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Per una Chiesa Viva Anno VIII - N. 7 – Agosto 2012 P ERIODICO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE DI www.chiesaravello.it www.ravelloinfesta.it

RAVELLO

Il coraggio di testimoniare la fede Sono lieto di essere oggi con voi a celebrare la festa di San Pantaleone, patrono della Città e della chiesa. Ringrazio vivamente il parroco, Mons. Giuseppe Imperato, che mi ha voluto invitare e rendere partecipe della vostra gioia. Lo ringrazio, in modo particolare, per le parole tanto benevole che ha voluto rivolgermi all’inizio di questa celebrazione. Lo conosciamo come cultore delle memorie della vostra città, e in particolare del culto di San Pantaleone. E voi della vita del vostro patrono certamente conoscete tutti i dati essenziali della sua esistenza, sia per gli scritti del vostro parroco e sia anche per gli inni. Ieri sera, ai Primi Vespri, abbiamo cantato diversi inni al santo e tutti evocano i momenti principali della sua vita e segnano anche i motivi della nostra devozione nei suoi confronti. Giovane pieno di promesse era Pantaleone; si era dato all’arte medica, ma la sua vita fu decisa dall’incontro con Cristo, quando istruito prima dalla madre, poi dal sacerdote Ermolao, abbraccio la fede e questa segnò profondamente la sua vita. Anche la sua professione medica ne venne nobilitata, perché Egli oltre che curare i corpi si rese conto che era necessario curare anche gli spiriti, le anime. E la grazia del Signore che rifulgeva in Lui lo aiutava precisamente a rendere testimonianza alla sua fede. Quando scatenò la terribile persecuzione, scatenata dall’Imperatore Diocleziano, Egli non si trovò impreparato, rimase saldo nella fede, affrontò i tanti combattimenti, i tanti tormenti, le tante sofferenze, che la crudeltà umana tante volte sa escogitare proprio quando si tratta di punire i discepoli di Gesù. Ma Egli rese testimonianza fino al sangue alla sua fede, quel sangue che sgorgò abbondante dal suo collo ta-

gliato dalla spada e che un pio fedele poté raccogliere e conservare anche per noi oggi, soprattutto per voi fedeli di Ravello, che custodite quest’ampolla col suo sangue prezioso. E così voi che siete eredi della testimonianza di fede di San Pantaleone festeggiate da secoli, molti secoli, la sua memoria nella gioia. E possiamo anche noi oggi vivere nella gioia la nostra fede, perché quella che celebriamo è una

festa che possiamo comprendere solo alla luce della fede. Ma alla luce della fede il martirio acquista tutto il suo splendore. Noi quando ricordiamo i nostri martiri non ci vestiamo a lutto, non piangiamo, non stiamo a imprecare contro i persecutori perché questo sarebbe senza senso. Purtroppo di malvagità umana il mondo è pieno ieri, oggi, e forse chissà per quanto tempo. La novità non è la malvagità nel mondo, la novità è l’amore ed ecco allora che il martire, vittima della malvagità, è proprio l’espressione di que-

sta grande novità: poter dare la vita nella fede per Cristo e per l’amore. Ecco la grande novità di cui il mondo ha bisogno e di cui noi cristiani dobbiamo continuamente dare testimonianza. Celebrare il martirio dei nostri testimoni della fede significa credere in una realtà più grande, significa credere alla forza dell’amore più forte dell’odio, significa credere che la vita è più forte della morte, che l’amore supera ogni avvenimento. Di fatto il martire primo della nostra fede è il Nostro Signore Gesù Cristo. E lui che è entrato nel cammino della morte, ma non per rimanervi, non per lamentarsi. Vi è entrato con amore, ha offerto liberamente la sua vita al padre e a noi e non è rimasto nella tomba, ma lo Spirito dell’amore, lo Spirito Santo, gli ha ridato vita e il suo corpo mortale è diventato glorioso, che trascende il tempo e supera le dimensioni umane di ogni corpo. È questa la nostra fede, ed è per questo che noi celebriamo i nostri martiri nell’amore e nella gioia. Ed è per questo che proprio nel martirio noi troviamo il segno distintivo della nostra fede cristiana, il segno della divinità della Chiesa. Gli uomini, poveri e fragili come sono, non sarebbero mai in grado di dare testimonianza con il dono della vita, testimonianza suprema dell’amore. Non c’è amore più grande ci ha detto Gesù, che quello di donare la propria vita per la persona amata e i martiri sono coloro che in risposta all’amore con cui Gesù ci ha amato, danno la loro vita per Gesù e per noi loro fratelli. E all’interno di questo mistero d’amore che noi contempliamo nella Chiesa la circostanza del martirio. Continua a pagina 2


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SEGUE DALLA PRIMA San Pio X, contemplando i fatti della storia e considerando come la vita della Chiesa è continuamente accompagnata dalla persecuzione e dal martirio, diceva che una nota che esprime la santità, l’origine divina della Chiesa, è proprio la persecuzione. La persecuzione alla quale Gesù ci ha insegnato a rispondere non con l’odio, non con il risentimento, non con la vendetta, ma di rispondere con l’amore e il perdono. Nella preghieracolletta con cui abbiamo aperto questa liturgia abbiamo ricordato proprio questo. Abbiamo ricordato che il Signore ha dato a San Pantaleone la corona del martirio e la forza e la grazia di pregare per i propri persecutori. Ogni martire ripresenta il mistero di Cristo in mezzo a noi e come Gesù diede la vita per tutti e terminò il suo cammino terreno perdonando i suoi crocifissori, così anche i nostri martiri hanno saputo perdonare. E allora il martirio non è un atto di eroismo semplicemente umano, non è il frutto di una testimonianza di un eroe che ci supera. È la testimonianza della presenza dell’amore di Dio nel martire. Nel martire è ancora Cristo che continua a trionfare, che continua ad amare e a risolvere i problemi del mondo con l’amore e non con la forza. È ancora Cristo risorto che trionfa sull’odio e sulla morte. E allora per noi il martirio è il segno di speranza, la speranza cristiana che non si abbatte mai e non si perde d’animo di fronte alle tribolazioni e alle difficoltà della vita. Noi non siamo, come diceva San Paolo, tristi perché senza speranza, noi abbiamo la speranza che è Cristo stesso, che è la grazia, l’amore, il trionfo che vince ogni difficoltà. Ed è in quest’amore di Cristo che ogni cosa trova il suo senso e il suo compimento. E allora possiamo contemplare il martirio, le difficoltà della Chiesa e quelle di oggi, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato. Abbiamo ascoltato il Santo Vangelo; tante volte ci possiamo domandare e ci domandiamo: ma perché noi cristiani siamo tanto odiati e tanto perseguitati? Perché quando comincia l’evangelizzazione di un paese nuovo troviamo l’ostacolo della persecuzione e

abbiamo bisogno di fecondare quella nuova terra con il sangue? Anche se Tertulliano già ai suoi tempi diceva: “sanguis martyrum semen christianorum”. Il sangue dei martiri è quella fonte vitale perché l’amore, che dà forza nuova e vita nuova, genera credenti nuovi. Perché i cristiani devono essere perseguitati, sono forse dei malfattori? È un popolo mite il cristiano, rifugge dalla guerra, è pronto al perdono, è pronto all’amore fraterno come discepolo di Cristo. Eppure è perseguitato, è messo a morte, è osteggiato

la nostra fede, rinnoviamo il nostro amore, rinnoviamo la nostra adesione al mistero di Cristo e allora la vita sarà veramente trasformata. Noi di San Pantaleone, come abbiamo ricordato, conserviamo quest’ampolla di sangue, che periodicamente si ravviva, diventa come vivente. È il sangue della fede, è il sangue dell’amore del martire che mai cessa e vuole essere un invito anche per tutti noi perché, particolarmente in queste feste, noi prendiamo in mano la nostra vita, ringraziamo il Signore per il dono della fede, sappiamo leggere le nostre circostanze, leggerle alla luce della fede di Nostro Signore Gesù Cristo, ritrovare la giusta direzione del nostro cammino e orientarci decisamente verso la meta. Siamo in un momento di crisi, il Papa ci invita a rinnovare la fede, ha indetto un anno della fede. Come mai questa fede è in crisi, è in difficoltà? Manca forse la presenza del Signore in mezzo a noi? Mancano le testimonianze dei martiri? No. Abbiamo solo bisogno di ravvederci, di riprendere coraggio, di riprendere il cammino. L’autore della Lettera agli Ebrei, nella Seconda Lettura che abbiamo ascoltato, ammonisce i cristiani del suo tempo. Erano anch’essi in crisi, di fronte alle persecuzioni e alle difficoltà correvano il rischio di abbandonare la fede, di abbandonare la pratica religiosa e le comunità eucaristiche. L’autore sacro li riprende: “non abbandonate la fede, siate perseveranti, abbiate il coraggio di testimoniare la fede, di averla sempre nel cuore, nelle labbra e nella vita. E allora la fede trasformerà anche noi!”.

e spesso calunniato. Perché? Ce lo dice Gesù nel Santo Vangelo che abbiamo ascoltato: “hanno odiato me, odieranno anche voi. Nessun discepolo è più grande del suo maestro e hanno odiato me perché non hanno conosciuto il Padre, come non hanno conosciuto me. Odiano voi perché non vi conoscono nella vostra radice più profonda che è legata alla sua sorgente, che è l’amore di Dio”. Ci domandiamo ancora perché noi tanto volte dobbiamo partecipare anche alle sofferenze del mondo. Alle volte pensiamo perché siamo amati dal Signore, perché abbiamo il dono della fede, pretendiamo di essere preservati dal pane quotidiano del dolore e della sofferenza. San Pietro, il primo Papa, ci ha scritto una meravigliosa lettera: “Non meravigliatevi se dovete affrontare le tribolazioni della vita, ma nella misura in cui sapete superarle, nell’amore verso il Nostro Signore Card. Velasio De Paolis Gesù Cristo, così anche parteciperete Omelia tenuta il 27 luglio 2012, nella alla sua gloria”. Non perdiamoci di ani- Solennità Liturgica di San Pantaleone, mo, non perdiamo il nostro tempo a Patrono di Ravello. lamentarci continuamente. Rinnoviamo


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Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e la preghiera Ricorre oggi la memoria liturgica di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Vescovo e Dottore della Chiesa, fondatore della Congregazione del Santissimo Redentore, Redentoristi, patrono degli studiosi di teologia morale e dei confessori. sant’Alfonso è uno dei santi più popolari del XVIII secolo, per il suo stile semplice e immediato e per la sua dottrina sul sacramento della Penitenza: in un periodo di grande rigorismo, frutto dell’influsso giansenista, egli raccomandava ai confessori di amministrare questo Sacramento manifestando l’abbraccio gioioso di Dio Padre, che nella sua misericordia infinita non si stanca di accogliere il figlio pentito. L’odierna ricorrenza ci offre l’occasione di soffermarci sugli insegnamenti di sant’Alfonso riguardo alla preghiera, quanto mai preziosi e pieni di afflato spirituale. Risale all'anno 1759 il suo trattato Del gran mezzo della Preghiera, che egli considerava il più utile tra tutti i suoi scritti. Infatti, descrive la preghiera come «il mezzo necessario e sicuro per ottenere la salvezza e tutte le grazie di cui abbiamo bisogno per conseguirla» (Introduzione). In questa frase è sintetizzato il modo alfonsiano di intendere la preghiera. Innanzitutto, dicendo che è un mezzo, ci richiama al fine da raggiungere: Dio ha creato per amore, per poterci donare la vita in pienezza; ma questa meta, questa vita in pienezza, a causa del peccato si è, per così dire, allontanata - lo sappiamo tutti - e solo la grazia di Dio la può rendere accessibile. Per spiegare questa verità basilare e far capire con immediatezza come sia reale per l’uomo il rischio di «perdersi», sant’Alfonso aveva coniato una famosa massima, molto elementare, che dice: «Chi prega si salva, chi non prega si danna!». A commento di tale frase lapidaria, aggiungeva: «Il salvarsi

insomma senza pregare è difficilissimo, anzi impossibile … ma pregando il salvarsi è cosa sicura e facilissima» (II, Conclusione). E ancora egli dice: «Se non preghiamo, per noi non v’è scusa, perché la grazia di pregare è data ad ognuno … se non ci salveremo, tutta la colpa sarà nostra, perché non avremo pregato» (ibid.). Dicendo quindi che la preghiera è un mezzo necessario, sant’Alfonso voleva far comprendere che in ogni situazione della vita non si può fare a meno di pregare, specie nel momento della prova e nelle difficoltà. Sempre dobbiamo bussare con fiducia alla porta del Signore, sapendo che in tutto Egli si prende cura dei suoi

figli, di noi. Per questo, siamo invitati a non temere di ricorrere a Lui e di presentargli con fiducia le nostre richieste, nella certezza di ottenere ciò di cui abbiamo bisogno. Cari amici, questa è la questione centrale: che cosa è davvero necessario nella mia vita? Rispondo con sant’Alfonso: «La salute e tutte le grazie che per quella ci bisognano» (ibid.); naturalmente, egli intende non solo la salute del corpo, ma anzitutto anche quella dell’anima, che Gesù ci dona. Più che di ogni altra cosa abbiamo bisogno della sua presenza liberatrice che rende davvero pienamente umano, e perciò ricolmo di gioia, il nostro esistere. E solo attraverso la preghiera possiamo accogliere Lui, la sua Grazia, che, illuminandoci in ogni situazione, ci fa discernere il vero bene e, fortificandoci, rende efficace anche la nostra volontà,

cioè la rende capace di attuare il bene conosciuto. Spesso riconosciamo il bene, ma non siamo capaci di farlo. Con la preghiera arriviamo a compierlo. Il discepolo del Signore sa di essere sempre esposto alla tentazione e non manca di chiedere aiuto a Dio nella preghiera, per vincerla. Sant’Alfonso riporta l’esempio di san Filippo Neri - molto interessante –, il quale «dal primo momento in cui si svegliava la mattina, diceva a Dio: “Signore, tenete oggi le mani sopra Filippo, perché se no, Filippo vi tradisce”» (III, 3) Grande realista! Egli chiede a Dio di tenere la sua mano su di lui. Anche noi, consapevoli della nostra debolezza, dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio con umiltà, confidando sulla ricchezza della sua misericordia. In un altro passo, dice sant’Alfonso che: «Noi siamo poveri di tutto, ma se domandiamo non siamo più poveri. Se noi siamo poveri, Dio è ricco» (II, 4). E, sulla scia di sant’Agostino, invita ogni cristiano a non aver timore di procurarsi da Dio, con le preghiere, quella forza che non ha, e che gli è necessaria per fare il bene, nella certezza che il Signore non nega il suo aiuto a chi lo prega con umiltà (cfr III, 3). Cari amici, sant’Alfonso ci ricorda che il rapporto con Dio è essenziale nella nostra vita. Senza il rapporto con Dio manca la relazione fondamentale e la relazione con Dio si realizza nel parlare con Dio, nella preghiera personale quotidiana e con la partecipazione ai Sacramenti, e così questa relazione può crescere in noi, può crescere in noi la presenza divina che indirizza il nostro cammino, lo illumina e lo rende sicuro e sereno, anche in mezzo a difficoltà e pericoli. Grazie.

Benedetto XVI

Castel Gandolfo Udienza Generale del mercoledì 1 agosto


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Attese e risvegli Le attese: tutta una vita, la nostra prima vita.Le attese cominciano coi sogni; il topo sogna di sopraffare il gatto, la zebra di sfuggire al leone, il bambino di avere accanto il giocattolo che ha sempre desiderato. E si alimentano di sogni: mio figlio diventerà un calciatore famoso, un grande medico, un manager dell’industria, un politico di primo piano. Tu, ragazzino, ci credi, e cominci a recitare un ruolo. Non sai se vuoi davvero quel che ti chiedono, ma lo fai, perché ti senti importante, e ti senti importante perché i genitori ti guardano con orgoglio; è ciò che rimandano gli occhi dei genitori a determinare il nostro io acerbo. Albertino era un bambino che vinceva tutte le gare di nuoto, prima nel suo club, poi nell’intera regione. Col tempo, qualcosa si è inceppato; quelli cui dava mezza piscina di distacco hanno cominciato ad avvicinarsi, poi a lottare alla pari, sino a quando qualcuno se lo è lasciato dietro. Non andava più bene neanche a scuola Albertino, gli insegnanti dicevano che “zoppicava”. Non sono bravo né a terra né in acqua, voglio vedere se in aria, almeno… Albertino è volato da una finestra del quarto piano. Quando la mente di un ragazzino si scatena non c’è niente che possa fermarla, neppure l’angelo custode che abbiamo pregato da piccoli, seduti sul letto, con le mani giunte. Fino a che punto si può convivere con un’idea cucita sulla tua pelle da altri con stringhe che il tuo corpo, crescendo, dilata fino a venirne straziato? Possiamo capire il dramma di un figlio che neppure quando gioca può dimenticare il ruolo che un genitore gli ha assegnato? Io ero un bambino studioso, che perciò doveva riuscire nel campo della conoscenza. Ma per i miei genitori non era ancora abbastanza; volevano un figlio super educato e super rispettoso. Piangevo disperato per un’insufficienza, sudavo come un condannato a morte se il parroco non faceva in tempo a confessarmi e non potevo prendere la comunione. Se litigavo con altri bambini, evitavo di rispondere alle loro provocazioni, perché qualsiasi parola fuori posto sarebbe stata riferita a mia madre. Io guardavo con invidia i compa-

gni di scuola che prendevano brutti voti e se la ridevano. Se il maestro mi dava 6 come voto, sapevo che cosa mi aspettava: la delusione di mia madre, una freccia conficcata nel mio cuore. Siccome ero bravino nei temi di italiano, qualcuno cominciò a dire che sarei diventato un grande giornalista, o uno scrittore. Non so chi l’abbia detto per primo, so soltanto che da allora è iniziata l’attesa. Un incontro, un ricordo, una lettera, un’emozione; mai più, per me, semplici accidenti, ma eventi cui dare un senso letterario; un lungo, incessante rimuginare interiore da vulcano spento, rari momenti di euforia creativa in un mare quasi sempre piatto e limaccioso. “Mi sembrava, in quei momenti, di esistere nello stesso modo di altri uomini, che sarei invecchiato, che sarei morto come loro, e che in

mezzo al mucchio sarei stato semplicemente uno dei tanti che non hanno attitudine allo scrivere”. Ma questo è Marcel Proust, che proprio mentre auspicava che il destino perché gli lasciasse il tempo e la forza necessarie a compiere la lunga opera sepolta nell’io e disvelata dalla memoria involontaria, poteva annunciare alla domestica Céleste Albaret, nella primavera del 1922, che aveva scritto una parola in calce all’ultima frase della Recherche: “Fin”. Non c’era stato un solo istante in cui non avesse pensato all’opera che lo avrebbe elevato ad un’altezza ineguagliabile nel mondo delle lettere. “Adesso posso morire” disse alla fedele Céleste dopo quella storica rivelazione. Emily Dickinson pubblicò pochissime poesie nel

corso della sua vita, e morì sconosciuta al mondo delle lettere. Eppure, quell’essere fragile, misterioso e solitario era assolutamente convinta della grandezza della sua poesia. Ma la natura ha riservato la gloria a pochi eletti. Noi, i più, moriremo nell’attesa di qualcosa che è defunto ancor prima di esistere. “L’uomo”, ha scritto Cioran, “vive a tal punto nell’attesa che ha concepito l’idea dell’immortalità proprio per un bisogno di aspettare per tutta l’eternità”. L’eternità… La quasi totalità dei libri stampati giacciono inutili e intonsi nelle librerie; ma chi può escludere il successo postumo di chi oggi viene considerato uno scribacchino? C’è del masochismo, c’è la vergogna del fallimento, c’è l’ossessione di dover lasciare una traccia nell’idea che si è ancora in tempo, che l’attesa finirà soltanto quando, come Proust, ci dedicheremo anima e corpo all’opera che ci consegnerà alla letteratura. Robert Musil si arrovellò intorno a questa scelta. Nel 1908, al futuro autore dell’Uomo senza qualità si era aperta la possibilità della carriera accademica grazie ad Alexius Meinong, professore di psicologia a Graz, che lo avrebbe voluto come proprio assistente. Pur tentato dalla prospettiva, Musil finì per rifiutarla, segnando così uno dei momenti decisivi della sua vita, come annotò malinconicamente il 22 agosto 1937: “Pare che il mio sviluppo naturale avrebbe dovuto essere il seguente: accettazione dell’offerta di conseguire la docenza a Graz. Paziente sopportazione della noiosa attività di assistente. Partecipazione spirituale alla svolta in psicologia e filosofia. Poi, dopo la saturazione, un naturale abbandono, e tentativo di passare alla letteratura. Perché non è andata così? Decisivo fu che io riponessi delle ingenue speranze nell’ulteriore decorso della mia carriera di scrittore, che non sapessi affatto com’è pericoloso nella vita non sfruttare le proprie possibilità. Fu stupido che per me non riconoscessi minimamente valida l’idea che ci si inserisce energicamente nella materia che la vita ci mette sulla strada, ma facessi invece con energia quel che cercavo io stesso”.


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L’autore di uno dei capolavori letterari del Novecento che parla di “ingenue speranze”! C’è di che deporre noi ogni speranza, e darsi al footing, al bricolage, ai giochi di società. Come faccio a considerarmi uno scrittore se qualsiasi descrizione mi richiede uno sforzo quasi insopportabile? Perché continuo a scrivere dello scrivere, invece di parlare di ciò che vedo e di ciò che so? Mentre penso queste cose, la campanella della chiesetta dell’Annunziata annuncia il catechismo dei bambini. Un istante dopo arriva il coccodè delle galline di Eufemia, e il profumo del ciambellone che mia moglie sta cuocendo nel forno di casa. Il nucleo rettiloide dell’animale che eravamo prima di diventare creature coscienti mi rimanda un brivido euforizzante e benefico. E’ una gioia pura, libera da qualsiasi fine, una gioia che non ha legami con Dei, filosofie, sogni, ricchezze, promesse, vittorie.Bussano alla porta. Lorenzo, che abita al piano di sotto, mi prega di aiutarlo a riempire il conto corrente di una tassa che dice di aver già pagato.“E’ un furto, ma la pago lo stesso”, aggiunge subito, “non voglio debiti con lo Stato, io ho sempre dormito tranquillo”.Mangiamo il ciambellone ancora caldo, ci facciamo un bicchiere di cesanese, e mi racconta del primo furto avvenuto nella storia della nostro paese. Era il 1954: rubarono la “vugata”, la biancheria che la signora Esterina, moglie del “possidente” Sor Carlo, aveva steso ad asciugare nel giardino di casa.“Fu uno scandalo”, commenta, “non era mai successo, e quasi non ci credevamo. Ma le chiavi rimasero attaccate alle porte, non volevamo cambiare certe abitudini, per un ladro. Ci siamo ripresi subito, c’era altro da pensare. Fatte le cose tue, ti davi da fare per il paese, per la parrocchia, la squadra di calcio, la banda… E ti sentivi soddisfatto, anzi contento di te stesso”. Non pronuncia la parola “gioia”, ma gli si legge negli occhi. Gli anziani sono come cantine ricche di pregiati vini d’annata; solo che dovremmo stappare qualche bottiglia in più, invece di tenerle in un angolo, coricate e ricoperte di polvere. Non c’è gioia - mi sta dicendo Lorenzo senza la percezione della meraviglia del mondo; e il mondo è fatto delle cose essenziali e naturali che sono intorno a noi. Il monaco buddhista Thich Nhat

Hanh, uno dei più grandi saggi del nostro tempo, diceva che si ragiona e si scrive meglio se fra un pensiero e l’altro ci prendiamo il tempo per coltivare la lattuga. Raccomandava altre due cose semplicissime: fare dieci minuti al giorno di respirazione profonda e prendersi cura degli altri. Nel mondo della vita c’è qualcosa di più importante della visibilità, del successo, della “realizzazione”: il risveglio è quando, per ciascuno di noi, cominciano a contare sempre meno le cose e sempre di più le emozioni e il bene che vogliamo condividere col nostro prossimo. Il risveglio è quando ci abbandoniamo al fluire dell’esistenza, appropriandoci della seconda vita concessa a tutti noi, quella che inizia quando ci rendiamo conto di averne una sola.

Armando Santarelli

Immagini di un agosto ravellese…

Oggi è un giorno di Agosto, non uno dei tanti, ma uno dei primi: l’afa ci sta comodamente stesa addosso con la lucida durezza e la tenacia tremolante di una glassa infernale. Le dosi della sua ricetta sono sparse un po’ ovunque: il panorama, guardando verso il mare, sembra liquefarsi, i dettagli sono imprecisi, quasi coperti da una barba leggera, tutto sembra evaporare, il sudore delle cose, dai tetti alle vie, dagli alberi ai muri, penetra nella crosta dei terrazzamenti come liquore su un pan di Spagna ben lievitato. Di tanto in tanto un ago di vento improvviso, e quasi fresco, si infila a ricordarci di respirare, a ricordarci che basta poco per ricacciare Agosto nella tana, almeno a Ravello, basta una serata di pioggia,

uno schiaffo di tramontana. A dirci che questo mese dalla culla arroventata ha appena messo fuori le gambine e che, nello stesso tempo, tiene in incubazione già qualche capello bianco. Perché tutto ciò che inizia deve necessariamente invecchiare, finire. Allora penso che di eterno, di immutabile, restano forse solo queste geometrie di calcare che ci abbracciano da tempo immemorabile, il girotondo granitico delle montagne, la cordata dei pini che sembrano voler scalare il cielo e poi come titani puniti per aver osato, restano là, a picco, a precipizio, a pungere con il muso di una zanzara i gomiti dei tornanti, i declivi. Io non so se davvero ho voglia di parlare dell’estate, non ho molto da dire, ho solo l’insano pensiero che agosto sia la degenza di un giugno apparentemente in salute, che luglio sia l’accusare i primi malori, i sintomi che poi diventeranno malattia appunto ad Agosto, che questa stagione furibonda venga via così, ammalandosi, finendo immobile e fredda nel letto dell’autunno. So che questo Agosto non ha vagito ma ha emesso un boato, quasi di terremoto, non è venuta giù la punta di un campanile, ma una parte di noi, di tutti, e delle macerie sono pieni oggi i giornali del mondo. Mi guardo intorno e ripenso a quando da bambina fingevo che Ravello fosse un enorme parco giochi, ogni via una giostra ed io ospite privilegiata di una sorta di paese dei balocchi perenne senza lo spauracchio di una trasformazione in asino. Era un modo certo infantile ma non nocivo di comprendere, assimilare e dare un senso, una carta d’identità a tutta la bellezza che mi circondava. Già allora Sapevo che ci avrebbero ricordati sempre per la stereotipata cartolina in cui i cappelli di una chiesa sono affiancati da un pino, come due dame con un gendarme, che saremmo sempre stati identificati per la terrazza merlata dai busti neoclassici che indicano dove inizia l’infinito.

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SEGUE DA PAGINA 5 E poi per la fronte bianca di quella casa che sta aggrappata in una pausa di roccia come se fosse stata depositata da un paio di artigli, con il grugno di una maschera in mezzo al teatro delle montagne, e per il suo statuario proprietario, Gore Vidal. Ecco questo Agosto è nato senza di lui, come se non fosse abbastanza forte per trattenerlo ancora qui. Di Gore Vidal, oltre alla sua aura di fama e talento, ho immagini mie, personali. Sono piccoli flash senza nessuna pretesa, fermi come possono esserlo migliaia di giorni, io vestita con un abito da quindicenne, poi da trentenne e lui in un angolo della piazza, seduto ai tavolini con il compagno di una vita, con la sera tutta concentrata su

quello spazio, come un faro puntato su un palcoscenico buio altrove, come se all’improvviso dal cielo fosse piombata una stella in mezzo all’asfalto. E poi c’erano i giorni delle leggende, dei bisbigli, del passaparola che indicava una via stretta dove, ad orari impensabili e misteriosi, sarebbero passati ospiti dai nomi incredibili, tutti accolti e nascosti nella sua villa, come in un inarrivabile, inaccessibile castello delle fiabe. Ma un ricordo preme sugli altri con la forza di un ariete, un’intervista che fu inserita in un programma televisivo registrato tantissimi anni fa, da qualche parte, deve dormire la preistorica videocassetta che testimonia l’evento. Lo scenario è l’acquerello mai identico di Villa Rufolo,nell’arzigogolata mappa delle aiuole, i capelli di Gore Vidal sono già bianchi e spiccano fra i fiori con l’insolita rigidità di un pugno di neve in mezzo alla sabbia, lui ha la compostezza di un saggio, di un profeta, è una delle colonne, uno dei pini, uno dei tronchi. E’ qualcosa che sta là non come ospite, ma come se ne fosse

I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA parte da sempre, come se fosse stato impastato con quelle stesse pietre, con la terra che sputa limoni giganteschi e profumati. E ‘una giornata di fine inverno,credo, il giornalista gli rivolge una domanda fatta credo migliaia di altre volte, gli chiede quale sia per lui il panorama più bello del mondo. E lui, con un italiano tremolante ma corretto e gli occhi pieni di una luce tutta mediterranea, sottolinea sia il panorama di Ravello, visto però in un giorno d’inverno, quando il cielo si fonde al mare e sembrano tutt’uno, ragione prima per cui ne ha fatto la sua patria d’elezione. Ricordo questa immagine e poi le passeggiate fatte con un’amica di infanzia fino al cancello che conduceva alla Rondinaia, una sorta di limitar di Dite, oltre il quale iniziavano la leggenda, Hollywood, profili di donne bellissime, di voci che hanno conquistato il mondo e di occhi profondi come il mare. E poi c’è qualcosa di mio, solo di mio, un piccolo ricordo di cui andare fiera.E ‘ Dicembre, mancano giorni al Natale, con le mie prime poesie sono stata inserita in una raccolta di scritti tutti al femminile, il volume sarà inaugurato quella sera e una poesia di ogni autrice letta in presenza di Gore Vidal. Io sono la più giovane fra le autrici e la terza per presentazione. Quando tocca a me, Gore Vidal mi sta accanto, giacca scura, i capelli lucidi e tirati all’indietro come un’onda che sta per gonfiarsi e prendere via tutto. Inizia la lettura, io sono felice, felice ed imbarazzata per quel mio zoppicare con le lettere. Il mio modo di scrivere è una balbuzie senza suono. E lui canta al mio confronto. Fa freddo, fuori fa freddo. La piazza è spazzata dalla tramontana, la sua piazza, poi piega nella bocca di Villa Rufolo come a dire che tutto e tutti prima o poi ne saranno divorati, perché è lì che il cielo si confonde con il mare. E lì, come un’incisione, resta e resterà sempre il suo profilo pensoso, poi portato in carrozza dall’età come da un trono, con le gambe ferme ed il suo nido divenuto irraggiungibile. Perché per un nido servono le ali.

Emilia Filocamo

Festeggiamenti di San Pantaleone a Buenos Aires

«Insieme a san Pantaleón, vivendo le beatitudini, chiediamo la salute e la pace». Questo è il motto dei festeggiamenti, svoltisi da venerdì 27 a domenica 29 luglio, in onore di san Pantaleone, presso il santuario argentino quartiere di Metaderos di Buenos Aires. Come ogni anno, centinaia di fedeli hanno preso parte ai riti eucaristici e ai festeggiamenti per celebrare il santo patrono della salute. La messa principale è stata presieduta dall’arcivescovo di Buenos Aires e Primate d’Argentina, cardinale Jorge Mario Bergoglio, che ha benedetto i fedeli, e concelebrata dal parroco della chiesa di San Pantaleón, padre Carlos Otero, e da altri sacerdoti dell’arcidiocesi. Durante l’omelia, il porporato, nel ribadire la fede degli argentini verso il santo protettore della salute, ha chiesto a san Pantaleón «di aiutare tutti gli argentini a seguire il suo cammino» e ha sottolineato «la beatitudine di coloro che hanno la pazienza del cuore che ascolta e sopporta con grande dignità le situazioni avverse che si verificano nella vita di ogni giorno». Da parte sua, padre Carlos Otero, ha sottolineato che «bisogna sapere guardare in silenzio, con rispetto e devozione per scoprire il cuore credente di tanti pellegrini che affidano al santo la propria vita e dei familiari». Il santuario, durante i tre giorni di festeggiamenti, è rimasto aperto fino alla mezzanotte. Nel corso della mattinatadi domenica si è svolta una festa popolare, mentre nel pomeriggio centinaia di fedeli in processione hanno accompagnato la statua del santo fino al santuario dove è stata celebrata la messa conclusiva. Da: Osservatore Romano, 30/31 Luglio 2012

www.sanpantaleonbsas.com.ar


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Grazie Si sono conclusi anche quest’anno i festeggiamenti in onore di san Pantaleone,patrono di Ravello e ,ancora una volta,il giudizio sulla Festa Patronale non può che essere positivo. Presunzione? Arroganza?No!La realtà dei fatti. Chi ha partecipato alle celebrazioni liturgiche dei giorni 26 e 27 luglio ha potuto de visu verificare quante persone abbiano voluto ritrovarsi nel Duomo di Ravello a venerare il santo martire di Nicomedia

profondo legame che li unisce a san Pantaleone, alla cui intercessione si sono affidati in anni non facili per loro,e alla Comunità ecclesiale ravellese che li ha saputi accogliere e valorizzare,senza pregiudizi,fino a quando il disegno di Dio si è realizzato. A questi sacerdoti che con fede, tenacia e umiltà hanno servito e servono il Signore nella Chiesa,con la Chiesa e per la Chiesa,il nostro grazie per il servizio e la testimonianza che offrono

che,ahimé,solo l’Ufficio Liturgico Diocesano continua ad ignorare dimenticando di inserire san Pantaleone nella Litania dei Santi che si canta durante la processione che si tiene prima della Messa Crismale. Siamo pieni di gioia e per questo attribuiamo l’errore ad una benevola dimenticanza e non ad una presuntuosa ignoranza. Del resto,mi pare,che analoga sorte sia toccata anche ad altri santi venerati in Costiera. Alla solennità del 27 luglio si è arrivati al termine di un cammino preparatorio durato circa un mese e culminato nel novenario che ha visto dal 17 al 25 luglio alternarsi ogni sera in Duomo alcuni sacerdoti della Comunità “Il Gregge di Gesù Bambino”che hanno mirabilmente spezzato il Pane della Parola,partendo dagli spunti offerti dalla liturgia del giorno.Insieme con un gruppo di giovani che si preparano al sacerdozio i “preti di Salerno”,come ormai li conosciamo e chiamiamo a Ravello,hanno dato ancora una volta testimonianza del

alle loro e alla nostra Comunità . Nella novena anche quest’anno è stato ripetuto il rito dell’accensione della lampada. Ogni sera i diversi gruppi ecclesiali e i rappresentanti delle altre comunità parrocchiali di Ravello,ossia quella San Pietro alla Costa e san Michele Arcangelo e quella di santa Maria del Lacco,a turno,hanno acceso il cero che per nove giorni arde davanti alla statua lignea del santo Patrono. Anche a loro il grazie per averci aiutato, seppur con un semplice gesto, a comprendere il valore della Festa Patronale che,secondo la testimonianza di un amico fraterno,rimane l’unico momento in cui a Ravello “si depongono le armi” e per un giorno i Ravellesi si sentono uniti e rinunciano ad assumere quegli atteggiamenti che purtroppo ostacolano il cammino formativo delle nuove generazioni atto a favorire la crescita civile e religiosa di Ravello.Come ormai da diversi anni, anche nell’edizione 2012, la Festa Patronale è stata caratterizzata da

importanti momenti culturali. In primis il tradizionale Convegno di Studi, svoltosi nella Pinacoteca del Duomo nei giorni 23 e 24 luglio, che ha affrontato l’affascinante tematica “Il Settecento a Ravello:tra Romanico e Barocco”.Una carrellata sulla storia politica,religiosa, artistica e culturale della Ravello del “secolo dei lumi”che ha visto ancora una volta tra i relatori i giovani studiosi di Ravello,il dott.Salvatore Amato e il prof.Luigi Buonocore,che” evangelicamente” hanno estratto dallo scrigno della storia “cose vecchie e cose nuove”che vanno di anno in anno a completare il grande mosaico della plurisecolare storia ravellese. Un plauso anche al dott. Donato Sarno che,pur essendo maiorese,ha voluto confessare il suo legame affettivo con Ravello della cui storia,al pari degli altri due studiosi citati,è appassionato cultore. Sapere che nel “secolo dei lumi”l’autorità civile ravellese, prima di prendere decisioni importanti, partecipava alla Messa votiva “de Spiritu Sancto”ci permette di comprendere con quanta saggezza,nei nostri paesi,si gestisse la “res publica” prima del 1789. Altro importante momento culturale è stato vissuto al termine del novenario. La sera del 25 luglio,infatti, sempre nella Pinacoteca del Duomo a Mons.Giuseppe Imperato iun.,parroco di S.Maria Assunta,è stata consegnata la scultura bronzea raffigurante Giobbe, del Maestro Francesco Messina. La pregevolissima opera è stata donata dall’avv. Benedetto Imperato,come affettuoso ricordo del fratello,il compianto Mons. don Giuseppe Imperato sen.,parroco emerito della Basilica ex Cattedrale di Ravello,scomparso il 24 luglio del 2003. Alle nuove generazioni ravellesi non sempre attente alla storia patria ricordiamo che lo scomparso don Giuseppe Imperato sen. rappresenta una pietra miliare negli studi della storia di Ravello e del Ducato di Amalfi; con amarezza si deve constatare che a così importante e generoso studioso Ravello e le tante istituzioni culturali della Costiera e del Salernitano non hanno dedicato neppure una lapide.

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SEGUE DA PAGINA 7 Del resto i morti non portano soldi,tranne nei casi in cui le tragedie diventano motivo di promozione turistica,mascherata da pseudoamabile buonismo! La consegna dell’opera si è svolta alla presenza di Sua Em.za il sig. Cardinale Antonio Canizares Llovera,Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti,che ha benedetto la scultura evidenziando le caratteristiche del profeta Giobbe,icona del giusto sofferente che si abbandona totalmente a Dio. Al termine della manifestazione alla quale hanno partecipato anche Padre Gianfranco Grieco,in qualità di moderatore, e il giornalista Luigi Marsiglia, critico e storico dell’arte del Corriere della Sera, nonché il dott. Paolo Vuilleumier,sindaco di Ravello,e l’avv. Paolo Imperato che in collaborazione con il Duomo di Ravello e la Fondazione Ravello ha organizzato l’evento,si è tenuto il Concerto “La sofferenza dei Giusti:Inno di lode al Signore” che ha visto protagonista anche la Corale del Duomo di Ravello, diretta,al pari dell’Orchestra d’archi,oboe e flauto, dal maestro Giancarlo Amorelli.Tra i brani eseguiti un mirabile “Adoramus Te”di Orazio Rosselli e “Sta tornando primavera”del compianto maestro ravellese Mario Schiavo,affidata alla bravura del soprano Patrizia Porzio. Al grandioso organo del Duomo di Ravello il maestro pescarese Lorenzo Fragassi. A quanti hanno permesso questi intensi momenti il grazie per aver contribuito a fare della Festa Patronale anche un evento che ben si inserisce nel clima di una città,Ravello,che si è sempre distinta per l’amore per la cultura e l’eleganza delle sue principali manifestazioni religiose e civili. Un grazie particolare all’avv. Benedetto Imperato che con il dono alla Basilica ex Cattedrale ha voluto testimoniare il legame affettivo con la Chiesa battesimale dalla quale ha attinto i valori che lo hanno fatto apprezzare e stimare nella carriera professionale che ha egregiamente svolto per tanti anni nel capoluogo piemontese. L’aspetto culturale della Festa Patronale ovviamente non ha prevalso su quello liturgico che è culminato nelle giornate del 26 e 27 luglio. Nella serata del 26,infatti,si è svolta la

solenne liturgia vigiliare caratterizzata anche dal canto dei Vespri presieduti da Sua Em.za il Cardinale Velasio De Paolis,Presidente emerito della Prefettura per gli Affari Economici della Santa Sede. Lo stesso prelato ha presieduto la solenne Messa Pontificale del venerdì mattina,concelebrata da molti sacerdoti e ani-

mata dalla Corale della Basilica ex Cattedrale,diretta dal Maestro Giancarlo Amorelli,che si è particolarmente distinta per la bravura con cui ha eseguito i brani polifonici. Il grazie anche a questo gruppo di persone che,sotto la guida esperta del maestro Amorelli,pur tra tante difficoltà dovute agli impegni familiari e lavorativi,si sta sempre più appassionando alla musica sacra e si sta impegnando per rendere belle le celebrazioni liturgiche. Persone convinte,mi auguro, del ruolo di una Corale all’interno di un progetto liturgico che non ammette nicchie,chiusure o,peggio ancora, puntigliose selezioni negli impegni,non consone a cristiani impegnati e devoti. Molto profonda l’omelia del Card.De Paolis che,partendo dagli inni in onore di san Pantaleone, eseguiti durante la celebrazione vigiliare ,ha sottolineato la profonda devozione che Ravello nutre nei confronti del santo Patrono,un martire,immagine del primo martire,ossia Cristo. Nel ricordare che la novità di Cristo è l’Amore e che quindi san Pantaleone,come gli altri martiri,è testimone dell’Amore,il presule,citando san Pio X,ha evidenziato che una norma che esprime la caratteristica della Chiesa è la persecuzione,alla quale bisogna rispondere con l’amore e il perdono. Ha inoltre evidenziato che il martirio non è un atto

di eroismo umano ma la testimonianza dell’amore per Dio e per Cristo che entra nel mondo proprio con la forza dell’amore e trionfa sulla morte. Il cardinale De Paolis ha rammentato che i cristiani non devono essere tristi perché hanno la speranza che in Cristo tutto trova il suo compimento e nel ringraziare san Pantaleone che ci aiuta a trovare sempre la giusta meta,ossia il Signore,ci ha invitato a riprendere sempre il cammino con fiducia,anche quando assistiamo alla crisi della fede. Una fede,ha concluso,che non dobbiamo abbandonare mai,ma che dobbiamo avere nel cuore,sulle labbra e nella vita perché essa ci trasformerà. Come di consueto,prima della benedizione finale,il Sindaco di Ravello ha rivolto al Presule il saluto della Città e gli ha offerto alcuni doni in segno di stima e riconoscenza. Grazie,quindi,a Sua Eminenza, il Cardinale De Paolis, che ha così mirabilmente reso solenne la celebrazione eucaristica più importante dell’intera giornata festiva e sottolineato il senso vero della Festa cristiana. Con la celebrazione vespertina,presieduta da don Carlo Magna e concelebrata da altri sacerdoti che unitamente ad una folta schiera di ministranti hanno riempito il presbiterio del Duomo,la Festa patronale 2012 si è avviata al grandioso epilogo. Con gioia e un pizzico di commozione abbiamo ascoltato le parole del celebrante che ha voluto spiegare brevemente le ragioni che lo portavano con tanti confratelli ad essere a Ravello in un giorno così solenne per ringraziare il Signore e san Pantaleone. Al termine della Messa vespertina ripresa in diretta da Telecolore è iniziata la processione che, dal mio punto di vista,necessita di opportune modifiche per evitare che divenga un fastidioso corteo ciarliero e distratto,del tutto fuori luogo in un contesto principalmente liturgico. Auspico anche in questa sede la necessità di ridurre i tempi della processione e soprattutto di definire una volta per tutte il


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percorso, dignitoso per tutte le processioni che iniziano e terminano nel Duomo; un percorso più breve che si snodi solo sulla strada rotabile. Il principio ispiratore è chiaro:la processione è un momento di fede e non una manifestazione teatrale. A don Franco Fedullo e al Cardinale De Paolis è toccato il compito di rivolgere il messaggio alla Città dal sagrato del Duomo,prima che con il canto del Te Deum terminasse la parte liturgica della Festa Patronale .Lo spettacolo pirotecnico con un’appendice intorno alla mezzanotte e il tradizionale programma musicale in Piazza Duomo hanno fatto da degna cornice alla giornata più solenne che Ravello vive nell’arco dell’anno. Il conclusivo suono delle campane a distesa da un lato ci ha ricordato che il dies natalis di san Pantaleone di Nicomedia si era concluso,dall’altro ci ha fatto dire il grazie più importante.Il grazie a Colui che è Signore del tempo e della storia e che,nonostante le nostre tante infedeltà,continua ad amarci e a parlarci anche attraverso i suoi testimoni di ieri e di oggi.

Roberto Palumbo Il Settecento a Ravello tra Romanico e Barocco

In occasione dei solenni festeggiamenti patronali, anche quest’anno, nei giorni 23 e 24 luglio, si è tenuto il consueto convegno di Studi, quest’anno dal tema: “Il Settecento a Ravello tra Romanico e Barocco”. Dopo sette anni, dal 2004 al 2010, in cui la tematica proposta all’attenzione degli studiosi e dei cultori è stata il complesso fenomeno della santità e il culto dei santi venerati a Ravello, dal 2011, anno in cui si è tenne una Giornata di Studi sulla Ravello dell’Ottocento, con una sessione pomeridiana dedicata al ruolo dei cattolici nell’unificazione nazionale, il comitato scientifico ha deciso di focalizzare l’attenzione sugli aspetti politicoamministrativi, sociali, religiosi e storicoartistici della realtà ravellese nei secoli dell’età moderna. I relatori che hanno aderito all’iniziativa hanno affrontato, con diverso metodo e dottrina, i momenti particolari della Ravello settecentesca, anche se poi alcuni interventi hanno valicato i limiti del Secolo dei Lumi, oppure

hanno toccato aspetti e problemi particolari. Ad esempio, Don Luigi De Martino, Direttore della Biblioteca “Alessandro VII” dell’Arcidiocesi di Siena, ha ricostruito uno spaccato della vita civile e religiosa della Ravello degli Sessanta e Settanta del Cinquecento, alla luce dei rapporti tra il vescovo di Ravello, Ercole Tombese, e il cardinale Guglielmo Sirleto, sulla base della documentazione rinvenuta presso la Biblioteca Apostolica Vaticana. Della vita religiosa e

dell’universo devozionale ravellese del Settecento si è occupato, invece, Salvatore Amato, che ha osservato il fenomeno cultuale attraverso la disciplina sinodale, la dedicazione di luoghi di culto, la fondazione di congregazioni laicali e i lasciti testamentari. All’edificazione di luoghi di culto e al restauro di quelli esistenti contribuirono, in parte, anche esponenti della nobiltà, come, ad esempio, la famiglia Sasso, che nel 1747 acquisì il Palazzo nel rione Toro, edificandovi anche una cappella dedicata alla Vergine delle Grotte e a Santa Maria Maddalena. Di queste vicende, con dovizia di particolari e con padronanza della documentazione, ha parlato Maria Rosaria Pagano, che ha ricostruito anche le vicende, davvero private, degli ultimi eredi della genia. Nonostante il trasferimento del ramo di Don Diego Domenico Sasso a Ravello, la famiglia continuò ad essere iscritta al Sedile dei Nobili della Città di Scala, per cui il loro contributo alla vita amministrativa ravellese, almeno istituzionalmente, non fu possibile. In quest’ottica si inserisce anche il prezioso contributo di Donato Sarno, che ha illustrato gli aspetti delle istituzioni politiche della Città nel Settecento, esemplificandone le competenze e i limiti dell’azione giuridica. Molti, però, sono stati gli interventi di carattere storico-artistico e architettonico, con gli interventi di Giovanni Villani, che

ha parlato delle trasformazioni del barocco nell’architettura romanica della Costiera Amalfitana. Un episodio di queste alterazioni è stato il rifacimento della Cattedrale di Ravello, di cui hanno parlato Francois Widemann, e magistralmente Luigi Buonocore e Antonio Milone, quest’ultimo, in particolare, delle modifiche e degli interventi subiti dall’arredo scultoreo. Nel corso del XVIII secolo la Cattedrale di Ravello si arricchì anche di un prezioso manufatto scultoreo in argento, il busto-reliquiario di San Pantaleone, realizzato nel 1759 dal napoletano Nicola Schisano su commissione del Canonico Tesoriere Lorenzo Risi. Alla preziosa scultura ha dedicato la sua attenzione Vincenzo Pacelli, che ne ha evidenziato, così come aveva fatto il compianto storico dell’arti minori, Angelo Lipinsky, il dinamismo e il movimento della chioma e della giubba aperta. Alla pittura, invece, ha dedicato la sua attenzione Antonio Braca, suggerendo una nuova proposta di studio delle collezioni conservate presso gli antichi palazzi della nobiltà ravellese, oggi sedi di alberghi di lusso, e contenitori di preziosissime opere d’arte. Come evidenziato nell’intervento di Luigi Buonocore, agli inizi del Settecento la Cattedrale di Ravello si dotò anche di un nuovo organo, per cui fu richiesta anche la competenza e la professionalità di organisti e cantori, molti dei quali formatisi presso i conservatori di Napoli. In tal senso si è sviluppato la documentata e precisa relazione del M° Giancarlo Amorelli, che ha arricchito il suo contributo con un dettagliato apparato fotografico. Non poteva mancare, anche in quest’occasione, la riflessione medica di Vincenzo Esposito e il contributo puntuale di Michele Ingenito, su “J. M.W. Turner tra i “due” Settecento”, l’incisore che immortalò anche la Costiera Amalfitana. Insomma, anche quest’anno il Convegno di Studi ha permesso agli ospiti, agli studiosi e ai cittadini ravellesi di poter rivivere la storia di Ravello in un particolare momento della sua storia, il Settecento, l’ultimo secolo in cui la città riuscì a mantenere in vita gran parte delle istituzioni civili e religiose che si erano formate nei secoli medievali.

Salvatore Amato


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Omaggio alla mia terra Il Giobbe di Francesco Messina Dal 25 luglio u.s. la scultura bronzea raffigurante il profeta Giobbe, opera di Francesco Messina, uno dei maggiori esponenti della scultura figurativa del Novecento, ha arricchito la Raccolta di Arte Contemporanea del Museo del Duomo di Ravello. L’acquisizione al patrimonio del complesso museale, nata da un gesto di rara generosità dell'avv. Benedetto Imperato che ha voluto segnare il suo legame con la terra d'origine donando al Duomo di Ravello e, per esso, all’intera Città la straordinaria opera di Francesco Messina, è stata celebrata con un grande evento, organizzato dall'avvocato Paolo Imperato, in collaborazione con il Museo del Duomo, la Fondazione Ravello, le Soprintendenze BAP e BSAE di Salerno e la Fondazione Francesco Messina di Milano. Una prestigiosa donazione elargita dall’avv. Benedetto Imperato nel nono anniversario del transito al cielo del fratello Mons. Giuseppe Imperato senior., arciprete emerito della basilica ex cattedrale, a testimonianza del suo profondo vincolo con la sua chiesa battesimale, espressione di uno straordinario sincretismo di arte e di cultura, di potenza munifica, di devozione popolare, alla quale ha attinto i principi di vita evangelica che hanno ispirato la sua stimata carriera professionale. Un nobile gesto che non può non richiamare alla memoria la generosità di quanti nei secoli passati hanno scelto di lasciare nella “mater ecclesia” capolavori d'arte soffusi di intensa religiosità, riflesso di quella bellezza che da Dio proviene e a Dio conduce, come segno tangibile di fede e di amore che attraverso le arti canta una eterna lode al Signore. L’opera, in cui la disperata rassegnazione di Giobbe, tradotta con la preghiera muta del corpo e con l’afflizione avvertita nel profondo della carne, si carica di significati religiosi e di richiami umani proprio per la fragilità dolorosa connaturale all’uomo qui raffigurato, fu eseguita a Milano nel 1934, anno in cui Francesco

Messina ottenne la cattedra di scultura all’Accademia di Brera. Un clochard milanese costituì il modello dello scultore che si avvalse di un disegno preparatorio, concentrando il proprio interesse sulla posizione delle braccia per rimarcare, nella gestualità nuda e remissiva, tutto lo sconforto di Giobbe. Una sofferenza rinfrancata dallo spirito e riscattata da una fede immensa dove il penitente in ginocchio sulla pietra scabra si trova totalmen-

te abbandonato nelle mani di Colui che sa leggere nel cuore del giusto. “Quello che cerca soprattutto Francesco Messina nella sua scultura è di raggiungere la bellezza dell'aspetto plastico con le forme giuste e finite; la finezza del modellato, il carattere risultante dall'osservazione acuta e dalla lunga elaborazione; il tutto unito ad eleganza e buon gusto; questi due fattori sono indispensabili ad ogni vero artista... le statue di Francesco Messina nascono come creazioni piacevoli a guardarsi, a toccarsi, a fiutarsi; hanno infatti anche un

"buon odore", scriveva nel 1938 Giorgio De Chirico a proposito del grande artista siciliano. La scultura è stata collocata nella parte terminale della “Via Tecta”, antico percorso che separava la Cattedrale dalla Chiesa del Corpo di Cristo, un ambiente essenziale marcato dalla presenza di pietrame e di intonaco battuto dalle calde tonalità che danno risalto alla figura bronzea. Antonio Canizares Llovera, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, ha presieduto la solenne benedizione del Giobbe, cioè di colui che si imbatte nell’esperienza del dolore innocente, che si rifugia in quel Dio che lui stesso accusa, riuscendo a trasformare il suo grido lancinante nel grido di fede “Io so che il mio redentore è vivo e che, da ultimo, si ergerà sulla polvere!” (Giobbe, 19,25). Un momento di grande intensità suggellato dallo scoprimento della scultura da parte dell’Avv. Benedetto Imperato e di Mons. Giuseppe Imperato junior, arciprete della basilica ex cattedrale, che ha preso in consegna questo capolavoro straordinario, presente tra l’altro, anche sulla copertina del volume “Omaggio a Francesco Messina. Dio nell’Uomo”, catalogo della personale del 1993 allestita nel Braccio di Carlo Magno in Vaticano. La serata è proseguita con una intensa riflessione culturale moderata da padre Gianfranco Greco, giornalista e capo ufficio del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ed affidata al dott. Luigi Marsiglia, critico e storico dell'arte, nonchè firma prestigiosa del Corriere della Sera, e si è conclusa con il concerto per orchestra d’archi, oboe e flauto, organo e coro della basilica ex cattedrale di Ravello ("La sofferenza dei Giusti: Inno di lode al Signore") affidato alla direzione artistica del M° Giancarlo Amorelli".

Luigi Buonocore


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“La sofferenza dei giusti: Inno di lode al Signore” La cerimonia del 25 luglio per la donazione e benedizione della scultura “Il Giobbe” dell' insigne maestro Francesco Messina al Museo dell'Opera del Duomo si è gradevolmente conclusa con il concerto “La sofferenza dei giusti, inno di lode al Signore”, eseguito ad eseguirlo dall' orchestra di archi, oboe, sassofono e coro della cattedrale di Ravello. L'intero ensemble è stato guidato amorevolmente e generosamente dal M° Giancarlo Morelli. Il primo brano in programma è stato scritto da uno dei più prolifici compositori del Novecento: il M° Ennio Morricone, autore di circa cinquecento partiture e ricordato soprattutto quale straordinario autore di colonne sonore tra cui spicca quella del film “Mission”, candidato a Mosca nel 1988. Da cui è stato tratto il brano introduttivo “Gabriel’s oboe”. La dolce melodia ha la peculiarità di trasmettere con l'uso sapiente di pochi strumenti emozioni sublimi e celestiali grazie alla voce suadente e ammaliante dell’oboe. Tale melodia è stata interpretata magistralmente dall’oboista M°Francesco Parisi. E’ stato proposto, poi, del talentuoso compositore ravellese, M° Mario Schiavo, la canzone “Sta turnanno primavera”. La parte solistica è stata affidata alla sensibile interpretazione del mezzo soprano M° Patrizia Porzio accompagnato dall'orchestra e coro del duomo. Michel Colombier, di cui è stato eseguito l'andante dall’ “Emmanuel”, può essere considerato, insieme a Pierre Henry, il musicista che ha gettato un ponte tra la sperimentazione d'avanguardia e la musica moderna, facendosi promotore della musica elettronica popolare. Si giunge alla parte

Ricordo di Gore Vidal

clou del programma con l'esecuzione del primo e secondo tempo del concerto grosso per organo n. 13 di Fa maggiore di G.F. Handel, a tutti noto come il concerto del cucù e dell'usignolo per l'imitazione del canto degli uccelli che duettano nel secondo movimento. L'ascolto del brano, particolarmente piacevole, è stato impreziosito dalla virtuosistica interpretazione dell'organista M° Lorenzo Fragassi. A conclusione del concerto, è stato eseguito il mottetto “Adoramus”, del compositore Francesco Rosselli (1520) che riprende l’ antica Il 31 luglio, a Hollywood Hills, è morto, cadenza gregoriana, rielaborandola se- all’età di 86 anni, lo scrittore statunitense condo le norme della “nuova prattica” Gore Vidal, considerato uno dei giganti della letteratura americana, al livello di Norman Mailer e Truman Capote. Era nato il 3 ottobre 1925 a West Point, nello Stato di New York e scelse come nome il cognome del nonno materno, Thomas P. Gore. Apprezzato come saggista e narratore, ha scritto tra l’altro L’età dell’oro , Palinsesto, Navigando a vista, Una nave che affonda. Giunse a Ravello per la prima volta nel 1948 e nel 1972 acquistò Villa Rondinaia, incantevole dimora costruita negli anni venti del secolo scorso, dove ha dimorato fino al 2006. Della Città della Musica fu nominato Cittadino onorario e l’Associazione Culmusicale. Nell'intermezzo il M° Amorelli turale “Ravello Nostra” lo insignì del titosviluppa l’ identico tema in forma di fu- lo di Presidente onorario. ga. In essa gli archi danno voce all'umani- Da singolare uomo di cultura ha coltivato tà di Giobbe mentre l'organo assurge a rapporti cordiali con tutte le istituzioni mezzo di dialogo con Dio. cittadine, facendosi stimare per la sua Le dissonanze dei violini, infatti, rappre- umanità. sentano la primitiva volontà del patriarca Ne è testimonianza autorevole il lungo e di opporsi alle continue sofferenze occor- cordiale rapporto che lo scrittore ha avusegli, ma, alla fine, esse si placano to con il Nunzio Apostolico, Mons. Claunell’accettazione del dolore. Ciò si espri- dio Gugerotti, Arcivescovo titolare di me musicalmente nella riproduzione Ravello. Nei soggiorni estivi del Diplodelle ultime battute della dolcissima, matico Pontificio, Gore Vidal lo invitava ascetica e suggestiva melodia originale. nella sua Villa per lunghi ed interessanti Lo scrosciante prolungato applauso ha colloqui. Non mancava anche di intrattesancito e sottolineato l'apprezzamento nersi con lui telefonicamente e quale del pubblico per il concerto, gli esecuto- segno tangibile di questo rapporto di ri, il direttore e l’intera manifestazione. stima, il Nunzio conserva anche un anello ricevuto in dono dal grande scrittore Matilde Nunziata americano.


CELEBRAZIONI DEL MESE DI AGOSTO GIORNI FERIALI Ore 18.30: Santo Rosario Ore 19.00: Santa Messa PREFESTIVI E FESTIVI Ore 19.00: Santo Rosario Ore 19.30: Santa Messa GIOVEDI’ 2 –9 –16-23-30: Adorazione Eucaristica dopo la Santa Messa 3 AGOSTO - OTTAVA DELLA SOLENNITA’ LITURGICA DI SAN PANTALEONE Ore 19.00: Santo Rosario e Coroncina Ore 19.30: Celebrazione Eucaristica presieduta da S.E. Mons. Claudio Gugerotti, Arcivescovo Titolare di Ravello, Nunzio Apostolico in Bielorussia, e Processione 4 AGOSTO - SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY 5 AGOSTO - XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Ore 8.00-10.30– 19.30: Sante Messe 6 AGOSTO - FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE INIZIO DELLA NOVENA IN PREPARAZIONE ALLA SOLENNITA’ DELL’ASSUNZIONE DELLA B.V. MARIA

8 AGOSTO - SAN DOMENICO 9 AGOSTO - SANTA TERESA BENEDETTA DELLA CROCE , PATRONA D’EUROPA 10 AGOSTO - SAN LORENZO 11 AGOSTO - SANTA CHIARA 12 AGOSTO - XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Ore 8.00-10.30– 19.30: Sante Messe 14 AGOSTO - SAN MASSIMILIANO M. KOLBE VIGILIA DELLA SOLENNITA’ DELL’ASSUNZIONE DELLA B.V. MARIA Ore 19.30: Primi Vespri della Solennità e Santa Messa 15 AGOSTO - SOLENNITA’ DELL’ASSUNZIONE DELLA B.V. MARIA Ore 8.00-10.30: Sante Messe Ore 19.30: Santa Messa Vespertina e Processione 19 AGOSTO - XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Ore 8.00-10.30– 19.30: Sante Messe 22 AGOSTO – B.V. MARIA REGINA Ore 18.30: Adorazione Eucaristica

Ore 19.00: Testimonianza dell’attrice CLAUDIA KOLL 24 AGOSTO - SAN BARTOLOMEO APOSTOLO 26 AGOSTO - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Ore 8.00-10.30– 19.30: Sante Messe 29 AGOSTO - MARTIRIO DI SAN GIOVANNI BATTISTA


Incontro Agosto 2012