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Rivista mensile a diffusione nazionale - anno VI - num. 08/09 - Agosto/Settembre 2010

Il polittico di Senise

La Deposizione di Annigoni

Angeli


L'Account è l'addetto commerciale della casa editrice, è un conoscitore di psicologia, è un buon parlatore, è dotato di gusto estetico, diplomatico e politico e soprattutto è una persona indipendente e ricca di spirito d'iniziativa. Se ti riconosci in questa descrizione contattaci senza esitare. Per maggiori informazioni telefonaci a uno di questi numeri 330 798058 - 392 4263201 - 389 1729735 o invia un e-mail a editore@in-arte.org

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Redazione Associazione di Ricerca Culturale e Artistica C.da Montocchino 10/b 85100 - Potenza Tel e Fax 0971 449629 associazionearca@alice.it

Redazione C/da Montocchino 10/b 85100 - Potenza Mobile 330 798058 - 392 4263201 - 389 1729735 web site: www.in-arte.org e-mail: redazione@in-arte.org Direttore editoriale Angelo Telesca editore@in-arte.org Direttore responsabile Mario Latronico Impaginazione Basileus soc. coop. – www.basileus.it Stampa Tipografia A.G.M. Concessionaria per la pubblicità Associazione A.R.C.A. C/da Montocchino, 10/b 85100 Potenza Tel e fax 0971-449629 e-mail: pubblicita@in-arte.org informazioni@in-arte.org Iscrizione al ROC n. 19683 del 13/5/2010 Autorizzazione Tribunale di Potenza N° 337 del 5 ottobre 2005 Chiuso per la stampa: 9 settembre 2010 In copertina: Francesco De Mura , Addio di Enea a Didone, olio su tela, Collezione d’Errico.

Sommario Editoriale

Lenta ripresa... di Angelo Telesca ......................................................... pag.

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Persistenze

Il polittico di Simone da Firenze a Senise di Angela Delle Donne.................................................. pag. 5-7 Principi di frontiera di Gianmatteo Funicelli.................................................. pag. 8-9 Lauria: il saccheggio e la rinascita di Francesco Mastrorizzi............................................... pag. 10-11

Cromie

Estrema solitudine nella Deposizione di Annigoni di Piero Viotto................................................................ pag. 12-13 Caravaggio: donna tra luce ed ombra di Sonia Gammone........................................................ pag. 14-15

Eventi

Il mito e la storia nella Quadreria d’Errico di Giuseppe Nolé........................................................... pag. 16-19 II Quadri Plastici in scena ad Avigliano di Fiorella Fiore.............................................................. pag. 20-21 Angeli, i volti dell’invisibile di Giovanna Russillo...................................................... pag. 22-24

TecnoCromie

Pollock, in un film il tormento di un artista inquieto di Chiara Lostaglio......................................................... pag.

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Ritagli

San Severino Lucano, nel cuore del Pollino di Franco Torraca.......................................................... pag. 26-27

Mythos

Il mito di Marsia di Fabrizio Corselli......................................................... pag. 28-29

Art Tour

a cura di Giuseppe Nolé................................................ pag.

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La redazione non è responsabile delle opinioni liberamente espresse dagli autori, né di quanto riportato negli inserti pubblicitari.

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Lenta ripresa... di Angelo Telesca

Cari Lettori, dopo la lunga pausa estiva, ci aspetta ora un periodo di lenta ripresa dei ritmi quotidiani. In effetti da più parti si sente parlare, spesso a vanvera, di “ripresa” più o meno lenta, sia in campo economico che in campo politico e sociale. E nell’arte? Beh anche lì speriamo che i mesi a venire saranno forieri di una ripresa di iniziative, attività ed eventi che, terminata l’ampia offerta di questi mesi estivi, possano riempire le giornate dell’autunno prossimo di emozione, colore e cultura. In attesa, nei prossimi mesi, di potervi raccontare questa lenta ripresa, vi proponiamo in questo numero alcuni flash di alcune esperienze d’arte che hanno lasciato il segno in quest’ultima parte dell’estate. A partire dalla mostra Tra Mito e Storia. Protagonisti e racconti, allestita a Palazzo San Gervasio nello storico Palazzo d’Errico in cui sono esposti parte dei capolavori raccolti dal “mecenate” Camillo d’Errico. Altra preziosità in questo numero è la mostra Angeli, i volti dell’invisibile, che si volge a Illegio, piccolo centro della Carnia, in Friuli. Particolarmente interessanti sono poi i focus su alcune preziosità artistiche lucane e campane: il polittico di Simone da Firenze conservato a Senise, le ricchezze artistiche di Lauria, l'insediamento di matrice italico-etrusca di Pontecagnano. Buona lettura!!!

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Il polittico di Simone da Firenze a Senise Persistenze di Angela Delle Donne

lità artistiche presenti sul territorio; ed è proprio in questo polittico del 1523 che dichiara la sua origine fiorentina, che ne rivela l’altrettanta formazione fiorentina, lucida e visibile soprattutto nelle opere della maturità. Eppure la produzione pittorica dell’artista connota la conoscenza della realtà romana e soprattutto di quella napoletana. Alla luce della formazione napoletana darà largo spazio agli “ori damaschinati” e a soluzioni prospettiche. Simone ha già consolidato un rapporto con la Basilicata e con la committenza francescana, quando esegue il polittico, olio su tavola, imponente e ricco nel quale trovano posto: San Girolamo, San Lorenzo, la Crocifissione, Santa Caterina d’Alessandria, San Ludovico da Tolosa, Santo Stefano, il Battista, la Vergine con il Bambino in trono, San Francesco d’Assisi, San Gregorio e, nella predella, il Cristo risorto fra dodici profeti. L’opera datata e firmata conferma un’unitarietà di mano, che rivela forti riferimen-

Foto Archivio APT Basilicata

Nell’estrema punta verso sud della Basilicata, non molto prima del confine con la Calabria, sorge un piccolo centro – Senise – che conserva un notevole polittico realizzato da Simone da Firenze, quale testimonianza di influssi artistici che hanno varcato i confini geografici. L’opera è conservata nella chiesa di San Francesco, parte integrante del convento che si trova all’estremo del centro abitato. La struttura nel tempo si è modificata fino a divenire sede comunale. La chiesa si presenta a navata unica, trasformata nel XVIII secolo per dare spazio alle forme barocche, pur conservando a vista la volta a crociera del coro. E’ possibile ammirare opere settecentesche ma anche un crocifisso ligneo trecentesco, ed il polittico di Simone da Firenze, sul quale ci soffermeremo. Simone da Firenze, attendibilmente, arriva da Napoli, alla fine degli anni ‘20 del ‘500 provocando una rottura con la produzione locale e con le persona-

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ti alla cultura raffaellesca dell’ambiente romano, ma subito declinati attraverso il linguaggio napoletano. Le figure sono immerse in fondi d’oro, così appaiono rarefatte in un’atmosfera preziosa ed elegante; i graziosi angioletti reggi cortina della Vergine si contrappongono all’irruenza dei profeti sottostanti, che quasi cercano di emergere dall’angusto spazio dettato dalle cornici e dal giro di cartigli. E ancora la cultura raffaellesca emerge prepotentemente proprio nei putti musicanti ai piedi della Vergine, ma anche uno sguardo al mondo veneto attraverso lo scorcio retrostante la Crocifissione. L’opera rivela anche una strizzatina d’occhio al gusto tardo gotico nella struttura della cornice, con colonnine e forme cuspidate, la parte superiore è molto ricca ed elaborata, dimenticando ogni dettame rinascimentale. Dopo interventi di restauro l’opera si presenta in un buono stato di conservazione, che permette di leggere tutti i dati fin qui rilevati, la struttura è composta di diciassette tavole distribuite fra due ordini e la predella. Di certo il registro mediano è il più arioso ed è proprio quello che accoglie la pala della Vergine. Quest’opera rappresenta un momento di svolta nella produzione di Simone, perché ormai l’artista è capace di dominare lo spazio plasmando e modellando le figure. Tutto questo rappresenta una grande novità anche per la scena artistica lucana, ma per quanto rilevante, la forza innovativa dell’artista permane circoscritta rispetto all’ambiente locale.

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Foto Archivio APT Basilicata


Principi di frontiera Persistenze

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di Gianmatteo Funicelli

La costante ricerca archeologica nel salernitano ha prodotto in passato ingenti quantitativi di attività di recupero restituendo allo Studio nuove millenarie pagine di Storia. E’ questo il caso della scoperta nell’Agro Picentino, lontana a noi di un quarantennio, di un particolare insediamento di matrice italicoetrusca nel luogo in cui oggi si delinea l’attuale tracciato urbano di Pontecagnano Faiano (Sa), il comune salernitano che, per cinquemila anni, ha custodito nelle proprie viscere i suoi più oscuri primordi. Un fondamentale lavoro di scavo ha poi riesumato all’incirca 9000 sepolture provenienti da una necropoli, a grande parere di esperti, di stampo villanoviano e così tra una spada, un’iscrizione e un coccio dipinto sono riemersi i caratteri peculiari di un antico popolo sinora sconosciuto. Trattasi di un autentico insediamento etrusco minore stanziatosi in Campania, il quale ha confermato una maggiore espansione dell’Etruria verso il Sud sia per propria iniziativa che per deportazione (età romana), ampliando quegli stretti confini sinora storicamente attribuitigli. I numerosi “pezzi” antichi e i ricchi corredi tombali, da cui riemerse oro e

argento, ha scosso numerose figure del campo e le maggiori autorità del settore. Sicché dal promettente connubio “archeologia-arte-conoscenza” proviene una delle maggiori realtà museali del Sud sul mondo etrusco: il Museo Archeologico Nazionale di Pontecagnano, che da aprile 2007 espone al grande pubblico il cospicuo repertorio archeologico su questa ritrovata civiltà di frontiera. L’esposizione scientifica lascia trasparire dalla tenace intelaiatura in acciaio e vetro dell’involucro a due piani, sei sezioni tematiche in cui si dispiegano, in un’enorme sala tripartita, oggettistica dal preistorico all’età romana coprendo all’incirca quindici secoli di storia sull’antico insediamento picentino. L’allestimento è una gradevole esperienza di assimilazione, impostata su un percorso unidirezionale a scelta con pannelli divisori, integrato ad un corredo informativo, didascalie e particolari diorami ricostruttivi dal gusto didattico. Focalizzando gli spazi ci si imbatte nella prima sezione, quella preistorica, con attestazioni tombali “a grotticella” e primi insediamenti (3.5002.300). Nell’età del Ferro, poi, la gens etrusca staziona le proprie radici a Picentium, l’antica Pontecagnano.

Particolare di una Kylix attica a figure rosse.

Oinochoe in argento


Museo Archeologico Nazionale di Pontecagnano. Scorci e reperti.

Interessanti, in questa seconda sezione, sono i corredi fittili per il rituale d’incinerazione (IX-VIII sec. a.C.). l’Urna a capanna qui esposta ne rappresenta un “tipo”. La fase Orientalizzante sarà per la civiltà picentina l’apogeo culturale ed artistico. Questo spazio centrale della sala si presenta impreziosito da corredi tombali di principi e principesse appartenenti ad un élite più che raffinata. Siamo nell’ epoca dell’oro e dello sfarzo gentilizio, con un evidente retaggio artistico da modelli attici. A tale fase risale l’elegante Oinochoe d’argento della tomba 928. La maestria dello sbalzo e la tecnica di fusione caratterizzano il ductus artistico della bottega ferraia del tempo. Mentre la quarta sezione illustrerà i progressi urbanistici di una città ormai autonoma e fortificata (VI sec. a.C.), si presentano notevoli esemplari di produzione per eccellenza, il bucchero, con un repertorio di forme (aperte o chiuse) svariato.

La produzione vascolare, inoltre, risulta ampia e di scelta raffinata, così come la Kylix attica a figure rosse di fine sesto secolo. Negli usi funerari e nella cultura impressa sui “pezzi”, si evince, nella sezione dedicata all’età classica ed ellenistica (la quinta), una forte relazione della compagine di Picentium con la Grecia e l’originaria Etruria (V-IV sec. a.C). Negli espositori al neon dell’ultima sezione, quella romana, i documenti in pietra sotto i riflettori ci descrivono la nascita di Picenia nel 263 a.C., ad opera dei Romani che deportarono i piceni adriatici nel sito etruscocampano. A quest’epoca risale il tessuto urbano nel Parco Archeologico di Pontecagnano, sito a pochi passi dal museo. Una parentesi di Storia, tra principi, nobili guerrieri e civiltà di frontiera. Le immagini riprodotte sono tratte dal sito www.pontecagnano.info

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Persistenze

L’antico castello medievale detto “di Ruggiero”, fino ad allora rocca salda e impenetrabile, fu fortemente danneggiato a colpi di cannone, mentre la chiesa madre di S. Nicola venne in gran parte distrutta in un incendio. Anche il santuario dell'Assunta, adiacente al castello ed eretto sul sito di una laura basiliana sulla prominente collina dell'Armo, subì gravi devastazioni. Rilevante, inoltre, la perdita dell'archivio cittadino, fatto che non ci permette di avere notizie di Lauria provenienti da fonti scritte antecedenti al X secolo, nonostante appaia improbabile che la sua area, attraversata dalla romana Via Popilia, sia stata in precedenza rimasta disabitata. Lauria seppe, tuttavia, risorgere dalle proprie ceneri e tornare a nuova vita. Ricco rimane, perciò, il patrimonio artistico conservato, in particolare, nelle tante chiese che costellano i due grandi rioni in

Foto Archivio APT Basilicata

Il destino di Lauria, paese della Basilicata aggrappato alle prime pendici dell’alto massiccio del Monte Sirino e affacciato sulla valle del fiume Noce, è stato segnato da un tragico evento che ha compromesso il suo roseo futuro, ha cancellato parte del suo passato e ha danneggiato il suo importante patrimonio artistico. L’evento funesto di cui parliamo è il famoso “massacro di Lauria”, avvenuto nel 1806 in seguito ad un focolaio di resistenza filoborbonica all’avanzata dei Francesi in Italia, soppresso brutalmente dalle truppe napoleoniche guidate dal Generale Massena, che penetrarono nell'abitato e lo saccheggiarono tra il 7 e l'8 agosto. Tralasciando le centinaia di morti che vi furono tra la popolazione, molte furono le devastazioni provocate dal saccheggio dei soldati napoleonici, come la distruzione di edifici sacri e palazzi istituzionali.

Lauria (PZ). Veduta panoramica.

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Lauria: il saccheggio e la rinascita di Francesco Mastrorizzi

Lauria (PZ). Chiesa e convento di S. Antonio.

Foto Archivio APT Basilicata

alla fine del '700 e diversi dipinti su tela rappresentanti la Madonna col Bambino, l’Incoronazione di Maria Vergine, l’Ultima Cena e il Cristo inchiodato sulla Croce. La chiesa di S. Nicola, ricostruita in seguito al saccheggio delle truppe francesi, attualmente presenta una pianta longitudinale a croce latina. Sulla facciata principale vi sono tre portali in pietra calcarea datati 1894. Svetta imponente sull’edificio la torre campanaria. All’interno della chiesa, la volta della navata centrale è dipinta a tempera con immagini raffiguranti S. Nicola, l'Ultima Cena e la Madonna con il Bambino, opere del pittore lucano Pasquale Iannotta. Degni di nota sono, infine, la Chiesa del Purgatorio e il cinquecentesco convento dell'Immacolata, con un campanile trecentesco di ottima fattura.

Foto Archivio APT Basilicata

cui è suddiviso il centro abitato: quello superiore, tradizionalmente denominato "Castello", e quello inferiore, chiamato altrimenti "Borgo", separati dall'antico quartiere Ravita. Il convento dei Frati Minori Cappuccini, intitolato a S. Antonio, custodisce un polittico su tela attribuito ad Ippolito Borghese, pittore umbro attivo nel meridione d'Italia dalla fine del XVI sec., oltre a un dipinto raffigurante il Beato Angelo d'Agri, una scultura in legno di S. Francesco d'Assisi e l'altare maggiore in marmo policromo, tutti risalenti al XIX sec. Di notevole interesse è il lavabo in pietra locale del 1640. La chiesa parrocchiale del rione inferiore, intitolata a S. Giacomo, conserva opere di varie epoche, tra cui un pregevole coro ligneo del 1554, opera di maestranze meridionali, due sculture in legno databili

Lauria (PZ). Chiesa di S. Giacomo.

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Cromie

Estrema solitudine nella Deposizione di Annigoni

Il contributo di Pietro Annigoni (Milano 1910 Firenze 1988) alla storia dell’arte sacra è noto per le opere di grandi dimensioni come quelle presso i francescani della Basilica del Santo a Padova, dove ha dipinto un Ultima cena nel refettorio e nell’aula delle confessioni una grande Crocifissione che occupa un’intera parete, con in basso il padre che accoglie il figliol prodigo, e quelle presso i benedettini di Montecassino, dove ha affrescato un Trionfo di San Benedetto, attorniato da una moltitudine di santi, un grande affresco che copre almeno quaranta metri quadri della cupola. Ma c’è anche un Annigoni che, tra il 1937 il 1983, ha dipinto una piccola sala per i domenicani di Firenze con un ciclo di affreschi e di tele, iniziato con una drammatica Deposizione, quando aveva solo 27 anni, e continuato negli anni, sviluppando nelle lunette il tema del peccato dell’uomo e della redenzione di Cristo. Grazie alla ospitalità dei padri domenicani ho potuto visitare questa sala e padre Alberto Viganò ha fatto le fotografie che illustrano questa nota. La Deposizione, che occupa l’intero spazio della parete di fondo, rappresenta in una estrema solitudine il corpo esangue e livido di Cristo, calato da una Croce di cui si scorge solo il nero legno verticale, che taglia tutta la scena. L’anatomia del corpo è perfetta, non ci sono ferite sanguinanti, quella del costato è appena accennata, le membra sono integre, il volto, senza la corona di spine, ripiegato sul corpo, quasi scompare sotto la massa ricciuta dei capelli. Un cielo mattutino con venature lilla tenero, avvolge da ogni parte questo corpo morto, annunciando la resurrezione. L’artista non rappresenta il racconto tradizionale del-

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di Piero Viotto

la Deposizione con Giuseppe di Arimatea, che cala dalla croce il corpo di Gesù, e con Maria, che assistita da Giovanni e dalla Maddalena , lo accoglie tra le sue braccia materne, ma isola il corpo nudo ed esangue del Cristo, per sottolineare il fatto unico della redenzione che si compie nella sua morte. I quattro santi che affiancano la Deposizione sono disposti in diagonale, i due in piedi ai lati esterni della sacra rappresentazione, Sant’Antonino e il Savonarola, in un certo qual modo rappresentano la vita ecclesiale e la vita politica; i due al centro, seduti alla base della linea verticale della croce, in contemplazione del mistero della redenzione, Santa Caterina e San Tommaso, rappresentano la saggezza mistica e la saggezza teologica. Caterina ha gli occhi socchiusi, la sua meditazione è tutta interiore, il saio monacale che avvolge il suo corpo è di un bianco luminoso. Caterina è come il roveto ardente, brucia interiormente di amore, e diffonde la luce intorno a se; ma la gestualità delle sue mani richiama il prezzo da pagare, la sofferenza da accettare, come Gesù; infatti la Santa in una mano innalza una piccola croce, nell’altra tiene una spina, segno delle stigmate ricevute. San Tommaso, invece, ha gli occhi bene aperti, che guardano il corpo del Cristo, in una mano tiene una penna d’oca, nell’altra un calamaio per l’inchiostro, per scrivere su di un grande libro, che somiglia ad un codice medioevale. La saggezza teologica deve tradurre in parole le riflessioni interiori. Di fianco in piedi, avvolto in un mantello nero sta il Savonarola, il braccio destro teso in alto per ammonire, a significare che il cristiano deve tradurre nella vita sociale, nell’amo-


Cromie

re del prossimo, il suo amore per Dio. Il Savonarola guarda verso lo spettatore, quasi per interrogarlo e per coinvolgerlo. Dall’altra parte della Deposizione alle spalle di Santa Caterina, l’Artista ha dipinto con il pastorale in mano Sant’Antonino, che come priore del convento di San Marco incoraggiò e seguì nel loro lavoro creativo Michelozzo e il Beato Angelico e come vescovo di Firenze, riportò ordine tra il clero, ma seppe anche difendere l’indipendenza dei fiorentini, contrapponendosi a Cosimo de Medici che voleva imporre il voto palese nelle elezioni delle cariche pubbliche. Completano questa narrazione, che sembra un polittico, due lunette in un uno spazio ben definito dalla architettura della sala. Raccontano in una composizione di nudi, che ricorda i nudi, esili ed allungati, del Primaticcio, ma qui senza quella voluttuosità morbosa del pittore di Fontainebleau, le conseguenze della colpa originale, che ha alterato le condizioni psicologiche e sociali della vita umana. Gli uomini dopo la colpa originale, che li ha separati dal Creatore, si sono trovati a terra, nudi; le relazioni coniugali, nel mondo della famiglia, alterate dalla concupiscenza e le relazioni sociali, nel mondo del lavoro, alterate dalla cupidigia e dalla rivalità. Nella prima lunetta Eva, in un paesaggio lussureggiante, copre pudicamente, con un cespuglio di foglie, il sesso di Adamo, quasi per difendersene; nella seconda Caino, in una natura arida e rocciosa, aggredisce e uccide Abele, che riposa nel sonno ristoratore dopo la fatica del lavoro, con una lama acuminata ed un nodoso bastone. Tutto questo racconto è un commento iconografico al testo di San Paolo, “Similmente per la

disubbidienza di uno solo, tutti siamo stati costituiti peccatori, così anche per la ubbidienza di uno solo, tutti siamo stati costituiti giusti” (Lettera ai Romani V-19), trascritto in latino sotto due lunette. La sala Annigoni è arricchita da altre opere come un bel ritratto del Beato Angelico, i disegni preparatori per Santa Caterina. In una lunetta, sulla parete di fronte alla Deposizione, Annigoni ha dipinto un San Domenico, che con le tre dita della mano destra accenna al mistero fondamentale della fede cristiana, mentre con l’altra tiene, un grosso volume ad indicare la vocazione intellettuale dell’ordine. La scritta lungo il bordo della lunetta recita “Luce della Chiesa, dottore della verità, predicatore della grazia”. Nella storia dell’arte contemporanea Pietro Annigoni torna al realismo, con il pittore armeno, emigrato in Occidente, Gregorio Sciltian firma nel 1947 il manifesto dei “Pittori moderni della realtà”, e questo ritorno alla realtà, dopo le ubriacature delle avanguardie informali, vuole essere un ritorno al Rinascimento e all’Umanesimo. Annigoni recupera la figura umana e il suo realismo non è solo un fatto cognitivo, ma anche mistico, come rileva il Berenson che scrive “... Egli rimarrà nella storia dell'arte come il contestatore di un'epoca buia per la pittura. Occorre avere mente eletta per comprendere la sua opera, eppure è capito da tutto il popolo, perché sa parlare al popolo il linguaggio che è dei cuori puri...”. I turisti che visitano il chiostro e le celle affrescate del Beato Angelico, ora Museo Nazionale, dovrebbero chiedere ai padri domenicani del vicino convento di potere visitare anche questa sala Annigoni, per rendersi conto che esiste anche un arte cristiana contemporanea.

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Cromie Artista rivoluzionario e tormentato, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, vive un’esistenza sempre al limite, fatta di mille contraddizioni umane e di altrettante stupefacenti intuizioni nel campo pittorico che segneranno una svolta epocale per la storia dell’arte. La sua rivoluzione sta in quel naturalismo espresso dai soggetti e nelle atmosfere in cui le figure emergono dall’oscurità grazie al volume che la luce dona ai loro corpi. La luce rivela ciò che l’ombra nasconde. In quella pittura lontana dal sublimare la sacralità comunemente riconosciuta, il Caravaggio sconvolge tutti, committenti, pubblico, critici, portando il divino nel mondo degli umani, lasciando che il realismo dei suoi personaggi prenda il posto delle figure ideali che fino a quel momento avevano rap-

Maddalena penitente, 1597, olio su tela, 122,5x98,5 cm, Roma, Galleria Doria Panphilj.

Madonna di Loreto o dei Pellegrini, 1606, olio su tela, 260×150 cm, Roma, Chiesa di Sant'Agostino.

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presentato il sacro nella pittura. La sua produzione pittorica è vasta e i tanti committenti che si sono susseguiti nel corso della sua vita ci permettono di avere oggi, a quattrocento anni dalla sua morte, opere magnifiche che non smettono di stupire tutti quegli spettatori che giungono da lontano per ammirarle. Spettatori estasiati e non più sconvolti e imbarazzati come quelli che per la prima volta videro la Madonna di Loreto o Madonna dei pellegrini ritratta sulla soglia di un’umile dimora dalle mura fatiscenti, vestita da popolana con Gesù in braccio, con il piede sinuoso quasi a mostrare la sua femminilità. E davanti a lei i due pellegrini, così reali con quei piedi sporchi mostrati in primo piano. Il volto della Madonna è quello di Lena, Maddalena Antognetti, una prostituta romana descritta in alcune cronache come “donna di Michelangelo”. E sarà sempre suo il volto della Madonna dei Palafranieri o della serpe che mostra la Madonna e il Bambino mentre schiacciano il serpente del peccato originale alla presenza di Anna. Ma l’opera fece scandalo e venne rifiutata dai committenti: il bambino è troppo cresciuto per essere ritratto nudo e la scollatura della Madonna è troppo abbondante. Già prima di queste opere egli era ricorso ai volti di donne di malaffare probabilmente conosciute di persona nelle sue frequentazioni tra i ceti più bassi. Il volto di Anna Bianchini, detta Annuccia, lo ritroviamo in almeno quattro opere: nella


Caravaggio: donna tra luce ed ombra di Sonia Gammone

Maddalena penitente, nel Riposo durante la fuga in Egitto, nella Marta e Maria Maddalena e nella Morte della Vergine. La Maddalena penitente è il primo soggetto sacro dipinto dal Caravaggio. Rispetto all’iconografia classica qui non ci sono gesti plateali di autopunizione, ma c’è solo l’atteggiamento umanissimo di una ragazza che si sente peccatrice e che chiede perdono. La sua sofferenza è tutta lì nelle mani raccolte in grembo e nel suo viso dolente mentre se ne sta seduta su una sedia. Ma la donna che più di ogni altra ha segnato la sua vita è Fillide Melandroni poiché legata anche a Ranuccio Tommasoni, l’uomo che il pittore assassinò nel 1606. La ragazza, prostituta anche lei, compare in quattro dipinti: nel Ritratto della cortigiana Fillide, nella Marta e Maria Madda-

lena, nella Santa Caterina d’Alessandria e in Giuditta e Oloferne. Opera, quest’ultima, che ancora una volta traccia una netta linea di separazione rispetto alla tradizionale rappresentazione del soggetto. Egli sceglie di fissare su tela il momento culminante della storia dell’eroina biblica, la decapitazione del generale assiro Oloferne, e lo fa in maniera cruenta e realistica. Giuditta, concentrata nell’azione, appare stupita e quasi disgustata per la violenza e la rapidità del suo gesto, e accanto a lei la serva, vecchia e rugosa, che con lo sguardo terrorizzato tiene fra le mani la bisaccia nella quale è pronta ad accogliere la testa del tiranno. Donne di vita quelle che Caravaggio sceglie di fissare nei suoi dipinti, accompagnate nell’esistenza reale così come sulla tela da luci ed ombre.

Giuditta e Oloferne, 1599, olio su tela, 145×195 cm, Roma, Galleria nazionale di arte antica.

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Eventi

Il mito e la storia nella Quadreria d’Errico

Bottai si stabilì il trasferimento della Pinacoteca e Biblioteca d’Errico a Matera. Nei successivi sessant’anni poco è stato fatto per rispettare le volontà testamentarie di Camillo d’Errico; nel 1997 l’Ente Morale Biblioteca e Pinacoteca d’Errico si costituì in giudizio per rivendicare la proprietà della raccolta, con l’esito positivo del giudizio raggiunto solo nel 2006. Oggi una parte dei quadri della raccolta sono conservati ed esposti al Museo d’Arte Medievale e Moderna di Palazzo Lanfranchi a Matera. Tra Mito e Storia. Protagonisti e racconti è la prima di una serie di mostre tematiche che si svolgeranno nel Palazzo d’Errico nei prossimi anni; essa nasce dalla consolidata collaborazione tra l’Ente Morale e la Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici della Basilicata di Matera con l’obbiettivo di esporre tutti i dipinti della Collezione e condurre, nello stesso tempo, indagini approfondite ed aggiornate sulle opere per giungere alla pubblicazione del Catalogo Generale della Collezione. Per

Foto di Gerardo Caputi - www.basileus.it

La Collezione d’Errico rappresenta sicuramente uno dei fiori all’occhiello del patrimonio storico-artistico della Basilicata: essa è la più importante testimonianza del collezionismo privato lucano ed una delle più consistenti raccolte pittoriche dell’Italia meridionale, sia per la quantità delle opere che soprattutto per la qualità delle stesse. La nascita della Pinacoteca e Biblioteca d’Errico fu sancita nel testamento del 1897 da Camillo d’Errico il quale affermò la ferma volontà “che l’intero palazzo di mia attuale e costante abitazione nel quale visse e morì il mio adorato compianto genitore, nel quale si contengono tanti preziosi dipinti opera di celebrati pittori e tanti libri da me acquistati, rimanga esclusivamente destinato per uso di biblioteca e pinacoteca”. Stiamo parlando di ben 298 dipinti, di autori compresi tra il XVII e il XVIII sec., di circa 500 stampe e 6.000 volumi. Nel 1914 nacque l’Ente Morale Pinacoteca e Biblioteca Camillo d’Errico e nel 1939, grazie alla Legge

di Giuseppe Nolé

Sopra: Raffaele Barbieri, Rinaldo e Armida, olio su tela, Collezione d’Errico. Pagina a fianco: pittore napoletano del XVIII secolo, Erodiade che presenta a Erode la testa di Giovanni il Battista, olio su rame, 36 x 31 cm, Collezione d’Errico.

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Foto di Gerardo Caputi - www.basileus.it


Foto di Gerardo Caputi - www.basileus.it

Sopra: Natura in posa. Frutta e verdura con fioriera e colomba in volo, olio su tela, Collezione d’Errico. Tradizionalmente attribuita al cosiddetto "Maestro di Palazzo San Gervasio", è stata recentemente attribuita a Luca Forte. Pagina a fianco: Nicola Maria Rossi, Apollo e Dafne, olio su tela, 101x74 cm, Collezione d’Errico.

questo primo evento il coordinamento scientifico è stato affidato ad Elisa Acanfora dell’Università degli Studi della Basilicata e a Lucio Galante dell’Università degli Studi del Salento. Il percorso espositivo (trentotto dipinti, di cui uno doppio poiché dipinto su entrambi i lati, realizzati tra il XVII e il XIX) sviluppa il tema del Mito e della Storia e segue una cronologia riferita al contenuto iconografico delle opere ed alle fonti letterarie e storiche. Fonte d’ispirazione per il tema sono stati i dipinti che, secondo il d’Errico collezionista, erano i più importanti della sua raccolta: il Trionfo di Bacco, olio su tela di un pittore emiliano del XVII secolo, e Goffredo di Buglione ferito sotto le mura di Gerusalemme, opera invece di un pittore napoletano della prima metà del XVIII secolo, probabilmente Girolamo Cenatiempo. Le due tele concludono il percorso in una sala dedicata alla figura di Camillo d’Errico collezionista e committente. Tra le opere commissionate dal d’Errico vogliamo segnalare la piccola ma preziosa opera di Raffaele Barbieri, pittore di Spinazzola operante nella metà del XIX sec. e ritrattista della famiglia: essa rappresenta la storia di Rinaldo e Armida con uno stile chiaramente neoclassico e testimonia la predilezione del d’Errico per i temi mitologici. La mostra inizia con i ritratti di Agostino, Vincenzo e Camillo d’Errico, eseguiti dallo stesso Barbieri e soprattutto con la bellissima Natura in posa. Frutta e verdura con fioriera e colomba in volo, recentemente attribuita a Luca Forte: capolavoro della pittura di genere meridionale la tela è stata recentemente restaurata ed è emersa, insieme alla vivacità dei colori e degli elementi raffigurati, anche l’ala di una seconda colomba sul lato destro, segno che essa in origine poteva essere più grande di come la vediamo ora.

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Nella sezione dedicata al mito, che inizia con i due ovali recentemente attribuiti a Giacomo del Po raffiguranti le celebrazioni propiziatorie in onore di Bacco spicca, a nostro giudizio, il pezzo più singolare della collezione perché composto da un’unica lastra di rame dipinta su entrambi i lati: da una parte un soggetto profano, Venere e Adone opera di un pittore napoletano del XVII secolo; dall’altra un tema sacro, Erodiade che presenta a Erode la testa di Giovanni il Battista, dipinto della scuola napoletana settecentesca cui appartiene il Bardellino. Particolarmente belle, nella stessa sezione, ci sono sembrate le tele ispirate al poema epico virgiliano: l’Addio di Enea a Didone, opera del celebre pittore napoletano Francesco De Mura e l’Enea ferito, dipinto da un pittore napoletano del XVIII secolo della scuola di Francesco Solimena. Una delle opere più rappresentative dell’intera sezione dedicata al mito, è certamente Apollo e Dafne di Nicola Maria Rossi in cui l’artista focalizza l’attenzione sulla fase finale della narrazione del mito nella quale si compie l’inseguimento di Apollo verso l’amata. Nella sezione Storia sono raccolti i dipinti raffiguranti scene di personaggi della storia civile e politica quali Lucrezia di Francesco Cairo, il dipinto di Francesco Solimena che celebra le gesta di Orazio Coclite sul ponte Sublicio, i trionfi di Cesare, le figure di Cleopatra, Ludovico il Moro e Gian Galeazzo Sforza. La mostra, allestita a Palazzo San Gervasio (PZ) nello storico Palazzo d’Errico, potrà essere visitata fino al 30 settembre; il 25 settembre prossimo alle ore 18.00, nell'ambito delle Giornate Europee del Patrimonio promosse dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, sarà presentato il catalogo dell’intera mostra.


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Eventi Anche quest’anno ha avuto luogo ad Avigliano la suggestiva rappresentazione vivente dei Quadri Plastici, come sempre organizzata dalla Pro Loco del paese, capitanata da Nicola Summa. L’evento ha avuto come tema portante la Disputa, ispirata al brano evangelico di Gesù tra i Dottori (Luca, 2, 41-52), e rappresentata nei dipinti di Gaspare Landi (1817), conservata nei Musei Civici di Palazzo Farnese a Piacenza, messa in scena dal gruppo “Spazio Ragazzi”; di Giuseppe Ribera, detto lo Spagnoletto, opera del 1783 ora al Kunsthistorisches Museum di Vienna e interpretata dal gruppo "Aviliart"; e infine nell'opera di Dick Van Baburen, artista di ascendenza caravaggesca, rappresentata dal gruppo “Basso la terra”. Il fascino di questa manifestazione non è solo nella lunga storia che vanta, e che vede le prime notizie certe a partire dagli anni Venti, per divenire poi un appuntamento fisso durante le celebrazioni della Madonna del Carmine. I caratteri del successo dei Quadri Plastici risiedono anche e soprattutto nel valore educativo di cui sono portatori: infatti, in essi non rivive solo un fotogramma di indubbio fascino

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II Quadri Plastici in scena ad Avigliano di Fiorella Fiore

di opere già di per sé di indiscussa bellezza; ma lo studio attento, curato, non solo dei caratteri più superficiali eppure fondamentali dell’opera, quali le vesti, il trucco e le acconciature, si estende anche ad una vera e propria conoscenza dello studio compositivo della scena, della luce che in essa si riflette, di uno stile, di un periodo, di un’arte, insomma, che gli attori devono anche saper trasmettere al pubblico. È questa capacità che il comitato scientifico, nella persona del docente di antropologia culturale dell’Università di Basilicata Angelo Lucano Larotonda, l’architetto Michele Graziadei, gli artisti Massimo Lovisco e Marcello Samela, e lo studioso d’arte Don Vito Telesca, ha dovuto guardare e valutare per premiare il vincitore di quest’anno, il gruppo Aviliart, di cui ha colpito l’aderenza al soggetto originale, la scenografia, le luci, l’aderenza ai valori cromatici oltre che la rigidità dei personaggi per tutto il tempo di esposizione. Il tema della Disputa, al di là delle considerazioni religiose, ha voluto condurre ad una riflessione che investe la nostra contemporaneità, in riferimento ai valori di educazione e famiglia, sul ruolo della


responsabilità dei giovani, sull’abbandono dei ragazzi lasciati a cattive guide e maestre, e sull’angoscia che questo provoca nei genitori, temi attuali ora come 2000 anni fa. Anche nella comprensione di questi aspetti sta il valore educativo di questa manifestazione, che ha il

merito di far emozionare non solo per la suggestiva atmosfera ricreata dalla musica e da un cielo stellato che ha fatto da quinta allo spettacolo, ma anche perché riesce a far riappropriare un pubblico sempre meno abituato all’arte, all’incanto e alla bellezza che in essa risiede.

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Eventi

Angeli, i volti dell’invisibile

Angeli, i volti dell’invisibile è il titolo della mostra che Illegio, piccolo centro della Carnia, in Friuli, ospita da aprile e che sarà possibile visitare fino al prossimo 3 ottobre. Ottanta le opere scelte dedicate a queste creature, anello di congiunzione tra cielo e terra, da sempre profondamente radicate nella fantasia e nella tradizione popolare e fonte di ispirazione di pittori, musicisti, scultori e cineasti. Il progetto è promosso dal Comitato di San Floriano che ogni anno propone interessanti itinerari tra arte e fede quali spunto di riflessione, raccogliendo opere di artisti prove-

di Giovanna Russillo

nienti dai più importanti musei d’Italia e d’Europa. Quest’anno tra le firme più illustri troviamo quelle del Ghirlandaio, del Veronese, e poi ancora Tiepolo, Botticelli e Rubens. Complessivamente sono dieci le aree tematiche approfondite: si va dai riferimenti agli episodi delle Sacre Scritture, in cui vengono citate figure angeliche, agli aspetti culturali ed iconografici meno noti. Dagli angeli del Vecchio e del Nuovo Testamento a quelli del ciclo di Abramo e di Tobia fino alle gerarchie angeliche (dagli angeli ai serafini). Una delle sezioni è dedicata alle funzioni angeliche

Sopra: Girolamo Savoldo, Tobia e l'angelo, 1522 - 1524, Roma, Galleria Borghese. Pagina a fianco: Giambattista Tiepolo, Abramo e i tre angeli, 1732 circa, Venezia, Scuola Grande di San Rocco.

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Orazio Gentileschi, Il sacrificio d'Isacco, 1610 - 1612, Genova, Galleria Nazionale di Palazzo Spinola.

(L’angelo custode, L’intercessore nel giudizio particolare dell’anima), altre alle vicende riguardanti gli angeli (La caduta degli angeli) e alla liturgia angelica (angeli cantori, musicanti ecc.). Infine, troviamo opere dedicate al rapporto tra i santi e gli angeli (San Giovanni apostolo e l’Angelo apocalittico; San Matteo evangelista e l’angelo). La mostra mira a tracciare un percorso molto articolato attraverso il quale cogliere i mutamenti avvenuti nell’iconografia e nella teologia cristiana, a riprova dell’evoluzione del rapporto tra l’uomo e la fede. Se l’immagine ricorrente dell’angelo nel Medioevo è quella di creatura alata, ben differente dalle rappresentazioni di epoca paleocristiana, in seguito essa si è evoluta dando luogo a figure in vesti guerriere

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o sacerdotali. Spesso l’angelo presenta innocenti sembianze fanciullesche, o le delicate fattezze degli angeli musici e, nel Rinascimento, quelle ancora più eteree dell’angelo-nuvola. Le figure angeliche sono i soggetti più ritratti nella storia dell’arte, presenze irrinunciabili nelle rappresentazioni che vanno dall’Annuciazione alla Natività. Sono figure familiari e consolatorie, ambasciatori di pace oppure messaggeri venuti a ricordare all’uomo la caducità della vita. Un viaggio attraverso queste opere porterà il visitatore alla scoperta non solo di celebri dipinti, ma anche di straordinari capolavori d’arte incisoria in argento, oro e pietre preziose di epoca bizantina e carolingia.


Pollock, in un film il tormento di un artista inquieto

TecnoCromie

di Chiara Lostaglio

Usa un colore che tende al grigio, Ed Harris, per analizzare gli ultimi due anni della vita e della carriera del pittore americano Jackson Pollock, esponente di punta dell'espressionismo astratto. E’ il periodo nel quale gli è accanto la moglie Lee Krasner, interpretata da una bravissima Marcia Gay Harden, anche lei affermata pittrice. La comune passione per l'arte cementa il loro amore che però è messo in crisi dalla depressione, dalle sbronze e anche dai tradimenti di lui. Nonostante il successo, raggiunto a fatica, Pollock rimane preda di inquietudini, di oppressioni e drammi che lo spingono a cercare rifugio nell'alcol, ed in una vita sregolata. Nell'agosto del 1949, il periodico Life Magazine si chiedeva: "Jackson Pollock è il più grande pittore vivente degli Stati Uniti?". Era infatti fra i più noti artisti americani, ma la sua anima tormentata - che probabilmente lo aveva spinto a dipingere - lo portò all'autodistruzione. Ed Harris sceglie uno dei maggiori artisti americani del secondo dopoguerra, per il suo esordio alla regia, e dedica tutto se stesso per riuscire ad entrare nelle profondità tortuose di una personalità che visse sempre in precario equilibrio tra genio e follia. L’attore, nell’autodirigersi, si mette alla prova per non ricadere in quell’attrazione puramente hollywoodiana nei confronti dell'artista maledetto. Ne viene fuori un profilo impressionante e sincero, in cui la vitalità di Pollock e la sua arte più incisiva, si rimarcano senza dar spazio ad ulteriori superflue concessioni. Harris si sforza di restituire a Pollock l'autenticità più assoluta.

La regia affida il racconto a lunghi silenzi e ad un succedersi di scene mai frettolose, assicurando così una migliore comprensione della geniale coesistenza di talento e di una certa patologia, che fu peraltro tipica anche di molti pittori, antichi e moderni. Una regia che consente di indagare all’interno dell'arte avanguardistica del pittore, così prepotentemente rivolta all'istintivo superamento di tutte le teorie, che dal cubismo al surrealismo, avevano ribaltato e nuovamente trasformato l'arte regolandola sui canoni di una realtà personale, artistica e sociale in continua mutazione. "Come fa a capire quando ha finito un lavoro?", gli chiederà la giornalista. E l'artista, cercando nel suo estro creativo la risposta, sorprende: "Come si capisce quando hai finito di fare l'amore?". Alberga forse qui la vita interiore ed artistica di Pollock, che considera l'arte la sua vita stessa e che in essa trasferisce il proprio caos interiore, creando tele meravigliose simili a foreste intricate e a incendi fiammeggianti. Dai suoi esordi astratto-cubisti fino alla sua invenzione dell'action painting, ovvero una "danza" dell'artista che, camminando attorno al dipinto, fa sgocciolare il pennello sulla tela creando linee cariche di colore tese ad eliminare il concetto di figurativo. Tale stile renderà Pollock capostipite dell'Espressionismo astratto. Il film, presentato alcuni anni fa alla Mostra del Cinema di Venezia, suscitò un rinnovato interesse nei confronti di un pittore inquieto quanto rigoglioso.

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San Severino Lucano, nel cuore del Pollino di Franco Torraca

paese sorge la Chiesa Madre di Santa Maria degli Angeli, probabilmente risalente al primo nucleo abitato, ma con l'attuale impianto settecentesco. Al suo interno sono conservate opere di notevole interesse artistico: una croce processionale del XVII sec., un crocifisso ligneo del XVI sec., un prezioso ostensorio, vari dipinti del XVII sec. ed una scultura lignea del XVI sec. raffigurante la deposizione di Cristo. Custodisce, inoltre, la statua della Madonna del Pollino, oggetto di culto in una delle più importanti manifestazioni religiose della Regione. Nella parte alta del paese sorge la Chiesa di San Vincenzo Ferrari. Fu edificata nel 1765 e successivamente ampliata, modificata e trasformata. Destinata a scuola negli anni Cinquanta del Novecento, è stata riaperta al culto negli anni Novanta, dopo lavori di restauro che hanno riportato l'edificio al suo aspetto originario. Come detto, il territorio di San Severino offre notevoli attrattive naturalistiche, nonché di archeologia industriale, come i numerosi mulini risalenti al XVIII e XIX secc., situati quasi tutti lungo il corso del torrente Frido. Spettacolare, per chi proviene dalla Valle del Sinni, la visione dei corsi dei torrenti Peschiera e Frido e soprattutto del Bosco Magnano. Situato a una quota compresa fra 700 e 900 metri, è costituito da circa mille ettari a formazione mista di cerri e faggi, con esemplari plurisecolari di grandi dimensioni, accompagnati da carpino bianco, ontani napoletani e

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San Severino è una piccola cittadina incastonata nel cuore verde del Parco Nazionale del Pollino, tra splendide valli, boschi incontaminati e immersi nel silenzio, interrotto soltanto dal dolce mormorio dei ruscelli, paesaggi incantati e mirabili scenografie naturali. L'abitato sorse intorno alla fine del XV secolo, quando i principi Sanseverino di Bisignano donarono i loro territori ai Cistercensi della vicina abbazia di Santa Maria del Sagittario, fondata nel 1202. I monaci vi edificarono un casale e delle abitazioni per i contadini che avrebbero dovuto mettere a coltura le terre. Da questo villaggio nacque, intorno al 1400, il primo nucleo dell'abitato che prese il nome dall'antico feudatario. Nel 1806 San Severino, che fino a quel momento apparteneva al territorio di Chiaromonte, a seguito di un ordinamento napoleonico, che poneva fine alla feudalità, confiscando i beni ecclesiastici, si istituì in Comune. Nel 1820 al nome San Severino fu aggiunta la specificazione di Lucano. Dopo l'unità d'Italia il brigantaggio fu molto attivo nel territorio comunale, come d'altronde nell'intero comprensorio del Pollino, favorito da montagne impervie e mancanza di strade. Tra le tante figure di briganti di quel periodo, sono ricordate quelle del Capitano Iannarelli e di Antonio Franco. Per la sua recente storia San Severino non ha importanti emergenze architettoniche. Al centro del

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aceri. I numerosi affluenti del Peschiera costituiscono l’habitat tipico della lontra. A circa 600 metri di quota si trova la Contrada Propani, dove sono presenti i resti dell'abbazia del Sagittario. Nei pressi della contrada si trovano i mulini Fasanelli e Cornalonga. I resti di un altro importante mulino, denominato Iannarelli, costruito nel 1720 con la condotta idrica a cascata forzata, si trovano, invece, alla confluenza del Frido con il Salice. Sulle prime pendici del Pollino, a circa 1000 metri di quota, troviamo la frazione di Mezzana, suddivisa in quat-

tro sobborghi disposti ad anfiteatro lungo la valle del torrente Frido. Arroccato su uno sperone roccioso, a 1573 metri s.l.m., in posizione panoramica su tutta la valle, è possibile ammirare il Santuario della Madonna del Pollino. Questo è stato eretto agli inizi del XVIII secolo nel luogo in cui sorgeva la grotta dove, secondo la tradizione, fu trovata la statua in stile bizantino della Madonna. Il santuario è costituito da vari edifici ed è meta di molti pellegrini che lo affollano maggiormente nel periodo della ricorrenza.

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«Dico, dunque, che egli assomiglia moltissimo a quei Sileni, messi in mostra nelle botteghe degli scultori, che gli artigiani costruiscono con zampogne e flauti in mano, e che, quando vengono aperti in due, rivelano di contenere dentro immagini di déi. E inoltre dico che egli assomiglia al satiro Marsia… Marsia incantava gli uomini mediante strumenti, con la potenza che gli veniva dalla bocca; e così fa ancora oggi chi suona le sue melodie con il flauto. Infatti, io dico che quelle melodie che suonava Olimpo sono di Marsia, che gliele aveva insegnate. Dunque, le sue musiche, sia che le suoni un bravo flautista sia un flautista di scarso valore, da sole comunicano ispirazione e manifestano coloro che hanno bisogno degli déi e dell’iniziazione ai misteri, perché sono divine» (Cfr. Platone, Simposio, a cura di Giovanni Reale, R.C.S. libri, Milano, 2000). Così si esprime Alcibiade nei confronti di Socrate presso la casa del poeta Agatone, nel Simposio di Platone. E proprio del satiro di origine frigia, figlio di Olimpo e di Eagro, intendo parlare, in questo nuovo appuntamento con Mythos, dandone un taglio molto più descrittivo; una creatura che rispetto alle altre dimostrò grande amore verso la musica, meritandosi un posto di riguardo accanto

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alla leggendaria figura di Orfeo (si noti nei due lo stesso impulso a modificarne lo strumento per una migliore resa acustica, una prima ricerca del sublime nella propria forma d’arte; Orfeo aggiunse due corde alla lira donatagli da Apollo così come Anfione ne aggiunse ben tre). Suonatore di flauto abilissimo, e dalle grandi doti di costruttore di strumenti musicali (si considera generalmente l’inventore del flauto a due canne in opposizione alla siringa di Pan), accompagnò Cibele (personificazione di Rea) col suo gruppo di flautisti e tamburellisti. Tale immagine, di un Marsia felice e spensierato, rispetto alla figura del martire che lo contraddistingue a causa dell’aspra contesa con Apollo, lo si può notare, a mio avviso, nel quadro dell’americano Elihu Vedder, che ha per titolo Marsyas enchanting the hares. Qui, il fratello di Pan, viene congelato all’interno di uno spazio di pieno idillio, donandogli quell’aura serafica e inconsapevole che è significativo di un ambiente arcadico. Un contesto che esula da quella tipica consuetudine degli artisti classici di ritrarre i soggetti durante il compimento dell’azione tragica (apex). Tutto iniziò col nefasto recupero di un flauto, e sulla storia di tale strumento ci soffermiamo. Si raccontava che il flauto era stato inventato dalla dea Atena (e non da lui), e che essa avendo visto in uno specchio fluviale le sue gote gonfiarsi a dismisura e così deformarsi fino a deturparle il volto, lo scagliò lontano, maledicendo con castighi e pene chiunque l’avesse raccolto. Una variante invece, pur sempre correlandosi al tratto estetico deturpato della figlia di Metis, raccontava che Atena ne tirò fuori un bellissimo flauto dalle ossa di cervo, durante un banchetto presso gli déi, e che le due divinità dispettose, Era e Afrodite, nel vederla soffiare, avevano beffeggiato l’aspetto distorto che tale soffio faceva assumere al suo viso. Per questo la dea verginale si recò presso un fiume nel quale, specchiandosi, proseguì con le sopra citate invettive. E qui, la


Il mito di Marsia di Fabrizio Corselli

nota dolente: Marsia lo trovò e vide che in esso veniva prodotta naturalmente una melodia sublime; non contento, lo modificò a tal punto da non potersi sottrarre alla dura legge della hubrys, che lo rese troppo orgoglioso e fiero di sé. Così in un secondo tempo, si recò presso la valle di Nisa, e lì scorto il dio del Sole, lo sfidò in una gara di musica. Apollo, sicuro e forte del proprio lignaggio, prima che avesse inizio la gara, stabilì che il vincitore avrebbe disposto dell’altro, in termini di pegno, facendogli fare tutto ciò che avesse voluto. Rispettivamente Apollo e Marsia avevano l’uno la lira e l’altro il flauto, e qui possiamo già stilare una previsione di vittoria, indipendentemente dal fatto di conoscere o no la storia, poiché tutto si lega alla valenza intrinseca degli strumenti e del loro impiego. La superiorità spetta alla lira e non al suo antagonista, poiché quest’ultimo non permette all’artista lo sviluppo dell’altra abilità considerata sacra e da Apollo posseduta, e cioè il canto. Il flauto limita il suonatore precludendogli l’uso della voce, dell’oralità intesa come ulteriore facoltà in suo possesso (in riferimento al mito di Orfeo, e per questo egli superiore a Marsia).

In un primo scontro, Apollo iniziò a vacillare e così, vista la difficoltà della situazione, lanciò un’ulteriore sfida, ovvero suonare lo strumento al contrario, azione che era solito compiere in presenza delle sua ancelle, le Muse. Le stesse, convocate come giuria dello scontro, alla fine decretarono la vittoria del divino Musagete. Così per punirlo, il dio del Sole lo privò del suo vello, scorticandolo senza pietà. Il sangue versato, per dimostrare quanto cruenta può essere la pena inflitta da un olimpio, ancor più se lo si sfida mettendo in discussione il suo potere, si trasformò nell’omonimo torrente. Dalle epoche antiche fino ai giorni nostri, l’icona di Marsia viene vista come un crudele monito per chi si macchia del peccato di presunzione e arroganza; icona opposta a quella del fratello Pan, divenuto pur nella sua esatta corresponsione col termine di “timore panico”, rappresentazione dell’infinito, e per questo temuto dagli uomini. Un’immagine di questo particolare evento, a dir poco evocativa e potente, a livello espressivo, la ritroviamo nel pittore spagnolo Jusepe de Ribera, con il suo Apolo y Marsyas.

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art Tour a cura di Giuseppe Nolé Firenze Vinum nostrum

Trento L'avventura del vetro

Fino al 7 novembre 2010 Castello del Buonconsiglio, Trento Informazioni: www.buonconsiglio.it Fino al 30 aprile 2011 Palazzo Pitti, Firenze Informazioni: www.unannoadarte.it Arte, scienza ed il mito del vino nelle civiltà del Mediterraneo antico. È questo il senso del percorso che racconta, attraverso il vino, duemila anni di storia: le premesse culturali e religiose, la diffusione geografica della coltivazione, le tecniche agricole, la varietà e le caratteristiche genetiche delle uve, la produzione, il trasporto, le adulterazioni e il consumo del vino nel mondo antico. Reperti opportunamente selezionati mettono in luce l’origine della viticoltura in area asiatica e in Egitto, la sua piena affermazione con relativi significati simbolici, religiosi e culturali nel mondo ellenico, la produzione e diffusione del vino su ampia scala operata dai Romani e, infine, in virtù della felice situazione archeologica delle città vesuviane, il caso particolare dei vigneti di Pompei con tutta la documentazione relativa a coltivazione, vendemmia, conservazione, consumo e commercio.

Capolavori rinascimentali dai musei veneziani, un carico di perle e vetri cinquecenteschi recuperati nei fondali marini croati, affascinanti collane di perle vitree destinate al mercato africano, ed ancora il flauto in vetro di Napoleone che fu recuperato dagli inglesi dopo la battaglia di Waterloo, sono solo alcuni dei settecento magnifici oggetti che si potranno ammirare in mostra allestita al Castello del Buonconsiglio ma allargata a Castel Thun, dove viene proposta una sezione monografica dell’esposizione maggiore. Preziose collezioni pubbliche e private restituiranno l’immagine delle molteplici applicazioni del vetro, come materia straordinariamente duttile e versatile. Questo tema affascinante consentirà di illustrare anche aspetti salienti della tecnica e degli stili quando, in epoca rinascimentale, le officine dei vetrai muranesi influenzarono la storia del vetro europeo grazie anche alle nuove scoperte del cristallino, del lattimo e del calcedonio e di tecniche innovative come la filigrana a reticello e a retortoli.

Bard (AO) Alphonse Mucha

Fino 21 Novembre 2010 Forte di Bard, Bard (Aosta) Informazioni: www.fortedibard.it; info@fortedibard.it Il Forte di Bard, principale polo culturale della Valle d’Aosta, ospita la mostra Alphonse Mucha: modernista e visionario, prima grande esposizione delle opere di Mucha in Italia, realizzata in occasione del centocinquantesimo anniversario della nascita dell’artista. L’esposizione è promossa dall’Associazione Forte di Bard in collaborazione con la Fondazione Mucha ed è a cura di Tomoko Sato, unica studiosa ufficiale della collezione per la Fondazione Mucha. Alphonse Mucha (1860-1939), artista ceco, è stato uno dei rappresentanti più significativi dell’Art Nouveau. Il suo stile lo rende “fautore” di un nuovo linguaggio comunicativo, di un’arte visiva innovatrice e potente: le immagini femminili dei suoi poster, fortemente sensuali e cariche di erotismo, entro composizioni grafiche ben precise arrivano e spopolano in tutti i ceti e gli ambienti della società dell’epoca e, tutt’ora, alla vista degli modernissimi manifesti pubblicitari è possibile scorgere il gene artistico di Mucha.


Il Teatro di Dioniso ad Atene (foto G. Caputi - www.basileus.it)



InArte agosto/settembre 2010