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COINCIDENZE

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a cura di MARIO FRESA


Operant conditioning chamber, o scatola di Skinner, è un apparecchio da laboratorio ideato da Burrhus Skinner per lo studio del comportamento animale in situazioni di condizionamento controllato

© Edizioni L’Arca Felice, Salerno 2008 Proprietà artistica e letteraria riservata agli Autori e all’Editore Alla pagina quattro un pensiero visivo di Roberto Matarazzo


Giacomo Cerrai

Camera di condizionamento operante

con un pensiero visivo di Roberto Matarazzo

Edizioni L’Arca Felice


Giacomo Cerrai


C’è il senso di una continua e dolorosa propensione all’accoglimento dell’improvviso mutarsi e sfiorire degli eventi, in questa raccolta di Giacomo Cerrai, così pregna di interrogazioni sospese e di ombre sinuosamente ingannevoli. L’avvertimento di un vicino scivolamento verso un crepuscolo, verso l’aprirsi di una strada che indica l’interdizione e la confutazione di ogni speranza possibile conduce il poeta a tracciare un discorso dilaniato da una dolente ansietà che imprime alla lingua un ritmo sempre mosso e nervoso, dove la rilevazione di un male onnipresente sa pure trovare la forza di scorgere una paradossale dolcezza anche nella stessa disperazione (ad esempio allorquando s’intravedono lacrime che «allargano cerchi senz’eco / su quella stessa superficie, / come mine di profondità / pietose»). Una poesia tersa e pensosa, attraversata da un respiro che si esprime con il riflesso di vibrazioni intensamente drammatiche, già consapevoli dell’esperienza di una perdita irreparabile, il cui spettro si mostra dietro ogni passaggio, come un’interna e incancellabile ossessione. Vive, nei testi, il desiderio di porre infinite domande a qualcuno che è assente, o che ha lasciato il campo (o che si rivela una chimera, cioè l’estremo riverbero di un sogno mai realizzato). Perciò il tentato dialogo si ritrae in se stesso, mutandosi in un monologo affannoso, ove agisce una voce che sembra trovare inutili le stesse parole: e a tali persistenti e amorose invocazioni, rispondono sempre un assordante silenzio o il dissolversi di un’immagine; o la totale negazione di un esito. Il verso rincorre forme e pensieri che infine crudelmente si dileguano, lasciando all’interrogante l’afasia di una richiesta inascoltata, il cui sofferto rendiconto è prossimo alla spietata rivelazione di una realtà ostile e tormentosa («C’è una divinità che non ascolta, / spoglia gli alberi e il giorno, / spoglia la vita stessa. / Si nasconde in noi e non ci prega. / Se conti i secondi tra silenzio e ombra / capisci che lentamente si allontana». Ma si legga la stessa chiusa finale della raccolta: «La quiete è terreno incolto. / Si attraversa trattenendo il fiato / un deserto / che il vento delle promesse spazza…»). Cerrai è un poeta che tende saggiamente all’ascolto, a un’attenta e silenziosa perlustrazione dell’essere, di cui sa registrare anche le più remote e inavvertibili manifestazioni: v’è una tensione ininterrotta, nei suoi versi, che rende vibranti anche i brevi sussulti, le schegge frammentarie che investono la sempre desta attenzione di una voce poetica singolarmente ricettiva, sempre in bilico tra l’azzurra aspirazione a una felicità remota e il peso di un dolore sotterraneo e indicibile.

Mario Fresa


Temporale che si sfianca, oltre M. – …una prospettiva rovesciata, d’una trama a cui siamo comparse… la casa respira, gemendo le porte d’una pressione che abita le nostre stanze, uno sforzo sproporzionato al battito d’ali, al distanziarsi delle costole per quello stesso respiro che urta i denti e non suona ........ ........


Ritenevi tra le dita arricciata una pagina in una piccola spirale... “c’è qualcosa che incanta – dicendo – come se lo sguardo smarrisse inizio e fine”. Sospeso il dire quanto l’accomodarsi in file quiete i libri gli oggetti casalinghi in perimetri a lungo calpestati d’una scatola. Era – il fatto irrilevante – un vuoto difficile da colmare, la replica impossibile d’un gesto, quello stesso stridere di giunture era la nostra riluttanza ad inchinarci. Dimostravi un’essenza non vera, come la ricerca di un sollievo, come la vicenda d’un sillabario antico, unica azione e spazio la casa e il vento che girava foglie morte...


Il gelo portava un’assuefazione come il troppo sangue, ingrigito alla distanza in troppe - rapide - immagini. “c’è una violenza – sillabai - in svendita; forse approfittando...”, e in fondo l’oleosa quiete si muove in onde che non turbano gli angoli acuti della scatola, il sottofondo di fràfràfrà che non cessa mai. Sollevavi gli occhi – ricordo – da una liturgia assorta di giornali. Articolando, le parole precipitavano nella memoria breve d’un pomeriggio indistinto, appena profferite. Non sortii effetto alcuno, non fece sipario l’evocazione di un male deprezzato.


La metamorfosi della luce percorre i muri, sgranando ore e minuti più di quanto possa. C’era un vanesio fermarsi su imperfezioni delle cose o polvere di polvere, come se le cose si sgretolassero perché prive di messaggi, pur lasciando un’impronta sui rimpianti. C’è un elettrico irritarsi dell’ombra, nel rendere imperscrutabili gli sguardi, le offese silenziose o furtivi movimenti labiali: “la tua assenza, la tua assssenza” spinge ai denti il rimprovero, lo fa plausibile ai canini. L’io agisce, si alza, sbuffa, attraversa il proscenio d’un moto incontrollato, poi plana nel contegno d’uomo. Lei ride amara, premendo su tasti scuri.


L’incuranza era articolazione retorica dei fonemi, diffidenza di norme in ah e oh, i senni e i poi d’una piccola esigua società; indagavi cosa scegliere di questi capi di veniale accusa, il merito di sentirsi nel confronto meno reo. Questo grigio carico diventava grave alle spalle: t’occultavi in stanze richiedendo avvocature ai libri. Se la querela cresceva, come una spinta uguale e contraria, ritiravi la causa. Le carte ingiallivano, come la gran parte delle immagini. I rinvii erano ripiegare il desiderio, il prevalere del recente, un irritato oblio del bene più lontano.


Il crepuscolo incipiente sconsiglia perlustrazioni. Oltre opachi coni di luce, all’ascolto dei vetri il vibrare dell’ultimo tuono si china la testa. C’è una divinità che non ascolta, spoglia gli alberi e il giorno, spoglia la vita stessa. Si nasconde in noi e non ci prega. Se conti i secondi tra silenzio e ombra capisci che lentamente s’allontana. E’ la stessa decadenza della voce, un tetano che serra le mascelle, nulla che possa impedire, senza la quiete del dopo, il sorpassare d’una soglia. Sul tardi, il trattenersi d’un gesto blando ha la sua scrittura in inutili corsivi.


L’acume di che parli si spinge oltre le braccia incrociate in spazi indifendibili, oltre i nodi delle piante puntute, i confini proprietari dei giardini. Risponde per me il merlo beffeggiatore 1: fugge a innocui rumori, divaga, irride a falsi movimenti colti appena dalla fòvea gialla. L’acume, come un notturno metallico che trapassa il timpano, spinge ancora più lontano chi fugge, con il gorgoglìo acquoreo di chi affonda, le spalle voltando alla superficie. Il ferro delle parole non giunge, non giunge implorazione né blandizie. Lacrime allargano cerchi senz’eco su quella stessa superficie, come mine di profondità pietose. 1

W. Faulkner, La paga dei soldati: in realtà F., nelle sue magnifiche descrizioni d’ambiente, parla di un tordo beffeggiatore (Mimus polyglottus, engl: mockingbird) e non di un merlo


Il tempo trascorso non è enumerabile, l’oscurità non è giunta per lunghe filze di minuti o scatti di meccanismi occulti. Il buio accade, si prosciuga di lune come la bocca stessa, di suoni come disperdersi nel petto di qualche vibratile onda. Loro sono dune lunghissime sotto l’esaurirsi di tempeste, sotto il ridefinirsi, ai frangenti d’ombra, d’un altro giorno anonimo. C’è una natura, in loro in noi, che non permette esiti finali. C’è un’esecuzione incessante di maschere, una costante anomia del cuore. La quiete è terreno incolto, si attraversa trattenendo il fiato un deserto che il vento delle promesse spazza…

dicembre 2008 – febbraio 2009


Notizia biografica

Giacomo Cerrai è nato a S.Giuliano Terme (Pisa) nel 1949. Ha studiato a Pisa, dove abita e lavora, e dove si è laureato in Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea con Silvio Guarnieri, con una tesi sulla rivista letteraria fiorentina "Solaria". Ha pubblicato una piccola raccolta, "Imperfetta ellisse", prefazione di Cristiana Vettori, negli "Opuscoli di Primarno" della Accademia Casentinese di Lettere, Arti e Scienze. Ha collaborato in passato con un proprio testo bilingue a "Private", rivista di fotografia e scrittura, ed è uno degli autori del volume dedicato a Cesare Pavese "AA.VV. Cesare perduto nella pioggia" a cura di Massimo Canetta, Di Salvo Editore Napoli. E' presente nell'antologia "Vicino alle nubi sulla montagna crollata", a cura di Luca Ariano e Enrico Cerquiglini, Campanotto Editore, con il poemetto "Acqua" e sull'annuario n. 29 di Tellus. Ha pubblicato di recente il poemetto "Sinossi dei licheni", ebook presso Clepsydra Edition, e su Lulu.com una versione a stampa (scaricabile anche gratuitamente) de "La ragione di un metodo", silloge di testi risalenti agli anni '80-'90. Sue poesie sono presenti su vari siti web, tra cui una silloge di diciotto poesie appartenenti a periodi diversi, ospitata a cura di Francesco Marotta sul blog "La poesia e lo spirito".


Camera di condizionamento di Giacomo Cerrai tredicesimo volumetto della collana «Coincidenze», è stato impresso nel mese di giugno 2009. L’opera viene proposta da 1 a 199 esemplari agli amatori. Cento copie contengono, fuori testo, un pensiero visivo di Roberto Matarazzo Edizione di arte-poesia a cura dell’Associazione Culturale «L’Arca Felice» Direzione editoriale e artistica: Ida Borrasi Sede legale: via Medaglie d’Oro n. 38, 84132 Salerno; Direzione e Redazione: casella postale n. 232, Corso Garibaldi, 84100 Salerno centrale. Per consultare il catalogo delle pubblicazioni e per contatti: info@arcafelice.com www.arcafelice.com Questa è la copia numero__________ Versione digitale (epub) a cura dell’Autore – Maggio 2012

Camera di condizionamento operante  

versione pdf del poemetto edito da L'Arca Felice, Salerno 2008

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