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Uno studio sull’


ISOLAMENTO


Diego

Sono isolato con contatti, diradati con il resto del mondo. Passo il tempo ascoltandomi. Prima di tutto il mio corpo, nella paura di intercettare qualche sintomo non gradito.

Cerco anche di ascoltare i miei stati d’animo, le mie ansie e tutte le sensazioni che mi arrivano.

Sono banale, in questo concerto di buone intenzioni, di fioretti bigotti. Non mi aspetto però niente da nessuno: illusorio che il mondo o la società cambino rotta diventando improvvisamente più umani. Se cambiamento ci sarà non partirà da lì. Continuando a lavorare, capisco che a questo modello non succederà niente, radicato fin dentro le zone più riposte delle nostre menti,

Sarò io a cambiare, prendendo le distanze da tutti i generatori di tossine che mi assediano la mente. Ascolto questi demoni non per combatterli o respingerli, ma per assecondarli. Non servirebbe a nulla opporsi: tornerebbero. Sarò io a neutralizzarvi, come quando si spenge un interruttore e tutto si azzittisce.

Il tempo che ho in questi giorni serve a capire ed ascoltare. Serve anche a mettere una distanza immodificabile tra me e voi, in modo che qualsiasi suono o rumore che arrivi, non sia più percettibile. Sarete costretti ad andare via, nel profondo senso di inutilità che vi disarmerà.


Servirà tempo e metodo. Servirà a prendere la distanza. Servirà a dare il giusto peso. Servirà a farsi bastare il poco di cui abbiamo veramente bisogno. Servirà per liberare tempo e risparmiare energie, spese inutilmente. Servirà per avere finalmente una vita vera in diretta e non più una sperata in differita.

Servirà a pensare meno e a respirare di più La solitudine non sarà più in peso. La compagnia non sarà più un obbligo.


Elisa

Mai un inizio di primavera è stato così ‘alieno’, stravolto e incredibilmente drammatico come quello che stiamo vivendo adesso. Nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginarlo. Siamo tutti senza distinzione alcuna, increduli, spiazzati, fragili, affranti. Possiamo forse non interrogarci in questa condizione? Possiamo forse non fermarci a guardarci dentro più a fondo? Dal mio punto di vista non è possibile, ed è anche l'unico aspetto positivo - per chi riesce a coglierlo - di questa assurda situazione. Mi sto confrontando da giorni su questo tema con le persone che ho intorno, ma adesso sento solo il bisogno di scrivere. Non importa dove arrivo, ma scrivo. Mi sento diversa in questi giorni, e penso che appunto sia inevitabile, per chiunque abbia un cervello pensante, un cuore, un senso etico e una coscienza. Mi sono fermata a respirare diversamente. Mi sto analizzando da punti di vista differenti. Come se tutto intorno a me, avesse una luce e sfumature diverse. La mia casa, il mio giardino, la mia terrazza, i miei genitori. Ammetto di apprezzare tutto questo molto più di prima: prima mi sentivo come se tutto ciò mi opprimesse e basta, non riuscivo a soffermarmi per VIVERLO. In questo blocco forzato alla mia libertà di movimento, tutto quello che percepivo come un limite lo riscopro come un valore. Un qualcosa che ha i suoi risvolti positivi. Non è avvenuto da subito questo ribaltamento, ma si sta realizzando. Inizialmente, due settimane fa, il mio primo pensiero era stato: ‘Cavolo Eli lo vedi?! Lo vedi che se magari tu avessi perso meno tempo e ti fossi data più da fare i mesi scorsi, adesso avresti avuto la tua casina con la tua indipendenza e i tuoi spazi, e questa reclusione forzata l'avresti vissuta meglio e con più libertà accidenti a te?!’ Poi invece ho accantonato il pensiero, per non darmi colpe inutili, e per apprezzare la realtà in cui devo PER FORZA DI COSE stare ora. Ora è così, ma arriverà un tempo futuro in cui un'evoluzione porterà certamente a nuovi traguardi.


E nel frattempo che l’isolamento forzato dal mondo deve proseguire, almeno per altri dieci giorni come minimo, ho cambiato le mie abitudini quotidiane e settimanali. Per esempio, io che non mettevo nemmeno piede nella piccola palestra di legno costruita l’anno scorso con molta passione da mio padre, mi ci sono allenata già tre volte e continuerò, perché fare anche movimento è fondamentale a passare un po’ di tempo, distrarsi e non sclerare. Fa bene alla mente oltre che al fisico. Mi godo la nostra terrazza (che è anche grande) prendendo il sole quasi tutti i giorni, almeno una mezz’oretta… ascoltando musica e svuotando la testa più che posso da pensieri negativi. Ho guardato ed apprezzato film storici degli anni ’50/’60 che non ero mai riuscita a vedere in tutti questi anni, come ad esempio ‘Indovina chi viene a cena?’, decisamente un capolavoro. Sto partecipando a varie riunioni online e videoconferenze su temi di fotografia, e sono intenzionata a sfruttare questi giorni per concludere progetti fotografici personali lasciati a metà, che da mesi non facevo altro che rimandare e rimandare, persa tra le frenesie del quotidiano. La giusta concentrazione su tutto ciò mi può arricchire, distogliendomi dall’angoscia collettiva e dalle forme di odio che ci circondano ora più che mai. Ma soprattutto ho capito che ogni piccolo gesto di vicinanza, di presenza vera - come una parola, una carezza, un abbraccio - non voglio più darlo per scontato, nemmeno dopo che tutto questo sarà finalmente concluso! Ciò che meno si addice alla mia indole è la rabbia e il risentimento. Ognuno dovrà fare la sua parte affinché qualcosa cambi sul serio, ma io comincio da me e faccio la mia, consapevole che niente avvenga a caso e che anche la peggiore delle catastrofi può - con forza interiore - dare bei frutti a chi sa coglierli.


Graziano

Quarantena... Fortunatamente sono a casa con i miei cari... Mi manca uscire, ma Fortunatamente sono a casa con i miei cari... Mi mancano gli amici, ma Fortunatamente sono a casa con i miei cari... Mi mancano gli abbracci, ma Fortunatamente sono a casa con i miei cari... Mi mancano le feste, ma Fortunatamente sono a casa con i miei cari... Sono tante le cose che mi mancano, ma Fortunatamente sono a casa con i miei cari... La cosa che piÚ mi spaventa è avere paura della gente, ma Fortunatamente sono a casa con i miei cari...


Lucia

Io non vivo questo periodo in isolamento ma in solitudine. Non sono isolata perché grazie al telefono e ai suoi optionals posso sentire e vedere gli altri che sono solo fisicamente lontani. Sono in una beata solitudine, che mi concede di capire a quali progetti consegnare la mia energia. Una solitudine che assomiglia ad un autunno dove la quiete prepara la fioritura. Ho costantemente nel cuore le persone che in questo periodo vivono da sole in casa e, forse, sono anziane; ho pensieri tristi per i senza tetto e per le persone che vivono in Africa o in America Latina ed in qualsiasi posto dove non esistono muri tra cui stare né dell’acqua e del sapone per lavare le mani. Durante la giornata penso spesso a loro e provo sofferenza per non essere comunità tutti quanti. Provo dolore anche per gli animali, sono là, fuori, abbandonati e non possiamo muoverci per aiutarli. Forse, è questo l’isolamento per me: non poter aiutare nessun essere senziente. Allora anch’io sono in isolamento.


Maria Grazia

Noi tutti in Italia e nel mondo, stiamo passando un periodo duro e difficile. In questo particolare momento siamo come sospesi, immobili, avvolti da un velo di incredulità, paura, indifesi. Il nostro attuale nemico ‘corona virus’, invisibile, microscopico, ma così potente ed invasivo, non conosce limiti di etnie, di età, né di classi sociali... colpisce chiunque. Tale drammatica situazione ci destabilizza, ma allo stesso tempo ci accomuna, ci unisce, in una disperata condivisione. In questi giorni si percepisce che nulla è scontato; apprezziamo ancor più l’unione della famiglia, l’importanza ed il rispetto del prossimo, non solo il pensiero è rivolto ai propri cari, ma anche a persone lontane, sconosciute, comunque tutti coesi e concordi per lo stesso fine. Il mio particolare pensiero e rispetto va alle persone che giorno dopo giorno lottano, studiano, lavorano per fronteggiare e risolvere al più presto questa epidemia. Quando tutto sarà finito, saremo più forti, tenaci, sereni, potremo abbracciarci in un unico e solidale sentimento, che coinvolgerà il mondo. Si rinascerà; ricorderemo le persone che non sono più tra noi. Questa ‘guerra’, così dura, aspra e forte, lascerà in tutti noi profonde cicatrici, che guarderemo di tanto in tanto; anche se il nostro cuore sarà ferito, sarà tuttavia più forte, colmo d’amore per andare avanti. Guarderemo oltre, riprendendoci il nostro spazio di vita, consapevoli ora più che mai che esiste il rischio di perdere tutto in un’istante, ma con una diversa visione e consapevolezza per la vita.


Laura

Cara Valeria, oggi è il 34° giorno di sospensione delle attività didattiche e... non ho proprio voglia di fare niente e perciò credo sia anche giunto il momento di scriverti. Come sto? Bene fisicamente, non ho sintomi sospetti e questo è già ottimo, cerco di ripetermi ogni giorno, ma sotto sotto, e anche sopra sopra, lo voglio dire, è difficile accettare quello che sto vivendo. All’inizio, i primi giorni di marzo, ero quasi in una fase di ubriacatura... che bello, non c’è scuola, mi sono detta, e ho iniziato ad andare a camminare tutti i giorni, tenevo tre diari: uno fotografico, ispirata dai tuoi lavori, quelli che ci hai fatto vedere in 'classe', ogni giorno una foto e un commento... perché diciamocelo, era chiaro che stavamo vivendo un unicum storico di cui tenere traccia! Come era già chiaro che non sarebbero stati soli quindici giorni di sospensione delle attività scolastiche... Dicevo: un diario fotografico, uno così 'di sfogo libero' nei momenti più critici e uno spirituale in cui al mattino scrivevo le frasi più belle delle letture della messa del giorno... addirittura... bellissimo! E non era per riempire il tempo, era per riappropriarmene finalmente, il mio tempo, la mia giornata, con i miei ritmi, wow, una figata! Io e la gatta Trilly! Poi mio marito è stato messo in ferie, ed eravamo già in tre... per fortuna amo mio marito, e ci vado anche d’accordo, ed è bellissimo stare insieme, cucinare insieme, fare gli Zoom aperitivi con gli amici, le Zoom riunioni del coro ma… i tempi per me si andavano riducendo e anche i diari non erano più quotidiani. Poi il fulmine a ciel sereno: la didattica a distanza!!! Ah sì, va be’, scrivo un po’ di compiti nel registro, no, oddio, file su Whatsapp, sul registro elettronico, foto di quaderni, file sulla mail, no, no, che cavolo, ma di chi è questo???? E poi, come se non bastasse, eh sì, qualche collega più smart ha già iniziato a fare le video lezioni, video che??? Su Zoom, su Google meet, ah... oh, va be’, lo so fare anch’io, ecco, che ci vuole, mi trucco, accendo la videocamera, il marito, mi riprende, la gatta mi guarda inorridita, che bello, ragazzi vi rivedo!!!


... e poi i consigli di classe on line... e poi non ne posso più!!! Dopodomani le vacanze pasquali, per carità, non ce le togliete!!! Ho fatto la pizza, il pane, gli gnocchi, il pollo al curry, le tagliatelle, insomma andrà tutto bene, tranne i pantaloni perché non ci entrerò più e poi la ricrescita? E mi sento anche in colpa perché penso a queste cavolate mentre c’è chi muore o chi fa turni massacranti nelle corsie d’ospedale! Il diario è lì... ho finito l’inchiostro a colori... quello delle letture è fermo da tempo... l’altro non so più dov’è... ma ritorno con la mente alla prima foto del primo giorno: una montagna di vecchi diari strappati... perché tanto non li leggo mai e poi, metti che vado in ospedale, metti che li legge qualcun altro... non voglio essere giudicata... e mi torna in mente una frase di G. G. Marquez: 'Abbiamo tre vite: una pubblica, una privata e una segreta' e anch’io ho i miei segreti. Ecco, al 34° giorno, Valeria, sto così, e te l’ho voluto dire, perché le nostre anime si sono incontrate, grazie alla scusa dei laboratori di fotografia, e sicuramente in alcuni punti si sono trovate.

Può darsi che ti scriverò ancora.

Buona Pasqua, Valeria.


Rossana

Stasera la luna brilla più del solito. Sono sul balcone, il mio balcone. Fumo la prima e ultima sigaretta della giornata. Mi sento molto Giovanna Mezzogiorno ne ‘La finestra di fronte’. Soltanto che, la mia finestra di fronte, è spenta. Le giornate scorrono veloci, lavoro, casa, libri, televisione e pensieri. Tanti. Quassù il silenzio regna assoluto, quassù, sul balcone. La notte è diventata uguale al giorno. Scopro ravvivarsi la mia memoria olfattiva. L’aria è pulitissima. Chiudo gli occhi, tiro un sospiro e mi ritrovo negli anni ’70, quelli della mia infanzia, quelli dove le sere di giugno andavo a cacciare luccioline con le mie amiche. Il profumo della natura era prorompente, esattamente come quello che si è risvegliato in queste sere di primavera. Mi sento protetta quassù. Mi sento al sicuro. Difficilmente esco. Quasi mai. Uscire mi opprime, la tristezza mi prende. Invece no, sul mio balcone. Non succede. Mi sento in un tempo mai esistito ma che esiste in verità. E’ prepotente e ti sbatte in faccia con ferocia le sue determinazioni. Mi lascio trasportare dalla corrente, adesso galleggio, con gli occhi chiusi. Ogni tanto ‘devo’ dare un senso al mio fluttuare, ma con calma, senza fretta. Sto qua, sola, nel silenzio del giorno e della notte ma so di essere al sicuro, finalmente.


Sara

Isolamento in collegamento. Un ponte sospeso nel tempo che riscopre il passato, sbircia cauto il futuro e vive un presente lento.


Serena

Rumore di fondo

Abito in un appartamento affacciato su una strada normalmente molto rumorosa e trafficata, e normalmente il fragore del traffico a malapena rimane fuori e solo tenendo le finestre chiuse. Da quando hanno progressivamente chiuso negozi e attività produttive, però, sulla strada è sceso uno strano silenzio. Il silenzio è assenza di rumore? Non direi. Nell’assenza di rumore si sono, invece, intrufolati altri suoni, diversi dal rombo dei motori di auto e furgoni. Il canto degli uccelli, instancabile dalle prime luci dell’alba alle soglie del crepuscolo. Le voci delle persone. Persone che, affacciate alle finestre, parlano al telefono riempiendo le distanze imposte dalle direttive governative. Persone che, prima dell’isolamento, a malapena si incrociavano negli androni dei palazzi, e che ora si lanciano saluti dai balconi e si scambiano aggiornamenti e consigli. Le grida allegre dei bambini, portati fuori dai genitori a fare due tiri col pallone in piazzali che sono sempre stati solo di transito e parcheggio, e mai luoghi di gioco. Ho letto che i sismologi di tutto il mondo hanno rilevato, per effetto della riduzione delle attività produttive umane, una significativa diminuzione del rumore di fondo registrato dai sismografi, che consente loro di ascoltare con più chiarezza ‘la voce della Terra’. È un po’ quello che è successo qui, nella mia strada: da luogo di transito, si è trasformato in un cortile che risuona di vita. Una vita un po’ strana, forse. Ma i rumori di questa vita sospesa, rallentata, suonano più gradevoli all’orecchio. I suoni di questa vita mi fanno sentire meno isolata di prima.


‘This must be the place’

Quando ho comprato l’appartamento in cui sarei andata a vivere da sola, ho cercato di soddisfare il mio desiderio di spazio e di luce. Amiche single mi consigliavano di scegliere una casa piccola, il minimo indispensabile, io invece anelavo a uno spazio confortevole, con un angolo per ciascuna delle mie molte passioni. Ora che sono costretta, come tutti, a trascorrere molto tempo a casa, ringrazio di aver avuto la possibilità di soddisfare quell’esigenza. Ho allestito la postazione smart working nella camera piccola, lontana dalle distrazioni di tv e stereo. In soggiorno, nell’angolo lettura, la pila di libri da leggere comincia, dopo anni, ad abbassarsi, e quella dei libri letti diventa più alta. La zona tv si è arricchita di una postazione dotata di cuffie per seguire meglio le serie in lingua originale. Il tavolo da pranzo è equamente diviso fra la zona “scrittura” e quella degli ‘attacchi d’arte’. La macchina fotografica è sempre a portata di mano, mi aiuta a fermare qualche momento che sembra significativo, o semplicemente a immortalare un frame di questi strani tempi che viviamo. Nel vano del camino inutilizzato c’è la postazione del pc per la lezione streaming di pilates, e il tappeto al centro della stanza si trasforma due volte a settimana nella mia palestra. I poster di Frida Khalo e William Turner sono lo sfondo perfetto per i miei videoincontri con le amiche del salotto di scrittura creativa, ogni due settimane. Più in là, nella mia minuscola cucina, sfido me stessa e le mie capacità culinarie cercando di preparare pasti sempre diversi, a volte arditi, altre volte semplici, ogni tanto semplicemente riusciti. Se mi siedo in poltrona ho la visuale completa del soggiorno, se mi accoccolo sul divano il mio sguardo abbraccia tutto l’ingresso, se mi posiziono al tavolo da pranzo posso osservare i miei dirimpettai prendere il sole del pomeriggio, pulire i vetri, o fumarsi l’ennesima sigaretta. Dalla finestra della cucina osservo il volo degli uccelli, il tipo dell’attico del palazzo di fronte che si allena sul tapis roulant, o la liceale del secondo piano che segue le lezioni on line nella sua cameretta. Se di prigionia si tratta, di certo è una prigione dorata.


‘Nessun uomo è un’isola’

Quando penso all’isolamento, penso ad un’isola deserta, una baita in mezzo ai monti senza elettricità, raggiungibile solo a piedi. Ho un’amica che ne ha una, in Svizzera, e ho sempre desiderato andarci, e provare quella sensazione di essere “fuori dal mondo”. Quello che viviamo è un isolamento molto affollato. Radio, tv con migliaia di canali che trasmettono h24 qualsiasi tipo di programma per soddisfare i desideri di chiunque, servizi streaming che forniscono musica per tutti i gusti – l’altro giorno una mia amica si è messa a prendere il sole ascoltando nelle cuffiette un canale che riproduce il rumore del mare. Non vado a trovare i miei genitori da oltre un mese, ma grazie ai cellulari ci sentiamo più di prima, e ora che hanno scoperto le videochiamate possono verificare quotidianamente la lunghezza dei miei capelli e il numero di chili che ho preso in quarantena. Le reti sociali attive attraverso internet garantiscono il mantenimento e il rinverdimento di legami che normalmente si trascinano quasi per abitudine. Qualcuno l’ha definito il “filtro quarantena”, e chissà che ne sarà quando il lockdown sarà finito. Siamo chiusi in casa, non possiamo uscire, non possiamo far tintinnare i nostri bicchieri e non possiamo consolare gli amici a cui succedono cose brutte con un abbraccio confortante. Ma non siamo in una baita in mezzo ai monti senza telefono né elettricità, né su un’isola deserta circondata solo dal mare. E ogni tanto, quando il trillo delle notifiche si fa insistente, mi scopro a desiderare, almeno per un po’, l’isolamento, quello vero.


‘Nel cuore delle difficoltà riposano le opportunità’

Pare che quella cosa che in cinese la parola “crisi” è composta da due caratteri che significano “pericolo” e “opportunità” non sia vera. Forse, però, limitarsi a subire gli obblighi di clausura di questo momento, senza cercarne i lati positivi, è uno spreco di tempo prezioso. La vita non si può sospendere, la vita corre, e si consuma comunque, e il tempo non può essere messo in pausa, va sfruttato, o almeno riempito di senso. Io il senso lo vedo nel tempo ritrovato. Tempo per leggere quel romanzo di settecento pagine che non avevi mai avuto il coraggio di affrontare. Tempo per provare nuove ricette. Tempo per attaccare quei quadri che sono lì in attesa di collocazione dai tempi del trasloco. Tempo per rimettere mano a quei vecchi racconti che volevi revisionare. Tempo per osservare gli impercettibili cambiamenti che ogni giorno avvengono fuori dalla tua finestra – i rami degli alberi che all’inizio della clausura sembravano secchi e spogli che si riempiono di gemme sempre più gonfie che si schiudono in foglioline verde chiaro che si distendono e formano chiome fruscianti di un verde lussureggiante. Tempo per pensare. Tempo per smettere di pensare, e fare quella cosa che rimandi perché non hai mai avuto tempo. E se questa crisi mi avesse fatto un regalo?


Stefania

Questa insolita e inattesa modalità di vita che tutti a livello globale stiamo vivendo, al di là delle imprescindibili implicazioni sanitarie, politiche, economiche, ambientali, psicologiche, sociali che porta con sé... è tra le mura della propria casa e nell'intimità della propria vita che può trasformarsi in una nuova opportunità. Un'occasione per vedere le cose attraverso una lente temporale e di importanza che detta nuove priorità. Si ha tempo, o forse si aveva anche prima, ma ora siamo meno distratti, di dedicarci a ciò che più ci piace e ci fa stare bene! Personalmente ho riscoperto la radio (anche online), prima l' ascoltavo solo in macchina nei vari e veloci spostamenti da un luogo all'altro. Ho ritrovato il piacere profondo di una telefonata o di una video chiamata invece dei tanti, troppi, messaggi o note vocali su Whatsapp. Ho scoperto che l'affetto dei bambini, dei tuoi alunni, ti arriva dritto e forte anche attraverso lo schermo di un PC, ma che i loro abbracci ti mancano tantissimo. Ho avuto la conferma che la saggezza, le parole solide, calme e amorevoli della tua nonna al telefono, sono un balsamo prezioso contro ogni apprensione verso questo mondo così complesso, ma non tanto diverso poi da quello da lei conosciuto nei suoi quasi 101 anni di vita. Ho poi ascoltato e assistito, attraverso i più svariati mezzi di comunicazione, a così tante espressioni di creatività, di capacità di adattamento, di voglia di sentirsi più umani e solidali che mi fanno sperare che questa insolita e inattesa esperienza ci possa fare davvero bene!!!


Claudia

Ho 52 anni. Per me è un momento delicato: sto cambiando. In modo impercettibile, ma inesorabile, ogni giorno mi scopro leggermente diversa dal precedente. A volte faccio molta fatica ad accettarlo. Entro in conflitto, vorrei bloccare il tempo ed i segni che lascia, ma poi penso che sono una stupida; mi ripeto: Claudia! Non puoi cambiare il corso delle cose, guarda avanti; cogli il nuovo che arriva come un'opportunità, non è la fine, ma l’inizio di un percorso tutto da scoprire. Con questo animo instabile, oscillante tra la tenacia di aggrapparsi al vecchio e l’apertura verso il nuovo, sto vivendo la mia quarantena. A pensarci bene, come la menopausa, anche essa è un momento di riflessione e di passaggio. Nel chiuso della mia casa, mio malgrado, mi abituo ad accettare che ciò che era non sarà mai più, ma ciò che sarà, non potrà che essere migliore, perché sarà nuovo; ed il nuovo è sempre buono! Racchiude in sé i germi dell’opportunità, del cambiamento, e della svolta. Se nella quotidianità le mie settimane non sono poi molto cambiate; come medico non ho mai smesso di lavorare, anche se con un numero molto ridotto di pazienti; l’isolamento fisico dai miei affetti e la privazione delle piccole abitudini, come prendere un caffè al tavolino di un bar, o passeggiare con un’amica chiacchierando del più e del meno, o programmare una giornata al mare insieme al mio compagno, mi fanno sentire sospesa in un limbo, come se fossi entrata in un bozzolo per compiere una metamorfosi. E in questo limbo non ho voluto portarci nulla di ciò che era, perché quando ne uscirò, tutto dovrà avere il sapore eccitante di una nuova scoperta.


Jessica

Quando penso all’isolamento mi vedo pallida in casa, con le mie piante. Il mal di testa incessante. Ho quindici anni, abito in un piccolo appartamento assieme a mia madre e a suo marito. Ho un piccolo cactus che ciclicamente muore per la troppa acqua e che io sostituisco. Vado a scuola ogni giorno, sono goffa e silenziosa, porto i capelli lunghi e lisci, come Morticia Addams. Passo la maggior parte del mio tempo in casa. O meglio, in camera. Dieci metri quadrati occupati da un letto matrimoniale, una piccola televisione degli anni ottanta, un computer fisso e vari oggetti della mia infanzia a cui sono legata, come se fossero amuleti. Mi servono per costruire il mio mondo, per tenermici salda e collegata. Sono tutto quello che ho, i miei totem, non posso perderli. Tutt’oggi li conservo in un vecchio cassetto. Passo la maggior parte del mio tempo nella mia stanza. Ogni giorno arrivo a casa da scuola, vado cucina a prendere il pranzo preparato con cura da mia madre, poi lo porto in camera senza scaldarlo. Pranzo. A volte subito, a volte divido il pasto in tanti spuntini da fare durante il giorno. Il cibo, come quella stanza, è un rifugio. Accendo il computer. Attraverso un monitor mi connetto con il mondo. Un mondo lontano, fatto di persone virtuali e di passioni comuni. La realtà distante, che mi permette di evadere. Il poter creare un’altra me stessa, a mio piacimento, togliendo tutto ciò che non mi piace. Le infinite possibilità. Il collo ricurvo in avanti, che mi contraddistingue tutt’ora e che mi porto addosso, segno e sintomo di quegli anni stanchi. Le pareti di quella camera si fondono con la mia pelle. Il letto, i cuscini, la sedia. Tutto prende la mia forma e si modella. Poi accendo la televisione, anche se non la guardo. Il suo rumore di sottofondo mi conforta e non mi fa sentire tutto il resto. Il silenzio mi ha sempre fatto paura. Così ascolto i Simpson, Settimo Cielo, The O.C., Una Mamma per Amica. Insaziabilmente. Ogni tanto mangio. Ancora. Il pranzo avanzato o qualcosa trovato nel frigo, compulsivamente. Non ingrasso, o almeno non a sufficienza da fare preoccupare qualcuno. Poi mi siedo per terra, davanti a me la stufa elettrica, ho sempre freddo, il calore non mi basta mai.


Studio la sera per il giorno dopo, sempre all’ultimo. Mia madre torna a casa la sera tardi, ma io ho già cenato. Esco dalla camera dieci minuti, la raggiungo a tavola, mangio la frutta in silenzio. Infine torno in camera e con la televisione accesa mi addormento. Quando penso all’isolamento mi vedo ora e allora. Due me identiche, parallele, rinchiuse in casa per obbligo o per necessità, qualche metro quadrato e molteplici piante di differenza. Due mesi interminabili che sembrano anni. Anni che invece sono trascorsi lenti, ma che oggi mi sembrano lontanissimi e minuscoli.


Silvia

covid19 ho paura, i miei genitori ancora non hanno capito, i miei figli non hanno ancora capito libertà ridotte ore 18.00 tengo nota dei morti 500 627 793 651 601 743 721 919 889 756 812 837 727 760 681 681 525 636 552 610 570 619 431 566 quasi ogni giorno segno le cifre

organo bersaglio POLMONI polmonite interstiziale panico e polmoni

lockdown chiusura totale sono destabilizzata l’imaginario apocalittico forza la mente le convinzioni più ferme tremano il virus, la malattia, la paura della morte fanno parte di noi controllo sociale tu io tu io tu io tu io tu io intubare

credo che mantenere la lucidità sia veramente difficile, questa situazione modella i comportamenti verso l’ossessione, pensieri e azioni rivolti ad un unico pensiero supremo invasione mentale e fisica si tratta di un immaginario ripetitivo, ciclicità senza riferimenti sono consumata nel box

costruzione di eventi: a Roma piove pubblicità senza colombe di pasqua, solo assicurazioni e patria le fosse comuni di Hart Island, New York oggi è pasqua. Siamo divisi Tania è positiva, è a casa, in isolamento, penso a Giona. Monica da Mantova mi racconta la sua paura, le sirene e i morti


ho visto mia madre finalmente

non riesco a dormire sogni disperati sono uscita, ho avuto paura

aperitivi online per rivedersi, per parlare di covid

Tania ha un dolore fisso ai polmoni, respira a fatica, non sente i sapori, non ha febbre, è ancora a casa. Il resto della famiglia sta bene. Sono negativi. Giona.

Cerco di concentrarmi su altro ma non ci riesco, la scuola mangia lo spazio sono uscita, mi sono sentita una ladra.

Tania sta bene, è fuori pericolo

hanno smesso di fare la conferenza stampa tutti i giorni forse è meglio controllo e paura

corro intorno a casa, cammino tra i campi, ho visto tre cervi scappare

01-05-2020 Enrico compie diciott’anni.


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ISOLAmento


Questo è il tempo


delle possibilitĂ


PANDEMIA E FOTOGRAFIA

Non mi interessano gli aspetti medici e politici, né ho interesse nel documentare i vari aspetti di questa vicenda, la sofferenza o la paura, tantomeno mi interessa di farlo con l'atteggiamento e i metodi di un fotografo di cronaca, è una modalità che non mi appartiene. Considero la pratica di fotografare la propria quarantena un utile esercizio di visione e ascolto, soprattutto per chi sta frequentando un corso di fotografia. Del resto, all'inizio di un corso, la prima cosa che si fa con chi inizia a scattare è dirgli: 'vedi questo bel soggetto? Dimenticalo e fotografa questo posacenere' (sostituire il posacenere con qualsiasi oggetto apparentemente di scarsa importanza). Esercizi, questi, già attuati in alcune classi, da sempre. La quarantena non ha fatto altro che servirmi su un piatto d'argento il consiglio da elargire sotto forma di assegnato: respirate, ed osservate proprio ora che la realtà si stringe in quattro misere pareti. Ho cercato di presentare nelle sedi attinenti questo esercizio, offrendo il dovuto apporto critico e le riflessioni in merito; di farmi mandare delle foto da postare senza arte né parte, senza un senso critico che le riunisse non mi interessava né mi interessa. Credo nel potere educativo e terapeutico della pratica artistica e fare una cosa del genere (farmi mandare le foto della quarantena) senza contestualizzarla in un orizzonte di senso concreto e più ampio, agli studenti dei corsi e soprattutto al pubblico che la va a guardare, mi sembra depotenziante lo scopo del mio lavoro di divulgatrice e formatrice. Nonché, mi sembra di fare un torto alla fotografia perché credo che il dovere di chi insegna la fotografia e la divulga sia quello di aiutare a conoscere il potenziale di questo mezzo e della creatività, non solo perché arieggia di molto i cervelli ed essere creativi è utile nella vita di tutti i giorni, ma, per certi versi, nell'era della post verità, della post fotografia e dell'estremo analfabetismo funzionale, favorito dall'uso sbagliato dei social, è un dovere quasi civico, secondo me, quello di agevolare una sorta di alfabetizzazione anche alla lettura, basica o meno, delle immagini e del loro potenziale. Insomma a me queste cose da fotografo per un giorno non hanno mai interessato, in quarantena poi, 'vista una viste tutte'.


Molti autori, stanno lavorando e continueranno a farlo in vari modi, alcuni molto creativi e non convenzionali, per raccontare, immortalare e far riflettere: fare di necessità virtù, come molti fanno in questo momento, viste le pesanti restrizioni, è uno dei doni di chi lavora con la creatività, perché crisi significa opportunità, una verità che però è anche frase fatta: abusata e troppo poco praticata. Sarà, dunque, interessante vedere come gli autori affronteranno la documentazione di questo periodo: come sceglieranno le tematiche e soprattutto il modo di raccontarle, viste le limitazioni fisiche imposte. Nutro una piccola speranza verso quelli che riusciranno davvero ad oltrepassare i limiti del linguaggio fotografico, e mi auspico che le organizzazioni di vario tipo, che si occupano di concorsi, mostre e simili, riescano ad andare oltre il qualunquismo, incentivando e dando voce a chi è trasversale, a chi non si occupa solo di documentazione, sia nelle tematiche che nello svolgimento e rappresentazione delle stesse. Dal mio canto, ho notato, in questo periodo, quanto ormai non ci si possa nascondere più: questa pandemia ha evidenziato tutte le stagnazioni presenti nel presunto mondo fotografico. E' ben chiarito quali sono le figure che a fatica riescono a ricavarsi un posto 'tra gli autori', è ben noto quanto il racconto retorico, che si copre dietro al riempire il tempo libero, sia appannaggio di un sistema che spesso preclude la strada al pensiero aprendola, invece, a chi resta nei limiti: del comprensibile, delle mode, del buon senso comune, non accettando e ostacolando la grande verità che nessuno, specie negli ambienti che contano, o in molti di essi, ammette: la fotografia non esiste se non nei modi in cui la applichiamo. Accettiamo che sia un linguaggio ibrido oppure muoriamo. O meglio, morirà chi si copre dietro gli stereotipi perché chi è abbastanza libero da non asservire nessuna ideologia visiva, o metodologia da aperitivo, che in ambito social consiste nel 'mipiacciare' tizio e caio, continuerà ad andare dove la sua ricerca lo porta, senza bisogno di dèi padroni o presidenti di sorta a cui ammiccare. Accettiamo che molte verità, storie e conoscenze, si annidino dietro le pieghe della fiction, o nell'uso delle pratiche post fotografiche. Questo periodo storico, grazie alle restrizioni, ci sta offrendo l'opportunità di fare una grande evoluzione.


Io, come fotografa, non sono una documentarista e non mi sento, durante le grandi emergenze, in dovere di documentare qualcosa, mi sembra di approfittare delle situazioni e soprattutto di andare in un ambito professionale e creativo che non mi compete. Ho molti colleghi documentaristi che sanno farlo e mi sono sempre rifiutata di lavorare con qualche emergenza, a meno che non trovassi il modo di farlo attraverso le peculiaritĂ del mio lavoro artistico. Come insegnante, cerco di trasmettere la libertĂ  che la fotografia garantisce senza far passare l'idea di una fotografia di serie A o di serie B. Con chi vuole costruirsi un percorso come autore, cerco di lavorare, oltre che sulla creativitĂ , sul concetto di competenza, sui contenuti e su dove e come proporli; invece, cerco di incitare, chi pratica la fotografia in modo amatoriale, ad essere creativo, in primo luogo nella vita, cosa socialmente utile e valida per tutti.


PAN

La mia intuizione mi ha suggerito una riflessione di ampio respiro sul concetto di isolamento, riflessione da attuare, dal mio canto, attraverso l'uso della found photography e delle parole. L'intuizione mi ha detto di fare un lavoro collettivo, cosa che a me riesce non c'è male, visti i miei precedenti con l'arte partecipata e lo storytelling; poi mi ha detto di coinvolgere le mie classi, non con la fotografia ma con la scrittura. Ho invitato alcuni partecipanti (vecchi e attuali) ai miei corsi di fotografia ad inviarmi, qualora lo avessero voluto, una testimonianza scritta in merito alla loro idea/esperienza di isolamento. Non ho voluto farlo una volta finita l'emergenza epocale in cui ci siamo trovati, ho voluto farlo mentre questa era in atto, altrimenti avrei ricevuto delle memorie di un'esperienza in via di elaborazione o del tutto archiviata. A mio modo ho avuto interesse a 'stare sul pezzo'. Contestualmente, ho stilato una lista di parole (non esaustiva) che sono entrate di prepotenza nel nostro vocabolario: anche le parole, come le immagini che produciamo, di qualsiasi tipo e con qualsiasi scopo, rappresentano il periodo che le vede nascere ed usare, sia in modo consapevole che in modo inconsapevole. Come artista, seguendo il mood del periodo, e facendo il contrario dei vari esercizi assegnati alle mie classi di cui ho parlato sopra, nella veste di produttrice di immagini, mi sono fermata, e per guardare avanti e tentare di essere contemporanea, ho guardato altrove: partendo da noi, che ci siamo sentiti sperduti quando ci hanno imposto la distanza sociale, ho guardato all'Universo che ci contiene. Siamo da sempre immersi in qualcosa più grande di noi. Ho viaggiato seguendo la mia idea di isolamento, quella che da sempre mi attira, e sono andata a trovare foto anonime di paesaggi. Abbiamo un'idea visiva di ogni angolo di mondo – non di certo paragonabile ad un viaggio, ma ce l'abbiamo – che può rendere discutibile il modo in cui ci approcciamo alle immagini. Che cosa succede a questi landmark che ho scelto? Che succede quando luoghi/topoi distanti si somigliano e senza una collocazione geografica sarebbero indistinguibili? E che succede se queste parti di mondo vengono aggiunte ad altre?


Che nuova geografia accadrebbe seguendo l'isolamento, l'anonimato e il rinnovamento delle nostre visioni? Cosa vedo, cosa vorrei vedere, come è, come vorrei che fosse, tutti in un'immagine. I luoghi, quindi, come cartoline dell'isolamento reale che si contrappongono ai cliché visivi che rendono il mondo a portata di vista ma senza esperirlo. Ecco, questi luoghi, da me immaginati, si possono esperire solo guardandoli: noi guardiamo di continuo il mondo, certi che quello che vediamo sia reale e raggiungibile; io ho reso visibile ma non tangibile, per forza di cose, la mia imago mundi, ho viaggiato mossa dal mio desiderio poetico di isolamento creando dei luoghi virtuali – stavolta che lo fossero davvero. Ho manipolato le foto sottraendo o aggiungendo particolari che esasperassero ancora di più quelle vedute, cercando di dare un'idea visiva di luoghi che sono più luoghi dell'anima che geografici. Ho mischiato tra loro vedute aride, desolate, seguendo la conclusione che ho tratto vagando per il mondo dal mio studio: luoghi lontani si assomigliano, quindi potenzialmente un luogo diviene tutti i luoghi, si perde la specificità, si perdono le coordinate. In viaggi ed escursioni in posti isolati e desolati ci sentiamo in armonia con il creato, parte del tutto, addirittura felici. Perché accade questo davanti un vulcano, o in un deserto salato? Perché, allora, non sentirsi parte di qualcosa di grande, anche adesso? La mia aggiunta immaginifica alle foto, è speranza e desiderio verso un 'mondo delle possibilità'. Se gli scritti delle mie classi parlano in modo emotivo e più o meno personale riferendosi alla Storia che ci sta accadendo, le mie immagini offrono due scorci di realtà: quella del Cosmo, vero e presunto insieme, e, quindi dell'immaginazione. Le parole selezionate da me, ovvero il nuovo vocabolario che ha scandito questa vicenda umana, sono un altro apporto della presunta realtà. Una duplice via d'uscita tra reale e immaginato che diventa una. Alla luce di questo il titolo, PAN, ‘totalità’ o ‘riconducibilità a un denominatore comune'. Perché se l'Universo e la pandemia ci fanno percepire isolamento e solitudine, è il senso di umanità (con empatia e immaginazione annessi), che ci fornisce il sentirsi parte del tutto, dell'Universo e del genere umano. Valeria Pierini


Incontri di fotografia è uno hub nato in Umbria e attivo anche nel resto d'Italia, creato da Valeria Pierini e finalizzato alla divulgazione e alla didattica d’arte relativa alla fotografia e alle contaminazioni con altre forme espressive. Organizza corsi e workshop di arte e fotografia, anche on line, per adulti e bambini, collaborando con associazioni e scuole. Si occupa di tutoraggio per giovani autori, fotografi e amatori attraverso sessioni di approfondimento individuali e corsi personalizzati. Accanto alla didattica, Incontri di fotografia organizza anche talk ed eventi con artisti e addetti ai lavori nel campo dell’arte e della cultura. Crediamo che sia importante, infatti, esulare dai confini della fotografia perché solo nella consapevolezza delle discipline e nell’incontro tra esse può esserci crescita, autoriale e sociale. www.incontridifotografia.it


I GRAZIE

Diego Elisa Graziano Lucia Maria Grazia Laura Rosanna Sara Serena Stefania Claudia Jessica Silvia

Testi: gli autori. Foto: Valeria Pierini. Progetto & design: Incontri di fotografia. Supporto tecnico: Foto Discepoli / Beatrice. Editing testi: Martina Mencarini.

idf/books - 2020


Profile for incontridifotografia

PAN - uno studio sull'isolamento  

PAN - uno studio sull'isolamento è un progetto collettivo svolto con alcuni partecipanti ai nostri corsi di fotografia. idf / books - 2020...

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PAN - uno studio sull'isolamento è un progetto collettivo svolto con alcuni partecipanti ai nostri corsi di fotografia. idf / books - 2020...

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