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ANNO X NUMERO 64 APRILE 2012

L’Isola in un mare di fantasia di Mino Rossi Pazza idea di Roberto Gianani I nostri dieci anni Antonio Ghirelli di Mimmo Carratelli Julius Hans Spiegel di Maria Rispoli L’altopiano delle Murge di Alessandro Robles Il mestiere di marinaio di Raffaele Gargiulo Il signore delle stilografiche di Mimmo Carratelli Il cavallo di Platone di Nicola Dal Falco L’aurora boreale di Mino Rossi I giganti del Golfo di Giuseppe Farace Il ragazzo di Porto Venere di Francesca Pappacena Il sogno dei delfini di Mimmo Carratelli Mountain bike in Romagna Eolie in fotografia di Antonio Famularo Amici su un gommone di Antonio Cianniello

COMITATO D’ONORE Pina Amarelli Mengano, Carla Angeloni, Giuseppe Aquila, Roberto Aversa, Alessandro Bergonzoni, Anna Maria Boniello, Tonino Cacace, Alessandro Cecchi Paone, Antonio Cianniello, Franca Coin, Maurizio d’Albora, Pier Luigi de Caro, Tommaso Di Tommaso, Antonio Di Palma Castiglione, Michele Mantovani, Andrea Mingardi, Michele Moselli, Vittorio Paliotti, Giulio Pane, Carlo Pontecorvo, Ciro Sandomenico, Paolo Signorini, Giovanni Spinelli, Chicco Testa, Edoardo Vianello, Iva Zanicchi.

Reg. Tribunale di Napoli n. 25 del 28 / 02 / 03

Immagine di copertina: Gianni Riva

10 ANNI, l’ISOLA CHE C’È

www.lisolaweb.com

di Mimmo Carratelli

DISTRIBUZIONE GRATUITA

Brindiamo ai dieci anni del nostro giornale che apparve per la prima volta nell’aprile 2003. Un’avventura appassionante navigando con la fantasia sui 57 mari del mondo, raccogliendo racconti e reportage dalle isole e dalle coste, liberando sogni e collezionando avventure. 10 è un numero felice secondo un matematico indiano, è il numero di maglia di Maradona, è il nome di un asteroide e il titolo di un film. Che cosa succedeva nell’anno in cui le rotative sfornarono le prime copie del nostro mensile. La canzone di Alexia, la nave di Russel Crowe, i baci lesbici di Montecarlo, Sharon Stone a Sanremo, il decennale del Cavaliere, l’ultima partita di Michael Jordan. La spezzina bionda con parrucca nera cantava “forse è il colore sì di questi occhi tuoi”. Era Alexia, la vincitrice di Sanremo. Sullo schermo il neozelandese Russel Crowe, 39 anni, comandante di Sua Maestà britannica a bordo della “Surprise” inseguì fino a Capo Horn la nave corsara francese “Acheron” per affondarla. Le furiose onde degli oceani inondarono le sale cinematografiche. Aurelio De Laurentiis sfornò il nono cinepanettone: “Natale in India”. La Juve, in aprile, era in testa al campionato e vinse lo scudetto. Era la squadra di Marcello Lippi con Buffon, Ferrara, Nedved e Del Piero che giocava ancora a tempo pieno e fece 16 gol. Una siciliana di 18 anni, Francesca Chillemi, occhi marroni e capelli scuri, fu Miss Italia. A Sanya, in Cina, una scugnizza irlandese di 19 anni, Rosanna Davison, fu eletta Miss Mondo. Nacque la patente a punti. Sul palco dello Sporting Club di Montecarlo, fra una canzone e l’altra, si baciarono appassionatamente Madonna, la ballerina e cantante della Louisiana Britney Spears e l’ugola bionda di New York Christina Aguilera. Il peggio successe a Sanremo nelle serate del Festival quando apparve Sharon Stone in abito nero lungo e schiena scoperta. Correndo incontro a Pippo Baudo, gli gridò “buona sera, amore mio”. Era il 2003, bellezza. Berlusconi festeggiò dieci anni

dalla discesa in campo e cancellò il falso in bilancio, dette del “kapò” al socialdemocratico tedesco Martin Schulz in pieno parlamento europeo e alla Borsa di New York dichiarò che l’Italia è un ottimo paese dove investire perché ci sono tante belle segretarie. Napoli dette l’addio all’America’s Cup che venne assegnata a Valencia (Bagnoli morì sempre di più). Il Concorde smise di volare: raggiungeva New York da Parigi in 3 ore e 33 minuti. Michael Jordan, il più grande giocatore di pallacanestro di tutti i tempi, smise di giocare. Aveva 40 anni. E fu l’anno internazionale dell’acqua. Questo e altro fu il 2003 quando da una mente di fantasia e da un cuore colorato apparve “L’Isola”, questo giornale nato fra due bicchieri di whisky che s’incontrarono in un bar di via Orazio a Napoli. Dieci anni. Un numero magico il 10. Il numero di Maradona e Pelè, di Zico e Platini, di Baggio, Del Piero, Ronaldinho, Messi, Totti. Per Pitagora è il numero perfetto. E’ un numero felice, il numero di Harshad, così definito dal sanscrito “harsa” che significa grande gioia. Tutti i numeri “che danno 1” sono numeri felici ha detto il matematico indiano Dattatreya Ramachandra Kaprekar sviluppando un processo complicato. Il 12 per cento dei numeri sono felici sebbene non esista una dimostrazione di ciò, ma prendiamola per buona.

10 è anche il titolo di un film del 1979, una commedia sexy, che lanciò quello splendore di ragazza dell’Oklahoma che è la repubblicana d’America Bo Derek. Aveva 23 anni e fu una rivelazione per gli occhi del mondo. 10 è il numero atomico del Neon e quello di un asteroide (10 Hygiea, da Igea dea greca della salute, con un diametro di 400 chilometri). Dieci sono i comandamenti di Dio. Dieci sono gli anni che ha compiuto “L’Isola”. Un’avventura di sogni e di parole. Siamo nati sotto il segno dell’Ariete. Lo Zodiaco ci impone creatività e coraggio. Facciamo del nostro meglio. Pietra portafortuna è il corallo rosso. Ne abbiamo. Navighiamo felici sui 57 mari del mondo, spesso senza muoverci neanche da casa, affacciati sul golfo di Napoli. Abbiamo pazienza e Vele Bianche. Navighiamo informati. E non è che navigare necesse est, come diceva Plutarco aggiungendo et non est necesse vivere esortando i romani a imbarcarsi sulle navi da guerra. Navigare è vivere. L’Isola è la nostra roccia sulla quale costruiamo fantasie. Sorge su un mare di sentimento. I gabbiani ci guardano. L’orizzonte è rosa. Sogniamo sempre di andare oltre.


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Dieci anni di Isola e mare, centoventi mesi di navigazioni, porti, vele e luci di fari. Sono passati tremilaseicentocentocinquanta giorni da quando chiedemmo al vento di accompagnarci nella pazza idea di un giornale che parlasse di isole e costiere, fughe verso il sole, sogni ad ali aperte, marinai arsi di sale, taverne ebre di vino, amori di oggi, amori lontani, lenzuola stropicciate e sortilegi di cuore. Da allora abbiamo raccontato il mare e i suoi colori, “tutti quelli che ha”. Isole famose e piccoli borghi di pescatori affacciati su rive colme di luce e leggende. Abbiamo attraversato rotte vicine e lontane con curiosità e rispetto disegnando un’isola del desiderio tutta nostra per difenderci “dalle brutture degli inglesismi, dal grigiore dei giorni della noia e dalla malattia delle città”. Una piccola isola di giornalisti con il vizio di sognare, lettori appassionati e inserzionisti generosi. Pagine bagnate dalla schiuma di una risacca che, ancora oggi, un po’ sale e un po’ si ritrae, un po’ indugia, un po’ accelera facendo dondolare l’anima e i sentimenti, le passioni e le malinconie. C’era bisogno della solitudine di un mare aperto e senza fine e la voglia di un viaggio tra calette incontaminate e bellezze primitive. Insenature vergini e scogli affilati. C’era l’ardore di raccontare il mare di tutte le stagioni e di tutte le bandiere. A bordo dell’Isola giornalisti senza padroni, penne di valore con inquietudini mai spente, pescatori di sogni e di stelle. Una stiva piena di parole per raccontare le cose viste dal mare, viste da un’isola, viste soprattutto con il mare dentro. Il silenzio, l’onda, la tempesta, la deriva, la quiete, la riva. L’azzurro di un fondale e le fiamme di un tramonto rosso come vigna d’Aglianico, come la discesa del sole sul porticciolo di Cetara, come le labbra di Nanette sul corpo di Bibi il marinaio. Come l’edera che in autunno incendia i pergolati di Praiano, come ruga di lava. Abbiamo navigato lagune e bufere, acque verdi, rosa e nere per esorcizzare i guasti del tempo, la velocità sciagurata di un mondo che gira la schiena alla bellezza e corre incontro alla violenza delle ore. Abbiamo evitato “le cartoline già viste” e puntato lo sguardo lontano dal

turismo di massa e dalla pazza folla di internet e del web. Il vento ci ha portato l’odore della lavanda e del rosmarino, il giallo delle ginestre e il rosso del lentisco, il ricordo di Mario Soldati e le passioni clandestine di George Simenon. I giorni capresi di Goffredo Parise e le malinconie di Jacqueline Kennedy a Ravello, i capricci di Brigitte Bardot in Costa Azzurra e le corse sfrenate di Jean Louis Trintignant e Vittorio Gassmann sulla via Aurelia. Abbiamo navigato negli occhi di bouganvillea di Liz Taylor e nel wisky di Richard Burton, nel porto di Marsiglia e nei libri di Jean Claude Izzo, “nell’incanto di notti di glicine” alla Maddalena e nelle baie della Polinesia francese insieme alle canzoni di Jacques Brel. “Abbiamo cercato bussole di stelle ad indicare rotte ormai perdute”. Siamo stati vele bagnate di mare e penne di inchiostro ardente per raccontare luoghi antichi e storie poco conosciute, cercando di non essere banali. Nell’era delle mail e di face book, abbiamo voluto un giornale di carta da toccare e di idee che fanno a pugni con la noia dei giorni tutti uguali. Abbiamo volato con gli albatros, gli uccelli marini cari a Coleridge e a Baudelaire. Volevamo tempo dopo tanto tempo sprecato. Abbiamo apprezzato il gusto del silenzio nella piccola baia di Ginostra e la lentezza di una bottiglia di Frassitelli sotto gli scogli del Castello Aragonese, la compagnia di Wisky il cane di bordo e le pagine di un libro di Conrad. Abbiamo scritto di lune che bucano fazzoletti di nuvole e delle ciglia di peccato della marchesa Casati. Abbiamo inseguito la scia dei delfini e sogni di avventura in taverne di porti lontani. Il suono della chitarra di un artista squattrinato, la complicità di una abat-jour, donne di baci ardenti, il sapore del rhum e il caffè del risveglio. Pensieri, parole, fantasie, sentimenti. Un viaggio a piedi nudi con i jeans arrotolati alle caviglie e il sole che rotolava sul mare. Un viaggio d’amore sulle note scritte da Debussy ad Anacapri, dentro c’è la musica della vita e la voce delle conchiglie. Avevamo voglia di un giornale che parlasse di lettere e fari, di barche e pescatori, di amici e di osterie, di albe di sole e colori di smeraldo. Un

CON LE VELE NEL VENTO di Roberto Gianani giornale che raccontasse di letti d’amore e tavole apparecchiate, del profumo dei capperi, del rosso dei pomodori e di bucatini al sugo di coniglio. Di amicizia e strette di mano, dell’isola dei sogni e di baci di miele. Sono passati dieci anni. Il mare è ancora emozione, felicità, pericolo, tentazione, rischio, avventura. Le nostre rughe sono onde e le vogliamo navigare. Ci lasciamo prendere dal mare a braccia aperte. Un abbraccio dentro un soffio di vento. L’Isola è un modo per lasciare nel grigio delle città pezzi di noi che non ci piacciono. Bisogna tagliare gli ormeggi del quotidiano, bisogna rallentare la fretta della vita, bisogna andare dove porta il mare e non l’abitudine. Il mare è lento, anche noi dell’Isola cerchiamo lentezza. Siamo partiti per vedere la luna nuda, per ascoltare la risacca, per dondolarci nel silenzio di un cielo stellato. Navighiamo per vincere la paura di invecchiare, per trovare nuove speranze, per cantare la libertà. Luci intense negli occhi, luci sul mare di rive lontane. Dopo dieci anni di mare, l’Isola naviga con la meraviglia della prima volta, con l’emozione del primo appuntamento. Riflessi sull’acqua, auguri e brillii. C’è la vela di Paolo Signorini invitata alla festa e una piccola flotta di barche da pesca incantate e indolenti. L’equipaggio si affaccia e ringrazia. Ma queste cime alla banchina dei dieci anni non sono ancora l’approdo di una vita. Mimmo Carratelli allenta le vele, il viaggio dell’Isola continua.

Walzer di mare Questo cielo blu mi regala il risarcimento per un anno di pene ospedaliere e paure laceranti che mi avevano portato in abissi bui e sconosciuti. Ho vissuto per mesi dentro un’aria giallastra, un’atmosfera cupa con il sole bianco come le mie lenzuola. Ho sofferto ma sono guarito dalla leucemia. Questa luce è una canzone e mi balla negli occhi e nel cuore. Ricomincio da me dentro un walzer di vento e di mare. Ho fretta di ritornare me stesso. Tutto si ravviva. Ho fretta di rinascere e abbracciare la vita. Ho tinteggiato la casa di azzurro, Francesca mi ha riportato Panna, la cucciola di golden retriver. In loro compagnia navigherò sotto i tetti del cielo, sulle rotte del sole. Saranno le mie vele, i miei sogni, i miei approdi. Saranno canti di vento e libri di poesia, suono di chitarre e bicchieri di vino. Con loro brinderò al volo delle rondini della mia nuova primavera, ai volontari dell’AIL, al fiammeggiare del sole a Punta Carena, al suono del mare sulla scogliera, all’armonica di Tuan il marinaio. Cin – cin alle scarpe da tennis con le quali voglio camminare il mondo insieme a Francesca e al mio cane. Dentro le onde del mio cuore si agita il profumo di sentieri nuovi. Filippo

L’ISOLA Periodico di Capri e Anacapri, delle isole e delle costiere.

L’ingegnere Migliorino e il Marina d’Arechi Per uno spiacevole disguido, negli articoli sul Marina d’Arechi-Port Village pubblicati nel numero scorso, non abbiamo dato rilievo all’ingegnere Guglielmo Migliorino progettista della fantastica realizzazione come abbiamo invece riportato nella versione web de L’Isola. Ce ne scusiamo con l’interessato.

Anno X - Numero 63 - Marzo 2012 Registrazione Tribunale di Napoli n. 25 del 28/02/03 Vele Bianche Editori srl Piazza Matteotti, 7 - 80133 Napoli Direttore responsabile Roberto Gianani Coordinamento redazionale Mimmo Carratelli Pubbliche relazioni Patrizia Signorini Relazioni editoriali Valeria Serra Ufficio Stampa Maria Rispoli velebiancheeditori@libero.it Progetto Grafico Studio l’Albero_Cava de’ Tirreni

www.lisolaweb.com

collaboratori: Dora Celeste Amato, Giuseppe Aprea, Alessandro Bergonzoni, Anna Maria Boniello, Antonio Brundu, Tina Cacciaglia, Claudio Calveri, Francesco Canessa, Patrizia Carrano, Maria Gisella Catuogno, Alessandro Cecchi Paone, Ciro Cenatiempo, Ester Chica, Adriano Cisternino, Franca Coin, Marilù D’Auria, Nicola Dal Falco, Carlo D’Andrea, Giorgio De Flammineis, Aldo de Francesco, Adriano de Luna, Rosanna di Giaimo, Antonella Durazzo, Antonio Maria Fiorillo, Monica Florio, Anna Folli, Claudia Forlani, Pietro Gargano, Raffaele Gargiulo, Lia Giovanelli, Franco Iaccarino, Peppe Iannicelli, Rosario Iannuzzi, Laura Lilli, Teodoro Lorenzo, Nino Masiello, Andrea Mingardi, Carlo Missaglia, Sergio Moitre, Carlo Nicotera, Vittorio Paliotti, Benedetta Palmieri, Giulio Pane, Vito Pinto, Giuseppe Pompameo, Dario Reginelli, Renata Ricci Pisaturo, Maria Rispoli, Alessandro Robles, Raffaele Sandolo, Ciro Sandomenico, Mariella Scotto, Valeria Serra, Annamaria Siena Chianese, Antonino Siniscalchi, Gianni Siniscalchi, Clodomiro Tarsia, Chicco Testa, Piero Antonio Toma, Miki Trezzani, Giuseppe Ulivi, Leonardo Vanzi, Gino Verbena, Edoardo Vianello. L’Isola: via Soraveta, 2 - 80071 Anacapri (NA) - tel/fax. 081 8373587 - mobile: 336 86 10 27 e.mail: m.carratelli@virgilio.it - gianani@lalberocom.it - info@lalberocom.it Impaginazione lalberocom.it

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La riproduzione, anche parziale, dei testi è consentita citando la fonte (L’ISOLA).


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L’Isola in un mare di fantasia di Mino Rossi

L’avventura editoriale cominciata dieci anni fa da una “pazza idea” di Roberto Gianani tocca un traguardo prestigioso. Collaboratori romantici hanno reso possibile la realizzazione di un mensile fatto di passione e di sogni. Il giornale è l’approdo di racconti e reportage da tutte le isole e le coste del mondo. E l’avventura continua.

Diceva Totò: com’è passato il tempo. Dieci anni sono passati dal primo numero de “L’Isola”. Aprile 2003. Sembra ieri. Roberto Gianani, il manager mago della ceramica con l’eterno cuore di giornalista, penna di fantasia e sentimento, ebbe la “pazza idea” in un giorno di marzo, il mese adatto, il mese più pazzo dell’anno. Facciamo un giornale, liberiamo i nostri sogni, navighiamo felici su ali di carta. Facciamo un mensile di grande formato e chiamiamolo “L’Isola”. Un posto di arrivi e partenze in mezzo al mare dell’editoria. Verranno in molti sulla nostra Isola, disse. Appena

un mese dopo partì questa avventura di carta e di passione. Alessandra de Martino, architetto con la matita magica, disegnò un giornale di fascino. I collaboratori, come aveva previsto Gianani, si affollarono sulle banchine de “L’Isola”. Il nostro approdo era aperto a tutti. Marinai di penna e di computer arrivarono con il loro carico di immaginazione e parole. Le pagine presero forma. Si arricchirono, numero dopo numero, di nuovi viaggiatori di fantasia che sbarcarono su “L’Isola”. Accanto alla testata del giornale l’Orologio della Piazzetta e il Faro

di Punta Carena, i vessilli di Capri, l’isola per eccellenza. L’attrazione massima. Dalle isole italiane e del mondo arrivarono i primi dispacci di racconti, reportage, ricordi, fantasie. Le rotative della tipografia Guarino e Trezza cominciarono a girare vorticosamente, poi si sono aggiunte quelle della Grafica Metelliana di Cava de’ Tirreni. Peppe Senatore dello Studio grafico cavese “L’Albero” ci consegna le dritte di una impaginazione sontuosa. Roberto Gianani da un invisibile desk di coraggio e creatività dispensa i suoi ordini di master & commander.

Brindiamo ai dieci anni de “L’Isola”. Brindiamo a nuovi viaggi e avventure. La crisi è pesante e la crisi dell’editoria è forte. Sponsor romantici vengono in soccorso, conquistati dall’eleganza del mensile. “L’Isola” vuole essere un periodico di ottimismo, un cuore pulsante di piccole e grandi gioie. Di chi scrive, di chi legge. Il mare è mosso, le onde sono alte, il cielo si illumina di lampi minacciosi. “L’Isola” resiste. E’ il nostro orgoglio e la nostra passione. Orgogliosamente siamo andati sul web dove è possibile trovare tutti gli articoli di dieci

anni del giornale. Ci scrivono da tutto il mondo. Conquistiamo nuovi collaboratori. La “pazza idea” è riuscita. La casa editrice si chiama “Vele Bianche”, nata per ricordare una grande ragazza che non c’è più, stroncata nel fiore degli anni dalla leucemia. Si chiamava Luciana. Un nome luminoso per una donna luminosa. Ogni numero de “L’Isola” dedica uno piccolo spazio all’Ail, l’organizzazione italiana contro le leucemie-linfomi. Piccoli racconti di sofferenza, di vittorie e di sconfitte e, sempre, un messaggio di speranza.

PAZZA IDEA di Roberto Gianani L'Isola nasce da uno schizzo di mare. Il vento le disegna un profilo di donna imbronciata, capricciosa, a volte irraggiungibile, misteriosa. I guarracini le fanno compagnia in lucidi frac, un vecchio pescatore le sorride da sotto le rughe. Un nostalgico signore ozioso sbircia la prima di copertina e sorride incuriosito. Come bambini curiosi abbiamo fatto volare la fantasia e siamo partiti, a piedi nudi, su scogliere levigate dal mare con il sole negli occhi chiedendogli in regalo un aquilone. Pazza idea: un giornale, un'isola per cammini lontani da casa, da luoghi comuni e stupide vetrine. Un giornale per stampare i sogni, per staccare, per bloccare l'orologio sull'argine del tempo, per sentirci liberi di "frequentare l'anima" senza le scosse elettriche della routine di tutti giorni. Abbiamo portato a bordo occhi golosi e penne pronte a raccontare sognando approdi poco frequentati, il profumo di un vino nuovo, la carezza di una donna, cieli diversi, tramonti lontani, sapori sconosciuti.

Pazza idea; dire basta e andare via. Sì, partire come viaggiatori che cercano un rifugio, un'emozione, una poesia o solo pagine bianche per raccontare di isole e costiere, di equipaggi fracassoni o di uomini solitari alla ricerca di una cima che arrivi da lontano. L'Isola perché Capri è l'isola dell'amore, della storia, dei sogni. E' il gabbiano, è il volo che è dentro di noi. E' la piazzetta del mondo. E' il luogo di un mare difficile e di un monte scontroso come il Solaro. E' l'isola che, d'estate, si addormenta tardi e si sveglia stanca e indolente e d'inverno va a letto con le galline e si stropiccia al mattino nei colori dell'alba. Il giornale è un'isola per chi vuole navigare, fermarsi in banchina o gettare l'ancora in rada. L'approdo di qualche giorno o il porto di una vita. L'Isola parlerà di Capri e Anacapri e di tutte le isole e le costiere sbattute dal vento. Tra i collaboratori firme note e molte promesse con penna e cuore.

Sarà un giornale scritto con sentimento, curioso delle tradizioni, della cultura, del sociale. Avrà un'ironia sorridente ma senza contorsioni e, innanzitutto, sarà attento e rispettoso dei lettori. In un'epoca che ha trasformato emozioni e sogni in una marmellata da "Grande Fratello" cercheremo di evitare arlecchinate, banalità, melodrammi e tacchi a spillo. Il carattere dell'Isola sarà mediterraneo, il cuore quello della gente di mare, le logiche e lo stile editoriali rappresenteranno una casa editrice piccola ma con le idee chiare. Il giornale nasce così. Il "timone" seguirà la rotta dei marinai perché è tra le isole e lungo le coste che vogliamo navigare, pagina dopo pagina, scendendo alla radice degli uomini, delle cose e di un tempo che, sul mare, è capace di tenerezze dolcissime e solitudini tremende. La pazza idea è questa. Le presentazioni sono esaurite. Rimane il batticuore del primo appuntamento.


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I NOSTRI DIECI ANNI IN 1846 PAGINE Ripercorriamo, numero per numero, dalla prima uscita nell’aprile 2003, la storia di carta e di fantasia de “L’Isola” consultabile sul web (www.lisolaweb.com). Abbiamo pubblicato 1062 articoli di 262 autori. Vogliamo ricordarli tutti in questo elenco che comprende i sommari di 63 numeri. Storie, personaggi e avventure di mare, racconti da isole e coste, diari di bordo, viaggi e approdi, porti e paesi, una navigazione libera intorno al mondo. Numero 1 – Aprile 2003 I 130 anni della Piazzetta – Giuseppe Aprea Orologio Piazzetta – Antonella Durazzo Primo residente straniero a Capri – Mimmo Carratelli Massimo Ranieri – Wilma Martusciello Tiberio – Riccardo Pazzaglia Gianni Agnelli a Capri – Anna Maria Boniello Vele a Capri – Teo Mascia Ancim – Roberto Gianani Sorrento – Pietro Gargano Lettera dal Faro – Carlo Nicotera Alessandro Bergonzoni In riva al mare - Bruno Lauzi La storia del pescatore biondo – Francesco Signorini 36 campanili in mezzo al mare, Ancim – Roberto Gianani Sul bordo di Capri - Claudia Forlani Numero 2 – Maggio 2003 Casa Rossa Pinacoteca – Roberto Gianani Raccontino - Erri De Luca Selene D’Alessio – Roberto Gianani Monika Mann e Toni – Mimmo Carratelli Salotti di Caprile – Giulio Pane Grotta dello champagne a Capri – Petra Reski Antonella Puttini – Roberto Gianani Buzzanca e Taormina – Wilma Martusciello Orologi Anacapri – Mino Rossi AlMartino sax Anacapri – Roberto Gianani Mona Bismarck – Mimmo Carratelli Totò film a Capri – Raffaele Rivieccio Isola Montecristo – Antonella Durazzo Ischia e il Rancio – Pietro Gargano Ravello – Carmine D’Angelo Dio è napoletano – Bruno Lauzi Pinne e occhiali – Edoardo Vianello Poesia ad Anacapri – Ezio Vendrame Il compleanno del pescatore biondo – Francesco Signorini Lettera dal faro – Carlo Nicotera Alessandro Bergonzoni Numero 3 – Giugno 2003 Vacanze a Capri – Antonio Ghirelli I napoletani isolani in tre categorie – Maurizio d’Albora Lillino Ciccagliene – Giuseppe Aprea Fidapa Capri – Roberto Gianani Strade di Capri – Salvatore Borà Segreti della Grotta Azzurra – Raffaele Rivieccio Le stoffe di Ugo Cilento – Carmine D’Angelo L’eremo di Cetrella – Roberto Gianani Il pescatore di Positano racconta - Carmine D’Angelo La donna del Michigan a Positano Marisa Laureto – Wilma Martusciello Hemingway a Cuba – Mimmo Carratelli Lo scalatore di Taormina – Cino Restuccia Pittore Grotta Arsenale – Annarita di Pace L’Isola Tiberina – Edoardo Vianello Viaggio antico nel Tirreno – Giuseppe Ulivi Sant’Andrea di Gallipoli – Piero Antonio Toma Nureyev ai Galli – Pietro Gargano Isola Simi, Egeo – Adriano De Luna Il napoletano in cielo – Bruno Lauzi Lettera dal faro – Carlo Nicotera Alessandro Bergonzoni Cercasi isola familiare I nostri amici Numero 4 – Luglio 2003 Sorrento – Max Vajro Il pane di Axel Munte – Anna Maria Boniello

Maiuri e Carmelina – Giuseppe Aprea Stromboli: Ingrid e Rossellini – Mimmo Carratelli Vulcano e Anna Magnani – Raffaele Rivieccio Piano bar Caesar Augustus – Mimmo Carratelli I torresi e il corallo – Antonella Durazzo Edwin Cerio e il Rosaio – Gino Verbena Montanelli a Capri – Roberto Gianani L’atollo di Brando – Bob Reed Pizzaioli di Tramonti – Nino D’Antonio Montecarlo chiama Napoli – Mimmo Carratelli Così ho visto i Faraglioni – Alessandra de Martino La bussola di Amalfi – Pippo Dalla Vecchia G.B. Vico a Satolla – Clodomiro Tarsia Nantucket e Martha’s – Adriano De Luna Bindi ad Anacapri – Roberto Gianani Alessandro Bergonzoni Il reato in Italia – Bruno Lauzi Casinò a Capri – Mino Rossi Numero 5 – Agosto 2003 Estate con Marotta – Vittorio Paliotti La Piazzetta di Vincenzone – Roberto Gianani Estati hollywoodiane a Capri – Mimmo Carratelli Liz e Burton a Capri – Eddy Monetti Fiona Swarovski – Roberto Gianani La strada di Krupp – Giulio Pane La Canzone del Mare – Giuseppe Aprea Ciro Paone – Nino D’Antonio Settembrata Anacapri – Gino Verbena Fiordo Furore – Carmine d’Angelo Ventotene – Maria Clara Nitti Hotel San Pietro, Positano – Carmine d’Angelo Corsaro Eolie – Leandro Del Gaudio Venezia – Giannino Stringheta Sergio Endrigo – Bruno Lauzi Abbronzantissima a Sant’Angelo – Edoardo Vianello Calciatore a Napoli – Ezio Vendrame Alessandro Bergonzoni Rosaria Cuomo, la cinarra Numero 6 – Dicembre 2003 Natale a Capri – Vincenzo De Gregorio Christmas a New York – Selene D’Alessio Natale ’43 a Capri – Giuseppe Aprea Renato Carosone – Maurizio Carosone Film di Natale – Raffaele Rivieccio Peppe Ferrigno – Pietro Gargano Carla Della Corte – Caterina Ruggi d’Aragona Filastrocca Natale – Vittorio Paliotti Cometa di Amalfi – Carmine D’Angelo La luce di Alfano – Nino D’Antonio Guido Lembo – Roberto Gianani Contessa androgina a Capri – Mimmo Carratelli Gianni Minervini – Wilma Martusciello Ulisse – Alessandro Cecchi Paone Camillone di Ustica – Carmen Bonazza Il narratore dell’Isola del Giglio – Giuseppe Ulivi La magia della Corricella – Ezio Vendrame Alessandro Bergonzoni Pranzo della vigilia – Gianmaria Roberti Boungainville a Capri Numero 7 – Marzo 2004 Una bandiera per Capri – Laura Lilli Barca “L’Isola” – Mino Rossi Sabaudia – Chicco Testa L’Ancim chiede fondi – Catalina Schezzini Mare di Capri – Giuseppe Aprea Giuseppe Scarola – Pietro Gargano

La Capitana di Procida – Nino D’Antonio Sentiero Anacapri – Franca Coin I Virno – Roberto Gianani L’antologia delle isole – Mino Rossi Isola di Wight – Mimmo Carratelli Filicudi – Claudia Forlani Favignana – Antonella Durazzo Attilio Lembo pittore – Luisa Federico “Crociera totale” Bologna – Maura Nessi Lezzi e Rolandi ad Anacapri – Ermanno Corsi Succhivo – Ezio Vendrame Alessandro Bergonzoni Numero 8 – Aprile 2004 Lettera da Capri – Roberto Gianani Lady Mastella – Mino Rossi Rosina Ferrario, Anacapri – Giuseppe Aprea Riccardo d’Ambra – Mimmo Carratelli Pupetto Sirignano – Vittorio Paliotti I corsari dell’isola azzurra, “L’Isola” – Luca dei Griziotti L’uomo della Maddalena – Wilma Martusciello Lampedusa – Claudia Forlani Il porto di Napoli – Bianca D’Antonio Circolo Italia – Roberto Bianco Una vita da inviato – Roberto Gianani L’antologia delle isole – Mino Rossi Sul “Magia Quattro” di Signorini – Vincenzo Siniscalchi Pantelleria – Carlo Nicotera Isola di Pasqua – Mimmo Carratelli Stromboli – Maurizio Carosone “Il mare”, Roma – Giulio De Flammineis Approdi di bellezza - Mino Rossi Alessandro Bergonzoni Brussa – Ezio Vendrame Numero 9 – Maggio 2004 Il tempo delle vele a Capri – Mimmo Carratelli Tomahawk – Oreste Albanesi Costantino Federico – Mimmo Carratelli Franco Cerrotta – Mimmo Carratelli Le rotte di Neruda – Fiorella Taglialatela Il pianista di Anacapri, Longobardi – Gino Stampacchia Circolo Savoia – Roberto Bianco Mostri degli oceani/1 – Alessandro Cecchi Paone Peppino Di Capri – Pietro Gargano Snaidero – Mino Rossi Libro su “Don Alfonso”, Sant’Agata – Pina Amarelli Il fascino delle Eolie, le sette sorelle – Piero Antonio Toma L’antologia delle isole – Mino Rossi Saba, la regina delle Antille olandesi – Vincenzo Abate Sanremo cancella Napoli – Clodomiro Tarsia Isola Ferdinandea – Vittorio Paliotti Cenacolo Retel ad Anacapri – Antonella Basilico Pisaturo Alessandro Bergonzoni I totani del pescatore biondo – Francesco Signorini Numero 10 – Giugno 2004 Napoli al tempo di Neruda – Mimmo Carratelli Artisti a Villa San Michele – Vittorio Bernardini Neruda e Matilde a Capri – Giuseppe Aprea L’Arco della Fontelina – Marina Federico Vascotto volante, regate – Mino Rossi Circolo Nautico – Roberto Bianco Mostri degli oceani/2 – Alessandro Cecchi Paone Ciro Ferrara – Angelo Caroli Ustica – Aldo Messina Mozzarella al Messico – Carmen Bonazza L’antologia delle isole – Mino Rossi Parroco di Malfa, Eolie – Antonio Brundu

Cachemire, seta e cotone lavorati a mano

Un’arte antica sulle note di un telaio CAPRI - via Fuorlovado, 21 c - 80073 (NA) Negozio Tel. e fax 081 8375243 - Laboratorio Tel. 081 8345431 - info@farella.it - www.farella.it

collezioni made in Capri


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Ancim a Ponza – Giuseppe Ulivi Il settimanale di Antonio Scarfoglio – Roberto Marra “I calzini di Hegel” di Zap Mangusta Alessandro Bergonzoni L’isola infelice - Peppe Lanzetta

L’isola di Evelino Pidò – Angelo Caroli La spiaggia del Campese – Giuseppe Ulivi La voce e la chitarra – Pietro Gargano Una viaggiatrice di sogno – Carmen Bonazza Assunta e l’aliscafo – Cinzia Brancato

Numero 11 – Luglio 2004 La riviera romagnola – Alessandro Bergonzoni Le cipolle di Neruda – Giuseppe Aprea Giuliano Zincone – Roberto Gianani Capri e le canzoni – Clodomiro Tarsia Ischia e le canzoni – Vittorio Paliotti La lancetta marchigiana – Maura Nessi Pescatore di Stromboli con Rossellini – Antonio Brundu Furino e Ustica – Salvatore lo Presti Linosa – Sergio Moitre Il mare di Portici – Pietro Gargano Carthusia – Eva Lupin L’antologia delle isole – Mino Rossi Borgo dell’amicizia, Case Gialle – Claudia Forlani Mirna Doris – Pietro Gargano Le isole agli isolani – Giuseppe Tricoli Piscine Sardegna e Anacapri – Alessandro Cardito Il viaggio di Eva – Aldo Tosolini Il passerotto del Giglio – Giuseppe Ulivi

Numero 16 – Maggio 2005 Pronti a diventare Mascalzoni Latini – Mimmo Carratelli Il mondo è un’isola – Raffaele Rivieccio Un faraglione a ogni donna – Alessandro Cardito La casa di Malaparte – Angela Del Gaudio A Capri si parlava russo – Giuseppe Aprea Le passeggiate del professore – Roberto Gianani L’incanto di Valeria Corvino – Benedetta Palmieri Punta Tombo – Adriano Cisternino L’isolotto d’Isca – Nino Masiello Aurelio Fierro – Pietro Gargano Fucini ad Amalfi – Vittorio Paliotti Mar del Plata – Paolo Calcagno Il principe del tempo – Benedetta Palmieri La farfalla sulla scogliera d’Anacapri – Renato Esposito Dalle Eolie all’America – Antonio Brundu Il libro di Pironti – Mino Rossi Un’isola sospesa nel cielo – Angelo Caroli

Numero 12 – Agosto 2004 150 anni del porto d’Ischia – Ciro Cenatiempo Neruda, l’amante del mare – José Goni L’Angelo della Grotta Azzurra – Giuseppe Aprea Yourcenar, nozze capresi – Ciro Sandomenico Cacace, il Signore di Anacapri – Roberto Gianani E l’uomo creò i mostri / 3 – Alessandro Cecchi Paone Il Rinascimento di Forio nel nome di Maria – Nino Masiello La crociata del frate solitario di Anacapri – Gino Verbena Insula - Laura Lilli Asperula Stellina – Mimmo Carratelli Le Piccole Antille – Angelo Caroli Carlo Missaglia – Pietro Gargano La Rari Nantes – Roberto Bianco L’antologia delle isole – Mino Rossi Il porto di Ginostra – Claudia Forlani Libreria Guida al Vomero I collages di Laura Lilli Alessandro Bergonzoni Numero 13 – Dicembre 2004 Pulcinella balla a Venezia – Franca Coin Una stella di nome Rita – Roberto Gianani Madame Cavolfiore e Mister Ravanello a Capri – Giuseppe Aprea Punta Campanella – Vittorio Paliotti L’arco di Santarcangelo – Cristina Gambini C’è Pulcinella a Venezia – Nino Martelli Matrimoni delle straniere a Capri – Vittorio Paliotti L’inverno a Pantelleria – Carlo Nicotera Marsala che guarda le isole – Angelo Caroli Africa – Laura Lilli Vittorio De Sica – Pietro Gargano Il pittore Gino Coppa di Forio – Nino Masiello Il lago Titicaca – Alessandra de Martino Alessandro Magno / 1 – Alessandro Cecchi Paone L’arcipelago di Nola – Mimmo Carratelli Alessandro Bergonzoni L’eremita di Santo Stefano – Paolo Cutolo I progressi dell’Ancim – Giuseppe Ulivi Numero 14 – Marzo 2005 Le isole dei bambini – Benedetta Palmieri Le 12 sindromi capresi – Renato Esposito La trattoria di Costantina – Giuseppe Aprea L’angelo biondo della Colombaia – Nino Masiello Su uno sloop a Mykonos – Sergio Moitre Piccola Roccia va per mare – Mimmo Carratelli Diario di bordo – Wilma Martusciello La leggenda di Alessandro / 2 – Alessandro Cecchi Paone L’isola diventa spugna – Gaetano Vespoli Ho visto un re – Caterina Baffigi Ulivi Il gossip della regina Giovanna – Vittorio Paliotti L’architetto della Versilia – Carmen Bonazza Inseguendo l’isola di Napoleone – Clara Caroli L’elbano del Rio delle Amazzoni – Margherita Mellini L’isola in fondo al viale – Maurizio Carosone La donna di Panarea – Claudia Forlani Fuga da Capri – Caterina Ruggi d’Aragona Il tempo dei vaporetti – Nellino Cilento Dolce vita a Castellammare – Cinzia Brancato Numero 15 – Aprile 2005 Svegliatevi bambini – Mimmo Carratelli Wojtyla a Ischia – Roberto Sereni L’esilio di Lucilla a Capri – Giuseppe Aprea La bellezza delle elbane – Mimmo Carratelli Viaggiare in etichetta – Luciano Garofano Visioni d’acqua – Paolo Calcagno Roger Rabbit mai a Ischia – Ciro Cenatiempo Alessandro Magno, un film – Alessandro Cecchi Paone Polignano a Mare – Nino Masiello Alang, cimitero delle navi – Claudio Calveri Desiderio di silenzio – Andrea Mingardi

Numero 17 – Giugno 2005 La televisione e l’ultima isola – Mimmo Carratelli Tropici a Berlino – John Nicholson C’erano una volta a Capri – Salvatore Cosentino Maiuri a Tiberio – Vittorio Paliotti Simenon all’Elba – Maria Gisella Catuogno Le pietre di Stromboli – Maria Rosaria Cafiero Il professore della Lobra – Carlo Franco Quando la ceramica diventa canzone – Mino Rossi L’ambra e il corallo – Benedetta Palmieri La fine del mondo – Adriano Cisternino L’Italia in Giappone – Daniele Trosino L’isola di Pironti – Rosario Iannuzzi Celeste e i colori di Capri – Maria Pina Sacco Louise Salomè – Alessandro Cecchi Paone Josephine Baker a Istanbul – Claudia Forlani Leonardo segreto a Capodimonte – Paolo Calcagno L’Angelo di Messina – Antonio Brundu Numero 18 – Luglio 2005 Casomai si va in Dubai – Mino Rossi L’assalto ad Anacapri – Gino Verbena Da Capri all’Elba – Maria Gisella Catuogno Le mie dodici Capri – Gianluigi Di Franco L’isola invisibile – Claudio Calveri La Maddalena e Volontè – Alessandra Deleuchi I ragazzi di Ischia a caccia – Ciro Cenatiempo Asolo – Franca Coin Il pittore delle isole – Vittorio Paliotti Cento di questi anni – Simona d’Albora La riviera romagnola anni ’60 – Andrea Mingardi Il soldato Gargiulo – Nino Masiello Al mare con Fido – Paola Di Pace e Alessandra Maltese Libro di Silvana Giusto La scommessa di Houdini – Alessandro Cecchi Paone Numero 19 – Agosto 2005 L’imperatore di Capri – Mimmo Carratelli La villa sottomarina di Posillipo – Luigi Nicolò Il cronista di Anacapri – Gino Verbena Misteri italici – Sergio Moitre La sfida del Giglio – Giuseppe Ulivi La trattoria di Meino – Caterina Baffigi Ulivi Relitti e sirene – Claudio Calveri Miti e superstizioni di mare – Carlo Aricò L’archeologo subacqueo – Pietro Gargano Una vita in jeans – Roberto Gianani Vecchio e nuovo Egitto – Angelo Caroli L’isola del blues – Benedetta Palmieri Piazza Mercato – Rosario Iannuzzi Marinetti al Cavo – Maria Gisella Catuogno Leni Riefensthal – Alessandro Cecchi Paone Numero 20 – Dicembre 2005 Vele a Trapani – Mimmo Carratelli Il mare degli scrittori – Claudio Calveri Capri e Mussolini – Ciro Sandomenico Passeggiate capresi della Sonnentag – Mino Rossi Lady Liquirizia – Mimmo Carratelli Colette ad Anacapri – Pietro Gargano La guida di Sorrento – Luca Pane Il sogno di Eleonora – Claudia Forlani Gallipoli – Angelo Caroli Il commenda di Ischia – Monica Florio L’estate al Giglio – Giuseppe Ulivi La spiaggia del Cavo – Maria Gisella Catuogno Goletta Verde – Giovanni Valentini Le 91 candeline della nonna dell’Elba – Raffaele Sandolo Numero 21 – Marzo 2006 Marzo, il mese delle donne – Mimmo Carratelli La leggenda di Straulino - Mino Rossi La Canzone del Mare - Salvatore Cosentino Palinuro uccide Palinuro - Vittorio Paliotti

Le torri del vento di Bastakia - Daniele Morelli Quando Nisida era un’isola - Atanasio Mozzillo L’incredibile traversata atlantica - Claudio Calveri Un’estate in Dalmazia - Maurizio Carosone Le crèpes napoletane di Grace - Pietro Gargano L’angelo di Montecristo - Raffaele Sandolo Storia di una casa a Maiorca - Carlo Cocozza di Montanara La cavalletta Gaia - Federica Aratari La rivolta dei pesci - Paolo Calcagno Amalfitani a Salina - Antonio Brundu Il Faro dell’Asinara - Maria Rita Massidda La spiaggia di Rio Marina - Francesco Bosi e Maria Gisella Catuogno Numero 22 – Aprile 2006 La goletta del bambino piemontese – Mimmo Carratelli Quei vaporetti della Span - Alma Siracusa, Ermanno Vuotto L’alloro magico di Virgilio - Claudio Calveri La colomba di Cuma - Stefano Scamardella Il muretto di Marina di Campo - Raffaele Sandolo Chiaia di Luna - Angelo Caroli Le principesse del mare - Maura Nessi Il narratore di Stromboli - Marco Pellegrini La musica del mare – Anna Maria Liberatore Sabini Sei uomini in barca - Mimmo Carratelli Lettera da San Pietroburgo - Wilma Martusciello Quella sfida a Parigi - Nino Masiello Le ville di Posillipo - Adriano De Luna Il segreto dei Templari - Alessandro Cecchi Paone L’officina delle navi nel porto di Napoli Numero 23 – Maggio 2006 E’ sorta a Valencia la Luna Nera – Mimmo Carratelli Verdiana mon amour - Mino Rossi Michelangelo, l’asino di Capri - Salvatore Cosentino Il golfo di Salerno - Sergio Moitre La roccia dei pirati - Francesca Giacché Barche a Montecristo - Raffaele Sandolo Isole minori alla riscossa - Claudio Calveri Il Granatello di Portici - Francesco Marolda L’isola dei passeri - Giovannella Bruno di Belmonte Marina di Ascea - Vittorio Paliotti Il mare di Silvia - Paolo Calcagno Nostalgia di Paxos - Angelo Caroli L’avamposto irlandese - Rosario Iannuzzi Un bastimento di calciatori - Luigi Nicolò Un barbiere di qualità - Nino Masiello Il segreto di Einstein - Alessandro Cecchi Paone Numero 24 – giugno 2006 Un romanzo per l’estate – Mimmo Carratelli Laetitia Cerio – Marta Saraceno Il Passetiello – Gino Verbena Le due Carmeline di Capri – Adelaide Anastasio Ruotolo La Sibilla di Cuma – Vittorio Paliotti C’era una volta a Positano – John Steinbeck Un palazzo a Venezia – Franca Coin Il bacio di Estrella Azul – Mimmo Carratelli L’isolotto di Ellis – Claudio Calveri Pescatori a Marina di Campo – Raffaele Sandolo I bambini del Mar Rosso – Michela di Liddo Valentini Le isole di Colombo – Benedetta Palmieri L’omosessualità nel Ventennio – Alessandro Cecchi Paone Quant’è bella Torino – Patrizia Durante La bambina e il mare – Maria Gisella Catuogno Numero 25 – luglio 2006 Omaggio ai pallonisti di Capri – Giuseppe Aprea Il free climbing a Capri – Salvatore Cosentino Quel poeta maledetto dalla Bretagna a Capri – Giuseppe Aprea Le case di Procida – Vittorio Paliotti C’era una volta il Paradiso – Gino Verbena Il circumnavigatore delle isole – Claudio Calveri Il ceramista gentiluomo – Roberto Gianani Il meeting Cevi ad Anacapri – Ruben Rosa Formia al tempo dei vip – Lina Greco Pino De Maio, il terrore dei cefali – Mino Rossi Il lungomare delle ragazze blu – Mimmo Carratelli Tra Scilla e Cariddi – Maria Froncillo Nicosia Libri e menù – Wilma Martusciello La barca di Hemingway – Benedetta Palmieri Le anime belle di Gordon Square – Alessandro Cecchi Paone Numero 26 – agosto 2006 Isole minori principesse del mare – Giuseppe Ulivi Le città di mare – Rosario Iannuzzi La più bella storia d’amore all’Hotel Bellevue – Giuseppe Aprea Ci vediamo al Bar Caiolo – Mimmo Carratelli La pazza avventura da Roccaraso a Procida – Ugo Giordano La felice scoperta di Castellorizo – Laura Sansoni Viaggio alla marina di Novaglie – Ester Chica La Parisienne in Piazzetta – Benedetta Palmieri La leggenda nera di George’s Island – Claudio Calveri Ritorno a Ponza – Raffaele Sandolo Appuntamento a Palmaria – Roberto Bianco La bisnonna Desolina – Iva Zanicchi L’erba dello stadio San Paolo – Pietro Gargano Dal fiume al mare – Dorina Dato Linneo, uno svedese ad Anacapri – GianfrancoLenzi


ANNO X NUMERO 64 APRILE 2012

6 Numero 27- dicembre 2006 La Cina è più vicina – Mimmo Carratelli Il mistero di Stromboli - Benedetta Palmieri Le piratasse dei Carabi - Giuseppe Aprea Il rilancio di Lacco Ameno - Marko Nota Le 5 scoperte di Positano - Vittorio Paliotti La collina di Cetrella - Gino Verbena Le torri luminose del mare - Marko Nota Il ragazzo del Bar Caiolo - Mimmo Carratelli Viaggio all’Avana - Marco Reginelli Cartolina dalla Corsica - Ester Chica Sulla rotta dei delfini - a cura del Centro ricerca cetacei Lo chansonnier gentiluomo - Roberto Gianani Salviamo Pianosa - Maria Gisella Catuogno Capresi di Sicilia - Vincenzo Simeoli Il tempo dei chiattilli - Giosi Campanino Numero 28 – Marzo 2007 Navigare necesse est. Su Internet – Mimmo Carratelli Valencia a vele spiegate – Mino Rossi Pescatori a Montecristo – Raffaele Sandolo L’uomo che divenne scrittore del mare – Valeria Serra L’isola di Stevenson – Anna Folli La vita sull’isola di Ons – Francesca Romaldo C’è un vuoto a Gradola – Gino Verbena Ponza in terra d’Africa – Giuseppe Tricoli Le isole Kerkennah – Anna Folli Un viaggio da Aversa a Capri – Sebastiano Saglimbeni Il guardiano del faro – Giuseppe Pompameo Massalubrense – Alessio Fanuzzi Ricchezza e miseria di Caracas – Marco Ottaiano Un mondo tutto blu – Marilù d’Auria Santuario all’Elba – Maria Gisella Catuogno Difendiamo la Terra – Alessandro Cecchi Paone Numero 29 – Aprile 2007 Da Capri alla Coppa America – Mimmo Carratelli Il postino delle isole – Valeria Serra Il museo di Sorrento – Vittorio Paliotti Il cappellano di Procida – Francesca Romaldo La pesca a Montecristo – Raffaele Sandolo Cetrella d’inverno – Gino Verbena Cadaqués – Anna Folli La ragazza del faro – Claudio Calveri La tana dei pirati bretoni – Anna Folli Il muro d’acqua – Alessandro Cecchi Paone L’ombra del leopardo – Mino Rossi Il santuario marino – Claudio Calveri L’angelo di Pukhet – Gloria Peria Il mare di Caterina – Maria Gisella Catuogno I gelati capresi del sultano – Giovannella Bruno di Belmonte L’australiano delle Eolie – Antonio Brundu Numero 30 – Maggio 2007 Tre secoli di canzoni capresi – Renato de Falco La gondoliera di Amburgo - Buc Kurtsenberger I ragni del Gargano - Mimmo Carratelli Il porto di Venere – Sandro Tesoro La regina di Palermo – Valeria Serra Una vita alla fine del mondo – Anna Folli Leggende di Montecristo – Raffaele Sandolo Il mestiere di scrivere – Valeria Serra Il Mediterraneo del Solimano – Patrizia Carrano Le navi della mia vita – Maria Gisella Catuogno L’occhio che racconta l’acqua – Michele Pontecorvo La casa napoletana dell’arte – Benedetta Palmieri La moglie caprese del pirata – Mino Rossi Il sogno di Nina – Ester Chica La voce di Capri Il pilota dell’aereo pirata – Giuseppe Pompameo Numero 31 – Giugno 2007 Anacapri, la forza del coraggio – Valeria Serra L’archivio del mare - Valeria Serra Il mito di Capri – Patrizia Carrano Il mio sogno per Caprera - Giuseppe Garibaldi Il prigioniero di Porto Azzurro - Giuseppe Pompameo Cartoline da Porto Venere - Sandro Tesoro Il pino di Napoli - Vittorio Paliotti Le letture dell’estate – Valeria Serra, Anna Folli Il Bagno Elena - Aldo De Francesco Sant’Angelo d’Ischia – Anna Folli Il combattente di Rio Marina - Maria Gisella Catuogno Muri e foglie di Capri - Mino Rossi Ritorno a Cetara - Francesca Romaldo La Circe napoletana – Mimmo Carratelli Il Meeting Cevi Numero 32 – Luglio 2007 Il trionfo di Valencia – Mino Rossi Un treno chiamato Capri – Francesco Canessa L’anello di Alfonso Gatto – Sebastiano Saglimbeni Le sirene non sono belle – Nicola Dal Falco Conca dei Marini – Vittorio Paliotti Le campane di Lacco Ameno – Francesca Romaldo Curzio Malaparte – Marilù d’Auria Meeting Cevi ad Anacapri Maratea – Vittorio Paliotti L’isola di Marlon – Valeria Serra Dall’Uruguay all’Italia – Benedetta Palmieri Palmaria – Sandro Tesoro L’uomo che divenne pesce – Giuseppe Pompameo Graziella eoliana – Antonio Brundu Lettera estiva – Luigi Pingitore Numero 33 – Agosto 2007 Le 5 vele del Cilento – Mino Rossi A cena con la luna – Mimmo Carratelli La Scuola di Capri – Francesco Canessa

Le Boffe – Gino Verbena La Colombaia – Anna Folli Quelli del Victory – Giuseppe Pompameo In cargo a Rimatara – Valeria Serra Un uomo di Pantelleria – Nicola Dal Falco Edith e Marcel Cerdan – Pietro Gargano Fotografo Ischia – Anna Folli Il cuore felice di Lud – Carlo Nicotera Alfano – Valeria Serra Il marinaio di campagna – Francesco De Luca L’estate della “Rossellina” – Mariella Scotto Fuga a Procida – Valerio Lucarelli Convegno Palmaria Numero 34 – Dicembre 2007 Una bandiera napoletana al Polo Sud – Mimmo Carratelli In viaggio con L’Isola – Peppe Iannicelli La bianca signora di Cesina – Giuseppe Aprea Gli sbuffi di Stromboli – Adriano Cisternino La Costiera delle sorprese – Vittorio Paliotti Approdo a Procida – Maurizio Partenope Paranal, l’isola di pietra – Leonardo Vanzi Un mandolino disteso sul mare – Vittorio Paliotti Il leggendario comandante di Ponza – Giuseppe Tricoli Sessantamila chilometri in bici – Giuseppe Ulivi Sul Pellicano di Menico – Mimmo Carratelli Un giardino in mezzo al mare – Maria Pia Cunico e Paola Muscari Il Museo di Lipari – Antonio Brundu Il bazar di Portofino – Maria Gisella Catuogno Che cosa ci faccio a Procida – Luigi Pingitore Numero 35 – Marzo 2008 Il gemello nolano del Vesuvio – Mimmo Carratelli L’isola di spazzatura - Rosario Iannuzzi L’altra Sicilia - Anna Folli L’ultima estate di Krakatoa - Giuseppe Pompameo Velia, porto di filosofi - Vittorio Paliotti L’incanto di Astapiana - Antonio Maria Fiorillo Belle Epoque e pallone - Mimmo Carratelli L’eco musicale di Anacapri - Gino Verbena L’isola rotonda - Miki Trezzani Alla scoperta di Marsiglia - Valeria Serra In viaggio con Enea - Nicola Dal Falco Un golfo incantato all’Elba - Raffaele Sandolo Il profumo dei libri - Alessandro Olschki A bordo del “Don Pedros” - Peppe Iannicelli Omaggio a Renè Favoloso - Antonio Brundu Numero 36 – Aprile 2008 La Cina è vicinissima – Mimmo Carratelli Un matrimonio caprese - Benedetta Palmieri Irlanda, tutto un film - Patrizia Carrano I portici di Cava - Gino Verbena La città sommersa - Giorgio De Flammineis La donna mito di Forio - Nino Masiello A Maracaibo per Jolanda - Mino Rossi Piccolo mondo antico - Raffaele Sandolo Gli orologi da torre - Caterina Ruggi d’Aragona Il piatto di Anna Magnani - Vito Pinto L’uomo buono di Filicudi - Antonio Brundu L’omino di Genova - Pietro Gargano Una notte con i Tuaregh - Carlo Nicotera Il vecchio e il fiume - Tommaso Chimenti Il cecchino delle stelle - Giuseppe Pompameo La culla degli uomini - Tina Cacciaglia Una flotta di Mascalzoni - Peppe Iannicelli Numero 37 – Maggio 2008 La balena di Montecarlo - Bob Reed I transatlantici - Valeria Serra Il treno azzurro - Mino Rossi Una terrazza sul mare - Vittorio Paliotti La Malibù italiana - Patrizia Carrano Quel bar di Forio - Nino Masiello La dieta mediterranea - Clodomiro Tarsia Fantasmi a Capri - Monica Florio Diario di bordo - Tina Cacciaglia La cartolina di Napoli - Pietro Gargano La guerra all’Elba - Maria Gisella Catuogno Vacanze a Procida - Mariella Scotto L’aereo di Khaled - Giuseppe Pompameo La bacchetta dell’archeologo - Nicola Dal Falco Mare e cultura - Sandro Tesoro Numero 38 – Giugno 2008 E la chiamano estate – Mimmo Carratelli Ischia, film e musica - Peppe Iannicelli Le sciantose a Napoli - Pietro Gargano Le Tavole amalfitane - Vito Pinto Torna il Bucintoro - Patrizia Carrano La Carta di Montecristo - Sandro Tesoro Viaggio a Itaca - Mimmo Carratelli Un veneto in Brasile - Anna Folli Arturo Achab - Mino Rossi L’Atene dell’Adriatico - Vito Pinto L’Isola del Tesoro - Bob Reed Il Serapeo di Pozzuoli - Vittorio Paliotti Il prigioniero di Ponza - Settimia Cicinnati L’Elba anni Trenta - Maria Gisella Catuogno La bottiglia blu - Giuseppe Pompameo I ricordi di Capri - Maura Nessi Numero 39 – Luglio 2008 I pirati son tornati – Bob Reed Tiberio riappare a Capri - Vittorio Paliotti Discesa a mare - Gino Verbena Le bandiere di Sorrento - Antonino Siniscalchi La fiaccola e i trucchi - Mimmo Carratelli La strage delle balene – Valeria Serra

La tavola degli dei – Roberto Gianani Le 33 stelle della Sardegna - Maura Nessi Il Festival del Gusto – Giuseppe De Girolamo Lettere da Capri – Mimmo Carratelli Vele bianche Alla scoperta della Libia – Adriano Cisternino Il comandante Vanderdecker - Mino Rossi L’isola del blues – Miki Trezzani L’artista del mare caprese – Federica Mussoni Numero 40 – Agosto 2008 Dieci anni di Billionaire – Barbara Style La presa di Capri - Mimmo Carratelli L’isola azzurra e i pittori - Gino Verbena Marina Grande – Rosanna Di Giaimo Amalfi, capitale dei pigmei – Vito Pinto Gianluigi Aponte - Gianni Siniscalchi Le frecce del golfo - Nino Masiello Isole dalmate - Nicola Dal Falco Il mare a Milano – Mimmo Carratelli I quattro moschettieri – Mino Rossi Peppino di Capri – Carlo Missaglia Un giorno sul Nautilus - Mino Rossi I viaggi di Napoli Canale 21 Le città di mare – Peppe Iannicelli Il Premio Lauzi – Roberto Gianani Numero 41 – Dicembre 2008 Tempi duri per Babbo Natale – Mino Rossi Il pittore e le due isole - Giuseppe Aprea La casa caprese dell’inviato - Lavinia Daolio Premio Bruno Lauzi – Roberto Bianco La voce di Radio Horn - Giuseppe Pompameo Hemingway e il mare - Vittorio Paliotti L’arcipelago di Stoccolma - Flaminia Pizzi La perla della Toscana - Anna Folli Il mare di sabbia - Nicola Dal Falco La bagnina di Brighton - Mino Rossi Estate al Giglio - Giuseppe Ulivi Bluduemila La campionessa di Riva Fiorita - Sandra Valle Le mie nove Olimpiadi - Carlo Rolandi Le storie del clown - Matteo Abbate Babbo Natale viene dal mare - Mariella Scotto Numero 42 – Marzo 2009 Il presidente e il mare – Selene D’Alessio Invito al tango - Rosanna Di Giaimo Onore al dio Nettuno - Carlo Missaglia Gli anni del Number Two - Salvatore Argenziano Il faro di Anacapri - Gino Verbena Il fiordo di Furore - Vittorio Paliotti I cefali di Pantelleria - Nicola Dal Falco Il paese di Quasimodo - Alessandra Ottieri Uno scultore sfortunato - Maria Gisella Catuogno Cala di Forno - Sandra Valle Marina di Puolo – Antonio Maria Fiorillo Pasqua, le origini pagane - Maria Gisella Catuogno L’irresistibile lady Hamilton - Mino Rossi La luna rossa - Ernesto Grassi Il maestro di Gor’kij – Vincenzo Simeoli L’Isola all’Emeroteca Tucci – Mino Rossi Numero 43 – Aprile 2009 La Campania a Parigi – Mino Rossi “L’Isola” su France 3 Il “Tinello” di Peppino – Marco Milano Il Rinascimento di Ischia - Nino Masiello Wagner a Ravello – Vito Pinto Le donne di Atrani - Tina Cacciaglia Rione Terra – Susanna Crispino Venti anni di bellezza – Mino Rossi Il nocchiero di Anacapri – Cristina Cantoni La locanda di Mirleft - Nicola Dal Falco Un caprese a New York – Salvatore Di Fede Conca dei Marini – Maria Rispoli La Carovana di Campo - Raffaele Sandolo L’uomo di Kirkwall - Giuseppe Pompameo Il cacciatore di Vivara – Mariella Scotto La fine del mondo - Mino Rossi Numero 44 – Maggio 2009 Cent’anni di Lysistrata – Mimmo Carratelli Da Parigi con amore – Carmen Bonazza Sorrento sotterranea – Vittorio Paliotti La costa d’Amalfi – Maria Rispoli La bagnante di Renoir – Giuseppe Aprea La carta d’Amalfi – Vito Pinto Il Magazzino dei pescatori – Raffaele Sandolo Palazzo Donn’Anna – Sandro Castronuovo Il bambino di Scario – Aldo de Francesco La fiaba di Cabrera – Giuseppe Pompameo Acireale – Sandra Valle Cadice – Susanna Crispino Il re dei jeans – Mimmo Carratelli Viaggio in Mauritania – Nicola Dal Falco Le nozze di Cecilia Ruffolo – Tina Cacciaglia Le Riviere di Gisella – Mimmo Carratelli Abruzzo – Guido Piovene Numero 45 – Giugno 2009 Da Nausica a Michelle – Mimmo Carratelli Nude alla meta – Barbara Style Letojanni – Matteo Abbate Pensione Weber – Giuseppe Aprea L’Africana – Vito Pinto Gente di night – Mino Rossi Castiglioncello – Maria Rispoli La Costiera di Alfonso Gatto – Alessandra Ottieri

Cachemire, seta e cotone lavorati a mano

Un’arte antica sulle note di un telaio CAPRI - via Fuorlovado, 21 c - 80073 (NA) Negozio Tel. e fax 081 8375243 - Laboratorio Tel. 081 8345431 - info@farella.it - www.farella.it

collezioni made in Capri


ANNO X NUMERO 64 aprile 2012

7 L’isola di Rosa – Giuseppe Pompameo Il cuoco Marchesi – Nicola Dal Falco Mattanza alle Faroer – Roberto Bianco Un amore a Procida – Mariella Scotto

Roberto Pane – Gino Verbena Cetara – Vittorio Paliotti La Malafemmena di Totò – Pietro Gargano Il tè del deserto – Nicola Dal Falco Tormentoni – Mimmo Carratelli Un giorno a Madeira – Giuseppe Pompameo

Numero 52 – Giugno 2010 Mare Nostrum – Mino Rossi Il pennacchio del Vesuvio – Raffaele Aragona Lipari – Maria Rispoli La Torre di Fornillo – Vito Pinto Megaride – Vittorio Paliotti Il Sud di Veneziani – Piero Antonio Toma Un marinaio sorrentino – Franco Iaccarino Ferlaino – Mimmo Carratelli La Gallina del Pacifico – Jean Globtrotter La Tunisia di Simenon – Maria Gisella Catuogno Dino va alla guerra – Stefania Elena Carnemolla L’uomo di Setubal – Mimmo Carratelli Il porto invisibile – Giuseppe Pompameo Il mistero delle Sirene – Nicola Dal Falco Costa d’Amalfi – Peppe Iannicelli La Scala Fenicia – Imma Sommaruga

Numero 46 – Luglio 2009 60 milioni di brava gente – Mino Rossi I sette mari sono 71 – Carlo Telli Il mare bianco d’Anacapri – Roberto Gianani Il Museo del mare – Mino Rossi Kamaran – Adriano Cisternino La Garbo a Ravello – Maria Rispoli Quella villa a Tragara – Giuseppe Aprea La vedova di La Gomera – Mimmo Carratelli Teatro greco a Velia – Vito Pinto Il magnifico Borbone – Mimmo Carratelli Corallo a Torre del Greco – Vittorio Paliotti La Buca di Bacco – Vito Pinto I bambini del vulcano – Rosanna Di Giaimo Pianosa, da Diomede a Gheddafi - Robert Bianco Numero 47 – Agosto 2009 Cilento a dieci stelle – Mino Rossi Ombrellone e solleone – Mino Rossi Scrittori in Piazzetta – Vittorio Paliotti Il Premio Lauzi – Maria Rispoli La nave dei Mille – Mino Jouakim L’eremita di Positano – Vito Pinto Fido va per mare – Silverio Scotti Marsiglia – Maria Rispoli I cantieri di Castellammare – Robert Bianco Vespucci – Mimmo Carratelli La Callas a Ischia - Erika Ricci Tajani Velisti a Capri - Monica Pasquarelli I Piceni – Ugo Lanciotti e Adriano de Luna Hamilton Island – Bob Reed Le pietre di Poggio Rota – Nicola Dal Falco Numero 48 – Dicembre 2009 Isole nella corrente – Maura Nessi Wilde a Capri – Giuseppe Aprea Premio Lauzi – Maria Rispoli Il teatro a Capri – Marco Milano Il profumo caprese – Maria Rispoli Parigi brucia – Carmen Bonazza Megaride – Antonio Maria Fiorillo Vera Vergani a Procida– Vittorio Paliotti Natale di una volta – Carlo Missaglia Le vie dell’acqua – Vito Pinto Il nuotatore elbano – Raffaele Sandolo Venezia – Fiorella Giovanni Le case di Simenon – Maria Gisella Catuogno Un premio a L’Isola – Carlo Nicotera Il libro di Missaglia – Pietro Gargano Vent’anni a Ischia – Monica Florio

Numero 53 – Luglio 2010 La ragazza di luglio – Mino Rossi Prezzolini vietrese – Vito Pinto Lisbona – Alessandro Robles Storia dei fari – Raffaele Gargiulo Francesco Caracciolo – Vittorio Paliotti Mariella Nava, Premio Lauzi – Pietro Gargano Il pendolare dell’Antartide – Alessandra Giordano Le sigarette del petisso – Mimmo Carratelli Itinerario siriano – Nicola Dal Falco Simenon sull’Araldo – Maria Gisella Catuogno Da Viareggio alla Martinica – Caterina Calandrino Ristoranti a Capri – Lia Giovanelli La vertigine di Mesola – Imma Sommaruga Il cuore a pedali – Gian Paolo Porreca Numero 54 – Agosto 2010 L’estate delle donne – Mino Rossi Il Premio Lauzi – Maria Rispoli La Stazione zoologica – Vittorio Paliotti Francesco Cedrangolo – Silvia Cedrangolo e Mario Soscia I gatti di Stromboli – Adriano Cisternino Le terrazze di Positano – Vito Pinto Le lampade del mare – Raffaele Gargiulo La Settembrata anacaprese – Annamaria Siena Chianese Le vie del vino – Carlo Nicotera Un’estate a Scauri – Gian Paolo Porreca La ragazza di Buenos Aires – Teodoro Lorenzo Una giornata in mare – Giorgio De Flammineis Capodanno alla Martinica – Caterina Calandrino La vita in versi – Roberto Bianco Le piastrelle delle Eolie – Antonio Brundu Alfio e il lago – Nicola Dal Falco

Numero 49 – Marzo 2010 Hispaniola, l’isola di Colombo Quando Gemma era Capri – Maria Luisa d’Aquino Il porto di Ponza – Rita Bosso Le miniere dell’Elba – Maria Gisella Catuogno Le avventure napoletane di Casanova – Vittorio Paliotti Orient Express – Maria Rispoli La barca degli amanti – Nicola Dal Falco Scrittori di mare – Vittorio Paliotti La sagra del mare a Procida – Mariella Scotto Le eredi di Lady Godiva – Mimmo Carratelli Edith Piaf – Carmen Bonazza Jack London – Stefania Elena Carnemolla I fratelli Moscarelli – Caterina Ruggi d’Aragona I pittori di Capri – Annamaria Siena Chianese Un viaggio di sogno – Antonio Brundu L’istante supremo a Santa Cruz – Giuseppe Pompameo Numero 50 – Aprile 2010 Luna andata senza ritorno – Mimmo Carratelli Caro petisso – Mimmo Carratelli Ada Negri a Villa Lysis – Carlo Missaglia Edwin Cerio sindaco di Capri – Gino Verbena Il mare di Stella – Monica Florio Claudio Ripa, l’uomo pesce – Alessandra Giordano Vulcano, l’isola dei crateri – Maria Rispoli Le navi di Colombo – Samuel Eliot Morison Sicilia, l’isola plurale – Alessandra Ottieri Un amore alla Gaiola – Peppe Pari Belle tra le buche – Mino Rossi Il traliccio di Punta Carena – Fabio Masiello e Elena Romano Fusaro, l’isola del gioiello – Vittorio Paliotti La sognatrice dell’arcipelago – Giuseppe Pompameo Yamato, la nave senza ritorno – Takayuki Iwaki Picnic a Kinshasa – Nicola Dal Falco Città di Milano, il piroscafo dei cavi marini – Stefania Elena Carnemolla Numero 51 – Maggio 2010 Sudafrica – Mimmo Carratelli Buon compleanno, Las Vegas – Mino Rossi Il dandy di Capri – Carlo Missaglia La Grotta Azzurra – Lia Giovanelli Rea a Capri – Vittorio Paliotti Gli sbandieratori di Cava – Vito Pinto L’andaluso di Venezia – Maria Rispoli La Napoli del petisso – Mimmo Carratelli I casali di Sorrento – Riccardo Iaccarino Pinne, fucili e occhiali – Mino Rossi La costa del Vesuvio – Peppe Iannicelli Funerali in Ghana – Adriano Cisternino Dalle Eolie All’Australia – Antonio Brundu

Numero 55 – Dicembre 2010 Grand Hotel Rimini – Mino Rossi Portoferraio – Maria Gisella Catuogno La favola di Maradona – Mimmo Carratelli La Certosa di Capri – Rossana Muzii Le taverne della fantasia – Carlo Nicotera La vera regina di Ischia – Carlo Missaglia Una guerra di pesci – Vittorio Paliotti La marchesa Casati Stampa – Maria Rispoli Il Natale di Andrea – Vito Pinto Il Premio Lauzi – Mino Rossi Confessioni di un velista – Antonio Cianniello I gelati di Leopardi – Teodoro Lorenzo La leggenda di Marie Galante – Miki Trezzani Miseno, anni Quaranta – Raffaele Mazzuca Natale a Capri – Marco Milano Numero 56 – Marzo 2011 Capri-Napoli – Mimmo Carratelli Oscar Wilde a Capri – Mimmo Carratelli La vendetta di Moby Dick - Teodoro Lorenzo Un glorioso macchinista - Franco Iaccarino La finestra di Marechiaro - Vittorio Paliotti Le cento canzoni di Capri - Carlo Missaglia I gatti di Kastellorizo - Alessandro Robles Un rifugio caprese - Maria Rispoli I pirati dell’antichità - Raffaele Gargiulo Il canto delle Sirene - Nicola Dal Falco Le giornate capresi di Edda Ciano – Ciro Sandomenico L’estate delle perle nere - Renata Ricci Pisaturo Il Vermont – Dario Reginelli L’isola di Robinson - Giuseppe Pompameo Le quaglie di Ferdinando - Dorothea Salvemini Le Eolie e il Giappone - Antonio Brundu Numero 57 – Aprile 2011 La Cina è più bella e vicina – Mimmo Carratelli Il bar di Kalavarda – Alessandro Robles I cervi diventati delfini – Mino Rossi La “Naiade” a Capri – Antonio Cianniello Mistero di una canzone – Carlo Missaglia Ginostra – Maria Rispoli Un maestro d’ascia – Francesca Pappacena Le case-barca dei Toraja – Viviano Domenici In volo per Orlando – Lia Giovanelli I pirati barbareschi – Raffaele Gargiulo Quelle estati a Vulcano – Renata Ricci Pisaturo In mare con Simenon – Maria Gisella Catuogno Gli amanti delle isole Aran – Giuseppe Pompameo Navigazione nel golfo – Maurizio Appicelli Le Eolie e l’Argentina – Antonio Brundu

Oltre il Giardino i sentieri del profumo

Numero 58 – Maggio 2011 Le rose di Maometto – Mimmo Carratelli Le isole di Viviano – Mimmo Carratelli Cartoline dall’isola che c’è – Viviano Domenici Le mie trenta barche – Valeria Serra Le navi di Garibaldi – Maura Nessi Gli uccelli marini di Hirta – Mino Rossi Esther Williams – Mimmo Carratelli Il nobile di Capri 3 – Dario Reginelli L’estate di Pablito – Alessandro Robles Cara mamma, ti scrivo – Lia Giovanelli Marrale dei Matia Bazar – Maria Rispoli La fortuna di Preneste – Nicola Dal Falco A spasso per le Eolie – Renata Ricci Pisaturo L’onda cinese – Roberto Bianco Il campanello di Salina – Antonio Brundu Il cuore di Rio Elba – Maria Gisella Catuogno L’amante di Batiroa – Monica Florio e Giuseppe Della Monica Numero 59 – Giugno 2011 Museo del mare – Piero Antonio Toma Altri naufragi – Viviano Domenici L’ospitalità di Capri – Giuseppe Aprea Emilio Salgàri – Mimmo Carratelli La pietra di Trani – Alessandro Robles Le ragazze-lattuga di Manila – Mino Rossi Una casa a Paestum – Dora Celeste Amato Il dragone “Ausonia” – Mimmo Carratelli Marettimo e le foche monache – Roberto Bianco Ponza – Maria Rispoli Naufragio dell’Ercole – Fausta Samaritani La canzone napoletana di Missaglia – Giuseppe Giorgio Città e scrittura nate in Siria – Nicola Dal Falco La tragedia di Cefalonia – Antonio Brundu Numero 60 – Luglio 2011 Marija Sharapova – Mimmo Carratelli Capri anni Trenta – Francesca Maccaroni Capri nell’Ottocento (2) – Giuseppe Aprea Ucraina terrore dei mari – Mimmo Carratelli Alla scoperta di Malta – Alessandro Robles L’Isola di Masiello – Mimmo Carratelli Carlo Pontecorvo – Roberto Gianani Il tram di Sorrento – Franco Iaccarino Capri, o cara … - Lia Giovanelli Villa San Michele – Luca Grossi Ellis Island – Dora Celeste Amato Fairwind, club di amici – Maria Rispoli L’anarchico errante – Maria Gisella Catuogno Il “caso” Leopardi – Agostino Ingenito Museo cetacei a Ischia – Mino Rossi Salina e la Svizzera – Antonio Brundu Numero 61- Agosto 2011 Lady Gaga – Mimmo Carratelli Le vele gialle di Spugna – Maura Nessi Primo porto a Capri (3) – Giuseppe Aprea Il mulino a vento di Anacapri – Mario Scioscia Otranto – Carlo D’Andrea Premio Lauzi – Maria Rispoli Centro tradizioni nautiche – Mimmo Carratelli Laurino – Dora Celeste Amato Pianoforti Napolitano – Maria Rispoli Museo del Mare di Cesenatico – Maura Nessi Sebeto – Carlo Missaglia E. A. Mario – Annamaria Siena Chianese Manolete – Maria Rispoli Monastero bizantino nel Cilento – Vito Pinto Mimì De Maio – Vincenzo De Lucia La “tavuliata” di Malfa – Antonio Brundu Numero 62 – Dicembre 2011 Azzurro Natale – Mimmo Carratelli La contessa del Fortino – Carmen Bonazza Capri (4) – Giuseppe Aprea L’isola-farfalla – Alessandro Robles Mediterraneo – Piero Antonio Toma Premio Lauzi – Maria Rispoli La fotografa di Procida – Maria Rispoli I piceni nel Salernitano – Ugo Lanciotti, Adriano de Luna Guadalupa – Miki Trezzani Oj vita mia, la scrittrice tifosa – Mimmo Carratelli Libreria Internazionale Il Mare – Gesine Borcherdt I gioielli di Chiaia – Anna Maria Siena Chianese L’Italia s’è desta – Maria Gisella Catuogno Libro Tiberio Mitri – Mimmo Carratelli Karpathos – Liliana Mosena I 100 anni di Salina – Antonio Brundu Numero 63 – Marzo 2012 Salerno nel futuro – Mimmo Carratelli Il Salento – Alessandro Robles L’isola-porto di Salerno – Mimmo Carratelli Viaggio a Capri – Annafortuna Cifuni L’Elba anni Cinquanta – Maria Gisella Catuogno Donna Letizia – Maria Rispoli Andare per mare – Ilaria Puglia La barca dei Kennedy – Mimmo Carratelli Pigafetta, il primo giro del mondo – Mino Rossi La filibusta della Somalia – Bob White Il Fantasma di Montecristo – Giuseppe Pompameo Fuoco su Napoli – Dora Celeste Amato Il cargo Fantasia alle Lofoten – Mino Rossi Il lago di Lamartine – Carmen Bonazza Un portolano tirrenico – Nicola Dal Falco Il libro del mondo – Giovanni Onorato Il richiamo delle Eolie – Antonio Brundu

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Antonio Ghirelli di Mimmo Carratelli

Napoletano di Chiaia, attratto dal giornalismo, a tredici anni redigeva un suo personalissimo “quotidiano” su un quaderno scolastico. Il primo articolo e l’inizio di una carriera prodigiosa a Radio Napoli. L’incontro con Barbara, la donna della sua vita. I ricordi degli anni difficili a cavallo dell’ultima guerra mondiale. Il tenero affetto per la madre. Un maestro per tutti i suoi discepoli napoletani. È venuto a mancare quaranta giorni prima che compisse i 90 anni. Antonio Ghirelli foto: libreriaguidacapua.blogspot.com

Era un ragazzo del 1922 con la grinta maturata negli anni difficili, la guerra e il dopoguerra, “l’Italia mai stata così bella come nel periodo intercorso tra il 1943 e la fine del 1956” come egli stesso ricordava, “un periodo straordinario di grandi dolori e nutrito di grandi speranze”, e l’irresistibile attrazione per la “carta stampata”, il virus sottile del giornalismo che lo prese a tredici anni redigendo per suo conto “una specie di quotidiano prima sportivo e poi politico” e componendolo su un quaderno scolastico. Antonio Ghirelli giornalista era nato così, nel 1935, con quel primo “giornale” del tutto personale sul quaderno di scuola. E, poi, quelle erano le occasioni dell’epoca per un debutto in piena regola, il primo, un regolare articolo pubblicato in prima pagina sul “IX Maggio”, il giornale della gioventù universitaria fascista che aveva sede a Largo Ferrandina nel cuore della Napoli-bene, tra Via dei Mille e Piazza dei Martiri, un obbrobrio di retorica aderente ai tempi. Era il 1939 e la pubblicazione colpì la sua vanità “in misura non facilmente immaginabile da chi non conosca la licenziosa passione del giornalismo”. La vanità di affermare la propria esistenza conquistando una popolarità per giunta pagata, scrivendo su un giornale. Prima di nobili ideali, ambizioni grandiose e alti propositi professionali, è la molla che spinge a “fare il giornalista”. Quale sia stato, in seguito, il per-

LA CARRIERA Il giornalismo lo attrasse da bambino. Cominciò scrivendo sul “IX Maggio”, un giornale studentesco universitario di Napoli. Iscritto al Partito comunista italiano dal 1942. Partecipò alla Resistenza italiana e diresse “Radio Bologna Libera”, un’emittente che dipendeva dalla Quinta Armata Usa dopo avere lavorato a “Radio Napoli”, il suo esordio professionale. Ha collaborato a Milano con “l’Unità” e “Milano Sera”. Insieme alla moglie, per un breve periodo ha fatto anche il traduttore per “Topolino”. Incaricato dal direttore di “Paese Sera” di curarne le pagine sportive e di collaborare anche per la terza pagina. A seguito della rivoluzione ungherese del 1956

lasciò il Pci per aderire al Partito socialista. Interruppe la collaborazione con “Paese Sera” e diventò impaginatore dell’edizione romana de “La Gazzetta dello Sport”. Venne quindi chiamato a dirigere il quotidiano torinese “Tuttosport”. Ha collaborato con varie testate (“Sud”, “Nord e Sud”, “Il Politecnico”) ed è stato capo redattore di “Repubblica d’Italia”. Collaboratore di molti giornali: l’”Avanti!”, il “Corriere della Sera” e “Il Mondo”. E’ stato direttore de “Il Globo”. Dal 1966 al 1977 ha diretto il “Corriere dello Sport”. Nel 1978, dopo l’elezione di Sandro Pertini alla presidenza della Repubblica, divenne capo ufficio stampa del Quirinale. Si dimise nel 1980 per le polemiche generate dalla

diffusione di un comunicato stampa in merito alla richiesta di dimissioni del ministro dell’Interno Francesco Cossiga che Pertini avrebbe auspicato in seguito alle voci di favoreggiamento a beneficio del terrorista di Prima Linea Marco Donat Cattin, figlio del parlamentare democristiano Carlo. In seguito, Ghirelli dichiarò di aver offerto le proprie dimissioni in accordo con Pertini per tutelare un suo giovane collaboratore che aveva scritto il comunicato in sua vece. Durante i due governi Craxi (19831986) è stato capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio dei ministri. Nel 1986 fu nominato direttore del Tg2. Dal 1988 al 1989 ha diretto l’”Avanti!”.

I LIBRI Storia del calcio in Italia (Einaudi 1954). Storia di Napoli (Einaudi 1973). Napoli italiana. Storia della città dopo il 1860 (Einaudi 1977). Effetto Craxi. Profilo di un nuovo leader (Rusconi 1981). Napoli sbagliata. Storia della città tra le due guerre (Edizioni del Delfino). L’eccidio di Fantina (Sellerio 1986). E intanto tu crescevi (Rusconi 1987). I fantasmi del Lirico (Rusconi 1989). Moro tra Nenni e Craxi. Cronaca di un dialogo tra il 1959 e il 1978 (Franco Angeli 1991). Un’altra Napoli (Marsilio Editori 1993). Cent’anni insieme (rai-Eri 1993). Tre volte campioni del mondo. Tutte le partite degli azzurri dal 1934 al 1990 nel racconto dei più grandi giornalisti (Marsilio Editori 1994). Donna Matilde. La Serao “a signora” di Napoli, la prima donna che diresse un quotidiano (Marsilio Editori 1995). Napoli dalla guerra a Bassolino (Edizioni Giuridiche Simone 1998). Una bella storia. Italia 1943-1956 (Avagliano Editori 2001). Tiranni. Da Hitler a Pol Pot: gli uomini che hanno insanguinato il Novecento (Mondadori 2002). Un secolo di risate – Con Eduardo, Totò e gli altri (Avagliano 2004). Democristiani. Storia di una classe politica dagli anni Trenta alla Seconda Repubblica (Mondadori 2004). Aspettando la rivoluzione. Cento anni di sinistra italiana (Mondadori 2008). Una moglie incantevole (Tullio Pironti Editore 2010).

corso prodigioso di Antonio Ghirelli nel giornalismo italiano è noto a tutti. Venuto a mancare il primo giorno di aprile, il ragazzo del ’22 avrebbe compiuto novant’anni il 10 maggio. Addio, maestro, gli diciamo. E’ stato un grande napoletano, un napoletano di via Chiaia e dintorni, cresciuto, da borghese povero negli anni della guerra, in una Napoli di bombe ed espedienti, studente al liceo Umberto, vedendo la squadra del Napoli per la prima volta contro il Bologna all’Ascarelli, suggestionato dalle pellicole americane al Cinema Corona che era all’angolo di via Nisco, spettatore incantato al Teatro Nuovo con i De Filippo sulla scena, e Totò, e Nino Taranto, lo swing di Bing Crosby e Frank Sinatra per innamorarsi di una biondina dell’istituto tecnico “Mario Pagano, imparando a “far soldi” vendendo libri usati, la radio “Magnadyne” da ascoltare in casa di parenti più agiati. Crescendo, non ebbe le raccomandazioni giuste per entrare nei giornali napoletani mentre, fattosi giovanotto, trovava lavori insoddisfacenti, ma necessari. Finché dopo le peripezie della guerra, e quella giornata indimenticabile dell’8 settembre 1943, il giorno dell’armistizio, che lo colse sulla linea del fuoco sui monti tra Cava e Castellammare di Stabia, gli Alleati da una parte e i tedeschi dall’altra, cavandosela e raggiungendo Napoli, ecco l’occasione che gli aprì la carriera giornalistica. L’approdo l’8 maggio 1944 a Radio Napoli, che aveva sede


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a Pizzofalcone, con Giuseppe Patroni Griffi, Francesco Rosi, Raffaele La Capria, Luigi Compagnone, Maurizio Barendson, una compagnia di futuri assi del giornalismo, del teatro, del cinema, della letteratura, reclutati dagli americani con un corso rapido di giornalismo. Era la radio dei liberatori. E a Radio Napoli, quando l’emittente si trasferì al Rettifilo, nel palazzo della Singer, Antonio Ghirelli incontrò la donna della sua vita, Barbara, annunciatrice e protagonista di una rubrica radiofonica del mattino, che gli apparve “tutta vestita di bianco, snella, slanciata, sorridente”. Amore a prima vista e moglie ideale, paziente, intelligente, vivace, colta, che l’ha seguito per 65 anni nei continui spostamenti professionali, cambiando case e giornali, un amore da romanzo. Il prossimo 10 maggio, il suo giorno mancato nel gong dei 90 anni, lo trascorrerò leggendo e rileggendo i suoi tre libri che mi sono più cari, “Napoli sbagliata”, “Una bella storia” e “Una moglie incantevole”, nei quali Ghirelli si è raccontato a cuore aperto. Delicato e struggente il rapporto con sua madre. Serrato e affascinante il racconto della città ai suoi tempi di ragazzo, e poi la guerra, e poi il mestiere di giornalista, e la vita politica, le battaglie e le delusioni, però ricominciando sempre daccapo con un entusiasmo irrinunciabile. Andando via da Napoli, lavorando a Bologna, Milano, Torino, sistemandosi stabilmente a Roma, Antonio Ghirelli, giornalista e direttore di giornali, scrittore e arguto commentatore, conversatore amabile e ironico, direttore del Tg2 lanciando a Roma Dietlinde Gruber detta Lilli dopo averla scovata nella redazione Rai di Bolzano, è stato il maestro attento e affettuoso di tutti noi che a Napoli ci siamo tuffati in questo stesso mestiere di passione e vanità. Ghirelli ci seguiva. Nulla gli sfuggiva. E’ stato il direttore lontano e vicino che valutava, apprezzava, commentava il nostro lavoro, sempre pronto con una telefonata, una nota scritta, un incontro a incoraggiarci, fare un rilievo, segnalare un fatto, ricordarne un altro parlando sempre di Napoli. La sua attenzione era un conforto, uno sprone a far meglio, a non deludere prima lui dei lettori. Ghirelli è stato una guida, un costante punto di riferimento. Il suo carisma mi ha sempre impedito di dargli del tu, pur avvicinandomi ai suoi anni. “Vuje site ancora ‘nu giuvinotto” lui diceva. Nelle nostre conversazioni, nei nostri incontri, decisi di usare un “voi” borbonico, deferente e affettuoso. Direttore carissimo, oggi mi mancate molto. Mi mancherete sempre.


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Quel sublime berlinese che visse gratis a Capri di Maria Rispoli

L’incredibile vita di Julius Hans Spiegel che divenne uno dei personaggi più noti dell’isola azzurra. Sordo dalla nascita ed ebreo fu sospettato di essere una spia. Perseguitato e arrestato. Magro e scattante, un po’ burattino, un po’ elfo, i calzini gialli, il gilet rosso, gli amuleti, la pipa di creta, d’estate un sombrero di paglia, fotografatissimo dai turisti. Ballerino noto in tutta Europa per le sue danze giavanesi e indù. Amico di Clark Gable, di Orson Welles, di Lana Turner, di Liz Taylor che incantava con i suoi balli rituali. Pittore, regalava i suoi quadri chiedendo in cambio qualche soldo, un gelato, un caffè.

ilgabibbo.blogspot

Capri è un’isola speciale. Magica, indimenticabile, eterna. Riccioli di mare, sorrisi, notti vestite di luna. Il vento sa di salsedine e di euforia. Capri è uno scrigno che contiene tante storie. Nel corso di questi anni mi sono imbattuta in alcune di queste. Uomini e donne. Italiani e stranieri. Legami saldi e passioni fugaci. Cultura e divertimento. Riposo e frenesia. Il desiderio di seguire il proprio cuore ed essere se stessi in un’isola che non cerca altro. E così, ho imparato da Axel Munthe che l’amore per la natura e per l’arte possono portarti a fare

cose incredibili. Ho respirato il fascino della sua meravigliosa casa ad Anacapri. Una pioggia di fiori colorati, uccelli e piante rare. Tutt’intorno l’azzurro dell’acqua e del cielo. Sui muri le foto della sua vita. Persone, incontri, valori importanti. Ho scoperto che il grande Bruno Lauzi adorava rifugiarsi nel “paesino di sopra” e passeggiare lungo il sentiero dei Fortini o salutare lo straordinario blu di Gradola in compagnia del silenzio. Mi sono sorpresa nel vedere le immagini di una Jacqueline Kennedy con indosso t-shirt candide

e deliziosi pantaloni alla caviglia. Spontanea, serena, spensierata. Semplice, elegantissima. Ho conosciuto Silvio Ruocco e la sua Carthusia. Ne ho ammirato i progetti ed i successi tra petali, essenze ed antichi alambicchi. Le sue bottigline di charme da anni portano i profumi e le malie di Capri in giro per il mondo. Ho fantasticato sui giorni d’amore di Curzio Malaparte e Virginia Bourbon del Monte. Lei splendida donna dal sangue blu. Sofisticata e fuori dalle regole. Lui intelligente, caustico, senza mezze misure. Grande personalità, grandi azioni,

grande penna. All’interno della residenza di Punta Masullo lo scrittore e la vedova Agnelli ospitavano i più esclusivi salotti mondani di allora. Intellettuali. Artisti. Ideologie, spunti, guizzi, idee. Ribellioni. Ho ammirato l’amore di Tonino Cacace per la sua isola. Quel cavaliere dagli occhi di zaffiro non è solo un manager ma anche un prodigo mecenate. Investe, ascolta, aiuta. Ha carisma, intuito, riservatezza, sensibilità. Accoglie scultori, pittori e letterati. Ne promuove le opere ed il pensiero. All’interno del suo Capri Palace

tutto ha il sapore del lusso e dell’arte. La poesia ha inizio con le “Rive dei mari”, monumentale opera del maestro Arnaldo Pomodoro che accompagna l’ingresso nell’esclusivissimo albergo. Un lungo altorilievo in fiberglass con polvere di marmo bianco si distende per decine di metri sino a concludersi con la fiocina di un pescatore immaginario che fuoriesce dal soffitto per conficcarsi nel pavimento. Ci sono, poi, le metafisiche pennellate di Giorgio De Chirico e le provocatorie installazioni di Allen Jones. La barca di Plessi e l’elmo di Paladi-


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no. Ed ancora, Velasco, Schifano, Esposito, Chiossi. Onde di talento. Incessanti. Altissime. Preziose. Infine, leggendo la storia di Julius Hans Spiegel ho capito che Capri è l’isola dove tutto può accadere. Nato a Berlino il 5 giugno 1891, all’età di soli tre mesi una grave malattia lo rese sordo. Suo padre Louis e sua madre Martha lo iscrissero alla scuola reale prussiana per i non udenti. Poco più che ventenne iniziò la sua brillante carriera di studente all’Accademia Reale per le Arti Figurative di Berlino e di Monaco di Baviera, seguendo i corsi dei maggiori professori di disegno dell’epoca. Amava la pittura ed il ballo. Nella capitale tedesca conobbe un principe indiano che lo introdusse alla danza orientale. Hans non era in grado di sentire la musica eppure ballava divinamente. Aveva un marcato ed innato senso del ritmo. Il suo modo di esprimere i sentimenti attraverso la perfezione dei movimenti era considerato da molti insuperabile. Decise così di abbandonare la pittura per dedicarsi all’arte tersicorea. Iniziò ad esibirsi in spettacoli fatti di note e rituali orientali utilizzando i sontuosi abiti e le maschere lasciategli in eredità dall’amico indiano.

Negli anni Venti le sue danze giavanesi ed indù spopolavano nei teatri d’avanguardia di mezza Europa. Da Locarno ad Amsterdam, da Bruxelles a Vienna. Nel 1922 fu invitato in Italia. Lavorò a Milano ed a Roma e, poi, per Anton Giulio Bragaglia al Teatro degli Indipendenti. Fu in quel periodo che venne per la prima volta a Capri. Lo spirito e la bellezza dell’isola gli graffiarono il cuore. Quella felicità, però, non durò molto. Spiegel non era solo sordo ma, anche, ebreo. Particolare abbastanza sfortunato in un’epoca martoriata dalla più ignobile delle persecuzioni razziali. Quando gli fu rinnovato il passaporto, il 1° Marzo 1939, ai suoi nomi fu aggiunto quello di Israel. Una J di colore rosso sottolineava che il titolare era un ebreo. Sul documento di viaggio c’era scritto in tedesco: “Artista pittore”, “viso lungo, occhi cerulei, capelli castani, segni particolari: muto”. La fitta corrispondenza con l’amico Thomas Mann fece il resto. L’autorità di regime iniziò a sospettare che non fosse sordomuto e che svolgesse attività di spionaggio per gli inglesi. Per questo motivo, il 18 giugno 1940, fu arrestato e rinchiuso nel carcere

di Napoli. Successivamente, venne trasferito, con un carro bestiame, in tre diversi campi di concentramento dall’isola del Gran Sasso a Ferramonti, in Calabria. Axel Munthe intercesse per lui presso Mussolini. Spiegel tornò in libertà per essere, di lì a poco, arrestato di nuovo. Anche i tedeschi sospettavano fosse un doppiogiochista. Fu salvato dagli Alleati nel ’43 ma dovette affrontare i dubbi degli stessi americani. La sua condizione fisica appariva ai più uno stratagemma per carpire segreti ed ordire complotti. Gli statunitensi lo condussero in una cella di sicurezza e lo sottoposero ad una serie infinita di crudeltà. Fu, infine, rilasciato perché ritenuto “innocuo”. Fu allora che Hans Julius Spiegel si trasferì definitivamente sull’isola azzurra. Il suo ritorno a Capri lo vide deciso a non mettere mai mano al portafoglio. Si guadagnava da vivere ritraendo gli aviatori del Rest Camp e catturando i paesaggi dell’isola su tele dai colori vivaci. Gli piaceva regalare i suoi quadri chiedendo in cambio qualche soldo, un dolce o un caffè. La gente ci mise poco a ribattezzarlo “Gratis”. Del resto questa era una delle poche parole che riusciva a pronunciare.

Non poteva parlare ma elargiva danze e piroette di ringraziamento. A volte i camerieri si divertivano a surriscaldargli la tazza per farlo scottare. Lui batteva i piedi a terra e sorrideva. Ogni mattina la prima tappa era al “Gran Caffè” per un cappuccino “offerto”. La sua benefattrice del bar era diventata la “Signora Cappuccino”. Nonostante la rinomata ritrosia per lo spendere non esitava a donare quotidianamente una scatola di fiammiferi piena di monetine ad una donna sfortunata presente in piazzetta. Lo amavano tutti. Turisti ed isolani. La sua corporatura minuta lo rendeva ancora più simpatico. Era magro e scattante. Un po’ burattino, un po’ elfo. Andava in giro con calzini gialli e scarpe blu di corda. Gilet rosso ed amuleti al collo ed alla cintura. Una grande pipa di creta, la doppia borsa di maglia a tracolla con un piccolo quaderno per raccogliere firme ed indirizzi. D’inverno il fez di lana rossa con il fiocco multicolore. D’estate un enorme sombrero di paglia. Sulle dita sottili una cascata di anelli. Lo fotografavano continuamente e lui adorava mettersi in posa. Negli anni ’50 fu immortalato tra bionde bevitrici del

brandy Cavallino Rosso e macchine di caffè Gaggia. Con la sua inimitabile mimica esotica ballava con la bottiglia in una mano ed il cavallino di panno in un’altra. Frequentava gente comune e personaggi famosi. Tra i suoi amici Edwin Cerio, Clark Gable, Orson Welles. Le sue danze rituali di Ceylon, Giava e della Polinesia facevano impazzire Lana Turner, Grace Fields, Joan Crawford e Liz Taylor. Attraverso l’uso magistrale del corpo Julius esprimeva le emozioni in modo sublime. La sua danza non nasceva dalle note. Erano l’armonia e la musica a prendere vita dai suoi movimenti. Il danzatore di Berlino dall’aspetto un po’ buffo sapeva incantare e fare entrare tutti nel suo mondo carico di allegria e libertà. Julius Hans Spiegel morì nel 1974 alcune settimane dopo aver avuto un infarto. La sua casa era piena di libri con dediche personali degli autori e di regali che i suoi tanti amici gli avevano spedito nel corso degli anni da ogni parte del mondo. Sparse ovunque le maschere, i sari e i sarong con i quali aveva mirabilmente danzato durante tutta la sua straordinaria ed intensissima vita.


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L’aspra bellezza di pietra dell’altopiano delle Murge di Alessandro Robles Murgia barese, foto: di tommasorenzulli/panoramio.com

Alla scoperta di un paesaggio di tratturi e pascoli, di doline e gravine, fra panorami durevoli e repentini cambi di scena. Fienili e mangiatoie, muri a secco, l’odore del finocchietto selvatico e il pane di Altamura, il fungo cardoncello e i colori di un’infinità di prodotti della terra. La foresta di Mercadante, creata artificialmente negli anni Trenta, sbarramento alle alluvioni, è un’oasi di verde con i tronchi lunghi degli alberi, i pini e i cipressi, gli aghi, le pigne, l’odore delle gemme appena sbocciate, il ticchettare dei picchi e i richiami dei colibrì in amore. Un’isola di piante nell’isola di pietra dell’altopiano.

Terra di acque, pietre e caverne. La Puglia è un’agrodolce distesa, uno spartiacque. L’unico promontorio, il Gargano, si incunea nel mare. Dalla costa adriatica s’avvista soprattutto all’ora del tramonto, i giorni in cui il vento spazza via i drappi di foschia dal cielo. Per il resto è un landa che s’innalza di poche centinaia di metri. Dopo il subappennino dauno, parte finale dei rilievi campani, ci sono pianure a varie e basse altitudini. L’altopiano carsico delle Murge segue il litorale dall’interno. E’ un’area estesa dove sparute oasi di vegetazione interrompono chilometri di territorio brusco e sassoso. Ciuffi e cespugli di piante spontanee sono pronti a comparire ai primi raggi di primavera e ad ogni imprevista calura durante l’intero arco dell’anno. La massiccia bancata di roccia calcarea è segnata da strade e appezzamenti. Dove la Murgia è alta, regna il deserto dei massi e delle masserie. Una zona per eremiti. Tredici territori comunali segnati da tratturi e strade provinciali, pascoli e seminativi. Un regno di doline, lame e gravine. La parte più a sud si raggiunge percorrendo la Statale 96 che collega Bari alla Basilicata. Ma è dalle vie secondarie che si vive l’attraversamento dell’altopiano pugliese. Serpentine di asfalto in lievi saliscendi. Durevoli panorami e repentini cambi di scena.

Aperture d’orizzonte e fusti solitari. In tutte le stagioni, il paesaggio cattura attraverso i suoi racconti scarnificati, le variabili cromatiche delle radure. La flora si distingue episodicamente negli anfratti come nelle grandi distese. Costruzioni rurali si intravedono in parte scoperte e in parte camuffate dalle erbe alte. Nastri dipinti di vita agricola si dispiegano e s’aggomitolano. Fienili, mangiatoie, muri a secco. Ciascun dettaglio è frammento della Murgia e della sua storia. Nei periodi caldi, i fiori di finocchietto selvatico spuntano dai campi e sembrano segnali di riconoscimento offerti dalla natura. E possono profumare piatti tipici, decorare pietanze caserecce. Ad esempio, le insalate di pane. Fette di Altamura imbevute d’olio extravergine e coronate da ciliegini rossissimi. Il pane di semola e l’olio di oliva sono vessilli gastronomici. In autunno regna il fungo cardoncello. Il cappello bruno che cela lamelle bianche è in bella vista nelle cassette degli ortolani. E poi tutta un’infinità di prodotti della terra e della tradizione locale che riempie di colori i centri abitati a confine con la Lucania, dove s’avvicendano chiasso di sagre e lunghi silenzi fra le mura cittadine. Per immergersi nella Murgia è possibile imboccare la strada che rasenta la foresta di Mercadante. E’ un’oasi di natura situata nel

territorio di Cassano delle Murge, sulla via che collega il municipio alla città del pane. Da sempre meta delle gite fuoriporta di chi abita le province di Bari e Taranto, la macchia verde è un’occasione per fuggire dalle tossine delle aree urbane vicine. All’interno, pochi tragitti permettono di addentrarsi nella boscaglia. Meglio andarci in tempi meno frequentati. Meglio quando l’aria uggiosa bagna le foglie, quando nuvole sfrangiate e innocue lentamente si muovono nel cielo di cobalto al di là delle cime svettanti. Meglio quando non ci sono voci da picnic a coprire il ticchettare dei picchi o i richiami dei colibri in amore. Durante le mezze stagioni è più facile appagare le narici con odori di gemme appena sbocciate o di terra umettata. E’ il tempo equidistante dall’aggressione del freddo e il frinire assordante delle cicale. Il bosco a sudovest del capoluogo della regione è stato creato in modo artificiale negli anni ’30 per contrapporre uno sbarramento naturale all’acqua prodotta da eccezionali alluvioni ed oggi rappresenta una delle esigue ma vitali macchie verdi lungo l’arido tacco della penisola. Varietà di vegetazione autoctona arborea ed erbacea s’affollano in un’area ben delimitata. Ma è di conifere l’essenza della foresta. Tronchi lunghi, aghi, pigne. Inseriti in gran numero per la robustezza

delle radici, cipressi e pini sono vedette ai lati dei percorsi pedonali. La varietà “d’Aleppo” col passar del tempo si ingobbisce alla ricerca di luce, lasciando secchi i rami più bassi. Di frequente, le pinete della zona subiscono la violenza di brutali potature nelle proprietà private. Eppure, per un secolo, hanno dato ombra a chi ha cercato refrigerio durante i mesi d’insostenibile canicola. E la natura andrebbe rispettata partendo dal proprio giardino. Questo si dovrebbe sapere. Nel parco brullo, la foresta di Mercadante è una periferica isola di piante e aria pregna d’ossigeno. S’incontra per caso e si rincontra per desiderio. Andando oltre, il paesaggio si modifica nella sua più tipica conformazione. Cresce, decresce. È la parte terminale della sottoregione pugliese che finisce in Basilicata. Le pietre diventano case e chiese. Siamo a Matera. La città dei sassi è sul lembo sudoccidentale delle Murge dove l’altopiano termina con la fossa del fiume Bradano. Il nucleo antico è a ridosso della gravina, gola di origine carsica che divide il territorio. Le ampie incisioni erosive per molti insediamenti sono state una difesa per secoli e secoli, l’abbraccio materno della natura. Le origini di Matera sono antichissime. La vita organizzata esiste dai primi passi dell’homo sa-

piens. E dai primi insediamenti urbani la “civita” non è mai traslocata. Sarà forse perché è scavata in quella roccia calcarea, custodita dalla morfologia e preservata dall’umanità, della quale è patrimonio. Dal 1993 è riconosciuta dall’Unesco. L’organizzazione delle Nazioni Unite per la prima volta inserì un sito del meridione d’Italia. Impossibile non considerare nel proprio elenco un luogo talmente peculiare, così unico da calamitare l’attenzione di scrittori e registi. Decine di pellicole sono state girate per le strade come nell’agro materano. Fra queste spicca, per le controversie che sollevò, “La passione di Cristo” diretto da Mel Gibson. Nel 2004 i sassi si tramutarono in scenografie. Alcune viste illudevano appassionati viandanti. Per un attimo si giungeva in Terra Santa. E santa è l’atmosfera prodotta dalle luci che illuminano il borgo ogniqualvolta il buio s’abbatte sugli antri scavati e sulle mura assiepate da millenni al margine del torrente. Agli occhi di chi osserva, Matera forma un presepe in scala reale, avvolto da un tempo immobile. Non importa il periodo in cui le si fa visita. La suggestione è la stessa anche in giorni lontani dalle feste cristiane della natività. L’antico borgo allocato nella depressione carsica ha tutt’attorno un suolo che cresce. Il centro


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urbano moderno si è sviluppato salendo verso nordovest. Dalla sponda opposta del torrente si può apprezzare la forma complessiva dell’agglomerato appollaiato sopra un costone. Osservandola, si può pensare a una città fantasma poco distante: Craco. Il nucleo antico situato a sud nella provincia di Matera è disabitato, abbandonato dalla popolazione dopo frane e crolli. Da quelle parti, ci vive solo una famiglia di pastori con quattrocento capre. Il municipio si è trasferito più in là con tutti i suoi abitanti. I crachesi hanno tenuto duro fino alla fine degli anni ’70, ai tempi in cui Francesco Rosi girò in quelle campagne il film “Cristo si è fermato ad Eboli”. La civiltà magica e pagana del romanzo di Carlo Levi fu definitivamente segnata dal terremoto dell’Irpinia che cambiò molte cose, vincendo l’ultima ostinazione. Ma nell’antichissimo quartiere di Matera ci abitano tuttora. Passarci d’estate per le vie principali permette d’ammirare lo spettacolo dei sassi illuminati partendo dalla centrale piazza Vittorio Veneto. Suggestiona quanto seguire il torrente che fluisce sussurrando di fianco alla gravina. Qui trovano spazio hotel a cinque stelle oltreché locali di cucina tipica lucana. C’è da lottare con l’umidità che là dentro non si sa mai da dove arriva. Ma le avversità nel comfort abitativo scendono in secondo piano. Luoghi abbandonati ma meta di percorsi di turismo culturali sono le chiese rupestri disposte a dominare i rioni della “civita”. Il Caveoso e il Barisano nonché le sponde pietrose del torrente accolgono caverne di religiosità millenaria. Richiami all’arte bizantina si trovano in templi scavati nella roccia e ricavati alla maniera dei Paesi mediorientali. La cristianità è una traccia antichissima. Cultura e credenze locali si sono mescolate nel corso di millenni. Ma il rito più radicato è nella processione del 2 luglio. Qui, infatti, c’è chi aspetta ogni anno la secolare festa della Maria Santissima della Bruna. La patrona viene portata sul carro trionfale ricostruito di volta in volta. La gente s’accalca e inzeppa le vie battute dalla tradizionale sfilata. Cavalli bardati di velluti sono montati da persone in abiti da cerimonia. L’epilogo del rito prevede che il carro faccia tre giri in piazzale del Duomo. Nel fuggifuggi generale l’opera d’artigianato, che poche ore addietro aveva fatto bella mostra di sé, viene letteralmente spezzettata. Prima però la Madonna è messa in salvo. Da Minervino a Cassano, la Murgia si distende in seno alla Puglia e raccorda luoghi e memorie, usanze e leggende. Potrebbe sembrare monotona, abulica, emarginata. Fu addirittura base per testate nucleari durante la Guerra Fredda. Ciononostante non stanca. È una traccia primigenia della vita dell’uomo, un forziere di cultura contadina. E, nella durezza e nelle ferite, è ancora una terra vera.


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Il mestiere di marinaio di Raffaele Gargiulo

Il naufragio della “Costa Concordia”, avvenuto il 13 gennaio 2012, è rimasto a lungo sotto i riflettori della cronaca e dei commenti. Tra le tante dichiarazioni, citazioni, scoop giornalistici e dicerie varie - che la dicono lunga sulla cultura marittima degli italiani – fa riflettere quella del Comandante della nave: «…. mentre navigavamo abbiamo impattato uno sperone di roccia che non era segnalato. Secondo la carta nautica, doveva esserci acqua a sufficienza sotto di noi …». Perché un esperto uomo di mare ha fatto una simile dichiarazione? Si può affermare che nel 2012 esistono acque marittime non sicure alla navigazione per la presenza di ostacoli non segnalati? Forse non tutti sanno che l’idrografia (dalle parole di origine greca idros, prefisso indicante l’acqua, e grafeo, scrivere) è una branca delle scienze applicate che si occupa di misurare e descrivere le caratteristiche morfologiche dei mari e delle aree costiere, nonché la distribuzione delle acque sulla superficie terrestre (sia continentali che marine). Il suo scopo principale è la sicurezza della navigazione marittima, a cui si affiancano numerose altre finalità ed attività come la produzione di carte geografiche e nautiche, l’esecuzione di studi e ricerche di carattere civile e mili-

Riflessioni e voci stonate dopo il naufragio al largo dell’Isola del Giglio. L’antica lezione di Flavio Vegezio e la saggezza dei vecchi “lupi di mare”. Le qualità dell’arte di navigare: senso di orientamento, intuito, capacità di manovrare con prudenza e perizia, conoscenze acquisite nel tempo. La secca delle Scole e i rilievi sistematici delle navi idro-oceanografiche per la sicurezza della navigazione.

tare, il monitoraggio ambientale e la modellizzazione oceanografica e meteorologica. In Italia, il servizio idrografico è gestito dall’Istituto Idrografico della Marina, che è uno dei cinque Organi Cartografici dello Stato, deputato alla produzione della documentazione nautica ufficiale nazionale. Per assolvere tale compito, detto Istituto conduce il

rilievo sistematico dei mari italiani, avvalendosi delle navi idrooceanografiche della Marina Militare, appositamente attrezzate, e di proprie spedizioni. Esso valorizza e controlla i dati raccolti per organizzarli e finalizzarli alla produzione della cartografia e della documentazione nautica, sia tradizionale sia in formato elettronico e, infine, cura la dif-

fusione delle informazioni nautiche in ambito nazionale ed internazionale. Da tale premessa si evince che per mare devono essere utilizzati documenti legalmente validi per la navigazione marittima, tra cui in primis la carta nautica - sia essa digitale che tradizionale (cartacea), come previsto dal Codice della Navigazione. E’ sconvolgen-

te aver constatato che nei vari dibattiti televisivi che si sono susseguiti dopo il sinistro marittimo, oltre ad udire un linguaggio nautico inappropriato, nessuno, inizialmente, ha mai mostrato la carta nautica: documento forse sconosciuto ai diportisti della domenica, ma certamente noto ai naviganti esperti. Solo qualche giorno dopo il triste evento, un pescatore dell’Isola del Giglio ha dichiarato che lo scoglio è ben segnalato sulla carta nautica in vigore ove è ben dettagliata la secca delle Scole il cui sinistro richiamo ci fa rimembrare le mitologiche figure delle sirene che attiravano a sé i naviganti di passaggio. Un pescatore, un uomo di mare! Personaggi sapienti e taciturni che incontriamo lungo le coste della nostra bella penisola. E se studiassimo con un po’ più di attenzione la geografia e la storia, scopriremmo che Publio Flavio Vegezio Renato, nel lontano V secolo d.C. nel libro IV del famoso “De Re militari” al capitolo XLIII denominato “La conoscenza delle acque e importanza dei rematori” cita: “La perizia dei marinai ["nauticorum"] e dei timonieri ["gubernatorum"] consiste nel prendere conoscenza delle acque nelle quali si naviga e dei porti, onde evitare i luoghi pericolosi per gli scogli affioranti o sommersi, i bassi fondi e le sec-


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che; infatti, si avrà tanta maggior sicurezza quanto il mare sarà più profondo. Nei comandanti navali ["navarchis"] si predilige la diligenza, nei timonieri ["gubernatoris"] l’esperienza, nei rematori ["remigibus"] la valentia. Infatti, la battaglia navale ["navalis pugna"] si combatte in mare tranquillo; e la mole delle navi da guerra, non per il soffio dei venti, ma per impulso di remi percuote con il rostro gli avversari e schiva invece il loro impeto. In tali circostanze, i muscoli dei rematori ["remigum"] e l’arte del pilota che regge il timone ["clavum regentis magistri"] sono i principali artefici della vittoria.” Questa saggia lezione che proviene dal remoto passato potrebbe stupire e disorientare il lettore distratto, ma essa rappresenta l’antico legame tra l’uomo, la nave e il mare, immutato dalla notte dei tempi e l’Arte del navigare così come definita dai marinai del passato, non è stata superata dalla recente tecnologia. E’ indubbio che l’Arte nautica è senso di orientamento, intuito, capacità di manovrare la nave con prudenza e perizia grazie alle numerose conoscenze tramandate e acquisite nel tempo con il continuo contatto con il mare. Tale legame si acquisisce anche e soprattutto ascoltando la saggezza

dei vecchi lupi di mare, “personaggi taciturni ed esperti”, che possiamo incontrare lungo le coste, da Ventimiglia a Trieste, e che purtroppo molto spesso ignoriamo in nome di una frenesia tutta moderna di rincorrere chissà cosa. Tutto deve essere fatto in nome del profitto, l’anziano è superato, il pescatore è disprezzato, l’artigianato marinaro esala gli ultimi respiri. Tutti sono esperti, tutti invocano la competenza e l’efficacia osannando rinnovamento e risparmio. A chi giova tutto ciò? Ci sentiamo tutti velici quando ci sono le gare della Coppa America e della Louis Vuitton Cup con “Luna Rossa” o “Mascalzone Latino” che veleggiano con le insegne del tricolore. C’è da chiedersi è davvero così? Non crediamo proprio. Basta guardare cosa accade ogni estate lungo le spiagge e le coste del Bel Paese. Intanto la marineria sorrentina e quella italiana in generale sono gravemente ferite. Lacerate dal triste evento della “Costa Concordia” e soprattutto da un esercito di esperti sapienti e loquaci azzeccagarbugli che, in nome di un “audience mediatico” esasperato ed esasperante, scorazzano tra un canale all’altro nei vari programmi televisivi con allusioni svilenti al mestiere del marinaio.

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Il mestiere del marinaio non è una semplice professione, non è un lavoro, benché molti la possano pensare così. Questi inevitabilmente si sbagliano. L’andare per mare è metafora di vita, un vero e proprio modus vivendi che insegna ad affrontare e superare le sfide e se stessi, regalando sensazioni incomparabili, dove l’abilità, l’intelligenza, l’emozione e il coraggio si fondono in un tutt’uno. Né va dimenticato che chi va per mare fa i conti con un sentimento nobile e gentile come l’amore, un amore che spesso è dal sentore un po’ nostalgico. Si parte e si brama il ritorno. Ricordo con piacere la poesia di Umberto Saba intitolata Ulisse: “(…) isolotti a fior d’onda emergevano ove raro un uccello sostava intento a prede (…) vele sotto vento sbandavano più a largo per fuggirne l’insidia”. Lo stesso poeta ci descrive la pericolosità e l’insidia degli scogli costieri, scogli che lui ha ben conosciuto durante la sua giovinezza, quando da mozzo a bordo di un mercantile navigava lungo le coste “dalmate”. Egli stesso conclude la poesia affermando :“Me a largo sospinge ancora il non domato spirito e della vita il doloroso amor”. Probabilmente, l’episodio dell’Isola del Giglio è proprio una metafora inversa rispetto al con-

cetto poetico suddetto, ma un quadro sincero e tragico della situazione attuale. Forse il popolo è stanco e sempre meno persone possiedono un non domato spirito, la voglia di intraprendere, sperimentare e scoprire. Ancora meno persone riescono a sobbarcarsi il peso del doloroso amore per la vita e, in preda ad un incalzante lassismo, si lasciano inevitabilmente andare alla deriva su quegli scogli dove invece sarebbe bene fuggirne l’insidia. Se chi va per mare dimentica tutto questo allora vuol dire che siamo al tracollo, ciò segna inevitabilmente l’ennesimo vulnus in un Paese che è già abbastanza martoriato sia nella fede che nella propria poeticità (dove per poesia si intende anche la poietica, cioè l’arte di saper fare e creare). Fino ad oggi ciò che ci restava, la parte intonsa infatti, erano solo i nostri naviganti. Sembra non esser più così. Spero, a questo punto, che i più comprendano lo spirito della mia riflessione. Bisogna “saper vedere e non guardare in aria, occorre agire e non parlare” per dirla con Brecht. C’è ormai un oportet imperativo che aleggia sul nostro popolo, è giunto il momento di una rinascita sia etica che morale e pratica. A far da guida ci dovrebbe essere innanzi tutto

Fairwind Owners Club ha, inoltre, il piacere di offrire in charter splendidi esemplari di BlueWater Cruisers: • Nautor’s Swan 651 • Nautor’s Swan 65 ketch Yachts direttamente gestiti da Fairwind Owners Club con i quali poter godere in tutto comfort le più suggestive località del Mediterraneo. Sul sito www.fairwind.it sono raccolte tutte le informazioni. Non esitate a contattarci.

l’orgoglio di essere stato e di continuare ad essere un popolo di santi, poeti e navigatori. C’è da aggiungere che queste tre caratteristiche, nel corso dei secoli, hanno dato una connotazione elitaria all’Italia, che ci ha fatto in un certo qual senso vivere di rendita. Però occorre specificare che si deve anche essere capaci di conservare e gestire i lasciti ereditari, cosa che spesso noi non facciamo o incuranti e sprezzanti viviamo in maniera superficiale, convinti che l’abbondanza, che per carità del destino ci è stata donata, sia eterna. Non è così! Solo un attento studio, una profonda conoscenza e una forte volontà ci possono spingere a riportare in alto il nostro Paese. Solamente allora avremo imparato a saper vedere, avremo agito e non vanamente parlato. E allora ricordiamoci che condurre in sicurezza una nave sul mare richiederà sempre sensibilità, buon senso, esperienza e cultura, mentre, a dispetto dell’alta sofisticazione tecnologica, i moderni ausili alla navigazione possono, per loro natura, diventare improvvisamente inefficaci e chi si avventura per mare deve essere sempre in grado di dirigere correttamente la prora, anche senza di essi, come insegnato da Vegezio già da qualche millennio.

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Il signore delle stilografiche di Mimmo Carratelli

La straordinaria storia del napoletano Gianfranco Aquila da un negozio di via Milano nel dopoguerra e da uno stabilimento ad Agnano alla conquista dell’azienda Montegrappa inventando le penne speciali, esclusive e autentici oggetti d’arte. La scuola del padre, un severo apprendistato e il successo. Le particolari realizzazioni per papa Wojtila, Lech Walesa, Pelè, Paulo Coelho. Una vita ricca di piacevoli aneddoti raccontata nell’elegante libro di Claudio Ruggiero.

Gianfranco Aquila_foto: www.ilgiornale.it

Una bottega di penne stilografiche in via Milano, la pasticceria Attanasio (sfogliate calde) poco lontana, il cinema Excelsior, via Palermo e Vico Venezia com’erano, e la stazione di Napoli centrale com’era allora, in quell’anno, il 1938, l’ultimo anno di pace. Venne a Napoli Hitler, ricevuto da Mussolini e da Vittorio Emanuele III. Manto stradale rifatto e la statua di Nicola Amore confinata nei giardini di Piazza Vittoria perché il Corso Umberto fosse una strada dritta, senza ostacoli, il Rettifilo, com’è chiamato ancora oggi. Il corteo delle auto del Cancelliere del Reich, giunto in treno e in guerra con il mondo, doveva avere un percorso dritto, facile ed elegante, mentre nel golfo era in attesa una straordinaria parata navale con corazzate, cacciatorpediniere, 90 sommergibili e il mitico “Rex” con a bordo gli invitati speciali. Il 1938 a Napoli. Cominciava-

no le esercitazioni antiaeree. Un elettrotreno giunse da Roma in un’ora e 23 minuti. Altro che Frecciarossa! Ma torniamo a via Milano. Qui comincia una storia fantastica raccontata da Claudio Ruggiero in un elegante volume, “Il signore delle penne”, dedicato, con numerose testimonianze e il racconto in prima persona del protagonista, a un imprenditore e a una famiglia di imprenditori, i “pennaioli di Napoli”, che compirono una straordinaria impresa, fino alla conquista di Bassano. Il coraggio, l’audacia, l’inventiva di Napoli attraverso tre generazioni in un suggestivo settore commerciale: le penne stilografiche. Quelle straordinarie penne stilografiche, inseritesi fra il calamaio e le penne Bic, portate nel taschino, un’autonomia di scrittura dei tempi romantici e degli scrittoi di pelle, oggetto prezioso e compagne fedeli. Hanno avuto a Napoli questa storia straor-

dinaria, suggestivamente raccontata nel libro di Ruggiero, unitamente ai ricordi della città del dopoguerra. Il protagonista si chiama Gianfranco Aquila, napoletano del quartiere Vasto, che dal nonno Benvenuto e soprattutto dal padre Leopoldo Tullio, il suo maestro sul lavoro, ha proseguito e spinto in alto il loro mestiere di rappresentanti di gioielli e oggetti preziosi, in particolare l’attività del padre nella vendita e nella creazione di penne e accessori di ricambio punteggiata dal successo della “Superpenna Aquila”, precursore di un successo che il figlio Gianfranco avrebbe portato alla stelle entrando nell’azienda di famiglia a 18 anni. L’apprendistato di Gianfranco fu duro e disciplinato (scuola severa al Collegio Bianchi) come s’usava a quei tempi e la sua passione per il mestiere del padre, “commerciante di


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penne”, si rivelò immediatamente. Nell’azienda di famiglia Gianfranco portò l’energia, l’inventiva e il coraggio della sua giovane età. Era, Gianfranco, un giovane bruno di bell’aspetto, la fronte alta, gli occhi intensi e vivaci, nato in un palazzo di via Milano non distante dal negozio dove il padre, “importante grossista di penne”, smerciava le stilografiche “Aurora” e aveva un proprio marchio, le penne “Lalex”, laminate in oro e realizzate dall’industria ElmoMontegrappa di Bassano. “Volevo fare quello che faceva mio padre, ma in modo diverso” racconta Gianfranco Aquila. Intanto, dal negozio di via Milano, lo sviluppo dell’azienda paterna impose nel 1959 la necessità di una sede più grande al Corso Umberto e la creazione di un nuovo stabilimento ad Agnano per la produzione in proprio delle penne. Gli Aquila erano ormai una delle più importanti famiglie imprenditoriali nel settore delle penne d’Italia, poi del mondo. Nella realizzazione delle penne Gianfranco portò il suo gusto artistico e l’attenzione per gli astucci eleganti, ma fu l’idea geniale di accoppiarle con altri oggetti il primo strepitoso successo. Quei “coordinati da regalo”, le penne “Lalex” abbinate a un fermasoldi, a un orologio da polso, ad accendini e calcolatrici, a rasoi laminati in oro e alle riproduzioni di auto antiche, sfondarono sul mercato. L’incontro di Gianfranco Aquila con la Montegrappa fu la svolta clamorosa nel pieno della sua maturità, quasi quarantenne, ormai sicuro e lanciatissimo, richiesto dall’azienda bassanese a fare da consulente. Gianfranco pensò invece ad uno splendido azzardo: l’acquisizione dell’azienda stessa che avvenne, con vari passaggi, nel 1981. Gianfranco Aquila aveva 38 anni. Leopoldo, il padre, morirà due anni dopo, orgoglioso dell’audacia del figlio. Gianfranco diversificò le due produzioni, quella napoletana e quella bassanese, puntando nell’azienda vicentina alla realizzazione di penne e accessori d’alta gamma. Ebbe l’idea delle “penne speciali” che fossero uniche e riconoscibili, finendo col diventare veri oggetti di culto. Produsse penne particolari per la Unoerre, per Trussardi, per la Ronson, per la Bugatti. Una produzione personalizzata, segnata da pic-

coli particolari che le rendevano esclusive. Nacquero le penne in vetro di Murano, le Serie sportive con fermagli differenziati per il tennis, il basket, lo sci. Nacque la penna per Italia 90 con l’omino tricolore che era la mascotte dei Mondali di quell’anno nel nostro Paese. E alle penne si accompagnò la produzione di cinture, portafogli, borselli. La lavorazione a mano assicurava un’altissima qualità. Erano penne griffatissime. Presto si unirono a Gianfranco i suoi tre figli, Leopolto, Ciro Maria e Giuseppe. L’inventiva, l’entusiasmo, le energie si moltiplicarono. Gianfranco, poi, era un vulcano di idee. Nacque un mito. Il mito delle penne stilografiche speciali, di produzione limitata, legate ad avvenimenti e personaggi mondiali. Nacque la penna come oggetto d’arte attraverso tecniche di lavorazione raffinate e l’utilizzo di materiali preziosi. L’idea del bello era la filosofia di vita di Gianfranco Aquila e l’applicava alla grande nella sua attività di imprenditore. Nacque la penna “Dragon” nel 1995, il primo esemplare di penna interpretata come opera d’arte, fantastica nel disegno, nei colori, nei materiali, nei particolari. Nacquero i “capolavori unici” destinati a persone di fama. Come la Penna Papale donata a Karol Wojtila in occasione del Giubileo 2000, platinata e bicolore, decorata con le chiavi di San Pietro. La Montegrappa produsse le penne per Lech Walesa in occasione del conferimento del Premio Nobel, per il più noto conduttore televisivo d’America Larry King, per Stirling Moss campionissimo delle auto, per l’attore e produttore cinematografico britannico Gary Oldman, per la regina Sirikit della Thailandia, per Paulo Coelho. E, ancora, per Pelè, fusto in oro 18 carati, tempestata da 274 smeraldi e 718 diamanti, e per Antonio Banderas. E la penna molto speciale per Sylvester Stallone, collezionista di penne. Ma ci sono state anche le penne “Tibaldi” in ebanite nera e liscia con pennino rientrante in oro 14 carati, marchio acquistato dalla famiglia Aquila nel 2004. Tutte insieme potrebbero comporre un museo suggestivo. Gianfranco Aquila, dall’oratoria brillante, dall’inflessione napoletana, dalla simpatia dell’uomo che non ha più i capelli di una volta, non li ha proprio, ma ha un volto aperto

e accattivante, racconta nel libro aneddoti inediti, storie appassionanti e la Napoli che gli sta nel cuore. Alto e armonioso, indossa al mattino camicie azzurre, ma il pomeriggio e la sera rigorosamente bianche, e completi in grigionero, fumo di Londra e in tessuto Tasmania. Perché è un uomo elegante. La sua storia d’amore con Diana, sposata nel 1964, è fra le storie delicate del libro. Il primo incontro a sedici anni ad una festa organizzata da uno zio di lei, il colpo di fulmine, la Lancia Flaminia in prestito per conquistarla, il viaggio di nozze su una Fiat 1500, le vacanze a Maratea.

Il libro, con una presentazione di Jean Alesi, l’asso francese del volante, amico di Gianfanco Aquila, è ricco di piacevoli squarci di vita. La passione di Gianfranco Aquila per il canto. “Avevo orecchio e una bella voce. Una volta, in un albergo di Maratea, cantai ‘Indifferentemente’, una canzone del repertorio napoletano, e un cliente mi regalò diecimila lire”. Era il 1965. Ancora più forte la passione per le auto. “Le ho guidate tutte”. Dalla prima Fiat 600 grigia alle macchine più prestigiose, la Jaguar, la Ferrari Maranello, la Rolls Royce e uno scooterone Honda per … diversificarsi. Giocatore di tennis al Circolo delle Rose di

Portici. “Il rovescio mi veniva bene, il diritto così così”. Il calcio. “A dieci anni andavo allo stadio del Vomero con gli amici del babbo per vedere Jeppson”. Poi l’infatuazione per Maradona e l’amicizia con Antonio Juliano, capitano degli azzurri. La polvere di piselli ai tempi della guerra, i ceci sotto le ginocchia nelle punizioni scolastiche. Ricca e generosa è la vita di Gianfranco Aquila (“Ma il mio nome di battesimo è Giovanni, classe 1943”). A una sola domanda non sa rispondere: “Imprenditori si nasce o si diventa?”. Potrebbe rispondere come Totò: “Io lo nacqui”.


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La volta che Indio si finse morto di Nicola Dal Falco

Storia dello “scherzo” che il cavallo pezzato di Vincenzo fece al suo padrone a Faiolo e di quando Platone e Antistene si sfidarono in un duello verbale sull’idea di cavallo.

Vincenzo è uno dei pochi che quando viene al Pantano per cacciare tartufi, entra ed esce con passo leggero, silvano. Riconosco la macchina, ma, a volte ho l’impressione che un suo doppio sottile, vi abiti in permanenza, comparendo quando meno te lo aspetti o proprio perché te lo aspetti.

In un tempo immemorabile, la natura mischiava le forme, le teneva vicine e anche un essere umano poteva mostrare le fattezze di un luogo o viceversa. Ecco spiegate le ninfe, i fauni, i centauri. Figli come un masso o una siepe di pruni di quella collina, di quel pianoro, di quel cocuzzolo.

L’ho visto ripercorrere le stesse tracce di altri e trovarne sempre: scorzoni, pietrosi fuori e teneri dentro, che esalano un profumo di grembo, di caglio e zolfo, combinando l’elemento umido con quello igneo; seminati, come si credeva, direttamente dal cielo, a colpi di fulmine.

Dopo l’enorme successo dello scorso anno parte la V edizione del Premio Anacapri Bruno Lauzi - Canzone d’Autore 2012. Il premio è dedicato ai cantautori ed alle loro canzoni inedite. La manifestazione, che vede la direzione artistica dello scrittore e giornalista Roberto Gianani, vanta la partecipazione, in qualità di giurati, di alcuni tra i più importanti nomi della musica d’autore italiana: Giorgio Calabrese, Mariella Nava, Edoardo Vianello, Carlo Marrale, Maurizio Lauzi, Franco Fasano; dei giornalisti Andrea Vianello, Marino Bartoletti, Pietro Gargano e Alberto Zeppieri e del maestro Gianfranco Reverberi, in qualità di presidente di giuria. La serata di gala con le premiazioni avrà luogo nell’estate 2012 nello splendido scenario di piazza San Nicola ad Anacapri alla presenza dei giornalisti della carta stampata e della televisione. Il Premio Anacapri Bruno Lauzi - Canzone d’Autore è diventato un appuntamento fisso nel panorama della canzone italiana d’autore. Le domande di iscrizione dovranno pervenire entro il 31.05.2012. Il bando, con il regolamento per le ammissioni, è pubblicato alla pagina web http://www.comunedianacapri.it/it/premio-lauzi

Ufficio Stampa: Maria Rispoli velebiancheeditori@libero.it

Il merito è dei cani che addestra e di cui ha assimilato qualcosa che sta al confine tra noi, loro e il passato remoto. I suoi cani lavorano sodo, ma lo fanno ancora con un misto di massima attesa e di giubilo. Incitamento, pacche e contentini sono le regole del gioco, poi però c’è il gioco in sé per sé. Il piacere di condividere tanto la strategia che lo scopo, di prepararsi, di imporre alle circostanze e agli altri un proprio stile. Solo così l’utile, pur restando tale, si trasforma piano piano in un pretesto, un buon pretesto per stare al mondo. Cosa ben diversa da chi, invece, è abituato a subordinare ogni azione all’interesse e, in maniera ancora più schizofrenica, al punto di vista altrui. Potrei dire che, rispetto a certi vandali o ad altri visitatori rumorosi quanto inconcludenti, Vincenzo e il suo cane palpano il terreno, lo annusano e ci si rotolano insieme. Il loro è un conoscere e un sentire, un fare d’artisti, facendosi corpo col paesaggio, diventandone a secondo dei momenti la parte fissa e mobile, la durata e la felicità. Si avvicinano al vecchio uliveto come ci si siede al tavolo, per una, due tre, dieci mani di carte. Al contrario, può capitare che giocatore e socio arrivino, diano un’occhiata e passino oltre. Quel giorno non è aria, qualcosa sulla scena o negli immediati dintorni li disturba, togliendo alla serietà del gioco quel pizzico di bellezza che lo apparenta a un rito. Anche i luoghi chiamano e quando un posto tace, non c’è da insistere. Più che allungarsi verso l’alto, Vincenzo si assottiglia. La prima impressione è di vedere un ramo che cresca al centro della

pianta e ondeggi in cima. Poi, l’immagine si precisa in quella di una lama che danza sempre in sintonia col più recondito dei pensieri. Perciò, la camicia aperta non è un vezzo, non serve a mostrare il petto. Indica, piuttosto, un modo naturale di stare in guardia senza complessi, di farsi avanti per quello che già sei. O così o niente, perché va bene lo stesso, perché, girando nei boschi, gentilezza e fermezza né barano né fanno sconti. Prima che del cavallo di questa storia, Indio era il nome di un cane da caccia. Un cane sveglio, esuberante, tenace anche quando era costretto ad improvvisare, a giocare a calcio, nel ruolo di portiere. Gli era capitato quel nome per via del pelo a chiazze, passato poi al cavallo che aveva un mantello se non proprio uguale altrettanto pasticciato. Indio, corto ma dolce, esotico senza apparire troppo estraneo, è un bel nome. Ha la sua magia. Uno di quei nomi che ripeti volentieri e che ti aiutano ad entrare in contatto, ad intrecciare un dialogo di note come succede tra due strumenti a fiato che si interrogano e si provocano. La testardaggine fa il resto, ma possedere la parola magica, il nome segreto è essenziale anche se si tratta dello stesso nome per due animali di taglie e ambizioni diverse. E’ forse proprio questo il talento di Vincenzo: riconoscere e seguire le vie che prendono certe incarnazioni. Allora, a Faiolo, lungo la via del Fosso, si ripeteva l’identica scena con un numero variabile di animali che camminavano in fila indiana dietro ad Indio, montato da Vincenzo. Fila indiana appunto, sorvegliata con ruvido zelo da una capretta,


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presa anche lei in questo strano ballo dove ognuno si mette al passo, cercando di intuire il linguaggio umano o bestiale dell’altro. Un giorno qualsiasi, un giorno di lavoro, da casa cercano Vincenzo. Non è normale e Vincenzo si preoccupa. Immagina il peggio, non certo che Indio sia sdraiato a terra senza dar segni di vita. Da quando l’hanno trovato così, sono stati fatti diversi tentativi per rianimarlo, ora avvicinandogli la fiamma di un accendino, ora tirandogli la coda, ora gridandogli qualcosa nell’orecchio, ma sempre invano. Indio “è un po’ morto” come qualcuno arriva a dirgli, andandogli premurosamente incontro. Vincenzo si ferma, l’intera scena è comica e solenne al tempo stesso; per un po’ osserva i parenti, poi guarda Indio e lancia un unico fischio. Il cavallo scatta in piedi, è vivo, stava solo facendo il morto. Dei presenti il più stupito è lo stesso padrone. Si ricorda che andandosene l’aveva accarezzato, salutandolo con un “Muori!”. E l’altro aveva eseguito, restando di sasso per qualche ora. Come definire l’accaduto, il felice trapasso dello stesso nome da un cane ad un cavallo che si attiene scrupolosamente al macabro scherzo? Mi viene in mente il duello verbale tra Antistene, il cinico, e Platone. “O Platone, vedo il cavallo – affermava il primo – ma non la cavallinità”. “Perché non hai l'occhio per vederla” gli rispose l’altro. Ad Antistene, che non ammetteva l’esistenza degli universali, il cavallo pareva solo un animale, una realtà corporea, materiale, mentre per Platone la sua essenza trascendeva il caso e l’individuo. Era l’idea di cavallo che permette di pensarlo e di conoscerlo. Indio come il cavallo di Platone non era solo un cavallo pezzato, vissuto a Faiolo, ma aveva a che fare con il concetto di cavallinità. Il quale abbraccia molte e misteriose cose.


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Con le ragazze di Tromsø a guardare l’aurora boreale di Mino Rossi

Col cargo “Fantasia” facciamo tappa nella città più a nord della Norvegia, metà su un’isola e metà sulla terraferma, unite da un fantastico ponte e da un tunnel sottomarino. Sullo sfondo di un cielo nero un mantello di luminose scie verdi con lampi rossastri. Il mozzo Jim ha molto successo con Hannah. Con la lunga barba rossiccia Raymond sembra un vichingo. Una bevuta al Bla Rock Café, il pranzo all’Emma’s Drommekjokken, la cena da Skarven e una conclusione molto interessante sulla nave bevendo cognac dell’ovest francese con Gunhild, Grethe e altre bionde del nord.

A Peter, che ha una moglie in Europa, una in America e la terza in qualche isola del Pacifico, gli è venuta la voglia delle aurore boreali. Dice che questo è un periodo magnifico perché il Sole si sta agitando molto e il fenomeno delle aurore boreali se ne avvantaggia. Charles, che ha appena ricevuto un rassicurante sms dalla sua ragazza di Francoforte, si dichiara d’accordo. “Vada per l’aurora boreale” dice. Raymond obietta che sarebbe meglio fare rotta sulla Polinesia. Lui sogna di sistemarsi da quelle parti, su un’isola, magari a Tahiti, anche se è oggi è molto affollata, e passarci il resto della vita con una polinesiana compiacente. Il mozzo Jim non dice nulla. Lui dice sempre “okay”. E allora andiamo per aurore boreali. La prua del nostro cargo, che,

come ormai saprete, si chiama “Fantasia”, punta il nord della Norvegia. Siamo navigatori matti di mari e oceani e non ci facciamo mancare nessuna meta. Fuggiamo da amori incompiuti, abbiamo ragazze labili nei porti, il grande amore ci è passato sopra e qualcuno di noi ne porta ancora i segni. Meglio andare dove ci porta il cargo. La meta è Tromsø che si scrive proprio così con la “o” spaccata da un segnetto. Una parte della città, diciamo il centro cittadino, è su un’isola che si chiama ovviamente Isola di Tromsø, il resto della città è sulla terraferma, e poi c’è Kvaløya che pare significhi Isola delle balene. C’è un ponte spettacolare di un chilometro che unisce la terraferma all’isola. E c’è un tunnel sottomarino di tre chilometri.

Il porto è accogliente e Tromsø è bella a prima vista. L’hanno chiamata “la Parigi del Nord” perché è una città vivace che fa molta cultura, ha una vita notturna notevole e pare ci abitino i norvegesi più simpatici, molto disponibili e ospitali. Poiché è una città universitaria, la più settentrionale al mondo delle città universitarie, ci sono moltissimi studenti. Le ragazze ci piacciono molto. Raymond, che sogna la Polinesia ma ora è qui a poche migliaia di chilometri dal Polo Nord, dice che dovremmo andare in qualche night e trovare un po’ di ragazze con cui guardare le aurore boreali. Il cargo è bene ancorato e noi bighelloniamo sull’isola di Tromsø. Ci dicono che qui ci sono bar, ristoranti, pub, night, club e caffè in numero talmente abbondante che se gli abitanti di Tromsø uscis-

sero di casa tutti insieme per andare a divertirsi troverebbero posti liberi. Lungo una strada che si chiama Stortorget ci sono numerosi club. Peter, che è quello di noi che sceglie i posti, ci indica il “Bla Rock Café”. E vada per il “Bla Rock Café” a 68 gradi latitudine nord. Beviamo della buona grappa e siamo moderatamente felici. E’ un pomeriggio di febbraio e fuori è già notte perché qui il sole viene su alle 9,06 e tramonta alle 14,51 come è esattamente previsto da un depliant che Charles, l’intellettuale del nostro gruppo, ha preso al porto. Ci sono ragazze sicuramente interessanti sotto i loro abbigliamenti polari che lasciano intravedere occhi azzurri, ciuffi biondi, bocche gustose e nasini piacevoli. Il mozzo Jim ha fame, lui ha sempre

fame, è piccolo e magro e gli viene sempre fame, e allora Peter ci consiglia di andare all’Emma’s Drommekjokken perché ci sono cameriere graziose che servono bistecche di renna e granchi giganti con una buona birra ed è un posto carino, piccolo e animato. Solo lui sa queste cose perché si informa molto sui posti dove andiamo. Le cameriere ci trovano simpatici e cerchiamo di avere qualche utile approccio per andare a vedere insieme le aurore boreali. Sorridono. Usciamo a mani e cuori vuoti. Proprio dinnanzi al porto c’è la Cattedrale Artica, molto moderna e affascinante. E’ a triangolo con una struttura tutta bianca e la facciata, con una immensa croce, è proprio un triangolo con un grande mosaico di vetri colorati


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sui quali, con grande suggestione, si riflettono le aurore boreali. Questo leggiamo nel depliant. La cameriera Ingvild, non proprio la più carina dell’Emma’s Drommekjokken, ci ha detto che le aurore boreali sono visibili fra le sei di sera e mezzanotte. Gradisce vederle con noi e con qualcuna delle sue colleghe? Dice che lei, le aurore boreali, le conosce a memoria. Non ha voluto dire di no per educazione. Ed eccoci, i cinque marinai del cargo “Fantasia”, il mozzo Jim, Peter, Raymond, Charles e il sottoscritto, che fissiamo il cielo di Tromsø fra le diciotto e mezzanotte senza nessuna cameriera dell’Emma’s Drommekjokken a renderle più interessanti, ma ci sono molte ragazze in giro che aspettano di vedere l’aurora boreale e si può familiarizzare a sette gradi sotto zero. I rapporti sono molto simpatici ma anche molto freddi. Adesso vi racconterò la meraviglia che ci ha presi in mezzo alla folla che guardava le aurore boreali. Pare che Tromsø sia il posto ideale per questo spettacolo, il migliore dei posti per le aurore boreali. Ed ora siamo insieme a un gruppo di studentesse che si stringono a noi, ma è per il freddo e l’emozione dell’attesa. Ridono con gli occhi e ci guardano senza un interesse particolare. Jim, però, è notevolmente abbracciato a una delle ragazze. Piccolo e magro,

ma di una simpatia straripante, Jim ha questo dono di attrarre l’altro sesso. Raymond dice che è perché Jim non punta al sodo, fa il micetto e le ragazze si fidano di lui. Jim è il mozzo che ha più amiche nelle città di mare del mondo. Raymond dice che noi abbiamo gli occhi che ci tradiscono. Gli occhi di lupo. Le ragazze capiscono al volo quello che vogliamo e restano in guardia, tranne quelle che vogliono la stessa cosa. Raymond da qualche tempo si è fatta crescere la barba che è un po’ rossiccia e perciò potrebbe somigliare a un vichingo. A Tahiti potrebbe essere un dio, da queste parti i vichinghi si sprecano. Peter, che è alto, e altezza è mezza bellezza, ha il fascino dell’uomo magro e bruno. Insomma, non siamo messi male, ma questa è solo la sera delle aurore boreali. Jim dice che la ragazza con cui è abbracciato si chiama Hannah. Quello che le ragazze guardano con grande interesse è il cielo. Poiché qui è notte fonda, il cielo è nero e non potrebbe esserci un fondale più indicato per quello che sta per succedere. E’ una cosa che bisogna vedere almeno una volta nella vita. Ho vicino a me una brunetta, una delle poche brunette di questi posti, credo, che mi guarda con simpatia. Si chiama Grethe. Raymond fa lo spaccone con una ragazza molto incappucciata e sicuramente vi-

stosa anche senza tutta la roba che ha addosso. “Si chiama Gunhild” mi informa Raymond. Lo spettacolo comincia all’improvviso. I corpuscoli provenienti dal Sole (il vento solare?) si incendiano per l’attrito (è esatto dire così?) quando investono lo scudo magnetico della Terra. Questo avviene a 500 chilometri sopra le nostre teste. Gemiti e “oh!” di meraviglia, saltelli e battimani accompagnano i primi lampi di luce. Ma non sono lampi e non sono lampi bianchi. E’ come una scia immensa e colorata che percorre il cielo da nord verso est, da sotto a sopra. E’ una scia verde con i bordi rosati che si staglia nel cielo di Tromsø accompagnata da lampi rossastri. E’ l’aurora boreale. Jim e Hannah sembrano molto felici. Peter guarda sbalordito la scia colorata. A volte sembra più azzurra che verde, ma è soprattutto verde. Guardo Grethe. Guardo il suo viso incorniciato dal cappuccio di pelliccia morbida. “Hai gli occhi verdi?” dico. Non capisce. Nell’emozione del momento, un lungo momento, l’aurora boreale e là e resiste nel cielo, Charles dice: “Gli svedesi l’hanno paragonata ai riflessi di un banco di aringhe”. “Non ricordo di avere visto mai un banco di aringhe – dico. – Ma mi sembra un paragone mediocre”. Più consapevolmente Charles aggiunge: “E’ l’ossigeno

dell’atmosfera che dà il colore verde”. Poi si corregge: “A quell’altitudine è più corretto dire esosfera”. Charles sa molte cose e si è molto informato sulle aurore boreali. “L’azoto dà il rosso e l’azzurro” conclude. Si fa una gran musica per l’aurora boreale. E’ il Nordlysfestivalen di Tromsø. Jazz, opera lirica, musica da camera, danze. Le ragazze ci portano a vedere la Danza delle Renne eseguita da due artiste lapponi che sembrano proprio due renne con le ramificazioni in testa e una tuta con i peli. C’è poi una band di nove musicisti che suonano jazz, rock e musica elettronica. Peter dice che è una bella festa. L’aurora boreale è sempre là come il mantello luminoso e colorato di una sposa spaziale. “Symfoniske konserter?” chiede Gunhild. E andiamo al Symfoniske konserter guardando sempre l’aurora boreale. Ci seguono le altre ragazze. Vedo Jim che dà un bacio artico ad Hannah. Quando si fa tardi, Grethe chiede se si va a mangiare. Si va a mangiare. Ci porta verso il mare sulla Stradtorget. Qui c’è lo “Skarven”, un ristorante dei più noti per il merluzzo secco alla griglia e la balena essiccata. Le ragazze sono allegre ed ora, togliendosi gli immensi giacconi col cappuccio, sono più piacevolmente visibili. Peter dice che sono molto simpatiche. Scartiamo il merluzzo artico completo di fegato e uova servito

con fragole e andiamo per le bistecche di renna, più rassicuranti. Le ragazze scelgono carne di alce. Ci sono anche dei ragazzi con noi. Uno si chiama Kristoffer ed è molto interessato a Jim. Sul cargo abbiamo delle buone bottiglie di cognac dell’ovest della Francia. Dico a Grethe che potremmo concludere con una bevuta sulla nostra nave. Le ragazze accettano. Non sono mai state su un cargo e sembrano molto interessate al cargo e al cognac. E’ stata una serata molto interessante senza ubriacarci ma svuotando molti bicchieri. Abbiamo guardato ancora l’aurora boreale dalla tolda del “Fantasia”. Gunhild ha chiesto a Raymond di parlarle della Polinesia. Peter ha fatto colpo su una bionda di nome Charlotte. Jim è stato molto felice con Hannah e molto gentile con Kristoffer. Si sono ripromessi di scriversi. Charles, dimenticando la sua tedesca di Francoforte, ha chiesto qualcosa di molto impegnativo a Helene, la ragazza con cui ha simpatizzato. Io mi sono appartato con Grethe che mi ha raccontato tante cose e ne aveva sempre una nuova da raccontare proprio mentre mi avvicinavo alle sue labbra. Promettiamo tutti di tornare a Tromsø perché è buona educazione dei marinai dire sempre arrivederci. “Näkemiin!” in finlandese. Arrivederci. “Näkemiin!, Grethe”. Lei dice “yes” e se ne va senza impegnarsi troppo.


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Si chiama Brunone il mio gigante del Golfo di Napoli di Giuseppe Farace

Foto tratta dalla mostra “I giganti del Golfo”, © Giuseppe Farace

L’incontro con un capodoglio giovane di 15 metri che si lascia fotografare sott’acqua, mentre una balenottera di 20 metri si sottrae all’obiettivo. Una barca a vela d’epoca è la base per l’avvistamento dei cetacei che si ritrovano in particolare nel “Canyon di Cuma”, un’ampia vallata sottomarina tra Ischia e Ventotene. Il “Regno di Nettuno” è un’area tutelata in mare aperto creata dall’associazione “Oceanomare Delphis” che da dieci anni studia la presenza di sette specie di cetacei nel Mar Tirreno. Non è possibile descrivere l’emozione che si prova immergendosi accanto a un enorme capodoglio e incrociando il suo sguardo curioso e mite. È stata sicuramente una delle esperienze più intense che abbia vissuto nel corso della mia carriera di reporter.

Ho voluto documentare fotograficamente la presenza dei grandi cetacei nel mio mare, il Golfo di Napoli, per mostrare a tutti questa realtà poco conosciuta. Un lungo lavoro svolto con il supporto dell’associazione “Oceanomare Delphis onlus” (www.oceanomaredelphis.org),

che ha una delle sue sedi operative a Forio d’Ischia e studia i cetacei nel nostro mare. Un reporter non deve limitarsi a documentare aspetti inconsueti e poco noti, come la presenza di balene nel Golfo di Napoli; bisogna anche evidenziare situazioni negative che danneg-

giano l’ambiente. Desidero infatti contribuire attivamente alla tutela di questi “giganti buoni” che vivono al largo delle nostre coste, attraverso una campagna di informazione e soprattutto una denuncia contro le reti derivanti, trappole mortali fuorilegge, vietate da anni ma tuttora

us at e ne l Me d it e rrane o . Questa micidiale pesca di frodo uccide anche specie protette, tra cui balene, delfini e tartarughe marine. Coloro che ascoltano la storia del mio reportage sui grandi cetacei nelle acque di Ischia manifestano di solito stupore e


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incredulità. Quando poi vedono le foto, in cui il dorso di una balenottera comune lunga oltre 20 metri si staglia sulla superficie del mare, davanti al litorale di Forio d’Ischia, ogni dubbio viene fugato. Desideravo allestire una mostra con una selezione di queste immagini. Grazie alla cortese ospitalità di “La Feltrinelli – Napoli”, mi è stato possibile presentarla quest’anno in gennaio e febbraio. Sono stato felice di verificare l'interesse del pubblico per questa esposizione. Com’è possibile che animali marini giganteschi siano presenti in prossimità del Golfo di Napoli dal traffico marittimo intenso? Gli studi condotti nell’arco di decenni dall’associazione “Oceanomare Delphis onlus” hanno evidenziato che in questo tratto del Mar Tirreno sono presenti ben sette specie di cetacei: stenella (Stenella coeruleoalba), tursiope (Tursiops truncatus), delfino comune (Delphinus delphis), grampo (Grampus griseus), globicefalo (Globicephala melas) e soprattutto capodoglio (Physeter macrocephalus) e balenottera comune (Balaenoptera physalus). Queste ricerche indicano che i cetacei frequentano soprattutto l’area del Canyon di Cuma, un’ampia vallata sottomarina con profondità comprese tra 200 e 800 metri circa, situata tra Ischia, Ventotene e la costa flegrea che risale verso il Lazio. La conformazione del fondale genera un particolare gioco di correnti; ciò crea una ricca catena alimentare che va dal plancton fino ai grandi predatori, come i tonni, i pescespada e i cetacei. Grazie agli studi e all’impegno dell’associazione ischitana, è stata tra l’altro istituita recentemente un’area tutelata in mare aperto, nell’ambito del parco marino “Regno di Nettuno”. Di particolare rilievo, la presenza di una delle ultime colonie di delfino comune del Mediterraneo, specie un tempo molto diffusa che oggi è a rischio di estinzione. Per documentare questa realtà, veramente speciale, mi sono imbarcato a bordo del “Jean Gab”, imbarcazione a vela d’epoca impiegata da “Oceanomare Delphis”. Si tratta di un cutter lungo circa 17 metri, varato a Marsiglia nel 1930 e progettato dall’architetto navale André Mauric, noto per aver firmato imbarcazioni di Coppa America. Il vasto tratto di mare da perlustrare si estende tra Casa-

micciola, Lacco Ameno, Forio, Sant’Angelo e l’isola di Ventotene. E' talvolta possibile avvistare grandi gruppi di delfini a breve distanza dal litorale ischitano, anche in piena estate. La parte meno profonda del Canyon di Cuma inizia poche miglia a nord-ovest di Ischia. L’incontro con i giganti del mare è di solito più frequente nelle zone profonde, situate tra Forio d’Ischia, Sant’Angelo e Ventotene. I capodogli hanno infatti l’abitudine di cacciare i grossi totani che vi si concentrano.

I ricercatori di “Oceanomare Delphis” sono in grado di riconoscere i singoli esemplari, grazie alla fotoidentificazione; si tratta spesso di maschi solitari ma è anche possibile incontrare gruppi di femmine con giovani. A bordo del “Jean Gab” vengono impiegati idrofoni che consentono di localizzare i cetacei in immersione, grazie ai suoni emessi per comunicare o localizzare le prede. Ogni capodoglio identificato ha ricevuto un nome; quello che sono riuscito a fotografare anche sott’acqua,

grazie alla preziosa collaborazione del mio amico Angelo Miragliuolo, comandante del “Jean Gab”, si chiama Brunone ed è un maschio abbastanza giovane, lungo circa 15 metri. Brunone ha accettato la mia presenza in acqua e si è fatto riprendere per alcuni minuti, prima di inabissarsi con un potente colpo di coda. L’incontro con una balenottera comune lunga oltre 20 metri è stato altrettanto entusiasmante. Il colossale cetaceo (palesemente più lungo della nostra barca)

nuotava velocemente e non mi ha consentito di effettuare riprese subacquee; i tre tentativi, effettuati con il gommone in dotazione del “Jean Gab”, sono falliti. Soltanto le immagini scattate dal ponte della barca documentano questo avvistamento spettacolare. Dalla primavera all'autunno, “Oceanomare Delphis” organizza campi di studio settimanali, aperti ai volontari che intendono collaborare con i ricercatori e scoprire così l’affascinante mondo dei cetacei.


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Quel ragazzo di Porto Venere tra mare e nuove tecnologie di Francesca Pappacena

Questo mio breve scritto s’ispira alla pubblicazione di Paolo Noceti “Gino Montefinale (un ragazzo di Porto Venere)” per offrire a voi lettori il ricordo di un personaggio storico della mia Porto Venere. Ai tempi dell’esame di maturità incentrai la mia “tesina” sulla figura del Golfo della Spezia tra il 1800 e la fine della seconda guerra mondiale, passando dalla nascita del futurismo e della pittura aerea agli

esperimenti di Guglielmo Marconi nelle acque di Porto Venere. Proprio in quell’occasione ebbi la possibilità di approfondire la mia conoscenza su Gino Montefinale che fu uomo di mare e tecnologia. Nato a Porto Venere (9 giugno 1881) ebbe un lungo percorso di formazione militare, di studio e lavoro nello sviluppo delle nuove scienze tecnologiche di comunicazione.

L’avventura marconiana del “ragazzo di Porto Venere” iniziò, idealmente, nel luglio 1887 quando, nelle acque antistanti Porto Venere comparve il rimorchiatore numero 8 della Marina militare a bordo del quale Guglielmo Marconi faceva le sue prove radiotelegrafiche. Ufficialmente la collaborazione di Montefinale e Marconi iniziò con il trasferimento del “ragazzo” a Roma. Nel 1927

venne inviato dal Ministero alla Conferenza radio di Washington come delegato della Marina italiana. Nel 1932 a Madrid fu presente alla stesura del primo Regolamento internazionale sull’impiego delle radiofrequenze. Insieme a Tittoni, Mascagni ed altri illustri dell’epoca, fece parte del primo Organismo nazionale di controllo sulle radiofrequenze. Nel 1931, al fianco di Marconi,

assiste all’attivazione di una stazione Marconi nei giardini vaticani. Poco tempo dopo fu proprio Montefinale a dirigere la realizzazione della prima stazione radiotelegrafica vaticana. La sua collaborazione con Marconi fu duratura e proficua, permettendo al Comandante di conoscere l’uomo dietro l’Inventore. Nel dicembre del 1934 il Comandante Montefinale lasciò la Marina militare per assume-

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Ricordo di Gino Montefinale, “dotto nella scienza delle onde elettriche”, che collaborò con Guglielmo Marconi (insieme nella foto). La suggestione del rimorchiatore della Marina militare sul quale il genio bolognese faceva le sue prove di radiotelegrafia. Le missioni alla re, su richiesta dello stesso Marconi, la direzione delle Officine Marconi di Genova, di cui continuerà ad occuparsi fino al 1944, anche dopo lo spostamento delle Officine da Genova negli Uffici di direzione a Montecatini Terme, lo Stabilimento a Pistoia, per effetto della guerra. Con l’armistizio le Officine vennero spostate nuovamente, con trasferimento dello stesso Montefinale, questa volta in “solitario”. Infatti il Comandante tornò a Genova senza l’amata famiglia vivendo con loro un rapporto a distanza. Nei suoi diari è palpabile il clima di tensione e pressione a cui l’uomo era sottoposto. Nel 1944 Montefinale fu costretto, per ordine delle autorità tedesche di occupazione, a dimettersi dalla carica di direttore delle Officine. Nonostante sia

Conferenza radio di Washington e a Madrid per la stesura del primo regolamento sull’impiego delle radiofrequenze, la direzione delle Officine Marconi a Genova fra le tappe del percorso di successi del Comandante ligure, successivamente gran divulgatore scientifico. avvenuto quanto sopra, dopo la Liberazione, nel 1945, il Comandante fu accusato di collaborazionismo e processato. Era in atto “l’epurazione”. Durante un’udienza processuale il Pubblico ministero accusò Montefinale di avere operato e fatto operare nelle Officine Marconi durante tutto il conflitto con identico impegno e stessa intelligenza. Con l’onestà, la calma e la chiarezza che da sempre lo hanno distinto, Montefinale ebbe a rispondere: “Ma io credevo che la guerra dovessimo cercare di vincerla”.

Fu assolto per sopravvenuto spontaneo intervento della Curia arcivescovile genovese, guidata allora dal cardinale Siri, e per onesto, intelligente operare di giudici apolitici. Altro avvenimento legato all’avventura marconiana del Comandante Montefinale fu il conferimento della “Fronda d’Oro”, riconoscimento culturale ai liguri benemeriti che in patria o nel mondo hanno onorato ed onorano, in qualche forma dell’attività umana, la terra ligure e la sua gente. Il conferimento della “Fronda d’Oro” avvenne a Chiavari nel

settembre del 1963 con la seguente motivazione: “Tecnico di grande valore, collaboratore di Guglielmo Marconi nelle storiche esperienze dell’Elettra, ha dato agli studi della radiotelegrafia efficacia di volgarizzazione, contribuendo così, specialmente per la conoscenza dell’uso del radar, alla preparazione dei giovani aspiranti alla carriera del mare e dell’aviazione”. Numerose sono state le collaborazioni giornalistiche del “ragazzo di Porto Venere” su argomenti scientifici e storici. Fu consulente dell’Enciclopedia

Hoepli nel settore telecomunicazione-radio, dei Musei e della Tecnica di Milano e del Navale della Spezia. Nel corso della sua vita il Comandante ricordò spesso il borgo natio in scritti e disegni oggi custoditi dalla figlia Anna Maria e dal marito Paolo. Gino Montefinale morì a Genova il 21 dicembre 1974. Per mantenere viva memoria del Comandante, in corrispondenza della casa/torre numero 25 dello storico carruggio, è stata collocata la targa/lapide che riporta questa scritta: “In questa casa nacque il 9 giugno 1881 e visse la sua giovinezza Gino Montefinale, strico, scrittore, artista, dotto nella scienza delle onde elettriche. A trent’anni dalla sua morte il 21 dicembre 2004 il Comune e la Pro Loco di Porto Venere”.

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Quando i delfini sognano le balene di Mimmo Carratelli

La sensazionale scoperta nell’acquario francese di Port-Saint-Pere. Straordinariamente intelligenti, socievoli e giocherelloni, vorrebbero “parlare” con gli uomini. Ci si intende già col linguaggio dei sordomuti. In guerra gli americani li hanno usati come kamikaze e i russi da guardiani delle loro basi navali. Uno spettacolo indimenticabile al Sea World di San Diego. Mi prende una passione improvvisa per i delfini. Il mio amico strizzacervelli ha questa spiegazione: “E’ perché tu sogni di essere un delfino, vorresti diventare un delfino”. Lo rassicuro che questo non rientra nei miei progetti, almeno quelli più immediati. Lui insiste: “Non te ne rendi conto. E’ il subconscio che lavora. Tu sogni di essere un delfino, poi ti svegli e non te ne ricordi più”. Va bene. Io sogno di essere un delfino e i delfini sognano? Mi

sembrava una domanda sciocca, ma ho avuto una risposta stupefacente. I delfini sognano. Me ne riferisce un “professore di delfini” al corrente delle ultime novità su questi fantastici mammiferi del mare. “Non è una domanda sciocca – dice. – Perché i delfini sognano. E sai che cosa sognano? Le balene.” -Le balene? “Proprio così” mi dice. -E tu come lo sai?

“Tempo fa i guardiani notturni dell’Acquarium Planète Sauvage di Port-Saint-Pere, nella regione francese della Loira, si accorsero che i delfini dell’acquario emettevano di notte dei suoni, come una specie di litania.” -I delfini dormono? “E perché non dovrebbero? – dice il Professore. – Essi dormono galleggiando sulla superficie dell’acqua e una metà del loro cervello rimane ‘sveglia’ a vigilare.”

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-Metà dormono e metà no? “Non fare lo sciocco. E’ così. Torniamo all’acquario francese. I guardiani riferiscono della litania notturna dei delfini e una ricercatrice dell’Università di Rennes, di quelli che studiano il comportamento degli animali nel loro ambiente naturale, inserisce nella vasca dei delfini di Port-SaintPere dei microfoni sottomarini per catturare i loro suoni notturni. Ve li lascia per otto notti.” -Una vera violazione della privacy di quei delfini! “Sta a sentire. I suoni vengono scomposti su registratori digitali e si scopre che i delfini di PortSaint-Pere sognano le balene.” -Come hanno fatto a scoprirlo? “Hanno identificato venticinque piccoli suoni dei delfini di PortSaint-Pere che non avevano mai emesso.” -E allora? “Ecco la scoperta sensazionale. I ricercatori francesi si sono trovati di fronte a una identica sequenza di quei venticinque suoni dei delfini nelle emissioni della balena megattera.” -Megattera? E che vuol dire? “E’ il nome di una delle tante famiglie delle balene”. -E com’è questa megattera? “Ti stai distraendo dai delfini, ma ti accontento. Però non farti idee strane. Le megattere non sono le pin-up del mare. Hanno un corpo tozzo e una gobba sul dorso.” -Brutte, direi. “Stai buono. Sono maschi e femmine. Tu hai sentito megattera e hai creduto che fossero solo femmine.” -L’ho creduto. “Bene. Le balene megattere, maschi e femmine, sono le balene che hanno le più strambe abitudini di corteggiamento amoroso. Si girano e si rigirano più volte sulla superficie del mare battendo l’acqua con le loro grandi pinne e schiaffeggiandosi tra loro con le pinne.” -Un’orgia marina, direi. “I maschi poi emettono un ‘canto’ che dura dai dieci ai venti minuti. Non si sa bene di che cosa si tratti, ma potrebbe essere un invito all’accoppiamento.” -Noi siamo più semplici. Fischiamo. “Torniamo ai delfini. Quelli

dell’acquario francese non erano mai stati nell’oceano. Sono nati in cattività. Quindi non hanno mai visto le balene e perciò non ne potevano imitare il suono.” -E come si fa a sognare una cosa mai vista? “E’ possibile perché si può fantasticare nei sogni.” -Spiegami meglio il sogno dei delfini di Port-Saint-Pere. “L’ha spiegato un biologo britannico esperto di linguaggio animale. Messo al corrente dell’esperimento di Port-SaintPere ha detto che i delfini imitano inconsapevolmente le balene durante il sonno perché sono le balene che stanno sognando.” -Sapevo che i delfini sono estremamente intelligenti. E allora non mi meraviglio che sognino le balene come io sogno Sharon Stone. “Ma ha 54 anni e da venti non accavalla più le gambe!” -Basic Instinct è di vent’anni fa? “Hai già dimenticato la tua improvvisa passione per i delfini. -Hai ragione. Cos’altro puoi dirmi. “Per esempio, i delfini hanno un’enorme capacità comunicativa. Sono socievolissimi. Hanno sviluppato una particolare capacità di comprendere certi tipi di linguaggio umano.” -Ci capiscono? “Capiscono il linguaggio dei nostri segni. Per ora. Ma ci sono studiosi che si dicono certi che un giorno riusciremo a dialogare con i delfini. Oggi lo facciamo con il linguaggio dei sordomuti. A segni. I delfini ‘parlano’ tra loro. Esistono diverse registrazioni del linguaggio dei delfini e c’è una notevole documentazione sulla loro straordinaria intelligenza.” -Non vorrei che rimanessero delusi quando avranno imparato a parlare con noi. “I delfini hanno un ‘vocabolario’ ricchissimo. Essi ‘parlano’ tra loro fischiando, grugnendo, strillando. Emettono una vasta gamma di suoni e di ultrasuoni. I primi li percepiamo, i secondi hanno frequenze troppo elevate per il nostro limitatissimo orecchio e ci sfuggono.” -Allora, gli ultrasuoni sono un loro linguaggio segreto. Ci guardano e magari ‘parlano’ tra di loro con gli ultrasuoni e noi non scopriremo mai che cosa si stanno


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Esibizione di delfini al Sea World di San Diego Foto: www.international-student-office.com

dicendo. Possono guardarci giocondamente e parlare male di noi. Potrebbero fare gli agenti segreti. “Non scherzare. I delfini hanno fatto la guerra.” -Hanno fatto gli agenti segreti in guerra? “Non proprio. E’ noto che gli americani li hanno impiegati in Vietnam e poi nella prima Guerra del Golfo. Gli piazzavano un ordigno esplosivo sul naso e li mandavano contro i bersagli da colpire.” -Addestrati a fare i delfinikamikaze? Da non credere. Ma ne ho sentito parlare. “I russi hanno sfruttato meglio la loro intelligenza.” -Anche i russi? “Quando c’era ancora l’Urss, avevano una base di addestramento dei delfini a Sebastopoli, sul Mar Nero. Li addestravano nel controllo degli accessi alle basi militari. I delfini erano addestrati a premere col muso un pulsante di allarme segnalando le presenze nemiche. Altri venivano addestrati per sostenere un vero e proprio combattimento corpo a corpo contro i sommozzatori avversari. Erano dotati di un arpione sulla schiena per uccidere.” -Se queste sono le premesse, non credo che i delfini avranno piacere a conoscerci meglio. “Ne hanno una gran voglia.” -Tu dici? “Hanno una gran voglia di socializzare ed è riconosciuta la loro particolare abilità a entrare in contatto con noi.” -Se ne pentiranno. “Ma tu li hai visti mai i delfini?” -In mare, no. Mai. Molti anni fa sono stato a San Diego per la Coppa America di vela e in un giorno di riposo sono andato al Sea World, l’immenso parco ricavato negli anni ‘40 e ’60 da una zona paludosa. Nel parco sorgono acquari sensazionali. Ce ne sono di quelli tradizionali, poi ci sono immense piscine con grandi ve-

trate sul fondo attraverso le quali si possono vedere leoni marini, squali, orche, e ancora grandi vasche all’aperto dove è possibile, in certi orari, dare da mangiare e magari toccare delfini e foche. Dalle orche è meglio tenersi lontani. Pinguini e fenicotteri rosa passeggiano nelle vicinanze. Al Sea World ho visto le più straordinarie esibizioni di delfini. Tutta qui la mia esperienza con loro. “Ti sono piaciuti molto?” -Mi piacevano le ragazze che gli facevano fare le acrobazie più straordinarie. Se avessi già saputo della loro straordinaria intelligenza, gli avrei fatto l’occhiolino chiedendogli a segni di agevolarmi nel fissare un appuntamento con una delle ragazze. “L’avresti potuto fare con i segni appropriati.” -Ma, forse, i delfini erano gelosi delle loro, come chiamarle?, domatrici e mi avrebbero segnalato un indirizzo sbagliato. “No, domatrici no. Compagne di lavoro, di giochi, è meglio. Ma avevi puntato una ragazza in particolare?” -Una brunetta sdegnosa del Mississippi. “Sdegnosa, perché?” -Non mi filava e faceva un sacco di moine al suo delfino. Lo cavalcava e aveva delle magnifiche gambe nude sotto gli shorts cortissimi e terribilmente aderenti. “Avresti potuto provare con una ragazza della Pennsylvania se ce n’erano. Sharon Stone è della Pennsylvania.” “Non c’erano ragazze della Pennsylvania. Ce n’era una del Wisconsin. Ma a me piaceva la brunetta sdegnosa del Mississippi. “Mi stai prendendo in giro. La filastrocca la conosco, ma diceva diversamente. Diceva ombretta sdegnosa del Mississippi.” -Professore, ti trovo più intelligente dei delfini. Ed è quanto dire. E con questo ti saluto.


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Tra sport e turismo in mountain bike sulle colline romagnole

La terza edizione del Rally di Romagna richiamerà cento concorrenti dal 19 al 25 maggio. Un percorso spettacolare in sette tappe per complessivi 450 chilometri comprendenti Cervia, il Parco della vena del gesso, le foreste Casentinesi e le pinete litoranee, Riolo Terme, la valle del Tramazzo, il crinale di Monte Busca, Palazzuolo sul Senio, Ravenna.

Grande attesa per il Rally di Romagna in Mountain Bike, kermesse sportiva e turistica in programma dal 19 al 25 maggio prossimi dopo la prima conferenza stampa tenutasi a Faenza. La competizione giunge quest’anno alla terza edizione e avrà un taglio ben preciso come ha voluto la neonata associazione di gestione Romagna Bike Grandi Eventi. L'obiettivo è coniugare la passione della bicicletta con il turismo ambientale, con la conoscenza del territorio e le peculiarità ambientali che il rally incontra durante le sue sette tappe, dall’asse collinare fino al mare di Cervia, attraversando il Parco della vena del gesso, il Parco Carnè, le Fore-

ste casentinesi, le pinete litoranee e la cava del gesso di Monte Tondo, nella quale i partecipanti al rally avranno in esclusiva il permesso di transito. Alla presentazione dell’evento sono intervenuti Stefano Quarneti (presidente di Romagna Bike Grandi Eventi), Stefano Dal Fiume (direttore tecnico), Raffaele Babini (direttore di corsa Rcs, società organizzatrice del Giro d'Italia) e Christian Fabbri (vincitore dell'edizione 2011). Numeri e tipologia di svolgimento sono stati descritti dal segretario organizzativo Alessandro Zanotti. Dai trenta atleti della prima edizione si stima quest’anno la partecipazione sarà di 90/100 corridori (numero chiuso) impegnati

in un percorso complessivo di 450 chilometri e 19,500 metri di dislivello totale. In evidenza il rilevante lavoro dietro le quinte svolto da volontari, gruppi di motociclisti, radioamatori e fruitori dei sentieri, tra i quali i soci dell'Unione operaia escursionisti italiani di Faenza che festeggia i cento anni dalla fondazione e gruppi di cacciatori cinghialisti. A questi si aggiungono amici, familiari e tifosi al seguito degli atleti. Determinante è la collaborazione dei Comuni attraversati e interessati a promuovere con questa kermesse i loro territori. L’ospitalità dell’evento è grande come la fiducia degli sponsor: enti come Regione Emilia Roma-

gna e Azienda di promozione turistica; Province di Bologna, Firenze, Forlì-Cesena e Ravenna; aziende di sostegno quali la Specialized e Columbia per il supporto tecnico e la Gyproc Saint Gobain, main sponsor del Rally, leader mondiale di cristalli per case automobilistiche (anche la Fiat), che per la sua produzione impiega il gesso della cava di Borgo Rivola. Il vincitore della passata edizione Christian Fabbri ha detto: ”Il percorso di quest’anno si mostra già sulla carta più impegnativo del precedente. La sfida si farà avvincente, saranno sette tappe con livelli di difficoltà unici che neanche sulle Dolomiti sono abituato ad affrontare”.

Per Raffaele Babini, vice direttore del Giro d'Italia, “l'impegno degli organizzatori giustifica il parterre di partecipanti dando insieme un plus valore all’iniziativa”. “Il Rally – ha aggiunto – si può definire un modello per il movimento italiano, europeo e mondiale di ciclismo in mountain bike. Il mondo della bici è aria aperta e libertà e questi scenari sono una palestra a cielo aperto e un biglietto da visita senza precedenti per i turisti e le realtà attraversate”. Grande è il merito degli organizzatori nell'aver disegnato un percorso impegnativo e selettivo per una gara intesa anche come “inno” al grande Alfredo Oriani, poeta e ciclista di Casola Valsenio,


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pioniere della bicicletta e dell'abbinamento collina-mare. Quest’anno la competizione non sarà caratterizzata da un prologo, come nelle precedenti edizioni, ma da un cross country di 35 chilometri (dislivello di 1500 metri), sabato 19 maggio, snodati all’interno del Parco della vena del gesso, nella zona di Monte Mauro, con partenza dalla cava di Monte Tondo. L’attenzione a questa zona è fra gli scopi degli organizzatori del Romagna Bike Grandi eventi che hanno condotto un gruppo di bambini delle scuole per una visita guidata lungo il percorso. “Anche questo è un modo per incentivare lo sport tra i giovanissimi facendo nel contempo promozione di attività fisica e natura” ha dichiarato Alessandro Zanotti. Domenica 20 maggio “è considerata la tappa iniziale – ha spiegato il direttore tecnico Stefano Dalfiume – con 75 chilometri di percorso e 3600 metri di dislivello, partenza da Riolo Terme e arrivo a Marradi in concomitanza con la Festa del pane”. Sarà una tappa bella ma provante quella di lunedì quando i corridori affronteranno 72 chilometri (dislivello 3200), lambendo la zona di Gamogna e percorrendo i sentieri che dividono la zona di Lutirano con la valle del Tramazzo, scendendo poi lungo il crinale di Monte Busca fino all’arrivo a Tredozio dove sono attesi ad una festa locale. Sui generis si prospetta il percorso di martedì 22 maggio, con partenza da Marradi, tappa di 70 chilometri (dislivello 3400 metri) con pochi momenti di respiro perché, dal crinale di Monte Busca, saranno ben tre le salite importanti da affrontare per guadagnare quota sulla Valle del Tramazzo, sui poggi del Monte Carnevalone e lungo i sentieri che porteranno a Palazzuolo sul Senio. La quinta tappa, mercoledì, partirà da Palazzuolo sul Senio e arriverà a Riolo Terme: un paio saranno le scalate importanti nella zona di Fontana Moneta sui sentieri gestiti dai volontari dell’Unione operaia escursionisti italiani, poi nell'area del torrente Sintria e Monte Mauro. La tappa principe del Rally sarà la sesta, giovedì 24 maggio, quando si attraverserà il Parco della vena del gesso alla quale sarà dedicata. Il percorso tutto nell'ambito del Parco è stato fortemente voluto dal presidente Massimiliano Costa, con partenza e arrivo da Riolo Terme. Conta cinque salite importanti alla volta di Monte Rontana e lungo lo spartiacque Senio/Santerno fino al comune di Borgo Tossignano. Il Rally si conclude venerdì 25 maggio con la settima tappa, una cronometro attraverso i comuni di Ravenna e Cervia, con partenza dalla Piazza del Popolo ravennate e arrivo al Parco delle Terme di Cervia, lungo sentieri che lambiscono il mare e si snodano in suggestive pinete litoranee.


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Storia e fascino delle Eolie nelle foto di un artista di Antonio Famularo

L’isola di Salina vista da Quattropani di Lipari.

Ogni volta che ritorno nell’isola di Salina, mi reco volentieri a rivisitare la Biblioteca comunale di Malfa, dove Antonio Brundu (dopo esserne stato artefice, nel 1995, insieme a Graziella Crisà) organizza una serie di irrinunciabili iniziative culturali (incontri con autori, artisti e personaggi, mostre fotografiche e pittoriche, presentazione di libri, intrattenimenti musicali) che caratterizzano il programma annuale delle attività predisposte di concerto con l’assessore alla cultura Elsa Saltalamacchia. Un lavoro meritorio per il quale, nel 2000, Antonio ha ricevuto il prestigioso “Premio Culturale Fondazione Salina”,

ente morale creato dallo scrittore svizzero Adrian Wolfgang Martin, che opera sull’isola dal 1976 specie in favore dei giovani isolani. Nei locali della Biblioteca ho ammirato, in varie occasioni, le mostre fotografiche sulle Isole Eolie di Antonio Brundu. Ogni immagine da lui realizzata racconta una storia con quella capacità di sintesi che solo un narratore ispirato sa avere. Le sue “narrazioni” fotografiche colgono e rivelano un mondo non solo geografico e paesaggistico, ma anche di situazioni e stati d’animo reali ritraendo momenti peculiari e singolari che “narrano” le bellezze naturali e paesaggistiche

dell’arcipelago eoliano, la vita e le consuetudini degli abitanti delle sette isole. Brundu ha dato vita ad una raccolta considerevole di immagini che”parlano”, appunto, del mondo eoliano e cura varie iniziative a carattere culturale e sociale nelle isole dell’arcipelago e fra le comunità isolane d’oltreoceano, specie quelle d’Australia, dove si è recato sette volte. Le immagini di Antonio Brundu racchiudono, inoltre, le atmosfere di un mondo dove le varie tonalità di colori ed ombre, di luci e chiaroscuri, s’inseguono e si cercano in un uso sapiente degli spazi e dei volumi prospettici delle raffigurazioni

artistiche. Quando si guardano e si osservano le immagini sembra di ascoltare musiche d’altri tempi, che si promanano dalle “descrizioni” dei paesaggi, e di percepire ancora gli echi lontani delle voci delle genti che hanno segnato e fatto la storia della comunità eoliana, di scorgerle ancora intente nelle loro attività tradizionali e immersi nei loro ritmi e riti quotidiani. Così, in un’atmosfera intrisa di una velata malinconia, l’animo dell’osservatore si disseta, si ristora e si acquieta. Attraverso il racconto fotografico di Antonio Brundu si ha la possibilità di riscoprire il paesaggio delle Eolie nel suo

aspetto più autentico, lontano da quella immagine stereotipata “da cartolina”, spesso troppo patinata e artificiosa delle isole siciliane. L’attività artistica di Brundu è integrata da articoli pubblicati su vari giornali e riviste insieme a servizi televisivi e pubblicazioni monografiche. Il passato ed il presente si uniscono e si fondono. Nelle immagini e nelle descrizioni dei luoghi, delle consuetudini e dei soggetti sono evidenziati i colori, gli odori, i sapori e i suoni che caratterizzano la cultura eoliana fra storia, bellezze naturali, religiosità, emigrazione, attività lavorative, arte, folklore e valori etnoantropologici.


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di Antonio Cianniello

In un freddo giorno di febbraio, sulla mia barca nel golfo di Pozzuoli scrivo a un amico straordinario che trascina sempre all’ottimismo: “Alza le vele!”.

Quest’anno febbraio è stato gelido. Sono in barca, nel bellissimo golfo di Pozzuoli, tutto è freddo ed umido, persino il legno, ma niente a confronto di altri posti del nostro Tirreno. Basta spostarsi di cinquanta miglia verso nord-ovest che cambia tutto. Da Capo Circeo in poi l’inverno in barca è davvero freddo. Brina ghiacciata sul ponte fino alle ore 12, condensa e ghiaccio sotto le cornici degli osteriggi, scotte indurite anch’esse dal ghiaccio, winch che girano a fatica, cime di ormeggio come incollate alle bitte, teak scuro e scivoloso, vele croccanti, tutte le manovre scorrono a fatica e si lavora il doppio. Ma da noi non è così. Il nostro golfo in inverno è un angolo di paradiso, è mite e regala anche nei giorni più freddi momenti climatici imperdibili per chi ama godersi il mare. Basta attendere le ore più calde e via, rubare al vento i suoi momenti migliori, godere quel tepore del sole e quei colori forti e definiti, sentire le piccole onde infrangersi a ritmi costanti sul bordo della barca. Qui oggi non passa nessuno, sono solo col vento e con il mare e, da lontano, piccole barche di pescatori mi fanno sentire sempre a casa. Chiudo il fiocco ed ammaino la randa. Con l’abbrivio che mi resta calo l’ancora al vento a ridosso di Capo Miseno. Attendo qualche minuto che la catena va in tiro e scendo sotto coperta. Tufo in abbondanza e mare piatto, una leggera brezza da nord-ovest che stende il mare, i raggi di sole che filtrano in cabina ed un paio di sub in cerca di pesce per la loro cena. Prendo una bic dal carteggio, anche l’inchiostro è indurito e

timido ma presto si scioglierà. Tiro fuori dei fogli di carta da un quaderno inumidito. Ho voglia di scrivere ho voglia di calore. Oggi racconto di un uomo che ho conosciuto circa dieci anni fa; non ricordo dove e non svelerò il suo nome. Un uomo affascinante ed elegante dalla voce calda e lo spirito di avventura. Non lo avevo mai visto prima eppure è sempre stato lì, ad Anacapri, sul pizzo di roccia della sua amata isola. Non sapevo nulla di lui, non avevo ricordi, né chiacchiere, né riporti. Per me fu una vera e sincera novità; era uscito dal nulla in compagnia di una bellissima figlia e di una fedele compagna. In poche ore è nata una solida amicizia, priva di interessi reciproci, proprio come quella che nasce tra i bambini quando rimangono attratti dai loro sguardi e basta. Oggi che tutti parlano solo e sempre di sé, e dilagano protagonismo, egocentrismo ed edonismo, e tutti si sentono al centro del mondo, e il problema più grande è quello di se stessi e mai degli altri, il mio amico e lì e mi ascolta, proprio lui, che potrebbe e dovrebbe parlare a lungo di sé, mi fa parlare e presta attenzione con interesse e passione anche quando racconto le cose più banali, mi consiglia, mette in risalto i miei pochi pregi e cancella i mie difetti. Non è un confessore, lui parla, progetta, immagina, “alza le vele” e mi fa partire, mi coinvolge in mille iniziative. Non passa occasione, bella, triste, in cui squilla il telefono e sento la sua voce che con calda accoglienza, parole eleganti e raffinato dialetto napoletano chiede, si informa, mi abbraccia, mi propone, mi coinvolge

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e mi ricarica. “Chi mi vuole?” Dice così “chi mi vuole?”. Tanti lo vogliono, credo che tanti si appoggiano e ricevono un consiglio, un aiuto. Dopo che chiudi il telefono, o paghi il caffè perché il tuo incontro con lui è concluso, torni a casa con il cuore pieno ed un rinnovato senso di amicizia. Ho tanti ricordi di quest’uomo. Era giugno o forse luglio, i primi bagni attorno a Capri, la brezza termica tirava da sud-ovest nella baia di Palazzo a Mare. Fui invitato con mio figlio sul suo splendido gommone bianco, un motore potente ed affidabile, un gommone per velisti, poca apparenza e molta sostanza e sobrietà. Arrivarono da terra con un gozzetto rosso tre panini con prosciutto crudo, pomodori di Sorrento e birra fredda; il piacere di gustare quei sapori nostrani seduti sui tubolari con i piedi nell’acqua e gli sguardi all’orizzonte. La sensazione di una forte vicinanza con il mare, di una forte amicizia che nasceva mentre le briciole cadevano in acqua in attesa di poter gustare la sua Marlboro rossa. Chiudo la mia bic. Ho le lacrime agli occhi ed il cuore pieno di gioia. Tiro l’ancora e parto a “vele bianche”, stringo una bolina. Sono il tuo marinaio, caro amico, e ora ti vorrei qui accanto a me.

IL REPORTER DELL’ISOLA

Un’amicizia nata su un gommone

Sono un cane nostalgico. Un reporter di strada con la lacrima facile e l’illusione per un mondo migliore, più lento e musicale. Non mi piace questa repubblica fondata sullo spettacolo, questa società che premia l’apparenza. Calendari, mini calendari, inglesismi, scintillii. Show-biz, cast e fashion, reality e isole dei famosi. Amo i faraglioni e le piccole case con i pergolati di glicini e gelsomini. Odio il Pirellone-bis, la cafonissima residenza del faraone Formigoni. La vergognosa dimora di un governatore megalomane pagata con i soldi pubblici. Milioni e milioni di euro per divani, tappeti, poltrone, puff, sala da pranzo, bouvette, il lettone matrimoniale, la foresteria, il maxi ascensore e l’eliporto. Mi piacciono le cose semplici, le partite a briscola al Circolo Diaz con la facciata bianca della chiesa di Santa Sofia e il suono delle campane che cantano la nuova primavera. Amo le madeleine con la crema e le mamme che preparano le marmellate. I ricami gentili di Tina Mariniello e la festa delle donne alle quali mi inchino e bacio la mano. Adoro il gelato al limone di Paolo Conte, i tortellini in brodo della domenica e il caffè del bar Ferraro in compagnia di Salvatore Vivo e del ricordo di Antonio Arcucci, occhi di mare e un cuore generoso. La scia della sua barca “Vado e vengo” continua a navigare nel mio cuore. Sono un vecchio cronista brontolone. Amo i teatrini di stoffa, le quinte colorate, i burattini tenuti dalle cordicelle e il sorriso incantato dei bambini. Antiche nostalgie. I cavalieri e Pulcinella, Pinocchio, il Gatto e la Volpe. Amo tutto ciò che sogno e che voglio continuare a sognare. I libri delle favole, Alice nel Paese delle Meraviglie, Le Mille e Una Notte, le malinconie struggenti e il Piccolo Principe. Odio l’iPad, internet, il dominio tecnologico, la TV e i mille altri schermi. La fantascienza e il mondo globale. L’era digitale, il web, gli e-book e l’e-commerce. Non ho un sito né un blog. Sono lontano da Facebook e da Twitter. Non amo i luoghi virtuali. Mi piace frequentare luoghi veri e arrampicarmi sul Solaro per una preghiera alla Madonnina di Cetrella. Non capisco come la mia vita possa dipendere dal default della Grecia, dai chewingum di Obama, dalle baguettes di Sarkozy o dai crauti della signora Merkel. Non capisco la new economy e il suo linguaggio incomprensibile, la finanza corrotta e le mode mediocri. I fanatici dello spread, i bond e i destini di molte vite appesi ai titoli di borsa. Detesto il capitalismo malato, gli egoismi assortiti, la gente che predica bene e razzola male e gli imprenditori che pensano solo ai profitti e mai agli operai. Amo i quaderni e i libri di carta, i diari e le bic, i volumi rilegati e le biblioteche, le librerie e le emeroteche. Amo tutti i ritagli di giornale di Peppino Aprea e i suoi racconti isolani, il profumo dell’inchiostro, il graffio del pennino e le macchie blu sulla carta assorbente. Il calamaio e le stilografiche, il gesso sulla lavagna e il cassino, i dischi di vinile e le foto in bianco e nero di Andrea D’Alessandro, fotografo di sentimento: cartoline di una Capri profumata di poesia. Fumo, bevo e tiro tardi la notte. Amo i vizi e le proteste, gli zingari e gli anticonformisti. I cani sciolti e gli ultimi. Gli esclusi e i gatti di banchina. Odio i “talebani del salutismo” e i proibizionisti, i predicatori e i bacchettoni, la carne in scatola e i vegetariani. Non mi convince questo mondo di anziani sempre giovani, questa armata di mai vecchi che corre incontro all’illusione patetica di una eterna giovinezza. Amo le Gauloises di Jean Paul Belmondò aspirate con voluttà nel film “Fino all’ultimo respiro”. Adoro Humphefry Bogart in Casablanca e la nuvola delle sue sigarette piene di tenebre e mistero. Vado pazzo per i Negroni, per Hemingway e per le pagine scritte quando l’alcool ti dà malinconia. Amo starmene a Gradola con alle spalle Anacapri, a galleggiare nel sole e davanti un orizzonte spalancato. Intorno il mare si muove lentamente. Le pagine dell’Isola mi fanno compagnia. Amo profondamente il giornale per il quale scrivo. Questa rivista che compie dieci anni e ospita la follia delle mie parole. Lo amo perché ci metto la passione e il sogno, la libertà e l’incoscienza. Maledetto segno del Sagittario che mi fai essere romantico. Ma a me questi dieci anni, che volete, mi commuovono. Abbracci e baci amici e un milione di lacrime di gioia.



L'Isola