 1966), lo fa conoscere al pubblico internazionale e ne fa l’esponente di spicco della nuova cinematografia ungherese. In patria gode di una posizione privilegiata: la celebrità acquisita gli permette di accedere a finanziamenti di gran lunga superiori a quelli riservati a altri registi. Allo stesso tempo, Jancsó matura uno stile molto personale: lunghi e audaci movimenti di macchina, piani-sequenza complessi e per certi versi sensuali, che amalgamo, in una sintesi di grande effetto spettacolare, paesaggi, coreografie, singoli individui, la brutalità del potere, il desiderio di libertà. Csend és kiáltás (Silenzio e grido, 1968), Csillagosok, katonák (L’armata a cavallo, 1967), Sirokkó (Scirocco d’inverno, 1969) e Még kér a nép (Salmo rosso, 1972), sono alcuni titoli che hanno costruito la fama del regista ungherese. Il tema principale della sua riflessione cinematografica è la storia, con una scrittura che rifugge però in maniera decisa dai canoni del realismo socialista. Protagonisti del suo cinema sono lo spazio, come le pianure che bene si prestano allo schieramento degli eserciti, al racconto tridimensionale, entro cui la storia dell’Ungheria, dalla dichiarazione d’indipendenza del 1867 alla sconfitta della repubblica dei consigli, passando per la lotta dei partigiani accanto ai bolscevichi nel ‘17, assurge a simbolo delle trasformazioni politiche credute possibili in tutta Europa. Nei primi anni Settanta gira alcuni film in Italia, tra cui La pacifista (o Smetti di piovere, 1970), La tecnica e il rito (1974), Roma rivuole Cesare (1974) e il discusso Vizi privati, pubbliche virtù (1976), che trasforma la tragedia di Mayerling in un balletto erotico-funebre, in chiave austroungarica, sulla morte della famiglia. Tornato in Ungheria, realizza altri film importanti come Magyar rapszódia (Rapsodia ungherese, 1979), L’aube (1986), Szörnyek évadja (La stagione dei mostri, 1987) e si dedica all’insegnamento presso la Filmművészeti Főiskola Színházművészeti di Budapest, e, fra il 1990 e il 1992, alla Harvard University. Nel 1990 Jancsó viene insignito del Leone d’oro alla carriera alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Muore nel 2014 all’età di 92 anni.

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in dispArte - N.4 Dicembre 2015  

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