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Per una Chiesa Viva Anno VIII - N. 5 – Giugno 2012 P ERIODICO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE DI www.chiesaravello.it www.ravelloinfesta.it

RAVELLO

L'unità di Pentecoste vinca le divisioni e le inimicizie “La Pentecoste è la festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana” e si contrappone a Babele, dove l’uomo vuole fare a meno di Dio, diventando sempre meno capace di amare e, dunque, sempre meno uomo: è questo, in sintesi, quanto ha detto il Papa Benedetto XVI nell’ Omelia della Messa da lui presieduta nella Basilica Vaticana nella Domenica di Pentecoste, che qui di seguito pubblichiamo. “ Questo mistero costituisce il battesimo della Chiesa, è un evento che le ha dato, per così dire, la forma iniziale e la spinta per la sua missione. E questa «forma» e questa «spinta» sono sempre valide, sempre attuali, e si rinnovano in modo particolare mediante le azioni liturgiche. Vorrei soffermarmi su un aspetto essenziale del mistero della Pentecoste, che ai nostri giorni conserva tutta la sua importanza. La Pentecoste è la festa dell’unione, della comprensione e della comunione umana. Tutti possiamo constatare come nel nostro mondo, anche se siamo sempre più vicini l’uno all’altro con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, e le distanze geografiche sembrano sparire, la comprensione e la comunione tra le persone sia spesso superficiale e difficoltosa. Permangono squilibri che non di rado portano a conflitti; il dialogo tra le generazioni si fa faticoso e a volte prevale la contrapposi-

zione; assistiamo a fatti quotidiani in cui ci sembra che gli uomini stiano diventando più aggressivi e più scontrosi; comprendersi sembra troppo impegnativo e si preferisce rimanere nel proprio io, nei propri interessi. In questa situazione, possiamo trovare veramente e vivere

quell’unità di cui abbiamo bisogno? La narrazione della Pentecoste negli Atti degli Apostoli, che abbiamo ascoltato nella prima lettura (cfr At 2,1-11), contiene sullo sfondo uno degli ultimi grandi affreschi che troviamo all’inizio dell’Antico Testamento: l’antica storia della costruzione della Torre di Babele Ma che cos’è Babele? E’ la descrizione di

un regno in cui gli uomini hanno concentrato tanto potere da pensare di non dover fare più riferimento a un Dio lontano e di essere così forti da poter costruire da soli una via che porti al cielo per aprirne le porte e mettersi al posto di Dio. Ma proprio in questa situazione si verifica qualcosa di strano e di singolare. Mentre gli uomini stavano lavorando insieme per costruire la torre, improvvisamente si resero conto che stavano costruendo l’uno contro l’altro. Mentre tentavano di essere come Dio, correvano il pericolo di non essere più neppure uomini, perché avevano perduto un elemento fondamentale dell’essere persone umane: la capacità di accordarsi, di capirsi e di operare insieme. Questo racconto biblico contiene una sua perenne verità; lo possiamo vedere lungo la storia, ma anche nel nostro mondo. Con il progresso della scienza e della tecnica siamo arrivati al potere di dominare forze della natura, di manipolare gli elementi, di fabbricare esseri viventi, giungendo quasi fino allo stesso essere umano. In questa situazione, pregare Dio sembra qualcosa di sorpassato, di inutile, perché noi stessi possiamo costruire e realizzare tutto ciò che vogliamo. Ma non ci accorgiamo che stiamo rivivendo la stessa esperienza di Babele.

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SEGUE DA PAGINA 1 E’ vero, abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare, di avere informazioni, di trasmettere notizie, ma possiamo dire che è cresciuta la capacità di capirci o forse, paradossalmente, ci capiamo sempre meno? Tra gli uomini non sembra forse serpeggiare un senso di diffidenza, di sospetto, di timore reciproco, fino a diventare perfino pericolosi l’uno per l’altro? Ritorniamo allora alla domanda iniziale: può esserci veramente unità, concordia? E come? La risposta la troviamo nella Sacra Scrittura: l’unità può esserci solo con il dono dello Spirito di Dio, il quale ci darà un cuore nuovo e una lingua nuova, una capacità nuova di comunicare. E questo è ciò che si è verificato a Pentecoste. In quel mattino, cinquanta giorni dopo la Pasqua, un vento impetuoso soffiò su Gerusalemme e la fiamma dello Spirito Santo discese sui discepoli riuniti, si posò su ciascuno e accese in essi il fuoco divino, un fuoco di amore capace di trasformare. La paura scomparve, il cuore sentì una nuova forza, le lingue si sciolsero e iniziarono a parlare con franchezza, in modo che tutti potessero capire l’annuncio di Gesù Cristo morto e risorto. A Pentecoste dove c’era divisione ed estraneità, sono nate unità e comprensione. Ma guardiamo al Vangelo, nel quale Gesù afferma: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13). Qui Gesù, parlando dello Spirito Santo, ci spiega che cos’è la Chiesa e come essa debba vivere per essere se stessa, per essere il luogo dell’unità e della comunione nella Verità; ci dice che agire da cristiani significa non essere chiusi nel proprio «io», ma orientarsi verso il tutto; significa accogliere in se stessi la Chiesa tutta intera o, ancora meglio, lasciare interiormente che essa ci accolga. Allora, quando io parlo, penso, agisco come cristiano, non lo faccio chiudendomi nel mio io, ma lo faccio sempre nel tutto e a partire dal tutto: così lo Spirito Santo, Spirito di unità e di verità, può continuare a risuonare nei nostri cuori e nelle menti degli uomini e spingerli ad incontrarsi e ad accogliersi a vicenda. Lo Spirito, proprio per

il fatto che agisce così, ci introduce in tutta la verità, che è Gesù, ci guida nell’approfondirla, nel comprenderla: noi non cresciamo nella conoscenza chiudendoci nel nostro io, ma solo diventando capaci di ascoltare e di condividere, solo nel «noi» della Chiesa, con un atteggiamento di profonda umiltà interiore. E così diventa più chiaro perché Babele è Babele e la Pentecoste è la Pentecoste. Dove gli uomini vogliono farsi Dio, possono solo mettersi l’uno contro l’altro. Dove invece si pongono nella verità del Signore, si aprono all’azione del suo Spirito che li sostiene e li unisce. La contrapposizione tra Babele e Pentecoste riecheggia anche nella seconda lettura, dove l’Apostolo dice: “Camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne” (Gal 5,16). San Paolo ci spiega che la nostra vita personale è segnata da un conflitto interiore, da una divisione, tra gli impulsi che provengono dalla carne e quelli che provengono dallo Spirito; e noi non possiamo seguirli tutti. Non possiamo, infatti, essere contemporaneamente egoisti e generosi, seguire la tendenza a dominare sugli altri e provare la gioia del servizio disinteressato. Dobbiamo sempre scegliere quale impulso seguire e lo possiamo fare in modo autentico solo con l’aiuto dello Spirito di Cristo. San Paolo elenca - come abbiamo sentito - le opere della carne, sono i peccati di egoismo e di violenza, come inimicizia, discordia, gelosia, dissensi; sono pensieri e azioni che non fanno vivere in modo veramente umano e cristiano, nell’amore. E’ una direzione che porta a perdere la propria vita. Invece lo Spirito Santo ci guida verso le altezze di Dio, perché possiamo vivere già in questa terra il germe di vita divina che è in noi. Afferma, infatti, san Paolo: «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace» (Gal 5,22). E notiamo che l’Apostolo usa il plurale per descrivere le opere della carne, che provocano la dispersione dell’essere umano, mentre usa il singolare per definire l’azione dello Spirito, parla di «frutto», proprio come alla dispersione di Babele si contrappone l’unità di Pentecoste. Dobbiamo vivere secondo lo Spirito di unità e di verità, e per questo dobbiamo pre-

gare perché lo Spirito ci illumini e ci guidi a vincere il fascino di seguire nostre verità, e ad accogliere la verità di Cristo trasmessa nella Chiesa. Il racconto lucano della Pentecoste ci dice che Gesù prima di salire al cielo chiese agli Apostoli di rimanere insieme per prepararsi a ricevere il dono dello Spirito Santo. Ed essi si riunirono in preghiera con Maria nel Cenacolo nell’attesa dell’evento promesso (cfr At 1,14). Raccolta con Maria, come al suo nascere, la Chiesa anche quest’oggi prega: «Veni Sancte Spiritus! - Vieni, Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore!». Amen.”

Benedetto XVI

Il primato della preghiera e della Parola di Dio

Nella vita della Chiesa, nei primi passi che essa compie, si riflette, in un certo modo, quanto era avvenuto durante la vita pubblica di Gesù, in casa di Marta e Maria a Betania. Marta era tutta presa dal servizio dell’ospitalità da offrire a Gesù e ai suoi discepoli; Maria, invece, si dedica all’ascolto della Parola del Signore (cfr Lc 10,38-42). In entrambi i casi, non vengono contrapposti i momenti della preghiera e dell’ascolto di Dio, e l’attività quotidiana, l’esercizio della carità. Il richiamo di Gesù: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno, Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,41-42), come pure la riflessione degli Apostoli: «Noi… ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola» (At 6,4), mostrano la priorità che dobbiamo dare a


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a Dio. Non vorrei entrare adesso nell’interpretazione di questa pericope Marta-Maria. In ogni caso non va condannata l’attività per il prossimo, per l’altro, ma va sottolineato che deve essere penetrata interiormente anche dallo spirito della contemplazione. D’altra parte, sant’Agostino dice che questa realtà di Maria è una visione della nostra situazione del cielo, quindi sulla terra non possiamo mai averla completamente, ma un po’ di anticipazione deve essere presente in tutta la nostra attività. Deve essere presente anche la contemplazione di Dio. Non dobbiamo perderci nell’attivismo puro, ma sempre lasciarci anche penetrare nella nostra attività dalla luce della Parola di Dio e così imparare la vera carità, il vero servizio per l’altro, che non ha bisogno di tante cose - ha bisogno certamente delle cose necessarie ma ha bisogno soprattutto dell’affetto del nostro cuore, della luce di Dio. E’ un prezioso richiamo per noi oggi, abituati a valutare tutto con il criterio della produttività e dell’efficienza. Il brano degli Atti degli Apostoli ci ricorda l’importanza del lavoro - senza dubbio viene creato un vero e proprio ministero -, dell’impegno nelle attività quotidiane che vanno svolte con responsabilità e dedizione, ma anche il nostro bisogno di Dio, della sua guida, della sua luce che ci danno forza e speranza. Senza la preghiera quotidiana vissuta con fedeltà, il nostro fare si svuota, perde l’anima profonda, si riduce ad un semplice attivismo che, alla fine, lascia insoddisfatti. C’è una bella invocazione della tradizione cristiana da recitarsi prima di ogni attività, che dice così: «Ispira le nostre azioni, Signore, e accompagnale con il tuo aiuto, perché ogni nostro parlare ed agire abbia sempre da te il suo inizio e in te il suo compimento». E c’è un altro prezioso richiamo che vorrei sottolineare: nel rapporto con Dio, nell’ascolto della sua Parola, nel dialogo con Dio, anche quando ci troviamo nel silenzio di una chiesa o della nostra stanza, siamo uniti nel Signore a tanti fratelli e sorelle nella fede, come un insieme di strumenti che, pur nella loro individualità, elevano a Dio un’unica grande sinfonia di intercessione, di ringraziamento e di lode. Grazie.

La preghiera: incontro con una Persona viva “Dio ci consola in ogni nostra tribolazione”. È partendo da un'affermazione di San Paolo nella seconda Lettera ai Corinzi, che Benedetto XVI ha sviluppato la catechesi nell’Udienza Generale del 30 maggio 2012 in Piazza San Pietro (…). Proseguendo il ciclo di catechesi sulla preghiera nelle Lettere di San Paolo, il Pontefice ha, poi, incentrato la sua riflessione sul dialogo tra il «sì» fedele di Dio e l’«amen» fiducioso dei credenti. In particolare, Benedetto XVI si è soffermato sulla “appassionata” Seconda Lettera ai Corinzi, in cui San Paolo, rivolgendosi “ad una Chiesa che più volte ha messo in discussione il suo apostolato”, apre il suo cuore affinché “i destinatari siano rassicurati sulla fedeltà a Cristo e al Vangelo”.

Paolo, infatti, vive “in grande tribolazione”, ma “non ha mai ceduto allo scoraggiamento”, perché “sorretto dalla grazia e dalla vicinanza di Gesù Cristo, al quale aveva consegnato tutta la propria esistenza” ha affermato quindi il Papa, parlando quasi di sé stesso. Dunque, accanto all’afflizione, a tutte quelle situazioni “dove sembrava non aprirsi un’ulteriore strada”, sono sempre sopraggiunte “la consolazione e il conforto da Dio”, proprio per questo Paolo - ha spiegato il Papa – "inizia la Lettera con una preghiera di benedizione e di ringraziamento”. “La nostra vita e il nostro cammino criBenedetto XVI stiano sono segnati spesso da difficoltà, incomprensioni, sofferenze” ha detto poi

Benedetto XVI rivolgendosi a tutti i fedeli presenti in piazza San Pietro, che hanno dimostrato la propria vicinanza al Successore di Pietro con calorosi applausi e manifestazioni di affetto. Sofferenze, però, che “nel rapporto fedele con il Signore, nella preghiera costante, quotidiana” si possono superare grazie alla “consolazione che viene da Dio”, che “rafforza la nostra fede e ci fa sperimentare in modo concreto il «sì» di Dio all’uomo: a noi, a me, in Cristo”. Un «sì», quello di Dio che “non è dimezzato”, non va tra «sì» e «no», – ha precisato il Papa - ma è un semplice e sicuro «sì»” a cui noi “rispondiamo con il nostro «amen»”. Il modo di agire di Dio, infatti, “è ben diverso dal nostro e ci dà consolazione, forza e speranza” - ha proseguito – perché Dio “non si stanca mai di avere pazienza con noi e con la sua immensa misericordia ci precede sempre, ci viene incontro”. La fede, dunque, n o n è “primariamente azione umana”, secondo Benedetto XVI, “ma dono gratuito di Dio”, che “si radica nella sua fedeltà” e “ci fa comprendere come vivere la nostra esistenza amando Lui e i fratelli”. Lo dimostra l’intera storia della salvezza che non è altro che un “progressivo rivelarsi della fedeltà di Dio nonostante le nostre infedeltà e i nostri rinnegamenti”. L’evento della Croce, poi, dimostra l’amore “smisurato” e “incalcolabile” di Dio per gli uomini. E “non c’è persona - ha sottolineato Benedetto XVI - che non sia raggiunta e interpellata da questo amore fedele, capace di attendere anche quanti continuano a rispondere con il no del rifiuto o dell’indurimento del cuore”. Continua a pagina 4


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SEGUE DA PAGINA 3 Grazie allo Spirito Santo, “che rende continuamente presente e vivo il «sì» di Dio in Gesù Cristo” – ha soggiunto - nel nostro cuore cresce “il desiderio di seguirlo per entrare totalmente, un giorno, in questo amore”.Ritorna, dunque, il dialogo tra il “Sì” fedele di Dio e l’“Amen” fiducioso dei credenti, ovvero “la risposta della fede che chiude sempre la nostra preghiera personale e comunitaria”, che spesso, però, pronunciamo “per abitudine”.L’invito del Papa è infatti di “cogliere il significato profondo del termine “amen”, che in ebraico e aramaico, significa “rendere stabile”, “essere certo”, “dire la verità”, che e quindi “esprime il nostro ‘sì’ all’iniziativa di Dio”.Dopo essersi rivolto ai numerosi fedeli nelle varie lingue, Benedetto XVI ha infine espresso un particolare saluto ai pellegrini vietnamiti dell’arcidiocesi di Hochiminh City, affidata al cardinale JeanBaptiste Pham Minh Man; ai partecipanti al prossimo simposio buddista-cristiano di Castelgandolfo ed al giovane gruppo di polacchi che si sta preparando all’incontro di Lednica. Fonte: www.zenit.org

Un bambino Che cosa sarà di Pino? Me lo chiedevo stamane, vedendolo solo, assiso sul muretto di Via della Rocca, gli occhi grandi e scuri nel volto pallido e smunto che si perdevano nella visione dei monti. “Pino, che cosa guardi?”, gli ho chiesto con tono che è diventato subito affettuoso.Ha sollevato una spalla: “Niente, certi uccelli…” Ho fissato a mia volta le coste della montagna; neppure uno svolazzo le percorreva.“Che uccelli erano?” “Palombelle”, ha risposto serio e sicuro. “Sono partite dalla torre e si sono posate lassù, a Proda Secca. Vanno a mangiare”. Ha taciuto, continuando a picchiare con

Giornata mondiale di preghiera per la santificazione del Clero

Nella lettera ai Sacerdoti inviata dal Prefetto della Congregazione per il Clero in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la santificazione del Clero 2012 che si celebra nella Solennità del Sacro Cuore (che ricorre il 15 giugno) si riporta l’espressione paolina: Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione” (1 Tess. 4,3) che, pur essendo rivolta a tutti i cristiani, riguarda in modo particolare i sacerdoti che hanno accolto non solo l’invito a “santificarci”, ma anche quello a diventare “ministri di santificazione per i fratelli. Il richiamo a questa duplice dimensione sgombra il campo da ogni interpretazione puramente funzionalista del ministero sacerdotale. Il sacerdote non svolge una serie di azioni liturgiche e pastorali richieste da una sorta di protocollo espresso nel Magistero e sancito nel giorno della Sacra Ordinazione. Egli non è il ministro che, svolte le sue funzioni, può scindere il suo cammino esistenziale da ciò che opera in persona Christi. Egli non è un semplice funzionario, ma è coinvolto nelle azioni liturgiche che compie, perché da esse dipende la sua stessa salvezza, cioè la sua santificazione. L’ordinazione sacerdotale ricevuta va di là da una semplice elezione, designazione, delega o istituzione da parte della Chiesa e conferisce un dono dello Spirito Santo che permette di esercitare una potestà sacra (sacra potestas), la quale non può venire che da Cristo stesso, mediante la sua Chiesa. Don Giuseppe Imperato

un bastoncino il muretto di granito, poi si è voltato, e la sua espressione è tornata quella di un bambino: “Indovina che cosa ho visto, una volta? C’erano tante palombelle, che volavano verso la montagna. A un certo punto, girano come Speedy Gonzales, e ritornano indietro. Indovina che cosa c’era, appresso a loro? Una poiana! Gli volava sopra, e non batteva nemmeno le ali!” Non avrei mai tradito espressioni di dubbio, e comunque sentivo di credergli, perché Pino è il bambino degli animali. Cominciò tutto con Flok, il bastardino che comparve un giorno nel giardino della scuola. “Oh, che bello!”, esclamarono le maestre vedendo quel cucciolone rossiccio che puntava i piccoli alunni, rincorrendoli e saltellando festante ai loro piedi. “Non toccatelo, però, non si sa mai”, ammonì la maestra più anziana. Pino fece un solo gesto di sufficienza, e fu il primo ad accarezzare quel cane spuntato dal nulla. “Me lo prendo io”. “No, io”. “Io ho già la cuccia”. Altri bam-

bini, ora, stendevano le mani sul morbido manto dell’animale; ma Pino fu il più deciso: “No, l’ho preso io per primo. Questo è mio”. Il cucciolo era ancora lì, al suono della campanella, e Pino, dopo un po’, strappò a Rosetta il primo pasto per il nuovo amico. Per settimane, ogni passo del bambino fu un passo di Flok, e anche quando istinti più forti lo richiamavano, l’animale sapeva sempre dove ritrovare il suo padroncino. “Come gli vuole bene!”, diceva Rosetta. “Da quando l’ha trovato, ogni mattina si sveglia con quella domanda: ‘C’è il mio cane qui sotto?’ E lo pulisce, lo coccola, lo bacia. E’ troppo, è troppo…”. Fu lo zio Giacinto a intervenire: “Dovetti farlo, ma con duro cuore, credetemi”, ricorda ancor oggi. Rosetta lo chiamò, un giorno: “Da un po’ di tempo gli interessa più il cane che la scuola. E’ svogliato, dice che la scuola non gli piace”. Giacinto ascoltava sua sorella e guardava il nipote con occhi severi. “Ma che volete?”, si difese Pino, ciancicando a fatica l’odiata bistecca. Altri due bocconi forzati fra le minacce, poi, bruscamente, ripeté quello che aveva fatto altre volte; si cavò di bocca il grosso bolo di carne, disse “Ho finito” e scappò fuori di casa. Flok ingurgitò in un attimo quella poltiglia, ma lo zio Giacinto aveva capito ogni cosa. “Hai ragione”, disse alla sorella, “non può andare avanti così. Lo sai che a Tito è venuta la rogna? E a Rocca Scura Milena ha avuto le cisti dei cani, ed è stata un mese in ospedale”. Un altro ritardo serale per rintracciare il suo Flok, e la decisione fu presa. Giacinto caricò l’animale sulla sua macchina e lo abbandonò lontano, alle prime case di un paese sconosciuto, a tentare la sorte con un altro bambino. “Avete visto il mio Flok?” ripeté Pino per un giorno intero, cercando il cane in ogni angolo. Era stato tutto concordato: “E’ andato via da solo”, gli rispondevano, “i bastardi fanno così, sono nati vagabondi, non rimangono fissi in un posto. Forse ritornerà, ma poi scapperà un’altra volta. E tu che te la prendi tanto!” Solo al tramonto


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del giorno seguente, quando anche Sante, il vigile urbano, ebbe confermato quella versione, Pino sembrò arrendersi. Corse via dalla strada, accasciandosi disperatamente sulle scale di casa. “E se lo mettono a catena? Se gli menano?” “Ma chi se lo prende”, rispose seccamente lo zio Giacinto, “non è un cane di valore, quello!” Passò qualche mese. Pinò trovò un altro bastardino, e lo accolse subito sotto casa, nella cuccia che era stata di Flok. Dopo pochi giorni, l’animale sparì. Da allora, nessun cane che vaghi per il paese passa inosservato agli occhi di Pino. Ancora offre carezze, del cibo, un rifugio, sempre attento, però a non concedere troppo, a non farsi seguire, badando a nascondere i cuccioli lontano dalle case, negli stazzi e nelle cascine abbandonate della campagna. Ormai Jack, il meticcio pezzato, gira il paese da anni. “Non è mio”, si affretta a dire Pino se qualcuno gli chiede del cane. E lo abbandona all’istante, correndo infilarsi in un vicolo, come se lo aspettasse qualcosa di più importante. Intanto, dopo Flok, era arrivato Martino, il cardellino ferito. Una steccatura da Amelia, la gabbietta di Betto, le cure di Pino, e l’uccellino tornò a volare. E dopo Martino, nella vecchia aia dello zio Cannuccia, dentro le stie rappezzate, comparvero papere e pulcini, pappagalli e criceti, con Mira, la capretta, a fare da sentinella affinché il gatto Furia non osasse penetrare nel piccolo zoo del suo padrone. Qualcuno c’è ancora, qualcuno è finito ad altri, ma Pino sa come rimpiazzarli. E non perde tempo: “Potrei prendere qualche animale più grande!”, ha detto a Romeo, il ferraiolo, e per giorni è rimasto sull’uscio della sua officina a battere pezzi di latta e assi di legno, per dare una porta allo stalluccio in fondo all’aia. “Da’ qui, fai vedere all’ingegnere”, ammiccava Romeo a ogni progresso dell’opera, finché la porta si adattò dolcemente agli stipiti del decrepito stabbio. Due increspature sottili comparvero sul viso di Pino, al suo raro sorriso. Lo zio Giacinto, sconfitto, sorrise insieme a lui. Che cosa si può fare per un orfano sempre triste, che non gioca con gli altri bambini, ma che è destro con le tavole e i ferri, con la sega e il martello? Che sa nutrire i pulcini caduti dal nido, guadagnare un po’ di tritato da Nino, il macellaio, e il legno da Omero,

il falegname, che parla coi cani, che lo seguono al primo sguardo, obbedienti? “A casa sta bene”, ha detto Rosetta al maestro Gigli, “però con gli altri bambini non ci sta volentieri. Gli piacciono gli animali, che devo fare?” Il maestro chiese di vedere la stanza di Pino, e sentì un po’ di sollievo; piccola, ma piena di vita, oggetti accatastati alla rinfusa, costruzioni di ogni tipo, motorini staccati da chissà dove. “Stagli vicino, Rosetta. Parlagli spesso, e mandalo in parrocchia, in gita, a giocare a pallone, insomma in mezzo agli altri. Noi faremo la nostra parte”. Il maestro lo condusse con sé, dopo quella visita. Li vedemmo fare capannello con altri bambini, giocare a biliardino, comprare un astuccio coi pennarelli. Poi il maestro lo portò nel bar di Peppino. “Prendi quello che vuoi”. “No, grazie maestro, non voglio niente”. “Dai Pino, per favore. Su, una merendina, un’aranciata”. Lui si tirò su i pantaloni e allungò un dito: “Quelle”, poi piroettò su stesso, impaziente. Masticò in fretta una barretta di cioccolata, mettendo in saccoccia le altre, con aria misteriosa.“Grazie maestro. Adesso devo andare”. Sgattaiolò fuori dal bar, scese come una folgore i gradini della Via di Sotto, poi calò ancora più giù, sino al ricovero di Via delle Croci. “Certi cani la mangiano, la cioccolata!” Era già da lui, da un altro randagio.

Armando Santarelli

Apprezzare la bellezza della vita L’ultima immagine che ricordo della stanza non ancora investita dai cambiamenti che sarebbero venuti successivamente insieme ai miei capelli più corti, a mia madre incinta di mia sorella, e ai nuovi giocattoli è il tavolo tondo accostato alla parete e l’angoliere fermo come un gendarme posizionato dalla parte opposta. Se allargo la scena sforzando un po’ la memoria, intravedo la faccia tonda come una biglia del tenente Kojak che gira sullo schermo fra auto e grattacieli e che poi, all’improvviso, viene risucchiata in un imbuto nero, seguito una specie di botto,come se un mago invisibile, magari nascosto dietro il televisore avesse deciso di inscenare un numero. Io

sono seduta tra i miei genitori, mangio qualcosa che sa di sugo, che ha il fiotto rosso di un sugo, o forse l’ho già terminato, perché devo avere davanti un piatto con della frutta tagliata, pere: su questo non potrei mai confondermi. E’ una sera

di autunno inoltrato, non troppo fredda, lo diventerà, gelida, mortale, di lì a poco, in onda non c’è Italia Sera, un programma di cronaca ed attualità che avrei guardato spesso qualche mese più tardi, quasi sempre in coincidenza con l’orario di cena e che ancora adesso, nel magma dei ricordi che gettano lapilli casuali nella mia mente , associo stranamente sempre a dei tubetti conditi al burro. Ma quella sera del 23 novembre c’era il tenente Kojak con i suoi casi da risolvere, i roboanti inseguimenti, una rassicurante trama anni settanta condita di occhiali dalla montatura spessa, vistosa. Restiamo al buio, ma è novembre, e anche se il pomeriggio è trascorso straordinariamente ed insolitamente lattiginoso e tiepido, siamo a Ravello e l’energia è affetta da una congenita, quasi degenerante osteoporosi elettrica. Restiamo in silenzio, pochi secondi, io aspetto che i miei genitori si industrino a cercare la solita vecchia bugia con un moccolo di candela scampato all’ultimo temporale per fare luce, o che infilino una mano in tasca cavandone un accendino, ma, all’improvviso qualcosa, qualcosa che arriva dal basso, si muove con una voce che non conosciamo, una specie di rigurgito, come se la terra ci stesse vomitando addosso, contro. Zampillano le ipotesi, rassicuranti: e’ un camion che non riesce a partire, un motore catarroso, non è niente di che. Ma poi quella voce diventa un boato di rabbia, è mostruosa, da brivido, sale di intensità, e all’improvviso allunga degli arti, ci tocca, perché tutto inizia a tremare, l’angoliere smette il suo turno di piantone…Continua a pagina 6


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SEGUE DA PAGINA 5 ...dalla sua pancia arriva un battito di denti, io sento la mia sedia scivolare via, sono secondi, sono attimi, non so cosa siano, ma qualcosa sta spaccando il suolo, forse un verme gigante, uno dei mostri che spesso popolano i miei sonni inquieti. Poi tutto diventa confuso, qualcuno mi afferra, non ricordo se mia madre o mio padre, io ho il mio tesoro da proteggere, non un pupazzo, no, assolutamente, ma il pezzo di pera che stavo per mangiare, una fettina fredda e granulosa che stringo nella sinistra con tutta la forza, come se dovessi salvarla. Mi ritrovo prima sotto la porta, poi in un lampo giù dalle scale e, infine, in strada, dove si è radunata altra gente, con il viso stravolto, la sensazione di non essere più voluti dalla terra stessa perché, per la prima volta, ciò di cui ci fidavamo, ci scaraventa via come mosche, come formiche che stanno accorrendo affamate verso la briciola caduta sul pavimento inavvertitamente. Fuori fa freddo, adesso si, ed il vento pieno di aghi che si è alzato è una bottiglia con dentro messaggi di morte: non lontanissimo da noi il mostro venuto dal sottosuolo è diventato tomba, ha spazzato via vite, case, progetti, sogni. Ascolto i vicini piangere, mia madre chiedere disperata dei miei nonni, ci guardiamo impotenti, terrorizzati, per la prima volta ci rendiamo conto di essere niente, di poter schizzare via come polvere. I giorni seguenti non furono facili, ma di quella sera ricordo che, prima di dormire, o meglio di tentare di dormire, mio padre mi spalancò la mano sinistra, vedendola contratta da ore: all’interno stringevo quello che restava del mio salvataggio infantile, la liquefazione di un corpo profumato, avevo stretto così tanto il pezzo di pera da avere la mano appiccicosa ed impiastricciata di polpa, di succo. Ne venni pulita con un fazzoletto, accarezzata. So che forse questo ricordo potrebbe sembrare stridente o stonato con una mia riflessione sulla vita o sull’amore per il prossimo e per Cristo, però, come già mi è accaduto qualche anno fa per disastri simili nel mondo e per l’Abruzzo, dopo aver visto le immagini

I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA di questi giorni in Emilia Romagna, il terrore negli occhi di chi si è salvato e ha salvato o di chi non è riuscito , mi è sembrato giusto scriverne. Perché è quello che ho provato, perché alcune cose restano incise in noi e non ci lasciano mai, anzi, riverberano di vita nuova quando esperienze simili accarezzano o devastano le vite degli altri. La disperazione di chi ha perso tutto e per la prima volta vede quello che ha intorno, la solidarietà che nasce quando si è investiti dallo stesso destino, dalla stessa angoscia, ci fa somigliare a quello che dovremmo essere sempre: vicini, consapevoli della fragilità dei nostri destini, meno furiosi con noi stessi e con gli altri, grati, infinitamente grati per tutto ciò che abbiamo intorno, dall’albero al muretto di cinta, dall’abbraccio dell’amico al bar dove giochiamo la schedina alla casa che non somiglia mai a quella dei sogni o delle bambole, con i mobili imperfetti ed il cancello disobbediente. Perché a volte non si tiene in conto che tutto è in bilico, che la vita è un funambolo incredibilmente talentuoso, ma continuamente puntato dai precipizi che ne attendono un errore come alligatori. Io vorrei dedicare queste parole alla speranza, perché ci sia speranza dove adesso fumano di polvere palazzi e vite, dove adesso non c’è certezza, lavoro, ma solo disorientamento, difficoltà, paura. Che si cancellino certe immagini dagli occhi dei bambini, che le incisioni siano lievi e coperte da un girotondo, da una risata in più. Prego che la vita possa essere il dono di capire la vita stessa ma non nel momento in cui si apre la porta alla sua antagonista, alla morte sfacciata, bizzarra, puntuale. Troppo spesso è tardi per dire di rientrare a chi si è permesso che andasse via così, in maniera indolente, superficiale. Prego perché si possa comprendere la bellezza di ciò che siamo, rendersi conto di quanto anche gli angoli apparentemente più banali delle nostre giornate siano un’architettura meravigliosa che non viene giù con nessun tipo di scossa, una volta che se ne è afferrato il senso e lo si usa come architrave sotto la quale accoccolarsi.

La famiglia tra preghiera e conoscenza

Quest’anno la seconda settimana del mese mariano di maggio, dal 12 al 20, è stata eletta dall’ONU, come la settimana del diritto alla famiglia. In tutto il territorio nazionale sono state promosse iniziative a favore dei temi principali che riguardano la famiglia, quali la procreazione e l’accoglienza dei figli come dono, e soprattutto è stata “costruita” una fitta rete di preghiera comunitaria, volta a sensibilizzare l’opinione comune all’importanza di questa entità. La Fraternità di Emmaus, ha apportato il suo contributo organizzando momenti di preghiera, identificati con l’adorazione, e seminari, un po’ in tutte le comunità, e anche a Ravello abbiamo avuto il nostro bel da fare. Riprese le catechesi, dopo la pausa pasquale, la nostra coppia guida, Peppe e Laura, ha già cominciato a sussurrarci, piano piano, ma insistentemente, l’idea di proporci come promotori di queste iniziative, d’altra parte, siamo una comunità di famiglie che si sta impegnando proprio per la crescita e il miglioramento della stessa in un contesto che sia conforme al vivere cristiano, ma soprattutto che sia reale e dunque applicabile al quotidiano. Da un’idea, a qualche proposta, dal “vedremo se posso” al “Sì ci sono”, tra incontri dedicati all’organizzazione di questa, per Ravello, tre giorni per la famiglia e tantissime t e l ef ona t e di a g gi or n a m e nt o, all’insistente e proficuo interessamento del parroco Mons. Imperato, che non ci ha mai persi di vista, e a cui, pubblicamente, rivolgiamo il nostro ringraziamento e la nostra stima, siamo riusciti nell’impresa. Abbiamo cominciato con la distribuzione dei compiti: Peppe, Laura e Don Peppino, hanno stilato e messo a Emilia Filocamo punto i volantini da distribuire,


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la segreteria parrocchiale del Duomo si è presa in carico la loro stampa; la comunità tutta, è stata impegnata nel volantinaggio porta a porta; il ministro della condivisione ha redatto un breve scritto da cui prendere spunto per compiere, domenica 13 maggio, l’annuncio dell’evento, in tutte le parrocchie e così tra volantini, manifesti e brevi presentazioni a conclusione delle Eucarestie domenicali, abbiamo informato le comunità di Scala e Ravello del nostro operato. D’altra parte, nessuno di noi si è presentato con richieste monetarie e/o di particolare impegno per i partecipanti, abbiamo solo domandato, in punta di piedi, se, fra le tante faccende di tutti i giorni, si poteva dedicare un’ora di tempo, lunedì 14 per un’adorazione comunitaria, dalle 21,00 alle 22,00 (i mariti tornano per quell’ora e c’é il tempo per la cena; è buio e non si può più lavorare nel giardino, i bambini solitamente per quest’ora non hanno impegni e magari hanno terminato i compiti,…), e poco più, da dedicare, martedì 15, al seminario della Dott. ssa Giovanna Pauciulo, dal titolo “Custodire la vita: essere famiglia tra fecondità e accoglienza”, promosso per le ore 19,30. A dispetto del tempo un po’ incerto, della difficoltà di parcheggio che abbiamo sul nostro territorio comunale e soprattutto dell’indifferenza, il maggior ostacolo anche alla più virtuosa delle iniziative, l’ora di adorazione è stata un’esperienza partecipata: dalla comunità di Scala con i suoi parrocchiani e il parroco Don Bonaventura Guerra, dalla Fraternità e soprattutto dai fedeli in rappresentanza delle diverse frazioni di Ravello. Dinanzi all’altare è stata esposta un’icona della Santa Famiglia e il cero pasquale acceso, la guida ha letto uno scritto che ha ricordato a tutti i presenti l’impegno di Papa Giovanni Paolo II per la famiglia e le origini della stessa, nella prima famiglia cristiana, quella di Nazareth. Dopo questa breve introduzione è stato esposto il Santissimo, i membri

della comunità sposi, alternandosi, hanno letto le invocazioni, un estratto della creazione dal libro della Genesi e il salmo n. otto. Mons. Imperato, ha proclamato la parola nell’episodio delle Nozze di Cana (dal Vangelo secondo Giovanni) e, il raccoglimento del silenzio seguito, ha permesso a ciascuno dei presenti di porsi a Tu per Tu con l’ostia consacrata, Dio fra noi.Da quest’estasi siamo stati destati dalle intercessioni precedenti la benedizione eucaristica, ed infine abbiamo concluso con una preghiera tratta dagli scritti di Santa Giovanna Beretta Molla.Il giorno successivo, nella navata centrale del Duomo, si è tenuto il seminario previsto,

certo la partecipazione non era forse quella desiderata, ma almeno non c’eravamo solo noi della Comunità e questo vuol dire che per lo meno abbiamo cominciato a scalfire il blocco di ghiaccio che avvolge la mentalità locale circa questo tipo di iniziative, insomma, possiamo essere contenti di chi c’era. Il seminario ha avuto come tema centrale la procreazione responsabile in quanto, Dio ci ha dato un dono, tuttavia non è detto che possiamo gestirlo a nostro piacimento. Sembra una sciocchezza, ma spesso siamo portati ad ignorare la presenza di Dio all’interno dell’istituzione famiglia, eppure noi siamo creature uscite dalle sue mani, creature a cui ha trasferito tutta la sua dignità, è il nostro capostipite, con la differenza che Lui, ha potuto fare tutto da solo, noi, no; affinché pos-

siamo continuare la Sua opera, dobbiamo essere in due. Di qui parte l’esperienza d’amore, la rivelazione della persona. Ce lo insegna la Genesi, quando parla della creazione, scaturita da nulla; lo ribadisce Paolo VI, nell’enciclica “Humana Vitae“, dove diversi passi, letti e commentati dalla Dott. ssa Pauciulo, richiamano l’uomo e la donna a prendere coscienza del dono che Dio gli ha fatto. Sostanzialmente la procreazione non è una creazione, altrimenti si sarebbe chiamata così, bensì una collaborazione a favore di Dio, poiché non si crea niente, ma, attraverso l’atto sessuale, si favorisce l’incontro degli elementi che possono e non devono generare una nuova vita. La differenza tra queste due forme verbali è molto sottile, ma c’è: il primo ci dice che è possibile dare vita ad unanuova creatura, il secondo ci insegna che non sempre ciò accade. Tutto questo perché, nostro Signore, come spesso abbiamo l’abitudine di dire: “vede e provvede”. Non sempre, infatti, la donna è fertile e questo fa sì che non tutte le unioni sessuali diano luogo a nascite, il che sarebbe davvero sconsiderato. Sulla base di quanto esposto è facile intuire che alla fin fine è il genere umano a decidere, nella stragrande maggioranza dei casi, quando procreare e in questo non ci smentiscono gli studi medici, e già dai tempi di Ogino e Claus (i ginecologi precursori di questa teoria), studiando l’andamento degli ormoni femminili, erano riusciti ad individuare i periodi fertili e non, femminili. Da qui ha avuto inizio l’avventura dei cosiddetti “metodi naturali”, che non sono infallibili, però rendono evidente con una certa attendibilità, quando è più alta la possibilità di pro-creare. Continua a pagina 8


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SEGUE DA PAGINA 7 A questo punto, la Dott.ssa Pauciulo Giovanna ci ha ampiamente illustrato, con l’aiuto di alcune diapositive, i metodi di calcolo della fertilità basati sulla temperatura basale, sulla consistenza del muco cervicale, etc., invitando il pubblico, tra l’altro, eccezionalmente attento, ad esporre dubbi e perplessità, che non sono mancate. Con il carisma che la contraddistingue, Giovanna, ha risposto punto su punto alle obiezioni, essendo Lei stessa insegnante in materia, e ci ha promesso che a settembre incaricherà uno dei suoi collaboratori, affinché possa fare insegnamento proprio qui a Ravello, perché, per rendere efficiente il proposto, c’è bisogno di studiare, per chi lo vorrà, i casi, coppia per coppia. Attraverso la sua esperienza personale ci ha dimostrato come a volte i nostri piani non sono dissimili da quelli di Dio, semplicemente arrivano alla soluzione per vie diverse, perché purtroppo le nostre scelte hanno una ricaduta sull’eternità e a volte le scorciatoie (i metodi contraccettivi) possono avere risvolti che minano la serenità della coppia. I metodi naturali, hanno bisogno di un po’ di attenzione, ma, ad esempio non implicano l’uso di corpi estranei (preservativi, spirali,…); riducono sensibilmente la libertà dell’atto sessuale pensato come qualcosa da fare quando va, tuttavia non ne alterano l’autenticità minando il desiderio (il coito interrotto); non sempre sono efficienti al cento per cento, però questo è certo, dunque non creano illusioni (gravidanza anche con l’uso dei contraccettivi ritenuti sicuri). Per cui non è la Chiesa che si deve aggiornare al rispetto della dignità umana, perché condanna la contraccezione, è l’uomo che deve capire qual è la sua strada, perché la vita nascente è una responsabilità e deve essere consapevole. Non ci è dato sapere cosa il futuro ci riservi, dunque per ora conviene approfittare di tutto l’aiuto possibile e la Fraternità con queste iniziative può esserci d’ aiuto. Questa tre giorni, così ben riuscita, è stata per la comunità sposi di Ravello, un’opportunità che ci è stata offerta e abbiamo deciso di accogliere con grande interesse e profitto.

Messa di Prima Comunione

Una giornata di festa ha animato la Comunità Parrocchiale, Domenica 27 Maggio,2012, Solennità della Pentecoste, poiché si è celebrata la Messa di Prima Comunione, per nove nostri fanciulli : Chiocca Roberta,D’Amato Anthony, Fraulo Giorgia, Imperato Lorenzo,Mansi Angelica, Mansi Gino, Palumbo Fiamma, Rossetto Giorgia, Zoungla Samantha. Essi hanno seguito diligentemente tutti gli incontri di preparazione per poter ricevere con consapevolezza due Sacramenti fondamentali per il cammino spirituale del cristiano: il Sacramento del Perdono e l’Eucaristia. Con la gioia nel cuor e , come ogni ha nno, l’appuntamento è stato alla Chiesa di Santa Maria a Gradillo, dove ci siamo ritrovati tutti, ragazzi, genitori, catechisti e fedeli. Una novità quest’anno c’è stata, la presenza della famiglia Aurioso che ha presentato alla Comunità i figli non ancora battezzati, i due piccoli : Daniil e Katia. Alle 10,20 ci ha poi raggiunto il gruppo dei ministranti e così ci siamo avviati in processione verso il Duomo, cantando “Oh che Giorno Beato”, e la Litania dei Santi. Sul sagrato la presentazione dei fanciulli ed il rito dell’accoglienza da parte di Mons Giuseppe Imperato che ha presieduto la Celebrazione. Con voce commossa, alla chiamata, i fanciulli hanno risposto “Eccomi” lasciando trapelare la convinzione e la certezza che stavano vivendo un momento importante . Daniil avendo anch’egli maturato il cammino di fede ha chiesto ufficialmente al parroco ,di essere ammesso nella Comunità dei creElisa Mansi denti. Il sacerdote ha accettato la sua

richiesta ritenendolo preparato a ricevere i Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana. La Celebrazione è proseguita con la Liturgia Penitenziale, la Liturgia della Parola, con l’Omelia molta interessante da parte di Mons. Imperato sulla Pentecoste, sui doni dello Spirito Santo, su come lo Spirito ha agito sin dagli albori della Chiesa nascente, quando gli Apostoli erano nel Cenacolo con Maria ed hanno sentito ardere il cuore ed hanno avvertito l’urgenza di “ annunciare Cristo nel mondo ”,fino al dono della vita . Mons Imperato, ancora, ci ha spiegato l’Azione dello Spirito Santo, che ha generato nel grembo di Maria, il Figlio di Dio ed ha dato a Maria la fede ardente per accogliere Gesù e di fidarsi delle promesse dell’Altissimo. Lo Spirito Santo inoltre ha alimentato la fede di tanti Santi,, da San Francesco a Santa Chiara, fino al Beato Bonaventura da Potenza,di cui stiamo celebrando il terzo centenario della morte. Dopo l’Omelia c’è stato il momento veramente significativo del Battesimo della piccola Katia e di Daniil con l’Acqua Benedetta nel nome della S.S.Trinità, con il rito dell’accensione della candela, della veste bianca, dell’unzione con l’olio dei catecumeni. Poi tutta l’assemblea si è unita ai neofiti con il rinnovo delle promesse battesimali. A questo punto Daniil ha raggiunto i neocomunicandi e la Celebrazione è proseguita fino al momento dell’Eucaristia. I fanciulli hanno partecipato al Banchetto Eucaristico, come durante l’Ultima Cena, comunicandosi con il Corpo ed il Sangue di Gesù. La commozione e l’emozione è sempre tanta, e la preghiera è rivolta all’Altissimo affinchè custodisca questi fanciulli e li mantenga sulla retta via in un momento così ricco di confusione. Essi stessi hanno recitato una preghiera di Ringraziamento ed una preghiera di Affidamento a Maria. Adesso molto è affidato alla collaborazione delle famiglie. I genitori hanno scelto di collaborare all’opera creatrice di Dio


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ed hanno accolto la vita dei propri figli come dono, per amore hanno poi voluto concedere un regalo altrettanto grande, hanno richiesto alla Chiesa il Sacramento del Battesimo, coscienti dell’importanza che Esso riveste nel cammino spirituale. Nel giorno del Battesimo dei figli si sono impegnati ad educarli alla fede cristiana ; il loro impegno nella comunicazione della fede non deve però limitarsi alla richiesta dei Sacramenti. La Santa Madre Chiesa, rappresenta Gesù Risorto proprio attraverso la Parola di Vita ed i Segni della Salvezza, non possono questi Segni rappresentare dei “ semplici riti”, solo magari per vivere una giornata di festa. Come recita il Catechismo degli adulti n° 666 “quasi tutte le famiglie chiedono i Sacramenti dell’I.C. per i loro figli; ma molte volte li vivono come riti di passaggio in cui prende corpo un vago senso del sacro e non come riti specificamente cristiani…” E’ necessario riscoprire il primato dell’Evangelizzazione, per generare alla fede i fanciulli, ma anche per rinvigorire la fede degli stessi genitori e l’impegno che essi hanno assunto verso Dio e verso la Chiesa . Due sono le considerazioni da fare: bisogna essere consapevoli che la testimonianza dei genitori, soprattutto nell’ambito della fede è fondamentale per i ragazzi ; il catechista benché animato di fede, di buona volontà, di preparazione non

potrà mai sostituire un compito che spetta necessariamente alla famiglia; le mamme ed i papà, come in tutti gli aspetti della vita sono parte attiva ed irrinunciabile nell’educazione dei figli. I genitori inoltre devono crescere nella cognizione di appartenere alla Chiesa ed insieme a tanti fratelli e sorelle camminare alla sequela di Cristo. L’altra considerazione è che i Sacramenti generano in chi li riceve la “Grazia Sacramentale”, attraverso l’Azione dello Spirito viene alimentata la vita di fede e si cresce nel cammino interiore, l’efficacia

salvifica dei Sacramenti, presuppone però una condizione indispensabile: il dono della fede. Si capisce allora che il Sacramento ricevuto senza un contesto di fede non ha alcun senso. Il momento importante che stanno vivendo i figli nel cammino spirituale, ricevendo due Sacramenti essenziali, deve affrettare la scelta dei genitori di vivere una fede sempre più coerente e consapevole, un’adesione serena per scoprire il Volto Misericordioso del Padre, per sperimentare l’incontro vivo e vero con Gesù Eucaristia, per apprezzare la forza vivificante dello Spirito Santo che edifica la Chiesa, tutto ciò per ritrovare la bellezza e la responsabilità di essere genitori -educatori, capaci di far conoscere Gesù Cristo ai figli, attraverso la testimonianza dell’amore, del rispetto, del perdono, della preghiera e soprattutto della partecipazione attiva all’Eucaristia della Domenica . Se i genitori saranno capaci di aiutare i catechisti ed i sacerdoti ad insegnare ai figli la Sequela di Gesù , avranno assicurato loro un futuro radioso, perché essi saranno in grado di fare sempre scelte giuste e sagge, altrimenti c’è da stare seriamente preoccupati. Gesù stesso ha detto : “ Senza di me non potete far nulla” . ( Gv, 15-1-8)

Giulia Schiavo


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Veglia di Pentecoste 2012 Sabato 26 maggio, 2012,alle ore 20,00,nel Duomo di Ravello il nostro Arcivescovo Mons. Orazio Soricelli ha presieduto la solenne Veglia di Pentecoste, svolta dai gruppi ecclesiastici e le aggregazioni laicali della Diocesi che ne hanno animato i diversi momenti. I canti sono stati magistralmente eseguiti dalla corale del gruppo del Rinnovamento dello Spirito con tante voci splendide, ma fra tutte molto apprezzata quella di Giuseppina Mansi, cha ha accompagnato l’esecuzione anche con l’organo. La Veglia è cominciata con la chiesa al buio ed in sottofondo i rumori a rievocare il caos; un faro illuminava una grande colomba sull’altare, un canto allo Spirito Santo si udiva in sottofondo per sottolineare che lo Spirito ha operato il passaggio dal caos all’equilibrio del cosmo. La Veglia è proseguita in quattro momenti in cui sono stati proclamati brani della Sacra Scrittura, Libro della Genesi ( 1,1-8,19,26,27) , Ezechiele (cap.37,110) , Vangelo di Luca ( 1,26-38),Atti degli Apostoli ( Atti 2,1-12), a cui sono seguite le Meditazioni tratte dagli scritti della Venerabile Maria Celeste Crostarosa. I quattro momenti sono stati animati in ordine : dal gruppo di Rinnovamento dello Spirito, dal gruppo famiglie, dalle Suore consacrate e dal gruppo dei giovani. Sono stati momenti molto intensi in cui ci siamo sentiti veramente fratelli così come gli apostoli uniti nel cenacolo a Gerusalemme insieme a Maria,abbiamo manifestato la nostra appartenenza a Cristo e alla Chiesa, pronti ad effondere il buon profumo di Cristo nel mondo. La commozione maggiore quando Don Giuseppe Milo ha proclamato il brano del Vangelo di Luca dal pulpito del Duomo. Toccante l’omelia di Mons. Soricelli sul significato della Pentecoste, sulla forza dello Spirito, sulla necessità di un cambiamento da parte di coloro che ne ricevono il sigillo attraverso i Sacramenti, la

necessità di amare Dio e di amarci gli uni gli altri come Gesù ci ha amati. ( Gv.15,12-13). “Solo se lasciamo agire lo Spirito dentro di noi”, ha aggiunto Mons Soricelli, “saremo capaci di superare gli attriti, le divisioni, le incomprensioni per realizzare nella nostra Diocesi il Piano Pastorale “ Camminare Insieme”. Subito dopo l’Omelia vengono portati all’altare sotto forma di puzzle i doni dello Spirito: la Sapienza, l’Intelletto, il Consiglio, la Fortezza, la Scienza, la Pietà ed il Timor di Dio. Si è pregato insieme perché questi doni concessi a tutti posano trasformarci in “buoni testimoni” ed “ annunziatori” della Pasqua che “ sempre si rinnova nella Chiesa”. La preghiera dei fedeli si è alternata all’ invocazione allo Spirito Santo . Dopo la Benedizione finale, mentre si è eseguiva un canto di gioia, tutti agitavamo dei nastri colorati consegnati all’inizio della Veglia per simboleggiare lo “Spirito che rinnova tutte le cose e colora le nostre vite”.

Giulia Schiavo

L’IMPORTANZA DELLA SOLIDARIETA’ Anche quest’anno l’Azione Cattolica, presente nella Parrocchia di Santa Maria Assunta, ha promosso ed effettuato varie attività benefiche col nobile fine di dare una mano a chi è più svantaggiato e cerca aiuto. Il culmine di queste attività si è avuto con la Tombolata di Capodanno, sponsorizzata e fortemente voluta dal Comune di Ravello, che ha riscontrato un grande successo che và a sottolineare, ancora una volta, quanta importanza riservano i cittadini di Ravello alla beneficenza. Come l’anno scorso abbiamo deciso di destinare l’intero ricavato alla Mensa dei Poveri "San Francesco" di Salerno. Nel 1994, per l’esattezza il 4 ottobre (data che fu scelta in onore di San Francesco, ispiratore dell’iniziativa), Mario Conte, attuale presidente, fondò in via Porto la Mensa dei Poveri assieme ad un gruppo di volontari, costituitisi nell’Associazione San Francesco. Nella mensa si possono trovare persone di ogni genere; la maggior parte sono

senza fissa dimora, persone con problemi mentali, altri che hanno avuto un passato burrascoso e ora ce l’hanno con il mondo intero, ex detenuti, ex tossicodipendenti, persone che bevono. E poi ci sono gli extracomunitari (che credevano di trovare qui il benessere e invece si trovano in difficoltà), famiglie povere locali, anziani abbandonati e soli. Un mondo che ha bisogno dell'aiuto di tutti. Una media di circa 160 pasti caldi al giorno (primo, secondo, contorno e frutta) vengono distribuiti gratuitamente e consumati a tavola, garantendo a queste persone e alle loro famiglie la sussistenza minima. Benedetto XVI ci dice che la Chiesa non deve solo annunciare la Parola, ma anche realizzarla. “Gli uomini chiamati a incaricarsi del ministero della carità devono essere pieni di Spirito Santo”, cioè non possono essere solo organizzatori che sanno fare, ma devono fare nello spirito della fede, con la luce di Dio nella sapienza del cuore. La loro funzione, benché soprattutto pratica, è tuttavia anche spirituale. La carità e la giustizia non sono solo azioni sociali, ma azioni spirituali realizzate nella luce dello Spirito Santo. Nei giorni delle Festività abbiamo inoltre effettuato una raccolta di vari alimenti a lunga scadenza. Alcuni cartoni sono stati sistemati all’interno del Duomo di Ravello, accompagnati da un manifesto che spiegava l’iniziativa. Anche in questo caso i risultati sono stati più che soddisfacenti e le famiglie di Ravello hanno contribuito con pasta, scatolame e latte a lunga conservazione alla nobile causa. Ci tengo a sottolineare la gioia e la gratitudine del Presidente della Mensa San francesco, Mario Conte, quando abbiamo consegnato nelle sue mani la somma di millecinquecento euro e due scatoloni pieni di viveri. A suo nome intendo ringraziare tutti quei cittadini che anche se con poco hanno aiutato il loro prossimo. Da parte nostra contribuiremo sempre con ogni sforzo al pieno successo di queste iniziative, anche se con una donazione magari non esagerata, ma che va direttamente e interamente alle persone bisognose, senza intermediari e passaggi di dubbia certificabilità.

Raffaele Amato


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Chiesaravello.it: la “Lieta Novella” a portata di mouse I moderni mezzi della comunicazione digitale sono ormai entrati a far parte degli strumenti abituali attraverso i quali le comunità ecclesiali si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio ed instaurando, molto spesso, forme di dialogo a più ampio raggio. I motori di ricerca e le reti sociali costituiscono il punto di partenza della comunicazione per molte persone che cercano consigli, suggerimenti, informazioni, risposte, il luogo delle domande e delle risposte, come ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI, in occasione della 46a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. E’ cambiata la comunicazione: ci troviamo innanzi a un grande fenomeno di trasformazione culturale caratterizzato da un nuovo modo di apprendere e di pensare che offre l’opportunità di stabilire relazioni e costruire momenti di comunione a servizio del bene integrale di ciascuno. ”Cristo ha comandato agli apostoli e ai loro successori di ammaestrare tutti i popoli, di essere "luce del mondo", di proclamare il Vangelo senza confini di tempo e di luogo. Come Cristo stesso, nella sua vita terrena, ci ha dato la dimostrazione di essere il perfetto "Comunicatore", e come gli apostoli hanno usato le tecniche di comunicazione che avevano a disposizione, così anche oggi l'azione pastorale richiede che si sappiano utilizzare le possibilità e gli strumenti più recenti” (Communio et Progressio, 126). Consapevole dell’importanza di questo grande mutamento sociale e culturale, la nostra comunità ecclesiale si è dotata, da subito, di un sito internet (www.chiesaravello.it) che intende coniugare l’azione pastorale con quella culturale e favorire la fruizione delle “mirabili chiese” della Città, innanzi alle quali il cuore arde e l’anima si eleva a Dio. Il sito offre l’opportunità di immergersi in una Ravello sacra e monumenta-

le, di cogliere l’antica dignità episcopale della Città, la profonda fede che da sempre ha animato quanti hanno vissuto in questa terra dalle radici sante. Dal menù è possibile accedere alle varie sezioni dedicate alle chiese, al santo patrono, all’Associazione per le Attività Culturali del Duomo di Ravello e alle preziose pubblicazioni edite in questi anni. Nella sezione “Periodico” è invece possibile consultare “Incontro per una Chiesa Viva”, lo strumento di comunicazione nato per mettere a disposizione notizie e in-

formazioni sulla nostra realtà ecclesiale. In questi giorni chiesaravello.it si è arricchito di un nuovo collegamento dedicato al Museo dell’Opera del Duomo (raggiungibile anche all’indirizzo web: www.museoduomoravello.it) che si propone di portare a conoscenza del popolo della rete le collezioni, le attività e i servizi offerte dal complesso museale. La preziosa funzione pastorale è arricchita da numerose applicazioni: attraverso i cosiddetti “widget”, finestre di varie dimensioni, è possibile accedere all’Almanacco Liturgico, messo a disposizione dalla CEI, che offre contenuti sempre aggiornati su: Liturgia del giorno, Liturgia delle ore; Santo del giorno; Le opere e i giorni. Il widget della Santa

Sede, disponibile a partire dal 19 aprile di quest’anno, settimo anniversario dell’elezione di Benedetto XVI, consente invece di accedere in maniera automatica e dinamica ai principali contenuti presenti sul sito istituzionale www.vatican.va: le principali novità, gli Angelus della domenica, le Udienze e il Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede. Una vera e propria finestra su Piazza San Pietro, insomma. Degna di nota è anche la funzione denominata “Colloqui con il Parroco”, rivolta a quanti chiedono un consiglio o una parola di conforto mentre altri links permettono di comprendere e assimilare la liturgia del giorno mediante testi e filmati. Non manca poi uno spazio apposito dedicato alle celebrazioni, alla preparazione spirituale con richiami ai siti più significativi in cui poter reperire testi e documenti per la pastorale. Da anni, poi, Don Giuseppe Imperato, vero pioniere della web-pastorale, seguendo le indicazioni offerte alla Chiesa del Santo Padre Giovanni Paolo II nella 36° Giornata delle Comunicazioni Sociali (Internet, un nuovo forum per proclamare il vangelo, 2002), ha attivato un prezioso servizio mediante il quale la liturgia della Parola domenicale viene inviata ogni settimana ad una “mailing list”. Un modo facile, immediato e fortemente efficace per comunicare le verità evangeliche offerte ai cittadini di Ravello, agli amici sparsi nel mondo ed ai numerosi sposi che a Ravello coronano il sogno del proprio amore. Un Seme della Parola che grazie col divino aiuto e l’impegno umano potrà fiorire in opere di pace. Tutto questo ed altro ancora è chiesaravello.it. Voce modernissima e digitale che viene incontro al desiderio di senso, di verità e di unità che rimane l’aspirazione più profonda e antica dell’essere umano. Luigi Buonocore


CELEBRAZIONI DEL MESE DI GIUGNO GIORNI FERIALI, PREFESTIVI E FESTIVI Ore 18.30: Santo Rosario e Coroncina al Sacro Cuore di Gesù Ore 19.00: Santa Messa 14 - 21-28 GIUGNO: ADORAZIONE EUCARISTICA dopo la S. Messa 3 GIUGNO

IX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO SOLENNITA’ DELLA SS. TRINITA’

Ore 8.00-10.30-19.00: Sante Messe 7 GIUGNO AMALFI - Cattedrale Ore 18.30: Pontificale e processione del Corpus Domini 10 GIUGNO

X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO SOLENNITA’ DEL CORPUS DOMINI

Ore 8.00-10.30: Sante Messe 19.00: Santa Messa e processione del SS. Sacramento 13 GIUGNO Festa di Sant’Antonio di Padova 15 GIUGNO

Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù Giornata mondiale di preghiera per la santificazione del Clero 16 GIUGNO Memoria del Cuore Immacolato della B.V. Maria 17 GIUGNO

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Ore 8.00-10.30-19.00: Sante Messe 21 GIUGNO Memoria di S. Luigi Gonzaga 24 GIUGNO SOLENNITA’ DELLA NATIVITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA Giornata per la carità del Papa Ore 8.00-10.30-19.00: Sante Messe 25 GIUGNO Inizio del mese di preghiera in preparazione della festa patronale 27 GIUGNO Festa del Patrocinio di Sant’Andrea Apostolo - Patrono Principale dell’Arcidiocesi 29 GIUGNO 30 GIUGNO

Festa dei SS. Pietro e Paolo Apostoli

XII Anniversario dell’Ordinazione Episcopale dell’Arcivescovo

Incontro Giugno 2012  

il periodico della CHiesa Ravello

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