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Rivista mensile a diffusione nazionale - anno V - num. 11/12 - Nov./dic. 2009

Principi ed Eroi

Da Velトピquez a Murillo

Il dolore di Laocoonte


L'Account è l'addetto commerciale della casa editrice, è un conoscitore di psicologia, è un buon parlatore, è dotato di gusto estetico, diplomatico e politico e soprattutto è una persona indipendente e ricca di spirito d'iniziativa. Se ti riconosci in questa descrizione contattaci senza esitare. Per maggiori informazioni telefonaci a uno di questi numeri 330 798058 - 392 4263201 - 389 1729735 o invia un e-mail a editore@in-arte.org

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Redazione Associazione di Ricerca Culturale e Artistica C.da Montocchino 10/b 85100 - Potenza Tel e Fax 0971 449629 Redazione C/da Montocchino 10/b 85100 - Potenza Mobile 330 798058 - 392 4263201 - 389 1729735 web site: www.in-arte.org e-mail: redazione@in-arte.org Direttore editoriale Angelo Telesca editore@in-arte.org Direttore responsabile Mario Latronico Impaginazione Basileus soc. coop. – www.basileus.it Stampa Arti Grafiche Lapelosa - tel. 0975 526800 Concessionaria per la pubblicità Associazione A.R.C.A. C/da Montocchino, 10/b 85100 Potenza Tel e fax 0971-449629 e-mail: pubblicita@in-arte.org informazioni@in-arte.org Autorizzazione Tribunale di Potenza N° 337 del 5 ottobre 2005 Chiuso per la stampa: 4 dicembre 2009 In copertina: Johannes Vermeer, La ragazza dall'orecchino di perla La redazione non è responsabile delle opinioni liberamente espresse dagli autori, né di quanto riportato negli inserti pubblicitari.

Sommario Editoriale

Crisi? No, Arte! di Angelo Telesca ......................................................... pag.

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Persistenze

Principi ed eroi della Basilicata di Giuseppe Nolé........................................................... pag. L’eroe sotto l’ombra di Omero di Gianmatteo Funicelli.................................................. pag.

5-7 8-9

Cromie

Premio Enogea: quando la pittura rende omaggio al vino di Francesco Mastrorizzi............................................... pag. 10-11

Forme

Donato Linzalata: arcaismo e magia di Giovanna Russillo...................................................... pag. 12-13

Eventi

Da Velăsquez a Murillo di Piero Viotto................................................................ pag. 14-16 L’incanto della pittura di Giovanna Russillo...................................................... pag. 18-19 Questa non è una retrospettiva, ho ancora da dire e fare… di Maria Pia Masella...................................................... pag. 20-21

RiCalchi

Superfici minime, Forma rossa di Gerardo Caputi.......................................................... pag. 22-23

TecnoCromie

La ragazza con l'orecchino di perla di Chiara Lostaglio......................................................... pag. Un viaggio virtuale nel passato di Fiorella Fiore.............................................................. pag.

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Mythos

Il dolore di Laocoonte di Fabrizio Corselli......................................................... pag. 26-27

Architettando

Un Guggenheim tutto italiano di Mario Restaino.......................................................... pag. 28-29

Art Tour

a cura di Angela Delle Donne........................................ pag.

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Crisi? No, Arte! di Angelo Telesca

“Le mie opere hanno prezzi eccessivi, la crisi economica che sta colpendo anche il mercato dell'arte è positiva soprattutto per i giovani”. Con queste parole, non più di un anno fa, l’artista inglese Damien Hirst, capofila del gruppo conosciuto come YBAs (Young British Artists), commentava la crisi economica che cominciava a delinearsi con tutta la sua forza. L'arte contemporanea negli ultimi anni è stata troppo a lungo considerata un investimento impersonale, solo un modo per fare soldi. Ora, per colpa o grazie a questa crisi economica, molti esperti sostengono che sul mercato dell’arte ci sarà più spazio per gli artisti, quelli giovani ed emergenti. Niente paura dunque, le arti sono vive più che mai nonostante la crisi. Sembra esaurita la vena artistica di chi non ha visto altro che se stesso e il mito della sua personalità contorta e sofferente; sembra terminato il tempo in cui si dicevano artisti gli stilisti di moda, o personaggi della musica e dello spettacolo che affidavano il loro estro creativo ad un buon ufficio marketing, sostituito alle muse ispiratrici. Oggi si dà spazio ai giovani e, anche nella nostra terra, nascono spontaneamente iniziative di promozione dell’arte “pura”. Concorsi di pittura, nuove gallerie che aprono, mostre piccole e grandi. Un pullulare di idee ed emozioni: la risposta più bella alla crisi economica che ci attanaglia. Il piccolo osservatorio sul mondo dell’arte che è rappresentato dalla nostra rivista tenta, in questo numero, di darvi uno spaccato di questa piccola “rinascita” artistica. Buona lettura!!!

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Persistenze

Principi ed eroi della Basilicata di Giuseppe Nolé

“…schiere di eroi il duro assalto ferme attendevano, come siepe serrando ed appoggiando scudo a scudo, lancia a lancia, elmo ad elmo e sì che gli alti cimieri sugli elmi lucenti si mescolavano tra le criniere ondeggianti dei cavalli.”

Iliade XIII, 127-133

L’Italia meridionale continua ad essere ancora oggi un territorio ricco di importanti tesori archeologici che, grazie anche al continuo lavoro di scavo, è oggetto di inaspettati e preziosi rinvenimenti. È il caso della località Torre di Satriano, a pochi chilometri da Potenza, luogo dello straordinario ritrovamento di una residenza monumentale databile intorno al VI sec. a.C. circa. La ricchezza architettonica della residenza, la bellezza stilistica dei fregi e l’oggetto stesso delle decorazioni, che sembrano essere una mirabile sintesi del mondo ideale delle élites locali, sono il motivo

ispiratore della mostra “Principi ed Eroi della Basilicata Antica - Immagini e segni del potere tra VII e VI secolo a.C.” in corso di svolgimento, fino al prossimo 15 gennaio, presso il Museo Archeologico Nazionale “Dinu Adamesteanu” di Potenza. Come detto il tema centrale dell’esposizione è l’idea stessa di potere delle aristocrazie italiche della Basilicata antica tra VII e VI secolo a.C. Nella bellissima cornice di Palazzo Loffredo sono esposti per la prima volta preziosi oggetti di straordinaria valenza archeologica provenienti dalle antiche “metropoli” delle genti nord-lucane quali Vaglio, Baragiano, Tor-

Fregio in terracotta, Torre di Satriano, VI sec. a.C..

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Sopra: coperchio di lekane a figure nere, Baragiano, fine VI sec. a.C. Sotto: oplita in bronzo dal santuario di Atena di Francavilla Marittima (CS), VI sec. a.C.

re di Satriano. Tutti simboli della forza e delle virtù guerriere che celebrano l’importanza della competizione tra i guerrieri armati, eroi così tanto celebrati nei poemi omerici: pezzi pregiati sono un elmo con alto cimiero e un emblema di scudo con la Chimera formata da un essere mostruoso a tre teste, di leone, capro e serpente. Eracle e Teseo, eroi del mito greco, sono molto presenti nella iconografia e li troviamo rappresentati sugli splendidi vasi a figure nere provenienti da Baragiano, evocazione di un mondo leggendario che diventa riferimento ideale. A partire dal VII sec. a.C. si assiste ad un intensificarsi delle relazioni tra indigeni e colonie greche, con un notevole incremento economico e demografico. Si avvertono così trasformazioni sociali con la conseguente acquisizione di consuetudini desunte dal mondo greco. Lo testimonia il fatto che nel percorso espositivo grande spazio è dedicato agli straordinari corredi funerari rinvenuti nei centri dello stesso

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comprensorio territoriale (Serra di Vaglio, Baragiano e Ruvo del Monte) in cui sono state rinvenute armature da parata tipiche degli opliti greci. Come detto però il nucleo principale dell’esposizione è dedicato alla residenza di Torre di Satriano, la cui costruzione risale alla metà del VI secolo a.C. ad opera di artigiani greci provenienti dalla costa ionica: essi hanno lasciato sulle decorazioni architettoniche in terracotta la traccia della loro attività, apponendo iscrizioni in dialetto laconico oltre che il tema stesso della decorazione. Essa non fa altro che confermare la circolazione di “beni” tra Greci e indigeni: in cambio di beni di prestigio, si assicuravano il transito e beni materiali. La residenza era posta in una posizione privilegiata: essa era molto simile ad un tempio greco con gocciolatoi a tubo poi sostituiti da gocciolatoi a protome leonina, una statua rappresentante una sfinge e soprattutto una serie di lastre figurate in terracotta dipinte, a testimonianza della potenza della famiglia che lì risiedeva.


Kylix a figure nere con scene di combattimento, Baragiano, fine VI sec a.C.

Le decorazioni di questa residenza, insieme agli altri reperti esposti, illustrano in maniera emblematica le relazioni culturali con le colonie greche della costa ionica; relazioni tali da condizionare non solo le forme di architettura domestica, ma tutto il mondo ideale di queste popolazioni, a partire dalle immagini di combattimenti eroici di tradizione omerica, che diventano modello di espressione del potere.

La mostra è organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata in collaborazione con la Scuola di Specializzazione in Archeologia dell’Università della Basilicata e la Fondazione Zetema di Matera. Sul sito www.archeobasi.it è possibile trovare tutte le informazioni necessarie per poter visitare la mostra.

Armi dalla tomba maschile n. 107, Vaglio di Basilicata, fine VI sec a.C. © Tutte le immagini che illustrano questo articolo sono pubblicate su concessione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali - Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Basilicata - Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata. È fatto divieto di ulteriore riproduzione, parziale o totale, con qualsiasi mezzo.

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L’eroe sotto l’ombra di Omero Persistenze La rassegna archeologica organizzata presso il Museo d’Arte di Mendrisio, delinea un excursus artistico sull’avvincente figura dell’atleta nei contesti dell’antichità. È il monumentale Complesso di San Giovanni che ospita la raccolta dei pezzi archeologici in un numero alquanto cospicuo, tra busti, anfore, coppe, elementi e suppellettili quotidiani che trasformano gli spazi di istallazione dell’antico convento in una riviviscenza del mondo greco che ha per tema lo sport nell’antichità e come esso si sia evoluto nel corso dei secoli attraverso la figura dell’atleta, particolareggiando inoltre come l’arte ne abbia tracciato i caratteri peculiari. Il progetto espositivo, affiancato ai mondiali di ciclismo su strada di Mendrisio, curato da Simone Soldini, Esaù Dozio e Carlo-Maria Fallani, vuole essere uno dei più rari eventi culturali che il Ticino abbia mai organizzato: centocinquanta risultano infatti i rinomati pezzi antichi estrapolati dalle collezioni dei più grandi complessi museali del mondo (si annoverano tra questi le Gallerie Europee di Basilea, Dresda, Francoforte, Ginevra, Monaco e Zurigo), che in un frammisto di antichità e tematiche artistiche riuniscono i preziosi materiali per esporre al grande pubblico il tragico ed eroico atleta nelle attività sportive dell’antica Grecia, rievocando concezioni e valori di un’epoca racchiusa nei meandri del mito. L’importanza che assume lo sport è un fatto predominate nel tessuto sociale nella Grecia antica, in quanto l’atleta è considerato emblema della “vittoria”; nella comunità lo si identifica come l’ideale eroico, che verrà riconosciuto dalla sua stessa società col titolo elogiativo di kalos kai agathos (bello e buono); il valido e indiscusso salvatore della patria. L’arte in merito presenta una figura maschile di perfetta armonia, ascrivibile già nei primi parametri di scultura greca del VII sec. a.C. ossia nella formazione del Kouros, l’ideale di giovinezza maschile. Tra miti, racconti e leggende sotto l’ombra degli antichi passi letterari di Omero, prendono parte alla mostra personaggi quali Aiace Telamonio, Odisseo, ma primo tra tutti il figlio diretto di Zeus, Eracle, il grande e audace guerriero che riveste indubbia importanza nel contesto tematico. Tra gli esposti non mancano elementi d’arte secondari di grande rilievo, come la preziosa sezione dedicata agli oggetti vascolari a stretto tema, che percorrono uno spaccato artistico che va dai primi intenti decorativi dello Stile Geometrico (prima metà del VII

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di Gianmatteo Funicelli

sec. a.C.), per passare alle coppe con pittura a figure nere (550 a.C.). Particolari attenzioni vestono le scene di lotte, pugilato, la pancratio o le magnifiche rappresentazioni ippiche frutto dei grandi maestri della pittura classica, come Exechias (540-535 a.C.), il pioniere del decorativismo vascolare. Da annoverare è la presenza di un grande reperto della bronzistica imperiale, il Discobolo, copia in bronzo ispirato all’originale di Mirone di Euletere, scultore di epoca severa. Un’ulteriore copia romana degna di evidenza è la Testa di Diadumeno, copia romana dell’originale marmoreo di Policleto, raffigurante lo sportivo mentre si accinge a stringere la fascia alla fronte (420 a.C.). Correlato alla mostra è il catalogo illustrativo edito da Silvana Editore, che attraverso ben 310 immagini propone le caratteristiche estetiche della vasta oggettistica, evidenziando ad ampio respiro una delle figure più affascinanti dell’arte antica tra arte e mito, l’atleta.


Cromie

Premio Enogea: quando la pittura rende omaggio al vino

Il vino come fonte di ispirazione per un concorso pittorico. E’ questa l’idea che sta alla base del “Premio Enogea”, evento che si è svolto dal 30 ottobre al 1 novembre scorsi nel piccolo paese di Ginestra (PZ), all’interno di un territorio, il Vulture, che deve molta della sua fama al vino Aglianico D.O.C. che qui viene prodotto. Ed è proprio il vino, con i suoi paesaggi caratteristici e con le storie e le emozioni ad esso legate, il tema al quale è stato chiesto di riferirsi agli artisti partecipanti al concorso, nato appunto con l’obbiettivo di promuovere gli aspetti paesaggistici e naturalistici, ma anche le tradizioni culturali ed enogastronomiche del Vulture. L’incontro tra arte e vino, proposto dall’organizzazione della neonata Associazione O.R.M.E., ha rappresentato un connubio particolarmente felice, suscitando interesse e curiosità e affascinando gli artisti che si sono presentati in gara con le loro opere, ma anche i numerosi visitatori. L’arte pittorica, che dà forma alle ombre, alle luci e ai colori, e l’arte della vite, che elabora e trasforma sapori con sapienza millenaria, racchiudono, infatti, entrambe una natura materiale e un potere spirituale, che provocano un forte coinvolgimento emozionale. In ognuna di esse la ricerca, la creatività e il genio giocano un ruolo fondamentale. Sono state 77 le opere esposte nella mostra temporanea allestita all’interno del Palazzo Municipale del Comune di Ginestra, che ha patrocinato l’evento, e che hanno permesso di trasformare la Sala Consiliare in una vera e propria galleria d’arte. Al termine

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di Francesco Mastrorizzi

della tre giorni di esposizione una giuria specializzata, composta da autorevoli esperti di arte, critici, professori d'accademia e artisti di fama, ha selezionato, tra tutte le opere in gara, quelle che meglio hanno interpretato il tema del concorso. Il vincitore è risultato, con l’opera dal titolo Enoreazione nell'enotipo, il lucano Vittorio Vertone, di Pietragalla (PZ), il quale − secondo il parere della commissione giudicatrice − ha saputo superare la rappresentazione mimetica attraverso forme e colori che esprimono la sintesi della fatica del lavoro della terra e del godimento del suo prodotto, il vino. Seconda classificata Sonia Nardocci di Roma, con l’opera Il vigneto, per aver rappresentato il legame dell’uomo con il paesaggio attraverso lo scorrere del tempo e per aver colto la sovratemporalità di un lavoro millenario, quale quello della coltivazione della vite. Terzo classificato Gianremo Montagnani di Casa-


Pietro Lo Monte, L'ascesi della vite. La terra che guardava il cielo, olio su tela.

massima (BA), con l’opera intitolata Vigneti e antiche cantine del Vulture, per aver saputo trasmettere la poesia del vino e della terra attraverso una tecnica a guache che è un omaggio alla sinuosità delle colline del Vulture.

Segnalati dalla giuria anche gli artisti Angelo Accardi, Antonio Alfano, Antonella Malvasi, Maria Grazia Tarulli e Giuseppina Villano. Menzione speciale per l’autore storico del territorio del Vulture, Nicola Saracino.

Vittorio Vertone, Enoreazione nell'Enotipo, olio e terre policrome all'albume di uovo.

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fOrme

L’universo artistico di Donato Linzalata trae origine da un legame profondo e indissolubile con le proprie radici. Un legame che si traduce in un’attenta ricerca antropologica e nell’elaborazione di un linguaggio originale carico di suggestioni di matrice ancestrale. L’artista nasce a Genzano di Lucania (PZ) nel 1942. Nella bottega del padre, carpentiere e costruttore di carri e botti da vino, fin da bambino apprende tutte le tecniche di lavorazione dei legni, che impara a riconoscere dalle venature e dall’odore delle linfe. Tra i ricordi d’infanzia legati al lavoro paterno c’è l’incanto dei colori usati per la decorazione dei carri e le ombre che i tronchi, illuminati dagli ultimi raggi di sole al tramonto, proiettano sul muro: in un’atmosfera carica di suggestione, questo è il primo impatto con forme, colori e materiali che definiranno la sua prolifica attività di scultore. La sua formazione è data dagli studi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dai lunghi viaggi  alla scoperta dell’arte classica e contemporanea nei più importanti musei italiani ed europei, dallo studio di Levi, Scotellaro, Sinisgalli (che gli dedicherà due poesie inedite), autori di

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quella Basilicata che si scopre pian piano sul piano antropologico. A questa terra pervasa dall’energia e dal fascino di una natura selvaggia in cui si intrecciano mito, magia e riti del mondo contadino, si ispirano le sculture di Donato Linzalata. Sono “figlie degli alberi”, come le definisce Giuseppe Lupo, perché nate dal legno, materiale primitivo per eccellenza, e rievocano un mondo ormai scomparso in cui l’opera dell’uomo si carica di simboli e lega il sacro al profano. Sono totem che ricordano l’arte dei nativi australiani e dei popoli precolombiani. A caratterizzarli è uno straordinario dinamismo, l’armonia tra spazi pieni e vuoti, dove i contorni sono deformati e  alcuni dettagli (come fianchi, ventri e seni) spiccano quale richiamo alla natura - genitrice. Le figure sembrano volersi affrancare dal legno che dà loro forma e tendersi verticalmente per abbracciare uno spazio infinito. La produzione artistica di Donato Linzalata è ricca di esperienze che lo inducono nel tempo a cimentarsi con l’impiego di materiali diversi dal legno. È il caso di Alexidamos, imponente opera in acciaio che domina il lungomare di Metaponto


Donato Linzalata: arcaismo e magia di Giovanna Russillo

(MT),  dedicata ad Alessidamo, pugile vissuto intorno al V secolo d.C. Nel 2005 partecipa con successo a un’esperienza di Land Art a Livigno (SO), dove realizza una gigantesca opera con il fieno. È impossibile elencare le numerosissime mostre personali e collettive tenute dall’artista in tutto il mondo, e che spaziano da Matera (Circolo “La Scaletta”, 1972) a Ginevra (Palais De Nationi, 1985), dal Brasile (Circolo Italiano San Bernardo Do Campo, San Paolo, 1985) al Canada (Mostra Internazionale del Piccolo Formato, Toronto, 1989). Tra i molti riconoscimenti ricevuti c’è l'Oscar dell’arte “A. Mantegna” di Mantova (1988). È stato recensito più volte da quotidiani come Il tempo, Cronache del Lazio (1972), Corriere del giorno, Gazzetta del Mezzogiorno, L’Unità e Flash - Art news.

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Eventi

Da Velăsquez a Murillo

Per i paradossi della storia questa volta sono gli spagnoli che debbono tornare in Italia, non più come conquistatori di manzoniana memoria, ma come turisti interessati a conoscere il patrimonio artistico del loro paese, per ammirare e studiare la loro pittura, grazie a cinquanta quadri che provengono dal lato più orientale dell’Europa, dalle collezioni dell’Ermitage di San Pietroburgo. Infatti questa mostra titolata Da Velăsquez a Murillo nel Castello Visconteo di Pavia, fino al 17 gennaio 2010, permette di esplorare in lungo e in largo la pittura del Siglo de oro non solo in alcuni esponenti famosi, consacrati dalla storia dell’arte, ma anche nei loro allievi e di individuare le differenze espressive delle diverse scuole regionali, come quelle di Siviglia e di Madrid. Si tratta di opere recuperate dalla collezione russa di quadri spagnoli, iniziata da Caterina II, comprendente ben 200 opere, che permettono uno sguardo esauriente ed affascinante su di un’epoca di straordinaria fioritura, nella quale letteratura e arti figurative si accompagnavano in uno scambio reciproco di influenze. I curatori della mostra, Ludmilla Kagané e Susanna Zatti hanno selezionato le opere intorno a quattro grandi maestri, Diego Velăsquez, Bartolomé Esteban Murillo, Francisco de Zurbaran e Jusepe de Ribera di cui ci sono in mostra anche alcune interessanti acqueforti. Diego Velăsquez de Silva (1599-1660), grande ritrattista, è presente con una sola opera. Si tratta di una bellissima testa maschile, vista di profilo, certamente un frammento di un dipinto giovanile dei tempi di Siviglia andato perduto. L’artista dimostra una sicura padronanza del chiaroscuro, un uso sapiente della luce. Il soggetto rappresenta un uomo qualunque, un uomo del popolo (non un aristocratico

di Piero Viotto della ritrattistica di quel tempo), che manifesta un intenso stupore; in un quadro di Michel Ciry potrebbe essere un discepolo di Gesù ad Emmaus. Bartolomé Esteban Murillo (1617-1682) è il maestro più rappresentato in esposizione, ci sono quattro sue opere. Due sono a soggetto religioso: una Immacolata Concezione e un’Annunciazione, tematiche più volte affrontate dall’artista in modo molto tradizionale, seguendo minuziosamente le indicazioni del trattato Arte della pittura di Francisco Pacheco, pubblicato a Siviglia nel 1649. Due a soggetto profano, un piccolo delizioso quadro con due donne dietro ad una inferriata e una grande tela costruita in diagonale, Preparazione delle focacce, ispirata ad una tela di un pittore olandese Jan van den Berg (1617-1682), ma che presenta notevoli differenze, per cui è possibile avviare un confronto tra la pittura fiamminga e quella spagnola. Delle due tele di Francisco de Zurbaran (1598-1664), l’interprete ideale di una religiosità austera e drammatica, la più interessante è un San Francesco con un teschio in mano, un piccolo capolavoro dove la figura del santo, isolato in uno spazio indefinito, monumentale, quasi una scultura, occupa tutta la tela, interamente coperto da un saio monocromo dalle pieghe rigorosamente definite, con in basso un piccolo bordo finemente cesellato. Il volto è nascosto dal cappuccio, lo stato d’animo del frate si scorge dalla inclinazione in avanti del corpo e dall’intreccio delle mani che sostengono dolcemente il teschio. A ben guardare questa figura ieratica che si staglia nel buio scuro di una cella, con alle spalle un’ampia macchia di una luce dorata che proviene da una porta, alle spalle del Santo, si può quasi sentire il Can-

A destra: Jusepe de Ribera, Pentimento di San Pietro, 1630, olio su tela, 75x63 cm. Sotto: Bartolomè Esteban Murillo, Donne presso una finestra con grata, 1645, olio su tela, 41x 59 cm. Pagina seguente: Franciso de Zurbarán e bottega, San Francesco con un teschio in mano, 1630, olio su tela, 55x 32 cm.

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tico delle creature che salmodia a sorella morte. È un piccolo capolavoro che rimanda alla grande tela del Museo del Prado San Pietro Nolasco davanti alla crocifissione di San Pietro. In entrambe le opere si sente la lezione caravaggesca nel portare su forme semplificate in volumi ben definiti il fascio della luce illuminatrice. Josepe de Ribera (1591-1652) detto lo Spagnoletto vissuto a lungo in Italia, dove a Roma entra in contatto con la pittura di Guido Reni e Lodovico Carracci e a Napoli con quella di Caravaggio subendone l’influenza, è presente in mostra con quattro opere. La più interessante è un San Pietro penitente, non solo perché rappresenta un tema caro alla Controriforma molto diffuso tra i pittori spagnoli del tempo, ma perché Ribera lo interpreta con realismo e misticismo insieme, tanto da sembrare un ritratto e nello stesso tempo esprimere nel volto, nello sguardo e nelle mani intrecciate l’intensità di un sentimento di sincera e razionale contrizione. Qui veramente ispirazione religiosa e creazione artistica si fondono in un tutt’uno. Siamo esattamente all’opposto dal sentimentalismo e dal devozionismo di un Murillo, come siamo anche lontani dal misticismo di El Greco. Tra i minori merita qualche attenzione Francisco Ribalta (1565-1628) per una piccola tela Gli apostoli sulla tomba del Cristo, che documenta l’influenza di Caravaggio da lui studiato durante un viaggio in Italia. Un gruppo di apostoli (gli artisti non seguono alla lettera i testi letterari che illustrano, perché nei Vangeli non si parla di un gruppo di apostoli al sepolcro di Cristo), in primo piano Pietro e Giovanni, nell’interno scuro di una caverna, guardano con stupore una tomba vuota, dai bordi della penzola il sudario. La luce li investe di fianco, il paesaggio in lontananza è appena accennato. L’opera è mutuata da un dipinto del pittore senese Francesco Vanni (1563-1610) di cui riproduce la parte destra con qualche variante. Il catalogo edito da Skira riporta a colori tutte le opere ed alcuni saggi critici di autori italiani e russi, tra i quali merita una particolare segnalazione quello di S. Savvateev, che rintraccia i trattati sulla pittura nella Spagna del ‘500 e del ‘600 fornendo i parametri di riferimento per una lettura critica delle opere. Questa mostra pavese, pur nel numero limitato di opere esposte, è un evento europeo, perché documenta come la cultura straripi dai confini nazionali, ma ha un interesse più storico che estetico, non ci sono i grandi capolavori della pittura spagnola del Seicento, lo stesso Velăsquez è di incerta attribuzione. Una mostra in tono minore, ma molto importante per conoscere una quantità di allievi di grandi maestri, ne abbiamo contati ventisette, trascurati dai manuali di storia dell’arte.


Eventi

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Cinque secoli di arte in sessantacinque straordinari dipinti che sono parte della storia della pittura europea. Ad accoglierli, la città più vivace della riviera romagnola, Rimini, che ospita uno degli appuntamenti più attesi di questo autunno: Da Rembrandt a Gaguin a Picasso - L’incanto della pittura. Dal 10 ottobre fino al 14 marzo 2010, nelle sale di Castel Sismondo è possibile ammirare opere che vanno da Picasso a Monet, da Van Gogh a Matisse, provenienti dal Museum of Fine Arts di Boston. Allestita da Marco Goldin, la mostra si articola in sei sezioni, (Il sentimento religioso, La nobiltà del ritratto, L’intimità del ritratto, Nature morte, Interni e Il nuovo paesaggio) e colpisce per gli accostamenti ideali tra gli artisti in relazione ai temi selezionati. Nella prima sezione sono intense e drammatiche le immagini del Cristo morto sorretto dagli angeli del Veronese (1580-1588, olio su tela) e del Cristo dopo la flagellazione (olio su tela), dipinto dopo il 1665 dallo spagnolo Bartolomé Esteban Murillo. A queste si affiancano dipinti di santi altrettanto struggenti, come Erodiade con la testa di San Giovanni Battista (1625 – 1630 circa, olio su tela) e raffinati come la Santa Maria Maddalena Penitente di Domenico Fetti (1615 circa, olio su tela). Le due sezioni, le più ampie, dedicate al ritratto, rappresentano il viaggio attraverso una grande tradizione che nel tempo ha visto cimentarsi tutti i più importanti pittori di ogni tempo e di ogni paese. Si va dalla bellezza e dall’eleganza sofisticata di Mrs. Edmund Morton Pleydell, di Gainsborough (1765) alla ricerca

introspettiva del Velsquez fino a Ritratto di donna di Picasso (1910). Al ritratto come racconto discreto degli stati d’animo è dedicata la terza sezione della mostra. È l’Ottocento, il secolo del Romanticismo, il periodo che più di ogni altro vede l’artista ripiegare su una dimensione più intima. Ma qui troviamo una selezione di opere che vanno dal Cinquecento, con il ritratto del conte Alborghetti e di suo figlio, opera del Moroni, al Settecento, con la semplicità di un gesto quotidiano ne La contadina che cattura una pulce di Giovanni Battista Piazzetta (1715 circa, olio su tela), fino all’Ottocento, con la sofferenza impressa sul volto de La vedova di Thomas Couture (1840, olio su tela). Il passaggio attraverso differenti epoche e stili appare ancora più evidente nella raccolta di nature morte. Dall’impressionismo di Fantin-Latour (Fiori e frutta su una tavola, 1865, olio su tela) alla luminosità delle composizioni di Matisse. Di grande impatto è la sezione dedicata agli interni, dove la tradizione olandese del Seicento è rappresentata da Saenredam e soprattutto da De Witte. Dagli interni, si passa poi agli incantevoli paesaggi impressionisti da Monet a Renoir, e si arriva a Van Gogh (Case ad Auvers, 1890, olio su tela). Quest’ultima è forse la sezione che più affascina il visitatore, che di colpo si trova di fronte ai grandi nomi della pittura di tutti i tempi, insieme ai quali compie un viaggio ideale attraverso panorami tradotti sulla tela dal linguaggio delle emozioni. Sul sito www.lineadombra.it è possibile trovare maggiori informazioni sull’evento.

Claude Monet, Lo stagno delle ninfee e il ponte giapponese, 1900, olio su tela, cm 90 x 30, Boston, Museum of Fine Arts.

Paul Gauguin, Paesaggio con due donne bretoni, 1889, olio su tela, cm 72x 91, Boston, Museum of Fine Arts


L’incanto della pittura

Eventi

di Giovanna Russillo

Paolo Caliari detto il Veronese, Cristo morto sorretto dagli angeli, olio su tela, cm 98x71, Boston, Museum of Fine Arts

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Questa non è una retrospettiva, ho ancora da dire e fare…

Eventi

È la frase con cui Anish Kapoor apre la personale che fino a dicembre occuperà le stanze della Royal Academy di Londra. Un percorso monografico che traccia la carriera dell’artista e la sua ricerca fissata in lavori tanto irriducibili a una forma quanto precisi nell’effetto che provocano sull’osservatore. L’ironia dell’affermazione, collegata tra l’altro alla frase che la precedeva: “Siamo onorati di ospitare la prima e più grande retrospettiva di un artista ancora vivente….” s’insinua tra gli ambienti neoclassici e puri dell’accademia che fanno da perfetto contrapposto ai monumenti organici e informi, colorati e inarrestabili di Kapoor Shooting into the Corner, per esempio, è un complesso scultoreo che si compone di un cannone miliAnish Kapoor, Hive, 2009, acciaio corten, 5,6 x10,7x7,55 m

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di Maria Pia Masella

tare in ferro; di un compressore pneumatico; di cartucce di vasellina rossa (ognuna delle quali pesa 11 chili) e di un ragazzo dall’aria impenetrabile, in tuta da meccanico, che ogni venti minuti riemerge dalla trincea di cartucce per caricare il cannone, assicurasi che la cartuccia arrivi all’apice della tensione e poi farla esplodere contro il muro. Pensato da Kapoor, ma ideato insieme a una squadra d’ingegneri, Shooting into the corner è un lavoro che, se da un lato bilancia la relazione tra i tempi di attesa e la rapidità dell’esplosione,tra rumore e silenzio, pace e violenza, facendo un chiaro riferimento alla seconda guerra mondiale e alla guerra in genere nei concetti del giusto (il muro bianco, il silenzio, la pace) e di sbagliato (un cannone, lo scoppio, il rosso sanguigno che sporca le pareti), dall’altro lato è ironica, reale presa a cannonate della Royal Academy, di fatto la più tradizionale delle scuole d’arte a Londra, e per di più con la pittura. Altro ironico riferimento alla storia e alla vita come coesistenza di opposti è Svayambhd, dal sanscrito: Svayambhuv, ovvero: che si auto genera, un vasto blocco di vasellina rossa che si muove sui binari montati lungo alcune delle gallerie. Anche qui un rinvio ai treni di deportazione, al loro procedere inesorabile verso i campi di concentramento. Ma gli effetti che si generano superano l’origine: si auto generano appunto. Il treno si deposita agli angoli dei muri, sbava sugli stipiti delle porte, sugli orli dei binari. Sporca la Royal Academy quanto l’accademia lo plasma sotto lo sguardo dei visitatori che lo aspettano come si fa coi treni veri. Un’attesa che si tinge di desiderio quando, l’attimo prima di combaciare con lo stipite, il treno blocco lascia uno spiraglio di luce e spazio. Le relazioni tra vuoti e pieni, sono tematiche ricorrenti in Kapoor, ma mai come alla Royal Academy così innocentemente legate alla sessualità. Hive, scultura in acciaio corten che si allunga in verticale lungo più gallerie, è un grande tubo di color ruggine che sfocia in due specie di fazzoletti rigidi, a ventaglio, dal cui centro si apre un risucchio vaginale a cui lo spettatore si avvicina per scoprire che il fondo disegna una forma ovoidale perfetta. Ma è solo nell’allontanarsi dall’attrazione, un gesto che è simile allo stacco da una dimensione primordiale che lo spettatore, psicologicamente vittima di un senso di perdita e solitudine, camminando lungo i fianchi della scultura, si accorge di un’illusione ottica: quell’uovo in fondo ad Hive che sembrava così vicino è metri e metri distante da noi.


Eventi

Sopra: Anish Kapoor, Svayambh, 2007, vasellina e pittura ad olio, dimensioni variabili. Sotto: Anish Kapoor, Shooting into the Corner, 2008/2009, tecnica mista, dimensioni variabili.

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RiCalchi

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Superfici minime foto G. Caputi, Basileus


Forma rossa foto G. Caputi, Basileus

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TecnoCromie È una storia d’amore densa di sospiri, di sguardi e di complicità tra il pittore Johannes Vermeer e la sua giovane serva Griet: in ogni inquadratura citazioni pittoriche nella pellicola che Peter Webber ha tratto dall’omonimo romanzo di Tracy Chevalier. Un’opera estetica: la fotografia che diventa parte integrante e a tratti protagonista, mutuando l’arte di Johannes Vermeer, in particolare l’analisi dei colori e delle mirabili variazioni cromatiche, a partire dal celebre dipinto che dà il titolo al film. La regia si muove con discrezione nei meandri della storia, sussurrata e giocata sui cromatismi. Prima di indossare quel gioiello e lasciarci l'immagine di quel suo viso dai grandi occhi e dalle labbra carnose, Griet passerà attraverso la separazione dalla sua famiglia, le umiliazioni dell'essere una serva e il sogno di un amore impossibile. Quest'amore per il pittore fiammingo si scontrerà con la dura (prevedibile) realtà, che la ostacolerà e la lascerà avvinta. Siamo nell’Olanda della seconda metà del 1600. La sedicenne Griet (interpretata nel film dall’affermatis-

La ragazza con l'orecchino di perla di Chiara Lostaglio

sima Scarlett Johansson), abbandonata la casa dei genitori, prende servizio presso la casa di Vermeer (Colin Firth), dove ben presto dovrà affrontare e subire la gelosia della moglie, i moniti della suocera e le malignità delle figlie del pittore. L’imbarazzante situazione non scoraggerà la giovane dal suo amore per l’arte, per i colori e soprattutto per la sua velata passione verso il pittore. Così poserà con le labbra dischiuse, un turbante al posto della cuffia da serva, e soprattutto con una delle perle di Catharina, moglie del pittore e gelosissima dei suoi gioielli. Alla vista del quadro, la moglie sarà sconvolta dalla sensualità e lo definirà osceno e immorale, reazione comune per l’epoca. E tutto ciò che poteva far vivere il film, il non detto, la morbosità e la complicità mai esplicitata tra i due, vengono sublimate ad un livello piuttosto tronfio mediante le citazioni di Vermeer. Al film sono stati riconosciuti ben tre nomination all’Oscar 2004: per la scenografia, per i costumi e per la seducente fotografia del portoghese Eduardo Senna.

La ragazza dall'orecchino di perle del dipinto originale di Johannes Vermeer a confronto con la sua versione cinematografica incarnata dalla notissima Scarlett Johansson.

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TecnoCromie

Negli ultimi anni l’archeologia si è avvalsa sempre di più delle nuove tecnologie, sia nel momento della ricerca che in quello della fase di scavo, rendendo sempre più precisa la metodologia di questa affascinante scienza. Questo tipo di approccio innovativo sta cercando da tempo di coinvolgere anche l’ambito museale, troppo spesso legato ad una concezione espositiva datata, che pone il reperto in vetrine polverose privando lo spettatore del giusto coinvolgimento. Uno degli esempi più illustri in questo ambito sorge nel luogo, già di per sé unico, di Ercolano: parliamo del MAV, il Museo Archeologico Virtuale, gestito dalla Fondazione Cives, nato nel 2008. Situato a pochi metri dall’ingresso al sito archeologico dell’antica Herculaneum, il MAV si estende su una superficie di 5000 metri quadrati che comprende una mediateca, un auditorium per proiezioni cinematografiche e visioni 3D, e spazi dedicati all’intrattenimento, dal caffè all’area wi-fi. Ma l’anima del MAV è tutta in una nuova concezione di cultura, che coinvolge lo spettatore in un viaggio virtuale e interattivo che lo riporta indietro nel tempo, nel periodo di massimo splendore non solo di Ercolano ma anche di Pompei, Stabia, Baia, Capri. Partendo da installazioni interattive dove con un tocco di mano si può spolverare la cenere del Vesuvio da antichi affreschi, riportandoli all’antica bellezza, il percorso si fa man mano multisensoriale: il visitatore può avvicinare l’orecchio su otri al cui interno è possibile sentire le voci degli attori di teatro (in antichità gli orci erano utilizzati

Un viaggio virtuale nel passato di Fiorella Fiore

come vere e proprie casse di risonanza); può calpestare pavimenti nascosti dalla cenere e riportare l’immagine della Casa del Fauno, a Pompei, all’antica bellezza. E ancora: nella Sala della Cassaforte, lo spettatore può ammirare in tutta la loro realistica bellezza gli ologrammi dei gioielli che gli abitanti di Ercolano avevano portato con sé nella speranza di salvarsi (ora conservati al Museo Nazionale Archeologico di Napoli); può sfogliare il tomo virtuale le cui pagine riportano bellissimi affreschi, e può passeggiare nelle antiche lupanare, i luoghi del piacere dell’antica Roma. Si giunge così, infine, alla più grande ricostruzione virtuale del Museo, dedicata al Foro di Pompei, dove lo spettatore “entra” nel foro, e nella sua vivace vita di ogni giorno, dall’alba sino al tramonto. Il percorso, corredato da pannelli informativi, ovviamente elettronici, e di una postazione interattiva che a mò di enciclopedia, permette di sfogliare le antiche ricette, e conoscere i giochi, le religioni, gli stili decorativi dell’epoca e molto altro ancora, lascia lo spettatore soddisfatto e pronto a tuffarsi nella realtà, questa volta non virtuale, degli scavi vicini, alla luce di una nuova emozione e anche di una nuova conoscenza, del sito stesso. Questa la reale ricchezza del MAV, che permette una nuova concezione di fruizione del patrimonio, in cui il sapere scientifico e la visione imprescindibile del bene archeologico, si legano ad un sano intrattenimento che coinvolge adulti e bambini.

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L’appuntamento di questo numero di Mythos vuole celebrare la figura di Laocoonte. Un personaggio che non solo ha ispirato scultori e pittori, ma la cui vicenda ha finanche acceso le fervide menti di illustri filosofi. Per tale motivo procederò secondo due direttive diverse, trattando prima il paziente lavoro di uno scultore che imprime alla sua materia pentelica le sorti di tale soggetto, in apparenza sofferente. Situazione che lo eleva al di sopra di molti altri eroi e personaggi della mitologia, così carico di pathos e lirica commozione, la cui raffigurazione iconica ha di gran lunga surclassato la gloria e la fama del personaggio stesso. Una fama quindi che nasce dapprima in campo artistico con il gruppo marmoreo ad opera degli scultori, Agesandro, Atanodoro e Polidoro, e divenuta nel tempo grande fonte d'ispirazione per i poeti ed oggetto di sublime interesse per gli studiosi di Estetica. Tanto che, lo stesso Winckelmann che più volte ho citato nei precedenti articoli, in quanto anche tale scultura incarna i canoni fondamentali dell’arte greca, così si esprime nei confronti del gruppo marmoreo: “Come la profondità del mare rimane sempre tranquilla, per quanto infuri la superficie, così l'espressione delle figure dei Greci mostra, in mezzo a tutte le passioni, un'anima grande e posata. Quest'anima si mostra nel volto del Laocoonte, e non solo nel volto, nonostante la più atroce sofferenza. Il dolore che si scorge in ogni muscolo e in ogni tendine del corpo e che, al solo guardare quel ventre dolorosamente contratto, senza considerare né il viso né le altre parti, crediamo quasi di sentire noi stessi, quel dolore - io dico - non si esprime affatto con la rabbia nel volto o nell'intera posizione.

Egli non leva alcun grido orribile, come canta Virgilio del suo Laocoonte: l'apertura della bocca non glielo consente; è piuttosto un angoscioso murmure, come ce lo descrive Sadoleto. Il dolore del corpo e la grandezza dell'anima sono distribuiti in egual misura per tutta la composizione della figura e per così dire si equilibrano. Laocoonte soffre, ma soffre come il Filottete di Sofocle: la sua rovina ci penetra l'anima; ma pure brameremmo poterla sopportare come questo grand'uomo. L'espressione di un'anima così grande va ben oltre la creazione della bella natura. L'artista dovette sentire nel proprio intimo la forza dello spirito che impresse nel marmo” (Cfr. Johann Joackim Winckelmann, Pensieri sull'Imitazione, Aesthetica Edizioni, Palermo 2001). A riguardo, anche il filosofo Gotthold Ephraim Lessing, nel suo capolavoro estetico “Laocoonte - ovvero dei confini della pittura e della poesia”, aggiunse mirabilmente “Il maestro mirava alla somma bellezza, accettando i condizionamenti del dolore fisico. Questo in tutta la sua violenza deturpante, non si lasciava conciliare con quella. Egli lo dovette perciò mitigare; dovette ridurre le grida in sospiri; non perché il gridare tradisse un'anima volgare, ma perché stravolge il volto in modo sdegnoso. Perché si immagini di spalancare al Laocoonte la bocca e si giudichi. Lo si faccia gridare, e si osservi. Era una figura che suscitava compassione, perché esprimeva insieme bellezza e dolore; adesso è divenuta solo una brutta, ripugnante figura dalla quale volentieri si volge lo sguardo, perché la vista del dolore suscita dispiacere senza che nel contempo la bellezza dell'oggetto sofferente riesca a tramutare questo dispiacere nel dolce sentimento della compassione” (Cfr. Gotthold

A destra: gruppo marmoreo Laocoonte e i suoi figli, attribuito a Agesandro, Atanodoro e Polidoro, II-I sec. a.C. Sotto: Giulio Romano, Lacoonte, Sala di Troia, Palazzo Ducale, Mantova.

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Il dolore di Laocoonte di Fabrizio Corselli

Ephraim Lessing, Laocoonte, Aesthetica Edizioni, Palermo 2000). Il gruppo marmoreo non intendeva rappresentare una visione epica della storia, come spesso accade nelle reinterpretazioni dei miti stessi, ma proporre una versione tragica, che vedesse Laocoonte punito per aver infranto il voto del celibato sacerdotale, essendosi accoppiato con la moglie davanti l’altare di Apollo Timbreo. Quindi, la scultura di Laocoonte esprime con un’alta intensità drammatica la sua sofferenza fisica e morale, oltremodo amplificata contemporaneamente dallo sgomento per l’uccisione dei figli, stretti fra le spire dei serpenti Porcete e Caribea. Avendo parlato di reinterpretazioni, non possiamo non citare l’enfasi e lo stupore che la scoperta del gruppo instillò in Federico Gonzaga. Per tale motivo, egli chiese a Giulio Romano, in quel periodo uno dei maggiori fenomeni del Rinascimento a Roma e artista a tutto tondo presso la corte mantovana, di raffigurare la morte di Laocoonte in maniera del tutto differente dal cosiddetto gruppo del Belvedere; opera che avrebbe abbellito la cosiddetta

“Sala di Troia” presso Palazzo Ducale. Ma per quanto un artista cerchi di discostarsi dal proprio modello, subendone pienamente il suo fascino, nell'illusorio distacco dal canone iconografico del gruppo marmoreo, Giulio Romano non poté fare a meno di inserirvi una significativa citazione: infatti, uno dei figli del sacerdote troiano, alla fine riprende la medesima postura del gruppo ellenistico, ma con la destra e la sinistra invertite. Ciò attesta, ancora una volta, come il canone classico e la tragicità delle vicende mitiche siano capaci, pur nella loro violenza, di riverberare il loro alito ispirativo nel tempo, con un tocco di leggerezza e nobile potere espressivo. Del resto, lo stesso Winckelmann, disse a riguardo “Più tranquilla è la positura del corpo e più esso è atto ad esprimere il vero carattere dell’anima: in tutte quelle posizioni che troppo si discostano dalla tranquillità, l’anima non è nella condizione che le è più propria, ma in uno stato di violenza e di costrizione. L’anima si conosce e si caratterizza maggiormente nelle passioni violente; grande però e nobile lo è solo nello stato dell’unità, della tranquillità".

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Architettando Palazzo Venier dei Leoni a Venezia, noto come il palazzo non finito, è un edificio realizzato nel 1748 su progetto dell'architetto Lorenzo Boschetti, la cui unica altra opera veneziana è la chiesa di S. Barnaba. Questi avrebbe dovuto riassumere le diverse lezioni del Palladio e del Longhena, i due architetti che, più di altri, avevano lasciato l'impronta sulla città lagunare con le loro grandi facciate rinascimentali e barocche. La famiglia Venier, che affermava di discendere dalla gens Aurelia, cui appartenevano gli imperatori Valeriano e Gallieno, era una delle famiglie più antiche di Venezia ed annoverava tra i suoi membri diciotto Procuratori di S. Marco e tre Dogi. Antonio Venier (Doge, 1382-1400) custodiva un così forte senso della giustizia che lasciò morire in prigione il proprio figlio per i crimini commessi. Francesco Venier (Doge, 1553-56) fu superbamente ritratto da Tiziano mentre Sebastiani Venier comandò la flotta veneziana sotto Giovanni d'Austria nella famosa battaglia di Lepanto, divenendo poi Doge dal 1577 al 1558; a lui fu dedicato un monumento, realizzato nel 1907 da Antonio del Zotto, nella Basilica SS. Giovanni e Paolo a Venezia.

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Un modello ligneo di come sarebbe stato il palazzo una volta terminato è conservato presso il Museo Correr di Venezia. La magnifica facciata classica avrebbe fatto da contrappeso all'opposto Palazzo Corner, con triplici arcate che a partire dal piano terra avrebbero strutturato i piani nobili superiori. Non si conoscono le precise circostanze che portarono il palazzo a rimanere incompiuto. Secondo tradizione vi sono due diverse ipotesi a riguardo: una è che la potente famiglia Corner della Cà Granda, proprietari dell'omonimo palazzo, si oppose alla costruzione di un edificio che avrebbe superato il proprio in grandezza e magnificenza; l'altra è che gli eredi della famiglia Venier, avendo il vincolo testamentario del padre defunto di costruire il nuovo palazzo, ma non possedendo le ricchezze necessarie a compierlo, risolsero la questione attraverso il compromesso di iniziare la costruzione, come da testamento, ma non di portarla a termine. Non è neppure noto come il nome del palazzo sia giunto ad associarsi ai leoni. Sebbene si narri che i Venier avrebbero tenuto nel giardino un leone, è più probabile che il nome gli derivi dalla presenza di elementi scultorei, rappresentanti appunto leoni,


Un Guggenheim tutto italiano di Mario Restaino

che decorano la base della facciata. La struttura ad un solo piano, anch'essa incompiuta, è caratterizzata da una lunga e bassa facciata a bugnato in pietra d'Istria, le cui linee sono ammorbidite dagli alberi del suo giardino interno, con un ciclo di otto monofore di medie dimensioni, al di sotto delle quali, a contatto con l'acqua, si trovano dei mascheroni con teste di leoni. L'ingresso, posto centralmente, è costituito da un rientro preceduto da una cancellata aperta su un'ampia terrazza da cui si gode la veduta del Canal Grande, dal ponte dell'Accademia al Bacino di S. Marco. Posteriormente, attraverso un ingresso simmetrico a quello sul canale, il palazzo ha accesso al giardino privato. Dal 1910 al 1924 circa l'edificio è appartenuto all'eccentrica Marchesa Luisa Casati, soggetto di più di duecento ritratti di svariati artisti, da Boldini a Troubetzkoy, da Man Ray ad Augustus John. Nel 1948 Palazzo Venier è acquistato, dagli eredi della viscontessa Castlerosse, da Peggy Guggenheim che vi dimorerà fino al 1979, anno della sua morte. A partire dal 1951, per volontà della proprietaria, la maggior parte della casa veniva aperta gratuitamente al pubblico una volta alla settimana, che poteva così godere della collezione completa di arte contemporanea ivi raccolta. Nel 1980 apre la Collezione Peggy Guggenheim sotto la gestione della Solomon R. Guggenheim Foundation, cui Peggy Guggenheim, ex moglie dell'artista Max Ernest e nipote del magnate Solomon R. Guggenheim, aveva donato sia il palazzo che la collezione. Questo museo, uno dei principali musei italiani nel campo dell'arte europea e statunitense della prima metà del ventesimo secolo, raccoglie una collezione più piccola e concentrata di quelle degli altri musei Guggenheim. In ogni caso le opere esposte includono alcuni esempi del modernismo statunitense e del futurismo italiano oltre ad opere cubiste, surrealiste e dell'espressionismo astratto di artisti quali Picasso, Dalì, Magritte, Brancusi (inclusa una scultura della serie Bird in Space), Congdon, Kandinskij e Pollok. Completa e di particolare pregio è anche la collezione di astrattismo informale italiano, con importanti lavori di Fontana, Afro, Basaldella, Bonalumi, Scialoja, Santomaso, Parmeggiani, Vedova ed Accardi. La sua opera più emblematica è il bronzo del 1948, L'angelo della città, di Marino Marini, posizionato davanti a Palazzo Venier, oltre agli arredi originali della stanza da letto di Peggy Guggenheim. La stessa Peggy Guggenheim è sepolta in un'urna posta in un angolo del giardino privato.

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art Tour a cura di Angela Delle Donne Venosa Francesco Giacomazzi Angelo Dionigi Fornaciari

Roma Caravaggio & Bacon

Fino al 24 gennaio 2010 Galleria Borghese, Roma Orari: da martedì a domenica, dalle 9.00 / 19.00 Prenotazione obbligatoria Informazioni: www.galleriaborghese.itv

Napoli Collezione Farnese

Museo Archeologico Nazionale di Napoli Informazioni: www.marcheo. napolibeniculturali.it Viene presentato al pubblico il nuovo allestimento della Collezione Farnese e la riapertura delle sale che sono attorno al quadriportico orientale del museo, così si apre una collezione di pittura pompeiana. Si tratta di un più ampio progetto di valorizzazione delle collezioni del museo che prevede l’ampliamento del percorso di vi-

Dal 20 al 27 dicembre 2009 “Galleria 25”, Venosa (PZ) Orari: da lunedì a sabato ore 17.00 / 21.00, dom. ore 11.00 / 13.00 - 17.00 / 21.00 Informazioni: tel. 0972.36198 Il nuovo spazio espositivo di “Galleria 25” a Venosa, situato nel cuore della città di Orazio, nella piazza dedicata al sommo poeta latino, ospita una bipersonale dedicata agli artisti Francesco Giacomazzi e Angelo Dionigi Fornaciari. Entrambi hanno preso parte con le loro opere alla mostra inaugurale della galleria, una collettiva dal titolo “Frammenti d’Arte”. I visitatori potranno ammirare le figure femminili che dominano i quadri dell’emiliano Giacomazzi, rappresentate come presenze oniriche sensuali e al tempo stesso misteriose, nonostante il bianco predominante nelle tele. Nei dipinti del pittore toscano Fornaciari si potrà apprezzare, invece, l’espressività dei suoi paesaggi, che sono al tempo stesso reali, benché poco dettagliati, ma al tempo stesso interiori, in quanto proiettati in una dimensione spirituale irrisolta e in continua evoluzione.

In occasione del IV centenario della morte di Caravaggio e del centenario della morte di Bacon, Galleria Borghese offre la visione di un non così insolito accostamento. Dieci le opere di Caravaggio e venti quelle di Bacon, trenta capolavori che rivelano violentemente il disagio del vivere umano e la vertigine dell’umano sentire. A distanza di secoli si ritrovano “vicini” a condividere il comune destino di “artisti maledetti”, o più profondamente di artisti intensi che non si lasciano spaventare dal tormento esistenziale, anzi la traducono e lo portano agli occhi dei comuni mortali. Per l’occasione i più importati musei del mondo hanno concesso i propri capolavori, per concentrare in un sol colpo d’occhio affascinanti suggestioni visive, che non trovano in tempo di cadere nei confronti e nei paragoni.

sita. Il riordino espositivo è la conclusione di studi e ricerche curati ed eseguiti dalla Soprintendenza speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei i collaborazione con l’Università Federico II di Napoli. Gli studi svolti hanno cercato, la dove possibile, di ricostruire il contesto di provenienza e il momento formativo della collezione. Inoltre è stato effettuato un ampio intervento di restauro e pulizia delle sculture, contemporaneamente alla lettura e allo studio di documenti d’archivio.


foto archivio APT

Viggiano

www.comuneviggiano.it


InArte novembre/dicembre 2009