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www.diocesinola.it Mensile della diocesi di Nola A cura dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali via San Felice, 30 - 80035 Nola (Na) tel. 081.3114614 e-mail: indialogonola@gmail.com facebook: indialogochiesadinola Redazione Avvenire piazza Carbonari, 3 – 20125 Milano e-mail: speciali@avvenire.it

NOLA

Domenica, 22 gennaio 2017

Il nuovo vescovo di Nola, Francesco Marino, ha fatto il suo ingresso in diocesi

erte volte bisogna accontentarsi del viaggio. Certe volte biC sogna accettare di fare la verità un po’ per volta e rinunciare a usare la maiuscola. Certe volte occorre sottrarsi al rumore delle notizie che ci arrivano da ogni parte. Certe volte infine bisognerebbe riconoscere che accettare l’incompiutezza delle cose umane e le molte polarità della realtà, anche se difficile, è una buona regola. (P.M. De Stefano)

l’editoriale

Chiesa, passione da vivere «Vengo a voi con semplicità», ha detto il presule. «Non so quello che potremo fare. So soltanto che il Signore ci precede e ci chiama all’operatività evangelica»

La cattedrale di Nola

continuità e novità. Il senso profondo di un «passaggio»

DI MARIANGELA PARISI

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e spose temono tantissimo la pioggia nel giorno del loro matrimonio. Per consolarle si è soliti ripetere il detto «sposa bagnata, sposa fortunata». Forse, invece, sarebbe più opportuno andare con la memoria alla Parola, al profeta Isaia (55,10– 11) che riportando l’oracolo del Signore annuncia: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata». A questi versi di certo ha pensato chi, in Cattedrale o a distanza, con la preL’abbraccio tra i vescovi Depalma e Marino (foto: Modestino Annunziata) ghiera, ha accompagnato il vescovo Marino in occasione del suo ingresso in diocesi, domenica scorsa. Un’associazione inevitabile dana sola richiesta: «Camminare insieme, guarLa scoperta dandoci in faccia, con amicizia e lealtà, sento lo speciale momento che la za frapporre indugi, magari tenendo il pasChiesa di Nola ha vissuto, noso di chi non ce la fa o fa più fatica a camnostante la pioggia incalzante. L’omonimo del 1202 minare». Premettendo: «Vengo a voi con Nonostante la pioggia, infatti, i eggendo la pubblicazione dello studioso semplicità e vi sarò grato se vorrete accetgiovani, per primi, hanno accolLeonardo Avella «Nola. Storia di una città» si è tarmi per quello che sono, con pregi e difetti. to con canti e balli il nuovo veNon so quello che potremo fare; so soltanscoperto che la Chiesa di Nola ha già avuto un scovo; i sindaci dei vari comuni to che il Signore ci precede e ci chiama alvescovo di nome Marino nel tredicesimo secolo. Il della diocesi erano presenti al sal’operatività evangelica». Una Chiesa sempre dato emerge da un documento notarile del 1202, luto per lui preparato dall’ampiù in cammino dunque, in movimento coconservato presso l’archivio dell’abbazia di ministrazione comunale di Nome la campana che Marino ha scelto a riMontevergine, in cui è citato il venerabile vescovo la; la Cattedrale era stracolma di chiamo della Chiesa di Nola nel suo stemdi Nola Marino. Gennaro Morisco presbiteri, diaconi, religiosi, laima: «Noi – ha continuato – non possiamo ci che hanno voluto partecipare indugiare, né fermarci. Il tempo che il Sialla celebrazione di lode a Dio gnore ci dà è dono da spendere bene e noi per il nuovo Pastore. ne abbiamo la possibilità perché la chiesa gio di pastorale da Depalma, vescovo emeVisibilmente emozionato Marino è entrato nolana, rinnovata dall’esperienza sinodale, rito di Nola, a Marino, il nuovo vescovo. Un in Duomo, salutando chi gli si avvicinava. è una bella Chiesa. Mettiamo sempre al vermomento di grande emozione e commoSi è recato quindi prima nella cappella del tice delle nostre scelte non l’interesse perzione: «Non è– ha ricordato Depalma – la Santissimo Sacramento, poi presso quella sonale, ma lo zelo per l’annunzio del Vanconsegna della campanella come avviene a di san Paolino, per scendere infine nella cripgelo e l’amore per la nostra Chiesa: la ChiePalazzo Chigi, ma momento di Grazia. È la ta di san Felice. In ogni santo luogo ha sosa è una passione da vivere; è nostra madre, succesione apostolica che si compie e si reastato in preghiera. A seguire, l’incontro con magari con il volto solcato dai segni del temlizza». il presbiterio nolano, con i vescovi della po che passa inesorabile, ma che resta pur Poi, l’attesa omelia di monsignor Marino, la Campania, con il cardinale Crescenzio Sesempre il volto di una madre amata». prima alla Chiesa di Nola. Non la presentape, con i presbiteri giunti da Avellino e AServizio a pag.3 zione del percorso futuro, ma un grazie e uversa e l’inizio della celebrazione, il passag-

DI MARCO IASEVOLI

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I TEMI ◆ LAVORO CIS DI NOLA, C’È IL SÌ A PIANO DI RILANCIO

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a pagina

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◆ EMERGENZA L’AZZARDO, PIAGA IN TUTTA LA REGIONE a pagina

◆ SOLIDARIETÀ UN DORMITORIO A BRUSCIANO a pagina

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la storia

Il «grazie» di Depalma al termine del suo mandato

sposi. Elisa e Paolo, una quercia caduta capace di generare

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DI SALVATORE PURCARO

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immagine che accompagna questa riflessione è un quadro dipinto da Elisa ed é il capoletto nella camera nuziale dove, nei tre mesi che hanno preceduto il suo ritorno alla casa del Padre, al termine di una lunga malattia, abbiamo assistito alla realizzazione della promessa del suo matrimonio, quello con Paolo, che si è addormentato tre mesi prima di lei, per lo stesso male. Paolo ed Elisa, uniti nella gioia e nel dolore. Elisa dieci anni fa, senza accorgersene e senza saperlo, aveva rappresentato la sofferenza come delle radici che attanagliano il mondo e che fanno germogliare l’albero della croce. Radici che, come la sofferenza, sembrano secche e invece quel rosso sangue, prendendo forma quasi di cuori, dá loro ancora una consistenza vitale. Che sembrano soffocare la terra attanagliata dal male, ma sulla quale risorge Cristo. Quel Crocifisso che non ha un volto, perché potrebbe avere la fisionomia di ciascuno di noi che guarda verso il Padre invocando salvezza nell’umano dolore. Ed é per questo che quella sofferenza crocifissa diventa il vessillo della vittoria manifestata dallo sfondo aureo. Le braccia si aprono nella preghiera raggiungendo due colombe a simboleggiare che la preghiera dà forza alle mani stanche e aiuta a rimanere orientati verso l’alto, dove la presenza della terza colomba evoca quello Spirito Santo che avvolge nell’amore trinitario. Intorno tratteggiati degli uccelli, quasi come nella poesia di Pascoli, «La quercia caduta», nella quale gli uccellini vanno a fare ancora il loro nido. Non riusciremo mai a capire il mistero dell’amore di Dio che non interviene direttamente nella sofferenza umana. Segue a pag.2

n tanti sono accorsi alla celebrazione eucaristica del 7 gennaio scorso, durante la quale monsignor Depalma ha salutato la diocesi di Nola al termine del suo mandato. «Dopo diciassette anni – ha detto – sono contento di essere come il servo inutile del Vangelo che ha fatto ciò che doveva fare, come lo ha saputo e potuto fare, deludendo, forse, molte attese e aspettative, ma mi auguro di non aver deluso le aspettative di Dio». Depalma ha invitato tutti a guardare avanti col nuovo vescovo Francesco Marino: «Il senso di

L’abbraccio del sindaco di Nola

Foto: M. Annunziata

questa celebrazione non è di addio, saluti o bilanci. Domenica prossima sarò con voi per affidarvi al cuore del nuovo pastore. Accoglietelo e collaborate docilmente con lui. Dove c’è il Vescovo, lì c’è la Chiesa». Anche il sindaco di Nola, Geremia Biancardi, e il rettore dell’Università degli studi di Napoli “Federico II”, Gaetano Manfredi, hanno espresso il loro ringraziamento a Depalma per la vicinanza e lo sprone a farsi servitori del bene comune e della cultura come risposta alla crisi in atto. Lanzieri a pag.2

diocesi. Un nuovo pastore nel cuore di Dio G rande momento di gioia e di fede quello vissuto dalle Chiese di Nola e di Lucera–Troia in occasione dell’ordinazione episcopale di monsignor Giuseppe Giuliano, presbitero nolano. A presiedere la solenne liturgia dello scorso 27 dicembre, è stato l’arcivescovo Beniamino Depalma, che ha concelebrato con monsignor Vincenzo Pelvi, arcivescovo metropolita di Foggia e monsignor Pero Sudar, vescovo titolare di Seljia e ausiliare di Vrhbosna (Sarajevo), alla presenza degli gli altri vescovi della Campania e del cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe. «Carissimo don Peppino – ha detto Depalma durante l’omelia – ancora una volta questa sera scegli di “abbassare la testa” sotto la Parola di Dio. Ti attende la chiesa sorella di Lucera–Troia. Ti accompagna questa Chiesa la tua amata

chiesa di Nola! Non sentirti mai solo». Il neo vescovo nel suo primo discorso ha ringraziato, tra gli altri, il Santo Padre per averlo scelto, l’arcivescovo Depalma e ha dedicato un pensiero grato e commosso alla sua famiglia, rivelando come l’anello episcopale scelto sia il frutto della fusione delle fedi nuziali dei propri genitori: «Il pensiero in questa celebrazione – ha poi sottolineato – corre a quel verbo “accetto” che, a nome del Santo Padre, il Nunzio apostolico in Italia mi chiedeva per poter procedere. So bene che solo allora, dopo quel verbo semplicissimo ed impegnativo, pronunciato in prima persona da me timoroso e fiducioso, nasceva un nuovo vescovo nel cuore di Dio». Monsignor Giuliano entrerà a Lucera il prossimo 4 febbraio. A seguire, domenica 12 febbraio entrerà a Troia. Parisi a pag.3

Monsignor Giuliano dopo l’ordinazione

gni cambiamento porta con sé, prima, durante e dopo, le domande forse più importanti per la vita di una persona e di una comunità – civile o ecclesiale che sia – : cosa abbiamo fatto e cosa siamo stati sinora, in quale direzione vogliamo mettere la prua, dove dobbiamo correggerci, siamo davvero disposti a metterci in discussione e “spogliarci” di qualche certezza per fare spazio alla novità... Benedetto sia il cambiamento, allora, vero laico elisir di eterna giovinezza. Per ciascuno di noi. Per la Chiesa. Per gli ambienti che viviamo. E dunque con l’abbraccio tra Beniamino e Francesco si apre per noi un’opportunità gigantesca: tenere il tanto che è buono, vagliare ciò che non funziona al meglio, vedere ciò che non avevamo visto, riaprire libri impolverati, provare a scrivere narrazioni nuove. Con maturità, senza cedere all’eterna tentazione del “c’era una volta...” o alla tentazione post– moderna del populismo rottamatorio. La bellezza del 15 gennaio è che in tanti, anche molto giovani, hanno potuto osservare da vicino la proverbiale e spesso “screditata” sapienza della Chiesa: un “passaggio di consegne”, una successione da una persona all’altra, un fatto umano, umanissimo, si trasfigura sino a diventare un luogo simbolico in cui Dio pone delle domande, ci interpella personalmente. Il Signore interpella Francesco, interpella Beniamino, interpella noi tutti e ci chiede se, dentro e oltre la bella e ricca liturgia, vediamo il sentiero attraverso il quale lui vuole condurci. Il cambiamento è negato e disatteso quando non è accompagnato da questo forte movimento interiore. Le prime parole di Francesco si possono riassumere in una sola espressione: continuità. Non è una continuità formale, ma sostanziale. D’altra parte il nuovo vescovo e la sua nuova Chiesa, la Chiesa di Nola, sono due sposi ben incardinati nel Concilio. E’ più facile così conoscersi e capirsi. E’ una continuità anche rassicurante, per certi versi. Ma che impegna, non disimpegna. E’ una continuità, insomma, che non va tradotta con un semplice “proceda tutto come sempre”. E’ una continuità nel solco della radicalità proposta dal Vangelo, è una continuità nell’impegno dispendioso, gioioso e serio dell’evangelizzazione, è una continuità in un approccio ampio e articolato che tiene insieme vita interiore, fraternità, responsabilità sociale, comunione ecclesiale, sfida educativa e culturale. L’omelia del 15 gennaio non ci paralizza nell’immutabile, ma al contrario alimenta la ricerca. E quell’invito rivolto ai giovani, “siate coraggiosi nell’audacia”, non esclude certo sacerdoti e adulti dalla regola del coraggio e dell’audacia. Viviamo il cambiamento, i cambiamenti, senza paure e riserve. E accompagniamo con affetto il cambiamento che sta investendo la vita di don Peppino Giuliano. La sua ordinazione episcopale non è stata affatto una parentesi tra l’11 novembre (giorno dell’annuncio dell’elezione a vescovo di padre Francesco) e il 15 gennaio. Al contrario, è stata sintesi di tutto quanto abbiamo vissuto. Sia Beniamino sia Francesco hanno posto al centro di ogni loro discorso conclusivo e iniziale la santità della Chiesa di Nola. E l’elezione a vescovo di don Peppino ne è la conferma. La conferma che questa storia di santità non è finita, non è un ricordo del ‘900. Prosegue nell’esempio ordinario e silenzioso di sacerdoti, religiosi e laici che nelle difficoltà dei tempi attuali continuano a credere, a coltivare il desiderio di credere e servire. Insomma, sono stati due mesi assolutamente straordinari. Se tale straordinarietà innerverà la nuova ordinarietà che si affaccia, scriveremo ancora pagine belle e affascinanti di Chiesa e di Vangelo.


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Domenica 22 gennaio 2017

Vita Ecclesiale

Caritas con gli ultimi anche sotto zero DI MARIA LUIGIA CERVONE

e stazioni, i sagrati delle chiese, le ville L comunali, le degradate zone di periferia sono quasi ogni sera occupati da chi ha fatto del “fuori” la propria abitazione e, armato di pochi effetti personali, cerca un posto sicuro, anche dal freddo, per riposare. Ma con le temperature bassissime di alcuni periodi dell’anno, come quelle delle ultime settimane, il rischio di non svegliarsi al mattino, è sempre più alto: esiste un’emergenza davanti alla quale la Caritas diocesana non è rimasta indifferente avviando, già da qualche anno, il progetto «Emergenza freddo» il cui obiettivo è quello di dare assistenza, di notte, ai senza fissa dimora. Nel periodo più freddo dell’anno si attiva una grande squadra di volontari che, alternandosi, ogni sera, monitora il territorio diocesano con il compito di ridimensionare i rischi dei senzatetto nelle ore notturne e di segnalare successivamente le persone incontrate alle Caritas parrocchiali. L’unità di strada si attiva soprattutto nelle notti in cui la temperatura cala

Alcuni volontari di «Emergenza freddo»

vertiginosamente. I volontari, insieme, girano, preferendo di solito i comuni dai quali hanno ricevuto segnalazioni. Inoltre, per poter ospitare chi sceglie di accettare l’ospitalità dei volontari il dormitorio diocesano di San Giuseppe Vesuviano viene lasciato aperto h24. Le testimonianze dei volontari ci aiutano a percepire l’importanza dell’intervento della Caritas. Roberto, ad esempio, ci ha raccontato di «una coppia di rumeni che dormivano, con una sola coperta, sotto il ponte

«Emergenza Freddo», un aiuto per i senza fissa dimora

a Caritas diocesana, da quasi quattro anni, attiva, nel periodo della L stagione invernale, il progetto «Emergenza Freddo»: un’unità di strada gira per il territorio diocesano con il compito di presidiare luoghi abitati dai

della ferrovia di Via V. Veneto (Marigliano) in condizioni precarie. Erano ubriachi, distesi sopra una catasta di legno. Abbiamo offerto loro un’ulteriore coperta e una bevanda calda. Li hanno accettati, mentre hanno rifiutato il posto letto presso il dormitorio». La testimonianza di una volontaria della Croce Rossa di Somma Vesuviana che ha preso parte a diverse uscite notturne ci fa capire come sia necessario, per chi fa questa esperienza, sapersi avvicinare alle persone in difficoltà con molto tatto: «Camminare tra la paura e la fragilità, percepire il freddo e cercare di convincere qualcuno, che non ha nulla e che da tutti è scansato, che tu sei lì proprio per lui, che per te è importante, ti fa riflettere e non poco. Se questo qualcuno a cui stai portando aiuto, per ringraziarti ti dona un sorriso allora capisci quanto un piccolo gesto scalda il cuore anche nella notte più fredda dell’anno». L’Associazione «Napoli Cultural Classic», per sostenere «Emergenza freddo» per il 28 gennaio prossimo ha organizzato la mostra fotografica «Keiros» del giovane Salvatore Marone.

Monsignor Beniamino Depalma termina il suo mandato pastorale. La Chiesa di Nola dice “grazie” al Pastore che l’ha guidata per 17 anni

senzatetto, distribuire coperte e necessario per la notte, segnalare per la presa in carico, alle strutture deputate. Il lavoro è tanto e servono sempre tante mani oltre al necessario da offire. Per questo, attraverso il sito e la pagina facebook, la Caritas lancia ogni anno un appello alla partecipazione. La partenza – dal centro Umberto Tramma di Nola – dell’unità di strada, composta da un referente della Caritas diocesana, almento tre volontari, un medico o un infermiere, è prevista per le ore 21; il rientro per le ore 00.30. Fondamentale supporto al progetto è fornito dal dormitorio di San Giuseppe Vesuviano, intitolato al vescovo Tonino Bello e inaugurato il 14 marzo 2014, che resta aperto anche di notte. Un lavoro non facile quello dei volontari il cui obiettivo non è solo consegnare una bevanda calda o una coperta ma è quello di incontrare qualcuno per dirgli «non sei solo». Un compito arduo ma, con disse monsignor Bello:«Stare con gli ultimi sognifica lasciarsi coinvolgere dalla loro vita. Prendere la polvere sollevata dai loro passi. Guardare le cose dalla loro parte»

Sempre vicino, col cuore di padre DI

ALFONSO LANZIERI

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opo diciassette anni, lo scorso sabato 7 gennaio, monsignor Beniamino Depalma ha salutato ufficialmente la Chiesa di Nola. Tanti i fedeli accorsi in Cattedrale per partecipare all’eucarestia presieduta da colui che per tutti è sempre stato semplicemente padre Beniamino. Nella sua omelia, monsignor Depalma ha invitato a mettere da parte la nostalgia e a rivolgere lo sguardo al futuro con fede, speranza e carità: «Spesso in questi giorni mi è stato chiesto quale Chiesa lascio. Non lascio nessuna

Il 7 gennaio Nola ha salutato monsignor Depalma: «Insieme abbiamo sognato una Chiesa per questi tempi che la provvidenza ci ha donato di vivere e per questo territorio complesso e stupendo»

perdono»; ai laici dell’Azione Cattolica, dei movimenti e cammini ecclesiali perché «mi sono sentito accolto e mi avete arricchito con la ricchezza dei vostri carismi e ministeri»; alle istituzioni civili, sociali ed educative «per la collaborazione che avete offerto e offrirete alla Chiesa»; e infine agli uomini della cultura perché «abbiamo tentato insieme di comprendere che la Chiesa non è nemica del pensiero e del confronto». L’ultimo pensiero è stato però per i giovani: «Volli incontrare per primi voi la sera prima di entrare ufficialmente in diocesi, vi saluto ora mentre da voi mi lascio accompagnare verso il mio futuro». All’inizio della celebrazione, il sindaco di Nola, Geremia Biancardi, e il rettore dell’Università degli studi di Napoli “Federico II”, Gaetano Manfredi, hanno espresso il loro ringraziamento a monsignor Depalma per la vicinanza e lo sprone a farsi servitori del bene comune e a scegliere la cultura come risposta alla crisi in atto; mentre al termine della messa don Lino d’Onofrio, vicario generale, rivolgendo il saluto finale a padre Beniamino, ha ricordato l’espressione «Abbiamo imparato ad amarci di più», frase che ha sintetizzato il cammino dell’ultimo Sinodo diocesano. «Sembra – ha detto d’Onofrio – un’espressione così semplice eppure abbiamo impegnato lunghi anni per arrivare a questa esperienza, perché potesse essere non un bel modo di dire ma un vero stile di vita. Ebbene in questi anni la forza dell’amore ci è stata data come annuncio, la differenza del credente ci è stata proposta come modello, la semplice ma efficace alternativa della concreta vicinanza ci è stata mostrata come via. Con lei che la provvidenza ci ha dato come padre e pastore in questi anni, con lei abbiamo imparato ad amarci di più perché abbiamo tutti potuto sperimentare che lei ci ha amati di più».

Chiesa, tantomeno nessuna idea di Chiesa, casomai consegno il sogno di una realtà diocesana che voi tutti avete costruito con me ed io con voi. Insieme abbiamo sognato una Chiesa per questi tempi che la provvidenza ci ha donato di vivere e per questo territorio complesso e stupendo. La fisionomia di questa Chiesa possibile l’abbiamo delineata in quella stupenda sinfonia che è stato il Sinodo. Questa sinfonia vorrei ora ricordarla nelle sue tonalità essenziali, perché nessuno ne dimentichi lo spartito: una Chiesa che sa immergersi, adorare, ascoltare, celebrare nella capacità di relazioni». «Ringrazio il Signore Gesù – ha poi aggiunto il prelato – che mi ha giudicato degno per la sua misericordia nel fare di me in mezzo a questa comunità cristiana il segno sacramentale la biografia di Lui pastore e guida. Dopo diciassette anni sono contento Da Giovinazzo a Nola di essere come il servo inutile Beniamino Depalma è nato a Giovinazzo, provincia di del Vangelo che ha fatto ciò Bari, nel 1941. Membro della Congregazione della che doveva fare, come lo ha Missione, fondata nel 1625 a Parigi da san Vincenzo de’ saputo e potuto fare, Paoli, è ordinato sacerdote il 3 aprile 1965 dal cardinale deludendo, forse, molte attese Alfonso Castaldo, arcivescovo di Napoli. Il 7 dicembre e aspettative, ma mi auguro di non aver deluso le aspettative 1990 è eletto arcivescovo di Amalfi–Cava de’ Tirreni da di Dio». Monsignor Depalma papa Giovanni Paolo II e riceve l’ordinazione episcopale ha poi voluto ringraziare il 26 gennaio 1991 dal cardinale Michele Giordano. Il 15 quanti gli sono stati vicino luglio 1999 è nominato vescovo di Nola, con il titolo di negli anni del ministero arcivescovo ad personam. Inizia solennemente il pastorale, a cominciare dai ministero pastorale a Nola il 16 ottobre 1999. L’11 presbiteri, per averlo accolto ottobre 2012 ha indetto il decimo sinodo diocesano fin dal primo giorno: «Siete della Chiesa dei Santi Felice e Paolino, che si è concluso stati tutti preziosi per me dal ufficialmente il 14 maggio 2016. Papa Francesco ha più anziano al più giovane. accolto le sue dimissioni per sopraggiunti limiti d’età. Mi avete sostenuto con l’affetto, l’amicizia e il

Gli sposi, uniti nella gioia e nella sofferenza: «Chi si affida a Dio non teme la morte» Continua da pag.1 on riusciremo mai a capire il mistero di quell’amore N che c’era tra Paolo ed Elisa che rendeva incomprensibili le parole della sposa che voleva raggiungere lo sposo. Io stesso le dicevo: «pensa ai tuoi figli, ai tuoi genitori... resta per loro...». E lei mi faceva capire che li amava e si sentiva amata, ma che avrebbero avuto chi li avrebbe amati ancora. Capii che non le bastavano rapporti d’amore: voleva raggiungere colui con il quale era diventata Amore! Quando mi accorsi di questo inizia a tacere, perché di fronte al mistero dell’amore ti devi in-

ginocchiare, tacere e contemplare.. Elisa Non ha lottato contro la malattia, piuttosto si é affidata a Dio. Insieme, abbiamo assistito alle cose prodigiose che ci fa ascoltare il Vangelo: pur di arrivare davanti a Gesù non c’è folla o tetto che tengano. Pur di raggiungere chi ami non guardi agli ostacoli. Proprio come dice la Sposa del Cantico dei Cantici: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio. Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo». Paolo, la mattina, quando usciva di casa, come prima cosa vedeva un trocco secco. Lo aveva messo lì e ci aveva innervato u-

Il dipinto di Elisa

na pianta. Un tronco morto che continua a vivere. Senza saperlo, Paolo, iniziava le sue giornate con un’immagine della Risurrezione. Lui, che se trovava un ferro vecchio lo riutilizzava creando un candelabro, ora, insieme ad Elisa, riceve quella Risurrezione che é vita nuova in Cristo.

L’arcivescovo Depalma durante l’omelia del 7 gennaio

Foto: Modestino Annunziata

Gli ultimi messaggi: famiglie, giovani,bene comune e poveri Depalma conclude il suo mandato scrivendo quattro lettere alla diocesi. L’ultima è indirizzata agli indigenti: «Avete diritto a molto di più di un piatto di pasta, avreste il diritto di riprendere pienamente tra le mani la vita. Una Chiesa che ignora i poveri, ignora Dio. È così anche per le comunità civili: le città che ignorano i poveri non hanno nulla di umano»

ell’ultimo scorcio del suo ministero pastorale, monsignor Depalma ha donato N alla Chiesa di Nola quattro lettere, destinate alle famiglie, ai giovani, agli amministratori locali e ai poveri, nelle quali ha voluto raccogliere alcune esortazioni prima di lasciare la guida della diocesi. «Nonostante spesso siate stati trascurati dalle istituzioni e anche dalle comunità ecclesiali – ha scritto Depalma alle famiglie, il 30 dicembre scorso – siete ancora oggi la linfa vitale di questo Paese. Siate coscienti di ciò che rappresentate e non arretrate di fronte alle sfide del presente». Ai giovani, invece, con la lettera del 31 dicembre, il presule ha chiesto tre impegni. Anzitutto, andare controcorrente rispetto allo spirito dei tempi: «Studiate, leggete e riflettete; e più gli altri vi dicono che studiare e leggere è inutile, più voi dovete rispondere riscoprendo il gusto della cultura, del sapere, della meditazione»; è importante poi «imparare a stare vicino ai

poveri: non scappate dal disagio con la cura dei poveri e degli emarginati»; infine, è essenziale curare il rapporto con Gesù, dicendogli «le cose “in faccia”, come si fa con gli amici, imparando a rintracciare le sue risposte nella Parola». Il centro del messaggio del 4 gennaio, indirizzato agli amministratori del territorio, è invece il bene comune che, scandisce monsignor Depalma, «nelle nostre città, ha nomi e cognomi ben precisi: lavoro degno, cura dell’ambiente, legalità. Ogni sforzo sia proteso verso questi tre obiettivi, che sono anche orizzonti di senso e promesse di futuro per le famiglie e per i giovani». Infine, la lettera del 6 gennaio, rivolta ai poveri, ai quali Depalma chiede “scusa” «se non sempre le nostre forze e i nostri mezzi sono riusciti ad accogliere fino in fondo il vostro grido silenzioso. Il posto che occupano i poveri nella comunitá cristiana restituisce il volto autentico della Chiesa. Una Chiesa che ignora i poveri, ignora Dio». (A.Lan.)

Famiglia, icona dell’amore di Gesù I n occasione della festa liturgica della Santa Famiglia, lo scorso 30 dicembre, le coppie di sposi della parrocchia Maria SS. della Stella di Nola, hanno potuto pubblicamente rinnovare le promesse matrimoniali. Ad attenderle in chiesa, oltre al parroco don Mariano Amato, il vescovo Beniamino Depalma, che ha presieduto la celebrazione eucaristica. «Siete voi la vera icona della santa famiglia, non le immagini dipinte che abbiamo nelle nostre case» ha detto Depalma alle molte coppie presenti all’appuntamento. «Voi raccontate l’amore di Dio, non con la dottrina della teologia ma con gesti concreti, feriali,

quotidiani. L’amore Depalma agli sentimentalismo, richiede di vivere dall’altro dirsi “per l’ordinario in forma sposi: «Amare non sempre” è straordinaria e voi molto è una bella favola diventato vivete l’esperienza difficile. «L’amore ma il coraggio dell’amore di Dio non è una bella attraverso i gesti non è di donarsi daccapo favola, ordinari, come semplice ogni giorno» quello sentimentalismo, dell’accoglienza. In ma il coraggio di ogni momento vi donarsi accogliete l’un l’altro come ricominciando ogni giorno da l’aiuto che Dio dà alla vostra capo. Voi siete cari sposi il debolezza, ogni giorno vi miracolo vivente della forza della accogliete nel nome della grazia di Dio. Per l’uomo di oggi gratuità, vincendo la tentazione dire “per sempre’ , è quasi del possesso, del predominio impossibile. Voi avete il coraggio sull’altro». La cultura attuale, ha di dire ogni mattina “per sempre spiegato il presule, presenta due ti consegno la mia libertà”». Il problemi collegati: da un lato passaggio faticoso da compiere l’amore è degradato a nella nostra vita, allora, ha

affermato padre Benimino, è quello dal “ti voglio bene” a “voglio il tuo bene”: «Nel primo caso è presente ancora l’ egoismo, autoreferenzialità. Ma “io voglio il tuo bene” è totalmente diverso. Ti voglio bene significa tu mi servi, mi sei necessario. Io voglio il tuo bene significa che non voglio nulla per me se non la tua felicità, che la mia gioia è la tua gioia soltanto. Bisogna riuscire a sostituire il possesso col dono: il possesso è disumano, il dono ci rende umani. Senza il “tu” l’io può chiudersi in una prigione senza aria né finestre. Siamo tutti deboli – ha concluso Depalma – ma la grazia di Dio rinnova ogni giorno il vostro legame».


Vita Ecclesiale 3

Domenica 22 gennaio 2017

Con mons. Giuliano due Chiese unite dal suo «sì» ancano pochi giorni all’ingresso di monsignor Giuliano nella M diocesi di Lucera–Troia affidatagli

Un momento della consacrazione (Foto M. Annunziata)

come pastore lo scorso ottobre da papa Francesco. Per la sua elezione ha gioito la sua nuova diocesi ma ha gioito anche, e molto, la Chiesa di Nola che lo ha generato come presbitero e che il giorno della sua ordinazione ha riempito la Cattedrale per far sentire a monsignor Giuliano tutto il suo affetto. E alla Chiesa di Nola, Giuliano ha voluto ripetere delle parole speciali «le parole di Sandra (D’Alessandro, ndr), sorella e figlia che il Signore mi donò e ancora mi dona nella comunione dei Santi. All’indomani della sua consacrazione verginale al servizio di questa Chiesa ella volle scrivermi tra l’altro queste parole: “C’è chi si lamenta continuamente della nostra Chiesa: a volte, indubbiamente, il lavoro è pesante e difficile. Eppure,

niente dà più gioia che amarla e servirla come una madre”. Anch’io, e chiedo scusa, non sempre mi sono sottratto alla sterilità della lamentela. Ma alla santa Chiesa di Nola desidero solennemente ripetere la dichiarazione d’amore di chi ha ricevuto, tramite essa, innumerevoli doni, a cominciare da quello inestimabile della fede. Sii dunque benedetta, Chiesa di Nola! E mentre ti rivolgo il mio saluto e, ancora, ti dico il mio amore, mi permetto di ricordati la bellezza e la grandezza della tua storia e la consistenza entusiasmante della tua realtà». Mentre queste parole risuonavano in Cattedrale, l’emozione era palpabile: c’era la consapevolezza che non si sarebbe più goduto quotidianamente della compagnia di «don Peppino», ma c’era la certezza che una Chiesa sorella avrebbe goduto della sua paternità. E a

questa Chiesa Giuliano si è rivolto al termine del suo intervento:«Un parola, infine, alla Chiesa che è in Lucera– Troia. Voglio che tu sappia, Chiesa santa a amata, che ormai occupi il primo posto nei miei pensieri e che stai prendendo il primo posto nel mio cuore. Il Signore mi consegna a te: lui sia benedetto, lui ti benedica attraverso il mio sguardo e le mie povere mani. Sia lui il centro insostituibile della nostra vita, sia lui il centro vivificante del nostro amore. Già vedo in te la presenza dello Sposo che ti vuole bella e splendente dei suoi doni di grazia, per la comunione che affascina, attrae e conquista. Già scorgo in te lo Spirito del Risorto che dinamizza il tuo passo lungo e le strade missionarie del Vangelo. Già intravedo in te il Dio delle sorprese che crea un inedito futuro di bontà e di pace». Mariangela Parisi

Un concorso per giovani talenti

Ufficio scolastico regionale per la L ’ Campania, l’Ufficio scuola della diocesi di Nola, l’assessorato all’Istruzione del Comune di Nola e la Cooperativa sociale “Irene’95” di Marigliano, nell’ambito del «V Festival dei diritti dei ragazzi», promuovono il «Primo premio artistico–letterario Festival dei diritti dei ragazzi». Il concorso è regionale. Le Scuole di ogni ordine e grado potranno partecipare inviando la scheda di adesione entro il 25 febbraio 2017. I lavori in concorso dovranno pervenire entro il 7 aprile 2017. Il presidente della Commissione esaminatrice è il professor Gaetano Manfredi, Rettore magnifico dell’Università “Federico” di Napoli. La premiazione si terrà il giorno 8 maggio a Nola alla presenza del direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania, del rettore magnifico dell’Università “Federico” di Napoli, del sindaco di Nola, Geremia Biancardi e del Vescovo di Nola, Francesco Marino. Il regolamento e la scheda di partecipazione sono disponibili sul sito della diocesi diocesinola.it

Prima dell’ingresso in Cattedrale, il nuovo Pastore ha incontrato i giovani nella Chiesa del Gesù

Il vescovo Marino: «Ragazzi, siate audaci»

L’ingresso del vescovo Marino alla Chiesa del Gesù dove ha incontrato i giovani

DI MARIANGELA PARISI

I

primi volti incontrati sono stati quelli dei giovani. Ha voluto così il vescovo Marino, esprimendo lo stesso desiderio di monsignor Depalma quando nel 1999 fece l’ingresso in città. E loro, i giovani, non si sono sottratti. C’erano, ed erano in tanti alla Chiesa del Gesù, e hanno accolto il vescovo Francesco con canti e balli ma soprattutto con abbracci. Erano emozionati, ed era emozionato il vescovo. Lo hanno ringraziato e gli hanno chiesto di accompagnarli nel cammino: «Abbiamo bisogno – hanno scritto – di una Chiesa che ci inciti a dare il meglio e a formarci come cristiani e cittadini. Abbiamo bisogno di un pastore che ci spinge verso la missione e a non cedere alla tentazione della mediocrità. Abbiamo bisogno di

il miracolo

sacerdoti e laici adulti che siano testimoni nei fatti, e non a chiacchiere. Allo stesso tempo, umilmente, sappiamo che il vescovo ha bisogno di noi giovani per disegnare una Chiesa radicata nel Signore e allo stesso tempo fresca, aperta, nuova nei linguaggi e nello stile. Noi ci siamo». E non erano soli, come hanno spiegato: «Siamo qui, soprattutto, portando nel cuore tutti i giovani delle nostre città, nessuno escluso. Quando si parla di giovani, padre, non esiste un “noi” e un “loro”. Non esiste una distanza aristocratica tra chi sta facendo un cammino e chi invece ancora sente lontano Dio e la Chiesa. Abbiamo la stessa paura del futuro, la stessa sete di lavoro, le stesse difficoltà nelle amicizie e nell’amore, le stesse fatiche nel comprendere il senso dello studio e dell’impegno personale in

alla città

Un segno benaugurante ubito dopo l’ingresso solenne nella cattedrale di Nola, S monsignor Marino ha sostato in preghiera nella Cappella del SS. Sacramento e presso le tombe dei Santi Felice e Paolino. Durante la visita alla tomba di San Felice, nella Cripta, il canonico tesoriere, don angelo Masullo, ha aperto il reliquiario della Manna e con grande gioia ha annunciato al nuovo vescovo la presenza di gocce del sacro liquido nel canaletto. Il vescovo, visibilmente commosso, ha osservato il canaletto segnandosi con la manna la fronte. Era dall’8 dicembre 2013 che non si verificava il miracolo di San Felice. Dalle cronache risulta che anche nel 1798, in occasione dell’ingresso del vescovo Vincenzo Monforte, fu trovata abbondante manna. Gennaro Morisco

una società che dà poche opportunità. Abbiamo anche gli stessi sogni: il sogno di una vita autentica, di progetti solidi, il sogno di costruire una famiglia. Ma soprattutto abbiamo tutti un cuore, cioè il desiderio di essere felici!». Il vescovo raggiante per tanta gioia li ha inviati a leggere l’ultima lettera che papa Francesco ha rivolto ai giovani «e faccio mio – ha aggiunto – e vi affido il Suo messaggio: “Abbiate il coraggio dell’audacia”. Abbiate il coraggio dell’audacia, il Signore non viene a togliere ma a donare. Abbiate il coraggio di essere “sale e luce”, di testimoniare che seguite il Signore che si è fatto servo mite e forte, Agnello che spazza via le brutture del mondo e non voltate le spalle a chi solo vi dice la verità sulla vostra vita e può dare risposte vere alle vostre legittime aspirazioni».

A destra, la visita di monsignor Marino alla Cripta di S. Felice vescovo Sotto, il saluto del sindaco di Nola, Geremia Biancardi

«La priorità è pensare e agire insieme»

engo come vescovo con voi e per voi. Sento di venire, infatti, come amico e per essere amico, come un nuovo cittadino di questa comunità che si impegna ad essere leale sempre e fedele ai doveri che accomunano quanti vogliono costruire una società di libertà e di pace». Con queste parole si è presentato monsignor Marino alla città di Nola, alla città cuore della diocesi perchè sede della cattedra che fu dei santi patroni Felice e Paolino. Un saluto che è anche un messaggio di speranza, forte, per una terra

«V

complessa: «Il vescovo – ha infatti aggiunto – viene a dire la gioia della “buona notizia” e collabora per la promozione dell’uomo e della comunità con lo stile di Gesù, con il dialogo, la ricerca sincera della verità e la mite testimonianza della parola che cerca il bene di tutti. So che la chiesa di Nola abita e vuole abitare questa storia così. D’altronde la storia della Chiesa di Nola si intreccia profondamente con la storia delle comunità civili. Il recente Sinodo diocesano si è concluso con un messaggio, “Abbiamo imparato ad amare di più”, che dice il sentimento di

simpatia e accoglienza che la Chiesa nutre verso ogni creatura che abita questa terra». Fin da subito ha spronato a tradurre la sinodalità recentemente sperimentata in «volontà di pensare insieme e poi agire insieme. Le nostre comunità del Meridione – ha detto – hanno bisogno di innanzitutto di questo: unire le forze, non agire con atteggiamenti particolaristici di fronte a questioni che superano abbondantemente la forza dei singoli. Se il male, quasi per definizione, è sempre organizzato, nostro compito prioritario è organizzare il bene».

L’omelia. «Corresponsabili della storia della salvezza» F L’incontro con il presbiterio nolano, prima dell’inizio della celebrazione eucaristica, nella Chiesa dei Ss. Apostoli

«Quello che Cristo è – ha detto Marino – noi siamo chiamati a essere; lo ricordo innanzitutto a me stesso»

orte è stato l’invito del vescovo responsabilità più grandi. In quel Servo Marino, durante l’omelia, a lascirsi chiamato al dono di sé possiamo vedere guidare nel cammino dalla Parola del rispecchiato, nella sequela di Gesù, il Signore: «Oggi essa ci consegna una verità nostro futuro cammino ecclesiale di fede, fondamentale per il nostro cammino del vescovo e del suo popolo, nel quale cristiano: nella sequela di Gesù, vero noi tutti, come Gesù, siamo chiamati a Agnello e Servo di Dio, anche noi siamo diventare luce per le nazioni e strumenti chiamati a donare la nostra vita per della salvezza di Dio. In Cristo “luce delle amore. La vocazione, genti” anche la nostra qualunque essa sia, non chiesa e ciascun cristiano va dunque intesa come un Testo integrale sul sito scopre la sua vocazione ad Riportiamo alcuni passaggi essere “luce del mondo”. di più, un’aggiunta alla dell’omelia di monsignor Ma- Professiamo dunque della nostra vita, ma è la nostra rino durante la celebrazione nostra fede in Lui che è stessa identità; nessuno di ingresso in diocesi. davanti a Dio è privo di luce. Gesù è il Signore, il nome, di una chiamata, ed Il testo integrale, così come il Figlio di Dio, credere in Lui anche quando passassimo messaggio di saluto alla città è via della salvezza e di Nola, può essere letto e santità. Alla sua sequela per l’esperienza della delusione e della crisi, egli scaricato dal sito diocesano: entreremo per sempre nel diocesinola.it apre orizzonti nuovi, Regno di Dio. Questa fede, verso mete inattese e carissimi, è coinvolgente,

perché quello che Cristo è, noi siamo chiamati ad essere; lo ricordo innanzitutto a me stesso, pastore e maestro e, per prima cosa, testimone. A voi popolo di Dio chiederò sempre la preghiera per le mie coerenze nella fede. Il Vangelo di oggi mi chiama ad andare oltre le mete già raggiunte. Io che sono stato insediato Vescovo, che sono salito sulla cattedra di Felice e Paolino, che ho responsabilità di guida nei confronti di ciascuno di voi, della vostra vita di carità, di preghiera, di trasmissione del Vangelo, io che dovrò riconoscere i doni di Dio per la nostra Chiesa, mi sento richiamato dall’Agnello di Dio e Servo del Signore non a primeggiare secondo le logiche del mondo, ma secondo quelle del servizio, dell’umiltà, dell’abbassamento. Quelle vissute da Gesù e comunicate alla Chiesa dal suo Spirito».

Nella sequela di Gesù, vero Agnello e Servo di Dio, anche noi siamo chiamati a donare la vita per amore. La vocazione, qualunque essa sia, è la nostra stessa identità. Nessuno davanti a Dio è privo di nome


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Domenica 22 gennaio 2017

Società

Boscoreale, pasti più cari a scuola DI VINCENZO NAPPO

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er i genitori dei bambini che frequentano le scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado nel comune di Boscoreale, il nuovo anno non si è aperto nel migliore dei modi. Dopo lo slittamento della data d’inizio del servizio mensa dal primo al 12 dicembre, ora devono infati fare i conti con l’aumento dei costi deciso a fine 2016 dal consiglio comunale, in seguito all’approvazione del riequilibrio di bilancio. Il sindaco di Boscoreale, Giuseppe Balzano, ha spiegato nel dettaglio le ragioni di questo nuovo provvedimento: «Va premesso che lo scorso 31 maggio è scaduto il vecchio appalto relativo al periodo settembre 2013/maggio 2016 con prezzi, quindi, offerti in sede di partecipazione alla gara pluriennale

riferiti all’anno 2013. In sede di programmazione della nuova gara pluriennale per gli anni scolastici 2016/17, 2017/18 e 2018/19, di recente aggiudicata dalla stazione unica appaltante, non solo si è dovuto tenere conto degli aumenti complessivi determinatisi in questo triennio, ma si è stabilito, d’intesa con il Servizio Igiene e Nutrizione Alimenti dell’Asl NA3sud, di ampliare il servizio introducendo la merenda di metà mattinata. Tutto ciò, rispetto al precedente appalto – ha aggiunto Balzano –, ha comportato un aumento del costo del pasto finale di 0,92 per scuola infanzia, 0,94 per scuola primaria, 0,95 per scuola media. Attualmente il comune per un pasto scuola infanzia spende 4,19 (prima era 3,27), scuola primaria 4,30 (prima era 3,36), scuola media 4,40 (prima era 3,45)”. A subire i

Sì alla modifica dello statuto, che consentirà alla società di emettere gli strumenti finanziari. Ok anche al bilancio

maggiori disagi saranno però le tasche dei cittadini, e nella guerra dei numeri sugli effettivi rincari di cui dovranno farsi carico i genitori nel 2017, il primo cittadino ha precisato: zLa compartecipazione degli utenti al costo del servizio viene determinata per fasce reddituali, graduate tenendo conto del reddito del nucleo familiare dell’alunno, con consistenti sconti dal secondo figlio in poi. In fase di determinazione delle percentuali di compartecipazione al costo del pasto, si è operato un leggero aumento percentuale rispetto al precedente anno, dovuto all’esigenza di far fronte alla nota difficoltà di bilancio che ci ha portato a deliberare la procedura di predissesto finanziario. Tuttavia – ha concluso Balzano – l’aumento percentuale è stato contenuto tra il 12,60% della prima fascia e il 18,71% per la quinta fascia».

La legge Gadda promossa da «La Città che Vale» DI ANDREA FIORENTINO

er evitare gli sprechi bisoP gna cambiare atteggiamenti e tecnologie lungo l’in-

Il sindaco di Boscoreale, Giuseppe Balzano

tera catena di produzione, distribuzione, consumo, con un diverso approccio e un impegno costante. Un aiuto all’inversione di marcia può essere la legge 166/2016 o «Legge Gadda», dal nome della deputata varesina Maria Chiara Gadda, approvata il 2 agosto scorso, recante «disposizioni concernenti la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi». Ne è convinta l’associazione pomiglianese «La città

che vale» che lunedì scorso ha organizzato un incontro pubblico sul testo, al quale ha preso parte anche la senatrice Gadda. È intervenuto anche il vice–direttore della Caritas diocesana, Raffaele Cerciello:«Accolgo – ha detto – con grosso entusiasmo l’invito della legge. Il leitmotiv sarà un patto di corresponsabilità, e noi come Caritas cercheremo, attraverso la partecipazione tra gli enti, un dialogo e una sinergica unione a lungo termine». Intanto «La città che vale» ha presentato al consiglio comunale una mozione per la creazione di un tavolo di coordinamento finalizzato all’attuazione, sul territorio, della legge in questione.

2015, chiuso con una perdita di 144,9 milioni, frutto delle svalutazioni dei capannoni e dei crediti dei soci morosi

Cis, prove di rinascita commercio. L’assemblea vara il piano di rilancio Intanto si indaga sul fallimento di trenta aziende DI ANTONIO AVERAIMO

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vendita o riaffitto e la ristrutturazione di un’altra parte già re– impossessata. Il tutto allo scopo di «favorire l’accorpamento delle unità immobiliari vuote in un’unica area per procedere infine alla parziale riqualificazione dell’area disponibile “vuota” da 100mila metri quadrati finalizzata alla ri–locazione». Per quanto riguarda i 339,5 milioni di euro a cui ammonta il debito dell’Interporto

a più di trent’anni la cittadella del commercio all’ingrosso – il Cis – nata da un’idea del commerciante napoletano Gianni Punzo. Poi hanno visto la luce l’Interporto Campano e il centro commerciale “Vulcano Buono”. Tutti e tre danno vita al Distretto di Nola. Numeri importanti, circa mille aziende operanti all’interno. Una realtà solida nel panorama commerciale del Meridione, che però da anni vive una profonda crisi debitoria. A fine 2015 il debito maturato dal solo Cis nei confronti degli istituti di credito ammontava a 272 milioni di euro, a 339,5 milioni quello di Il progetto prevede Interporto Campano. Ma di rientrare in possesso c’è un piano per uscire dalla crisi, un piano di una parte significativa concordato proprio con dei locali occupati da le banche. Che a fine dicembre ha superato imprese chiuse e la l’ostacolo più grande: il ristrutturazione di un’altra via libera dell’assemblea dei soci del Cis, oltre a parte già a disposizione incassare l’omologa del Tribunale di Nola. La Campano, partecipato al ristrutturazione poggia su un piano 62% da Cisfi e per il industriale di rilancio, prevede il 22% da azionisti (e riscadenzamento di 124 milioni e creditori) come la trasformazione di 144 milioni in Unicredit, Banca Imi e strumenti partecipativi finanziari. Mps, verranno Le banche avranno inoltre diritto a “rischedulati” per 246,7 nominare due consiglieri e un milioni al 2034, mentre sindaco indipendenti. L’attuale 92,1 milioni saranno consiglio di amministrazione, trasformati in un presieduto da Punzo e guidato da convertendo a scadenza Sergio Iasi, resterà in carica fino al Il Cis di Nola 2035. L’ostacolo più termine dell’operazione. I soci grande era l’ok hanno dunque detto sì alla dell’assemblea dei soci, dicevamo. modifica dello statuto, che Già, perché la gestione di Gianni presidente del Cis gli contestano il consentirà alla società di emettere Punzo non sempre ha goduto mega finanziamento da 300 gli strumenti finanziari, e al dell’appoggio dei suoi sodali, anzi è milioni ottenuto dalle banche (che bilancio 2015, chiuso con una al centro di una vera e propria in cambio hanno ipotecato tutto il perdita di 144,9 milioni, frutto guerra intestina finita nel mirino Cis) a tasso variabile e il delle svalutazioni dei capannoni e della Procura di Nola e, dopo un ribaltamento sui soci (sotto forma dei crediti incagliati dei soci esposto di Confedercontribuenti, di di sub–mutuo a tasso fisso) del morosi. Ma cosa prevede il piano quella di Napoli. Nel mezzo c’è il pagamento di nuove (e pesanti) industriale di rilancio del Cis? Il fallimento di trenta aziende morose rate fino al 2020. Secondo l’accusa, “re–impossessamento” di una parte delCis. Ma di cosa viene accusato il dal 2011 le rate del sub–mutuo significativa dei locali occupati da patron Punzo? Gli oppositori del pagate dai soci non sarebbero state aziende fallite per successiva

Nunzia Petrosino, presidente dei Giovani imprenditori Campania

Per Confindustria il Sud cresce Petrosino:«L’ora della svolta» DI ANTONIO AVERAIMO

a crescita c’è ma è lenta. È quanL to emerge dall’ultimo «Check– up Mezzogiorno» di Confindustria e

più versate alle banche finanziatrici. Da qui il rifiuto dei soci a continuare a versare le ulteriori rate con la conseguente contro–accusa di morosità, che ha avviato il contestato iter procedurale conclusosi con i trenta fallimenti. Va avanti così, tra annunci e polemiche, il rilancio del Distretto di Nola, il sogno commerciale dell’area nolana.

Srm, centro di studi e ricerche sul Meridione, collegato al gruppo Intesa–Sanpaolo. Commentiamo gli ultimi dati dell’economia meridionale con Nunzia Petrosino, presidente dei Giovani imprenditori dell Campania. Presidente Petrosino, stando all’ultimo «Check–up», gli indicatori economici risultano positivi. Ma l’andamento della crescita risulta ancora lento. «Mi sembra importante sottolineare la vitalità dell’impresa meridionale che emerge da questi dati. Intanto è scongiurata la desertificazione, uno spauracchio paventato da molti agli inizi della crisi. Tuttavia non possiamo non registrare con la dovuta attenzione che la crescita resta ancora debole. Su ciò pesano non poco le carenze infrastrutturali in cui operano gli imprenditori al Sud, la politica deve ancora fare dei passi importanti in tal senso». Destò stupore il fatto che nel 2015 il Pil fatto registrare dalle regioni meridionali avesse superato quello delle regioni del Centro–Nord. Ma le previsioni per il 2016 e il 2017 potrebbero segnare un passo indietro in tal senso. Un segnale preoccupante? «Non credo, parliamo sempre di oscillazioni intorno allo zero virgola. Va scongiurata una inutile “lotta fra poveri” qui al Sud. Ciò che è veramente importante è sottolineare il trend positivo e lavorare a partire da questo». Cresce il numero delle imprese, 9mila aziende in più. A trainare questa crescita sono soprattutto le imprese e le start up giovanili. Può l’innovazione rappresentare sempre più nel futuro la nuova frontiera dell’impresa nel Meridione?

«Più che può, deve. Dobbiamo far nostra la lezione di altri stati europei come la Germania e la Francia, adattando questo modello alla nostra realtà specifica. L’innovazione deve essere l’elemento trainante a cui devono agganciarsi le imprese per essere veramente competitive all’interno di un mercato come quello attuale».Tuttavia cittadini e imprese registrano “solo parzialmente” questa crescita. «Purtroppo esiste un comprensibile clima di sfiducia che una ripresa così debole non può eliminare subito. Ma è decisivo accelerare questo processo di crescita, il che si traduce in una ripresa consistente dei consumi e degli investimenti. Non dimentichiamoci dell’alto tasso di disoccupazione che pesa non poco sulla percezione dello stato dell’economia da parte dei cittadini». Negli ultimi tempi il Mezzogiorno è tornato al centro dell’agenda politica. Si pensi ai patti per il Sud, alla stessa istituzione di un ministero ad hoc da parte del governo Gentiloni. Poi ci sono gli 85 miliardi di euro previsti nella programmazione di fondi strutturali 2014–2020. Con queste premesse è possibile la svolta attesa da anni? «Sicuramente va registrata una sensibilità maggiore rispetto al passato. Deve essere chiaro che non può esistere ripresa dell’Italia senza la ripresa del Mezzogiorno. E non occorrono politiche speciali, ma politiche serie condotte tenendo presente lo storico ritardo delle regioni meridionali rispetto a quelle delle del Nord. Ci sono le condizioni, ci sono i soldi. Ora spetta alla classe dirigente meridionale, alla politica e agli imprenditori, progettare, attuare i progetti messi in campo, monitorare. Importante è soprattutto la tempistica, non c’è tempo da perdere. La paralisi burocratica è sempre dietro l’angolo».

La piaga allagamenti tra il Vesuvio e il fiume Sarno DI ANTONIO AVERAIMO

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La vasca Fornillo

trade completamente allagate, file di auto costrette a procedere a rilento. Questa è la scena a cui ci si ritrova ad assistere puntualmente, all’apparire delle prime piogge, nei comuni compresi nel territorio tra il Vesuvio e il fiume Sarno. Una piaga con cui i cittadini convivono da anni, che ha cause ben conosciute: l’assenza di fogne, la cementificazione selvaggia. E poi c’è la Vasca Fornillo, periferia ai confini tra Terzigno e Poggiomarino, responsabile degli allagamenti nei comuni a valle. Una vera e propria bomba ecologica che accoglie rifiuti e fanghi di ogni sorta. Il 4 gennaio l’ha visitata il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, per dare ufficialmente il via ai lavori di bonifica condotti dalla Sma, società in house della Regione. Non si

tratta di una bonifica totale, per quella c’è ancora da aspettare. Al momento i lavori sono concentrati sulla rimozione dei rifiuti dalla zona circostante alla vasca e alla disostruzione delle griglie di scolo. «Occorrono altri venti milioni per bonificare questo territorio, li troveremo» ha detto De Luca nell’occasione. Ad ascoltarlo, vigili, i sindaci dei comuni interessati dalla questione allagamenti. Da qualche mese si sono uniti per dire finalmente basta all’annoso problema e trovare soluzioni adeguate. Il 26 ottobre scorso gli amministratori di Striano, Sarno, Nocera Inferiore, San Valentino Torio, San Giuseppe Vesuviano, San Marzano sul Sarno, Ottaviano, Terzigno, Scafati, Palma Campania e Poggiomarino si sono riuniti in un consiglio comunale congiunto per definire la road map da seguire. Da lì in poi si sono

susseguiti i tavoli tecnici con la Regione. Gli amministratori hanno individuato la soluzione del problema nella riapertura del Canale Conte di Sarno, costruito nel 1600 e chiuso all’inizio del Novecento. È qui che si gioca la partita. Ma dove trovare i soldi necessari? Dai 200 milioni di euro del Grande Progetto Sarno, suggeriscono i sindaci. Ma non è così semplice: si tratta di fondi europei, bisognerebbe rivedere il piano iniziale e convincere la burocrazia di Bruxelles. Il nodo delle coperture finanziarie, pertanto, resta ancora irrisolto. Intanto in Regione hanno chiara una cosa: occorre quanto prima dragare il fiume Sarno. Liberandolo dall’immondizia sedimentatasi negli anni, si garantirebbe respiro ai centri abitati e alle strade puntualmente sommersi a causa delle sue esondazioni.

La Vasca Fornillo Situata nell’omonima località alla periferia dei comuni di Terzigno e Poggiomarino, la Fornillo, è una vasca a tenuta che accoglie gli scarichi fognari di Terzigno, ma nell’invaso finiscono anche quelli non depurati dei comuni circostanti. Da anni è attesa una bonifica che liberi il bacino da liquami e fanghi. Secondo Legambiente, è anzitutto necessario completare le reti fognarie e i collettori per intercettare gli scarichi del territorio e avviarli al depuratore.


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Domenica 22 gennaio 2017

Un dormitorio per essere ospiti del Signore DI MARIA LUIGIA CERVONE

Gli chef a lavoro

A Brusciano festa patronale tinta di solidarietà Quattro giorni di arte, musica e ottima cucina a sostegno della costruzione di un riparo per i senzatetto

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inomati chef, ristoranti riconosciuti dalle migliori guide enogastronomiche, artisti virtuosi hanno sostenuto, collaborato e partecipato attivamente alla creazione e realizzazione delle quattro serate de «I Sapori di Casa. Da San Sebastiano a Sant’Antonio… insieme per il dormitorio» promosse dalla comunità interparrocchiale di Brusciano per la raccolta di fondi da destianre alla costruzione di un dormitorio che, come la mensa parrocchiale, già attiva da anni, sarà gestito insieme alla Caritas diocesana. La festa del santo patrono Sebastiano è stata l’occasione per dare il via al progetto che si spera di portare a termine per giugno. Il nuovo

vescovo di Nola, Francesco Marino, ha presieduto la celebrazione eucaristica di apertura del 17 gennaio e ha benedetto l’iniziativa:«Oggi abbiamo ricordato Sant’Antonio abate, che vendette i suoi beni e li distrubuì ai poveri: un principio valido per sempre perchè è un principio del Vangelo. Ringrazio le persone che hanno messo in piedi questa iniziativa, chi ha collaborato e ha messo a disposizione della comunità il proprio tempo, e l’amministrazione comunale di Brusciano che ha preso un impegno concreto nell’accompagnare, nel prossimo futuro, la chiesa nella realizzazione del dormitorio». Il progetto «Insieme per il dormitorio» nasce da un’idea del giovane parroco del paese, don Salvatore Purcaro, che ha così ringraziato tutti i volontari, i

collaboratori e i sostenitori dell’evento: «Aprire la casa è metafora di relazioni che si dischiudono ad un incontro con gli altri, e di conseguenza con l’Altro. Il Signore Gesù, attraverso i poveri, bussa alla porta del nostro cuore. Si tratta di sentirsi profondamente “ospiti”, nella duplice dimensione: “ospite è sia colui che dà, sia colui che riceve ospitalità. È questa la consapevolezza grande: se lasciamo entrare Gesù, Lui cenerà con noi e noi con Lui. Diventeremo familiari e commensali di Dio. Nella Carità come attraverso l’Eucarestia si realizzerà la comunione tra Dio e l’uomo. Aprire la porta, cioè permettere a Gesù di stare con noi dando un tetto, un pasto, una casa ai tanti bisognosi che bussano a tante porte chiuse con la doppia mandata della diffidenza,

dell’abbandono, del razzismo. E allora, semplicemente grazie, perché accostando le nostre mani a quelle di tutta la comunità di Brusciano, riusciremo ad abbassare il “maniglione antipanico” per fare entrare il Signore nella porta della nostra vita». Ad oggi la comunità è riuscita a raccogliere circa 20 mila euro che serviranno per dare il via alla ristrutturazione dell’edificio situato nei pressi della parrocchia Santa Maria delle Grazie di Brusciano. È lì, infatti, che sorgerà «La casa di Sant’Antonio», il dormitorio che accoglierà fino a venti persone: un ritrovo per chi necessiterà di un luogo dove ripararsi, mangiare un pasto caldo, un’àncora di salvezza per chi si ritrova a dormire per strada, anche durante i periodi più freddi dell’anno.

Shoah Per non dimenticare n vista della prossima Giornata della Memoria, l’Istituto ISuperiore di Scienze Religiose di Nola, in collaborazione con l’Ufficio Scuola diocesano, ha organizzato ‘La fede nonostante. Una riflessione sulla Shoa’, dialogo sull’Olocausto tra don Francesco Iannone, teologo, e il rabbino Vittorio Robiati Bendaud, che si terrà il 26 gennaio alle ore 18 presso la biblioteca ‘San Paolino’ del Seminario vescovile di Nola. Ancora Robbiati Bendaud, il giorno dopo, 27 gennaio, alle ore 9.30, presso il teatro “Umberto” di Nola, dialogherà sulla shoah con gli studenti delle Scuole Secondarie di I e II grado. L’evento è parte del percorso verso il V Festival dei diritti dei ragazzi (Nola, 4–9 maggio 2017).

L’Italia è al terzo posto nella classifica dei Paesi che scommettono di più. La Campania invece è seconda nella graduatoria delle regioni

Quelle vite divorate da azzardo e miseria Una sala giochi con slot e vlt

DI MARIANO MESSINESE

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ono le 8 del mattino e una signora anziana entra in un tabacchino del nolano. Si dirige alla macchina che mangia banconote e vomita gettoni tintinnanti e poi si sposta verso la slot. La donna è solo una dei 15 milioni di italiani che giocano e la sua pensione è una minuscola parte dei 95 miliardi di euro che sono ruotati attorno al sistema delle scommesse nell’ultimo anno. È un business enorme, pari a 20 volte quello di Las Vegas, l’oasi dell’azzardo nel deserto. Non è un caso se l’Italia è al terzo posto nella classifica dei paesi che giocano di più nel mondo e la Campania al secondo posto nella graduatoria delle regioni. In questo vortice di denaro, le slot e le vlt (video lottery terminal) fanno la parte del

leone: il 50% della spesa totale deriva dalle macchinette. Tutto legale? Sì, ma solo fino a un certo punto. In pratica questi soldi ingrassano le casse statali e hanno ridimensionato il fenomeno delle bische clandestine che resistono solo in qualche vecchio film di gangsters del secolo scorso. Ma non mancano gli effetti collaterali. Le mafie hanno fiutato il nuovo business e hanno aperto, anche con permessi regolari, dei centri scommesse (con tanto di slot) per utilizzarli come lavanderia del denaro sporco. In altri casi, come si legge nel dossier «Azzardopoli» dell’associazione antimafia Libera, gli strumenti sono anche alterati dalla malavita: si staccano le slot a norma per sostituirle con quelle taroccate e si clona il codice identificativo imposto dal Monopolio di stato (Aams). Così un server virtuale contraffatto invia le informazioni

il progetto

l’associazione La voce del presidio nolano di Libera ntonio D’Amore è uno dei volontari del presidio area A nolana dell’associazione Libera, che cerca di contrastare la proliferazione delle slot, promuovendo tavoli diconfronto e diffondendo dossier. Il numero dei giocatori in Italia è infatti aumentato vertiginosamente: «È in atto una rivoluzione culturale – spiega D’Amore – perchè una volta scommettere era tipico degli inglesi, ora degli italiani, compresi i minori. Si gioca un po’ a tutto, ma le slot sono particolarmente pericolose perchè davanti alle macchinette trascorri ore senza rendertene conto. E spendi tanti soldi». Nemmeno il territorio nolano fa eccezione:«La percezione – conclude D’Amore – è che le macchinette siano aumentate anche qui. Le slot sono anche in bar e tabacchi».

alla centrale operativa dell’Aams. Anche se la slot non è più in funzione. Gli “interventi” non finiscono qui: pure il tempo di risposta dei macchinari subisce modifiche. Per esempio l’attesa per l’esito della giocata può essere abbassata di diversi secondi. Con il tempo di una partita a norma di legge, giochi due volte. E l’equazione è semplice: più giochi e più spendi. Tutto questo ha un costo sociale notevole. Anche nel territorio nolano sono tanti gli scommettitori che si indebitano. E non si tratta solo di adulti, ma anche di minorenni. Non è difficile per questi ultimi aggirare la legge. In un controllo effettuato a dicembre dai carabinieri del comando di Nola, un esercizio era persino sprovvisto del cartello che vietava il gioco ai minori di 18 anni. Poca roba? No, soprattutto se l’illegalità diventa prassi.

Un centro d’ascolto per giocatori seriali

a piaga dell’azzardo dilaga anche nel territorio della diocesi. Al punto che Depalma, vescovo emerito di Nola, ha inviato due mesi fa una seconda lettera al quotidiano Il Mattino per lanciare l’ allarme: «La Chiesa ha a cuore la vita. Perciò non può tacere di fronte allo scempio causato dall’ossessione per il gioco d’azzardo. Famiglie rovinate. Anziani impoveriti. Giovani che sciupano la loro esistenza. Addirittura bambini e adolescenti in balia di pratiche e modelli completamente sbagliati». L’appello del vescovo è stato accolto da

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Caritas, Azione Cattolica e Pastorale Giovanile: si è pensato quindi ad un progetto volto a creare un centro di ascolto – con numeri fissi– che avrebbe dovuto smistare le chiamate di aiuto in 3 aree della diocesi (Saviano, Pomigliano d’Arco e Scafati). L’iniziativa, però, si è scontrata con un grosso problema: la dipendenza dal gioco d’azzardo viene spesso sottostimata dalle stesse vittime. In pratica, i giocatori seriali si accorgono troppo tardi della deriva e chiedono aiuto solo quando sono indebitati fino al collo. Spesso, poi, preferiscono

Polveri sottili, Legambiente chiede la Conferenza dei servizi Registrati livelli dieci volte superiori al consentito. Per l’Arpac i dati sono dipesi da condizioni meteo e problemi con alcune centraline DI VINCENZO NAPPO

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festeggiamenti per l’arrivo del nuovo anno hanno lasciato in eredità un bilancio molto pesante nel nolano quanto ad inquinamento atmosferico. Basta dare uno sguardo ai dati diffusi dall’Arpac, l’Agenzia regionale per la Protezione ambientale in Campania, sulla qualità dell’aria nel giorno di Capodanno. La centralina di San Vitaliano ha registrato

Sotto, Antonio D’Amore, volontario del presidio area nolana di Libera

un valore di PM10 pari a 392 ug/m.c., dieci volte il tetto medio giornaliero consentito dalla legge. Rispetto al primo gennaio 2016 si è avuto un aumento delle polveri sottili del 15%. Dati che hanno fatto scattare la denuncia delle associazioni ambientaliste presenti sul territorio, tra cui va segnalata quella di Legambiente Nola. L’Associazione ha sottolineato come «i dati forniti da Arpac sono incompleti perché per diversi giorni dell’anno sono ‘N V’, che significa non validati. Sulla questione, molto grave per la salute dei cittadini, chiediamo l’intervento delle istituzioni. Ci faremo promotori di far indire una Conferenza di Servizi sul tema, con l’auspicio che da essa possano venire fuori risultati utili, tesi a ridurre l’inquinamento in tutto il periodo dell’anno». Sui fattori che hanno portato al valore record registrato nel giorno di Capodanno Giuseppe Onorati, dirigente Arpac, ha spiegato: «Di sicuro le polveri

confondersi con i tanti che chiedono un sostegno al reddito (pagamento bollette, affitto di casa ecc) nei vari sportelli della Caritas. Anche per questo motivo il centro di ascolto ha ricevuto pochissime richieste di intervento e il progetto è ancora un cantiere aperto:«A breve riprenderemo gli incontri – spiega don Mariano Amato, il referente dell’iniziativa – per pubblicizzare i rischi di questa patologia nelle scuole e nelle parrocchie, perchè questa sfida si può vincere soprattutto con la prevenzione». (M. Mes.)

diffuse dai fuochi d’artificio hanno influito, ma lo sforamento avviene tutti gli anni. Probabilmente sul dato hanno pesato molto le condizioni meteorologiche, nella zona di Napoli la presenza di venti più forti ha favorito una maggiore dispersione delle sostanze inquinanti rispetto all’hinterland nolano. C’è anche da dire che l’area da Acerra a Nola presenta un livello di superficie più bassa, causando un dissolvimento più difficile delle polveri nell’atmosfera. In generale – ha aggiunto Onorati – registriamo valori più alti in tutto il periodo invernale rispetto al resto dell’anno, quando influisce soprattutto l’accensione degli impianti di riscaldamento. Confermo che purtroppo abbiamo avuto dei problemi con il funzionamento di alcune centraline, compresa quella di San Vitaliano, ecco perché alcuni parametri non compaiono. Non c’è dubbio – ha concluso il dirigente Arpac – sul fatto che i dati siano molto preoccupanti, anche se non superano quelli rilevati ogni giorno a Pechino, come ho sentito dire da più parti».

Quando le immagini si fanno memoria Presentato a Nola, lo scorso dicembre, presso la chiesa di S. Biagio, il libro fotografico curato da Luigi Fusco, intitolato “Associazioni cattoliche Giosuè Borsi e Santa Giovanna d’Arco dal 1940 al 1980”. Il volume ripercorre con quaranta scatti quattro decenni di vita delle associazioni legate alla comunità ecclesiale di San Biagio a Nola. Le immagini raccontano eventi e persone di una stagione straordinaria, nella quale le Associazioni hanno svolto un ruolo determinante nella formazione culturale, sociale e spirituale di intere generazioni. (A. Lan.)


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ietrich Bonhoeffer dal carcere, nel 1945, confessò al mondo: «La Chiesa è la Chiesa solo quando essa esiste per gli altri. . . non domina, ma aiuta e serve. Deve dire agli uomini di ogni tempo che cosa significhi vivere per Cristo, di esistere per gli altri ». È questo il solo modo per la Chiesa di essere attrattiva e questa proprietà si attiva solo quando i discepoli–missionari di Gesù agiscono, parlano, vivono e muoiono straordinariamente! Bisogna che quelli che sono stati chiamati alla sequela di Cristo vivano nel mondo con lo sguardo fisso allo straordinario delle cose ultime per vivere pienamente le penultime. Occorre

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Testimoni per la rete Domenico Iovino el 1996, il cardinale Carlo Maria Martini, in occasione del convegno «La Chiesa e i media», organizzato dalla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, propone un intervento sul rapporto tra la Chiesa e i media di alto contenuto profetico e in grado di far emergere la ricchezza che è depositata nella Sacra Scrittura e l’attualità di riflessioni che ancora oggi non sono approdate a risposte solide. Il cardinale si sofferma su tre icone bibliche. La prima è legata all’esperienza del profeta Giona, inviato come messaggero a Ninive. Marini si ferma a disegnare il momento in cui il profeta sta per essere gettato in mare durante la tempesta. Il primo contatto del profeta è con le onde in movimento: una realtà oscura e indefinibile, troppo grande perché il profeta possa governarla. È proprio in questa situazione che vede avvicinarsi il grande pesce. Esausto e privo di speranze non sa se è preferibile morire sommersi o essere inghiottiti dal pesce. Secondo Martini l’icona

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Commenti che essi testimonino i valori del Regno dei cieli rimanendo incarnati qui, in questa terra che Dio ama. È la testimonianza viva della sequela del Cristo che rende il Regno di Dio attrattivo, che lo fa desiderabile a tutti, anche ai peccatori. Ci ho messo parecchio tempo a comprendere questo costituente della Chiesa. Nel 1989 fui inviato a Shanghai per camminare insieme a un popolo che voleva lasciare un mondo di slogan e di violenza per entrare nella libertà, un sogno schiacciato dai carri armati del governo cinese il 4 giugno nella piazza di Tiananmen. Provavo a capire cosa volesse il Signore da me, cosa fare in quella città che stavano tra-

Il dono della missione Ciro Biondi sformando nella capitale imperiale dell’economia cinese, in che modo potevo essere «missionario» tra quindici milioni di persone di cui non conoscevo nulla. Frequentavo l’università di Tongji per imparare la lingua cinese. Il direttore del corso, vedendo i miei scarsi progressi, mi assegnò un’insegnante per aiutarmi nello sforzo. Lei arrivava ogni giorno nella mia stanza, apriva il libro e cercava in ogni modo di modellare la mia pronuncia sui quattro toni del Man-

Il sorriso può raccontare il segreto della gioia darino. Avevamo paura l’uno dell’altra. Lei era impaurita dal «diavolo» straniero, io la temevo perché poteva scoprire il mio «segreto», il mio essere «missionario», non solo un ottuso e troppo maturo studente. Capii che non potevamo continuare a vivere in quella situazione, non potevo nascondere le mie scelte, anche lei aveva diritto di conoscere la via della gioia in un mondo governato dall’orrore dell’oppressione e della violenza. Cominciai a prepararle ogni

giorno il tè, a volte qualche biscottino, le facevo trovare tutto pronto per la lezione, a sorriderle ogni volta che mi correggeva, a dire «dui bu qi» (mi dispiace) quando commettevo errori che la facevano sghignazzare. Andammo avanti per due anni, lei sempre più tenace nell’insegnamento ed io sempre più impegnato nel sorriso. Nel giugno del 1991 la polizia cinese mi arrestò, la mia insegnante era presente. Prima di lasciare la stanza lei si avvicinò, e sfi-

dando le guardie che mi stavano portando via, mi disse: «Quando tutto questo sarà finito ti aspetto al mio villaggio, mi devi raccontare il segreto della tua gioia, in che cosa credi». La signorina Ma–sin, così si chiamava, sta ancora aspettando il mio ritorno. Le autorità cinesi non mi hanno più dato la possibilità di entrare in Cina, di andare a quel villaggio di montagna per raccontare la mia fede, dire la gioia che mi ha conquistato quando ho saputo che Dio mi amava, che mi aveva posto al centro della sua vita, che aveva unito il suo futuro al mio nella persona del Figlio suo nonostante la mia pochezza e il mio peccato. Quando papa

Il cardinal Martini, Giona e i media mostra la complessità e la molteplicità dei sentimenti che prova ogni credente, incluso un vescovo, rispetto al mare burrascoso di quello che non si sa se chiamare «mondo globale della comunicazion», «mentalità corrente» o addirittura «cultura». Non si può uscire da questo mare, commenta il cardinale, non lo puoi placare con la tua volontà, ma si deve navigare in esso cercando di capirlo il meglio possibile per non essere esposti a tutti i colpi di vento, alla mutevolezze delle correnti e a tutte le furie della tempeste di opinioni. La domanda di Martini è molto semplice: si può comprendere questo mare in un sistema esplicativo che lo renda meno caotico e meno incerto? Nel mare c’è il grosso pesce che sembra muoversi nella tempesta come uno che la conosce dal di dentro. Martini assimila il grosso pesce ai mass media che navigano il mare delle opinioni pubbliche che sono al tempo stesso creatori di opinioni e ricettori di tutti i movimenti del mare. Alle metafore del mare e

del pesce si aggiunge la figura che sta più a cuore al cardinale: Giona. Un profeta che si sente molto più piccolo del messaggio che deve comunicare, e per questo scappa lontano da Ninive. Martini, come vescovo, chiede di riuscire a capire in che modo un credente può essere messaggero stando nel mare e trovandosi di fronte al grande pesce. Giona incontra nel mare paradossalmente proprio le difficoltà a cui voleva sfuggire: evitare il mare dell’opinione pubblica forte e minacciosa di Ninive; impara che un messaggero non può sfuggire nel suo servizio al mare periglioso dell’opinione pubblica e alle forze dei mostri della comunicazione. Egli sperimenta che la debolezza e la paura di fronte a tali realtà sono la sua forza, perché chi lo manda gli è vicino così come gli sarà vicino nel mare tempestoso della grande Ninive. Martini si pone quindi una domanda: fino a che punto il messaggio può rischiare questi confronti senza il rischio di essere distorto?

Francesco ha detto: «annunciare il Vangelo con mitezza e fermezza, senza arroganza o imposizione, è lo stile missionario dei discepoli di Cristo», mi sono ricordato della dolce Ma–sin, di quella donna che voleva conoscere il segreto della mia gioia, da dove sorgeva la forza che mi aveva portata alla sua terra e perché mi affannavo ad imparare una lingua che mi faceva impazzire; non seppe mai che volevo imparare per raccontarle da bella notizia di Gesù. Il missionario con la sua notizia gioiosa deve svegliare il mondo dalla narcosi del piacere, del successo e del potere, deve svegliare in tutti la nostalgia di Dio per farli essere se stessi.

Gli anni belli Nicola De Sena e Umberto Guerriero

Saldi, consumo dunque sono: ma la vita è altro nno nuovo, vita nuova? Forse, ma ci sono abitudini che sembrano scandire in maniera inesorabile ogni tempo della nostra vita. Tra queste, nell’epoca del consumismo esasperato, non potevano mancare anche quest’anno i saldi invernali. Annunciati al tg, pubblicizzati in ogni dove, ricordati a chiunque attraverso sms e mail, sembra che nessuno possa sfuggire alla necessità di dover acquistare qualcosa. E sono soprattutto i giovani a vivere con più fermento, a volte con una vera e propria ansia, questa corsa agli acquisti. Di fronte a tale spettacolo torna alla mente la provocazione di una fotografa statunitense, Barbara Kruger, che collaborando con un’agenzia pubblicitaria inglese alla campagna promozionale dei saldi di una delle catene di abbigliamento più importanti del Regno Unito, decise di condensare il messaggio del suo lavoro in alcune frasi provocatorie. Tra queste, all’interno e all’esterno dei negozi e nelle stazioni della metropolitana di Londra, ne risaltava una, solenne quanto irriverente allo stesso tempo: «Compro dunque sono» Il messaggio fa palesemente riferimento alla celebre frase di Cartesio: «Penso, dunque sono». Proprio la volontà dell’artista di richiamare uno dei più celebri momenti dello sviluppo del pensiero umano, attingendo al patrimonio della riflessione filosofica occidentale, rende ancora più stridente il mutamento radicale del suo significato. La vena sarcastica e dissacrante che accompagna questo lavoro non toglie però ad un osservatore più attento la pervasiva percezione di un forte amaro in bocca. Il consumismo in effetti non soltanto non ci chiede di pensare, ma troppo spesso ci chiede esplicitamente di non pensare. L’unico imperativo categorico è quello di acquistare in maniera compulsiva e per nulla riflessa. La pubblicità è l’anima del commercio, lo sappiamo, e ci presenta situazioni in cui un oggetto è capace di donarci qualcosa che fino a quel momento ci mancava: sicurezza, autorevolezza, riconoscimento, affetto, affermazione sociale...Alcune volte ci fa addirittura percepire come irrinunciabili cose che non sapevamo neanche di desiderare. Insomma, siamo tartassati dall’idea che siano le cose che possediamo a farci «essere». Una tentazione ancora più subdola e pericolosa per chi, come le nuove generazioni, vive un tempo della propria vita in cui si è chiamati non soltanto a decidere ma, più radicalmente, a decidersi, cioè a riconoscere significati, a trovare un senso, a scegliere chi si vuole essere. C’è davvero il rischio per noi giovani di non essere o di non sentirci nulla più di ciò che possediamo? A guardare la vita di alcuni di noi oggi sembra che questa preoccupazione dai toni melodrammatici non sia poi così infondata. Con ogni probabilità, Gesù ci chiederebbe «E quello che hai preparato, di chi sarà?»(Lc 12,20). In effetti, il consumo sembra erodere dal di dentro la vita della persona. Oggi poi non è necessario neanche fingere imbarazzo, né mostrare pudore, anzi è più che legittimo ostentare quanto si possiede. C’è bisogno allora di recuperare un minimo di senso critico anche di fronte alla dittatura dei consumi. Ancora meglio, bisogna che i giovani siano educati e si educhino a questo senso critico. Appare interessante a tal proposito la riflessione di José Pepe Mujica, ex presidente dell’Uruguay, diventato celebre per il suo stile di vita contrassegnato da sobrietà e solidarietà. Parlando del consumismo egli afferma: «Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui. E viviamo comprando e buttando». Ancora più stimolante è quanto segue: «Quello che stiamo sprecando è tempo di vita, perché quando io compro qualcosa non lo faccio con il denaro ma con il tempo di vita che ho dovuto utilizzare per guadagnare quel denaro. L’unica cosa che non si può comprare è la vita. La vita si consuma. Ed è da miserabili consumare la vita per perdere la libertà».

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Il maresciallo maggiore della Guardia di Finanza Luigi Cortile, medaglia d’oro al merito civile

Il sale della terra Alfonso Lanzieri e Mariangela Parisi

In difesa dei perseguitati fino all’offerta di sé uigi Cortile nasce a Nola (Na) l’8 aprile1898 da Pasquale e da Stella Tuccillo. A soli 19 anni si arruola nella Regia Guardia di Finanza: è il 21 febbraio 1917, piena prima guerra mondiale. Luigi vi prende attivamente parte dal 1° ottobre, mobilitato con l’XI battaglione, che opera nei Balcani. Al termine del conflitto è ammesso alla Scuola Sottufficiali di Caserta dalla quale esce con il grado di sottobrigadiere il 10 settembre 1919. Per il servizio di prima nomina è assegnato presso la Legione di Genova Cortile ed è addetto ai servizi di volante fino al 1923, anno in cui viene trasferito nella Polizia Tributaria investigativa. Per le sua competenza e bravura, la carriera di Luigi è rapida e in continua ascesa tanto che all’inizio del dicembre del 1930, promosso al grado di maresciallo capo, viene trasferito alla Legione di Milano ed assegnato al locale Nucleo di Polizia Tributaria. Addetto al Servizio Sedentario dal 1° giugno 1935, da maresciallo viene nominato Comandante della Brigata di frontiera e “Reggente” della Dogana di confine di Clivio. Dopo solo un anno giunge una nuova, ennesima, promozione: maresciallo maggiore. A turbare la serenità di quel folgorante percorso, però, arriva purtroppo la seconda guerra mondiale: tutti i familiari desiderano che Luigi abbandoni il servizio in Lombardia e torni nella più sicura Piazzolla, località nei pressi di Nola dove erano le sue origini, perché avevano timore dei pericoli della guerra: la campagna nolana non è toccata dal vivo dei combattimenti. Ma Cortile non viene meno al suo dovere di soldato e di uomo. In seguito all’occupazione tedesca della provincia di Varese, il maresciallo entra a far parte dell’organizzazione umanitaria promossa Don Gilberto Pozzi, parroco della vicina cittadina di Clivio, particolarmente attiva in favore dei profughi ebrei e dei perseguitati. Il giovane maresciallo è parte di una schiera di sottufficiali e finanzieri che, nel rendere grandi servigi al Movimento di Liberazione Nazionale, si prodiga con tutte le proprie forze, offrendo disinteressatamente aiuti umanitari nei riguardi di migliaia di cittadini, ebrei e specialmente bambini, da lui tanto amati, per farli passare clandestinamente in Svizzera e sfuggire così alla caccia dei nazifascisti. Per questa sua attività, l’11 agosto 1944, Luigi è arrestato dai tedeschi e così comincia il suo personale calvario. Inizialmente tradotto nel carcere di Varese, Cortile viene poi trasferito a San Vittore, a Milano. Il 17 ottobre dello stesso anno cambia ancora prigione: questa volta è spostato al campo di concentramento di Bolzano da dove poi parte per Mauthausen il 20 novembre successivo: non farà mai più ritorno a casa.Per questo grande esempio di dedizione alla giustizia, alla memoria dell’eroico maresciallo è stata concessa, con Decreto del Presidente della Repubblica in data 16 giugno 2006, la Medaglia d’Oro al Merito Civile con la seguente motivazione: «Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale si prodigava, con eccezionale coraggio ed encomiabile abnegazione, in favore dei profughi ebrei e dei perseguitati politici, aiutandoli ad espatriare clandestinamente nella vicina Svizzera. Arrestato dai nazifascisti veniva infine trasferito in Austria, perdendo la vita in un campo di concentramento. Mirabile esempio di altissima dignità morale e di generoso spirito di sacrificio ed umana solidarietà».

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Raffaele Grimaldi, alfiere dei neopianisti filosofi Il compositore di Siano si conferma tra i principali esponenti di un’avanguardia musicale internazionale DI ANDREA FIORENTINO

iù che un disco, «An image of etenity» è P la trasposizione di un sogno quasi ventennale, un autentico miracolo sonoro del compositore Raffaele Grimaldi. Originario di Siano (Sa), classe 1980 e cresciuto in Svizzera dove ha intrapreso gli studi musicali, Grimaldi si è successivamente diplomato in pianoforte e composizione presso il conservatorio “Giuseppe Martucci” di Salerno, perfezionandosi poi all’Accademia Nazionale “Santa Cecilia” di Roma e l’Ircam di Parigi con il massimo dei voti. Vincitore e segnalato da molti concorsi nazionali ed internazionali di pianoforte e composizione, coltiva da sempre

con particolare interesse anche le arti della pittura, della poesia e della filosofia. Il suo è stato un percorso che ha fatto della sperimentazione e della ricerca incessante il superamento dei confini dei generi apparentemente estranei alla sua formazione accademica. Un trionfo sinergico di emozioni eterogenee, determinato da due caratteristiche all’apparenza agli antipodi: alla “vecchia” staticità legata ad una visione immobilistica dell’Essere, Grimaldi ha associato un dinamismo musicale che si basa sulla ricerca dell’avanguardia. L’ultimo lavoro potrebbe far breccia proprio a questo filone di ascoltatori. Registrato negli Studios de Meudon di Parigi per l’etichetta indipendente Blue Spiral Records, «An image of eternity» è stato concepito in 15 tracce, composte tra il 1999 e il 2015, in modo trasversale: i modelli di varia provenienza, sia culturale che geografica e – soprattutto – di genere, hanno permesso al suo modo di pensare la musica di evolversi verso spazi espressivi differenti.

Sembrano percorrere il pensiero illuminato degli studi del musicologo Theodor Adorno e la polifonica dedizione dell’austriaco Arnold Schönberg; influenzato indubbiamente (e benevolmente) da Ligeti, Stravinski e Grisey, senza disdegnare altre oasi musicali come Radiohead, Beatles, Keith Jarret, Pink Floyd, Led Zeppelin e Frank Zappa. E poi la poeticità descrittiva degli scrittori avanguardisti e dalla sorprendente capacità di artisti visivi, come fotografi o video artisti, di vedere forme in sintonia con luce e ombra. Senza dimenticare un approccio accademico allo spartito, immaginando quanto messo su carta come la trasposizione su un pentagramma della filosofia tanto cara al compositore campano. «Mi piace pensare alla musica come qualcosa di eterno – spiega Grimaldi –. La storia di questo album inizia molto tempo fa, quando avevo poco più di 18 anni: ho voluto immaginare una raccolta che comprendesse brani che, con tutte le loro debolezze, raccontassero frammenti della mia vita. Un

viaggio spazio–temporale in cui ho messo a nudo me e le mie fragilità, che vogliono proiettare l’ascoltatore in una dimensione intima ed infinita, appunto come se fosse un’immagine, per l’appunto, di eternità». In questi anni, Grimaldi si è guadagnato la giusta attenzione di media e pubblico con silenziosa e raffinata discrezione, cercando – come già accennato in precedenza – un’avanguardia musicale di respiro internazionale. E la verità, la giusta dimensione che sta come sempre nel mezzo, che non è un compromesso, bensì una legittima constatazione di equilibrio, di crescita, stavolta è anche ricerca introspettiva. L’inizio di un nuovo viaggio dentro se stessi, che racchiude la raccolta di frammenti lasciati a fermentare forse un po’ troppo, ed altri ripresi quasi di getto. Scusate il ritardo, Raffaele Grimaldi è sempre stato qui, se non ce ne siamo accorti si è sempre in tempo per (ri)scoprirlo con i lavori precedenti.

Il pianista Raffaele Grimaldi

Il giovanissimo museo mette in mostra statue, gioielli, anfore, armi e arte applicata, dal periodo romano al XIX secolo

Per l’identità di una città antica DI LUISA PANAGROSSO

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ttraversando il brulicante centro di Torre Annunziata, tra i vicoletti che si aprono come delle finestre sulla marina, si giunge al Palazzo Criscuolo, edificio ottocentesco sede del Comune dal 1897 e dal 3 dicembre 2016 sede del «Museo dell’Identità». Posto al primo piano, il percorso museale presenta, in ordine cronologico, alcune delle fasi più significative della città, a partire ovviamente dall’età romana. Si inizia con

La scelta del Comune di usare le stanze della propria sede come sale museali è un invito ai cittadini oplontini a essere primi fruitori, e di conseguenza promotori, della bellezza locale

d’Armi, poi Spolettificio, istituita negli anni ‘50 del ‘700 da Carlo III di Borbone. Seguono le sale dedicate ai pupi, arte che nella tradizione torrese è impersonata dalla famiglia Corelli fin dal secolo XIX, e ai presepi. Il neonato museo dà l’impressione di essere un luogo in divenire, uno spazio espositivo nato per ospitare mostre ed iniziative culturali, pronto ad esporre nelle sue vetrine altri brani significativi della storia della città, perché i visitatori, in primis i cittadini torresi, possano riscoprire una parte della propria identità culturale. La differenza che passa tra un semplice contenitore di opere e un museo risiede proprio in questo: un museo è tale quando è permanente, aperto al pubblico, senza scopo di lucro, come recita la definizione di museo codificata dall’Icom (International council of museums), ma anche quando costituisce un riferimento culturale per la comunità che intende rappresentare; se, oltre a conservare delle opere, fa in modo che queste possano dialogare con i visitatori, raccontare loro una storia, in questo caso la ricca storia di una città. Rendere uno spazio culturalmente vivo e coinvolgente, questo significa dar vita ad un museo. Questo è ancor più valido quando si tratta di un museo civico, come nel caso del Museo dell’Identità. Civico non solo perché di proprietà comunale, ma perché impegnato a restituire dignità al patrimonio culturale, volto ad avvicinare i cittadini ad esso, rendendoli orgogliosi ambasciatori della propria città. La scelta del Comune di Torre Annunziata di utilizzare le sale della casa comunale, un luogo simbolicamente aperto e di tutti, va registrato senza dubbio come un buon punto di partenza.

la sala dei bellissimi «Ori di Oplonti»: qui si trovano esposti monili (anelli, collane e bracciali) già parte della mostra «A picco sul mare. Arredi di lusso al tempo di Poppea» e provenienti dalla Villa B, nota come «di Lucius Cassius Tertius», da un sigillo bronzeo ritrovato nella dimora. Ancora, prodotti legati alla cosmesi come balsamari in vetro, contenenti ancora tracce organiche, e uno strigile. Si prosegue con due sale in cui emergono un cratere in marmo pentelico e alcune sculture, tra cui il gruppo con Satiro ed Ermafrodito, il gruppo dei quattro centauri e il fanciullo con l’oca rispettivamente dalla piscina, dal giardino e dal porticato della Villa A, la sontuosa villa d’otium più famosa da sapere come «villa di Poppea»: l’ipotesi che la residenza Guida pratica alla visita fosse di proprietà della Sede espositiva: Palazzo Criscuolo moglie dell’imperatore Anno istituzione: 2016 Nerone è dovuta al Ente proprietario: Comune di Torre Annunziata rinvenimento di un’anfora Materiali collezione: statue, gioielli, con il nome di Secundus, anfore, armi, arte applicata. liberto della donna Indirizzo: Corso Vittorio Emanuele III, 293 (Secundo Poppae). La parte Telefono: Ufficio Cultura 081.5358369 relativa alle ville vesuviane Sito: www.comune.torreannunziata.na.it termina con oggetti di vita Pagina facebook: museodellidentità quotidiana quali coppe in Accesso al pubblico: dal lunedì alla domenica ore terra sigillata, strumenti da 9.30-13.30 e ore 15.30-19.30 cucina e lucerne. A Modalità di accesso: a pagamento, 3 euro, ridotto 1 rappresentare la fase euro per chi abbina la visita agli scavi di Oplontis moderna della città, tra i Come arrivare: da Napoli A3 Napoli-Salerno uscita secoli XVII e XVIII, due sale Torre Annunziata nord. Circumvesuviana linea Napolidedicate alle armi con Sorrento fermata Torre Annunziata alcuni esemplari e una pianta dell’antica Fabbrica

Museo dell’Identità: sala con i reperti provenienti dalla Villa di Poppea

Melagrane, una torre, mulini e la Madonna della Neve a storia di Torre del Greco comincia in antico con Oplontis: questo è il nome L che compare sulla celebre Tavola Peuntigeriana, copia medievale di una carta di età romana, e qui viene indicato come un sito termale. Di questa città, cancellata dalla furia del Vesuvio nel 79 d.C., sono emerse principalmente due ville: scavata a partire dal 1964 e nel 1997 inserita nei beni Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, la villa A, identificata come di Poppea, è l’unica visitabile, si impone per lo sfarzo delle decorazioni pittoriche, scultoree nonché per la disposizione scenografica degli ambienti. L’altra (B), ricondotta a Lucius Caius Tertius, è una villa rustica che ha restituito una grande quantità di oggetti, legati per lo più ad attività agricole e commerciali: centinaia di anfore per il vino, melagrane da cui estrarre tannino forse per conciare le pelli, una cassaforte con monete

L’ingresso del Museo dell’identità

e gioielli. Nel medioevo comincia a delinearsi la storia della moderna Torre Annunziata, a partire dal nome. È nel 1319 che sorge una chiesa dedicata alla Vergine Annunziata e, poco dopo, la costruzione di una torre per la difesa del territorio genera il toponimo Torre Annunziata. Nel ‘400 il feudo passò al conte Nicolò d’Alagno (noto tra l’altro perché sua figlia Lucrezia fu l’amante di Alfonso V). Al secolo XIV si fa

risalire anche un prodigioso rinvenimento: una scultura che ritrae una Madonna col Bambino viene recuperata nelle reti di alcuni pescatori torresi il 5 agosto, giorno di Santa Maria ad Nives. L’opera diviene subito oggetto di un’intensa devozione e la Madonna della Neve è eletta a patrona della città; ogni anno la comunità torrese ricorda con celebrazioni l’evento del 22 ottobre 1822 quando la Madonna della Neve fu chiamata a proteggere la città dalla minaccia del Vesuvio. È possibile ammirare la scultura nella Basilica Pontificia situata nel centro di Torre Annunziata. Con i Borbone la città vede sorgere la Real fabbrica delle Armi, realizzata nel 1758, e negli stessi anni, l’industria molitoria, già promossa nel secolo XVI dal conte Tuttavilla che fece di Torre un centro di spicco della produzione della pasta e un’eccellenza dell’arte bianca. (L. Pan.)

Emozioni post-ideologiche per Giorgia Del Mese Pop elettronico, post-rock, underground, new wave per l’ultimo lavoro della cantautrice salernitana DI ANDREA FIORENTINO

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he personaggio, Giorgia Del Mese. Istrionica, carismatica, talentuosa. A spasso coi tempi. In un Paese in cui le cantautrici sono ormai una rarità, c’è ancora qualcuno, come Giorgia, che ha ancora voglia di mettersi in gioco, reinventandosi in musica, pur risultando poco immediati al primo ascolto. La Del Mese presenta il suo ultimo lavoro, «Nuove emozioni post– ideologiche» (Radici Records), raccontando in modo assolutamente non neutrale (e

neanche diplomatico) un momento storico in cui «è necessario sempre di più che anche l’arte diventi militante, schierata e partigiana». Dedicato all’amico scomparso Marco Contieri e uscito dopo un silenzio lungo tre anni, questo lavoro è un compendio di tutto il talento e la rabbia positiva della giovane autrice. La voce graffiante ed elegante della cantautrice campana e toscana d’adozione prosegue, dopo l’album «Di cosa parliamo» (2013), il cammino lirico e spigoloso, autorevole e suggestivo, sognatore e coerente a se stesso con consapevole maturità e sincerità. Senza filtro o artificio alcuno. L’album si compone di dieci tracce, nove brani inediti e una cover, «Lacreme», canzone del 2008 del gruppo indie–rock 24 Grana, qui cantata in duetto con lo stesso Francesco Di Bella, fondatore della band e novello solista. Con un ritmo più veloce e una incalzante forza

espressiva che regge sicuramente – e senza melismi – il confronto con l’originale. Ma le collaborazioni non finiscono qui: nella visionaria ballad «Bello trovarti» c’è il tocco magico della cantautrice piemontese Andrea Mirò; in «Soltanto tu», dedica accorata e appena sussurrata nelle prime strofe con un crescendo da brividi, la partecipazione dell’ex frontman de «Il Parto delle Nuvole Pesanti» Peppe Voltarelli si rivela un duetto davvero interessante. Si prosegue per un sentiero ben tracciato sulle influenze di songwriter d’eccezione come Tom Waits, Sonic Youth o Nick Cave («Nuova visione», «Caro umanesimo», «Senza più scuse», «Fuoco tutto»), passando per il cantautorato femminile cosiddetto “colto” di Carmen Consoli e Paola Turci, ben evidenziato dalle suggestive «Strana abitudine», «Tutto a posto» e «La cosa da dire». La produzione artistica e gli

arrangiamenti di «Nuove idee post–ideologiche» è affidata alle sapienti mani del pratese Andrea Franchi che suona anche tutti gli strumenti presenti nell’album, creando un’atmosfera sonora ben articolata, varia e ricca di Giorgia Del Mese sfumature, che vanno dal pop elettronico al post– rock, dall’underground, spazia liberamente, senza barriere, in una spingendosi fino ai limiti della new wave dimensione musicale con varie anni ’80 di stampo tosco–emiliano sfaccettature, stili e argomentazioni, ma (Diaframma, Neon, CCCP Fedeli alla con un unico comune denominatore: un linea). La produzione esecutiva è di Marco Pini. Un concept album molto messaggio da afferrare. Chissà che intrigante, che affascina per le sue proprio «Nuove emozioni post– sonorità e le sue sequenze elettroniche ideologiche» possa affermarsi come il sperimentali. Non ci sono particolari disco giusto per scardinare nuove porte e punti di riferimento e Giorgia Del Mese tanti cuori. Gli ingredienti ci sono tutti.


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Domenica 22 gennaio 2017

Sport

Premio fair play alla memoria di Luca Celeste La scelta della Federazione di badminton l badminton è uno sport sconosciuto ai più e per molti il volano è solo un oggetto della meccanica. Eppure c’è chi ha dedicato la vita a questa disciplina, fino a morire sul campo durante una partita. Questa è la storia di Luca Celeste, morto a 28 anni nel 2015. La sua scomparsa ha lasciato un enorme vuoto in famiglia e nel badminton. Per questo motivo la «Fiba», la federazione ufficiale di questo sport, ha intitolato alla memoria dell’atleta di San Paolo Belsito il premio fair play per i giocatori che si sono particolarmente distinti per meriti etici. Nella giuria che assegna questo riconoscimento ci sono anche Uberto, il fratello di Luca, e Ennio, amico e compagno di squadra che lo ricorda così: «Luca era un ragazzo straordinario, tutti conoscevano la sua lealtà in campo. Un giorno affrontammo in doppio una coppia di avversari che ci aveva

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A destra, nella foto, Luca Celeste, il giocatore di badminton, scomparso a soli 28 anni, al quale la Fiba ha intitolato un premio

sempre battuto. Luca firmò il punto decisivo. Mentre io esultavo, lui era già sottorete a stringere la mano gli avversari. Luca era così. Non protestava mai, anche quando le decisioni degli arbitri erano sbagliate e ci penalizzavano». Ennio ricorda anche il loro primo incontro: «Ci siamo conosciuti dieci anni fa nella palestra dell’istituto Masullo di Nola, dove si tenevano i primi corsi di badminton. Ci siamo allenati e insieme abbiamo fondato una società sportiva che oggi si chiama «Badminton club Luca Celeste». Era il minimo che potessi fare per onorare la sua memoria. Ma devo ringraziare anche il padre di Luca: si è dato da fare per trovare una palestra per gli allenamenti a San Paolo Belsito. Anche lui si è appassionato a questo sport e attualmente gioca nella categoria over 55». (M. Mes.)

Basket a scuola per Pomigliano e Somma

I partecipanti al progetto

a palla a spicchi va in classe. È il progetto “Basket in Cartella”, un corso gratuito che porta nelle scuole di Pomigliano d’Arco e Somma Vesuviana questo sport: 50 ore di lezione nelle palestre degli istituti. A formare i ragazzi sono gli istruttori della società «Olympia Basket

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Pomigliano», una importante realtà del territorio nata nel 2008. L’obiettivo è quello di suscitare nei ragazzi interesse verso la pallacanestro, una disciplina sportiva meno praticata del calcio, ma comunque in grado di veicolare valori positivi nei più giovani:«Il basket insegna il rispetto delle regole e degli avversari, – spiega Raffaele Angelillo, il presidente dell’Olympia Pomigliano d’Arco– e poi non è vero che è uno sport adatto solo ai maschi. Tra i 200 alunni interessati al progetto, ci sono anche tante ragazze. A noi preme solo l’aspetto formativo. Non sono state

fatte selezioni, facciamo giocare tutti. Non vogliamo scovare il fenomeno da lanciare». È lo stesso mantra di “Coni per i ragazzi”, il progetto ideato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Salute e CONI al quale ha aderito l’Olympia Pomigliano d’Arco. La società organizza corsi di basket e minibasket nelle ore pomeridiane per i ragazzi compresi in una fascia d’età tra i 5 e i 13 anni. E senza gravare sul reddito della famiglia, dal momento che gli allenamenti sono completamente gratuiti. È l’occasione anche per promuovere stili di vita

corretti e diffondere valori educativi come l’inclusione sociale e la valorizzazione delle differenze: “Su quest’ultimo punto – ribadisce il presidente Angelillo – abbiamo ottenuto grandissimi risultati. Frequentano i corsi anche 10 ragazzini disabili. Per loro non abbiamo previsto classi speciali. Si allenano insieme ai normodotati, perchè la separazione è un ostacolo all’integrazione. I numeri sono dalla nostra parte. Questa è la seconda edizione del progetto e abbiamo già avuto circa 150 iscrizioni». (M. Mes.)

Il poco tempo libero a disposizione lo dedica a cucinare e leggere, saggi di psicologia e Dante: «La Divina Commedia mi rilassa»

Il mister-professore con cattedra in panchina Alla guida della Nocerina dal 2016, Gianni Simonelli è conosciuto anche come «filosofo», perché è laureato: «Purché non significhi che mi considerano scarso come allenatore»

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on l’avvento del nuovo anno, salutiamo con piacere la nascita di C Voci e Volti, il nuovo mensile della chiesa di Cerreto Sannita–Telese– Sant’Agata de’ Goti, distribuito nelle parrocchie ogni ultima domenica del mese. Voluto dal vescovo Domenico Battaglia, il primo numero è stato diffuso lo scorso Natale e in questo 2017 il giornale comincia a pieno regime la sua, ci auguriamo, lunga vita. «Questo mensile – ha scritto nel suo primo editoriale don Domenico Ruggiano, direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali – aggiornerà sulle principali e importanti iniziative diocesane e parrocchiali, ma si esprimerà anche su temi politico-sociali. Darà voce tanto alle monache di clausura di Airola e Sant’Agata de’ Goti quanto agli ospiti dell’istituto penale minorile di Airola; tanto ai bambini quanto ai giovani in cerca di lavoro. Speriamo di poter contribuire con questo servizio a rendere la nostra Chiesa luogo di vita, altare di condivisione e di gioia».

al prossimo mese di febbraio sarà attivo il Centro per la D famiglia “Emmaus” promosso in prima persona dal vescovo Arturo Aiello e realizzato col concorso e la disponibilità di tanti. Nelle intenzioni della chiesa teanese – ha scritto il direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale familiare, don Gianluigi D’Angelo, danto notizia dell’evento – il centro vuole essere un’opera concreta per mostrare i frutti dell’ultimo Giubileo della Misercordia. Questa nuova casa accoglierà i singoli, le coppie e le famiglie, per offrire tanti servizi di consulenza: da quella sociale a quella psicologica, da quella medica e a quella legale, e in aggiunta la possibilità di un confronto sui problemi etici. Importante ricordare che tutti i servizi sono gratuiti. Il centro si trova a Teano (CE) in Vico Ginnasio e sarà aperto il venerdì dalle 15 alle 18,30.

Il mister Gianni Simonelli

«Non saprei. Nella gestione di un gruppo conta più la sensibilità della cultura. Quella non te la dà lo studio. Per esempio, Allegri ha conseguito a stento la licenza media, eppure io vedo in lui una sensibilità straordinaria nel rapportarsi con i giocatori. Del resto gestire un gruppo è complicato. Serve tolleranza, capacità di sopportare le proprie frustrazioni e quelle dei calciatori. Bisogna comprendere senza subire, ascoltare e al tempo stesso andare per la propria strada». Le sono state attribuite due frasi: «Il calcio sarebbe una cosa straordinaria se non ci fosse la domenica» e «Un grande allenatore è quello pronto a morire in ogni momento». Ma vivere la partita in

panchina è così stressante? «Dipende dalle persone. Per me lo è sempre stato. Con il passare degli anni un po’ meno. L’età matura ha delle cose positive, una di queste è quella di essere concentrati meno sul risultato da ottenere. Il pensiero del risultato ti uccide. In tutti i campi. Pure quando devi sostenere un esame all’università e vuoi prendere 30 a tutti i costi. A me invece piace allenare, anche in condizioni climatiche proibitive. La partita, invece, l’ho sempre sofferta in passato». Come scarica lo stress dopo una gara? «Dormo. È questa la ricetta antistress». E non legge? «Ultimamente leggo poco. Il calcio mi assorbe h24. Mi prende moltissimo. Era così anche quando allenavo in

terza categoria. Quando posso leggo saggi di psicologia, o qualche classico. Soprattutto Dante. La Divina Commedia mi rilassa. Mi piace anche Shakespeare. Però, adesso sono concentrato solo sul calcio». Cosa farà quando smetterà di allenare? «Non ci ho pensato. In realtà avevo smesso 3 anni fa. In questo periodo ho letto molto, ho corso e ho cucinato. Ho imparato anche a fare qualche “primo”. Ero certo che non avrei più allenato. Alla fine mi sono ritrovato in campo per caso: mia moglie e le mie figlie mi hanno cacciato di casa (ride). Mi hanno detto «Nun cia facimm chiù a tenerti qui». Insomma, l’uomo ha sempre l’ultima parola in famiglia. Ed è obbedisco».

Fabio Pisacane e la sua favola tutta da leggere La biografia del calciatore, scritta assieme al giornalista Antonio Martone, è un invito a non arrendersi. Per questo sarà distribuita gratuitamente nelle scuole calcio campane DI ANDREA FIORENTINO

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Fabio Pisacane in azione

Cerreto-Sannita. Una nuova voce per raccontare il territorio

Teano-Calvi. Un’opera concreta al servizio della famiglia

DI MARIANO MESSINESE

ento gelido e temperature vicino allo zero. Fa freddo a Nocera Inferiore. Dietro le montagne sembra ci sia la Siberia invece della Costiera Amalfitana. Chi può resta al caldo, Gianni Simonelli no. A 64 anni il tecnico della Nocerina, originario di Saviano, è in mezzo al campo. Non arretra di un centimetro, né si lamenta. Incita la truppa, ma senza alzare la voce. Gianni Simonelli le ha vissute tutte dalla panchina. A volte ha perso, altre ha vinto. Ma l’entusiasmo è sempre quello della prima volta. Alla fine dell’allenamento ci accomodiamo nella sua utilitaria, l’unico angolo di tepore nella tormenta: «Non fare caso al disordine – scherza il mister – questa macchina è come un supermercato. C’è di tutto». La sua battuta rompe il ghiaccio e inizia la nostra chiacchierata. Simonelli, lei allena ed è anche laureato in lettere classiche. La chiamano mister e professore. In quale delle due vesti si vede meglio? «Vengo da una famiglia di professori, ma non mi sento un professore. Anzi, mi dà fastidio quando mi chiamano così oppure filosofo, perché significa che mi considerano intelligente come uomo, ma scarso come allenatore. Io ho sempre allenato, quindi come mister mi sento più a mio agio. Anche se il mister è un po’ come un insegnante. Le cose sono equivalenti per certi versi». La sua laurea le è servita nel mondo del calcio, magari anche nella gestione di uno spogliatoio composto da ragazzi che hanno sacrificato gli studi per il pallone?

dalle diocesi vicine

anno scritto, quando è venuta fuori la mia storia, che in maniera inedita e spontanea vi sto raccontando, che sono una sorta di eroe dei tempi moderni. Perché non mi sono mai arreso, ho continuato a inseguire il mio sogno, perché ho combattuto la mia battaglia

con la forza di un leone sui campetti diventati via via più grandi, su un letto d’ospedale, dove il destino sembrava volesse punirmi». La storia è quella di Fabio Pisacane. Probabilmente, quando avrà visto la sua faccia sulla copertina del quotidiano inglese The Guardian a rendergli omaggio quale «giocatore dell’anno 2016», un pizzico di emozione lungo la schiena sarà arrivata. Un premio che né Messi né Ronaldo sono riusciti ad ottenere. Un premio attribuito a un calciatore, un normal one, che nella vita ha dovuto lottare duramente e scavalcare una serie infinita di ostacoli per raggiungere i propri traguardi. Un premio che va alla tenacia di un ragazzo che non ha mai mollato di fronte alle (tante) difficoltà. E che, a 30 anni suonati, gli ha aperto le porte della serie A.

Un’infanzia difficile ai Quartieri Spagnoli, tra le faide di camorra, la paralisi, il coma a 14 anni dopo aver combattuto (e vinto) contro la sindrome di Guillain-Barré, la tentazione del calcio-scommesse stigmatizzandone le dinamiche corrotte, uscendone vittorioso, la rottura dei legamenti alla prima stagione in B. Ecco perché la «La favol…A di Fabio Pisacane», scritto insieme al giornalista sannita Antonio Martone ed edito da Graus Editore sarà distribuito gratuitamente nelle scuole calcio, le scuole primarie e secondarie della Campania. Prima di essere una favola, è una lezione di vita a non arrendersi mai. Del resto, come recita il vecchio adagio griffato Coelho, «è l’ultima chiave del mazzo che apre la porta».

Napoli. Le opere di Leonardo da Vinci al museo diocesano a preso il via in questo mese l’importante esposizione H dedicata a Leonardo da Vinci presso il Museo Diocesano di Napoli. I visitatori possono ammirare la tavola col Salvator Mundi, capolavoro di Leonardo e della sua bottega, più tante altre opere, anche dei suoi allievi. La rassegna, caldeggiata dal cardinal Crescenzio Sepe, con il contributo della Regione Campania, è stata realizzata anche grazie alla Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee/Madre Napoli, e con il coordinamento organizzativo della Scabec. Tra gli studiosi che hanno contribuito alla realizzazione dell’evento, spicca il prof. Carlo Pedretti, direttore dell’Armand Hammer Center for Leonardo Studies dell’ Università della California, tra i massimi esperti mondiali di Leonardo. Inaugurata l’11 gennaio scorso, la mostra terminerà il 31 marzo.

Salerno. Per i giovani un itinerario di riflessione sull’affettività artedì prossimo, 24 gennaio, alle ore 19,30, prenderà il via il M percorso di formazione socio–affettiva “True Love” promosso dal Servizio diocesano per la Pastorale giovanile. L’itinerario vuole offrire ai ragazzi uno spazio di riflessione sul proprio universo relazionale alla luce dell’odierno contesto culturale. Cinque le tappe previste: quella del 24 gennaio avrà come tema “Socio–affettività e maturità personale”. “La promozione della socio–affettività al tempo di internet” sarà invece il tema dell’incontro del 21 febbraio. Nel terzo appuntamento, il 14 marzo, si parlerà di “Competenza e autoregolazione emotiva”; il 4 aprile sarà la volta di “Relazioni socio–affettive e sessuali” e poi, il 2 maggio, si concluderà con “Condotta sessuale e orientamento di genere”. Gli incontri saranno guidati dal prof. Domenico Bellantoni presso la Colonia S. Giuseppe, in via S. Allende 66 a Salerno.


inDialogo.Mensile della Chiesa di Nola