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Rivista mensile a diffusione nazionale - anno VI - num. 06 - Giugno 2010

Il Sacro Monte di Varese

Bellezza e armonia

Il Sogno di Endymion


L'Account è l'addetto commerciale della casa editrice, è un conoscitore di psicologia, è un buon parlatore, è dotato di gusto estetico, diplomatico e politico e soprattutto è una persona indipendente e ricca di spirito d'iniziativa. Se ti riconosci in questa descrizione contattaci senza esitare. Per maggiori informazioni telefonaci a uno di questi numeri 330 798058 - 392 4263201 - 389 1729735 o invia un e-mail a editore@in-arte.org


Redazione Associazione di Ricerca Culturale e Artistica C.da Montocchino 10/b 85100 - Potenza Tel e Fax 0971 449629 associazionearca@alice.it

Redazione C/da Montocchino 10/b 85100 - Potenza Mobile 330 798058 - 392 4263201 - 389 1729735 web site: www.in-arte.org e-mail: redazione@in-arte.org Direttore editoriale Angelo Telesca editore@in-arte.org Direttore responsabile Mario Latronico Impaginazione Basileus soc. coop. – www.basileus.it Stampa Tipografia A.G.M. Concessionaria per la pubblicità Associazione A.R.C.A. C/da Montocchino, 10/b 85100 Potenza Tel e fax 0971-449629 e-mail: pubblicita@in-arte.org informazioni@in-arte.org Autorizzazione Tribunale di Potenza N° 337 del 5 ottobre 2005 Chiuso per la stampa: 8 giugno 2010

Sommario Editoriale

Fermento pittorico di Angelo Telesca ......................................................... pag.

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Persistenze

La scultura lignea al Sacro Monte di Varese di Piero Viotto................................................................ pag. 5-7 Grumentum, il sacro ed il profanoi di Gianmatteo Funicelli.................................................. pag. 8-9 Castrum Calitri di Davide Pirrera............................................................ pag. 10-11

Cromie

Lo splendore arbëreshë del mosaico di Ginestra di Francesco Mastrorizzi............................................... pag. 12-13 Bellezza e armonia: le donne di Raffaello di Sonia Gammone........................................................ pag. 14-15

RiCalchi

Stanley Kubrick in uno scatto di Angela Delle Donne................................................... pag. 18-19

Eventi

Il racconto del tempo nelle opere di Giuseppe Modica di Fiorella Fiore.............................................................. pag. 20-21 Echi d’antico. Dove l’archeologia incontra il contemporaneo di Rosa Piccirillo e Luciana Stigliano............................. pag. 22-23

Forme

Firenze: la Fontana dell’Oceano di Giovanna Russillo...................................................... pag. 24-25

Architettando

Il “buio” del Romanico nella banconota da 10 euro di Mario Restaino.......................................................... pag. 26-27

Mythos

In copertina: Ritratto di Livia Drusilla, I sec d.C., Antiquarium parco archeologico di Grumentum, Grumento (PZ).

Il sonno di Endymion di Fabrizio Corselli......................................................... pag. 28-29

La redazione non è responsabile delle opinioni liberamente espresse dagli autori, né di quanto riportato negli inserti pubblicitari.

a cura di Giuseppe Nolè................................................ pag.

Art Tour

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Fermento pittorico di Angelo Telesca

Cari lettori, questo nuovo numero di In Arte Multiversi è tutto proiettato verso l’estate e verso i tanti affascinanti momenti di arte che ci aspettano. Saranno diversi gli appuntamenti che vedranno la nostra rivista come protagonista. Come potrete leggere a Potenza dal 26 giugno all’8 luglio presso il Museo Nazionale Dino Adamesteanu si terrà la mostra Echi d’antico. Dove l’archeologia incontra il contemporaneo che vedrà opere di artisti contemporanei lucani e reperti di archeologia provenienti dal territorio della Basilicata fondersi per creare una coinvolgente iniziativa culturale. Nell’ambito di questo suggestivo evento verrà organizzata l’estemporanea di pittura L’antico…oggi tra il 27 e il 30 giugno, che vedrà molti artisti misurarsi sul tema della riscoperta e valorizzazione dei beni archeologici e della cultura greca arcaica in Lucania. Altro momento particolarmente suggestivo sarà la I edizione di Pittura in strada, un’estemporanea di pittura che si svolgerà a Venosa (Pz) tra luglio ed agosto. Inserita all’interno della manifestazione Artistinstrada 2010, festival internazionale itinerante di arte di strada, l’estemporanea offrirà una vetrina a pittori provenienti da tutta Italia che avranno la possibilità di far conoscere ed apprezzare la propria arte nel momento stesso in cui essa si compie. Il tema dell’estemporanea sarà dedicato all’arte di strada, al mondo che ruota attorno ad essa e alle emozioni che suscita negli spettatori. La nostra In Arte Multiversi allarga ulteriormente i propri orizzonti, facendosi sostenitrice di due momenti che siamo certi avranno grande successo. La protagonista è sempre lei: l’arte.

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Persistenze

La scultura lignea al Sacro Monte di Varese

Con la Controriforma, per arrestare l’onda del protestantesimo, che scendeva dal nord e aveva spogliato le chiese dei loro arredi artistici, considerati oggetti di culto superstizioso, in Italia, per iniziativa del popolo cristiano furono predisposti numerosi percorsi di fede a Varallo, Oropa, Crea, Varese, Domodossola, Locarno, Ossuccio, Orta… con la costruzione di una serie di cappelle arricchite da affreschi e da statue per narrare la vita di Gesù e dei Santi, per illustrare i misteri del Rosario. Tra questi percorsi pensati per le processioni comunitarie delle parrocchie, tutti costruiti su di una strada che si snoda lungo i pendii di una montagna, per evocare il monte Sinai e il monte Calvario, quello del Sacro Monte di Varese, progettato dal cappuccino Giambattista Aguggiari da Monza, è dal punto di vista artistico il più importante. Infatti, la realizzazione di questo progetto, che si ispirava alle indicazioni che san Carlo Borromeo aveva formulato per l’arte sacra, ha dato vita ad una

di Piero Viotto

impresa collettiva che impegnò dal 1604 al 1685 circa, non solo architetti e scultori, quadraturisti e pittori per gli affreschi, ma le popolazioni stesse della zona per i lavori di supporto. Il percorso è articolato in tre sezioni riguardanti i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi del Rosario. C’è una cappella che precede l’inizio del percorso: è la Chiesa dell’Immacolata, ideata dall’architetto varesino Giuseppe Bernasconi, già terminata nel 1609, dove padre Aguggiari celebrava la Messa per i lavoratori impegnati nella costruzione delle cappelle. Nelle otto nicchie ci sono le statue dei Padri della Chiesa e dei Dottori della Chiesa, che sostenevano con i loro scritti il dogma dell’Immacolata Concezione, che fu proclamato ufficialmente solo nel 1854 da Pio IX e confermato nelle apparizioni di Lourdes nel 1858. Un affresco ricorda il Concilio di Trento, durante il quale, contro le tesi del protestantesimo, venne difeso il culto della Vergine Maria. È un documento

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storico, la fede del popolo cristiano precede le definizioni teologiche. Un arco con le statue di san Domenico e di san Francesco introduce ai misteri gaudiosi. Tra questi segnalo la cappella della Natività, perché all’esterno R. Guttuso nel 1983 ha dipinto una fuga in Egitto, in sostituzione del precedente affresco molto deteriorato e quella della Presentazione al tempio, perché è la più scenografica, dovendo rappresentare il Tempio di Gerusalemme. In questa e nella successiva cappella, dedicata alla Disputa di Gesù con dottori si trovano statue di Francesco Silva, datate 1617. Un secondo arco dominato dall’austera figura di san Carlo segna il passaggio ai misteri dolorosi. Notevole la cappella della Flagellazione per i tre grandi affreschi del Morazzone, che circondano il Cristo alla colonna colpito da tre sgherri: questa cappella è forse quella che più rispetta, nell’unità della sua composizione tra scultura e pittura, le intenzioni dell’Aguggiari e del Bernasconi. L’ultima cappella di questa sezione, dedicata alla Crocifissione è quella che raduna un maggior numero di statue, compresi i cavalli dei soldati, quasi una cinquantina. Nel 1668 lo sculture Dionigi Bussola e il pittore Antonio Busca, entrambi milanesi, docenti all’Accademia Ambrosiana, hanno saputo raggiungere effetti di drammaticità autenticamente popolare e fortemente coinvolgente. Il terzo arco con sant’Ambrogio c’introduce ai misteri gloriosi. Nella cappella della Resurrezione troviamo di nuovo statue del Silva con affreschi di allievi del Morazzone. All’ Ascensione in Cielo di Gesù assistono gli angeli, Maria e gli apostoli e molti discepoli; qui l’artista ha accentuato la gestualità dei personaggi per meglio esprimere lo stupore davanti all’evento. La cappella della Discesa dello Spirito Santo, una delle ultime ad essere costruita, oramai dopo il 1680, dalla pianta ottagonale, di sapore classicheg-

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giante, è l’unica ad essere al centro del vialone che sale la montagna, così che i pellegrini possono girarvi intorno per raggiungere l’ultima cappella, quella dell’Assunzione, con le statue degli apostoli raccolte attorno al sepolcro vuoto, opere del Silva, mentre quella di Maria in alto, sorretta da angeli, è di altra mano, non bene identificata, gli affreschi sono addirittura settecenteschi. Al termine del percorso, il santuario di Santa Maria, dove si venera un’antichissima statua di Maria con bambino, una scultura lignea bizantineggiante funge da quindicesima cappella, L’incoronazione della Vergine. L'origine del santuario sconfina nella leggenda, testimoniata molto tardi da un documento seicentesco, in cui si narra del vescovo Ambrogio (340-397) che, sconfitti gli Ariani grazie all'intercessione di Maria, costruì sul monte una cappella in suo onore; peraltro alcuni resti, e la cripta attuale, testimoniano l'esistenza di una chiesa romanica la cui frequentazione è continuata nei secoli. Una terza realtà ecclesiale completa questo percorso perché su questo Sacro Monte è stata fondata intorno al 1454 una comunità monastica femminile, le Romite Ambrosiane, tuttora attiva e fiorente, con un laboratorio di restauro e un centro di spiritualità Le illustrazioni di questo testo documentano la bellezza di queste sculture lignee pazientemente lavorate da abili artisti, motivati dalla loro fede. Si tratta di arte sacra, non solo perché fanno parte di un cammino di pellegrinaggio, ma per l’intenzione stessa degli artisti che le hanno create. Al Sacro monte di Varese si può seguire il nascere e lo svilupparsi della scultura linea secentesca, prima e dopo gli interventi del ticinese Francesco Silva, che in ogni caso resta il protagonista principale di questo capolavoro dell’arte lombarda, diventato patrimonio dell’Unesco.


Persistenze La radici storiche più profonde sull’antico abitato di Grumentum, si fondano sulle sole testimonianze in pietra. È la documentazione archeologica, infatti, ad orientare sulla formazione di un coerente sistema abitativo all’incirca nel III sec. a.C., stanziatosi in una bassa zona collinare, bagnata dall’alto corso dell’Agri in prossimità degli attuali centri di Viggiano e Grumento Nova, nel cuore della Lucania antica. Già da quest’epoca la civiltà vanta un forte potenziale politico-culturale, dato dalla strategica posizione topografica del fondovalle come asse mediano tra le due coste, la tirrenica e quella ionica. Una prima fondamentale quaestio sul centro, riguarda la possibile attribuzione all’interno del sito di un centro di coniazione della c.d. moneta con la sigla “GRY”, testimoniante la forte convergenza di commercio e diverse culture nell’area grumentina in linea con la più nodale Venusia e la via Appia a Nord. Caratterizzante, sin dall’età arcaica, è la strutturazione viaria del centro. Un vasto impianto urbanistico ortogonale frutto delle più grandi ingegnerie dell’epoca, perfettamente aderente all’orografica dell’area, e tale da mettere in

Grumentum, il sacro ed il profano di Gianmatteo Funicelli

luce elementi circa l’organizzazione interna dell’insediamento. È proprio dalla riscoperta di determinati settori urbani, artigianali o commerciali, con annesse fornaci, che sono riemersi i caratteri peculiari di elementi coroplastici quali una stipe votiva, recuperata in località S. Marco (toponimo risalente agli avvicendamenti altomedievali) e delle statuette fittili ad indirizzo votivo. I pochi elementi in questione sono il filo rosso che collega la scultura tarantino-heracleota al gusto figurativo locale nei contesti sacri dell’agro. Su quale sia la divinità legata al culto in questo comprensorio (con tutta probabilità Mefitis, la dea lucana per eccellenza, ben attestata poi sul sito in età romana), gli studiosi non ne danno chiara lettura. Tuttavia un dato attendibile è la ricca presenza di svariate gamme tipologiche di statuette sacre. I piccoli elementi votivi rinvenuti (H. cm 17-25) si presentano modellati con espressione greve, incorniciati da acconciature ad ondine su cui poggiano dei tolos svasati, mentre il leggero panneggio smorza di poco la rigida frontalità della dea offerente. Sebbene improntata in una cultura autoctona, sarà poi l’età romana l’apogeo artistico di questa civiltà, ossia quando Grumentum calerà all’ombra di una forte “romanizzazione”, come riparazione (forse) seguita alle devastazioni della guerra sociale (90 a.C.). Il rapporto tra Grumentum e Roma comunque non è del tutto documentato (fenomeno di “autoromanizzazione”), ma dell’influsso che essa ebbe dalla “Città Eterna” risulta, del resto, come testimonianza tangibile: trattasi del ritratto marmoreo di Livia Drusilla. In marmo bianco, leggermente opaco e lacunato sul lato sinistro del capo, l’imperatrice si presenta in un rigido prospetto. Acconciatura armonica, occhi a mandorla e distanti, essa possiede sul volto i segni del tempo. È la chiara attestazione dei sentimenti di gratitudine e devozione della gens grumentina nei confronti della nobile famiglia GiulioClaudia. Databile tra l’età tiberiana e quella claudia (20-54 d.C.), il reperto fu rinvenuto nel saggio di scavo del 1988, all’interno del Foro. La statua, probabilmente raffigurata nelle vesti di una divinità, è l’esplicito riferimento di una società “emergente”, in cui la ritrattistica classicheggiante predilige ormai la realtà politica su quella religiosa. A sinistra: Ritratto di Livia Drusilla, moglie di Augusto. Pagina a fronte: Foto aerea dell'area archeologica di Grumentum. mmagini riprodotte su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Direzione regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Regione Basilicata - Soprintendenza per i beni archeologici della Basilicata. È vietata ogni ulteriore riproduzione con qualsiasi mezzo.

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Castrum Calitri Persistenze

La Campania annovera centinaia di castelli senza dubbio di notevole importanza storica ed archeologica. Tra questi unici manufatti architettonici troviamo il castello di Calitri, in provincia di Avellino. Questo grazioso centro dista 77 chilometri dal capoluogo, si trova a 530 metri di altezza e sorge su un colle fra le valli dell'Ofanto e del Cortino. Indubbiamente chiara è la presenza umana nella zona fin dai tempi remoti: numerosi reperti archeologici rinvenuti – vasi fittili, monete, epigrafi sepolcrali – fanno ritenere che i primi insediamenti sarebbero sorti fra il IV e il III secolo a.C. ad opera di colonie italiote del versante Adriatico. Elemento simbolo della città comunque è il meraviglioso esempio di architettura medievale che si trova in cima al centro abitato e che domina le valli circostanti. La storia del castello è purtroppo legata ai terremoti, in particolare quello del 1561, che fece crollare numerosi ambienti, ma soprattutto il sisma dell’8 settembre 1694, dal quale fu completamente distrutto, tanto che i feudatari superstiti della famiglia Mirelli optarono per l’abbandono dei ruderi in cima alla collina, ricostruendo il palazzo più a valle. La fortificazione, stando a degli importanti documenti e resoconti di fine XVII secolo e del XVIII secolo, era un'imponente costruzione con quattro grosse torri angolari, contrafforti ed altre opere di fortificazione, con

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di Davide Pirrera

l'accesso principale disposto sul versante sud-est di una delle colline che dominano le valli dell'Ofanto e del torrente Cortino. Tutta la facciata nord, articolata in due massicce cortine murarie emergenti, era costruita sul costone a picco di arenarie stratificate di oltre settanta metri di altezza. Nelle cronache seicentesche si parla di "un famosissimo castello carico di abitazioni circa a 300 camere, che vi possono comodamente stare cinque corti di Signori, ben munito di due ponti a levatoio con bellissimi bastioni, detto castello sta posto sopra un monte, e guarnito di tutte le comodità et alta terra è tutta morata ed ha quattro porte, che si rende assai sicura". Purtroppo non si hanno notizie del castello in epoca tardo medievale; periodo sicuramente importantissimo per la storia della fortificazione e per il ruolo centrale e strategico che ebbe nel panorama medievale della nostra penisola. In questo delicato periodo sappiamo divenne capoluogo del vasto gastaldato longobardo situato ai margini sud-orientali del Ducato di Benevento, a cavallo delle valli dell'Ofanto e del Sele. Dal 1076 al 1140 Calitri fu castello feudale dei Guiscardo, che occuparono Conza e i suoi castelli, segnando l'inizio del dominio normanno. Divenne, successivamente, feudo in demanium dei Balbano dal 1140 al 1239. Notizie senz’altro più pre-


Persistenze

Sopra: il castello di Calitri. In basso: veduta di Calitri.

cise si hanno grazie alla pronta mano del Winkelmann che pubblicò gli "Statuta officiorum" del regno svevo. Dalla lettura di questo fondamentale documento si sa che nel 1240 il maniero, appartenente al demanio imperiale, fu sottoposto ad interventi di ristrutturazione e ammodernamento delle strutture difensive, nell'ambito del programma voluto da Federico II di miglioramento dell'edilizia fortificata in Italia meridionale. Altro momento cruciale fu senza dubbio l’occupazione angioina che vide il "Castrum Calitri" annoverato tra i circa quaranta castelli agibili

esistenti nel giustizierato del "Principato e Terra Beneventana". I movimenti della crosta terrestre causarono danni anche nel XX secolo, causando enormi lesioni alle strutture residue delle antiche fortificazioni. I dissesti determinati dal terremoto del 23 novembre 1980 e dal conseguente movimento franoso hanno, infatti, ulteriormente modificato la topografia e compromesso la stabilità dell’intera parte alta del centro storico, lasciando tuttavia identificabili i massicci muraglioni perimetrali a nord-ovest e a sud-ovest ed alcuni locali sotterranei successivamente adibiti a depositi e a cantine. Dall’inverno 1988-1989, dopo l’improvviso crollo di un settore delle Ripe che provocò lo sprofondamento della cisterna del palatium e delle grotte ed abitazioni ad essa adiacenti, è in corso nell’area un intervento di restauro dei manufatti edilizi e delle strutture urbane esistenti, diventati quasi interamente di proprietà pubblica. Successivamente l’intero ambito urbano è stato dichiarato d’interesse particolarmente importante ai sensi del decreto legislativo nr. 42/2004, con D.M. del 21.05.1998. Di sicuro il castello come si presenta ai nostri occhi costituisce un bene dell’umanità, sia per la sua struttura architettonica interessante sia per la sua storia ricca ed articolata. La struttura fortificata domina il borgo suggestivo che si trova ai suoi piedi, non schiacciandolo, ma in un certo senso in modo protettivo. La visione suggestiva che si presenta ai nostri occhi è spettacolare e vede sposare i colori armoniosi delle case del borgo e il manto cromatico del solenne castello, che rappresenta tutti gli abitanti di Calitri, consegnando il nome della città agli occhi di quei turisti che cercano i veri posti incantati e ricchi di cultura della nostra splendida Italia.

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Cromie

Lo splendore arbëreshë del mosaico di Ginestra

Ginestra è un piccolo paese che sorge nell'area nord-est della Basilicata, su un colle alto 564 metri, nel territorio del Vulture. Le sue origini storiche risalgono all'Alto Medioevo, quando sorse come casale rurale – probabilmente su un precedente insediamento romano – ad opera dei Longobardi, con il nome di Lombarda Massa. Distrutto dai Normanni, il villaggio fu ripopolato nel 1478 da un gruppo di profughi albanesi guidati da Francesco Jura, fuggiti da Scutari dopo l’invasione dei Turchi. Nel corso dei secoli si sono conservati a lungo gli antichi usi e costumi albanesi, che tuttavia sono oggi quasi completamente perduti e patrimonio di pochi anziani. Gli esuli albanesi praticavano la religione cristiana di rito greco-ortodosso e tale liturgia venne conservata fino al 1627, quando il vescovo di Melfi, monsignor Diodato Scaglia, impose il rito latino, secondo le direttive del Concilio di Trento destinate a quelle diocesi che avevano gruppi di fedeli praticanti confessioni diverse da quella cattolica. La parrocchia del paese venne in quell’occasione dedicata a San Nicola, santo venerato sia nel rito latino che in quello ortodosso. Per rafforzare la non mai eclissata tradizione arbereshe, nel 2007 la chiesa madre di San Nicola Vescovo è stata adornata da un grande mosaico, collocato dietro l’altare e raffigurante il Cristo Pantocreatore. Alla sua destra la Madonna di Costantinopoli, pro-

di Francesco Mastrorizzi

tettrice di Ginestra, mentre a sinistra è posto San Nicola Vescovo, patrono del paese. La chiesa, situata in pieno centro storico e risalente probabilmente al XVI secolo, all’interno si presenta a navata unica con volta a botte ed era in precedenza piuttosto povera di arredi. Il mosaico del Cristo Pantocreatore, di stile bizantino, è opera del maestro iconografo ortodosso arbëreshë Josif Droboniku della scuola Arberart di Lungo (CS), altro centro di origine albanese. Allo stesso artista, allo scopo di mantenere vivi i legami con le origini bizantine, sono state commissionate due icone: una raffigurante il battesimo di cristo e l’altra l’annuncio del Regno di Dio. All’interno della chiesa sono state realizzate, inoltre, due vetrate, poste ai lati del maestoso mosaico, con gli Arcangeli Michele e Gabriele rivolti verso il mosaico, a sua protezione. L’Arcangelo Gabriele rappresenta colui che annuncia la vita, mentre l’Arcangelo Michele colui che la difende. Durante i lavori di restauro della chiesa è stata anche riportata alla luce l’originaria struttura interna in pietra eretta dai profughi albanesi e che era stata coperta dall’intonaco. Con i vari interventi di ispirazione orientale, voluti dal parroco Don Gilberto Cignarale, la chiesa si presenta oggi più consona alle proprie origini e dominata da una più forte sacralità, che si adatta maggiormente al fervore e alla fede religiosa della popolazione locale.

Sotto: la chiesa di San Nicola Vescovo a Ginestra. Pagina a fianco: Josif Droboniku, Cristo Pantocrator, mosaico, 2007.

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Cromie Nei primi anni del Cinquecento Firenze torna a splendere artisticamente e culturalmente dopo la stasi del periodo savonaroliano, conclusosi con la condanna al rogo del frate nel 1498. Raffaello vi giunge nell’ottobre del 1504, subito dopo aver terminato lo Sposalizio della Vergine, opera con la quale raggiunse un risultato stilistico tale da porlo come il massimo esponente della pittura umbro-marchigiana del suo tempo. Gli anni fiorentini saranno fondamentali per la definizione della sua arte. Raffaello, giovanissimo, attuerà una geniale mediazione tra i linguaggi di Leonardo e Michelangelo, assimilando dal primo la grazia e dal secondo il furore creativo, ma staccandosi da entrambi e creando quel suo stile fatto di equilibrio compositivo e di perfezione formale. Nella sua produzione pittorica è dedicato ampio spazio al genere del ritratto che nel primo ‘500 è particolarmente richiesto dall’aristocrazia. Nei ritratti fiorentini per Raffaello sarà fondamentale l’insegnamento della Gioconda, che egli però tradurrà in un linguaggio sostanzialmente diverso: non un

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Bellezza e armonia: le donne di Raffaello di Sonia Gammone

ritratto ideale ma fedele alla realtà, che costituisce un importante documento della società del tempo. Uno dei primi ritratti è probabilmente la Dama con liocorno. La giovane ritratta per lungo tempo si è celata dietro i panni di Santa Caterina d’Alessandria, tema iconografico diffuso dalla Controriforma. Infatti, prima del restauro del 1935, vi comparivano alcuni attributi iconografici del martirio: la ruota dentata, la penna d’oca e un mantello sulle spalle. Il dipinto è datato intorno al 1505-1506. La dama bionda è ritratta seduta, con il corpo leggermente girato verso sinistra ma il viso quasi frontale allo spettatore. La linea delle braccia e delle spalle disegna un volume rotondo, il volto ha un ovale perfetto che viene messo in grande risalto. La luce diffusa infonde un senso di calma e serenità, senza forti contrasti d’ombra. L’unicorno è simbolo di verginità e castità. La giovane corrisponde esattamente ai canoni estetici celebrati dagli scrittori dell’epoca, così come i gioielli e l’abito sontuoso ne mostrato l’alto stato sociale. Successivamente Raffaello si trasferì a Roma, ed è a questo periodo che risale una serie superba di ritratti che si caratterizzano per la profonda analisi psicologica. In particolare La Velata del 1514-1515, è il ritratto di un’affascinante nobildonna che Vasari all’epoca identificò come Margherita Luti, la donna amata da Raffaello. Il ritratto deve il proprio nome al velo chiaro che copre la testa della giovane. Qui troviamo un magistrale controllo del colore e della luce, caratteristiche proprie della maturità pittorica raggiunta. La figura si appropria dello spazio con un’espressione che è più un’istantanea che un ritratto di genere. Gli abiti sontuosi mostrano l’abilità di Raffaello nel rendere i magnifici drappeggi. La luce poi, dona quello splendore particolare che sfuma i contorni e addolcisce la figura. La stessa donna sembra essere secondo molti raffigurata in tutt’altra veste nel dipinto La Fornarina del 1518-1519. Il sensuale ritratto raffigura la musa-amante del pittore, ritratta a seno scoperto e con un turbante in testa su uno sfondo scuro. Al braccio, la donna ha un bracciale che riporta la firma di Raffaello, "RAPHAEL URBINAS". Anche se non è accertata l’identità della donna, è innegabile che Raffaello amasse molto le donne. La comprensione della femminilità gli permise di recuperarne l’immagine da quell’atmosfera irreale e sentimentale in cui le aveva collocate Leonardo per riportarle in una dimensione reale di sensualità terrena.


Il Teatro di Delfi (foto G. Caputi - www.basileus.it)


RiCalchi Fino agli inizi di luglio è possibile vedere a Palazzo della Ragione a Milano una mostra su Stanley Kubrick, non sulla produzione cinematografica, ma su una giovanile produzione fotografica che racchiude gli anni tra il 1945 ed il 1950. È un aspetto poco noto della sua vita, che ci rivela un dato molto interessante: il momento storico, Kubrick ha diciasette anni e lavora per la rivista americana Look, documentando istante per istante la vita quotidiana dell'America. Una metodologia di indagine che non interessa ai più noti fotografi del momento, ma che in Kubrick suscita un forte fascino poiché gli permette di realizzare delle storie partendo da uno scatto. Sono più di duecento fotografie, stampate dai negativi originali che provengono dalla Labrary Congress di Washington e dal Museum of the City of New York, un patrimonio di oltre ventimila negativi in parte ancora sconosciuti. Il percorso espositivo si divide in diverse serie di storie fotografiche dove vengono scelti dei temi colti negli aspetti più intimi e quotidiani. Ed ecco che i musicisti di New Orleans approdati nella Grande Mela hanno nuovi sguardi, nuove movenze, ed ancora Betsy von Fürstenberg, reginetta di Broadway, ritratta nella leggerezza di una carriera brillante ed in ascesa.

Stanley Kubrick in uno scatto di Angela Delle Donne

Ritroviamo scatti dedicati al mondo universitario: l'escusiva Columbia University e l'antica università del Michigan, ma che l'immaginifico mondo del circo del quale Kubrick svela la fatica dell'allenamento quotidiano. Poi nel 1948 l'incarico di fare un servizio in Portogallo: Kubrick si ispira a Cartier-Bresson, maestro che gli insegna la semplicità dell'espressione realizzata scoprendo la concentrazione e la geometria. Siamo sul finire del quinquennio di lavoro ed incontriamo orfani e lustrascarpe, attraverso i quali, inizia a mettere in luce la sua capacita di creare effetti cinematografici, e proprio nel 1949 realizza gli scatti dedicati al Paddy Wagon. Si tratta del veicolo utilizzato per il trasporto dei detenuti, ma realmente diventa solo il mezzo per indagare la resa cinematografica della fotografia. Partendo proprio da questa esperienza Kubrick diventerà un maestro del paradosso e dell'ambiguo. Un terreno pregresso sconosciuto ai più, che può apparire come un pezzo staccato e appena scoperto, ma in realtà è in grande continuità con il lavoro di regia, poiché non si tratta di semplici scatti fotografici ma della narrazione di storie attraverso delle fotografie; ed ecco che subito fanno capolino le sue doti di story teller.

Sotto: Stanley Kubrick, Untitled, 1950. Pagina a fianco: Stanley Kubrick, A tale of a shoe-shine boy, 1947

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Eventi Le 35 tele che compongono la personale di Giuseppe Modica, in mostra fino al 20 giugno, presso la Galleria Civica di Palazzo Loffredo, a Potenza, rappresentano le tappe di un viaggio all’interno della memoria. Quella intima e lirica dell’artista, ma di riflesso anche nostra, perché in esse rivive la Roma del boom economico e il sole caldo della Sicilia. L’elemento della finestra, che è protagonista delle opere selezionate da Laura Gavioli nell’arco dell’ultimo decennio di attività dell’artista, diventa uno specchio che riflette la rappresentazione reale e, come un filtro, ci restituisce l’immagine traslata dal ricordo e dal sentimento del pittore. La perizia del tratto, che appartiene alla grande scuola del figurativismo italiano e più in generale europeo, può illudere che quella che stiamo guardando è una fotografia visiva; ma, entrando all’interno dell’opera veniamo subito catturati dall’atmosfera sospesa e irreale che vi domina. In essa la presenza

umana non compare quasi mai; vi sono delle tracce, dei segni, come i limoni che compaiono sul tavolo come appena lasciati da qualcuno interrotto nell’atto di gustarne il sapore. Queste immagini diventano una custodia dell’assenza e del passaggio dell’uomo, che proprio nella sua non-presenza afferma la sua fisicità. Il passaggio del tempo segna ogni piega, una crepa, ogni velatura del cielo (e quale miglior simbolo della trascendenza se non il passaggio delle nuvole in cielo?) che è presente in queste tele. Il lento trascorrere del tempo è uno dei cardini della poetica di questo artista: nei suoi quadri esso consuma le superfici, i volti, le vite. La sedimentazione dell’immagine e la lunga elaborazione a cui essa viene sottoposta costruisce le pagine di un racconto che Modica scrive giorno dopo giorno, finché ogni mattonella, ogni raggio di luce, ogni riflesso di mare non è concluso e con lui la storia che esso custodisce. In queste tele, cioè, il tempo si immerge in ogni trama, ma più che rappre-

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Il racconto del tempo nelle opere di Giuseppe Modica di Fiorella Fiore

sentarne il lento, ma comunque inesorabile divenire, diventa l’immagine di una dimensione atemporale e sospesa. In questo spazio, in cui combacia un tempo presente e un tempo di memorie, si inserisce il

nostro sguardo che, catturando un particolare ogni volta diverso e, divenendone suo custode, diventa parte integrante di questo racconto infinito dipinto da Giuseppe Modica.

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Eventi Presso il Museo Archeologico Nazionale Dinu Adamesteanu di Palazzo Loffredo, a Potenza, si terrà dal 26 giugno all’ 8 luglio 2010 la mostra Echi d’antico. Dove l’archeologia incontra il contemporaneo, antologia di reperti che trovano la loro contemporaneità nei dipinti degli artisti che operano o hanno operato sul territorio lucano e nelle cui produzioni evidente è il legame con l’origine della loro terra. La mostra vuole condurre il visitatore attraverso un percorso storico ideale che parte dal reperto archeologico per giungere fin sulle tele di pittori contemporanei. L’idea nasce come progetto finale di un corso di formazio-

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ne tenutosi presso l'ente ELDAIFP denominato "Iter net - percorsi culturali lucani" previsto nell’ambito del patto formativo locale della filiera culturale-turistica per il Profilo Professionale di Responsabile della fruizione e dello sviluppo del patrimonio culturale. Numerose le iniziative a latere: una performance di pittura nelle vie del centro storico, L’antico…oggi, aperta a pittori emergenti e non. Un modo per continuare la strada che il CO.S.P.I.M. prima e Gerardo Cosenza poi, avevano iniziato a percorrere consentendo ai giovani pittori di esprimere la propria arte riunendoli in collettive all’aperto.


Echi d’antico. Dove l’archeologia incontra il contemporaneo

Eventi

di Rosa Piccirillo e Luciana Stigliano

un pubblico più giovane. I partecipanti scatteranno fotografie nel corso dello svolgimento della mostra e dell’estemporanea di pittura. Da non perdere Gioca con l’emozione, momento che coinvolge direttamente il visitatore, che potrà dilettarsi ad immortalare, attraverso la propria macchina fotografica, il momento per lui più significativo dell’evento. Tutte le informazioni saranno reperibili sul sito www. echidantico.blogspot.com oppure all’indirizzo e-mail echidantico@gmail.com.

Foto di Nicola Figliuolo

Previsti inoltre laboratori didattici, nei quali i bambini potranno cimentarsi in attività creative attinenti al tema della mostra, strumento fondamentale per avvicinarli alla realtà museale locale e alla scoperta, attraverso questa, delle proprie radici. Parallelamente a questo, un’estemporanea di fotografia intitolata “…Cattura l’istante”, concorso aperto a tutti gli appassionati, professionisti e non, che prevede come tematica l’archeologia in riferimento sia alle evidenze e ai reperti archeologici, che alla mitologia, con particolare riguardo alla zoologia fantastica, per rendere più appetibile questo evento ad

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fOrme

Tra le tappe irrinunciabili per chi visita la città di Firenze c’è il Giardino di Boboli. Tipico esempio di giardino all’italiana, questo immenso parco storico di origine rinascimentale fu ampliato e abbellito nel Cinquecento dalla famiglia Medici. In questo splendido angolo verde, tra viali alberati, terrazze e siepi, fanno capolino preziose sculture di varie epoche, dall’età romana all’Ottocento. E alcune emergono dall’acqua, come per incanto... Si presenta così la Fontana dell’Oceano, la più spettacolare tra quelle presenti nel giardino. Realizzata nel 1570, il singolare complesso scultoreo si trova al centro e del cosiddetto "Isolotto" (o Vasca dell’Isola), un’enorme vasca circolare ideata da Alfonso e Giulio Parigi ai primi del Seicento. E’ composta da un basamento in granito decorato con bassorilievi opera del Giambologna (Il Trionfo di Nettuno, Il ratto di Europa e Il bagno di Diana) e culmina con le statue raffiguranti i fiumi Eufrate, Nilo e Gange (il tema delle divinità fluviali è ricorrente anche in altre importanti fontane italiane) e il dio Nettuno. Accanto al nucleo principale, poco più in là, troviamo altri due suggestivi complessi marmorei: Andromeda

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con le caviglie incatenate nella roccia e Perseo a cavallo. Quest’ultimo in particolare colpisce perché la figura sembra realmente balzare fuori dalle acque tranquille dell’Isolotto. La fontana è collegata alla terraferma da due passerelle chiuse da cancelli di ferro. Li sostengono due colonne dominate ognuna dalla statua di un capricorno posta in cima. Altre fontane più piccole sono situate in prossimità dei cancelli: si tratta delle fontane delle Arpie e di quelle dei Putti, che incuriosiscono per le decorazioni molto articolate di alcune fantastiche creature marine. Anticamente la fontana dell’Oceano si trovava al centro dell’anfiteatro di Boboli e in seguito fu collocata in questa zona meridionale del giardino. Oggi quella che si trova al centro dell’Isolotto è una copia dell’originale conservata al Museo Nazionale del Bargello. Il Giardino di Boboli presenta al suo interno altre fontane, più piccole ma ugualmente interessanti: il Bacino del Nettuno, risalente alla fine del Settecento e la Fontana del Bacchino, opera di Valerio Cioli, risalente alla seconda metà del Cinquecento, che riproduce un omino grassoccio a cavalcioni su una tartaruga.


Firenze: la Fontana dell’Oceano

fOrme

di Giovanna Russillo

Pagina a lato, a sinistra: Fontana dell'Oceano del Giambologna. A destra: Fontana dei Putti. Sopra: Fontana del Perseo. In Basso: Isolotto di Andromeda.

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Architettando Il Romanico, considerato da sempre un periodo “buio” per il suo arretramento culturale rispetto alla grandezza della civiltà classica, da qualche tempo è sempre più oggetto di una significativa rivalutazione, così com'è successo per il Gotico nel corso dell'Ottocento. In questo periodo, in ambito architettonico, si vanno consolidando le conoscenze tecniche dei romani, senza però avere quegli sviluppi e soprattutto quella quantità di opere che un organismo potente ed organizzato come quella straordinaria civiltà poteva realizzare e coordinare. Le conquiste degli architetti romani in materia di ponti (si raggiunsero campate fino a 30 metri) resteranno, dal punto di vista strutturale, non molto diverse fino alla Rivoluzione Industriale, anche perché con i materiali allora presenti non si potevano fare sostanziali innovazioni. Tale aspetto è testimoniato dal fatto che il ponte rappresentato sulla banconota da dieci euro, espressione dell'architettura Romanica, è simile a Ponte S. Angelo a Roma. Il nome originale era Ponte Elio, dall'imperatore Publio Elio Adriano che ne volle la costruzione nell'anno 136 d.C. affidandone la progettazione all'architetto Demetriano. Il ponte serviva per accedere al Mausoleo di Adriano posto sulla sponda destra del Tevere. Durante il medioevo questi fu ribattezzato con il nome di Ponte S. Pietro in quanto costituiva l'unico accesso per i pellegrini diretti alla Basilica Vaticana. Da qui, tra gli altri, passò Dante Alighieri venuto a Roma in occasione del Giubileo del 1300. Il nome attuale di Ponte S. Angelo si vuole provenga dalla tradizione secondo la quale, nel 590 d.C., l'arcangelo Michele apparve in visione a papa Gregorio Magno che, in quel momento, stava guidando una processione penitenziale proprio sul ponte. L'arcan-

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gelo apparve in cima alla mole e si mostrò nel gesto di rinfoderare la spada. L'avvenimento fu interpretato come segno della fine della pestilenza che in quel periodo affliggeva la città capitolina. Da allora la denominazione “S. Angelo” fu estesa sia al ponte che al vicino mausoleo. Nel diario di Stefano Infessura è possibile leggere la cronaca di un famoso episodio legato alla storia del ponte: “nel sabbato 19 dicembre 1450, tornando il popolo da S. Pietro, dove si era mostrato il Sudario, e data la benedizione da papa Niccolò V, avvenne la terribile sciagura, che per la calca si ruppero le sponde del ponte e 172 persone perirono, in parte soffocate sul ponte stesso, in parte annegate nel fiume; onde quel papa all'ingresso del ponte fece erigere due piccole cappelle rotonde dedicate a S. Maria Maddalena e SS. Innocenti; poi restaurò il ponte e perciò il suo nome N[iccolò]P[ontefice]M[assimo] V si legge sopra uno dè piloni nella faccia rivolta al Vaticano”. A partire dal XVI secolo Ponte S. Angelo divenne il luogo per l'esposizione dei cadaveri dei condannati


Il “buio” del Romanico nella banconota da 10 euro di Mario Restaino

a morte, perché tutti potessero vedere e meditare prima di turbare la quiete cittadina con atti di violenza e delitti. Dopo il “sacco di Roma” del 1527, papa Clemente VII fece sostituire le due cappelle poste all'ingresso del ponte con le statue di S. Pietro e S. Paolo scolpite rispettivamente dal Lorenzetto e da Paolo Romano. Il papa, rinchiusosi nel castello, si rese conto che le capelline erano diventate due rifugi sicuri degli archibugieri nemici che di li potevano colpire chiunque si affacciasse dalle mura dell'edificio, di qui la decisione della loro distruzione. Nel 1536, in seguito all'ingresso solenne di Carlo V nella città, sul ponte furono poste otto statue realizzate da Raffaello da Montelupo. Dalla parte di S. Pietro i quattro evangelisti e dalla parte di S. Paolo i patriarchi Adamo, Noè, Abramo e Mosè. Nel 1669 papa Clemente IX fece realizzare, in occasione di un imponente opera di restauro del ponte, un nuovo parapetto, disegnato dal Bernini, sopra il quale furono collocate dieci statue raffiguranti angeli, cinque per balaustra. Trattandosi di una Via Crucis,

ogni angelo reca un simbolo della passione di Cristo. L'angelo con la corona di spine e quello con il cartiglio sono copie degli originali scolpiti direttamente dal Bernini e attualmente custoditi nella Chiesa di S. Andrea delle Fratte. Nel 1892, a causa dei lavori di ampliamento degli argini del Tevere che portarono la larghezza del fiume agli attuali 100 metri, il ponte fu oggetto di una grande trasformazione che gli diede la forma attuale. Alle tre arcate centrali, in peperino rivestite da travertino, si aggiunsero altri due archi simmetrici. Questo intervento portò alla luce una rampa romana ancora lastricata ed alcuni elementi dei parapetti originari. Infatti originariamente al ponte si accedeva mediante rampe dalla riva. Queste erano sostenute da tre arcate minori sulla riva sinistra e da due sulla riva destra. Oggi Ponte S. Angelo misura circa 130 metri in lunghezza, 9 in larghezza e poggia su cinque arcate a tutto sesto in muratura. La solidità del ponte è davvero straordinaria, infatti mai nessuna piena del Tevere è riuscita a travolgerlo o a danneggiarlo.

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Dalle tinte soffuse al buio “secreto” che celano amori e colpe di personaggi mitici, come quelle trattate nel precedente numero di Mythos, in particolar modo di Orfeo ed Euridice, approdiamo adesso a uno dei miti più delicati ed eterni di tutti i paradigmi noti: quello di Endymion. Per aprire questa trattazione, non a caso, ho scelto Il sonno di Endymion di Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson. Un’opera che per quanto utilizzi una figura prettamente accademica, come lo è Endimione, modula in essa una serie di variazioni e “innovazioni” non solo a carattere tecnico ma anche prettamente di gusto, tali da conferire ad essa una venatura romantica altresì facendo denotare la grande sensibilità che ne emerge. Endimione è prima di tutto un giovane pastore, offerto nudo all’osservatore; non un semplice nudo ma idealizzato, concetto sì antico nella forma dell’ispirazione e che qui non diviene solo un modello di “beltà” ideale ma anche l’incarnazione di quel topos arcadico che si stempera nella quiete dei boschi e nella seraficità dell’anima. Quel silenzio eloquente che, nella sua intelligibilità figurativa, esprime più di quanto riescono mille parole insieme o l’ammassarsi di particolari, il più volte superflui. Il tutto è oltremodo affiancato da un uso singolare del raggio lunare, di questo “pallido fuoco” che arde e che quasi “evapora” dal torso e dal viso del pastore, attestando pienamente le citazioni stilistiche provenienti dal Correggio (a livello chiaroscurale) e da Leonardo da Vinci (nelle sfumature). L’impalpabilità della luce è quella del sogno, di uno stato rarefatto della coscienza che ritrova nell’incontro con la mortalità la dimensione del desiderio, di una forma, per quanto possa sembrare strano, di implicito erotismo, e che il protagonista ben coniuga nel patto segreto con la

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propria divinità, seppur allo stesso tempo essa ne rappresenti la diretta carnefice. Una violenza e una freddezza che si mescolano nel distacco e nell’indifferenza, quasi invocate, di chi inerme soggiace al decreto finale degli dèi. La stessa dimensione del rapimento che caratterizza l’agire di Zeus e che, quasi mai, ha termine con l’atto sessuale, scomparendo in questo caso la sfera della fisicità ma amplificando il rapporto intimo con la divinità, l’accettazione di un sapere superiore che eleva il mortale alla gloria celeste (e che ritroviamo nel rapimento delle Ninfe). Endimione, nella fattispecie, è il più bello fra tutti i mortali, secondo il mito, posto nello stato di dormienza da Selene, perché egli così mantenesse la propria giovinezza. Ma Girodet abbandona tale figura secondo il canone esposto, e preferisce trattare il mito secondo favola romana. Endimione giace dormiente, o meglio in “torpore”, sotto un albero di platano, condannato in tale stato per trent’anni dalla casta Diana, periodo durante il quale verrà mantenuta la sua beltà efebica; anche la stessa divinità cede alla propria illusione e ogni notte va a trovarlo, manifestandosi attraverso un esangue raggio lunare che, come già anticipato, carezza il torso e il viso del pastore. Nel mentre Zefiro, facilita il passaggio di tale prodigiosa luminescenza, scostando alcuni rami. In tale cornice, Endimione è sorprendentemente allungato, sconfinando quasi nel manierismo, e la sua posizione riprende nuovamente le figure mitologiche del Correggio, di certi martiri barocchi. Ma dove Girodet assesta definitivamente il proprio colpo ferale alla forma accademica è esattamente nella profondità delle ombre dei cespugli, dei rami e soprattutto nel loro essere attraversati da un fascio di luce chiara, evanescente, che assicura al pittore


Il sonno di Endymion di Fabrizio Corselli

un certo senso del bizzarro, richiamando nuovamente l’effetto di vaporizzazione sopra citato. Un altro artista che qui riporto, proprio per il suo legame con la civiltà classica, ma ancor di più con quella romana, è John William Godward. Un pittore neoclassico, che erroneamente è avvicinato ai PreRaffaelliti, ma che in virtù del suo neoclassicismo (tipico del periodo vittoriano) impiega la conoscenza di tale cultura per approdare a una dimensione del reale romanticizzata e altresì idealizzata (idealità che sta alla base della cultura classica). Nel prendere come esempio l’Endymion di Godward, utile alla nostra trattazione del mito, notiamo la presenza di una certa sontuosità e grazia che lo caratterizzano (categorie del bello condivise con la cultura classica – quelle della “nobile semplicità” e “quieta grandezza”); qualità che fanno da sfondo quasi sempre a un soggetto tipicamente femminile (a volte nudo o seminudo), in abbigliamento classico, adagiato su sfondi, pavimenti o ancora terrazze di marmo molto decorate. Del suo stile personale era tipica del resto la minuzia per i particolari, quali pelli d’animali, presen-

ti anche in Endymion, o fiori selvatici, il tutto legato alla vivacità dei colori. Nell’osservazione del dipinto, ciò che subito salta all’occhio di un conoscitore del mito è la presenza di Endymion, in chiave femminile, rappresentando essa stessa una innovazione rispetto ad altri dipinti. Ciò che però suggerisce al lettore l’attestazione dell’identità di tale soggetto è il sonno, perché attraverso questo stato di dormienza si perpetua il dono degli dèi, ed è qui che viene sgravato il soggetto da ogni forma di colpa, quasi ne mancasse l’elemento del crimen (come si è osservato nell’Orfeo ed Euridice di Corot); e di fatto in esso è assente la parte attiva dell’azione tragica, colei che induce il pastore in quella forma di assopimento che manterrà la sua giovinezza eterna, ovvero Diana (per altri Selene). L’isolamento che Godward imprime al protagonista del mito, lo estromette dalla fase dialettica con una controparte (come spesso accade nella maggior parte degli idilli amorosi o nei miti caratterizzati dal rapporto carnefice-vittima); lo stesso Endymion sembra quasi essere posto volontariamente dal pittore anziché da un personaggio secondario.

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art Tour a cura di Giuseppe Nolé Milano I due Imperi

Assisi I colori di Giotto

Fino al 5 Settembre 2010 Palazzo del Monte Frumentario, Cappella di San Nicola, Assisi Informazioni: 199757516; www.icoloridigiotto.it Fino al 05 settembre 2010 Palazzo Reale, Milano Informazioni: 02 54911; www.comune.milano.it Per la prima volta in Italia e al mondo una mostra che darà modo ai visitatori di mettere a confronto i due più importanti Imperi della storia, l’Impero Romano e le Dinastie cinesi Qin e Han. Oltre 300 capolavori esposti che ricostruiranno le tappe e i momenti salienti del sorgere e dello sviluppo dei due imperi; verranno messi in luce aspetti della vita quotidiana, della società e della comunicazione sociale, del culto e dell’economia; saranno messe a confronto, “in parallelo”, le testimonianze dei traguardi raggiunti nei vari settori dell’arte, della scienza e della tecnica. La rassegna è il risultato di una cooperazione pluriennale tra il Ministero per i Beni e le Attività Culturali della Repubblica Italiana e l’omologo State Administration for Cultural Heritage della Repubblica Popolare Cinese ed è organizzato da Palazzo Reale di Milano e MondoMostre.

Uno straordinario evento per celebrare l’VIII Centenario dell’Approvazione della Regola di San Francesco. Promosso dalla città di Assisi e dalla Comunità francescana conventuale del Sacro Convento una mostra dedicata a Giotto e agli affreschi della Basilica di San Francesco. Sono messi in evidenza aspetti finora ignoti della sua pittura anche grazie alle più moderne tecnologie, che consentono di recuperare con il restauro le opere originali e, dove non è possibile, di restituirle in forma virtuale. Il progetto comprende innanzitutto il restauro dei dipinti murali di Giotto nella Cappella di San Nicola nella Basilica Inferiore; il cantiere di restauro è aperto ai visitatori, che potranno ammirare da vicino “i colori di Giotto” e la sapiente attività dei restauratori. Nel Palazzo del Monte Frumentario per approfondire la conoscenza delle scene che compongono uno dei cicli pittorici più importanti di tutta la storia dell’arte, è allestita una mostra “virtuale”su Giotto com’era, che offre ai visitatori la possibilità di conoscere l’aspetto originale delle Storie di San Francesco della Basilica Superiore.

Trieste Mirò. Il poeta del colore

Fino al 7 novembre 2010 Scuderie del Castello di Miramare, Trieste Orario: ore 10.00 - 18.30 dal martedì alla domenica Informazioni: 02.45496873; info@miromiramare.it; www.miromiramare.com La mostra espone oltre settanta opere originali del maestro catalano realizzate nei tipici colori della sua tavolozza: litografie, pochoir e acqueforti, testimonianza del lavoro di illustratore che ha reso Joan Miró protagonista - con Matisse e Picasso - della storia del libro d'artista. Edizioni di volumi e riviste a tiratura limitata dimostrano l’impegno profuso da Miró nella stampa d’arte, dove l’autore interpreta, con i suoi ideogrammi fantastici, binomio di segno e colore, i testi di grandi scrittori contemporanei. Un viaggio attraverso sognanti liriche a colori che permetterà al visitatore di conoscere un tratto della produzione di Miró spesso poco esplorato; si tratta di raccolte poetiche in cui Miró dialoga con grandi scrittori del suo tempo in un alfabeto non verbale, fatto di segno e colore, reinterpretando secondo la sua personale sensibilità le loro parole.


ARCA Academy

Corso di Scultura info: 330 798058


InArte giugno 2010