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PATRONATO SAN VINCENZO

Numero 5

Notiziario del Gruppo INBOLIVIA2004

Compartir Bolivia 2007 Ancora una volta il PSV si è lanciato nell’organizzazione di “un’esperienza” di un mese in Bolivia con un gruppo di giovani. Tra la scelta di: “andiamo a fare qualcosa”, cioè di un puro volontariato e: facciamo un giro turistico, magari responsabile, per la Bolivia, il Patronato in questi anni ha provato ad impostare il lavoro su una “terza via” Ho sempre chiamato questo tipo di impostazione: impariamo ad ascoltare, guardare, gustare e vivere la Bolivia nelle sue diverse realtà, dai missionari e volontari bergamaschi che operano in quella terra, alla gente boliviana. Insomma l’obiettivo di questa esperienza è quello di immergersi profondamente dentro questa terra per contemplarla, senza la pretesa di afferrarla tutta, ma nemmeno ammirarla con uno sguardo che vuole superficie… superficiale. Insomma: sì, una visita, ma una visita che si ferma con la gente. Teniamo presente che l’esperienza passa attraverso il Patronato San Vincenzo, che ha una sua storia di 40 anni in Bolivia, legata a Padre Berta, a Luciano e Terry, a tutti i volontari italiani e boliviani che hanno lavorato presso la Ciudad de los Niños. Diventa quindi naturale che per il gruppo di giovani (6 per la precisione) il punto di riferimento durante tutta l’esperienza vissuta nel mese di agosto, fosse proprio la Ciudad de los Niños. Riferimento non solo abitativo, ma soprattutto di tempo trascorso con i ragazzi della Ciudad, nell’animazione del tempo libero, nello stare con loro durante il tempo quotidiano fatto di scuola, compiti, lavoro, vita trascorsa in casa con gli incaricati. Non voglio raccontare quanto hanno vissuto i giovani, lo racconteranno loro stessi in una loro lettera-testimonianza. Voglio invece sottolineare solo due particolari che mi hanno colpito in questa mia ultima esperienza in Bolivia: 1) Alla Ciudad è venuta a mancare la figura di Padre Berta; con la sua presenza ha guidato

2)

per 40 anni tutto il lavoro del Patronato in Bolivia. Per i ragazzi era il “Papi”, per gli incaricati l’anima di tutta la Ciudad e per la città di Cochabamba il patriarca di Bolivia. Ho avvertito fortemente la sua mancanza nei giorni in cui mi sono fermato alla Ciudad. Bellissimi i ricordi che mi hanno lasciato i ragazzi del Padre Berta: un padre, un prete santo. Uno che sapeva indicare valori semplici, ma chiari: la FAMIGLIA, lo STUDIO, il LAVORO, DIO e la FEDE. Insomma, Padre Berta ha lasciato un grande vuoto. Ma come dicono tutti alla Ciudad, il Padre continua a guidarci e accompagnarci dal cielo. E poi ancora una volta ho assaporato con gioia la disponibilità e l’accoglienza di tutti quelli che ci hanno ospitato, accolto e con i quali abbiamo condiviso dei giorni insieme, ascoltando i loro racconti, le loro preoccupazioni, le loro speranze.

Bella la Bolivia anche per questo e merita davvero di vivere un’esperienza di un mese.


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COMPAR TIR

La nostra Africa Dopo aver vissuto due esperienze in terra boliviana negli anni scorsi, quest’anno abbiamo deciso di provare un’esperienza nuova cambiando continente per scoprire e vivere intensamente la tanto sognata e desiderata Africa Nera. La ricerca non è stata certamente agevole ma alla fine abbiamo scelto la nostra meta : Tanzanìa. In Tanzanìa ha sede il “Villaggio della gioia” che una struttura fondata da un padre passionista bergamasco Padre Fulgenzio Cortesi originario di Castel Rozzone. Questa missione è relativamente recente e nasce da un’idea folle del “Baba” (padre in lingua locale), il quale nel 2003 andando contro tutto e tutti ha tenacemente portato avanti il progetto di costruire un villaggio per i bambini orfani dell’aids considerata dal Baba la grande piaga dell’Africa. Nasce così il Villaggio della gioia con l’aiuto della provvidenza o di come è solito chiamarlo il Baba del suo “socio” in affari. Oltre al “Baba” nella struttura situata a circa 20 Km dalla città di Dar Es Salaam sono presenti Giuseppe, detto Yosefu, un volontario milanese che si trasferito in maniera stabile da 2 anni nel Villaggio della Gioia e Pino un professore in pensione che ha deciso di dare il proprio contributo per i piccoli angeli neri. All’interno del Villaggio della gioia è presente anche un convento di suore di una congregazione creata appositamente da Padre Fulgenzio chiamata “le mamme degli orfani” con il compito specifico di accudire e prendersi cura di questi bambini rimasti orfani. Provando ad analizzare la situazione che abbiamo visto durante la nostra permanenza di 3 settimane ci viene da fare una considerazione prima di tutto : questi bambini nella sfortuna grande di essere senza genitori sono stati fortunati nel trovare una struttura che gli dona, cibo, vestiti e soprattutto una grande dose di affetto ; se analizziamo in relazione ad altre realtà che abbiamo visto fuori dal Villaggio della Gioia, ad esempio nel villaggio di pescatori nella quale la struttura è inserita, ti trovi di fronte a situazioni di povertà estrema. Se dovessimo cercare di riassumere cosa abbiamo fatto durante la nostra esperienza direi che userei il termine varia: c’è stata una parte lavorativa nella quale abbiamo cercato di mettere a disposizione chi le braccia, chi il cervello, chi la capacità artistica per migliorare, mantenere, abbellire la struttura organizzativa del villaggio. La parte dedicata ai bambini è stata quella che ci ha regalato le emozioni più intense, è difficile dimenticare i grandi occhi neri che ti trasmettono tantissimo, penso indelebili rimarranno i ricordi delle giornate al mare trascorse con i bambini, fare il bagno con 54 bambini festanti che ti saltano sulle spalle e su tutto il corpo sono emozioni talmente forti che sono difficili da descrivere a parole. I momenti di gioco carichi di una semplicità disarmante, il notare la capacità di questi bambini di giocare con nulla, senza nessun tipo di gioco materiale, consuetudine dimenticata dai bambini qui da noi, la gioia che questi visi erano capaci di donarti, vederli cantare e ballare durante la messa, il tuo cuore che si riempiva quando questi angioletti neri venivano a cercare la tua mano e dalla tua mano cercavano quella sicurezza affettiva di cui tanto hanno bisogno. Nel corso della nostra esperienza abbiamo avuto anche la possibilità di spostarci per vedere alcuni luoghi incredibili, dove la natura raggiunge il suo massimo splendore, quando ti dicono che dal punto di vista paesaggistico l’Africa ti trasmette qualcosa in più è veramente così, la natura selvaggia, i tramonti carichi di colori, le stellate notturne che difficilmente potremo dimenticare, tutte queste situazioni contribuiscono a creare l’insieme di sensazioni che l’Africa è in grado di regalarti. Un’ aspetto della vita africana che ci ha particolarmente colpito è i ritmi di vita: davvero loro sono la patria del “pole pole” che significa “piano piano”, dove non esiste la frenesia che ci accompagna nella nostra vita comune, ti insegnano che la vita se la percorri più lentamente sei in grado di cogliere sfumature che altrimenti ti scorrono via senza che te accorgi; pensiamo che questo sia un grande insegnamento che l’Africa ci ha regalato, cercare di vivere a ritmi lenti cogliendo le cose essenziali della nostra vita, provare a capire che le cose importanti della vita sono davvero semplici e sempre più spesso non siamo in grado di apprezzarle. Questa esperienza sicuramente ci ha cambiati, così come ci aveva cambiato quella boliviana, abbiamo ormai compreso che ogni esperienza che proviamo in queste parti del sud del mondo ci fa tornare diversi e crediamo in un certo senso migliori, torniamo sempre con meno certezze sul nostro modo di vivere, capiamo che esistono modi di vivere completamente diversi dal nostro e sempre di più ci poniamo domande su quale sia il modo migliore di intendere la vita; questi viaggi ci hanno insegnato che persone che hanno pochissimo dal punto di vista materiale sono ricchissime dentro, tutti continuano a sorridere e sono felici ed allora vorremmo tanto che anche noi provassimo a sorridere di più, anche se carichi di preoccupazioni ma il cercare di produrre serenità per le persone che ci circondano sarebbe il regalo più bello che l’Africa potrebbe farci.

Stefano e Nico


NUMERO 5

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LASCIARSI ATTIRARE DAL DESERTO Viaggiare nel deserto in jeep per lasciarsi sorprendere dalla bellezza dei paesaggi e per visitare i luoghi in cui ha vissuto Charles de Foucauld: ecco le mie vacanze di quest’estate insieme ad altri undici amici. A volte ciò che può apparire un po’ “folle” si rivela un’esperienza straordinaria. E questo viaggio lo è stato. Il deserto è un luogo sorprendente. Perché ti regala panorami grandiosi e sempre nuovi. Sabbia, rocce, rosa, marrone, grigio. Cielo, terra, montagne, valli, oasi. Piante che si attaccano alla vita con tutte le loro forze. Albe delicate e tramonti in cui la luce si posa calda su tutto e intenerisce il cuore. E caldo, naturalmente. Ma quel caldo secco che tutto sommato riesci a sopportare. Anche perché è sempre addolcito da un vento forte che riempie i polmoni e scompiglia i capelli. E poi silenzio. Soprattutto silenzio. Un silenzio perfetto, che ti fa nascere dentro un desiderio forte di raccoglierti, di lasciarti interrogare, di prendere tra le mani la tua vita e guardarla con onestà. Di pregare. Un silenzio che non è solitudine, mancanza. Ma che senti con chiarezza essere riempito da una presenza, quella del Signore. Il deserto è sorprendente. Perché quando meno te l’aspetti dalla sabbia arida o dalla roccia dura fiorisce la vita: basta che un rivolo d’acqua fuoriesca dal terreno perché nascano piante, fiori, erba; basta un pozzo perché sorga un villaggio e fiorisca un giardino in cui si coltivano uva, grano, menta, angurie; basta un’oasi perché si possa trovare sollievo all’ombra di una palma o rinfrescarsi – e finalmente lavarsi (!) – con un bel bagno nell’acqua gelida. Il deserto è sorprendente. Perché ti colma gli occhi di una tale bellezza che non puoi fare a meno di sentirti innamorata della vita e degli uomini. Perché ti fa sentire in armonia profonda con il creato, un creato che sembra quello delle origini, antichissimo e ancora intatto. Perché ti fa capire quanto l’assoluto sia semplice e quanto la semplicità sia essenziale per la vita. Penso di non aver mai sperimentato prima in modo così profondo quanto l’acqua sia preziosa. Il deserto è sorprendente. Perché di notte ti regala il cielo più bello che tu abbia mai visto in vita tua. Tutte quelle stelle, così vicine che se alzi la mano ti sembra di toccarle. Stelle più numerose dei granelli di sabbia. E allora capisci sul serio perché Dio promette al suo amico Abramo una discendenza numerosa come le stelle del cielo. Un cielo così non può che bagnare gli occhi di commozione. Non può che farti sentire in mezzo al petto un cuore gonfio di gratitudine. Non può che portare lì vicino a te le persone a cui vuoi bene. In questo viaggio abbiamo incontrato tante persone. Tutte bellissime. Anzitutto le nostre guide tuareg. Li guardavi e sentivi che sono un popolo fiero, coraggioso, libero. Ci siamo totalmente affidati a loro sentendoci protetti, al sicuro. Nonostante qualche scorpione e serpente, nonostante ti chiedessi come riuscivano ad orientarsi in mezzo al deserto. Simpatici e divertenti, ma anche premurosi e dolci. Una dolcezza che è uno stile di vita. Loro dicono – in francese – “doucement” e intendono un vivere e fare le cose dolcemente, con la lentezza di chi si gusta ogni momento senza fretta, di chi sa capire quello che è realmente importante. Una dolcezza che è anche delicatezza, attenzione per l’altro, cura. Una dolcezza che è profondità, l’andare alle radici, il far riferimento a quei valori universali che uniscono gli uomini. Come la fratellanza. Come l’ospitalità. In un villaggio di tuareg in mezzo al deserto siamo stati invitati ad niente meno che ad un matrimonio. E mentre quelle donne elegantissime e dai visi delicati cantavano, suonavano i tamburi, ballavano e ci servivano da mangiare a me è venuta la pelle d’oca dall’emozione. Proprio una bella festa. Nelle scuole questa la chiamano intercultura. Chi avrebbe mai detto che avremmo sperimentato una fratellanza che supera le differenze di cultura e religione in Algeria? Ma non ci hanno sempre raccontato che nei Paesi mussulmani i cristiani sono odiati? I tuareg del deserto, ma anche la gente di Algeri, ci hanno stupito per la loro disponibilità, per la loro accoglienza, per la loro gentilezza. E allora in cuore inizia a germogliarti una piccola speranza. Perché forse la pace è possibile sul serio. Al di là della religione. Per esempio quando vedi quanti mussulmani si rechino ogni giorno nella chiesa di Nostra Signora d’Africa a pregare la Madonna. Anche se è una chiesa cristiana. E poi abbiamo incontrato la comunità cattolica di Algeri e il suo straordinario vescovo. Anche se pochi, questi cristiani sono testimoni luminosi del Padre. Gridare il Vangelo in silenzio. Con la propria vita. E senza voler per forza convertire qualcuno. Solo essere vicini alla gente. Charles de Foucauld l’aveva intuito con chiarezza: stare accanto agli uomini, anche se diversissimi da noi, porta a tracciare sentieri di fratellanza. Grazie a questo viaggio ho conosciuto un po’ meglio la figura straordinaria di Charles de Foucauld. Questo francese inquieto vissuto agli inizi del secolo scorso che prima di convertirsi era un ufficiale dell’esercito. Quest’uomo incredibile che ha vissuto in assoluta povertà decidendo di fermarsi nel deserto a vivere tra i tuareg. “Nel nascondimento come Gesù a Nazaret”. Di lui mi porto a casa soprattutto un insegnamento: la contemplazione, il raccoglimento, la preghiera, non portano all’isolamento dell’eremita, ma sono la spinta per vivere ancora più intensamente e con passione nel mondo, accanto ai fratelli. Non fuggire il mondo, ma farsi prossimo di coloro che il deserto isolava dal mondo: ecco la vita di Charles de Foucauld. Ha scritto: “Se una parte di me è nel cielo purissimo che sovrasta le nubi, però con l’altra parte io amo, io devo amare, ho l’imperioso dovere di amare appassionatamente gli uomini”. Abbiamo pregato nella sua casa di terra a Tamanrasset e nel suo rifugio di pietre sull’Assekrem. Insieme ai piccoli fratelli che ancora ci abitano. L’esistenza di uomini come loro è una preghiera che piace a Dio e rende felice la terra.

Silvia


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COMPAR TIR Formazione anno 2007 - 2008

Da alcuni anni il gruppo inbolivia2004 organizza, durante l’anno momenti e incontri formativi aperti a tutti coloro che intendono approfondire tematiche legate al mondo del volontariato internazionale, della missionarietà, e del sud del mondo. L’obiettivo principale di questi incontri è quello di sensibilizzare, informare e approfondire questi argomenti. Riteniamo infatti che la conoscenza, l’approfondimento, e l’informazione sono già un passo importante per essere vicini a chi vive troppe volte il senso dell’ingiustizia e della miseria contrapposto al mondo del consumo e del benessere. Per quest’anno si è pensato di non organizzare direttamente come gruppo questi momenti formativi, ma di far sapere e di aderire ad alcune iniziative che sembrano vicine alla nostra sensibilità, vicine a quanto il nostro gruppo inbolivia sta facendo. Ecco allora la proposta di partecipare ad alcuni incontri proposti dalle ACLI di Bergamo sul tema delle beatitudini (per le date vedi il riquadro sotto). Riteniamo infatti che conoscere e vivere il vangelo delle beatitudini è un modo bello per guardare con un occhio che sa buona notizia, la povertà, la mitezza, la giustizia, il pianto e la pace di questo mondo. Chiediamo quindi di partecipare. Ogni qual volta arriveranno proposte di momenti formativi che ci aiuteranno a vivere meglio il nostro impegno a favore della bolivia e del mondo, informeremo di queste iniziative e cercheremo di parteciparvi. Inoltre diventa interessante che ciascuno possa far sapere di quando ci sono iniziative particolari. Come gruppo “In Bolivia 2004” intendiamo partecipare come formazione a questi incontri promossi dalle ACLI sulle beatitudini: _ Martedì 25 Settembre 2007: Le beatitudini manifesto della felicità (Mons. Gianfranco Ravasi) _ Lunedì 01 Ottobre 2007: Un mondo capovolto è possibile? (Enzo Bianchi, Walter Veltroni) _ Martedì 23 Ottobre 2007: Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia (Rita Borsellino) _ Martedì 30 Ottobre 2007: Beati quelli che costruiscono ponti e scalano muri (Paolo Rumiz, Moni Ovadia) _ Martedì 13 Novembre 2007 : Beati i poveri in spirito (Giovanni Nicolini, Giovanni Bazoli) Per maggiori informazioni sull’intero ciclo di incontri : www.aclibergamo.it

Festa allo Zuccarello per i bimbi boliviani: Venerdì 21 Settembre, a partire dalle 19:30, festa al Santuario della Madonna dello Zuccarello a Nembro. Con l’obiettivo di proseguire il progetto iniziato da Don Berto Nicoli di dare una scuola ai bambini di Melga, sulle Ande Boliviane, a 3200 metri di altezza; Don Berto prima di morire aveva gettato le fondamenta, ora i suoi parenti, i parrocchiani di Vall’Alta, il Patronato San Vincenzo ma anche il consolato della Bolivia a Bergamo hanno deciso di unirsi per proseguire il progetto del sacerdote missionario. Ci saranno cucina boliviana, arte e folclore boliviano, tutto l’incasso andrà per il progetto per Melga.

Contatti: E—mail : sesana.a@tiscali.it Riferimento: Don Alessandro Sesana Cell. 340—8926053

Gruppo “IN BOLIVIA 2004” Patronato San Vincenzo Bergamo


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