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ISOLA D’ELBA

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6 min

L’ISOLA DALLE MITICHE SPIAGGE I GRANDI AUTORI DELL’ANTICHITÀ CLASSICA NARRANO CHE, NEL PRIMO MILLENNIO A.C., SU DI UNA BIANCA SPIAGGIA DELL’ANTICA “AITHALÌA”, APPRODARONO I 50 MITOLOGICI EROI CHIAMATI ARGONAUTI, GUIDATI DAL GRECO GIASONE ALLA RICERCA DEL “VELLO D’ORO”. QUI IL MITO VUOLE CHE, ASCIUGANDOSI IL SUDORE CON DEI CIOTTOLI POROSI, LASCIARONO IN ESSI DELLE STRIATURE DI COLORE GRIGIO AZZURRO, ANCORA OGGI VISIBILI FRA I SASSI BIANCHI DELLA STESSA SPIAGGIA

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Aithalìa non poteva che essere l’Isola d’Elba e la spiaggia degli Argonauti era l’attuale spiaggia “delle Ghiaie”, nei pressi di Portoferraio. È proprio la bellezza di queste coste che ha donato all’isola una fama internazionale. Oggi, il turismo è attratto dalla variegata offerta balneare, ma non bisogna fermarsi solo a contemplare le spiagge incontaminate. L’isola è ricca di natura e storia, che val la pena esplorare. Sebbene abitata già in era paleolitica, l’isola divenne conosciuta per mezzo degli Etruschi che intuirono la grande ricchezza di minerali presenti nel sottosuolo (soprattutto il ferro) e avviarono lo sfruttamento minerario. Così l’isola d’Elba conobbe la dominazione dei romani, la potenza dei Medici e i fasti napoleonici; fu meta e crocevia delle principali rotte del Mediterraneo occidentale, come lo è tuttora per le più importanti destinazioni crocieristiche. L’isola è la più grande dell’Arcipelago toscano, all’interno del quale fa parte del Parco Nazionale omonimo, con sede in Portoferraio. Partiamo, quindi, da questa città per fare un breve tour virtuale: l’antica Fabricia è oggi il più grande centro dell’isola, caratterizzato dagli imponenti bastioni medicei lungo tutta l’area portuale che oggi ospita gare veliche internazionali. Dal Forte Falcone si vede la Villa dei Mulini, che fu la residenza invernale di Napoleone Bonaparte, qui esiliato per dieci anni dal 1814. Nel comune si trova anche la sua residenza estiva, la Villa di San Martino. Entrambi gli edifici oggi sono musei. Lungo la costa Nord, che ospita una riserva marina di tutela biologica, s’incontra il golfo con Enfola, Viticcio, Biodola, e Scaglieri, zone caratterizzate da spiagge con sabbia finissima dorata e acqua cristallina, mete turistiche d’eccellenza internazionale, animate giorno e notte da numerose attrazioni. Più a ovest troviamo Marciana Marina, il più piccolo comune della Toscana, risalente al XII secolo, con l’aspetto di un antico borgo di pescatori e la sua Torre Pisana costruita in difesa dai Saraceni. Alle spalle del borgo marino c’è Marciana, fra gli insediamenti più antichi dell’isola, che rivela scorci suggestivi e offre la possibilità di visitare il Monte Capanne. Un vero e proprio paesaggio montano fruibile per mezzo di una cabinovia o a

piedi, camminando fra boschi con torrenti, funghi, lecceti e castagneti. Dalla cima del monte a 1.019 m è possibile ammirare tutto l’Arcipelago toscano. Torniamo al mare con le diverse località balneari dal fondale trasparente, ideale per le immersioni. Spingendosi verso sud, s’incontrano due fra le spiagge più frequentate, quella di Cavoli, ideale anche in bassa stagione per il suo clima sempre mite, e Fetovaia in un’insenatura protetta dal vento. Siamo nel comune di Campo nell’Elba, con una grande ricettività turistica (anche per i giovani), non a caso la vicina Marina di Campo ospita l’unico aeroporto dell’isola. Nell’entroterra le frazioni di San Piero e Sant’Ilario mostrano ancora il loro aspetto originario prima dello sviluppo turistico. In queste zone si producono degli ottimi vini fra cui l’Aleatico, pregiato vino liquoroso. Ci avviciniamo, poi, al golfo di Lacona con una spiaggia di sabbia chiarissima e bellissimi fondali ricchi di spugne e coralli. Dopo Norsi si può proseguire verso Capoliveri col nucleo storico sul Monte Calamita di origini romane e un’espansione più recente. La città fu dedicata al dio Bacco e ancora oggi i vigneti donano un ottimo vino celebrato nella caratteristica Festa dell’Uva. Il Monte Calamita, area mineralogica di grande interesse, è meta di escursioni a cavallo e ideale per la vista sulle splendide scogliere.

Giungiamo, quindi, sulla parte orientale dell’isola, dove Porto Azzurro domina la costa col forte San Giacomo, al quale si accede attraverso stretti vicoli. Oggi la cittadina, che una volta era abitata da agricoltori e pescatori, è frequentata specialmente dalle imbarcazioni private dei turisti in alta stagione. Da qui si possono visitare la nota spiaggia “del Barbarossa” dalla sabbia ocra, la spiaggia “reale”, e la Valle del Monserrato, col suo santuario. La costa orientale era nota già in epoca etrusca per le sue miniere di ferro i cui giacimenti sono stati sfruttati fino all’esaurimento. A Rio nell’Elba, infatti, è possibile ancora ammirare nel museo le collezioni di minerali appartenenti agli antichi minatori. Il centro abitato d’estate si popola di eventi e rievocazioni storiche. Da questo paese in passato alcuni abitanti si spostarono sul mare, a Rio Marina, area nota per la produzione di miele di alta qualità e del tipico dolce, la schiaccia briaca. Percorrendo il lungomare più a Nord ci si avvicina al punto dal quale l’Italia dista solo 10 km, con Piombino in lontananza. Qui i paesaggi sono stupefacenti e i fondali, per chi ha la possibilità di immergersi, sono indimenticabili. E si ritorna poi verso Portoferraio, passando per il castello del Volterraio dove di nuovo le immagini della storia, fra etruschi, medioevo e incursioni piratesche, dettate dai resti e dalle fortezze, si mescolano al verde lussureggiante delle valli e alle spiagge incontaminate.


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AMALFI

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5 min

ANTICA REGINA DEL MARE LA COSTIERA AMALFITANA, NOTA DA SEMPRE AL MONDO PER IL SUO MARE, HA COLPITO PERSINO LA PROFONDA SENSIBILITÀ DEL ROMANTICO PITTORE ED ARCHITETTO KARL FRIEDRICH SCHINKEL CHE A METÀ DELL’800 LASCIAVA LE SUE IMPRESSIONI NEL SUO DIARIO DI VIAGGIATORE. EGLI DESCRIVE UNA “VALLE DEI MULINI” SEGNATA DALLA PRESENZA DI UN’ANTICA CARTIERA E DA UN PERCORSO A GRADINI CHE SI SNODA FRA MURI, CASCATE, VITIGNI E ROCCHE: «… L’ABBONDANZA DI PUNTI PITTORESCHI NON LASCIA RESPIRO…».

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Il nome di “Amalfi” deriva forse da quello di una ninfa amata da Ercole che la leggenda vuole sia sepolta qui per volere degli dei. Oppure deriva dal nome della città lucana di Melfi da cui arrivarono i romani per insediarsi in questo incantevole posto. Qualunque fosse stata l’origine, fu presto destinata alla gloria, prima come sede vescovile, poi come sede del Ducato Amalfitano. La città, controllata da nobili famiglie, assunse presto un carattere cosmopolita per i suoi rapporti commerciali via mare, raggiungendo presto il suo massimo splendore e divenendo quarta Repubblica Marinara con Pisa, Venezia e Genova. Fra il X e l’XI secolo Amalfi ebbe proprie leggi e una propria moneta. Nella stessa epoca vennero scritte le Tavole Amalfitane, il noto codice che regolò fino al XVII secolo i traffici marittimi che transitavano nel Mediterraneo. I fasti del medioevo, sono oggi ricordati ogni anno dalla Regata Storica in cui si sfidano le quattro antiche Repubbliche Marinare. Dopo il medioevo seguì, poi, il declino. Le contese interne non giovarono alla città che divenne presto preda dei rivali pisani – che sbarcarono qui saccheggiando l’intera costa – poi dei Normanni e in seguito degli Aragonesi. Di questo passato glorioso e tormentato allo stesso tempo, restano i segni indelebili nel complesso monumentale del Duomo. Un capolavoro bizantino la cui facciata si presenta in cima ad una grande scalinata, con un portico dall’influenza arabeggiante ed una porta bronzea rimasta intatta. Pur risalendo al IX sec., l’intero complesso subisce diverse stratificazioni, come nell’interno in stile barocco, con mosaici e marmi bianchi e nel Chiostro del Paradiso, del 1200, noto per gli affreschi della Cappella del Cristo. La storia si svela anche nelle opere preziosamente custodite nel Museo della basilica del Crocefisso, tra cui la trecentesca scultura lignea della Madonna delle Grazie e nella Cripta con le reliquie di Sant’Andrea, primo discepolo di Gesù e Santo protettore della città. Ma Amalfi, dal ’97 dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, colpisce soprattutto per il suo assetto urbano, caratterizzato dalle case aggrappate alle

rocce, dagli stretti vicoli in cui è possibile ammirare le botteghe artigianali della ceramica, e dalle due piazze principali, piazza Flavio Gioia (a cui si attribuiva l’invenzione della bussola) e piazza Duomo, attorno alle quali ruota tutto il centro storico con numerosi caffè e ristorantini. Un ambiente che ha sempre attratto registi ed artisti di ogni tipo, affascinati da un perfetto connubio fra arte e natura. I monti a strapiombo sul mare donano un clima mite ad Amalfi, che è quindi luogo di una natura esuberante. Interessante dal punto di vista botanico e faunistico è la riserva naturale della “Valle delle Ferriere” (via che riforniva di ferro l’antica Repubblica Marinara), raggiungibile percorrendo il meraviglioso sentiero che si snoda fra i boschi e costeggia il Rio Canneto con le sue sorgenti, piccole cascate e rapide. La forza motrice dell’acqua qui un tempo era utilizzata per la produzione della ricercata carta di Amalfi. Altri imperdibili percorsi lungo la Costiera Amalfitana sono il “sentiero degli dei”, che collega Agerola e Praiano con Positano, e la stretta stradina costruita nell’800 per collegare Napoli ad Amalfi. Il primo, percorribile a piedi fra gradini e rupi, e il secondo, percorso dal traffico turistico, hanno in comune i paesaggi mozzafiato tipici della costiera: ad ogni angolo è facile lasciarsi sorprendere dalle insenature fra le rocce dove si intravedono piccole spiagge dall’acqua cristallina, alcune delle quali raggiungibili solo via mare. Si scorgono persino la penisola sorrentina e l’isola di Capri, mete facilmente raggiungibili da qui. Vivere Amalfi è un’esperienza indimenticabile che ha la natura e il mare come costanti ed inseparabili compagni di viaggio.


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SOMMARIO 6

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Antonio Patuelli

Sicurezza in gara

a cura di Mario Pugliese

a cura di Gianluca Barbieri

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L’Editoriale

Pedalando sul pentagramma

a cura di Maurizio Rocchi

a cura di Anna Budini

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Claudia Morandini

Pagine Gialle

a cura di Mario Pugliese

a cura di Mario Pugliese

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Manuel Belletti ritrova il sorriso a cura di Andrea Agostini

Dossier sport e medicina a cura di Maurizio Radi

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98

E tu come la pensi?

Il telaio ideale

a cura della Redazione

a cura di Roberto Zanetti

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Ruote roventi

Oltre l’ostacolo

a cura di Roberto Sgalla

a cura di Roberto Zanetti

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Quando sul traguardo c’è scritto “Game Over” a cura della Redazione

Stretching nello sport a cura di Massimiliano Muccini

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38 I duelli epici nel ciclismo a cura di Federico Tosi

Cicloscopio a cura della Redazione

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ANTONIO PATUELLI

8 min

a cura di MARIO PUGLIESE

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«CARA ITALIA, TESTA BASSA E PEDALARE» DALL’INCONTRO CON BARTALI ALLE PASSEGGIATE IN BICICLETTA SUL DANUBIO, DIECI DOMANDE AL PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE BANCARIA ITALIANA: «PER SALVARE IL PAESE SERVE STABILITÀ POLITICA. E QUALCHE PISTA CICLABILE IN PIÙ»

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È il numero uno delle banche italiane, l’uomo che – dopo lo scandalo dei derivati di Monte Paschi – dal 31 gennaio di quest’anno ha preso in mano le redini dell’ABI, l’Associazione Bancaria Italiana. Un incarico di enorme responsabilità istituzionale, specie in questi anni di recessione, ma lui – Cavaliere del Lavoro e presidente della Cassa di Risparmio di Ravenna, già deputato per due legislature e sottosegretario nel Governo Ciampi – è per tutti “l’uomo giusto al posto giusto”. Editore e giornalista, grande studioso del Risorgimento Italiano, con un radioso passato nel Partito Liberale Italiano, Patuelli è oggi uno degli uomini più influenti del mondo economico italiano. Presidente Patuelli, anche nelle cosiddette foto istituzionali lei è spesso ritratto in sella alla sua bicicletta… «E non è un caso. Quando sono a Ravenna, vado al lavoro ogni mattina in bicicletta e anche nella mia famiglia, fin dalle origini direi, si è sempre pedalato tanto.» Da ciclista, e dunque da “utente debole” della strada, come giudica gli standard di sicurezza delle strade italiane? «La situazione generale, rispetto ad altre realtà europee, è molto più critica, anche se non mancano le eccezioni virtuose. Penso alla Romagna, con le sue piste ciclabili naturali in pineta, e penso soprattutto all’Alto Adige, dove il cicloturismo è sì un segmento turistico, ma è soprattutto un fatto culturale. Non basta una linea di vernice sull’asfalto per creare una pista ciclabile, servono alti

standard di sicurezza ed una seria politica del traffico urbano pensata per i ciclisti. Oltre confine, come in Austria ad esempio, la situazione è molto più emancipata. Ho chiesto, di recente, all’ufficio turistico di Vienna una mappa aggiornata dei percorsi cicloturistici che costeggiano il Danubio e sono stato sommerso da cartine e proposte. Accolgo sempre con favore i progetti, spesso finanziati dall’Unione Europea, per la realizzazione di nuove piste ciclabili, ma non posso fare a meno di sottolineare come, in Italia, da questo punto di vista, si possa e si debba fare di più.» Un ricordo “ciclistico” della sua infanzia… «È legato a dei prozii molto anziani di Russi (RA). Soprattutto in inverno, quando le strade erano ghiacciate ed il rischio di cadute era molto elevato, l’unico modo per evitare che uscissero di casa, preservando dunque la loro incolumità, era quello di nascondere le loro biciclette.» Più storie domestiche che campioni dunque nel suo immaginario infantile… «Sì ricordo, ad esempio, quando mia madre, contravvenendo alle regole di casa che imponevano di mandarmi a dormire dopo Carosello, mi concesse di restare alzato per vedere in televisione una trasmissione condotta da Sergio Zavoli. Ebbene, quel rotocalco, che era poi Tv7, parlava proprio della bicicletta declinata, a quel tempo, nei suoi infiniti utilizzi. La bicicletta usata dalla levatrice per far partorire le donne del paese o dal prete di campagna che,


sempre in bici, si recava al capezzale dei moribondi per l’estrema unzione. E ancora la bicicletta del lattaio, dei fornai e dei venditori di giornali che, nelle piazze, strillavano le notizie del giorno. Ho un’immagine scolpita nella memoria: quella dell’agosto 1962 a Viserbella di Rimini, quando l’edicolante in bicicletta, sventolando il Corriere d’Informazione, urlava ‘È morta Marylin…’». E poi, nelle sue estati al mare, c’erano i giochi di sempre… «Sì, come la pista delle biglie di plastica con la foto dei ciclisti. La mia pallina preferita, ricordo, aveva impressa l’immagine di Fiorenzo Magni.» E il ciclismo agonistico, quello dei campioni? «Ho in mente due nomi: l’impresa mondiale del romagnolo Ercole Baldini nel 1958 che, nella mia Ravenna, suscitò grandi emozioni; e l’incontro, piuttosto singolare direi, con il grande Gino Bartali.» Ci racconti? «Era l’autunno del 1969 e mi ero appena iscritto a Firenze alla Facolta di Giurisprudenza. Un giorno mi recai alle Poste di Piazza della Libertà, tra via Cavour e viale Don Minzoni, per pagare le tasse universitarie. Fu in quell’occasione che vidi, in fila con me, la sagoma inconfondibile di Gino Bartali che, già da tempo, si era ritirato dalle corse. Pensai ad una fortunata coincidenza e, invece, anche nelle settimane successive, lo incontrai più volte allo stesso ufficio postale. Mi fu tutto chiaro quando un giorno, transitando tra Piazza della Libertà e Piazza San Marco, mi trovai di fronte ad uno stabile, sul quale campeggiava un’insegna luminosa con la scritta ‘Lloyd Adriatico – Gino Bartali Assicurazioni’. Da allora seppi che, ritiratosi dalle corse, il grande Ginetaccio faceva l’assicuratore.» Nel ciclismo il tratto del percorso più impegnativo si chiama “Cima Coppi”. Ma dopo la guglia impressionante dello Stelvio, per fortuna, arriva la discesa. Ecco, parlando di ripresa economica, quanto è lontana per l’Italia quella discesa? «La situazione, in estrema sintesi, è questa: in tutta Europa le prime avvisaglie di una ripresa si vedono. In Italia, invece, si sperano. Il nostro paese ha già vissuto momenti difficili, affrontando altre gravi crisi. Questa, però, è senza dubbio la crisi economica più lunga e, dunque, quella che sta creando i maggiori problemi. Inutile dire che, forse, rispetto agli altri paesi europei, paghiamo un’instabilità istituzionale che, mai come oggi, paralizza le decisioni politiche e dunque ostacola la ripresa.» Si può dire che questo, nella storia della Repubblica, sia il momento in assoluto più difficile per presiedere l’ABI? «Non il solo. Se pensiamo, ad esempio, alla ricostruzione del 1945, non possiamo non rilevare come quegli anni, sul piano economico, furono assai più complicati.» Nel mondo del ciclismo si parla spesso di doping, ma anche nel mondo bancario, talvolta, abbiamo sentito parlare di un “sistema dopato”: dopo tanti scandali, qual è la situazione oggi?

«Doping non è una parola italiana e, infatti, i più grandi scandali finanziari non sono avvenuti nel nostro Paese, ma oltre Manica e oltre oceano. Il caso Libor, ad esempio, con la manipolazione, ormai accertata, del tasso di prestito interbancario, resta uno scandalo di proporzioni planetarie. L’Italia ha avuto i suoi problemi, ma non siamo certo noi la causa della crisi finanziaria europea.» È capitato, e capita ancora, che grandi gruppi bancari abbiano sponsorizzato realtà sportive: penso al Credit Agricole, alla Rabobank, al Banco de Santander, allo stesso Monte dei Paschi: è giusto che un istituto bancario contempli, tra le sue molteplici attività, anche quella dello sponsoring? «Si tratta di strategie innanzitutto commerciali e, come tali, vanno giudicate. Ma, più delle banche, vorrei sottolineare l’opera preziosa, etica e talvolta insostituibile, delle Fondazioni Bancarie che, con le loro costanti elargizioni, sostengono gran parte della formazione e dello sport giovanile.»


Va in archivio l’estate 2013 e, con le prime avvisaglie d’autunno, si dirada – settimana dopo settimana – anche il calendario delle corse. Per il grande popolo delle Granfondo è già tempo di bilanci, ma anche di solleciti preparativi per i prossimi appuntamenti. Per INBICI il 2013 sta per chiudersi all’insegna delle grandi novità. Dopo lo sbarco in rete, con l’inaugurazione del nostro nuovo sito internet ed il poten-

ziamento dell’organico redazionale, cambia anche la direzione della testata. Andrea Agostini lascia infatti il timone di INBICI che, da questo mese, passa nelle mani di Mario Pugliese. Romagnolo, 43 anni, giornalista professionista, già caporedattore di testate di rilievo, Pugliese vanta una solida esperienza nel mondo del ciclismo, essendo stato il responsabile della comunicazione di squadre ciclistiche

professionistiche come LPR e Saunier Duval. L’avvicendamento nasce dalle mutate esigenze editoriali di INBICI che, in questa delicata fase di crescita, aveva bisogno di un direttore in grado di seguire a tempo pieno lo sviluppo della testata. Ringraziando Andrea Agostini per la collaborazione prestata in questi anni, rivolgo al nostro nuovo direttore i migliori auguri per la sua nuova avventura professionale.

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L’EDITORIALE l’editore MAURIZIO ROCCHI


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IN COPERTINA info@inbici.net

GRANFONDO FRW PEDALANDO IN UNA “NOTTE D’ORO” IL 13 OTTOBRE A RAVENNA VA IN SCENA LA SECONDA EDIZIONE DELLA CICLOTURISTICA. MA PRIMA DELL’EVENTO, UNA GUSTOSA ANTEPRIMA CON IL CONCERTO DI DE ANDRÉ, IL FESTIVAL DEL MOSAICO E LE PIÈCE TEATRALI DI BERGONZONI E MARESCOTTI

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Ravenna è conosciuta nel mondo per i suoi inestimabili patrimoni artistici e monumentali, come si evince dagli otto tesori dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Ed è in questo scenario dal fascino impareggiabile che, il prossimo 13 ottobre, si svolgerà la seconda edizione della Granfondo FRW, corsa consacrata ad un marchio leader nel mondo nella produzione di bici da corsa e mountain bike. Si partirà dalla pianura, certo, ma il percorso vi sorprenderà... Non sarà la classica passeggiata di fine stagione, andremo nell’entroterra a cercare “il sale” di ogni competizione, la salita. Non saranno né lunghe né impossibili ma richiederanno impegno per essere conquistate, Forlimpopoli, Meldola, Predappio, Castrocaro, bellissime località separate tra loro da insidiose stradine dove chi vorrà potrà scatenarsi e spendere le ultime cartucce di questa stagione. Le qualità che servono? Capacità di stare in gruppo, forza in salita, perizia in discesa e sapere spingere controvento, perché in Romagna c’è sempre una salita in più quando si torna a casa. Ma la Gran Fondo FRW non sarà solo un grande evento sportivo. Giuseppe Poggi, inesauribile coordinatore dell’organizzazione, sta infatti preparando un ricco ed eterogeneo campionario di iniziative collaterali, per ospitare al meglio i cicloturisti, ma anche le loro famiglie. Un obiettivo agevolato, nell’occasione, da una felice (e non casuale) concomitanza: quella con la “Notte d’Oro” di Ravenna (www.labottedoro.it), la grande festa patronale dell’antica città di Bisanzio che, per la sua sesta edizione, accoglierà i suoi visitatori con un programma di grande effetto. Il 12 ottobre, infatti, a Ravenna è previsto il concerto di Cristiano De André, ma anche quello per bambini della Daddy Band. E ancora il recital di Alessandro Bergonzoni, le performance

teatrali di Ivano Marescotti, le visite tematiche, l’inaugurazione della mostra di Valerio Adami di Komikazen e il taglio del nastro della 3ª

edizione del Festival Internazionale Contemporaneo.

del

Mosaico


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ALESSANDRO BERTUOLA a cura di PAOLO MEI

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9 min

LA SECONDA GIOVINEZZA

IL TREVIGIANO, CON UN PASSATO TRA I PROFESSIONISTI, È OGGI UNO DEI MIGLIORI CICLOAMATORI ITALIANI

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Per raccontare la sua (lunga) carriera ciclistica non basterebbe l’intera rivista. Ma la sua vita sui pedali è più avvincente di un romanzo e dunque vale la pena raccontarla. Alessandro, da dove cominciamo? «Direi dall’inizio. Ho iniziato ad andare in bici da giovanissimo, passando per tutte le categorie – esordienti, allievi, juniores e dilettanti – fino ad arrivare al professionismo dove sono rimasto per 4 anni e mezzo prima di approdare alle granfondo.»

La sua vittoria più importante? «Fu indubbiamente la tappa al Giro d’Italia baby nel 2004: la quarta con arrivo a Tregnago in provincia di Verona. Mi aggiudicai la vittoria in un arrivo a tre con il francese Dupont (attualmente professionista nell’AG2R) e il lettone Reiss.» Tre anni nella MG-Boys e quattro nella IMA Sparcenigo. Una maglia azzurra ai mondiali militari di Zagabria. Una discreta carriera da dilettante. Che ricordo ha di quegli anni? «Sono stati 7 anni da dilettante molto belli, in cui ho conosciuto tanti compagni, alcuni dei quali hanno fatto carriera nel professionismo, un nome su tutti Fabian Cancellara. Ho iniziato i primi anni da under 23 facendo il velocista per poi diventare un corridore portato più per le gare dure, difendendomi discretamente in salita. Ho impiegato parecchio a maturare come corridore, infatti solamente nell’ultimo anno disponibile sono riuscito a cogliere risultati di prestigio. Non posso dimenticare i d.s. che mi hanno formato, come Billy Ceresoli, Paolo Slongo e Roberto Cendron: ognuno di loro mi ha dato qualcosa per crescere.» Poi il passaggio al massimo livello.

foto NEWSPOWER CANON

Quando è nata la passione per la bicicletta? «Praticamente ho iniziato a gareggiare nel 1988 nella categoria giovanissimi G3, con la squadra del paese, il GC Postioma. La società organizzò una gimkana in paese. Io partecipai e, visto che la stessa squadra cercava dei giovani, mi inserirono nel loro organico. Fu l’inizio della mia carriera.» Ha mai praticato altri sport? «Prima di iniziare con il ciclismo avevo iniziato con il calcio. Mi divertivo molto, ma l’impegno non durò a lungo.» Si ricorda la sua prima vittoria? «Certo, è stata nel 1989 a Treville in provincia di Treviso: si correva in una pista asfaltata intorno ad un campo da calcio. Un mio compagno più esperto, prima della gara, mi disse dove partire con la volata. Quel giorno lo ascoltai e centrai la mia prima vittoria. Fu bellissimo.»

foto EURO GROTTO


ottenni anche qualche podio in alcune gare minori oltre confine. Finita la stagione mi aspettavo di trovare un contratto migliore, ed invece niente, anzi, fu una grande delusione perché soprattutto fui trattato senza alcun rispetto da qualche dirigente.» Dopo la breve e sfortunata parentesi nella Kalev, rientra nel mondo delle granfondo e chiude l’annata con ottimi risultati tra cui la vittoria alla Granfondo Gimondi. Non male come bilancio… «Nel 2011 rientrai nelle granfondo, grazie sempre al Velo Club, questa volta in maglia Viner. Sì, fu un’ottima stagione nella quale ottenni ben otto vittorie assolute.»

foto NEWSPOWER CANON

Ha qualche rimpianto? «Più che rimpianti, se tornassi indietro farei qualche scelta diversa, soprattutto a fine 2008 quando poi rimasi senza contratto. Il rimpianto è quello di non essere ancora nel mondo professionistico, probabilmente, un po’ come da dilettante, avrei avuto bisogno di più tempo per emergere.»

Nel 2005 approda alla Naturino Sapore di mare. È davvero traumatico l’esordio tra i prof? «Sicuramente è un bel salto, cambiano i ritmi nelle gare, quando la corsa entra nel vivo la velocità sale parecchio e andare a prendere una salita è come preparare una volata. Poi cambia anche il modo di allenarsi, più programmato a seconda delle gare da fare durante la stagione, mentre nel dilettantismo si corre praticamente ogni week-end.» Nel 2006 e 2007 lei corre per la Tenax, prima di approdare, nel 2008, alla Preti Mangimi. Qualcosa non girò per il verso giusto. Alcuni piazzamenti nella top ten di corse come il GP Camaiore non sono bastati per avere la conferma, che cosa accadde? «I due anni trascorsi alla Tenax sono stati molto belli, sia per l’ambiente che c’era nella squadra e sia per i risultati che ho ottenuto, però purtroppo non ho avuto la riconferma per il 2008 perché la squadra si unì con il gruppo Lpr. Riuscii però a trovare un accordo con la Preti Mangimi. Purtroppo i risultati in quell’anno non furono quelli tanto attesi, anche perché forse mancava la tranquillità all’interno della squadra per poter gareggiare serenamente. Fu anche per questo che per l’annata successiva, il 2009, non trovai alcun contratto professionistico.»

Il 2012 e 2013 sono ricchi di vittorie e piazzamenti nelle granfondo più importanti. Ma un granfondista di rango come lei, vive di solo ciclismo oppure ha un’occupazione? «Io finora ho solo corso in bici e ammiro moltissimo tutti gli amatori che lavorano e trovano il tempo di allenarsi, perché io non so se ce la farei. Durante l’ultimo inverno ho provato per qualche mese a fare il rappresentante di abbigliamento da ciclismo per l’azienda Keit. Da poco ho iniziato una collaborazione con la ditta di abbigliamento da ciclismo che si chiama MsTina.» Quanti km percorre durante l’anno? «I primi anni da granfondista erano gli stessi che percorrevo da prof, circa 33.000. Ora chiudo la stagione a quasi a 30.000, ma credo che prossimamente caleranno.» Qualcuno pianifica per lei la preparazione o riesce a gestirsi da solo? «In questo mi gestisco tutto da solo, mi alleno a seconda di quello che ho voglia di fare e seguendo un po’ le sensazioni della giornata. Ogni tanto rispolvero alcune vecchie tabelle che usavo quando ero un professionista.» Ha qualche hobby al di fuori del ciclismo? «A me piacciono tutti gli sport in genere, ma mi sono appassionato un po’ alla danza, visto che la mia ragazza, anzi moglie dal 7 settembre, pratica danza moderna.» foto NEWSPOWER CANON

Eccolo, il 2009: un anno di “purgatorio” tra gli amatori, con ottimi risultati, visti i suoi trascorsi agonistici. Che mondo trovò tra i cicloamatori? «In quell’anno cominciai a fare le granfondo da giugno con la MgKvis, che mi aveva cercato già mesi prima, ma io avevo rifiutato perché speravo ancora di riuscire a trovare un contratto professionistico. Mi ero allenato bene tutto l’inverno e le motivazioni erano ancora alte. Volevo dimostrare di meritarmi un’altra chance tra i prof. Della MgKvis posso solo parlare bene, mi hanno fatto sentire subito a casa, uno di loro, ma soprattutto, mi ha fatto molto piacere essere riconosciuto in giro per l’Italia da molte persone, siano esse semplici amatori oppure organizzatori di gare.» Nel 2010, improvvisamente, si apre uno spiraglio. È il momento di rientrare nel ciclismo che conta. Lo fa con la maglia di una squadra di secondo piano. Ma anche questa volta, forse in maniera ancora peggiore, le sue ambizioni sfumano. Perché? «Quando ormai pensavo di abbandonare ogni sogno di rientrare, a maggio mi si presenta la possibilità di approdare in una squadra Continental piccola, la Kalev, ma con la ferma volontà di emergere. Devo dire che non andò poi così male quella stagione, tanto che al campionato italiano di Conegliano fino all’ultimo giro ero lì vicino ai primi e arrivai 18°. In seguito poi al Brixia Tour ottenni due piazzamenti nei primi dieci e un buon 11° posto in classifica generale. Tra l’altro


PEDALANDO IN UNA CARTOLINA FERVONO I PREPARATIVI PER LA 2ª EDIZIONE DELLA GRANFONDO COSTA D’AMALFI (22-23 MARZO 2014)

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Riparte la macchina organizzativa della Granfondo Costa d’Amalfi che, dopo il brillante debutto dell’edizione 2013, si ripropone quest’anno come tappa fissa del calendario amatoriale. Una kermesse di rara suggestione scenografica in cui lo sport si fonde mirabilmente con ambiente e cultura. E per il 2014, il giovane comitato organizzatore della ASD Movicoast Sport & Turismo, recepite le preziose indicazioni dei concorrenti dell’edizione 2013, ha fissato i primi tasselli della prossima manifestazione, che si annuncia ancora più avvincente e senza dubbio migliorata rispetto alla rassegna d’esordio. LA DATA Per evitare sovrapposizioni con manifestazioni analoghe e per collocare in un periodo più mite la Granfondo, si è deciso di posticiparla di una settimana: la kermesse si terrà dunque il 23 marzo 2014. PERCORSI DI GARA La Costa d’Amalfi, come noto, è uno scenario incantevole, ma anche tanto fragile sia dal punto di vista della stabilità idrogeologica, sia dal punto di vista dello scarso sistema viario. Recependo le legittime lamentele sui disagi nell’attraversamento, all’ora di punta, di alcuni centri metropolitani nel 2013, verranno disegnati due percorsi (medio e lungo) che scongiureranno “a monte” tali problematiche. Inoltre, i percorsi saranno leggermente ridotti e meno

impegnativi per altimetria, dando così la possibilità ai più di scegliere il tipo di tracciato in corso d’opera. PACCO GARA Per il 2014, sempre preservando quale mission dell’evento la perfetta simbiosi tra ambiente, cultura e sport (e quindi ampio spazio per gli accompagnatori con un nutrito programma di eventi collaterali), si amplierà l’offerta del pacco gara con prodotti enogastronomici locali e un capo tecnico importante. PREMIAZIONI Quest’anno saranno ancora più ricche: previsti svariati premi a sorteggio e si punterà anche su premi a base di prodotti alimentari rappresentativi dell’identità del territorio. CIRCUITI E GEMELLAGGI Ancora working in progress la partecipazione a nuovi circuiti. Si confermano per ora, con grande soddisfazione, la inclusione nel circuito Dalzero 2014 e, novità rispetto al 2013, l’introduzione, quale prova master, nel circuito Centro Italia Redingò 2014. ISCRIZIONI Sul sito web della manifestazione sarà reperibile il modulo on line delle preiscrizioni, che consentirà ai primi 100 che invieranno il modulo e

regolarizzeranno entro il 31 dicembre 2013 l’iscrizione: a) di partecipare all’estrazione del 6 gennaio 2014 in cui verrà sorteggiato un week-end omaggio per due persone in una struttura ricettiva a tre stelle sulla costiera Amalfitana; b) di beneficiare del prezzo d’iscrizione agevolato a tutto il 6 gennaio 2014; c) di partire nella prima griglia di merito il 23 marzo 2014. «Il giorno del giudizio, per gli amalfitani che andranno in Paradiso sarà un giorno come tutti gli altri», cantava Renato Fucini nel 1877 in visita ad Amalfi su una diligenza proveniente da Napoli. «Ed è con questo augurio, di assaporare gli odori e i profumi della Costiera Amalfitana, di apprezzarne i cibi genuini e gli scenari incantati, che io, Nicola Anastasio, presidente dell’ASD Movicoast Sport & Turismo, vi invito anche per quest’anno ad unirvi alla nostra festa, il 22-23 marzo 2014.» PER SAPERNE DI PIÙ Il programma dettagliato degli eventi sportivi e collaterali sarà a breve disponibile sul sito ufficiale della manifestazione:

www.granfondocostadamalfi.com

Costa d’Amalfi


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23 Marzo 2014

Patrocini in fieri:


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CLAUDIA MORANDINI a cura di MARIO PUGLIESE

info@inbici.net

IL TALENTO IN TACCO DODICI QUATTRO CHIACCHIERE CON LA CONDUTTRICE DI EUROSPORT: «COME TUTTE LE DONNE HO FATTO I CONTI CON I PREGIUDIZI, MA OGGI, DOPO TANTA GAVETTA, CREDO NELLA MIA PROFESSIONALITÀ»

foto FEDERICO MODICA

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Vedendola muoversi sul palco, un po’ Parietti e un po’ Ilaria D’Amico, l’inciso sorge spontaneo: “Bella & brava”. Claudia Morandini, un passato da sciatrice ed un presente da conduttrice televisiva, avrebbe il talento e le fattezze per diventare un personaggio patinato dello show-biz. Lei però ha le idee ben chiare e, a dispetto di un fisico da velina, ha deciso di investire su cervello, preparazione e professionalità. E così, con la forza degli argomenti, trasmissione dopo trasmissione, si è costruita una solida credibilità giornalistica, diventando in tivù una delle voci più apprezzate e competenti dello sci. Sia chiaro, i capelli color acacia, il nasino inarcato alla francese e gli zigomi alti alla Jolie riscuotono sempre un certo successo, ma lei – per nulla a suo agio nei panni civettuoli della meteorina – ha scelto un percorso diverso. E lo rimarca con orgoglio: «Per una donna – dice – non è mai semplice farsi largo nel mondo del giornalismo sportivo. Si fa presto a parlare di parità, ma intanto nella mia professione gli uomini sono la maggioranza e una donna, per quanto brava, deve sempre fare i conti con i pregiudizi. So che non posso permettermi errori, ma ormai ci ho fatto l’abitudine e, in fondo, queste continue pressioni mi sono servite da stimolo per prepararmi sempre meglio». Grande amante dello sport, Claudia ha deciso di trasformare in lavoro la sua passione: «Amo il mio lavoro, ma per farlo a certi livelli serve

preparazione ed una continua crescita professionale. Il segreto? Essere molto autocritici, sapere di dover continuare a migliorarsi, mettersi sempre in gioco e non avere paura. Essere stata un’atleta mi dà qualche vantaggio – ammette – ma le discipline sportive cambiano, così come i loro interpreti, e dunque l’aggiornamento diventa fondamentale. Quando parlo di sport invernali, ad esempio, mi sento sicura, mentre il ciclismo professionistico è ancora una di quelle discipline sulla quale non mi sento totalmente preparata. Diciamo che, con l’aiuto di maestri qualificati, conto di raggiungere a breve una certa padronanza della materia…». Incuriosita dal motociclista Marc Màrquez («In lui rivedo il fuoco vivo del primo Valentino Rossi») ed inflessibile con il doping («Ma preferisco raccontare che


foto ALICE RUSSOLO

foto FEDERICO MODICA

giudicare»), l’agenda professionale di Claudia è sempre più affollata d’impegni. Sta infatti per ripartire la stagione invernale di Eurosport, di cui è

ormai una colonna: «Ma questa – aggiunge – sarà anche la stagione delle olimpiadi invernali di Soci, in Russia, dove sicuramente ci sarò». Magari in tacco 12, ma sempre col piglio autorevole dell’opinionista.


20 a cura della REDAZIONE

CENTRO CITTÀ

LE ESCLUSIVE DUE RUOTE GRIFFATE HAPPINESS® PROTAGONISTE ALLA 70ª MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA AD EXPOBICI E ALLA MILANO FASHION WEEK. DA CESARE CREMONINI A CARLO CRACCO SONO GIÀ NUMEROSI I VIP CHE HANNO POTUTO APPREZZARE LA NUOVA LINEA DI BICI

GRUPPO BICI SPA CALA IL TRIS

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Venezia, Padova e Milano rappresentano tre tappe importanti del successo raggiunto dalle nuove city bike e pieghevoli prodotte da Gruppo Bici SpA e griffate Happiness® e Rock’ n’ Roll. Lo scorso mese di luglio l’azienda cesenate – già proprietaria dei marchi di biciclette Rossin, Regina e Speed- e il famoso brand della moda che ha anch’esso le sue radici in Romagna, hanno sottoscritto un accordo di licenza creando una linea di fashion city bike e di pieghevoli dal design inconfondibile che hanno destato molto interesse durante l’estate 2013. Gruppo Bici SpA – dopo la collezione di ispirazione vintage “My Urban & Urban” con il marchio Speed e la collezione decisamente pop marcata Regina – ha creato in collaborazione con Happiness® una linea capace di

guardare al pubblico giovane, mantenendo l’attenzione sul tema dell’eleganza dello stile e del comfort. La nuova linea di due ruote ha ottenuto il primo importante riconoscimento approdando alla 70ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Nello specifico le inconfondibili due ruote sono state protagonista del Soundtrack Stars, un concorso collegato alla mostra del cinema di Venezia che premiava la miglior colonna sonora. Le due ruote prodotte da Gruppo Bici SpA e griffate Happiness® sono state date in dotazione ai giurati e al loro staff per muoversi all’interno del Movie Village. In particolare hanno pedalato con Gruppo Bici ed Happiness® il regista Giuliano Montaldo,

Cesare Cremonini, Gino Castaldo, Cristina Paternò e Laura Delli Colli. A fine settembre sono arrivate altre due importanti incoronazioni: la prima ad Expobici, la Fiera Internazionale della bicicletta di Padova, la Mecca delle due ruote dove i nuovi modelli Happiness® sono stati esposti insieme a tutte le migliori due ruote del mondo; la seconda alla Milano Fashion Week, un happening all’insegna della moda, della musica live, delle performance artistiche, dello sport e del buon cibo, il tutto organizzato in un grande loft industriale di via Tortona nel cuore milanese della moda. Qui tra esposizioni, performance e dimostrazioni, hanno potuto apprezzare le nuove bici Happiness® e Rock’N’Roll personaggi del mondo dello spettacolo come Vittorio Brumotti, il prestigioso chef Carlo Cracco protagonista del programma tv Hell’s Kitchen e lo scrittore Nicolai Lilin autore dell’ormai celebre romanzo “Educazione siberiana”.


VIVERE INSIEME UNA GRANDE PASSIONE

ACSI SEMPRE PIÙ AL FIANCO DEGLI ORGANIZZATORI


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MANUEL BELLETTI RITROVA IL SORRISO

agostini@gocom.it

a cura di ANDREA AGOSTINI

IL VELOCISTA DI SANT’ANGELO DI GATTEO DOPO QUATTRO STAGIONI TORNA ALLA ANDRONI-VENEZUELA–SIDERMEC PER RITROVARE FIDUCIA E VITTORIE

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«Se vuoi fare un passo avanti, devi perdere l’equilibrio per un attimo». L’aforisma del giornalista e scrittore Massimo Gramellini si sposano alla perfezione all’ultimo periodo professionale che ha vissuto Manuel Belletti. Il Furetto Romagnolo – così viene soprannominato il campione di S. Angelo di Gatteo – dopo essere passato tra i professionisti nel 2008 con la Diquigiovanni-Androni, di strada ne ha fatta tanta. In cinque stagioni tra i professionisti ha collezionato 8 successi, il più importante probabilmente proprio sulle strade di casa, con la maglia della Colnago -CSF nella 13ª tappa del Giro d’Italia 2010 da Porto Recanati a Cesenatico. Dopo due stagioni alla Diquigiovanni e due alla Colnago-CSF, nel 2012 per Manuel è arrivato il momento del grande salto: il passaggio alla formazione World Tour della AG2R-La Mondiale. L’avventura transalpina per Manuel, però, non è stata fortunata: ad oggi una sola vittoria nel 2012 alla Ro-

ute du Sud e poi tanti piazzamenti e anche molta sfortuna. «Alla AG2R non sentivo la fiducia della squadra, in particolare nell’ultimo anno le cose non sono mai andate bene. Basti pensare che, dopo il ritiro per ipotermia alla MilanoSanremo, per alcuni giorni ho continuato ad avere problemi di salute, ma il team mi faceva pressioni per partecipare alle classiche del nord. Probabilmente se avessi battuto Goss alla Tirreno nella volata di indicatore sarebbero cambiate molte cose». Ricomincio da capo. Potrebbe essere questo il titolo per la prossima stagione di Manuel Belletti che il 17 di settembre ha firmato un contratto annuale con la Androni giocattoli-Venezuela-Sidermec, la squadra di Pino Buda, padre putativo del ciclismo romagnolo, e del manager Gianni Savio, gli uomini che hanno lanciato Belletti nel mondo del professionismo. «Ho deciso di tornare all’Androni-Venezuela-Sidermec – ha dichiarato un Belletti en-

tusiasta – perché avevo voglio di ritrovare la fiducia attorno a me e so che con Gianni Savio posso fare bene come già successo in passato». Uno sguardo ai sogni e ai propositi per la stagione che verrà: «Il mio sogno resta sempre quello di vincere la Milano-Sanremo, ma quello che più mi importa per la prossima stagione è ritrovare quella fiducia in me stesso e soprattutto quella cattiveria che in questi anni mi sono mancate». Gianni Savio ha già chiarito che Belletti e Gavazzi, altro sprinter del nuovo team, possono convivere tranquillamente: «Gavazzi predilige i percorsi piatti mentre Manuel se la cava molto bene anche nelle volate ristrette e poi ci saranno uomini come Frapporti, Bertazzo a Zordan a dare manforte prima di lanciare la volata». Nel frattempo la Androni-Venezuale-Sidermec è vicina ad aggiudicarsi, per il quarto anno consecutivo, il campionato italiano a squadre che significa partecipazione diretta al prossimo Giro d’Italia.

Manuel Belletti ricomincia dalla Androni-Venezuela-Sidermec


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E TU COME LA PENSI? info@inbici.net

a cura della REDAZIONE

IL FENOMENO CHRIS HORNER

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7 min

DOPO IL SUO STRABILIANTE SUCCESSO ALLA VUELTA, IL MONDO DEL CICLISMO SI SPACCA: ENNESIMO BLUFF O PRODIGIO DELLA NATURA?

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Il coraggio di Vincenzo Nibali vale “solo” il secondo posto. La Vuelta 2013 la vince Chris Horner. Ma sgomitano sui media di mezzo mondo i dubbi aspri sulle prestazioni strabilianti di questo “nonno terribile”, 42 anni a ottobre e una carriera poco più che modesta alle spalle. È questo il verdetto di tre settimane di corsa che incollano sull’albo d’oro della kermesse spagnola il nome meno reclamizzato. All’indomani del trionfo, zampillano le domande e le ombre su questo americano che si scopre campione a ridosso della pensione. E il mondo del ciclismo, come sempre, si spacca in due. BASTA CON LA CULTURA DEL SOSPETTO Non è la prima volta che un atleta over 40 ottiene risultati agonistici di livello mondiale. Se un pugile come George Foreman salì sul ring a 45 anni per difendere, con successo, la sua cintura mondiale, perché stupirsi dell’exploit di Chris Horner? Dino Zoff vinse il mondiale di Spagna a 40 anni, Josefa Idem, alle Olimpiadi di Londra, sfiorò la medaglia nella canoa alla venerabile età di 48 anni. Lo stesso Fiorenzo Magni, per restare nel ciclismo, vinse il Giro d’Italia del 1955, a 35 anni, surclassando un certo Fausto Coppi. E gli esempi potrebbero continuare ancora a lungo. In realtà, come molti calciatori dimostrano (da Totti a Del Piero), una preparazione atletica scrupolosa abbinata ad uno stile di vita senza eccessi, consente di prolungare in maniera esponenziale la propria longevità agonistica. L’anagrafe di Horner, con ogni probabilità, lo penalizza sul piano dell’esplosività atletica e della tenuta, ma di contro, gli garantisce l’esperienza per fronteggiare, con impeccabile perizia, tutte le situazioni della corsa. E in una Vuelta orfana di Contador e con valori tecnici appiattiti verso il basso, il suo successo non è un’eresia. Si punta il dito contro le sue ascese “da marziano” sulle rampe verticali dei Pirenei, quando uno screening approfondito dei dati dimostra invece che le sue andature non erano poi così esagerate: in due tappe chiave della sua Vuelta (la 10ª e la 18ª), Horner è salito con una spinta tra i 6,1 e i 6,5 watt/kilo. Valori ottimi, ma non così impossibili: Armstrong e Pantani, ad esempio, arrivavano a 6,8, potenza che riuscivano a tenere su salite di 40 minuti a Giro e Tour. Qui le ascese di Horner ne duravano al massimo 20, e il distac-

co accumulato sugli inseguitori non è stato poi così oceanico. Dopo la sua strabiliante vittoria alla Vuelta, i valori ematici di Horner, prelevati dopo le grandi imprese pirenaiche, sono stati analizzati dai più moderni ed avanzati laboratori antidoping. Un check-up rigorosissimo in grado potenzialmente di scoprire particelle infinitesimali di qualsiasi sostanza proibita. Nessuna di queste verifiche ha evidenziato anomalie e questa, ad oggi, deve essere considerata la prova regina della genuinità del suo trionfo. MA È DIFFICILE CREDERE ALLA SUA BUONA FEDE I dubbi planetari sulla strabiliante prestazione di Chris Horner alla Vuelta 2013 non nascono dalla tignosa cultura del sospetto, ma dal rigore della scienza: il livello nel sangue del testosterone, l’ormone maschile che più condiziona le performance in termini di forza e potenza muscolare, tende infatti inesorabilmente a scendere dopo i 30 anni. In alcuni soggetti cala lentamente, in altri più velocemente, ma in ogni caso è certo che a 42 anni non si possono avere gli stessi livelli che si avevano a 20 anni. E comunque, ammettiamo pure che Horner sia un fenomeno assoluto, con livelli di testosterone rimasti foto SIROTTI/WWW.CYCLINGFANS.COM


foto GRAHAM WATSON

25 intatti nei decenni: perché allora a 25-30 anni non vinceva le grandi corse a tappe e nemmeno le classiche? Il profilo di una carriera quasi sempre nelle retrovie non può non generare scetticismo. A 42 anni suonati, dunque al crepuscolo della propria storia agonistica, un atleta non ha più nulla da perdere. A quell’età, si domandano i più diffidenti, può spaventare la minaccia di una squalifica a vita? E allora, perché non rischiare? Perché non concedersi, dopo una vita da comprimario, la gioia del successo, il gusto inebriante del podio, del bacio in stereo delle miss, dei titoli a sei colonne sui giornali di tutto il mondo? La teoria dell’esplosione tardiva, in questo caso, sa di smaccata presa in giro, perché la maturazione di un atleta può avvenire dopo diversi anni di attività, ma non all’ultimo miglio della carriera. La discendenza genealogica, infine, non gioca a suo favore: Horner viene da quegli Stati Uniti in cui continuano alacremente le ricerche scientifiche di università e laboratori per migliorare le prestazioni. L’idea che Horner sia la cavia privilegiata di nuove formule prodigiose può forse sembrare fantascientifica, ma non può essere scartata così facilmente, davanti a simili prodigi. Si potrebbe aggiungere anche che Horner dal 2009 al 2011 ha corso insieme a Lance Armstrong, che ha difeso pubblicamente dalle accuse di doping. E che tutti i corridori americani della sua generazione (da Armstrong, appunto, a Landis, Leipheimer, Hamilton e Hinacapie) sono oggi reo confessi.


26 a cura di RICKY MEZZERA

“ONE TV SO MANY EMOTIONS”

info@inbici.net CH.112 DTT TUTTI IN PISTA CON EDITH NIEDERFRINIGER UNA GIORNATA AL VELODROMO DI BUSTO GAROLFO IN COMPAGNIA DELLA “WONDER WOMAN” DI MERANO nessa di Merano con una storia infinita fatta di podi e successi; cito a memoria, vincitrice assoluta di due Iroman e sul podio altre dieci volte in gare sulla stessa distanza, che ricordo è 3.800 metri di nuoto, 180 km di bici senza scia ed infine 42,195 km di corsa. Fabio e i suoi assistenti cominciano a far girare sull’anello veloce i ragazzi sulle loro bici da “crono”, superleggere, con ruote lenticolari e telai con design avveniristici, io ne approfitto per rapire Edith e mi faccio raccontare dalla sua voce con imprinting altoatesino la storia di una ragazza che amava il nuoto e che poi si è convertita alla triplice disciplina. I test sul lattato continuano incessanti ed ecco apparire Matteo Bortesi della Garmin, anche lui ha un test per Edith, avanza con un elegante cofanetto che contiene qualcosa di molto più prezioso di una collana per la nostra Edith: i nuovissimi sensori di potenza a pedale “Vector”. Due “gioiellini” di tecnologia che in pochi minuti sono montati sulla sua bella bici e così anche Edith comincia ad inanellare giri su giri con gli occhi sul display attenti nella lettura di dati che fanno parte del moderno modo di allenarsi; il cardiofrequenzimetro non basta più, oggi ci si allena con la misurazione della potenza. C’è tempo per le nostre telecamere anche di realizzare un tutorial in cui Matteo c’illustra tutto quello che avremmo voluto sapere ma non avremmo mai osato chiedere da un trasduttore di potenza come questo. La mattinata volge al termine, è una bella giornata ventilata di sole e abbiamo tutto il materiale necessario per confezionare la puntata 37 di Extreme People; mi viene il titolo “Vita e miracoli di Edith Niederfriniger” ma l’altoatesina mi dice subito che di miracoli non ne ha mai fatti, ma sarà vero? Tutto su questa giornata in pista è visibile su ONE TV canale 112 digitale terrestre e su YouTube, cercate la puntata di “EXTREME PEOPLE N. 37”.

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Rimettendo piede all’interno del velodromo di Busto Garolfo, mi sono subito tornate alla mente decine d’immagini che oramai appartengono ad un passato remoto fatto di bici con lo scatto fisso (come dimenticare la mia indimenticabile De Rosa nera in alluminio), di caschetti di gomma e ruote con tubolari. L’officina del vecchio velodromo è sempre la stessa, le bici sono ancora appese sugli stessi ganci del 1974 quando vinsi il primo alloro della mia vita che ai tempi mi sembrava di valore inestimabile: “Campione Provinciale Milanese d’Individuale a Punti”; anche se visto con gli occhi di adesso non mi sembra un podio poi cosi prestigioso. In questo magazzino affascinante e pieno di storia mi aspetta il direttore della pista e mitico preparatore Fabio Vedana, un coach internazionale con l’hobby del ciclismo che ora prepara la Nazionale Svizzera di Triathlon e collabora con gruppi come quelli ospitati oggi. I ragazzi che si faranno “testare” in questa occasione sono del PRO TRAIN, il gruppo preparato da Edith Niederfriniger, la campio-


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EMMA MANA

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a cura di ROBERTO ZANETTI

IL DOLCE SORRISO DEL CICLISMO

robertozanetti65@gmail.com

10 min

DONNA IN CARRIERA E ORGANIZZATRICE DI GRANFONDO: IL RITRATTO DI UNA PROFESSIONISTA CHE, PUR LAVORANDO TRA GLI UOMINI, NON HA RINUNCIATO ALLA SUA FEMMINILITÀ. E QUANDO LA STRADA S’IMPENNA... «IO SFODERO GLI ARTIGLI»

La partenza della Granfondo Fausto Coppi 2013 nella centrale piazza Galimberti di Cuneo. Da sinistra Davide Lauro ed Emma (ASD Fausto Coppi on the Road), Manuela Mattalia (responsabile marketing Balocco) e Lorenzo Tealdi (Patron delle tappe cuneesi del Giro d’Italia e del Tour de France)

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Siamo rimasti indecisi fino all’ultimo se inserire il servizio di Emma Mana in una nuova rubrica (“Donne in carriera”) o nello spazio dedicato agli organizzatori di Granfondo. Alla fine, abbiamo optato per questa seconda opzione, malgrado Emma sia un po’ entrambe le cose: donna impegnata e in carriera, ma conosciuta nell’ambiente ciclistico anche come l’organizzatrice della prestigiosa Granfondo Fausto Coppi di Cuneo e della Granfondo dell’Alta Langa di Boss olasco, sempre in provincia di Cuneo. Sorriso e femminilità sono i suoi tratti distintivi, ma al momento giusto, sa sfoderare gli artigli e imporsi con autorevolezza nel lavoro così come nella vita di tutti i giorni. Emma, i numeri certificano la crescita esponenziale di questa gara che, in passato, avevamo definito “piccola ma bella”. Ma gli oltre 620 partenti dimostrano che la manifestazione ha ormai compiuto un salto di qualità. A cosa si deve questo trend di crescita? «Piccola ma bella? Un’espressione che mi piace ed è forse questa la chiave del successo di questa manifestazione che cresce perché in tanti stanno scoprendo questo territorio davvero straordinario. La gara è a fine stagione e per molti è l’occasione per trascorrere una domenica fra vigneti e noccioleti con salite dure e impegnative che nulla hanno da invidiare alle montagne. I numeri di quest’anno sono una grande soddisfazione

per il lavoro e l’impegno non tanto mio ma dei volontari. In questa edizione, poi, sono stati diversi gli stranieri, a conferma della buona promozione fatta in questi mesi. Certo la Langa da sola è in grado di parlare tante lingue, ma unire natura, sport e gastronomia è una carta vincente.» Quest’anno, malgrado la concomitanza con altre manifestazioni, la Granfondo dell’Alta Langa ha avuto un ottimo riscontro sia nella logistica che nell’organizzazione generale dell’evento. Cosa si potrebbe migliorare in futuro per aumentarne la qualità? «Ogni gara ha una sua caratteristica e ogni edizione deve essere una sfida per superare quella precedente non tanto in termini di numeri, ma soprattutto di qualità, sicurezza e fascino. Se ce l’abbiamo fatta è grazie a una giornata davvero buona e fortunata. Soltanto qualche giorno prima il maltempo aveva causato danni e problemi importanti e devo dire grazie a chi si è impegnato – dai volontari alla Provincia, protezione civile e Comunità montana – per rendere la granfondo possibile.

Sono convinta che si può fare meglio, ed è soprattutto dai commenti dei partecipanti che si possono cogliere elementi utili alla macchina organizzativa. Per questo non ho paura di critiche, se costruttive. Probabilmente ci ha

Emma in un momento di relax durante una vacanza


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progetti: Balocco e la Fausto Coppi sono entrambi ‘made in Cuneo’ e fortemente radicate al territorio.»

Emma Mana alla presentazione della maglia 2013 della Granfondo Fausto Coppi con Alberto Balocco e Davide Lauro, vice presidente ASD Fausto Coppi foto COSTANZA BONO

premiati anche la scelta di una quota d’iscrizione davvero accessibile a tutti.» Tu, oltre a essere presidente dell’ASD Fausto Coppi on the Road, sei anche l’organizzatrice di una delle Granfondo italiane storicamente più importanti: la Fausto Coppi di Cuneo. Quali sono le differenze gestionali a cui devi far fronte tra le “tue” due gare? «La Fausto Coppi ha numeri diversi e caratteristiche differenti a partire dalle montagne, all’esigenza di creare un evento nell’evento e cioè piazza Galimberti a Cuneo, che si trasforma in una casa del ciclismo per un weekend di sport, festa e gastronomia (quest’anno è stata protagonista la pasta, dopo anni di appuntamento con la pizza). A Cuneo sono davvero tanti ormai gli stand e gli eventi collaterali. A Bossolasco, anche per le dimensioni e la realtà diversa, non si potrebbe clonare il modello Fausto Coppi anche se ci sono elementi comuni, a partire dai tanti volontari. Ognuno dedica il weekend all’organizzazione, alla logistica e ancora a provvedere che le strade siano a posto e in sicurezza, così come i pacchi gara o ancora la zona di partenza e arrivo. Un buon riscontro c’è stato dall’accoppiata delle due gare: tanti i ciclisti si sono iscritti alle due manifestazioni e non sono solo cuneesi.» Pur facendo parte della stessa provincia, Cuneo e Bossolasco appartengono a zone geograficamente diverse e, di conseguenza, differenti anche nel territorio e nella loro popolazione. Come hanno risposto le singole amministrazioni locali? Che tipo di supporto o di ostruzionismo hai trovato con le autorità nella fase organizzativa? «La Fausto Coppi è un evento che ha ventisei anni di storia, ma nelle ultime edizioni ha dovuto fare i conti con strade in condizioni sempre più difficili. Nel 2013 abbiamo dovuto provve-

dere a togliere la neve al colle Fauniera, sia in salita che in discesa, e poi è stata determinante l’azione di pulizia strade soprattutto con una giornata ecologica che ha visto la partecipazione di una trentina di ciclisti e volontari. Bello vedere tutti all’opera: da chi era impegnato a far defluire l’acqua dai cumuli di neve, a chi ha messo protezioni alla strada o tappato buche e sistemato avvallamenti. La strada in quota sopra Castelmagno verso Demonte fa parte di un’area che si vuol proteggere e, soprattutto, dopo averla acquisita dal Demanio, i Comuni intendono salvaguardarla e investire. Però per fare questo si devono trovare le risorse per sistemarla in modo adeguato, per un turismo intelligente, ecologico ed ecosostenibile. L’Altopiano della Gardetta è un patrimonio naturalistico bellissimo ma ancora sconosciuto a molti, anche ai cuneesi. I ciclisti rappresentano una risorsa e forse solo oggi in molti iniziano a rendersene davvero conto. Per la gara della Nocciola Alta Langa c’è un maggior coinvolgimento di volontari a livello locale forse anche perché c’è maggior tradizione a supporto di eventi: dalle gare in moto o auto alle sfide a piedi e ancora le tante sagre e rassegne tradizionali.» A proposito di supporto abbiamo notato con piacere che Balocco, azienda leader nel settore dolciario, ha dato un grande aiuto economico alle tue due manifestazioni… «In tempo di crisi trovare sponsor è difficile ma soprattutto determinante anche perché gli enti pubblici ormai non garantiscono più un supporto economico, spesso neppure logistico, viste le ristrettezze di risorse e di personale. Aver raggiunto la collaborazione dell’azienda Balocco ci onora; speriamo di proseguire e, anzi, studiare assieme nuovi

Prima delle meritate vacanze che ti prenderai tra qualche giorno (l’Alta Langa si è svolta domenica 1° settembre) stai già pensando all’edizione 2014 della Coppi e dell’Alta Langa o affronterai con calma tutte le problematiche in un momento successivo, magari dopo la parentesi invernale? «Dopo l’arrivo dell’ultimo concorrente (devo dire che l’iniziativa di premiare con un “Dolce premio Balocco” chi è primo in questa classifica ‘al contrario’ è stata molto apprezzata) impossibile non pensare al domani. Al momento voglio avere un quadro preciso dell’impegno e della determinazione del territorio a ospitare una nuova edizione della Fausto Coppi. Già penso a un ricco calendario di eventi nel weekend della gara che è un traino importante per il territorio: basta pensare all’ospitalità alberghiera, al ritorno per i ristoranti e i negozi e ancora per la promozione del territorio dove vivo (Emma risiede e lavora a Cuneo, ndr). L’obiettivo per la prossima edizione è sicuramente superare i numeri del 2013 e incrementare ancora le nazioni rappresentate (26 quest’anno) ma anche pensare a un evento che va ben al di là dell’aspetto agonistico. E far parte di un circuito di gare può far bene a tutti, a partire da chi organizza, perché crea nuovi stimoli e obiettivi.» Emma premia l’ultimo concorrente transitato sotto al traguardo della Granfondo Alta Langa con un “dolcissimo” omaggio di Balocco


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GRUPPO BICI SPA INSIEME ALLA 2 X BENE NEL SEGNO DELLA BENEFICENZA a cura di MATTEO GOZZOLI

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LA CLASSICA CRONO A COPPIE BENEFICA HA VISTO OLTRE 100 COPPIE AL VIA TRA I BIG MOSER, MOTTA, NOÈ, PAMBIANCO, BELLETTI E FRAPPORTI

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Lo scorso 14 e 15 di settembre a Longiano (FC) si è tenuta la nel celebre teatro “Petrella” che ha visto premiati: Dalia Muccio“2 X Bene” – manifestazione ciclistica interamente dedicata alla li, Massimo Antoniacci, Stefano Arlotti, Armando Barducci, Luca beneficenza – organizzata dal Panathlon Club di Cesena, dall’A- Celli, Franco Magnani, Francesco Menghi, Domenico Muccioli, SD Due X Bene in collaborazione con il GC Fausto Coppi di Ce- Guido Neri, Cristian Pepoli, Graziano Rossi, Maurizio Semprini, senatico. L’evento si Glauco Santoni, Claudio Savini, Marcello inseriva nel programma “Longiano in BiciSiboni e Alfio Vandi. cletta”, una due giorni Domenica 15 settembre la 13ª edizione dedicati allo sport e della singolare manialla beneficenza che festazione ha segnaha visto oltre alla “2 X to un successo di Bene”, una camminata pubblico e soprattutbenefica e una mediofondo benefica “Tutti X to di partecipanti. Tra Bene” inserita nel cale 107 coppie iscritlendario ACSI. te alla cronometro vi Il ricavato dell’edizione erano anche campioni del ciclismo di oggi 2013 della manifestazione è stato interae di ieri, tra i big del mente devoluto alla passato spiccavano casa famiglia Santa i nomi di Francesco Paola di Roncofreddo Moser (veterano della (FC), alla comunità temanifestazione) Gianrapeutica di Balignano ni Motta e Arnaldo (FC) e alla Caritas di Pambianco oltre ad Longiano. Andrea Noè, Glauco Un sostegno all’iSantoni, Alfio Vandi niziativa è arrivato e Giovanna Troldi, tra Al centro l’avv. Roberto Landi, organizzatore della manifestazione, tra gli altri il presidente del sodalizio Fausto Coppi di Cesenatico Alessandro Spada, il patron di Sidermec Pino Buda dall’azienda cesenate i pro di oggi vi erano e i tre ospiti Manuel Belletti AG2R e Marco Frapporti Androni Sidermec Gruppo Bici SpA che Manuel Belletti e Marco Frapporti. ha donato alcune biciclette Regina alla coDa segnalare che munità terapeutica di hanno preso il via anche atleti non vedenti Balignano. con accompagnatore La “2 X Bene” – come la friulana Beaquest’anno arrivata alla trice Cal e il maratosua 13ª edizione – è neta trevigiano Paolo una kermesse unica Scomparino. nel suo genere; si tratta infatti di una crono Per la cronaca ad scalata a coppie, sulaggiudicarsi la crola distanza di 13 km, nometro è stata una con partenza e arrivo coppia sammarinese in piazza Tre Martiri nel composta da Daniele Bedetti e Daniela pieno centro dell’elegante borgo di LonVeronesi, secondo pogiano (FC), sulle colline sto proprio per l’ex del territorio cesenate. pro Andrea Noè in La manifestazione si coppia con Florinda è aperta sabato 14 Neri, terzo gradino del settembre con i ricopodio per il professionoscimenti alla carnista Marco Frapporti riera sportiva “Città di in coppia con Elisa Longiano” consegnati Macellari. Il campione Francesco Moser, ospite della manifestazione


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*TITOLO* a cura di ...

*CATENACCIO* *SOMMARIO*

*mail*


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RUOTE ROVENTI

a cura di ROBERTO SGALLA Tempo di lettura

CICLISMO AMATORIALE

5 min

TRA ETICA E DOPING PARTE UN NUOVO CORSO A chi non ha il requisito etico sarà concessa solamente la tessera di cicloturista e non potrà partecipare a gare e manifestazioni a valenza agonistica. La mendace autocertificazione, ai sensi di legge, è un reato, come tale passibile di sanzione penale. Ma c’è un altro punto cardine di questa normativa. Stante la presenza nel mondo amatoriale di squadre assimilabili a quelle dei professionisti, che sono strutturate esclusivamente per vincere, al punto che arrivano a pagare i loro corridori, sotto forma di rimborsi spese e/o compensazioni varie, onde eludere il divieto di corrispondere stipendi, si è stabilito che i professionisti potranno accedere dal mondo professionistico a quello amatoriale solo decorsi 4 anni (2 per le donne ed 1 per i dilettanti). In tal modo si intende stemperare quanto più è possibile l’esasperazione agonistica che certi passaggi senza soluzione di continuità generavano, creando fenomeni emulativi assai pericolosi e che spesso hanno portato all’uso di sostanze illecite oltre che a pratiche contrarie all’etica sportiva che spesso portano anche a compromettere la sicurezza delle gare. foto LUCAS JACKSON

U

Un amatore di 60 anni, affermato professionista, trovato positivo per uso di EPO e ormoni, retate continue dei NAS con arresti di spacciatori di doping riservato agli amatori, ciclisti amatoriali che, preavvisati dei controlli antidoping all’arrivo di una gara minore amatoriale, cambiano strada e si dileguano… Non è un film ma qualche pillola amara rappresentativa della triste realtà del settore amatoriale sportivo italiano, con particolare riferimento a ciclisti, frequentatori di palestre, corridori. Amatori e cioè persone che fanno (o dovrebbero fare) sport per passione, divertimento e stare bene, senza alcuna altra finalità. Chi vince a volte riceve una coppa o una medaglia ed altre un prosciutto od altri generi alimentari. Sono vietati premi in denaro. Chi si dopa ha tutte le età, è ricco o povero, frustrato o realizzato e quindi non catalogabile. E non lo fa per vincere ma per battere un amico che gli arriva sempre davanti, per non farsi sfottere a causa di prestazioni modeste, per sentirsi gratificato. E tutto questo genera mezzo miliardo di giro d’affari e si può tranquillamente assimilare al narcotraffico. La Federciclismo ha voluto essere la prima federazione a reagire in modo deciso e netto, emanando, lo scorso 28 giugno, una normativa etica votata dal Consiglio Federale all’unanimità. Il Corriere della Sera la ha considerata un provvedimento «unico al mondo nel suo genere ed inevitabile» (articolo di Marco Bonarrigo, ndr). Punto cardine di questa nuova normativa è la autocertificazione etica, che si dovrà consegnare al rappresentante della squadra da parte di chi voglia tesserarsi quale cicloamatore, che attesti la totale estraneità a fatti legati al doping, anche se oggetto di sanzione scontata, sia essa di natura sportiva che comminata dalla giustizia ordinaria.


foto OTHMAR SEEHAUSER

che non vedono l’ora di partecipare a manifestazioni pulite, sane, goliardiche, pregne di sano spirito agonistico, che oggi pedalano tenendosi ben distanti da granfondo ed eventi analoghi. Già molti organizzatori, a prescindere dalle normative, hanno applicato nei loro regolamenti norme etiche che prevedevano l’inibizione a chi ha avuto a che fare con il doping. Tra questi pionieri sono stati i partecipanti al Consorzio Five Stars League, che raccoglie alcune tra le più importanti granfondo italiane (Maratona delle Dolomiti, Novecolli, Sportful, Pinarello e Gimondi) e Granfondo Campagnolo Roma, assieme ad altri che oggi potranno godere di una normativa che finalmente sarà applicata da tutti.

La situazione era divenuta insostenibile e si è resa quindi necessaria una normativa adeguata e di eccezionale portata per arginare un’emergenza, divenuta sociale. Purtroppo la vastità del fenomeno ci sta facendo assistere a proteste di varia natura, anche se poco consistenti nella sostanza, a tentativi di eludere la normativa, a pressioni spesso indebite, a tentativi di boicottaggio destinati a naufragare perché la normativa è stata emanata e tutti gli Enti di promozione sportiva, facenti parte della Consulta del ciclismo, hanno aderito. E certe pressioni confermano che stavolta si è capito bene che si sta facendo sul serio e che certe pratiche non potranno continuare ad essere esercitate. Ma non basta. È necessario lo sforzo di ogni parte sana del movimento e quindi amatori, organizzatori, sponsor, ecc., che fortunatamente ne rappresenta la stragrande maggioranza anche se molto silenziosa, perché è indispensabile un radicale salto culturale, che ristabilisca un corretto approccio al mondo del ciclismo e quindi dello sport amatoriale. In tal modo si potrà anche favorire l’accesso di tanti ciclisti appassionati, oggi nauseati dalla situazione descritta,

Gianluca Santilli Responsabile Settore Amatoriale Nazionale Federciclismo


GRANFONDO “CITTÀ DI PISA” DAL 21 AL 24 MARZO, NEL CUORE DELL’ANTICA REPUBBLICA MARINARA, QUATTRO GIORNATE DEDICATE AL CICLOTURISMO. CON TRE TRACCIATI ED UN RICCO CARNET DI EVENTI COLLATERALI. ANCHE A MISURA DI BAMBINO Procede a vele spiegate l’imponente macchina organizzativa della Granfondo “Città di Pisa”. Alla consolle mister Folgore Bike, al secolo Paolo Aghini, segretario del Granducato di Toscana, già organizzatore del primo Tour dell’Elba e della Pisa-Livorno per il ciclismo giovanile. La Granfondo “Città di Pisa”, che nel calendario toscano andrà – di fatto – a sostituire la Granfondo Inkospor di Casciana Terme, si dipanerà lungo quattro giornate di ciclismo (da venerdì 21 a lunedì 24 marzo), in concomitanza con il Capodanno pisano che, per la tradizione marinara, coincide con il giorno dell’Annunciazione e quindi nove mesi esatti prima della nascita di Gesù. L’evento, che come al solito spigola tra sport e turismo, nasce dalla sinergia tra Amministrazione comunale di Pisa, Folgore bike, Federalberghi, Confesercenti e Assoturismo di Pisa. La partenza sarà collocata a Lungarno Galilei, in prossimità del Ponte di Mezzo di Pisa e il tracciato di cinque chilometri condurrà i ciclisti attraverso i luoghi più suggestivi del centro e dell’entroterra pisano. Tre i percorsi: medio, lungo e corto, rispettivamente di 120, 150 e 162 chilometri. Incastonata nel tracciato la salita del Monte Serra ed un doveroso passaggio da Casciana Terme, per una sorta di “passaggio di consegne” tra le due manifestazioni. L’arrivo sarà collocato in via Benedetto Croce, in prossimità di piazza Vittorio Emanuele, nel centro di Pisa, dove sarà allestito tutto il villaggio expò, il pasta party e tutti i servizi riservati ai ciclisti. Già aperte le iscrizioni che possono essere effettuate attraverso il sito internet www.granfondocittadipisa.com: per i cicloturisti la quota è di 15 euro; i fondisti dal 24 settembre al 30 dicembre pagano 30 euro, fino al 19 marzo 35 euro e, dal 20 al 23 marzo, l’adesione costa 45 euro. Attraverso il sito, è possibile poi sottoscrivere una delle interessanti offerte “soggiorno+pettorale”, oppure noleggiare un camper per vivere in maniera diversa questa competizione. Ma, come detto, l’elemento sportivo non è il solo a caratterizzare questa quattro giorni che, per la città di Pisa, avrà importanti ricadute – almeno questo è l’auspicio – sul settore turistico. In programma attività di fitwalking per visitare a piedi il Parco naturale di San Rossore; chi invece vorrà godersi gli inestimabili monumenti della città potrà contare sulle guide ufficiali pisane. Saranno poi organizzate attività per i bimbi, fornite da Pisa for children, con personale qualificato che curerà i bambini per 4 giorni, organizzando attività ludico-motorie e didattiche. E non poteva mancare l’aspetto benefico, con una raccolta fondi da devolvere all’associazione Soccorso Clown.


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QUANDO SUL TRAGUARDO C’È SCRITTO “GAME OVER” a cura della REDAZIONE

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DAI PRIMI GIOCHI OBSOLETI AI SIMULATORI SUPER-TECNOLOGICI DI “CYCLING MANAGER”, VIAGGIO NEI VIDEOGAME DEDICATI AL CICLISMO, DOVE BASTA UNA CONSOLLE PER SALIRE IN AMMIRAGLIA

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Pensi al binomio sport & videogame e subito la mente corre a “Fifa 2014”, a “F1 Ps” o, al massimo, al tennis da salotto della Wi. Ma non tutti sanno che anche il ciclismo ha ispirato, negli anni, il mondo working in progress dei videogiochi da consolle. Niente a che vedere con le macchine obsolete delle sale giochi anni ’80, quelle in cui i pulsanti diventavano tamburi. I videogame del genere bicycle sono simulatori da consolle e tablet sempre più raffinati e tecnologici, in cui la forbice fra virtuale e realtà è diventata, anno dopo anno, sempre più stretta. Il pioniere del genere, creato da alcuni “Nerds” della Cyanide Studio, fu “Cycling Manager”, divenuto nel 2006 – con l’avvento l’anno prima del Pro Tour – “Pro Cycling Manager”,

la serie di videogiochi sportivi manageriali più famosa del pianeta. Pubblicato dalla Focus Home Interactive, il videogame – ispirato al fantacalcio – permette di gestire, nei panni di un manager, una squadra ciclistica professionista e guidarla nelle principali corse della stagione. Il primo titolo della serie, Cycling Manager, è stato pubblicato – come detto – nel 2001. Aveva il logo del Tour e due testimonial come Zabel e Jalabert, ma era in quegli anni un prodotto di nicchia, tanto che le principali squadre dell’epoca si rifiutarono di cedere i loro diritti, in primis la Mercatone Uno (ragion per cui Pantani venne clonato con l’epiteto di “Pentani”). A quella versione ne seguirono altre dieci


37 ha largamente contribuito al successo della serie: ora infatti è possibile gareggiare on line come per tutti i più importanti giochi di strategia. Sempre nel 2001, ma un mese dopo il debutto di “Cycling Manager”, sotto l’egida della stessa sofware-house di Pc Calcio, arrivò Pc Ciclismo, ma le fortune del videogame,

malgrado le innovative modalità 3D, affondarono col fallimento della Dinamic Multimedia, che ne deteneva i diritti. Da quel momento il gioco divenne free, dunque scaricabarile gratuitamente su internet, dove ancora oggi, malgrado l’assenza totale di sviluppo, esistono delle community che si sfidano in corse multiplayer.

(l’ultima dedicata al Tour 2013), pubblicate con frequenza annuale. Con immagini ad altissima definizione ed un superbo effetto random, è possibile partecipare a una corsa, ad una tappa, a un grande tour (splendida la versione ispirata al Giro d’Italia 2011) o ad una stagione intera. Il gioco comprende infatti 180 tappe leggendarie – dalla Roubaix alla Sanremo – rappresentate in dettaglio con i reali profili altimetrici e chilometrici dei percorsi. In aggiunta possono essere create anche 180 corse supplementari. La modalità multiplayer di Cycling Manager

Meno fortuna ha avuto, sempre per piattaforma Pc, nel 2011, “Tacx virtual training”, così come due anni prima “Cycling Evolution” della Freedom Factory, che in un mercato sempre più HD, ha pagato in particolare la scarsa qualità grafica. È del 2002, invece, il gioco del Tour de France per Playstation 2, un successo poi replicato per Ps3 e Xbox nel biennio 2011-12, con la variante olimpica di Londra 2012. E sempre in tema di giochi a “cinque cerchi”, ebbe un discreto successo il gioco di Pechino 2008, in cui fra le discipline sportive c’era anche l’inseguimento a squadre.


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I DUELLI EPICI NEL CICLISMO a cura di FEDERICO TOSI

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GUERRA CONTRO BINDA, MERCKX CONTRO GIMONDI, MOSER CONTRO SARONNI: ECCO IN RASSEGNA LE RIVALITÀ SUI PEDALI CHE HANNO FATTO LA STORIA DI QUESTO SPORT

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È da sempre la rivalità il “sale” dello sport. E tanto più il duello è aspro, pungente e animoso, tanto più si alza l’audience del grande pubblico di appassionati. Dagli anni del referendum sulla Repubblica e la Monarchia, l’Italia del dopoguerra è sempre stato un Paese spaccato in due. Miti del nostro ciclismo Gino Bartali e Fausto Coppi

E nello sport, questa divisione ha spesso vissuto la sua sublimazione. E così, anche il ciclismo, nella sua dimensione più popolare, deve gran parte del suo successo alle grandi rivalità. La prima figura di eroe dominante è Costante Girardengo, meglio noto come

“l’omino di Novi”, cui si oppone il francese Henry Pelissier. Terzo incomodo Tano Belloni. Negli anni Venti tramonta la stella di Pelissier, prontamente sostituito da Alfredo Binda. Con Girardengo non parla, si limita a staccarlo, sempre, in salita. Learco Guerra, mantovano, formidabile passista, meglio noto come “la locomotiva umana” è l’avversario del Binda di fine carriera, nei primi anni Trenta, con Giuseppe Olmo guastafeste. Nel 1935 spunta la stella di Gino Bartali, “il pio”, destinato a dominare a lungo la scena. Il toscano imperversa sino al 1940 quando la Legnano, per la quale gareggia, ingaggia l’avversario più temibile. Fausto Coppi, giovane promessa, fa centro al primo colpo, vince il primo dei suoi cinque Giri proprio a spese del suo capitano, Bartali, che mai gli perdonerà l’affronto. Alla ripresa dopo la guerra, nel 1946, Bartali ha ragione del rivale. Coppi si rifarà negli anni dispari (’47, ’49 e ’53) aggiungendo una perla pari, nel ’52. Secondo un collaudato copione nella rivalità Bartali-Coppi si inserisce Fiorenzo Magni, “il terzo che gode”, toscano capace di vincere ben tre Giri d’Italia. Per ritrovare altri duelli epici sfidanti bisogna aspettare le rivalità fra Adorni e Gimondi e fra Gimondi e Motta, ma l’avvento di Merckx, un asso pigliatutto, mortifica le ambizioni di molti avversari. Una delle ultime rivalità è quella fra Moser e Saronni, che vede, per la prima volta, il tifo organizzato in club. Francesco Moser assomma sino a 53 mila appassionati nel suo magico 1984, anno che annota il doppio primato dell’ora in Messico, la vittoria nella MilanoSanremo e, dopo tanti tentativi infruttuosi, il successo nel Giro d’Italia, grazie al quale il trentino accorcia le distanze (Saronni aveva vinto il Giro nel 1981 e nel 1983). Nei giorni nostri, sono stati tanti i rivali di Marco Pantani, da Indurain ad Armstrong. Duelli deturpati da fialette e polverine con un finale inesorabilmente mozzato.


foto NEWSPOWER CANON

CAMPIONI DEL GRANDE CICLISMO FELICE GIMONDI E MARINO BASSO


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SUBITO BOOM DI CONTATTI PER INBICI.NET a cura della REDAZIONE

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VISITE IN COSTANTE CRESCITA CON PICCHI FORMIDABILI NEL WEEKEND

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È subito boom di contatti per il sito di INBICI che, al suo debutto in rete, ha fatto registrare dati formidabili. Dal 20 agosto ad oggi, il nuovo portale www.inbici.net ha costantemente aumentato i propri visitatori, oltrepassando – dopo appena una settimana – l’asticella dei mille contatti. È la risposta più bella da parte dei nostri fedeli lettori che, oltre a seguirci mensilmente sulla rivista cartacea, hanno già imparato a seguirci ogni giorno anche online, dimostrando di gradire i contenu-

Visite 1000 ti del sito e la costanza dei suoi aggiornamenti. Il picco di contatti, come prevedibile, l’abbiamo contabilizzato nel weekend, in concomitanza con la pubblicazione dei risultati delle principali granfondo, segno che Inbici.net sta diventando, giorno dopo giorno, il sito di riferimento per il ciclismo amatoriale. Ma ottimi riscontri hanno ottenuto anche le news dedicate ai grandi temi del ciclismo nazionale (da Pantani a Riccò), a riprova che il profilo del nostro visitatoretipo è quello di un appassionato dalla cultura ciclistica versatile ed eterogenea. Qualche dato tecnico, infine, tanto per appagare la curiosità degli appassionati d’informatica. Il top-day dei contatti è stato il 15 settembre, la maggior parte degli utenti usa piattaforma Safari, lievemente preferita a Google Chrome. L’orario più “affollato” è tra le 21 e le 22, ma c’è anche chi ci ha fatto vita alle 4 di mattina. Un quinto delle visite proviene dai social network, facebook in primis.

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DOPING, ECCO LE SCUSE PIÙ FANTASIOSE

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ANABOLIZZANTI PER MIGLIORARE PRESTAZIONI A LETTO, DENTRIFICI RIEMPITI DI NANDROLONE E MISTERIOSE POSITIVITÀ PROVOCATE DA FRAGOLE E AVOCADO. ECCO IL CAMPIONARIO DELLE GIUSTIFICAZIONI PIÙ DIVERTENTI DEI CAMPIONI DELLO SPORT BECCATI IN FLAGRANZA

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Dall’anabolizzante usato per migliorare la virilità al sesso orale che aveva lasciato tracce di nandrolone. Senza contare la pantagruelica mangiata di filetto al clenbuterolo e l’incauto acquisto di caramelle che contenevano cocaina. La fantasia va al potere, scorrendo il campionario di scusanti inventato dai campioni dello sport “beccati” in flagranza durante i controlli antidoping. Il quotidiano sportivo francese “l’Equipe” ha stilato, lo scorso mese di luglio, una singolare classifica delle giustificazioni più divertenti.

Le scuse dei ciclisti…

Floyd Landis

Floyd Landis (USA): «Testosterone alto? Non pensate subito male. Avrò bevuto troppo alcol…». Il team manager del team olandese Pdm che nel 1992, prima di un controllo antidoping, si ritirò in blocco dal Tour de France: «Ma quale doping?! Ce ne andiamo solo per un’intossicazione alimentare da aria condizionata». Gilberto Simoni (Italia): «La cocaina? Colpa di una mia zia suora che, ogni tanto, mi manda dal Sudamerica alcune caramelle di cui sono ghiotto». Ma in questo caso non si trattava affatto di una scusa: in tribunale Simoni venne scagionato, grazie al test del capello, che confermò come Simoni non avesse mai sniffato cocaina, e grazie anche ad un’analisi delle famose caramelle, che davvero contenevano coca in piccolissime dosi. Tyler Hamilton (USA): «Io dopato? Impossibile. Quelle cellule devono essere di un mio fratello gemello morto prima della nascita». Jan Ullrich (Germania): «Forse ieri notte qualcuno in discoteca mi ha passato un paio di pillole…». Jan Ullrich

Christian Henn (Germania): «L’avevo detto io che quelle tisane alle erbe preparate da mia suocera potevano darmi dei problemi». Alberto Kontador (Spagna): «Il clenbuterolo? Cercate nella carne di bovino che ho mangiato». Frank Vandenbroucke (Belgio, deceduto): «È vero, in casa avevo dei medicinali proibiti, ma erano per il mio cane malato di asma». Dario Frigo (Italia): «Le sostanze vietate trovate a casa mia? Mai utilizzate». La moglie di Raimondas Rumsas (Lituania): «Il testosterone e l’Epo? Sono per mia madre gravemente malata». Oscar alla sincerità a Riccardo Riccò: «Dai, però ci siamo divertiti».


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Peruzzi e Carnevale (calciatori della Roma): «La Fentermina? Colpa del Lipopil che abbiamo assunto l’altra sera per smaltire velocemente una scorpacciata di fettuccine. Se no chi lo sentiva il mister...».

… e le scuse

degli altri sportivi Dieter Baumann (mezzofondista tedesco): «Se sono finito nei guai è solo per colpa di quel maledetto dentifricio all’anabolizzante». Linford Christie (velocista inglese): «Ma come, non sapete che il nandrolone si trova nell’avocado?».

Alberto Kontador

Bernard Lama (calciatore francese): «Sono stato troppo educato: volevo rifiutare lo spinello, ma temevo di fare la figura dello scortese».

Mario De Clercq (campione belga di ciclocross): «Il programma di assunzione di sostanze illecite trovate nei miei diari? Solo una traccia di un romanzo di fantasia che volevo scrivere».

Fernando Couto (calciatore portoghese): «Colpa di uno shampoo».

Carmelo Anthony (giocatore di basket NBA): «Tutta colpa del mio amico». Che in effetti, in tribunale e sotto giuramento, confessò che le sostanze proibite trovate nella borsa del cestista erano sue.

Edgar Davids (calciatore olandese): «Mai preso nandrolone. Se fossi in voi farei analizzare quello sciroppo omeopatico per la tosse».

Daniel Plaza (marciatore spagnolo): «Il nandrolone? Colpa di un rapporto orale avuto con mia moglie in stato di gravidanza».

foto WOLFGANG KLUGE

Astrid Strauß

Dennis Mitchell (velocista USA): «Io signor giudice, non so come il testosterone sia entrato nel mio corpo. L’unica cosa che mi viene in mente è l’orgia ad alto tasso alcolico dell’altra sera…». Shawn Merritt (velocista USA): «Quell’anabolizzante con l’atletica non c’entra. Serviva solo per migliorare le mie prestazioni sessuali». Adrian Mutu (calciatore romeno): «La cocaina? Non pensate male: in campo non mi regala niente, a letto invece sì…». Lenny Paul (campione britannico di bob): «Il nandrolone poteva essere solo nel macinato di carne usato per il ragù alla bolognese che ho mangiato ieri». Astrid Strauß (nuotatrice tedesca): «Ho il testosterone alto? Non sarà stato quel cestino di fragole che ho divorato ieri?» Santos Mozart (calciatore brasiliano): «Quella sostanza proibita che mi avete trovato nell’urina si trova anche nella crema lenitiva che ho applicato a mia figlia di 3 anni per una puntura di insetto». Petr Korda (tennista ceco): «Il nandrolone era sicuramente nelle bistecche che mi hanno servito al ristorante, non vedo altra spiegazione…» Gli ispettori dell’antidoping, alla vigilia delle Olimpiadi di Atene, suonano al citofono del quartier generale della delegazione greca per sottoporre ad un controllo a sorpresa i velocisti Kostas Kenteris ed Ekaterini Thanou. Al citofono risponde il loro allenatore: «Spiacenti, hanno avuto un incidente e sono entrambi all’ospedale». Da quel giorno, nessuno li ha più visti... Petr Korda foto NIGEL FRENCH/SPORTING-HEROES.NET

Ludmilla Enqvist (ostacolista russa): «Gli anabolizzanti nelle analisi? L’ultimo dispetto di mio marito dopo il divorzio».


INTEGRATORI ISOGOLD 100, WHEY PLUS 100 E MASS BAR NEL PERIODO INVERNALE, LA PAROLA D’ORDINE È NUTRIRE I MUSCOLI

Cambiamento di stagione e cambiamento nell’allenamento e nella nutrizione. Questo è il consiglio che giunge direttamente da Lifecode. Per affrontare la stagione invernale al meglio, e prepararsi, dunque, ad un nuovo periodo agonistico quando giungerà la primavera, le direttrici da seguire sono sostanzialmente due: da un lato, non aumentare il peso e, dall’altro, recuperare le forze. Inverno, infatti, non è sinonimo di letargo, ma di allenamento ponderato e studiato per preparare la muscolatura ad una nuova stagione. Ecco perché, in questo particolare periodo, diventa importante assumere più proteine e meno carboidrati. Un apporto maggiore di proteine ha, infatti, la funzione di ricostruire la base muscolare, di riparare le fibre danneggiate e favorirne la crescita, tenendo, tuttavia, sotto controllo il peso corporeo. A questo proposito Lifecode ha sviluppato tre particolari prodotti a base di proteine: Isogold 100, Whey Plus 100 e Mass Bar. Le Isogold 100, un prodotto top di gamma, sono adatte anche agli intolleranti al latte, poiché si tratta di una proteina pura al 99%. Peraltro, la proteina ottenuta contiene circa lo 0,02% di lipidi, una quantità bassissima che rende il prodotto facilmente digeribile. Le Whey Plus 100 rappresentano una fonte proteica composta unicamente da proteine del siero del latte concentrate, ricavate da tre diversi processi di lavorazione: ultrafiltrazione, scambio ionico e idrolisi. Il risultato di questi processi è una proteina di altissima qualità con un rapporto costo/beneficio di grande efficacia. Whey Plus 100 è un integratore proteico facilmente digeribile. La formulazione di questo integratore incrementa l’assorbimento delle proteine.

Infine, Lifecode propone le Mass Bar, barrette ad alto contenuto proteico, che rappresentano uno snack fuoripasto da associare agli altri prodotti. Si tratta di un prodotto a limitato apporto di calorie, ma che non rinuncia alla piacevolezza. La dieta ideale dovrebbe essere basata su 50 grammi di Iso o Whey al giorno, associati a 2-3 barrette al giorno. Le proteine possono essere assunte sempre, essendo queste una forma di integrazione con la funzione di sostenere l’allenamento preparatorio dell’inverno, riparando e sviluppando la struttura muscolare. Di fatto, anche questi prodotti incarnano il tris vincente nella filosofia di integratori Lifecode: qualità, performance e occhio al prezzo. Prodotti che ben si adattano non solo a chi fa sport, fornendo, a chi fa attività, il giusto supporto prima, durante e dopo la performance, ma anche a chi, nel suo quotidiano, non rinuncia a voler caricare le batterie per affrontare con l’energia adeguata le sfide di tutti i giorni. Altissima qualità al giusto prezzo ed un ricco assortimento di polveri, capsule e compresse, altamente performanti per sportivi professionisti, atleti non competitivi, persone che hanno la necessità di recupero post operatorio, donne post parto, persone logorate dallo stress. Insomma, si tratta di prodotti che si adattano ad ogni tipo di carenza, mediante un supporto nutrizionale di alto livello. I prodotti della linea di Lifecode sono studiati per interagire tra loro, per integrarsi, riuscendo così a fornire il giusto apporto energetico, proteico e di nutritivi, a seconda dell’attività che si vuole intraprendere o che si è praticata.


Chicchi e Gatto del Team Fantini Selle Italia


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IN MEMORIA DI FRANCO BALLERINI

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5 min

a cura della REDAZIONE

info@inbici.net

U

Un atto dovuto, ma ispirato dal cuore. Per rendere omaggio a chi non c’è più, anche se Franco Ballerini ha lasciato un segno indelebile nel mondo del ciclismo mondiale. Si è svolta il 21 settembre scorso a Lucca la Granfondo Mondiale intitolata all’ex commissario tecnico della nazionale azzurra di ciclismo, morto nel febbraio del 2010 in un tragico incidente automobilistico durante il Rally Ronde di Larciano. Un lutto che ha fatto piangere tutto il ciclismo, che ha così deciso di dedicare a Franco una di quelle gare che lui tanto amava. Ai nastri di partenza, sul tracciato lucchese, 900 ciclisti (472 agonisti ed oltre 400 ciclomotori), tutti ac-

foto RICCARDO DAVINI

AI NASTRI DI PARTENZA 900 CICLISTI PER RENDERE OMAGGIO ALL’EX SELEZIONATORE AZZURRO. VINCE L’EX PROFESSIONISTA RUSSO ALEXANDER ZHDANOV

Attimi prima della partenza

foto RICCARDO DAVINI

Alexader Zhdanov vincitore della Granfondo Mondiale Toscana

comunati dalla passione per la bicicletta e dal desiderio di commemorare un grande personaggio della bicicletta. I partecipanti si sono cimentati su due differenti percorsi: quello lungo (130 km con 6 salite e 1.299 metri di dislivello) e quello medio (78 chilometri). In entrambi i casi sono state scalate le salite del San Baronto e di Montecarlo, asperità che – la domenica successiva – hanno segnato anche la gara iridata dei professionisti. Prima della partenza ufficiale la spettacolare esibizione dei paracadutisti della Folgore, le note dell’Inno di Mameli ed il silenzio suonato in memoria di Franco


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foto RICCARDO DAVINI

e 21 secondi (alla media di 42,89 km/h). Sul podio maschile anche Nicola Roggiolan e Francesco Roselli. Tra le donne la migliore è stata la fiorentina Maurizia Landucci che ha impiegato 1 ora, 59 minuti e 13 secondi (nelle piazze d’onore Lise Horslund Christensen e Silvia Cattani). La Granfondo vera e propria è stata invece vinta dall’ex professionista Alexander Zhdanov, che ha lasciato i compagni di fuga dopo la salita di Montecarlo,

Il podio maschile granfondo Il podio femminile della mediofondo

CLASSIFICHE

Granfondo Maschile 1° Alexander Zhdanov (Gfdd Altopack); 03:21:10; 39,02 km/h 2° Tommaso Elettrico (Team Calcagni); 03:22:33; 38,59 km/h 3° Igor Zanetti (GS Stra’ Iperlando); 03:22:40; 38,73 km/h Granfondo Femminile 1a Ilaria Rinaldi (ASD Cavallino Specialized); 04:01:01; 32,36 km/h 2a Sabrina Raggiante (ASD Coach Cycling Team Test); 04:07:40; 31,49 km/h 3a Susanna Iscaro (Croce Verde Bike Viareggio); 04:16:30; 30,47 km/h

foto RICCARDO DAVINI

Ballerini. Mai come stavolta, passa in sottordine l’elemento agonistico, anche se la cronaca c’impone di ricordare i vincitori di giornata: la Medio Fondo è stata così vinta in volata da Mattia Anzalone che ha coperto i 78 km di gara in 1 ora, 49 minuti

foto RICCARDO DAVINI

l’ultima in programma. Il russo ha coperto i 130 km di gara in 3 ore, 19 minuti e 53 secondi (alla media di 38,78 km/h). Sul podio anche Tommaso Elettrico, che ha preceduto allo sprint Igor Zanetti. Tra le donne, è ancora la fiorentina Ilaria Rinaldi a salire sul gradino più alto del podio del percorso maggiore, relegando Sabrina Raggiante al secondo posto e Susanna Iscaro al terzo. La giornata si è conclusa con il consueto pasta party e la cerimonia delle premiazioni. Lassù in cielo, Franco avrà apprezzato.


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SICUREZZA IN GARA

a cura di GIANLUCA BARBIERI

LA SICUREZZA PASSA ANCHE DALL’ETERE

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6 min

gianlucabarbieri.inbici@gmail.com

PREZIOSO MEZZO D’INFORMAZIONE, IL SERVIZIO RADIO IN UNA GARA CICLISTICA ASSOLVE MOLTEPLICI COMPITI. MA OCCHIO ALLE PRIORITÀ

C

Come già precisato più volte, questa rubrica non vuole annoiarvi con lectio magistralis sul ciclismo, ma solo sottolineare alcuni aspetti di questa disciplina che sembrano scontati e che, invece, scontati non sono. In questo numero parliamo di servizio radio e radio informazioni: all’apparenza la stessa cosa, ma così non è. Per trattare questo argomento in modo esaustivo, ci siamo avvalsi anche di alcuni preziosi suggerimenti da parte di chi opera in questo campo tutte le domeniche, gestendo il servizio per alcune delle gare più importanti d’Italia. Oggi tratteremo questo tema tenendo ben presente che esiste una marcata divergenza tra gestione del servizio per gare su strada e per competizioni fuori strada. Per quanto riguarda il settore strada, quello di radio-informazioni è un servizio di grande utilità ed importanza, dal momento che chi svolge questa mansione ha l’incarico di informare in tempo reale tutti coloro che, a vario titolo, gravitano intorno all’evento sportivo su quanto sta accadendo sia dentro la corsa – e perciò a livello agonistico – sia per quello che riguarda il “collaterale”. Radiocorsa, infatti, trasmette una serie di informazioni che spaziano dall’indicazione dei luoghi in cui sta transitando la gara, con tutte le precisazioni planimetriche e altimetriche, alle varie fasi di gara (frazionamento del gruppo concorrenti, distacchi cronometrici); dalle segnalazioni sul traffico in senso contrario alla gara, e perciò con specifico riferimento alla sicurezza, all’indicazione di eventuali incidenti di vario genere in cui rimanessero coinvolti gli atleti o altri componenti della carovana. Non solo: essendo la frequenza di radiocorsa (solitamente, per il mondo dilettantistico, i canali 33 e 34 degli apparati CB) la sola che connette direzione di corsa, collegio di giuria, ispettore di percorso e medico di gara con le vetture ammiraglie al seguito – nelle gare per juniores, élite e under 23 – chi svolge mansioni di radiocorsa dovrebbe ricordare sempre che il proprio ruolo di servizio richiede un’attenzione prioritaria a tutte le comunicazioni che riguardano la sicurezza. Può essere utile richiamare al riguardo qualche nota operativa, suscettibile evidentemente di discussione e confronto. Su un aspetto però è difficile dissentire: Radiocorsa non è radiocronaca. Un impegno eccessivo della frequenza di trasmissione con il “vezzo” di Staff Radio informazioni di una gara

raccontare in diretta il dettagliato evolversi della competizione può essere gradevole per gli addetti ai lavori, ma non funzionale alla sicurezza. La sintesi è il carattere distintivo di un servizio radiocorsa efficace. Ragguaglia sul percorso coperto e su quanto manca all’arrivo; indica i vari segmenti di gara precisando numeri dorsali e componenti della testa e degli immediati drappelli inseguitori; segnala con precisione i distacchi. Il resto non appartiene all’informazione, ma riguarda semmai il commento tecnico, la disamina tattica, il confronto fra le prestazioni dei singoli atleti: tutti aspetti che radiocorsa non dovrebbe contemplare. La sintesi è la madre del... silenzio. E dunque invita l’addetto di radiocorsa a lasciare lo spazio opportuno per interventi e segnalazioni che siano di effettiva importanza per la gara. Come possono intervenire, ad esempio, il Presidente di giuria o la direzione di corsa o il medico per rivolgersi alle ammiraglie al seguito, se il canale di radiocorsa è sistematicamente monopolizzato dall’addetto di servizio (che, in realtà, non sta servendo affatto...)? L’addetto di radiocorsa sa essere autorevole nella misura in cui si pone a supporto di tutta la carovana, ammettendo talvolta di dover “resettare” le varie informazioni se la situazione agonistica di corsa cambia spesso o troppo velocemente, accogliendo di buon grado eventuali sollecitazioni da chi, come lui, sta lavorando per i corridori. Radiocorsa impiega degli apparati ricetrasmittenti. Il CB, in ambito dilettantistico, è il più conosciuto e utilizzato. Da tempo, soprattutto per le competizioni più impegnative e organizzativamente complesse, si ricorre all’uso di apparati VHF o UHF al fine di collegare in modo riservato ed efficace direzione corsa, collegio di giuria, ispettore di percorso, medico e ambulanze di servizio, polizia stradale e alcuni motociclisti impegnati con mansioni varie in gara. Si tratta di una scelta quanto mai opportuna negli intenti. Ma, allo stato, anche di una scelta effettuata molto spesso senza rendersi conto delle conseguenze che può provocare. Non tutti si rendono conto infatti che l’utilizzo di apparati del tipo indicato, senza una specifica concessione da parte del Ministero dello Sviluppo Economico (Comunicazioni) e senza omologazione degli stessi, costituisce una violazione di carattere penale. Al riguardo, e specificamente per le apparecchiature VHF, è diffusa poi la convinzione che qualunque tesserato della FCI dovrebbe poter utilizzare liberamente la frequenza con cui viene irradiato il servizio radiocorsa nelle competizioni professionistiche (149,850 Mhz). Giova forse ricordare che titolare di tale frequenza è la Lega Professionisti, la sola formalmente autorizzata al suo impiego. Ma alcune domande sorgono spontanee: come accedere alla richiesta di un’altra frequenza che si sta rivelando sempre più utile ed efficace in termini organizzativi e di sicurezza per una gara ciclistica? È legittimo appropriarsi di una frequenza altrui, quale quella dei professionisti, per la quale la Lega per di più versa fior di canoni al Ministero dello Sviluppo Economico? Quali ostacoli si oppongono, reali e/o fittizi, all’accesso ad una frequenza “dilettantistica”? Non sarebbe ora di parlarne tutti insieme seriamente?


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ASSENZA DI AGONISMO, SOCIALITÀ E RISCOPERTA DEL TERRITORIO

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IL CICLOTURISMO UISP PROTAGONISTA ALLA FIERA EXPOBICI DI PADOVA TRA GLI OSPITI MAURIZIO FONDRIEST, MEDAGLIA D’ORO AI MONDIALI DI CICLISMO DEL 1988

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«Ognuno va alla propria velocità e si confronta solo con se stesso». Davide Ceccaroni, presidente della lega ciclismo UISP, ha descritto così il circuito delle granfondo cicloturistiche dell’Unione Italiana Sport Per Tutti, presentato domenica 22 settembre alla fiera ExpoBici di Padova. Semplice chiarire lo spirito di queste pedalate: «Non ci sono classifiche individuali. Il vero obiettivo è la socializzazione – ha sottolineato Ceccaroni – contrastando parallelamente il doping e l’agonismo esasperato». Sedici gli appuntamenti in programma che, negli anni passati, hanno fatto riscontrare presenze fino ad un massimo di 5.000 persone.

Il presidente nazionale UISP Vincenzo Manco

Non a caso proprio a Fondriest e ad un altro campione del mondo come Ercole Baldini sono intitolate due tappe del calendario 2014 del cicloturismo UISP. È intervenuto alla conferenza anche Vincenzo Manco, presidente nazionale UISP, che ha voluto insistere sul senso di cultura sportiva portato in giro per il paese dalle iniziative del ciclismo e degli altri sport UISP. «In un momento di crisi come quello attuale – ha chiarito Manco – il nostro approccio culturale allo sport rappresenta anche un valore economico. Attività fisica, benessere e salute sono legati: la UISP deve essere capace di intercettare risorse mettendosi a disposizione delle istituzioni per dare una mano concreta al paese». foto UFFICIO STAMPA E COMUNICAZIONE UISP EMILIA-ROMAGNA

Si parte il 30 marzo da Portomaggiore (FE) per chiudere il 12 ottobre a Pieve di Coriano, in provincia di Mantova, novità del calendario di quest’anno. In mezzo numerosi altri raduni tra Emilia-Romagna, Toscana e Lombardia, votati alla promozione del turismo sportivo e alla scoperta delle bellezze e della gastronomia del territorio. Un approccio al ciclismo che ha trovato, nel corso della conferenza stampa, uno sponsor di eccezione. «Ci sono persone – ha affermato l’ex iridato Maurizio Fondriest – che restano legate a mondo dell’agonismo ma molti, alla classifica, preferiscono il semplice piacere di pedalare. È per questo che il cicloturismo coinvolge un numero sempre crescente di appassionati».

foto UFFICIO STAMPA E COMUNICAZIONE UISP EMILIA-ROMAGNA


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*TITOLO* a cura di ...

*CATENACCIO* *SOMMARIO*

*mail*


52 a cura di LEONARDO OLMI

LE SALITE MITICHE DEI GRANDI GIRI

COME AFFRONTARE LE ASCESE CHE HANNO FATTO LA STORIA DEL CICLISMO CON I SUGGERIMENTI DI MAX LELLI

PASSO GIAU

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info@maxlelli.com

13 min

IL PASSO GIAU (2.236 METRI) È IL VALICO CHE UNISCE CORTINA D’AMPEZZO E LA VAL FIORENTINA. QUELLO DA SELVA DI CADORE È UN TRATTO DI PIÙ DI 10 KM DI LUNGHEZZA, SPEZZATO DA 29 TORNANTI, CON PICCHI CHE SFIORANO IL 16%. LA RAMPA È LUNGA E DIFFICILE E DEVE ESSERE AFFRONTATA CON UN’ADEGUATA PREPARAZIONE

È

È una salita ben conosciuta dagli amanti del ciclismo che in diverse occasioni hanno visto transitare su questa strada il Giro d’Italia, dove il passo rappresentava la Cima Coppi. La prima volta fu nel 1976, anno in cui il Giro fu dominato e vinto per la quarta volta da Eddy Merckx. Ma quell’anno la difficile tappa del Giau non fu vinta dal “Cannibale”, ma da un altro grande campione, José Manuel Fuente, un grande scalatore che, sulle salite più dure, sapeva mettere in difficoltà l’invincibile ciclista belga. Nel 2011 il Giau viene di nuovo inserito nella corsa rosa, quando fu Stefano Garzelli a scollinare per primo in vetta. Anche quest’anno faceva parte della 20° tappa del Giro d’Italia, ma purtroppo, come ricorderete, causa neve è stata modificata, togliendoci questo passaggio storico da uno dei passi dolomitici più belli al mondo. La salita può essere affrontata da due versanti, da Selva di Cadore e da Pocol. Nel Giro d’Italia è stato sempre affrontato dal versante di Selva di Cadore, il più duro e spettacolare, sia per la sua durezza (misura 10,1 km con una pendenza media del 9,1%) che per la sua costanza. Mentre il versante ampezzano è più breve (8,6 km) e leggermente più facile (8,3% di pendenza media) anche se rimane molto impegnativo in quanto la pendenza media è falsata da alcuni facili tratti iniziali, mentre nella parte centrale e finale è molto dura e costante. Ma oltre che nel Giro d’Italia, quella del Giau è una salita che tutti gli anni viene proposta nel percorso lungo della Maratona delle Dolomiti, che tutti i cicloamatori conoscono e alla quale ambiscono di essere sorteggiati ogni anno. Sono infatti molti anni che gli organizzatori propongono regolarmente tre percorsi, dando modo a chi fa il corto di scalare oltre al Campolongo (primo passo affrontato dopo la

foto LEONARDO OLMI

partenza da La Villa) anche i bellissimi Pordoi, Sella e Gardena. Poi, chi vorrà cimentarsi nel medio o nel lungo, dovrà scalare nuovamente il Campolongo, per passare a Falzarego e Valparola se si opta per il medio, oppure a Colle di Santa Lucia, il mitico Giau, e quindi l’accoppiata Falzarego e Valparola se si opta per il lungo. Il lungo, includendo il Passo Giau, è un percorso che necessita una buona preparazione, ma se lo si affronta con spirito amatoriale, anche le fatiche del Giau saranno alleviate dallo splendore che ci circonda. Basterà infatti aumentare di uno o due denti il rapporto, rendere la pedalata più agile, e alzare la testa verso l’alto per ammirare e godere il grigio chiaro dei Monti Pallidi che dal verde dei prati si slanciano verso il blu del cielo. Max, tu che sei spesso ospite di Michil Costa alla Maratona delle Dolomiti, raccontaci come dobbiamo procedere se al bivio di Cernadoi, invece di svoltare a sinistra per il medio verso il Falzarego, optiamo invece per il lungo svoltando in discesa a destra? «Allora, vi ricordo che, dopo aver affrontato per la seconda volta il Campolongo, ci butteremo giù in discesa di nuovo verso Arabba, dove questa volta svolteremo a destra e non a sinistra, come al primo passaggio, dove avevamo puntato verso il Passo Pordoi. Da Arabba in avanti la strada è tutta a favore, con qualche mangia e bevi fino a Cernadoi dove, come dicevi te, si trova il bivio tra medio e lungo. Decidere di proseguire per il lungo vorrà sicuramente dire durare più fatica, ma lo spettacolo che ci attenderà sul Giau sarà un’emozione ed un

Il nostro Leonardo Olmi ha appena raggiunto il Passo Giau durante l’ultima ed. della Maratona delle Dolomiti. Sullo sfondo la vetta del Nuvolau


E quindi da qui in avanti come procediamo? «Basta prenderlo con calma, perché il nostro appuntamento sarà a 2.236 metri, dove non potrà mancare una foto ricordo, oltre all’obbligato rifornimento sia idrico che solido con l’ottima crostata alla tirolese, dato che alla Maratona delle Dolomiti i ristori sono ben forniti e vale davvero la pena fermarsi, non solo perché sarà bene mangiare e bere, ma anche perché avremo modo di ammirare gli stupendi panorami che ci circondano. Solo a sentirlo nominare, il nome Giau, come sappiamo, mette paura e la sua micidiale fama viene ben presto confermata sulle nostre gambe. Ecco perché consiglio sempre di non esagerare nelle salite precedenti, ‘salviamo la gamba’ andando agili, evitando di spingere rapporti duri. Sicuramente sarà bene avere un 34-28 sempre pronto all’uso. Nel primo tratto la strada fiancheggia il torrente Codalonga, che attraversiamo ripetutamente con numerose svolte, poi dal km 73.1 della SS 638 la pendenza si attesta tra il 9 e l’11% e non ci abbandonerà fino alla cima. Se le gambe saranno affaticate, gli occhi e lo spirito saranno sicuramente rinfrancati dallo spettacolo che continua a mostrarsi intorno a noi. Adesso è la volta dell’Averau, dalla mole giallo-fuoco, mentre quando la strada, dopo un tornante, si rivolge a sud, è an-

foto SPORTOGRAF

ricordo per sempre, specialmente se, come nell’ultima edizione, troveremo la neve. Svoltando a destra da Cernadoi imboccheremo una strada in discesa (la SR203) in direzione di Caprile, che seguiremo fino al bivio dove svoltando a sinistra arriveremo al Colle di Santa Lucia. In questo tratto dovremo ricordarci di alimentarci con zuccheri, come gel o barretta, e di bere molto per essere ben idratati prima di affrontare la ‘salitella’ del Colle di Santa Lucia (da non sottovalutare) ed il ‘salitone’ del Giau. Al bivio, troveremo infatti uno strappo di pochi chilometri che ci porta dai 1.311 m slm di Rucavà ai 1.484 metri del Belvedere di Colle di Santa Lucia. Quindi giù di nuovo in discesa, dove poco prima di Selva di Cadore troveremo, subito dopo un ponte, un bivio dove – svoltando a sinistra – imboccheremo la SS 638, con indicazioni per Cortina e Passo Giau. È da qui che affronteremo i 10,1 km che colmano i 922 metri di dislivello tra il bivio sopra Selva di Cadore e il Passo Giau. È la salita più dura di giornata (se affrontata nel contesto della Maratona) con una pendenza media del 9,1%, dove si respira solo su pochi metri pianeggianti in corrispondenza dei ponti sul torrente.»

Leonardo Olmi sulla lunga e bellissima discesa che dal Giau porta a Pocol. Anche qui siamo alla Maratona di quest’anno

cora la Marmolada a salutarci dal suo ghiacciaio. Quindi sarà il turno delle famose tre gallerie paravalanghe, che essendo aperte da un lato non danno alcun problema di visibilità, anzi ci concederanno un po’ di ombra e di refrigerio dal sole (se ci sarà il sole, ovviamente) che, a queste quote, picchia davvero forte. Negli ultimi tre chilometri compare finalmente in tutta la sua bellezza la singolare sagoma del

Max Lelli durante l’ascesa del Giau nella Maratona 2013. Meglio rifocillarsi con un panino, la salita è lunga

foto SPORTOGRAF


DATI TECNICI SALITA Nome

Passo Giau

Dove si trova

Prov. Belluno, Veneto, Italia

Da dove si parte

Bv. SS 251 (Selva di Cadore)

Dove si arriva

Passo Giau

Altitudine partenza

1.314 m

Altitudine arrivo

2.236 m

Dislivello

922 m

Pendenza max

16%

Pendenza media

9,1%

Lunghezza

10,1 km

Tornanti

29

Giri/Tour

2 Giri d’Italia 1973 e 2011

nente panorama sulla Croda dal Lago, finché giunti allo scollinamento, tutto un mare di vette si distende davanti agli occhi a 360°: dalla grande Muraglia dei Lastoni di Formin, al Cristallo, alle Tofane, al Sella, al Catinaccio, alla Marmolada, al Civetta: una visione indimenticabile.»

(saltata per causa neve la 20° tappa del Giro 2013)

Monte Nuvolau, che potremo ammirare in tutta la sua maestosità una volta arrivati in cima al passo a quota 2.235 m.» Ma come sono strada e asfalto, in buone condizioni? «Il percorso si svolge tutto su di una strada ben asfaltata e abbastanza larga, completamente al sole. Come dicevamo prima, fin dall’inizio la pendenza è aspra, l’ascesa è costante, e quindi non ci sono mai momenti di riposo, ecco perché il ciclista alla fine dell’impresa si dirà soddisfatto quando, dopo questo sforzo e tanta fatica, vedrà finalmente la fine. Ogni cicloamatore avrà comunque la soddisfazione non solo di aver portato a termine una delle salite più impegnative delle Dolomiti, ma anche di godere di uno dei più straordinari panorami che si possano incontrare pedalando. Già alcuni chilometri prima di raggiungere il passo appariranno sulla nostra sinistra le vette dell’Averau e del Nuvolau. E poi in prossimità della cima si aprirà improvvisamente un impoFoto aerea dei 29 tortuosi tornanti che portano al Passo Giau

E come sempre, dopo la salita viene una discesa, e questa se non sbaglio Max è veramente bella e spettacolare, no? «Sì è vero, come tu ben sai, dato che di Maratone mi pare ne hai fatte già cinque, questa è una discesa fantastica. Ma prima, come dicevo all’inizio, sarà d’obbligo, a mio parere, fermarsi al ristoro. Dopo di che, forse sarà meglio indossare antivento e/o mantellina e ‘buttarsi’ giù in discesa per 10 km in direzione di Cortina d’Ampezzo, dove ricordo che il manto stradale è perfetto, poiché asfaltato di recente per gli ultimi Giri d’Italia. Scollinati ai piedi del Ra Gusela si inizia una discesa tecnica con un tratto in falsopiano che richiede un certo impegno. La strada picchia ancora fino a raggiungere il ponte sul Rio delle Vergini, dove la pendenza si inverte per sbucare fino ai 1.535 metri di Pocol, frazione di Cortina d’Ampezzo ai piedi delle Tofane, dove si trova il bivio per il Falzarego. È qui che alla Maratona si svolta a sinistra sulla SS 48 (la famosa Strada delle Dolomiti) in direzione, appunto, del Passo Falzarego (quota 2.117 m). La chiusura delle strade ci consentirà di godere in pieno la nostra bicicletta. Da Pocol in avanti è il momento di riprendere a salire: 10.3 + 2.2 km (totali 12.5) e 582 + 83 metri di dislivello (665 totali), sono quelli che ci separano dai passi Falzarego e Valparola, dove ci si ricongiunge con il percorso medio, per poi proseguire verso l’arrivo.» Maratona dles Dolomites www.maratona.it Uff. Stampa Maratona dles Dolomites Pizzinini Scolari Comunicazione: www.pizzininiscolari.com Servizi foto Maratona delle Dolomiti: Sportograf: www.sportograf.com Fotostudio5: www.fotostudio5.com

Il Passo Giau visto dall’alto con l’imponente vetta del Monte Nuvolau in evidenza foto ROBERTO CASANOVA ROSOLO

L’altimetria del Passo Giau scalato da Selva di Cadore


01 3

CH A IU TT DI SUR ENZ CE A IO M ISC NE BR RIZ ! E ION 2 I

15

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LA STORIA DEL RECORD DELL’ORA

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5 min

a cura della REDAZIONE

ALL’INIZIO FU IL PARIGINO DESGRANGE. POI TOCCÒ AI BIG DEL PEDALE, DA COPPI A MERCKX, FINO ALL’IMPRESA DEL 1984 DI FRANCESCO MOSER, L’INVENTORE DELLE RUOTE LENTICOLARI. DALLA BICICLETTA-LAVATRICE DI OBREE ALL’IMPRESA DEL CECO SOSENKA, ECCO 113 ANNI DI STORIA DEL PRIMATO PIÙ AMBITO DAI CICLISTI

I

Atleta

Distanza

Luogo

Data

Francesco Moser

51,151 km

Città del Messico

23 gennaio 1984

Graeme Obree

51,596 km

Hamar

17 luglio 1993

Chris Boardman

52,270 km

Bordeaux

23 luglio 1993

Graeme Obree

52,713 km

Bordeaux

19 aprile 1994

Miguel Indurain

53 040 km

Bordeaux

2 settembre 1994

Tony Rominger

53,832 km

Bordeaux

22 ottobre 1994

5 novembre 1994 Il primo a cimentarsi nella prova fu il parigino Henri Desgrange che l’11 maggio del 1893 ideò quello che Chris Boardman 56,375 km Manchester 6 settembre 1996 oggi tutti chiamano “Il record dell’ora”. Chris Boardman 49,441 km Manchester 27 ottobre 2000 Ciclista, ma anche giornalista, inventore qualche anno Ondrej Sosenka 49,700 km Mosca 19 luglio 2005 dopo del Tour de France, Desgrange percorse 35,325 chilometri, storicamente il primo record della disciplina. Risultato, per quei Tuttavia, in quello stesso anno, l’italiano Ercole Baldini riportò in Itatempi, di grande lia il record, pur essendo ancora dilettante. valore tecnico, ma Nel 1972 un altro grandissimo ciclista si cimentò in questa comdistante anni luce petizione stabilendo un altro record longevo, il belga Eddy Merckx, dal primato attuale che sfiorò la barriera dei 50 chilometri (49,431). Questa fu superata del ceco Ondrej So- per la prima volta nel 1984 da Francesco Moser con l’utilizzo di una senka che, nel lu- particolare bicicletta dotata di ruote lenticolari. glio del 2005, fissò Il record di Moser fu battuto dopo 9 anni da Graeme Obree, sconoil primato a 49,700 sciuto dilettante scozzese che divenne famoso proprio con questa impresa. Questo chilometri. l’inteGià alla fine del XIX riaccese secolo il record su- resse sul record però la barriera dei dell’ora e nel giro 40 chilometri ar- di pochi anni vi fu rivando alla vigilia un susseguirsi di della Prima guerra record fra i migliomondiale a 44,247 ri specialisti del chilometri con tempo, da Miguel Oscar Egg. Questo Indurain a Tony storico record durò quasi vent’anni, ma negli anni trenta il primato Rominger, fino a fu più volte superato con Giuseppe Olmo che, nel 1935, oltrepas- Chris Boardman, sò la barriera dei 45 chilometri. Da ricordare il record stabilito nel che nel 1996 1933 da Francis Faure su una bicicletta reclinata che per primo fissò il record a superò quello stabilito da Egg con 45,055 km. L’anno dopo le 56,375 km. reclinate furono escluse dalle competizioni ufficiali e il record di Nel 2000, l’Unione Ciclistica Internazionale (UCI) decise di annullare i record ottenuti Faure invalidato. Altro storico record fu quello di Fausto Coppi che in piena Seconda grazie a biciclette speciali, ovvero tutti i primati dal primo di Moser guerra mondiale, nel 1942, al Velodromo Vigorelli di Milano, fissò il in poi, definendoli “Miglior prestazione umana sull’ora”, tornando a primato a 45,798 chilometri. Pur migliorando il record precedente considerare “Record dell’ora” di soli 31 metri, il primato di Coppi durò ben 14 anni, e fu il francese quello di Merckx del 1972. Fu così che Boardman, che Jacques Anquetil a infrangerlo. stava per ritirarsi, decise nel 2000 di compiere un nuovo tentativo con una bicicletta tradizionale, riappropriandosi del record dell’ora ufficiale con 49,441 km (solo 10 metri in più di Merckx). Questa prestazione fu poi battuta inaspettatamente nell’estate del 2005 dal poco conosciuto ceco Ondrej Sosenka, che ha portato il record agli attuali 49,700 km. Tony Rominger

55,291 km

Bordeaux


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MEMORIAL GIOVANNI PASCOLI

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A VILLA TORLONIA TUTTI IN SELLA CON GIOVANNI PASCOLI OLTRE 1.800 CICLOTURISTI IN RAPPRESENTANZA DI 199 SOCIETÀ HANNO FATTO DA DEGNA CORNICE ALLO SPLENDIDO EVENTO ORGANIZZATO DALL’ECOLOGY TEAM. CILIEGINA SULLA TORTA UN BIKE VILLAGE DA URLO

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San Mauro Pascoli (FC) - È stata la suggestiva sala degli Archi di Villa Torlonia a tenere a battesimo il 6° Memorial Giovanni Pascoli. Durante la presentazione – evento nell’evento alla presenza del presidente della Lega Nazionale Ciclismo UISP Davide Ceccaroni e dell’assessore allo sport del Comune di San Mauro Pascoli Angela Benedetti – si è svolto “Poesia e Tecnologia”. Grazie all’intervento di Raceway, produttrice e distributrice delle bici S-light, e di Tesla Motors, produttrice di vetture elettriche sportive di alta gamma ad emissioni zero, si è parlato di ecologia, territorio e patrimonio

artistico, temi molto attuali e, soprattutto, molto cari all’Ecology Team. Al termine, si è svolto un aperitivo a buffet organizzato dall’azienda vitivinicola Ciù Ciù di Offida e da La Locanda dei Fattori, ristorante incastonato in Villa Torlonia. La domenica mattina, finalmente, largo alle bici. È stato un successo con 1.800 ciclisti di cui ben 172 donne (quasi il 10%!) a colorare una bella mattinata di sole. In 642 hanno affrontato il percorso lungo di 128 km, in 658 il medio, mentre gli altri si sono suddivisi fra il corto e l’autogestito. Al termine i partecipanti sono stati accolti nel Bike Village allestito nella corte di Villa Torlonia, organizzato dal magazine INBICI di Sara Falco Editore. Alle 16.30 si sono svolte le premiazioni delle prime cinquanta società del Memorial Giovanni Pascoli e delle prime venti del Romagna Sprint, che si

sono aperte con il saluto del sindaco di San Mauro Pascoli, Miro Gori, che ha ringraziato i volontari dell’Ecology team per «l’elevato livello di un evento così importante per il territorio». Ha vinto il circuito Romagna Sprint la società Grama con 24.380 punti, seconda la Cicli Matteoni con 23.119 e terza la Aurora San Giorgio con 22.568. A seguire la premiazione di giornata, che ha visto prevalere la Cicli Matteoni con 6.906 punti che le sono valsi il trofeo Giovanni Pascoli, un prosciutto e un telaio Speed, davanti alla Medinox (6.102) e alla Grama (5.851), entrambe premiate con un prosciutto e una bici Rossin Bikes. Per le altre società erano invece previsti prosciutti, maioliche della Padovani Ceramiche di Faenza e dilatatori nasali Dan Air a scelta e bottiglie di vino offerte dall’Azienda Vitivinicola Ciu’ Ciu’ di Offida. Per la cronaca, Mauro Pezzi della Bici Budrio è stato il fortunato vincitore di una bici Torpado offerta da Torpado, azienda che annovera pure il marchio Fondriest, premio

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estratto a sorte fra i 590 abbonati al circuito Romagna Sprint. Molto soddisfatto Dino Tamburini, di questo sesto Memorial Giovanni Pascoli nonché Presidente del circuito Romagna Sprint, che ha ringraziato tutti i partecipanti ma soprattutto tutti coloro che hanno consentito loro di pedalare in totale sicurezza: la Polizia Municipale dell’Unione dei Comuni del Rubicone, l’Associazione Nazionale Carabinieri di Novafeltria e Cesenatico, la Protezione Civile, le Amministrazioni Locali di tutti i Comuni attraversati e le Forze dell’Ordine in genere. Un grazie particolare anche alle aziende che hanno contribuito ai due ristori a base delle squisitezze locali: le Fosse Pellegrini per quello di Sogliano a base di Formaggio di Fossa DOP (una specialità molto apprezzata all’estero e in particolare negli USA) e la Locanda dell’Ambra per quello di Talamello a base di Ambra di Talamello (il locale formaggio di fossa).


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EXPOBICI L’EDIZIONE DEL BOOM a cura di GIANLUCA BARBIERI

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gianlucabarbieri.inbici@gmail.com

INTERVISTA A PAOLO COIN AMMINISTRATORE DELEGATO DI PADOVA FIERE «UNA RASSEGNA CHE SAPEVA DI BICICLETTA»

foto PADOVA FIERE

OLTRE 55.000 PRESENZE PAGANTI ALLA FIERA DEL CICLO DI PADOVA E QUASI 1.800 APPASSIONATI CHE HANNO SCORRAZZATO AL BIKE TEST DI GALZIGNANO TERME, CON UN GRANDE PROTAGONISTA: IL GRAVITY. QUESTI I NUMERI STRATOSFERICI DI UN APPUNTAMENTO CHE IN FUTURO PROMETTE SCINTILLE

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Che quello della bicicletta fosse ancora un settore trainante per l’industria italiana, lo si sapeva, ma a Padova è andata in scena una rassegna che, per mille ragioni, dovrebbe essere presa da esempio per l’intero settore. Se lo scorso anno si parlava di divisioni nel comparto fieristico legato alla bicicletta, quello che si è visto a Padova, in occasione di Expobici, può essere riassunto con un inciso: la “vittoria del buon senso”. Anche la nostra redazione, lo scorso anno, fu assai critica con le scelte fatte dai comparti fieristici delle due fazioni (Padova e Milano-Verona) che generavano un eccessivo frazionamento e quindi portavano ad una proposta ridotta in termini di aziende espositrici, scelta che le stesse redazioni straniere bollavano come inspiegabile. Oggi, invece, possiamo parlare di un appuntamento unico nel suo genere, della fiera di riferimento in Italia e in Europa, dopo

quella tedesca, ma sicuramente diversa da quest’ultima. Anche i giornalisti stranieri sono rimasti allibiti dalla miriade di piccole Aziende, che proponevano prodotti innovativi e di alta qualità e che non si erano mai visti in giro per l’Europa. La differenza, sta proprio qua: l’Italia pullula di “piccole-grandi aziende”, di realtà con una grandissima capacità progettuale e innovativa: l’Italia sforna idee tutti i giorni, su tutti i settori e lo si è visto anche in fiera a Padova, dove la piccola Azienda ha fatto la differenza. Oltre 500 erano gli espositori ed oltre 55.000 i visitatori paganti, numeri impensabili fino a pochi anni fa ed ora consolidati, anzi in chiara crescita rispetto lo scorso anno. Chi è venuto ad Expobici, può sicuramente dire che ha respirato aria di bicicletta.

Un grande evento con un afflusso inaspettato anche per Paolo Coin, Amministratore di Padova Fiere e grande appassionato di bicicletta. Sentiamo dalle sue parole, le prime impressioni su questa edizione di Expobici. Buongiorno Paolo, lo scorso anno ci siamo lasciati con una speranza: quella di vedere in Italia un’unica fiera della bicicletta che unisse tutte le aziende del settore per dare un’offerta all’utente finale quanto mai completa. Oggi, in sede di bilancio, si può parlare di “missione compiuta”. La collaborazione con AICMA è stata come il nostro “governo delle larghe intese” o una collaborazione che ha messo d’accordo tutti… «Questo risultato dimostra che la mia tesi, a conti fatti, era quella più giusta, e cioè che l’unione, in questa delicata fase


foto SHOW LUX STUDIO

congiunturale, avrebbe giovato all’intero settore, ma anche alle due fiere. Sia dal punto di vista gestionale che economico, le due fiere hanno ottenuto un giusto riscontro, pertanto si può parlare di risultato sperato. Con AICMA abbiamo raggiunto degli accordi condivisi, da lì poi siamo partiti in quarta per mettere a punto un grande appuntamento come quello che avete vissuto.» Un grande afflusso, sia in fiera che al demo day di Galzignano Terme: un connubio quello tra fiera e territorio che si è dimostrato vincente. Non avete avuto difficoltà a gestire così tanta gente? «Difficoltà no di certo, sicuramente in futuro dovremo adeguare alcuni aspetti logistici, specie sulla ristorazione, creando anche un servizio dedicato all’espositore che non può certo rimanere in fila per un’ora. Piccoli dettagli che il prossimo anno verranno calibrati in modo diverso, per il resto mi pare sia andato tutto bene. A Galzignano si sono pre-iscritte 1.800 persone, anche se a pedalare ne sono venute circa 1.300, oltre 500 in più rispetto lo scorso anno. Quello del test bike è la risposta più diretta al pubblico delle due ruote pedalate.» Un comparto, quello della bici, che sembra non conoscere crisi. Non ti pare che vi sia qualcosa di anomalo in relazione al trend economico industriale generale? Secondo te, qual è la chiave di lettura di questo successo? «La prima cosa è che la bicicletta non è ancora tassata come altri comparti. Se pensiamo al settore della nautica, fiore all’occhiello dell’industria e dell’artigianato italiano, capiamo subito il perché: quando uno esce con la sua barca sa già che spende, in generale, quattro volte quello che sta spendendo direttamente in quell’uscita. I soldi non sono spariti, sono fermi. L’italiano è fatto per spendere e tassare certi settori, specie quelli legati al tempo libero, significa soffocare l’economia, poiché è lì che ancor’oggi vengono spesi i soldi. La bicicletta è un mezzo alla portata di tutti, che ha una sua filosofia e non costa nulla oltre

il mezzo. Certo ci sono bici che costano parecchie migliaia di euro, ma guarda caso c’è ancora tanta gente che le compra. Ti giro la domanda: come mai questo? Non ti sembra un bel messaggio a qualcuno?» Abbiamo visto in fiera importatori esteri e colleghi giornalisti arrivati un po’ da tutta Europa. Un bel segnale questo, no? «Certo, questo è il segnale che Padova è ormai diventata un punto di riferimento per il settore, perché la struttura delle Aziende Italiane è diversa da quella straniera. In Germania si trovano solo i grandi marchi, qui, grazie alla politica attuata, anche la piccola realtà può dire la sua e magari competere anche con le grosse realtà, proponendo innovazioni sul mercato.» Che cos’ha di speciale questa fiera che altre non hanno? «Il fatto che si possano testare i mezzi, mentre con le altre, per ovvi motivi, non si può. E poi i nostri prodotti abbracciano tutte le esigenze della società: dal bambino, all’atleta, alla persona anziana. La bici, come ho già detto, è una filosofia di vita, fa bene al corpo e alla mente, cosa vuoi di più?»

Queste le parole di Paolo Coin a fine Fiera, ma la cosa più bella è stato l’incontro con lui al bike test di Galzignano Terme che ha messo in evidenza un trend in netta crescita di un settore: il gravity. Un successo annunciato, vista anche la bellissima giornata incontrata durante il bike test di Expobici di Galzignano Terme. Possiamo sicuramente parlare di migliaia di persone che sono transitate nel centro euganeo per provare le bike, ma anche per toccare dal vivo le novità 2014 che i più importanti marchi di biciclette hanno voluto mettere a disposizione degli appassionati su un tracciato disegnato per le seguenti tre specialità: corsa, mtb e gravity. Camminando di prima mattina, lungo il viale principale, abbiamo anche incontrato Paolo Coin, che mostrava tutta la sua soddisfazione per la moltitudine di persone che erano già in fila per accaparrarsi una bike. Una cosa è certa: il vero protagonista, al test, è stato il gravity. Se nelle altre specialità ci si soffermava per un po’ ad attendere una bici, nel gravity, le file erano vistose e non nascondiamo lo stupore nel vedere che molti bikers cosiddetti “tradizionali” erano in fila con ginocchiere e casco integrale. Un segnale importante che deve far riflettere anche i costruttori. Come detto, abbiamo incontrato Paolo Coin, per cui non potevamo esimerci dal chiedere una sua prima impressione sul test e sulla fiera: «Questo test – replica Coin – non è altro che la risposta alle nuove filosofie di vendita delle biciclette. Oggi le bici costano e chi ha messo da parte due soldi per acquistarne una, pretende di sapere cosa compra. Vedere tutta questa gente mi apre il cuore e mi riempie di gioia». Ancora una volta, dunque, la bicicletta ha saputo fare la differenza: un settore sano, nell’economia, nei principi e nella passione. Un settore che primeggia grazie alla passione di chi lo pratica, ma anche di chi ci lavora. Un giusto mix che sarà alla base di una continua crescita e che in futuro regalerà ancora importanti sorprese.


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PEDALANDO SUL PENTAGRAMMA a cura di ANNA BUDINI

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IL CICLISMO HA SEMPRE ISPIRATO I GRANDI CANTAUTORI ITALIANI. DAL QUARTETTO CETRA A DE GREGORI, ECCO LA DISCOGRAFIA DELLE CANZONI CONSACRATE ALLA BICICLETTA, DOVE IL RE DELLE HIT È SEMPRE LUI: MARCO IL CICLISTA

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«Il ciclismo è uno sport da poeti». Lo diceva Pier Paolo Pasolini, Gianni Brera e persino Benito Mussolini. Dunque, perché stupirsi se la bicicletta, dal dopoguerra ad oggi, ha ispirato tanti successi della musica leggera italiana? Un po’ romantiche e un po’ epiche, le canzoni dedicate al ciclismo – e ai suoi leggendari interpreti – sono davvero tante. Tra i primi a cimentarsi nel format ciclistico-musicale furono, ai tempi della televisione in bianco e nero, i canta-attori del Quartetto Cetra con “Ciao Mama”, la storia di un improbabile campione affetto da “mammite acuta”, ma forse la canzonetta più popolare – quella che raccontò con leggerezza l’Italia del dopo-guerra – resta “Ma dove vai bellezza in bicicletta” cinguettata da Silvana Pampanini. Dedicata a Marco Pantani è invece “L’ultima salita” dei Nomadi («Dimmi cos’è che fa sentire il vuoto, che ti toglie tutto e fa finire il gioco»), anche se la canzone ufficiale del campionissimo di Cesenatico resta – hit alla mano – “E mi alzo sui pedali” degli Stadio: «Io sono un campione, questo lo so. È solo questione di punti di vista, in questo posto dove io sto, mi chiamano Marco, Marco il ciclista». Sempre ispirato a Pantani fu “Dove osano i Pirati” di Andrea Paglianti, che però non ebbe grande fortuna. Così come “Uomo in fuga” di Riccardo Maffioni o “Vita in salita” di Marcello Bettaglio. Restando in tema di campionissimi, come non citare il capolavoro di Paolo Conte “Bartali”, il jingle di “quanta strada nei miei sandali” e “dei francesi che s’incazzano” (memorabile l’interpretazione di Jannacci). Lo stesso Paolo Conte compose in chiave jazz l’immortale “Diavolo Rosso”, soprannome di Giovanni Gerbi, uno dei pionieri più romantici del ciclismo italiano. Enrico Ruggeri, invece, tradusse in musica una delle sfide sportive più appassionanti dello sport moderno, quella fra “Gimondi e il cannibale” (Eddy Merckx), il dramma di un campione che ebbe la sfortuna di trovare nella sua generazione un autentico marziano. Anche il poeta bolognese Francesco Baccini declamò in note il ciclismo con la sua “In fuga” e poi, in coppia con Ladri di Biciclette, compose il brano cult “Sotto questo sole” (è bello pedalare, ma c’è da sudare). E restando in Emilia, come non citare “Sono in fuga” di Lucio Dalla. Forse pochi ricordano il brano “Senza un vincitore” di Alexia o “Pedala pedala” di Teresa De Sio, mentre resta un successo planetario “In bicicletta” di Riccardo Cocciante. Il disco d’oro delle canzoni a due ruote, però, spetta ad honorem a “Il bandito e il campione” di Francesco De Gregori, dedicata a Costante Girardengo e al suo amico Sante Pollastri, due «ragazzi del borgo cresciuti troppo in fretta, un’unica passione… per la bicicletta».


AUTUNNO 2013

Hai mai provato una scarpa Nalini? Probabilmente tutti gli appassionati di ciclismo conoscono le collezioni di abbigliamento Nalini, ne apprezzano la tecnicità, frutto del perfetto equilibrio fra la tradizione e il know-how di un’azienda all Made In Italy sul mercato da 40 anni e la costante ricerca di nuovi materiali, di nuove costruzioni sartoriali che hanno reso in questi anni le linee Nalini fortemente identificative. Questa volta però vi presentiamo un assaggio della nuova collezione Scarpe 2014, per farvi conoscere il design e le qualità costruttive di una linea di calzature sempre più scelta e gradita da amatori e professionisti. Non resta che testarne le performance personalmente.

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Chiusura: Microregolazione con leva Fly in alluminio, con marchio laserato; base porta leva realizzato in TPU, patella Soft Protection e due cinturini in Velcro. Suola: In carbonio 7 strati con inserto in acciaio, area gommata per facilitare il fissaggio delle tacchette, due tacchetti intercambiabili e predisposizione attacco Look. Fodera: In poliestere con inserti antiscivolo in silicone.

Calzatura realizzata con una particolare tecnica costruttiva, con un design anteriore atto a contenere il piede in fase di spinta e a proteggerlo in caso di urti o cadute. La sua particolare costruzione garantisce una fasciatura del piede, una ventilazione costante ed un conseguente comfort ottimale. Peso: 290 gr

Chiusura: Tre cinturini con Velcro. Suola: In carbonio 7 strati con inserto in acciaio, area gommata per facilitare i fi ssaggio delle tacchette, due tacchetti intercambiabili e predisposizione attacco Look. Fodera: In poliestere con inserti antiscivolo in silicone.

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PROTAGONISTI

a cura di PAOLO MEI Tempo di lettura

7 min

info@inbici.net EMILIE COLLOMB «VI RACCONTO LA MIA IMPRESA IRIDATA» BOTTA E RIPOSTA CON LA MEDAGLIA D’ARGENTO AI MONDIALI DI MOUNTAIN BIKE IN SUDAFRICA

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Emilie, partiamo dalla fine, ovvero da questa splendida medaglia d’argento ai Mondiali. Ha voglia di raccontarci quella giornata? «Ore 6 del mattino: la sveglia era appena suonata, ma io ero già pronta da una settimana. Sapevo di essermi preparata bene per questa prova e la condizione sembrava quella giusta. Il mio pensiero era il podio, volevo provarci in tutto e per tutto. Per questo motivo al via mi sono portata subito in testa e ci ho provato fin dall’inizio. Sono rimasta un po’ sorpresa quando ho visto che le mie avversarie facevano fatica a tenermi la ruota in salita, ma sapevo che era solo l’inizio.» Qual è stato il momento più duro della gara? «Quando mi sono vista sorpassare dalla svizzera ho temuto di non riuscire più a mantenere il distacco dalla tedesca. Ho cercato di rimanere concentrata e di tenere sotto controllo un eventuale recupero della terza. L’ultimo giro è stato il più duro, sia fisicamente che mentalmente.» Cosa ha pensato negli attimi decisivi della corsa? «Questo secondo posto io lo volevo più che mai. Non dovevo commettere errori nel tecnico e, passato l’ultimo salto prima del rettilineo d’arrivo, ho potuto finalmente sorridere. Gli ultimi metri sono stati i più emozionanti! Emilie Collomb medaglia d’argento ai Mondiali di mountain bike in Sudafrica

La grinta di Emilie Collomb

Lei è stata protagonista ad ogni livello nel 2013, tanto che – oltre al fantastico mondiale – ha dimostrato una buona continuità anche in Coppa del Mondo, dove ha ben figurato nei confini italiani in Val di Sole. Una maglia tricolore junior sulle spalle, insomma cosa chiedere di più? Si aspettava di essere così competitiva? «La stagione della MTB è molto lunga. Quest’anno come obiettivi principali ci eravamo posti il Campionato Italiano e il Mondiale, per questo motivo per le prime Coppe del Mondo non ero ancora competitiva come volevo e l’inizio stagione è stato un po’ più duro. Visti i buoni risultati dell’anno prima, volevo dimostrare che potevo fare molto meglio, ma sapevo anche che il mio tipo di preparazione aveva un suo perché e presto sarei entrata in forma. Infatti i risultati che


tanto desideravo finalmente sono arrivati con una puntualità impeccabile: a partire dal secondo posto in Val di Sole, dove ho dovuto stringere i denti fino alla fine battendo in volata la mia compagna di nazionale, alla desiderata ‘maglia tricolore’ vinta a Roma. Ho poi centrato un bel quarto posto all’Europeo a Berna e conquistato un altro secondo posto in Coppa del Mondo ad Andorra. Insomma, ero pronta a preparare il Mondiale in Sudafrica motivata come non mai.» Quando si ottiene una medaglia iridata, molto spesso l’atleta ama dedicarla a qualcuno. E allora, per chi è questo argento? «I risultati di un’atleta non arrivano dal nulla: senza le persone giuste accanto è impensabile di riuscirci con le proprie forze, per quanto si possa essere determinati. Questa medaglia non va ad una persona sola, ma a tutta la mia famiglia che mi ha sostenuta e mi ha permesso di fare queste esperienze, ai miei allenatori che hanno curato la parte fisica, ma anche mentale, tecnica e meccanica, e alla mia squadra che ha reso la fatica più divertente.» Qual è la sua squadra? «La mia squadra per le gare nazionali è il Pila Bike ed è quella con cui quotidianamente mi alleno. Mentre è con il Biesse Carrera che vado alle prove internazionali, compresa la Coppa del Mondo, anche se a dire la verità l’organico non cambia, allenatore e meccanico mi seguono ovunque.» Vivere la MTB in Valle d’Aosta significa avere ottime palestre naturali nei mesi caldi, ma in inverno come cambia la sua preparazione? Pratica altri sport nella stagione fredda? «Sì, durante l’inverno mi preparo per la stagione successiva con sport alternativi, come sci di fondo, alpinismo, corsa e delle sedute di ginnastica. Ho fatto anche delle gare di Winter Thriatlon, vincendo il Campionato Italiano sia nel 2011 che nel 2012 e i Mondiali a Cogne lo scorso inverno.» Qualcuno segue la sua preparazione fisica? «Per la gestione degli allenamenti e l’alimentazione mi segue Fabio Agostinacchio, mentre per quanto concerne l’importante sezione della tecnica e della meccanica della bici se ne occupa Nicolas Jeantet.» Domanda tecnica: le ruote sono argomento di discussione tra i bikers: che ruote ha usato, 26, 27,5 o 29? «Dopo accurati test fatti nel 2011, ho deciso di correre con una 29. Per tenere la ruota più leggera e più performante, uso cerchi in carbonio Alchemist e tubolari. Con questo tipo di ruota mi trovo molto bene, dal momento che mi dà maggiore sicurezza in discesa. Per via del mio fisico minuto, necessito di un telaio ed un assetto totalmente su misura: le inclinazioni del telaio, l’escursione della forcella e l’attacco manubrio da meno 30 gradi, sono tutti particolari non lasciati al caso.» Il suo punto forte? «Sono sempre stata forte nelle salite lunghe e dure, perché riesco a tenere un ritmo regolare ma alto. Nel tecnico me la cavo, anche se c’è sempre da migliorare.» Il suo tallone d’Achille? «Ad inizio stagione temevo i salti, perché

erano una cosa nuova per me. Perciò in preparazione al Mondiale, mi sono allenata a farli e ora sono finalmente migliorata. Un altro problema sono gli scatti, preferisco tenere il mio ritmo e non dipendere dagli attacchi delle altre, ma a forza di farli ora riesco a patirli meno.» Quanti km percorre durante l’anno e in che percentuale tra MTB e bici da strada? «La bici da strada la uso davvero poco, i 6.000 km all’anno li faccio per il 98% sulla mia MTB. Amo il mio sport proprio per i percorsi alternativi: è molto più divertente e ‘adrenalinico’ rispetto alla strada.» Eva Lechner è un po’ l’erede di Paola Pezzo. Emilie Collomb sarà l’erede di Eva? «Sarebbe davvero un onore, ma la strada dello sport è dura e imprevedibile. Certo è che ce la metterò tutta.» Qual è il suo sogno nel cassetto? «Credo che a livello agonistico, il più bel traguardo per ogni atleta sia quello di partecipare alle Olimpiadi, o meglio, di vincerle. Stando però con i piedi per terra, il mio sogno più terrestre è quello di riuscire in quello che faccio e soprattutto di esserne felice.» Che cosa fa nella vita oltre a pedalare? «Dedico praticamente tutto il tempo alla mia passione e allo studio: frequento il liceo Scientifico Tecnologico. Quando ho del tempo libero, non mi sembra quasi vero e ne approfitto per vedere i miei amici e rilassarmi.»


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GRANDI EVENTI pressofice@newspower.it

a cura di NEWSPOWER

MONDIALI UWCT

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12 min

TANTI PODI VESTITI DI TRICOLORE

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Nonostante la partecipazione degli azzurri fosse appena al di sopra del 10%, alla finale del Campionato del Mondo master e cicloamatori UCI disputata dal 19 al 22 settembre scorsi con un calendario fitto di impegni la bandiera italiana è svettata più alta di tutte per ben 7 volte nelle due specialità andate a medaglie, la cronometro e la gara su strada (con i percorsi mediofondo e granfondo), ma anche nell’esordiente test event della staffetta a squadre. Cuore pulsante della manifestazione, giunta quest’anno alla terza edizione e per la prima volta in Italia, è stato il Trentino con le location di Trento, la Valle dei Laghi ed il Monte Bondone. Le strade trentine per un lungo weekend sono così divenute fulcro mondiale per il popolo del ciclismo master, con una nutrita partecipazione confermata da 1.700 presenze di ciclisti provenienti da circa 40 Paesi in rappresentanza di 5 diversi continenti. Ma vediamo un po’ come sono andate le giornate di gara!


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ESORDIO VERDE, BIANCO E ROSSO PER LA TEAM RELAY Velocità e adrenalina pura sono state il succo della debuttante staffetta a squadre di giovedì 19 settembre. Lungo l’anello cittadino di 1,2 km assemblato nel centro storico di Trento si sono sfidate 11 compagini nazionali. Per i colori azzurri i team erano due, con Claudia Paolazzi, Silvano Janes, Gabriele Valentini, Daniele Bergamo (Italia 1) e quindi Alois Vigl, Valentina Mabritto, Stefano Nicoletti e Andrea Nicosia (Italia 2), seguiti poi dalle formazioni di Slovenia (2 squadre), Polonia, Norvegia e Australia (5 squadre). In apertura di gara una sfilata di campioni sul pavé trentino ha strappato uno scrosciare di applausi al passaggio di Aldo e Francesco Moser, Felice Gimondi, Marino Basso, Maurizio Fondriest e poi Alessandro Bertolini, Antonella Bellutti e i giovani Moreno ed Ignazio Moser. Nonostante una partenza “rallentata” per Italia 1 con la biker rivana Paolazzi, il gioco di squadra e la tenacia dei corridori in gara ha visto gli azzurri aumentare il ritmo giro dopo giro, recuperando in fretta posizioni preziose con un agguerrito Silvano Janes. In terza frazione è partito Gabriele Valentini per completare gli inseguimenti e agguantare la testa, consegnando a quel punto i 5 giri decisivi all’ultimo staffettista, Daniele Bergamo. Nel frattempo anche Italia 2 si è fatta sotto fino ad attestarsi alle spalle dei compagni e chiudendo così al secondo posto, davanti al team polacco di Natalie Jedrzejczyk, Artur Splawski, Franciszek Harbacewicz e Lechoslaw Michalak. Al motto di “chi ben comincia è a metà dell’opera” gli

italiani hanno quindi stappato le prime bottiglie di spumante in Piazza Duomo nella fresca serata inaugurale, con la affollata cerimonia ufficiale di apertura che ha visto inoltre la passerella delle nazioni con i propri atleti e le proprie bandiere, sulle note dell’inno di Mameli suonate dalla Banda Sociale di Cavedine. Trattandosi di un test event, per la staffetta a squadre non sono stati assegnati tuttavia titoli né maglie. LA CRONO FA SUL SERIO ED ASSEGNA I PRIMI 19 TITOLI IRIDATI Il day 2 della finale UWCT ha spostato l’attenzione del pubblico sul ring di 24 km di Cavedine, in Valle dei Laghi, con la prova a cronometro. Lungo un tracciato “anomalo” per questa specialità, fatto di continui cambi di ritmo, una discesa “super fast” ed una salita al


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12%, si sono messi alla prova oltre 500 sprinter a caccia delle prime medaglie iridate. Dalla “rampa di lancio” al traguardo finale i più veloci a stoppare il cronometro sono stati lo sloveno Matej Lovse e l’austriaca Doris Posch, ma le maglie a tinte arcobaleno nel complesso sono calate sulle spalle di 19 corridori portando lustro ad una dozzina di Paesi. Non si sono smentiti nemmeno i colori di casa, con il titolo vinto nella categoria 60-64 dall’altoatesino Alois Vigl. Gli emiliani Stefano Nicoletti e Massimiliano Grazia si sono poi attestati in 9a e 10a piazza nella classifica assoluta, risultato che è valso anche la medaglia d’argento nella categoria 45-49 proprio a Nicoletti.

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Lovse Matej medaglia d’oro nella crono uomini

«Il tracciato è stupendo – ha commentato a fine gara un Vigl che a stento tratteneva la soddisfazione – in particolare con quel tratto di salita in cui serve proprio tirare alla grande. Anche questa volta il tipico vento di queste parti ci ha messo del suo, ma le gambe stavano bene nonostante avessero subito una bella frollatura durante la staffetta.» Nel pomeriggio, mentre sul traguardo si susseguivano gli ultimi arrivi, si sono vissuti momenti di vera apnea sportiva con un continuo cambio degli uomini in vetta alla classifica, che alla fine si è giocata tra Slovenia, Svizzera e Danimarca. Il più abile a scalzare gli avversari si è dimostrato il velocista sloveno Lovse, che ha messo in fila lo svizzero Andreas Schweizer ed il giovane danese Martin Toft Madsen. Tra le veloci ruote rosa, entro le prime 50 posizioni si sono piazzate Claudia Paolazzi (33a), Cristina Coletti (43a) e Valentina Mabritto (48a).

CAMPIONI, CAMPIONI, CAMPIONI, CAMPIONI, CAMPIONI! In mille da tutto il pianeta hanno affollato la gara su strada della domenica, obiettivo l’oro mondiale e, a conti fatti, gli italiani hanno fatto gli onori di casa come meglio non si poteva. Chiara Ciuffini, Giuseppe Di Salvo, Antonio Borrelli, Silvano Janes e Nicolò Mu sono i nuovi campioni del mondo nelle rispettive categorie. La festa in cima al Monte Bondone e a Trento è stata memorabile. La partenza per tutti era di buon’ora in Piazza Duomo a Trento, all’ombra della cattedrale e della Torre Civica. Fin dall’inizio si sapeva sarebbe stata una giornata lunga, in cui le energie andavano dosate in maniera consapevole perché la salita Charly Gaul, quei 38 tornanti conclusivi alla media dell’8% di pendenza in quasi 18 km, non perdonano. «Non finiva più» diranno in tanti al termine di una scalata che non ha risparmiato nessuno, né coloro che correvano la Granfondo di 112 km e 2.974 m/dsl, tantomeno quelli sul Mediofondo di 60 km e 2.000 m/dsl. Per i primi 40 km si è gareggiato tutti insieme e al ritorno a Trento dopo il GPM di Palù di Giovo in Val di Cembra (patria dei Moser e di Simoni) i mediofondisti hanno attaccato l’erta del Monte Bondone dedicata al campione lussemburghese. «Durissima, direi una salita da mondiale della montagna, però quando arrivi in cima è fantastico.» Nicolò Mu, classe 1940, ha vinto a Trento il suo terzo titolo mondiale e ha chiuso la sua gara sul “corto” in 2 ore e 40 minuti scarsi, tenendosi dietro gente di sei o sette anni più giovane, oltre che tutti i suoi diretti sfidanti di categoria.


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Il percorso granfondo da Trento proseguiva in Valle dell’Adige fino ad Aldeno e Villa Lagarina, da dove si inerpicava verso il Lago di Cei. Davanti due atleti, il tedesco Hornetz e l’italiano Nicoletti, entrambi di categoria M45-49, che giungeranno così sul traguardo del Monte Bondone. Tuttavia, secondo le divisioni in fasce d’età e i tempi reali (real time start), la classifica assoluta maschile ha premiato alla fine lo svizzero Andreas Schweizer (M30-34), che con una media di quasi 32 km/h ha chiuso la sua gara in 3h 30’ 18”, seguito da Hornetz e dallo sloveno Lovse. Sia Schweizer che Hornetz hanno vestito poi la maglia di campione mondiale, così come Giuseppe Di I vincitori assoluti Gran Fondo Chiara Ciuffini e Andreas Schweizer foto NEWSPOWER CANON

Salvo, senza rivali nella M16-29, che alla fine ha dichiarato: «All’inizio della salita del Bondone eravamo un gruppetto di 15 e fino a 10 km dalla fine siamo rimasti tutti insieme. Da quel punto in avanti siamo scattati in tre e in fondo ho avuto la meglio io. Sono molto felice, è il primo mondiale della mia carriera.» E lo è stato anche per l’aquilana Chiara Ciuffini (F16-29), una vera furia in salita, che in fondo ha totalizzato anche il miglior tempo assoluto della femminile, l’unica a scendere sotto le 4 ore totali. «Sono felicissima – ha commentato la giovane abruzzese – anche perché in gara c’era molta pressione, stiamo comunque parlando di un campionato del mondo dove corri da sola per un unico obiettivo che è la maglia di campione.» Per Silvano Janes (M55-59), quello trentino era un Mondiale da vincere assolutamente, soprattutto perché in casa e quella indossata in cima al Bondone è stata la sua nona maglia iridata in carriera (7 di fuoristrada). «Devo dire che si percepiva di essere ad un mondiale vero – ha affermato Janes –, il livello dei concorrenti era super, c’erano corridori da ogni parte del mondo e il percorso era di altissimo profilo. Bisognava dimostrare di averne in corpo sulle salite e sulle discese, ma anche di saper fare un po’ di tattica, visto che in fondo si correva contro gli avversari della propria categoria.» Antonio Borrelli di Cava de’ Tirreni (SA) ha chiuso la gara sul percorso lungo con il quarto tempo assoluto e nella M40-44 ha dato oltre 3’ al secondo. «Credo che un percorso più bello di questo non si potesse disegnare: c’era la salita tosta, quella normale, la bella discesa, i tratti veloci in piano e un gran bel panorama. Voglio ringraziare la mia squadra e, ancora più importante, mia moglie Oksana che mi sta sempre molto vicino.» Alle cinque medaglie d’oro, eguagliate solamente dagli statunitensi, vanno aggiunti per l’Italia i secondi posti granfondo di Benedet (F16-29), D’Ascenzo (M40-44), Nicoletti (M45-49), Vigl (M60-64), e mediofondo di Felici (F45-49), più il bronzo di Lattanzi (M50-54) nel percorso più lungo. Totale 11 medaglie, vale a dire la nazione con il maggior quantitativo. Gli altri iridati di categoria sono stati gli statunitensi Perry, Sullivan, Cutts, Shea e Miller, le canadesi Jones e Vanier, la finlandese Pynnönen il belga Houben, lo svedese Karlsson, il tedesco Hornetz, lo svizzero Schweizer, il norvegese Raaen e l’australiana Lynn. Chiuso questo Campionato del Mondo – il prossimo sarà in Slovenia nel 2014 – Trento, il Monte Bondone e tutto lo staff organizzatore si concedono qualche settimana di pausa, non troppo comunque perché dal 18 al 20 luglio del prossimo anno sarà in strada una nuova edizione de La Leggendaria Charly Gaul – Trento Monte Bondone. Per chi vuol essere protagonista in Slovenia occorrerà qualificarsi e la gara trentina è l’unica italiana titolata. E con la testa possiamo già iniziare a pedalare…


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BIOMECCANICA INBICI

a cura di FABRIZIO FAGIOLI* Tempo di lettura

7 min

MOUNTAIN BIKE:

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L’ASSETTO BIOMECCANICO È IMPORTANTE? foto NEWSPOWER CANON

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Nell’ambiente mountain bikers non è raro sentire affermazioni del genere: «sulla bici mountain bike ci si muove molto spesso per cui l’assetto in sella ha poca importanza» . Una riflessione tecnica sulla validità o meno di tale affermazione deve anzitutto partire dalla distinzione delle diverse specialità che derivano dall’utilizzo di questa tipologia di bicicletta. La mountain bike, infatti, sinonimo di libertà si presta a diverse tipologie di utilizzo competitive e non competitive. Fra quelle competitive distinguiamo DH (Down Hill), XC (Cross Country), Marathon o GF (Granfondo). Le non competitive sono invece il FreeRide e l’Enduro o Trail, a cui si aggiungono con un utilizzo creativo o acrobatico le Street e le Dirt. Il Down Hill (DH), ovvero le discese fuori strada, prevede l’utilizzo di biciclette il cui obiettivo principale è quello di garantire stabilità e controllo nella guida alle alte velocità e su terreni sconnessi. La bicicletta per DH è perciò di solito pesante e robusta, impedalabile in salita, bi ammortizzata con notevole escursione ammortizzante. La posizione di sella e manubrio, perciò non devono consentire efficienza di pedalata ma bensì bilanciamento del peso e controllo del mezzo. Il manubrio sarà perciò alto e la sella bassa; entrambe più arretrati rispetto ad una posizione da pedalatore. Il Cross Country (XC) è invece una specialità che fa riferimento a gare di MTB su circuito caratterizzato da salite e discese e da percorsi con diverse difficoltà tecniche da ripetere più volte; le distanze di solito variano dai 20 ai 40 km. Le mountain bike dedicate a questa specialità devono avere caratteristiche di leggerezza e maneggevolezza, sono di solito front sospende con escursioni limitate attorno agli 80-90 mm. L’assetto biomeccanico su questo tipologia di bicicletta deve consentire una buona resa in salita, ottenuta ottimizzando la posizione della sella in altezza e arretramento per garantire efficienza della pedalata su questo percorso, e un buon bilanciamento del peso e un buon controllo del mezzo per i tratti veloci o tecnici in discesa. Il Marathon o Granfondo (GF) in mountain bike identifica quelle gare con sviluppo che supera i 40 km, di solito in linea o in un unico giro con dislivelli di percorso anche importanti. Le caratteristiche del telaio e dell’assetto sono perciò simili a quelle della bicicletta da cross country con un equo bilanciamento fra esigenze di efficienza di pedalata e guidabilità del mezzo. L’Enduro o Trail è un’attività non competitiva che possiamo considerare in mezzo fra il Free Ride (divertimento su ogni percorso) e il Cross Country (prestazione su percorsi anche impegnativi sotto il profilo tecnico). Le mountain bike utilizzate sono in genere biammortizzate con escursioni frontali fino a 120 mm, con peso non esasperato in leggerezza e un assetto un poco più rivolto al comfort e alla maneggevolezza in discesa senza perdere di vista l’efficienza della pedalata. Queste bici sono predisposte alle lunghe escursioni dove il cronometro passa in secondo piano rispetto alla comodità. Il Free Ride, intesa come attività anche competitiva, identifica un utilizzo estremamente libero della mountain bike con un particolare occhio di riguardo al divertimento. Queste mountain bike sono di solito delle full sospende non con ampie escursioni anche superiori a 150 mm. Per quanto riguarda l’attività competitiva si sviluppa su percorsi brevi con gare a punteggio dato da

giuria sulla base del proprio stile. Il Dirt possiamo considerarlo un Free Ride effettuato su campi di terra battuta ed eventuali rampe di terra o legno con il principale obbiettivo di saltare. La mountain bike è una front sospende spesso con ruote da 24” e componentistica ridotta al minimo al fine di avere un mezzo robusto e affidabile anche in caso di atterraggi “di emergenza” (lanciando la bici). Escursioni anteriori attorno agli 80-110 mm tarati molto rigidi. La posizione della sella è poco importante mentre quella del manubrio diventa fondamentale per guidabilità e controllo. Lo Street consiste nell’uso di MTB pensate per evoluzioni emozionanti nell’ambiente urbano, usando le strutture artificiali come spunti dove eseguire manovre e tutto ciò che mette alla prova l’abilità del biker e che suggerisce la fantasia (es: salto di muretti, scale, manovre da trial ecc.). La bici è robusta e molto piccola, spesso senza cambio ed esclusivamente front molto agile con escursioni che vanno da 0 mm (trial) a 130 mm (drop), una sorta di incrocio tra BMX e mountain bike (per l’esattezza con telaio tipo mountain bike, ma “impostazione” da BMX). Su queste biciclette va esclusivamente calibrata la pozione del manubrio e delle relative impugnature. MTB

SPECIALITÀ

Assetto Guidabilità del mezzo

Stabilità e Controllo

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Posizione Manubrio **

Bilanciamento Pesi ***

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**

***

**

**

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** ** *** ***

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Efficienza Pedalata Posizione sella

Down Hill Cross Country (XC) Marathon o Granfondo Enduro o Trail Free Ride Dirt Street

Tabella 1. Importanza delle regolazioni di telaio e componenti nelle varie specialità della mountain bike: - (non importante), * (poco importante), **(importante), * (molto importante)

Alla luce delle caratteristiche delle varie specialità del mondo della mountain bike confermiamo l’importanza delle regolazioni di telaio e componenti da affrontare su tre ambiti: a) il bilanciamento dei pesi al fine di ottimizzare “stabilità e controllo del mezzo”; b) la posizione della sella al fine di garantire “efficienza di pedalata”; c) la posizione del manubrio al fine di permettere la necessaria “guidabilità del mezzo”. In ogni specialità è auspicabile che sia il mezzo ad assecondare le caratteristiche e la morfologia del mountain biker e non il contrario. In ogni specialità della mountain bike il corretto assetto biomeccanico è non solo importante ma fondamentale per la prestazione o per raggiungere obiettivi anche non competitivi.

* LabVelò - Cesenatico (FC) - Velosystem® Bike Fitting Center


78 a cura di PIERO FISCHI

ORO ITALIANO RODMAN TEAM

LORETO VALENZA: VINCERE È UN’ABITUDINE

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ELENCO PRODOTTI 2013 SCENDO». LA PAROLA AL “SENATORE” VINCENTE DI ORO ITALIANO RODMAN TEAM: «PASSANO GLI ANNI, MA DAL PODIO NON

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Continuiamo il nostro viaggio tra i componenti di ORO Italiano-Rodman Team ed incontriamo Loreto Valenza, che possiamo definire uno dei “senatori” della squadra.

«Ho fatto tutta la trafila delle categorie federali: esordienti, allievi, juniores, fino ad arrivare nei dilettanti.»

Loreto, quando hai cominciato a correre in bicicletta? «Sono nato a Vallelunga, in provincia di Caltanissetta il 25 aprile del 1950 ed ho iniziato a 14 anni come cicloamatore.»

E le vittorie sono arrivate subito… «Sì, anche se ricordo con particolare affetto i tre Giri d’Italia che ho corso con i dilettanti: ero in squadra con Alfonso Dalpian, che poi è passato professionista con un certo Battaglin.»

Poi come si è evoluta la tua carriera ciclistica?

Hai corso con molti campioni, quali sono i nomi che ricordi maggiormente?

«In effetti ho ‘incrociato le ruote’ con tantissimi campioni: ricordo particolarmente Bianchini, Francesco Moser, Giuseppe Saronni, Gianbattista Baronchelli, ma anche Ceruti ed i due Algeri: Pietro e Vittorio.» Poi è iniziata una nuova “carriera”... «Sì, fino al 1980 ho corso come dilettante e dall’81 ho cominciato con i cicloamatori.» Dove hai corso in diverse squadre, fino ad arrivare in ORO Italiano-Rodman Team, dove porti un bagaglio di esperienza e di vittorie impressionanti? «In questa squadra mi trove bene perché in fondo siamo prima di tutto un gruppo di amici; le mie vittorie sono più di mille e visto che ho fatto in media 50-60 gare all’anno, posso ritenermi soddisfatto.» Da poco è arrivata la grande soddisfazione di un Campionato del Mondo. «Avevo già vinto il titolo italiano, ma il Mondiale è un’altra cosa; davvero una soddisfazione incredibile e quest’anno ho messo in bacheca anche un terzo posto al Campionato Europeo, corso a Cremona.» Come nasce il tuo capolavoro mondiale? «Sono andato in fuga da solo alla partenza per circa sessanta chilometri, poi sono rientrati su di me due corridori, con i quali siamo andati d’accordo fino ai 500 metri finali. Poi, come si dice in gergo, ho dato la ‘botta’ e sono arrivato da solo a braccia alzate.» Possiamo proprio dire che la vittoria non abbia età e che sia sempre dietro l’angolo. «Spero di prendermi ancora delle soddisfazioni e di continuare su alti livelli, per ottenere il massimo da me stesso e anche per far felice il mio team.»

Loreto Valenza Oro Italiano Rodman Team


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PEDALANDO FRA CERVIA E TOUMOUMBA

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6 min

a cura di ALESSANDRO PERLINI

PARTIRÀ IL PROSSIMO MESE DI APRILE L’ULTIMA MISSIONE DELL’ASSOCIAZIONE UMANITARIA ONLUS “GENTE D’AFRICA”. L’IDEATORE MAURO FOLI: «POTEVAMO SCEGLIERE IL PERCORSO PIÙ SICURO E, INVECE, ABBIAMO OPTATO PER QUELLO PIÙ SUGGESTIVO»

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Una chiacchierata, un miscuglio di passioni e subito si è generato un evento che spigola tra due diversi continenti: è il caso di “Pedalando fra Cervia e Toumoumba”, iniziativa legata all’Associazione Umanitaria Onlus “Gente D’Africa” che partirà il prossimo mese di aprile e vedrà protagonisti un ciclista, Giovanni Menchi, e una squadra che lo seguirà per raccogliere foto, esperienze e testimonianze da Cervia fino al villaggio di Toumoumba, in Mali, la cui scuola è gemellata da qualche anno con le elementari di Cervia-Milano Marittima.

Mauro Foli, ideatore dell’iniziativa e membro del team che si metterà in viaggio, racconta i momenti di preparazione senza nascondere il suo entusiasmo: «L’idea del progetto nasce dall’idea di Giovanni per una lunga pedalata dal nord al sud d’Italia, che avrebbe forse generato poco interesse. Dopo averne discusso insieme, abbiamo deciso di partire da Cervia, arrivare fino a Roma e, da lì, prendere un aereo per Dakar, città dalla quale raggiungeremo il villaggio di Toumoumba,

lui pedalando e noi seguendolo con un fuoristrada». Si tratta di un percorso molto difficile, attraversando il quale potrebbero incontrare più di un ostacolo: «Non abbiamo scelto la strada migliore – afferma Foli – ma quella più scenografica, che corre lungo il fiume Niger. Una via, insomma, che ci potesse permettere di raccogliere più materiale e che abbiamo già percorso più volte, nonostante gli intoppi: anni fa siamo stati addirittura rapinati e tenuti sotto controllo, con i fucili puntati contro, per ore. Per quanto riguarda la raccolta fondi che vogliamo accostare al progetto, gli sponsor che ci forniscono il materiale ci verrano in aiuto con una cifra scelta da loro, senza obblighi, e chiunque da casa potrà sostenere il tutto con un contributo all’Onlus: in questo modo si aiuteranno tutti i progetti legati al villaggio di Toumoumba e a quelli vicini». La passione di Mauro Foli per l’Africa nasce negli anni della sua giovinezza, molto prima di queste missioni umanitarie: «Penso alle vecchie Parigi-Dakar e mi ricordo di quando guardavo questi territori in televisione; poi, quando ero piccolo, mio padre mi portava con sé sui pescherecci di famiglia, quindi ho sempre attraversato il mare: le dune di quei deserti sembravano davvero


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Pedalando fra Cervia e Toumoumba, quindi, parte con tutti gli auspici di una grande missione dove l’aiuto al prossimo si fonde con la scoperta di bellezze e culture a molti sconosciute: «Durante il nostro prossimo viaggio, grazie alla velocità ridotta di questa lunga pedalata, avremo la possibilità di scattare parecchie fotografie, anche grazie a un sistema di macchine legate ad aquiloni che ho studiato quando, durante un viaggio in uno scavo archeologico, ho dovuto scattare delle foto dall’alto per ottenere i permessi di acceso agli scavi».

Giovanni Menchi: «Prima le moto, poi l’equitazione. E oggi il Continente Nero»

distese grandi come il mare e ho sentito il bisogno di esplorarle. Solo in seguito, grazie a degli amici, mi sono davvero legato al luogo. All’inizio aiutavo in forma privata con piccole cose poi, un giorno, ho scoperto un’ambulanza abbandonata in una concessionaria e ci siamo mossi per farla arrivare in Africa, dove ne avevano un grande bisogno. Inizialmente era difficile anche solo aiutare con una scatola di aspirina, adesso può capitare che siamo in sovrabbondanza di aiuto e spediamo il materiale ricevuto anche in luoghi differenti da quelli delle nostre missioni umanitarie». Così come questa pedalata, anche gli altri progetti ai quali Foli ha preso parte sono stati tutti all’insegna delle difficoltà, pur rivelandosi sempre come sfide di grande fascino: «Oggi è diventato tutto più complicato a causa della crisi della primavera araba. Prima, per portare un’ambulanza, bastavano tre fuoristrada: una volta raggiunta Tunisi bisognava percorrere tra i tre e i cinquemila chilometri, con tratti di strada tra le dune e le sabbie mobili dove bisognava essere completamente indipendenti per carburante, cibo e acqua anche per tratti di 1.300 chilometri, con l’ambulanza, da me modificata per i terreni del luogo, che rischiava di fermarsi ogni dieci minuti a causa del troppo carico. È una vera avventura, non si sa mai quello che può succedere».

Giovanni Menchi, atleta che ha partecipato alle olimpiadi di Atene nel 2004 come esponente italiano per la disciplina di Concorso Completo di Equitazione, è il giovane ciclista protagonista di questa avventura africana. «La passione per la bicicletta, che poi è un riflesso della mia passione per le moto, è nata diversi anni fa: utilizzavo la bici come strumento per potenziare le gambe e tenermi in forma per lo sport che praticavo agonisticamente, l’equitazione, dove è importante sviluppare gli arti inferiori e mantenere una certa linea. Si può dire che sono appassionato dei mezzi a due ruote in generale». È difficile, per l’atleta, pensare a cosa lo attenderà nel suo viaggio di oltre mille chilometri: «Per ora sto continuando la mia preparazione con tratti di 50-60 chilometri per tre o quattro volte alla settimana e aumenterò i miei allenamenti da gennaio in avanti. È la prima volta che vado in Africa in bicicletta, in precedenza avevo attraversato i deserti di Tunisia, Algeria e Marocco in sella alla moto. La pedalata si svolgerà in un periodo dell’anno dove la temperatura sarà alta e i venti si saranno calmati, in modo tale da rendere possibile pedalare senza essere travolti dalla sabbia». Per Menchi, abituato ai ritmi e agli obiettivi delle gare, è comunque una sfida tutta nuova: «Io, di mio, sento sempre il bisogno di rinnovare delle sfide. Prima lo facevo con l’equitazione, puntando alla vittoria nelle gare, e ora posso prefissarmi degli obiettivi anche con questo mio hobby, unendomi nel contempo a quest’opera di beneficenza».


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TESERO-PASSO PAMPEAGO a cura di NEWSPOWER

LA LEGGE DEI GRIMPEUR

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Per il secondo anno consecutivo si è disputata, lo scorso 15 settembre, la cronoscalata Trofeo Passo Pampeago e gli specialisti delle salite hanno potuto godere di un evento assolutamente unico. Il menu prevedeva 10,5 km di gara e 1.019 metri di dislivello, il tutto spalmato lungo un’ascesa la cui inclinazione

arrivava a toccare il 16% e dove si sentiva ancora profumo di Giro d’Italia, Tour de Pologne e Marcialonga Cycling Craft. Sul primo gradino del podio sono saliti il trentino di casa Jarno Varesco e l’altoatesina Claudia Wegmann, entrambi scattati dal centro di Tesero con il coltello tra i denti, decisi a far proprio anche l’Up Hill Challenge, il trittico che, oltre al Trofeo Passo Pampeago, comprendeva anche la Volano-Monte Finonchio e la Extreme Race Punta Veleno. Il corridore dell’Arcobaleno Carraro Team ha fatto gara su Paolo Decarli, sulla carta il suo rivale più accreditato, il quale è scattato 1’ 30” prima di lui. Sulle rampe che da Pampeago salivano fino al Passo, Varesco ha inserito il turbo, negli ultimi 200 metri l’ha raggiunto e infine sorpassato quando l’arco d’arrivo era oramai in vista. «Sono contentissimo per questa vittoria – ha detto Varesco all’arrivo – quando abbiamo avuto l’idea di proporre questa gara con l’US Litegosa (il gruppo organizzatore del paese di Panchià, in Val di Fiemme, ndr) c’è stato molto entusiasmo e molta partecipazione. Ringrazio amici e avversari che hanno voluto partecipare, sperando che questo evento cresca sempre di più. Ho corso la Punta Veleno ed è stata una bella fatica, ormai a fine stagione si raschia il barile con quello che rimane». Dal canto suo, Paolo Decarli sapeva bene che in salita Varesco sarebbe stato un osso duro, ma è apparso assolutamente soddisfatto del secondo posto sul Passo Pampeago. Sul podio ha coronato un sogno anche Enzo Partel che nella sua Val di Fiemme ha preparato a puntino (insieme a Varesco) questa cronoscalata, staccato di 1’ 15” da Decarli. Anche Matteo Giovannini e Gabriele Depaul hanno potuto gioire alla fine, anche se immediatamente fuori dal podio. La gara femminile è stata un assolo della brava scalatrice di San Genesio, in provincia di Bolzano. Come Varesco, la Wegmann è partita subito fortissimo ed ha saputo mantenere il ritmo fin sulle ultime rampe. «Non mi aspettavo onestamente questa affermazione – ha ammesso la Wegmann alla fine – perché ho visto che erano iscritte anche altre atlete molto quotate; è andata benissimo, ho preso il mio ritmo e ce l’ho fatta, sono felicissima. Solitamente faccio solo cronoscalate, in questa stagione sono arrivata seconda al Giro delle Dolomiti e in Val Sarentino al GP Passo Pennes, e poi ho vinto la Punta Veleno e anche la Monte Finonchio». Pertanto, alla

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L’IDOLO DI CASA JARNO VARESCO E L’ALTOATESINA CLAUDIA WEGMANN S’IMPONGONO NELLA CRONOSCALATA DEL TRENTINO. VA COSÌ IN ARCHIVIO LA 2ª EDIZIONE DI UNA CORSA CHE PER IL FUTURO PROMETTE GRANDI COSE

fine, così come Varesco, anche la Wegmann si è portata a casa l’Up Hill Challenge. Secondo tempo femminile, ma in un’altra categoria, di Elisa Zamboni per la quale il podio sembra… un vizio di famiglia, visto che ricalca le orme del fratello Andrea. Terzo tempo della gara rosa è quello di Annalisa Adami. Al via si è rivista anche Serena Gazzini, mamma da pochissimo e che, tra una poppata e un pannolino, non ha resistito all’invito della cronoscalata Trofeo Passo Pampeago. L’organizzazione della US Litegosa si è meritata i complimenti dei concorrenti, e il presidente Dario Bellante già pensa alla prossima edizione, con la “benedizione” di Ski Center Latemar, carosello assai caro agli amanti della neve. Nota finale: dopo aver preparato il tutto ed “istruito” i suoi collaboratori e volontari, Bellante ha indossato pantaloncini e maglietta cimentandosi nella M4, dove è finito 8°: «È andata benissimo – ci ha detto al traguardo – siamo soddisfatti, il tempo ha tenuto, tutti ci hanno fatto i complimenti per l’organizzazione. Grazie ancora a tutti e ci vediamo l’anno prossimo.»


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INBICI PER IL MONDO info@inbici.net

a cura di ANNA BUDINI

«CORRETE CON ME PER AIUTARE L’AFRICA»

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L’ULTIMA IMPRESA DI ANDREA DI GIORGIO: «UNA PERFORMANCE SPORTIVA AL LIMITE DELLE POSSIBILITÀ UMANE PER CONTRIBUIRE ALLA CAMPAGNA DI AMREF CONTRO LA MORTALITÀ DELLE MAMME AFRICANE»

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Andrea “Pelo” di Giorgio, classe 1967, nato e residente a Cervia. Segni particolari: nessun limite e un cuore grande. È la carta d’identità di questo incredibile venditore di auto, appassionato di fotografia e bulldog inglesi, con una predilezione per gli sport estremi, quelli dove il fisico non basta perché, per arrivare alla meta, serve soprattutto la mente ferma di un giocatore di scacchi.

Emozioni da custodire e da condividere con gli altri: «Scrivere, parlare, sviscerare i vari aspetti di questo modo di essere, sapendo di poter trasmettere le mie emozioni mi regala una gioia immensa. È un modo anche per riordinare i tuoi pensieri, per immortalare gli attimi, per ripeterti che ciò che conta non è mai il risultato, ma l’impegno che ci hai messo».

Ama definirsi un “collezionista di emozioni”, uno che – al di là dei bicipiti e di due polmoni come lavatrici – ragiona in primis con il cuore: «La sensazione di poter oltrepassare tutte le barriere – spiega – cancellando i confini mentali, è qualcosa di veramente grande. Sapere di poter accettare qualsiasi sfida senza paura mi regala sensazioni uniche. Non è delirio di onnipotenza, ma consapevolezza delle sconfinate potenzialità della nostra mente. A volte ci si concentra sul corpo, ma ciò che un fisico può fare quando è gestito da una mente forte è davvero sorprendente. Questo si cela dietro al mio essere atleta ‘trasversale’, capace di passare – sempre con buoni risultati – da un’ultramaratona di 200 km ad un 10.000 metri, da un triathlon sprint ad un ultratriathlon. La spiegazione medica è l’elasticità muscolare ed un recupero fisico sorprendente, ma il segreto, lo ripeto, risiede soprattutto nella mente».

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I ILIANO CONT

Una missione quasi antropologica quella di Andrea, impreziosita da una finalità benefica: dare un supporto alla causa dell’Amref: «Aiutare chi è in difficoltà – ripete come un mantra – riempie il cuore. Ed un cuore che sta bene si rinforza e migliora la vita. Tutto è nato al ritorno da un mio primo viaggio sportivo in Africa. Sebbene non sia stato a contatto con la povertà più estrema, mi sono reso conto della distanza siderale fra il nostro ed il loro vivere. La prima immagine che mi si è fissata nella mente, entrando nella capitale della Mauritania, è quella del bestiame da pascolo sull’uscio di una baracca. Gli occhi dei bambini, le condizioni della loro vita in strada, quei giochi frugali disegnati dalla loro fantasia. La dignità di quel popolo mi è entrata dentro e mi ha quasi rapito. A quel punto, ho avvertito, irresistibile, l’impulso di fare qualcosa. E Amref mi ha accolto a braccia aperte anche quando, agli inizi, quello che facevo era veramente poco. Chiari e trasparenti su tutto, sul come e dove vengono destinati i fondi, Amref mi ha subito convinto per quella filosofia, giusta, che vede l’impiego del 98% di popolazione africana nelle loro missioni e un lavoro incentrato sul far crescere l’Africa rispettando la cultura delle origini e non imponendo quella occidentale. Mi dico sempre


foto MASSIMILIANO CONTI foto MASSIMILIANO CONTI

che sarò contento quando le persone africane sceglieranno l’Italia come meta di vacanza e non come lotteria in alternativa ad una vita disperata».

Sport e beneficenza è un connubio vincente. E “Pelo” Di Giorgio ha colto l’opportunità al volo: «Cerco di sfruttare quel po’ di popolarità sportiva acquisita nel tempo e quel riuscire a trasmettere concetti ed emozioni. ‘Doppio Ultratriathlon... Cuore africano’ mette insieme due sfide personali (17 agosto NoveColli Ultratriathlon / 19 settembre Varano Lake Triathlon Xtreme) sulla lunga distanza che mi sono prefissato. La campagna, presente sul sito www.retedeldono.it, stila una somma dei km (893) che cercherò di percorrere, in questi due appuntamenti (nuoto, bici e corsa) dividendoli con un ambizioso obiettivo sotto l’egida di Amref Italia Onlus. Il messaggio è quello di aiutarmi nel portare a termine la mia sfida, donando 1 km dal valore di € 3,36. È una cifra piccola (visto anche il difficile periodo economico che stiamo attraversando) a cui tutti possono contribuire tenendo sempre presente che ciò che in Italia può sembrare, ormai, poca cosa in Africa può cambiare la vita».

foto MASSIMILIANO CONTI

E da queste nobili riflessioni è nato l’ultimo progetto: Cuore Africano: «È una mia campagna personale a sostegno di StandUp For African Mothers, una campagna istituzionale di Amref che si prefigge di raccogliere fondi per contrastare la grande mortalità delle mamme africane nel periodo pre e post parto. Un aiuto alla vita e al futuro: circa 162.000 mamme all’anno perdono infatti la vita in Africa per mancanza di cure o vaccini».


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CAFÈ LIDÒ a cura di ANDREA AGOSTINI

A CESENATICO LA MAGLIA ROSA DEI RISTORANTI È SUL PORTO LEONARDESCO IL REGNO DEI CICLISTI-GOURMET

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A Cesenatico, si sa, la passione per il ciclismo è nel genoma dei suoi abitanti. Nove Colli, Marco Pantani, il gruppo cicloturistico Fausto Coppi, già centro di avviamento al ciclismo CONI dal 1982. Ma anche esercenti che, tra una portata e un’altra, “scappano” davanti alla TV per vedere chi si aggiudica la tappa del Giro o del Tour de France. La notizia di questa grande passione deve essere arrivata “in gruppo” perché molti protagonisti del mondo delle due ruote spesso fanno tappa proprio nella cittadina rivierasca per gustarsi una cenetta a base di pesce, di quello buono. Ed una delle mete predilette da atleti e addetti ai lavori è il ristorante Cafè Lidò gestito da Corrado Zennaro e dalla moglie Loretta con l’impareggiabile supporto del cameriere Dorian. Le loro crudità sono infatti finite, a più riprese, nelle celebri e delicate pance di ciclisti di primissimo piano come Ivan Basso, Filippo Pozzato, Stefano Garzelli, Luca Paolini, Massimo Apollonio, senza dimenticare fedelissimi frequentatori di casa come Manuel Belletti, Matteo Montaguti e Alan Marangoni. O direttori sportivi del calibro del “belga” Valerio Piva o del milanese Claudio Cozzi che hanno approfittato di corse come la Coppi&Bartali, per andare a degustare le raffinate prelibatezze di “casa” Zennaro. In realtà Corrado non è solo un appassionato di ciclismo, è anche il padre di uno dei dilettanti più promettenti di Cesenatico, Mattia, che in questi ultimi due anni ha

“traslocato” in una regione a forte vocazione ciclistica come la Toscana per fare il “salto di qualità” necessario per provare a raggiungere la massima categoria. Un ristorante che addirittura ha scelto un giorno della settimana per dedicare al mondo delle due ruote un menù “ciclistico” che ha portato a Cesenatico numerosi gruppi di ciclisti dell’entroterra e non solo. «La passione è nata proprio grazie al fatto che seguo da anni uno dei miei due figli che corre in bicicletta» dice Corrado Zennaro «e da tutti i campioni di questo sport che grazie a Pino Buda (storico patron della Sidermec di Santangelo di Gatteo – da 35 anni sponsor di squadre professionistiche) sono venuti negli anni a trovarmi e poi, devo dire, sempre ritornati volentieri. Senza dimenticare le gesta di Marco Pantani che ha incollato tutta Italia e soprattutto la nostra Cesenatico davanti allo schermo. Una delle più grandi soddisfazioni, comunque, è vedere come tutti questi ragazzi siano diventati nel tempo non solo clienti, ma soprattutto amici». Insomma se vi capita di passare dalla cittadina con il porto Leonardesco, non mancate di andare alla ricerca del Cafè Lidò, sul canale dalla parte di ponente. Non rimarrete delusi e il giorno dopo potrete allenarvi tranquillamente nonostante una scorpacciata di crudità.


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88 foto PLAYFULL NIKON

GRANFONDO DELLE CINQUE TERRE

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GIUSEPPE DI SALVO, UN SILURO TRA I TORNANTI VA AL PALERMITANO LA VITTORIA DELLA 19ª EDIZIONE DELLA GRANFONDO. TRA LE DONNE BRINDA LA SPEZZINA DANIELA PASSALACQUA. L’EDIZIONE, INTITOLATA AL COMPIANTO UGO BALATTI, VA IN ARCHIVIO CON UN GRANDE SUCCESSO

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Deiva Marina (SP)- È stato il palermitano Giuseppe Di Salvo, in forze alla formazione versiliese del Velo Club Maggi 1906, a vincere la 19ª edizione della Granfondo delle Cinque Terre e della Riviera Spezzina, che ha preso il via domenica 8 settembre dal lungomare deivese. Poco meno di un migliaio i ciclisti iscritti alla manifestazione spezzina, dei quali oltre 850 hanno scelto di prendere regolarmente il via, dividendosi sui due percorsi proposti dagli uomini della Ciclistica Deivese, la società presieduta da Massimo Nunziati e diretta da Franco Belloglio, che ha diligentemente organizzato la rassegna. Erano 158 i chilometri

del percorso di granfondo (88 erano quelli della mediofondo). Una festa iniziata già il venerdì sera quando la proloco deivese ha organizzato la 2ª edizione di Miss Granfondo delle Cinque Terre. Una serata gradevolissima durante la quale sono state elette le due miss che domenica hanno presenziato alla cerimonia di premiazione. Il sabato mattina è stato dedicato al ricordo del compianto Ugo Balatti, noto granfondista mancato lo scorso febbraio, grande amico degli organizzatori. Alle ore 11.30 una sessantina di fedeli si sono incontrati nella chiesa di Deiva Marina per la messa di suffragio celebrata da Don Agostino, il parroco ciclista, che dirige la struttura lecchese Casa Don Guanella, della quale Balatti era un grande affezionato. Don Agostino, con i suoi ragazzi, ha preso regolarmente il via domenica mattina per affrontare il percorso di mediofondo. Il sabato pomeriggio si è svolta la tradizionale gimkana riser-

vata ai più piccini, mentre i più grandi, dopo avere espletato le procedure di ritiro dei pettorali e del pacco gadget, si sono rilassati sulle spiagge deivesi. Domenica, sotto un cielo coperto da alcune nuvole minacciose, ha preso il via questa 19ª edizione. Il gruppo parte subito di gran carriera e, al termine della prima salita, a fare l’andatura ci sono una ventina di elementi. Il battistrada resta unito fino allo scollinamento del Passo Termine, dove la discesa origina la prima fuga di giornata. Si avvantaggiano il palermitano Giuseppe Di Salvo e il toscano Giacono Sansoni, mentre alle loro spalle il gruppo di inseguitori si allunga. A Padivarma il bivio dei percorsi. La situazione sulla mediofondo vede avvantaggiarsi tre corridori, che vengono però raggiunti da cinque inseguitori allo scollinamento del Passo del Bracco. All’ottetto non resta che risolvere la corsa in volata. Il più veloce è il monregalese Leonardo Viglione, portacolori del team UCSA, che precede il lucchese Simone Orsucci e il valdostano Mattia Luboz. Intanto sul percorso di granfondo la situazione vede in testa la coppia Di Salvo-Sansoni, accompagnati, senza il minimo beneficio per loro, dal professionista locale Pierpaolo De Negri, ospite della manifestazione, che si mette in coda ai fuggitivi senza mai dar loro nemmeno un cambio (così come il bon ton impone). Alle loro spalle il gruppo degli inseguitori annovera tre atleti: il biellese Andrea Paluan, il siciliano Gianluca Mirenda (compagno di squadra di Di Salvo) e il ligure Lorenzo Ferrari. La situazione stagna fino a metà dell’ultima salita, foto PLAYFULL NIKON


quando Di Salvo aumenta l’andatura in progressione, alla quale il compagno di fuga Sansoni non riesce a replicare. Il siciliano giunge così al traguardo indisturbato con un margine di sei minuti su uno stoico Sansoni. Intanto nelle retrovie si lotta per il terzo posto: Paluan accelera, alla sua ruota si mette Mirenda per proteggere il compagno, mentre Ferrari perde contatto. All’arrivo è Paluan ad imporsi su Mirenda e cogliere il terzo gradino del podio. Tra le donne della granfondo la vittoria va alla spezzina Daniela Passalacqua, in casacca Promo Ciclo Images, che vince a braccia alzate con due minuti di margine sulla toscana Francesca Martinelli. Terza piazza per la reggiana Vincenza Fumarola. Sulla mediofondo dominio rosa per la parmense Ilaria Lombardo, che ha difeso i colori del Cral Vigili del Fuoco Genova. Secondo gradino del podio per Michela Bergozza e terzo per Cristina Coletti. Tra le società la vittoria è andata proprio ai Vigili del Fuoco Genova, che hanno preceduto i valdostani del GS Aquile e il Racing Team La Bici. Un’edizione tutta speciale quella di questo 2013, completamente dedicata all’amico Ugo Balatti, al quale è stato dedicato anche un premio speciale. Un ricordo ai primi tre classificati della categoria Supergentlemen A (quella di Balatti) e un trofeo speciale per il primo classificato della categoria al GPM, che è andato al ligure Luigi Basso. La gara valeva anche come prova unica di Coppa del Mondo di Granfondo ACSI. La manifestazione si è chiusa per tutti con le gambe sotto al tavolo di un pasta party tutto particolare. È vanto della manifestazione, infatti, poter offrire ai suoi partecipanti il pasta party in riva al mare di Deiva Marina. Grande novità di quest’anno è stata l’uscita di scena del tipico Bagnun a favore di un ottimo fritto misto di pesce. Questo cambiamento ha segnato un alto gradimento da parte dei ciclisti e un totale azzeramento degli sprechi. «È stata un’edizione veramente speciale – spiega il presidente Massimo Nunziati – segnata completamente dalla nostra volontà di ricordare Ugo Balatti, nostro grande amico.

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Siamo rimasti soddisfatti della partecipazione e soprattutto del meteo che ha tenuto per tutta la giornata senza creare alcun problema. Siamo rimasti anche contenti della scelta operata con il pasta party che ci ha evitato i troppi sprechi delle precedenti edizioni. Ora smontiamo le transenne e da domani cominceremo già a pensare alla prossima edizione» Con la Granfondo delle Cinque Terre si chiude il circuito UNESCO Cycling Tour, mentre giunge al giro di boa il Gran Premio Mar&Monti, che dà l’appuntamento ad Albenga (SV) il 29 settembre. Maggiori informazioni: http://www.granfondo5terre.com/ CLASSIFICHE Granfondo Maschile 1° Giuseppe Di Salvo (Velo Club Maggi 1906 ASD); 04:40:32; 32,15 km/h 2° Giacomo Sansoni (ASD Sansoni Team); 04:46:29; 30,2 km/h 3° Andrea Paluan (Team Carimate Kuota)

Granfondo Femminile foto PLAYFULL NIKON

1a Daniela Passalacqua (Promo Ciclo Images ASD); 05:39:58; 26,68 km/h 2a Francesca Martinelli (Velo Club Maggi 1906 ASD); 05:41:03; 26,53 km/h 3a Vincenza Fumarola (ASD Royal Team)

Mediofondo Maschile

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1° Leonardo Viglione (ASD Team Ucsa); 02:28:12; 29,5 km/h 2° Simone Orsucci (Ciclo Team San Ginese); 02:28:13; 29,53 km/h 3° Mattia Luboz (Cicli Benato)

Mediofondo Femminile 1a Ilaria Lombardo (ASD Cral Vigili Del Fuoco Genova); 02:41:06; 29 km/h 2a Michela Giuseppina Bergozza (Hot Wheels Team ASD); 02:53:10; 26,29 km/h 3a Cristina Coletti (ASD Filippelli Vecchia Parma)

Società 1a AS Cral Vigili del Fuoco Genova (17 partiti) 2a GS Aquile (13) 3a Racing Team La Bici (11)


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TOH, C’È ADAMO IN BICICLETTA

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IL FENOMENO DEI NAKED BIKE RIDE – IL CICLONUDISMO SUI PEDALI – INVADE IL PIANETA. L’OBIETTIVO È DIRE NO ALL’INQUINAMENTO E CELEBRARE LA BICICLETTA COME MEZZO SOSTENIBILE

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foto 2011 AFP

Si chiamano Naked Bike Ride e sono manifestazioni che si tengono in varie città del mondo dove i ciclisti – nudisti – pedalano rigorosamente svestiti per dire no all’inquinamento, alla dipendenza dall’automobile e celebrare l’utilizzo della bicicletta come mezzo sostenibile. Pedalare nudi è un modo anche per sottolineare, idealmente, la vulnerabilità dei ciclista sulla strada in un mondo dominato dalle automobili. La nudità non è tuttavia una condizione imposta. Chi decide di partecipare è libero di scegliere quanto svestirsi ed eventualmente come decorare il proprio corpo. Inoltre possono unirsi alla manifestazione non solo i ciclisti ma anche persone sullo skate, pattini, rollerblade basta che si tratti di veicoli non motorizzati e ad emissione zero. I raduni di Naked Bike Ride, dapprima un fenomeno prettamente americano, si stanno diffondendo a macchia d’olio in tutti gli angoli del pianeta, Italia compresa. Nel giugno 2012, infatti, i ciclo-nudisti hanno invaso le strade di Torino.


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PAGINE GIALLE info@inbici.net

a cura di MARIO PUGLIESE

MONT VENTOUX, IL MASSACRO SUPERFLUO

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NELLE CRONACHE DEL TOUR DEL 1958 IL RACCONTO APOCALITTICO DI UNA DELLE TAPPE PIÙ INFERNALI DELLA STORIA DELLA GRAND BOUCLE. NELL’ALBO D’ORO UN PICCOLO LUSSEMBURGHESE DESTINATO A DIVENTARE UNA LEGGENDA: CHARLY GAUL

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«Se gli antichi avessero conosciuto la bicicletta, avrebbero potuto benissimo sostituire la ‘galera’ con la cronoscalata al Mont Ventoux: la punizione sarebbe stata pari, se non superiore». Inizia così l’articolo di prima pagina firmato da Marcel Gody sulla copertina del 14 luglio 1958 di “Ogni Sport” (prezzo 30 lire). Nel suo commento, dal titolo “Massacro superfluo”, l’inviato descrive, con toni apocalittici, una delle asperità alpine più temute dai ciclisti di ogni epoca. Per domare il “Gigante Calvo”, come lo chiamano i francesi, servono gambe come pistoni ed una vaga propensione al martirio. Sulle sue ascese, che nel cuore della Provenza s’impennano fino al 20%, nel 2000 un certo Marco Pantani firmò una delle sue imprese memorabili. Ma esattamente 42 anni prima, quando le strade erano ancora sterrate e le biciclette pesavano come lavatrici, un minuscolo grimpeur del Lussemburgo di nome Charly Gaul si rivelò al mondo con una vittoria rimasta nella storia.

La cronoscalata di quel 45° Tour de France, che Gaul avrebbe stravinto davanti al nostro Vito Favero e al francese Rapahel Géminiani, rappresenta uno degli affreschi più significativi della storia del ciclismo, lo sport per definizione consacrato alla fatica, allo sforzo che diventa calvario, al sudore che si mischia col sangue. Quella torrida domenica di luglio, davanti ai ciclisti stremati dalla fatica, più di un osservatore si domandò: ma che senso ha questo castigo? Per questo il giornalista Gody parlò di “massacro superfluo”. «In un giro che consta di 24 tappe consecutive – scriveva l’inviato di “Ogni Sport” – con tre massicci alpini da scalare, tre tappe a cronometro e neppure un giorno di riposo, non era assolutamente necessario sistemare un traguardo a cronometro in vetta alla più aspra delle cime». Quella tappa, infatti, che pure non originò distacchi siderali, si rivelò decisiva per l’assegnazione della Gran Boucle. Lo stesso Gody, nel suo


corsivo, profetizzò: «I corridori, che domani mattina saranno ancora sui pedali, non possono non portarsi sulle gambe gli effetti del Mont Ventoux, quella erta e brulla montagna che già vide crollare assi come Ferdi Kubler e lo stesso Charly Gaul, oltre che luminose promesse quali il francese Mallejac. Il volto degli atleti che si inerpicavano su per il ripido sentiero – che è un sentiero ghiaioso e male asfaltato, con gli ultimi duecento metri quasi in verticale, in fondo ai quali, maligno miraggio, era sistemato il traguardo – sul volto degli atleti, dicevamo, era disegnata tutta la fatica, tutto lo sforzo nervoso, malamente contrastato dagli ‘energetici’ di cui ciascuno aveva senz’altro provveduto a fare rifornimento». E qui il nostro cronista si lancia in una coraggiosa dissertazione – ahinoi – sempre attuale: «Questo 45° Tour de France – scriveva Gody – passerà alla storia anche per le ‘bombe’: si dice che gli atleti, oggi, s’imbottiscano di uno speciale energetico di fattura chimica, derivato addirittura dalla nitroglicerina, suscettibile di conferire al corridore una sorta di follia cosciente e, si dice ancora - e noi lo ripetiamo scaricandoci da qualsiasi responsabilità - suscettibile di provocare gastriti e risentimenti epatici, nella migliore delle ipotesi. Questa sera, negli alberghi di Carpentras, nel chiuso delle camerette assegnate secondo un complesso lavoro di ‘abbinamenti’, i corridori smaltiranno ‘bombe’ e fatica, ammesso che una notte sola di riposo possa essere sufficiente. Lo sapremo domani, perché gli effetti di una dro-

gatura indiscriminata si fanno sentire alla lunga e di ciò è convinto anche il medico del Tour, dottor Dumas, il quale ha minacciato non solo le sue dimissioni, ma di abbandonare per sempre il ciclismo, se gli atleti non la smetteranno di ‘suicidarsi’ con tanta leggerezza». Quell’anno, bomba o non bomba, ai Champs Elysee di Parigi, arrivò per primo in maglia gialla proprio Charly Gaul. E di quell’impresa si innamorò anche un certo Marco Pantani che, durante la lunga sosta dopo l’incidente di Pinerolo, si recò in Lussemburgo proprio per conoscere “l’angelo della montagna”. «Charly è ormai anziano – confessò Pantani ai suoi amici – voglio conoscerlo prima che muoia». Qualche anno dopo, un Charly Gaul affranto dal dolore partecipò a Cesenatico ai funerali del Pirata.


94 a cura del fisioterapista MAURIZIO RADI*

DOSSIER SPORT E MEDICINA

CICLISMO, UN “DECALOGO” PER L’INVERNO

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Un atleta previdente sa che l’inverno, se sfruttato in modo appropriato, dunque con un’adeguata preparazione, consente di iniziare la stagione successiva all’aperto in primavera con una condizione fisica migliore di quella dell’anno precedente. Pertanto è importante sfruttare al meglio anche i mesi più freddi dell’anno. Per fare ciò è però importante pianificare con metodo una sequenza di protocolli finalizzati al raggiungimento di tale risultato. Negli ultimi dieci anni il modo di allenarsi è cambiato radicalmente. La cosa più evidente è il fatto di allenarsi tutto l’anno, mantenendo l’attività anche in inverno. Questo ha portato gli atleti a svolgere una preparazione anche nei mesi più freddi e, di conseguenza, trovare valide alternative alle uscite in bici su strada, sia a causa del freddo, del maltempo e delle poche ore di luce disponibili.

Cosa proponete al ciclista per allenarsi in inverno? Proponiamo un corso di “Indoor Cycling” da seguire dalle due alle tre volte alla settimana, con lavori specifici di ritmo e resistenza. Per chi ha la possibilità può abbinare un lavoro in palestra e mantenere una o due uscite alla settimana.

Come nasce questo corso di “Indoor Cycling”? Dalla passione della bici e dall’esperienza professionale maturata negli anni abbiamo deciso di creare questo tipo di attività indoor per prepararsi alle uscite outdoor. Un’espressione della voglia di proporre un “Cycling” nato dal piacere di pedalare insieme a persone, alla ricerca di una sana competizione senza nulla togliere al divertimento. Abbiamo scelto questa passione traducendola, con serietà, in un nuovo modo di fare “Cycling”, con la possibilità di crescita atletica, umana e professionale.

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È un idea che sorpassa per contenuti e concezione i “programmi di allenamento”. Un corso con nozioni e fondamentali di “allenamento”, come la gestione del cardiofrequenzimetro, delle RPM e dei Watt. Quali sono i principi dell’allenamento “indoor Cycling”? 1) Pianificazione razionale di allenamenti differenti con protocolli ad intensità progressiva crescente. 2) Obiettivi specifici e metodiche di lavoro specifiche, che vanno valutate in base alla condizione fisica dell’atleta, alle sue maggiori necessità ed alla sua esperienza nell’allenamento indoor. 3) Durata allenamento compresa tra i 50 e i 60 minuti, si tratta di una seduta breve e intensa, ad impegno cardiocircolatorio elevato. 4) Lavori con cambi di ritmo, portando le pulsazioni in soglia, con il controllo del cardiofrequenzimetro e sempre rispettando il proprio stato di forma. 5) È necessario lavorare in un ambiente idoneo con un buon ricambio d’aria e temperatura costante: al caldo d’inverno e al fresco d’estate. Questo permette una corretta ossigenazione muscolare. 6) Si possono realizzare lavori specifici, dove è possibile controllare con precisione numero delle pedalate, wattaggio, e tutti gli altri parametri. 7) Con questo tipo di allenamento possiamo lavorare sul miglioramento del ritmo, della cadenza e verificare i miglioramenti. 8) Abbinare lavori in palestra 1/2 volte alla settimana e cercare di mantenere 1/2 uscite su strada. 9) È un valido aiuto e stimolo per mantenere e controllare il peso, sebbene sia sempre indispensabile controllare l’alimentazione. 10) È un ottimo allenamento anche per i neofiti per apprendere la gestione del cardiofrequenzimetro, delle RPM e della gestione dei watt. L’indoor cycling è un allenamento ad impegno elevato? Può anche essere un’attività ad impegno elevato, prevalentemente anaerobico, caratterizzato da fasi di lavoro ad intensità bruscamente variabili, con sollecitazioni violente sia del sistema cardiovascolare (si possono raggiungere frequenze cardiache di picco molto elevate) che di quello muscolare (si registrano livelli di lattacidemia elevati); attenzione dunque, poiché se l’indoor cycling non viene praticato in maniera “opportuna”, si potrebbe andare incontro alla nascita di vere e proprie patologie muscolari ed articolari. *Centro Fisioradi Pesaro


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FONDO LEOPARDIANA

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NIKANDROV VOLA NELL’INFINITO A RECANATI IL CORRIDORE DEL TEAM KYKLOS ABRUZZO TRIONFA NEL PERCORSO LUNGO, MENTRE TRA LE DONNE LA VITTORIA VA A BUGLI DELLA CICLI MATTEONI FRW. BEN 805 GLI ISCRITTI, TRA CUI TRE NORVEGESI E UN IRLANDESE

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Recanati (MC) – È andata in archivio la 16ª Fondo Leopardiana, organizzata dal Ciclo Club Recanati del vulcanico presidente Agostino Nina e dall’Amministrazione Comunale guidata dal sindaco Francesco Fiordomo. Ben 805 gli iscritti (lo scorso anno erano stati 750), tra cui tre norvegesi dello Sportsklubben Rye di Oslo (Christer Andreas Braathen, Michelle Engebretsen e Jo Engebretsen) che, ospiti della Giorgio’s Hospitality di Fano, sono venuti a conoscenza della Leopardiana tramite Giorgio Fiacconi e hanno deciso di prendere parte alla manifestazione, alla quale intendono partecipare più numerosi l’anno prossimo. Al via anche un irlandese, Sean Hogan. A trionfare nel percorso lungo sono stati Dmitry Nikandrov del Team Kyklos Abruzzo e Manuela Bugli del GS Cicli Matteoni FRW, mentre nel percorso corto la vittoria è andata ad Andrea Ceccarossi del Team Kyklos Abruzzo e a Luisella Montebelli del GS Cicli Matteoni FRW. Tra le società successo per la Nuova Pedale Civitanovese. Suggestivo scenario della partenza e dell’arrivo è stata piazza Giacomo Leopardi. Ad abbassare la bandierina sono stati il sindaco Francesco Fiordomo, Sonia Roscioli della Granfondo Città di San Benedetto del Tronto e l’ex ciclista Luca Panichi. Nel percorso lungo nel corso dei chilometri la situazione evolve più volte, fino a quando in testa si forma un drappello di atleti, dal quale – nelle fasi finali – scattano Wladimiro D’Ascenzo del GC Melania e Dmitry Nikandrov del Team Kyklos Abruzzo. Saranno loro CLASSIFICHE ASSOLUTE

Lungo maschile 1° Dmitry Nikandrov (Team Kyklos Abruzzo) 2° Wladimiro D’Ascenzo (GC Melania) 3° Alessandro Donati (Team Kyklos Abruzzo) Lungo femminile 1a Manuela Bugli (GS Cicli Matteoni FRW) 2a Lorena Zangheri (GC Melania) 3a Sandra Marconi (Mary Confezioni Cycling Team)

due a giocarsi la vittoria, che viene conquistata da Nikandrov. Nel percorso corto, attorno al chilometro 72, al comando restano Iuri Recanati del New Limits Studio Moda e Andrea Ceccarossi del Team Kyklos Abruzzo. Quando mancano circa cinque chilometri all’epilogo su di loro rientrano Alessandro D’Andrea del New Limits Studio Moda, Stefano Borgese del Team Kyklos Abruzzo e Alessandro Mancinelli della Sport & Travel. Al loro inseguimento viaggia un gruppo forte di oltre 20 unità. Mancinelli si stacca dal drappello di testa, sul quale rientra Gregory Bianchi del Team Saccarelli Alpin. Nel finale al comando rimangono Recanati e Ceccarossi, che si danno battaglia. Tutto viene deciso da una volata a due, vinta da Ceccarossi. Alle premiazioni è intervenuto il delegato allo Sport del Comune di Recanati Mirco Scorcelli.

«Siamo soddisfatti – commenta Agostino Nina – della riuscita della manifestazione. Il numero degli iscritti è aumentato e ciò significa che la granfondo piace. Soddisfazione devo esprimerla, comunque, per l’ottima riuscita di tutta la Tre Giorni Leopardiana, di cui la granfondo era l’evento clou, ma che comprendeva anche il torneo di basket per ragazzi, concerti delle cover band di Jovanotti e Ligabue, visite guidate alla città, la presentazione della squadra dell’US Basket Recanati che milita in Lega 2 Silver e l’Infinito Bike, gara di mountain bike in notturna. Senza dimenticare il buon cibo che per tre giorni è stato preparato negli stand della Festa della Bistecca. Il mio grazie va all’Amministrazione Comunale, a tutto lo staff della società che rappresento, a tutti quelli che ci hanno aiutato e ai ciclisti che hanno scelto la nostra manifestazione. Arrivederci al 2014 con grandi novità». Il vincitore Dmitry Nikandrov

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IL TELAIO IDEALE

a cura di ROBERTO ZANETTI

S-LIGHT RR1, UNA BICI E DUE ANIME

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robertozanetti65@gmail.com

IL PASSAGGIO DALLE DUE RUOTE A MOTORE A QUELLE COI PEDALI HA SEGNATO UN MOMENTO STORICO PER L’AZIENDA DI CASA PILERI, FONDATRICE DI RACEWAY AL QUALE APPARTIENE IL MARCHIO S-LIGHT. MA, OLTRE ALLE VITTORIE, IL “FIL ROUGE” CHE UNISCE I DUE MONDI RESTA SEMPRE LA PASSIONE

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Il test: Prima di cominciare a parlarvi della S-Light RR1 mi sembra doveroso ringraziare Giuseppe Tartaggia, titolare del negozio Cicli Tartaggia di Gattico, in provincia di Novara. Grazie alla sua disponibilità e a quella di suo nipote Manuel, che lavora come meccanico nel negozio dello zio, ho potuto realizzare questo servizio e rendere più semplice il mio lavoro. Dopo questa apertura obbligata veniamo al test. Come prima cosa va detto che la S-Light RR1, con i suoi 5,8 kg (senza pedali), è in assoluto la specialissima più leggera che ho mai avuto modo di provare. Un vero peso piuma, da spingere a fondo senza timore anche se, la sezione sottile dei tubi che ne compongono il telaio, dà l’idea di avere sotto il sellino (anche quello rigorosamente in carbonio) una struttura poco resistente, quasi troppo deformabile in prossimità dei foderi posteriori alti del carro. I dubbi che emergono di primo acchito, solo guardandola esteriormente, vengono spazzati via dopo poche pedalate; l’unica sensazione riscontrata è quella di estrema leggerezza, quasi imbarazzante se la si confronta a certe biciclette del passato prodotte con materiali pesanti e ormai superati o con modelli entry level presenti tutt’ora sul mercato. E proprio i materiali utilizzati hanno ispirato il titolo di questo servizio: “una bici a due anime”. La materia prima con la quale è stampato il telaio monoscocca integrale della RR1 (carbonio monolites T800) è giapponese. Di derivazione motociclistica, la famosa fibra Torayca, è utilizzata sulle biciclette di alta gamma, in ambito aerospaziale e in progetti foto MONICA CUEL tecnologicamente avanzati. La seconda anima, invece, quella costruttiva, è italiana al 100% e precisamente romagnola. La famiglia Pileri, proprietaria del marchio Raceway, originaria di Terni ma faentina d’adozione, dopo una vita nel motociclismo “che conta” (da qui nasce l’esperienza acquisita negli anni sui materiali), ha deciso di diversificare la produzione e di investire in una nicchia di mercato del settore ciclo con biciclette per veri intenditori, sia da strada che mountain bike. A questo proposito apro una parentesi per sottolineare che Raceway con il marchio S-Light, dal maggio del 2012, fornisce ufficialmente le bici alla forte squadra del Gruppo Forestale di mountain bike, inanellando in questo breve lasso di tempo una serie di importanti vittorie in campo nazionale e internazionale. La RR1 testata è il primo esemplare di questo audace e ambizioso progetto intorno al quale si sono riposte grandi aspettative. Race-

Bike test

way ha maturato negli anni un’esperienza invidiabile nel mondo dei motori e dei bolidi a due ruote. C’è da augurarsi che le premesse di successo vengano rispettate anche con le bici e, visto quanto è emerso dalla prova positiva della S-Light RR1, credo che la strada intrapresa sia quella più giusta da perseguire. In evidenza: Grazie al telaio in monoscocca integrale di carbonio e ai pregiati materiali utilizzati, la RR1 è un insieme omogeneo che esprime compattezza strutturale già dalla prima uscita. Rigida ma non troppo anzi, sul posteriore, la geometria del carro e la tecnologia di stampaggio, adottata sui tubi in fibra di carbonio, aumenta


S-light RR1

foto ROBERTO ZANETTI

il comfort di guida smorzando le oscillazioni che arrivano direttamente dal fondo stradale dissipandone le vibrazioni. Inoltre, i metodi costruttivi impiegati sulla RR1, permettono di mantenere inalterati nel tempo i valori prestazionali e di resistenza all’affaticamento che possono essere i punti critici di qualsiasi telaio in carbonio soggetto a usura, intemperie atmosferiche o possibili eventi accidentali. Da rivedere: La RR1, data l’incredibile leggerezza del suo telaio, è una bici nata per la salita e se proprio vogliamo entrare nello specifico la consiglierei agli scalatori puri per le cronoscalate secche, quelle che fanno male, le più estreme. Alcune perplessità le ho avute in altre fasi come, per esempio, col forte vento traverso o in discesa, dove il contachilometri del Mio Cyclo 505 HC (la strumentazione GPS usata

Caratteristiche Tecniche • Telaio: Carbonio Monolites T800 Monoscocca Integrale Zero R-Air • Cambio: Sram Red 11V • Deragliatore: Sram Red 11V • Guarnitura: Sram Red 11V 50x34 • Catena: Sram Red 11V • Movimento centrale: Press Fit • Freni: Sram Red 11V • Forcella: S-Light in Carbonio • Serie sterzo: S-Light • Attacco manubrio: S-Light in carbonio • Piega manubrio: S-Light in carbonio • Reggisella: S-Light in carbonio • Sella: S-Light in carbonio • Cerchi: S-Light SCCA Fire Flame full carbon • Coperture: tubolari Vittoria EVO CX • Portaborraccia: S-Light in carbonio • Taglie: 48-50-52-54-56-58 • Colori: Black/White • Peso bici completa (come in foto): 5,8 kg (senza pedali)

La parte posteriore della RR1. Si può notare come I foderi alti siano collegati molto al di sotto del nodo sella e la sagoma del tubo verticale, internamente, sia raggiata ad arco per permettere il naturale alloggiamento della ruota foto ROBERTO ZANETTI


durante il test) ha raggiunto velocità importanti. A mio parere qualche grammo in più garantirebbe quella sicurezza e quella stabilità che nella RR1 ancora mancano. Ci si può lavorare; i tecnici dell’azienda faentina mi sembrano preparati e molto disponibili ad ascoltare “tutte le campane”, anche quelle che alle volte suonano un pochino stonate…

foto ROBERTO ZANETTI

La leggerissima sella in carbonio è fissata su un rivoluzionario reggisella dalla linea e dalla forma aerodinamica

Consigli per l’acquisto, perché comprarla? Più che un consiglio, quello che rivolgo a voi lettori, è un invito. Si potrebbero trovare molteplici motivi per acquistare una bicicletta ma, solo dopo averla provata fisicamente, ci si può rendere conto dell’investimento fatto. Dal prossimo ottobre cogliete al volo l’opportunità di testare in prima persona la RR1; nei punti vendita autorizzati S-Light sarà possibile accedere a un test bike per “assaggiare” dal vivo le doti di questo leggerissimo cavallo di razza!

Accessori e materiali utilizzati per il test

foto ROBERTO ZANETTI

L’imponente scatola del movimento centrale dove è rinchiuso il movimento centrale Press Fit della S-Light RR1 foto ROBERTO ZANETTI

Gli accessori e i materiali che ho usato per il test sono: • Casco: Giro mod. Savant www.giro.com • Occhiali: Tifosi mod. Veloce Gloss Carbon www.tifosioptics.com • Scarpe: Lake CX 331 www.lakecycling.com • Abbigliamento: X – Bionic www.x-bionic.it • Strumentazione: Mio Cyclo 505 HC www.miotecnology.com • Pedali: Speedplay mod. Zero www.speedplay.com Attacco e piega firmati S-Light sono contrassegnati dal cavallo al galoppo, simbolo storico di Raceway e della famiglia Pileri

Il Produttore e Distributore per l’Italia: Raceway Srl Faenza (RA) – Italia E-mail: info@raceway.it Web site: www.s-light.it In vendita a partire da: Ottobre 2013 Tempo di consegna: Circa 90 giorni lavorativi dalla data dell’ordine Prezzo: Solo kit telaio (telaio, forcella e tubo reggisella): € 2.100,00 al pubblico, IVA inclusa. Completa come modello testato (in foto): € 6.100,00 al pubblico, IVA inclusa.


MTB www .inbic

i.net


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LE MANI DI PAEZ SULLA GIMONDIBIKE

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9 min

a cura di ALDO ZANARDI

info@inbici.net

foto UFFICIO STAMPA

Attimi prima della partenza della Gimondibike

AL CAMPIONE DI COLOMBIA LA 13ª EDIZIONE DELLA GRANFONDO ELENA GADDONI DOMINA LA PROVA FEMMINILE

L

La 13ª edizione della Gimondibike è stata, come da tradizione, una parata di campioni. Ai nastri di partenza, nel centro di Iseo (BS), sulle sponde dell’omonimo lago, sono stati tantissimi i campioni pronti a confrontarsi in questa blasonata gara internazionale. Felice Gimondi, presidente del TX Active-Bianchi, era schierato in divisa, attorniato dai suoi “gioielli”: Gerhard Kerschbaumer, campione del mondo XCO Under 23, Tony Longo, laureatosi la settimana precedente campione italiano marathon e il campione di Colombia Leonardo Paez, medaglia di bronzo al campionato mondiale marathon, diretti come sempre da Massimo Ghirotto. Con loro tantissimi altri campioni. In primis Juri Ragnoli, vincitore dell’edizione 2012, con tutto lo Scott Racing Team di Mario Noris,

foto UFFICIO STAMPA

che schierava Daniele Mensi, Franz Hofer e Igor Baretto. Il team Avion Axevo con Mirko Celestino, Cristian Cominelli e Luca Ronchi. E ancora Selle San Marco-Trek, Elettroveneta Corratec, KTM Stihl Torrevilla, Carraro Team, Controltech Nevi, FRM Factory Racing Team, Bi&Esse Infotre e Torpado, solo per citare alcuni dei tanti importanti team che hanno voluto essere presenti in griglia. Bellissimo il colpo d’occhio in partenza con oltre 1.400 biker schierati nel centro della bellissima cittadina lacustre. Il meteo, che prevedeva abbondanti piogge, ha invece regalato a tutti una giornata asciutta con temperature gradevoli, cosa molto apprezzata sia dai concorrenti sia dal numeroso pubblico. Alle 10.30 viene dato il via e sono subito scintille. Lungo la salita asfaltata di Polaveno, il gruppo dei migliori procede con un continuo susseguirsi di scatti, che però non sortiscono Il campione Felice Gimondi festeggia la sua Gimondi Bike fra i giovani leader risultati. Dopo 10 km di gara, al GPM in Tony Longo, in maglia tricolore, e Gerhard Kerschbaumer, campione del mondo Under 23 località Marus, i favoriti sono ancora tutti insieme. A questo punto, dopo un veloce tratto vallonato, si gettano nella tecnica discesa del “Maffa”. Juri Ragnoli sferra qui il suo attacco, riuscendo a guadagnare del margine, ma non molto. Il secondo a sbucare dal ripido sterrato è Pierluigi Bettelli, seguito a pochi metri da Paez, Longo, Hofer, Cominelli, Michele Casagrande, Mensi, Ronchi e Arias Cuervo. Il gruppo, dietro a Ragnoli, si ricompatta in fretta, e la Biachi si organizza per riacciuffare il fuggitivo. Il tratto centrale della gara è molto veloce e vallonato, i giochi delle scie sono utili e Ragnoli è ben presto riassorbito. Al castello di Passirano, dopo 26 km di gara, in testa passa Cominelli, con a breve distanza un gruppetto composto da Paez, Ferraro e il trenino Scott con Mensi, Hofer e Ragnoli. Nel tratto successivo Cominelli è raggiunto dal gruppo degli inseguitori. A quel punto si capisce che la gara si deciderà, come accaduto già molte volte in passato,


Juri Ragnoli al comando dopo la prima discesa

Il podio maschile Hector Leonardo Paez, Cristian Cominelli, Juri Ragnoli

foto NATALE REBOLDI foto NATALE REBOLDI

foto NATALE REBOLDI

sulla salita che da Provaglio sale alla Madonna del Corno, solo 1.320 i metri, ma con pendenze importanti che vedono raggiungere punte del 23%. Cominelli è il primo ad attaccare, con Mensi e Paez che reagiscono prontamente, andando ben presto a scavalcare il fuggitivo. Allo scollinamento Mensi e Paez sono al comando e sembra che la vittoria sia un discorso riservato a loro. Ma la MTB, si sa, riserva sempre molte sorprese e a esserne vittima questa volta è Daniele Mensi, che fora lungo la discesa, abbandonando così i sogni di vittoria. Paez prosegue indisturbato fino al

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CLASSIFICHE Sul gradino più alto del podio femminile Elena Gaddoni, seguita da Serena Calvetti e Sofia Pezzati

traguardo, dove viene accolto dal numeroso pubblico e da Felice Gimondi, che riceve in regalo questa vittoria per il suo 71° compleanno. La lotta per il podio è tra Ragnoli, secondo al termine della discesa, e Cominelli. Ragnoli, forse anche per le energie spese nel tentativo di fuga iniziale, cede negli ultimi metri della volata finale, lasciando così a Cominelli la seconda piazza. Quarto termina Longo, in rimonta con il miglior tempo sulla scalata alla Madonna del Corno, quinto Ferraro. La gara femminile non ha avuto storia, almeno per le prime due posizioni. Elena Gaddoni, laureatasi campionessa italiana marathon la scorsa settimana, prende subito il comando, seguita a distanza da Serena Calvetti, coinvolta in una caduta, fortunatamente senza conseguente, nelle battute iniziali. Alle loro spalle la lotta è stata serrata tra Marta Pastore, Mara Fumagalli, Nicoletta Bresciani e la svizzera Sofia Pezzati. Alla fine è proprio la Pezzati a prevalere per il terzo gradino del podio. Dopo una partenza a rilento, la forte atleta svizzera riesce a recuperare posizioni, fino a sferrare l’attacco decisivo su Marta Pastore, nel tratto finale della salita alla Madonna del Corno. Marta Pastore riesce a conservare la quarta posizione mentre Nicoletta Bresciani e Mara Fumagalli arrivano praticamente appaiate in quinta e sesta posizione.

Maschile 1° Hector Leonardo Paez Leon (TX Active Bianchi) 01:21:50 2° Cristian Cominelli (Avion Axevo MTB Pro Tea) 01:22:13 3° Juri Ragnoli (Scott Racing Team) 01:22:14 4° Tony Longo (TX Active Bianchi) 01:22:24 5° Damiano Ferraro (Team Selle San Marco – Trek) 01:23:01 6° Martin Gujan (TX Active Bianchi) 01:23:17 7° Diego Alfonso Arias Cuervo (KTM Stihl Torrevilla) 01:23:22 8° Franz Hofer (Scott Racing Team) 01:23:28 9° Michele Casagrande (Elettroveneta Corratec) 01:23:58 10° Jaime Yesid Chia Amaya (Polimedical) 01:24:08 Femminile 1ª Elena Gaddoni (FRM Factory Racing Team) 01:38:25 2ª Serena Calvetti (Torpado Surfing Shop) 01:40:13 3ª Sofia Pezzatti (VC Tre Valli Biasca) 01:44:36 4ª Marta Pastore (FRM Factory Racing Team) 01:44:47 5ª Nicoletta Bresciani (Scott Racing Team) 01:45:33 6ª Mara Fumagalli (Team Spreafico Velo Plus) 01:45:34 7ª Chiara Teocchi (TX Active Bianchi) 01:48:09 8ª Simona Mazzucotelli (Massi’ Supermercati) 01:48:34 9ª Anna Oberparleiter (Carraro Team) 01:49:38 10ª Francesca Bertelli (Zaina Club ASD) 01:52:51


Distributore per l’Italia:

FREEWHEELING S.N.C.

VIA BARSANTI, 10 FORNACE ZARATTINI 48124 RAVENNA, ITALY TEL: +390544-461525 FAX: +390544-462096


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OLTRE L’OSTACOLO robertozanetti65@gmail.com

a cura di ROBERTO ZANETTI

ELDORADO 650 B, LA STORIA CONTINUA

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7 min

IL MODELLO CHE DA DIVERSI ANNI RAPPRESENTA IL MEGLIO DELLA VASTA GAMMA DI MOUNTAIN BIKE FIRMATE FRW, PER IL 2014 SI PRESENTA IN UNA VESTE GRAFICA RINNOVATA E PIÙ ELEGANTE. CON UNA NOVITÀ CHE È GIÀ CULT: RUOTE E CICLISTICA DA 27,5”

foto MICHELE DANSI

A

Il test: Ancora una volta spetta a noi di INBICI l’onore di provare per primi l’ultima nata in casa FRW: l’attesissima Eldorado 650, una mountain bike già pronta per essere messa sul mercato e venduta, nella versione definitiva, nei due allestimenti previsti: uno con gruppo Shimano XTR 10x2 e 10x3, l’altro con gruppo Shimano XT 10x2. Con la 650 B ci troviamo di fronte ad un mezzo perfezionato anno dopo anno con l’esperienza sul campo che FRW ha riposto nello sviluppo della celebre Eldorado da 26”, una mountain bike prestigiosa che ha dato grandi soddisfazioni a Claudio Brusi e a tutto il suo staff. Oltre agli allestimenti che sono stati aggiornati con i soliti marchi di fiducia (Shimano per i gruppi, Rock Shox per la forcella, Mavic per i cerchi, Ritchey per attacco, piega manubrio e serie sterzo, FSA per il reggisella), la 650 B si fa apprezzare per il suo carattere deciso e per la sua consistenza. Una bicicletta solida che privilegia la sostanza e strizza l’occhio anche all’estetica. Questo vuol dire che in FRW si è lavorato per mantenere invariati gli elementi distintivi e la linea che hanno reso famosa (e vincente) la sua antenata da 26”. Di certo, con l’avvento della new generation delle ruote da 27,5”, si è voluto dare importanza e concretezza a un progetto sul quale da tempo si stava lavorando e che ora, finalmente, è diventato realtà. In evidenza: La 650 B di FRW è un insieme di alta tecnologia che sfrutta gli stessi concetti applicati sulle strutture portanti del settore aeronautico, aerospaziale e automobilistico. Un telaio in carbonio monoscocca Super High Module (Super Alto Modulo), formato da materiali compositi e fibra di graphite speciale addizionata di resina epossidica. Un materiale che conferisce alto valore di resistenza all’intera struttura della bicicletta garantendo così un rapporto rigidità/peso (il 30% in più rispetto al modello da 26”) davvero ottimale.

Bike test

Da rivedere: La possibilità di testare due mountain bike dello stesso produttore quasi contempo-


FRW Eldorado 650 B

Caratteristiche Tecniche • Telaio: Carbonio Monoscocca Super HM Swing Arm UD • Cambio: Shimano XTR • Deragliatore posteriore: Shimano XTR • Deragliatore anteriore: Shimano XTR • Guarnitura: Shimano XTR doppia 38x26 • Catena: Shimano XTR • Ruota libera: Shimano XTR 11x36 10V • Movimento centrale: Press Fit • Freni: Shimano XTR • Forcella: Rock Shox SID RLT poplock taper 15 mm • Serie sterzo: Ritchey WCS • Attacco manubrio: Ritchey WCS C-260 • Manubrio: Ritchey WCS 2x • Reggisella: FSA SLK Monolink • Sella: Selle Italia SLR Monolink XC • Manopole: Ritchey • Cerchi: Mavic Crossmax SLR Ø27,5 • Coperture: Geax Saguaro

• Pedali: Shimano XTR • Taglie: S – M – L – XL • Colori: black/red • Peso solo telaio: • Peso bici completa versione XT: 10,780 kg completa di pedali (taglia M) • Peso bici completa versione XTR: 10,500 kg completa di pedali (taglia M) Guarnitura doppia 38x26 Shimano XTR

raneamente (la Syrah Carbon 29er che abbiamo pubblicato sul numero di settembre e la Eldorado 650 B di cui abbiamo parlato in questo servizio) ha evidenziato in tempo reale i pregi e i limiti di entrambi i modelli. Per la verità, pochi limiti e molti pregi; sarà la richiesta del mercato a decretarne il successo o l’eventuale bocciatura. Chi vivrà vedrà… Consigli per l’acquisto, perché comprarla? Lo speciale telaio da 27,5” è stato concepito in termini di taglie, angoli e geometrie per soddisfare il più ampio range di bikers che vorranno condividere l’ambizioso progetto di FRW. Il sistema Swing-Arm foto ROBERTO ZANETTI


In vendita a partire da: Ottobre 2013 Tempo di consegna: Due giorni lavorativi dalla data dell’ordine Prezzo: Eldorado 650 B XTR 10x2 / 10X3 Mavic Crossmax SLR: € 4.999,00 al pubblico, IVA inclusa. Eldorado 650 B XT 10x2 Mavic Crossmax SLR: € 3.999,00 al pubblico, IVA inclusa

foto ROBERTO ZANETTI

Lo pneumatico Geax Saguaro da 27,5”

foto ROBERTO ZANETTI

Reggisella FSA SLK Monolink

Design (già utilizzato nella costruzione della Eldorado da 26”), che contraddistingue la 650 B, e l’eccellente componentistica di cui è dotata fanno di questo mezzo un prodotto garantito e di assoluta funzionalità. Il Produttore FRW bike www.frwbike.it Il Distributore per l’Italia: Freewheeling snc Via Barsanti, 10 48124 Fornace Zarattini (RA) Tel. +39 0544 461525 Fax +39 0544 462096 E.mail: info@freewheeling.it Web site: www.freewheeling.it L’inconfondibile geometria slooping del telaio della Eldorado 650 B foto ROBERTO ZANETTI

Accessori e materiali utilizzati per il test Gli accessori e i materiali che ho usato per il test sono: • Casco: Ranking mod. Morrison www.ranking-helmet.com • Occhiali: Tifosi mod. Veloce Gloss Carbon www.tifosioptics.com • Scarpe: Vaude mod. Placid RC www.vaude.com • Abbigliamento: Parentini by FRW www.parentini.com • Strumentazione: Mio Cyclo 505 HC www.miotecnology.com • Pedali: Shimano XT www.shimano.com • Portaborraccia: Elite www.elite-it.com


Il BAR CICCIO è il luogo di ritrovo dei ciclisti della riviera, in partenza per gli itinerari e percorsi della Valle del Savio e colline romagnole. Offre agli amici ciclisti, un punto di ristoro con un ampio parcheggio privato e un prezioso servizio di lavaggio bici (rivolgersi al bar) per coloro che rientrano dai percorsi del fuoristrada. Orari abituali di partenze e ritrovi: martedì ore 12.30 • giovedì ore 12.30 • sabato ore 13.00

foto 4EVER.EU

Tutti i sabati ritrovo per escursioni in MTB Colazioni e aperitivi con ricco buffet Servizio di pagamento bollette luce, gas, acqua, telefono e multe Sala TV Sky con dirette sportive tutte le partite in diretta del Cesena con Sky HD

Sala giochi • Ricariche telefoniche • Wi-fi libero Bar Ciccio - Via Romea, 120 Cesena (FC) 47522 - t. 0547 331984 - e. barciccio@hotmail.it -

BAR CICCIO


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SALUTE INBICI

a cura del dottor ALESSANDRO GARDINI* Tempo di lettura

PER UN INVERNO IN SALUTE

10 min

alessandrogardini@gmail.com

PREVENIRE LE PATOLOGIE DA RAFFREDDAMENTO: RIMEDI E CONSIGLI NATURALI

C

Con l’arrivo della stagione fredda e delle prime uscite in bici a contatto con l’aria gelida, tutto il nostro corpo, soprattutto le vie respiratorie, è minacciato da virus e batteri che possono provocare fastidiosi malesseri quali raffreddore, mal di gola, tosse e problemi articolari. Sono molte le componenti che concorrono ad esporre l’individuo al rischio di infezioni. L’inquinamento atmosferico, il fumo di sigaretta, i fattori legati all’età ed alla predisposizione genetica. In tutti questi casi può essere utile una protezione immunostimolante per limitare i danni evitando i problemi a carico dell’apparato respiratorio e permettere di proseguire i propri allenamenti anche sotto le intemperie invernali per arrivare in forma alla stagione delle competizioni. Prima di tutto è importante adottare alcune norme comportamentali quindi moderare la temperatura negli ambienti in cui si vive (non dovrebbe superare i 20-22 °C) e prevedere una corretta umidificazione, in particolare delle camere da letto. Cambiare frequentemente aria nel caso di locali affollati, possibilmente, soprattutto per i bambini, evitare i luoghi pubblici come i grandi magazzini, i cinema e le sale d’aspetto, data la facilità con cui si trasmettono i virus in questione. È buona norma verificare l’igiene delle mani perché la pelle è uno degli habitat prediletti dai germi; quando è possibile lavare le mani con acqua tiepida, strofinando tra loro i palmi, in mezzo alle dita, il dorso ed i polsi, asciugando quindi con asciugamani asciutti. Quando non è possibile, ideale è l’utilizzo di un gel igienizzante mani: preferite i prodotti contenenti bilanciate percentuali di alcol, germicidi e agenti lenitivi, come l’aloe vera, per mani già disidratate dal freddo invernale. Vestirsi adeguatamente, preferibilmente a strati per avere la possibilità, se l’ambiente è caldo, di togliere qualche indumento. Quando si svolge attività sportiva invernale all’aperto per fortuna oggi i materiali sono tali da permettere la traspirazione e proteggere comunque dal freddo, mantenendo un’idonea temperatura corporea. Quindi nella scelta dei materiali per le vostre uscite sotto la pioggia e la neve, prediligere materiale tecnico piuttosto che vestirsi pesantemente e compromettere la prestazione per una sudorazione eccessiva e un’errata termoregolazione. Il passaggio dei virus avviene facilmente attraverso l’inalazione di goccioline, perciò bisogna avere cura di coprirsi il naso e la bocca quando si tossisce o si starnutisce. Smettere di fumare riduce la sensibilità delle mucose all’attacco di agenti patogeni. Le sigarette, inibiscono l’attività delle ciglia vibratili dell’epitelio delle vie respiratorie, rendendo più difficile l’espulsione dei microrganismi. È fondamentale evitare abusi di antibiotici, la società attuale infatti utilizza l’antibiotico praticamente in qualsiasi situazione di febbre, dimenticando che è solo un sintomo ed esprime la reazione di un individuo verso alcuni agenti che lo hanno aggredito. L’antibiotico è un’ottima arma a disposizione dell’uomo, in alcune occasioni può essere utilizzato efficacemente, ma va ricordato che esso agisce solo sui batteri e sulle patologie derivanti (polmoniti, broncopolmoniti, tonsilliti batteriche), ma non sui virus, che sono invece la causa di più del 90% di raffreddori, tracheiti, laringiti, faringiti anche con febbre. Si sa che ogni antibiotico preso va ad alterare la normale flora microbica dell’individuo, riducendo così la sua capacità difensiva verso altre eventuali infezioni. Per mantenere sempre in forma il nostro sistema immunitario, pronto a sconfiggere questi agenti esterni, la dieta gioca un ruolo fondamentale. Bere molto e consumare adeguate porzioni di frutta e verdura è indispensabile per mantenere in equilibrio i nostri sistemi di difesa, primo fra tutti l’intestino. Infatti il benessere intestinale è alla base della prevenzione invernale, e qualora questo non sia al top, è bene considerare un ripristino delle sue condizioni con una dieta a base di yogurt e fibre, ed eventualmente integrare con fermenti lattici e prodotti specifici.

Le vitamine ed i sali minerali, giocano un ruolo importante perché sviluppano la nostra capacità di resistenza, prima fra tutte la vitamina C, che stimola per l’appunto le difese immunitarie. È consigliato quindi il supplemento nutrizionale, sia negli atleti professionisti che amatoriali, nei periodi invernali e di allenamento ad alta intensità, per questo la troviamo nella maggior parte degli integratori per il work-out in associazione ad altri noti come la vitamina E ed il selenio in qualità di antiossidanti. Nel vostro prodotto ideale di recupero non dovrebbero neppure mancare la glutammina, importante oltre che per il ripristino strutturale anche per il sistema immunitario, ed una giusta quantità di amminoacidi ramificati ed altri essenziali per il ripristino strutturale del muscolo. È ormai consolidato che il recupero gioca sempre un ruolo fondamentale, in associazione alla corretta alimentazione e all’allenamento. Tra i principali rimedi vegetali immunostimolanti vi sono l’Echinacea Purpurea, l’Uncaria, la Rosa Canina, la Pappa Reale ed i più recenti Betaglucani, da ripetersi a cicli da settembre a marzo. I rimedi naturali fitoterapici ed omeopatici si possono utilizzare come complemento all’utilizzo di farmaci tradizionali affidandosi sempre a specialisti qualificati. L’Echinacea grazie ai suoi principi attivi polisaccaridi e flavonoidi, stimola i linfociti del sistema immunitario fornendo un aiuto sia in prevenzione che in fase di malessere conclamato. Si assume in prevenzione a cicli durante l’inverno in associazione a vitamina C, meglio se da Acerola e Rosa Canina, o altre piante quali Ribes Nigrum e Uncaria Tomentosa ed anche in fase acuta come sostegno ad altre terapie. I Beta-Glucani sono invece particolari tipi di zuccheri estratti da varietà di funghi non metabolizzabili e assorbibili dall’uomo, utilizzabile anche da soggetti allergici e diabetici. Grazie a questa proprietà a livello intestinale sono in grado di attivare direttamente le cellule del sistema immunitario. L’Uncaria Tomentosa possiede invece principi attivi con particolare azione sulla replicazione di virus e batteri e su differenti fasi del sistema immunitario. Purtroppo presenta la peculiarità di interferire con alcuni livelli ormonali (estradiolo e progesterone) per cui è bene evitarla per lunghi periodi, se si utilizzano contraccettivi, inoltre può interferire con la terapia antipertensiva. Il Ribes nero, è ricco di sostanze che dimostrano un’importante azione antinfiammatoria e antiflogistica, con un’azione simile al cortisone. Per queste caratteristiche si può associare ai precedenti nei periodi in cui si presentano disturbi articolari oltre che respiratori. Questi rimedi naturali sono tutti utilizzabili da soli o anche in associazione ai farmaci che ci vengono consigliati dal medico o dallo specialista, quali i vaccini antinfluenzali o i lisati batterici utilizzati spesso nelle terapie farmaceutiche di prevenzione. *Responsabile Integratori per Lo Sport ed il Benessere Farmacia del Bivio Bibliografia Fitoterapia - Impiego Razionale delle droghe vegetali, Capasso, Grandolini, Izzo, Ed. Springer Le Basi Farmacologiche della Terapia, Goodman & Gillman, Ed. Mac Grow Hill Gli Equilibri dell’Organismo, Rhone-Poulenc Rorer, Medical Ecomics, Vol. 3 Trattato di Medicina Funzionale, Massimo Pandiani, Ed. Tecniche Nuove Dizionario di Fitoterapia e Piante Medicinali, Campanini, Ed. Tecniche Nuove Efficacy and Safety of Imunoglukan Syrup, Strictly Confidential, May 2005 “In vitro and in vivo immune stimulating effects of a new standardized Echinacea Angustifolia root extract” in Fitoterapia, Elservier 2005, pp. 401-411 “Preparazione Monoingrediente a base di estratto std Echinacea angustifolia” in L’integrazione Nutrizionale, Di Pierro, Togni, Rapacioli Pleuran supplementation, cellular immune response and respiratory tract infections in athletes, Bergindiova TIbenska Majtan, Springer Verlag 2011 Wellmune WGP Reduces Immune Suppression Associated with Strenuous Exercise, 2011


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IL MONDIALE DI MTB DIETRO LE QUINTE a cura di GIANLUCA BARBIERI

LE AFFERMAZIONI DEI BIKERS ITALIANI SONO FIGLIE DI UNA PREPARAZIONE ATLETICA PUNTIGLIOSA, MA ANCHE DI SCELTE DIFFICILI. CHE PERÒ STANNO DANDO I LORO FRUTTI

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Non c’è dubbio che il merito di un’affermazione mondiale vada ascritto per buona parte all’atleta che ha fatto sacrifici e ha dato il massimo nel giorno cruciale della stagione, ma è altrettanto vero che, se alle spalle di un atleta non ci sono uno staff all’altezza e una struttura che appoggia chi insegue questo obiettivo, il risultato è tutt’altro che garantito. Con questo articolo non entreremo nel merito di come si siano preparati i nostri atleti in vista dei mondiali in sud Africa di MTB, ma vogliamo focalizzare l’attenzione del lettore su chi, nel cosidetto “dietro le quinte”, sta lavorando affinché il settore che attualmente è più in crescita, cioè l’MTB, ottenga sempre più lo spazio che merita. Se le acrobazie di Marco Aurelio Fontana e degli altri azzurri, anche se a stento, stanno un po’ alla volta entrando nelle case degli italiani, grazie ai media, il resto lo sta improntando la Federazione Ciclistica Italiana con importanti scelte che, benché attualmente solo sulla carta, vanno nella direzione di un vigoroso sviluppo dell’intero settore. Da quanto emerge, per ora ufficiosamente, dal Consiglio Federale e dalle dichiarazioni di chi gestisce il settore fuori strada, sembra che in futuro sarà obbligatorio un maestro di MTB nelle società ciclistiche giovanili, anche se l’attività svolta è prettamente su strada. Spesso la non conoscenza e la “paura” di intraprendere nuove strade, paralizza le società nello sviluppare nuove attività. Ecco allora che la formazione di figure sempre più preparate e dedite a questi argomenti, servono a diradare anche le ultime perplessità a chi da sempre ha operato in un solo settore. Le scuole di ciclismo e di MTB, i centri per la BMX, la forte richiesta di gravity da parte dei giovani, sono segnali che non possono essere più trascurati. Ecco perché la Federazione Ciclistica Italiana punta alla multidisciplinarietà, specie tra le nuove generazioni.

Sentiamo cos’ha da dire, a riguardo, la Vice Presidente della FCI e responsabile del Centro Studi Daniela Isetti: «Innanzitutto ci complimentiamo con gli Daniela Isetti vice presidente FCI atleti e tutto lo staff nazionale per i risultati nei recenti campionati del mondo. Siamo certi che i risultati siano frutto di un grande lavoro e di lungimiranza della struttura nazionale, con l’importante attività svolta in campo giovanile e di ricerca del talento. Siamo altrettanto consapevoli dell’importanza del ruolo dei tecnici di base e della loro formazione: un comparto che, in questi anni, ha visto un incremento esponenziale in termini di contenuti e momenti di confronto. Le strutture tecniche si stanno da tempo confrontando sulla multidisciplinarietà, sulla ricerca delle potenzialità e lo sviluppo dei talenti, passando attraverso una progettualità che verrà messa in campo concretamente, coinvolgendo la base e mettendo in contatto i tecnici regionali con quelli nazionali». Altra importante notizia è che nel 2014, a quanto si legge, dovrebbe nascere la nuova figura di “organizzatore qualificato per gare MTB” che seguirà dei corsi dedicati. Una soddisfazione anche per INBICI Magazine, che ha sottolineato da tempo questa carenza tramite articoli ad hoc, che miravano proprio alla soluzione del problema. Sulla carta, insomma, le intenzioni ci sono, ora attendiamo i fatti.


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L’OFFICINA

a cura di LORENZO COMANDINI

FOCUS SUL MONDO DELLE DUE RUOTE lorenzo@gruppobici.it

Tempo di lettura

www.rossinbikes.it - www.speedbikes.it

7 min

L’IMPIANTO FRENANTE NELLE MTB I DISCHI E LA POMPA A FRENO RADIALE

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In bicicletta occorre andare il più forte possibile, ma occorre anche poter fermarsi nel più breve tempo possibile all’occorrenza. Soprattutto quando si parla di fuoristrada. Sebbene ogni impianto abbia caratteristiche ed un comportamento diverso, lo stesso può essere adattato e personalizzato in base al proprio stile di guida e alle proprie preferenze e al tipo di MTB utilizzata. I dischi, insieme alle pastiglie, sono gli elementi di attrito del nostro impianto e sono questi che fanno la differenza sulla presa e di conseguenza sulla potenza frenante della ruota. Quindi a seconda dei dischi scelti, si avrà una risposta del nostro impianto. Uno degli elementi distintivi è proprio la dimensione dei dischi. Questa si misura prendendo in riferimento il diametro. Sul mercato possiamo scegliere tra 5 dimensioni differenti:

• 140 mm – si tratta di dischi utilizzati prevalentemente al posteriore; • 160 mm – molto usati in XC-marathon, corrispondono a ca 6”; • 180 mm – una grossa categoria intermedia che comprende anche diametri leggermente superiori, come 183 mm (Hope) e 185 (Avid). Si tratta semplicemente di standard differenti, di fatto tra un disco da 180 e uno da 185 non cambia molto in termini di prestazioni, l’unica differenza è che bisogna utilizzare adattatori differenti. 185 mm corrispondono a ca 7”; • 200 mm o 203 mm (203 mm corrispondono a ca 8”), molto usati come anteriori; • 220 mm – il massimo diametro disponibile e non supportato da tutte le forcelle. Il diametro dei dischi influenza due fattori. Il primo è il peso: a parità di disegno è facilmente intuibile che un disco più grosso pesi di più, senza contare il peso di eventuali adattatori. Il secondo fattore è la risposta della frenata. Montare un disco più grande significa allontanare la pinza freno dal mozzo, ovvero aumentare il braccio di leva esercitato dal freno. Un braccio di leva maggiore significa che a parità di forza di attrito esercitata dalle pastiglie sul freno, la frenata sulla ruota risulta maggiore. Risulta quindi necessario applicare meno forza sulla leva per ottenere la stessa frenatura alla ruota. D’altro canto però un disco più grosso riduce la modulabilità dell’impianto stesso, in quando essendo necessaria meno forza per frenare, l’impianto frenerà con decisione sin da subito, anche con una leggera pressione sulla leva. Si può insomma intervenire sul diametro dei dischi per rendere più o meno modulabile la risposta dell’impianto oppure per

new brake technology

High expectations: 2014

STOP with confidence Per la stagione 2014, Formula presenta due nuovi freni a disco, caratterizzati dalle più innovative e avanzate tecnologie. Conosciuti

da

più

di

25

anni

per

essere

all’avanguardia nel campo del design e della tecnologia,

siamo

orgogliosi

di

presentare

il

“Sistema a Cartuccia” del nostro nuovo freno C1 e la

R1 Racing: Tecnologia della pompa pull

“Pompa Pull” del nostro freno al top della gamma,

• Il pistone viene “tirato”, invece che “spinto”, all’interno

l’R1 Racing. Queste innovazioni, assieme alla

del corpo pompa subendo quindi un minore attrito e

collaudata

garantendo una maggior durata

ECT

(Enhanced

Caliper Technology),

fanno si che i freni Formula siano ancora una volta la

• Il design compatto migliora l’ergonomia e la

miglior scelta quando sono richieste potenza,

cinematica

tecnologia e design.

• Il nuovo design fa diminuire il peso di ulteriori 15g • Aumentata la capienza del serbatoio e realizzato tappo in materiale composito


Comparazione Potenza Frenante

20 19 18 17 16 15 14 13 12 11 Coppia (K g f)

aumentarne o diminuirne la potenza (spesso meno potenza è preferibile per ridurre il rischio di bloccare la ruota). Non dimentichiamoci poi che il diametro dei dischi influenza il comportamento dell’impianto sotto stress. Dischi più grossi si raffreddano prima per la maggiore superficie esposta all’aria. L’impianto quindi tenderà meno a surriscaldarsi, mantenendo una risposta costante anche sulle discese più lunghe e ripide. Altro elemento che differenzia radicalmente un impianto frenante negli ultimi anni è l’utilizzo di pompe a freno radiali. Questo sistema sta prendendo sempre più piede e lo dimostra il fatto che grandi case come Formula e Shimano utilizzino tale soluzione per molti dei loro impianti. Una pompa freno radiale si identifica perché il pompante è posizionato radialmente, ovvero perpendicolarmente rispetto al manubrio e questo va a vantaggio della rigidità e del peso perché il corpo esterno del pompante è allo stesso tempo sede del pistone ed elemento di ancoraggio della leva freno al manubrio. Si risparmia insomma un pezzo. I vantaggi tuttavia non riguardano solo la rigidità o il peso. L’utilizzo di pompanti radiali consente di gestire con maggiore libertà il braccio di leva. Basta spostare leggermente a destra o a sinistra il pompante e si varia con facilità il braccio di leva, senza il problema di allontanarsi eccessivamente dal manubrio. È inoltre possibile con soluzioni radiali realizzare pompanti più grossi, prevalentemente per quanto riguarda il diametro, con conseguente incremento di potenza dell’impianto stesso.

10 9

R1S / R1R T1 T1S RO C1 Competitor 1A Competitor 1B Competitor 1C Competitor 2A Competitor 2B Competitor 3A Competitor 4A Competitor 4B

8 7 6 5 4 3 2 1 0

RESERVOIR

2

CARTRIDGE

PRIMARY CUP PISTON

3

C1: Nuova tecnologia a cartuccia sigillata • Aumento del roll back grazie ad una più facile installazione dell’impianto e a ad una maggiore distanza tra le pastiglie • Possibilità di avvicinare la leva al manubrio in maniera più accentuata rispetto agli altri freni della gamma. • Ergonomia migliorata • Pompa assiale per una sensazione più progressiva • Sistema a cartuccia per una facile manutenzione e una lunga durata • Rapporto di leva idraulico aumentato: più potenza e reattività

ECT

Enhanced Caliper Technology • Aumentato il rollback delle pastiglie • Installazione dell’impianto frenante facilitata, senza alcun sfregamento sul disco.

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5 Forza applicata alla leva (Kg)

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7

8


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VAL DI FASSA BIKE

5 min

a cura di NEWSPOWER

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JURI RAGNOLI, BRINDISI IN RIMONTA PRIMA “D’ORO” PER JENNY FAY PARTE PIANO, RECUPERA E VINCE CON AUTORITÀ: RAGNOLI PADRONE A MOENA. LEONARDO PAEZ E TONY LONGO COMPLETANO IL PODIO. L’IRLANDESE JENNY FAY METTE IN CODA GADDONI E GIACOMUZZI. COPPA DEL MONDO MARATHON E TRENTINO MTB ANCORA DA APPLAUSI IN VAL DI FASSA

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La Val di Fassa Bike non ha deluso nessuno nemmeno quest’anno. «Che spettacolo questa gara», sono stati i commenti al parterre, sia di coloro che se la sono goduta da spettatore tra Moena o nei vari passaggi a Soraga, Someda o Pozza di Fassa, sia dai bikers (circa 1.400 in gara) che si sono divorati le decine di chilometri di percorsi su e giù per le Dolomiti. I vincitori della prova andata in scena domenica 8 settembre e valida come tappa della UCI MTB Marathon Series – Coppa del Mondo lunghe distanze sono stati Juri Ragnoli e Jenny Fay (irlandese che vive in Australia) per quanto riguarda la variante marathon di oltre 60 km, ma anche Ivan Degasperi e Debora Coslop nel percorso Classic di circa 45 km e Eleonora Serafin e Massimo D’Antonio nello Short di poco superiore a 30 km. Pronti via, e dopo la passerella nel centro di Moena tutti su lungo la ski-weg dell’Alpe Lusia, uno zig-zag di 6 km circa con pendenze che toccano il 34% per arrivare fino al GPM a quota 2.206 metri. E tra i… tutti, figuravano alcune superstar del fuori strada come Miguel Martinez, Steffen Thum, Periklis Ilias, Mirko Celestino, Marzio Deho, Roel Paulissen o Alexey Medvedev, tanto per citare la punta dell’iceberg. Lassù i primi a transitare sono stati Tony Longo (44’ 21” il suo tempo di risalita) ed Elena Giacomuzzi, bravi ad interpretare meglio di chiunque altro quello che a giusta ragione è considerato come il tratto più ostico dei 60 km abbondanti di gara marathon. Più duro, ma non decisivo, però, visto che già dalla discesa seguente e soprattutto nella successiva salita verso la località Pociace l’andamento di gara stava per subire uno scossone. Il campione italiano marathon in carica Ragnoli era fino ad allora rimasto ad osservare le mosse degli sfidanti, Mensi, Longo e Paez in particolare, ma quello era il momento di attaccare. Così alla fine della seconda ascesa si era formato un terzetto capeggiato da Longo, ma con i due della Scott, il bresciano e Mensi, a ruota. Lungo la discesa tecnica Ragnoli era il più abile e dava inizio al suo personale show. Chilometro dopo chilometro i secondi di vantaggio sulla coppia Paez-Longo (gli unici a tenere botta) aumentavano e i successivi rilevamenti confermavano la magica giornata del bresciano. All’arrivo, Ragnoli si è presentato in completa solitudine con un distacco di 37” su Paez e quasi un minuto su Tony Longo, con l’ex campione mondiale Ilias quarto. La Val di Fassa Bike al femminile era pronta a celebrare un nuovo successo per la trentina Elena Giacomuzzi (vincente nel 2008

e 2009) la quale, però, dopo aver cavalcato la testa di gara per oltre 40 km, ha dovuto alzare bandiera bianca per due principali motivi. Da un lato, l’azione straordinaria dell’irlandese Fay (incappata anche in una caduta), e dall’altro i crampi che l’hanno foto NEWSPOWER CANON


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colta alla sprovvista a due terzi di percorso. La Fay ha corso praticamente sempre in solitaria, e grazie al mese trascorso in altura per preparare gli imminenti campionati marathon del suo paese è riuscita a “carburare” meglio di tutte e approfittare dello sbandamento dell’avversaria per superarla. Negli ultimi 15 km, con la pioggia a rendere il tutto più insidioso e “fresco”, l’irlandese ha pedalato con tenacia e sicurezza e si è presentata in fondo con il tempo di 3h 57’ 14”. Elena Gaddoni, seconda e febbricitante, ha incassato un ritardo di quasi 4 minuti, ma ha comunque preceduto di oltre 3’ 30” la Giacomuzzi. La Val di Fassa Bike 2013 era l’ultima del Marathon Tour FCI che ha incoronato vincitori Paez e la Gaddoni. L’evento era anche incluso in Prestigio, Alpine Pearls MTB Cup (vincono Andrea Comola e Chiara Mandelli), Trek Off Road e Trentino MTB, con quest’ultimo che si chiude il 13 di questo mese in Valsugana con la 3T Bike.


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TRENTINO MTB

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a cura di NEWSPOWER

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5 min

E ADESSO IL GIOCO SI FA DURO…

DOMENICA 13 OTTOBRE SI CORRE L’ULTIMA PROVA IN VALSUGANA. ECCO, DOPO LA VAL DI FASSA BIKE DELLO SCORSO 8 SETTEMBRE, LE CLASSIFICHE PARZIALI DEL CIRCUITO

Arriva l’autunno e i primi refoli d’inverno, ma non certo per Trentino MTB che entra adesso nella sua fase più “calda”. Domenica 13 ottobre si corre l’ultima prova in Valsugana, ma dopo la Val di Fassa Bike dello scorso 8 settembre, le classifiche parziali del circuito hanno subìto qualche scossone. Non in tutte le categorie, ma partiamo proprio da quelli che possiamo definire, usando un gergo non strettamente ciclistico, “rovesciamenti di fronte”. Nella Elite-Sport lo scettro parziale è passato da Maximilian Vieider (non in gara in Val di Fassa) ad Andrea Zampedri, controllato però a vista da Loris Casna e Nicola Salvetti. Anche Marco Gilberti (M4) ha approfittato dell’assenza del leader Michele Degasperi per mettere la freccia e sorpassarlo, insieme a Michele Di Geronimo, che comunque rimane in scia. Rolando Degiampietro è stato più lesto del diretto sfidante ed ex primo della M2 Luca Zampedri, lo ha sopravanzato nella generale e ora conduce, anche se solamente per 85 lunghezze. Passando ai due precedenti leader Open, l’altoatesino Johann Pallhuber e la trentina Lorenza Menapace hanno mantenuto la testa delle rispettive, riuscendo con bravura ed esperienza a tenersi alle spalle tutti i principali avversari. Nella Val di Fassa Bike al maschile, vinta sul tracciato marathon da Juri Ragnoli davanti a Leonardo Paez e Tony Longo, Pallhuber è risultato decisamente più brillante del collega Johannes Schweiggl e l’ha preceduto sul traguardo di oltre 3’ 30”. Ora Pallhuber conduce sul compagno di team e primo antagonista di quasi 400 punti, mentre dalle retrovie sono tornati sotto sia Longo che Ragnoli, i quali però hanno gareggiato in solo tre delle quattro gare “minime” necessarie per entrare in classifica finale.

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La Menapace, dal canto suo, ha concluso la sua Val di Fassa Bike in 7ª posizione davanti a Lorena Zocca e Claudia Paolazzi, rispettivamente rimaste terza e seconda nella generale femminile del challenge. Vincendo la prova Classic sui 45 km di gara tra Moena, l’Alpe Lusia e le belle Dolomiti, il trentino Ivan Degasperi ha allungato il passo nella M1 su Andrea Zamboni (il distacco tra i due si è dilatato a 860 lunghezze). Stesso discorso per il “signore” della M6, Silvano Janes, che però ha già matematicamente messo le mani sul trofeo di categoria, con ancora una gara da disputare. Le altre leadership sono rimaste invariate rispetto al mese di agosto quando, dopo la Vecia Ferovia dela Val de Fiemme, c’erano in testa Stefan Ludwig (M3), Piergiorgio Dellagiacoma (M5) e Patrick Felder (Junior). Nella classifica a squadre il Team Todesco è balzato in vetta e guida davanti all’ASD Leonardi Racing Team e al Team Giuliani Cicli Arco. Nella classifica dello Scalatore di Trentino MTB i primi della classe rimangono Ivan Degasperi e Claudia Paolazzi. L’ultima tappa di Trentino MTB è in programma in Valsugana ed è la 3T Bike di domenica 13 ottobre. Qui si faranno i conti finali, per decretare i successori di Tabacchi e Menapace (Open), ma anche ovviamente foto NEWSPOWER CANON

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di tutte le categorie master, i cui vincitori 2012 furono Fabio Aldrighetti (Junior), Nicola Risatti (Elite-Sport), Ivan Degasperi (M1), Claudio Segata (M2), Mario Appolonni (M3), Tarcisio Linardi (M4), Joseph Koehl (M5), Silvano Janes (M6) e il Team Todesco tra le squadre. I numeri della 3T Bike leggono un tracciato unico di 31 km e 1.330 metri di dislivello che porta i bikers a tuffarsi in un evento divertente, dove non mancano gli spunti agonistici di livello, ma che in definitiva attrae ogni tipologia di atleta, per un vero “Grande Finale” di Trentino MTB 2013. Info: www.trentinomtb.com


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TROPPO FORTE CASAGRANDE a cura di ALDO ZANARDI

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5 min

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DOMINATA ANCHE LA “STRACCABIKE” IN PROVINCIA DI AREZZO L’EX PROF IMPONE LA LEGGE DEL PIÙ FORTE. ALLE SUE SPALLE BALDUCCI E ROCCHETTI. TRA LE DONNE VINCE IN RIMONTA PAMELA RINALDI

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La 22ª edizione della Straccabike si è chiusa, secondo pronostico, sotto il nobile segno di Francesco Casagrande, vincitore della storica prova Casentinese. Il portacolori della Cicli Taddei ha condotto una gara in solitaria, lasciando la compagnia fin dalle primissime battute. Frenetica invece la bagarre alle sue spalle per gli altri gradini del podio: alla fine a prevalere è stato il neo campione del mondo master Mirco Balducci, che è riuscito a spuntarla solo in volata su Leopoldo Rocchetti. Lotta accesa in campo femminile con Pamela Rinaldi vincitrice, dopo aver dovuto inseguire nelle battute iniziali. La gara era valida per il Tour 3 Regioni Scott e il MTB Tour Toscana. Quasi mille gli atleti al via, per un grande successo organizzativo. La corsa: a Pratovecchio (AR), in una bellissima giornata soleggiata, si è corsa la 22ª Straccabike, una delle gare più longeve della

foto ALDO ZANARDI

Toscana. Schierati, ai nastri di partenza nel centro di Pratovecchio, quasi mille bikers. Alle ore 9.30 la partenza, con il lungo serpentone che si lancia ad alta velocità verso Stia. Il percorso, leggermente modificato rispetto alle edizioni precedenti, prevede 53 km e 1.800 m di dislivello, con una prima parte molto tecnica e selettiva. Sulla prima salita asfaltata il ritmo è elevato e Casagrande si mette subito in evidenza. Ben presto riesce ad allungare e, in località “Molina”, dopo una quindicina di chilometri, transita già solitario con una trentina di secondi di vantaggio sulla coppia formata Di Marco e Rocchetti. Bisogna attendere ancora una manciata di secondi prima di scorgere Balducci, Corsetti, Vega Burzi e Spadi. Qui la gara femminile vede Pamela Rinaldi al comando, dopo aver raggiunto e sopravanzato Barbara Genga, al comando nelle battute iniziali. foto ALDO ZANARDI


125 vantaggio su Balducci, che riesce a precedere allo sprint Rocchetti. Mikhailouski, Corsetti, Vega Burzi, Spadi, Caro Silva, Cellini e Poggiali completano la top ten. Pamela Rinaldi vince nettamente la gara femminile, seconda Monia Conti e terza Barbara Genga.

foto ALDO ZANARDI

In località “Cotozzo”, dopo una trentina di chilometri, Casagrande si presenta con oltre due minuti di vantaggio su Rocchetti e Balducci, autore di un gran recupero lungo le tecniche discese. Più staccati passano Corsetti, Mikhailouski, Vega Burzi, e Spadi. Pamela Rinaldi, intanto, è sempre in testa alla gara femminile, con un buon margine su Barbara Genga, con Monia Conti in recpero. Sul traguardo di Pratovecchio è Francesco Casagrande a giungere a braccia alzate, con quasi cinque minuti di foto ALDO ZANARDI

CLASSIFICHE foto ALDO ZANARDI

Maschile 1° Francesco Casagrande (Cicli Taddei) 02:08:37.20 2° Mirco Balducci (Team Galluzzi Acqua&Sapone) 02:13:10.80 3° Leopoldo Rocchetti (Team Cingolani – Specialized) 02:13:11.40 4° Serghey Mikhailouski (Mondobici Fermignano) 02:15:13.00 5° Nicola Corsetti (Team Errepi) 02:16:12.70 6° Vega Burzi (Cicli Taddei) 02:16:25.90 7° Manuele Spadi (Team New Bike 2008 Cycling Lab) 02:16:39.60 8° Julio Humberto Caro Silva (Scapin Factory Team) 02:18:44.10 9° Marco Cellini (Cicli Taddei) 02:18:46.10 10° Riccardo Poggiali (A&T Cycling Team) 02:18:46.15 Femminile 1a Pamela Rinaldi (AS Ciclissimo Bike) 02:56:11.60 2a Monia Conti (GC Santarcangiolese) 02:59:04.50 3a Barbara Genga (ASD Briganti Fossombrone) 02:59:38.90 4a Beatrice Mistretta (Cicli Taddei) 02:59:40.70 5a Beatrice Balducci (Team Galluzzi Acqua&Sapone) 03:06:48.15 6a Marta Maccherozzi (Gruppo Tnt) 03:06:52.90 7a Debora Golia (ASD Ecology Team) 03:12:13.50 8a Elisa Gastaldi (Baracca Lugo) 03:13:58.90 9a Valeria Bartolini (Team Torpedo Bike) 03:18:23.80 10a Oriana Goretti (SS Grosseto) 03:21:57.10


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TEODORO GAUDENZI a cura di NICOLETTA BRINA

nicoletta.brina@gmail.com

IL PRESIDENTE DEL TEAM CICLI COPPARO SINTESI RIPERCORRE LA STAGIONE 2013: «QUALCHE INTOPPO DI TROPPO, MA LA CAPACITÀ DI MACCANTI DI SACRIFICARSI HA FATTO LA DIFFERENZA. IL SOGNO DELLA PROSSIMA ANNATA? RECUPERARE KRYS DOPO IL GRAVE INFORTUNIO»

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Teodoro Gaudenzi, dalla stagione 2013 il presidente del team Cicli Copparo di Ancona. «Ringrazio la famiglia Copparo, Consolani, che mi ha dato fiducia affidandomi questo ruolo. Da dieci anni sono in questo sodalizio, mi sento in famiglia». Un’annata non facile, ma che ha tuttavia ha messo in evidenza la forza di questa squadra, vale a dire il gruppo. Gaudenzi, come è andata la stagione? «La stagione è partita bene, con un Michele Maccanti che ha primeggiato in quasi tutte le competizioni. Purtroppo si è bloccata, proprio quando si doveva registrare il passaggio di consegne tra Maccanti e Krys Hubert, a causa del grave incidente occorso a quest’ultimo. Fortunatamente Michele ha continuato, mettendocela tutta, ed ha tirato finché ha potuto. Il calo da parte sua è stato fisiologico, ma ora, nel finale, stiamo riprendendo e Maccanti si sta dimostrando un vincente: ha dalla sua alcuni terzi posti in questo fine stagione, con vittorie su gare a circuito.» Venivate da una stagione, quella 2012-2013, nella quale, effettivamente la Cicli Copparo aveva vinto quasi tutto… «L’augurio era infatti quello di bissare quella stagione, ma è andata male. Siamo comunque convinti della scelta di affiancare a Krys, un atleta di alto livello come Maccanti. La speranza, per il futuro, è riprenderci alla grande nella prossima annata, confidando nel recupero di Hubert.» Una stagione che, al di là del grave infortunio, ha registrato diversi stop… «L’esordio stagionale è andato bene, come detto, poi però c’è stato un virus intestinale che ha bloccato sia Maccanti che Krys nel periodo di maggio-giugno, poi è arrivato l’incidente di Krys e Maccanti ha ripreso il virus intestinale a fine luglio e, di nuovo, un blocco alla nostra stagione. Evidentemente si sono concentrate un po’ di sfortune tutte insieme.» Quali ritiene siano stati i punti di forza di questa squadra? «Credo si sia evidenziato il gioco di squadra che in questo team è stato la chiave di volta. Il merito va indubbiamente a Michele Maccanti al quale abbiamo chiesto un grande sacrificio e ci ha ripagati dando veramente l’anima, tirando avanti la stagione praticamente da solo.» Su cosa si dovrà lavorare il prossimo anno? «Dovremo preparare meglio le granfondo della nostra zona, anche e soprattutto per creare un’immagine al negozio che andremo ad aprire ad Ancona, con Cicli Copparo, oltre alle solite granfondo, con

la speranza che Krys venga recuperato. Puntiamo sulle Dolomiti, Sportful e la Giordana, cui si aggiungono le altre in zona.» In campo femminile, qual è stato l’elemento chiave? «Con Veronica Pacini ci troviamo benissimo, partecipa con grande serietà ai progetti della squadra e dimostra in ogni occasione la sua voglia di andare in bicicletta. Sarà con noi al 2.000 per cento anche nella nuova stagione.» Cicli Copparo affronterà una nuova sfida, con un nuovo negozio… «Saremo 7 soci, vorremmo diventasse un nuovo punto di riferimento per il ciclismo ad Ancona e speriamo che vada come nei nostri progetti. Krys sarà il testimonial di questo nuovo punto vendita. Senza nulla togliere a Michele che è un ragazzo straordinario.»

Cicli Copparo - Via Beniamino Gigli, 33/38 - 60128 Ancona - t. 071 896801 - e. liala.ciclicopparo@alice.it


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NOVITÀ DAI PRODUTTORI robertozanetti65@gmail.com

a cura di ROBERTO ZANETTI

KTM PROTAGONISTA A EXPOBICI 2013

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NELLA PIÙ PRESTIGIOSA VETRINA ITALIANA DEL SETTORE CICLO GRANDE SUCCESSO PER LA KTM BIKE INDUSTRIES. SCOPRIAMO INSIEME LE SUE NOVITÀ

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Gli agenti non devono essere solo dei bravi venditori, ma anche dei tecnici preparati, sia sotto il profilo commerciale (è il loro lavoro) che quello tecnico. Mauro Ascani – agente di zona KTM per il Lazio, l’Abruzzo e il Molise – è l’espressione più appropriata di questo prezioso inciso. È la persona che a ExpoBici di Padova ci ha illustrato il “mondo KTM”, come l’azienda austriaca si presenta e si prepara ad affrontare la nuova stagione. Nel giugno scorso, durante la nostra visita nella sede di Mattighofen, avevamo già compreso la qualità del lavoro negli stabilimenti di KTM e l’occasione della fiera non ha fatto altro che confermare quelle impressioni. Una “parata” di nuovissime biciclette pronte per essere messe in vendita a cominciare dalle mountain bike, specialità che ha reso

IN EVIDENZA A proposto di polivalenza e di duttilità, che dire del passeggino multifunzione trainato da una bici? Ideale per tutta la famiglia, rigorosamente firmato KTM, è stato realizzato per i genitori che vogliono praticare una sana attività motoria all’aria aperta con un pensiero anche ai bambini, così da poterli seguire nel corso delle loro uscite sulle due ruote. Costruito secondo gli standard di sicurezza richiesti, il passeggino consente di trasportare i figli senza rischi, comodamente seduti e in modo naturale, semplice e intuitivo.

Passeggino multifunzione, particolarmente adatto per trasportare in tutta tranquillità i bambini o alcuni oggetti (zainetti, cibi, abbigliamento di ricambio…) nel corso delle uscite su strada con tutta la famiglia

La Myroon Limited Edition 29” 2014 in carbonio (che non compare in catalogo) nell’unica colorazione “Black on Black” è stata prodotta in 250 esemplari, edizione limitata, in esclusiva per il mercato italiano

famoso KTM in Italia e nel mondo con le numerose vittorie dei suoi atleti ufficiali e del team Torrevilla. Come quasi tutti i marchi, dal 2014, anche KTM ha definitivamente integrato le 27,5 pollici riconfermando però alla grande le 29” che hanno dato tanto risalto e successo al brand austriaco negli ultimi anni, sia con le full che con le front. Diminuita ma non abbandonata del tutto la produzione delle 26”, va però a inserirsi, con la sola telaistica in alluminio, in una fascia di mercato d’entrata; decisamente più abbordabile rispetto alle mountain in carbonio di alta gamma che sono di serie allestite con componenti pregiati, costosi e di grande qualità. Nel reparto “Road”, invece, le proposte sono due: Revelator per il carbonio e Strada per l’alluminio. Anche in questo caso il brand austriaco non può deludere la propria clientela, offrendo varianti ed allestimenti proporzionati alle esi-


genze di ogni singolo ciclista, tenendo conto anche “del portafoglio”. Di questi tempi chi non si può permettere di spendere grandi cifre per l’acquisto di una bicicletta, scegliendo KTM, può pedalare consapevolmente con un mezzo costruito secondo severi canoni di produzione. L’attenzione con cui si lavora negli stabilimenti di Mattighofen è una garanzia per l’alta gamma, ma lo è anche per le serie più economiche, sempre ben curate e competitive. Altri settori in crescita e nei quali KTM ha sempre creduto sono il Trekking, l’On Road e l’E-Bike, tutte presenti nel catalogo 2014. Revalator Prestige in carbonio, montata con il nuovissimo Shimano Di-2 elettromeccanico a 11 velocità, è il modello principe della gamma “Road” di KTM

Lycan 273, biammortizzata da 27,5”, in alluminio con gruppo Shimano XT Deore, gode di un ottimo rapporto qualità/prezzo nel segmento delle “Full” E-Cross, telaio in alluminio – freni a disco – cambio Shimano Deore LX T670, è una bicicletta elettrica che fa parte della grande famiglia delle “E-Bike” di KTM

Biciclette solide, pratiche, duttili e polivalenti, ideali per muoversi agilmente in città per lavoro o spostarsi in mezzo al traffico, senza però disdegnare nel weekend la gita fuori porta con tutta la famiglia. In Italia si comincia finalmente a capire che pedalare è meglio che stare in coda a un semaforo o stare seduti sulla poltrona del salotto col telecomando della TV in mano… In altri stati europei (soprattutto al nord) e del mondo lo si è già capito da tempo; grazie alla sua rete vendita sul territorio nazionale, il marchio austriaco è pronto alla grande sfida, non resta che salire in sella a una KTM, qualunque essa sia, e cominciare a pedalare!


foto ALDO ZANARDI

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EMOZIONI ALLE FALDE DEL VULCANO a cura di ALDO ZANARDI

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9 min

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È TONY LONGO IL NUOVO CAMPIONE ITALIANO MARATHON, MENTRE ELENA GADDONI DOMINA LA PROVA FEMMINILE. QUESTI I VERDETTI DEL TRICOLORE SICILIANO. DOVE ANCHE L’ETNA È STATO PROTAGONISTA

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Nella settima edizione dell’Etna Marathon, corsa lo scorso 22 settembre e valida come Campionato Italiano Marathon 2013, si è imposto nettamente Tony Longo (TX Active Bianchi), favorito però dalle concomitanti disgrazie di Juri Ragnoli (Scott Racing Team), l’unico in grado di tenergli testa fino a quando una sfortunata foratura lo ha, di fatto, estromesso dall’ordine d’arrivo finale. Seconda posizione per Damiano Ferraro (Selle Italia San Marco) e terzo Samuele Porro (Silmax Cannondale). Elena Gaddoni (FRM Factory Team) ha dominato nettamente la prova femminile dal primo all’ultimo metro di gara. Seconda piazza per Lorenza Menapace (Titici LGL Pro Team) e terza per Antonella Incristi (Ki. Co.Sys. Cussigh Bike), prima delle donne amatori. In definitiva, un grande successo organizzativo per il Mongibello MTB Team di Maurizio Scalia, che ha saputo gestire ottimamente la prova Tricolore più a sud della storia italiana della MTB. foto ALDO ZANARDI

foto ALDO ZANARDI


Milo (CT), sulle pendici dell’Etna, ha visto confrontarsi i migliori specialisti italiani delle prove sulla lunga distanza. Il bellissimo percorso, ottimamente preparato, era altamente spettacolare, con passaggi suggestivi tra colate laviche e single track nei boschi. Alle 9.30 erano circa 250 gli atleti al via della prova che avrebbe assegnato i titoli italiani delle varie categorie. I favori del pronostico erano tutti – noblesse obblige – per il campione uscente Juri Ragnoli e per Tony Longo, dimostratosi in grande forma nelle ultime prove disputate. Oltre a loro, tra i più accreditati anche Daniele Mensi, Samuele Porro e Damiano Ferraro. Subito dopo il via sono proprio loro a prendere l’iniziativa, con Igor Baretto, compagno di Ragnoli e Mensi, che s’incarica di tenere alto il ritmo nei primi chilometri. Poi è Longo a prendere la testa, riuscendo a portare via con sé tre uomini, Ragnoli, Ferraro e Mensi, che passano insieme allo scollinamento della prima salita a Serra Buffa. Alle loro spalle, staccato di una manciata di secondi, Samuele Porro e, poco più dietro, Jonny Cattaneo e Franz Hofer. Le cose non cambiano anche al passaggio sul single track ricavato su una spettacolare colata lavica.

foto ALDO ZANARDI

La gara muta verso il rifugio Brunek, dopo 44 km di gara, dove Ragnoli allunga, seguito a brevissima distanza da Longo; più staccato Ferraro, con Mensi vittima di una foratura che lo attarda irrimediabilmente. Cattaneo è quarto a poca distanza dal compagno di squadra e Porro quinto. È proprio qui che si decide la gara: Ragnoli fora e viene superato prima da Longo e poi da Ferraro. Ragnoli riesce a raggiungere, dopo un lungo tratto asfaltato, Piano Provenzana, dove gli viene sostituita la ruota posteriore. Alle sue spalle Porro, tornato in quarta posizione dopo l’abbandono di Cattaneo. Longo prende decisamente il largo e Ragnoli si getta all’inseguimento di Ferraro, che riesce a raggiungere e superare prima del rifugio Citelli, dove s’imbocfoto ALDO ZANARDI

Tony Longo con effetti speciali

ca la lunga e insidiosa discesa che porta verso Pietra Cannore e verso il traguardo di Milo. A questo punto Massimo Ghirotto, team manager TX Active Bianchi, sogna la vittoria, ma scaramanticamente dice che «la gara non è ancora finita». Longo gestisce con tranquillità il vantaggio e si presenta solitario sul traguardo, dopo 78 km e 2.800 m di dislivello. Al microfono, esausto ma raggiante di gioia, dichiara d’aver finalmente coronato un risultato inseguito per molti anni. Secondo, sconsolato, uno sfortunato Ragnoli, che quest’anno è stato bersagliato da molteplici contrattempi che non gli hanno fatto raccogliere quello che aveva seminato. Terzo Damiano Ferraro, quarto Samuele


Elena Gaddoni comanda la gara e alle sue spalle si forma la coppia Menapace – Incristi. Al rifugio Brunek Elena Gaddoni transita con un vantaggio più che rassicurante. In seconda posizione Lorenza Menapace, che riesce a distanziare Antonella Incristi. Quarta passa Lorena Zocca. La Gaddoni arriva sul traguardo di Milo con oltre 10 minuti di vantaggio sulla Menapace. Terza piazza assoluta per l’Incristi, prima MW2 e quarta Samira Todone, in rimonta nel finale. Quinta Lorena Zocca, che si aggiudica la vittoria della MW1 e sesta Claudia Andolina, terza donna elite. Settima Simona Bonomi, prima EWS.

I CAMPIONI ITALIANI 2013 CATEGORIE MASTER ELMT Marco Cellini (ASD Cicli Taddei) M1 Ivan Degasperi (Team Todesco) M2 Marco De Polo (Team Full-Dynamix) M3 Emiliano Ballardini (Team Todesco) M4 Maurizio Tarquinio Solagna (WR Compositi Racing ASD) M5 Massimo Berlsuconi (Ecodiger-Cyp ASD) M6 Massimo Milanetto (XDrive racing Team) EWS Simona Bonomi (MTB Parre) W1 Lorena Zocca (SC Barbieri) W2 Antonella Incristi (Ki.Co.Sys. Cussigh Bike)

foto ALDO ZANARDI

foto ALDO ZANARDI

Porro a breve distanza. Quinto Cristian Cominelli, davanti a due “senatori” come Massimo Debertolis e Mirko Celestino. Solo dopo un paio d’ore, viene comunicata la squalifica di Ragnoli, su reclamo presentato dal Team Selle San Marco-Trek, per aver effettuato la sostituzione della ruota al di fuori dell’area di assistenza predisposta, anche se di soli pochi metri. Ragnoli ammetteva sportivamente l’errore e cosi salivano sul podio, con Longo, Ferraro e Porro. La gara femminile, invece, ha avuto poca storia. foto ALDO ZANARDI

CLASSIFICHE

Assoluta maschile 1° Tony Longo (Tx Active Bianchi) 3:23:21 2° Damiano Ferraro (Team Selle San Marco-Trek) 3:29:40 3° Samuele Porro (Silmax Cannondale Racing Team) 3:30:18 4° Cristian Cominelli (Avion Axevo MTB Pro Team) 3:34:53 5° Massimo Debertolis (Team Sat System Cannondale) 3:37:26 6° Mirko Celestino (Avion Axevo MTB Pro Team) 3:38:23 7° Luca Damiani (KTM Stihl Torrevilla MTB ASD) 3:40:26 8° Pierluigi Bettelli (Bi&Esse Infotre) 3:41:37 9° Marco Cellini (A.S.D. Cicli Taddei) 3:41:43 10° Igor Baretto (Scott Racing Team) 3:42:10 Assoluta Femminile 1a Elena Gaddoni (FRM Factory Racing Team) 3:35:59 2a Lorenza Menapace (Titici LGL Pro Team) 3:46:04 3a Antonella Incristi (Ki.Co.Sys. Cussigh Bike Ermetic Serramenti) 3:53:52 4a Samira Todone (Caprivesi) 3:55:46 5a Lorena Zocca (SC Barbieri) 3:56:03 6a Claudia Andolina (Team Lombardo Bike) 4:00:11 7a Simona Bonomi (MTB Parre) 4:02:30 8a Beatrice Mistretta (ASD Cicli Taddei) 4:05:34 9a Monica Maltese (SC Triangolo Lariano A.S.D.) 4:09:22 10a Arianna Cusini (KTM Stihl Torrevilla MTB ASD) 4:11:52


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a cura del dottor MASSIMILIANO MUCCINI

L

La prima fase sui test articolari si conclude con gli ultimi due test ovvero: 4) “Test di flessibilità delle spalle”. Il soggetto è sdraiato supino sopra un lettino, con le gambe che sporgono all’altezza delle ginocchia. Egli deve quindi elevare le braccia tese in avanti e in alto. Una buona flessibilità a livello dell’articolazione scapolo-omerale deve consentire di elevare le braccia in alto senza causare accentuazioni di compenso della curva lombare.

5) “Sit Test” soggetto in stazione eretta, gambe divaricate (passo equivalente alla larghezza delle spalle) braccia avanti: esegue un piegamento sulle gambe senza sollevare i talloni dal suolo. Una buona flessibilità dell’articolazione della caviglia (tibio-tarsica nda) deve consentire la posizione di massima accosciata mantenendo un appoggio plantare totale.

Nei test, cosi come per altre capacità motorie, la potenzialità di aumentare la flessibilità articolare al massimo grado di estensione è predeterminata geneticamente. Gli individui più giovani sono generalmente più flessibili rispetto agli adulti e le ragazze di più rispetto ai ragazzi. Altre situazioni possono incidere sulla flessibilità quali traumi subiti in passato, i livelli di forza, la temperatura, l’ora del giorno, i livelli di stress e la propria personalità. Strutturalmente la flessibilità è limitata dalla forma dell’articolazione, dai legamenti e dai tendini, che la attraversano, dalle aderenze che si sono formate a causa di traumi o interventi chirurgici subiti, dall’eccessiva quantità di muscolo attorno alla struttura oppure dall’eccessivo tessuto adiposo intorno all’articolazione stessa, dalle retrazioni muscolari causate dall’inattività fisica, dal vincolo delle fasce connettivali. Il raggio di azione (R.O.M.) può essere limitato da allenamenti con i pesi svolti in maniera non scientifica, ovvero senza effettuare allungamento ed accorciamento del ventre muscolare, oppure alcuni muscoli particolari come lo psoas e l’iliaco possono accorciarsi a causa di lunghi periodi passati a sedere o a pedalare (!), poiché sono attività in cui si contraggono ripetutamente, ma con un raggio di azione molto corto. Muscoli cronicamente accorciati possono essere il primo passo verso una serie di eventi che possono causare infortuni. Lo psoas e l’iliaco (muscoli interni che determinano lordosi o cifosi lombare nda) possono, col passare del tempo, portare ad una variazione della normale curva lordotica lombare e quindi problemi di sovraccarico che

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possono dar luogo ad un’ampia gamma di incidenti sia cronici che acuti. Anche i muscoli ischio-crurali (parte posteriore della coscia) troppo rigidi hanno lo stesso effetto sulla colonna lombare. Quadricipiti eccessivamente rigidi possono tirare la rotula del ginocchio verso l’alto portando ad un’asimmetrica crescita del retto femorale. Da questa condizione ne può risultare un’irregolarità nella parte posteriore della rotula che causa dolore, infiammazione e successiva debolezza articolare. Massimiliano Muccini, Dottore in Scienze e Tecnologie del Fitness e Prodotti della Salute, Università di Camerino, si occupa da più di ventisei anni di fitness e preparazioni atletiche per vari sport, consulente Inkospor, certificato American College of Sports Medicine Health & Fitness Specialist (l’autorità nel campo della sperimentazione e nella ricerca sportiva), Tecnico di Riequilibrio Posturale. Tesoriere Nazionale di ADISF (Ass.ne Italiana Dottori Scienze del Fitness), Presidente di ScienzedelFitness.com ASD che organizza seminari e corsi per il settore fitness e wellness. Riceve nell’ambulatorio di Via Pascoli, 172 a Rimini. Per appuntamento telefonare dal lunedì al venerdì al numero: 347.8864440 dalle 18.15 alle 19.30. Per contatti: info@muccinitrainer.it www.muccinitrainer.it foto DEMID & OLGA / DOPHOTO.NET

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a cura della REDAZIONE

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INBICI TRA I VIP

SICURI CHE È IL TESTIMONIAL GIUSTO? Il trucchetto è vecchio come il mondo: per dare più incisività al messaggio pubblicitario, cosa c’è di meglio della classica donna nuda? Più o meno questo deve aver pensato quell’azienda di biciclette che, come testimonial per i suoi prodotti, ha scelto una splendida donzella bionda in abiti adamitici. Il problema, spiegano gli esperti di comunicazione, è il cosiddetto “effetto vampiro”, ovvero il rischio che il testimonial sovrasti il prodotto. Insomma, giudicate voi: di fronte a questa immagine, l’occhio cade sulla bicicletta o sulla modella?

RAFFAELLO BALZO POSA CON INBICI C’era anche la nostra Testata lo scorso 7 settembre, sulle colline bolognesi, alla festa della Contessa Antonella Bonazzi. Presenti Costantino Vitagliano, Sara Zanier, Cesare Ragazzi, Franco Trentalance ed anche il modello Raffaello Balzo che, pur assalito da orde di fans scatenate, ha gentilmente accettato di posare con una copia di INBICI.

IMPRESE DA GUINNESS MADRE NATURA NELL’ORTO DELL’EX CICLISTA I POMODORI GIGANTI La gente li guarda con un pizzico di diffidenza e, dopo aver fatto i complimenti di rito, scatta automatica la battuta: «Dì Enzo, ma non è che quei pomodori li annaffi con l’Epo?». La domanda, per quanto maligna, ha un suo perché, visto che quei pomodori pesano un chilo l’uno e che l’Enzo in questione è proprio l’ex ciclista ravennate Enzo Pretolani, uno che – sul finire degli anni ’60 – ha corso spalla a spalla con Merckx ed Anquetil, vincendo nel 1966 anche una tappa della Vuelta a Espana. Oggi, da pensionato, sulla bicicletta ci sale ogni tanto, alternandola con una passione meno faticosa: quella dell’orto. «Con mio fratello – dice – coltiviamo un piccolo pezzo di terreno. Abbiamo un po’ di tutto, ma il nostro fiore all’occhiello sono i pomodori da un chilo». E a chi avanza qualche dubbio sulla naturalezza di quegli ortaggi, Enzo risponde con un sorriso: «Niente Epo, ci mancherebbe. Sono solo doni della natura».

PEDALA SOTT’ACQUA PER 71 METRI! È riuscito nell’impresa Fabio Falla, 28 anni di Cossato (Biella), che ha pedalato sott’acqua per 71 metri e 50 centimetri, restando in apnea per 2 minuti e 25 secondi. La sua performance, certificata dal notaio per l’invio della documentazione alla casa madre dei Guinness World Record, è avvenuta il 28 agosto scorso nella vasca dell’Alba Marina di Valdengo. Fabio Falla si è presentato con una muta piombata a bordo piscina; poi ha gettato in acqua la bicicletta zavorrata e quindi ha cominciato a pedalare, centrando – tra il tripudio del pubblico – il suo personalissimo record.


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RAMPICONERO a cura di ALDO ZANARDI

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7 min

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TUTTI DIETRO A JURI RAGNOLI

foto ALDO ZANARDI

finale XCE Uomini

L

La Rampiconero 2013 va in archivio con un grande successo di pubblico e critica. Abbondantemente superata la quota dei mille partecipanti con un livello agonistico di tutto rispetto. La gara maschile ha visto il dominio dello Scott Racing Team, che ha piazzato tre suoi atleti tra primi quattro. Francesco Casagrande (Cicli Taddei), secondo al traguardo, è stato l’unico a contrastare l’egemonia del forte team di Mario Noris, piazzandosi in seconda posizione, anche grazie ai problemi accusati da Daniele Mensi, che riuscirà, in ogni caso a salire sul terzo gradino del podio, superando nelle battute finali il compagno di team Franz Hofer (vincitore la sera precedente dell’XCE). In campo femminile, bella vittoria per la giovanissima Elena Torcianti, davanti ad Antonella Incristi e Pamela Rinaldi. Grande successo ha riscosso anche l’XCE del sabato pomeriggio, anch’esso dominato dallo Scott Racing Team, con vittoria per Franz Hofer e seconda posizione di Daniele Mensi, terzo Riccardo Costantini (Team Cingolani Specialized). Tra le donne spavalda affermazione per Elisa Gastaldi (Baracca Lugo) davanti a Nadia Pasqualini (Bici Adventure Team) e Antonella Incristi (Ki.Cosys Ermetic Serramenti). La Rampiconero 2013 era valevole per i circuiti IMA Scapin e Tour 3 Regioni Scott.

La 12ª edizione, come detto, ha riscosso un grandissimo successo, con oltre mille partecipanti e il grande entusiasmo manifestato da tutti i presenti. La gara marchigiana, del resto, rappresenta ormai uno dei capisaldi della MTB del centro Italia, confermando i suoi altissimi standard organizzativi e qualitativi. Il lungo weekend è partito da sabato pomeriggio, con l’apertura dell’area expo e l’XC eliminator, che ha visto confrontarsi atleti di altissimo livello. Partenza XCE donne foto ALDO ZANARDI


139 vide Di Marco, il Team Scapin di Stefano Gonzi e numerosissimi altri forti atleti. Alle 9.30 il via ed è subito il duo della Scott, Ragnoli/Mensi, a scandire il ritmo. Al loro inseguimento Francesco Casagrande e Franz Hofer. Dopo una quindicina di chilometri, Mensi è vittima di una foratura, prontamente riparata, che gli fa perdere il contatto con l’amico e compagno di squadra, e si vede superato anche da Casagrande e Hofer. Mensi si getta all’inseguimento, mentre Rafoto ALDO ZANARDI

foto ALDO ZANARDI

Podio Rampiconero uomini

In campo maschile, ad avere la meglio, è stato Franz Hofer, già vincitore dell’edizione 2012, davanti al compagno di squadra Daniele Mensi, terza posizione per Riccardo Costantini, superato da Mensi solo nelle battute finali. La prova femminile è stata vinta da Elisa Gastaldi che si è imposta davanti a Nadia Pasqualini e Antonella Incristi, autrice di un piccolo errore di percorso quando si trovava al comando. Domenica mattina cielo azzurro e temperature gradevoli hanno accolto gli oltre mille concorrenti in griglia. I favori del pronostico erano tutti per il forte Scott Racing Team, che schierava il campione italiano marathon Juri Ragnoli, Daniele Mensi ed il vincitore dell’edizione 2012, Franz Hofer. Con loro anche numerosi atleti di altissimo livello, tra i quali Francesco Casagrande, Manuele Spadi, Leopoldo Rocchetti, DaPodio Rampiconero donne

CLASSIFICHE

Maschile 1° Juri Ragnoli (Scott Racing Team) 01:40:10 2° Francesco Casagrande (Cicli Taddei) 01:41:45 3° Daniele Mensi (Scott Racing Team) 01:43:39 4° Franz Hofer (Scott Racing Team) 01:44:11 5° Leopoldo Rocchetti (Team Cingolani – Specialized) 01:45:23 6° Davide Di Marco (Race Mountain Pro Team) 01:45:29 7° Manuele Spadi (Team New Bike 2008 Cycling Lab) 01:45:30 8° Vega Burzi (Cicli Taddei) 01:47:28 9° Jose’ Eduardo Jimenez Vargas (Scapin Factory Team) 01:47:30 10° Gabriele Giuntoli (Scapin Factory Team) 01:47:45 Femminile 1a Elena Torcianti (Superbike Team) 02:17:37 2a Antonella Incristi (Ki.Co.Sys. Ermetic Serramenti A.S.D.) 02:19:00 3a Pamela Rinaldi (AS Ciclissimo Bike) 02:19:33 4a Roberta Monaldini (Cobran Bike Rsm) 02:20:29 5a Monia Conti (GC Santarcangiolese) 02:22:47 6a Barbara Genga (ASD Briganti Fossombrone) 02:24:33 7a Elisa Gastaldi (Baracca Lugo) 02:32:35 8a Debora Golia (ASD Ecology Team) 02:34:32 9a Valeria Bartolini (Team Torpedo Bike) 02:34:32 10a Sandra Marconi (ASD Mary Confezioni) 02:34:54

gnoli procede al comando in solitudine. Proprio la foga di Mensi, intento a riacciuffare la seconda piazza, lo porta a “esagerare” e, in una curva, stallona lo pneumatico. A questo punto deve raggiungere l’assistenza, per la sostituzione della ruota. Nel frattempo Casagrande riesce a guadagnare del margine prezioso su Hofer, mentre Ragnoli prosegue la sua cavalcata indisturbato. Mensi si rigetta all’inseguimento e riesce, nelle battute finali, a raggiungere e superare il compagno di squadra Hofer, ma ormai è troppo tardi per riagganciare Casagrande, che riesce a mantenere la seconda posizione. Dopo 40 km e 1.400 m di dislivello, Ragnoli può gioire per un’altra bella vittoria, in una stagione per lui non troppo fortunata. La gara femminile ha invece riservato molte sorprese. La giovane Elena Torcianti (Superbike Team) si porta subito al comando e allunga con decisione. Lungo la salita al Monte Conero viene prima raggiunta e poi superata da Antonella Incristi (Ki.Co.Sys). Nella successiva discesa Incristi cade e cede nuovamente la testa della gara. Anche Pamela Rinaldi (Ciclissimo) riesce a rientrare e superare Incristi. Elena Torcianti gestisce il vantaggio, mentre Incristi si rifà sotto alla Rinaldi, superandola nel finale. La Rampiconero, egregiamente organizzata dal Crazy Bike di Camerano, ha regalato a tutti i presenti una bellissima giornata di sport e divertimento, offrendo anche un ricco pasta party aperto a tutti.


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MYTHBIKE, STA PER NASCERE UNA NUOVA LEGGENDA

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FORMAT INEDITO, LOCATION LEGGENDARIA: A LIDO DI CAMAIORE LA NUOVA FRONTIERA DELLA MTB

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Si chiama MYTHBIKE e il mondo delle “ruote grasse” non ha mai visto nulla del genere. Originale il format: un Indoor & Outdoor Challenge; inedita anche la location: la “Tenuta del Ciocco”, con il suo parco di 10.000 ettari, già teatro dello storico Mondiale del 1991, quello dominato dallo statunitense John Tomac, che vinse il titolo mondiale nel cross-country e nella downhill si arrese al solo Albert Iten. E sul riverbero di quell’impresa leggendaria per la giovane storia delle MTB, nasce MYTHBIKE, un evento destinato a diventare un evento di riferimento nella parte conclusiva della stagione agonistica. Il progetto, sotto l’egida della Federazione Ciclistica Italiana, nasce dall’incontro tra

Marco Calamari, ideatore e organizzatore di eventi sportivi, e l’ex pilota di F1 Nicola Larini, grande appassionato di ciclismo e titolare di Green Planet, a Lido di Camaiore. Alla consolle organizzativa anche la Direzione Generale, di Georges Midleje, dell’Hotel Renaissance Tuscany il Ciocco Resort & SpA e la proprietà del Parco Ciocco SpA della Famiglia Marcucci. Esaltante il percorso: partenza dall’ultimo piano del Renaissance, per buttarsi a capofitto dalle scalinate per sei piani, attraversare la ricezione per lanciarsi in picchiata lungo i pendii della tenuta. E per presentare questo nuovo evento, grazie alla prestigiosa partnership con

Scott, il MYTHBIKE è stato protagonista il mese scorso all’Expò del ciclo di Padova. E proprio all’interno dello stand SCOTT, Larini è stato intervistato da Alcamedia Videoproduzioni, per una sintesi della trasmissione di MTB Granfondo dedicata alla fiera. Grande interesse e curiosità ha riscontrato il video di presentazione della MYTHBIKE e in moltissimi sono rimasti affascinati dall’inedita formula della gara. Video intervista a Nicola Larini: https://www. youtube.com/watch?v=m8lS6uOfs4E www.mythbike.com info@mythbike.com

Un’immagine panoramica del Ciocco foto ALESSANDRO PUCCINELLI


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ROMAGNA BIKE CUP a cura di IVANO OGNIBENE

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MAZZONI E MACHEROZZI: È L’ORA DEI BRINDISI VINCENDO L’OTTAVA ED ULTIMA TAPPA DI CASTEL SAN PIETRO SONO LORO I DOMINATORI INCONTRASTATI DELL’EDIZIONE 2013

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Una splendida giornata di sole ha premiato l’impegno e la professionalità del Team Leonardi Racing nell’8ª ed ultima prova del Romagna Bike Cup. Record di presenze per la prestigiosa rassegna, con oltre 520 concorrenti, provenienti da varie Regioni, e tantissimi appassionati disseminati lungo il tracciato di gara.

ti il resto del gruppo. Subito in evidenza Agostino Mazzoni (180 BPM), che transita solitario in vetta con un vantaggio di oltre 25” su Daniele Malusardi (Green Devils) e Daniele Fabbri (Sintesi Corse).

Siamo a Castel San Pietro, nel cuore dell’Appennino Emiliano, un territorio molto suggestivo, scelto dal Team Leonardi Racing per celebrare, nel modo migliore, un evento di grande prestigio. Il ciak sotto l’arco di partenza da Piazza XX Settembre, prima cartolina di un percorso di 39 km – ben presidiato dagli uomini dell’organizzazione – contraddistinto da un’altimetria piuttosto impegnativa. La prima asperità è la salita denominata Baia Cane, dove i migliori vanno subito all’attacco, distanziando di oltre 2 minu-

ridotto, vittoria di Nadir Venturi Green Devils. Al termine della gara, dopo un ottimo Ristoro e il Pasta Party finale, il rito delle premiazioni che conclude questa bellissima giornata di Sport.

Premiazioni Finali, programmate nella giornata di domenica 20 ottobre alle ore 15.30 alla sala Verde di Cesena Fiera Via Dismano 3845 PIEVESESTINA (FC) Da Autostrada: Uscita CESENA NORD

Il vincitore Agostino Mazzoni

Per informazioni: 338 6834464 www.romagnamtb.it info@romagnamtb.it La gara prosegue con la prima discesa di Vedriano, molto tecnica e veloce che porta i concorrenti al Bosco della Riviera, per poi discendere lungo vigneti e frutteti di rara bellezza, in un continuo saliscendi, che ha visto Mazzoni in gran spolvero. È lui a portare un deciso attacco nell’ultima salita della Arvulla (pendenza media del 14%), dilatando il vantaggio sugli inseguitori e percorrendo gli ultimi chilometri in solitaria, lungo il sentiero che costeggia il Fiume Sillaro, giungendo a braccia levate all’arrivo posto nella Piazza XX Settembre, con il tempo di 1h 44’ 47’’. Alle sue spalle un mai domo Daniele Malusardi (Green Devils) e in terza posizione Daniele Fabbri (Sintesi Corse). La gara femminile è dominata invece da Marta Macherozzi (Gruppo TNT), la quale, con tre minuti su Elisa Gastaldi (Baracca Lugo), si è aggiudicata la corsa. A completare il podio dell’assoluta femminile con 2h 15’ 32”, Monia Conti (GC Santarcangiolese). Nella categoria Allievi, infine, con percorso

CLASSIFICHE

Uomini km 39: 1° Agostino Mazzoni (180 BPM) 2° Daniele Malusardi (Green Devils) 3° Daniele Fabbri (Sintesi Corse) Donne km 39: 1ª Marta Maccherozzi (Gruppo TNT) 2ª Elisa Gastaldi (Baracca Lugo) 3ª Monia Conti (GC Santarcangiolese) Campioni Romagna Bike Cup 2013 MW1 Elisa Gastaldi (Baracca Lugo) MW2 Monia Conti (GC Santarcangiolese) Esordienti GianMaria Bartolucci (Le Saline) Allievi Alessandro Barberini (Ecology Team) Junior Giacomo de Paoli (Ecology Team) ELMT Agostino Mazzoni (180 BPM) M1 Adriano Capacci (Tartana Bike) M2 Carlo Parini (Torpado Surfing Shop) M3 Nicola Renzi (Ecology Team) M4 Marcello Parini (Torpado Surfing Shop) M5 Mario Rossi (GC Santarcangiolese) M6 Marco Calise (Valle del Conca)


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MR. GOOGLE MAP a cura di NICOLETTA BRINA

nicoletta.brina@gmail.com

SI CHIAMA VALERIO DALL’OMO ED È UNA DELLE COLONNE PORTANTI DEL CESENA BIKE. OLTRE AD ESSERE CONSIGLIERE DELLA SOCIETÀ, È IL PUNTO DI RIFERIMENTO DEI NEOFITI. CONOSCE A MEMORIA TUTTI I SENTIERI, DA QUI IL CURIOSO SOPRANNOME

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Valerio Dall’Omo è una delle colonne portanti di Cesena Bike. Soprannominato simpaticamente il “Google Map” della squadra, fa parte del consiglio e collabora con Alice e Marco, titolari del negozio Alice Bike, all’organizzazione delle uscite del gruppo. Cinquantatreenne di Cesena, Valerio Dall’Omo, svolge la professione di operaio metalmeccanico e l’incontro con la bici è avvenuto 25 anni fa, causa un incidente sportivo. «Giocavo a calcio prima di praticare il ciclismo. Purtroppo mi sono infortunato al ginocchio – all’età di 36 anni – e sono stato invitato a fare riabilitazione andando in bicicletta. Ho iniziato, ma facevo uscite saltuarie e più che altro nel periodo estivo. Inizialmente utilizzavo la bici da corsa.» Poi dal 2002, è passato alla mountain bike… «Ho scoperto che mi piaceva di più questa specialità, la sentivo più mia e così ho cominciato a fare uscite più frequenti, non più soltanto limitate al periodo estivo e caldo, ma anche durante l’inverno.» Nel 2009 è avvenuto l’incontro con il team del Cesena Bike e da allora è iniziato anche il suo impegno nel gruppo…

«Esattamente, nel 2009 ho incontrato questo gruppo e la passione per la mountain bike ha visto una spinta ulteriore. Di tanto in tanto faccio ancora qualche uscita con la bici da strada, ma il mio spirito è quello del biker che ama i sentieri in mezzo alla natura, ma senza addentrarmi nel down hill o in queste nuove specialità.» Come si trova nel gruppo di Cesena Bike? «Nel gruppo mi trovo molto bene, sono un consigliere della società ed uno dei capigruppo, perché partecipo ed organizzo le uscite. Di tanto in tanto facciamo uscite di

gruppo, andiamo tutti insieme alle gare e questo è uno spirito molto bello. Mi hanno soprannominato il ‘Google map del Cesena Bike’, perché sono una sorta di navigatore umano, visto che conoscono tantissimi percorsi tra la collina e il mare. Sono poi uno degli anziani del Cesena Bike, partecipo alle uscite e aiuto Alice e Marco ad organizzare le escursioni con i ragazzi più inesperti.» Le piace questo ruolo? «Quest’anno non ho fatto gare, salvo qualche uscita in notturna o sulla costa, dunque con andature da passeggio. Per me la cosa più importante è quella di trasmettere la mia passione a chi esce in bicicletta con me. Questa è la mia più grande soddisfazione, cerco di fare sentire anche i più inesperti o i ragazzi nuovi, a loro agio. Se loro si divertono, mi diverto anche io. Questo ruolo è pieno di grandi soddisfazioni, anche perché il Cesena Bike è una sorta di famiglia per i ciclisti ed in una famiglia è importante aiutarsi l’un l’altro.»


iNBiCi magazine - Anno 5 - Numero 10 - Ottobre 2013  

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