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inchiostro.unipv.it

Il giornale degli studenti dell’Università di Pavia Maggio 2013 Distribuzione gratuita Anno XVIII - Numero 125

MAGGIO PAVESE

SPECIALE

MOTIVI DI UN’ASSENZA

GABER A PAVIA

INTERVISTA A PAOLO JACHIA

L’AQUILA QUATTRO ANNI DOPO UNA CITTÀ ANCORA DA RICOSTRUIRE

FESTE DI COLLEGIO PARTY CON NOI!!!


Sommario

EDITORIALE Maria Grazia Bozzo MAGGIO PAVESE Francesca Lacqua PAVIA PER GABER Stefano Sfondrini, Chiara Pertusati

pag.3 pag.4-5 pag.6-7

ANCHE L’AQUILA RISORGE DALLE CENERI? Camilla Rossini

pag.8

SPECIALE IJF

pag.9

UN GRILLO PER LA TESTA Simone Lo Giudice COLPEVOLI DI CORAGGIO Irene Doda DUE POPOLI, DUE STATI Stefano Sette UN CERTO ENZO BIAGI Giorgio Intropido I MIGLIORI TWEET

pag.10 pag.11 pag.12 pag.13 pag.14-15

HACKTIVISMO Irene Brusa L’INVESTIGATORE E L’HACKER/ LIBERI MA POVERI Claudio Cesarano/ Francesca Carral DIRITTO DI SAPERE Veronica Di Pietrantonio DIO CI SCAMPI DAL PUBBLICO Giorgio Intropido, Giuseppe E. Battaglia FOTOGRAFIA BUGIARDA? Sara Ferrari FESTE DI COLLEGIO Giuseppe Enrico Battaglia, Sara ferrari COPPA DAVIS 1976 Stefano Sette I GIOVANI E L’ESERCITO Francesca Carral

pag.16 pag.17 pag.18 pag.19 pag.20 pag.21 pag.22 pag.23

Il giornale degli studenti dell’Università di Pavia Anno XVIII - Numero 125 - Speciale IJF 2013 Sede legale: Via Mentana, 4 - Pavia Tel. 338/1311837 (Giuseppe) 338/7606483 (Maria Grazia) 338/2334933 (Claudio) 346/7053520 (Simone) E-mail: redazione@inchiostro.unipv.it Internet: http://inchiostro.unipv.it DIRETTORE RESPONSABILE: Matteo Miglietta COMITATO EDITORIALE: Giuseppe Enrico Battaglia, Maria Grazia Bozzo, Claudio Cesarano, Simone Lo Giudice DIRETTORE BLOG: Stefano Sfondrini TESORIERE: Camilla Rossini IMPAGINATORI: Chiara Pertusati, Stefano Sfondrini VIGNETTE: Chiara Vassena CORRETTORI DI BOZZE: Veronica Di Pietrantonio, Chiara Pertusati, Stefano Sfondrini, Chiara Valli Iniziativa realizzata con il contributo concesso dalla Commissione Permanente Studenti dell’Università di Pavia nell’ambito del programma per la promozione delle attività culturali e ricreative degli studenti Fondi 2013: 6368 Euro. Stampa: Industria Grafica Pavese s.a.s. Registrazione n. 481 del Registro della Stampa Periodica Autorizzazione del Tribunale di Pavia del 23 Febbraio 1998. Tiratura: 1000 copie Questo giornale è distribuito con licenza Creative Commons Attribution Share Alike 2.5 Italy Questo giornale è andato in stampa in data 30-05-2013 IN QUESTO NUMERO HANNO COLLABORATO: Giuseppe Enrico Battaglia, Maria Grazia Bozzo, Irene Brusa, Francesca Carral, Claudio Cesarano, Veronica Di Pietrantonio, Irene Doda, Giorgio Intropido, Francesca Lacqua, Simone Lo Giudice, Matteo Merogno, Cristina Motta, Chiara Pertusati, Camilla Rossini, Stefano Sette, Stefano Sfondrini, Chiara Valli, Chiara Vassena

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Editoriale

di Maria Grazia Bozzo

OPEROSI ANCHE IN PRIMAVERA Il 2013 è stato finora uno degli anni più piovosi: tempo incerto, instabile. Non sembra troppo dissimile dalla situazione in cui versa l’Italia, che non presenta molte certezze se non quella di non averne. Come sempre la situazione politica non si può propriamente definire tranquilla e rilassata: ora il Paese ha un governo (dopo una “sede vacante” davvero lunghissima) ma ci siamo abituati a nuovi sviluppi e rivolgimenti ogni giorno. Certo, proprio il clima ideale e più favorevole quando c'è di mezzo una crisi. Per non esasperarci troppo con una sequela infinita di brutte notizie cerchiamo allora di concentrarci sul nostro presente: per noi studenti universitari è quasi finito il periodo delle lezioni e già ci apprestiamo a metterci al sole in terrazza con l'onnipresente libro al seguito, dopo poco utilizzato come un improvvisato cuscino, con tanto di auto-scuse già preparate nei confronti dei nostri sensi di colpa. Forza e coraggio! Quello che state per leggere è l’ultimo numero “serio” di quest’anno accademico, che traghetta Inchiostro attraverso la sua ultima fatica per poi dedicarvi in estate il nostro "supersimpatico" numero (non riusciamo a star seri per un intero anno di fila, capiteci). Ma per quanto riguarda quest’ultimo sforzo, anche all’edizione di quest’anno dell’IJF di Perugia (il Festival Internazionale del Giornalismo) ha partecipato un nutrito gruppo della nostra redazione, armandosi di registratori, buona volontà e tanto entusiasmo. Ma non voglio rubare troppo spazio all’altro editoriale che troverete in questo numero, quello appunto sull’IJF, che introduce la parte consistente di questo giornale dedicata al Festival, perché si sa che ogni viaggio lascia qualcosa dietro di sé e un’esperienza tale non può che far trapelare entusiasmo e voglia di scrivere su tantissimi temi toccati e trattati durante gli incontri perugini. E noi altri invece, che purtroppo non siamo riusciti a partecipare, nel frattempo eravamo a lavorare nell’ombra (effettivamente per correttezza in questo periodo si è disposto di pochissimo sole, altro che primavera). Siamo pienamente soddisfatti dei risultati ottenuti dalla nostra trasferta - e anche da un nostro progetto portato avanti nel recentissimo periodo: un reportage realizzato per un concorso che aveva come centro focale la crisi e i giovani. Abbiamo così deciso di trattare l’argomento pienamente locale dello "scandalo Green Campus" scoppiato nei mesi scorsi, che ha visto sottoporre a sequestro preventivo alcuni edifici che avrebbero dovuto essere preposti soltanto a studenti e a collaboratori dell’Università di Pavia. Perciò non si può dire che sia stato un mese poco laborioso per noi, ma senza dubbio ogni attività o esperienza è stata oltremodo significativa e interessante. In questo tempo incerto forse una certezza noi l’abbiamo trovata, nel lavoro affiatato in redazione, passando tra l’estremo divertimento e un lavoro un po’ più serio.

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PAVIA

MAGGIO PAVESE Le ragioni di unʼassenza di Francesca Lacqua

Il Maggio Pavese è un festival animato da conferenze, cineforum, rappresentazioni teatrali, numerosi e importanti concerti, della durata di circa un mese. È organizzato dall’associazione Gi.P.Pa (Giovani Protagonisti a Pavia) che comprende nel suo direttivo altre tre associazioni culturali pavesi: OMP (Officina Multimediale Pavese), Directory e Rockline. Proprio la presenza di diverse anime all’interno dell’organizzazione ha sempre permesso una rassegna molto variegata. L’idea di fondo che ha mosso la macchina organizzatrice, fin qui, è stata quella di dare intrattenimento costruttivo totalmente gratuito. L’anno scorso la vittoria di un bando ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) su creatività giovanile e servizi studenti universitari aveva permesso di costruire un festival di livello superiore rispetto agli anni precedenti: maggio diventava così un mese denso di “cose da fare” per i giovani, soprattutto universitari. Quest’anno però qualcosa non ha funzionato. Poco tempo fa, infatti, è stato annunciato via Facebook che l’edizione 2013 della rassegna non si sarebbe tenuta. Con l’aiuto di una rappresentante Gi.P.Pa abbiamo provato a capire le ragioni di questa decisione. «Sono molte le motivazioni che si sono sommate tra loro», ci dice. «Per prima cosa l’organico dei volontari non retribuiti quest’anno è di molto ridotto perché, sebbene ci siano state persone nuove che si sono interessate, non vi è stato il “cambio generazionale” sperato: molti ragazzi che hanno organizzato le passate edizioni sono andati in Erasmus, si sono laureati o hanno iniziato a lavorare». «Il secondo problema è stato quello della liquidità. Il solo finanziamento ACERSAT, non supportato quest’anno dal premio ANCI, non è stato sufficiente ad affrontare le spese immediate e indispensabili al progetto». «Quest’anno non sono stati varati nuovi bandi, e il Comune che aveva fino all’ultimo millantato uno sponsor affidabile poi di fatto non ha mantenuto la promessa. La protratta assenza di risposte dai diversi enti ha poi sicuramente ritardato i tempi che erano già brevi e ha portato ad una scelta per noi totalmente negativa». Abbiamo chiesto quali siano stati i rapporti con le istituzioni negli anni scorsi e abbiamo scoperto che il Maggio Pavese ha il patrocinio del Comune, il quale offre il supporto tecnico, la messa a norma del luogo,

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il progetto elettrico e il palco, ma non finanzia direttamente l’evento. Tuttavia sono avvenuti dei disguidi: per esempio, un anno la commissione di tecnici per la sicurezza nel giorno stesso dell’apertura ha fatto spostare il palco, progettato per stare sul prato al Ticinello, nell’area sovrastante creando ovvi problemi. Inoltre le istituzioni mantengono sempre un certo riserbo per la paura che da un evento culturale e sociale, quale è il Maggio Pavese, possa scaturire azione politica. Ciò nonostante gli organizzatori non si arrendono: si svolgeranno comunque le conferenze sul tema della violenza curate da OMP e il cineforum dal titolo L’uomo sbagliato al momento sbagliato. Ridurre il Maggio Pavese a un evento di un paio di weekend appare una distorsione non auspicabile: la volontà sarebbe quella di organizzare un evento ridotto ma con un altro nome. Ma quali sono le prospettive per l’anno prossimo, e di cosa c’è effettivamente bisogno? La reale necessità è quella di creare interesse da più fronti.


PAVIA

Sarebbe gradito avere una maggiore collaborazione, un maggior aiuto, non solo in termini economici ma anche a livello di gratificazione da parte delle istituzioni, degli sponsor e delle aziende. Sarebbe importante capire realmente che un festival come il Maggio Pavese costituisce una possibilità vera, un intrattenimento più intelligente per una città che conta più di 24 mila studenti (la maggior parte fuori sede) e in cui il rapporto universitari/residenti è di 306/1000. I ragazzi che hanno scelto di trasferirsi per frequentare l’università e vivere la città di Pavia non si sentono tenuti particolarmente in considerazione dalle istituzioni politiche, complice forse anche il fatto che non costituiscono elettorato attivo locale. Soprattutto però è necessario il coinvolgimento di persone capaci e attive, nuove facce disposte a collaborare a una delle manifestazioni che sicuramente più caratterizzano Pavia. Questo festival è senza alcun’ombra di dubbio uno degli eventi chiave dell’offerta culturale giovanile di una città universitaria che deve essere dinamica, vissuta in prima persona dagli studenti e che deve sapersi rivolgere ai più giovani. Lo stop di quest’anno vuole essere dunque un segnale forte, un appello a non dimenticare che la cultura, non solo accademica, va appoggiata. Chiunque fosse interessato può contattare Giulia chiamando o scrivendo al 3295466851

In questo mese si è comunque svolta, non senza problemi, la decima edizione dello University Music Festival, contest completamente gratuito per le band della nostra università organizzato dall’UDU, (Coordinamento per il diritto allo studio). Come ogni anno l’obiettivo è stato quello di dar voce alla ricca e fiorente realtà musicale pavese, una voce molto spesso strozzata sia dalla mancanza di spazi sia dagli attriti con le istituzioni locali.

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PAVIA

GIORGIO GABER: “CLASSICO” CONTEMPORANEO Intervista a Paolo Jachia di Stefano Sfondrini e Chiara Pertusati Giorgio Gaber ci ha lasciati orfani il 1 gennaio 2003. Sembra ieri, come si dice. Soprattutto se leggiamo i suoi monologhi o ascoltiamo le sue canzoni: la sua voce sempre così attuale, come solo quella dei “classici” sa esserlo, non smette mai di parlare, raccontare e soprattutto insegnare. Nel mese di aprile, con un ciclo di tre eventi organizzato dal Settore Cultura del Comune, Pavia ha ricordato il signor G. L'evento si è aperto martedì 16 aprile a Spaziomusica con la serata Gaber. Dieci anni – musica e letture: numerosi artisti pavesi e non (Augustici, Macadam, Lorenzo Riccardi, Sacher Quartet, Sixties) si sono alternati sul palco del locale per riproporre canzoni e brani teatrali dell'autore milanese, dagli anni '60 fino alle ultime opere. La serata si è conclusa con l'accorata partecipazione del pubblico, che insieme a tutti i musicisti ha cantato prima La libertà e poi Ho visto un re, in memoria dell'altro sommo autore milanese Enzo Jannacci, scomparso da poco. Dal 22 al 30 aprile una mostra fotografica del pavese Cilo Muggetti, allestita presso la sala Santa Maria Gualtieri di Piazza Vittoria e curata da Ivano Grasselli, ha ricordato Giorgio Gaber negli scatti rubati durante gli spettacoli al teatro Fraschini (Anche per oggi non si vola, 1974 e Libertà obbligatoria, 1976) e all'ospedale psichiatrico di Voghera (Far finta di essere sani, 1974). Sul tema Far finta di essere sani si è svolta anche la conversazione con il professore Dino Sforzini (medico in servizio presso l’ospedale psichiatrico di Voghera nel 1974) e il professor Paolo Jachia (docente di Semiotica Generale e Semiotica delle Arti Contemporanee all’Università di Pavia – nonché autore del libro Giorgio Gaber. Teatro e canzoni 1958-2003). L'incontro è stato occasione per ripercorrere il repertorio di Giorgio Gaber, al quale hanno dato musica e voce il musicista Massimo Germini e la cantante Helena Hellwigh, con le memorie di Sforzini e le competenze critiche di Jachia. E proprio al professore universitario abbiamo posto alcune domande su uno dei migliori e indimenticati autori della canzone d'autore italiana – e non solo.

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Ivano Grasselli e Bruno Cerutti

Helena Hellwigh

Inchiostro – È molto difficile dare un giudizio su fenomeni a noi vicini. Possiamo però definire Gaber come “classico contemporaneo”? Paolo Jachia – È molto difficile fare una riflessione sull'arte della contemporaneità perché ci sei coinvolto: io ho sempre cercato di affrontare gli autori contemporanei come se non lo fossero, per darne un giudizio estetico. Detto questo penso che Gaber sia un classico contemporaneo, inteso come artista che nelle proprie opere ha saputo unire cose antiche (addirittura ancestrali o archetipiche) e cose nuove, a lui e a noi contemporanee. Così pure è un classico in quanto “artista del tempo grande”, con riferimento a Michail Bachtin. Le opere di Gaber escono dal tempo della quotidianità ed entrano nel “tempo grande”, perché affondano le proprie radici nel passato e allo stesso tempo si aprono al futuro. Per questo possono essere continuamente rilette – e per questo costituiscono del “classici”.


INTERVISTA

In cosa si distingue da artisti suoi contemporanei? Ciò che lo distingue da altri classici contemporanei (De André, Fo, Dalla per esempio – insieme ai quali costituisce a mio parere una koinè di linguaggi comuni nati sul crinale del ‘68) è il suo modo di fare arte: il teatro-canzone. Per altri artisti l'aspetto dell'azione teatrale è molto modesto, si limitano a eseguire le proprie canzoni una dopo l'altra con qualche parola nel mezzo. Con il teatro-canzone invece Gaber e Luporini portano a sistema l'azione teatrale costruendo veri e propri spettacoli. In ciò l’influenza del teatro di Fo e in particolare di Mistero buffo è molto forte, e imprescindibile è il legame con quel modo di fare arte – così come è imprescindibile Pirandello per comprendere l'umorismo di Gaber. I suoi monologhi hanno un'impronta evidentemente pirandelliana, è sempre presente il gusto del paradosso e una visione serio-comica del problema proposto e affrontato sul palcoscenico. Quella che i testi di Gaber suscitano è una risata che fa riflettere. Gesto, parola, canzone: un Gaber certamente carnevalesco. Anche polifonico? Non direi. In ciò che definiamo carnevalesco convivono sacro e profano, mentre in ciò che è polifonico esiste una compresenza di punti di vista. Secondo me Gaber guarda tutto dal suo punto di vista, ed è molto riconoscibile: sicuramente carnevalesco, ma non polifonico – una distinzione sottile ma importantissima. Pirandello spessissimo è polifonico, pur non essendolo sempre: Sei personaggi in cerca d'autore ha una vera

polifonia. Che poi Gaber metta in discussione il proprio punto di vista non significa che sia polifonico.

Far finta di essere sani è un titolo sicuramente giocato sul paradosso. Cosa intende Gaber per "sano"? E quindi chi è il “matto” secondo lui? Nella concezione di Gaber di sano/matto vi è una koinè di linguaggi comuni che fa riferimento alla tradizione dei folli di Cristo di cui parla San Paolo, concetto ripreso ne L’idiota di Dostoevskij, e dalla tradizione dei savi folli che Dante presenta descrivendo San Francesco (sposo della povertà che passa per pazzo ma fa la scelta “paradossale” e vive nel giusto). Tutta la tradizione italiana dell'umoristico e del sacro-profano vede come punto focale importantissimo Dario Fo. Soprattutto in Mistero buffo, uno dei grandi paradigmi, viene descritta la figura del matto, personaggio che gioca a dadi con i soldati per vincere la salvezza di Cristo – il quale è definito dal matto stesso “manicomio di matti” perché rifiuta la possibilità di essere tolto dalla croce. Il teatro-canzone è figlio del teatro di Fo, così come l'umorismo e la stessa gestualità di Gaber. Questi linguaggi comuni evidenziano il fatto che l’unico modo per intervenire davvero sul presente sia riscoprire queste tracce così antiche. Secondo il mio parere bisognerebbe quindi vedere tutti questi discorsi insieme perché vi è un forte legame. Cosa ci ha insegnato Gaber? Quale può essere il suo “testamento”? Secondo me il suo “testamento” è una canzone e precisamente Non insegnate ai bambini. Già dal ti-

tolo si capisce come tutto il brano costituisca una pedagogia paradossale. Apparentemente indica cosa non fare, mentre in realtà dà delle indicazioni ben precise – e conclude invitandoci a puntare all'essenziale: “date fiducia all'amore, il resto è niente” – che è poi una cripto-citazione di San Paolo e sulla “follia di Cristo”. Altra cosa essenziale, la speranza: "raccontategli il sogno/ di un'antica speranza". E altra criptocitazione, de Il sogno di una cosa di Pasolini – e di Marx e del suo messaggio, visto come "un'antica speranza". Le manca Gaber? Non mi manca affatto: Gaber è qui! Il bello dei classici è questo. C’è la sofferenza immediata ma poi resta tutto quello che hanno fatto. È qui come è qui Jannacci, come le cose belle e le cose importanti della tua vita che ti restano dentro. Massimo Germini

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ATTUALITÀ

ANCHE LʼAQUILA RISORGE DALLE CENERI? di Camilla Rossini

Trentatreesimo Reggimento Artiglieria. Se questo nome, a molti, evoca solo confuse immagini da Grande Guerra, di certo non è così per gli aquilani. Questo è, infatti, il reggimento che presidia il centro storico della loro città. Ancora oggi, da quattro anni a questa parte. L'Aquila è, come spesso si dice, una città fantasma. Ma non è solo per il degrado e lo stato di abbandono in cui ancora versa. Come spettri dei film dell'orrore, i suoi abitanti vivono senza pace, fermi alla data che ha segnato per sempre un “prima” e un “dopo” nelle loro vite: 6 aprile 2009. C'è una pagina su internet, si chiama 6aprile.it e scorrerla è impressionante: sulla home è riportata maniacalmente ogni notizia che abbia a che fare con eventi sismici nei luoghi del mondo più disparati, ossessione di cui gli aquilani non possono liberarsi. A riprova di ciò, discreta, una finestra laterale ti informa che “sono trascorsi 1489 giorni dal sisma del 6 aprile 2009”; segue una tabella che riporta il numero di aquilani sfollati, aggiornata al 4 aprile 2013: 6686 in autonoma sistemazione, 64 fuori provincia, 243 in affitto, 116 in caserma e 143 in albergo (dati SED Spa e Istat). Si può essere sfollati per 1489 giorni? Non sono questi individui, piuttosto, “esodati” di diverso genere, costretti a trasferirsi - ormai definitivamente - lontano dalle loro case, o dalle macerie che ne restano? Macerie, sì: perché all'Aquila ancora non si parla solo di ricostruzione, ma di rimozione di detriti. Il 24 aprile scorso, il ministro Barca ha tenuto un'informativa in Senato

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in merito alla zona colpita dal sisma: cinquecento milioni di euro andranno ad aggiungersi ai due miliardi già stanziati per l'Abruzzo. Un sacco di soldi? Forse, anche se poco dopo lo stesso Barca rende nota la cifra necessaria stimata, fissata a dieci miliardi; e si sa, le stime sono sempre al ribasso. Visto così, l'aumento pare poca cosa. Eppure, anche questo è un successo: nei giorni precedenti, sembrava che di soldi non ce ne fossero più e basta, come tuonava con veemenza il sindaco Massimo Cialente, invocando Keynes e il New Deal che, a suo tempo, risollevò l'America di Roosevelt da un'altra nera crisi economica. Effettivamente, la potenzialità è grande: un'intera area da ricostruire e risistemare, con la possibilità di mettere in moto il sistema edilizio e tutto ciò che ne consegue. Un esempio positivo c'è: ed è proprio la famigerata università, che dalla voragine urlante della casa dello studente si è rialzata, e parecchio. Segnali forti, in verità, l'ateneo aquilano li ha dati da subito: il primo, la decisione di riaprire i battenti già il 19 ottobre 2009; in secondo luogo, la tempestiva ricostruzione: ora come ora le facoltà umanistiche sono ubicate in sedi nuovissime e accoglienti. Ma soprattutto, complice anche la decisione di rendere gratuiti alcuni mezzi pubblici per gli studenti e di esonerarli dalle tasse universitarie, le immatricolazioni sono aumentate del 14% rispetto all'anno accademico 2006/2007.

Colpiscono i dati degli studenti provenienti da altre regioni (Lazio, Campania, Puglia e Marche): aumenti anche del 50%. È evidente che questi studenti, in buona parte, dovranno avere alloggio in loco. A tal proposito, anche la casa dello studente è rinata, si spera diversa da quell'abuso edilizio mancante di un pilastro portante che si disintegrò durante il sisma portando via con sé le vite di alcuni dei suoi giovani inquilini. L'università, che vuol dire ricerca, movimento, vita, lavoro, è un esempio di come dalle proprie ceneri si possa risorgere e in fretta, con efficienza. Ma è una minima parte, minuscola rispetto a tutto quello che ancora resta incompiuto; gli abruzzesi si sono stancati (e sempre di più lo faranno) di aspettare: prenderanno le loro famiglie e le porteranno via. Ma, anche se è passato molto tempo, se abbiamo assistito a calamità ancor più “mediatiche” su cui disperarci, dobbiamo ricordarci di quell'area al centro del nostro Paese, che possiamo scegliere di abbandonare, come un'Atlantide sommersa da crisi e detriti, o se utilizzare per reinventare una città da zero. Un modo per ripartire.


SPECIALE Editoriale

ALLA PORTATA DI TUTTI

di Giuseppe Enrico Battaglia (Twitter: @OhErri)

Dopo questo IJF ci sarebbero tante, troppe cose da dire, ma ovviamente un editoriale non basterà ad imbastire e concludere ogni filo conduttore che vorrei aprire. L'atmosfera che si respirava era veramente bella. A parte i pass di colore diverso, eravamo tutti uguali. Al bar potevi trovare indifferentemente Bill Emmott che sorseggiava il thé delle cinque in compagnia di Concita De Gregorio, come Simone Lo Giudice e Beppe Battaglia che si prendevano a insulti. Curriculum differente, stesso entusiasmo, per ciò che concerne il talento l'ultima parola spetta al tempo. Passiamo ora alle cose serie. Come succede dalla notte dei tempi, si è sottolineata, esasperandola, l'importanza di Twitter. Un mezzo potentissimo, megafono per tutti quelli che ne sappiano fare un uso corretto. Proprio su questo nodo bisogna soffermarsi: qual è l'uso corretto di Twitter? È una domanda senza risposta; l’ unica prerogativa è quella di personalizzare e contestualizzare il prodotto in base alle proprie esigenze. Due sono le grandi morali: la prima è cercare, per quanto possibile, di ascoltare e interagire con chi è interessato al nostro parere; Twitter è dialogo, mai soliloquio. La seconda è ben più importante tuttavia: il giornalismo non si fa su internet. Guai a pensare che sia così. Questa è una disciplina che va esercitata altrove, per poi renderne conto sul social network più stringato del mondo, e questa è una cosa che molti danno per assodata fallendo nel loro intento.

Altrove. Sì, ma dove? Questa è la domanda che mi ha attanagliato per un'oretta; per trovare risposta mi sono dovuto rifare agli interventi di Severgnini e Mura: ambiti diversi, spessore molto importante per entrambi. Mura ha tenuto un panel intitolato “Giornali maiali”, in riferimento alla diffidenza generale nei confronti dell'antica arte del fare informazione. Severgnini, in separata sede, ha enfatizzato l'importanza di recarsi sul posto, di essere sul pezzo al momento giusto così da poter documentare quello per cui valga la pena essere informati. Ho fatto due più due e mi sono chiesto: “perché si parla tanto di crisi e lo si fa sempre con dei giornalisti importanti, degli economisti conosciuti, eccetera?”. Leggo saltuariamente i giornali, ma non ho mai visto in nessun quotidiano un trafiletto che fosse uno, o un'intervista, all'anziana signora del passaggio pedonale, con le borse della Sidis, che impreca contro il caro vita e deve prendere la moka del supermercato perché lo Splendid costa troppo e la sola pensione non le basterebbe. Forse è per questo che le persone diffidano dei giornali; perché si è creata un’ ampolla di autoreferenzialità per cui ci si interroga tra volti noti, poco colpiti da ciò che sta succedendo in UE a livello economico. Se noi per primi instauriamo un'oligarchia informazionistica, non ne veniamo a capo: i reporter devono riavvicinarsi al pubblico.

Facciamo questo primo passo e chissà che le persone non siano più propense ad aiutare e supportare il giornalista nella sua professione, che deve partire da una passione: la passione di informare. Noi imbrattatori di carta non abbiamo solo il compito di riportare le notizie, ma il dovere di arricchire chi ci legge e trasmettere al pubblico il nostro entusiasmo. Abbiamo il dovere di proporre un'informazione cristallina e senza troppi panegirici, perché essa è un diritto di tutti. Un Paese con istituzioni collaborative nei confronti del cittadino e un'informazione alla portata di tutti, non avrebbe avuto bisogno del Movimento 5 Stelle per comunicare a chiare lettere l'ingovernabilità dello Stato Italiano. Forse. Questo è il nodo cruciale, quindi, bisogna far sì che l'operaio e l'ingegnere, il metalmeccanico e la massaia, ritornino protagonisti. Fatta nel modo giusto, l'informazione può anche essere l'intervista al nonno che racconta di quando andava a pascere il gregge per portare a casa la pagnotta in tempo di guerra. Essendo una cosa che non avevo mai preso in considerazione, devo ringraziare vivamente questa manifestazione e chi l'ha ideata: ogni anno c'è uno spunto nuovo, mai scontato, alla portata di tutti. Come deve tornare ad essere l'arte dell'informazione. Dal dizionario del sito corriere.it : Arte [àr-te] s.f. «Attività dell'uomo basata sul possesso di una tecnica, su un sapere acquisito sia teoricamente che attraverso l'esperienza; in tal senso, coincide anche con un mestiere che richieda un'abilità specifica».

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SPECIALE

UN GRILLO PER LA TESTA Lʼ Italia post elettorale secondo Ezio Mauro e David Parenzo di Simone Lo Giudice (Twitter: @simonthejudge)

Ne abbiamo parlato insieme a due esperti del settore. Un pensiero di fondo li accomuna: l’idea che il fattore Grillo abbia comunque scompaginato le carte sul tavolo. Nei mesi pre-elettorali, lo Tsunami Tour ha imperversato sulle principali piazze dello Stivale, prima di mettere in scena una delle sue ultime apparizioni lo scorso 18 Febbraio proprio a Pavia. Una marea nuova che ha avuto la meglio sui politici a dritta (destra?) e a manca, usciti sconfessati nel loro modus operandi. Lo Tsunami Grillo ha fatto breccia tra la costa berlusconiana e l’arcipelago democratico, scatenando un prevedibile bisogno di aggregazione tra compagini politiche altrimenti lontanissime. E il mandato presidenziale affidato a Enrico Letta (uomo troppo poco di sinistra per non sembrare di destra e viceversa) altro non è che un tentativo di convenevole coesione tra PD e Pdl, insieme fino alla fine per arginare il “vaffa” che avanza. Ezio Mauro (direttore “La Repubblica”) ha chiacchierato con noi poche ore dopo l’apertura del settimo International Journalism Festival, riflettendo sull’attuale destra italiana e convenendo come “Berlusconi rappresenti solo un grandissimo istinto politico. Perché una cultura conservatrice di stampo occidentale in Italia non è stata ancora realizzata, in un Paese che è stato prima fascista, poi doroteo e quindi berlusconiano”. E una chiosa sul deludente risultato elettorale dell’alleanza PD-SEL non fa che allarmare ulteriormente: “Vendola è andato molto al di sotto delle aspettative. Certamente ha messo il tema del lavoro al centro. Ma devo dire che anche Bersani ha parlato molto di questo. Se poi pensiamo che il lavoro è il vero morto in casa di ogni famiglia italiana, questa predicazione non ha pagato né per Vendola né per Bersani”. Invece sono ben altre le predicazioni che hanno portato all’affermazione del Movimento 5 Stelle, nuovo protagonista delle politica italiana: “Io mi rifiuto sem-

pre di pensare che il “vaffa” sia l’espressione civile dell’Italia del 2013. Di positivo c’è la spinta al cambiamento, un occhio all’onestà e un’attenzione alla moralità. Il problema è trasformare tutto questo in politica e non soltanto in carattere. È un pensiero tecnicamente totalitario pensare di far politica soltanto quando sei al comando, per il resto mandi al diavolo tutti e te ne stai sull’Aventino. Ma chi ti ha dato il voto te lo ha dato per i cambiamenti, che è già possibile fare. E alcuni sarebbero stati possibili: per la prima volta ci sarebbe stata in Italia una maggioranza per fare una vera legge anticorruzione e una legge sul conflitto di interesse, che il Paese ancora non ha”. Ma il Movimento 5 Stelle rischia di essere una falsa rivoluzione? Lo abbiamo chiesto a David Parenzo, giornalista e co-conduttore della trasmissione “La Zanzara” su Radio24. Perché parlare di Grillo solo come fattore di cambiamento non basta, bisogna capire dove il suo modus operandi possa portarci: “La cosa positiva portata dal Movimento 5 Stelle è questa carica di novità e di ricambio generazionale, perché ha obbligato i partiti a rimettersi in discussione. La cosa più bella è l’idea di portare gente nuova dentro le istituzioni, persone giovani e anche ben preparate. Questo è

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molto bello. Poi c’è la grande balla raccontata da Grillo che la democrazia si sviluppa nella rete, che tu cittadino puoi addirittura scegliere il Presidente della Repubblica. E, per la prima volta nella storia repubblicana, la Costituzione è stata forzata dando vita a un dibattito che poi Grillo ha perso. Non è vero che tutto quello che c’è nella rete è buono: c’è dell’ottimo giornalismo, ma bisogna sempre verificare la fonte. La cosa grave è pensare di trasformare la rete in maggioranza, credendo che gli elettori delle Quirinarie siano rappresentativi del Paese. Questa è una forzatura pericolosa. Non so se sarà una rivoluzione vera e propria, ma lo è già sul metodo della politica. Sicuramente ha svecchiato, promuovendo l’uso della rete e di Twitter. Tutto molto bello. Però rimane questo limite che è fortissimo, questa balla della rete che proprio Grillo ha inventato”. “Girlfriend in a coma”: così il giornalista britannico Bill Emmott ha definito l’Italia, ideatore dell’omonimo documentario sul precario stato di salute del nostro Paese. Il Movimento 5 Stelle sta comunque contribuendo a mantenere la ragazza in vita; l’Italia ha un Grillo per la testa perché buona parte del Paese vuole il cambiamento, un ritorno all’onestà e alla moralità. Diamo giusto un consiglio all’istrionico Beppe: più fatti e meno “vaffa”.


COLPEVOLI DI CORAGGIO

SPECIALE

Se questi sono gli uomini di Irene Doda (Twitter: @do_dax) Italia, 2012. La strage delle donne. Viviamo in un paese dove da Nord a Sud e senza distinzione di ceto sociale o istruzione, le donne vengono uccise dai loro compagni, mariti, ex fidanzati. Al punto che è stato coniato un nuovo, sinistro termine: femminicidio. Se ne è iniziato a parlare da poco, anche se il fenomeno ha radici profonde. Spesso - quasi sempre - i media nazionali presentano gli omicidi di donne come “delitti di gelosia”. L’uomo l’amava troppo e quindi l’ha uccisa; una velata, ipocrita giustificazione. Riccardo Iacona, giornalista di Rai Tre, conduttore delle famose inchieste di Presadiretta, ha affrontato di petto le storie delle donne massacrate “per amore”, andando ad analizzare le singole vite, alla ricerca dei tratti comuni a tutte le vicende. Non con lo spirito del cronista di nera, né tantomeno con morbosità o voyeurismo. Il suo è uno studio politico, sulla salute pubblica del paese. Al Festival Internazionale del Giornalismo, Iacona, ha presentato il suo libro “Se questi sono gli uomini” insieme a Concita de Gregorio. “Se nel 2011 fossero stati uccisi 137 pompieri, o ci fossero stati 137 omicidi di mafia, il Parlamento avrebbe istituito come minimo una commissione di inchiesta. Sono state uccise 137 donne e nessuno ha mosso un dito. Dov’è la politica in tutto questo? Perché i femminicidi vengono considerati violenza endemica, normale?”. La ragione è essenzialmente culturale; in Italia la disparità tra sessi è ancora troppo alta. La donna è vista alla stregua di un oggetto, in balia dei capricci dell’uomo; non è libera. “Le donne uccise in questi anni non sono affatto povere vittime sottomesse. Hanno alzato la testa, lottato per sopravvivere, facendosi in quattro per mandare avanti figli, lavoro e spesso mantenere uomini-parassiti. Hanno avuto il coraggio di lasciare i loro compagni

violenti; sono colpevoli di tenacia, determinazione, spirito critico”. L’Italia punisce le donne coraggiose: percosse, maltrattamenti, infine la morte. Ma non solo: le uccide di nuovo, relegando le loro storie ai trafiletti di cronaca nera e locale. E non vengono spesi soldi per la prevenzione. In molte regioni ci sono meno della metà dei centri antiviolenza di cui si avrebbe bisogno. La situazione del Mezzogiorno è tragica. In Basilicata e Abruzzo non esiste nessun tipo di supporto sul territorio. “Dovremmo avere un posto di emergenza per le donne ogni 10.000 abitanti. Per un totale di 5700 posti letto. In Italia, invece, ne abbiamo 500. Undici volte in meno rispetto allo standard stabilito dall’Unione Europea.” Se ci fossero più donne nelle istituzioni la situazione cambierebbe, dice Riccardo Iacona. Il Paese sarebbe più equo, più bello, giusto e inclusivo, e anche i femminicidi diminuirebbero. “ Si è fatto un passo avanti con l’elezione di Laura Boldrini a presidente della Camera, ma non è ancora abbastanza”. Se esistessero le pari opportunità, a un festival culturale non si discuterebbe di femminicidio. Si parlerebbe di quanto diversi siano uomini e donne, e di quanto ci si possa reciprocamente arricchire grazie a queste differenze. L’informazione è il primo passo. Ma il cammino è ancora lungo.

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DUE POPOLI, DUE STATI Quando sarà possibile? di Stefano Sette Due popoli, due Stati. È questa la decisione presa il 29 novembre 2012 dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla questione mediorientale, 65 anni dopo il piano di spartizione della Palestina in due Stati – uno ebraico (nato il 14 maggio 1948) e uno arabo (mai nato a causa del rifiuto dei Paesi arabi e dei palestinesi, che dichiararono guerra a Israele con lo scopo di cancellarlo). La Risoluzione 67/19 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha ammesso lo Stato di Palestina all’ONU come membro osservatore, esercitando la propria sovranità sui territori della Striscia di Gaza e della Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est), scartando l’idea di uno Stato unico, sul modello della Jugoslavia, per ragioni statistiche (in Israele vivono circa 1.500.000 cittadini di origine arabo-palestinese, mentre nei territori occupati ci sono 500.000 israeliani). Attualmente la Striscia di Gaza è amministrata da Hamas (l’esercito israeliano e i coloni si sono ritirati nel 2005) mentre in Cisgiordania sono presenti molti insediamenti israeliani in cui vivono civili e militari. Alla settima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo hanno partecipato, tra gli altri, Zouhir Loussani (collaboratore di Rai News) e Ahmad Rafiq Awad (docente dell’Università Al Quds e uno dei fondatori della principale radiotelevisione della Palestina), sottolineando entrambi come sia i cittadini palestinesi che quelli israeliani, siano favorevoli all’indipendenza e alla pace. Gigi Riva, inviato dell’Espresso, ha invece spiegato che la soluzione è diventata inevitabile per questioni demografiche: oggi non è più possibile, per Israele, considerarsi uno Stato ebraico e grande, perché è sempre più alto il tasso di natalità nelle famiglie di origine araba e religione musulmana. Se la maggioranza dei civili e dell’opinione pubblica (salvo le ali estremiste che definiscono Israele “entità sionista”) è favorevole ai due Stati indipendenti, il processo di pace è sempre più lontano dal trovare una soluzione a causa delle due leadership. Dopo il voto di novembre il Governo Netanyahu ha annunciato la costruzione di nuove colonie nella zona E1 di Gerusalemme Est (anche se al momento non s’è ancora fatto nulla) e sono stati bloccati gli accessi tra il Nord e il Sud della Cisgiordania, svantaggiando tutti i civili della regione (profughi in primis). Anche la delegazione palestinese (OLP

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e ANP) ha le sue responsabilità, dato che non ha accettato la Risoluzione 181 del 1947, ha mantenuto al suo interno le frange più integraliste come le Brigate Al Aqsa, che insieme a Hamas e alla Jihad fanno stragi di civili nei luoghi e nei mezzi pubblici, e ha usato i civili come pretesto di guerra: Zuheir Muhsin, comandante militare dell'OLP, dichiarò nel 1967 che la fondazione di uno Stato palestinese era un nuovo strumento per continuare la lotta contro Israele, e dieci anni dopo affermò che non c’era differenza fra giordani, palestinesi, siriani e libanesi, stabilendo l’utilità di unire Palestina e Giordania in un’unica nazione. Le stesse colpe le hanno gli Stati arabi, oggi paladini della causa palestinese dopo aver perseguitato per decenni i suoi abitanti (basti pensare al Settembre Nero con migliaia di morti, alla cacciata dalla Giordania nel 1970 e a quella dal Libano nel 1982) e aver loro negato il diritto ad una Patria (dopo il 1949 Striscia di Gaza e Cisgiordania furono controllate da Egitto e Giordania e nel 1956 il rappresentante dell’Arabia Saudita affermò che la regione palestinese non era altro che la Siria del Sud). A livello internazionale non sono stati fatti passi necessari per risolvere la questione mediorientale: Barack Obama, cominciato il suo secondo mandato alla Casa Bianca, si è recato a Gerusalemme e a Ramallah auspicando una soluzione pacifica e diplomatica, ma oltre alla buone intenzioni non è stato proposto nessun piano o iniziativa di pace. Inoltre è difficile considerare la Turchia un partner decisivo per il processo di pacificazione a causa della sua situazione interna, visto che il partito del Primo ministro Erdogan è diviso tra l’idea di libero mercato e islamizzazione della società. Rimane così un dilemma sul conflitto arabo-israeliano che dura da decenni, la cui soluzione è sempre più lontana: due popoli, due Stati. Ma quando sarà possibile?


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UN CERTO ENZO BIAGI di Giorgio Intropido (Twitter: @Pefforroffe) Molto si è detto e scritto sulla figura di Enzo Biagi, e poco c’è da discutere sull’importanza e il peso che quest’ uomo ha avuto nel panorama giornalistico della seconda metà del ‘900, fino al primo decennio degli anni 2000. Ma il ritratto che Vittorio Zucconi e le figlie di Biagi, Bice e Carla, fanno di quest’ultimo nell’incontro “Un certo Enzo Biagi”, all’interno della cornice dell’IJF13, ha un approccio del tutto particolare, più intimo e personale. Una chiacchierata, un tuffo tra i ricordi, tra decenni di storia repubblicana, che vuole però essere il meno nostalgico possibile nelle parole di Zucconi: «quando noi giornalisti parliamo di un collega scomparso tendiamo a ricadere nell’autoreferenzialità. Non voglio fare questo, voglio spiegare perché mi manca». È il direttore di Radio Capital ad introdurre la discussione, sottolineando subito, quasi a volerne fare il punto attorno al quale far gravitare l’intero incontro, quella peculiarità che caratterizzava la generazione dei Biagi e dei Montanelli, che hanno vissuto in pieno la parabola del diciannovesimo secolo, regalandoci lezioni di puro giornalismo. E l’unicità di questa generazione di giornalisti, ci lascia intendere Zucconi, sarà irripetibile: «Ci hanno comunicato il senso di attraversare il paesaggio culturale e politico di questo Paese, il quale periodicamente mostra la stessa malattia: il fascismo. Non parlo del fascismo regime, ma di quel fascismo che è rinuncia della fatica della libertà. Biagi e Montanelli hanno vissuto questo». E quando giungono finalmente libertà e democrazia, ecco tornare, secondo Zucconi, quel fascismo che furono «le strizzate d'occhio, la corruzione, la P2, mani pulite e oggi come oggi Berlusconi». Non potevano che essere rievocati gli ultimi anni, quelli dell’editto Bulgaro, dell’abbandono e della solitudine, in cui un anziano Biagi si sente gettato via, inutile, angosciato per l’Italia, per gli italiani, per i giovani. Ma la sua carriera e la sua vita furono molto più degli ultimi anni bui: la capacità di narrare, di dare la notizia plasmandola in un racconto che coinvolgeva in modo totale il lettore, catapultato all’interno della notizia stessa, e poi l’attenzione verso l’essere umano prima ancora che al contesto in cui il fatto accade: «Non esistono la fame, la malattia o lo stupro, ma l'affamato, il malato e lo stuprato; esistono le persone». Ci si pongono domande sul destino del giornalismo e dei giornalisti oggigiorno, «difficile fare un paragone tra lui e i giornalisti di oggi», spiega la figlia Bice, «storie diverse, epoche lontane, ma ci sono ancora giornalisti con la schiena dritta». La discussione ritorna ancora agli anni del dopoguerra. La figlia Carla: «Diceva [Biagi] di lavorare come un impiegato delle poste, macinava libri su libri. Era un uomo concreto, aveva l'incubo della povertà dignitosa da cui proveniva». Aggiunge Bice, in maniera sintetica ma incisiva: «In quella generazione c’era l’umiltà». La fame, il bisogno, le ristrettezze della guerra e la necessità di ricostruzione hanno forgiato uomini prima ancora che giornalisti. Lo stesso Zucconi ricorda così il padre, anch’egli giornalista: «Ricordo gli anni della miseria, mio padre lavorava per ore e ore, per diversi giornali e radio, altrimenti non si mangiava. Non dico di aver conosciuto la fame, ma il bisogno, la necessità». Un incontro questo che voleva essere certo un tributo ad Enzo Biagi, ma anche una riflessione sulle condizioni di vita del giornalismo italiano, con un monito di fondo che lascia l’amaro in bocca. Zucconi: «Lavoravano [loro, i Biagi, i Montanelli] sperando in un futuro migliore. Oggi, al massimo, si spera in un in un futuro che non sia peggiore. Ciò è terribile».

«IL FASCISMO ITALIANO È UNA MALATTIA AUTOIMMUNITARIA» di Irene Doda (Twitter: @do_dax) Inchiostro - Che cosa ha rappresentato Enzo Biagi per l’informazione in Italia? Vittorio Zucconi - L’informazione e il giornalismo di Biagi hanno segnato 60 anni della storia della comunicazione in Italia. Non solo per la qualità -che ciascuno può giudicare come vuole-, quanto per la sua capacità di restare fedele e leale a se stesso, tra i mille errori che tutti facciamo, attraversando epoche sempre difficilissime. E’ la prova che non c’è mai un risultato finale. Nel rapporto tra l’informazione, la società, la libertà, la politica non puoi mai dire “questa cosa è acquisita”. Siamo un paese dove c’è libera informazione, ma il diritto alla libertà di parola va riconquistato tutti i giorni, come lettore e come autore. Enzo ha attraversato sessant’anni con tutte le reincarnazioni di quello che io chiamo “il fascismo italiano”. Non ha a che fare con Mussolini, o con il Fascismo storico, ma è un’attitudine più generica, che si concretizza di volta in volta nell’olio di ricino, nel manganello, nel denaro, nella corruzione. Ogni volta cercano di sedurti, di irretirti, di convincerti a non fare più quello che vuoi fare. Io che cosa sia la vera informazione non lo so, non l’ho ancora capito. Ma è importante concentrarsi su ciò che si vuole fare, che si pensa sia giusto fare. C’è libertà di informazione in questo Paese? Se la vuoi sì. Io sono convinto che la maggior parte di noi giornalisti stiamo al di sotto del tetto della possibile libertà di informazione. In tanti ci fermiamo un passo prima di arrivare sulla linea dell’alta tensione. In realtà non ci prendiamo tutta la libertà che avremmo. Non è vero che una censura ci viene imposta – per alcuni casi ovviamente è così- , ma in generale il vero dramma è la censura che ci autoimponiamo. Il fascismo – con la f minuscolaè una malattia autoimmunitaria. Non è un raffreddore preso in tram, è qualcosa che abbiamo dentro nel nostro DNA, e che perennemente riaffiora; dobbiamo sapere che continuamente possiamo avere delle ricadute.

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HACKTIVISMO Riflessioni di chi lavora dietro le quinte dellʼinformazione di Irene Brusa (Twitter: @IreBru) Hacker e attivisti: brutti e cattivi. Non piacciono alla stampa, nemmeno al cittadino che li considera disturbatori della quiete, pubblica e on the net. Dietro al termine che li identifica, c’è una varietà di casi e spesso tanta disinformazione. Al Festival di Perugia si è aperto uno spiraglio su quella parte di hackers sconosciuti, impegnati in progetti di sicurezza estremamente preziosi. Non quei maneggiatori della rete, capaci di truffe multimiliardarie ai danni del cittadino; è il singolo che si fa paladino dell’interesse collettivo, andando incontro ai pericoli di chi intende avvicinare la gente alla realtà taciuta. Paul Radu è giornalista e direttore esecutivo del sito no-profit OCCRP*, che si muove attraverso l’accesso a differenti data platforms, con giornalisti interessati a carpire informazioni di ordine politico, sociale, economico, per condividerle. Tutto qui? Spesso la buona volontà si scontra con la circospezione di molti reporter, intenzionati a mantenere il monopolio sulla notizia. Questa chiusura è il male del giornalismo investigativo: invece la condivisione di storie, la fiducia nel lavoro altrui e nel collega sono le sole vie per realizzare l’obiettivo di fondo: un’informazione pulita. «Ogni storia è un investimento a lungo termine – dice Paul – e se non condividi le tue informazioni, quelle muoiono e non hai aiutato nessuno, hai solo arricchito te stesso». È una concezione etica della professione, ma non ingenua: è grazie a questo credo che molti “positive hackers” hanno deciso di uscire dall’isolamento e mettersi a disposizione tra loro. Qui sta l’importanza della piattaforma dati, dispositivo essenziale per lo scambio sicuro – nel caso di OCCRP deve esserlo il più possibile - di informazioni. «Abbiamo

deciso di iniziare a lavorare con gli hackers, perché grazie ad essi possiamo ottenere maggiori informazioni. Queste sono considerate illegali solo perché scomode». Il reporter investigativo deve attingere da questi lavoratori nell’ombra, plasmare i dati utili per restituire documenti fruibili da giornalisti e da chiunque voglia sapere cosa accade effettivamente nel proprio paese. Avvicinarsi a tali metodi di condivisione è un modo per ripensare al ruolo del reporter d’inchiesta, e alle ragioni che spingono ad indagare su crimine e corruzione. Se un antagonista deve per forza esserci, come in ogni storia ben costruita, spesso ha le strutture forti e ben remunerate dello Stato. Dilshad Othman è un ragazzo che ama la Siria, a tal punto da essere sotto controllo dal suo stesso governo, dopo essere fuggito dalla sua città, Damasco. È un paese che rifiuta le proposte, che nega il dialogo; Dilshad è un attivista, non è potuto venire a Perugia per «problemi che spero si risolvano presto», e pronuncia queste parole senza crederci troppo, col tono di chi combatte solo. Ma Mr. Othman lavora costantemente, per aiutare i suo concittadini a proteggere il proprio computer dal regime di sorveglianza digitale attuata dal Paese che ama. Tale controllo ha le dimensioni e i profitti di un mercato, che esercita una pressione insostenibile creando inevitabili tensioni sociali. Internet, questo nuovo organo di potere, stabilisce confini oltre i quali Dilshad non intravede alcunché di buono. A Beirut ha incontrato la giornalista Giovanna Loccatelli, che collabo-

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ra contro il monitoraggio online. Sottolinea come sia stato l’Occidente – diversi documenti rilasciati da Wikileaks lo attestano - a fornire all’Oriente alcuni software che hanno reso possibile ai regimi politici in molte aree di attuare una limitazione sulla libertà fondamentale di ciascuno: quella di informare, di essere informati. Strumenti di protezione effettiva per i computer, esistono; ma far sì che le notizie diffuse non vengano modificate o censurate, è sempre difficile. «Collaborare con attivisti e blogger non deve sostituisce la verifica delle notizie: questo è sbagliato – dice Loccatelli - bisogna individuare la fonte, poi valutarne i dati criticamente». Chi decide di raccontare vive dunque una doppia guerra: quella del paese, che pretende un silenzio stampa assurdo e corrotto, e un conflitto quotidiano a oscillare tra impegno e paura. Su questo tema, Giovanna è sicura: bisogna andare, cercare la notizia e «la paura è positiva, fa rimanere vigili» Il limite? «Un giornalista dovrebbe riconoscerlo, e lì fermarsi. Nessun reporter dovrebbe essere un eroe, tantomeno un martire». È un lavoro come tanti, che se ben eseguito disturba troppi interessi. Forse l’errore non sta nel dare fiducia, ma nell’impreparazione. Dare la colpa al destino è ingiusto verso chi lavora per cambiarne il corso. Dilshad lavora per questo, e intanto sogna Damasco. *box:http://www.reportingproject. net/


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LʼINVESTIGATORE E LʼHACKER Il giornalismo investigativo ai tempi dei Leaks

di Claudio Cesarano (Twitter: @ponyilcasoche) In un Festival improntato sul “giornalismo come scienza”secondo quanto dichiarato dalla stessa direttrice Arianna Ciccone - la tecnologia assume un peso centrale: la rete, infatti, è diventata il veicolo principale nel mediare non solo i rapporti tra giornalista e lettore ma anche tra informatore e giornalista. Al giorno d'oggi in particolare, sono i giornalisti investigativi ad ottenere informazioni essenziali da documenti e materiali reperiti via web in maniera più o meno legale e più o meno mediata da quelle misteriose personalità che sono gli hacker. A rappresentare concretamente questa trasformazione ci pensa l'attualità italiana. Nel secondo giorno del Festival, infatti, scoppia il GrilloLeaks: un gruppo di hacker, che si dichiara vicino al PD, ottiene l'accesso alle caselle di posta elettronica di alcuni deputati grillini e ne pubblica il contenuto. Il web, punto di forza per il MoVimento 5 Stelle, gli si ritorce contro. Approfittiamo della conferenza “Dati e inchieste: collaborare oltre i confini”, per chiedere a James Ball, un tempo collaboratore per WikiLeaks ed oggi giornalista investigativo per The Guardian quale uso dovrebbero fare i giornalisti del materiale fornito dagli hacker. Ball riporta la questione ad uno schema generale che secondo lui controlla tutta l'idea di “giornalismo investigativo” in cui “la scelta di pubblicare o no le informazioni è sempre abbastanza delicata”. Una necessaria distinzione, infatti, si deve creare tra “le informazioni veramente di pubblico interesse e quelle che riguardano la vita privata delle persone coinvolte: le prime andrebbero pubblicate mentre per le seconde dipende dalla linea editoriale del giornale. L'importante è comunque tutelare la riservatezza delle fonti”.L'hacking sembrerebbe, quindi, modellare il futuro del giornalismo investigativo, imponendo a questa figura professionale un alto livello di tecnicismo che gli permetta l'accesso legale(?) ad informazioni confidenziali. Eppure, quando chiedo a Ball una definizione di giornalismo investigativo si torna ad una visione classica di questo mesiere: “tutto il vecchio giornalismo è giornalismo investigativo. Lo scopo fondamentale di questo lavoro è scavare a fondo, cosa che non puoi fare nel giro di un giorno con tutte le notizie, perché ci vuole tempo e costanza per cercare di svelare ciò che vuole rimanere nascosto”. Possono cambiare i mezzi, ma il “tempo” rimane un'esigenza fondamentale in questo mestiere: in un mondo che evolve verso l'immediata fruizione dei contenuti è una “rivoluzione conservatrice” di notevole importanza.

LIBERI MA POVERI

Il futuro dei media indipendenti in Russia dopo le proteste di Francesca Carral

Secondo il rapporto di Reporters sans Frontières, che ogni anno misura il grado di indipendenza dell’informazione in 179 paesi, la Russia si classifica al 148° posto. Usando un eufemismo, la si potrebbe definire una performance poco brillante. D’altronde, il Cremlino non è entusiasta né delle libere manifestazioni di dissenso, né di chi attribuisce loro eccessiva attenzione mediatica. In simili situazioni è quindi complicato fare del buon giornalismo indipendente. Eppure, negli ultimi tempi in Russia qualcosa si è mosso, sia a livello politico che dal punto di vista dell’informazione. Nel 2012, la rielezione di Putin, diventato presidente per la terza volta, ha scatenato un’ondata di proteste popolari, seguita con attenzione costante dai pochi media indipendenti russi. Si tratta forse di un segnale di cambiamento? Questa è la domanda a cui si è cercato di rispondere durante la panel discussion Il movimento di protesta in Russia e i media, tenutasi nell’ambito dell’IJF 2013. Sull’argomento si sono espressi relatori come Anna Zafesova, giornalista di La Stampa, Oliver Carroll, direttore di openDemocracy Russia, Maxim Trudolyubov, editorialista del quotidiano economico Vedomosti e Natalia Sindeeva, fondatrice del canale indipendente TV Rain, che è intervenuta via Skype. Le conclusioni tratte suscitano sentimenti ambigui. Da un lato, il fatto che l’opinione pubblica manifesti la volontà di informarsi attraverso canali alternativi rispetto a quelli controllati dallo Stato è molto positivo. Questa domanda di informazioni stimola i media indipendenti a migliorare la qualità del loro lavoro, servendosi di giornalisti sempre più motivati e preparati. Dall’altro, esiste un serio rischio di ghettizzazione dei mezzi d’informazione liberi. Questo fenomeno richiede una spiegazione. I media indipendenti non nascono come portavoce dell’opposizione al governo, ma come spazi di confronto tra le diverse posizioni. Ciò però li rende il canale di comunicazione privilegiato per tutti coloro che non possono esprimere altrove le loro opinioni, portandoli quindi ad essere identificati solo ed esclusivamente come critici nei confronti dello Stato. La faccenda dunque si complica, sia per un problema di imparzialità e credibilità delle notizie date, sia per una questione di mera sopravvivenza economica. Se si è considerati radicali oppositori del governo è piuttosto difficile trovare inserzionisti disposti ad investire, e senza fondi i media liberi chiudono in fretta, ovunque.

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DOMANDARE È LECITO, SAPERE È UN DIRITTO A Perugia, con Guido Romeo, per un FOIA italiano di Veronica Di Pietrantonio

Perugia. Ijf13. 25 aprile. Festa della Liberazione quale giornata migliore per parlare di Foia?. In Italia di questo acronimo si sa ancora poco; perché da noi, la strada per una Freedom of Information Act, riconosciuta, è ancora lunga e quel Decreto Trasparenza 33/2013 (aggiornato lo scorso 20 aprile), che ha introdotto nuove misure in merito all’ accesso sull’attività delle amministrazioni pubbliche, ancora non è abbastanza. Ne abbiamo parlato con Guido Romeo, ospite al Festival del Giornalismo 2013; caposervizio per la scienza nella rivista Wired, è uno dei cinque fondatori di Diritto di Sapere, associazione sostenuta da Open Society Foundations, che nasce a Milano nel Settembre 2012 con l’idea di promuovere e difendere il diritto umano di accesso all’informazione, a documenti e archivi di amministrazioni pubbliche e private. Durante il panel al Centro Alessi di Perugia, Romeo, insieme a Lorenzo Totaro, reporter di Bloomberg e Victoria Anderica, del team di Access Info, ha sottolineato le difficoltà che incontrano quotidianamente gli addetti ai lavori (e non) e dell’obiettivo dei media a poter collaborare con le organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, per una visione del diritto di accesso come strumento di democrazia. Dall’incontro è emerso che in Italia sono poche le consultazioni pubbliche e che, la maggiore difficoltà, sta nell’inadeguato uso che viene fatto degli strumenti a nostra disposizione: «Il sistema funziona se ben sfruttato, ciò che si deve far comprendere è come utilizzare le leggi esistenti». È previsto per Giugno 2013 l’inizio della campagna per un Foia italiano; il nostro Paese, per rimanere al passo con il resto d’Europa e del mondo, deve convincere i troppi scettici, sull’importanza dell’accesso alle banche dati e in particolare sulla necessità di diminuire i tempi di risposta: meno di 15 giorni per le richieste alle amministrazioni pubbliche spagnole, dai 30 ai 60 nel caso delle italiane. Per le 300 richieste che Diritto di Sapere ha inviato a più di 30 organizzazioni, i dati raccolti non fanno che confermare l’ennesima crepa nel nostro sistema: solo il 27% di risposte ricevute

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(più o meno soddisfacenti) mentre, nella maggior parte dei casi, si assiste al silenzio amministrativo, contro ogni norma internazionale. Tra quelli in esame (servizi sociali, ambiente, educazione, sanità, giustizia, diritti umani), Guido Romeo, ha parlato di un settore scientifico tendenzialmente “più facile” a cui avere accesso, grazie alle ricerche pubblicate e all’occasionale collaborazione giornalisti/ricercatori. Nella nostra breve intervista, gli abbiamo inoltre domandato se dalla nascita del progetto avessero effettivamente “smosso qualcosa”: come risposta un NO secco, a conferma di un Governo che ha “cominciato a parlarne” ma che con il decreto trasparenza ha dimostrato di non essere effettivamente intervenuto sulla norma sull’accesso agli atti (L.241/1990), lasciando “un handicap al nostro paese”. Una strada in salita insomma, migliorare l’indipendenza del giornalismo richiede impegno e costanza. Fare e avere accesso all’informazione è un Diritto: facciamoci sentire.


FOTOGRAFIA BUGIARDA? «La verità della fotografia sta proprio nelle sue bugie» di Sara Ferrari (Twitter: @ferrarisara92) Con queste parole Michele Smargiassi, giornalista di Repubblica inviato di cultura e cronaca, nonché esperto di Storia e Antropologia della fotografia, ha decisamente centrato il cuore del discorso e sintetizzato con efficacia ciò che voleva trasmetterci. Durante la conferenza che ha tenuto all’International Journalism Festival di Perugia dal nome Un’autentica bugia. La fotografia, il vero e il falso, titolo anche di una sua recente pubblicazione, Smargiassi ha voluto smentire alcune idee diffuse riguardo alla fotografia e alla sua manipolazione. La fotografia mente solo da quando esiste il digitale? Le foto un tempo erano “vere” e ora sono “false”? Non esistono più le foto di una volta, così come le mezze stagioni?Assolutamente no. Con il supporto delle diapositive il giornalista ci ha presentato un breve ma entusiasmante viaggio all’interno della storia della fotografia, dagli inizi all’era del digitale, e ci ha dimostrato come in realtà il fotoritocco e la manipolazione dell’immagine esistessero già da molto prima dell’avvento delle tecnologie di cui disponiamo oggi. Esistono esempi, anche molto datati, di “false fotografie” soprattutto in ambito politico: pensiamo ad esempio alle foto utilizzate per propaganda o in ambito bellico che tutti noi vediamo sui libri di storia, modificate per essere rese più “efficaci” agli occhi del pubblico. È una falsa idea quindi quella secondo la quale la fotografia abbia cominciato a mentire con la cosiddetta “rivoluzione digitale”. Sono semplicemente cambiati gli strumenti ma il concetto è sempre quello. Non dobbiamo dimenticare infatti che la fotografia è pur sempre un’arte, esattamente come il cinema e il teatro. E che cos’è l’arte se non una deliziosa forma di finzione? Il suo fascino, quello che ci fa riflettere davanti a uno scatto, sta proprio in questo ossimoro. Ovviamente si è parlato anche dei Social Network e in particolare del-

la potenza di Twitter. Al giorno d'oggi vi è la corsa continua alla condivisione immediata di frammenti di vita quotidiana, e quale mezzo migliore se non quello fotografico si adatta a questa “necessità”? Ormai anche i politici hanno imparato a comunicare con le immagini sulla Rete, non considerando che il loro click (a volte un po' troppo sconsiderato) sul tasto “Condividi” ha un impatto ben preciso e ha gli stessi effetti, se non più ampi, di un comunicato stampa. Sono atti di comunicazione politica orientata e come tali i giornalisti devono decifrarli e spiegarli al lettore. Fotografia al giorno d'oggi quindi come arte, come finzione, come spaccato della realtà e allo stesso tempo come strumento di efficace comunicazione politica. Una domanda a questo proposito sorge spontanea. Più andiamo avanti e più la notizia verrà sostituita dall’immagine? In parte con il full color nei giornali e con Internet questo sta già accadendo. Il suo utilizzo poi è diverso a seconda della piattaforma. La fotografia però non dà notizie. Non deve farlo. Sui giornali cartacei la fotografia è ancora un elemento di contestualizzazione: deve attirare e orientare l’occhio, e in questo senso è più parente del titolo più che degli articoli. Su Internet l’utilizzo dell’immagine è ancora più rilevante attraverso link e photogallery. Una cosa è certa: mai si arriverà alle immagini che parlano da sole. Fotografia e parola continueranno a coesistere. Inoltre non dobbiamo temere, almeno secondo Michele Smargiassi, un futuro di notizie a 140 caratteri. È vero che Twitter sta lentamente prendendo piede anche in casa nostra, ma è altrettanto vero che “tweet” e notizia sono due cose ben diverse, anzi molto spesso i tweet contengono link a notizie – si spera un po’ più attendibili. Sta

all’intelligenza di ognuno leggere e informarsi su altre fonti. La lezione che possiamo trarre dall’interessante excursus di Smargiassi è quella di non trarre subito le conclusioni quando guardiamo una foto. Dobbiamo avere un approccio critico e diffidente, sempre. La fotografia non ci può dire tutto, non ci può informare e non possiamo pretendere che lo faccia. Bisogna riconoscere i suoi limiti ma allo stesso tempo la sua grande potenza. Una fotografia in una mostra d’arte contemporanea può evocare emozioni, può farci riflettere, sorridere, inquietare. Un’immagine su un giornale può fare lo stesso: molte volte può essere ingannevole ma il rischio è che possa creare in noi convinzioni totalmente erronee su fatti e persone. Ricordiamo allora che l'immagine è un ottimo strumento che completa la notizia, attira il lettore ma mai informa. La bugia, voluta o non voluta, è insita nella fotografia e la sarà sempre.

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SPECIALE

DIO CE NE SCAMPI DAL PUBBLICO Abbate & Buttafuoco ovvero il ritorno di Franchi e Ingrassia di Giuseppe Enrico Battaglia e Giorgio Intropido (Twitter: @OhErri e @Pefforroffe) Fulvio Abbate l’uno, il palermitano. Pietrangelo Buttafuoco l’altro, il catanese. Il primo un ex-PCI che dopo la svolta della Bolognina se ne va per la sua strada, per vent’anni scrive su L’ Unità fino a essere cacciato dalla De Gregorio (allora direttore del quotidiano rosso) senza un ben precisato motivo. Il secondo un exmissino “finito” alla svolta di Fiuggi, collaboratore per diversi quotidiani e mensili, anch’egli “sospeso” da Panorama per un articolo/decalogo dei fallimenti di Berlusconi pubblicato in prima pagina su La Repubblica. Insomma, due conterranei con una formazione politica antitetica percorsa però su strade parallele, sempre più agli estremi. E un destino simile riservatogli da una pecca soltanto, un vezzo comune a entrambi, che oggi come oggi si paga nel liquame del politicamente corretto all’italiana: l’anticonformismo. Sì, perché è proprio di questo che per due ore piene ci hanno parlato i due giornalisti – anzi no, scrittori – anzi no, artisti (come entrambi amano definirsi) immersi in un batti e ribatti che va a coprire almeno un secolo di politica, cinema, letteratura e giornalismo. Le sapienti volgarità di Abbate e i commossi trasporti teatrali (Carmelo Bene lascia il segno) di Buttafuoco accompagnano o meglio spingono lo spettatore in sala a non volersi perdere una sillaba pronunciata dai nostri. Se il moderatore, Luca Mastrantonio del Corsera, tenta in qualche modo di indirizzare i due immoderabili sulla strada dell’aldilà giornalistico, loro che sono trapassati nel mondo del giornalismo, ammaestrarli risulta fin da subito un’impresa senza speranza alla quale Mastrantonio rinuncia volentieri lasciando carta bianca ai Franco Franchi e Ciccio Ingrassia del nostro tempo. E se per parlare di anticonformismo bisogna parlare di conformismo, come non iniziare facendo due esempi topici dell’uno e dell’altro. Per questo Abbate ci racconta uno spassosissimo episodio di vita vissuta.

Franco: «La Carrà ci vuole a Domenica In, ci ha invitati». Ciccio: «Dille che domenica non va bene, non posso, facciamo lunedì». Di tutta risposta Buttafuoco ci descrive il fascinoso fenomeno di massa degli ultimi tempi, quel meraviglioso Matteo Renzi in cui un po’ tutti, dagli studentelli imbrattacarta come noi alla «casalinga di Voghera», hanno saputo (voluto) riconoscersi. Abbate: «Fra qualche anno questa nostra conversazione rimarrà incorniciabile, perché se non altro stiamo volando alto. Di Renzi rimarrà solo l’immagine di quel ragazzo alla Ruota della Fortuna». E questa non è che l’introduzione di una sgangherata ma al contempo chiarissima chiacchierata. Si salta dall’argomento del giornalismo in Italia, che per Buttafuoco «è finito», alla politica nostrana in cui la sinistra esiste in funzione dell’opposizione a Silvio Berlusconi e la Destra paradossalmente non esiste in funzione di Silvio Berlusconi. L’unico dualismo esistente «è tra questo signore e tutto il resto». Ancora Buttafuoco, da amante assoluto del teatro quale è, ci spiega col tono del narratore la parabola dell’autoreferenzialità della sinistra, ovvero di questo club aristocratico, di questa «percepita maggioranza dei migliori» che ha inizio nell’eredità degli intellettuali del secolo scorso, si svolge poi nel teatro del conformismo che è stato il Sanremo di Fazio e si conclude nell’imbarazzante campagna elettorale del PD, fino alla sua non-vittoria. Risulta difficile riassumere in una pagina la mole di argomenti toccati, anche solo accennati, in 120 minuti – ma c’è ancora qualcosa che vale la pena di sottolineare. La favella di Buttafuoco piace alla sala e si direbbe piaccia anche a lui: riesce così a catturare in pieno l’attenzione, a

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coinvolgere, quando racconta di come un «saraceno» come lui abbia dovuto lottare contro il luogo comune conformante dei più, dei molti, della maggioranza, trovando meno pregiudizi in giornali con una linea editoriale opposta al suo pensiero, che non in quotidiani dove la democrazia sbandierata si riassume poi nell’epiteto accollatogli di fascista. E tra un berretto e l’altro anche Abbate, dopo la cacciata da L’Unità e da Il Foglio di Ferrara, rivendica orgoglioso della sua creatura Teledurruti la propria individualità e il proprio valore che prescindono dagli articoli pubblicati o respinti, dalla protezione o dall’espulsione da un quotidiano, da un riconoscimento che non sia quello dei propri lettori. E infine l’invettiva contro la «satira organica» di certi autori, una comicità scritta e priva di improvvisazione che regala al pubblico ciò che vuole sentirsi dire. E proprio «Dio ce ne scampi dal pubblico» è stato l’incipit del più appassionato intervento di Buttafuoco – che è consigliabile ascoltare per intero e che si può trovare sul sito del festival. Poco da aggiungere oltre a quello che si è già detto se non che, per chi scrive quest’articolo, questo è stato forse l’incontro che è valso l’intero IJF di quest’anno.


INTERVISTA

I GIOVANI E LʼESERCITO Conversazione con Iacopo, fuciliere volontario di Francesca Carral

Inchiostro − Innanzitutto, quanti anni hai, quando sei entrato nell’esercito e che ruolo ricopri? Iacopo – Ho 21 anni, sono entrato nell’esercito nel marzo 2012 e ho fatto un anno nel genio guastatori alpino come fuciliere, che è il ruolo più ambito. La selezione che hai dovuto superare è stata molto rigida? Dal punto di vista fisico sì, abbiamo fatto due mesi di addestramento in modulo K, cioè in modulo combact, in Italia lo fanno solo le caserme operative. Abbiamo fatto percorsi a ostacoli, assalti con il fucile, tutto quello che riguarda l’ambito militare e che si può vedere anche nei film. Come ti è venuta l’idea di avvicinarti all’esercito? Era una mia passione fin da piccolo, nel corso del tempo l’ho sviluppata facendo sport come la boxe, conoscendo gente che aveva provato a entrare nell’esercito o nei carabinieri. Ero incuriosito, ci ho provato ed è andata bene. Che ambiente hai trovato? Che tipo di relazione c’è tra i soldati e tra questi con i superiori? Tra i soldati si crea un rapporto bellissimo, perché si vive a stretto contatto e si impara a soffrire insieme durante gli addestramenti. Con i superiori invece è molto difficile, perché la disciplina militare impone il rispetto del grado, quindi bisogna abbassare la testa e obbedire. Caratterialmente, il rispetto per l’autorità è qualcosa che ti sei dovuto imporre, per stare in quell’ambiente? Diciamo che, da quello che ho visto, nessuno ha un rispetto per l’autorità

innato. Io, come tutti i ragazzi della caserma, ho dovuto costruirmelo. È difficile, in caserma se hai un grado basso conti meno di zero, molta gente non ce la fa e si congeda, ma chi ha passione e forza alla fine porta avanti la sua idea. Pensi di fare carriera nell’esercito? Io ora sono fuori dall’esercito, ho fatto il mio anno da contratto e adesso aspetto un concorso, magari per vigile del fuoco. Ormai nell’esercito non c’è molto da fare, le risorse statali sono poche e anche in quel campo i tagli sono stati enormi. Nei confronti di chi entra nell’esercito c’è uno stereotipo basato sull’idea che sia un guerrafondaio di destra. Ti ritrovi in questa immagine? Guarda, in caserma ognuno ha la sua idea, magari c’è qualcuno che è più di destra, altri sono di sinistra, però non ho mai visto nessun fanatico, almeno questa è stata la mia esperienza. In generale le idee politiche non erano ben accette, alcuni capitani non volevano proprio che si parlasse di politica. Cosa ne pensi del “caso marò”? Sicuramente l’Italia sta facendo una figuraccia, credo che nessun altro Stato avrebbe lasciato in India i due marò. Lo Stato li ha messi in quella situazione e adesso li deve tirare fuori, perché ogni buon militare alla fine fa quello che gli viene richiesto.

Non so cosa stiano provando i due marò, io credo proverei un senso di profondo tradimento. Riguardo all’omosessualità, nell’esercito italiano esiste discriminazione? Io sinceramente non so di omosessuali nell’esercito, magari ci sono stati ragazzi che erano gay ma non l’hanno detto, forse per paura di essere giudicati. Credo che, visti i rapporti che sviluppi con i tuoi compagni, non faccia una grande differenza: l’importante è che la persona sia affidabile e ti sia amica. Riguardo invece alle donne? Le ragazze sono sempre poche, in addestramento sono trattate come gli uomini. Magari ce ne sono alcune che non sono all’altezza, altre invece valgono tanto. Saresti disposto a partecipare a una missione all’estero? Sì, ma i ragazzi che fanno solo un anno di solito non vengono mandati all’estero perché non ricevono l’addestramento adeguato. Per andare in missione servono tantissimi sacrifici, soprattutto dal punto di vista sentimentale. Io vorrei farlo per sperimentare qualcosa di diverso dal solito. Secondo te, ci sono ragazzi che si arruolano per motivi economici, magari perché non vedono via d’uscita nella vita da civile? Ho conosciuto dei ragazzi che l’hanno fatto in parte per motivi economici, soprattutto i ragazzi del Sud spesso lo fanno perché non trovano lavoro e devono portare i soldi a casa.

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SPORT

IL MANCATO BOICOTTAGGIO DELLA COPPA DAVIS 1976 di Stefano Sette

Nell’agosto 1976 la Nazionale italiana di Coppa Davis approdò alle semifinali, battendo la Gran Bretagna a Wimbledon. Oltre agli Azzurri si qualificarono per la fase finale anche Australia, Cile e Unione Sovietica. Eliminata anche l’Australia al Foro Italico (3-2) l’Italia avrebbe dovuto sfidare la rappresentativa cilena, e la gara decisiva per l’assegnazione della coppa si sarebbe giocata a Santiago tra il 17 e il 19 dicembre. Il Cile stava vivendo una fase particolare della sua storia: a causa della crisi finanziaria e politica interna – Salvador Allende era ostaggio degli estremisti di sinistra (comunisti e socialisti) e la minoranza del Mir (Movimiento de Izquierda Revolucionaria) pretendeva di fare la rivoluzione ricorrendo alla lotta armata – l’11 settembre 1973 ci fu un golpe che portò al potere il generale Augusto Pinochet (nominato capo delle Forze Armate il 22 agosto) e Allende si suicidò nella Moneda sparandosi alla testa. Il Cile diventò una dittatura militare di estrema destra in cui furono aboliti i partiti politici e i sindacati, gli oppositori furono imprigionati e condannati a morte, e molte persone furono costrette a lasciare il Paese. Tra ottobre e novembre ci furono molte iniziative di boicottaggio dell’evento, come la mozione del “Movimento dei quartieri di Torino” in cui si chiedeva agli atleti azzurri di non andare a Santiago per isolare la Giunta e aiutare i democratici cileni, oppure l’appello dell’associazione “Italia-Cile” di opporsi allo svolgimento dell'incontro perché, secondo il segretario generale Ignazio Delogu, il regime militare avrebbe avuto un ritorno d’immagine proponendo di giocare in una città neutrale. Anche i politici italiani cominciarono a fare pressione sugli organismi sportivi nazionali (Coni e Federtennis) per boicottare la finale: socialisti e comunisti sostennero di seguire l’esempio dei sovietici (che non disputarono la semifinale per ragioni politiche) mentre la Dc era divisa tra i favorevoli alla trasferta – Arnaldo Forlani

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(Ministro degli Esteri) e Flaminio Piccoli – e i contrari (Giulio Andreotti e l’ala sinistra del partito). Dopo ulteriori discussioni tra rinunciatari – per esempio Gian Carlo Argan, sindaco di Roma vicino al Pci, e Giancarlo Pajetta, deputato comunista – e favorevoli alla trasferta (è il caso di Enrico Berlinguer, convinto dal leader comunista cileno Corvalán che incitava l’Italia a non darla vinta a Pinochet nemmeno sul campo da tennis, e di Domenico Modugno che cantò la Ballata per la Coppa Davis) il 6 dicembre il governo italiano, rispettando le decisioni degli organi sportivi, diede il via libera al viaggio in Cile e la selezione italiana partì con Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci, Adriano Panatta, Antonio Zugarelli e Nicola Pietrangeli (come capitano non giocatore). Anche la Rai, da sempre lottizzata dai partiti, fu influenzata dal fronte di rinuncia e Andrea Barbato, direttore del Tg2 vicino al Psi, decise di non trasmettere la finale lasciando l’incarico al Tg1, che la propose in differita. Nei primi due singolari Barazzutti e Panatta sconfissero rispettivamente Jaime Fillol e Patricio Cornejo e sabato 18 dicembre, vincendo il doppio confronto, l’Italia andò sul 3-0 complessivo aggiudicandosi per la prima e unica volta nella sua storia la Coppa Davis. Gli ultimi due singoli servirono solo per le statistiche: Panatta sconfisse Fillol mentre Belus Parjoux, battendo Zugarelli in tutti e tre i set, ebbe la soddisfazione di ottenere il punto di consolazione per la rappresentativa sudamericana. Il giorno del trionfo Panatta si presentò con una maglietta rossa, come provocazione nei confronti di Pinochet: per il regime cileno oltre al danno della sconfitta sportiva ci fu anche la beffa della provocazione politica.


DI NOTTE LEONI, DI MATTINA...

PAVIA

Guida pratica alle feste di primavera di Sara Ferrari e Giuseppe Enrico Battaglia (Twitter: @ferrarisara92 e @OhErri) Maggio è il mese che vara due tappe cruciali della vita di ogni studente universitario: esami ed estate! Laddove per i primi stia solo a voi non farvi cogliere impreparati, per ciò che riguarda il secondo punto vi viene in aiuto Inchiostro. Siamo a Pavia, e come ogni anno siamo pronti a mettere in scena il degradante spettacolo di noi stessi alle Feste di collegio! Open bar, casino e musica a manetta le prerogative di queste serate, che promettono di fornire molto materiale fotografico pronto all'uso nel momento della nostra laurea! Se anche a voi non frega niente di trovarvi protagonisti di dagherrotipi compromettenti appesi per le varie vie del centro, allora dovete assolutamente far vostro il piccolo calendarietto che vi lasciamo in allegato: ogni festa è da cerchio rosso nell'agenda! Inchiostro si fa promotore di un'iniziativa che potrebbe tornar comoda l'anno prossimo: il CARNET. Parliamoci chiaro: andare a recuperare i biglietti festa per festa può essere noioso e faticoso. Perché allora non premiamo la fedeltà di quelli che non mollano mai? Sarebbe interessantissimo che cinque o più collegi si mettessero d'accordo su una cifra congrua per l'acquisto di un biglietto unico, che consentisse di entrare alle loro feste senza dover fare trafile tutte le volte.

Collegio Nuovo: giovedì 6 giugno Green Park - ingresso 20 euro

Collegio Cardano: Giovedì 13 giugno

Collegio Don Bosco: Martedì 18 giugno Campus aquae - ingresso 10 euro

Collegio Fraccaro: Martedì 27 giugno Il Fontanile - ingresso 18 euro

Collegio Golgi: Giovedì 27 giugno

Quali sono dunque le soirées più quotate della vita collegiale pavese? Lo “Sballo divino” del Sant'Agostino è ancora in forse dopo il simpatico incidente dell'anno scorso. Vi rinfreschiamo brevemente la memoria: delle brighelle dotate di spirito e senso dell'umorismo hanno improvvisato una sassaiola ai danni di un pullman, e la ditta di trasporti ha troncato il servizio in seguito all'incidente senza dare troppi avvisi. Risultato? Moltissime persone si sono godute l'alba con temperature poco raccomandabili e abiti succinti, peraltro in un posticino ameno che si trova nell'hinterland vogherese. Un consiglio per i responsabili: meno sassi, più... Va beh dai, non c'è bisogno di andare oltre! Un nodo interessante per capire la riuscita di una festa è, ovviamente, la location. Se Borromeo, Ghislieri e Santa Caterina possono infatti vantare l'organizzazione di una festa entro le proprie mura, altri collegi devono invece fare affidamento ad “enti” esterni. Come districarsi dunque in mezzo alla dozzina molto abbondante di feste di primavera pavesi? Cerchiamo di venirvi incontro. Quella del Borromeo è la festa ideale per chi ha sempre sognato un party in stile ballo americano. Nonostante sia una serata un po' più elegante delle altre, l'alcool e il cibo (sono previste pietanze di ogni genere tra le quali una coreografica fontana di cioccolato nella quale intingere spiedini di frutta e marshmallow) non mancheranno affatto. Il tutto si terrà nel bellissimo, quasi regale giardino interno al collegio. Se l'eleganza vi fa venire l'orticaria non preoccupatevi! Un altro "sballo" in stile Sant'Agostino è garantito alla festa del collegio Fraccaro, anche questa organizzata quasi sempre in location sperdute in mezzo ai campi di pannocchie. L'atmosfera in stile realtà parallela-psichedelica è garantita. Da non perdere la serata Don Bosco. in questo caso non dovrete pensare allo smoking o ai tacchi alti, bensì a non dimenticare il costume da bagno: si va al Campus aquae! Zanzare permettendo, ballare sull'erba e concedersi un bagno in piscina vi proietterà, almeno mentalmente, alla pausa estiva! Il Maino solitamente propone una festa a tema in cui il dress code non è obbligatorio, ma abbastanza ben pensato da essere irresistibile! Queste sono soltanto alcune delle feste di primavera in programma: per il resto vi rimandiamo al calendario che vi lasciamo a bordo pagina, di modo che possiate “incastrare” queste serate all'interno della vostra sessione d'esami. Buon divertimento gente!

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Inchiostro Pavia 125 - maggio 2013