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Periodico a distribuzione gratuita - Anno III n. 2

Gennaio - Febbraio 2014

EDITORIALE

Fondato da Giuseppe Pisano

Registrazione Tribunale di Avellino n. 6/12 del 19.06.2012

Il bilancio di quasi tre anni di vita amministrativa

Luigi Pisano

Tropeano: “Cresciamo nel segno della civiltà”

Siamo irpini e, per una serie di ragioni, dobbiamo essere fieri di esserlo. Ma che cosa è l’”irpinitudine”? La risposta secca, precisa e affascinante è contenuta nell’articolo, che non è altro che una meravigliosa indagine intellettuale, di Giuseppe Pisano, fondatore di questo giornale. Egli pone il soave quesito e leggere quel pezzo apparso sulla rivista “Annuario Irpinia” ’86, posto immediatamente sotto la lente di ingrandimento dal professore Gabriele De Masi, allena la mente, aiuta a riflettere e a capire meglio. L’irpino “non è un campano”, d’accordo, ma un individuo che blinda strenuamente le proprie origini dovunque. Un essere umano che ha imparato a lottare, perché conosce lo spirito di abnegazione. Magari un cittadino nato in queste “colline che insegnano a soffrire, ma anche a vincere”, come scrisse tempo fa un autorevole giornalista, ricordando la scomparsa del caro Peppino Pisano. Anche l’irpino di oggi è figlio degli “inverni freddi” e, parecchi lustri dopo, continua ad accettare con rassegnazione la via dell’emigrazione, molto probabilmente per trovare spazio altrove. Sì, perché l’irpino di oggi è un ragazzo brillante, ma allo stesso tempo un po’ mesto. Preparato e a tratti consapevole di aver perso una battaglia, ma non ancora la guerra. Un giovane che magari ha conseguito anche la seconda laurea, però, è costretto giocoforza a galleggiare nel precariato più estremo, sballottato come una barca dalle onde anomale dei contratti di lavoro fantasma e delle aziende che improvvisamente abbassano la saracinesca. L’irpino parte, per scelta o per lavoro, forse ritorna, ma resiste il senso dell’etnia, come fa notare il caro Peppino. Quasi trent’anni dopo, poggiare gli occhi su quel suo bellissimo pezzo, scritto con l’intelligenza di chi si è sempre rotolato nella realtà per conoscerla fino in fondo, significa immergersi in un fiume dove gli argini del tempo ci riconducono alla nostra epoca. Un articolo che racchiude una preziosa chiave di lettura: dietro l’angolo o in una lussuosa via di New York, l’irpino porta con sé sempre le proprie radici e prova ad affrontare tutto con nerbo e sagacia.

Il bilancio di quasi tre anni di vita amministrativa non ha per nulla il retrogusto amaro e fastidioso della polemica. Sì, perché il sindaco Valentino Tropeano traccia una linea di demarcazione, da quel maggio del 2011 ad oggi, senza inciampare nel pettegolezzo sterile e soprattutto evitando – peraltro volutamente – di incanalare il discorso nel semplice esercizio di rispondere alle accuse, ufficiali e non, visto che l’attività legata alla gestione della cosa pubblica della giunta Tropeano è iniziata con il subdolo volantinaggio del corvo del paese. Il primo cittadino di Montefredane preferisce piuttosto comparare il lavoro fatto dalla vecchia amministrazione con quello che sta portando avanti la sua squadra. Nella sala consiliare “Giuseppe Pisano”, Tropeano, nel corso di una pubblica assemblea, ha iniziato a mostrare personalmente numerose slide proiettate sullo schermo relative al miglioramento e alla bonifica delle strutture del paese, sottolineando l’importanza della banca dati dei disoccupati per provare ad arginare il cronico e triste problema della disoccupazione, in virtù di un dialogo con le aziende del territorio, e squadernando, poi, tutte le altre iniziative svolte finora. Ma, al di là di questo, il primo cittadino, in attesa di condurre in porto, a breve, il complesso iter per l’approvazione del Puc – strumento urbanistico che manca da circa quarant’anni, per giunta un caposaldo del programma elettorale di “Alternativa Democratica” - ci tiene a spostare i riflettori su un altro aspetto, ovvero la crescita civile e sociale di Montefredane. Tropeano parte dalla sua filosofia politica e cioè scegliere di amministrare con il pieno coinvolgimento dei cittadini nella gestione della cosa pubblica. “Sono trascorsi ormai quasi tre anni da quando ci siamo insediati e in questo tempo ho cercato di portare avanti una amministrazione di tipo partecipata: la comunità deve avere la possibilità di interagire con noi circa le de-

Il sindaco di Montefredane incontra la comunità

cisioni da adottare per il bene del paese. Ho subito provveduto a migliorare la nostra realtà e a renderla più vivibile, cominciando a sistemare strade, plessi scolastici e tutti i vari edifici presenti sul nostro territorio, a cominciare dalla casa comunale. Non dimentichiamo che ho raccolto strutture quasi fatiscenti. Abbiamo assunto un impegno preciso con i cittadini, i quali alla fine saranno chiamati a giudicare”. Tropeano ha impostato l’incontro ufficiale con la comunità collocandolo sui binari del confronto sereno, dando, del resto, a tutti i presenti la possibilità di intervenire per esprimere un parere, un giudizio, un consiglio per il futuro del territorio. Ma il primo cittadino di Montefredane parla anche del rapporto complicato con l’opposizione. E fa subito notare: “Per quanto concerne il mio modo di intendere la politica, vorrei tanto stringermi la mano con la minoranza, ma ultimamente questa appare una impresa difficilissima. Alcuni esponenti dell’opposizione non mi salutano neppure, però, c’è un aspetto che ci terrei a rimarcare: quando qualcuno di loro si reca in Comune per chiedere di consultare determinati documenti li forniamo sempre con una certa celerità, cosa che non accadeva quando, invece, noi eravamo minoranza, visto che aspettavamo anche sessanta giorni per poter accedere alla visione delle carte”. Quindi, Tropeano pone sotto la lente di ingrandimento il concetto di comunità. “In questi altri anni di vita amministrativa lavoreremo per cercare di raggiungere l’obiettivo più importante e cioè garantire un futuro civile ai nostri figli, i quali dovranno essere nelle condizioni di stimarsi e rispettarsi con quelli degli avversari politici, cosa che, ahimè, in 40 anni non è mai successa. Puntiamo, in sostanza, ad una crescita civile e sociale di questo paese. Ecco lo scopo finale di questa amministrazione. Io amministro nell’interesse del cittadino, sforzandomi di salvaguardarne le esigenze. E spero che Montefredane possa diventare uno dei Comuni di eccellenza nella Valle del Sabato”. L.P.


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Dalla rivista “Annuario Irpinia” ‘86

Giuseppe Pisano e il suo concetto di “Irpinitudine” Di Giuseppe Pisano Un irpino è dovunque. Lo trovi sull’impalcatura vertiginosa d’un grattacielo in costruzione a Manhattan e nell’abisso d’un cunicolo di Charleroi, nell’avamposto del Queensland e negli uffici del Quirinale, tra i pozzi di Abadan e nel Palazzo romano. Tenace, sobrio, laconico; e poi: irriducibile, coraggioso, inquieto; e ancora: ribelle, fedele, generoso. Tanti aggettivi sono stati saccheggiati per definirlo, per inquadrarlo in una categoria dello spirito. Cos’è, dunque, l’ “irpinitudine”? E’ l’elegia di un “nostos”; è quel che si sedimenta nell’épos d’una saga; è quel che si cristallizza sui margini candidi della pagina della storia? Forse è tutto questo, ma anche qualcosa di più. E’ l’aspirazione a conservare le stigmate, a non rifluire nel magma delle trasformazioni che appiattiscono. E’ anche la forza d’un’etnia che vuole conservare l’individualità filtrata come una stalagmite dai meandri della storia. La Campania è una circoscrizione geografica, ribadita nei secoli dai reggitori dello stato, dalla prima codificazione augustea alla restaurazione napoleonica. Dopo l’Unità, inglobò realtà storiche ed etniche marginali, dilatanti dal ceppo antico dei “capuani”, degli abitanti della pianura e dei Regi Lagni. V’erano i lucani del Cilento e del Vallo di Diano e gl’Irpini dell’acrocoro interno. Nel contesto regionale, però, l’Irpinia ha avuto, e tuttora conserva, caratteristiche d’autonomia, innanzitutto geografiche e poi storiche umane e civili. E’ una sub-regione ben distinta, con confini naturali di notevole perentorietà. E la storia, si sa, nasce e fluisce nell’alveo dei luoghi abitati, connaturandosi con la morfologia e con il clima, con l’acqua e la luce, il monte e il piano, il fiume e il lago, il bosco e la prateria. L’irpino, dunque, è diverso perché è figlio delle montagne e degli inverni freddi, delle piogge autunnali e dei lenti risvegli primaverili. E’ vissuto tra le chiostre dei monti spesso invalicabili, strappando il cibo alle foreste e alle colline, ai magri costoni del Terminio e del Partenio, alle esigue pianure dell’Ofanto e del Sabato. Non ha trovato davanti ai suoi villaggi le fertili distese assolate, i terreni fecondati dalle ceneri dei vulcani, i campi irrigati dai corsi perenni dei fiumi. Ha dovuto ingaggiare una lotta durissima con la natura avversa, sui contrafforti dell’Appennino. Ha terrazzato pendii e deviato torrenti, sistemato sponde infide ed appianato conche indocili. La sua agricoltura è stata la conclusione d’una battaglia lunghissima e non la via naturale della sopravvivenza, carpita alla natura amica. Il secolare isolamento è stato rotto, a tratti, da contatti difficili, per tratturi impervi e camminamenti montani. Le strade consolari sono state subito can-

cellate dal rifluire dei particolarismi, dalla polverizzazione del potere e dalla chiusura dei varchi antichi. La stessa funzione di tramite fra le civiltà maturate sui due mari è stata spesso vanificata dalle condizioni storiche conflittuali, dalle separatezze consacrate da nuovi confini. L’isolamento ha marcato le caratteristiche antiche, accentuandone l’irreperibilità. E’ nato così l’irpino, che non è il campano e non è il lucano, anche se a queste due grandi etnie è legato da solidi cordoni ombelicali. Non ha, del campano, la gioia di vivere e il senso della fugacità del tempo. Non ha il fatalismo e la rassegnazione che sono il frutto tardivo dell’ellenismo e della civiltà mediterranea. Non ha, del lucano, il ribellismo e l’individualismo. Non ha, del pugliese e del dauno, l’amore per i traffici e il giusto della mediazione. Un irpino è laconico. Anche il suo lessico è essenziale. Non c’è traccia di sinonimi e gli aggettivi sono scarsi e pregnanti. Anche la sua poesia è stata sempre più vicina all’epos che all’afflato lirico. Ha narrato più che cantare. I suoi terremoti gli hanno dato il senso dell’instabilità, gli hanno insegnato le vie dell’esodo, ribadendo precarietà e spirito d’avventura. Gli irpini hanno accettato l’emigrazione come un evento consueto. Tra le “primavere sacre” dei sanniti e le grandi emorragie dell’ultimo secolo c’è un collegamento tenace, frutto della storia e delle attitudini ataviche. Il presidente Pertini, ammirando le molteplici presenze irpine ai vertici della vita pubblica nazionale, diceva che nelle vene degli irpini scorre sangue ligure, ricordando le grandi migrazioni dei “ligures baebiani” ai tempi delle deportazioni romane. C’è del vero, in quell’analisi, come c’è del vero in tutte le sovrapposizioni e commistioni che la storia ha registrato. Qui sono venuti, stabilendosi, anche i nordici della “longobardia minor”, e i profughi delle varie diaspore. Poi la natura dei luoghi ha favorito l’osmosi, cementando un’etnia, consolidando costumi e caratteri. L’irpino è anche orgoglioso d’essere tale e dovunque rimarca le sue peculiarità, accentuando diversità ed originalità. Anche questo è senso dell’etnia, prima che fierezza. Si ribellò ai romani e poi allo stato unitario per non perdere la sua identità. Ed ora si ribella all’appiattimento che annulla e massifica. I rischi sono maggiori perché sottesi ad un processo di ingovernabile espansione di moduli di civiltà di grande forza accattivante. Eppure anche oggi, in un contesto di grande unità nazionale e di insopprimibili aspirazioni ecumeniche riaffiora più prepotente il senso dell’identità storica ed etnica. Un irpino sarà ancora un irpino, insomma.


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L’Olocausto, la “banalità del male”e una nuova responsabilità civile Di Antonio Nigrelli Il ricordo delle vittime della Shoah quest’anno è arrivato in un momento storico molto particolare: un momento di crisi, di trasformazioni politiche, economiche e sociali che nello spazio globale stanno assumendo aspetti sempre più drammatici. Ecco perché ci piace ricordare una delle pagine più brutte della storia mondiale partendo dall’insegnamento di Annah Arendt. Perché il ricordo e la memoria vadano oltre le celebrazioni di una giornata. Perché proprio nel ricordo possiamo recuperare il senso più profondo della democrazia. Qual è lo spazio consentito a un agire politico che non sia solo angusta difesa degli interessi materiali o rituale comportamento elettorale? Una domanda fondamentale che la Arendt pose in una delle sue maggiori opere sulla democrazia: Vita Activa. In quello che è stato definito uno dei suoi libri più “greci” proprio rispetto al senso di democrazia, Annah Arendt cerca di spiegare sotto il profilo filosofico che cosa significhi la cittadinanza per tutti coloro che ne fanno esperienza. Essere cittadino significa in questo senso farsi riconoscere come tale in un modo assolutamente nuovo e diverso. Secondo la Arendt, soltanto le parole dette sul bene pubblico, in condizioni di estremo rischio o pericolo, rivelano il nostro io. La convinzione più profonda della Arendt è che la cittadinanza, se rettamente intesa, può riscattare la vita dalla sua maledizione. A volte ricorre la frase che “siamo un popolo senza memoria”. Ed è probabilmente la carenza di conoscenza della realtà storica all’origine dell’esclusione del fascismo dalla categoria del totalitarismo. Ed è probabilmente la carenza di conoscenza storica che spesso ci fa fare passi indietro, nei governi, nelle azioni collettive, nella mancanza di senso comune. Partendo dalle tesi della Arendt ci troviamo catapultati nel periodo del pensiero “nobile” per eccellenza. Lo spazio greco della democrazia intesa come partecipazione collettiva, vita attiva. L’unico invito in una giornata di ricordo di tutte le vittime del fascismo e delle leggi razziali è quello di non dimenticare, di fare memoria e non commemorare e basta. Ricordiamo che, come diceva la Arendt, con la parola e con l’agire ci inseriamo nel mondo umano, e questo inserimento è come una seconda nascita, in cui confermiamo e ci sobbarchiamo la nuda realtà della nostra apparenza fisica individuale. Il pensiero filosofico della Arendt è molto profondo, nonostante non si definisse una filosofa. Noi la ricordiamo come una donna, dal pensiero illuminante e raffinato, che si

è impegnata molto per tutelare la comunità ebraica, la sua comunità. D’altronde il male, come suggerisce il titolo di uno dei suo scritti, è banale. Frutto dell’assenza di radici, di memoria, di non ritornare sui propri passi per la mancanza di dialogo. Unica sintesi possibile in un universo di persone “uguali e diverse”. E infatti: “La pluralità umana, condizione fondamentale sia del discorso sia dell’azione, ha il duplice carattere dell’eguaglianza e della distinzione. Se gli uomini non fossero uguali, non potrebbero né comprendersi fra loro, né comprendere i propri predecessori, né fare progetti per il futuro e prevedere le necessità dei loro successori. Se gli uomini non fossero diversi, e ogni essere umano distinto da ogni altro che è, fu o mai sarà, non avrebbero bisogno né del discorso né dell’azione per comprendersi a vicenda. Sarebbero soltanto sufficienti segni e suoni per comunicare desideri e necessità immediati e identici”. Con la tesi della “banalità del male” Hannah Arendt

voleva indicare innanzitutto le rovine della morale contemporanea. Mentre cercava di capire l’origine profonda del comportamento del criminale nazista, si sporgeva anche verso quella che Primo Levi chiamerà la “zona grigia”, l’area del consenso tacito e indifferente, dell’appoggio passivo al nazismo fornito dal piccolo borghese “buon padre di famiglia” preoccupato esclusivamente del proprio interesse particolare e incline a uniformarsi al giudizio degli altri. Di qui il messaggio che possiamo trarre “per noi”, al di là e oltre la giusta celebrazione delle vittime dell’Olocausto. Oggi più che mai è necessario risvegliarsi da un antico torpore, scuotersi da un vecchio malvagio incantesimo: è indispensabile persuadersi che il “non sapere”, il “non vedere-non sentire-non parlare” fanno di chi ne è adepto (cioè della stragrande maggioranza di noi) un complice obiettivo dei carnefici; ed è alquanto ozioso giocherellare con la classifica di quei carnefici, distinguere le differenti categorie di “male”, ostinarsi a sbattere continuamente in prima pagina dei mostri, l’ingombrante presenza dei quali serve reg-

olarmente a nascondere gli altri, che sarebbe scomodo smascherare e denunziare. Himmler non giustifica Pol Pot e viceversa: ma di quanti Himmler e di quanti Pol Pot negati, nascosti, dissimulati, siamo ancora responsabili? Proclamare l’equivalenza tra le tirannie è lo sterile esercizio autoassolutorio di chi si dice liberaldemocratico ed è dogmaticamente convinto dell’assoluta e unica giustezza del sistema che egli preferisce: nazismo e bolscevismo sembrano viceversa, alla distanza, essere rei soprattutto di aver “introiettato” nell’Occidente, che se ne riteneva immune - ed esercitato su di esso e contro di esso quegli stessi metodi feroci e sanguinari che il colonialismo occidentale aveva per secoli impiegato in Asia, in Africa, in America latina. Nessuna shoah giustificherà mai Dresda e Hiroshima; nessun massacro dei kmer rossi assolverà mai la United Fruits e la CIA di quel che hanno fatto in America Centrale; nessuna Kolima renderà innocente chi ha organizzato Guantanamo. La memoria non va confinata in una giornata di celebrazioni: va trasformata in materia di studio e di meditazione quotidiana, dai banchi di scuola agli spesso troppo distratti o troppo “condizionati” mass media. Le radici della stessa violenza che oggi sembra divorare buona parte del mondo è in gran parte conseguenza degli squilibri causati da orrori e da massacri che sono rimasti senza nome e senza ricordo: e che oggi continuano, in un mondo che vede gli sprechi confrontarsi drammaticamente con la fame e nel quale alcune migliaia di privilegiati che nuotano ogni giorno in una piscina olimpionica possono permettersi d’inquinare e di sprecare, per il loro piacere, una quantità d’acqua che sarebbe sufficiente a salvare dalla sete migliaia di bambini africani. C’è un modo solo per onorare i martiri della Shoah e delle foibe in modo adeguato: il chiudere oggi, subito, i Lager della sperequazione socioeconomica che semina vittime a livello mondiale; il denunziare a partire da ora, e con rigore, i genocidi perpetrati attualmente da chi gestisce l’ingiusto squilibrio che vede le ricchezze planetarie gestite per circa il 90% (e con un inaccettabile ventaglio di disuguaglianze interne) sì e no da un miliardo di abitanti della terra, mentre gli altri cinque si trovano al di sotto dei livelli di sopravvivenza ufficialmente riconosciuto dagli organismi internazionali. Finché non saremo responsabilmente convinti di ciò, le “Giornate”, della Memoria o del Ricordo che siano, saranno sempre espressione di obiettiva ipocrisia. Solo quando esplicitamente riconosceremo tutto ciò diventeremo degni di onorare in modo adeguato i martiri della Shoah.


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Inchiostro e Pennino Assuntina saliva sempre alla Madonna del Soccorso, in quell’angolo d’Ischia, da dove il più lontano orizzonte permette di osservare meglio il ritorno di barche e uomini, marinai in ogni casa. Se il rientro era prima del buio, bene, altrimenti si tornava alle povere case a invocare i santi, a pregare in silenzio interminabili rosari con bisbiglio di labbra e i grani rigirati tra pollice e indice in meccanico e accentuato malessere. Ischia, madre d’uomini di mare, rematori, lanciatori di fiocine, fiutatori di vento e di tempeste con alti muri di capriole alle onde e nuvole di spruzzi agli scogli, ha questa salita del Soccorso tra i luoghi più sacri per speranze, preghiere, richieste di grazie che fanno racconto all’immagine della Madonna in quadretti naif, ex-voto di salvataggi di uomini caduti in mare e barche affondate, incendiate, colpite dalla burrasca, mentre in uno squarcio di luce, alta, appare, salvifica, Maria. Assuntina non andò più al belvedere del Soccorso un po’ perché le suppliche erano cadute nel vuoto, non facendo, il suo uomo, ritorno da una pesca di alici, una disperata notte di Marzo, un po’, anche, per essersi dovuta mettere, subito, a pulizie aven-

Belvedere dole, il marito, lasciato anni da pagare di tratte per quella piccola barca sgangherata, molto probabilmente, causa e abbraccio della scomparsa. Le era rimasto Giacomo, adolescente da crescere, e quasi nessuna speranza. E ciò fece, tra stenti e rinunce, fino alla laurea. S’era levata il pane da bocca, ma, almeno, il figlio aveva vinto la terraferma, da affermato clinico. “Mamma Assunta, mi sposo. Sì, proprio a Ischia, alla Madonna del Soccorso, la mia altra mamma, che tu pregavi sempre per me. Il ricevimento, al Belvedere, il nuovo ristorante sul promontorio.. .” telefonò, non senza sorpresa della donna, il dottor Giacomo, da Roma. “ Viva gli sposi! “ gridò l’amico Pietro al coro d’invitati, “ E, su i bicchieri per un bel brindisi!” Al tavolo degli sposi si stappò, su segno dell’amico buontempone, una fresca bottiglia della sua campagna; Biancolella, color dell’oro e del bosco . “ Faccio io.” disse lo sposo. Giacomo versò piano alla propria dama e a sé, per ammirare ogni goccia di quel sole risplendente, corpo nei calici per ritornare arcobaleno alle labbra. Posò la bottiglia. Era biondo diamante, in

controluce, quello zampillo d’uva chiaro e feroce nell’ incandescenza di bellezza netta in faccia al mare. Gli tornarono in mente la mentuccia, i ravanelli, i finocchi, i carciofi e i pomidoro nell’orto sotto casa, l’origano, la salvia, i porcini e le fragoline, la mora di selva per i sentieri dell’Epomeo, la primavera invadente di mela limoncella, melagrana acerba e ciliegia, quando, in questo sogno di ricordi di ragazzo, vide la bottiglia appannarsi. Allungò la forchetta e , come col dito al velo sul vetro d’ inverno, col rebbio segnò le linee nette del volto del padre. Erano venute bene, proprio quelle, precise di quando s’arrabbiava e pur amava. Un istante. Subito l’umido calò all’angolo dell’occhio come una lacrima. Chiamò la madre, ma quel volto s’era d’improvviso perlato in acqua, come una volta, tanti anni prima, in acqua di mare. Scomparso. Gli sposi brindarono al grande evento con quel volto, in lontananza, evanescente nel profumo dei campi , dei boschi e delle onde. Un invitato in più, di un ricordo, a festeggiare. proprietà letteraria riservata

Il Festival Voci Nuove di Montefredane sbarca a Casa Sanremo Il patron della kermesse, Elio Spagnuolo: “Una grande soddisfazione”

Di Monia Gaita Striscioni di allegria per il Festival Voci Nuove di Montefredane, dopo la vittoria conseguita da Anna Maria Marino nella finale

dei Grandi Festivals Italiani in Sardegna, a Santa Teresa di Gallura. L’artista, esibitasi in un brano della cantante Miley Cyrus, è stata valutata da un’autorevole giuria composta dagli autori Enrico Riccardi e Franco Fasano, presieduta dal maestro Vince Tempera. Ricorderete la diciassettenne di Marcianise, in provincia di Caserta, impostasi nella scorsa rassegna canora con una performance che ne mise subito in rilievo le qualità della voce, dal timbro caldo e personale, dotato di grande ampiezza, estensione e duttilità. Doti interpretative ed eclettiche che hanno catapultato

la giovane Anna Maria dal sipario di Montefredane a quello prestigioso e altamente competitivo di Casa Sanremo presso il Palafiori. “E’ una sincera soddisfazione anche per me - sottolinea Elio Spagnuolo, patron della kermesse nostrana -. Il successo di Annamaria ci riempie di gioia e ripaga gli sforzi e l’impegno dell’intera associazione. Abbiamo sempre creduto in questa manifestazione e confidiamo anche per il futuro in risultati positivi”. L’augurio che ci sentiamo di fare al Festival per Voci Nuove di Montefredane è che stappi ancora tante bottiglie di conferme e attestazioni, esportando oltre i confini provinciali nuovi apprezzabili talenti della musica.

La vincitrice Anna Maria Marino.

IL

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Registrazione Tribunale di Avellino n. 6/12 del 19.06.2012 Direttore responsabile Luigi Pisano Grafica e Impaginazione Ubaldo Malvone Stampa a cura di: CTA Ufficio Srl Contrada Baccanico 43/2 - 83100 Avellino Telefono 0825 / 30535 Fax 0825 / 26664 e-mail ctaufficio@alice.it

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