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pendolari

storie di


Cinquanta minuti

  Cinquanta minuti: una raccolta di storie scritte da pendolari. Salire in treno è come varcare la soglia di un piccolo villaggio, con i suoi abitanti e amministratori. Bisogna convivere con persone estranee. Si deve essere scaltri, pronti ad ogni imprevisto e, come nella giungla, sopravvive chi è più forte. È così che i propri vicini di posto diventano i propri vicini di casa e il capotreno l’insopportabile amministratore di condominio.   Le curatrici di questo libro, pendolari in prima persona, hanno scelto di raccontare questa realtà per far emergere questo piccolo mondo a sè, dalle mille sfacettature. Stazioni ferroviarie, video interviste, volantinaggio, social network, blog: questi i mezzi utilizzati per riunire le storie nate da testimonianze di persone comuni. Questo è il risultato: 10, 30 e 50 minuti. Tre diverse pubblicazioni, divise per tempo di lettura.   Cinquanta minuti è il tempo che vi occorrerà per leggere questo libro. Il tempo che scorre è spesso il tema ricorrente di questi racconti, perché il pendolare deve sottostare a orari di partenza e di arrivo. A seconda della lunghezza del percorso, quindi, chi legge può scegliere un solo libro, o anche tutti e tre, per un totale di 90 minuti di lettura, come 90 sono i chilometri della tratta più lunga disponibile nei biglietti regionali.


Cinquanta minuti

  Cinquanta minuti: una raccolta di storie scritte da pendolari. Salire in treno è come varcare la soglia di un piccolo villaggio, con i suoi abitanti e amministratori. Bisogna convivere con persone estranee. Si deve essere scaltri, pronti ad ogni imprevisto e, come nella giungla, sopravvive chi è più forte. È così che i propri vicini di posto diventano i propri vicini di casa e il capotreno l’insopportabile amministratore di condominio.   Le curatrici di questo libro, pendolari in prima persona, hanno scelto di raccontare questa realtà per far emergere questo piccolo mondo a sè, dalle mille sfacettature. Stazioni ferroviarie, video interviste, volantinaggio, social network, blog: questi i mezzi utilizzati per riunire le storie nate da testimonianze di persone comuni. Questo è il risultato: 10, 30 e 50 minuti. Tre diverse pubblicazioni, divise per tempo di lettura.   Cinquanta minuti è il tempo che vi occorrerà per leggere questo libro. Il tempo che scorre è spesso il tema ricorrente di questi racconti, perché il pendolare deve sottostare a orari di partenza e di arrivo. A seconda della lunghezza del percorso, quindi, chi legge può scegliere un solo libro, o anche tutti e tre, per un totale di 90 minuti di lettura, come 90 sono i chilometri della tratta più lunga disponibile nei biglietti regionali.


Cinquanta minuti

  Cinquanta minuti: una raccolta di storie scritte da pendolari. Salire in treno è come varcare la soglia di un piccolo villaggio, con i suoi abitanti e amministratori. Bisogna convivere con persone estranee. Si deve essere scaltri, pronti ad ogni imprevisto e, come nella giungla, sopravvive chi è più forte. È così che i propri vicini di posto diventano i propri vicini di casa e il capotreno l’insopportabile amministratore di condominio.   Le curatrici di questo libro, pendolari in prima persona, hanno scelto di raccontare questa realtà per far emergere questo piccolo mondo a sè, dalle mille sfacettature. Stazioni ferroviarie, video interviste, volantinaggio, social network, blog: questi i mezzi utilizzati per riunire le storie nate da testimonianze di persone comuni. Questo è il risultato: 10, 30 e 50 minuti. Tre diverse pubblicazioni, divise per tempo di lettura.   Cinquanta minuti è il tempo che vi occorrerà per leggere questo libro. Il tempo che scorre è spesso il tema ricorrente di questi racconti, perché il pendolare deve sottostare a orari di partenza e di arrivo. A seconda della lunghezza del percorso, quindi, chi legge può scegliere un solo libro, o anche tutti e tre, per un totale di 90 minuti di lettura, come 90 sono i chilometri della tratta più lunga disponibile nei biglietti regionali.


Indice

9  Yogurt   Stefania Pistorello 13 Didone   Martina Casonato 15  Stai fermo   Massimo Simonetto 17 Capita   Antonio Trani 21 Postponi   Andrea Moro 25  Storie di guerra   Matteo Favero 27 Sub   Daniele Zoico 31  Le quattro regole     Giulia Pierobon 35  Compagno di scuola   Luciano Trento


Cinquanta minuti

  Cinquanta minuti: una raccolta di storie scritte da pendolari. Salire in treno è come varcare la soglia di un piccolo villaggio, con i suoi abitanti e amministratori. Bisogna convivere con persone estranee. Si deve essere scaltri, pronti ad ogni imprevisto e, come nella giungla, sopravvive chi è più forte. È così che i propri vicini di posto diventano i propri vicini di casa e il capotreno l’insopportabile amministratore di condominio.   Le curatrici di questo libro, pendolari in prima persona, hanno scelto di raccontare questa realtà per far emergere questo piccolo mondo a sè, dalle mille sfacettature. Stazioni ferroviarie, video interviste, volantinaggio, social network, blog: questi i mezzi utilizzati per riunire le storie nate da testimonianze di persone comuni. Questo è il risultato: 10, 30 e 50 minuti. Tre diverse pubblicazioni, divise per tempo di lettura.   Cinquanta minuti è il tempo che vi occorrerà per leggere questo libro. Il tempo che scorre è spesso il tema ricorrente di questi racconti, perché il pendolare deve sottostare a orari di partenza e di arrivo. A seconda della lunghezza del percorso, quindi, chi legge può scegliere un solo libro, o anche tutti e tre, per un totale di 90 minuti di lettura, come 90 sono i chilometri della tratta più lunga disponibile nei biglietti regionali.


Yogurt

  Viaggio in treno praticamente da quando avevo tre mesi ed è l’unico mezzo pubblico in cui mi sento un pochino a casa. A forza di prenderlo è normale. In tutti questi anni, la costante – per quanto mi riguarda – sono le persone che incontro e con cui mi ritrovo a fare delle amicizie a tempo determinato, perché succede… che è così insomma… purtroppo il viaggio è un po’ anche questo… no?! Si incontrano delle persone che poi non vedi più, che non senti più e perdi di vista anche se non vorresti.   Quando andavo all’Università c’era per esempio un tizio che noi avevamo preso tutti per un maniaco, perché questo qui si piazzava rigorosamente seduto accanto o di fronte a ragazze molto molto belle e magari vestite anche molto molto bene, e le fissava continuamente. A me non è mai capitato, non ero il suo tipo evidentemente; però io ero impressionata da questa situazione, e mi inquietava alquanto! Poi ho scoperto, facendo una visita medica per il lavoro, che questo qui effettivamente era un ufficiale sanitario, un medico, che lavorava all’Ussl o meglio, non so se ci lavora ancora. E fu lui a farmi la visita per l’idoneità al posto di lavoro che ricopro attualmente – perché nella pubblica amministrazione ancora bisogna fare la visita medica che attesti che sei in buona salute – e me lo sono ritrovato lì, a farmi la visita… ed io imbarazzatissima ho detto «Oddio! Hai visto questo, che abbiamo passato tutto il tempo a prendere in giro in questi anni!?!». Poi ho iniziato a lavorare.   Quando ho cominciato a prendere il treno – con tutti i problemi di coincidenze che ho tutt’ora, quelle che caratterizzano e che contraddistinguono il mio attuale viaggio quotidiano – mi sentivo un pochino sperduta, come i bambini, perché passare dalla vita da studente alla vita di pendolare per lavoro è un salto drastico. Improvvisamente diventa importante arrivare puntuali, ed è anche importante arrivare a casa puntuali per poter sbrigare tutte le faccende. Mi ricordo che eravamo con un mio collega, che adesso però vive a Treviso – quindi buon per lui, non viaggia più – e avevamo queste persone che ci facevano da punti di riferimento. Siccome non li conoscevamo perché avevano, diciamo così, una certa età, erano diventati mamma e papà per noi e li seguivamo un po’ come i bambini. Tutte quelle volte che c’erano problemi di ritardi e coincidenze da prendere, vedevamo che treni prendevano loro e poi li seguivamo come degli anatroccoli che seguono la mamma per cercare

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di arrivare finalmente a casa ad una certa ora. C’era anche un altro tizio, più grande di noi, che però non era molto simpatico; noi lo chiamavamo mister simpatia, perché non era per niente socievole: in tipo tre, quattro anni che ci siamo incrociati tutte le mattine e siamo arrivati tutti e due a Treviso, mai una volta che ci si sia salutati, e adesso – per fortuna – deve aver cambiato luogo di lavoro perché non lo vedo più; e vi assicuro che è stata una benedizione, perché a me la gente così proprio non piace.   Una volta, una ragazza che conosco, che adesso neanche lei viaggia più (è una delle mie amiche che scadono come lo yogurt), sperduta per via dei soliti ritardi, ha perso la coincidenza, e si è messa a seguirlo – un po’ come facevamo noi con “mamma e papà” – e ha sbagliato tutto, perché lui in realtà non era andato a lavoro ma era tornato a casa! E lei si è ritrovata quindi a tornare indietro perché, sciocchina, non ha trovato il punto di riferimento giusto.   All’inizio c’erano queste mie amiche di viaggio che, qualcuna perché si è trasferita, qualcuna perché gli è scaduto il contratto di lavoro e quindi non ha avuto più nessun motivo per venire a Treviso, qualcuna perché si è eclissata volontariamente, e questa vorrei proprio sapere che fine ha fatto. Non le ho più viste, e di queste ho anche perso i numeri di telefono… li avevo memorizzati sulla Sim ma si è smagnetizzata, per cui non riuscirò mai più a contattarle!   Poi è arrivato il gruppetto degli amici del reparto geriatrico. Adorabili. Credo che resteranno sempre nel mio cuore, e si offenderanno tantissimo se sapranno che li chiamo così. Sono persone molto vicine al pensionamento che mi hanno quasi adottata, come se fossi una nipotina, e tutte le mattine quando ci trovavamo sul treno Castelfranco-Treviso facevamo il cruciverba. E io compravo apposta la Settimana Enigmistica, così potevamo fare il cruciverba! Ci piazzavamo sul primo piano dei treni e ci mettevamo lì seduti tutti e quattro a risolvere tutti questi quesiti. Io scrivevo e loro mi rispondevano alle varie definizioni! È stato bello andare avanti così per un po’. Poi sono iniziati per l’appunto i pensionamenti e mi sono ritrovata da sola di nuovo… ma non è durato tanto.   Per fortuna poco dopo ho incontrato e ho fatto amicizia con una ragazza che adesso è una carissima amica, e con la quale ho un feeling naturale. Che chissà come, ho scoperto poi essere sposata con un mio compagno delle elementari… e la cosa è curiosa perché lei è di Milano, quindi non avevo minimamente pensato che potessimo avere qualcosa oppure qualcuno in comune! Però un giorno ha cominciato a farmi una serie di domande… dove abitavo, dove abito… ed è venuto fuori che una volta lei era con suo marito in treno, e lui mi ha riconosciuta. Evidentemente non sono cambiata neanche un pò da quando facevo le elementari… e lui invece, l’ho visto dopo, è cambiato… insomma… si è ingrigito! E poi ho capito da dove venivano tutte queste domande. A lei è scaduto il contratto, tanto per cambiare; è andata in maternità, adesso ha anche una bambina. E ci siamo ritrovate ad avere in comune questa cosa della

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maternità, che al momento è un argomento di conversazione, ma anche un legame che penso durerà, forse per sempre… perché sono quelle cose che ti legano, speriamo; perché io vorrei tanto qualcuno che non scadesse!   Adesso sono in una situazione un po’ così, perché ho sofferto molto dell’ultimo distacco. Non è tanto tempo che ho fatto amicizia con un’altra ragazza, ma l’ho presentata al suo attuale fidanzato e ora è un po’ un problema! Perché io mi sento un pelino in imbarazzo, quando saliamo in treno e lei trova lui. Mi invento un po’ di scuse per non stare seduta con loro… perché, sai, a quell’ora loro si trovano, si fanno un po’ di coccoline e io sono lì davanti che leggo il mio libro, però non è sempre facile far finta di niente! Quindi una volta dico che devo andare al bagno, una volta mi siedo dall’altra parte, dico che lei ha le gambe troppo lunghe e mi danno fastidio. Prima o poi verrà fuori che sto cercando di sganciarmi, però spero che questo lei non lo saprà mai!   Questo è il percorso che ho fatto nella mia vita da pendolare. La cosa più importante per me sono state le persone che ho conosciuto in treno. Stefania Pistorello

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di arrivare finalmente a casa ad una certa ora. C’era anche un altro tizio, più grande di noi, che però non era molto simpatico; noi lo chiamavamo mister simpatia, perché non era per niente socievole: in tipo tre, quattro anni che ci siamo incrociati tutte le mattine e siamo arrivati tutti e due a Treviso, mai una volta che ci si sia salutati, e adesso – per fortuna – deve aver cambiato luogo di lavoro perché non lo vedo più; e vi assicuro che è stata una benedizione, perché a me la gente così proprio non piace.   Una volta, una ragazza che conosco, che adesso neanche lei viaggia più (è una delle mie amiche che scadono come lo yogurt), sperduta per via dei soliti ritardi, ha perso la coincidenza, e si è messa a seguirlo – un po’ come facevamo noi con “mamma e papà” – e ha sbagliato tutto, perché lui in realtà non era andato a lavoro ma era tornato a casa! E lei si è ritrovata quindi a tornare indietro perché, sciocchina, non ha trovato il punto di riferimento giusto.   All’inizio c’erano queste mie amiche di viaggio che, qualcuna perché si è trasferita, qualcuna perché gli è scaduto il contratto di lavoro e quindi non ha avuto più nessun motivo per venire a Treviso, qualcuna perché si è eclissata volontariamente, e questa vorrei proprio sapere che fine ha fatto. Non le ho più viste, e di queste ho anche perso i numeri di telefono… li avevo memorizzati sulla Sim ma si è smagnetizzata, per cui non riuscirò mai più a contattarle!   Poi è arrivato il gruppetto degli amici del reparto geriatrico. Adorabili. Credo che resteranno sempre nel mio cuore, e si offenderanno tantissimo se sapranno che li chiamo così. Sono persone molto vicine al pensionamento che mi hanno quasi adottata, come se fossi una nipotina, e tutte le mattine quando ci trovavamo sul treno Castelfranco-Treviso facevamo il cruciverba. E io compravo apposta la Settimana Enigmistica, così potevamo fare il cruciverba! Ci piazzavamo sul primo piano dei treni e ci mettevamo lì seduti tutti e quattro a risolvere tutti questi quesiti. Io scrivevo e loro mi rispondevano alle varie definizioni! È stato bello andare avanti così per un po’. Poi sono iniziati per l’appunto i pensionamenti e mi sono ritrovata da sola di nuovo… ma non è durato tanto.   Per fortuna poco dopo ho incontrato e ho fatto amicizia con una ragazza che adesso è una carissima amica, e con la quale ho un feeling naturale. Che chissà come, ho scoperto poi essere sposata con un mio compagno delle elementari… e la cosa è curiosa perché lei è di Milano, quindi non avevo minimamente pensato che potessimo avere qualcosa oppure qualcuno in comune! Però un giorno ha cominciato a farmi una serie di domande… dove abitavo, dove abito… ed è venuto fuori che una volta lei era con suo marito in treno, e lui mi ha riconosciuta. Evidentemente non sono cambiata neanche un pò da quando facevo le elementari… e lui invece, l’ho visto dopo, è cambiato… insomma… si è ingrigito! E poi ho capito da dove venivano tutte queste domande. A lei è scaduto il contratto, tanto per cambiare; è andata in maternità, adesso ha anche una bambina. E ci siamo ritrovate ad avere in comune questa cosa della

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maternità, che al momento è un argomento di conversazione, ma anche un legame che penso durerà, forse per sempre… perché sono quelle cose che ti legano, speriamo; perché io vorrei tanto qualcuno che non scadesse!   Adesso sono in una situazione un po’ così, perché ho sofferto molto dell’ultimo distacco. Non è tanto tempo che ho fatto amicizia con un’altra ragazza, ma l’ho presentata al suo attuale fidanzato e ora è un po’ un problema! Perché io mi sento un pelino in imbarazzo, quando saliamo in treno e lei trova lui. Mi invento un po’ di scuse per non stare seduta con loro… perché, sai, a quell’ora loro si trovano, si fanno un po’ di coccoline e io sono lì davanti che leggo il mio libro, però non è sempre facile far finta di niente! Quindi una volta dico che devo andare al bagno, una volta mi siedo dall’altra parte, dico che lei ha le gambe troppo lunghe e mi danno fastidio. Prima o poi verrà fuori che sto cercando di sganciarmi, però spero che questo lei non lo saprà mai!   Questo è il percorso che ho fatto nella mia vita da pendolare. La cosa più importante per me sono state le persone che ho conosciuto in treno. Stefania Pistorello

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Didone

  «No Marco! Non puoi fare sul serio!» Minuetto, le nove e quarantacinque del mattino. E no, il Minuetto in questione non ha niente a che spartire con la musica. Pare invece che abbia molto a che fare con Trenitalia, la quale a sua volta ha moltissimo a che fare con ritardi e con persone molto, ma molto imbufalite. Ma questa è un’altra storia. Il Minuetto in questione, dicevo, è un convoglio altrimenti chiamato ALe o ALn 501-ALe o anche ALn 502. E questo non lo dico io, lo dice Wikipedia. Quello che vi posso dire io, invece, è che tra tutti i vari tipi di convogli, vagoni o carrette che ci vengono offerti per gentile concessione dello Stato, il Minuetto è sicuramente quello che mi sta più simpatico. Sarà che il nome ci sta proprio tutto e per una volta quelli del marketing ci hanno preso, o forse – molto più probabilmente – sarà il fascino dei Divanetti. Si, il Minuetto ha i Divanetti (d’accordo, non è propriamente un termine tecnico, ma rende l’idea). E sono anche belli comodi, in numero di due, allocati ai margini del settore centrale del treno, con tre sedute da un lato e altrettante dall’altro. Me ne stavo dunque serenamente appollaiata sul mio solito posto, all’estremità sinistra di uno dei divanetti, con la tipica aria assonnata di chi ha perso il treno delle sette e quarantadue perché disgraziatamente quel giorno la sveglia era stata rapita dagli alieni, e gli alieni se li era mangiati il gatto, e tanto comunque non mi sarei mai alzata in tempo perché il materasso era stato impostato in modalità risucchio stile sabbie mobili.   «No Marco! Non puoi fare sul serio!» La voce senza faccia risuonava forte e chiara dalla coda del treno, neanche fosse dotata di megafono, altoparlanti o sistema Dolby Surround.   «Marco ti prego non dire così!» Era una voce femminile, sulla… mmm… quarantina? Diciamo pure una quarantina con qualche ritocco, ma comunque una gran voce, di quelle risonanti, di quelle impostate, di quelle che ti aspetteresti di sentire al Parioli di Roma, o al Bolshoi di Mosca, o anche se volete a le Folies Bergerè di Canicattì, insomma ovunque ma non in un Minuetto.   «Ma tu così mi spezzi il cuore! Marco ti prego ASCOLTAMI!» Sebbene l’argomento della conversazione non fosse propriamente esilarante (anzi sono sicura che per Marco non lo era affatto), vi assicuro che la scena lo era. Eccome se lo era. Uno strano silenzio imbarazzato, teste più o meno

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assonnate come la mia che cautamente si guardavano attorno, ma senza dare nell’occhio, per tentare di individuare la fonte che negli ultimi cinque minuti stava propagando tutto quel baccano (per alcuni), o gossip (per la maggior parte). Per poi tornare mestamente con un nulla di fatto a fissarsi le ginocchia, o al massimo – i più audaci – a scambiarsi qualche sguardo tra l’interrogativo e il divertito.   «Marco – lunga pausa pregna di drammaticità – sono sconvolta. Tu non PUOI trattarmi così – voce incrinata dal pianto – non dopo tutto quello che è successo tra di noi!» Ogni singola frase veniva pronunciata con l’enfasi e con l’abilità di una consumata attrice di telenovelas argentine. Ogni sonoro sospiro trasudava un pathos con il quale nemmeno Medea o Didone (quelle vere) avrebbero mai potuto competere. Forse era per questo che la vicenda stava suscitando delle reazioni tra il pubblico tutt’altro che compìte.   «Marco sei un Bastardo.» Marlene Dietrich in persona non avrebbe saputo dirlo meglio, scandendo le lettere così solennemente. Mà-rco - sè-i - ùn - Bà-stàr-do.   «No, te l’ho detto, NON CI SONO ANDATA A LETTO CON LUI!» La questione si faceva decisamente spinosa. Una ragazza di fronte a me, munita di brillantino al naso, si stava togliendo le cuffiette dell’iPod per ascoltar meglio. Ad un anziano vecchietto due posti più in là si erano colorate le orecchie della stessa gradazione di rosso che assumono le mie quando mangio del cibo messicano, mentre la moglie borbottava incomprensibili, seppur inequivocabili, improperi diretti alla nostra Didone, che a questo punto io mi immaginavo essere bionda, e non chiedetemi il perché.   «Màrco mi hai pro-fon-da-men-te Delùsa. E comunque RICORDATI – ricordatelo EH! – che se ci sono andata a letto è soltanto perché tu eri troppo impegnato a… GELOSA IO?» A quel punto ero abbastanza sicura si trattasse di una gag. Una specie di Candid Camera, come quelle che si vedono per tivù. Che poi sai le risate a vedere le facce attonite di questi poveracci di pendolari.Mi stavo giusto chiedendo dove avessero nascoste le telecamere, quando Marco mise appunto la sua stoccata finale. Touché.   «E va bene Mà-arco, hai ragione t-tu. Lo sò, sono io. No, non sei tu. No, non è nemmeno lei. Si lo so, è tutta colpa di mia madre. Ma… »   Caro il mio Minuetto e caro il mio Signor Giugiaro, che hai messo i divanetti nel Minuetto. Non saprò mai – e va da sè, neppure voi – in quale subdolo modo si sia insinuata Didone Senior nella vita della figlia. Di sicuro le ha finanziato un corso di dizione. Magari due. Arrivo a destinazione, fine della corsa. Si aprono le porte, e il Minuetto vomita sul binario un magma indistinto di persone. Tra di loro una testa bionda. È al telefono. Con buona pace di Marco. Martina Casonato

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Stai fermo

  Le gambe sottili, leggermente curvate all’indietro. I capelli scuri, corti ai lati e sulla nuca ma con un piccolo ciuffo all’insù davanti. Ha occhi piccoli da marsupiale. Un naso anonimo. Sopracciglia scure. Orecchie anonime, forse non le guardo neanche. Una bocca bella, non me la ricordo, ma era bella. È un casino ricordarsi tutto. Io non mi ricordo le cose. Li cerco di analizzare, decodificare, con un certo ordine cronologico e, di solito, partendo dalla testa: capelli, viso, bocca, e poi scendo al torso. Il resto è in ordine sparso. Ma quella bocca è davvero bella, con le labbra un po’ sporgenti  ma senza un filo di carne di troppo. Giuste, che si estroflettono come tentacoli, foglie. Cosa sono? Sirene. Cantano, no non cantano, eppure io le sento, le sento che mi chiamano, vorrei avvicinarmi a loro. Sono labbra. Niente di più. Carne. Siamo carne, ossa, nervi, frattaglie. Potrebbero cucinarci: pasticci. Lui ascolta la musica. La-musica, senti che importanza, se ha l’articolo è importante per forza. Ascolta la musica e batte; si muove, non a ritmo, ma si muove, appoggiato contro la barriera di plexiglass che sta dietro ai sedili, vicino alle porte. Sbatte. Si sbatte quasi con violenza contro questa barriera, piena di puntini bianchi che dovrebbero essere decorativi ma che credo siano stati messi solo per distogliere lo sguardo dal sudiciume che rimane stampato sulla superficie di ogni bus. Guarda-i-puntini-non-lo-sporco. Guardo le sue gambe, che si flettono, come se fosse scomodo, come se stesse cercando di togliersi un sasso da dentro la scarpa, si flette, sbatte, continua, non sta fermo. STAI FERMO!   Sto ascoltando Skrillex, mi fa gasare troppo quando lo ascolto, mi sento figo, anche se non lo sono, anche se alcuni dicono che sono bello, ma non lo sono secondo me: di sicuro ho la certezza di non piacere, almeno agli uomini. I piedi sono piccoli. Normali. No, piccoli. E le caviglie strette salgono (“lo accarezza con lo sguardo” ho letto su Camere Separate di Tondelli), mi accompagnano lungo le cosce, i jeans stretti bluastri, i fianchi giusti, normali, stretti, da stringere, da spingersi contro.   Sono in piedi, che in questo bus del cazzo sedersi è un privilegio per pochi eletti. Sono in piedi e vorrei spingermi addosso il suo corpo, i suoi fianchi. Spingerli, farli compenetrare, condividere la parte inferiore e avere due torsi.

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assonnate come la mia che cautamente si guardavano attorno, ma senza dare nell’occhio, per tentare di individuare la fonte che negli ultimi cinque minuti stava propagando tutto quel baccano (per alcuni), o gossip (per la maggior parte). Per poi tornare mestamente con un nulla di fatto a fissarsi le ginocchia, o al massimo – i più audaci – a scambiarsi qualche sguardo tra l’interrogativo e il divertito.   «Marco – lunga pausa pregna di drammaticità – sono sconvolta. Tu non PUOI trattarmi così – voce incrinata dal pianto – non dopo tutto quello che è successo tra di noi!» Ogni singola frase veniva pronunciata con l’enfasi e con l’abilità di una consumata attrice di telenovelas argentine. Ogni sonoro sospiro trasudava un pathos con il quale nemmeno Medea o Didone (quelle vere) avrebbero mai potuto competere. Forse era per questo che la vicenda stava suscitando delle reazioni tra il pubblico tutt’altro che compìte.   «Marco sei un Bastardo.» Marlene Dietrich in persona non avrebbe saputo dirlo meglio, scandendo le lettere così solennemente. Mà-rco - sè-i - ùn - Bà-stàr-do.   «No, te l’ho detto, NON CI SONO ANDATA A LETTO CON LUI!» La questione si faceva decisamente spinosa. Una ragazza di fronte a me, munita di brillantino al naso, si stava togliendo le cuffiette dell’iPod per ascoltar meglio. Ad un anziano vecchietto due posti più in là si erano colorate le orecchie della stessa gradazione di rosso che assumono le mie quando mangio del cibo messicano, mentre la moglie borbottava incomprensibili, seppur inequivocabili, improperi diretti alla nostra Didone, che a questo punto io mi immaginavo essere bionda, e non chiedetemi il perché.   «Màrco mi hai pro-fon-da-men-te Delùsa. E comunque RICORDATI – ricordatelo EH! – che se ci sono andata a letto è soltanto perché tu eri troppo impegnato a… GELOSA IO?» A quel punto ero abbastanza sicura si trattasse di una gag. Una specie di Candid Camera, come quelle che si vedono per tivù. Che poi sai le risate a vedere le facce attonite di questi poveracci di pendolari.Mi stavo giusto chiedendo dove avessero nascoste le telecamere, quando Marco mise appunto la sua stoccata finale. Touché.   «E va bene Mà-arco, hai ragione t-tu. Lo sò, sono io. No, non sei tu. No, non è nemmeno lei. Si lo so, è tutta colpa di mia madre. Ma… »   Caro il mio Minuetto e caro il mio Signor Giugiaro, che hai messo i divanetti nel Minuetto. Non saprò mai – e va da sè, neppure voi – in quale subdolo modo si sia insinuata Didone Senior nella vita della figlia. Di sicuro le ha finanziato un corso di dizione. Magari due. Arrivo a destinazione, fine della corsa. Si aprono le porte, e il Minuetto vomita sul binario un magma indistinto di persone. Tra di loro una testa bionda. È al telefono. Con buona pace di Marco. Martina Casonato

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Stai fermo

  Le gambe sottili, leggermente curvate all’indietro. I capelli scuri, corti ai lati e sulla nuca ma con un piccolo ciuffo all’insù davanti. Ha occhi piccoli da marsupiale. Un naso anonimo. Sopracciglia scure. Orecchie anonime, forse non le guardo neanche. Una bocca bella, non me la ricordo, ma era bella. È un casino ricordarsi tutto. Io non mi ricordo le cose. Li cerco di analizzare, decodificare, con un certo ordine cronologico e, di solito, partendo dalla testa: capelli, viso, bocca, e poi scendo al torso. Il resto è in ordine sparso. Ma quella bocca è davvero bella, con le labbra un po’ sporgenti  ma senza un filo di carne di troppo. Giuste, che si estroflettono come tentacoli, foglie. Cosa sono? Sirene. Cantano, no non cantano, eppure io le sento, le sento che mi chiamano, vorrei avvicinarmi a loro. Sono labbra. Niente di più. Carne. Siamo carne, ossa, nervi, frattaglie. Potrebbero cucinarci: pasticci. Lui ascolta la musica. La-musica, senti che importanza, se ha l’articolo è importante per forza. Ascolta la musica e batte; si muove, non a ritmo, ma si muove, appoggiato contro la barriera di plexiglass che sta dietro ai sedili, vicino alle porte. Sbatte. Si sbatte quasi con violenza contro questa barriera, piena di puntini bianchi che dovrebbero essere decorativi ma che credo siano stati messi solo per distogliere lo sguardo dal sudiciume che rimane stampato sulla superficie di ogni bus. Guarda-i-puntini-non-lo-sporco. Guardo le sue gambe, che si flettono, come se fosse scomodo, come se stesse cercando di togliersi un sasso da dentro la scarpa, si flette, sbatte, continua, non sta fermo. STAI FERMO!   Sto ascoltando Skrillex, mi fa gasare troppo quando lo ascolto, mi sento figo, anche se non lo sono, anche se alcuni dicono che sono bello, ma non lo sono secondo me: di sicuro ho la certezza di non piacere, almeno agli uomini. I piedi sono piccoli. Normali. No, piccoli. E le caviglie strette salgono (“lo accarezza con lo sguardo” ho letto su Camere Separate di Tondelli), mi accompagnano lungo le cosce, i jeans stretti bluastri, i fianchi giusti, normali, stretti, da stringere, da spingersi contro.   Sono in piedi, che in questo bus del cazzo sedersi è un privilegio per pochi eletti. Sono in piedi e vorrei spingermi addosso il suo corpo, i suoi fianchi. Spingerli, farli compenetrare, condividere la parte inferiore e avere due torsi.

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Un gemello siamese, un centauro, una chimera. Questo concetto mi piace, la mia testa si concentra, non la mente, la testa. Si concentra su quale sensazione darebbe questa condivisione. Che cosa sentirei? Anzi. Che cosa sentiremo? Immagino di condividere il corpo dalla vita in giù con questo uomo, che poi scoprirò chiamarsi Nicolò. Se mi tocco una gamba, se la accarezzo, lui lo sente esattamente come lo sento io. Torsi separati, bacini congiunti, un agglomerato di carne, un flusso rigido di carne, compatta, stretta una contro l’altra. Un innesto: sbucciata la carne e legata assieme ha cicatrizzato, senza rigetto, e ci ha uniti.   Odio quando le porte del bus si aprono e mi sbattono addosso. E mi piacerebbe tanto fare un incidente per poter usare il martelletto rosso che serve a rompere i vetri per creare un’uscita di emergenza. Che è proprio quello di cui ho bisogno ora. Fuggire da questo incidente. Torno lucido, con il sangue che fluisce, sempre in piedi, lui guarda fuori l’autunno grigio che se potesse entrare anche nel barattolo di lamiera che ci sta portando a scuola lo farebbe. Le gocce vanno tutte in diagonale sui vetri, vibrando, lentamente. Lui guarda fuori, guarda le gocce. Io guardo la sua barba, sgranata. Siamo un frattale inconsapevole. Non ci conosciamo ma il mio desiderio di appartenere a quella carne, a quel corpo, è forte. Non mi interessa di quello che è dentro. Io voglio quell’involucro per il momento. La sua barba è una mappa. Quando andrò a vivere con un uomo che mi ama vorrei tanto farmi tatuare i nèi della sua schiena sulla mia. Portarli su di me con orgoglio, come una mappa per saper sempre che riferimenti seguire per tornare a casa. Una mappa per trovarlo.   Basta. Il bus si è fermato davanti scuola. Apre le porte. Nicolò scende veloce, anche io, cerco di stargli al passo per vedere se mi guarda. No. Va di fretta. Bisogna passare la tessera elettronica da quest’anno, starà andando di fretta per non fare la fila all’ultimo minuto. Cerco di convincermene, ignaro ma forse assolutamente consapevole che una settimana dopo vedrò una ragazza bassa accanto a lui che gli si avvicinerà sorridendo chiedendo un bacio con quelle labbra che per così poco tempo ho desiderato fin troppo. Massimo Simonetto

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Capita

  Capita a volte di imbattersi in treni mal frequentati. Capita! Capita di trovarsi in carrozze stracolme di passeggeri “poco raccomandabili” sprovvisti di biglietto. Capita! Capita anche di trovare controllori così intelligentemente zelanti, che evitano di sanzionare per l’ennesima volta gli abusivi. Capita! Capita altresì di divenire vittima di questi controllori e subire ogni tipo di aggressione morale. Capita! A volte però, ti capitano persone che ti imbarazzano per la loro disponibilità e comprensione. Vi giuro che capitano! È quello che mi è accaduto il giorno 15 giugno 2009!   Come al solito, mi reco in stazione per iniziare il mio viaggio di ritorno a casa, da Roma a Napoli, col solito Eurostar Alta Velocità 9621, delle ore 18.25 da Roma Termini. L’unica cosa che differenziava quel giorno dal solito giorno, era il solito gelato che stavolta mangiavo in compagnia di Jacq, una mia carissima amica. Il treno, anzi, il pendolarismo ci ha regalato questa splendida amicizia. Si viaggia insieme. Ci si aspetta all’andata e al ritorno. E quante risate. Un tipo un po’ particolare Jacq, come tutti in effetti. Ma con me si va d’accordo alla grande. La nostra amicizia va alla grande! Capita però, che per qualche disgraziata fatalità, sali su un treno invece che su un altro. Non capita a tutti, non capita spesso, ma capita! Stavolta è capitato a me! A me, a Jacq e ai nostri gelati. Ho sentito il prolungato bip che avverte la chiusura delle porte ma mi hanno sorpreso i diversi minuti di anticipo dal consueto orario, le 18.25 appunto.   «Che strano» le dico, «Jacq, ma hai visto? Non c’è nessuno che conosciamo oggi!». In effetti, nel treno in cui eravamo seduti e che avrebbe dovuto riportarci a Napoli come ogni giorno, dopo una giornata di lavoro a Roma, non c’erano visi familiari. Non c’era il brusio classico dei pendolari perché quel treno era solitamente pieno zeppo di pendolari. A porte chiuse dunque, mi informo sulla reale destinazione del treno e prima ancora di realizzare il danno e quantificarne le spese che ne sarebbero scaturite, ricevo la tragica conferma dall’interfono di bordo: «Benvenuti sull’Eurostar Fast Alta Velocità diretto a Milano Centrale. L’arrivo a Milano è previsto intorno…» ma a quel punto una miriade di interferenze si erano già impossessate di tutti i miei sensi percettivi. Nell’udire la parola Fast ero già con la testa a Milano, alla ricerca di un posto per dormire, di una panchina libera in

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Un gemello siamese, un centauro, una chimera. Questo concetto mi piace, la mia testa si concentra, non la mente, la testa. Si concentra su quale sensazione darebbe questa condivisione. Che cosa sentirei? Anzi. Che cosa sentiremo? Immagino di condividere il corpo dalla vita in giù con questo uomo, che poi scoprirò chiamarsi Nicolò. Se mi tocco una gamba, se la accarezzo, lui lo sente esattamente come lo sento io. Torsi separati, bacini congiunti, un agglomerato di carne, un flusso rigido di carne, compatta, stretta una contro l’altra. Un innesto: sbucciata la carne e legata assieme ha cicatrizzato, senza rigetto, e ci ha uniti.   Odio quando le porte del bus si aprono e mi sbattono addosso. E mi piacerebbe tanto fare un incidente per poter usare il martelletto rosso che serve a rompere i vetri per creare un’uscita di emergenza. Che è proprio quello di cui ho bisogno ora. Fuggire da questo incidente. Torno lucido, con il sangue che fluisce, sempre in piedi, lui guarda fuori l’autunno grigio che se potesse entrare anche nel barattolo di lamiera che ci sta portando a scuola lo farebbe. Le gocce vanno tutte in diagonale sui vetri, vibrando, lentamente. Lui guarda fuori, guarda le gocce. Io guardo la sua barba, sgranata. Siamo un frattale inconsapevole. Non ci conosciamo ma il mio desiderio di appartenere a quella carne, a quel corpo, è forte. Non mi interessa di quello che è dentro. Io voglio quell’involucro per il momento. La sua barba è una mappa. Quando andrò a vivere con un uomo che mi ama vorrei tanto farmi tatuare i nèi della sua schiena sulla mia. Portarli su di me con orgoglio, come una mappa per saper sempre che riferimenti seguire per tornare a casa. Una mappa per trovarlo.   Basta. Il bus si è fermato davanti scuola. Apre le porte. Nicolò scende veloce, anche io, cerco di stargli al passo per vedere se mi guarda. No. Va di fretta. Bisogna passare la tessera elettronica da quest’anno, starà andando di fretta per non fare la fila all’ultimo minuto. Cerco di convincermene, ignaro ma forse assolutamente consapevole che una settimana dopo vedrò una ragazza bassa accanto a lui che gli si avvicinerà sorridendo chiedendo un bacio con quelle labbra che per così poco tempo ho desiderato fin troppo. Massimo Simonetto

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Capita

  Capita a volte di imbattersi in treni mal frequentati. Capita! Capita di trovarsi in carrozze stracolme di passeggeri “poco raccomandabili” sprovvisti di biglietto. Capita! Capita anche di trovare controllori così intelligentemente zelanti, che evitano di sanzionare per l’ennesima volta gli abusivi. Capita! Capita altresì di divenire vittima di questi controllori e subire ogni tipo di aggressione morale. Capita! A volte però, ti capitano persone che ti imbarazzano per la loro disponibilità e comprensione. Vi giuro che capitano! È quello che mi è accaduto il giorno 15 giugno 2009!   Come al solito, mi reco in stazione per iniziare il mio viaggio di ritorno a casa, da Roma a Napoli, col solito Eurostar Alta Velocità 9621, delle ore 18.25 da Roma Termini. L’unica cosa che differenziava quel giorno dal solito giorno, era il solito gelato che stavolta mangiavo in compagnia di Jacq, una mia carissima amica. Il treno, anzi, il pendolarismo ci ha regalato questa splendida amicizia. Si viaggia insieme. Ci si aspetta all’andata e al ritorno. E quante risate. Un tipo un po’ particolare Jacq, come tutti in effetti. Ma con me si va d’accordo alla grande. La nostra amicizia va alla grande! Capita però, che per qualche disgraziata fatalità, sali su un treno invece che su un altro. Non capita a tutti, non capita spesso, ma capita! Stavolta è capitato a me! A me, a Jacq e ai nostri gelati. Ho sentito il prolungato bip che avverte la chiusura delle porte ma mi hanno sorpreso i diversi minuti di anticipo dal consueto orario, le 18.25 appunto.   «Che strano» le dico, «Jacq, ma hai visto? Non c’è nessuno che conosciamo oggi!». In effetti, nel treno in cui eravamo seduti e che avrebbe dovuto riportarci a Napoli come ogni giorno, dopo una giornata di lavoro a Roma, non c’erano visi familiari. Non c’era il brusio classico dei pendolari perché quel treno era solitamente pieno zeppo di pendolari. A porte chiuse dunque, mi informo sulla reale destinazione del treno e prima ancora di realizzare il danno e quantificarne le spese che ne sarebbero scaturite, ricevo la tragica conferma dall’interfono di bordo: «Benvenuti sull’Eurostar Fast Alta Velocità diretto a Milano Centrale. L’arrivo a Milano è previsto intorno…» ma a quel punto una miriade di interferenze si erano già impossessate di tutti i miei sensi percettivi. Nell’udire la parola Fast ero già con la testa a Milano, alla ricerca di un posto per dormire, di una panchina libera in

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stazione, di un autonoleggio aperto, intento ad inventarmi un amico milanese che non ho, per vagliare l’ipotesi di farmi ospitare per la notte. Già, perché la Frecciarossa Fast, da Roma Termini a Milano Centrale, «... non effettua fermate intermedie!». Quindi tutte le ipotesi studiate per Milano, erano già scartate in partenza per Firenze e per Bologna, uniche fermate di Eurostar non-Fast. Ma anche in giornate preannunciate pessime, preventivate disastrose e cominciate peggio, alla fine c’è sempre un pizzico di sana normale umanità, diventata ormai troppo aliena per il target a cui siamo abituati noi pendolari, che diventa la classica manna dal cielo. Mi sono precipitato dall’unica persona titolata ad accogliere qualsiasi problematica a bordo di un treno: il capotreno. Ho spiegato l’accaduto ad Andrea (nome di fantasia del capotreno), il quale prima di iniziare ad agire e a gestire il mio problema, ha fatto una tragica premessa illustrandomi i rari casi in cui si è autorizzati ad effettuare fermate straordinarie (feriti, bombe, pandemie e Padreterni). Tirare il freno e far finta di niente mi avrebbe procurato troppi problemi giuridici e il mio status di militare non me lo consentiva di certo. Gli ho detto che l’indomani avevo un impegno di lavoro a Roma al quale non potevo mancare, e visto il mio status a stellette, sarebbe stata grave la mia defezione. Comunque la giravo quella maledetta frittata, ero spacciato. Andrea però è un capotreno preparato. Giovane ma conosce il suo mestiere, al contrario dei veterani che conoscono poco anche l’educazione, forse per il troppo tempo passato da quando ne hanno ricevuto qualche rudimento. Andrea ha un debole per le divise, e ha compreso immediatamente la gravità della mia situazione.   La prima richiesta è stata Roma Tiburtina, ma la prima risposta è stata negativa. Il treno ha superato inesorabile l’ultima stazione che avrebbe ridato alla mia giornata una semplice parvenza di giornata sfortunata ma abbastanza nei limiti della normalità. Prossima speranza… Firenze! Intanto Andrea telefonava e studiava la mia situazione. Ma Andrea, oltre ad avere uno spiccato senso di responsabilità e di umanità, ha anche una fantasia acuta e quel giorno, l’ha messa tutta in campo per me.   L’ultima telefonata è quella giusta (o non sarebbe stata l’ultima, vista la determinazione del capotreno ad aiutarmi). Capotreno: «Pronto centrale, sono il capotreno del AV Fast 9621 diretto a Milano. Ho a bordo un maresciallo di Marina rimasto chiuso in treno nel tentativo riuscito di sventare uno scippo. Questa persona però doveva andare a Napoli. Posso effettuare una fermata straordinaria a Firenze per permettergli di accorciare i tempi del rientro?». Centrale: «Permesso accordato!». Il risultato? Fermata straordinaria a Firenze assumendosi parte della responsabilità dell’accaduto. Andrea, se avesse applicato alla lettera le consegne del capotreno, senza essere nemmeno tanto cattivo, avrebbe dovuto farmi pagare il biglietto Roma-Milano più la sanzione di 50 euro prevista per l’acquisto a bordo del biglietto, invece mi ha concesso

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la prima classe e ha distribuito una quindicina di minuti di ritardo a tutti i passeggeri a bordo realizzando quasi l’impossibile.   È vero. Le giornate che iniziano male, possono cambiare direzione e aggiustare il tiro. Non era quella la giornata però: a Firenze ha avuto inizio la vera odissea. Dalla stazione di Firenze Capo Marte, io e Jacq arriviamo a piedi in centro bussando a tutti gli autonoleggi che si incontrava per strada. Nulla da fare: tutti chiusi. Ci fermiamo in un hotel per chiedere se avessero la possibilità di chiamare loro un autonoleggio ma la risposta è negativa. Suggerisco a Jacq di chiamare un taxi e andare all’aeroporto.   «Li troveremo tutti gli autonoleggi che vogliamo!». Ma lei è su di giri... e anche un po’ cocciuta. Le dico: «Non ti agitare. Non serve a nulla. Stai calma. Risolviamo!».   La batteria dei miei due cellulari, da lì a poco ci avrebbe abbandonati. Quella del cellulare di Jacq no invece. Ciò che l’aveva abbandonata da tempo però, era il credito. «Bene, visto che non posso telefonare col mio cellulare, ricarichiamo il tuo!»   Ma mi accorsi subito che qualcosa non andava in lei e infatti mi dice: «Non ho contanti io. Come faccio a ricaricare?». «Che problema c’è? Ricarico io col bancomat. Aspettami qui e mentre io vado a ricaricare il tuo cellulare, tu continua a chiamare tutti gli autonoleggi.»   Arrivo al bancomat ma la mia carta sembra smagnetizzata. Da non credere ma è così. Non ho carte di credito ma ho due bancomat. L’altra funziona. Ricarico 25 euro a Jacq, prelevo 250 euro e torno all’hotel. «Hai trovato qualcosa?» «No niente. Guarda in che casino mi hai messa!» comincia. Io sono ateo ma quel giorno dissi: «Oddio, speriamo bene. Non ho mai picchiato una donna e non so come si fa!». Non rispondo alla provocazione e le consiglio di chiamare un taxi ed andare all’aeroporto. Alla fine… ma proprio alla fine, cede e si fa a modo mio.   Si arriva all’aeroporto alle 21 circa. Potevamo scegliere tra una decina di autonoleggi ma siccome odio avere ragione, non faccio notare questa cosa. Poi era davvero incavolata Jacq e non conoscevo la sua reazione. Scegliamo quindi un autonoleggio a caso e allo sportello Jacq mi fa: «Paga tu, ho superato il plafond mensile della mia carta di credito!». E allora io dissi: «Va bene Jacq, che problemi ci sono?! Signorina, quant’è?». «No signore, non si può pagare in contanti. Solo con la carta di credito. L’importo non viene addebitato ma solo bloccato fino alla consegna dell’auto».   «Perfetto. Jacq, dalle la carta di credito». Jacq piangeva. Non voleva, ma sapeva che quella era l’unica soluzione per tornare a casa in serata (ormai nottata). Importo del noleggio: 210 euro da pagare alla consegna l’indomani. Una Fiat Panda modello nuovo. Carina. Si guida bene.   Durante il viaggio ho avuto modo di confermare la mia teoria sulla “mestruopaticità” delle donne, esageratamente accentuata in alcune.

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stazione, di un autonoleggio aperto, intento ad inventarmi un amico milanese che non ho, per vagliare l’ipotesi di farmi ospitare per la notte. Già, perché la Frecciarossa Fast, da Roma Termini a Milano Centrale, «... non effettua fermate intermedie!». Quindi tutte le ipotesi studiate per Milano, erano già scartate in partenza per Firenze e per Bologna, uniche fermate di Eurostar non-Fast. Ma anche in giornate preannunciate pessime, preventivate disastrose e cominciate peggio, alla fine c’è sempre un pizzico di sana normale umanità, diventata ormai troppo aliena per il target a cui siamo abituati noi pendolari, che diventa la classica manna dal cielo. Mi sono precipitato dall’unica persona titolata ad accogliere qualsiasi problematica a bordo di un treno: il capotreno. Ho spiegato l’accaduto ad Andrea (nome di fantasia del capotreno), il quale prima di iniziare ad agire e a gestire il mio problema, ha fatto una tragica premessa illustrandomi i rari casi in cui si è autorizzati ad effettuare fermate straordinarie (feriti, bombe, pandemie e Padreterni). Tirare il freno e far finta di niente mi avrebbe procurato troppi problemi giuridici e il mio status di militare non me lo consentiva di certo. Gli ho detto che l’indomani avevo un impegno di lavoro a Roma al quale non potevo mancare, e visto il mio status a stellette, sarebbe stata grave la mia defezione. Comunque la giravo quella maledetta frittata, ero spacciato. Andrea però è un capotreno preparato. Giovane ma conosce il suo mestiere, al contrario dei veterani che conoscono poco anche l’educazione, forse per il troppo tempo passato da quando ne hanno ricevuto qualche rudimento. Andrea ha un debole per le divise, e ha compreso immediatamente la gravità della mia situazione.   La prima richiesta è stata Roma Tiburtina, ma la prima risposta è stata negativa. Il treno ha superato inesorabile l’ultima stazione che avrebbe ridato alla mia giornata una semplice parvenza di giornata sfortunata ma abbastanza nei limiti della normalità. Prossima speranza… Firenze! Intanto Andrea telefonava e studiava la mia situazione. Ma Andrea, oltre ad avere uno spiccato senso di responsabilità e di umanità, ha anche una fantasia acuta e quel giorno, l’ha messa tutta in campo per me.   L’ultima telefonata è quella giusta (o non sarebbe stata l’ultima, vista la determinazione del capotreno ad aiutarmi). Capotreno: «Pronto centrale, sono il capotreno del AV Fast 9621 diretto a Milano. Ho a bordo un maresciallo di Marina rimasto chiuso in treno nel tentativo riuscito di sventare uno scippo. Questa persona però doveva andare a Napoli. Posso effettuare una fermata straordinaria a Firenze per permettergli di accorciare i tempi del rientro?». Centrale: «Permesso accordato!». Il risultato? Fermata straordinaria a Firenze assumendosi parte della responsabilità dell’accaduto. Andrea, se avesse applicato alla lettera le consegne del capotreno, senza essere nemmeno tanto cattivo, avrebbe dovuto farmi pagare il biglietto Roma-Milano più la sanzione di 50 euro prevista per l’acquisto a bordo del biglietto, invece mi ha concesso

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la prima classe e ha distribuito una quindicina di minuti di ritardo a tutti i passeggeri a bordo realizzando quasi l’impossibile.   È vero. Le giornate che iniziano male, possono cambiare direzione e aggiustare il tiro. Non era quella la giornata però: a Firenze ha avuto inizio la vera odissea. Dalla stazione di Firenze Capo Marte, io e Jacq arriviamo a piedi in centro bussando a tutti gli autonoleggi che si incontrava per strada. Nulla da fare: tutti chiusi. Ci fermiamo in un hotel per chiedere se avessero la possibilità di chiamare loro un autonoleggio ma la risposta è negativa. Suggerisco a Jacq di chiamare un taxi e andare all’aeroporto.   «Li troveremo tutti gli autonoleggi che vogliamo!». Ma lei è su di giri... e anche un po’ cocciuta. Le dico: «Non ti agitare. Non serve a nulla. Stai calma. Risolviamo!».   La batteria dei miei due cellulari, da lì a poco ci avrebbe abbandonati. Quella del cellulare di Jacq no invece. Ciò che l’aveva abbandonata da tempo però, era il credito. «Bene, visto che non posso telefonare col mio cellulare, ricarichiamo il tuo!»   Ma mi accorsi subito che qualcosa non andava in lei e infatti mi dice: «Non ho contanti io. Come faccio a ricaricare?». «Che problema c’è? Ricarico io col bancomat. Aspettami qui e mentre io vado a ricaricare il tuo cellulare, tu continua a chiamare tutti gli autonoleggi.»   Arrivo al bancomat ma la mia carta sembra smagnetizzata. Da non credere ma è così. Non ho carte di credito ma ho due bancomat. L’altra funziona. Ricarico 25 euro a Jacq, prelevo 250 euro e torno all’hotel. «Hai trovato qualcosa?» «No niente. Guarda in che casino mi hai messa!» comincia. Io sono ateo ma quel giorno dissi: «Oddio, speriamo bene. Non ho mai picchiato una donna e non so come si fa!». Non rispondo alla provocazione e le consiglio di chiamare un taxi ed andare all’aeroporto. Alla fine… ma proprio alla fine, cede e si fa a modo mio.   Si arriva all’aeroporto alle 21 circa. Potevamo scegliere tra una decina di autonoleggi ma siccome odio avere ragione, non faccio notare questa cosa. Poi era davvero incavolata Jacq e non conoscevo la sua reazione. Scegliamo quindi un autonoleggio a caso e allo sportello Jacq mi fa: «Paga tu, ho superato il plafond mensile della mia carta di credito!». E allora io dissi: «Va bene Jacq, che problemi ci sono?! Signorina, quant’è?». «No signore, non si può pagare in contanti. Solo con la carta di credito. L’importo non viene addebitato ma solo bloccato fino alla consegna dell’auto».   «Perfetto. Jacq, dalle la carta di credito». Jacq piangeva. Non voleva, ma sapeva che quella era l’unica soluzione per tornare a casa in serata (ormai nottata). Importo del noleggio: 210 euro da pagare alla consegna l’indomani. Una Fiat Panda modello nuovo. Carina. Si guida bene.   Durante il viaggio ho avuto modo di confermare la mia teoria sulla “mestruopaticità” delle donne, esageratamente accentuata in alcune.

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Ci fermiamo in autogrill per un caffè e per una bottiglia d’acqua e lì… si è superata. Nemmeno una moglie a due passi dal divorzio.   «Fai presto mi sono rotta il c****, voglio tornare a casa!» Cavolo che vergogna. Muti da Firenze a Napoli. Per fortuna la Panda aveva l’autoradio.   Alle 2.30 ero già nel letto pronto a rialzarmi dopo 3 ore e ad assolvere al mio impegno professionale.   Quella disavventura mi è costata 210 euro del noleggio, 25 di ricarica telefonica a Jacq, 50 euro di benzina e 5 euro di autogrill perché Jacq da quel giorno non mi ha rivolto più la parola, forse per non darmi la metà delle spese, e un’amica in meno, che forse tanto amica non era. L’unico bel ricordo che mi è rimasto di quell’avventura? Andrea, il capotreno. Antonio Trani

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Postponi

Pi. Piripiripi. Piripiripiripiripi. Postponi.   Ogni giorno è sempre più fastidiosa questa sveglia del cellulare, è un suono che anche a 200 metri di distanza sentiresti, e ti gireresti con quel nervosismo che ti accompagna ogni mattina, al risveglio. Sono le 6.20. Ti alzi pensando, come sempre, «Ma perché cazzo sono andato a letto alle tre anche ieri sera?».   È martedì. È inverno. Ti vesti e fa già freddo, prendi il cappotto e arrivi davanti alla macchina. E come ogni giorno ti accorgi che dovevi svegliarti almeno quindici minuti prima, perché la tua Clio è un bel ghiacciolo. Metti in moto, inizi a grattare con la spatolina. Il riscaldamento che emana solo aria fredda non è di così grande aiuto a dirla tutta. Dopo l’attività di sbrinamento auto sali in macchina, ora sei tu il ghiacciolo. Parti non vedendo praticamente nulla, e ti chiedi persino se era necessario smanettare per tutto quel tempo se tanto è servito poco a niente. Dopo cinque minuti di viaggio inizi a vedere la linea bianca della corsia sulla strada, non male devo dire, hai solo il 60% delle possibilità di uccidere qualcuno ora. E questa mattina decidi che, si, gli Smiths possono andare. Piccola pausa di riflessione sul fatto che ormai siano una moda alternativa, ma il cinismo è ancora a livelli minimi, sei ancora abbastanza rincoglionito dal sonno. Arrivi al parcheggio della stazione e solo allora ti ricordi che, come ogni mattina – non essendoti ricordato di svegliarti quei benedetti quindici minuti prima per sbrinare la macchina – ti sei giocato il parcheggio. «Che palle, finisce che perdo il treno, ecco…» e invece trovi il solito posto improbabile e speri che non te la rimuovano. Sei comunque in tempo. Due euro in tasca ce li hai, permettiamoci questo caffè e brioches alla crema. Almeno quella è calda, perché è mattina presto. Finita la colazione c’è il piccolo pensiero «Non te lo potevi permettere in realtà, però vabbeh, piccoli piaceri della vita!».   Sali in treno. Ti posizioni per bene. Togli il cappotto, tieni la sciarpa. Fuori le cuffiette, fuori il libro. Basta Smiths, cambiamo, è inverno, i The xx andranno benissimo. Cominci a leggere.

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Ci fermiamo in autogrill per un caffè e per una bottiglia d’acqua e lì… si è superata. Nemmeno una moglie a due passi dal divorzio.   «Fai presto mi sono rotta il c****, voglio tornare a casa!» Cavolo che vergogna. Muti da Firenze a Napoli. Per fortuna la Panda aveva l’autoradio.   Alle 2.30 ero già nel letto pronto a rialzarmi dopo 3 ore e ad assolvere al mio impegno professionale.   Quella disavventura mi è costata 210 euro del noleggio, 25 di ricarica telefonica a Jacq, 50 euro di benzina e 5 euro di autogrill perché Jacq da quel giorno non mi ha rivolto più la parola, forse per non darmi la metà delle spese, e un’amica in meno, che forse tanto amica non era. L’unico bel ricordo che mi è rimasto di quell’avventura? Andrea, il capotreno. Antonio Trani

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Postponi

Pi. Piripiripi. Piripiripiripiripi. Postponi.   Ogni giorno è sempre più fastidiosa questa sveglia del cellulare, è un suono che anche a 200 metri di distanza sentiresti, e ti gireresti con quel nervosismo che ti accompagna ogni mattina, al risveglio. Sono le 6.20. Ti alzi pensando, come sempre, «Ma perché cazzo sono andato a letto alle tre anche ieri sera?».   È martedì. È inverno. Ti vesti e fa già freddo, prendi il cappotto e arrivi davanti alla macchina. E come ogni giorno ti accorgi che dovevi svegliarti almeno quindici minuti prima, perché la tua Clio è un bel ghiacciolo. Metti in moto, inizi a grattare con la spatolina. Il riscaldamento che emana solo aria fredda non è di così grande aiuto a dirla tutta. Dopo l’attività di sbrinamento auto sali in macchina, ora sei tu il ghiacciolo. Parti non vedendo praticamente nulla, e ti chiedi persino se era necessario smanettare per tutto quel tempo se tanto è servito poco a niente. Dopo cinque minuti di viaggio inizi a vedere la linea bianca della corsia sulla strada, non male devo dire, hai solo il 60% delle possibilità di uccidere qualcuno ora. E questa mattina decidi che, si, gli Smiths possono andare. Piccola pausa di riflessione sul fatto che ormai siano una moda alternativa, ma il cinismo è ancora a livelli minimi, sei ancora abbastanza rincoglionito dal sonno. Arrivi al parcheggio della stazione e solo allora ti ricordi che, come ogni mattina – non essendoti ricordato di svegliarti quei benedetti quindici minuti prima per sbrinare la macchina – ti sei giocato il parcheggio. «Che palle, finisce che perdo il treno, ecco…» e invece trovi il solito posto improbabile e speri che non te la rimuovano. Sei comunque in tempo. Due euro in tasca ce li hai, permettiamoci questo caffè e brioches alla crema. Almeno quella è calda, perché è mattina presto. Finita la colazione c’è il piccolo pensiero «Non te lo potevi permettere in realtà, però vabbeh, piccoli piaceri della vita!».   Sali in treno. Ti posizioni per bene. Togli il cappotto, tieni la sciarpa. Fuori le cuffiette, fuori il libro. Basta Smiths, cambiamo, è inverno, i The xx andranno benissimo. Cominci a leggere.

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È un periodo un po’ così, sai che in quel treno può salire qualcuno che per qualche motivo e per un po’ di vergogna non vorresti vedere. Quindi con un occhio controlli chi sale e dove si siede. Ok, è andata, prima prova superata. Ora tocca alla seconda: «Studente IUAV di architettura e/o arti visive con plastico – ti ammiro veramente per la pazienza che hai – ma ti scongiuro, non sederti vicino a me!». Seconda prova superata.   Il treno parte, hai una persona davanti , e una di fianco. È normale, è un treno, mica ci si lamenta. Solo che hai le gambe lunghe ed è quasi inevitabile che ogni tanto, con le ginocchia, accidentalmente tu ti posi sul passeggero seduto di fronte creando dei piccoli impercettibili imbarazzi. Il viaggio continua senza problemi, fino a che non sale la scolaresca di bambini al loro primo viaggio verso Venezia. «Bambini vi adoro, ma non adesso, no, è presto, dormite! Per Piacere!» Ma niente, beata gioventù, loro si divertono. E tu alzi il volume della musica. L’album è già ripartito, dura poco, ma ti piace, quindi lo riascolti.   «Il treno è in arrivo a: Venezia Santa Lucia, ultima fermata.» Ok. Ci sei. Devi rivestirti, riporre il libro, passare accuratamente le cuffiette sotto sciarpa e dentro cappotto. Fatto. Giri la sigaretta. Fatto. Scendi e la accendi. Teoricamente dovresti aspettare di attraversare la stazione per farlo, ma come ogni giorno pensi che per essere primo mattino hai già fatto un sacco di cose, e ti permetti di farlo. Attraversi la stazione con la sigaretta nascosta in mano, neanche fossi un terrorista. Ed ecco: sei a Venezia. Che neanche ti esalta tra l’altro. Niente acqua alta, per fortuna il servizio sms si era sbagliato. Ora devi solo camminare fino a San Marco; il primo biglietto per il traghetto te lo sei “mangiato” con la colazione di prima. Cambiamo musica. Al momento sinceramente non ricordo una possibile scelta musicale che potevo aver fatto al tempo per camminare fino a piazza San Marco… Comunque sia, stai camminando, e c’è già un sacco di gente per strada. Inizi a giocare al divertentissimo gioco che ti sei inventato per passare il tempo: cammina veloce ed evita le persone all’ultimo secondo, se le sfiori, beh, hai perso. Ti stanchi di giocare e un po’ di fiatone ce l’hai. Rallenti il passo e inizi a pensare alle tue cose. Nel frattempo sei arrivato a destinazione.   Ma non è finita, adesso devi prendere il traghetto, perché si, tu studi in un’isola: «Maledetta quella volta, cosa avevo in testa, studio in un’isola!». Traghetto-umidità-freddo, arrivi all’isola. Ci siamo. Entri in classe. Segui il corso. Si chiama “Design” ma il professore è leggermente particolare, ma soprattutto è completamente affascinato dai vasi. Si, vasi. Vasi vasi e ancora vasi. E dopo un’ora la lezione è finita e tu non hai più corsi quel giorno… «Forse dovevo impegnarmi di più con quel benedetto piano di studio.» Corri al traghetto, hai i minuti contati. Rifai tutto il procedimento sopra descritto e ritorni in stazione. Il treno arriva tra mezz’ora. Fa freddo. Il treno arriva. Sali. Il libro al ritorno dura si e no dieci minuti, il sonno pende sulla

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tua testa, che a sua volta pende per conto suo. Cade, il movimento brusco ti risveglia e ti vergogni come poche volte in vita tua, guardandoti subito in giro se qualcuno ha visto la scena. Ma metà delle persone che ti stanno attorno hanno lo stesso identico problema, «Siete tutti sulla stessa barca!». Questa volta nessuno si siede vicino a te, e ti chiedi se il fattore “barba leggermente incolta” funziona sullo scoraggiare persone più anziane a sedersi vicino a te. Ok, è ora di dormire. Imposti la sveglia, perché niente e nessuno ti sveglierà alla tua fermata, se non quell’odioso suono di sveglia da cellulare che tanto conosci bene. Assumi la posizione: gambe incastrate tra sedile e portarifiuti, braccio appoggiato su poggiolo e testa piegata. Invivibile.   La sveglia fa il suo dovere, ti svegli di colpo in preda al panico per spegnerla e ti accorgi che non hai più gambe e collo. Dolori allucinanti. Ora è veramente un problema, ti si sono addormentate le gambe e devi scendere! Cammini come uno stupido fino alla porta e piano piano ti riprendi. Il collo fa terribilmente male.   È già buio. Sono le quattro e mezza passate. La macchina c’è ancora, e senza multe! Che giornata fortunata! Torni a casa, ti spogli, accendi il computer. Sei disteso sulla tua poltrona non troppo comoda e la giornata è già praticamente finita. Cosa hai fatto? Niente. Visto vasi. Ma sei distrutto come se avessi fatto otto ore di lavori forzati. What a beautiful day!   Andrea ha ventidue anni e ora è un videomaker indipendente. Sempre in bolletta ovviamente. Non ha mai finito l’Accademia di Belle arti di Venezia. Nella sua vita scolastica (scuola d’infanzia compresa) ha subito nove anni e mezzo di autobus, un anno e mezzo di vespa e mezzo anno di macchina e un anno di treno. Andrea Moro

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È un periodo un po’ così, sai che in quel treno può salire qualcuno che per qualche motivo e per un po’ di vergogna non vorresti vedere. Quindi con un occhio controlli chi sale e dove si siede. Ok, è andata, prima prova superata. Ora tocca alla seconda: «Studente IUAV di architettura e/o arti visive con plastico – ti ammiro veramente per la pazienza che hai – ma ti scongiuro, non sederti vicino a me!». Seconda prova superata.   Il treno parte, hai una persona davanti , e una di fianco. È normale, è un treno, mica ci si lamenta. Solo che hai le gambe lunghe ed è quasi inevitabile che ogni tanto, con le ginocchia, accidentalmente tu ti posi sul passeggero seduto di fronte creando dei piccoli impercettibili imbarazzi. Il viaggio continua senza problemi, fino a che non sale la scolaresca di bambini al loro primo viaggio verso Venezia. «Bambini vi adoro, ma non adesso, no, è presto, dormite! Per Piacere!» Ma niente, beata gioventù, loro si divertono. E tu alzi il volume della musica. L’album è già ripartito, dura poco, ma ti piace, quindi lo riascolti.   «Il treno è in arrivo a: Venezia Santa Lucia, ultima fermata.» Ok. Ci sei. Devi rivestirti, riporre il libro, passare accuratamente le cuffiette sotto sciarpa e dentro cappotto. Fatto. Giri la sigaretta. Fatto. Scendi e la accendi. Teoricamente dovresti aspettare di attraversare la stazione per farlo, ma come ogni giorno pensi che per essere primo mattino hai già fatto un sacco di cose, e ti permetti di farlo. Attraversi la stazione con la sigaretta nascosta in mano, neanche fossi un terrorista. Ed ecco: sei a Venezia. Che neanche ti esalta tra l’altro. Niente acqua alta, per fortuna il servizio sms si era sbagliato. Ora devi solo camminare fino a San Marco; il primo biglietto per il traghetto te lo sei “mangiato” con la colazione di prima. Cambiamo musica. Al momento sinceramente non ricordo una possibile scelta musicale che potevo aver fatto al tempo per camminare fino a piazza San Marco… Comunque sia, stai camminando, e c’è già un sacco di gente per strada. Inizi a giocare al divertentissimo gioco che ti sei inventato per passare il tempo: cammina veloce ed evita le persone all’ultimo secondo, se le sfiori, beh, hai perso. Ti stanchi di giocare e un po’ di fiatone ce l’hai. Rallenti il passo e inizi a pensare alle tue cose. Nel frattempo sei arrivato a destinazione.   Ma non è finita, adesso devi prendere il traghetto, perché si, tu studi in un’isola: «Maledetta quella volta, cosa avevo in testa, studio in un’isola!». Traghetto-umidità-freddo, arrivi all’isola. Ci siamo. Entri in classe. Segui il corso. Si chiama “Design” ma il professore è leggermente particolare, ma soprattutto è completamente affascinato dai vasi. Si, vasi. Vasi vasi e ancora vasi. E dopo un’ora la lezione è finita e tu non hai più corsi quel giorno… «Forse dovevo impegnarmi di più con quel benedetto piano di studio.» Corri al traghetto, hai i minuti contati. Rifai tutto il procedimento sopra descritto e ritorni in stazione. Il treno arriva tra mezz’ora. Fa freddo. Il treno arriva. Sali. Il libro al ritorno dura si e no dieci minuti, il sonno pende sulla

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tua testa, che a sua volta pende per conto suo. Cade, il movimento brusco ti risveglia e ti vergogni come poche volte in vita tua, guardandoti subito in giro se qualcuno ha visto la scena. Ma metà delle persone che ti stanno attorno hanno lo stesso identico problema, «Siete tutti sulla stessa barca!». Questa volta nessuno si siede vicino a te, e ti chiedi se il fattore “barba leggermente incolta” funziona sullo scoraggiare persone più anziane a sedersi vicino a te. Ok, è ora di dormire. Imposti la sveglia, perché niente e nessuno ti sveglierà alla tua fermata, se non quell’odioso suono di sveglia da cellulare che tanto conosci bene. Assumi la posizione: gambe incastrate tra sedile e portarifiuti, braccio appoggiato su poggiolo e testa piegata. Invivibile.   La sveglia fa il suo dovere, ti svegli di colpo in preda al panico per spegnerla e ti accorgi che non hai più gambe e collo. Dolori allucinanti. Ora è veramente un problema, ti si sono addormentate le gambe e devi scendere! Cammini come uno stupido fino alla porta e piano piano ti riprendi. Il collo fa terribilmente male.   È già buio. Sono le quattro e mezza passate. La macchina c’è ancora, e senza multe! Che giornata fortunata! Torni a casa, ti spogli, accendi il computer. Sei disteso sulla tua poltrona non troppo comoda e la giornata è già praticamente finita. Cosa hai fatto? Niente. Visto vasi. Ma sei distrutto come se avessi fatto otto ore di lavori forzati. What a beautiful day!   Andrea ha ventidue anni e ora è un videomaker indipendente. Sempre in bolletta ovviamente. Non ha mai finito l’Accademia di Belle arti di Venezia. Nella sua vita scolastica (scuola d’infanzia compresa) ha subito nove anni e mezzo di autobus, un anno e mezzo di vespa e mezzo anno di macchina e un anno di treno. Andrea Moro

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Storie di guerra

  Un giorno nel mio tragitto da Castelfranco a Venezia mi è capitato di conoscere un uomo, un macedone di nome Marien. Stavo disegnando su un libretto, lui mi guardava mentre facevo schizzi e prendevo appunti e così mi ha chiesto se studiavo architettura. Ha cominciato a parlarmi della figlia che voleva iscriversi all’Università di architettura, e senza nemmeno accorgerci cominciammo poi a parlare della guerra dei Balcani. Lui, come faceva suo padre, guidava le auto dei politici nell’epoca di Tito. Scoppiata la guerra ha perso il lavoro, ha perso anche degli amici e dei familiari negli scontri. È riuscito a scappare ed è venuto in Italia; la sua famiglia invece è rimasta lì. Ora abita a Castelfranco, in un appartamento di 30 mq, vive da solo e non parla praticamente con nessuno. Sa molto poco l’italiano perché ha poche possibilità di relazionarsi, non parla nemmeno con i suoi compaesani macedoni perché fino ad ora ha conosciuto solo estremisti. Doveva avere per lavoro una certa preparazione culturale, si sente che è molto colto e preparato, ma quando è arrivato in Italia si è ritrovato a fare un lavoro che non era il suo… fa il muratore, talvolta l’imbianchino.   Siamo tornati a parlare della guerra. Questo argomento mi ha sempre incuriosito, da quando sono piccolo, da quando vedevo in televisione i servizi sugli albanesi che arrivavano in Italia con quegli improbabili barconi e che sorridendo facevano il gesto di vittoria. Tutte le volte che trovo un immigrato dei Balcani gli chiedo qualcosa sulla guerra o sul quel periodo.   Avevo una compagna di classe alle elementari che veniva dall’Albania, era un periodo nel quale i media non facevano altro che parlare dei problemi nei Balcani. Vedere tutti questo barconi di immigrati... ero bambino... te le ricordi certe cose; io me le ricordo! Un altro ricordo che ho, appartiene alle vicende dell’ultima guerra, quella in Kosovo nel ‘99. Una delle immagini che mi è rimasta più impressa fu quella di un cargo, un aereo da carico, quelli che scaricano i carri armati e i soldati. Questo gigantesco aereo è passato sopra casa mia. Poi ne erano passati altri, un convoglio da quindici, tutti da trasporto; il rombo dei motori faceva un frastuono che mi è rimasto impresso nella mente. Sapevo che erano aerei che andavano e portavano la guerra, ero bambino e sentir parlare di queste cose mi spaventava molto… me le ricordo tutt’ora. Per questo motivo, crescendo, questa paura si è tramutata in curiosità

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Storie di guerra

  Un giorno nel mio tragitto da Castelfranco a Venezia mi è capitato di conoscere un uomo, un macedone di nome Marien. Stavo disegnando su un libretto, lui mi guardava mentre facevo schizzi e prendevo appunti e così mi ha chiesto se studiavo architettura. Ha cominciato a parlarmi della figlia che voleva iscriversi all’Università di architettura, e senza nemmeno accorgerci cominciammo poi a parlare della guerra dei Balcani. Lui, come faceva suo padre, guidava le auto dei politici nell’epoca di Tito. Scoppiata la guerra ha perso il lavoro, ha perso anche degli amici e dei familiari negli scontri. È riuscito a scappare ed è venuto in Italia; la sua famiglia invece è rimasta lì. Ora abita a Castelfranco, in un appartamento di 30 mq, vive da solo e non parla praticamente con nessuno. Sa molto poco l’italiano perché ha poche possibilità di relazionarsi, non parla nemmeno con i suoi compaesani macedoni perché fino ad ora ha conosciuto solo estremisti. Doveva avere per lavoro una certa preparazione culturale, si sente che è molto colto e preparato, ma quando è arrivato in Italia si è ritrovato a fare un lavoro che non era il suo… fa il muratore, talvolta l’imbianchino.   Siamo tornati a parlare della guerra. Questo argomento mi ha sempre incuriosito, da quando sono piccolo, da quando vedevo in televisione i servizi sugli albanesi che arrivavano in Italia con quegli improbabili barconi e che sorridendo facevano il gesto di vittoria. Tutte le volte che trovo un immigrato dei Balcani gli chiedo qualcosa sulla guerra o sul quel periodo.   Avevo una compagna di classe alle elementari che veniva dall’Albania, era un periodo nel quale i media non facevano altro che parlare dei problemi nei Balcani. Vedere tutti questo barconi di immigrati... ero bambino... te le ricordi certe cose; io me le ricordo! Un altro ricordo che ho, appartiene alle vicende dell’ultima guerra, quella in Kosovo nel ‘99. Una delle immagini che mi è rimasta più impressa fu quella di un cargo, un aereo da carico, quelli che scaricano i carri armati e i soldati. Questo gigantesco aereo è passato sopra casa mia. Poi ne erano passati altri, un convoglio da quindici, tutti da trasporto; il rombo dei motori faceva un frastuono che mi è rimasto impresso nella mente. Sapevo che erano aerei che andavano e portavano la guerra, ero bambino e sentir parlare di queste cose mi spaventava molto… me le ricordo tutt’ora. Per questo motivo, crescendo, questa paura si è tramutata in curiosità

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e in voglia di approfondire questo tema e di comprenderlo meglio.   Parlando con Marien mi sono accorto di come la situazione non si sia tranquillizzata nel suo Paese; ci sono ancora dei focolai e la situazione è molto tesa. Mi è capitato di parlarne anche con altra gente, e ricevo sempre risposte molto diverse tra loro, ma l’elemento in comune che tutti riconoscono è che con Tito si stava meglio. In Bosnia sono rimasti molti estremisti islamici che creano dei problemi politici, istigano le persone alla creazione di rappresaglie e scontri. Io stesso l’ho potuta vedere con i miei occhi questa cosa. Sono stato proprio in Bosnia una settimana fa e sono stato spettatore di un attentato all’ambasciata americana a Sarajevo: un estremista islamico ha sparato contro il palazzo dell’ambasciata e in un attimo l’hanno ammazzato.   Marien vive in un posto bellissimo, vicino ad un lago che mi pare si pronunci “Orid”, che sta al confine tra la Macedonia e l’Albania; un luogo di turismo, frequentato sopratutto da tedeschi. Mi racconta che la gente è stata segnata dentro dalla guerra, ma non ha perso la voglia di ospitare le persone, e ne ho avuto prova personalmente nei due viaggi che ho fatto in Bosnia.   Guardando la situazione attuale in Italia, ci sono molte assonanze che potrebbero far pensare che la situazione dei Balcani potrebbe riproporsi anche per il nostro Paese. Ci sono tante cose che si potrebbero paragonare. In Ex Jugoslavia c’è stata la crisi nel ‘91 – pesante come quella che stiamo vivendo ora – e il debito pubblico era altissimo; quando è morto Tito hanno cominciato a smembrarsi i vari stati, le industrie erano a terra, l’esportazione non esisteva più. L’unica cosa che poteva salvarli era il turismo… e poi invece è scoppiata la guerra, e il turismo è diminuito del 95% in un anno. La disoccupazione è aumentata, come qui ora. Potrebbe succedere anche qui, se diamo credito ad alcuni partiti che vogliono cambiare la nostra costituzione, inserire il diritto di secessione e creare stati federali, il che porterebbe ad uno smembramento dell’Italia per meri motivi economici. Spero che non succeda mai.   Marien ha la capacità di riuscire a vedere da fuori quello che è successo nel suo paese, ed analizzare in modo molto oggettivo la situazione. Pur avendo delle idee precise non colpevolizzava nessuno, ma sa che quello che ha portato allo scoppio della guerra è stato un insieme di situazioni e fatti che avevano portato a quella situazione di crisi. Dai media le persone imparano una cosa molto sbagliata, cioè che gli altri sono diversi. Tutto questo succede perché non abbiamo un’esperienza diretta delle cose e delle persone. Nel momento in cui una persona ha un’esperienza diretta con persone di altri stati, che ritenevamo diverse o lontane, ci si rende conto che siamo tutti uguali. Marien non ha idee rivoluzionarie, vuole solo fare del bene alla sua famiglia; è semplicemente un padre, e i padri sono uguali in qualsiasi posto del mondo in cui ti trovi. Sono uguali tutti nei bisogni primari, negli affetti, nei valori. Matteo Favero

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Sub

  Sarà capitato a tutti di ritrovarsi nella metropolitana di una grande metropoli e, in situazioni simili, chiunque avrà notato qualcosa di strano nei compagni di viaggio: capita di annusare, nostro malgrado, una loro ascella, di sfiorare le dita di una loro mano o di toccare involontariamente la loro schiena e, alle volte capita anche di peggio, come ad esempio di toccare loro il sedere. Sono cose che capitano e non c’è da scandalizzarsi, la prossemica non esiste più in alcune situazioni, che ci si può fare! E passare il tempo in un treno che sfreccia sottoterra è un’esperienza che di per sé può sembrare anche angosciante.  Nella tube londinese, se si ha la fortuna di vivere in zona 1 e 2, che equivale diciamo al centro, la metro è solo un mezzo per raggiungere lontane zone periferiche o per evitare il traffico delle auto e dei doubledecked bus e arrivare velocemente nei luoghi più famosi. Io ho avuto fortuna e, nel mio soggiorno a Londra verso la fine della primavera, la subway l’ho vissuta intensamente, sempre alla ricerca assidua di un impiego.   Mi trovavo in zona 2, a ovest, non lontano dall’area posh di Chelsea, e subito dopo il quartiere di Notting Hill. Devo ammettere che per raggiungere i quartieri della City, a est, subito dopo la zona 1 e rientrando ancora in zona 2, mi ci voleva mezz’ora di metro. Da Shepherd’s Bush, casa mia, passavo Holland Park, il mio parco preferito, Notting Hill, Queensway, Lancaster Gate, Marble Arch, Bond Street, Oxford Circus, Tottenham Court Road, Holborn, Chancery Lane, St. Paul’s, Bank, Liverpool Street e finalmente ero giunto a destinazione, nell’area più metropolitana della città. Pensare che sopra la mia testa sfrecciavano parchi enormi, aree famosissime di Londra, grattacieli, monumenti, musei, centri commerciali e strade e traffico e qualunque altra casa o cosa londinese, era alienante… perché il pensiero si fermava al soffitto basso di quel treno o al limite a quelle maniglie rosse dove picchiavo spesso la testa, ed era troppo astratto pensare davvero a ciò che mi separava dalla superficie. Il paesaggio della circle line non è tra i più interessanti, dato che passa tutto sottoterra e, scintille a parte, non accade un bel niente là fuori, di là dal vetro. Prendono forma in quell’oscurità solo chilometri e chilometri di cavi.   Chiunque sa che un buon libro è proprio la medicina giusta per dimenticarsi di quella mezz’ora di treno, che spesso è un piccolo viaggio, ma che con

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e in voglia di approfondire questo tema e di comprenderlo meglio.   Parlando con Marien mi sono accorto di come la situazione non si sia tranquillizzata nel suo Paese; ci sono ancora dei focolai e la situazione è molto tesa. Mi è capitato di parlarne anche con altra gente, e ricevo sempre risposte molto diverse tra loro, ma l’elemento in comune che tutti riconoscono è che con Tito si stava meglio. In Bosnia sono rimasti molti estremisti islamici che creano dei problemi politici, istigano le persone alla creazione di rappresaglie e scontri. Io stesso l’ho potuta vedere con i miei occhi questa cosa. Sono stato proprio in Bosnia una settimana fa e sono stato spettatore di un attentato all’ambasciata americana a Sarajevo: un estremista islamico ha sparato contro il palazzo dell’ambasciata e in un attimo l’hanno ammazzato.   Marien vive in un posto bellissimo, vicino ad un lago che mi pare si pronunci “Orid”, che sta al confine tra la Macedonia e l’Albania; un luogo di turismo, frequentato sopratutto da tedeschi. Mi racconta che la gente è stata segnata dentro dalla guerra, ma non ha perso la voglia di ospitare le persone, e ne ho avuto prova personalmente nei due viaggi che ho fatto in Bosnia.   Guardando la situazione attuale in Italia, ci sono molte assonanze che potrebbero far pensare che la situazione dei Balcani potrebbe riproporsi anche per il nostro Paese. Ci sono tante cose che si potrebbero paragonare. In Ex Jugoslavia c’è stata la crisi nel ‘91 – pesante come quella che stiamo vivendo ora – e il debito pubblico era altissimo; quando è morto Tito hanno cominciato a smembrarsi i vari stati, le industrie erano a terra, l’esportazione non esisteva più. L’unica cosa che poteva salvarli era il turismo… e poi invece è scoppiata la guerra, e il turismo è diminuito del 95% in un anno. La disoccupazione è aumentata, come qui ora. Potrebbe succedere anche qui, se diamo credito ad alcuni partiti che vogliono cambiare la nostra costituzione, inserire il diritto di secessione e creare stati federali, il che porterebbe ad uno smembramento dell’Italia per meri motivi economici. Spero che non succeda mai.   Marien ha la capacità di riuscire a vedere da fuori quello che è successo nel suo paese, ed analizzare in modo molto oggettivo la situazione. Pur avendo delle idee precise non colpevolizzava nessuno, ma sa che quello che ha portato allo scoppio della guerra è stato un insieme di situazioni e fatti che avevano portato a quella situazione di crisi. Dai media le persone imparano una cosa molto sbagliata, cioè che gli altri sono diversi. Tutto questo succede perché non abbiamo un’esperienza diretta delle cose e delle persone. Nel momento in cui una persona ha un’esperienza diretta con persone di altri stati, che ritenevamo diverse o lontane, ci si rende conto che siamo tutti uguali. Marien non ha idee rivoluzionarie, vuole solo fare del bene alla sua famiglia; è semplicemente un padre, e i padri sono uguali in qualsiasi posto del mondo in cui ti trovi. Sono uguali tutti nei bisogni primari, negli affetti, nei valori. Matteo Favero

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Sub

  Sarà capitato a tutti di ritrovarsi nella metropolitana di una grande metropoli e, in situazioni simili, chiunque avrà notato qualcosa di strano nei compagni di viaggio: capita di annusare, nostro malgrado, una loro ascella, di sfiorare le dita di una loro mano o di toccare involontariamente la loro schiena e, alle volte capita anche di peggio, come ad esempio di toccare loro il sedere. Sono cose che capitano e non c’è da scandalizzarsi, la prossemica non esiste più in alcune situazioni, che ci si può fare! E passare il tempo in un treno che sfreccia sottoterra è un’esperienza che di per sé può sembrare anche angosciante.  Nella tube londinese, se si ha la fortuna di vivere in zona 1 e 2, che equivale diciamo al centro, la metro è solo un mezzo per raggiungere lontane zone periferiche o per evitare il traffico delle auto e dei doubledecked bus e arrivare velocemente nei luoghi più famosi. Io ho avuto fortuna e, nel mio soggiorno a Londra verso la fine della primavera, la subway l’ho vissuta intensamente, sempre alla ricerca assidua di un impiego.   Mi trovavo in zona 2, a ovest, non lontano dall’area posh di Chelsea, e subito dopo il quartiere di Notting Hill. Devo ammettere che per raggiungere i quartieri della City, a est, subito dopo la zona 1 e rientrando ancora in zona 2, mi ci voleva mezz’ora di metro. Da Shepherd’s Bush, casa mia, passavo Holland Park, il mio parco preferito, Notting Hill, Queensway, Lancaster Gate, Marble Arch, Bond Street, Oxford Circus, Tottenham Court Road, Holborn, Chancery Lane, St. Paul’s, Bank, Liverpool Street e finalmente ero giunto a destinazione, nell’area più metropolitana della città. Pensare che sopra la mia testa sfrecciavano parchi enormi, aree famosissime di Londra, grattacieli, monumenti, musei, centri commerciali e strade e traffico e qualunque altra casa o cosa londinese, era alienante… perché il pensiero si fermava al soffitto basso di quel treno o al limite a quelle maniglie rosse dove picchiavo spesso la testa, ed era troppo astratto pensare davvero a ciò che mi separava dalla superficie. Il paesaggio della circle line non è tra i più interessanti, dato che passa tutto sottoterra e, scintille a parte, non accade un bel niente là fuori, di là dal vetro. Prendono forma in quell’oscurità solo chilometri e chilometri di cavi.   Chiunque sa che un buon libro è proprio la medicina giusta per dimenticarsi di quella mezz’ora di treno, che spesso è un piccolo viaggio, ma che con

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l’abitudine non è altro che ciò che ci separa da casa; dove l’ho già sentita questa frase? Ah ecco, è scritto proprio qui, nella fodera che ormai non ha più un uso, ma che conteneva la mia Oyster, l’abbonamento per la metro: “Travel is a means to an end. Home”.  Nella subway i libri sono spesso seduti insieme ai loro possessori che, come me, viaggiavano lungo il binario della metropolitana, ma anche oltre, seguendo le pagine svolazzanti di quei racconti o pigiando i bottoni del kindle o, per i più fortunati, sfiorando i loro iPad o altri tablet. Armati di un buon libro si rischia addirittura di perdere la propria fermata, se non si presta attenzione alla voce che annuncia la prossima fermata o il cambio da effettuare… e allora in quei casi, a volte, sono guai davvero. Ma non è di questo che voglio parlarvi! Il mio libro in questione si chiamava “Submarine” scritto da Joe Dunthorne e, a quanto ne so, ne hanno pure fatto un film sebbene né il libro né il film siano stati ancora tradotti in italiano, e purtroppo non mi sia ancora capitato di vederlo. Lui era il mio fedele compagno di viaggio, così come il protagonista, Oliver Tate, e li tenevo nella mia borsa a tracolla con la bandiera londinese cucita sopra: la storia di un adolescente che cerca di superare la fase tremenda che da bambino conduce allo status di uomo, scoprendo l’amore, riscoprendo la proprio sessualità, il proprio io e le proprie necessità.   Avevo trovato la colonna sonora ideale a quella vicenda che partiva in automatico nella mia testa non appena si chiudevano le porte automatiche della metro e mi sedevo in quei morbidi divanetti dalle fodere quanto mai kitsch. “Her morning elegance” di Oran Levie era proprio la canzone perfetta per via di quel mood che si annidava in me e per quel clima piovoso e un po’ malinconico di quella vita inglese ma radiosa. Non è un musicista così famoso, ma il video di questa canzone ha avuto alcuni momenti di gloria: è quel video in stop-motion, girato tutto in una camera matrimoniale e l’inquadratura principale è dall’alto, rivolta proprio al letto, dove accade per lo più tutta la storia narrata nella canzone. Non vi viene in mente? Vi consiglio un giro per You Tube e curiosare un attimo perché ne vale la pena. Questa canzone, suscitava in me qualcosa che non so spiegarvi; e la stessa vicenda di Oliver assumeva i contorni di una parabola di quanto mi trovavo a vivere in quelle lunghe e sterminate passeggiate e rincorse alla ricerca di un lavoro, alla ricerca forse anche di qualcuno di cui poi ho scoperto non averne affatto bisogno e, come diceva mia sorella prima che partissi, alla ricerca di me stesso. E aveva ragione, cavolo se aveva ragione. Il mio soggiorno infatti è terminato prima del mio libro e, ancora oggi, fermo a pagina 160 non riesco assolutamente a completarlo, perché mi manca quello sferragliare della metro, l’andirivieni delle fermate, del traffico umano che si assottiglia in un unico blob informe nelle fermate del centro; mi manca alzare lo sguardo dai caratteri stampati del libro e ritrovarmi seduti nel sedile di fronte al mio gli esseri umani più bizzarri del mondo; mi manca tanto sapere che quella storia avviene lì, da qualche parte, in quella stessa città.

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  Poco più di cento pagine mi separano dal destino che l’autore ha scelto per Oliver e probabilmente non sarò io a volerlo conoscere, non senza quell’atmosfera, non senza quei pensieri che popolavano la mia mente solo lì e, forse, mi sta bene così. Mi piace che questo libro, che ora sto tenendo fra le mani, con questa copertina così consumata per tutti i viaggi che ha dovuto sopportare, sia quasi un simbolo di un cambiamento. Tengo con cura il segnalibro fermo a quando sono ritornato a casa e mi ricorda di qualcosa che si è interrotto forse o, più semplicemente, che è cambiato per sempre. Ecco, lì è quel punto, quel momento di svolta e il segnalibro mi fa il verso con un ologramma che mi continua ad augurare “Happy Birthday”; sì, mi sta proprio facendo il verso. Daniele Zoico

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l’abitudine non è altro che ciò che ci separa da casa; dove l’ho già sentita questa frase? Ah ecco, è scritto proprio qui, nella fodera che ormai non ha più un uso, ma che conteneva la mia Oyster, l’abbonamento per la metro: “Travel is a means to an end. Home”.  Nella subway i libri sono spesso seduti insieme ai loro possessori che, come me, viaggiavano lungo il binario della metropolitana, ma anche oltre, seguendo le pagine svolazzanti di quei racconti o pigiando i bottoni del kindle o, per i più fortunati, sfiorando i loro iPad o altri tablet. Armati di un buon libro si rischia addirittura di perdere la propria fermata, se non si presta attenzione alla voce che annuncia la prossima fermata o il cambio da effettuare… e allora in quei casi, a volte, sono guai davvero. Ma non è di questo che voglio parlarvi! Il mio libro in questione si chiamava “Submarine” scritto da Joe Dunthorne e, a quanto ne so, ne hanno pure fatto un film sebbene né il libro né il film siano stati ancora tradotti in italiano, e purtroppo non mi sia ancora capitato di vederlo. Lui era il mio fedele compagno di viaggio, così come il protagonista, Oliver Tate, e li tenevo nella mia borsa a tracolla con la bandiera londinese cucita sopra: la storia di un adolescente che cerca di superare la fase tremenda che da bambino conduce allo status di uomo, scoprendo l’amore, riscoprendo la proprio sessualità, il proprio io e le proprie necessità.   Avevo trovato la colonna sonora ideale a quella vicenda che partiva in automatico nella mia testa non appena si chiudevano le porte automatiche della metro e mi sedevo in quei morbidi divanetti dalle fodere quanto mai kitsch. “Her morning elegance” di Oran Levie era proprio la canzone perfetta per via di quel mood che si annidava in me e per quel clima piovoso e un po’ malinconico di quella vita inglese ma radiosa. Non è un musicista così famoso, ma il video di questa canzone ha avuto alcuni momenti di gloria: è quel video in stop-motion, girato tutto in una camera matrimoniale e l’inquadratura principale è dall’alto, rivolta proprio al letto, dove accade per lo più tutta la storia narrata nella canzone. Non vi viene in mente? Vi consiglio un giro per You Tube e curiosare un attimo perché ne vale la pena. Questa canzone, suscitava in me qualcosa che non so spiegarvi; e la stessa vicenda di Oliver assumeva i contorni di una parabola di quanto mi trovavo a vivere in quelle lunghe e sterminate passeggiate e rincorse alla ricerca di un lavoro, alla ricerca forse anche di qualcuno di cui poi ho scoperto non averne affatto bisogno e, come diceva mia sorella prima che partissi, alla ricerca di me stesso. E aveva ragione, cavolo se aveva ragione. Il mio soggiorno infatti è terminato prima del mio libro e, ancora oggi, fermo a pagina 160 non riesco assolutamente a completarlo, perché mi manca quello sferragliare della metro, l’andirivieni delle fermate, del traffico umano che si assottiglia in un unico blob informe nelle fermate del centro; mi manca alzare lo sguardo dai caratteri stampati del libro e ritrovarmi seduti nel sedile di fronte al mio gli esseri umani più bizzarri del mondo; mi manca tanto sapere che quella storia avviene lì, da qualche parte, in quella stessa città.

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  Poco più di cento pagine mi separano dal destino che l’autore ha scelto per Oliver e probabilmente non sarò io a volerlo conoscere, non senza quell’atmosfera, non senza quei pensieri che popolavano la mia mente solo lì e, forse, mi sta bene così. Mi piace che questo libro, che ora sto tenendo fra le mani, con questa copertina così consumata per tutti i viaggi che ha dovuto sopportare, sia quasi un simbolo di un cambiamento. Tengo con cura il segnalibro fermo a quando sono ritornato a casa e mi ricorda di qualcosa che si è interrotto forse o, più semplicemente, che è cambiato per sempre. Ecco, lì è quel punto, quel momento di svolta e il segnalibro mi fa il verso con un ologramma che mi continua ad augurare “Happy Birthday”; sì, mi sta proprio facendo il verso. Daniele Zoico

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Le quattro regole

(Studi antropologici svolti nell’arco di due anni e mezzo)   Sono pendolare da due anni e mezzo e ora scriverò quello che ho imparato fino ad ora. Tutte le tecniche che uso per sopravvivere ai viaggi da Castelfranco Veneto a Venezia Santa Lucia e viceversa.   1. La prima regola è una regola di tipo logistico. È ovvio che perderai il treno, mettitela via, non puoi posticipare la sveglia di un quarto d’ora e pensare di riuscire a: • Fare la doccia. (Si, io la faccio di mattina. Se tu la fai di sera beato te, una cosa in meno da fare) • Vestirti. (Si, sono donna. Si, sono attenta anche ad abbinare la vecchia maglietta dei Clash al maglione giusto. Se tu sei uomo, beato te perché hai un’altra cosa in meno da fare. Ma anche gli uomini son dei fighetti oggigiorno!) • Fare colazione. (Quale universitario la fa?) • Prendere borsa, libri, iPod, cappotto, cappello, sciarpa, libro per il viaggio, cicche; bere il caffè come fosse uno shot di tequila, rassicurare la mamma sul fatto che sei vestito e potrai sopportare il freddo e sul fatto che un cornetto in stazione lo mangerai. • Entrare nella macchina che assomiglia al freezer di casa. (Wow un calippo! No, illuso, sono gli occhiali da sole che hai dimenticato ieri sera nel vano porta oggetti) • Andare da Cittadella a Castelfranco. (Non starò a descriverti questa parte, guardati uno sketch di Giole Dix a riguardo) • Cercare parcheggio. (…) • Prendere il treno. (No, non l’hai preso. Aspetta il prossimo e arriverai a lezione finita, poi hai un simpatico buco di tre ore per la lezione dopo). Sono solo le 07.43 e sei in ritardo di sei minuti, per un ritardo di sei minuti perderai tempo per tre ore e quaranta, c’è sempre la BAUM così puoi studiare… magrissima consolazione.   Prima regola del pendolare: non prepararti per il treno che devi prendere, preparati per il treno prima di quello che devi prendere: ti prepari per il treno

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Le quattro regole

(Studi antropologici svolti nell’arco di due anni e mezzo)   Sono pendolare da due anni e mezzo e ora scriverò quello che ho imparato fino ad ora. Tutte le tecniche che uso per sopravvivere ai viaggi da Castelfranco Veneto a Venezia Santa Lucia e viceversa.   1. La prima regola è una regola di tipo logistico. È ovvio che perderai il treno, mettitela via, non puoi posticipare la sveglia di un quarto d’ora e pensare di riuscire a: • Fare la doccia. (Si, io la faccio di mattina. Se tu la fai di sera beato te, una cosa in meno da fare) • Vestirti. (Si, sono donna. Si, sono attenta anche ad abbinare la vecchia maglietta dei Clash al maglione giusto. Se tu sei uomo, beato te perché hai un’altra cosa in meno da fare. Ma anche gli uomini son dei fighetti oggigiorno!) • Fare colazione. (Quale universitario la fa?) • Prendere borsa, libri, iPod, cappotto, cappello, sciarpa, libro per il viaggio, cicche; bere il caffè come fosse uno shot di tequila, rassicurare la mamma sul fatto che sei vestito e potrai sopportare il freddo e sul fatto che un cornetto in stazione lo mangerai. • Entrare nella macchina che assomiglia al freezer di casa. (Wow un calippo! No, illuso, sono gli occhiali da sole che hai dimenticato ieri sera nel vano porta oggetti) • Andare da Cittadella a Castelfranco. (Non starò a descriverti questa parte, guardati uno sketch di Giole Dix a riguardo) • Cercare parcheggio. (…) • Prendere il treno. (No, non l’hai preso. Aspetta il prossimo e arriverai a lezione finita, poi hai un simpatico buco di tre ore per la lezione dopo). Sono solo le 07.43 e sei in ritardo di sei minuti, per un ritardo di sei minuti perderai tempo per tre ore e quaranta, c’è sempre la BAUM così puoi studiare… magrissima consolazione.   Prima regola del pendolare: non prepararti per il treno che devi prendere, preparati per il treno prima di quello che devi prendere: ti prepari per il treno

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delle 07.09, arriverai verso le 07.15, quindi hai tempo di mangiare quel famoso cornetto, prendere un cappuccino, fumare una sigaretta, se anche tu hai l’odioso vizio, e prendere il treno delle 07.37 con tanta tranquillità.   2. La seconda regola è di tipo sociologico. Mentre aspetti il treno guardati attorno. Devi esaminare attentamente chi è attorno a te. Le categorie qui sotto variano tra le fasce orarie, e sono da evitare: • Gruppi di ragazze al primo anno di università. Evita di sederti vicino a loro o dovrai subirti, nel peggiore dei casi con un accento veneto marcato, quanto “l’è beo” Pinco Pallino qualsiasi. E nel caso fosse lunedì, quanto si sono dimenate sabato sera al New York Jazz. E poi ridono, ridono e gridano. Fascia oraria: treni della mattina (7.00/10.00) e treni della sera (18.00/20.00). • Gruppi della terza età in gita a Piazza San Marco (non Venezia). Fascia oraria: come sopra. • Adolescenti di ritorno da scuola. Sono da evitare come il peggiore dei mali. Sono i veri e unici nemici del pendolare, sono anche loro pendolari ma tutti quegli ormoni sconfiggono qualsiasi tipo di stanchezza. Sono arroganti, ribelli e non hanno paura di te. Ritengono l’educazione e la pacatezza regole retrograde e antiliberali quindi gridano, parlano tantissimo e di cose sciocche, ascoltano musica senza cuffiette costringendo tutti a sentire il pezzo nuovo di David Guetta e altri Dj. Sbattono i cestini per divertimento, parlo di quelli azzurri… mi sono sempre chiesta: una gommina su quel coperchio, no? Fascia oraria: soprattutto il maledetto treno delle 13.39! • I lavoratori al telefono. Parleranno con i loro clienti anche in treno, tu non sai nemmeno in che lingua sta parlando, ma per ragioni di vicinanza ti tocca ascoltare. Peggio se sono lavoratrici donne, anni di patriarcato le ha rese più aggressive, si arrabbiano tantissimo e devono fare troppe cose, non possono perdere tempo in treno e rilassarsi, sono sante che chiamano madri, figli, badanti, baby-sitter, capi, clienti; gestiscono una vita fitta fitta di impegni. Si, sei una santa, ma la tua vita non mi interessa! Se anche a te non interessa la regolarità intestinale del figlio di quella donna, evitala. Fascia oraria: treni della mattina (07.00/08.00) e treni della sera (17.00/18.00). • Studente di architettura. A parte rari casi di eleganza, in gruppo è un pozzo di blasfemia e maschilismo senza parlare di quel plastico che porta in giro! Fascia oraria: variabile.   Seconda regola del pendolare: cerca persone pigre, studenti fuori corso con occhiaia di anni da pendolare, intellettuali pacati, secchioni della classe con occhiali e brufoli. Individuato il tuo compagno di viaggio mentre aspetti, cerca di seguirlo e siediti dove si siede lui. Non fare però troppo affidamento su quello che fa, se vedi che si siede vicino a gruppi sopra elencati abbandonalo e cerca un nuovo compagno di viaggio all’interno del treno. L’importante per te è stare tranquillo. Ricorda che non puoi stare tranquillo con vicini fastidiosi.

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  3. La terza regola è di tipo ambientale. Ricorda che non esiste il treno perfetto. Non ci sarà mai. I treni: • Puzzano. • Se sono belli son troppo piccoli e ti fai il viaggio in piedi (Minuetto delle 10.28). • Quelli per Trento ad esempio hanno un vagone riservato alle biciclette che non ci sono e tu sei seduto per terra. • La tenda può non esserci o essere rotta (il sole in faccia di certo non è gradevole). Tutto questo è al di fuori del tuo controllo non puoi farci nulla, avrai sempre la sensazione di pagare troppo per un servizio scadente. E anche se il treno non puzza e sei seduto nel posto giusto, hai comunque 9 fermate di fronte e può esserci sempre una persona fastidiosa che si siederà al tuo fianco anche dopo che hai selezionato con cura il posto dove sedere. Quindi cerca di dormire già quando sei a Resana. Non studiare, non leggere, ascolta musica se vuoi. Ma non cercare di fare nulla di produttivo, compagni del tuo corso, che abitano a Venezia, si svegliano due ore dopo di te per andare alla tua stessa lezione.   Terza regola del pendolare: Trenitalia si scuserà sempre per il disagio ma non cambierà mai. Dormi e sogna un mondo migliore.   4. L’ultima regola è la più semplice e non ha bisogno di parafrasi.   Quarta regola del pendolare: se hai un compagno di viaggio, dimentica tutte queste regole. Mettiti dove vuoi, parla quanto vuoi (io ti riconoscerò e cercherò posto molto lontano da te). Giulia Pierobon

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delle 07.09, arriverai verso le 07.15, quindi hai tempo di mangiare quel famoso cornetto, prendere un cappuccino, fumare una sigaretta, se anche tu hai l’odioso vizio, e prendere il treno delle 07.37 con tanta tranquillità.   2. La seconda regola è di tipo sociologico. Mentre aspetti il treno guardati attorno. Devi esaminare attentamente chi è attorno a te. Le categorie qui sotto variano tra le fasce orarie, e sono da evitare: • Gruppi di ragazze al primo anno di università. Evita di sederti vicino a loro o dovrai subirti, nel peggiore dei casi con un accento veneto marcato, quanto “l’è beo” Pinco Pallino qualsiasi. E nel caso fosse lunedì, quanto si sono dimenate sabato sera al New York Jazz. E poi ridono, ridono e gridano. Fascia oraria: treni della mattina (7.00/10.00) e treni della sera (18.00/20.00). • Gruppi della terza età in gita a Piazza San Marco (non Venezia). Fascia oraria: come sopra. • Adolescenti di ritorno da scuola. Sono da evitare come il peggiore dei mali. Sono i veri e unici nemici del pendolare, sono anche loro pendolari ma tutti quegli ormoni sconfiggono qualsiasi tipo di stanchezza. Sono arroganti, ribelli e non hanno paura di te. Ritengono l’educazione e la pacatezza regole retrograde e antiliberali quindi gridano, parlano tantissimo e di cose sciocche, ascoltano musica senza cuffiette costringendo tutti a sentire il pezzo nuovo di David Guetta e altri Dj. Sbattono i cestini per divertimento, parlo di quelli azzurri… mi sono sempre chiesta: una gommina su quel coperchio, no? Fascia oraria: soprattutto il maledetto treno delle 13.39! • I lavoratori al telefono. Parleranno con i loro clienti anche in treno, tu non sai nemmeno in che lingua sta parlando, ma per ragioni di vicinanza ti tocca ascoltare. Peggio se sono lavoratrici donne, anni di patriarcato le ha rese più aggressive, si arrabbiano tantissimo e devono fare troppe cose, non possono perdere tempo in treno e rilassarsi, sono sante che chiamano madri, figli, badanti, baby-sitter, capi, clienti; gestiscono una vita fitta fitta di impegni. Si, sei una santa, ma la tua vita non mi interessa! Se anche a te non interessa la regolarità intestinale del figlio di quella donna, evitala. Fascia oraria: treni della mattina (07.00/08.00) e treni della sera (17.00/18.00). • Studente di architettura. A parte rari casi di eleganza, in gruppo è un pozzo di blasfemia e maschilismo senza parlare di quel plastico che porta in giro! Fascia oraria: variabile.   Seconda regola del pendolare: cerca persone pigre, studenti fuori corso con occhiaia di anni da pendolare, intellettuali pacati, secchioni della classe con occhiali e brufoli. Individuato il tuo compagno di viaggio mentre aspetti, cerca di seguirlo e siediti dove si siede lui. Non fare però troppo affidamento su quello che fa, se vedi che si siede vicino a gruppi sopra elencati abbandonalo e cerca un nuovo compagno di viaggio all’interno del treno. L’importante per te è stare tranquillo. Ricorda che non puoi stare tranquillo con vicini fastidiosi.

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  3. La terza regola è di tipo ambientale. Ricorda che non esiste il treno perfetto. Non ci sarà mai. I treni: • Puzzano. • Se sono belli son troppo piccoli e ti fai il viaggio in piedi (Minuetto delle 10.28). • Quelli per Trento ad esempio hanno un vagone riservato alle biciclette che non ci sono e tu sei seduto per terra. • La tenda può non esserci o essere rotta (il sole in faccia di certo non è gradevole). Tutto questo è al di fuori del tuo controllo non puoi farci nulla, avrai sempre la sensazione di pagare troppo per un servizio scadente. E anche se il treno non puzza e sei seduto nel posto giusto, hai comunque 9 fermate di fronte e può esserci sempre una persona fastidiosa che si siederà al tuo fianco anche dopo che hai selezionato con cura il posto dove sedere. Quindi cerca di dormire già quando sei a Resana. Non studiare, non leggere, ascolta musica se vuoi. Ma non cercare di fare nulla di produttivo, compagni del tuo corso, che abitano a Venezia, si svegliano due ore dopo di te per andare alla tua stessa lezione.   Terza regola del pendolare: Trenitalia si scuserà sempre per il disagio ma non cambierà mai. Dormi e sogna un mondo migliore.   4. L’ultima regola è la più semplice e non ha bisogno di parafrasi.   Quarta regola del pendolare: se hai un compagno di viaggio, dimentica tutte queste regole. Mettiti dove vuoi, parla quanto vuoi (io ti riconoscerò e cercherò posto molto lontano da te). Giulia Pierobon

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i messaggi di lavoro. Mi raccontava che in inverno le temperature non erano rigide come da noi, e se al mattino l’acqua era fredda e doveva farsi la doccia, aspettava. Aveva il suo orto, per cui si produceva da sé il suo cibo. Per nove mesi all’anno conduceva questa vita.   Questo racconto mi ha messo in crisi, perché nel momento in cui io ho dovuto raccontare la mia esperienza mi sono sentito “in imbarazzo”. Mi sentivo quasi in colpa per aver passato 37 anni, di cui 25 di pendolarismo, a fare un lavoro impiegatizio. Lui se ne è accorto e mi ha tranquillizzato, spiegandomi che la sua era stata una scelta particolare. Abbiamo ripreso a parlare e ci siamo confrontati sullo stesso piano. Gli ho raccontato delle mie soddisfazioni, e mi sono trovato ad avere delle esperienze di vita che eguagliavano se non superavano le sue. In effetti lui aveva lasciato la sua famiglia, per vivere con la sua compagna in quest’isola. Aveva dei figli, ma non configuravano con la vita che voleva fare. In città doveva vivere in un appartamento, senza il giardino, accompagnare i figli a scuola, e tutto questo non faceva per lui. Era un cane sciolto, non amava le regole. Io invece ero l’opposto: passi lunghi e certi, una famiglia e dei figli, una pensione sicura, tutte cose che lui non aveva. Quanti di noi hanno detto «Vorrei abbandonare tutto e andare in un isola deserta»? Però poi bisogna avere il coraggio di farlo e accettarne le conseguenze, abbandonare i propri familiari e le proprie abitudini.   Finito il viaggio ci siamo salutati. Abbiamo concluso la nostra conversazione ammettendo i pro e i contro delle nostre vite. Da parte mia preferisco soddisfare le mie esigenze in tre settimane all’anno andando al mare, perché non deve essere il mio stile di vita ma il mio divertimento e il mio ricarica batterie.   Mi raccontava poi che il giornale lo leggeva una volta la settimana, quando qualcuno glielo procurava. Mi ricordo che era settembre e mi chiedeva chi aveva vinto lo scudetto il maggio precedente! Pur essendo un appassionato di calcio, era indifferente rispetto agli eventi. Anche per quanto riguarda la politica era rimasto molto molto indietro. La sua era un’informazione molto superficiale, non gli interessava. La sua vita non toccava l’informazione giornaliera. Il sottoscritto invece ogni mattina si connette alle news che accadono nel mondo; più di qualche volta al giorno! Non aveva interesse per ciò che facevano gli altri. Era sicuramente una persona che non aveva gelosie, e non lasciava trasparire nemmeno il desiderio che gli altri volessero sapere cosa faceva. Lui era uno che – me lo ricordo dai tempi della scuola – pensava per sé, era uno che non lo sentivi mai parlare male degli altri, ha cercato sempre di fare la propria vita senza “disturbare”. Luciano Trento

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Compagni di scuola

  Ho cominciato a fare il pendolare nel lontano 1985. Dire che la mia vita di pendolare è stata movimentata è dire poco. Se devo soffermarmi su un evento in particolare che mi ricordo e mi porto appresso da un paio d’anni, da quando ho finito di lavorare (felicemente, di lavorare!), è un episodio accaduto se non ricordo male verso settembre 2009, quando durante i miei ultimi trasferimenti verso Padova-Bassano la sera (e qui apro una parentesi: erano due ore di viaggio perché oltre al treno c’era anche la navetta aziendale) quando è successo un fatto che, come dire, mi ha messo in crisi interiore.   Era uno dei primi giorni di settembre, faceva ancora caldo, e mi trovavo nello scompartimento del treno Padova-Bassano, quando nella stessa carrozza è entrato – e poi si è seduto vicino a me – un mio vecchio compagno di scuola (quindi stiamo parlando di un compagno del ‘69-’70). Ci eravamo già visti un paio di volte, ma ci si salutava cordialmente senza entrare nello specifico. Sapevo solo che conduceva un certo tipo di vita diciamo “biologica” e i suoi affari centravano con il miele. Quel giorno mi trovavo, stravolto, nel mio scompartimento in treno, di ritorno verso casa, quando è entrato lui. Ci siamo salutati con molta stima e una domanda tirava l’altra, così ci siamo raccontati un po’ la nostra vita. Io tornavo da una giornata intensa e lui arrivava da un’isola della Sicilia, una delle isole Eolie, una delle frazioni che se non ricordo male si chiamava Ginostra. Mi ha raccontato il suo stile di vita. In effetti, pur continuando la propria attività di commercializzazione di api e di miele (come si dice, coltivazione o allevamento di api?) si era trasferito da qualche anno, credo una decina d’anni, dopo aver fatto simili esperienze, in questa località non accessibile ai mezzi pubblici. Nel senso che non solo non potevano arrivare le auto, ma anche le imbarcazioni non erano di linea; passavano di rado, di volta in volta portando provviste o chi aveva interesse a raggiungere l’isola. Per cui lui arrivava con il traghetto in un’isola principale, e poi con un’imbarcazione propria o di amici si faceva portare nella sua casa. Lui conduceva una vita completamente diversa dalla mia. Non aveva nemmeno la corrente elettrica e quindi la luce arrivava solo grazie a pannelli solari. Non aveva la televisione, né la radio né il telefono. L’unico modo per comunicare con il mondo era il suo cellulare, che teneva spento tutto il giorno e accendeva la sera per ascoltare

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i messaggi di lavoro. Mi raccontava che in inverno le temperature non erano rigide come da noi, e se al mattino l’acqua era fredda e doveva farsi la doccia, aspettava. Aveva il suo orto, per cui si produceva da sé il suo cibo. Per nove mesi all’anno conduceva questa vita.   Questo racconto mi ha messo in crisi, perché nel momento in cui io ho dovuto raccontare la mia esperienza mi sono sentito “in imbarazzo”. Mi sentivo quasi in colpa per aver passato 37 anni, di cui 25 di pendolarismo, a fare un lavoro impiegatizio. Lui se ne è accorto e mi ha tranquillizzato, spiegandomi che la sua era stata una scelta particolare. Abbiamo ripreso a parlare e ci siamo confrontati sullo stesso piano. Gli ho raccontato delle mie soddisfazioni, e mi sono trovato ad avere delle esperienze di vita che eguagliavano se non superavano le sue. In effetti lui aveva lasciato la sua famiglia, per vivere con la sua compagna in quest’isola. Aveva dei figli, ma non configuravano con la vita che voleva fare. In città doveva vivere in un appartamento, senza il giardino, accompagnare i figli a scuola, e tutto questo non faceva per lui. Era un cane sciolto, non amava le regole. Io invece ero l’opposto: passi lunghi e certi, una famiglia e dei figli, una pensione sicura, tutte cose che lui non aveva. Quanti di noi hanno detto «Vorrei abbandonare tutto e andare in un isola deserta»? Però poi bisogna avere il coraggio di farlo e accettarne le conseguenze, abbandonare i propri familiari e le proprie abitudini.   Finito il viaggio ci siamo salutati. Abbiamo concluso la nostra conversazione ammettendo i pro e i contro delle nostre vite. Da parte mia preferisco soddisfare le mie esigenze in tre settimane all’anno andando al mare, perché non deve essere il mio stile di vita ma il mio divertimento e il mio ricarica batterie.   Mi raccontava poi che il giornale lo leggeva una volta la settimana, quando qualcuno glielo procurava. Mi ricordo che era settembre e mi chiedeva chi aveva vinto lo scudetto il maggio precedente! Pur essendo un appassionato di calcio, era indifferente rispetto agli eventi. Anche per quanto riguarda la politica era rimasto molto molto indietro. La sua era un’informazione molto superficiale, non gli interessava. La sua vita non toccava l’informazione giornaliera. Il sottoscritto invece ogni mattina si connette alle news che accadono nel mondo; più di qualche volta al giorno! Non aveva interesse per ciò che facevano gli altri. Era sicuramente una persona che non aveva gelosie, e non lasciava trasparire nemmeno il desiderio che gli altri volessero sapere cosa faceva. Lui era uno che – me lo ricordo dai tempi della scuola – pensava per sé, era uno che non lo sentivi mai parlare male degli altri, ha cercato sempre di fare la propria vita senza “disturbare”. Luciano Trento

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Compagni di scuola

  Ho cominciato a fare il pendolare nel lontano 1985. Dire che la mia vita di pendolare è stata movimentata è dire poco. Se devo soffermarmi su un evento in particolare che mi ricordo e mi porto appresso da un paio d’anni, da quando ho finito di lavorare (felicemente, di lavorare!), è un episodio accaduto se non ricordo male verso settembre 2009, quando durante i miei ultimi trasferimenti verso Padova-Bassano la sera (e qui apro una parentesi: erano due ore di viaggio perché oltre al treno c’era anche la navetta aziendale) quando è successo un fatto che, come dire, mi ha messo in crisi interiore.   Era uno dei primi giorni di settembre, faceva ancora caldo, e mi trovavo nello scompartimento del treno Padova-Bassano, quando nella stessa carrozza è entrato – e poi si è seduto vicino a me – un mio vecchio compagno di scuola (quindi stiamo parlando di un compagno del ‘69-’70). Ci eravamo già visti un paio di volte, ma ci si salutava cordialmente senza entrare nello specifico. Sapevo solo che conduceva un certo tipo di vita diciamo “biologica” e i suoi affari centravano con il miele. Quel giorno mi trovavo, stravolto, nel mio scompartimento in treno, di ritorno verso casa, quando è entrato lui. Ci siamo salutati con molta stima e una domanda tirava l’altra, così ci siamo raccontati un po’ la nostra vita. Io tornavo da una giornata intensa e lui arrivava da un’isola della Sicilia, una delle isole Eolie, una delle frazioni che se non ricordo male si chiamava Ginostra. Mi ha raccontato il suo stile di vita. In effetti, pur continuando la propria attività di commercializzazione di api e di miele (come si dice, coltivazione o allevamento di api?) si era trasferito da qualche anno, credo una decina d’anni, dopo aver fatto simili esperienze, in questa località non accessibile ai mezzi pubblici. Nel senso che non solo non potevano arrivare le auto, ma anche le imbarcazioni non erano di linea; passavano di rado, di volta in volta portando provviste o chi aveva interesse a raggiungere l’isola. Per cui lui arrivava con il traghetto in un’isola principale, e poi con un’imbarcazione propria o di amici si faceva portare nella sua casa. Lui conduceva una vita completamente diversa dalla mia. Non aveva nemmeno la corrente elettrica e quindi la luce arrivava solo grazie a pannelli solari. Non aveva la televisione, né la radio né il telefono. L’unico modo per comunicare con il mondo era il suo cellulare, che teneva spento tutto il giorno e accendeva la sera per ascoltare

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Realizzato da: Carlotta Borasco Chiara Primon Marina Patarnello Silvia Danese Testo: ScalaSans Regular 10/13 Titoli: ScalaSans Bold 18pt Stampato nel mese di gennaio 2012 Venezia


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