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arte

Rivista mensile a diffusione nazionale - anno V - num. 10 - Ottobre 2009

Alla ricerca di Herdonia

Specia

eventi

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Cromie

La mano geniale di Jacovitti


L'Account è l'addetto commerciale della casa editrice, è un conoscitore di psicologia, è un buon parlatore, è dotato di gusto estetico, diplomatico e politico e soprattutto è una persona indipendente e ricca di spirito d'iniziativa. Se ti riconosci in questa descrizione contattaci senza esitare. Per maggiori informazioni telefonaci a uno di questi numeri 330 798058 - 392 4263201 - 389 1729735 o invia un e-mail a editore@in-arte.org

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Redazione Associazione di Ricerca Culturale e Artistica C.da Montocchino 10/b 85100 - Potenza Tel e Fax 0971 449629 Redazione C/da Montocchino 10/b 85100 - Potenza Mobile 330 798058 - 392 4263201 - 389 1729735 web site: www.in-arte.org e-mail: redazione@in-arte.org Direttore editoriale Angelo Telesca editore@in-arte.org Direttore responsabile Mario Latronico Impaginazione Basileus soc. coop. – www.basileus.it Stampa Arti Grafiche Lapelosa - tel. 0975 526800 Concessionaria per la pubblicità Associazione A.R.C.A. C/da Montocchino, 10/b 85100 Potenza Tel e fax 0971-449629 e-mail: pubblicita@in-arte.org informazioni@in-arte.org Autorizzazione Tribunale di Potenza N° 337 del 5 ottobre 2005 Chiuso per la stampa: 5 ottobre 2009 In copertina: Gaspare Traversi, Ragazzo con un fiasco di vino, un bicchiere e un cane, olio su tela, cm 65,7×51,7 Matera, Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna della Basilicata, Collezione Camillo D’Errico di Palazzo San Gervasio

Sommario Editoriale

Autunno... profuma di arte di Angelo Telesca ......................................................... pag.

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Persistenze

Alla ricerca di Herdonia di Gianmatteo Funicelli.................................................. pag. 5-7 Il complesso abbaziale di Montescaglioso di Giuseppe Nolé........................................................... pag. 8-9 Egadi medievali di Davide Pirrera............................................................ pag. 10-11

Special Cromie

Angela Raimondi: nudità del corpo e racconto dell’anima di Giovanna Russillo...................................................... pag. Il paesaggismo di Ariella Nador di Amelia Monaco.......................................................... pag. Gli acquerelli di sole e di mare di Enza Viceconte di Fiorella Fiore.............................................................. pag. La cinetica armonia di Nicola Lisanti di Chiara Lostaglio......................................................... pag. Poesia e arti figurative in Silvia Venuti di Piero Viotto................................................................ pag.

12-13 14-15 16-17 18-19 20-21

RiCalchi

La fotografia ammiccante di Carmen Laurino di Fiorella Fiore, foto Carmen Laurino........................... pag. 22-23

Ritagli

La mano geniale di Jacovitti di Froncesco Mastrorizzi............................................... pag. 24-25

Eventi

Temi iconografici del barocco defilato di Angela Delle Donne................................................... pag. 26-27 Il tempo delle ninfee di Fabrizio Corselli......................................................... pag. 28-29

La redazione non è responsabile delle opinioni liberamente espresse dagli autori, né di quanto riportato negli inserti pubblicitari.

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Autunno... profuma di arte di Angelo Telesca

Questo autunno riserberà certamente un sacco di sorprese per tutti voi, appassionati d’arte, che ci seguite con tanto affetto. Dai temi iconografici del barocco ai rappresentanti dell’arte contemporanea, fotografi e pittori, passando per autori di fama internazionale e disegnatori che hanno fatto la storia del fumetto: questo numero di ottobre non si fa proprio mancare niente. Tra i tanti eventi assolutamente da non perdere, per l’originalità e la novità delle opere in mostra a Matera, la seconda parte della mostra di Splendori del barocco defilato: oltre 60 capolavori esposti che analizzano il rapporto tra gli artisti e loro committenza nel nostro meridione tra XVII e XVIII secolo. Continua poi il racconto delle bellezze che riempiono la nostra terra, consapevoli che lo sviluppo di un territorio passa anche attraverso la valorizzazione delle risorse materiali, culturali e artistiche che esso possiede: le ricchezze archeologiche dell’antica Herdonia, l’imponenza del castello di Santa Caterina nell’isola di Favignana e l’atmosfera di quiete dell’abbazia di Montescaglioso. Altri cinque artisti recensiti nel nostro Special Cromie: la nudità del corpo, la suggestione del paesaggio autunnale, l’immediatezza di un acquerello, l’armonia dei colori, l’incontro con la poesia in un mix di colori e immagini che riempiono gli occhi e il cuore.

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Persistenze

Herdonia, l’attuale Ordona (FG), apre un altro capitolo di indiscusso interesse sulla documentazione archeologica nei contesti apuli. La storiografia ricorda l’alba delle sue prime civiltà nel VI-V millennio a.C., epoca a cui risalgono i primi insediamenti abitativi ascrivibili in villaggi di capanne neolitiche che, percorrendo una fase evolutiva attraverso l’Età del Ferro (IX-VIII sec. a.C.) sino ai secoli arcaici (VII-V a.C.), costituiranno i giusti presupposti alla nascita del nucleo antico. Da qui l’affermarsi della civiltà daunia risulta una delle prime fortune del centro che intanto si arricchisce di particolari testimonianze artistiche attestate da una vasta produzione fittile di tipo geometrico. Dal primario centro indigeno che vi si era formato, la forte romanizzazione del sito accresce il tessuto urbanistico cittadino che, intanto, nel corso dei secoli si estese per oltre venti ettari più a valle ( in quest’epoca, relativa all’ultimo secolo prima

Alla ricerca di Herdonia di Gianmatteo Funicelli

di Cristo, si ricorda un grande progetto di opere pubbliche tra cui le mura esterne, costituite da un grande abbraccio murario in opera cementizia). Durante la seconda guerra punica (218-201 a.C.) tra le mani di Annibale la città subì un forte assedio mentre l’urbs venne completamente incendiata, provocando di lì a poco una massiccia contrazione demografica e il suo relativo depauperamento urbanistico. Le fortunate conseguenze del sito vollero Herdonia dapprima come Municipium romano (89 a.C. ca.), per poi essere integrato alla costruzione della strada Traiana, ossia il tratto urbano che ricollegò l’antica città alle maggiori convergenze regionali ed interregionali, tali da ripristinare di lì a poco il livello economico e sociale dell’intero centro abitato. Difatti è per tutto il II e III secolo d.C. che la città riconobbe un’alta fioritura soprattutto quando divenne luogo di mercato e commercio (attestato dalle numerose tabernae rin-

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venute nel complesso), favoriti proprio dalla prospera viabilità dell’asse in cui vi era inserita la cittadina. Le grandi risorse economiche configurarono il sito come un’ effettiva città imperiale caratterizzata da grandi costruzioni pubbliche tra cui vi erano le grandi piazze, le botteghe, templi, le lussureggianti domus nonché i quartieri preposti al commercio (macellum). In epoca tardo antica, il sito assorbirà esperienze di ulteriore valore, segnate nientemeno dalla presenza di un vescovo, tale Satuminus, il cui esercizio nel luogo è riconducibile alla fine del V sino all’inizio del VI secolo d.C.. La figura eminente sicuramente garantì al sostentamento prima e all’accrescimento poi della comunità neo adepta, allora alle prime esperienze cristiane. Nel periodo alto-medievale, Herdonia subì una forte cadenza demografica contraendo la vasta popolazione in fuochi minori che concentrarono prettamente gli spazi agricoli. Tra gli avvicendamenti

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medievali successivi si ricorda un mediocre esempio di incastellamento federiciano di poca rilevanza difensiva (XI secolo d.C.). Il profilo storico di questa millenaria civiltà permane tutt’oggi nelle trascrizioni dei contributi storiografici grazie alle benemerite indagini archeologiche di metà Novecento che, assieme alla continua ricerca sul campo, hanno contribuito a recuperare i caratteri peculiari di una civiltà. Le prime campagne di scavo, effettuate nel Novembre del 1962 da un’equipe belga, hanno dato inizio alle prime ricognizioni sul sito concentrando il campo di indagine a più di quattro ettari riferibili alla frequentazione romana. Dagli scavi del Foro le dissezioni del sito hanno ampliato il punto di esplorazione anche sulle relative aree limitrofe. Proprio da questi scavi complementari sono riemersi interessanti dati sulla strada Traiana nonché sulle opere pubbliche. Il proseguimento delle campagne vedrà una collaborazio-


ne archeologica italo-belga, fondata non piĂš di un decennio fa, che, con validi apporti e finanziamenti universitari, mantenne inalterata la prosecuzione delle escavazioni che in questa sede saranno maggiormente propense verso la formazione didattica. Infatti risultano essere gli scavi di Herdonia uno dei piĂš meritevoli campi-scuola di archeologia internazionale.

Lo scavo programmatico, sistematico e continuativo ha lentamente contribuito alla conoscenza di uno spaccato di storia antica che configura Herdonia come un campo di ricerca permanente e tutt’oggi ricco di materiale che necessita ulteriori interventi di estrapolazione e ripristino, tali da attribuire al reperto riemerso una giusta qualificazione identificativa ed un’appropriata valorizzazione nel tempo.

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Persistenze

Il complesso abbaziale di Montescaglioso

L’abbazia di San Michele Arcangelo di Montescaglioso è uno dei monumenti più belli e importanti della Basilicata. Essa sorge sui resti di una città italo-greca, rintracciabili oggi nei chiostri e negli ex giardini del monastero. Fu fondata in epoca non certa: nel 1078 esisteva già in mole ridotta ma, secondo documenti storici, tra il 1086 e il 1099, avvenne una ricostruzione a scapito delle strutture originarie. L’origine della prima comunità si può comunque ricollegare alla penetrazione del monachesimo benedettino al termine dell’VIII sec. d. C., con monaci provenienti dai grandi monasteri longobardi dell’area campano-beneventana. Il grandioso complesso architettonico originariamente sorgeva in campagna, “la dove la montagna a guisa di un norme sperone di nave si innalza sul piano, tra la valle feconda del Bradano e il corso roccioso della Gravina di Matera”; successivamente fu a mano a mano rinchiuso all’interno dell’abitato cittadino. Nel XV sec. il monastero è affidato ad abati commendatari; nel 1484 è unito alla Congregazione benedettina riformata di S. Giustina da Padova i cui monaci fecero importanti lavori di ampliamento e restauro. Infatti nel 1556 terminano i lavori di rifacimento dei chiostri e nel 1590 iniziarono quelli di ricostruzione della chiesa. Con il successivo completamento dei chiostri e di parte del piano superiore, l’abbazia assunse sostanzialmente l’odierna configurazione. Entrando dal portone di ingresso si presenta subito la splendida visione del primo quadriportico con archi a tutto sesto, con colonne e capitelli dal raffinato senso artistico. Il successivo quadriportico si caratterizza invece per la presenza di un pozzo ottagonale con bassorilievi scolpiti sulle facce.

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di Giuseppe Nolé

Entrambi i portici sono a due piani, con le finestre degli attici ornate da pregevolissimi festoni. Al piano superiore avevano sede i dormitori, le sale per la ricreazione, la biblioteca e l’archivio. Lungo l’intero sviluppo del corridoio si conservano resti di un ciclo affrescato databile alla prima metà XVI sec.; nella biblioteca è ben conservato un ciclo dipinto agli inizi del XVII sec. con raffigurazioni delle virtù teologali, di vari filosofi e santi e gli stemmi di Montecassino e Montescaglioso. Imponente è sicuramante il campanile – la costruzione più alta dell’intera Montescaglioso – ornato di bifore del periodo normanno La grande chiesa è affiancata da nove cappelle; l’altare maggiore è anch’esso imponente, con le sue policromie di preziosi marmi. Nel corso dei secoli nel monastero si procedette alla costruzione di numerose cisterne per raccogliere e conservare enormi quantitativi di acqua: ne sono state individuate finora quattordici, nelle quali si possono raccogliere oltre due milioni di litri di acqua. Il sistema di comunicazione tra queste cisterne, sebbene antico e complesso, risulta però oggi ancora funzionante. L’abbazia è stata da sempre un importante centro culturale, oltre che religioso. Essa vantava una biblioteca ricca di incunaboli e cinquecentine, con un archivio in cui era costodito un vasto patrimonio documentale. Lo scriptorium in epoca medievale era molto conosciuto per la produzione di documenti ed antifonari di pregevole fattura. Per l’imponenza delle sue strutture l’abbazia di Montescaglioso è superata, nell’Italia meridionale, solo da quelle di Cava dei Tirreni e di Montecassino.


Persistenze

Siamo in una delle nostre isole minori, crocevia di invasioni e dominazioni: affacciata sul Mar Mediterraneo si trova l’isola di Favignana, la maggiore dell’arcipelago delle isole Egadi al largo di Trapani. Il Medioevo ha lasciato un segno tangibile e in tutto paragonabile alle roccaforti e alle città della nostra meravigliosa Italia. Altissimo a dominare tutta l’isola e le altre isole dell’arcipelago si staglia imperioso il castello di Santa Caterina. Orgoglio degli isolani ha accompagnato le vicende storiche legate alle dominazioni e alle concessioni feudali. Le vicende che interessano il maniero partono dal periodo saraceno quando arabi di origine africana vennero nell’isola ai primi del IX secolo. Un geografo arabo del IX sec., Ibn Khurdadhbeh, ricorda Favignana in qualità di gazirah ar-rabib, cioè “isola del

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romito”. La medesima testimonianza viene riportata nel 1185 da Ibn Jubair, il quale ricorda sull’isola una sorta di castello abitato da un romito. Nell’isola, in relazione ai ruderi che ancora avanzano, si ritiene che nella zona della Torretta doveva esservi una torre fabbricata dai Saraceni per difendere l’isola da invasioni e alla stessa epoca risalgono le torri trasformate in seguito a castelli come quello di Santa Caterina. Queste dovevano costituire le difese dei Saraceni e da esse dovette aver origine lo stemma del comune di Favignana: tre torri sulla quale poggia un uccello rapace (il nemico). I Saraceni furono completamente debellati comunque dalla Sicilia nel 1090 ad opera dei Normanni. A Favignana di tale dominazione non si hanno molte tracce ma è ben documentato che Ruggero, re dei Normanni, fece trasformare due delle tre torri in for-


Egadi medievali di Davide Pirrera

tezze (S.Caterina e S.Leonardo). Nell’anno 1355 l’insula Famignane cum castro rientra nella lista delle terre e dei castelli feudali. Sembra, comunque, che nel 1398 Favignana appartenga al demanio reale. Undici anni dopo, nel 1409, tengono il castello un castellano e quattro servienti. In seguito il castello di Santa Caterina servì non poco per avvistare e prevenire le scorrerie dei Mori in periodo aragonese garantendo quindi all’isola un utilissimo presidio militare. Andrea Riccio, signore di Favignana, ristrutturò la fortezza di S. Caterina nel 1498. Al sommo dello stipite destro della porta è collocato uno stemma corroso dal tempo a causa della composizione della pietra soggetta al logoramento delle intemperie che certamente si riferisce al periodo aragonese. La struttura complessiva del maniero è abbastanza integra, ben conservati sono i costoloni laterali che conferiscono possenza al maniero e i presidi militari che senza dubbio non fanno parte del passato normanno ma di quello molto più organizzato degli aragonesi. Il complesso si articola in una pianta rettangolare con tre corpi di fabbrica sporgenti. In realtà non è sempre agevole discernere le parti più antiche dai rifacimenti e presunti ampliamenti del XVI-XVII sec. Si presume che in origine il fortilizio medievale fosse una grande torre. Purtroppo attualmente versa in condizione di abbandono e all’interno sono riconoscibili tra le macerie i segni di un utilizzo recente sia durante il secondo conflitto bellico sia durante gli anni ‘60. Sventrato da molte recenti finestre aperte lungo le mura difensive, offre una buona e suggestiva visione solo dalla distanza mentre all’avvicinarsi si mettono chiaramente in luce elementi moderni che disturbano l’armonia dell’antica fortezza. In passato nella sua semplicità questo castello deve aver trasmes-

so una sensazione di forza e solennità che traspare anche dagli ultimi elementi architettonici presenti sui lati meno esposti alle intemperie. Si raccomanda caldamente al Comune di Favignana una cura più scrupolosa degli interni e di quello che rimane all’esterno della fortezza poiché esso rappresenta la fiera storia dei Favignanesi ed è muto cantore di storie di sangue, conquiste e battaglie non solo della storia delle Egadi ma del nostro Paese.

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Specia

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Cromie

È il corpo umano a dominare l’opera di Angela Raimondi. Il corpo colto in una molteplicità di espressioni che inconsapevolmente trasmettono emozioni. Sulla tela l’artista imprime un gesto, lo sguardo oltrepassa il visibile per cogliere la sensazione irripetibile dell’attimo. Napoletana, docente di italiano e storia

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nella Scuola Secondaria Superiore, la Raimondi ha frequentato la Scuola Libera di Nudo all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Tra i ricordi più nitidi della sua infanzia c’è quello dei quadri che suo padre restaurava, ci sono i colori dal sapore antico e le forme dei corpi che il tratto pittorico imprigiona e rende immortali.


Angela Raimondi: nudità del corpo e racconto dell’anima di Giovanna Russillo

Da adolescente subisce il fascino del mondo magico e vivace di Toulouse-Lautrec e delle raffinate cromie di Klimt. L’influenza di quest’ultimo si coglie nei fondi dorati di alcune sue opere, dove i corpi nudi e intrecciati richiamano quelli di Schiele. Le linee che li plasmano si amalgamano con i colori dei fondi senza opporvisi. La nudità del corpo è lo svelarsi metaforico dell’anima, il desiderio di raccontarsi. Il cammino che conduce alla comprensione del proprio mondo interiore non segue quasi mai percorsi lineari. È per questo che, discostandosi dal dinamismo e dall’immaterialità delle modalità artistiche più

attuali, la Raimondi sceglie di sottolineare l’imprevedibilità di questo viaggio prediligendo linee e gesti imperfetti, tracciati dal carboncino sulla tela bianca, in modo da imprimere maggior forza e pathos alle figure che si abbandonano in uno spazio aperto. Apprezzata in Italia e all’estero, l’artista a partire dal 1989 ha preso parte a diverse collettive nazionali ed internazionali: Dicotomie Cromatiche (Chiostro di S.Antonio, Ravello, 1992 ); I Biennale dell’Italia Unita (Reggia di Caserta, 2004); Lights colours and forms of the III millennium (Pomona University, Los Angeles, 2004); Arteateatro (Teatro Flaiano, Roma, 2005), Omaggio ad Ibsen (Antichi Arsenali, Amalfi, 2006); Partenope e la Sirena (Sovrintendenza Regione Campania, Maggio dei Monumenti, 2007). Non mancano, nel suo intenso percorso, significative personali come Il viaggio di Simbad (Comune di Positano), Percorsi (Galleria A come Arte, Napoli), Ormeggi (Stazione Marittima, Napoli), Il velato svelato (Chiesa di S. Francesco alle Monache, Napoli). Tra i riconoscimenti che le sono stati assegnati citiamo il “Premio Alburni 1991” e il Primo Premio (sezione Pittura) della Rassegna d’Arte Isa Palazzi nel 1997.

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Specia

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Cromie

L’opera di Ariella Nador evoca le atmosfere tipiche della terra di Lucania. Pur avendo vissuto per diversi anni ad Udine, oggi l’artista vive e lavora stabilmente, in qualità di insegnante, a Melfi. Ed è quindi inevitabile che proprio la permanenza nella sua regione abbia ispirato la sua produzione pittorica nella quale il paesaggismo rappresenta il cardine della sua espressività. Sperimentando diverse tecniche pittoriche, dall’olio all’acrilico, Ariella Nador porta in primo piano quella che è la naturalità e la semplice bellezza della Lucania. Mediante l’uso di un linguaggio personalissimo nel quale il dato oggettivo viene riletto alla luce della propria soggettività, l’artista porta in scena la natura, direi incontaminata, mancando nelle sue opere la presenza della figura umana che

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altrimenti romperebbe quella onoricità e quell’incanto che essa esprime in tutta la sua interezza e che quindi desta nello spettatore quel senso di libertà e di tranquillità interiore. Pur scegliendo un tema, quello della rappresentazione del dato naturale (sia esso un paesaggio, uno scorcio o un albero) che, a prima vista, potrebbe sembrare poco originale essendo uno dei temi cari alla storia dell’arte e quindi frutto dell’attenzione nel corso dei secoli di numerosi pittori, sia italiani che stranieri, a dimostrare il contrario è l’interpretazione a cui l’oggetto scelto e diventato soggetto della composizione viene sottoposto. Osservando molte delle opere di Ariella Nador, ci si rende immediatamente conto di come la natura


Il paesaggismo di Ariella Nador di Amelia Monaco

diventi veicolo della rappresentazione di uno stato interiore dell’artista. I suoi dipinti non sono semplicemente da leggersi come mera riproduzione del reale ma come mezzo e fine per portare in scena quelle

che sono le sensazioni, le gioie, l’amore dell’artista per la terra in cui vive. È come un omaggio alla terra che l’ha ospitata, un continuo alternarsi di particolare ed universale. In effetti, in alcuni casi protagonista della sua opera è un albero bloccato nell’istante in cui il suo movimento sottrae la composizione alla staticità e diventa al tempo stesso flusso di coscienza. Così come, al tempo stesso, molti dei suoi dipinti portano in luce la brullità del paesaggio lucano, rappresentato però sempre mediante l’uso di colori vivaci, tra cui spicca in modo singolare il giallo che evoca le immense distese di campi di grano che allietano il terrirorio nel periodo estivo. Singolare resta il modo in cui questi temi vengono trattati, l’attenzione costante per la delineazione del reale, il continuo alternarsi dei colori usati in tutte le loro sfumature, mezzo per rendere sempre più veritiero ed unico il suo stile pittorico nel quale non può mancare una personale interpretazione e la propria ed unica bravura d’artista.

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Cromie

Enza Viceconte ama il posto dove abita: lo si vede dallo splendore dei bianchi dei suoi acquerelli, dai luccichii del sole che guizzano sulle carte che rivelano un’affezione sincera al luogo ritratto. Originaria della Lucania, subito dopo aver concluso l’accademia a Firenze si sposta sull’Isola dell’Elba, dove vive tutt’oggi, a Ponteferraio, dove insegna e dipinge; ed è proprio questa magica isola il centro della sua ispirazione. Questo non è solo visibile nel mondo fatto di onde, di mare, di pescatori che ritrae. È qualcosa di più, che vibra in una pennellata fluida, rapida, impregnata di luce e di colore e che si rivela essere una sincera empatia per quel mare, quel sole, quel mondo cui l’artista appartiene e che trasmette a noi che guardiamo. Infatti, dietro ad un sapiente e realistico disegno, che sembra guardare al costumbrismo ottocentesco di Sorolla y Bastida, c’è la volontà di afferrare il sentimento provocato dal paesaggio, quasi a catturarlo per non farlo andare via. L’acquerello è

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propedeutico per questo fine: esso non permette errori, rende l’immediatezza del momento, eppure rende altresì luminosa e viva l’immagine e, con essa, il guizzo del momento. Non è un caso, allora, che una serie delle opere dell’artista si chiami Kodak picture: un gioco di parole che quasi sottolinea l’immediatezza del processo di acquisizione dell’immagine eppure realizzata attraverso carta, acqua e pennello. Ed infatti, la resa è davvero fotografica: lo dimostra un’attenzione quasi maniacale verso i dettagli, verso ogni ruga di roccia, ogni increspatura dell’onda. Il colore è carico, denso, risultato di una somma di stratificature che si depositano e vengono assorbite dalla carta porosa e che creano una pittura ricca di riflessi. Il tono originario, bagnato nell’acqua e nuovamente poi nel colore, assume ad ogni pennellata una totalità diversa, eppure simile, che cattura ogni volta un nuovo raggio di sole, una nuova goccia di mare.


Gli acquerelli di sole e di mare di Enza Viceconte di Fiorella Fiore

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È un turbinio di forme, di colori, di segni e di vissuti creativi quella sua tela A mia madre. Ispira una forza assoluta, si sente in leggera lontananza l’eco dei versi di Pasolini “Supplica a mia madre”. È tutto un amore sospeso quanto concreto, addirittura si scorge una pietas popolare, antica, di michelangiolesca memoria. Nicola Lisanti, materano di cultura, ma universale per vocazione, sa leggere il mondo che gli accade intorno, sa guardare altrove e sa scrutarsi dentro. Per questo nella sua arte è come leggere una lirica, o ascoltare il soffio del vento che accarezza pure le sue tele. E, come il vento che muove le foglie, la sua pittura ispira movimento, quasi fosse un film, un proiettore che riproduce su tela bianca un mondo in fermento, la vita che scorre, l’attimo che fugge. Ma su tutto, forse, traspira la sua primitiva natura: c’è Matera nel suo movimento, un cammino plurimillenario che continua in un costante divenire. La tela di Lisanti si colora di eventi e l’osservatore ha quasi l’impressione di abitare quel luogo imprevisto da lui disegnato, dipinto, eppur vivo attorno a noi. Matera è fonte di inconscia ispirazione: i Sassi sembra che si muovano, così come sono in sequenze vorticose le immagini della “sua” ipotetica Venezia, che traspare nella Evocazione, decomposta a sua immagine e pur vitale, mentre si rispecchia nel Ca-

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nal Grande, in un gorgo di colori e similitudini. Si intravvede la lezione surrealista di un grande maestro come Dalì. L’acrilico su tela Nascita dell’energia lascia scorgere donne intente al lavoro nei campi, ovvero a raccogliere fiori. Ed ancora colori in sintonia con un moto ideale che emana appunto energia. Mondo contadino o mondo onirico? L’interrogativo appare scontato, anche se nel mondo artistico di Lisanti nulla è scontato, nulla è definitivo: il mondo nelle sue tele è in cinetica armonia. La Danza degli Angeli ci conduce in un affascinante canto in un cielo turchese, dove puerili creature dorate volano leggere in una danza senza tempo. La pennellata del materano è corposa, pregnante di cromatismi che emanano luce e desiderio; la sua arte si contamina di impressionismo, di religiosa appartenenza alla terra, che è madre. Traspare di evanescenza, di dissolvenze tipiche di un amante del colore l’arte di Lisanti, un autore che ha fatto propria, da giovane, l’esperienza pittorica ed innovativa del suo maestro, Riccardo Antohi, presso l’Accademia di Belle Arti di Bari. E negli anni, ha toccato le più prestigiose gallerie, non solo in Italia, offrendo emozioni visive e persuadendo di naturalezza lo spettatore, che rimane rapito e coinvolto dal movimento sulle sue tele.


La cinetica armonia di Nicola Lisanti di Chiara Lostaglio

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Specia

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Cromie

Non è difficile trovare artisti che scrivono anche poesie, penso a Francesco Messina e Emilio Greco, ma per loro la poesia è un’attività parallela, un pausa nel loro lavoro creativo. Più difficile trovare dei poeti che sappiano anche dipingere, che sappiano trasferire, anzi, assorbire la poesia nelle arti figurative. Eccezionale trovare chi sappia inserire la parola scritta nello stesso quadro, facendo un tutt’uno tra poesia e arte, non illustrando le parole con le immagini, ma compattando in un’unica emozione intuizione poetica e arte figurativa. Silvia Venuti sa scrivere poesie in testi letterari ed esprimere la stessa emozione nel quadro che dipinge, come documento i numerosi libri pubblicati. Uno di questi I giardini dell’anima, (Mondadori, Milano 2007) ha la prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti. Silvia Venuti è nata e vive a Varese, dove per diversi anni ha insegnato disegno e storia dell’arte, ora si dedica interamente alla poesia e all’arte, collabora alla rivista “D’Ars”, e come Presidente della Società Dante Alighieri promuove diverse attività culturali. Ha studiato all’Accademia di Brera, con Domenico Cantatore e Guido Ballo, ma poi ha intrapreso in piena autonomia la sua attività creatrice. Silvia Venuti rifiuta ogni forma di estetismo, rigetta un'arte fine a se stessa, e quasi senza volerlo scopre la profonda religiosità del bello, perchè la bellezza dicono i mistici, da Dionigi l’Areopagita a San Giovanni della Croce, è, notate il termine usato, un Nome di Dio. Esprime questa osmosi tra nomi e figure, tra parola e immagine, nei suoi numerosissimi paesaggi, quasi senza orizzonte, nei quali c’è una sacralità naturale che trascende il cielo e la terra, attraverso i colori teneri, colmi di tenerezza, nei quali il paesaggio evapora. Mi viene in mente un pensie-

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ro di Maritain “la bellezza non è l’oggetto, ma il fine oltre il fine della poesia”. Silvia nella sua creazione artistica, sente questo profondo richiamo. Ogni opera realizzata non la soddisfa, in un certo senso la delude e lei si mette di nuovo in cammino, si confronta con un altra tela. Ritorna con infinite varianti sul medesimo tema, si smarrisce tra cielo e acqua, senza definire mai l’oggetto della sua emozione, perché è indefinibile. I suoi paesaggi, mai descrittivi di un luogo preciso, sono tutti paesaggi interiori, che non possono avere una definizione geografica, una collocazione nello spazio e nel tempo, perché straripano oltre la tela. C’è anche una tensione etica in questa filosofia della bellezza come esprime la tela La via della è perfezione è sempre imperfetta, dove un canneto verdastro si interpone tra cielo e terra ad evidenziare le resistenze che l’anima incontra nel suo cammino, Bisogna immergersi nella natura ma per superarla, come bene indica e significa la tela del 2006 È natura a svelare l’Infinito, che, come i dittici medioevali per la preghiera privata, si divide in due spazi di eguale misura, da una parte fiori appena accennati sull’acqua e dall’altra solo l’azzurro del cielo, nella sua imperscrutabile solitudine, senza una nuvola. Silvia Venuti non solo esprime la poesia nelle sue immagini, ma sa anche riflettere e commentare questa sua esperienza creativa. In un testo Piccola lettera sull’anima, che bisognerebbe potere presentare per intero, scrive “L’anima nel corso della vita si palesa parzialmente e a tratti, come non avesse coraggio, invece educa, costantemente, a un nuovo rapporto con quanto esiste”. Poi fa un riferimento importante dal punto di vista sociologico, perché l’artista non può non cercare il successo e l’approvazione del suo


Poesia e arti figurative in Silvia Venuti di Piero Viotto

pubblico, ma Silvia scrive “L’anima si riconosce nel suo valore e nella sua dignità, prendendo coscienza delle proprie aspirazioni profonde e superando, al contempo, la tentazione di specchiarsi negli altri per ottenere facili consensi. Solo a questa condizione vedrà la sua bellezza“. Veramente qui passiamo dall’etica alla mistica; Silvia Venuti ha compreso che in realtà l’ artista è solo con se stesso nella ricerca di un Infinto che ci oltrepassa: “L’anima si sente parte di un flusso spirituale che la porta e la orienta, se è pronta all’ascolto della voce interiore” A mio parere, il punto più alto e significativo della produzione di Silvia Venuti è il ciclo Laudes creaturarum, presentato nel 2008 ad Assisi. Si tratta di dodici acrilici su tela, come tutte le altre sue opere, nei quali incorpora nelle immagini che costruisce sulla tela una serie di versetti del Cantico delle creature di San Francesco; Silvia si sente a suo agio in questo universo francescano, non solo vi trova il suo ambiente naturale, il suo universo spirituale, ma ne evi-

denzia il senso profondo che è l’amore del prossimo, come bene significa la tela Laudato sii, mio Signore per quelli che perdonano per lo tuo amore, perché nel perdonare le offese e il male ricevuto consiste proprio il vertice dell’amore e il segreto della pace. C’è molto realismo e malinconia nelle tele nelle quali Silvia disegna la figura dell’uomo e della donna, segno che, come Georges Rouault ha compreso la drammaticità della condizione umana. Ricordo un’altra tavola così costruita, titolata Rimane tenerezza, due donne, curve, appesantite dagli anni, stanno sedute, l’una accanto all’altra, c’è un ombra di malinconia in queste figure affaticate, che vivono una sensazione di una pace dolorosa, per il loro doversi staccare da un passato felice, che in fondo era illusione. È questo l’altro versante della poetica di Silvia Venuti, che sa cogliere il senso della esistenza e della vita non solo nei suoi paesaggi interiori ma anche nella figura umana, perché ha compreso che la bellezza salverà il mondo malgrado le inquietudini del vivere quotidiano.

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RiCalchi

La fotografia ammiccante di Carmen Laurino

Carmen Laurino è una giovane promessa della scena dell’arte lucana contemporanea. Fotografa, videomaker e studiosa di cinema sperimentale, dopo una laurea in Scienze della Comunicazione presso l’Università de La Sapienza di Roma, è tornata nella sua Regione per vincere “una scommessa”. Come promotrice di cultura, grazie alla collaborazione con Massimo Lovisco, da cui nel 2008 è nato il gruppo “Lovisco-Laurino” e grazie ad Amnesiac Arts, associazione culturale che si occupa della diffusione dell’arte contemporanea. Ma anche come studiosa (nel mese di febbraio del 2009 è stato pubblicato il suo primo saggio sulla performance cinematografica di un giovane regista italiano, Luca Curto) e artista, non solo con le già numerosi personali, ma anche con la partecipazione alla Bjcem, Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo, che si è tenuta a settembre, a Skopje, in Macedonia. Abbiamo incontrato l’artista per farci raccontare di persona questa esperienza. L’esperienza della Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo: cosa ha significato per te vivere a contatto con artisti di diverse nazionalità? Quanto questo influenzerà la tua opera? La BJCM è stata un’esperienza importante e gratificante. La XIV edizione si è tenuta a Skopje in Macedonia alla presenza di 708 artisti provenienti da 39 Paesi differenti. Ho scelto in accordo con il curatore Cataldo Colella di presentare una performance che coinvolgesse il pubblico attivamente, che lo rendesse parte integrante dell’opera. Ho cercato di creare un dialogo non passivo, e sono soddisfatta del risultato. Con me porto la soddisfazione e soprattutto la consapevolezza di essere stata protagonista di una bella Biennale ricca di stimoli, e soprattutto consolida il desiderio di parlare oltre che al pubblico… con il pubblico impegnandomi nel cercare di renderlo sempre più attivo nella costruzione dell’opera. Cosa ti ha spinta verso la fotografia? Perché un obbiettivo e non una tela? Sicuramente tutto nasce dalla mia formazione, vengo dalla facoltà di Comunicazione della Sapienza, di Roma, un ambiente stimolante per quanto riguarda la ricerca artistica applicata ai nuovi mezzi di comunicazione. Quindi sono partita da un discorso che approccia le discipline artistiche alla cultura del di-

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di Fiorella Fiore

gitale, ho cominciato proprio come teorico di cinema live, un’ibridazione tra cinema e performance visiva (di cui è stato pubblicato anche un libro “Il cinema live: il caso Luca Curto” U.F.F), successivamente frequentando ambienti artistici romani ho avuto il modo misurarmi con il “mezzo tecnologico” approdando al video e alla fotografia. Considero il mezzo tecnologico come lo strumento più democratico esistente, l’unico capace di promuovere una vera democratizzazione dell’arte. Guardando le tue opere le ho trovate ammiccanti, “succulente”, “pubblicitarie” direi, per la brillantezza dei colori e la cura dei dettagli, soprattutto nelle immagini “feticiste” di Interpellazioni. Eppure, esse si nascondono allo spettatore nella loro totalità, si concedono solo parzialmente: cosa c’è dietro? In realtà lo spettatore è parte integrante delle Interpellazioni, è chiamato a rispondere allo stimolo visivo e attraverso la sua immaginazione costruisce l’opera e la rende totalizzante. Il suo contributo è fondamentale per l’opera stessa senza di lui l’opera vive a metà. Nelle Interpellazioni il gioco ludico alimentato dalla predominanza quasi “velenosa” del colore è fondamentale, le immagini invitano al dialogo, cercando di attrarre l’attenzione, si rendono visibili, un dialogo che è molto vicino al linguaggio pubblicitario e alla logica del feticismo delle merci. Nella tua opera quanto spazio c’è per l’immagine “istantanea” e “naturale” e quanto per uno studio più attento e “costruito”? Prediligo tutte e due le cose, uno sguardo più attento e costruito come un set, come le opere inedite Distr-azioni, e un approccio più naturalistico. Porto sempre con me la macchina fotografica, giro molto per la Basilicata e mi capita spesso d’incontrare situazioni che chiamano la mia attenzione. Con due opere “istantanee” e “naturali”, come Reia Zoontes e Realtà come astrazione sono stata selezionata per il prestigioso concorso Pagine Bianche d’autore Basilicata. Lavori tra Roma e Potenza: fai parte dell’associazione di Amnesiac Arts, protagonista dell’esperienza ora conclusa di Arte in Transito. Cosa ti aspetti come artista e promotrice di cultura per questa Regione? A Roma devo tanto. É sempre il mio punto di riferi-


Carmen Laurino, Transiti In basso, Carmen Laurino, Interpellazioni 3

mento, grazie a persone che continuano a seguirmi e stimolarmi su un discorso più teorico. Il ritorno è una scommessa, una possibilità spero a lungo termine e Amnesiac Arts rappresenta questa scommessa. É un’associazione che esiste dal 2001, che ha fatto tanta ricerca artistica, che ha creduto e stimolato molti artisti giovani della nostra terra, e continua a farlo anche con le difficoltà. Questo è stato un anno produttivo e importante, che ci ha visto protagonisti nell’ambito del progetto Arte in Transito, con l’evento Pubblicinvasioni, suddiviso in un Workshop tenuto dall’artista internazionale Marcello Maloberti e da una mostra concorso che ha cercato di portare l’arte in strada attraverso l’affissione di opere selezionate

da una giuria internazionale sui cartelloni pubblicitari di un’intera via. Quali sono i tuoi prossimi progetti? Nei miei progetti artistici c’è un neonato gruppo artistico con l’artista Massimo Lovisco. Un gruppo che dedica maggiore attenzione alla performance, e che sarà il protagonista di due importanti mostre che ci saranno in inverno. Vorrei investire molto di più sulla carriera artistica, magari anche attraverso un programma di residenza per artisti all’estero. L’arte è un processo creativo di per se, bisogna sempre alimentarlo, bisogna predisporsi al confronto e girare molto, spero di poterlo fare.

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Durante gli scorsi mesi estivi, il MAT, Museo dell’Alto Tavoliere di San Severo (FG), nell’ambito della rassegna “Ad Andrea & C. Fatti e personaggi dal mondo del fumetto”, ha ospitato la mostra “Jacovitti. Antologia 1939-1997”, dedicata alla carriera del famoso fumettista e illustratore. Tra i disegnatori umoristi italiani più rilevanti del secolo scorso, Benito Jacovitti ha realizzato, nella sua ultracinquantennale carriera, un’infinità di storie esilaranti e ironiche, cimentandosi con ogni genere di racconto a fumetti − dal western alla fantascienza, dal poliziesco alla satira, dalle avventure di pirati a quelle di animali antropomorfi − sempre con un approccio goliardico e surreale. Fin da giovanissimo presta il suo precoce talento a pubblicazioni come Il Brivido, rivista satirica fiorenti-

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na, e Il Vittorioso, dell’editrice cattolica AVE, che lo fa conoscere a tutta l’Italia. Negli anni successivi approda a Il Giorno dei Ragazzi, supplemento de Il Giorno, e poi al Corriere dei Piccoli. Lavora inoltre nel campo della pubblicità, realizza le illustrazioni per Pinocchio e per il celebre Diario Vitt, che ha accompagnato la carriera scolastica di intere generazioni di studenti. Tra i tantissimi personaggi creati dalla sua irrefrenabile immaginazione ricordiamo Tom Ficcanaso, Jak Mandolino, Zorry Kid, Gionni Galassia, Mandrago il mago, i “tre P” (Pippo, Pertica e Palla), ma tra tutti il più famoso è senza dubbio Cocco Bill, protagonista di una stramba parodia del western in tutte le sue tematiche e i suoi stilemi, reminiscenza di tanti film


La mano geniale di Jacovitti di Francesco Mastrorizzi

visti da bambino grazie al padre, operatore in una sala cinematografica. Jacovitti si caratterizza per la comicità folle e un po’ strampalata e per un tipo di disegno bizzarro e grottesco, che sigla la sua personalissima cifra stilistica. Le sue tavole l’hanno reso famoso in tutto il mondo perché ogni spazio vuoto viene sempre riempito da disegni assurdi: piedi, ossa, dentiere, pettini, matite, calzini rattoppati, salami, vermi con cartelli, sigarette, fiaschi − solo per citarne alcuni − compaiono infatti qua e là, inaspettati. Di frequente, poi, si vede sbucare dal terreno una lisca di pesce, in riferimento al soprannome attribuitogli da giovane per la sua altezza e magrezza. Questo microcosmo brulicante di vita di Jacovitti ricorda in qualche modo i dipinti di Bruegel, con le sue grandi piazze affollate di gente

in cui si può scorgere da qualche parte, in un angolo, il diavolo o il deforme. L’originalità di Jacovitti sta anche nella sua tecnica di realizzazione di disegni e tavole, che avveniva di getto, senza tracciare segni di matita di base, ma direttamente a china utilizzando un pennino di una misura piccolissima, con il quale tratteggiava le linee più volte, partendo da un segno sottilissimo, che rendeva via via più grande, fino a farlo rassomigliare al tratto di un pennello. A questo lavoro Jacovitti dedicava molte ore della sua giornata, quasi come un operaio del disegno, e in quello stesso momento, in fieri, nascevano le sue storie, sempre all’interno di un universo originale e meraviglioso, specchio dell’immaginario di una mente geniale.

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Eventi Ritorniamo ancora sulla mostra Il barocco defilato, per soffermarci sulle opere esposte nella sede di Matera, a Palazzo Lanfranchi. Lo spazio espositivo materano raccoglie principalmente quadri, tele e disegni da contratto. Le opere di Luca Giordano, come ci ricorda il sottotitolo della mostra “l’arte in Basilicata e ai suoi confini da Luca Giordano al Settecento”, aprono il catalogo corredato alla mostra, ma subito dopo troviamo le opere di Giacomo Del Po, di Antonio Vaccaro, Baldassare di Caro, Gaspare Traversi, Francesco Solimena, Francesco De Mura, nomi noti ai più, ai quali si ricollegano un corollario di altre personalità che hanno costellato lo spazio artistico dell’area in questione. I temi iconografici ricorrenti sono quelli cari alla Controriforma che Cesare Ripa ben aveva indicato: anime penitenti si alterno al trionfante San Michele Arcangelo, martìri di vergini ed estasi di santi, crocifissioni che squarciano il cielo ed annunciazioni trionfanti, ma non solo. Ricorrono anche temi profani. Grandi rappresentazioni di nature morte ricolme di frutti polposi pronti da mangiare, galline ignare della sorte loro riservata, o scorci di architetture, dove esili figurine si perdono nei giochi della luce attraverso le arcate. Ed ancora temi mitologici quali Apollo e Dafne, Venere ed Amore, il ratto d’Europa. Eppure sia nei temi religiosi così come in quelli pagani, la maestria degli autori svela corpi vezzosi e rigogliosi. Le nudità sono scoperte o velate in modo succinto. Dai visi traspaiono languori

Temi iconografici del barocco defilato di Angela Delle Donne

e sorrisi sornioni. Quando la scena riprende un tema tragico si potrebbe assistere alla rappresentazione di una piece teatrale. All’interno della mostra è possibile individuare diverse sezioni pittoriche: Luca Giordano ed i giordaneschi, le soluzioni alternative di Giacomo del Po e di Domenico Antonio Vaccaro, le nature morte e la pittura di genere, Solimena, De Mura e il loro seguito, il tardo Settecento. Non va trascurata la sezione dei disegni da contratto. Si tratta di bozzetti in miniatura e di progetti esplicativi utilizzati per mostrare il lavoro da realizzarsi; così possiamo ammirare ostensori di china, altari acquerellati, armadi da sacrestia di inchiostro bruno. Carte ingiallite che svelano una precisione, ma allo stesso tempo una bizzaria delle forme. È già possibile scorgere lo splendore delle pietre preziose e degli ori, i marmi policromi e gli intarsi dei legni pregiati. La mostra di Matera e quella di Potenza sono l’una il completamento dell’altra, l’intreccio delle varie forme artistiche ha permesso di restituire agli studiosi e agli appassionati un periodo artistico ricco di grandi nomi e di botteghe nelle quali si sono formate altre personalità che hanno alimentato la cultura artistica locale. Ricordiamo che la mostra si svolge in contemporanea presso la Galleria Civica di Potenza. Sul sito www.splendoridelbarocco.it è possibile trovare un’ampia descrizione dei due appuntamenti, oltre che informazioni ed orari.

Carlo Maratta, San Filippo Neri intercede per le anime purganti,
olio su tela, cm 320×220,
Venosa, chiesa di San Filippo Neri. Particolare. Pag. a lato: Giovan Battista Vela, San Giuseppe col Bambino, olio su tela, cm 150×125,5, Rapolla, chiesa di Santa Lucia

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Eventi “Tutti discutono la mia arte e affermano di comprenderla, come se fosse necessario comprendere, quando invece basterebbe amare”. Così esordisce Monet in una delle sue tante affermazioni epigrafiche intorno all’Arte. Non diversamente egli dimostra l’amore per essa nei confronti di un grande progetto, come quello delle Ninfee, che affonda le proprie radici nella cultura giapponese; e non è certo un segreto che tale periodo, definito “il tempo delle ninfee”, prenda proprio come trampolino di lancio le stampe giapponesi, con i loro colori vivi e paesaggi senza orizzonte, per arrivare, di contro, a una pittura moderna, non inferiore, come dichiarerà Picasso nel 1944, alla linea tracciata da Cézanne e dal Cubismo. Monet non ricopriva soltanto il ruolo di pittore attivo ma era parimenti un grande collezionista ed estimatore della cultura del Sol Levante, tanto da possedere ben duecentosettantasei stampe nella tradizione

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ukiyo-e. La sua maggiore fonte di ispirazione era la lettura inedita del paesaggio e della Natura attraverso un loro frammento (e qui il portento creativo di Monet nell’impiegare, come una sorta di lente, l’individualità artistica del fiore, elemento per eccellenza dell’ispirazione non solo pittorica ma anche di quella poetica), oltre alla serialità delle vedute, come lo dimostrano quelle del Monte Fujii e gli stessi fiori di Hokusaki, e le acque e i ponti di Hiroshige esposte a rotazione, in ben cinquantadue esemplari (provenienti dal Museo Guimet di Parigi). Entrando nel merito della mostra, tenutasi presso le sale del Palazzo Reale di Milano, il fulcro del percorso espositivo si è basato sulla presenza di venti capolavori provenienti dal Museo Marmottan di Parigi, annoverando non solo quelli noti come Ninfee-Riflessi di Salice, Ninfee-Effetto della Sera, Gli Agapanti, Le Rose, i Glicini, ma altrettanti mai usciti


Il tempo delle ninfee di Fabrizio Corselli

prima d'ora per quantità e qualità. Venti grandi tele dipinte fra il 1887 e il 1923, che ci restituiscono tutte quelle ideologie e quei sentieri artistici che hanno rappresentato la linea concettuale dell’artista francese: quindi, non solo la ricostruzione uguale in tutto e per tutto del giardino di Giverny, secondo stilemi giapponesi, ma l’eleggere gli elementi che lo popolano, quali le ninfee per prime, i salici piangenti, gli iris, a eterni canoni ispirativi. Un’arte “naturale” sì, che si districa fra l’immediata impressione dell’occhio e la rielaborazione trasfigurativa dell’illusione, del riflesso quale mediazione intelligibile fra il nostro mondo e quello dell’altro da sé. Monet infatti predilige e rafforza l’invenzione della pittura en plein air, ovvero al di fuori delle pareti di uno studio, a contatto con il mondo, addirittura superandola per innovazione. Il pittore non solo fissa sulla tela il “fugace colpo d’occhio” ma cerca di fissare su essa finanche lo scorrere del tempo, modulando luce e ombre in un gioco cromatico d’eccezione, il quale si presta oltremodo a nuove sperimentazioni: il condurre la riproduzione

dell’oggetto o dell’ambiente attraverso le sensazioni e le percezioni visive che tali elementi gli comunicavano nelle varie ore del giorno e in particolari condizioni di luce. Così, erano soggette allo stesso modo le Ninfee al pari di un cangiante sfondo paesaggistico, concentrando la propria osservazione sul particolare. La mostra, che si è conclusa il 27 Settembre, è stata promossa dal Comune di Milano; l’ideazione invece è stata di Claudia Levi & Partners, annoverando finanche la collaborazione di alcuni nomi noti legati alla storia di Monet, come Michel Draguet, che si è interessato allo studio dell’arte del pittore francese nel periodo che ha visto la costruzione del giardino; Michele Fagioli, uno dei maggiori esperti del “giapponismo” nelle arti figurative europee alla fine dell’Ottocento e massimo conoscitore della fotografia giapponese della seconda metà del XIX secolo, di cui sono stati esposti diversi e rari esempi; e non per ultima, Hélène Bayou, direttrice del dipartimento giapponese del Museo Guimet.

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CONCORSO OPERE D’ARTE 2009 FOTOGRAFIA Si è rinnovato anche quest’anno il connubio magico che abbiamo ideato tra arte ed economia. Riprodurre attraverso una sequenza di scatti paesaggi, oggetti, volti ha trasmesso enormi emozioni, ricordi, odori, suoni. Immagini che diventano testimonianza di come eravamo, di come siamo e, perché no, di come saremo. Sequenze che fermano il tempo in uno scatto e, nello stesso istante, permettono all’osservatore di conservare un pezzo della memoria, di condividere suggestioni che altrimenti correrebbero seriamente il rischio d’essere accantonate per sempre. Sulla scorta della crescente domanda di partecipazione e della consolidata partnership con l’Amministrazione Municipale del capoluogo, continueremo su questo percorso, incentivando gli amatori a fare impresa e i professionisti a ricercare nell’innovazione la spinta per una proposta sempre più originale. Arrivederci a tutti al 2010. On. Dott. Pasquale Lamorte Presidente Camera di Commercio Potenza

Categoria professionisti

Foto di gruppo dei premiati con On. Dott. Pasquale Lamorte Presidente Camera di Commercio Potenza

1 ° premio di € 1.500 a Vincenzo Arturo Lardo con questa motivazione: “La musica squarcia i silenzi di panorami senza tempo. Volti antichi svelati da tagli di luce. Atmosfere magiche proposte da immagini che sono il racconto di luoghi e uomini che evocano antiche tradizioni. Paesaggi suggestivi colti con sapiente dosaggio delle profondità di campo con tagli prospettici che enfatizzano la già forte carica evocativa dell'uso del bianco e nero”. 2° premio (€ 1.200) ad Arcangelo Palese 3° PREMIO (€ 1.000) a Federica Falabella 4° PREMIO (€ 900) a Salvatore Pentangelo 5° PREMIO (€ 800) ad Antonio Graziano Califano

Categoria Amatori

In alto la foto di V. A. Lardo, prima classificata cat. Professionisti. In basso la foto di A. Trombone, prima classificata cat. Amatori.

1°PREMIO (€ 1.000) ad Alfredo Trombone: “Il filo conduttore delle immagini proposte è una velata malinconia che deriva dalla singolare scelta di inquadrare i soggetti di spalle come se tutti i personaggi fossero in perenne attesa di un destino ineluttabile, in analogia con quanto spesso è accaduto alle nostre genti. Comunque, alcuni tagli del paesaggio ed alcune ambientazioni, aggiungono un senso di speranza sulle incognite che ci attendono. Di particolare pregio la scelta sapiente di alcuni tagli e la forte capacità evocativa del senso dell'attesa”. 2° PREMIO (€ 800) a Vito Antonio TELESCA 3° PREMIO (€ 600) a Lucio Cosentino 4° PREMIO (€ 500) a Gerardo Franco Messina 5° PREMIO ex aequo (€ 400) a Carmen Laurino e Claudia Grimaldi


Cantina di Venosa www.cantinadivenosa.it



InArte ottobre 2009