Issuu on Google+

numero 9

Il Serale

7 maggio 2012

Settimanale quotidiano

Troppo sport

L’attività fisica non fa più bene


L’importante non è partecipare

Il sistema che ha reso lo sport prima spettacolo e poi business è un’industria che, per poter andare avanti, ha bisogno di materia prima

L

’importante non è più partecipare, ma partecipare in tantissimi. L’industria sportiva ha bisogno di atleti continuamente, senza alcun tipo di sosta. Una parola da pronunciare con sempre maggiore cautela: spettatori esigenti pagano un canone per fagocitare prestazioni di calcio e di cricket, di tennis e di polo, di motori e rugby. E non possono restare delusi. Ma, tra allenatori che lamentano i ritmi sostenuti dei loro atleti soprattutto in caso di sconfitta e polemiche di facciata a ridosso di minuti di silenzio per tragedie improvvise, sarebbe un errore vedere solo quella punta dell’iceberg, mediaticamente pompata, che è la morte in campo. Mentre i mezzofondisti delle testate più importanti si affannavano a elevare a dogma l’attività fisica, lo sport ha infatti forse smesso d’essere un bene; con generazioni intere educate al principio che l’attività fisica, in qualunque dose e forma, faccia bene a prescindere. Lo sport è diventato un difetto di sistema, un’imperfezione culturale che genera straordinarietà: visite truccate, certificati bypassati, palestre di anabolizzanti e canali televisivi riempiti di muscoli che inneggiano al trionfo, al massimo annacquato con un po’ di sano fair-play. Dai professionisti agli amatori, il calco di un popolo di sportivi che si allena fino all’eccesso, imita allenandosi e poi spera di non essere di troppo. Uomini che «fanno bene allo sport», più di quanto lo sport ne faccia a loro.

di Filippa Deditore


L’istinto del doping

Il sogno ancestrale di superare se stessi ricorrendo ad “aiuti” è una pratica antica come l’umanità

«N

di Elisa Gianni

on è certo bene che un commerciante venda a un altro acquirente la partita promessa con impegno solenne a un tizio; non è certo bene che un agente di borsa giochi al ribasso, rovinando migliaia di piccoli risparmiatori; […] non è certo bene che il cittadino sottragga alla propria dichiarazione dei redditi delle entrate ben precise, denunciando solo la metà o un terzo di quanto percepisce». Era il 1964, l’editrice Milano nuova

si riporta qualche riga è tratta proprio dall’introduzione di questo libello che si apre con l’amara denuncia di una trasformazione, di un’involuzione: da una passione candida come la neve a un mercato sporco e corrotto, dove le aspirazioni scendono a compromessi pur di non diventare delusioni; dove i record più battuti in assoluto sono quelli del superamento della morale; dove non conta solo vincere, ma anche “far fesso” qualcuno, oggi

pubblicava libri inchieste che coprivano i temi più disparati. Tra questi uno dal titolo “Il doping e i ‘gialli’ dello sport”, curato da Mario Minini. La descrizione dell’ “illegalità dilagante” di cui

l’avversario, domani l’arbitro, un altro giorno il pubblico. Il grido dell’autore sembra uscire fuori dalle pagine ingiallite: non è questo lo Sport! No, non lo è, perché questo è lo spettacolo.

L’età del doping, come delle droghe, è l’età dell’uomo. Cognac e stricnina era un cocktail utilizzato da Dorando Pietri, ritratto in alto mentre a Londra taglia il traguarda barcollante: era il 1908


L’istinto del doping

Il sogno ancestrale di superare se stessi ricorrendo ad “aiuti” è una pratica antica come l’umanità

«N

di Elisa Gianni

on è certo bene che un commerciante venda a un altro acquirente la partita promessa con impegno solenne a un tizio; non è certo bene che un agente di borsa giochi al ribasso, rovinando migliaia di piccoli risparmiatori; […] non è certo bene che il cittadino sottragga alla propria dichiarazione dei redditi delle entrate ben precise, denunciando solo la metà o un terzo di quanto percepisce». Era il 1964, l’editrice Milano nuova

si riporta qualche riga è tratta proprio dall’introduzione di questo libello che si apre con l’amara denuncia di una trasformazione, di un’involuzione: da una passione candida come la neve a un mercato sporco e corrotto, dove le aspirazioni scendono a compromessi pur di non diventare delusioni; dove i record più battuti in assoluto sono quelli del superamento della morale; dove non conta solo vincere, ma anche “far fesso” qualcuno, oggi

pubblicava libri inchieste che coprivano i temi più disparati. Tra questi uno dal titolo “Il doping e i ‘gialli’ dello sport”, curato da Mario Minini. La descrizione dell’ “illegalità dilagante” di cui

l’avversario, domani l’arbitro, un altro giorno il pubblico. Il grido dell’autore sembra uscire fuori dalle pagine ingiallite: non è questo lo Sport! No, non lo è, perché questo è lo spettacolo.

L’età del doping, come delle droghe, è l’età dell’uomo. Cognac e stricnina era un cocktail utilizzato da Dorando Pietri, ritratto in alto mentre a Londra taglia il traguarda barcollante: era il 1908


Pardon, l’industria dello spettacolo, nella sua sfumatura meno patinata. Una responsabilità duplice scende in campo di fronte a questa involuzione: la responsabilità

Già in antichità si sapeva che dai decotti di amanita muscaria (foto) si ricavava la bufoteina, eccitante che incrementava la massa muscolare

di chi ha inquinato, con gli affari e i loro meccanismi, attività nate per l’amore di quella sana adrenalina che saliva da bambini calciando un pallone o cercando di correre più veloce degli altri per arrivare per primo alla panchina; e, dall’altra parte, la responsabilità di chi si lascia titillare dalle false cadute nel terreno da gioco, dagli insulti lanciati al guardalinee, dagli eccessi generali di un meccanismo progressivamente snaturato e in crisi di identità.

Finiti i moralismi, resta un web pullulante di contributi sulla storia del drogaggio sportivo che ci porta a dire che l’età del doping, come delle droghe, è l’età dell’uomo, della sua naturale inclinazione a superare se stesso, di quella matrice istintiva e animalesca che lo porta a voler primeggiare, che lo rende competitivo. Si è iniziato così con gli estratti vegetali. Bevendo decotti di certi funghi velenosi si assumeva bufoteina, che, oltre a provocare una sensazione di leggerezza ed effetti allucinogeni di vario tipo, aumentava il ritmo cardiaco e il tono muscolare. In Cina, da millenni, la pianta ma huang – in occidente conosciuta con il nome di ephedra – viene usata per curare le malattie dell’apparato respiratorio, ma pure

La bufotenina, che può essere secreta anche da alcuni tipi di rospi, aumenta anche il ritmo cardiaco, inducendo sensazione di leggerezza


Pardon, l’industria dello spettacolo, nella sua sfumatura meno patinata. Una responsabilità duplice scende in campo di fronte a questa involuzione: la responsabilità

Già in antichità si sapeva che dai decotti di amanita muscaria (foto) si ricavava la bufoteina, eccitante che incrementava la massa muscolare

di chi ha inquinato, con gli affari e i loro meccanismi, attività nate per l’amore di quella sana adrenalina che saliva da bambini calciando un pallone o cercando di correre più veloce degli altri per arrivare per primo alla panchina; e, dall’altra parte, la responsabilità di chi si lascia titillare dalle false cadute nel terreno da gioco, dagli insulti lanciati al guardalinee, dagli eccessi generali di un meccanismo progressivamente snaturato e in crisi di identità.

Finiti i moralismi, resta un web pullulante di contributi sulla storia del drogaggio sportivo che ci porta a dire che l’età del doping, come delle droghe, è l’età dell’uomo, della sua naturale inclinazione a superare se stesso, di quella matrice istintiva e animalesca che lo porta a voler primeggiare, che lo rende competitivo. Si è iniziato così con gli estratti vegetali. Bevendo decotti di certi funghi velenosi si assumeva bufoteina, che, oltre a provocare una sensazione di leggerezza ed effetti allucinogeni di vario tipo, aumentava il ritmo cardiaco e il tono muscolare. In Cina, da millenni, la pianta ma huang – in occidente conosciuta con il nome di ephedra – viene usata per curare le malattie dell’apparato respiratorio, ma pure

La bufotenina, che può essere secreta anche da alcuni tipi di rospi, aumenta anche il ritmo cardiaco, inducendo sensazione di leggerezza


La foto spezzata ritrae il momento della caduta del ciclista Knud Jensen: l’autopsia confermerà l’overdose di stimolanti

per incrementare il metabolismo, effetto di cui è responsabile l’efedrina che non a caso rientra nella lista delle sostanze vietate agli sportivi da organismi di controllo quale è il Wada (World anti doping agency). Gli imperatori Inca facevano masticare foglie di coca – quella che loro chiamavano “pianta divina” – ai soldati, ma anche ai chasquis, i messaggeri capaci di correre centinaia di km in pochi giorni, per far arrivare le informazioni. Gli sportivi iniziarono a ricorrere a metodi non ortodossi per il potenziamento delle prestazioni e il superamento delle fatiche, già nelle Olimpiadi dell’Antica Grecia, complici anche i premi in palio – che potevano comprendere l’esenzione dalle tasse o dall’obbligo militare. I Romani dopavano i loro cavalli perché corressero più velocemente nelle corse delle bighe; ma pure ai gladiatori si facevano assumere sostanze che ne incrementassero l’aggressività e

quindi la spettacolarità agli occhi del pubblico delle arene. Da allora probabilmente più che le pratiche a essere cambiata è la qualità: niente più estratti naturali per i dopati di oggi, ma sostanze sintetizzate in laboratorio e mix di elementi, per un risultato sempre migliore ma sempre più pericoloso. In un primo momento sono gli sportivi stessi a chiedere al proprio corpo prestazioni straordinarie e non è un caso che il primo a tirarci le cuoia sia un atleta di una delle discipline più dure: alle Olimpiadi di Roma del 1960 il ciclista danese Knud Jensen si accascia a

Dai Romani, che drogavano i cavalli e i gladiatori per rendere gli spettacoli più emozionanti, ai giochi del ‘60 e il crollo di Knud Jensen

terra durante una corsa sotto il sole cocente; il suo corpo non regge a quella che l’autopsia indicherà come una dose eccessiva di stimolanti. Con il passare del tempo e l’affermarsi dello sport business – che oggi arriva a comprendere addirittura corsi di for-


La foto spezzata ritrae il momento della caduta del ciclista Knud Jensen: l’autopsia confermerà l’overdose di stimolanti

per incrementare il metabolismo, effetto di cui è responsabile l’efedrina che non a caso rientra nella lista delle sostanze vietate agli sportivi da organismi di controllo quale è il Wada (World anti doping agency). Gli imperatori Inca facevano masticare foglie di coca – quella che loro chiamavano “pianta divina” – ai soldati, ma anche ai chasquis, i messaggeri capaci di correre centinaia di km in pochi giorni, per far arrivare le informazioni. Gli sportivi iniziarono a ricorrere a metodi non ortodossi per il potenziamento delle prestazioni e il superamento delle fatiche, già nelle Olimpiadi dell’Antica Grecia, complici anche i premi in palio – che potevano comprendere l’esenzione dalle tasse o dall’obbligo militare. I Romani dopavano i loro cavalli perché corressero più velocemente nelle corse delle bighe; ma pure ai gladiatori si facevano assumere sostanze che ne incrementassero l’aggressività e

quindi la spettacolarità agli occhi del pubblico delle arene. Da allora probabilmente più che le pratiche a essere cambiata è la qualità: niente più estratti naturali per i dopati di oggi, ma sostanze sintetizzate in laboratorio e mix di elementi, per un risultato sempre migliore ma sempre più pericoloso. In un primo momento sono gli sportivi stessi a chiedere al proprio corpo prestazioni straordinarie e non è un caso che il primo a tirarci le cuoia sia un atleta di una delle discipline più dure: alle Olimpiadi di Roma del 1960 il ciclista danese Knud Jensen si accascia a

Dai Romani, che drogavano i cavalli e i gladiatori per rendere gli spettacoli più emozionanti, ai giochi del ‘60 e il crollo di Knud Jensen

terra durante una corsa sotto il sole cocente; il suo corpo non regge a quella che l’autopsia indicherà come una dose eccessiva di stimolanti. Con il passare del tempo e l’affermarsi dello sport business – che oggi arriva a comprendere addirittura corsi di for-


mazione ad hoc, come quello promosso dall’Università Bocconi in partecipazione con la RCS Sport – sono spesso i manager, quando non gli allenatori, a suggerire o prescrivere agli sportivi cure o diete “rinvigorenti”. Un esempio è quello che risale, ancora, alle Olimpiadi di Roma nel 1960. Racconta sempre Minini che la squadra italiana di pugilato fu affidata al dottore Michele Montanaro che stilò una sorta di cartella clinica per ogni pugile che comprendeva, oltre ai grammi di carne raccomandati ogni giorno, anche la giusta dose

Gli anni Sessanta coincidono anche con le prime condanne e nel 1967 il Cio stila la prima lista nera delle sostanze dopanti vietate

all’altezza del titolo ottenuto. Ma gli anni Sessanta sono anche il periodo delle prime condanne: all’inizio del decennio, la causa di diverse squalifiche importanti della serie A italiana è da rintracciare nell’uso delle anfetamine. In risposta al dilagare dei ricorsi agli “aiutini”, in questo stesso decennio iniziano i controlli e nel 1967 compare la prima lista nera delle sostanze dopanti, stilata dal Comitato Internazionale Olimpico. Più ci si avvicina ai nostri giorni e più i casi di doping si fanno eclatanti, le morti – quando riconducibili direttamente alle sostanze assunte allo scopo di superare se stessi di fronte agli avversari – gridate, il confine tra eccessi privati ed eccessi sportivi difficile da individuare. Ilpost.it scorre dieci casi clamorosi di doping. Troviamo Diego Armando Maradona, Pibe de oro e recidivo delle squalifiche per doping, che dichiarò al suo biografo di aver conosciuto

di pastiglie, a base di glucosio e talvolta vitamine, da assumere nel corso delle gare olimpiche per evitare di soffrirne la stanchezza. La squadra collezionò un medagliere di tutto rispetto – tre ori, tre argenti e un bronzo – ma, finiti gli incontri mondiali, fuPiù ci si avvicina ai giorni nostri più i casi di rono pochi i pugili di quel doping, e di morte ad esso direttamente legata, si fanno eclatanti, urlati all’eccesso dai media gruppo la cui carriera si dimostrò


mazione ad hoc, come quello promosso dall’Università Bocconi in partecipazione con la RCS Sport – sono spesso i manager, quando non gli allenatori, a suggerire o prescrivere agli sportivi cure o diete “rinvigorenti”. Un esempio è quello che risale, ancora, alle Olimpiadi di Roma nel 1960. Racconta sempre Minini che la squadra italiana di pugilato fu affidata al dottore Michele Montanaro che stilò una sorta di cartella clinica per ogni pugile che comprendeva, oltre ai grammi di carne raccomandati ogni giorno, anche la giusta dose

Gli anni Sessanta coincidono anche con le prime condanne e nel 1967 il Cio stila la prima lista nera delle sostanze dopanti vietate

all’altezza del titolo ottenuto. Ma gli anni Sessanta sono anche il periodo delle prime condanne: all’inizio del decennio, la causa di diverse squalifiche importanti della serie A italiana è da rintracciare nell’uso delle anfetamine. In risposta al dilagare dei ricorsi agli “aiutini”, in questo stesso decennio iniziano i controlli e nel 1967 compare la prima lista nera delle sostanze dopanti, stilata dal Comitato Internazionale Olimpico. Più ci si avvicina ai nostri giorni e più i casi di doping si fanno eclatanti, le morti – quando riconducibili direttamente alle sostanze assunte allo scopo di superare se stessi di fronte agli avversari – gridate, il confine tra eccessi privati ed eccessi sportivi difficile da individuare. Ilpost.it scorre dieci casi clamorosi di doping. Troviamo Diego Armando Maradona, Pibe de oro e recidivo delle squalifiche per doping, che dichiarò al suo biografo di aver conosciuto

di pastiglie, a base di glucosio e talvolta vitamine, da assumere nel corso delle gare olimpiche per evitare di soffrirne la stanchezza. La squadra collezionò un medagliere di tutto rispetto – tre ori, tre argenti e un bronzo – ma, finiti gli incontri mondiali, fuPiù ci si avvicina ai giorni nostri più i casi di rono pochi i pugili di quel doping, e di morte ad esso direttamente legata, si fanno eclatanti, urlati all’eccesso dai media gruppo la cui carriera si dimostrò


Heidi Krieger, stella della Germania Est: già dall’adolescenza il suo allenatore le somministrava steroidi per incrementare la massa muscolare


Heidi Krieger, stella della Germania Est: già dall’adolescenza il suo allenatore le somministrava steroidi per incrementare la massa muscolare


Heidi Krieger, stella della Germania Est: già dall’adolescenza il suo allenatore le somministrava steroidi per incrementare la massa muscolare


Il Wada (World anti-doping agency) nasce nel 1999, stesso anno in cui Pantani viene “beccato” con una dose eccessiva di Epo la cocaina – dalla quale dipese per quasi vent’anni – poco più che ventenne, quando militava nel Barcellona. Appese le scarpe al chiodo, Maradona continua a far parlare di sé, oggi finalmente nelle vesti di allenatore, ma fino a poco tempo fa per un suo certo vizietto e le conseguenze sulla sua salute. Nei primi anni Duemila si sono infatti susseguiti i ricoveri: prima la crisi ipertensiva, poi l’infarto e la disintossicazione in clinica e infine il bypass gastrico a cui ha ricorso per togliersi di dosso il peso fisico lasciato dall’addio alla coca. Ricordiamo poi un’altra storia, che ha sdegnato prima e fatto piangere poi, gli sportivi italiani. È quella, drammatica, del ciclista Marco Pantani, bicicletta d’oro prima di essere beccato al Giro d’Italia del 1999 con una dose eccessiva di eritropoietina nel sangue: la Epo gli ossigenava meglio i tessuti e migliorava le sue prestazioni. Non fu squalificato, per la verità, ma lasciò comunque la gara. Rimase solo, con una carriera rovinosa, la bestia della depressione e quella della cocaina che lo stroncò nel febbraio del 2004.

Da ultimo il caso più eccessivo. Che Heidi Krieger sarebbe diventata una stella della squadra olimpica della Germania Est lo si era capito presto: già dall’adolescenza il suo allenatore le somministrava steroidi per incrementare la massa muscolare, farsi braccia più potenti per lanciare il peso sempre più lontano. Oggi “Heidi Krieger” in Germania è solo il nome di un premio assegnato annualmente a chi si batte contro il drogaggio sportivo. Heidi Krieger, la lanciatrice, non esiste più, almeno all’anagrafe. Il suo nome è diventato Andreas, dopo essere stata costretta a un’operazione che le ha cambiato il sesso, ma salvato la vita

.


Il Wada (World anti-doping agency) nasce nel 1999, stesso anno in cui Pantani viene “beccato” con una dose eccessiva di Epo la cocaina – dalla quale dipese per quasi vent’anni – poco più che ventenne, quando militava nel Barcellona. Appese le scarpe al chiodo, Maradona continua a far parlare di sé, oggi finalmente nelle vesti di allenatore, ma fino a poco tempo fa per un suo certo vizietto e le conseguenze sulla sua salute. Nei primi anni Duemila si sono infatti susseguiti i ricoveri: prima la crisi ipertensiva, poi l’infarto e la disintossicazione in clinica e infine il bypass gastrico a cui ha ricorso per togliersi di dosso il peso fisico lasciato dall’addio alla coca. Ricordiamo poi un’altra storia, che ha sdegnato prima e fatto piangere poi, gli sportivi italiani. È quella, drammatica, del ciclista Marco Pantani, bicicletta d’oro prima di essere beccato al Giro d’Italia del 1999 con una dose eccessiva di eritropoietina nel sangue: la Epo gli ossigenava meglio i tessuti e migliorava le sue prestazioni. Non fu squalificato, per la verità, ma lasciò comunque la gara. Rimase solo, con una carriera rovinosa, la bestia della depressione e quella della cocaina che lo stroncò nel febbraio del 2004.

Da ultimo il caso più eccessivo. Che Heidi Krieger sarebbe diventata una stella della squadra olimpica della Germania Est lo si era capito presto: già dall’adolescenza il suo allenatore le somministrava steroidi per incrementare la massa muscolare, farsi braccia più potenti per lanciare il peso sempre più lontano. Oggi “Heidi Krieger” in Germania è solo il nome di un premio assegnato annualmente a chi si batte contro il drogaggio sportivo. Heidi Krieger, la lanciatrice, non esiste più, almeno all’anagrafe. Il suo nome è diventato Andreas, dopo essere stata costretta a un’operazione che le ha cambiato il sesso, ma salvato la vita

.


Non per sport, ma per lo sponsor

Giocatori liberi di ruotare attorno a una palla come soldi e business: quando il matrimonio tra calciatori, società e sponsor forza la competizione

O

gni evento sportivo si regge in piedi solo grazie all’apporto finanziario pubblicitario. Sarebbe impensabile, ma senza tale apporto si potrebbe assistere ad una partita con i concorrenti senza scarpe. Sono infatti gli sponsor a rifornire gli atleti di tutto il materiale tecnico indispensabile e delle attrezzature. E non solo. In sport come l’atletica leggera è lo sponsor a rifornire coperture assicurative, trattamenti medici e fisioterapici; servizi del medico, allenatore, massaggiatore; hotel, pasti, trasporto, istruzione, corsi professionali. Nel loro interesse e tornaconto sono sempre gli sponsor ad aver trasformato lo

sport in spettacolo. Lo spettacolo ha creato delle star, e le star vogliono rimanere sempre sul palcoscenico. Più che vogliono, devono. Gli sponsor non possono che giovarne dato che l’efficacia della comunicazione dipende quasi sempre sia dal risultato tecnico, sia dall’interesse che i media riservano alla squadra o all’atleta. Nelle menti dei pubblicitari non si tratta più

L’immagine degli atleti è tutelata, ma non il contrario: chi li protegge dalle ricche tentazioni pubblicitarie?

di Teresa Olivieri

di un evento sportivo ma di uno show dove i protagonisti sono cartelli pubblicitari. Così in fondo non ci stupiamo se «Kakà rischiava la carriera» a causa delle infiltrazioni o, sempre a causa delle infiltrazioni, Batistuta ora non riesca quasi più a camminare. Partecipare per forza, non per sport. Nel caso del calcio, è però importante la distinzione tra sponsor principale e sponsor tecnico. Nei confronti del primo infatti esistono degli obblighi collaterali che consistono in: apporre il segno dello sponsor su divise, pullman, maglie dei raccattapalle e tutto ciò che gravita attorno alla squadra; apporre gli


striscioni a bordo campo con il marchio dello sponsor e distribuirne il materiale pubblicitario; costringere gli atleti a partecipare alle iniziative pubbliche dello sponsor. Mica male e mica poco. Per quanto riguarda lo sponsor tecnico invece esistono molti meno obblighi contrattuali, ma qui casca l’asino: se infatti dal punto di vista logistico ci sono meno impegni, è anche vero che le società spesso si trovano a dover far quadrare i conti e a concedere obbligazioni accessorie di vario tipo, una su tutta il diritto sull’immagine degli atleti. La legislazione in questo caso non prevede delle norme specifiche e la-

40 milioni per promuovere la Nike: Mark Welhberg ha detto che Tiger Woods è l’unica stella dello sport che vale ogni centesimo di ciò che realizza

scia che i giocatori e le loro società si regolino da soli. Pur esistendo un diritto che tutela i giocatori dagli abusi della loro immagine, non esiste il contrario, ossia il limite per un atleta di fare della propria immagine ciò che vuole. Nonostante poi ci siano zone di conflitto,

Ai mondiali di Francia ‘98, Ronaldo fu costretto a giocare la finale sotto l’uso di farmaci, nonostante soffrisse di una tendinopatia bilaterale

talvolta, tra sponsorizzazioni individuali e sponsorizzazioni societarie, il quadro che vien fuori è comunque un assalto, consentito certo, alla diligenza; una sempre maggiore preminenza degli affari nello sport, evidente nei contratti di sponsorizzazione con singoli atleti, club e federazioni. Non a caso Mark Welhberg ha detto che Tiger Woods è l'unica stella dello sport che vale ogni centesimo di denaro che realizza. Il campione ha ricevuto 40 milioni di dollari per promuovere la Nike. L’altra faccia della medaglia è riscontrare che tra le federazioni, i club e gli atleti, il timore della sconfitta e della perdita della sponsorizzazione impone un’enorme pressione sugli atleti, sui


loro preparatori e sui manager, fino al punto di usare qualunque mezzo per sostenere il loro attuale livello di successo. Fino ad arrivare al doping. Tra gli sponsor pressanti si è distinta particolarmente proprio la Nike. Il colosso, tra guerrilla marketing e strumenti pervasivi, ha messo sotto tensione i suoi campioni fino allo stremo. Esemplare è il caso dei mondiali del ‘98 quando Ronaldo fu costretto a giocare sotto l’uso di farmaci

«Se non li batti non possiamo pagarti come loro» così Tim Montgomery arrivò al doping

nonostante soffrisse di una tendinopatia bilaterale. Degna di nota è anche la vicenda dell’ex-velocista Tim Montgomery che ha raccontato di essere arrivato al doping perché «gli organizzatori dei meeting e gli sponsor dicevano: “se non riesci a battere Greene e Ato Boldon, non possiamo pagarti come loro”. Tutto quello che volevo era un importante contratto con la Nike, sponsor, essere una stella». Non da meno si dimostra l’altro colosso pubblicitario Adidas che ha assicurato il proprio sponsor agli All Blacks nei mondiali di Rugby con un contratto di 9 anni da 150 milioni di euro. Con una clausola: la nazionale neozelandese deve vincere il 75% delle partite disputate. Una situazione paradossale che costringe atleti ed organizzatori ad

entrare in una logica di profitto dettata da necessità pecuniarie più che dallo spirito sportivo. Una rivalsa tutta commerciale guida le menti e i corpi di questi atleti, la cui tappa finale non è solo il trofeo ma l’assicurazione di un nuovo contratto più redditizio del precedente. A cui spesso per arrivare si ricorre a tutto

Anche l’Adidas è competitiva: nove anni di contratto con gli All Blacks per 150 milioni di euro e una clausola: vincere almeno il 75% delle partite disputate


anche a sostanze dopanti. Nell’accertamento dell’uso di doping da parte degli atleti, gli sponsor decidono di ritirare il loro contributo per evitare una cattiva immagine. Ma più spesso si assiste alla riluttanza di quest’ultimi a collaborare. È il risultato della loro mancanza di volontà di rischiare la perdita dei servigi resi dai campioni a causa di una sospensione. Si calcola infatti che il mercato dello sport è in assoluto il più get-

Dal doping al colmo: la Amgen, primo produttore di Epo, ha patrocinato il Giro della California

tonato per chi voglia pubblicizzare un brand. In Italia, ad esempio, secondo i dati della Sport & Leisure Business e Ipsos del 2010 ben il 60,8% degli sponsor occupa l’area dello sport. Utilizzando una strategia “emozionale”, come è quella della competizione agonistica, il brand riscuote un successo assicurato. Ma la buona riuscita pubblicitaria di uno sponsor è sempre connessa al legame della squadra o del campione vincente. In questo modo si crea un legame corrotto dove lo sponsor tende a puntare sul “cavallo vincente”, a sborsare e a promettere quattrini e l’atleta o la squadra arrivano ai limiti delle proprie capacità pur di arrivarci. Si arriva così allo stremo, al doping, al colmo: la ditta farmaceutica americana Amgen, primo produttore

.

mondiale di Epo, usato come sostanza dopante dagli atleti, ha patrocinato il Giro ciclistico della California a febbraio

Ingerenza illimitata e incontrollabile: in Italia i dati del 2010 riportano che ben il 60,8% dei contratti di sponsorizzazione occupa l’area sportiva


Ritmi fuori controllo


Poca preparazione, partite ogni tre giorni, finti turn-over in un’analisi meno emotiva e più concreta dello sport più famoso al mondo: il calcio che non dorme mai e i suoi protagonisti iniziano a soffrirne

D

al pallone in gomma ricoperto di lacci di cuoio, che spesso lasciava ferite alle teste e ai piedi degli atleti, fino al cuoio senza cuciture di ultimissima generazione; da zero arbitri a cinque giudici di gara tutti in campo; dagli infortunati che lasciavano la squadra in dieci per il resto della partita, al dodicesimo uomo in panchina, alle sostituzioni illimitate nelle «Il calcio italiano partite amichevoli; va troppo veloce. dai tornei a 16 squadre, ai campionati a Io già l’anno 18, 20 e 22; dalle scorso avevo partite finite in papensato di reggio e ripetute, al lancio della moneritirarmi»* tina e quindi ai calci di rigore, dopo la vita breve di “golden gol” e “silver gol”: nell’ultimo secolo il calcio, lo sport più amato, praticato a parlato al mondo, ha subito modifiche senza sosta. E con esso sono cambiati i suoi appassionati e i suoi protagonisti. Difficilmente trent’anni fa avremmo sentito dire da un calciatore: «Il calcio italiano va troppo veloce. Io già l’anno scorso avevo pensato di ritirarmi perché non riesco più a dormire,

di Nicola Chiappinelli

faccio fatica ad andare a letto; giocando ogni tre giorni è difficile». Ecco, tra le tante novità del calcio dell’ultimo quarto di secolo c’è che si gioca di più, effettivamente: forse le partite sono davvero tante, penserà qualcuno; oppure no, sono ritmi sostenibili, riterranno invece altri. Il dibattito è aperto; ma la realtà è che, come ogni questione in cui ci si rapporta al denaro, l’unica vera unità di «Non riesco più a misura per valutare dormire, faccio le trasformazioni fatica ad andare a dello sport negli ulletto; giocando timi decenni, il discorso prende vigore ogni tre giorni è solamente sulle ali difficile» dell’emotività dettata da qualche tragico evento su cui il mondo mediatico sportivo non può rischiare di sorvolare. La dichiarazione citata in precedenza è infatti uno sfogo, tanto naturale quanto pericolosamente strumentalizzabile, dell’attaccante dell’Udinese Totò Di Natale, intervistato qualche giorno dopo la morte del suo ex compa* Il lamento del capitano dell’Udinese Antonio Di Natale, che ha vissuto sulla propria pelle 18 anni di cambiamenti nel mondo del calcio


Poca preparazione, partite ogni tre giorni, finti turn-over in un’analisi meno emotiva e più concreta dello sport più famoso al mondo: il calcio che non dorme mai e i suoi protagonisti iniziano a soffrirne

D

al pallone in gomma ricoperto di lacci di cuoio, che spesso lasciava ferite alle teste e ai piedi degli atleti, fino al cuoio senza cuciture di ultimissima generazione; da zero arbitri a cinque giudici di gara tutti in campo; dagli infortunati che lasciavano la squadra in dieci per il resto della partita, al dodicesimo uomo in panchina, alle sostituzioni illimitate nelle «Il calcio italiano partite amichevoli; va troppo veloce. dai tornei a 16 squadre, ai campionati a Io già l’anno 18, 20 e 22; dalle scorso avevo partite finite in papensato di reggio e ripetute, al lancio della moneritirarmi»* tina e quindi ai calci di rigore, dopo la vita breve di “golden gol” e “silver gol”: nell’ultimo secolo il calcio, lo sport più amato, praticato a parlato al mondo, ha subito modifiche senza sosta. E con esso sono cambiati i suoi appassionati e i suoi protagonisti. Difficilmente trent’anni fa avremmo sentito dire da un calciatore: «Il calcio italiano va troppo veloce. Io già l’anno scorso avevo pensato di ritirarmi perché non riesco più a dormire,

di Nicola Chiappinelli

faccio fatica ad andare a letto; giocando ogni tre giorni è difficile». Ecco, tra le tante novità del calcio dell’ultimo quarto di secolo c’è che si gioca di più, effettivamente: forse le partite sono davvero tante, penserà qualcuno; oppure no, sono ritmi sostenibili, riterranno invece altri. Il dibattito è aperto; ma la realtà è che, come ogni questione in cui ci si rapporta al denaro, l’unica vera unità di «Non riesco più a misura per valutare dormire, faccio le trasformazioni fatica ad andare a dello sport negli ulletto; giocando timi decenni, il discorso prende vigore ogni tre giorni è solamente sulle ali difficile» dell’emotività dettata da qualche tragico evento su cui il mondo mediatico sportivo non può rischiare di sorvolare. La dichiarazione citata in precedenza è infatti uno sfogo, tanto naturale quanto pericolosamente strumentalizzabile, dell’attaccante dell’Udinese Totò Di Natale, intervistato qualche giorno dopo la morte del suo ex compa-

L’articolo completo solo su www.ilserale.it

* Il lamento del capitano dell’Udinese Antonio Di Natale, che ha vissuto sulla propria pelle 18 anni di cambiamenti nel mondo del calcio


Un calciatore professionista si allena 5-6 volte a settimana da metà luglio fino ai primi di giugno: oltre 250 volte all’anno

gno di squadra Piermario Morosini, il 25enne deceduto lo scorso aprile sull’erba di Pescara durante una gara del campionato di Serie B. Di Natale ha dalla sua la credibilità di uno che nel calcio ci sta da 18 anni, e ha vissuto quindi sulla propria pelle i cambiamenti di un sistema che ha per forza di cose modificato il modus vivendi dei suoi stessi protagonisti: «Ho 34 anni e l'anno scorso ho pensato di ritirarmi perché non riposo mai», ha rivelato il capocanniere. Uno che per la sua squadra vale tanto, uno che non si tira mai indietro, uno a cui piace esserci per far gol. Forse molto semplicemente Di Natale, ora che è più vicino alla fine della carriera, sente maggiormente quegli sforzi a cui prima dava meno peso; oppure la questione una sua fondatezza ce l’ha davvero. Un calcolo quasi preciso stabilisce che un calciatore di una

squadra di vertice in una stagione può dividersi tra campionato, coppa nazionale, coppe europee e possibili gare con la propria nazionale: si arriva così anche a 70 partite tra agosto e maggio, la maggior parte delle quali si giocano per forza di cose ogni tre giorni; il dato, naturalmente da limitare ai pochi atleti tanto “importanti” da essere effettivamente in gioco su tutti questi fronti, si riempie poi dell’annotazione per cui, fra preparazione estiva e doppie sedute, un calciatore mediamente si allena 5-6 volte a settimana da metà luglio fino a fino quasi ai primi di giugno, cioè oltre 250 volte all'anno. Sono calcoli che probabilmente fanno più scena che altro, ma da non sottovalutare nell’ottica di un problema più generale come l’eccessivo stravolgimento dei bioritmi degli attori del mondo pallonaro, ai quali si chiede di essere a disposizione a qualsiasi ora e giorno della settimana, con l’aggiunta degli spo-

Un giocatore di una squadra di vertice disputa, tra campionato, coppa, tornei fino a 70 partite, di cui la maggior parte avviene ogni tre giorni


Secondo uno studio dell’ Adnkronos nel 2010/2011 gli infortuni in dieci squadre di serie A sono stati 607: il 55% muscolari

stamenti per le trasferte, certamente più agevoli rispetto a un ventennio fa, ma di sicuro non piacevoli tra fusi orari e jet-leg, per tornei internazionali o amichevoli giocate in Qatar piuttosto che a Pechino o a New York. E se la destabilizzazione psicofisica è più un’ipotesi da confermare che non un teorema provato, la questione dello stress muscolare eccessivo risulta in-

dizionali ritmi di lavoro a cui i muscoli dei giocatori devono essere sottoposti, e ha ripetuto la sua idea nei mesi scorsi: «Una volta si facevano venti giorni di ritiro e poi si scendeva in campo. Oggi dopo 2-3 giorni di lavoro sei già in tournée». La preparazione a un livello così alto di prestazioni diventa allora fondamentale, se non si vuole rischiare di incorrere in quella mattanza che sembrano essere nelle ultime stagioni gli infortuni per i calciatori di serie A: nel 2010/2011, secondo un’indagine compiuta da Adnkronos Salute, che ha coinvolto dieci società della massima serie, gli

vece meno sottovalutata dagli addetti ai lavori. Il medico della Nazionale italiana, il professor Enrico Castellacci, un paio d’anni fa aveva già invitato i preparatori atletici a rispettare i tra-

infortuni dei calciatori sono stati la bellezza di 607: per il 55% dei casi si è trattato di guai muscolari, ma non mancano le classiche lesioni ai crociati e tanto mal di schiena per tutti.

Il medico della nazionale Castellacci (in alto) conferma: «Una volta si facevano venti giorni di ritiro e poi si scendeva in campo. Oggi dopo 2-3 giorni di lavoro sei già in tournée»


In una recente intervista al giornale online Humanitas Salute, il consulente medico dell’Aic ed ex medico sociale dell’Inter, il professor Piero Volpi, ha spiegato che uno dei principali criteri per interpretare l’aumento degli infortuni è sicuramente la maggiore stazza fisica dei calciatori, che ad esempio rispetto ai loro colleghi di un trentennio fa, dati alla mano, sono più pesanti di 34 kg e più alti di almeno 3-4 cm in media. Atleti quindi ben allenati, strutturalmente più prestanti, ma che di conseguenza «erogano potenze maggiori durante l'attività fisico sportiva». Anche Volpi, come Castellacci, insiste sul fatto «che troppe squadre non effettuano all'inizio di stagione una preparazione precampionato ideale per affrontare una stagione agonistica impegnativa e dispendiosa», così è il rapporto allenamenti/gara a rappresentare l’indicatore più affidabile per la previsione di possibili infortuni: «più questo indice si abbassa, maggiore è il rischio di infortunarsi». Insomma meno ci si allena, meno rende il fisico. Uno schema quasi elementare, se non fosse che tra

Rispetto agli anni Settanta e Ottanta le squadre hanno rose più ampie. Nella pratica però si gioca per vincere e giocano sempre gli stessi

trasferte settimanali, fatica dei viaggi e rientri a notte inoltrata, con l’impossibilità di alimentarsi correttamente, l’allenamento sembra essere davvero sottovalutato, a scapito del potenziamento muscolare o del cosiddetto lavoro di recupero.

Le infiltrazioni muscolari fanno passare temporaneamente il dolore: anche così Batistuta riusciva a disputare 65 gare su 70

Eppure rispetto agli anni Settanta e Ottanta le squadre si sono attrezzate con rose più ampie, fino a 25-28 elementi, così da preservare, grazie al turn-over, la forma dei propri atleti. In teoria. Perché in pratica si gioca per vincere, e giocano sempre gli stessi, ossia quelli su cui l’allenatore fa maggiore affidamento, anche se sono affaticati o infortunati. E non si parla di costri-


Le infiltrazioni muscolari provocano danni a lungo termine: «C'è stato un momento in cui stavo malissimo non potevo quasi più camminare». E non si parla di costrizione; un calciatore, prima dei soldi e della fama, vuole vincere sul campo proprio come sognava di fare da bambino, con la stessa voglia matta. Insomma i migliori vogliono esserci sempre, a costo di giocarsi la salute. Gabriel Omar Batistuta è stato uno degli attaccanti più forti degli ultimi vent’anni. Valanghe di gol con le maglie di Fiorentina, soprattutto, ma anche di Roma, Inter e nazionale argentina. Valanghe di gol, esultanze e un segreto, da poco svelato: nel 2004, poco prima di chiudere la carriera, non riusciva a muovere più le gambe. «C'è stato un momento in cui stavo malissimo – ha confidato Batigol - non potevo quasi più camminare. Ora sto meglio. Non posso però più giocare a pallone perché non posso più correre, ma almeno adesso cammino abbastanza bene». C’è chi ha avanzato l’ipotesi che il blocco motorio l’abbiano potuto provocare le tante infiltrazioni muscolari a cui si sottopongono i calciatori pur di giocare, anche se l’ex bomber non ricorda di averne fatte poi «tantissime». Però giocava sem-

pre: «Su una stagione da 70 partite, ne facevo 65. E davo sempre tutto. Avevo difficoltà ad accettare di stare fermo per un infortunio. Se tornassi indietro, forse starei più attento a me stesso, ma alla fine neppure troppo. Mi piaceva segnare, sentire il pubblico». Il calcio moderno, gioco e insieme spettacolo, non vorrebbe fermarsi mai. Proprio come i bambini in strada, costretti però a smettere quando li richiama la mamma. E forse anche il calcio dovrebbe ricordarsi che ogni tanto bisogna sapersi fermare

.


Campioni ad ogni costo

L’attività fisica in Italia, da palestra di virtù a emblema del marcio della società: intervista a Pasquale Bellotti

«D

a molto tempo sono sempre più saldamente convinto che la civiltà umana sorga e si sviluppi nel gioco, come gioco», così affermava il filosofo e storico olandese Johan Huizinga nel suo saggio del 1939 “Homo Ludens”. Da qui il leitmotiv del passato: lo sport, ripetuto a ogni piè sospinto, funge da oasi di riparo da un cattivo stile di vita. Siamo a metà del XIX secolo e l’attività fisica è ancora intesa come atto libero, che non si comanda né si impone; un atto disinteressato, collettivo, che innesca comunicazione e interazione fra individui, assumendo anche valenza formativa. Difatti, nella realtà sportiva di allora non vi è delinquenza né droga. Tuttavia, nella prima metà del Novecento, lo sport in Italia rimane un fenomeno piuttosto limitato, circoscritto a una pratica di benessere d’élite prettamente borghese. Quando, dunque, l’attività ginnica entra a far parte del tessuto politico e sociale italiano assumendo una connotazione negativa? Pasquale Bellotti, medico e docente universitario, specializzato in medicina dello

sport e bioetica, spiega quando e come è avvenuto il mutamento dello sport da mezzo di elevazione fisica e morale ad agonismo eccessivo e rischioso: «Nel 1960 l’Italia si aggiudica per la prima volta le Olimpiadi. Si tratta di un anno tipico e topico: gli impianti per l’allenamento vengono perfezionati e il numero di praticanti sport comin-

cia a crescere in maniera esponenziale. Oggi, favorito dal crescente miglioramento delle generali concezioni di vita, lo sport costituisce ormai un fenomeno sociale di rilevanti dimensioni. Allo sport di vertice si abbina il concetto dello “sport

di Silvia Fiorito


La massificazione ha esasperato le pratiche sportive, impoverendole soprattutto dal punto di vista etico e del valore del movimento in sé

per tutti”, che dovrebbe riconoscere ai cittadini il diritto di praticare l’attività fisica che più loro si confà. Ma qualcosa è andato storto; tale massificazione ha esasperato le pratiche sportive, spesso impoverendole dal punto di vista etico. La categoria di riferimento è cambiata: attrice principale dell’attività sportiva è oramai la parte più deteriore

Lo sport negli anni Ottanta cessa di essere un oasi di benessere e diventa tessuto sociale, inquinato dalle stesse dinamiche che regnano nella società

della società. La logica del business, l’ingerenza degli sponsor hanno portato molti atleti e dirigenti, ambiziosi di fama e di denaro, a pratiche illecite, tra le quali il doping. Si pensi, ad esempio, al calcio, da considerarsi oramai più una compra-

vendita che un vero e proprio sport: si rubano campionati, partite, si corrompono arbitri. I sistemi di truccaggio in Italia sono oramai molteplici. E pensare che il movimento dovrebbe avere innanzi tutto una funzione terapeutica e di prevenzione di alcune malattie». Lo sport oltre che espressione sociale, diviene dunque un fatto culturale. Netto il passaggio, negli anni Ottanta, da oasi di benessere a tessuto sociale inquinato da implicazioni economiche tutt’altro che trascurabili e da influenze, non sempre positive, di vasta portata sul costume della società contemporanea. «Difatti non si parla più di “sport praticato”, bensì di “sport senza controllo”. Il culto positivo del movimento scompare e lascia spazio all’agonismo amorale e alla spettacolarizzazione distorta. Si è ingenerata l’idea perversa che lo sport significhi “fare sempre di più”, allenarsi fino allo sfinimento; ciò che in-


culcano insegnanti e allenatori è che la crescita e la bravura sono proporzionali al volume della prestazione. Non c’è nulla di più sbagliato: così si sfida la resistenza fisica fino al deterioramento». In quanto fenomeno culturale diffuso a macchia d’olio, lo sport comincia a interessare anche la categoria dilettantesca dei praticanti. E il desiderio di emergere e di brillare serpeggia anche tra gli atleti non professionisti, producendo un sovraccarico di allenamento ben noto anche tra gli “amatori”. Benché considerato autonomo, l’ordinamento sportivo in Italia dovrebbe salvaguardare i valori essenziali di quest’attività, monitorare, ma la garanzia a riguardo è tuttavia carente. Di chi è la colpa? Chi dovrebbe tutelare questa realtà e invece non lo fa? La risposta del Prof. Bellotti è chiara: «Lo Stato. Lo Stato è il grande assente in

Vincere competizioni sportive è economicamente produttivo per lo Stato: procura grandi fondi e grande prestigio a livello internazionale

tutto questo. Proprio colui che si inorgoglisce di fronte al tricolore delle medaglie olimpiche. Vincere competizioni sportive è economicamente produttivo per lo Stato: procura fondi e grande prestigio internazionale. Esso però non è in grado di tracciare

Il desiderio di emergere e brillare scende dal livello professionistico a quello amatoriale. L’ordinamento sportivo italiano però non monitora come dovrebbe

un confine tra movimento e mera competizione; non vi è una reale politica in quanto ci si occupa esclusivamente del “campionismo”. Indicibile quello che si vede: quando parte il giro d’Italia ogni Istituzione si espone per promuoverlo, in


nome del business e della visibilità mediatica. Ma il ruolo dello Stato dovrebbe esser quello di tutelare e legiferare nel mondo dello sport. Eppure si esenta, delegando tutto al Coni (Comitato Olimpico Nazionale Italiano). Negli altri paesi del mondo, i comitati olimpici svolgono una funzione esclusivamente di promozione, sono atti a curare la preparazione degli atleti e a reperire i mezzi necessari per la partecipazione ai giochi olimpici e a manifestazioni di rilievo internazionale. L’Italia è l’unico paese al mondo in cui il Coni è un ente pubblico a tutti gli effetti posto sotto la vigilanza del

Allo sport non manca la diffusione, non mancano i soldi e nemmeno il consenso di un vasto pubblico: manca un controllo che segni il confine tra movimento e agonismo

Ministero per i beni e le attività culturali. Una presenza capillare dotata di un potere economico molto forte – tra liquidità e immobili – e un imponente potere d’immagine, a mio avviso immeritato. Ha il controllo su tutte le federazioni sportive e gli enti associati. Ma in sostanza fa business, l’attività di tutela e promozione è meramente di facciata, poiché il danaro viene speso per medaglie e grandi campioni, malgrado siano pochi». Ebbene oggi mancherebbero pochi elementi allo sport: non di certo la diffusione, non i soldi, non il consenso di un vasto pubblico. Probabilmente manca un chiaro progetto educativo rivolto in particolare ai giovani, in grado di sottrarre l’attività sportiva all’ambito del puro esercizio fisico e la restituisca all’educazione, cui essa apparteneva in origine. «Il grande assente è sempre lo Stato – ribadisce il Prof. Bellotti – ché non fa nulla per sensibilizzare la famiglia, tutt’ora impreparata sull’importanza e l’adeguatezza dell’attività fisica dei ragazzi. Basti pensare che gli anni migliori per avviare il proprio figlio al movimento sono tra i 5 e i 6 anni, e non certo fra gli 8 e 9 anni come erroneamente si ritiene. Di certo anche la scuola è un’istituzione carente: sottovaluta la necessità


Il Primo ministro Monti in visita al Coni: lo Stato si fa bello durante eventi sportivi di rilievo, ma non ha una vera e propria politica educativa in materia di sport


sportivi dei vari istituti risultano inadeguati». È quindi possibile creare una nuova coerenza educativa per sviluppare la componenti etiche, culturali e sociali del fenomeno sportivo, prendendo le distanze da concezioni obsolete e falsi miti? Esiste un paradigma in grado di tracciarne una linea guida? «Non vi sono strumenti o scienze esatte. Sono troppi i fattori in gioco e difficilmente identificabili. Trovare il giusto

«Non ci sono strumenti o scienze esatte. Trovare il giusto equilibrio sta nell’arte dell’allenamento come pratica umana da adattare ad personam»

equilibrio sta nell’arte dell’allenamento come pratica umana da adattare ad personam. Ad esempio, gli addetti ai lavori non considerano la rilevanza della pausa fra un allenamento e l’altro, come momento per metabolizzare lo sforzo effettuato. Stretta-

mente legato allo sport è lo stile di vita, l’igiene di essa. Eccedere è velleitario. L’auspicio è quello di riuscire a realizzare un progetto atletico conforme alla legge e all’esigenza specifica degli atleti, professionisti e non. Un progetto che sia in grado di educare i praticanti sport. L’attività motoria è fondamentale, se non ci fosse il movimento, non esisterebbe l’universo, il divenire dell’uomo. A tal proposito ripenso a una frase che Albert Einstein pronunciò durante un’intervista del letterato Giovanni Papini sui risultati delle sue ricerche. “Qualcosa si muove”, rispose sibillino lo scienziato. In questa definizione criptica vi è il senso della vita, incredibilmente semplice ed eticamente fondante: da un’unità iniziale nasce l’uomo, il quale acquista identità con il “fare”, con l’azione, con il movimento»

.


Lo “spettro” delle visite mediche Controlli e accertamenti fatti male. La sicurezza dell’atleta è un fantasma

«I

di Lorenzo Ligas

o non faccio le visite da due anni. I controlli non li fa nessuno e andare fino a lì per un ecg (Elettrocardiogramma) che nessuno verifica costa 70 euro, 30 in meno della quota d’iscrizione. Non mi conviene». Chi parla, o confessa, è M., pallavolista di I divisione del torinese, per cui la visita medica è un fantasma da tanto tempo. Per quanto possa suonare scriteriato non sottoporsi, in tempi in cui si muore anche sotto rete, alle visite per l’idoneità agonistica, ciò che deve attirare l’attenzione è l’argomentazione: l’ecg che nessuno controlla. Le visite sportive si dividono per legge tra quelle per l’idoneità agonistica e quelle che invece rilasciano semplicemente un certificato di buona salute. La legge è il D.m. del 18 febbraio 1982 e divide gli sport in due gruppi, secondo gli esami previsti e indicando la periodicità con cui gli atleti devono sottoporsi alla visita: da uno a due anni, dipende dalla disciplina. Gli agonisti del primo gruppo (che mette insieme automobilismo, motociclismo, bocce, tamburello e ping pong) gli obblighi previsti sono una visita medica, l’esame completo delle urine e un ecg a riposo; eventuali e discrezionali sono le integrazioni come Eeg (Elettroencefalogramma) o visite neurologiche. Nel secondo gruppo (periodicità

Le visite sono divise in agonistiche e non agonistiche, le discipline invece tra quelle a rischio e quelle non


fissa di un anno per ognuno degli sport contemplati: calcio, pallavolo, rugby, canoa, atletica leggera ecc...) si aggiungono l’ecg a riposo e sotto sforzo e la spirografia (test sulla respirazione). La macro distinzione è tra sport “a rischio”, tabella A, e sport che invece a rischio non sono, tabella B. Nella tabella B però rientrano discipline tra loro molto diverse: vi sono infatti gli sport cosiddetti ciclici (come il canottaggio, in cui il movimento dell’atleta si ripete costantemente), quelli cosiddetti aciclici e quelli infine misti (come il calcio, che mischia la ripetizione del movimento a fasi di riposo). Gli sforzi cardiaci a cui sono sottoposti i nuotatori ad esempio sono molto diversi (e molto maggiori) rispetto a quelli di un pallavolista o di un cestista; ma se è vero che cambiano i valori e i limiti d’idoneità a seconda della disciplina praticata, con lo stesso criterio dovrebbe esserci anche una distinzione a livello protocollare degli esami da far sostenere agli atleti. Invece l’erba finisce in un fascio unico. Il lato più preoccupante è però un altro, cioè che la stessa legge affermi: «La qualificazione agonistica a chi svolge attività sportiva è demandata alle federazioni sportive nazionali o agli enti sportivi riconosciuti». Lo Stato quindi si svincola come attore principale del controllo di cui la macchina sanitaria sportiva avrebbe bisogno e lascia alle federazioni il compito di monitorare la corretta

Una legge del 1982 divide in due tabelle, A e B, divide gli sport a rischio dagli altri


pratica, a tutti i livelli agonistici, delle visite mediche. Pur essendoci una legge nazionale quindi, il monitor delle visite, agonistiche e non, rimane sulla scrivania di regioni e federazioni, in un ginepraio di regolamenti che fan perdere le tracce e il senso della visita. Fantasmi. E poi, nei protocolli ministeriali non ci sono distinzioni per età. Qual è il senso della stessa visita su un 19enne e su un 45enne? Il senso non c’è, come i controlli. E le federazioni, specie ai livelli minori, latitano: così accade non solo che M. si senta più sicuro non facendo la visita, ma anche che l’ecg non venga controllato. Cosa significa che «non viene controllato?» Ce lo spiega Andrea Bua, ex preparatore atletico dei Giovanissimi della Pro Nei protocolli non ci Vercelli e ora al Moretta, sono distinzioni per società calcistica in provincia di Cuneo: «Spesso età: gli esami e le visite gli ecg vengono fatti e sono sempre gli stessi controllati da un tecnico. Vuol dire che egli, pur essendo in qualche modo competente, non ha l’abilitazione per farlo». Durante le visite infatti dovrebbe infatti essere presente per legge un cardiologo. Talvolta invece «lo specialista non c’è e al tecnico, che controlla i tracciati degli elettrocardiogrammi, possono sfuggire delle irregolarità che a un cardiologo invece non sfuggirebbero». A ciò si aggiunge che, per le discipline di tabella B, spesso la visita si ferma agli ecg a riposo, ignorando e bypassando quelli, ben più importanti, sotto sforzo; questo avviene a causa dell’affollamento nei centri Qui a sinistra e a destra, il tracciato di un ecg irregolare. Le anomalie cardiache meno rilevanti sono difficili da rilevare a un occhio inesperto


privati abilitati, più che nelle Asl, per i quali a ogni atleta corrisponde un’entrata in denaro. Logicamente, più sportivi si vogliono visitare, più si cerca di ottimizzare i tempi, più si accorciano le visite tagliando sugli esami da fare. Tanto nessuno se ne accorge. All’atleta, che non ha ben chiaro il rischio di una visita fatta male, interessa solo avere il certificato che dimostri la propria sanità fisica. Il modo con cui questo viene rilasciato, ha poca importanza, è un concetto metafisico sul quale dibattere nel tempo libero. Per questo motivo, per incosapevolezza e per superficialità, prolifera l’idea distorta della visita medica come passaggio necessario per tranquillizzare le società in cui si è tesserati. Il Dottor Lanzani, specialista in Ortopedia e in Medicina dello sport, fa riflettere su quello che è invece un obiettivo dimenticato della visita: «la restituzione di informazioni al cliente» che gli possano dare un’idea più precisa del suo fisico e dei carichi di lavoro che esso può sopportare. Questo è un aspetto tanto tralasciato quanto di stringente attualità: se infatti fuori dal professionismo, e dalle norme elencate finora, l’attività fisica coinvolge sempre più amatori, è vero anche che si tratta di aspiranti sportivi fondamentalmente ignoranti dei rischi che un allenamento casuale può portare al corpo; il

La visita dovrebbe restituire informazioni utili per far capire al cliente i limiti fisici


dilettante medio non sa nulla di mesocicli, sovracompensazione e si fa bastare un’autocertificazione. Eppure i rischi sono maggiori in quegli amatori che si avvicinano allo sport da sedentari, più che nei professionisti. Le società professionistiche meritano un discorso a parte. Per le visite ai massimi livelli ci si affida a consulenti privati, i cui referti medici entrano in una logica del tutto diversa da quella discussa fin qui e che dovrebbe essere monitorata costantemente. Come ci spiega ancora il dottor Bua il primo cruccio per chi fornisce questo tipo di servizi medico sanitari è «verificare che l’atleta non abbia infortuni regressi. In realtà sono visite che non vengono fatte per certificare la buona salute, ma per il bene redditizio». Non si cerca cioè di capire se quel fisico sia sano, ma se possa essere utile ai bilanci societari. Fin qui niente di nuovo. Questo però ha un riflesso sul modo stesso di condurre le visite, che è ben più grave: durante gli esami verranno infatti privilegiati gli approfondimenti di tipo biomeccanico, quelli che riguardano muscoli, ossa e postura, a scapito di quelli cardiomeccanici. Il mondo delle visite, agonistiche e non, è lasciato a se stesso: il mito del “fare di più” non viene smentito perché conviene, fioccano le autocertificazioni come se davanti a uno specchio si potesse rilevare un soffio al cuore, le visite vengono fatte male e per interesse. Non è solo retorica affermare la pericolosità del calcolo economico. E se M., prima divisione di pallavolo, rinuncia a fare la visita per 70 euro, ecco che lo “spettro” è completo, l’ultimo grado dell’invasione commerciale raggiunto

.

Alle federazioni e alle regioni è demandato il controllo di tutto l’apparato medico


Il sogno preso a calci

Ragazzi africani arrivati in Europa al seguito di falsi manager, scartati e lasciati nel limbo della clandestinità: sono i nuovi “schiavi del calcio” di Marta Cioncoloni

È

iniziato tra la polvere dei raffazzonati campi da calcio di qualche paese dell’Africa subsahariana, tra sterpaglie secche che distruggono le scarpe, e quelle porte senza rete, dove vige la regola del “chi segna va a riprendere la palla”, il sogno di circa ventimila piccoli calciatori arrivati in Europa, con il sorriso di chi sta andando incontro all’occasione che aspetta da sempre e finiti per strada, inaspettatamente clandestini. Ragazzi che si sono lasciati alle spalle famiglie indebitate, molte delle quali hanno venduto tutto quello che possedevano pur di racimolare i soldi necessari per le spese del viaggio, fidandosi delle parole di un sedicente procuratore e con il pensiero alle stelle milionarie del calcio europeo.

Già, perché sono note a tutti le cifre da capogiro intorno al mondo del calcio. Tanto per fare il punto, la stima del valore del calciomercato mondiale è circa 2,2 miliardi di euro, che derivano da almeno 11.500 affari conclusi, dei quali ogni trattativa ammonta a una media di 1,1 milioni versati. Samuel Eto’o, l’ex

I 2 miliardi del calciomercato spingono i bambini a lasciare la famiglia e sognare un contratto, affidandosi a sedicenti procuratori

attaccante dell’Inter di origine camerunese, nello scorso anno è riuscito a concludere un accordo con la russa Anzhi di circa 20 milioni di euro a stagione, mentre l’ultimo contratto con il Chelsea


dell’ivoriano Didier Drogba, ammonta a 6 milioni di euro. Un’esagerata mole di soldi e contratti milionari che in Africa, e non solo, ha fatto conquistare al calcio il posto d’onore tra le possi-

Sei milioni di euro per Drogba, addirittura 20 per Eto’o: se prima il calcio in Africa era per “fannulloni”, dal 1990 la prospettiva è cambiata

bilità di riscatto sociale, andando a sostituire in primo luogo l’istruzione. Basti pensare che negli anni Sessanta molti genitori africani arrivavano a ferire con il rasoio i piedi dei propri bambini, per evitare che si avvicinassero al mondo del pallone, occupazione che era considerata da “fannulloni” e che toglieva del tempo utile a quegli studi che, un giorno, avrebbero potuto offrirgli un posto stabile nell’ammini-

strazione pubblica o in quella privata. Dalla fine degli anni Ottanta, però, la crisi economica ha cominciato ad assestare duri colpi alle già limitate risorse, prosciugando inesorabilmente le possibilità di lavoro per le nuove generazioni. A ciò si sono aggiunte le pesanti imposizioni della Banca Mondiale e del Fondo Monetario, che hanno messo in crisi in primis i settori dell’istruzione e della sanità pubblica, con l’effetto di una violenta riduzione sia dell’occupazione sia degli stipendi. In questa cornice sociale si è andato a imporre il cambiamento di prospettiva sul calcio, in particolar modo dal 1990, con la brillante prestazione dell’allora trentottenne Roger Milla ai

Negli anni Sessanta molti genitori africani arrivavano a ferire i piedi dei figli per impedire loro di “perdere tempo” con il pallone


Mondiali italiani, che decretò l’accesso del Camerun ai quarti di finale. Oltre alla popolarità e alle decorazioni che Milla ricevette da vari capi di stato, il risultato fu una prima assoluta nella

In pochi anni i centri di formazione europea vengono saturati: ne nasce una tratta illegale dove chi non viene scelto, è abbandonato

storia del calcio africano. Altro carburante fu fornito, qualche anno dopo, con il trasferimento di Weah dal Paris Saint Germain al Milan, pagato 45 milioni di franchi francesi. Una cifra astronomica che nel 1995 rappresentava molte vite di lavoro per un semplice funzionario. L’attenzione del calcio internazionale, specialmente quello europeo, si spostò velocemente sul continente nero, sancendo l’apertura della stagione di caccia al gio-

vane talento e facendo nascere miriadi di centri di formazione dove selezionare i fenomeni da esportare e buttare sulla ribalta internazionale. Nel giro di qualche anno i centri di formazione europei furono saturati dai nuovi arrivi per i quali la possibilità di riuscire a intraprendere la sognata carriera milionaria andò inesorabilmente a diminuire. Così la maggior parte dei centri ufficiali chiuse le porte a tutti quei ragazzi che non avevano avuto la fortuna di essere scelti. Risultato di tutto questo è stato l’istituirsi di una pericolosa tratta illegale di giovani calciatori africani, i quali decidono di affidare il proprio sogno nelle mani di falsi manager che gravitano intorno alle accademie locali.

Gli anni Novanta sono stati decisivi per incrementare il business: da Roger Milla a Weah, pagato dal Milan 45 milioni di franchi


Il primo grido d’allarme risale al 1991, da parte del presidente della Federazione calcistica africana: «Gli agenti saccheggiano l’Africa, rubano i bambini a volte anche di dieci anni, li portano in

Nel 1991 il primo allarme: «Gli agenti saccheggiano l’Africa, rubano i bambini, li portano in Italia e poi li abbandonano»

Italia e poi li abbandonano al loro destino». Promettono alle famiglie l’Eldorado europeo in cambio di qualche migliaia di euro versati a mo’ di “investimento” per il viaggio e, in molti casi, per i documenti falsi necessari ad aggirare i limiti di età e di provenienza. La compravendita dei calciatori minorenni è, infatti, vietata dall’articolo 19 del Regolamento Fifa sullo Status del Trasferimento dei giocatori, ma sono previste eccezioni. Il trasfe-

rimento di sedicenni è consentito all’interno dell’Ue o dell’Aee in seguito alla sentenza Bosman, che liberalizza il mercato del calcio europeo; se esiste un accordo di collaborazione tra accademie giovanili, con adeguato alloggio, mantenimento e istruzione; nel caso in cui i genitori si siano trasferiti per motivi indipendenti dal calcio. I più fortunati, una volta giunti in Europa, sono effettivamente sottoposti a un provino, ma meno dell’1% riesce ad ottenere un ingaggio e, tra questi, ancora più basso è il numero di chi arriva a recepire uno stipendio. E il restante 99% che fine fa? Una volta che il “procuratore” ha perso definitivamente le speranze di lucro nei loro confronti, il destino è l’abbandono per strada. Senza riferimenti. Senza soldi. Senza documenti. Il ritorno a casa comporterebbe una nuova insostenibile spesa per le


accompagnata dalla “vergogna” di non avercela fatta. È l’inizio della vita da clandestini e per andare avanti l’unica scelta è il reclutamento in traffici illegali o lasciarsi sfruttare come piccoli operai sottopagati (quando pagati). Una vita da schiavi. Le poche testimonianze dirette del fenomeno sono generalmente raccolte da associazioni nate con l’intento di chiudere definitivamente questo capitolo del calcio internazionale. Due di queste sono Foot solidare, fondata dall’ex nazionale del Camerun Jean Claude Mbovoumin, e

Emmanuel finisce a lavorare in condizioni disumane a Foggia e Rosarno. In altri casi i bambini sono rimpatriati, in altri si prostituiscono

Stop the Traffik, che porta avanti un impegno più generale contro tutti i moderni tipi di tratta di esseri umani. C’è la storia di Emmanuel, nato in Ghana, attuali ventuno anni, clandestino in Italia da due, partito dalla Tunisia su un barcone e che si è trovato a lavorare in condizioni disumane nei

campi di Foggia e Rosarno. A Parigi, dove era diretto, ci è arrivato, ma il suo procuratore era già sparito. Ci sono Emeka Moses Ebe e Alimi Lukmon, arrivati a Padova insieme a altri quattro compagni, per mano di un falso procuratore, e rimpatriati dalla polizia che li aveva colti mentre si recavano alle Cucine popolari. È il caso di un ragazzo di origine senegalese, appena diciottenne, che due anni fa ha dichiarato alle telecamere di Current tv di essere costretto a prostituirsi per sopravvivere a Parigi, dove continua ad allenarsi con squadre “di strada”, accompagnato dalla speranza che si presenti qualche altro procuratore. C’è poi un dettaglio da non sottovalutare: ad alimentare il traffico di minorenni non ci sono solo falsi procuratori, ma anche procuratori in regola a tutti gli effetti. Un inviato di Special Report della Bbc è riuscito a ottenere e filmare di nascosto un

Associazioni come Foot Solidare e Stop the Traffik nascono con l’intento di chiudere il traffico di bambini, nello sport e non solo


incontro con Robert N’Kuimy, procuratore regolarmente registrato con la Fifa. L’offerta che il giornalista è riuscito a strappare è stata quella di una decina di giocatori camerunesi da trasferire a Cipro, al prezzo di 30 mila euro. N’Kuimy ha anche affermato di farsi aiutare spesso da un altro procuratore italiano di rife-

tantistici delle provincie di Arezzo, Firenze, Siena e Prato. Tramite procacciatori affiliati, queste società attiravano ragazzi, quasi tutti sedicenni, provenienti dall’Italia meridionale. Alle famiglie erano date piene garanzie per il vitto, l’alloggio e la frequenza scolastica, ma i ragazzi hanno riferito di condizioni igieniche precarie, sovraffollamento Non solo minorenni dall’Africa, ma delle camere d’albergo in cui erano stati sistemati e pasti da anche dal mezzogiorno del nostro fame. Paese: il traffico dei bambini in Italia Di storie su questa piccola porpuò essere addirittura interno zione dell’esteso lato oscuro del calcio ce ne sono molte rimento, anch’esso affiliato alla altre. Tante resteranno inascolFifa. tate, tutte sono iniziate con lo E ancora un paio di dettagli da stesso sogno, finito poi per essere evidenziare: i giovani africani preso a calci non sono i soli implicati e non serve la distanza di due continenti per potere parlare di violazione di diritti e tratta umana. Nell’ottobre del 2010 la Commissione disciplinare toscana della Lega nazionale dilettanti, ha inflitto multe, squalifiche e penalizzazioni a dirigenti calciatori e società di undici club dilet-

.


Settimanale quotidiano*

*Un tema a settimana, un aggiornamento ogni sera.


Poca preparazione, partite ogni tre giorni, finti turn-over in un’analisi meno emotiva e più concreta dello sport più famoso al mondo: il calcio che non dorme mai e i suoi protagonisti iniziano a soffrirne

D

al pallone in gomma ricoperto di lacci di cuoio, che spesso lasciava ferite alle teste e ai piedi degli atleti, fino al cuoio senza cuciture di ultimissima generazione; da zero arbitri a cinque giudici di gara tutti in campo; dagli infortunati che lasciavano la squadra in dieci per il resto della partita, al dodicesimo uomo in panchina, alle sostituzioni illimitate nelle «Il calcio italiano partite amichevoli; va troppo veloce. dai tornei a 16 squadre, ai campionati a Io già l’anno 18, 20 e 22; dalle scorso avevo partite finite in papensato di reggio e ripetute, al lancio della moneritirarmi»* tina e quindi ai calci di rigore, dopo la vita breve di “golden gol” e “silver gol”: nell’ultimo secolo il calcio, lo sport più amato, praticato a parlato al mondo, ha subito modifiche senza sosta. E con esso sono cambiati i suoi appassionati e i suoi protagonisti. Difficilmente trent’anni fa avremmo sentito dire da un calciatore: «Il calcio italiano va troppo veloce. Io già l’anno scorso avevo pensato di ritirarmi perché non riesco più a dormire,

di Nicola Chiappinelli

faccio fatica ad andare a letto; giocando ogni tre giorni è difficile». Ecco, tra le tante novità del calcio dell’ultimo quarto di secolo c’è che si gioca di più, effettivamente: forse le partite sono davvero tante, penserà qualcuno; oppure no, sono ritmi sostenibili, riterranno invece altri. Il dibattito è aperto; ma la realtà è che, come ogni questione in cui ci si rapporta al denaro, l’unica vera unità di «Non riesco più a misura per valutare dormire, faccio le trasformazioni fatica ad andare a dello sport negli ulletto; giocando timi decenni, il discorso prende vigore ogni tre giorni è solamente sulle ali difficile» dell’emotività dettata da qualche tragico evento su cui il mondo mediatico sportivo non può rischiare di sorvolare. La dichiarazione citata in precedenza è infatti uno sfogo, tanto naturale quanto pericolosamente strumentalizzabile, dell’attaccante dell’Udinese Totò Di Natale, intervistato qualche giorno dopo la morte del suo ex compa* Il lamento del capitano dell’Udinese Antonio Di Natale, che ha vissuto sulla propria pelle 18 anni di cambiamenti nel mondo del calcio


Poca preparazione, partite ogni tre giorni, finti turn-over in un’analisi meno emotiva e più concreta dello sport più famoso al mondo: il calcio che non dorme mai e i suoi protagonisti iniziano a soffrirne

D

al pallone in gomma ricoperto di lacci di cuoio, che spesso lasciava ferite alle teste e ai piedi degli atleti, fino al cuoio senza cuciture di ultimissima generazione; da zero arbitri a cinque giudici di gara tutti in campo; dagli infortunati che lasciavano la squadra in dieci per il resto della partita, al dodicesimo uomo in panchina, alle sostituzioni illimitate nelle «Il calcio italiano partite amichevoli; va troppo veloce. dai tornei a 16 squadre, ai campionati a Io già l’anno 18, 20 e 22; dalle scorso avevo partite finite in papensato di reggio e ripetute, al lancio della moneritirarmi»* tina e quindi ai calci di rigore, dopo la vita breve di “golden gol” e “silver gol”: nell’ultimo secolo il calcio, lo sport più amato, praticato a parlato al mondo, ha subito modifiche senza sosta. E con esso sono cambiati i suoi appassionati e i suoi protagonisti. Difficilmente trent’anni fa avremmo sentito dire da un calciatore: «Il calcio italiano va troppo veloce. Io già l’anno scorso avevo pensato di ritirarmi perché non riesco più a dormire,

di Nicola Chiappinelli

faccio fatica ad andare a letto; giocando ogni tre giorni è difficile». Ecco, tra le tante novità del calcio dell’ultimo quarto di secolo c’è che si gioca di più, effettivamente: forse le partite sono davvero tante, penserà qualcuno; oppure no, sono ritmi sostenibili, riterranno invece altri. Il dibattito è aperto; ma la realtà è che, come ogni questione in cui ci si rapporta al denaro, l’unica vera unità di «Non riesco più a misura per valutare dormire, faccio le trasformazioni fatica ad andare a dello sport negli ulletto; giocando timi decenni, il discorso prende vigore ogni tre giorni è solamente sulle ali difficile» dell’emotività dettata da qualche tragico evento su cui il mondo mediatico sportivo non può rischiare di sorvolare. La dichiarazione citata in precedenza è infatti uno sfogo, tanto naturale quanto pericolosamente strumentalizzabile, dell’attaccante dell’Udinese Totò Di Natale, intervistato qualche giorno dopo la morte del suo ex compa-

L’articolo completo solo su www.ilserale.it

* Il lamento del capitano dell’Udinese Antonio Di Natale, che ha vissuto sulla propria pelle 18 anni di cambiamenti nel mondo del calcio


Troppo sport