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Direttore Antonella Italiano

inAspromonte

Dicembre 2013 numero 004

Aspromonte greco Tragudi’a E’rotika di Vincenzo Carrozza pag. 8

Approfondimento Un nome per le contrade

Sul set di Francesco Munzi

LE ANIME DELLA MONTAGNA

di Pino Macrì

Cinema e cultura Intervista a Vito Teti di Domenico Stranieri pag. 22

La capra aspromontana

Le foto in esclusiva degli attori e l’intervista a Stefano Priolo (nella foto a sinistra) pag. 21

Aspromonte occidentale Il cielo di mio padre

L’inchiesta Sequestri e narcotraffico

di Giuseppe Gangemi

di Cosimo Sframeli

pag. 16 - 17

La lettera

«Per Natale ti regalo il sogno»

servizio di Leo Criaco e Francesco Tassone pag. 18 - 19

Approfondimento Novena, protali e carbone pag. 4 - 5

di Bruno Criaco

pag. 15

La montagna va a scuola I lavori delle classi 3^C e 5^C (Bovalino capoluogo) nello speciale all’interno

di Antonella Italiano

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n giorno camminerai lungo i sentieri polverosi che portano a Campusa, con la montagna da un lato e una vallata minacciosa dall’altro, ma non avrai paura. Se sarà notte sentirai i ghiri cantare, e rincorrersi tra le foglie delle querce. Se sarà giorno un sole tiepido ti scalderà la pelle, e accorcerai la strada passando attraverso i rovi e le ginestre spinose. Sentirai le spine sulla tua pelle bianca, ma non proverai dolore. Le strade di pietra ti parleranno della tua gente, così intensamente che ti fermerai ad ascoltare.

pag. 2 - 3

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Nella foto gli alunni della classe 3^C della Scuola primaria Bovalino capoluogo


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Pagine di Natale

inAspromonte Dicembre 2013

segue dalla prima di Antonella Italiano

«Per Natale ti regalo il sogno»

Sull’uscio di una casetta abitata solo da un vecchio pipistrello starai in piedi per ore, respirando a pieni polmoni l’aria fresca della montagna. Là

immaginerai la tua vita, una famiglia, dei figli. Sentirai il calore di un focolare ormai spento, e l’odore di fumo e di carne arrostita. Poi, riprenderai la strada verso il paese, seguendo il muretto a ritroso. Staranno lì, ancora, a sfidare il tempo: la caserma, la scuola, il municipio. Penserai che è un peccato, guarderai Casalinuovo sull’altra fian-

cata, sospeso come il nido di un’aquila nel cielo d’argento dei tuoi avi. Capirai quanto è grande il peccato, e andrai avanti. Avanti fino alla piazza, in cui dei massi abbozzeranno scomode panchine. Ma mai una piazza ti sembrerà più bella, e così piena di vita pur essendo deserta. Appoggerai la schiena su un muro

Pagine di Natale

Da Alvaro a Pirandello, da Pavese a Vito Teti. Gli scritti, la storia, le testimonianze sulla festa più attesa

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LA SIMBOLOGIA DEL PRESEPE l presepe è una rappresentazione ricca di simboli. Alcuni di questi Sono riconducibili al racconto di Luca: la mangiatoia, l'adorazione dei pastori e la presenza di angeli nel cielo. Altri elementi appartengono ad una iconografia propria dell'arte sacra: Maria ha un manto azzurro che simboleggia il cielo, San Giuseppe ha in genere un manto dai toni dimessi a rappresentare l'umiltà. Il bue e l'asinello derivano dal cosiddetto protovangelo di Giacomo, oppure da un'antica profezia di Isaia che scrive "Il bue ha riconosciuto il suo proprietario e l'asino la greppia del suo padrone". Sebbene Isaia non si riferisse alla nascita del Cristo, l'immagine dei due animali venne utilizzata comunque come simbolo degli ebrei (rappresentati dal bue) e dei pagani (rappresentati dall'asino). L'immagine della grotta è un simbolo mistico per molti popoli soprattutto mediorientali: si credeva che anche Mitra, una divinità persiana venerata anche tra i soldati romani, fosse nato da una pietra. I Magi invece derivano dal Vangelo di Matteo e dal Vangelo armeno dell'infanzia. Il numero fu piuttosto controverso. Fu definitivamente stabilito in tre, come i doni da loro offerti, da un decreto papale di Leone I Magno.

di Gianni Carteri

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uando ancora Francesco, mio figlio, studiava all’Orientale di Napoli, arrivò, per la gioia di sua madre, con un bellissimo presepe proveniente da San Gregorio Armeno, antica strada di Napoli che, come scrive Roberto De Simone nella sua bella introduzione alla recente ristampa per Einaudi di Natale in casa Cupiello, diviene “ombelico del tempo, omfalòs natalizio dal quale si viene attratti col richiamo irresistibile della prima infanzia”. Eccolo Eduardo De Filippo, stampo mitico vestito con la lunga camicia da notte, uno scialletto sulle spalle, la berretta in testa, i piedi nudi e le braccia aperte “Testimone della Tradizione collegata al Natale” che, pur ateo come un vero credente ogni anno realizzava il suo presepe, ripetendo a tutti: “Il presepe è il presepe!”. È bello per me ritornare alla memoria del Natale ruminando, emozionato, un lacerto di Memoria e vita di Corrado Alvaro, ritratto del padre ad un anno della sua scomparsa: “L’ultima volta che venne a trovarmi a Roma era di Natale e io avevo disposto un piccolo presepe. Egli cavò all’improvviso di tasca il piffero di canna delle nostre novene, e si mise a modularlo davanti al Bambino: Natale era la sua festa più grande. Cantava in Chiesa presso l’organo una ninnananna scritta da lui, di cui ricordo alcune strofe, ma di cui due versi mi hanno data sempre l’idea di come egli vedeva e sentiva; sono due versi in cui si descrive, con una sintassi piuttosto angolosa la Strage degl’Innocenti. Essi dicono: “Sui fanciulli con spade le squadre farne strage son pronte a obbedir” e in

essi mi aveva impressionato, fin da piccolo, il movimento dei soldati che snudano e marciano al passo del verso”. PADRE GIANCARLO BREGANTINI, l’amatissimo vescovo di Locri-Gerace poco prima di andare nell’arcidiocesi metropolita di Campobasso in Molise, dopo aver recuperato musica e testo integrale, lo ha fatto cantare la notte del Natale 2007 nella Cattedrale di Gerace. Promosse una sistematica raccolta in due poderosi volumi dei Canti religiosi popolari, avvalendosi dell’opera del maestro Natale Femia, direttore del coro diocesano, ormai famoso in tutta Italia. Sono autentici capolavori di fede e di poesia che tanto sarebbero piaciuti al caposcuola del folklore e della storiografia religiosa, Ernesto De Martino: “Allestitevi, cari amici, ca su jorna di Natali… a lu cielu na festa si faci”. Tutte le peripezie di Maria e Giuseppe trasudano nel linguaggio semplice e incisivo del popolo “minuto” ed esprimono un desiderio di riscatto e di speranza che come diceva il nostro vescovo “rinnova ogni cosa e fa uscire i sentimenti più belli dal proprio cuore”. Il tutto incastonato mirabilmente alla scomparsa cultura del mondo contadino, vero genocidio del Novecento: “Chi bellu fruttu chi nd’ebbi Maria!”. È PER ME INEVITABILE ritornare alla memoria dolcissima di mia madre, scomparsa da quasi sette anni, che, per sempre, mi farà rivivere il suo, il nostro Natale nelle profonde pagine del diario che mi ha lasciato (aveva solo la terza elementare) e da me curato e pubblicato da Iride (gruppo Rubbettino) con il titolo Sotto un altro cielo (presentazione di Vito Teti): “Si sta avvicinando il Santo Natale. Io da quando ero piccola sentivo una grande gioia per la rinnovazione della nascita di Gesù Bambino. Io


Pagine di Natale pieno di formiche e guarderai incantata la chiesa del paese. Aspetterai così la notte, quando ti verrà a svegliare l’odore dell’erba umida. Poi te ne andrai, seguendo il sentiero delle stelle, e accarezzerai le enormi sculture in pietra che ne tracciano il profilo. Penserai che sono fredde, e lisce, e troppo grandi per essere opera dell’uomo, ma troppo ben levi-

gate per essere opera della natura. Ti prometterai di cercare una risposta più convincente. Si, prima o poi tu la troverai. Scriverai? Sarai serena? Ti ameranno mai abbastanza? Qualunque cosa accada, là sotto, tu nella tua montagna tornerai, perché a te, che rendi speciale questo Natale, non abbiamo altro da donare se non il nostro sogno. E il testi-

sono nata a Brancaleone Superiore e mi ricordo bene la tradizione del paese. Allora si usava fare la novena alle quattro del mattino, ma il sacrista non avendo orologio faceva il primo sonno e poi andava a suonare le campane: quando all’una e quando alle due. La povera gente, ma piena di fede, si alzava da tutte le vicinanze, dico vicinanze ma venivano dalle campagne lontane, da Pressocito, Mastrantoni, Cerasara, con torce in mano per vedere la strada che era buio. Preparavano delle cannici, li accendevano e venivano cantando per le strade, lo zampognaro suonava le ciaramelle che sembrava un balletto, gruppi di giovani con chitarra, mandolino e clarino, e finché non era ora di incominciare la novena dinanzi a quella Chiesa che poi è caduta sembrava una festa”.

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mone di una vita discutibile, di cui, per paradosso, sei proprio tu il senso. E sarai sempre tu il giudice, perché sceglierai cosa tenere e cosa dimenticare, persino del lupo più cattivo. Un giorno un lupo mi disse: «Sai cos’è la felicità? Un minuto, due minuti, tre minuti di ogni giorno. Io non so quanto dura quando arriva, ma so che arriva puntual-

mente, e la aspetto. Qualunque cosa accada la mia felicità arriva. C’è chi la sua felicità non l’ha ancora trovata». A te, bambina, che hai dalla parte il tempo ma che con esso ti scontrerai fino a sfinirti io regalo tutta la nostra montagna, e ti auguro un minuto, due minuti, tre minuti di felicità. Ma di ogni giorno. E il più a lungo possibile.

sere inghiottiti dall’alone che si sprigionava dalla fiamma. Costantino fissava con gli occhi trasognati quella scena, come se l’avesse vissuta un’altra volta: il fuoco, le piume di neve, la gente sulla scalinata del sagrato, il nani, i genitori attorno al fuoco (…) mentre don Emilio intonava al microfono della chiesa il Tu scendi dalle stelle. Era finita la messa e ora le campane suonavano a festa, annullando i canti e il vocio allegro della gente che si scambiava gli auguri di Natale”.

MI PIACE CHIUDERE queste note natalizie riproponendo l’atmosfera e alcune schegge della bellissima novella di Pirandello Sogno di Natale, un incontro nella notte della Natività con un Gesù errante per le vie deserte della città: “Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi UNA FESTA CHE era accompagnata da e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio ingran falò dalla notte di tenso, in preda Natale all’Epifania con una tristezza infile contrade del vecchio nita”. Lo scrittore paese che facevano a Si sta avvicinando il Santo Natale. di Girgenti è sulla gara a chi rubasse più sua stessa lunIo da quando ero piccola sentivo legna ai malcapitati di ghezza d’onda al turno che, del tutto una grande gioia per la rinnovazione della punto da dire che ignari, dai balconi batte- nascita di Gesù Bambino. La povera gente l’immagine del Fivano entusiasti le mani. veniva dalle campagne lontane, glio di Dio l’atMi soccorre per capirne da Pressocito, Mastrantoni, Cerasara, con trasse a tal punto il significato di questa che gli parve di quasi orgiastica accen- torce in mano per vedere la strada... fare con lui una sione del fuoco davanti alla chiesa una pagina del Ramo persona sola. È un confidarsi reciproco, fino a che Gesù d’oro di James Frazer, ispiratore di tante bellissime padavanti ad una basilica tutta illuminata dice al drammagine pavesiane sul mito: “Era un uso pagano di celebrare turgo siciliano: “Alzati e accoglimi in te. Voglio entrare lo stesso 25 dicembre la nascita del sole a cui essi accenin questa chiesa e vedere: troppo splendore, troppi ori e devano dei fuochi in segno di festa. Anche i cristiani argenti”. Si fa più insistente: “Cerco un’anima in cui riprendevano parte a queste solennità e a queste feste. vivere. Tu vedi ch’io son morto per questo mondo, che Quando i dottori della Chiesa si accorsero che i cristiani pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia avevano una certa inclinazione per questa festa, tennero nascita. Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser consiglio e decisero che la vera natività dovesse essere la tua come quella d’ogn’altro di buona solennizzata in quel giorno e la festa dell’Epifania volontà. Otterresti da me cento volte il 6 gennaio. Per questo ha sopravvissuto insieme quel che perderai”. a questo costume l’usanza di accendere dei fuochi fino al giorno 6”. NEL SOGNO PIRANDELLO, quasi vergognandosi di se UN’ATMOSFERA CHE magicamente ha stesso, esclama: “Ah! io non fatto rivivere Carmine Abate nelle intense paposso Gesù!”. gine del suo primo romanzo Il ballo tondo, Il Messia quasi dandogli una uscito nel 1991 e che contiene in nuce tutti gli forte spinta sul capo inchisviluppi futuri della sua narrativa. Il fuoco nato sul tavolino lo fa svedi Natale di Hora avvolge di mistero, di gliare di soprassalto. nostalgia e di religiosità gli albanesi Conclude Pirandello: “È di Calabria, facendoli diventare qui. È qui, Gesù, il mio metafora del mondo: “Quando tormento! Qui, senza reaccesero il fuoco di Natale, quie e senza posa, dal cielo scendevano fiocdebbo, da mane a sera chi di neve grossi come rompermi la testa”. piume che andavano a rimbalzare contro i veli invisibili della

brezza serale, quasi avessero avuto paura di dissolversi per terra o di es-

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di Gioacchino Criaco

L’EDITORIALE

I RAGAZZI SI RIPRENDANO I MONTI E LA CULTURA

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lcuni decenni fa, i ragazzi in montagna non ci salivano per fare le scampagnate, ci andavano per dare una mano alla fatica dei genitori. Erano alzatacce tremende, risalite fra tornanti infiniti e voglia di vomitare a ogni curva. Il freddo pungente delle albe invernali con la brina a crocchiare sotto i piedi e le mattinate estive cariche di sudore, polvere e pizzichìo di felci alla gola. Un tempo la montagna era fatica, distanza dal mare e dai giochi, sembrava un tempo rubato all’infanzia, una sfida che si vinceva grazie alla fantasia che trasformava le salite irte in scale verso il cielo e alle rocce grigie dava le facce di animali meravigliosi. Poi gli anni compivano la magia, quel passato duro si tramutava in nostalgia e anche la fatica diventava un dolce ricordo. La maturità rendeva grazie a quel lavoro infantile e contava i doni di quel tempo sudato. Le querce, i lecci, i pini, i castagni, gli scoiattoli, i ghiri, le lepri, le euforbie e le ginestre, tutto quel mondo aveva un nome, ti apparteneva perché sapevi riconoscere ogni suo elemento. Il potere di accendere un fuoco, di trovare l’acqua, di costruirti un rifugio, di orientarti fra le cime, di conoscere le vie fra i boschi e i rovi. Una ricchezza fatta di un sapere che anche se non ti sarebbe servito era tuo, da conservare o condividere. Quando conosci una montagna nel suo profondo è come se le conoscessi tutte, quando penetri la natura nel suo intimo acquisisci un equilibrio diverso che ti fa stare meglio, qualunque sia il posto in cui vivi. Oggi il tempo dei monti e della natura sembra un’epoca remota, di nessuna utilità, un mondo superfluo visto da un balcone di paese o di città. Eppure è un mondo con cui si debbono fare i conti, da lì vengono doni preziosi, l’acqua e l’aria con cui viviamo, dall’equilibrio e dal rispetto di quel sistema dipende la qualità dell’esistenza. E i ragazzi non frequentano più le vie dei monti e della natura da diverse generazioni, non li bazzica più nemmeno l’uomo e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. E non sarebbe bello che i ragazzi tornassero in montagna per la fatica di un tempo, ma non sarebbe male se essi salissero in quota per riprendersi la ricchezza di cui i loro coetanei di tanti anni fa hanno goduto. Se anche i ragazzi del presente sapessero chiamare alberi e animali col nome giusto, scoprire i segreti di un mondo duro ma anche fatato, ne guadagneremmo tutti. Ne godrebbe il loro cuore e anche il loro futuro se i ragazzi scoprissero i sentieri fra le selve e i calanchi dell’Aspromonte. La montagna si sentirebbe meno sola e i suoi doni continuerebbe a darli a questa umanità ingrata che nemmeno la guarda dai recinti di cemento in riva al mare.


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L’inchiesta

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I tempi dell’agonia...

831 GIORNI

Carlo Celadon «È stata dura, papà. In certi momenti ho creduto davvero che non ce l'avrei mai fatta, che non sarei mai tornato a casa. Ho pensato persino che voi mi aveste abbandonato, che nessuno più si sarebbe ricordato di me».

L’altra faccia della montagna raccontata da un luogotenente dell’Arma dei Carabinieri

Sequestri di persona e narcotraffico di Cosimo Sframeli

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a prima rilevante risultanza, in riferimento ai sequestri di persona, è stata quella della collocazione nel triangolo San Luca - Platì Natile di Careri del luogo ove viene pagato il riscatto o liberato il sequestrato, ciò a riprova della circostanza che in tale contesto territoriale è stata gestita la cattività dei sequestrati. Si è dimostrata altresì la completa tranquillità di azione nelle modalità operative dei sequestratori, e ciò nonostante la pressione dei Carabinieri concentrati in quell’area in continue attività di rastrellamento, che gestivano tali crimini spostandosi con i prigionieri, anche in ore diurne, da un covo all’altro. Alle volte si è verificato che taluni sequestrati non fossero sorvegliati in maniera severa, a dimostrazione che, anche in caso di fuga, non sarebbero andati lontano.

I covi-prigione

nell’aprile 1989. Il denaro di entrambi i sequestri è parimenti circolato presso le banche di Locri, Bianco e Benestare. L’intera attività investigativa ha poi trovato piena conferma nella individuazione di ovili e di pascoli frequentati da pastori, buoni conoscitori dei luoghi, che mai hanno segnalato anomalie o fornito notizie utili al ritrovamento di qualche sequestrato. Anzi, molti dei rapiti hanno riferito di aver avuto contezza della presenza, nelle vicinanze, di persone diverse dai sequestratori e di animali, pecore o capre munite di campanaccio, che tradivano la presenza dei pastori. Se non addirittura, nel caso della fuga di Carlo De Feo, di soggetti che, invece di soccorrerlo, lo hanno riconsegnato ai suoi carcerieri. La circostanza che ha avuto una fondamentale rilevanza processuale è che, proprio in quelle zone, insistevano i pascoli della famiglia Barbaro e che in tali luoghi sono stati sorpresi soggetti del tutto estranei alla gestione delle greggi.

L’UNITA’ DELLA ‘NDRANGHETA I SEQUESTRI IN ASPROMONTE NON FURONO FENOMENI ISOLATI, MA FRUTTO DI UNA PRECISA STRATEGIA RIFERIBILE AD UN’UNICA ORGANIZZAZIONE CRIMINALE. TALE IPOTESI E’ STATA CONFERMATA DALL’ANALISI DEI DATI SU LUOGHI, TEMPI E MODALITA’ ESECUTIVE DEGLI STESSI. IL TRIBUNALE DI LOCRI SI E’ SPINTO OLTRE, COGLIENDO LE ANALOGIE TRA LE MODALITA’ OPERATIVE

Il totale predominio nell’area aspromontana si è dedotto altresì dalla contemporanea gestione di più sequestri e dalla riutilizzazione dei medesimi covi-prigione, nonché dal trasferimento, pressoché automatico, in tale “zona franca” di tutti i sequestrati, anche provenienti dal nord Italia. Le conferme arrivano dalla medesima località Lacchi di Torno ove sono stati segregati Casella e Marzocco (addirittura Casella, durante la prigionia, ha avuto modo di sentire il rumore di due elicotteri nelle vicinanze, risultati poi quelli utilizzati per la localizzazione del covo utilizzato nel sequestro Marzocco) ed ancora dall’identità del covo-prigione in cui è stato tenuto prigioniero Casella e quello in seguito utilizzato per Romeo. Inoltre, nella medesima area sono stati trattenuti altri sequestrati e rinvenute armi, tra cui quella utilizzata nel sequestro Gallo. Anche in località Aria del Vento di Platì viene accertata la vicinanza dei covi-prigione utilizzati per Ameduri e Varacalli. Altre similitudini sono emerse tra i sequestri Gallo e Varacalli, con l’uso - in questi ultimi due casi della medesima parola d’ordine utilizzata dal telefonista, rispondente a nomi di città italiane, nonché del pagamento, nella medesima località e con identiche modalità di riscossione, ed ancora in riferimento al trattamento riservato alle vittime. Anche per Casella e Celadon, entrambi giovani di 18-20 anni, si sono evidenziate apprezzabili somiglianze, nel modus operandi, in relazione alle modalità di mantenimento dei contatti con le famiglie tramite annunci pubblicati sui giornali e l’invio di fotografie, e per la circostanza che i familiari sono stati costretti a frequenti viaggi in Calabria, nonché nelle manovre di riscossione del riscatto, con medesima scadenza

Un predominio familiare

E se dubbi vi fossero circa il predominio dei Barbaro in tali luoghi, può farsi riferimento alla vicenda di Barbaro Francesco, latitante per il sequestro Fattorusso, che in tale zona – per sua stessa ammissione – ha trascorso la sua

IL TRIANGOLO DELLA MORTE

SAN LUCA - PLATì - NATILE 1988 FU UN ANNO RECORD per i sequestri di persona. Diego Cuzzocrea fu rapito l’1 gennaio 1988 e rilasciato il successivo 17 settembre, lungo la strada tra Natile e Careri, dietro il pagamento di un riscatto di 730 milioni di lire. Cesare Casella fu prelevato a Pavia il 18 gennaio e rilasciato, dopo una lunga prigionia, il 30 gennaio del 1990. Il primo rifugio nel quale era stato tenuto prigioniero fu a valle della località Lacchi di Torno, in Agro di Platì. La prima rata del riscatto fu pagata nella pineta di Samo il 14 agosto 1988 e, il 24 febbraio dell’anno seguente, in occasione del versamento della seconda rata, venne arrestato dai Carabinieri il latitante Giuseppe Strangio, recatosi personalmente a riscuotere il riscatto. Sempre nel 1988 si assistette al sequestro di Claudio Marzocco sfuggito ai suoi carcerieri dopo aver raggiunto a piedi la Stazione Carabinieri di Santa Cristina d’Aspromonte. Anche Claudio Marzocco era stato segregato in località Lacchi di Torno di Platì. Il 25 gennaio, in Arzignago, fu la volta di Carlo Celadon (foto a destra) rilasciato nel maggio del 1990; seguì Alberto Minervini e l’omonimo nipote (subito rilasciato) rimasto nelle mani dei sequestratori sino al 7 settembre 1988 in località Rocce dell’Agonia. Sempre a settembre fu rapita Maria Belcastro, liberata in località Monte di Santa Lucia.

DIECI ANNI IN OSTAGGIO

1981 - 1985

1987

Sequestro Fattorusso, Sant’Ilario 1981. Reo confesso di tale rapimento si è dichiarato Francesco Strangio, “L’Americano”, condannato con Barbaro di Platì, Gelonese di Sant’Ilario, Marsiglia di Locri e Alessi di Ardore. Sequestro Amaduri, Bosco di Sant’Ippolito di Bovalino 1985, il prigioniero viene localizzato in Fossette di Calario, in Agro San Luca. Nella foto il Crocefisso dello Zillastro, luogo di “pagamento”

Domenico Romeo è stato oggetto di tentato sequestro il 7 marzo a Siderno; Domenico Varacalli, invece, è stato rapito in contrada Liuzzi il 23 maggio e rilasciato in contrada Polito di Ardore il 17 novembre; Mario Gallo in contrada Balderi di Locri il 14 giugno e liberato a Cirella di Platì il 20 novembre; Giuseppe Catanese in Agro di Bovalino il 22 giugno e liberato, otto ore dopo, dalla Squadriglia di Bagaladi. Nella foto la liberazione di Giuseppe Catanese

L’INIZIO DI UNA LUNGA STAGIONE

I QUATTRO OSTAGGI DELLA LOCRIDE


L’inchiesta

...prima di tornare a casa

743 GIORNI

inAspromonte Dicembre 2013

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Cesare Casella San Luca. «Sono la mamma di Cesare Casella, sto aspettando mio figlio da 17 mesi. Cesare deve trovarsi in Aspromonte. Non mi muoverò dalla Calabria finché non mi restituiscono mio figlio» mamma coraggio zocrea, Celadon, Campisi, Sacchi Perrini, Padovani, Bulgari e Ravizza. Una incisiva descrizione del fenomeno può altresì ravvisarsi nelle parole del dott. Carlo Macrì, in occasione dell’audizione, a Reggio Calabria, del 7 aprile 1998, tenuta dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari, con le quali il magistrato ha evidenziato le modalità operative della ’ndrangheta. Esse sono da considerare simili a quelle di una vera e propria industria, sia per i profitti realizzati, sia per le dinamiche dei sequestri, che hanno coinvolto numerosissime persone con compiti estremamente ridotti e che hanno garantito il massimo della sicurezza per l’organizzazione, e sia, infine, per le “capacità veramente eccezionali di programmazione e di divisione del lavoro, quando i sequestri sono stati attuati al Nord e le vittime portate al Sud”. In questi casi l’industria era talmente efficiente che i sequestri “sono stati portati a termine con una capacità ed organizzazione perfetta, senza alcuna smagliatura”. La stessa logica delle modalità globali del fenomeno dei sequestri ha consentito un approfondimento altrettanto complessivo del fenomeno del traffico di stupefacenti, gestito nel medesimo territorio.

Il narcotraffico

decennale latitanza. Ciò non può che confermare l’elemento essenziale del totale predominio in queste zone, evidenziato dal costante trasferimento dei sequestrati in tale area, ove le famiglie ’ndranghetiste, tradizionalmente dominanti, si sono accordate per condurre insieme il grosso affare dei sequestri, con garanzia di sicurezza, assoluta omertà e certezza dell’inviolabilità del territorio destinato alla custodia. Il collegamento tra gruppi delinquenziali definiti, quanto a territorio di appartenenza, viene evidenziato altresì dalle dichiarazioni di Francesco Strangio detto l’“Americano” il quale, in relazione al sequestro Fattorusso a cui ha partecipato, ha riferito di aver trattenuto solo una parte del relativo riscatto e di averne consegnato la restante a personaggi non meglio definiti di San Luca, rendendo così oltremodo pacifica l’unitaria matrice del fenomeno dei sequestri. Altro collaboratore ha avuto modo di rivelare che, nella esecuzione dei se-

questri, era conveniente il trasferimento delle vittime in Calabria perché lì erano ben organizzati e protetti dalla comunità locale.

Il riciclaggio di denaro

Altri riscontri sono arrivati dal monitoraggio delle attività di riciclaggio di denaro proveniente dai riscatti, che ha seguito analoghi canali di utilizzazione, a riprova della esistenza di una cassa comune. A tal proposito, vanno ricordati due importanti sequestri di denaro effettuati negli anni 1988 – 1989 alle frontiere di Domodossola e Chiasso. In tali occasioni, sono stati bloccati prima un cittadino andorrano, in possesso di 360 milioni di lire provenienti dai sequestri Cuzzocrea, Del Tongo, Bulgari, Armellini, Brusin, Isoardi, Cersana, Celadon e Casella ed in seguito Callà Isidoro di Mammola, in possesso di 314 milioni di lire costituenti parte dei riscatti pagati per Cuz-

Tale accostamento ha permesso di individuare nel traffico di stupefacenti, ricollegato alle stesse organizzazioni criminali, la conversione dei propri interessi in tale attività, mediante l’impiego dei guadagni frutto dei sequestri nel più redditizio e vastissimo settore costituito dal narcotraffico. Proprio gli stessi soggetti e gruppi, che storicamente hanno gestito il “primordiale” affare dei sequestri di persona, sono stati gli stessi protagonisti del più moderno scenario del traffico di droga, nel quale si è investita l’esperienza, l’efficienza e la professionalità raggiunte attraverso l’originaria attività criminale. L’evoluzione e l’apertura criminale sono state rese possibili proprio dalla costante presenza di determinati soggetti che hanno curato la saldatura spazio-temporale tra le due fasi storiche e tra le diverse ipotesi delittuose, consentendo così che crimini di diversa natura, costituendo fasi separate di tale sviluppo evolutivo, si legassero tra loro realizzando senza soluzione di continuità lo sviluppo dell’organizzazione; ciò sotto la supervisione dell’associazione principale che, creato il nuovo canale di affari gestito dall’associazione creata ad hoc, ha continuato a scandire tempi e modalità della complessiva gestione degli affari dell’intera holding criminale. Non a caso, molti degli indagati e imputati in relazione al 416 bis c.p., sono stati in seguito coinvolti anche nelle associazioni a delinquere dedite al traffico di stupefacenti e ciò a riprova del carattere unitario della matrice delle due strutture, organizzate sotto la direzione dei medesimi vertici. Ma ciò non ha esaurito i risultati della complessa attività investigativa azionata per contrastare il fenomeno della ’ndrangheta in quanto, dagli ulteriori sviluppi, è emerso, altresì, l’elevato livello dell’organizzazione criminosa, capace di cooperazione con organizzazioni anche estranee alla ’ndrangheta stessa, ma non per questo dotate di minore potere e rilevanza, che si è tradotta nella compartecipazione a taluni specifici affari e, in altre occasioni, in un vero scambio droga-armi e viceversa.

Dalla droga alle armi

1990

1991 - 1992

Anno segnato dai sequestri di: Domenico Paola (Locri 29 aprile) rilasciato a Cirella di Platì il 26 gennaio e Agostino De Pascale (Benestare 20 dicembre) liberato in Agro di Samo il 17 aprile dell’anno seguente. Nonché dal tentato sequestro di Antonella Dellea, avvenuto a Germignano il 6 ottobre 1990, con un tragico epilogo per i sequestratori, deceduti a seguito di un conflitto a fuoco con i Carabinieri. Nella foto l’auto dei rapitori nel tentato sequestro Dellea (foto Ansa)

Giuseppe Longo, Bruzzano Zeffirio, liberatosi il successivo 27 febbraio; Antonino Errante prelevato in contrada Malizia di Casignana, e Domenico Gallo, prelevato in contrada San Nicola di Bovalino il 12 settembre. In ultimo, il 5 aprile del 1992, in contrada Convento di Bovalino, Giovanni Zappia, rilasciato in Bosco Sant’Ippolito dopo solo quattro giorni di prigionia. Nella foto il professore Giuseppe Longo (foto AMnotizie.it)

IL CONFLITTO DI GERMIGNANO

I SEQUESTRI LAMPO

Tale ultimo aspetto ha quindi svelato un altro settore nel quale l’attività della holding criminale si è andata sempre più specializzando, costituita dal traffico di armi, di elevatissima potenzialità offensiva, e la cui disponibilità è riservata alle organizzazioni più sofisticate ed attrezzate nell’ambito della criminalità organizzata, nazionale ed internazionale. Questo lo squarcio aperto dai processi alla ‘ndrangheta a metà degli anni novanta, fessura su un mondo criminale fino ad allora sconosciuto. Perché solo una seria analisi della storia della ’ndrangheta, pienamente emancipata dalle visioni folcloristiche della propria genesi, può chiarire le attuali dinamiche criminose che dipartono dal contesto criminale esaminato.


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Aspromonte orientale

inAspromonte Dicembre 2013

PLATI’

LA TIGRE DEL PAESE di Antonio Perri

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o prendevano tutti per matto, il paese lo derideva “è fissato” dicevano,” tu non combinerai mai niente” si sentiva ripetere. Il motivo era quel giubbotto nero che lo zio gli aveva portato dall’America: un giubbino nero con una faccia di tigre stampata die-

tro. Francesco adorava quel giubbino, e adorava i racconti d’avventura e d’azione che comprava regolarmente dal giornalaio, e non finiva mai di immaginare scene di zuffe e sparatorie stile americano. Quanto a zuffe era andato sempre sotto e i bulletti del paese si divertivano con lui.

«Infilo il dito nel bicchiere pieno d’olio, con l’altra mano avvicino la candela al tuo viso di ghiaccio, e lascio andare una goccia poi l’altra poi l’altra, e le gocce si tuffano inconsapevoli nel piatto»

BON’ANNU CALABRISI Bon’annu Calabrisi, bona vita, Si sì, nta nu palazzu, na pinnata, Si sì supr’o lavuru, oppuru in gita, Si stà vantandu chista terra ngrata. Bonannu a tia, chi si nta nu spitali, E cerchi mi ti duni na rragiuni E ti domandi si facisti mali Pecchì fusti trattatu di bastuni. A tia chi si rinchiusu nta na cella, Pa scerta, pa sfurtuna, pa disgrazia, Bon’annu caru, bona vita bella, A fedi pammi basta e pammi sazia.

Sant’Agata del Bianco, la notte di Natale

IL CANTO DELLE STREGHE di Antonella Italiano

È

una notte triste, questa notte senza luna. Una notte di vento, e pioggia, e cuori soli alla finestra. Ti vedo, Ramona: non dormi. Ti sento, Ramona: respiri, sospiri. Ti tocco, Ramona, con un alito freddo: ti copri, ti alzi, cammini. Uno-due, e il passo è svelto lungo le strade che dividono il centro. Uno-due, più forte, corri ché nessuno ti veda mentre al buio lasci la tua casa. Uno-due, uno-due, uno-due: toc toc. «Entra, ti aspettavo» e i tuoi occhi si riempiono di stupore e di lacrime. «Mi scusi signora, mi scusi. Mi aiuti per favore». Nella stanza illuminata dal braciere, stanotte, ci siamo io, tu e la magia. Ci credi alla magia? È una

serpe che si nutre di paure, le ingloba, le digerisce, e le paure diventano la sua energia, e l’energia non è né buona né cattiva, è solo energia, se la usa un uomo buono è come lui, se la usa un uomo cattivo è come lui. Io sono un tramite, e un tramite non è né buono né cattivo, è solo un tramite, se lo usa un uomo buono è come lui, se lo usa un uomo cattivo è come lui. E tu che vuoi Ramona? Chi sei? Dolore, impotenza, paura: tu sei ciò che nutre la magia, e la magia dà vita al tramite. Tu sei me, stanotte. Sei la mia vita. Alzo gli occhi, le mie rughe si distendono in un sorriso: «Ti aiuterò». ORA RECITI IL Pater Noster ed io fisso il piatto con l’acqua. Per tre volte, da un bordo all’altro, disegno nell’aria tiepida della stanza la tua croce cristiana. Per sette volte chiamo le mie sorelle, ombre inquiete nella valle dove

Bon’annu a cù passau na vita ntera Pammi sìmina paci e verità, Mi jarza, ‘a petra, ‘a petra, l’armacera, Pammi tratteni vita e libertà. E cu nu buchicejju, sutta, sutta, Mi scula l’acqua lorda chi si cojji, Mi rresta sempri terra, chiara e sciutta, Undi crisciunu hjiuri, no scarfojji! A cù si duna all’attri, testa e cori, M’è sempri china i vita chijja via Bonannu i paci, senza malicori, A quantu dissi e a quanti mi sperdìa. BRUNO SALVATORE LUCISANO

scorre il Laverde: santo-lunesanto-marte-santa-domenica-dipasqua. E le ombre arrivano alla nostra finestra, non ti giri, neanche le senti, persa come sei nella tua preghiera, intrappolata dal bigottismo che fa di ogni religione la prigione del pensiero e dell’anima. Infilo il dito nel bicchiere pieno d’olio, con l’altra mano avvicino la candela al tuo viso di ghiaccio, e lascio andare una goccia poi l’altra poi l’altra, e le gocce si tuffano inconsapevoli nel piatto, e fanno dei giri allegri, e in quelle rincorse pazze si aprono, si dividono, si chiudono, galleggiano. Eccola la tua vita, eccole le tue paure, solo giochi di gocce grasse e d’acqua. Stanno lì in attesa della serpe, che viscida arriva, ingloba e digerisce: chemagheria-che-magheria-esci-malocchio-da-casa-mia. LE MIE SORELLE vegliano su questo uscio di legno: ombra-

ombra-spostati-accanto-fai-passare-lo-spirito-santo. «Come va?» «Meglio signora, grazie» «Vai via ora, dimentica questa notte, dimentica la magia». E ti sei allontanata col tuo passo svelto, lungo le strade che dividono il centro, corri perché nessuno ti veda mentre al buio rientri a casa. Nella mia c’è ancora un focolare acceso, ed io che aspetto, poi esco per strada, mi affaccio sul ciglio della scarpata: da lì posso guardare la valle. Mi mancano i suoi rumori, e i voli ciechi di civette, e il fragore del fiume, e le mie sorelle. Ma è una notte ancora lunga, questa notte senza luna. Una notte di vento, e pioggia, e cuori soli alla finestra. Ti vedo, Antonio: non dormi. Ti sento, Antonio: respiri, sospiri. Ti tocco, Antonio, con un alito freddo: ti copri, ti alzi, cammini. Uno-due, uno-due, uno-due: toc toc.


Aspromonte orientale Un mattino di inizio gennaio, quando ancora le vie odoravano di petardi e mortaretti, stava andando a dare una mano al bar di zia Angela, dove per tutta la mattinata serviva caffè. Si accorse che la saracinesca all’entrata era alzata a metà e andò per entrare: «Zia, sono qua!», ma vide qual-

cosa che lo turbò: due ladri erano entrati prima di zia Angela e, mentre uno la teneva ferma, l’altro svaligiava la cassa. I due non si erano accorti di lui che ruppe in testa a quello più grosso una bottiglia, l’altro fece per sparargli ma la pistola si inceppò. Francesco non perse tempo: prese il suo

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coltello e lo conficcò nella mano del ladro. La pistola cadde verso di lui. La prese. La puntò alla testa del ladro: «Quando devi finire un lavoro… devi finirlo e basta!». Esplose un colpo a bruciapelo e il ladro stramazzò. L’altro subito fuggì. Nessuno rise più di lui da quella notte.

LA BILANCIA DELLE ANIME

di Bruno Criaco

P

ietro bestemmiava e mandava maledizioni a se stesso ed al mondo intero, non accettava di essere già stanco, e il sentiero che si inerpicava verso la cima della montagna era solo all’inizio. Si asciugò il collo e la fronte con il berretto di lana degli ergastolani. Sputò. Si girò dietro sforzandosi di non apparire stanco all’uomo che lo seguiva. Pure l’altro teneva con una mano lo stesso berretto e con l’altra un piccone. «Compare Giommo – disse Pietro – ma lo sentite questo rumore?» «Sull’anima della Madonna che lo sento compare!» «È il suono di un campanaccio o mi sbaglio? » «Compare Pietro che parole dite? Voi non sbagliate mai! Sull’anima della Madonna che finalmente si mangia». I due compari camminavano da diversi giorni. Scalzi. Senza cibo. Coi piedi sanguinanti. Ma si conoscevano da anni. Anni passati insieme al carcere di Gerace, dal quale erano riu-

sciti a scappare in modo rocambolesco solo pochi giorni prima; in quel carcere avrebbero dovuto passarci il resto della vita, condannati senza sconti per omicidio. «Compare Giommo porgetemi la sferra, che per quanto è vero Dio gli taglio la gola a questo cane di mandra» «Compare Pietro che non vi fidate più del Monaco?». Compare Giommo era detto il Monaco perché lavorava in convento. Poi un giorno esagerò col vino forte dei Basiliani e sbudellò il padre priore, colpevole di non avergli voluto consegnare un misterioso tesoro. Che per forza doveva esserci! Compare Pietro, invece, aveva scannato un compaesano che pensava lo avesse tradito. In galera venne poi a sapere che la vittima era innocente, e il rimorso lo fece impazzire. La coppia si avvicinò all’ovile senza quasi respirare e al cane forse fecero pietà o forse li vide così malmessi da ritenerli innocui, fatto sta che non li degnò della sua considerazione. Ognuno dei due afferrò una capra per il collo e, girandogli le corna, le immobilizzarono

a terra. Pietro si abbassò e morse le povere bestie al collo in modo che non potessero più belare, svegliando il pastore che ignaro riposava nella capanna. Il Monaco, nel frattempo, si allontanò un attimo dal compare e ritornò con due scarpe legate intorno al collo: per il pastore il risveglio sarebbe stato ancora più amaro. I raggi del sole sorpresero i due ergastolani ancora intenti a mangiare, sebbene delle bestie fosse restato ben poco; la loro fame era antica, tanto da non ricordare nemmeno quanti anni fossero passati dal loro ultimo vero pasto. Prima d’incamminarsi divisero il restante bottino: una scarpa a testa e la carne avanzata, che fu prontamente custodita nella giacca di compare Pietro. Un filo di ginestra per legarci le maniche e il sacco era pronto! «Sull’anima della Madonna che diventiamo ricchi compare Pietro e vi potrete comprare tutte le capre della montagna» «Si compare, è il nostro giorno». In un breve pianoro incassato nel fianco della montagna, delimitato e protetto da una serie di muri a secco, stava una chiesa di epoca bizantina, circondata da ulivi e da gelsi: questa la loro meta.

I due balordi provarono persino ad interpretare le raffigurazioni dei mosaici in marmo, magistralmente distesi tra i pavimenti della chiesa. «Lo vedete compare Pietro? È come dico io: San Michele tiene in mano la bilancia» «Si compare. Quanto è vero Dio che è nascosta qua sotto! Passatemi il piccone». E il corno del piccone non ebbe pietà: infierì sul viso d’angelo di San Michele, sulla sua spada, sulla bilancia delle anime… «Compare Pietro, sull’anima della Madonna che il priore prima di morire confessò che il tesoro era sotto questo mosaico. La bilancia d’oro del Santo Guerriero. Il segreto dei Basiliani. Ho aspettato troppo tempo, non posso essermi sbagliato… non posso… oggi finiremo all’inferno!» «Compare Giommo non disperate, tanto l’inferno ci aspettava già!».

Condojanni di Sant’Ilario

È

notte quando ci propongono di visitare il Casino di Condojanni, ma non ci lasciamo pregare, e partiamo. Da Bovalino percorriamo qualche chilometro di statale 106 e, in prossimità di una stazione in disuso, svoltiamo verso Sant’Ilario. Il paese sembra immobile, e sull’unica strada principale permane solo la scia del nostro motore, poi più niente. Proseguiamo verso la frazione di Condojanni, su per l’Aspromonte. Le strade sterrate, dapprima percorribili, diventano improvvisamente curve e strettoie. Il fuoristrada si arrampica per la collina, la divora, sale ancora. Ringraziamo in cuor nostro le quattro ruote motrici che lasciano ben poco al caso, e finalmente notiamo dei cartelli che stanno ad indicare la presenza dei casini. Di tanti, ma non del nostro, quello è ancora più lontano. La strada continua, nascosta dalla notte, quando il fuoristrada svolta all’improvviso, si immerge in campi fangosi e il tracciato diviene solo un ricordo. Ed eccola la casa del 1855! Maestosa, guarda la valle che ospita il

UN ANGELO

CON LA SPADA

paese, all’orizzonte il mare. Accanto ad essa sta una piccola cappella ed è lì che, aprendo la porta in legno con Santo. La difficoltà, si mostra «Lo fotografiamo con l’avidità dei giornalisti, porta è l’Angelo in arma- ma lo salutiamo con la reverenza dei cristiani» aperta del tura. La luce della resto, la zona raggiungibile. Ma, nei vari tentativi eftorce lo colora di porpora e oro. Ci osserva stupito fettuati, strani accadimenti li hanno poi convinti a lacon dolcissimi occhi azzurri, la spada stretta in sciar stare». Non sappiamo da quanto tempo è in pugno, la testa castana leggermente inclinata per queste terre, capiamo però che sono domande da non perdere d’occhio il dragon demonio ai suoi non fare. Lui appartiene all’Aspromonte, ai misteri piedi. Tutto è grigio attorno a lui, tutto è in mano al della gente, alla discrezione di chi l’ha potuto ammitempo. L’Arcangelo Michele, invece, è una prerare. Lo fotografiamo con l’avidità dei giornalisti, ma senza reale. La percepiamo nella stanza, quasi lo salutiamo con la reverenza dei cristiani. E, come un monito per la nostra invasione notturna. Ci quando il pesante portone in legno si chiude alle nostringe la gola, mentre l’aria si fa pesante e, nel sistre spalle, ci assale la tristezza. È chiaro che non lenzio, il racconto: «Altri visitatori, giunti prima di voi, lo rivedremo. si erano fatti allettare dal pensiero di portare via il


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Aspromonte greco

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Gloria. Versi dalla tradizione

In mezzo al mare vola un uccello, Guarda il pesce che passa; Lascia andare, sempre, il pesce più piccolo, Il grande gli sfugge, non riesce ad afferrarlo; Così fai tu, amica mia, Né ricchi, né poveri ti piacciono; Non fare tanto la superba, Perché non sei né ricca né bella.

Mesa’s ti ttalassa ehi a puddi Ke kanona t’afsari pu mbarchei; To checci panta o finni na diavi, To mea e tto pianni ti e ttu fei; Iu mu kanni esu, agapiti, De plusio, dè aftoho e ssù piacei; Na mi ti piachi tossi malin gloria, Tin en ise plusia, manca poddin oria.

Facci di luna mia, facci di luna, Mi lu dicia lu cori, chi mi dassi; Vidi no mmi ti ceca la fortuna Mu pigghi n’atru amanti e a mmia mi dassi; Vidi chi praticai cu li magari, Sacciu comu si fa la magaria; Alzati, bambina, vestiti, Ossa di mortu, midudda di Oggi è domenica mattina; cani, Metti l’abito più bello, Li pezzi vecchi di la sagristia: e il tuo scialle di seta; Nci voli l’acqua di setti funGuardati allo specchio, tani, E decidi, se indossare il bianco o il rosso E ttri ppetrunni di la cruci-via. Se scegli il rosso, vieni da me Nci voli l’unghi di ducentu Mi strapperò il cuore per donarti il suo amore. mani, Pigghiati a ccentu Turchi ‘n Barbaria; Ed eu ti dicu non mi ta dassi fari, Si no lu peju è sempri pi ttia.

Asca, kafcedda mu, na parefti, Ti afsemeronni i kiuriaki porno, Ke vale tin gunnedda tin kali Ke con mantili su matafsodo; Amone ke affaccieftu is to jali, Ke’de a teli aspro o rotino: A teli rotino, dela is emena, Ti iscizo ti kardia ke dio su jema. Nella foto in alto, un ramo sormontato da un pavone, tipico animale dalla coda bellissima che ama aprire a ventaglio per celebrare e vantare se stesso. Nella foto a sinistra l’opera Appuntamento sotto la quercia del pittore Salvo Caramagno, riportata in copertina della raccolta Tragudi’a E’rotika

ell’Area Grecanica calabrese, resiste ancora una lingua antica: il greco di Calabria, e resistono i greci di Calabria. Una minoranza speciale perché, se è minoranza per il risicato numero delle persone che ancora parlano questa lingua, qualche anziano, e la comprendono, sempre loro, è maggioranza per l’identità culturale che determina, in quanto ogni calabrese sente d’essere figlio di questa grecità. Quest’eredità lontana è, in definitiva, uno dei pochi punti d’orgoglio di questo popolo. Siamo in un’area Ellenofona,

La grecità. Questa eredità lontana è uno dei pochi punti d’orgoglio del nostro popolo

Il canzoniere di Vincenzo Carrozza. Un’opera tesa a recuperare i versi tramandati oralmente dagli anziani

di Vincenzo Carrozza*

N

MAGARIA

TRAGUDI’A

E’ROTIKA

ed è naturale chiedersi da dove origina questo ellenismo. Se si collega senza interruzione alla civiltà della magna Grecia o se, essendo stata questa interrotta dal pro-

L’autore Vincenzo Carrozza

Il dottore Vincenzo Carrozza (nella foto), medico e uomo di grande spessore umano, è originario di Locri. Ha vissuto da molto vicino – e inconsapevolmente ne è stato dentro – la ‘ndrangheta, respirandone l’aria e cogliendone le sue peculiari caratteristiche. Vincenzo ha molto patito, anche il carcere. Ora è al Nord, costretto ad andare via da un territorio che non gli ha mai tolto il marchio malefico. Prima di partire scrisse un articolo di rara bellezza: La Calabria, storia di una Terra infame. (mediconadir.it)

cesso di latinizzazione romano, è da collocare nella nuova ondata di ellenismo che si verificò nel periodo bizantino o, ancora, se i due momenti vanno visti come un

Uno dei canzonieri più straordinari che trattono l’Eros come Gentilezza e la Bellezza come Ruvidezza Francesco Votano (giornalista RAI)

continuum senza interruzione. L’Impero Romano d’Oriente, costituito dall’incontro di tre filoni, romano, cristiano e greco orientale, è una miscela di esperienze diverse, che fa nascere un nuovo popolo modellato culturalmente dalla raffinata eredità artistica, filosofico e letteraria dell’antica Grecia, su cui si innesta il rigore dell’influenza militare e giuridica di Roma. Questi momenti vengono ad incontrarsi nel Mediterraneo, determinando la nostra storia […]. “Tragudi’a E’rotika” è, nella sua prima parte, la tradizione in italiano dei canti e delle poesie tramandate oralmente, raccolte nei territori di Bova e

Roghudi, nella metà dell’ottocento, dagli ellenisti e orientalisti italiani, confrontati con la traduzione in francese di Emile Legrand. Si è lasciata la traduzione italiana sempre intenzionalmente libera, sulla stessa riga dell’originale neoellenico, che è posta a fronte per dare la possibilità e il piacere della poesia e/o dei canti d’amore, del raffronto immediato. Ai canti romaici di Bova e Roghudi abbiamo affiancato, in questa raccolta, poesie e canti d’amore inclusi nella raccolta “Canti del popolo reggino” di Mario Mandalari (Napoli 1881). Poesie e canti, molti dei quali più raffinati e colti di quelli Romaici, che si rifaranno alla tradizione della poesia popolare della Locride, del circondario di Palmi, della stessa città di Reggio Calabria e del suo entroterra. Questa raccolta si chiude con alcuni canti e poesie non propriamente d’amore, a cui abbiamo dato il nome di “Dispetti, Lamenti e Fiori”. Ci pare servano a completare il tratteggio dell’animo della cultura popolare calabrese. *estratto dalla prefazione al libro Tragudi’a E’rotika (arabAFenice 2013)


Aspromonte greco LE FRASI PIU’ BELLE DAL WEB

C

resce il disagio sociale per l'aumento della disoccupazione e della povertà. Sembra che in mezzo agli "asini" che bisticciano si stia preparando una democrazia senza popolo. Gli asini ragliano, scalciano e i barili si rompono, e c'è chi in

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mezzo ne fa le spese. Un popolo senza lavoro e senza casa non conoscerà l'avvenire. Miserabili complici del silenzio, sappiamo come vanno certe cose: il coraggio, chi non ce l'ha, non può neanche chiederlo in prestito per cinque minuti. Cosimo Sframeli

Un prete e una bella donna

U

na donna di affascinante bellezza, felicemente sposata, ogni domenica si recava in chiesa per pregare con il cuore, ed ogni volta che si imbatteva nel prete questi la scrutava come se la volesse mangiare e si era fissato che se la doveva portare a letto. Quando vicino a loro non c'era altra gente le diceva: «Tirignìkkiti!». E lei di rimando: «Tirignàkkiti! E diveniva rossa come un papavero». Un giorno il prete, di aspetto giovanile e gradevole, mentre le diceva tirignìkkiti, allungò una mano per palparla, cosa che la sconvolse a tal punto da doverlo raccontare al marito, il quale le consigliò di rispondergli, quando avrebbe pronunciato tirignìkkiti anche lei allo stesso modo perché ciò avrebbe significato il suo assenso a ciò che il prete desiderava ed alla successiva occasione il prete le disse: «Quando ci vedremo e dove?» «Ci vedremo domani a casa mia, sono da sola!». Il marito, d'accordo con la moglie, si nascose sotto il letto e nel momento in cui, dopo essere entrato, il prete tentò di abbracciarla, sbucò fuori come un indemoniato e, trascinandolo con violenza, lo condusse nel suo frantoio dove stava per spremere l'olio, essendo pronte tre o quattro "macine" di olive. Lo ha legato (appaiato) alla pertica al posto dell'asino ed ogni volta che si fermava lo colpiva con un bastone di olivastro, facendolo contorcere. Gli fece girare la macina per metà giornata col lavoro alternato alle botte. Solamente quando si accorse che era stremato e vi sarebbe potuto rimanere secco, lo liberò, con la lingua penzoloni, e il prete se ne andò via lamentandosi e trascinandosi a fatica. La domenica successiva la donna si recò in chiesa; quando la funzione terminò e gli altri fedeli andarono via, lei indugiò trattenendosi per poter incontrare il prete da solo. Non appena lo vide gli disse: «Tirignìkkiti!». Questi si girò inviperito e le disse: «Adesso né Tirignìkkiti, nè Tirignàkkiti, perché se tuo marito vuole macinare le olive che vada a comperarsi una mucca, di certo non fregherà più me!».

SACRO E PROFANO

Roghudi Antico, i lontani racconti della tradizione orale recuperati dal professore Salvino Nucera

Enan previtero ce mia pizilo ghineca

M

ia ghinèca poddhì fantiameni,prandemmèni ce charapimèni, catheciuriacì ipìghe stin anglisìa c'eparacàlevvje me cardìa ce catha viàggio pu tin òrthevvje o prevìtero tin ecanùnevvje ti ìdighe pu ìthele na ti ffai ce tu ito mbèonda stin ciofalì ti iche na tin echi. San den iche addhi condà tis èleghe: «Tirignikkiti!». C'ecìni tu apàndevvje: «Tirignakkiti! C'eghèneto rusi san mia paparìna». Mia mera o prevìtero ti ito acomì pedì ce den ito àascimo, pos tis ipe tirignìkkitiemàcrie ena ccheri na ti nghi ce tuto tis esinnòfiae tin ciofalì, otu tus ta ipe tu àndrati o pìose tis ipe na tu apandì, san tis èleghe tirignìkkiti ciòla ecìni tirignìkkiti jatì otu ìthele na'pi ti èthele ciòla ecìni m'ecìno ti ìthele o prèvitero ce san tuto eghenàsti metapàle, o prevìtero tis ipe: «Pote fenòmmasto ce pue?» «Fenòmmasto avri sto spìtimu jatì immo manachì!». O andra ti 'scere olo ecrìfthi catu sto crevàtti ce pote mbènnonda egh'rispe na tin anagalì evvjèthi òsciu san ena diavòlo ce sèrronda ple para ti èsonne ton èpare sto trappìtotu pu iche na cami to alàdi, iche ecì delemmène trie, tessere màcine asce elèse. Tp èdespe sto camàci ecì pu èdenne to gadùri ce cate viàggio ti den eporpàtevvje tu èrize mia raddìa m'ena raddì asce agriddhèa ce to ècanne na clostì. To ècame na ghirì to lithàri jà misì mera ce i dulìa iton panda sinodemmèni asce raddìmata. Manachò san tu efanì ti tu ito mmìnonda poddhì lighi stolì ce èsonne ciòla na spofì, ton èlie jatì ito me tin glossa òsciotthe ce san èfighe ito olo ponu c'eporpàtevvje sèrronda. Tin ciuriacì ti irthe i ghinèca ejài stin anglisìa ce san evjètissa i addhi ecìni èmine ena lligo jà na soi orthèspi ton prevìtero ce san eghenàsti tu ipe: «Tirignìkkiti!». Ecìnoeghirìsti san ena ffidi lègonda: 1Arte den tirignìkkiti ce den tirignìkkiti, ti an o àndrasu theli na alèspi tes elè, na pai n'agorai mia vuthulìa jatì emmèna den me diplònni ple».


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Ambienti e città

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GLI SCATTI PIU’ BELLI:

ITALO ROTA, LUPUS IN FABULA

L’architetto di Saline paparazzato con il nostro numero sulla centrale

I

l progetto di Saline Joniche è stato oggetto di una votazione popolare cantonale, tenutasi il 22 settembre 2013. I cittadini del Cantone dei Grigioni hanno approvato l'iniziativa ecologista «Sì all'energia pulita senza carbone», formulata sotto forma di proposta generica. E da chi è stato curato il progetto? Da due noti architetti: Italo Rota (nella foto scattata in una farmacia a Milano), e Andreas Kipar.

Individuo, comunità, città. La via per cambiare

UN MARE LONTANO

Ecco la chiave...

"Se vuoi costruire una nave non richiamare prima di tutto gente che procuri legna, che prepari attrezzi necessari, non distribuire compiti, non organizzare il lavoro. Prima invece sveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà svegliata in loro questa sete, gli uomini smetteranno subito il lavoro per costruire la nave". In questa frase tratta da Il Piccolo Principe di Antoine De Saint-Exupery c'è la "chiave" del cambiamento.

E SCONFINATO di Federico Curatola

R

itengo che per cercare di “costruire” una città con un’accettabile qualità della vita, si debba partire dal singolo individuo, che attraverso i suoi sogni, i suoi stimoli e le sue visioni, può e deve “influenzare” i suoi simili trasferendo così tali sogni, stimoli e visioni, alla “comunità”. Questa, esprimendo la propria “classe dirigente”, gli affida tali sogni, stimoli e visioni, affinché vengano, in parte o in toto, realizzati. Individuo è ciò “che non si può dividere, senza che perda la sua effigie, la sua personalità”. Leggendola così la definizione spingerebbe a credere che ognuno è un essere a sé stante. Ma la capacità relazionale, di cui tutti siamo dotati, ci rende, come individui, parte di un sistema complesso altrimenti chiamato “società” o “comunità”. Comunità. “Più persone che vivono in comune, sotto certe leggi e per un fine determinato; ed anche: Municipio e quelli che lo amministrano”. Una definizione che prefigura la concezione aristotelica del rapporto che intercorre tra individuo e comunità. Per Aristotele infatti l’individuo, in questo caso l’uomo, è un animale politico, destinato quindi alla vita comunitaria. Questa concezione mette dunque in stretta relazione le due entità, che si alimentano e si influenzano vicendevolmente. È ovvio che se gli individui creando la comunità iniziano ad omologarsi perdendo

le loro peculiarità, le loro personalità, la comunità che ne viene fuori è una comunità chiusa, dalla quale, nel tempo, giungeranno sempre meno idee, spunti, e stimoli.

IL TEMPIO

del sole di Campanella (foto sotto), immagine di un Dio che irradia vita e calore

Città è il luogo in cui si manifesta un’opportunità di vita sociale comune. In tal senso sono da considerarsi città anche tutti i centri rurali, tutte le frazioni, tutti i paesi montani che possano dimostrare l'esistenza di una comunità radicata nel territorio che identifica il piccolo centro abitato come centro della vita sociale. La vita sociale è al centro di questa definizione di città (una delle tante). Sottintende che ogni individuo vi partecipi attivamente.

Costruire una città Risvegliare i sentimenti prima ancora di ordinare di eseguire dei lavori. Desiderarla al punto di mettersi subito in marcia per raggiungere l’obiettivo. Ed eccoci al problema. Ed allora se ognuno smette di considerare "inutile" la partecipazione attiva alla "politica", la sua idea sarà un colpo di mazza inferto al muro dell'indifferenza e del distacco che separa amministratori ed amministrati. Sarà la fine del pensiero unico e l'avvio di una nuova stagione in cui il confronto e la partecipazione riacquisteranno il loro sacrosanto spazio. Cambiando l'individuo, cambia la comunità. Diventa più solidale, più equa,

LA CITTA’ PERFETTA «Sorge nell'alta campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte […] dentro vi sono tutte l'arti»

più attenta ai bisogni di tutti, più sicura e pronta nel tutelare e pretendere diritti e doveri. E una siffatta comunità sfornerà individui (cittadini) più oculati nella gestione di quelli che impareranno a riconoscere come "beni comuni", più accorti agli spazi pubblici ed alla loro fruizione, perché li considereranno alla stregua della propria privata abitazione. Risultato? Una città qualitativamente migliore, un ambiente sano, maggiori possibilità di sviluppo ed opportunità

Verso l’orizzonte Giungere agli individui che compongono una comunità e risvegliare in loro “la nostalgia del mare sconfinato”. E allora la speranza sarà riaccesa per i suoi abitanti. Ecco dunque il terzo passaggio. Una comunità migliore crea una città migliore. Ed una migliore classe dirigente, che sa quali sono, come dicevamo all'inizio, i sogni, gli stimoli e le visioni della sua gente. I passaggi sembrano difficoltosi, lo so. Sembra un percorso ad ostacoli, irto e scosceso. Una sfida che tante piccole e medie città hanno deciso di affrontare, perché le loro comunità hanno deciso di affrontarla, perché costituite da individui consapevoli

e sognatori. Lo so, qui è difficile anche solo far capire come si deve parcheggiare l'auto, o come si deve fare la differenziata. Ciononostante credo che attraverso esempi virtuosi (che al momento però non si vedono), dati da chi deve guidare la comunità, qualcosa possa giungere agli individui che la compongono e risvegliare in loro “la nostalgia del mare lontano e sconfinato”. Ed allora, la speranza che si mettano a costruire la barca, sarà riaccesa.


Speciale scuola

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La

MONTAGNA

va a SCUOL A «L’Aspromonte riparte dai bambini, ad essi si mostra, da essi trae nuova linfa vitale»

“Mi ricordo che quando sono andata a Polsi con mia zia, la chiesa era affollatissima. Abbiamo visto la Madonna con Gesù Bambino in braccio. Il suo sguardo mi faceva pensare che era viva…” Francesca “A Polsi sono andato per la prima volta questa estate, già ne avevo sentito parlare dai miei genitori. Quando l’ho vista mi è sembrata la Madonna in carne e ossa…” Lorenzo L.

Viaggio a Polsi

I bambini della VC della scuola primaria di Bovalino capoluogo raccontano il viaggio al santuario della montagna

La Madonna era bellissima, alta, colorata; si sentiva il profumo dell’erba leggera e delicata. Mi ha stupito quanta gente c’era e quanti colori e suoni. Nella chiesa c’era pure una bara, non ricordo molto bene però mi pare che era di legno” Giuseppe “Ero piccolo, perciò non ricordo molto. Ricordo solo tanta gente, l’odore di bestiame e muffa, e i turisti che quando è finita la messa si sono precipitati a fare le foto. Io finalmente ho potuto vedere la Madonna faccia a faccia” Marco “Non ricordo molto; mi ricordo solo la grande emozione, le bancarelle, la musica. E poi la Madonna che sembrava guardare solo me. Io sinceramente me la aspettavo più grande, ma ok” Vincenzo

“Di Polsi ricordo la Madonna, bellissima, e la gente, tanta… Sentivamo la messa da fuori, poi alla fine entrammo a salutare la Madonna. Mi sono emozionata. Io la conosco fin da piccola perché la mamma me ne parlava sempre” Katia “La “mia” Madonna è bellissima; l’ho vista una volta, avevo solo otto anni ma la ricordo come se fosse ieri. In chiesa, in qualunque posto mi mettessi, sentivo la sua presenza… avevo un po’ di paura per questo, ma mi rendeva felice sapere che mi seguiva… tenere la sua corona, quella vera, tra le mani è stata un’emozione unica” Angelica “Ho visto la Madonna che avevo quattro anni. Era bellissima e sentivo una strana sensazione, come se mi volesse parlare… teneva Gesù Bambino nelle sue braccia dolcemente come un fiore” Martina

“Quello che mi ha colpito di più della Madonna sono stati i colori bellissimi. Era bella, alta e robusta come le donne di qua. Poi mi sono seduta nel banco e ho ascoltato la messa. Vorrei tornarci” Laura “Era settembre del 2013. In chiesa alcune persone strisciavano con le ginocchia per terra e arrivati alla statua si facevano il segno della croce. Lei era bellissima, aveva una corona grande sulla testa che la illuminava tutta e un vestito azzurro che arrivava fino ai piedi” Pasquale “La Madonna era alta, con un bellissimo viso, gli occhi scuri e vivaci, le guance paffutelle e un dolce sorriso sulla bocca, come per dire “Benvenuti”. Siamo stati in silenzio a guardarla e a pregare. Poi le abbiamo messo le coroncine del rosario attorno alle mani e al collo” Benedetta “Sono arrivato a piedi dalla Madonna… c’era tanta folla e non si poteva passare per la confusione. Era la prima volta che andavo a Polsi e ho sentito il desiderio di tornarci ancora. La Madonna era troppo bella” Lorenzo C. “Quando l’ho vista mi sono commossa per quanto bella era. La gente cantava in coro le litanie alla Madonna, c’erano tanti colori attorno e il suono della tarantella ci faceva sentire felici” Antonella

“Quando la Madonna è uscita dalla chiesa i bambini urlavano e facevano scoppiare i fuochi d’artificio... i grandi la salutavano cantando” Giorgia

La storia del principino Carafa nel noto canto popolare - Comu fazzu, me' summa Rigina, Nc'era lu prìncipi (di Roccella) mortu Vu portu pe' chista matina; chi figghioli non avìa comu fazzu, Rigina sagrata, e pregava Maria cunsolu mortu lu portu pe' chista jornata! mu 'nci manda 'nu bellu figghiolu. Arrivati a la Chiesija santa -Se Maria mi manda 'u figghiolu jidi lu mìsaru supra l'artaru, a li tri anni 'nci lu portu d'orula litanìa 'nci cuminciaru; Lu miraculu 'nci lu mmostrau, e finendu la litanìa lu picculinu 'nci lu mandau. lu picculinu chiamava Maria. E finendu li tri anni jidi si mìsaru 'n caminu: quandu arrivaru a Bovalinu lu picculinu 'nci morìu.

-E pigghìati 'ssi filanzuni mu pisamu lu me' figghiolu: quantu pisa lu me' figghiolu d'oru e d'argentu lu vògghiu lasciari!-


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Viaggio a POLSI

Traduzione Il principino dei Carafa C’era il principe (di Roccella) che figli non aveva e pregava Maria Consolatrice di mandargli un bel bambino - Se Maria mi manda un figlio a tre anni glielo porto d’oro. – Il miracolo glielo dimostrò, il piccolino glielo mandò. E nel compire tre anni Loro si misero in cammino: quando arrivarono a Bovalino il piccolino morì. - Come faccio, Regina grandissima, morto Ve lo porto questa mattina; come faccio, sacra Regina, morto ve lo porto in questa giornata! – Arrivati alla Chiesa santa loro lo misero sopra l’altare, la litania incominciarono; e sul finire della litania il piccolino chiamava Maria. - E prendete quere il mio bambino; per quanto pesa il mio bambino tanto oro e tanto argento voglio lasciare! -

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orge su una vallata dell’Aspromonte, ai piedi di Montalto. È dedicato alla Madonna della montagna di Polsi. Secondo la leggenda, nell’XI secolo un pastore trovò una strana croce di ferro che un torello aveva dissotterrato proprio nel posto dove ora sorge la chiesa. Molti sono i miracoli attribuiti alla Madonna della montagna. Si racconta che i principi di Caraffa, non avendo un figlio maschio, si rivolsero alla Vergine che concesse loro la grazia. Così decisero di andare a Polsi per ringraziare la Madonna, ma durante il viaggio, il bambino morì. I principi portarono lo stesso il corpicino del bambino racchiuso in una piccola bara a Polsi, convinti che la Madonna gli avrebbe restituito la vita. E così fu: durante la “litania”, il bambino invocò il nome di Maria. Ancora oggi la bara è rimasta accanto alla statua della Vergine. Questo episodio viene raccontato in un canto popolare molto conosciuto dai fedeli della Madonna.

CLASSE 5^C Polsi e la Madonna della montagna Testi, disegni e traduzione a cura della 5^C, scuola primaria Bovalino capoluogo La piccola Maria Testo e fumetti a cura della 5^C, scuola primaria Bovalino capoluogo

Speciale scuola


Speciale scuola

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CLASSE 3^C

(Scuola primaria Bovalino capoluogo) Fumetti Tutti in letargo o quasi... Corrado A., Michele M., Ludovica G., Sara E., Annamaria C., Luca P., Giuseppe S. Disegni Gli animali in letargo Francesco P., Paolo M., Francesco N., Stefano G., Francesco C., Anna Teresa I., Mariateresa A., Corrado A., Giuseppe S., Michele N., Luca P. Titoli Ludovica G., Michele M., Antonella P.

Rielaborato da La piccola Maria (numero di novembre) di Bruno Criaco Era quasi l’alba…

La mamma dissa a Maria che era ancora notte, di continuare a dormire, ma Maria non ne voleva sapere di restare a casa: voleva andare con i suoi genitori a prendere le castagne nel castagneto che il comune aveva assegnato al suo papà quell’anno. «Partiamo, dobbiamo fare presto altrimenti quei maledetti si mangeranno di nuovo tutte le castagne» disse il papà che voleva arrivare prima dei suoi rivali. Stava piovendo e l’acqua del fiume era di nuovo salita. Il papà dovette prendere in braccio la moglie e la figlia per far loro attraversare il fiume. Dopo di che le poggiò a terra e si mise a correre; non gli importava se le pietre appuntite si ficcavano nei suoi piedi, voleva solo avere di che sfamare la sua famiglia quell’inverno: doveva per forza arrivare prima dei cinghiali. Quando Maria e la mamma arrivarono, il papà aveva già raccolto quasi tutte le castagne buttate a terra dal vento. Maria apriva i ricci con un bastone per non pungersi le dita e nel frattempo pregustava la cena della sera a casa sua: avrebbe sbucciato le castagne, le avrebbe arrostite sul fuoco e poi le avrebbe mangiate con suo papà e sua mamma.


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Speciale scuola

CLASSE 3^C Testo Il letargo Stefano G., Francesco C., Paolo M., Serena R., Michele N., Francesco P. Mariateresa A. Schema letargo Serena R., Francesco N., Sara E., Antonella P.

Lettere alla redazione

CONOSCERE L’ASPROMONTE La IV B dell’Istituto Comprensivo Pallavicini di Roma sposa il progetto del nostro giornale, la montagna entra nelle scuole della Capitale grazie al docente calabrese Violi (nella foto)

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uando la Calabria chiama, il calabrese ovunque si trovi risponde. Quando ho letto il progetto proposto dalla redazione de “InAspromonte” e rivolto alle scolaresche avente come obiettivo principale quello di avvicinare gli studenti alla montagna, immediatamente ho abbracciato l’idea e ho pianificato una unità di apprendimento su questo tema. D’accordo con il team docente della IV B dell’Istituto Comprensivo Pallavicini di Roma, istituzione scolastica nella quale esercito la mia funzione docente, abbiamo progettato delle attività che mirano al raggiungimento di alcuni obiettivi cognitivi che avessero come tema principale la montagna e quindi l’Aspromonte. L’Unità di Apprendimento avrà un carattere interdisciplinare interessando, quindi, la programmazione di Scienze, Geografia e Tecnologia e verrà realizzata in modalità multimediale grazie all’ausilio delle Nuove Tecno-

logie per la Didattica. Lavagna Interattiva Multimediale, Computer e strumentazioni da laboratorio scientifico saranno gli ausili attraverso i quali gli alunni seguiranno un percorso di insegnamento/apprendimento che avrà come tema principale l’Aspromonte. La montagna verrà studiata come am-

biente geografico e attraverso l’interattività multimediale, foto, video e suoni si conosceranno i suoi elementi costitutivi, antropici e naturali e si evidenzieranno le sue caratteristiche fisiche, climatiche. Verranno analizzati anche la flora e la fauna presenti nell’ambiente montano; nella fattispecie si conosceranno piante e animali tipici dell’Aspromonte e si studieranno le loro relazioni e le loro classificazioni sia in termini geografici che in termini scientifici. Grazie alle Nuove Tecnologie applicate alla didattica questa Unità di Apprendimento verrà messa a disposizione di altre scolaresche per essere condivisa e quindi ripetuta. La scuola ha come obiettivo principale quello di formare le nuove generazioni partendo dalla consapevolezza che il territorio va amato e rispettato. A partire dalle nostre care montagne… Francesco Violi


Approfondimento San Nicola

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acque a Pàtara di Licia, tra il 261 ed il 280. Quando lasciò la sua città natale si trasferì a Myra dove venne ordinato sacerdote.Il culto di san Nicola fu portato a New York dai coloni olandesi, sotto il nome di Sinterklaas, dando origine al mito di Santa Claus.

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San Silvestro

Santa Lucia

ilvestro fu consacrato vescovo di Roma e quindi papa; e morì il 31 dicembre 335. Il suo pontificato coincise con il lungo impero di Costantino I, durante il quale la Chiesa affrontò un cambiamento epocale: il passaggio dalla Roma pagana alla Roma cristiana.

i racconta che Lucia fosse una bella fanciulla siciliana, che rifiutò di sposare un uomo non cristiano. Per questo le vennero strappati gli occhi e fu uccisa. Ogni 13 dicembre, giorno del martirio, inizia il suo viaggio col suo fedele asinello portando i doni ai bambini buoni.

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NOTTI

di

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MAGIA

I BAMBINI DELLA MONTAGNA RADICI E TRADIZIONE

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on si vedeva quasi niente nella stradina, c’era un unico lume a petrolio, e si spegneva prima della mezzanotte, ché Sebastiano di combustibile ci metteva il minimo indispensabile, chi lo sentiva sennò il segretario comunale. Ogni volta che gli consegnava la tanica lo metteva in guardia: «Ti deve bastare per l’intera settimana e la piazza deve avere la priorità, tanto i bifolchi della ruga alta, di sera, non hanno dove andare. Quella notte invece la ruga alta era movimentata: Nino, Livio e Pietro avanzavano nell’oscurità carichi come muli. Ognuno dei tre portava un tronco di quercia sulle spalle, ogni tronco pesava più di trenta chili, il numero di anni che a stento raggiungevano i tre ragazzi. Correvano. Correvano perché erano in ritardo: gli altri ragazzi li aspettavano nella piazza, proprio attorno a quel fuoco che avrebbero alimentato con i loro carichi. Era l’ottavo giorno della novena natalizia, e

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inAspromonte

PROTALI E CARBONE

Da San Nicola alla Befana, i doni ai tempi del focolare

loro ogni notte a turno dovevano procurare la legna del falò che li avrebbe scaldati fino alla notte di natale. Correvano anche perché, quella notte, Peppe “il Guardio” li aveva allontanati dalla sua legnaia a colpi di scopetta e di insulti irripetibili, e minacciandoli che gliela avrebbero pagata e che li aveva riconosciuti. Per i ragazzi sfidare la scopetta della guardia campestre era diventato lo spasso di quelle notti. Il culmine del divertimento per i monelli era l’arrivo in piazza di Peppe che era accolto dai ragazzi con un collettivo e ironico: «Buongiorno don Peppino, che non venite a riscaldarvi?» «Brutti

“disonoratelli”» ribatteva lui «Tanto i vostri padri me la portano la legna». E quando poi la moglie offriva ai birbanti le zeppole e i protali che ogni mattina donava ai fedeli, lui andava su tutte le furie ed a stento tratteneva le bestemmie: per don Pepino la novena era, ogni anno, una tortura. Quando i fedeli, quasi tutte donne, uscirono dalla chiesa di San Nicola, Peppe, che si era seduto nella panchina di pietra e cemento della piazza, tirò un sospiro di sollievo: anche per quest’anno la novena era agli sgoccioli, ed i monelli avrebbero trovato qualche altro passatempo. Bruno Criaco

DI LUCI In genere l'albero di Natale in Italia è un peccio (abete rosso); mentre nei Paesi nordici è comune l'uso di abeti; raramente si usano pini o altre conifere sempreverdi. Nel mondo moderno ha una grande diffusione l'uso di alberi artificiali. Alberi pratici ed economici, che garantiscono la salvezza di molti esemplari reali.

IL 6 GENNAIO IN VOLO

CON MADRE NATURA

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Africo, i bambini del borgo antico. Foto di V. Petrelli, 1948

UN VESTITO

nticamente la dodicesima notte dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. I Romani credevano che in queste dodici notti, figure femminili volassero sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri. A guidarle secondo alcuni era Diana, dea lunare legata alla vegetazione, secondo altri una divinità minore chiamata Satia (sazietà) o Abundia (abbondanza). La Chiesa condannò con estremo rigore tali credenze, definendole frutto di influenze sataniche. Queste sovrapposizioni diedero origine a molte personificazioni che sfociarono nel Medioevo nella nostra Befana, il cui aspetto, benché benevolo, è chiaramente imparentato con la personificazione della strega. La Befana si richiama pure ad alcune figure della mitologia germanica, Holda e Berchta, sempre come personificazione della natura invernale.


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Aspromonte occidentale

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U

'mbitu (nella foto) è il rito celebrato il 29 agosto. Si racconta che Maria, per fuggire da Erode, si nascose con Gesù in un campo di lupini secchi, che però fecero un rumore tale da attirare le guardie di Erode, allora Maria maledisse questa pianta, infatti

Taurianova DA U’MBITO A NATALE

molto amara, e quindi i taurianovesi la bruciano come segno di spregio e vendetta. A questo rito si collega la novena natalizia. Periodo in cui è usanza creare delle stelle votive illuminate con l'immagine della Patrona di Taurianova, da appendere ai balconi delle case, e ormai da alcuni

anni si svolge anche un concorso che vede premiata la stella votiva più bella. In questi giorni per le vie del paese girano spesso gruppi di persone con strumenti tipici (zampogna) che animano e preparano gli animi alla festa. Taurianova è famosa, inoltre, per il suo torrone.

IL CIELO DI MIO PADRE Guarda gli ulivi, la fenditura di Barillà;indovina le profonde valli che circondano OppidoVecchio; osserva la Piana e si concentra sul mare e, infine, sul promontorio dentro il mare. «Questo - sentenzia Pinuccio - è il mio birillo rosso!». di Giuseppe Gangemi

T

enuto per mano dalla madre, lavato, pettinato e bene ordinato, Pinuccio compare, provenendo da un vicolo, sulla piazzetta della Chiesa. Scende tranquillo verso ‘u Ponti di Palamara’. Che, poi, non è un ponte, ma solo un pezzo di strada che copre un dislivello di dieci metri tra la statale e le viuzze del quartiere Bologna. Da lontano, vede uscire, di corsa, dalla scaletta che porta in cima al ponte, un ragazzo più grande. Rapido attraversa la strada ed entra in via Roma, la via dove si trova la scuola elementare.

I compagni di classe

Un minuto dopo sbuca, dalla scaletta, Cummari Pascalina con il figlio per mano. Frettolosi imboccano via Roma. Intanto, da

Ancora qualche passo e Pinuccio si ritrova sulla statale 112, prosecuzione della via Umberto I dietro la curva della statale, appare Carmeluzza e subito dopo il figlio. Saltellando, li supera un bambino più grande con la cartella. Si gira e li guarda, continuando a saltellare all’indietro. Poi si volta e si mette a correre, sparendo alla vista. Un attimo ancora e Carmeluzza e il figlio imboccano la strada della scuola. Pochi secondi e Pinuccio e la madre si trovano all’inizio della salita di via Roma. Salendo lungo la via, sembra a Pinuccio che le distanze siano più ravvici-

nate. E per quanto Cummari Pascalina e Carmeluzza siano apparse, da lontano, frettolose, la distanza si riduce ancora. Quando arriva a fianco di Carmeluzza, si accorge che tira il ragazzo afferrandolo per il polso e che questo si tiene indietro con le spalle, mentre frena con i piedi cercando di non procedere. Un breve cenno di saluto e un leggero inchino delle due madri: «‘Onna Rosina» «Carmeluzza». Pinuccio procede oltre e, piano, piano, per non farsi sentire, chiede: «Ma che ha quel bambino? Perché non vuole camminare?» «Niente! - risponde la madre - fa solo i capricci». E vanno avanti. Da una viuzza, si affaccia ‘Ntonuzza, con la figlia. Saluta ‘Onna Rosina e si ferma. Pinuccio, curioso, la guarda mentre procede, finché non nota che aspetta un’altra madre con la figlia che sono ancora dietro. Le bambine

il figlio di Carmela resta un po’ più indietro, come se non riuscisse a seguire il passo svelto della madre si lanciano una verso l’altra e si mettono a chiacchierare, in mezzo alla strada. Sono tranquille e sorridono. Intanto Pinuccio e la madre hanno raggiunto Pascalina con il figlio. Al saluto di ‘Onna Rosina, Pascalina risponde con un ammirato commento: «Beata a vvui ‘Onna Rosina’, ca ‘u vostru è bbonu e ‘nci piaci ‘a scola. ‘U meu n’a mangia propriu!». ‘Onna Rosina si rimpettisce d’orgoglio, ma commenta dubbiosa: «Uhhu! Bonu! Pari bonu!». Ma

lo dice solo “pe’ parari ‘u gabbu”. Perché ripete sempre ‘Onna Rosina: “Mi vantu e mi vant’eu, bellu fissa chi sugn’eu!”. Giunti quasi alla meta, davanti al portone della scuola, appare, da una via laterale, Succursa con il figlio che scalpita e scalcia come se avesse dieci mani e dieci piedi. Pinuccio lo riconosce: “È Carmelu!”, pensa con timore, il bambino iperattivo, a volte violento, che in paese conoscono tutti.

Carmelu e la madre

La madre tiene saldamente Carmelu per il polso e lo strattona per farlo procedere. Questi, fin’allora muto, vedendosi a pochi passi dalla porta della scuola, getta un potente e lunghissimo urlo. Succursa, per un attimo, viene presa di sorpresa. La sua mano scivola dal polso. Lesta, lo riacchiappa, con la sinistra, per i capelli e usa la destra per pic-


Aspromonte occidentale

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Carta e penna

Segni nell’aria

Finite le risate, il maestro invita tutti ad aprire un quaderno, prendere un pennino nuovo e infilarlo nella propria penna. Quindi, spiega come si tiene la penna: poggiata sul medio e con l’indice, ma soprattutto il pollice, a tenerla ferma. Passa per i banchi a controllare che sia tenuta correttamente. E la sistema meglio a coloro che non sanno ancora farlo. Tengono la penna per almeno dieci minuti, facendo segni nell’aria. Poi, si passa a fare sul serio”.

Il disegno è di Federico Gangemi, studente a Londra di motion graphics. Nelle foto in alto: la chiesa di Santa Cristina d’Aspromonte (foto ruraliaweb.it), e una classe del ‘60 (foto fotodiclasse.org)

Carmelu, « vedendosi vicino a scuola, si agita come morso da una tarantola

«

da lontano Pinuccio vede un’ombra stagliarsi contro i vetri di una finestra

«

il maestro indica al ragazzo il suo posto e chiacchiera con Pinuccio e la madre maestro « ilmostra la carta geografica dove c’è una terra lunga e stretta tra due mari

chiare alla cieca su quel corpo in movimento in tutte le direzioni. Carmelu urla ancora, di rabbia, di protesta, non di dolore, e cerca di staccare con le due mani la mano della madre dai suoi capelli. Ma Succursa non molla la presa dei capelli. I maestri, fino a quel momento sorridenti sulla porta della scuola, spariscono rapidi all’interno. All’udire dell’urlo, varie donne sono uscite di casa o si sono affacciate al balcone. Si godono la scena e ridono. Succursa se ne accorge e mormora qualcosa. Pascalina, che le è molto vicina, fa il segno delle corna e spinge la mano, per due volte, in direzione di Succursa: «Tié! Tié!». Per evitare, non si sa mai con quella malalingua di Succursa, le donne si ritirano in casa, mentre invocano il rimbalzo delle invocazioni su Succursa, sulla famiglia e sui discendenti tutti. Pinuccio, all’udire del grido disumano, simile a quello di un maiale che aveva visto, mesi prima, portare al macello, si è bloccato in mezzo alla strada. Guarda esterrefatto la scena. Non riesce a staccare gli occhi da Succursa e Carmelu. ‘Onna Rosina lo scuote e lo indirizza verso l’ingresso. Pochi passi ed è di fronte al marciapiedi. Si ferma. Guarda l’interno, buio, oltre la soglia. La madre, dolcemente, lo spinge per le spalle. Pinuccio si irrigidisce, tirando il busto all’indietro, e poggia il piede sull’orlo del marciapiedi. La madre spinge più forte, con un sorriso sulle labbra, mentre si guarda intorno. Magro come un chiodo, Pinuccio non pesa molto. Sotto la nuova spinta, la gamba destra rigida fa leva sul marciapiede, la sinistra si alza, viene portata avanti per ritrovare l’equilibrio. Un’altra

spintarella unita a un secondo sorriso della madre, rivolto a quelli che stanno attorno, attenti a Succursa e al figlio, e la porta viene varcata, senza inutile violenza. “Non è poi così buio”, pensa Pinuccio. E si calma.

U ziu ‘Geniu, il maestro

Qualcuno suggerisce loro di andare avanti, svoltare a sinistra, seguire il corridoio fino all’ultima porta dove, assicurano, sta

Pinuccio è distante da Cummari Pascalina almeno cinquanta metri, e da Carmeluzza poco più di dieci

in attesa il maestro. Solo quando arriva vicino si accorge che il maestro è uno zio: “‘u ziu ‘Geniu!”, si dice sollevato. La madre saluta il marito di una cognata e si attarda un attimo davanti all’aula. Arriva Pascalina e consegna il figlio al maestro: «Professuri, chistu ‘na mangia. Minati corpa se no’ studia… Ca sulu i corpa capisci». Poi, rapida, volta il culo e se ne va. Ha fretta e tante cose da fare. Poco dopo arriva Succursa. Saluta. Tira su la manica della maglietta del figlio e suggerisce al maestro: «‘U tenissi ‘i cca!». Quindi consegna la cartella al figlio e si incammina verso l’uscita, risistemandosi i vestiti scompigliati nella lotta con il figlio. «Succursa!?», dice a voce alta il maestro, tra il basito e il divertito. Ma questa non risponde e va oltre. Si ferma quando arriva a metà del lungo corridoio. Il suo

viso appare chiaro alla luce che proviene dall’ingresso. Si volta verso il maestro e dice: «’U volistuvu?”. Si riferisce, forse, al fatto che la scuola è un obbligo per tutti i bambini. «Ed eu vu portai. Ora, su’ ca…tinazzi vostri!». E prende la via dell’uscita. Una mamma che ha ascoltato le ultime parole, commenta, ironica: «Custumata comu sempri!». Altre madri annuiscono con la testa. ‘Onna Rosina, visto l’assembramento che si sta formando, saluta e se ne va. Il maestro accompagna il nipote al primo banco e Carmelu all’ultimo. Torna, quindi, a stazionare davanti alla porta per accogliere i nuovi arrivati. Con un occhio guarda le madri che arrivano, con l’altro i ragazzi nella classe e li zittisce colpendo con il righello il banco più vicino alla porta.

In fuga dalla finestra

Il maestro si distrae un momento e rapidissimo Carmelu si alza dal banco, corre verso la finestra aperta, sale sul davanzale e da qui salta per terra (l’aula è al primo piano). Meno rapidi, ma efficaci, altri due lo seguono e sono già sulla finestra. Saltano. Troppo lento il quarto. E troppo basso di statura. Fa fatica ad arrampicasi sul davanzale. Il giovane maestro se ne accorge ed è subito su di lui. Lo afferra per la giacca, grande per la sua corporatura, forse l’eredità di un fratello maggiore. Lo tira giù dalla finestra. Lo sgrida. Lo rimanda al suo posto. Chiude la finestra e si rimette davanti alla porta. Dopo un poco, chiude la porta e rientra in classe. La lezione ha inizio. I bambini sono agitati. Parlottano continuamente tra loro. Non solo perché è il primo giorno di scuola, ma anche per i tre com-

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pagni che sono scappati. Il maestro annuncia che racconterà loro una bella storia. «Questa è l’Italia», esordisce mostrando una enorme carta geografica appesa al muro. «La regione al centro dell’Italia è l’Umbria» e la mostra con il righello. «Il paese al centro dell’Umbria è Foligno» e mostra un punto dentro il colore verde dell’Umbria. «Al centro di Foligno, nella piazza principale, c’è un bar, il Bar della Piazza». Fa una pausa e riprende. «Al centro del bar c’è la sala del biliardo». Ancora una pausa per accertarsi se ha l’attenzione di tutti. «Al centro della sala c’è il biliardo e al centro del biliardo ci sono tanti birilli». Pausa per l’effetto finale. «Al centro dei birilli c’è n’è uno di colore rosso». Nuova pausa, e conclusione: «è quel birillo rosso il centro dell’Italia». Qualche bambino ride. Anche il maestro ride. E allora ridono tutti i bambini. «Mettete in bocca il pennino, ora, e inumiditelo!». Tutti eseguono. Quindi, traccia un’asta sulla lavagna. «Riempite la pagina di questi segni, cominciando dalla prima riga in alto a sinistra e andando a destra». Segue una pagina di aste inclinate in avanti. Poi di aste inclinate indietro. Quindi orizzontali. E così via. Per ore. Finito il primo giorno di scuola,

vedendo gli scongiuri i vicini capiscono che ha invocato per subitanee malanove e future disgrazie

Pinuccio torna a casa e si appoggia con le braccia alla balaustra davanti casa. Guarda gli ulivi, la fenditura di Barillà; indovina le profonde valli che circondano Oppido Vecchio; osserva la Piana e si concentra sul mare e, infine, sul promontorio dentro il mare. Questo si inoltra profondamente nell’acqua e mostra un profilo degradante a salti, come quello di un coccodrillo che sta, metà fuori e metà dentro un fiume, in attesa della preda.

Il cielo sopra la Piana

Da qui, la sera, nel buio di una volta della Piana, si vede nitida nel cielo l’Orsa Maggiore e suo padre, che spesso resta in silenzio, come Pinuccio, appoggiato alla balaustra, gli ha insegnato a individuare la stella polare. A volte, dall’altra parte del padre, si piazza il fratello Mimmo. «Questo - sentenzia Pinuccio - è il mio birillo rosso!».


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Tra i boschi d’Aspromonte

inAspromonte Dicembre 2013

Chirotteri. I cugini del Conte Dracula

SETE DI SANGUE I

SERVIZIO DI

Rocco Mollace

?

CREDENZE da sfatare I chirotteri non sono affatto ciechi; in molte specie gli occhi sono piuttosto piccoli ma la vista è sufficientemente acuta. Inoltre non si attaccano ai capelli, non portano sfortuna, quelli europei non succhiano il sangue. Durante le serate estive, capita che qualche pipistrello entri in casa questa eventualità non deve spaventare e scatenare inutili isterismi. Basta spegnere la luce ed aprire una finestra il chirottero troverà la via di fuga. Se trovate un chirottero in difficoltà riponetelo in un contenitore areato e contattare il Corpo Forestale dello Stato.

Esseri straordinari dalle “mani alate” in grado di captare gli ultra-suoni e attuare sottili strategie mirate alla sopravvivenza

l nome chirottero deriva dal greco kheir, mano, e pteron, ala, e vuol dire mano alata. I chirotteri (più noti come pipistrelli), sono un ordine della classe dei mammiferi distribuito in gran parte del pianeta e rappresentato da poco meno di 1000 specie; si dividono in: Megachirotteri e Microchirotteri. Il primo sottordine è rappresentato da una sola famiglia e conta 175 specie, soprattutto di grandi dimensioni, note come “volpi volanti”. Si tratta di specie che vivono nelle zone tropicali e subtropicali e che si nutrono di frutta, polline e nettare. Il secondo sottordine, quello dei Microchirotteri, è costituito dalla gran parte delle specie di chirotteri viventi, riunite in 17 famiglie, e comprende tutte quelle che vivono in Italia ed Europa. I chirotteri sono gli unici mammiferi capaci di un volo attivo grazie alle caratteristiche scheletriche del braccio e soprattutto della mano. L’ala caratterizza l’arto anteriore ed è costituita dalle ossa del braccio, da quelle della mano e da una membrana sottile, il patagio, che è sostenuta da queste e si attacca ai lati del corpo ed all’arto poste-

M

Montagne

Le Serre di Francesco Tassone

R

azza autoctona dell’area grecanica in Aspromonte, presente anche su tutto il territorio della provincia di Reggio Calabria, sull’altopiano delle Serre Calabre, nel crotonese e nella Sila. Questo sparuto numero di soggetti meno di 10.000 in toto, costituisce comunque un’intera popolazione, che pare, prenderebbe origini da un raggruppamento di capre europee del tipo mediterraneo. La capra aspromontana è però, in maggior misura, allevata nella provincia di Reggio Calabria, e soprattutto in un piccolo lembo di terra nell’area dell’Aspromonte, denominato Zomaro. Le caratteristiche morfologiche inquadrano l’animale all’interno della taglia media, con testa piccola e leggera, più grossa nel maschio, che nella femmina e il profilo fronto-nasale rettilineo. In entrambi i sessi, la peluria è uniformemente distribuita nella zona frontale, con presenza di un folto ciuffo alla base delle corna. Gli occhi di grandezza media sono vivaci ed espressivi. Le corna

riore. Le ali di questi mammiferi possono essere lunghe e strette oppure corte e larghe, in particolare la forma, le dimensioni e la superficie delle ali sono legate a determinati stili di volo ed a specifiche strategie di caccia. Il sesto senso dei chirotteri è in grado di percepire con straordinaria precisione l’eco di ritorno dei segnali ultra-sonori emessi in modo che l’animale possa ottenere un’immagine sonora del mondo circostante. Le orecchie presentano caratteristiche diverse per forma

dei semi), di piccoli mammiferi, di pesci, di anfibi, di rettili, di invertebrati, ecc. Il vampiro comune (Desmodus rotundus) incide con i denti la pelle degli animali domestici (mucche,cavalli, galline) e si nutre del sangue stillato dalle ferite. Tutti i chirotteri presenti in Italia ed in Europa sono fondamentalmente insettivori. In inverno i due fattori che maggiormente incidono sulla vita di un chirotteri sono l’abbassamento di temperatura ambientale e la forte diminuzione

Nei primi anni del Novecento, quando fu avviata la realizzazione delle bonifiche integrali e prima dell’utilizzo degli insetticidi chimici, si era cercato di combattere la malaria, che infestava le regioni italiane, con l’incremento dei chirotteri e dimensione e sono uno dei caratteri utili per distinguere le varie specie. I chirotteri sono in grado di utilizzare numerose fonti di alimentazione; le specie che vivono nei paesi tropicali si nutrono di frutta e polline (contribuendo in questo modo all’impollinazione ed alla dispersione

del numero degli insetti, quindi di prede, in attività. Il freddo inoltre determinerebbe la necessità di consumare molte energie per mantenere la temperatura corporea a livelli accettabili e la scarsa disponibilità di prede non riuscirebbe a compensare il dispendio di energetico

necessario per mantenere le funzioni vitali, cacciare e svolgere attività sociali, il chirotteri utilizza una specifica strategia: entra in ibernazione. L’ibernazione è uno stato di profondo torpore che dura giorni, settimane o mesi ed avviene su base stagionale. L’estate è la stagione ideale per le condizioni ambientali e la disponibilità di prede; è il momento migliore quindi per far nascere i piccoli e dedicarsi alla caccia. Il parto avviene con la femmina appoggiata alle pareti del rifugio con i quattro arti, ripiega l’uropatagio verso la pancia in modo da formare una sacca che accoglie il piccolo; il neonato, coperto da pochi peli, si arrampica sul corpo della madre e si attacca al capezzolo per succhiare il latte. Gli squittii emessi dal piccolo ed il suo odore caratteristico consentiranno alla madre di riconoscerlo fra le altre centinaia di neonati. Negli ultimi anni in Italia è stata segnalata la presenza di nuove specie il pipistrello pigmeo il vespertilio dorato, il vespertilio magrebino e due nuove specie di orecchione: l’orecchione alpino e l’orecchione sardo. Tutte le specie italiane di chirotteri sono protette ai sensi di legge (11 Febbraio 1992, N° 157).

LA CAPRA ASPROMONTANA a spasso per la Calabria sono presenti in ambedue i sessi, hanno forma di lira aperta, spesso piatte e larghe alla base, nei maschi sono più sviluppate rispetto alle femmine. Le orecchie di medie dimensioni, con portamento orizzontale o eretto. Le tettole o lacinie e la barbetta sono presenti generalmente sia nei maschi che nelle femmine. Il collo è di media lunghezza, ben attaccato. Il torace e l'addome sono moderatamente ampi, la regione dorso-lombare è rettilinea, la groppa è poco sviluppata e spiovente. Le mammelle ben attaccate all’addome, sono del tipo pecorino, talvolta piriformi, con capezzoli di media dimensione. Gli arti sono leggeri nelle femmine, più robusti nei maschi, lunghi, con unghielli scuri, solidi e compatti, di colore ardesia. Il modello di pigmentazione è del tipo feomelaninico (rosso) con sfumature e tonalità diverse; ma possono essere presenti pigmentazioni del tipo eumelaninico (bruno, bianco/nero, rosso/bianco, marrone/rosso) e cintati. Ai differenti tipi di mantelli vengono attribuiti nomi particolari come càpula (Capra con cinta bianca), jèrina o jèràna (dal greco γεραυός pezzata a due colori,) ròmana (capra mezza bianca e mezza nera), mùrina (capra che ha il muso bianco), xèdela (capra nera con la pancia rossa o strisciata di bianco o marrone) làfina (capra nera con macchie rosse), ròdina (dal greco ρόδινος capra di pelo rossastro,). Esistono inoltre mantelli pigmentati, con colore rosso di fondo, che portano il prefisso ruso o risa. Cosi, rusofèlina (capra con manto di due colori), rusolàfina (dal greco µουρινός,

capra con manto grigio e rossastro), risocàpula o rusocàpula (capra striata di rosso), risocàstina o rusocàstina (capra di un castagno rossastro), risofàvara o rusofàvara (capra di manto pezzato) risojèrina o rusojèrina (capra di manto bianco e rossastro), risolìvina o rusolìvina (capra di manto grigio con macchie rossastre), risomùrina rusomùrina (capra di manto rossastro con muso bianco), risopetròla o rusopetròla (capra di diversi colori con macchie rossastre), risosàgripa o rusosàgripa (capra di manto nero con muso bianco e pezzato rosso). Il pelo lungo e liscio nelle femmine, leggermente più ruvido nei maschi. Pelle morbida, fine ed elastica, dello stesso colore e tonalità del mantello, ovvero, di colore grigio-nero nelle zone a mantello eumelaninico, rosa nelle zone a mantello feomelaninico. Presenza in ambo i sessi di un sottopelo di tipo cashmere. Pelle morbida, fine ed elastica, in genere dello stesso colore e tonalità del mantello. La produzione media di latte riferibile a 210 giorni di lattazione si attesta intorno a 200 kg circa per i soggetti adulti, mentre per quelli più giovani la produzione di latte si avvicina ai 150-160 Kg in un periodo di lattazione più breve però, circa 160/170 giorni.


Tra i boschi d’Aspromonte

inAspromonte Dicembre 2013

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Aiutiamo l’ambiente: carta riciclata!

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Se hai domande da rivolgere ai nostri esperti scrivici su

irca il 35% degli alberi abbattuti è usato per la produzione di carta: corrisponde a 160mila kmq di foresta tagliati ogni anno. Il riciclaggio della carta provoca il 35% in meno di inquinamento dell’acqua e il 74% in meno di quello dell’aria rispetto alla fabbricazione di carta nuova. Riciclarne una tonnellata elimina anche 3 metri cubi di discarica. Quando la carta si decompone nel terreno produce metano, potente gas serra. Meglio riciclare, dunque.

info@inaspromonte.it

Una specie in estinzione: la capra dell’Aspromonte, il più abile scalatore

LA REGINA DELLE ROCCE di Leo Criaco

L

’Aspromonte è popolato da migliaia di specie di animali (uccelli, mammiferi, rettili, insetti, ecc.) alcune, purtroppo, in pericolo di estinzione (l’aquila, il gufo reale, la capra aspromontana). Quella a maggior rischio è la capra aspromontana che, al contrario delle altre specie, è presente soltanto nei nostri territori. Fino a qualche decennio fa la consistenza di questo magnifico ovino era di circa 15mila capi, oggi tende lentamente a diminuire. La capra aspromontana (nome locale: crapa i muntagna) è un ruminante, classe mammiferi, ordine ungulati, genere ovis, sottogenere capra. È di taglia media: i maschi (zzimmari) raggiungono un peso di 60-65 kg e un’altezza al garrese di 70-75 cm, le femmine hanno un peso di poco superiore ai 40 kg e l’altezza è di 5-6 cm inferiore a quella del maschio. Le orecchie, normalmente, sono di media dimensione, rivolte verso l’alto o orizzontalmente. Alcuni capi presentano orecchie piccole o piccolissime (capre minde). Le corna grandi, a sezione triangolare, sono più sviluppate nei maschi. La coda è

erano degli ovili (iazzi) composti da un grande recinto diviso a scomparti dove venivano suddivisi gli animali, uno di questi scomparti era coperto (terrata) e serviva come ricovero in caso di pioggia e neve. Adiacente al recinto si trovava una piccola capanna in pietra dove il pastore dormiva, mangiava e lavorava il latte corta e il mantello, provvisto di peli ruvidi, fitti e lunghi, è di colore eterogeneo: dominano il nero e il rossiccio. È un animale rustico, conserva l’istinto selvatico e presenta una forte resistenza alle malattie. Si ciba prevalentemente di teneri germogli che trova nei cespuglieti e nei boschi. Si alimentano anche di erbe asciutte, foglie secche e corteccia. Nei mesi autunnali e invernali arricchisce la sua dieta con olive, pere selvatiche, ghiande e castagne. Si adatta facilmente agli ambienti accidentali, scoscesi e con poca vegetazione. In alcuni pascoli inaccessibili dell’Aspromonte vivono svariati capi (maschi e femmine), inselvatichiti, che spesso formano piccole mandrie (greggi). Un tempo il sistema di

loSapeviChe

allevamento in uso era solo di tipo brado (pascolo all’aperto tutto l’anno), oggi è di tipo semibrado (come il brado più aggiunta di fieno e granaglie) in caso di piogge prolungate, di neve e pascoli disastrati. La nostra capra viene allevata per l’ottima produzione di latte e carne. La produzione di latte supera i 200 litri all’anno e viene utilizzata per la produzione di formaggi tipici (caprino d’Aspromonte, musulupa, tiromizza, toma) e per la saporita ricotta fresca o stagionata (ricotta salata, saliprisa, casarica). Normalmente partorisce una sola volta all’anno (in autunno o a fine inverno) con nascite di uno o due capretti che vengono macellati appena raggiungono il peso di 810 kg. Le popolazioni aspromon-

Gli scorpioni hanno un approccio non convenzionale alla protezione dei piccoli. Il posto più sicuro per quelli appena nati è il dorso della madre, sotto il pungiglione velenoso della coda. La madre si occupa degli scorpioncini fin quando mutano il primo esoscheletro er quello nuovo si indurisce. L’efficacia del veleno varia da una regione all’altra.

laDomanda

tane hanno un elevato consumo di carne caprina adulta con preferenza di animali castrati o “dastrole”. Le preparazioni culinarie sono varie, quella tipica è la “capra alla pecorarisca” (vedi ricetta sul numero 2 del nostro giornale). In questi ultimi decenni la stragrande maggioranza dei pastori stanchi della difficile vita condotta nei “iazzi montani”, hanno acquistato, o affittato, a prezzi convenienti i terreni incolti e trasferito le greggi (di sole capre aspromontane) nei nuovi pascoli in bassa e media collina. Negli anni i capi autoctoni sono stati sostituiti con nuove razze caprine che producevano più latte e più adatte al nuovo habitat. A incoraggiare l’introduzione di razze lattifere ha contribuito in modo determinante l’aumento della domanda di formaggi e ricotta locali. I pochi pastori rimasti in montagna, con l’arrivo dei freddi autunnali, scendono con le greggi in ambienti più caldi dove rimangono fino a maggio-giugno, per poi risalire e raggiungere nuovamente i pascoli estivi di montagna. Questa migrazione è detta transumanza e, mentre nelle Alpi il solo viaggio di discesa può durare due o tre giorni, da noi dura meno di una giornata.

Come fanno i semi a sapere in che direzione crescere? Tutte le piante percepiscono la direzione del campo gravitazionale e si orientano di conseguenza: questo fenomeno è chiamato “geotassi”. Nelle piante mature la fototassi (crescere verso la fonte di luce) prevale sulla geotassi per gambo e foglie, ma non per radici e seme.

laCuriosità

I papaveri si schiudono di mattina e si richiudono (comportamento detto nictinastia) per proteggere il polline. Di notte la maggior parte degli insetti che impollinano la maggior parte dei fiori non sono attivi e chiudere il fiore mantiene il polline asciutto. Alcuni fiori impollinati da falene e pipistrelli fanno il contrario e si schiudono solo di notte.


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I

Dicembre 2013

n Calabria si deve ai Romani, con il perfezionamento delle tecniche olearie, l’enorme sviluppo e la diffusione di questa coltura antichissima. Gli olivi sono parte inconfondibile del nostro paesaggio agrario. Gli impianti arborei, veri e propri monumenti della natura, si adattano a terreni anche impervi. “Bruzio”, “Lametia”, “Alto Crotonese” sono gli oli Dop calabresi, una regione, la nostra, tra i primi posti nella lavorazione delle olive, e la prima in assoluto per qualità del prodotto ricavato. La Piana di Gioia Tauro si caratterizza per la presenza di “giganti” secolari, che superano i 20 metri. Nella Locride, dove le piante vengono coltivate con habitus vegetativo basso, si ottiene olio di elevata qualità da cultivar come la Geracese e la Nocellara.

A C F N

La nostra storia

inAspromonte

In Calabria la coltura degli olivi ha un posto di primo piano già dai tempi dei Greci

NON CI BATTONO MAI Bovalino, 1745

B UN NOME PER LE

Agliona = Oliveto (elaiònas) Antelìa = Terreno esposto al sole (antelios) Argada = terreno argilloso molto fertile (orgàs, orgàda) Argagnaro = vasaio (Orgànos) Armirà = pieno di salsedine, salato (armìra) Bonì = monte (bounì) Bricà = luogo irrigato o di tamerici (broche)

Caccamo = grande caldaia dei pastori (kàkkabos) Capizzi = cavezze (kàpistron) Caridi = la noce (karydion) Catarratti = cascate a precipizio (katarràktes) Ceravolo = suonatore di corno (keràules) Cessarè = luogo di fossili o di ghiandaie (kìssaros) Chialante = territorio soggetto a franamenti (chalào) Coco = pene (kokò) Colàrchina = luogo di adoratori di divinità arcaiche (da kòlax, adoratore, e arché, primitivo) Cuccuruta = pieno di chicchi o melograni (kòkkoron) Donacà = canneto (donakòn) Drafà = luogo di arbusti di alloro (drafnàs) Dromo = strada principale (dròmos) Drosi = rugiada (drosìa)

CONTRADE I relitti greci nella toponomastica del Catasto Onciario

DI

Frazzà = luogo con recinti (fràsso) Giaramidìo = dove si fabbricano tegole (keramidèion) Gissogrande = luogo con gesso (ghypsos) Giustratico = campo militare (?) (ghyes stratikòs) Lacchi = luogo avvallato (làkkos) Limbìa = desiderio; spesso: nome di sorgente (limbèia) Madda = focaccia, pane d’orzo (màdda) Masilagudi = pelle di coniglietto? (mastelagoudi?) Mauropica = sorgente nera (mauropègos) Melìa = frassino (melìa) Malachìa (Melochia o Melochea) = Luogo di malve? (malachìa); canto melodioso? (mélos chàios) Mirto = mirto (mìrtos) Mizzolèo = terreno arido e sabbioso (myzolitò) Muzomina = metà mese (mèsos myna)

M

Nasida = terreno fertile lungo un corso d’acqua (nasìda) Nicopoleo = città della vittoria (nikòpolis) Pintammati = di cinque lunghe vesti (pentommàtes) Pioca = pino marittimo (peuké) Praca = pietra piatta (plàcca) Rodìa = rose? Melograne? (ròdon, roìa)

R

di Pino Macrì

Catasti Onciari (foto a destra, tratta da pinopetrini.it) erano strumenti fiscali imposti nel 1742 in tutto il Regno di Napoli, e redatti nell’arco di quasi un ventennio (a Bovalino il C. O. fu completato nel 1745, ma nel Regno si registrarono casi in cui addirittura qualcuno non fu nemmeno completato, fino al loro abbandono). Vi dovevano essere elencati tutti i cittadini, partendo dai “capifuoco” (i capifamiglia) e, a seguire, tutti i beni a qualunque titolo posseduti o condotti. Ne scaturì uno sterminato elenco di appezzamenti di terreno, piccoli e grandi, che, in mancanza di una forma particellare come l’attuale, dovevano essere indicati come posizionati in una determinata contrada. Queste contrade talora erano identificate con nomi di santi, talora con caratteristiche del luogo, talora con il patronimico. Ciò che a noi interessa è l’insieme dei vocaboli che costituivano la toponomastica, da cui Sandrechi = quanto corre? (òs antrèchei) molto spesso si evince ancor di più Scaminà = luogo di gelsi (skàminos) lo strettissimo legame del nostro terScanio = sgabello? (skamnìon) ritorio con le “due grecità” (quella Scinuso, Scinoso = pieno di lentischi (schinòs) arcaica e quella recente). Stefanìa = cerchio, corona (stefàni) Prima di procedere alla lettura, è Vitina = grande recipiente di creta (bitìna o bitìne) bene premettere che, all’epoca, BeZaccani = recinti per agnelli (sikòs) nestare e Cirella di Platì, ed i rispetZopardo = al riparo dalle bestie (zòos pàrdos, tivi territori, erano “casali” – cioè da Capialbi, dove le bestie sarebbero i saraceni) frazioni – di Bovalino, per cui molti oppure = portone, porta di accesso alle mura (exòporta) dei toponimi sotto riportati oggi non ricadono più in territorio bovalinese.

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La copertina

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Stefano dall’Aspromonte L’intervista a Priolo, la scoperta sul set di Anime nere

al Messico

«È un attore nato», così ha definito Munzi l’africese che si è conquistato un posto di primo piano nel suo film

C

ome sei approdato sul set di Anime nere?

È successo un anno e mezzo fa circa: il regista Francesco Munzi mi ha fermato per strada (girava in cerca di volti adatti al film) e mi ha proposto di partecipare a due dei provini che si svolgevano in quel periodo. Già dal primo, però, ha confermato la mia presenza sul set. In cosa consistevano i provini? Nel primo provino mi hanno fatto interpretare il ruolo di un

Nella foto sopra il neo-attore Stefano Priolo, nella foto a destra Stefano durante le riprese di Anime nere

I

IL FILM ANIME NERE

?

l romanzo si risolve in varie tappe: dal Sudamerica alla Locride, dalla Calabria alla Milano economica dei salotti e di tutto il potere finanziario che racchiudono i narcotici. Una storia di sequestri, di riscatti, di soldi e di morti; una storia avvincente, ambientata nel cuore di una realtà che vede i protagonisti (figli legittimi di questo lembo di terra scomunicata) impegnati a risolvere pure i conti del passato. Un passato che ritorna e che, appunto, va messo a tacere nel modo più eclatante. Storie vecchie e drammatiche quanto le tragedie greche da cui si è ereditata la cultura, insomma; storie di vecchi uomini di rispetto e di conti lasciati in sospeso. ALGANEWS

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Munzi è un regista meticoloso, capace di girare la stessa scena per ore e ore. Fino alla perfezione

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L’esperienza mi ha rinvigorito. E’ la mia giovinezza, una stagione che per varie vicissitudine mi ero perso.

padre che si ritrovava a dover riprendere un figlio “monello”. Nel secondo, io e un altro africese, abbiamo girato una scena in cui interpretavamo i genitori di due ragazzi che avevano dato fastidio ad un boss. Ci siamo subito calati nella parte. Lo staff addetto alle selezioni si è dimostrato entusiasta fin da subito per le mie prove. Chi interpreti nel film e quanto c’è di tuo in questo personaggio? Interpreto Nicola, braccio destro di Luigi, uno dei protagonisti del film, affidato al bravissimo Marco Leonardi. Luigi ha uno spiccato senso di libertà, che lo costringe ad elevarsi dal contesto

in cui vive. E Nicola, suo uomo fidato, è un tipo accomodante e affascinato dal carisma dell’amico. Ho trovato delle forti similitudini tra me e il mio personaggio. Per carattere, atteggiamento e per questo senso di lealtà verso gli amici. Avevi già fatto altre esperienze cinematografiche? No, mai. Questa è la prima. Quando si concluderanno le riprese continuerai su questa strada o riprenderai la tua vecchia vita? È un mondo che mi ha entusiasmato e che mi ha permesso di esprimermi al meglio. Spero di avere altre occasioni, a partire da questa. Senza nessuna presunzione vorrei che ci fosse un futuro come attore per me. In ogni caso, mi sto divertendo. Se dopo diverrà un lavoro ben venga. Com’è cambiata la tua vita, e come è stata accolta questa “novità” dai tuoi amici, dai tuoi familiari, e dai tuoi concittadini? Gli amici hanno accolto con gioia il mio approdo sul set. Secondo loro questa è un’occasione “arrivata in ritardo”. I miei figli, Lucia e Domenico, e mia moglie Maria sono orgogliosi: mi considerano un attore già affermato. La mia vita è cambiata molto, questa esperienza mi ha rinvigorito. È la mia giovinezza, una stagione che per varie vicissitudine mi ero perso. Anime nere racconta la storia di tre ragazzi aspromontani, costretti dai tempi e dalle privazioni a sporcarsi le mani. Tre bravi ragazzi che, se avessero

potuto scegliere, avrebbero preferito restare in montagna e accanto alla famiglia. Quanto c’è di vero in questa storia? Parecchi giovani, non solo di Africo, ma calabresi in genere, potrebbero identificarsi nei personaggi descritti nel film. Perché si vive, purtroppo, in un contesto sociale difficile, non voluto dalla nostra gente, bensì da un potere economico e socio-culturale che vogliono questo popolo incapace di rialzarsi. Un popolo senza idee e senza pensiero. Questo film, se a questo non fosse bastato il romanzo di Gioacchino Criaco da cui è stato tratto, potrebbe essere linfa vitale. La strada per uscire dal ristagno che da trent’anni vessa la nostra terra. Come ti è sembrato il regista, Francesco Munzi? C’è qualcuno, in particolare, che ti mancherà? Vedo in Munzi una semplicità che denota la sua superiorità intellettiva. Un regista meticoloso, capace di girare la stessa scena per ore e ore. Fino alla perfezione. Per questo è capace di tirare il meglio da tutto ciò che ha a disposizione: mezzi, attori, location. Mi mancheranno tutti, perché con tutti si è instaurato un rapporto di amicizia e sinergia. Come hanno accolto gli africoti il set? Per tutto il popolo di Africo questa è stata una ventata di vitalità. Si sono dimostrati cordiali con lo staff del film, partecipando alle riprese in silenzio, quasi con apprensione. Tanti ragazzi hanno avuto l’occasione di guadagnare qualcosa. Dall’Aspromonte al Messico passando per Milano. Stefano tornerai in Calabria o la nostra terra perderà un altro figlio? In Messico ci andrò probabilmente a febbraio, dopo aver concluso le riprese a Milano. Ci ho provato tante volte a lasciare questa terra, a tagliare questo cordone ombelicale. Ma è talmente forte l’amore per lei che questo figlio non lo perderà. Mai.


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Cinema e cultura

inAspromonte Dicembre 2013

di Domenico Stranieri

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rof. Teti, Lei è stato definito da Pasquino Crupi “un intellettuale di sinistra, che è rimasto nella trincea ardente della Calabria e ha continuato a dire le ragioni della Calabria contro la letteratura dei pregiudizi”. A proposito di pregiudizi: se le dico “Aspromonte” cosa le viene in mente? Mi vengono in mente le percezioni, le visioni, le sensazioni che l’Aspromonte mi ha dato nel corso di decenni di frequentazioni per ragioni diverse. Vedo nuvole alte e alberi magici, boschi ed acque, grotte e pietre, sentieri e un vegetazione cangiante: un paesaggio unico, incantevole e maestoso. Mi vengono in mente i tanti paesini che stanno quasi in preghiera ai suoi piedi e ancora volti, gesti, canti, musiche, accoglienza. E poi le innumerevoli immagini insite negli scritti di autori come Alvaro e Perri. Mi commuove il pensiero di Polsi, che ho visitato diecine di volte, e che ho guardato con intensità e partecipazione. Naturalmente, si impongono anche le immagini negative che di questa splendida

vorrei che Strati « e altri scrittori calabresi venissero

A COLLOQUIO CON

VITO TETI

«L’intellettuale di sinistra» Di lui, profondo conoscitore dei nostri scrittori e dell’umanità del Sud, si sono occupati i più importanti quotidiani italiani

letti, meditati, spiegati nelle scuole

«

la “laurea honoris causa” a Strati è un riconoscimento e un grazie allo scrittore e all’uomo montagna sono state costruite nel corso degli ultimi decenni. Penso che dobbiamo fare di tutto per cancellare, annullare, lasciarci alle spalle questi simboli negativi che spesso, per varie ragioni, hanno contribuito anche alcuni abitanti dei luoghi a creare. Ci vuole uno nuovo sguardo e necessita una nuova immaginazione per rendere Giustizia (come voleva Antonello di Alvaro) a questi luoghi animati da giustizia, ma spesso, paradossalmente, travolti da incomprensioni esterne e da forme di autodistruzione interne. Negli ultimi secoli i cambiamenti storici non hanno giovato ai calabresi. Siamo passati dal “Risorgimento tradito” alla teoria della “razza maledetta”. Cosa dovremo ancora aspettarci in futuro?

laScheda ED E’ SUO IL “TROPEA” Abbiamo incontrato il Prof. Vito Teti (Professore ordinario di Antropologia Culturale presso l’Università della Calabria) prima della sua vittoria del Premio Letterario Nazionale Tropea, ottenuta il 10 Novembre con il romanzo storico Il Patriota e la maestra (Quodlibet, 2012). Di lui, profondo conoscitore dei nostri scrittori e dell’umanità del Sud, recentemente si sono occupati i più importanti quotidiani italiani, come Repubblica ed il Corriere della Sera. per Non niente, proprio sul Corriere, il 13 novembre 2013, Gian Antonio Stella scrive: “Maledetto Sud, un libro bello e gonfio di amore struggente per il Mezzogiorno proprio perché non fa sconti alla terra natia... Vito Teti, già autore di libri densi e dolenti sullo svuotamento fisico e morale della sua Calabria interna (Il senso dei luoghi) e di studi fondamentali sul razzismo anti-meridionale come «La razza maledetta», non ne perdona una a chi ha ridotto il Mezzogiorno nelle condizioni attuali”. Nella foto a sinistra il professore Vito Teti immortalato con la sua digitale (asca.it), nella foto sopra Vito Teti al premio Tropea con l’assessore regionale Caligiuri

Certo, le attese, i sogni, il desiderio di Giustizia delle popolazioni sono state spesso tradite, disattese, deluse. Credo che momenti come il Risorgimento e il brigantaggio, la devozione popolare e la fatica delle persone, vadano viste nella loro complessità, con tante sfaccettature. In altri termini, anche se il passato rimorde, è bene pensare al presente, ribaltare le immagini negative strumentali e spesso interessate e offrire il volto bello di questi luoghi. Il futuro è sempre imprevedibile. Per molti filosofi il futuro è un tempo che non esiste e per

qualcuno l’Apocalisse è già avvenuta. Uscendo fuori da visioni catastrofiche o invece da concezioni che immaginano un paradiso in terra, è bene pensare qui ed oggi cosa ognuno di noi può fare. C’è bisogno di un’etica del futuro, di una speranza, anche quando tutto sembra volgere al peggio. Nel suo ultimo libro Maledetto Sud (Einaudi, 2013), lei sostiene che bisogna anche fare i conti con gli stereotipi tanto che scrive: “dobbiamo raccontarci e assumerci noi le verità scomode, anziché negarle o far-

sele rinfacciare con cattiveria dagli altri”. Insomma, anche i calabresi si devono assumere delle responsabilità? Penso che dobbiamo confutare tutti gli stereotipi e i pregiudizi che ci hanno avvolto, condizionato, esasperato. E che spesso hanno creato sfiducia, alimentato apatia e identificazione con gli stereotipi esterni, mostrandoci esattamente come gli altri ci volevano per meglio escluderci. Penso che però non dobbiamo essere suscettibili e permalosi; dobbiamo riconoscere noi i nostri mali e le nostre ombre. Spesso tra di noi siamo impetuosi fino all’autolesionismo per le responsabilità nostre, poi diventiamo chiusi e ombrosi quando a dirci cose sgradite sono gli altri. Amare la propria terra significa

curarla, interrogarla, capirla e anche segnalare ciò che non va, individuare i responsabili di un degrado che spesso ci vede agli ultimi posti in negativo. Abbiamo avuto ceti politici, dirigenti, professionisti e anche intellettuali spesso funzionali alle politiche del Nord, salvo poi a lamentarsi e a dare la colpa agli altri. Soggettività, senso di sé e senso di responsabilità sono termini inseparabili. Nella pregevole ricerca Storia dei paesi abbandonati di Calabria (Donzelli, 2004) ha dato “senso ai luoghi” con la fotografia e le parole. Ci sono posti che, per vari motivi, senza un attento viaggiatore non esistono. Qual è il valore del viaggio nell’era del predominio della tecnica? Il viaggio come spaesamento radicale, perdita, scoperta di sé forse non esiste più, anche perché il mondo è diventato sempre più piccolo ed uguale e anche perché gli altri ormai vengono da noi. Ecco, il viaggio degli emigrati che vengono da noi è forse il vero viaggio di sradicamento, che noi dovremmo capire perché abbiamo avuto una storia di fughe e di abbandoni. Penso poi che, comunque, viaggiare sia bello, istruttivo, ti pone di fronte

Alvaro è stato un « narratore e un raffinato intellettuale,

un viaggiatore e un fantastico cronista

la Calabria si « rendesse conto dei suoi uomini,

considerati all’estero grandi scrittori

a persone e a realtà nuovi, ti fa capire anche il valore di quello che hai lasciato, ti permette di capire anche quale è il posto del mondo dove ti senti a casa. Senza viaggiare non puoi nemmeno tornare e non puoi capire il senso di un’identità plurale, aperta, mobile, dinamica. Credo che, per varie ragioni, oggi “restare” sia una forma estrema di viaggio. Ma restare non significa comodità e immobilità, significa scelta di abitare il luogo in cui sei nato, cambiandolo, rendendolo più bello, più vivibile, più abitabile, insegnando anche l’arte dell’accoglienza. Vedo una dialettica e un complementarità tra viaggiare, restare, tornare, ripartire. L’antropologia profonda della Calabria ha molto da suggerire e da offrire in questa direzione.


Cinema e cultura

Corrado Alvaro è uno spettatore d’eccezione, ma non ha capito che il valore letterario della sceneggiatura è irrilevante, rispetto alla libera immaginazione del regista” Luigi Chiarini di Giovanni Scarfò

P

er quanto gli sforzi intellettuali di Corrado Alvaro siano stati consacrati prevalentemente alla letteratura, è pur vero che al cinema ha dedicato “quasi una vita”, come riportato nel volume a cura di Gaetano Briguglio e del sottoscritto, Corrado Alvaro, AL CINEMA, (Soveria Mannelli, 1987). Infatti, ancor prima di dare alle stampe Gente in Aspromonte, aveva già scritto uno dei suoi primi saggi su “L’estetica del cinema” (1926) e, qualche anno dopo, la sua prima sceneggiatura “muta”, L’angelo ferito, nel 1927. Già dai suoi primi anni, il cinema ha fortemente affascinato famosi letterati italiani, come Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini, che hanno scritto molte sceneggiature e didascalie per svariati film. D’ANNUNZIO (citazione nel titolo), a differenza di molti suoi contemporanei, avendo intuito la crisi crescente del teatro, asserì l’importanza del cinema che, a suo dire, rappresentava un potente mezzo capace di svelare nuovi orizzonti all’immaginazione umana. Il dibattito culturale sul cinema si arricchì di nuovi spunti quando Pirandello pubblicò il romanzo Serafino

inAspromonte Dicembre 2013

Alvaro credeva che il cinema potesse diventare un’arte popolare, nel momento in cui fosse stato capace di “fondere la poesia dei testi letterari e quella della pittura”, per diventare “un fatto poetico e umano” e che fosse un errore considerare il Neorealismo come l’unica espressione del cinema italiano. È proprio il caso di Umberto D. di De Sica, considerato da Alvaro “artificioso e mistificatorio” e, per lo stesso motivo, criticò Roma ore 11 di De Santis

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In quegli stessi anni Alvaro collaborò con De Santis alla sceneggiatura del film, mai realizzato, Noi che facciamo crescere il grano, sulla strenua lotta dei contadini calabresi di Melissa. Sempre nel 1949, tornò nel nativo paese di San Luca, dove Chiarini girò Patto col diavolo, sceneggiato dallo stesso scrittore. Nella sua sceneggiatura è chiaro l’intento di rappresentare la vita vera con attori presi dalla strada. Gente accomunata dalla povertà.

Corrado Alvaro dalla letteratura al cinema

«La forza del Cinema sta nelle sue stupende frodi» Chi è

sceneggiature, le quali, all’inizio, risultarono essere troppo letterarie e ridondanti. Dal lavoro che ha svolto, emerge chiaramente il forte interesse di Alvaro per la cosiddetta “settima arte”, per la quale ha prodotto innumerevoli saggi, in cui affiorano la sua preoccupazione e la sua amarezza per l’indifferenza che l’arte dimostra verso le umane tragedie.

IL REGISTA

Direttore della Cineteca della Calabria, presidente dell’Associazione Art Production, vicepresidente del Centro Ricerche e Studi Francesco Misiano. La sua attività si manifesta secondo la direttiva di una promozione umana e sociale nel campo della cultura cinematografica, con la pubblicazione di articoli, saggi, libri, programmi televisivi, manifestazioni e regie cinematografiche. Teatro: Visioni in Corso (2011, per le scuole) Cinema: Melissa 49/99, Il caso Misiano, Anna, Teresa e le Resistenti, La Canzone d’Aspromonte, Bellezze e Rovine, il Mezzogiornol’Italia.

Gubbio operatore, (1925), descrivendo la “macchina” cinema come una delle espressioni più significative dell’alienazione umana. Tutte queste problematiche sono stati in seguito riprese con accenti e motivazione diverse da Corrado Alvaro, al quale il cinema interessava soprattutto come fenomeno di costume e società, e i film come espressione realistica della vita. Tuttavia, era

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L’AUTORE

Giovanni Scarfò (nella foto)

convinto che il cinema non potesse fare a meno delle letteratura. Al contrario, Luigi Pirandello asseriva che il Cinema doveva essere scevro da qualsivoglia forma letteraria, lasciando che le immagini e i suoni si esprimessero liberamente da soli. Ironia della sorte, il primo film parlato del cinema italiano, La canzone dell’amore, è stato tratto da una novella di Pirandello intitolata In silenzio. Secondo Alvaro l’avvento del sonoro avrebbe

trasformato il cinema italiano in uno strumento efficace di realismo. UN MEZZO CAPACE di promuovere l’italianità attraverso l’uso nei film della nostra lingua, evitandogli in tal modo di decadere nella convenzionalità dei film hollywoodiani, perché solo in questo modo sarebbe stato in grado di proporre espressioni di autenticità nazionale come le più adatte a divenire universali. Con l’avvento del sonoro, a Corrado Alvaro, fu chiesto di collaborare alla stesura delle

Hanno scritto in questo numero Antonio Iulis, Cosimo Sframeli, Giuseppe Gangemi, Federico Curatola, Domenico Stranieri, Giovanni Scarfò, Pino Macrì Per l’Aspromonte orientale Gianni Carteri, Bruno Salvatore Lucisano, Antonio Perri Per l’Aspromonte grecanico Salvino Nucera, Mimmo Catanzariti, Vincenzo Carrozza Per le biodiversità Rocco Mollace, Leo Criaco, Francesco Tassone

NELLA SUA CARRIERA di saggista e sceneggiatore, Alvaro, che ha scritto circa trenta sceneggiature, non ha mai cessato di interrogarsi sulla natura del linguaggio cinematografico, soprattutto rispetto al rapporto con la letteratura, riconoscendo pertanto all’invenzione di Lumière la stessa importanza che ebbe quella di Gutenberg con la stampa. Si comprende, in tal modo, l’“obiettivo” di Alvaro: inquadrare ed indagare i motivi di interesse degli spettatori per un’“arte meccanica” capace di far muovere «la realtà in un continuo gioco di illusioni e di false apparenze». Pochi scrittori infatti hanno saputo cogliere come lui le trasformazioni sociali che stavano avvenendo nel mondo, a dispetto della scarsa qualità dei film. Ciononostante, rimase un accanito sostenitore del teatro e della letteratura, come le uniche due forme artistiche capaci di rappresentare i valori reali della cultura umana.

Per lo “Speciale scuola” Le classi 5^C e 3^C della Scuola primaria Bovalino capoluogo Fotografi Leo Moio, Pasquale Criaco, Natale Nucera, Francesco Depretis, Paolo Scordo, Francesco Criaco Progetto grafico e allestimento Alekos Chiuso in redazione il 10/12/2013 Stampa: Stabilimento Tipografico De Rose (CS) Testata: in Aspromonte Registrazione Tribunale di Locri: N° 2/13 R. ST.


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sul set di Anime nere

inAspromonte Dicembre 2013

Tutte le foto sono di Leo Moio Marco Leonardi

Manuela Ventura

Da sx a dx: Cosimo Sframeli, Francesco Munzi (regista), Bruno Criaco, Antonella Italiano Fabrizio Ferracane

Domenico Centamore

Da sx e dx: Cosimo Spagnolo e Giuseppe Fumo Peppino Mazzotta Barbora Bobulova

Vladan Radovic

Buone feste a tutti i nostri “lettori�

"in Aspromonte" numero 4  

Giornale di cultura, eventi, risorse del massiccio montano. Da agosto anche in formato cartaceo. Nel numero di dicembre le interviste sul se...

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