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Associazione di Ricerca Culturale e Artistica

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Rivista mensile a diffusione nazionale - anno IV - num. 2 - Marzo 2008

Eventi

Cromie

Ricalchi


Redazione

Sommario Editoriale

Associazione di ricerca Culturale e artistica C.da Montocchino 10/b 85100 - Potenza Tel e Fax 0971 449629

Sempre e solo amore di Angelo Telesca ..................... pag.

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Persistenze Una città bianca di Davide Pirrera ................................ pag.

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Cromie Redazione C/da Montocchino 10/b 85100 - Potenza Mobile 330 798058 - 392 4263201 - 389 1729735 redazione@rivistainarte.it Direttore editoriale Angelo Telesca Direttore responsabile Mario Latronico Impaginazione Basileus soc. coop. In copertina dipinto di Salvatore Malvasi: Sogni Stampa Tipografia Effegi Sas / Portici (NA) Concessionaria per la pubblicità Associazione A.R.C.A. C/da Montocchino, 10/b 85100 Potenza Tel e fax 0971-449629 Autorizzazione Tribunale di Potenza N∞ 337 del 5 ottobre 2005 Chiuso per la stampa: 6 marzo 2008 Collaboratori: D. Pirrera, R. Sagarese, A. Monaco, F. Donvito, F. Fontana, M. Sardone, G. Nolè, I.Stoklosa, G. Russillo, A. Galgano, C. Bellettieri, G. Fasulo, M. Restaino, M.G. Carrese.

Mario Prayer di Rossella Sagarese .............................. pag. Il Surrealismo di Amelia Monaco .................................. pag. Esotismo e primitivismo in arte di Francesca Donvito .. pag.

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TecnoCromie Nella valle di Elah di Fabio Fontana ............................. pag. Mungiu, un rumeno di meno di Michele Sardone ......... pag.

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Logos Orizzonti di Pensiero di Giuseppe Nolé........................ pag.

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RiCalchi Ripacandida, gli Affreschi di San Donato foto di Izabela Stoklosa ................................................ pag. 14-15

Eventi Èidos di Giuseppe Nolè ................................................ pag. 16-17 Angelo Brando: una mostra per un museo di Giovanna Russillo..................................................... pag. 18-19

Trame L’amore alla totalità di Andrea Galgano........................ pag. 20 Lo sviluppo sposta le leggi della natura di Rossella Sagarese ................................................... pag. 21 Donna in angolo di Carmensita Bellettieri .................... pag. 22-23

Forme La rappresentazione della perfezione di Giovanni Fasulo........................................................ pag. 24-25

Architettando Un grattacielo verde di Mario Restaino ........................ pag. 27-28

Suggestioni Il dolce far niente di M.G. Carrese................................ pag. 28-29

GiocosaMente Pippopimpante e gli ortinti segni di M.G. Carrese ........ pag.

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La redazione non è responsabile delle opinioni liberamente espresse dagli autori, né di quanto riportato negli inserti pubblicitari.

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Sempre e solo amore di Angelo Telesca

Carissimi lettori, il nostro editoriale si apre questa volta al grande e sempre attuale tema dell’amore. E’ da poco trascorsa la festa di San Valentino, il Santo degli innamorati, la festa dove si celebra l’amore. Non a caso vogliamo riflettere su qualcosa che tanto ci sta a cuore. Amore…. amore per la propria donna, per il proprio uomo, per la famiglia, per la gente, per gli animali, per il lavoro, per la natura. Amore, sempre amore. L’amore aiuta a vivere, a creare, a lavorare con gioia e serenità. L’ amore dei padri per i figli e dei figli per i padri, l’amore che fortifica e rafforza tante famiglie. Ma anche l’amore perduto che, non di rado, mina alla base la solidarietà e la pacifica convivenza che debbono essere sacre e indissolubili colonne portanti della famiglia. Quante famiglie, purtroppo, cancellano il vincolo di sangue e dimenticano l’amore, attraverso una convivenza disordinata che spesso porta all’aggressione verbale e persino a quella fisica, con atti di violenza gratuiti e crudeli, anche dei padri verso i figli e viceversa. E vogliamo ricordare anche l’amore per il proprio lavoro, poiché da esso traiamo sostentamento, l’amore per la natura, poiché da essa viene la sopravvivenza. Coltivare con amore, infatti, vuol dire raccogliere frutti prelibati così come rispettare la natura vuol dire amarla anche nei piccoli gesti quotidiani. E’ amore per la natura non buttare rifiuti dal finestrino dell’auto o dalla finestra di casa, è amore per la natura in particolar modo non sporcare i prati, i boschi o i corsi d’acqua. E vogliamo ricordare anche l’amore che dovrebbero avere i politici nell’amministrare con saggezza, correttezza e professionalità. Un amore verso i propri elettori, grazie ai quali possono pregiarsi di grossi privilegi personali oltre che di consistenti riconoscimenti economici. Ma quanto è importante anche l’amore di tutti i cittadini nell’eleggere professionisti di elevata capacità tecnica, professionale e amministrativa, e non persone che poi alla fine si dimostrano inappropriate al ruolo sia dal punto di vista politico che etico. E voglio ricordare infine anche l’amore che dovrebbero usare i mass-media nel diffondere le notizie e nel fare una corretta e utile informazione. In particolar modo le televisioni che mirano al “sensazionalismo” e alla vacuità delle notizie, se non addirittura foraggiando programmi che incitano alla violenza. Più

amore in tv e meno stupidi reality-show, più amore e cultura, e meno diatribe di personaggi dello spettacolo che si azzuffano pur di apparire e farsi pubblicità. Auguro a tutti voi cari lettori di “In Arte”, una buona lettura in compagnia di questo nuovo numero della nostra rivista e, soprattutto, una vita con tanto amore. Vi lascio con un piccolo inno all’amore per la vita. Al mattino amo la luce perché mi illumina la mente, amo il cielo azzurro che mi da felicità, amo l’aria frizzante perché mi da energia, amo l’acqua per la sua freschezza, poi guardo in su, molto in su, ed è un nuovo giorno, una nuova avventura, un nuovo amore, sono pronto a dare, sono pronto ad amare, ad amare la natura, ad amare la gente, tanto non mi costa niente. Ogni giorno é un altro giorno, non é come ieri e non sarà come domani e un altro giorno che lui mi ha dato, un altro giorno che ho vissuto, un altro giorno che ho visto in faccia la vita, perché un giorno ho visto in faccia la morte.


Una città bianca Persistenze La Sicilia che riscopre le sue tradizioni e ne fa elemento fondamentale per una rinascita culturale ma anche economica in grande stile: ecco come possiamo definire un bene, patrimonio dell’umanità, quali le antiche saline della Sicilia occidentale. Da tempo immemorabile Trapani è legata all’industria del sale. Pare che già i Fenici producessero e commerciassero sale, ma memoria sicura delle saline si ha dalle descrizioni del geografo arabo Al - Idrisi nel 1154 che la definisce: “una città bianca, in prossimità della quale sorge una salina”. I musulmani importarono dalla Turchia la tecnologia delle “macchine del vento”, quei mulini che caratterizzeranno per secoli la costa trapanese e che ancora oggi ne sono forse l’emblema più conosciuto. A partire dal XIV secolo i documenti relativi alla fondazione di numerose saline comunque si susseguono. Nel 1300 le saline, fino al periodo angioino di pertinenza demaniale e oggetto di monopolio, vennero cedute, con l’avvento degli Aragonesi a seguito della guerra del Vespro, ai privati, e le più importanti famiglie dell’aristocrazia siciliana entrarono in possesso dei terreni e divennero titolari della concessione di istituzione dei nuovi impianti. Nel ‘400 e nel ‘500 il commercio del sale conosce un primo periodo di grande fortuna. La Sicilia e Trapani in particolare, da sempre sede della maggior parte delle saline, sono i fornitori privilegiati della Serenissima Repubblica di Venezia e del Granducato di Milano. Nel 1583 le saline erano 16, e la loro produzione media si aggirava sulle 25000 tonnellate. Questi numeri, seppure piccoli confrontati con le dimensioni delle maggiori aree produttive del nostro tempo e con la stessa produzione trapanese odierna, facevano di Trapani il principale centro di produzione e commercio del sale nel

di Davide Pirrera

Mediterraneo. Nel ‘600 la superficie dedicata alle saline si espande o si contrae con i decenni secondo le ferree leggi dell’economia di mercato del tempo. Una storia quindi imperniata anche di vicende lega-

te alla storia prettamente economica dell’isola. Nel 1986 le saline del marsalese vengono vincolate all’interno della “Riserva Naturale Orientata Isole dello Stagnone”. Pochi anni dopo l’istituzione della “Riserva Naturale Orientata delle Saline di Trapani e Paceco” completa la copertura del vincolo ambientale sulle saline della costa Trapani-Marsala. Le saline sono un esempio meraviglioso di storia del nostro paese, candidate ottimali come oggetto di studi della nuova ed interessante archeologia industriale che predilige e studia manufatti di questo genere per portare a conoscenza del pubblico testimonianze del lavoro e dell’intelligenza produttiva dell’uomo sulla terra.

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Mario Prayer

Cromie In un insolito tiepido pomeriggio potentino del dicembre scorso, mentre passeggiavo per le viuzze antiche del nostro centro storico, decisi di far visita alla Cattedrale dedicata a S. Gerardo. Seduta in un banchetto della chiesa, il mio sguardo si spostò

verso l’alto alla ricerca di un’elevazione spirituale e mi persi nella fusione dei colori e nell’equilibrio delle forme che caratterizza il dipinto della cupola della cattedrale. Un maestoso gioco di luci ed ombre che sintetizza, con perfetta armonia di proporzioni, i contorni in ombra delle figure poste alla base del dipinto che contribuiscono a mettere ancor più in evidenza i raggi di luce che avvolgono e culminano nella figura centrale raffigurante Dio. L’emozione provata di fronte a tale sublimità dell’arte è opera del pittore Mario Prayer, che nel 1935, chiamato da Mons. Bertazzoni, affrescò la Cattedrale di Potenza e produsse le tele della Chiesa della Trinità. Di formazione classica con sapiente capacità di recupero dei modelli antichi, il Prayer reinterpreta le sue opere, attualizzandole alla contemporaneità, come nell’esempio della “Cena di Emmaus”, presente nel ciclo della Cattedrale potentina, dove compaiono nello sfondo dell’episodio miracoloso le vesti delle contadine lucane dell’epoca. La sorpresa fu ancor più grande quando appresi che quel magnifico dipinto che arricchisce la cupola della Cattedrale, fu eseguito dal Prayer in seguito ad una paralisi del lato destro, quindi dipingendo solo con la mano sinistra e portato a spalla su malferme impalcature di legno a 40 metri d’altezza. Nei sui dipinti si nota il fascino per le opere di Michelangelo, per la resa naturalistica e plastica dei corpi, l’attenzione per i particolari anatomici presi in prestito anche dalla scultura, ma soprattutto la tensione artistica per i grandi spazi e le campate sconfinate. Tra le opere di Prayer, presenti

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di Rossella Sagarese anche in altre città d’Italia, Potenza vanta nella chiesa della SS. Trinità, gli affreschi raffiguranti gli Apostoli sulle pareti in alto, e S. Michele dipinti nel Battistero, nella cappella del Beato Bonaventura un trittico, la volta ed una Cena e, nella cappella dell’Episcopio, una bella tavola di Madonna con Bambino, di sapore bizantino e, la tela rappresentante S. Gerardo, che ogni anno viene portata in processione durante la sfilata dei Turchi. Nato a Torino nel 1887, Mario Prayer trascorse gran parte della sua giovinezza a Venezia, della cui tradizione e cultura di crocevia di popoli e di interessi antiquari e archeologici, l’artista sintetizza nel suo linguaggio figurativo, una sorta di vena aristocratica volta all’attenzione per le variazioni di intensità di luce e per la copiosità dei colori. Nell’organizzazione della decorazione pittorica della Cattedrale di Potenza, il Prayer si esprime mediante la doppia valenza figurativa che ingloba in sé l’ariosità barocca e la monumentalità classicistica, il tutto orientato alla realizzazione di un preciso itinerario storico-religioso, a dimostrazione della sua conoscenza delle Sacre Scritture. Mario Prayer, che chiuse la sua esistenza a Roma nel 1959, fa rivivere attraverso le sue opere la sensibilità dell’uomo e la genialità dell’artista.


Il Surrealismo

Cromie «Automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Comando del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale». Recita così il Manifesto del Surrealismo, lanciato da Andrè Breton nel 1924, dopo aver ereditato i principi-base del Dadaismo. Nel primo ventennio del ‘900 l’Europa era stata sconvolta da numerosi eventi e mutamenti della storia e della tradizione. L’esperienza della guerra, le scoperte operate da Freud nel campo della psicanalisi, il bisogno di attribuire all’arte un ruolo attivo nella rivoluzione operata nel costume e culminata nell’affermazione della società di massa, avevano provocato una rottura definitiva con il passato. La precedente esperienza del Dadaismo, dando voce alla “provocazione”, aveva negato il valore dell’arte in senso convenzionale e aveva, così, decretato la morte di ogni forma accademica di espressione. Il Surrealismo, invece, pur recuperando le posizioni fortemente rivoluzionarie del Dadaismo, aveva rivalutato il ruolo dell’arte. Attribuendo ad essa una funzione edificante, la cui via era stata indicata dall’interiorità dell’uomo,

di Amelia Monaco la corrente surrealista si apprestava ad operare attraverso l’inconscio. Veniva affidato all’arte il compito di portare a galla, così come succedeva attraverso l’applicazione dei procedimenti della psicanalisi, i contenuti dell’inconscio, purificati da ogni elemento razionale e di controllo logico. Ecco che il Surrealismo presceglieva i temi legati al sogno, alla follia, all’irrazionalità, al visionario, temi mediante cui era possibile assaporare meglio lo stato riposto delle cose, cogliendo il vero significato della vita. Attraverso essi, l’artista poteva varcare la soglia del reale e mediante il dualismo sogno-realtà dare origine alla surrealtà: “Perché un’opera d’arte sia immortale bisogna che esca completamente dai confini dell’umano: il buon senso e la logica saranno dei limiti. In tal modo si avvicinerà al sogno e allo spirito dell’infanzia”. Le esperienze artistiche di Max Ernst, di Juan Mirò, di Salvador Dalì, di Renè Magritte avvicendandosi, portarono a compimento questi ideali. Dando sfogo alla forza visionaria delle immagini, le quali assumevano nei loro dipinti forme diverse e significati nascosti, essi avevano dato forma agli assunti del Surrealismo: creare una realtà al di là della realtà, frutto della dimensione riposta dell’essere umano.

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Esotismo e primitivismo in arte

Cromie

– Il fascino di culture lontane –

Geografie lontane. Distanze percorribili solo con l’evocazione d’immagini e suoni. Profumi, forme, colori senza luogo e tempo. Cromatismi mediterranei che ci parlano di un mondo costruito attorno alla volontà di incontrare culture “estranee”.

L’Occidente, a lungo ritenutosi l’unico detentore della sapienza artistica, apre così le proprie porte alla cultura etnica a partire dall’intellettualismo settecentesco. Già dal periodo medievale si scopre un interesse verso l’esotico, basti citare le imitazioni di motivi decorativi orientali. Influssi bizantini, arabi, persiani pervadono gli ornati medievali. La letteratura di viaggio attraverso i secoli ha contribuito all’affermarsi del gusto esotizzante. Pensiamo ad esempio a Marco Polo, al contributo di Rousseau e all’elemento esotico della poesia di Baudelaire. Esotismo e primitivismo, vasti fenomeni culturali che tendono ad esaltare nella vita e nell’arte forme e usanze di paesi lontani, hanno segnato profondamente la civiltà europea soprattutto a partire da XX secolo. L’arte del Novecento, con sguardo indagatore e critico sull’effimero benessere della modernità, celebra la semplicità e la naturalezza espressiva dei primitivi africani ed oceanici. L’uomo è ora affascinato dallo stato di natura e di vita primitiva, tende ad esso perché consapevole delle disincantate illusioni della modernità. Il mito del buon selvaggio si genera dal confronto con popolazioni extraeuropee. Lo stato evolutivo del selvaggio che asseconda le sole leggi naturali rappresenta per l’uomo occidentale la vera dimensione dell’essere umano. Non è un caso quindi che proprio quando l’arte occi-

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di Francesca Donvito dentale ricerca un rinnovamento artistico, la decouverte de l’art negre in ambito parigino colma vuoti di ideologie. Il fascino di forme e colori che l’arte primitiva offriva conquista Gaugin, Vlaminck, Matisse. Policromie e plasticità primitive esaltate in opere dal retaggio primordiale. È la semplicità di forme, geometriche, naturali che si fonde con la calda intensità delle tinte brune. Dalla scultura alla pittura, l’arte viene investita da un rinnovato interesse verso nuovi modelli. Attenzione particolare è posta ai materiali “poveri” come il legno o la terracotta ma anche agli ornati preziosi d’oro e argento. Attraverso l’arte quindi, l’incontro tra culture distanti e apparentemente inconciliabili diviene possibile. Le immagini divengono veicoli emozionali non solo di incontro ma anche confronto tra le civiltà. Atmosfere spirituali e materiali si intrecciano in opere di soggetto orientale ed africano. L’incantesimo della terra d’Africa ha a lungo esercitato il suo potere su generazioni di uomini di cui portavoce si fanno le Lettere dal Sahara di Moravia.


I dipinti che illustrano questo articolo sono della pittrice Maria Teresa Romano.

E’ attraverso gli occhi di un viaggiatore sognante, che si evolve anche la cifra stilistica di una giovane artista pugliese emergente: Mariateresa Romano, che esprime attraverso dipinti su legno l’amore, l’attenzione, il sogno verso culture lontane. Un mondo fatto di colori, miseria, dignità. Come dichiarato dalla stessa artista, ciò che più l’affascina è la ricchezza interiore di queste civiltà che custodisce il loro autentico tesoro. Non a caso la prima personale dell’artista intitolata Radici indaga su un viaggio alla scoperta di culture lontane, incarnando la volontà di cercare l’origine dell’esistenza tra tradizioni primordiali. L’intera poetica artistica si evolve con l’esperimento di Etnie questa volta uno sguardo sul mondo attraverso civiltà africane, indiane, asiatiche. Le venature del legno intrecciano cromie di luoghi distanti dove accattivanti occhi di discendenza orientale incrociano l’atteggiamento meditativo di un monaco birmano. I colori utilizzati nella rappresentazione del continente nero conferiscono vivacità all’insieme, alludendo allo spirito gioioso del popolo africano. Le tavole sapientemente intarsiate dal marito dell’artista, Dino Buttiglione, traspongono operosità e dedizione familiare, saggezza e spiritualità antiche. Un viaggio lungo i confini del mondo. Sogno proibito di molti contemporanei, o forse desiderio reale di fuggire dalla modernità.


Nella valle di Elah

TecnoCromie Paul Haggis, già apprezzato regista di “Crash” nonché splendido sceneggiatore del “Million Dollar Baby” di Clint Eastwood, è un autore molto influente nel panorama culturale dell’America di oggi. In “Nella valle di Elah”, lungometraggio che segna il suo ritorno dietro la macchina da presa, Haggis ha scelto di parlare di Iraq, anche se da un punto di vista molto particolare. La nuova pellicola ruota intorno alla dolorosa vicenda di un padre che si affanna sulle tracce di suo figlio, un giovane marine resosi irreperibile una volta rimpatriato in licenza dal fronte mediorientale. Da questo presupposto semplice ed apparentemente scontato scaturisce una narrazione densa, visivamente ineccepibile, in cui Tommy Lee Jones giganteggia nel ruolo di un rugoso genitore, dignitoso e fiero nel suo silenzio e nella sua implacabile ricerca della verità. Il film è pervaso da un senso di impotenza crescente, in cui alla frustrazione per l’incapacità di avere delle risposte sensate si abbina lo sdegno per una società che sembra aver definitivamente perduto le coordinate del suo agire morale. L’ epilogo è un pugno nello stomaco e fa star male per la banalità disarmante dell’ orrore che evoca; non è la guerra a degenerare l’anima dei giovani americani spediti a Baghdad ma il vuoto interiore camuffato dalla falsa opulenza muscolare del loro paese. Sono marionette senza peso e senza sentimenti, stritolate in una realtà artificiale. Haggis continua a rivelarsi impietosa coscienza critica degli Stati Uniti, e rimanendo sulla stessa lunghezza d’onde di Crash ci propone l’imma-

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di Fabio Fontana

gine di una nazione frastornata, impaurita di guardarsi allo specchio. Tuttavia in “Nella valle di Elah, a differenza di Crash, la rinuncia alla polifonia di una descrizione corale offre al regista l’opportunità di scandagliare con maggiore attenzione l’umanità di una manciata di interpreti sublimi, e quello che ne emerge è molto più vero e molto più autenticamente commovente. Quest’ ultima considerazione dovrebbe portarci a riflettere sul fatto che un film del genere attualmente in Italia è irrealizzabile. Perché pellicole di tale spessore possano riuscire a comunicare messaggi concreti e siano documenti del tempo in cui viviamo, non si può prescindere da chi è coinvolto nella loro realizzazione. Attori del calibro di Tommy Lee Jones, Susan Sarandon e Charlize Theron sanno trasporre la loro elevata professionalità nei copioni che sono chiamati a recitare. Mentre qui da noi, a spregio di una gloriosa tradizione, i set cinematografici sono ormai in balia della sciatteria, dell’approssimazione e del dilettantismo di massa.

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Mungiu, un rumeno di meno

TecnoCromie

Il Potere – coi suoi riti, le sue iterazioni – incancrenisce le anime, svuota i corpi, riduce l’individuo a codice numerico e i rapporti umani a relazioni d’interesse. Il cinema – come l’arte – viene schiacciato, annichilito: unica forma di rappresentazione rimane la camera fissa. Così in 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni del rumeno Cristian Mungiu, Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, la camera fissa è prima una semplice cornice, dalla quale lo spettatore vede luoghi e persone divenire spontaneamente: due ragazze rumene, un dormitorio, la noiosa quotidianità della dittatura. Quando si palesa la disobbedienza, la volontà di rompere lo schema – con l’aborto – allora il Potere serra i suoi gangli, s’attanaglia ai grembi delle due donne ed anche la camera fissa si restrin-

di Michele Sardone

ge ed opprime fino ad ingabbiare: diviene normale la sopraffazione sul corpo femminile, un buco caldo da riempire di sperma. Il Potere si moltiplica e soffoca nelle chiacchiere satolle di una cena borghese, nel già detto ignaro dell’orrore, essendo quelle stesse parole riflessi di un orrore evanescente e smerigliato, surrettizio e corrivo delle menti della generazione adulta, la generazione che perpetua codici imperituri e alienanti. Nella cortina malarica di un regime inconsapevolmente in decomposizione, una donna si carica del peso dell’aborto altrui come atto di ribellione al miasma che le rende doloroso il respirare: la sua umanità è un’anomalia, è la vera colpa da espiare, un urlo flebile che rimbomba in stanze e corpi vuoti attorcigliandosi in spirali. 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni è conto alla rovescia, il tempo scandisce gli ultimi palpiti al ritmo dei passi affannosi nei vicoli di Bucarest, nelle interiora umide e nere della città. L’incedere fisso della camera di Cristian Mungiu avanza spietato e freddo, costringe in immagini scarnificate: l’orrore non ha bisogno di orpelli per colpire, il Potere non ha bisogno di mostrarsi per essere.

Dal sito ufficiale del film: http://www.4months3weeksand2days.com

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Orizzonti di Pensiero di Giuseppe Nolé Il lungo e complesso cammino verso una maggiore tà al XX secolo si assiste infatti al progressivo pascomprensione dell’uomo deve passare attraverso saggio dal “solo uomo” all’ “uomo solo”. L’età moderun’analisi dei vari significati delle voci anthropos e na si inaugura con il soggetto umano considerato homo, così come esse si sono andate delineando come l’io che pensa e, pensando, si coglie esistente; nel corso dei secoli: la prima da cui si fa derivare l’uomo viene ridotto ad essere pensante. antropologia, come scienza che indaga l’uomo, indiL’indagine sull’uomo subisce una svolta con Kant, ca l’originalità dell’uomo in quanto essere che tiene assume una dimensione essenzialmente pragmatiuna posizione eretta, che si orienta verso la luce; ca, il sapere riguardo all’uomo è solo di ordine pratila seconda, che si fa derivare da humus, terra, sta co. Se Kant presenta l’uomo nella sua drammaticità ad indicare la condizione spazio-temporale limitante e miseria, il romanticismo tedesco e l’idealismo lo dell’uomo stesso. Nel corso dei secoli si sono anricollocano nella sua grandezza: l’uomo-individuo date delineando diverse linee di orizzonte in cui si è diventa il luogo dove l’Assoluto prende consapevocollocato il problema dell’uomo. lezza di sé stesso come assoluto. Un primo orizzonte è quello cosmo-ontocentrico, Nell’Ottocento si andrà affermando anche quel mateche si estende alla classicità, con al centro il cosmo rialismo in cui l’uomo va liberandosi dall’alienazione e l’essere, di cui l’uomo è considerato parte. Sin radicale per affermare che “l’economicità è l’essendall’inizio della riflessione socratica, infatti, l’uomo za dell’uomo stesso”. L’umanesimo è mediato dalla è posto al centro della trattazione sul mondo e sul soppressione della religione, considerata in termini cosmo. Raccogliendo l’eredità di Socrate, Platone di aut aut rispetto all’affermazione dell’uomo. porterà la sua riflessione filosofica alle sponde delNegli ultimi decenni invece si è assistito ad una l’uomo composto di anima e corpo, l’uomo cioè visto “oggettificazione” dell’uomo, visto soltanto coma la come carcere dell’anima. Solo con Aristotele si avrà risultante di un processo personale di formazione invece, un primo tentativo di costituire una unitarietà dell’individuo stesso. dell’uomo stesso che metta insieme forma e mateIl discorso sull’uomo è dunque complesso e variegaria, anima e corpo. to, ma l’analisi e la riflessione, anche se sommaria, Vi è poi l’orizzonte teo-antropocentrico con il binosui vari orizzonti del pensiero, è necessaria perché mio Dio-uomo; in Dio si coglie la radice dell’uomo, permette all’uomo stesso di realizzare un primo l’uomo è la massima manifestazione della granpasso verso quella affannosa ricerca della propria dezza di Dio. È il caso delle antropologie che si identità. muovono in prospettiva cristiana: per S. Agostino l’uomo è un essereverso, è l’essere pieno di inquietudine, vale a dire tensione verso una concentrazione alta di valori: bellezza, bontà, giustizia, libertà. Designa così l’uomo che ama, pensa, vuole, spera nella verità che è Dio. Per S. Tommaso l’uomo è in rapporto essenziale con Dio, egli esce da un suo progetto eterno, lo realizza nel tempo, lo gode in pienezza nell’eternità. Il terzo orizzonte possiamo indicarlo come mono-antropocentrico. Nel periodo che si estende dalla moderni- Claude Monet, Impressione, sole nascente, 1872.

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Giovedì

Venerdì

viaggio nel Medioevo, tra spettacolo, giochi, arte, gastronomia, rievocazione storica del Patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi.

Arcieri e spadaccini s’incontrano nel borgo di Ripacandida: un “duello” medievale condito da giochi e sfilate in abiti d’epoca.

Sabato

Domenica Il ritorno di Francesco, la vita monastica, la sua morte saranno le protagoniste delle rappresentazioni della domenica di Ripacandida.

A Ripacandida va in scena la vita di San Francesco. La Chiesa di San Donato diventa il palcoscenico per rievocare la storia umana e religiosa del santo.

info: www.eventicultureinloco.it comunicazione@eventicultureinloco.it tel. 0971/56244


Ripacandida, gli Affreschi di San Donato foto di Izabela Stoklosa

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ASSOCIAZIONE TURISTICA CULTURALE PRO LOCO RIPACANDIDA

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ÈIDOS

Eventi

cafarelli • comminiello • masi • moles di Giuseppe Nolé

“L’artista plasmato con il Sale della Sapienza, fa un passo verso l’Immenso e si scioglie nell’Oceano della Sua Bellezza”. È con queste intense Ed è proprio ciò che i noparole che prende vita la stri quattro artisti tentano mostra di pittura dal titolo di fare; nelle loro opere si “Èidos”, in corso presso la coglie il loro impegno nel Pinacoteca Provinciale di mostrare l’essenza della Potenza. percezione delle cose non La rassegna artistica, cupresenti. Un’essenza che rata dal giornalista e criaiuta l’osservatore a cotico d’arte Rino Cardone, gliere l’oggetto, ma lo invita ha come protagoniste le a fare un passo ulteriore opere pittoriche di quattro verso il valore estetico e artisti lucani: Giovanni Caspirituale dell’opera stessa. farelli, Salvatore CommiÈ possibile allora cogliere niello, Vito Masi, Arcangelo tutta la bellezza di messagMoles. I quattro artisti sono gi forti in esse contenuti, indubbiamente differenti strumento di apertura verso per la poetica ed il valore all’Assoluto. semantico delle loro opera, Giovanni Cafarelli, Danza di spiriti nel cappello della Passando in rassegna le ma uniti in questa rassegna Notte. varie sale in cui si sviluptrasmettono una immagine pa la mostra siamo rimasti della società che, per quanto frammentata, è molmolto colpiti dall’uso delle tecniche miste su acetato to reale e viva. Il titolo della mostra prende origine di Comminiello; una pittura ordinata e precisa che, dell’antico termine greco èidos con il quale Platone attraverso un uso diffuso del rilievo, raggiunge degli indicava l’idea ed Aristotele l’essenza della forma. effetti plastici da particolare effetto.

Salvatore Comminiello, Posto segreto.

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Eventi

Vito Masi, L’albero.

Vito Masi, L’ombra.

Nelle opere di Cafarelli è evidente la continua ricerca dell’artista, caratterizzata dall’uso di colorazioni più calde e cromate; la linea e il segno, protagonisti dei tanti “tagli” dello spazio, indagano la sostanza più profonda delle cose. Anche per Masi tutto si gioca con la essenzialità del segno: le sue opere racchiudo una forte matrice astratta che si svela attraverso la ricchezza cromatica, la differenziazione dei materiali e una suggestione poetica; in esse si percepisce il desiderio di raccontare l’intimo di se stessi e degli altri. Risultano invece complesse le opere di Moles; egli nei suoi lavori unisce figure dell’oriente e

dell’occidente in un rapporto che diventa osmotico. Si coglie molto bene il riferimento ad una spiritualità che fonda le sue radici nell’ascesi medievale. Possiamo giustamente definire l’opera di Moles come “pittura della trascendenza”. La mostra Éidos può rappresentare un forte momento di crescita civile ed umano; essa ci apre orizzonti di libertà e di dialogo, ci offre elementi di riflessione, non per essere specchio di noi stessi, ma per rivolgere il nostro sguardo al mondo e all’essenza della realtà in cui viviamo. La mostra rimarrà aperta fino al 30 marzo,

Arcangelo Moles, L’età dell’eternità.

Arcangelo Moles, Ipoglicemia e mitologia dell’archeologia.

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Angelo Brando

Eventi

Un omaggio ad un insigne esponente della pittura lucana: Angelo Brando. Un omaggio che si tradurrà a breve in una sezione museale a lui dedicata all’interno di Palazzo De Lieto a Maratea, nella splendida cornice del Golfo di Policastro. La riscoperta dell’artista lucano - frutto dell’impegno della Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico della Basilicata, della Provincia di Potenza e del Comune di Maratea - si inquadra in un ampio progetto di studi ed iniziative dedicati alle realtà pittoriche “periferiche” che, assorbite in contesti culturali più ampi, finiscono per perdere la propria identità territoriale. Inserito nel panorama dell’impressionismo napoletano, Angelo Brando rivela una propria autonomia sul piano della produzio-

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Una mostra per un museo di Giovanna Russillo

ne pittorica. La selezione di opere esposte presso la Pinacoteca provinciale di Potenza mira a valorizzare e a promuovere questo patrimonio. Egli opera a cavallo tra ‘800 e ‘900 in una realtà regionale in cui l’impressionismo viene rivisitato orientandosi verso una pittura di tipo bozzettistica, macchiaiola, da cui deriva una produzione raffinata e i cui temi ruotano intorno alla sfera affettiva dell’artista. I soggetti, in particolare figure femminili, vengono ritratti in scene di vita quotidiana, tra le mura domestiche o all’esterno. Ne Ritratto della moglie (1909) i delicati lineamenti della dama raffigurata, sono quelli della moglie dell’artista, la napoletana Eugenia Tauro; in Cordelia in abito da sera (1928), il drappeggio dell’abito dai motivi damascati e la luminosità del-


l’ambiente risaltano la bellezza della fanciulla, la sua giovane figlia Cordelia; calde pennellate affiancate a tratti più sfumati e luminosi sullo sfondo delineano un altro suggestivo profilo femminile, quello di Fanciulla che legge (1923), in cui alla vivace tonalità rossa dell’abito si accosta il bianco candido del giornale poggiato in grembo. Cucito (1922), Pensieri (1930), Dolce far niente (1937?), Confidenze (1928), fissano sulla tela istantanee di vita in cui l’apparente stasi dei personaggi ritratti e la tranquillità dell’ambiente si traducono nel sussurro di moti interiori, di stati d’animo che appartengono a ciascuno di noi. Opere come Amore materno (1936) Madre e figlia (1936?), Gioie materne (1936?) rivelano una profonda sensibilità dell’artista nell’esaltare l’espressione più

spontanea del sentimento d’amore, l’abbraccio tra madre e figlia. Molte le giovani adolescenti che popolano le sue tele di Brando, come quelle del Coro di fanciulle (1938) in cui il ricorso alla tecnica impressionistica fa si che la luce moduli il colore ottenendo un particolare effetto di vibrazione. La dolcezza dei volti e la compostezza delle figure femminili vengono accentuate da una scelta cromatica che predilige i toni del bianco, del rosa, del violaceo, del giallo oro: colori che delineano ritratti dalla raffinata eleganza. Queste opere costituiscono il patrimonio di una città, Maratea, che può così riconoscere una soluzione di continuità storica tra la sua produzione culturale più antica e quella del Novecento.

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Trame

L’amore alla totalità L’annuncio a Maria di Paoul Claudel

Di fronte alla bellezza senza fine di questo capolavoro teatrale, mistero in quattro atti, scritto in varie stesure (quella che leggiamo è del 1910) dal grande scrittore francese Paul Claudel, si rimane toccati e allo stesso tempo scossi dalla profondità dell’umano, che si respira come un attracco a terra. È la storia di un uomo, più che di uno scrittore, di una conversione nella notte di Natale del 1886, dopo aver udito il Magnificat, in quel sì che esso proclama deciso, che ha cambiato la sua vita e la storia dell’umanità. È un dramma mendicante, un dramma che afferma la potenza vera dell’amore come generazione dell’umano, nella totalità, nella storia e nel popolo. La storia si snoda su tre figure principali: Pietro di Craon, Violaine e Anna Vercors; a questi si collegano Mara, Elisabetta e Giacomo, rispettivamente sorella, madre e fidanzato di Violaine. Anna Vercors è la radice della famiglia, la sostiene, la educa, la vive, e allo stesso tempo mantiene un monastero di suore di clausura, nella assoluta gratuità, ma capisce presto che il suo compito è offrire la sua vita per il bene del popolo e parte in pellegrinaggio in Terra Santa: tornerà alla fine del dramma. Poi c’è Violaine, che è un percorso di semplicità vivente, provvidenziale, feconda verso la verità. Vive una corrispondenza tra desiderio e la richiesta della vita (ama riamata Giacomo), ma ben presto avverte che la profondità dell’amore corrisposto di Giacomo è fallace, perché non riconosce l’essenza del suo essere in funzione della totalità, di qualcosa di più grande da abbracciare. Mara sorprende la sorella Violaine ad abbracciare il lebbroso Pietro di Craon, genio peccatore, costruttore di cattedrali, quindi luoghi di speranze, simbolo dell’unità di popolo, espressione vera e autentica dell’io umano, che accetta le conseguenze del suo male e il suo bacio contamina la giovane che è costretta a cedere il fidanzato Giacomo a Mara e ad allontanarsi da casa. Mara e Giacomo hanno una figlia che muore e nel momento del dolore Mara torna da Violaine, ormai cieca e ridotta allo stremo, poiché sa che può domandare tutto a Dio. Sgorga dal seno una stilla di latte e

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di Andrea Galgano la piccola nelle braccia di Violaine rivive, come una nostalgia di Assoluto, che passa vergine e pura sull’orizzonte ceruleo del sacrificio. Mara è gelosa perché la creatura assume il colore degli occhi della sorella, decide di uccidere Violaine, spingendola sotto un carro di ghiaia. Pietro di Craon raccoglie il suo corpo morente e lo porta nella casa di famiglia della giovane. Ricompare anche il padre Anna Vercors che scopre l’accaduto e afferma la verità di questa storia: “La pace, chi la conosce, sa che la gioia e il dolore in parti uguali la compongono.(…) Forse che fine della vita è vivere? (…) Non vivere, ma morire (…) e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna!” “E perché affannarsi tanto, quando è così semplice obbedire?”. I personaggi di Claudel hanno la potenza di imprimersi su un orizzonte vasto, sterminato, che parte dalla vita e termina con la dimensione eterna. L’eterno che l’autore ci ha mostrato ha luoghi, volti, presenze gratuite e incarnate che portano l’umanità di ogni individuo a misurarsi con il fascio di desideri e di attese che lo costituiscono. E questo, con un colpo non solo letterario, abbatte ogni scetticismo e riverbera sul lettore il senso di un’ansia lieve di compimento, che avverte la potenza del tempo e della storia. Come egli stesso diceva in una conferenza a Baltimora nel 1927: “ Non si può capire una cosa, non si ha alcun mezzo per servirsene in modo adeguato, se non si capisce ciò che questa cosa è stata chiamata a fare e a significare, se non se ne capisce la posizione, nella comunione totale delle cose visibili e invisibili, se non se ne ha un’idea generale, se non se ne ha un’idea universale, se non se ne ha un’idea cattolica. Certo anche senza un’idea generale della terra e del cielo si possono fare delle poesie molto graziose, si possono cesellare delicate opere d’arte, si possono mettere insieme dei gingilli curiosi e interessanti. Ma (…) anche per il semplice volo di una farfalla ci vuole il cielo intero. Non si può capire una margheritina nell’erba, se non si capisce il sole tra le stelle.”


Trame

Lo sviluppo sposa le leggi della Natura di Rossella Sagarese

LO SVILUPPO SPOSA LE LEGGI DELLA NATURA Crescita estetica e valorizzazione del territorio proposti da Gaetano Fierro nel libro Il futuro si chiama montagna É interessante l’analisi attenta e ricercata sul concetto di montagna che viene presentata nel libro “Il futuro si chiama montagna” di Gaetano Fierro. Evince da quest’opera l’attenzione minuziosa e partecipe che l’autore pone su quest’universo, quale la montagna, su cui vengono concentrati progetti e obbiettivi che partendo da un senso più aulico legato all’interpretazione letterario-filosofica del soggetto in questione, sfocia in proposte politiche ed economiche legate a riscontri misurabili nella realtà. Si ritiene di efficace pedagogia letteraria, la volontà dell’autore di scandagliare i multiformi volti e significati dati alla montagna, che attraversando le culture artistiche del medioevo, sfociano nell’invenzione estetica figlia dell’umanesimo che ritraeva la montagna come meta e fonte di valori morali ed estetici. L’opera ha, poi, il merito di riuscire a passare con naturalezza dall’universale al particolare, frutto forse della forma mentis e dell’esperienza in politica di Gaetano Fierro, spaziando da temi ed interpretazioni prettamente letterario-artistiche della montagna, all’analisi di tale ricchezza naturale per la Basilicata interessata dalla questione meridionale, che veniva nel naturalismo rappresentata dalle pitture pastorali del Maestro degli Annunci. Tale digressione nel passato giunge a toccare i più moderni scenari legati alla montagna che la vedono protagonista di una visione turistica e atletica, per gli innumerevoli sport che ivi si possono praticare e si concretizza nella proposta intuitiva dell’autore di valorizzazione, da parte degli enti locali, di questo patrimonio naturale che porterebbe ad un innalzamento del valore dell’economia e della qualità della vita. Molto interessante e stimolante per il lettore il concetto di “moderna riflessione post-industriale”, che dipinge la montagna come un’esperienza estetica individuale da attuarsi mediante una riscoperta dei suoi valori estetici e ambientali, nonché dei suoi valori economici. A tal proposito, ricordando la Convenzione Europea del Paesaggio 2000 e la Politica Agricola Comunitaria 2003, Fierro ribadisce il sacrosanto diritto per ogni popolazione di vivere in un paesaggio in grado di soddisfare le proprie

esigenze percettive e identitarie. Altro terreno fertile di proposte positive appare l’importanza data ad un approccio pedagogico sulla montagna e all’attenzione che l’autore ripone sull’ecopedagogia che vuole l’uomo come custode delle ricchezze della terra, realizzando uno sviluppo sostenibile nella quotidianità. Degna di lode la capacità de “Il futuro si chiama montagna” di coniugare la visione della natura come “categoria dello spirito e coscienza del meditare mediante l’iperbole di sensi” che la natura sa regalare, con la concretizzazione di progetti istituzionali, come le Politiche Agricole 2007-2013, volte all’esaltazione della dimensione multifunzionale del sistema agricoltura della Basilicata. L’autore dimostrando una ricercata attenzione per l’argomento trattato, riesce bene ad incorniciare significati apparentemente più astratti legati all’arte e alla letteratura, in un quadro concreto di proposte per la “montagna” della nostra regione, per la quale auspica un sistema produttivo integrato con un modello di turismo rurale e sostenibile, possibile solo grazie ad una virtuosa governance delle realtà istituzionali presenti sul territorio.

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Trame

Un nodo fra i capelli può essere il simbolo di una schiavitù infinita nell’India delle caste e degli intoccabili. Una catena costruita dal maschio per rubare l’animo di una donna e costringerla a vivere ai margini della società e di se stessa, nell’angolo della stanza del “padrone”. E’ un nodo che solo la penna dell’immaginazione può far sciogliere in un lieto fine, così come ha fatto Francesca Sassano nel romanzo “La donna d’angolo”, pagine ricche di spezie e colori indiani, ma anche dense delle ombre e dell’oppressione di cui sono vittime le donne dell’India. «Le vestali si dividevano in tre categorie. Le garamuttu, o concubine, riservavano i propri favori a un solo uomo. Vidyappa e Jyotava erano sulemuttu, prostitute a tutti gli effetti che davano prova di sottomissione alla dea praticando sesso a pagamento. La categoria delle jogatimuttu, infine, comprendeva le vedove…che avevano scelto di mettersi al servizio esclusivo della dea…Come tutte le vestali del Karnataka, io sono una dalit: appartengo ad una casta inferiore». Questa la classificazione di tutte le “donne d’angolo” e, quindi, sorelle nel destino di Nihhila, la jogini protagonista del romanzo. Un corpo di donna consacrato alla Dea Madre Yellamma, uno strumento maschile per raggiungere la divinità tramite lo stordimento dei sensi, prostituta a causa del dio e schiava per leggi dell’uomo. Socialmente identificata dal lingam a forma di fallo intorno al collo, dalle ciglia e capelli brillanti di curcuma, come una maschera, e dallo jat, un nodo tra i capelli segno che la dea l’ha

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Donna in angolo di Carmensita Bellettieri

scelta per il suo culto. «Le jogini sono figlie delle più basse caste mentre nessuna donna di famiglia braminica o guerriera o proprietaria terriera veniva mai offerta in sposa a dio, o meglio offerta in pasto agli uomini». Ecco l’origine dell’ “elezione”: la nascita, la casta. Solo le caste più povere e affamate vendono le figlie al dio per liberarsi dell’onere della dote e avere qualche privilegio da parte del bramino del tempio. Sì perché chi gode del corpo della jogini non è la divinità ma il bramino, l’uomo che fa da tramite fra il dio e i devoti, colui che gode e perfora i giovani corpi che vengono fatti prostituire sotto la menzogna del culto e del rito. Piccole adolescenti che vengono iniziate al piacere del corpo, non il proprio, ma solo quello del “compratore”, in età così giovane da perdere la consapevolezza del proprio Io e delle proprie emozioni. Diventano corpi vuoti da tenere in casa del bramino come un lusso e da usare quando il prurito sessuale comincia a invadere il basso ventre del sacerdote. Diventano donne che non hanno più il loro spazio né il loro tempo. Rannicchiate all’angolo della stanza del proprio carnefice, a lui offrono la propria carnalità avendo ormai perduto lo spirito, in un tempo che non ha fine se non con la morte. Sfruttata la loro energia sessuale, vengono riciclate per il prossimo acquirente. Costrette a vivere come fantasmi tra le stanze del bramino, temono il momento in cui la loro funzione viene richiesta dall’uomo e da questi ottenere una magra ricostituzione di senso.


Nihhila racconta la sua vita da jogini in prima persona nelle prime pagine del libro. Poi la narrazione ha un brusco cambiamento: da autobiografia si sposta all’oggettivazione di una vita, una vita come tante, una tragedia comune a troppe donne, e la narrazione diventa in terza persona. Con una prosa asciutta e veloce, la Sassano denuncia la condizione della donna indiana, la sua subordinazione al maschio e la sua ghettizzazione sociale, tramite squarci di una vita che, per liberarsi dalle catene imposte dalla nascita e dall’uomo, non aspira altro che alla morte. La scrittrice non dimentica di inserire tutta l’immensa tradizione religiosa e culturale di un’India fantastica e ricca di monumentale passato, con grandi digres-

sioni paesaggistiche e cosmogoniche, quasi a voler trovare una giustificazione di questa compravendita di innocenti. Ma i colori e i sapori dell’Oriente, gli scritti vedici o la sconfinata mitologia induistica non fanno da attenuanti a un reato così crudele. Nihhila trova la sua favola ed esce da quella tragedia scritta da mani estranee. E’ quasi impossibile nella realtà ma il suo jat le viene reciso e con esso la schiavitù. Purtroppo questo accade per opera di un “principe azzurro” correo a tutti quanti gli altri carcerieri. E’ un uomo, un bramino, a restituirle la libertà in cambio d’amore. E’ sempre un “lui” la parte forte di questo nuovo contratto. E, se l’amore la libera in una favola, la ragione la fustiga ancora nella realtà.

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La rappresentazione della perfezione di Giovanni Fasulo

Se universalmente riconosciuta è la bellezza e la grandezza dell’arte di Michelangelo Buonarroti (1475 – 1564), molto meno lo è la sua produzione poetica. Quest’ultima non fu mai un semplice svago per il genio di Caprese, così come lo era invece per Bronzino. Poesia e arte per Michelangelo sono due “lingue diverse”, due modi per esprimere diversi messaggi, due differenti codici linguistici. Un sonetto in particolare ci permette di decodificare un aspetto della sua produzione scultorea, il famosissimo “non finito”, comunemente associato ad opere quali la Pietà Rondanini (post 1552, ora al Castello Sforzesco di Milano) o il San Matteo (1505-06, custodita alla Galleria dell’Accademia di Firenze) . Si tratta del sonetto CI (nella numerazione attribuita da Karl Frey nell’edizione del 1897), dedicato alla poetessa Vittoria Colonna (amica e fedele confidente del Buonarroti, nonché mirabile poetessa e donna affascinante), o composto per la morte di un amico o del fratello Buonarroto. “Se ‘l mie rozzo martello i duri sassi/ forma d’uman aspecto or questo or quello, (scolpisce dando ora questa ora quella forma umana)/ dal ministro che l’guida, scorge e tiello,(dall’artista che lo guida, lo sorveglia e lo impugna)/prendendo il moto, va con gli altrui passi (se è vero che il martello non agisce con movimento proprio, bensì “prende il moto” da chi lo guida, vuol dire che non procede con i suoi passi, non è autonomo). Ma quel divin che in cielo alberga e stassi,(il martello divino, che si oppone a quello terreno)/ altri, e sé più, col proprio andar fa bello;(il martello divino conferisce bellezza ad altri e a se stesso, agisce autonomamente rispetto al martello terreno)/ e sse nessun martel senza martello/si può far, da quel vivo ogni altro fassi(tutti i martelli terreni sono “vivi” grazie al martello divino). E perché ‘l colpo è di valor più pieno/quant’alza più se stesso alla fucina,/sopra’l mie questo al cielo n’è gito a volo. /Onde a me non finito verrà meno, / s’or non gli dà la fabbrica divina/aiuto a farlo, ch’al mondo era solo (Poiché il colpo del martello ha più valore quanto più si alza nella fucina, questo martello sopra il mio colpo se n’è volato in cielo. Quindi a me verrà a mancare il colpo del martello, interrotto se la fabbrica divina non gli darà aiuto a compiersi, che al mondo era solo). Due officine si contrappongono secondo Miche-

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langelo: sulla terra l’uomo guida il suo martello cercando la forma migliore da conferire ai sassi; in cielo Dio dà forma e bellezza al martello dell’uomo. Imbevuto di neoplatonismo fin dalla gioventù fiorentina, trascorsa tra la corte di Lorenzo il Magnifico e la cosiddetta Scuola del Giardino di San Marco, Michelangelo ritiene l’artista per lo più guidato da un ideale di bellezza che lo sovrasta. Il martello terreno è però effimero. Esso non ha aiutanti; solo in cielo trova il suo completamento, lì dove risiede Dio - summus

Michelangelo, San Matteo (1505 - 06), Galleria dell’Accademia di Firenze.


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artifex. Se il martello divino vorrà, allora, completarsi, dovrà raggiungere il cielo lasciando sprovvisto l’artista. Il sonetto si configura quindi come parabola dell’arte: il martello è guidato dall’artista e da Dio; poiché l’opera è più vera quanto più si eleva a Dio, il martello sfugge, finendo in cielo e lasciando l’opera “non finita”. Solo Dio la completerà, ma nell’officina celeste. Si configura così la logica del “non finito” di Michelangelo. Esso è, come autorevolmente sostenne

Michelangelo, Pietà Rondanini (post. 1552), Castello Sforzesco di Milano.

Guidoni nel suo Il Mosé di Michelangelo, “simbolo di questo lavoro in atto”. La volontà anche più forte non riesce a imporre completamento al lavoro perché “vuole troppo”, perché insegue la perfezione. Ma quest’ultima la si raggiunge solo in cielo, e il martello sfugge alla volontà. Per Michelangelo, l’attività artistica si basa sulla necessità di intelligere un concetto, ovvero visualizzare l’Idea. Significa passare da un infinito di possibilità ad una attuazione unica. Scegliere è atto drammatico del trionfo del libero arbitrio. Nella realtà egli scorge un infinito potenziale contraddittorio. Come rappresentare la perfezione? Bisogna contenere l’immaginazione e limitarsi ad una forma unica, oppure giocare sulle infinite possibilità della mente e perdere l’unicità? Michelangelo accetta la sfida del molteplice, ma evita le insidie della scelta. L’opera e il martello sfuggono. Nel “non finito” la forma è imprigionata nella materia con cui è un tutt’uno e contro la quale intraprende una lotta terribile e furente. Non finire è la formula risolutoria per conservare la potenza terribile dell’Idea, per non conseguire alcun risultato completo – ma limitativo. L’Idea resta inattuata: Dio non è riprodotto, solo intuito. Il volto del San Matteo non finito è mille e mille volti ancora; è immagine dell’infinito, Idea non ridotta ad un’unica soluzione. L’arte è pura intuizione. L’avvio, il momento di partenza è l’unico riproducibile: quando l’intelletto vede il “concetto circoscritto nel superchio” del marmo, e la mano – il martello – inizia a sbozzare. Ma non si va lontano: per terminare il lavoro la materia deve vedere Dio, innalzandosi al cielo. Se lo fa, però, non può più ritornare. Anche i suoi sonetti non giungono mai ad una espressione unica e definitiva, rimanendo sospesi tra il “se” (simbolo di apertura al molteplice) e il “ma” (simulacro del dubbio della molteplicità). Non c’è possibilità di scelta: il più profondo senso della creatività può anche portare all’assenza dell’opera e quindi al “non finito”. La Rappresentazione della Perfezione è dunque il “non finito”. Esso è il vertice della creazione, in cui “il fare si identifica col non fare, l’arte con la morte” (Guidoni); dove il passaggio dal potenziale all’attuale può essere solo brevemente intuito e mai pienamente compreso.

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Architettando

L’estate scorsa è stato inaugurato a S. Francisco, dopo cinque anni di lavori, lo United States Federal Building, il primo grattacielo “verde” degli Stati Uniti. Si tratta di un edificio di diciotto piani costruito dalla US General Services Administration (GSA) e progettato dallo studio californiano Morphosis. La sua forma ed il suo orientamento sono stati pensati per apportare luce naturale alla maggior parte degli uffici interni e per massimizzare flussi d’aria naturali impiegati per il raffrescamento e la ventilazione. Questi aspetti, uniti ad altri interventi diretti al risparmio energetico, ridurranno significativamente, se lo si raffronta con edifici simili negli Stati Uniti, il consumo complessivo di energia. Il GSA ha imposto l’utilizzo di non più di 55.000 BTU (British Thermal Unit) per piede quadrato di energia all’anno. Di contro nel Federal Building si è stimato un bilancio reale di consumo energetico inferiore a 25.000 BTU/ piede quadrato all’anno. Sulla base di questa stima il fornitore locale di energia, il PG&E, ha confermato

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che il progetto otterrà, nei prossimi anni, uno sgravio energetico di circa 250.000 dollari. I primi cinque livelli dell’edificio, con un alta concentrazione di persone ed impianti, sono completamente ad aria condizionata. Gli uffici ubicati al di sopra del quinto piano ricevono, invece, luce naturale e, poiché gli angoli devono rimanere liberi per favorire la ventilazione, l’ufficio d’angolo è stato sostituito da “cabine” interne, con luce e riscaldamento tradizionali. Le finestre si possono aprire sia manualmente sia tramite un sistema computerizzato, permettendo così all’aria esterna di entrare ed essere utilizzata per la ventilazione naturale ed il raffrescamento passivo. Il sistema computerizzato, noto come Building Automated System (BAS), particolarmente sensibile ai cambiamenti di temperatura, controlla e monitora tutti gli impianti dell’edificio, inclusi quei dispositivi utilizzati per mantenere il comfort ambientale interno ed i livelli luminosi stimati. Un numero minimo di uffici e sale d’incontro completamente chiusi sono serviti da unità di raffrescamen-


Un grattacielo verde di Mario Restaino

to locali, progettate per adattarsi alle alte densità di affollamento. Nel complesso circa l’85% degli spazi lavorativi è illuminato con luce naturale. Sul versante sud-est uno schermo d’acciaio traforato protegge la facciata sottostante da eccessi di calore; sul versante nord-ovest dei frangisole verticali, costituiti da alette di vetro smerigliato, formano una griglia geometrica dal suggestivo effetto visivo, se la si osserva in diagonale, “incorniciando” la vista della città agli impiegati. Tali frangisole, fissati ad una struttura di facciata esterna, riducono i fenomeni di abbagliamento del vetro in specifiche condizioni di soleggiamento. Questi schermi, simili a ponteggi, tramite cavi e leve a vista, offrono una vera lezione sul funzionamento di questa struttura. Guardandoli, però, viene spontaneo chiedersi come farà a resistere nel tempo un’opera con così tante parti mobili lasciate a vista senza protezione. Durante la notte il BAS apre le finestre e consente

all’aria di raffrescare le strutture in calcestruzzo inoltre lo stessa sistema apre e chiude sezioni dello schermo d’acciaio, mettendo in mostra il curtain wall vetrato, controllando così la quantità di luce diretta che filtra. Scale aperte, illuminate da quattro giganteschi “light box” posti sulla facciata, collegano i vari piani dell’edifici offrendo la possibilità agli impiegati di scambi sociali, dal momento che gli ascensori si fermano solo ogni tre piani. I soffitti in cemento sono liberati dagli impianti che sono ospitati sotto i pavimenti galleggianti. Il profilo irregolare del tetto si presenta come un cappello sgualcito, mentre il grande foro, alto tre piani, che buca l’edificio (ma che sul lato a nord-est è rivestito da vetri), si presenta come un interessante un tettogiardino. Alcune di queste soluzioni sono state sperimentate nel Caltrans di Los Angeles, ma qui il risultato, cupo e minaccioso, è completamente diverso da quello ottenuto in questo edificio che, al contrario, è animato, giovanile, simpatico ma soprattutto interessante.

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SUGGESTIONI

Il dolce far niente di Massimo Gerardo Carrese

Il poeta e favolista francese Jean de La Fontaine aveva così concepito il proprio epitaffio: «Qui giace Jean, che se ne andò in punta di piedi com’era venuto. Ritenne non necessarie se non inutili le ricchezze, tanto che mangiò tutto, rendite e capitali. Volle fare buon uso del tempo: lo divise in due parti, e passò l’una a dormire e l’altra nel dolce far niente». (da Pierre Larousse)

Il dolce far niente è espressione ambigua per indicare l’inattività di una persona poiché ogni individuo valuta in modo soggettivo lo ‘stare in ozio’: un impiegato che torna a casa dal lavoro perde il proprio tempo guardando i programmi televisivi, il critico televisivo invece lavora su quei programmi ed elabora riflessioni sistematiche; un pensionato per oziare si dedica a lunghe passeggiate nel bosco, ma il bosco per il botanico rappresenta il luogo di studio e di ricerca; un paziente in una sala d’attesa perde tempo leggendo riviste mediche, ma il ricercatore su quelle riviste pubblica articoli di importanti scoperte scientifiche. Ogni persona ha proprie idee, opinioni, modi su come svagarsi e adotta a seconda dei contesti o degli ambienti in cui si trova soluzioni variabili per soddisfare al meglio questa sua voglia o necessità. E’ risaputo che, per perdere tempo, bisogna avere del tempo libero a disposizione o almeno essere benestanti quanto basta per non lavorare e godere così di lunghi momenti d’ozio finalizzati al divertimento e al riposo. Molti sono gli esempi della lingua italiana che alimentano con parole, suoni e immagini la nostra fantasia per indicare quel personaggio che, per un dato di fatto o per colpa di un pregiudizio, è chiamato sfaticato o sognatore. L’italiano offre una nutrita lista di parole create per descrivere la persona che non fa niente, così come dispone di svariati vocaboli per dire chi è attivo, e si sbizzarrisce a comporre termini formati perlopiù da suoni eccentrici, da espressioni e modi di dire originali, e talvolta crea significati nuovi da parole composte già esistenti, ad esempio ispirandosi a vocaboli coniati per nominare strumenti di cattura (acchiappamosche). In genere, la persona che spreca il proprio tempo

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senza concludere niente o che ama starsene in ozio è chiamata perdigiornata o perdigiorno, da ‘perdere’ e ‘giorno’ (in toscana è consigliato l’uso del termine svagolato, da svagarsi). Il suono stravagante del termine aggeggiare rappresenta chi perde tempo in cose futili, vocabolo che probabilmente ha ispirato la formazione della parola aggeggio ‘cosa da nulla, gingillo’, derivato forse dall’antico francese agiets ‘ninnoli’. Il ninnolo è il giocattolo, il trastullo, e ninnolare - intensivo di ninnare ‘cullare un bimbo cantando la ninnananna per farlo addormentare’ - significa perdere tempo inutilmente o in trastulli da ragazzi. Il composto attaccabottoni indica la persona che fa perdere tempo agli altri con discorsi noiosi, interminabili e spesso fastidiosi. Il senso figurato della parola ciondolare descrive chi ama stare in ozio o gironzolare oziando. Il ciondolone è il fannullone, la persona che va bighellonando. Il composto maggiociondolo, oltre ad essere il termine botanico usato per specificare la pianta del genere Laburno, chiarisce il senso figurato del verbo ciondolare: maggio è il mese in cui i fiori pendono, ciondolano e dunque dondolano. Dondolare, in senso figurato, indica lo stare senza far niente, insomma star bighelloni. E il detto Aspettar che venga maggio vuol dire ‘non fare quello che si dovrebbe, cioè perdere tempo’. Il verbo bighellonare e il sostantivo bighellone - da bigolone ‘grosso spaghetto ciondolante’ - rimandano all’individuo che girella senza scopo, che va a zonzo senza concludere nulla, che trova ogni pretesto per fare poco o niente. Le sue varianti sono badalone, battifiacca, flâneur (vocabolo francese entrato nel lessico italiano da flâner per gironzolare), gingillone, girandolone, girellone, michelaccio che familiar-


mente rappresenta un vagabondo, un bighellone per l’appunto, dal nome di persona Michele che si estende nelle locuzioni Fare il michelaccio, vita di Michelaccio (‘vita oziosa e spensierata’); L’arte, la vita di michelaccio cioè ‘mangiare, bere e andare a spasso’. Il fannullone è la persona pigra che non ha voglia di far niente, la cui caratteristica fannullaggine o fannulloneria s’incontra nelle parole brindellone ‘chi veste sciattamente più per poltroneria che per miseria’, lavativo ‘persona che non ha voglia di lavorare’, lazzarone ‘scherzosamente nel significato di poltrone’, mangiaguadagno nel significato di ‘chi vive alle spalle altrui senza lavorare o lavorando poco e svogliatamente’, nebulone, pappaceci, pelandrone, ribaldo (accezione arcaica: era detto ‘durante il Medioevo del soldato di umile condizioni, dedito alla rapina e al saccheggio o, anche, persona di infima condizione sociale dedita ad attività disoneste, a rubare, a imbrogliare’), scannaminestre (obsoleto: nella sfumatura di significato dello spregiativo millantatore, fanfarone), scioperato, perditempo, sfaccendato, sfaticato, e raramente vagabondo ‘chi non ha molta voglia di lavorare e ama bighellonare oziosamente’. Il senso figurato di gingillarsi indica perdere tempo in cose di poco conto, stesso significato che incontriamo nelle parole baloccare, donzellarsi, trastullarsi. Il dolce far niente prende forma anche nei vocaboli

giostrare ‘andare in giro inutilmente’, gironzare, cazzeggiare ‘essere inconcludente, perdere tempo’, cincischiare o incischiare (il cincischione è la ‘persona fannullona e inconcludente’), acchiappafarfalla ‘retino per catturare farfalle, ma anche chi perde il proprio tempo senza far niente’, acchiappamosche, acchiappanuvoli o chiappanuvole ‘persona inconcludente o che si perde in fantasticherie’. Varianti del ‘perder tempo’ si esprimono anche con i modi di dire, tra i tanti: metterla in musica, portare acqua con la salimbacca; fare storiare qualcuno; farsi le pippe; andare attorno o andare dattorno. Il dolce far niente, qui presentato solo in alcune delle tante forme possibili di cui la lingua italiana gode (si pensi alle varianti dialettali del perdigiorno, es. in alto casertano u ∫chiacciavasë, chi è seduto sulle panchine a oziare, o la locuzione vuttë e’ pret a ∫ciummë, gettar le pietre in acqua senza produrre alcunché), ci suggerisce una riflessione: anche quando non facciamo niente facciamo qualcosa, cioè pensiamo. In tal senso, la figura del perdigiorno in assoluto non esiste. E così il dolce far niente sembra essere solo una delle tante illusioni prodotte dalla nostra mente.

©2008 Massimo Gerardo Carrese. L’articolo “Il dolce far niente” è proprietà intellettuale di Massimo Gerardo Carrese. E’ vietata la riproduzione parziale o totale, in qualsiasi forma e modo, delle parti contenute in esso, previa comunicazione scritta all’autore. Ogni abuso sarà punito a norma di legge. www.fantasiologo.com

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Pippopimpante e gli ortinti segni di Massimo Gerardo Carrese Aiuta Pimpopimpante a decifrare le figure in basso.

Per ogni figura, anagramma le lettere e cerca la parola nascosta. La cifra tra parentesi indica il numero di lettere della parola da cercare. Le soluzioni sul prossimo numero….

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©2008 Massimo Gerardo Carrese. I giochi della rubrica ‘Giocosamente’ sono proprietà intellettuale di Massimo Gerardo Carrese. E’ vietata la riproduzione parziale o totale, in qualsiasi forma e modo, delle parti contenute in esso, previa comunicazione scritta all’autore. Ogni abuso sarà punito a norma di legge.

Soluzioni Molecole Panassurde “Le avvenuture di Pimpopimpante” apparse sul n. 12 – 2007 1. S-cultura 2. S-anta 3. D-una 4. C-anna 5. P-anno 6. P-elle 7. M-ira 8. C-acca 9. B-ramoso 10. S-foro 11. S- ballo 12. P-osso 13. D-estro 14. T-asso 15. F-reno 16. S-pezza 17. S-tazza 18. S- alone 19. A-more 20. O-pera 21. S-acro 22. S-arto 23. M-io 24. C-olla 25. G-ira

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InArte marzo 2008