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numero 3

Il Serale

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19 marzo 2012

Settimanale quotidiano

La Russia che ci conviene

Il mio peggior amico

(*Vladimir Putin)


Russia non olet

Guerre, giornalisti uccisi, brogli elettorali, corruzione: la guida di Putin scandalizza i media del mondo, ma economicamente conviene e l’Europa non può rinunciarci di Lorenzo Ligas

N

on di soli ricatti vive Mosca. L’importanza che la Russia riveste per l’Europa dal punto di vista energetico da sola non basta a rispettare l’idea che il rapporto tra i due sia univoco. È anzi un rapporto conveniente, fatto certo di piccoli screzi, di piccole minacce,ma di vantaggi economici che fanno passare in secondo piano i comportamenti meno limpidi della democrazia russa. D’altro canto la Russia investe tanto nel vecchio continente e la sua fiducia nei nostri mercati è aumentata lentamente e con la stessa costanza con cui gioca a “tira” e “molla” con le organizzazioni internazionali. Se quelle con l’Onu sono inficiate da un difetto strutturale del Consiglio di sicurezza, cioè dall’inesauribile possibilità di veto (ultimo in ordine cronologico, quello sulla risoluzione contro il presidente siriano Bashar Assad), le relazioni con la Nato dalla caduta del muro a oggi sono costellate di patti e accordi ritrattati qualche mese o qualche anno dopo. Questo perché ora le due guerre in Cecenia, ora la guerra in Georgia hanno imposto dei passi indietro a entrambe le parti. Al vertice NatoRussia di Pratica di Mare del 2002 fu istituito il Consiglio Nato-Russia (Nato-Russia council, Nrc). L’Nrc è un organo di consultazione e Vladimir Putin ha vinto le elezioni russe lo scorso 4 marzo. Per lui si tratta del terzo mandato come presidente dopo quelli tra il 2000 e il 2008


cooperazione su temi di sicurezza, ma è stato proprio il conflitto in Georgia a provocarne l’interruzione dei lavori. Il Consiglio dell’Atlantico del Nord (North atlantic council, Nac), il principale organo decisionale della Nato, decise la sospensione a tempo indeterminato degli incontri con i rappresentanti russi. La Russia pur avendo la possibilità di sospendere l’accordo che consentiva il transito in territorio russo dei trasporti non militari destinati alla missione Nato in Afghanistan, criticò sì la decisione, ma non intraprese iniziative vendicative, seguendo un equilibrio paradigmatico fatto di piccole rinunce da ambo le parti e corredate da minacce strategiche, sottintese, sicure. In questo modo è più facile esporsi. Perciò, se il processo di ampliamento della Nato verso est è sempre stato considerato da Mosca come un pericolo alla propria influenza in Europa, riguardo al coinvolgimento nell’Alleanza atlantica della Georgia e il supporto che il popolo georgiano e gli Usa hanno fornito la Russia si è esposta, parlando di «minaccia alla sicurezza nazionale». Anche l’Unione europea si è mossa per l’integrazione della Georgia e soprattutto dell’Ucraina, la cui ambizione è oggi entrare nel trattato di Schengen. Ma nei rapporti con l’Ue questo è un tema d’attrito minore se si considera quello, più grande, della politica energetica. La Russia è il più grande produttore di gas del mondo e uno dei maggiori esportatori di petrolio. Circa il 30% delle importazioni europee di petrolio e circa il 45% di quelle di gas provengono dalla Russia. Mosca esporta in Europa intorno ai due terzi della produzione di gas naturale. Ma ciò che più conta è che nell’era Putin quasi tutte le industrie

L’espansione verso est della Nato è vista come una minaccia alla sicurezza nazionale

In primo piano la bandiera russa e sullo sfondo quella osseta. L’Ossezia è riconosciuta da Russia, Nicaragua e pochi altri paesi


energetiche sono tornate sotto il controllo statale e questo ha alimentato non poco la diffidenza che i Paesi dell’est Europa, in particolare le repubbliche baltiche, nutrono verso il potente vicino: temono cioè che la Russia faccia del gas e dell’esportazione energetica un uso più politico che commerciale. Il diverso peso delle relazioni che ogni Paese membro dell’Ue ha con la Russia e la mancanza di una strategia energetica comune europea fa sì che l’inerzia della partita sia tutta dalla parte del Cremlino. La potenza russa si esprime sotto forma di ricatti che non vengono quasi mai eseguiti un po’ perché l’Europa non si sente di mettere in pericolo una partnership di cui ha molto bisogno, un po’ perché essa stessa è vista Dal punto di vista russo come un grande campo di investimenti possibili: i grandi magnati russi investono l’Europa è terra per export e nel turismo, benedetti dall’Ue e dai investimenti: 158 miliardi di governi: nel 2012 una joint venture russo beni solo nel 2010 francese avvierà i lavori per la riqualificazione turistica proprio dell’area caucasica, un affare da 30 miliardi di euro che guarda alle olimpiadi invernali di Sochi 2014. Le aziende russe coinvolgono capillarmente quelle europee in progetti singoli e non comunitari come l’oleodotto che dovrebbe collegare Russia e Germania e passare sotto il Baltico. Le industrie russe secondo l’Eurostat hanno esportato in Europa nel 2010 ben 158 miliardi di euro di beni, di cui 14 miliardi sono stati solo di servizi. L’importanza economica della Russia e la volontà di coinvolgerla maggiormente negli affari economici internazionali si è specchiata nell’ammissione, il 16 dicembre scorso, nel Wto (Organizzazione mondiale del commercio) dopo 18 anni di trattative.


Ciò che accade in Cecenia è tristemente più noto di ciò che accade in Georgia: due regioni cristiano ortodosse, l’Abcasia e l’Ossezia del sud, vogliono l’indipendenza dal governo centrale di Tblisi, a maggioranza islamica, e sono appoggiate da Mosca. Il conflitto va avanti dagli anni Novanta, ma è dall’agosto 2008, quando i georgiani dichiararono guerra alla Russia, che si registra il pesante conto di 3.144 morti georgiane e di più di 400 russe.

Mentre l’Abcasia è stata formalmente dichiarata indipendente (riconosciuta però solo da Russia, Nicaragua, Venezuela, Vanuatu, Tuvalu, e Nauru), l’Ossezia del sud è ancora contesa e rappresenta un freno fortissimo alle relazioni russe con la Nato.


Viste queste premesse, è difficile, o quanto meno economicamente sconveniente, ripensare a una “rieducazione” dei rapporti con Mosca che prenda in considerazione il regime russo non solo per il suo valore commerciale, ma anche per le stragi in Cecenia, per le violenze nel Caucaso, per i 77 giornalisti uccisi dal ’94 a oggi, per le denunce di brogli elettorali, per le armi alla Siria che dal 2007 sono state sestuplicate, per il “putinismo” e per la corruzione della sua classe politica. Sono tante le Organizzazioni non governative come la Cpj (Committee to protect journalists) che denunciano ogni giorno il muro alzato tra le istituzioni e i cittadini o il trattamento riservato alla stampa: come quello toccato al giornalista Oleg Kashin, pestato sotto casa il 6 novembre del 2010, oppure quello toccato lo scorso 15 febbraio ad Anne Nivat, inviata francese in Cecenia, alla quale è stato annullato il visto da un giorno all’altro e rispedita in patria poco prima delle elezioni. Solo due casi a fronte di un elenco sterminato di nefandezze, ma che ben rendono il clima con il quale giornalisti russi e stranieri sono costretti a misurarsi ogni giorno. L’Europa storce il naso, socchiude gli occhi, ma demanda agli organi d’informazione la critica ad un Paese che, con 45600 scheletri negli armadi ceceni e democratico solo nella definizione, è capriccioso e poco socievole, ma utile quanto basta perché sia conveniente giocarci, nonostante sia, tra gli amici, il peggiore

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Nella foto a destra Anne Nivat, autrice di Chienne de guerre, inchiesta sulla Cecenia, e inviata nella capitale russa prima per Liberation e poi dal 2004 per Le Point

Dal ‘94 sono 77 i giornalisti uccisi. Sono 207 con quelli morti per cause da accertare


Variazione sul sistema

Russi alle urne due volte in tre mesi e la storia, per Putin e per il Paese, si riscrive identica. A parte qualche cambiamento nei numeri di Elisa Gianni

U

no prova a immaginarseli, i coniugi Olga Romanova e Alexei Kozlov. Magari la mattina, in pigiama o di fronte alla tazza di tè, che si promettono che non molleranno nemmeno questa volta. La loro storia è stata raccontata da Mark Franchetti, corrispondente a Mosca della Stampa, ieri – 19 marzo. Lui è un ex imprenditore, condannato a otto anni di carcere in un processo farsa nel 2008; tre anni e due mesi dopo, una mobilitazione pressante di fronte ai tribunali e sui media ha contribuito in maniera sostanziosa alla sua liberazione. Oggi è nuovamente dietro le sbarre. Come lui stesso lo definisce , parlando con Franchetti, è stato un modo per «col-

pire due piccioni con una fava». Lei, infatti, ex giornalista televisiva e columnist della Novaya Gazeta, era un nome noto all’opinione pubblica russa già prima di dar vita a quella campagna mediatica che ha riportato momentaneamente in libertà il marito. Poi, sono arrivate le proteste del dicembre 2011 che, scrive Franchetti, «Romanova ha contribuito a organizzare». È il 4 dicembre 2011 e in tutta la Russia si vota per le elezioni legislative. Il partito di Putin, Russia Unita, perde un numero sostanzioso di voti rispetto a

L’ong Golos, politicamente indipendente, si è occupata di monitorare le elezioni e ha denunciato subito la possibilità di brogli


L’emittente Ntv (di Gazprom) ha sostenuto che i moscoviti avrebbero manifestato dietro pagamento da parte degli Usa.

quelle passate, ma ottiene comunque la maggioranza assoluta nella votazione per i rappresentanti della Duma. Partono le proteste: c’è l’ong Golos – politicamente indipendente – che si occupa di osservare lo svolgimento delle elezioni e denuncia i brogli; ci sono le prime manifestazioni di piazza e i primi arresti. Il 10 dicembre è il “Giorno dei fiocchi bianchi”: armati di candidi nastrini, simbolo della protesta, i manifestanti scendono in piazza a Mosca. Il Daily Telegraph parla di ciò che avviene in Bolotnaya Ploshchad con queste parole: «Pare essere la più grande dimostrazione dalla caduta dell’Unione Sovietica». I numeri però, seppur mai esatti in questi casi, sono lontani dalle grandi manifestazioni dell’Europa occidentale: le autorità sti-

mano 25mila persone, gli organizzatori il doppio. Per una città che, con circa 14 milioni di abitanti, ospita un decimo di tutta la popolazione russa, forse si poteva fare di meglio. Lo scorso 4 marzo è stata la volta delle elezioni presidenziali. Dopo un mandato da Primo ministro – giustificato dalla Costituzione russa che non ammette

In Russia, da qualche anno, il flash mob è diventato uno strumento politico, utilizzato per convincere l’elettorato più giovane

più di due incarichi consecutivi come Presidente della Federazione – Putin figura, di nuovo come dodici anni fa, nella lista dei candidati. Le elezioni si svolgono monitorate da webcam, come lo stesso Putin aveva consentito nel tentativo di mostrare tutta la sua lealtà e trasparenza. Ma già il giorno dopo arriva la ti-


Il presidente e il fondatore del collettivo artistico Voina sono stati arrestati lo scorso novembre con l’accusa di vandalismo

rata d’orecchie da parte degli osservatori europei dell’Ocse. Denunciano irregolarità nella campagna elettorale e al momento degli scrutini: la presenza di Putin sui media sarebbe stata nettamente maggiore rispetto a quella degli altri candidati e, al momento della conta dei voti, in almeno un terzo dei seggi, si sono riscontrate procedure anomale. Le autorità russe ammet-

previsioni del Centro Levada, che l’Ansa aveva riportato il 1 febbraio, e che dichiaravano che quasi quattro russi su cinque contavano sulla rielezione – a quattro anni di distanza – di Putin. Ma il 5 marzo è anche, di nuovo, giornata di cortei e slogan: agli oppositori di Putin, riuniti in piazza Pushkinskaya, rispondono i sostenitori del Cesare russo, in piazza del Maneggio. Sono manifestazioni autorizzate ma, in altre piazze della città, ci si riunisce anche senza aver ottenuto il nulla osta preventivo da parte delle forze dell’ordine. Di nuovo, gli arresti.

tono qualche manipolazione, ma sottolineano che comunque non sarebbe stata sufficiente a giustificare quel 63, quasi 64%, conseguito da Putin. E ci sarebbe da crederci a leggere, a posteriori, le

Riecheggia sulla rete e nei notiziari occidentali quello di Alexei Navalny, l’avvocato e attivista politico che, dai post sul suo blog, denuncia da tempo la corruzione del Paese e di Putin.

Contro le autorità russe e i vip – e contro le loro auto che sfrecciano a lampeggianti spiegati, per le strade di Mosca incuranti del traffico – gli automobilisti russi hanno lanciato la protesta dei secchielli blu.


Considerato l’uomo simbolo dei movimenti democratici, aveva continuato a gridare la sua indignazione contro il neo-rieletto Presidente anche dopo la fine della manifestazione e si è ritrovato con le manette ai polsi. Nello scenario politico della Russia degli ultimi mesi, resta da capire il peso dei singoli fattori in gioco. Le opposizioni sono tante: chi manifesta lo fa soprattutto per mandare a casa Putin e, a parte le richieste democratiche di trasparenza e correttezza nelle elezioni, i rappresentanti delle diverse anime, ripetutamente scese in piazza dal dicembre scorso, hanno poco in comune. In piazza Pushkinskaya, ad esempio, erano mescolati insieme praticamente tutti i colori dello spettro politico: dal leader del Fronte di sinistra, Sergei Udaltsov (o forse si dovrebbe parlare al plurale, visto che la moglie, Anastasia, ne prende le veci da quando lui, ad intermittenza, finisce dietro le sbarre); al magnate d’indole liberale Mikhail Prokhorov, avversario di Vladimir Putin fino alle ventiquattr’ore precedenti. Ad ogni modo i numeri continuano ad es-

«Madonna, liberaci da Putin». Dopo questa preghiera alcune componenti del gruppo punk femminista Pussy Riot sono state arrestate

sere quelli che sono: 14mila, dicono le autorità; 20mila, sostengono gli organizzatori. Secondo analisti occidentali del calibro di Franco Venturini (Corriere della Sera) sarebbe stata proprio questa disgregazione nell’opposizione, l’assenza di un movimento politicamente omogeneo che possa contrastare Putin, ad agevolarne la vittoria ai seggi. Il più, nonostante i brogli, lo hanno comunque fatto le schede elettorali: fuori dalle metropoli, nelle campagne e nelle zone che hanno visto la prosperità economica negli ultimi anni, Cesare pare ancora essere benvoluto. Sono gli intellettuali e la classe media delle grandi città a chiedere di scrivere un capitolo nuovo. Ma, in fondo, gli abitanti della Russia sono più di 143 milioni

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I tentacoli del Cremlino

La Russia estende il traffico d’armi in Medioriente e, nonostante la repressione delle proteste contro Assad, Putin non rinuncia al cliente siriano di Silvia Fiorito

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ra il 1942, l’Armata Rossa si opponeva strenuamente alle forze tedesche nella famosa battaglia di Stalingrado. Lo strapotere militare e tecnologico delle forze dell’asse fu fermato grazie alla tenacia e al coraggio dei numerosi, ma scarsamente equipaggiati, soldati russi. Nelle fasi iniziali, gli armamenti erano così pochi che i battaglioni di fanteria venivano fatti avanzare in gruppi di due uomini, provvisti di un solo fucile. Una volta morto uno dei due soldati, l’altro raccoglieva l’arma del compagno e proseguiva. L’industria bellica sovietica era così inefficiente da non riuscire a rifornire neanche il proprio esercito. Lo scenario attuale è diametralmente opposto: fin dagli anni sessanta la Russia può conside-

rarsi uno dei principali produttori e venditori di armi. È importante, però, soffermarsi sull’esperienza sovietica per poter parlare dell’attuale politica di esportazione della Russia. In quegli anni un problema fondamentale dell’URSS, nel commercio internazionale delle armi, fu che in molti casi i clienti non

L'industria bellica russa è tra le poche in grado di competere con le aziende occidentali. Nel 2011 ha venduto 10,7 miliardi di dollari

avevano riserva di valuta convertibile: si realizzava una sistemazione in forma di baratto, di solito a discapito degli interessi dell'Unione Sovietica. Le commesse militari russe


erano guidate da considerazioni di ordine ideologico. Quantità e tipologie degli armamenti venivano decise personalmente dai leader del paese Stalin, Kruscev, Breznev, Gorbacev.

Il Cast (Centro analisi per strategie e tecnologie) ha dichiarato: «Ci aspettiamo che l’esportazione russa di armi superi 14 miliardi nel 2012»

Anche in condizioni moderne l'esportazione di prodotti militari è uno strumento importante per garantire gli interessi nazionali. Un aumento significativo nello sviluppo e nella produzione di moderni sistemi e armi competitive, nonché vincoli di bilancio, stanno costringendo la Russia ad aumentare i volumi delle esportazioni così da ottenere ulteriori risorse finanziarie per i propri programmi nazionali di armamento.

La Rosoboronexport, agenzia di stato intermediaria di tutte le operazioni di compravendita militare in Russia, ha venduto nel 2011 10.7 miliardi di dollari di armamenti con contratti in 57 paesi, fra i quali India, Cina, Vietnam, Algeria, Indonesia e Uganda. Il dato è destinato ad aumentare notevolmente: 14 miliardi di dollari nel 2012 secondo le previsioni, anche grazie alle recenti manovre del Cremlino nel Medio Oriente. Mosca, infatti, per la prima volta nella storia ha deciso di fornire armi al Bahrain, dopo che l’Occidente ha voltato le spalle alle autorità statali in seguito alle violente repressioni contro le proteste antigovernative. Le spedizioni in Bahrain sono uno dei tentativi di Mosca di capitaliz-

Lo strapotere militare delle forze dell’Asse fu fermato da soldati mal equipaggiati, ma 70 anni dopo a Stalingrado le cose sono cambiate


Anatoly Isaikin, direttore generale di Rosoboronexport. Nel 2011 l’azienda ha perso 4 miliardi di dollari a causa dell’embargo libico


zare sulla “primavera araba” e di incrementare le vendite di armi russe nel lucroso mercato Medio Orientale. Secondo una fonte anonima nel ministero della Difesa, Rosoboronexport consegnerà al Bahrain e muMosca continuerà lanciagranate nizioni per decine di a fornire armi alla milioni di dollari. Siria nonostante Ciononostante gli analisti ritengono gli scontri e i morti, ribadendo che Mosca e Pealtro potenla collaborazione chino, ziale fornitore, con Damasco otterranno poco dal punto di vista economico. Il Bahrain è un importatore alquanto piccolo e continuerà a comprare gli armamenti più importanti dagli Stati Uniti. Ma è un compromesso vantaggioso ed un trampolino per eventuali futuri accordi nella penisola araba. Infatti Washington è tra due fuochi: vuole assicurare una stabilità politica nel Medio Oriente, ma non vorrebbe essere conosciuto come complice dei regimi oppressivi che hanno provocato molti morti e ordinato arresti di massa. La Russia, al contrario, è molto più insensibile quando si parla di presunte violazioni dei diritti umani; infatti, nonostante gli oltre duemila morti negli scontri tra forze di sicurezza e rivoltosi, «continuerà a fornire armi alla Siria mantenendo tutti i contratti

precedentemente stipulati» ha dichiarato il ministro della difesa russo Anatoly Antonov in una conferenza stampa del 6 marzo 2012. Il ministro ha anche ribadito l’ottima e forte cooperazione tecnico-militare con la Siria ed espresso la speranza che il Cremlino continuerà a mantenere collaborazioni di larga scala con i paesi del Nord Africa. Inoltre ha liquidato le voci che insinuavano un invio di forze speciali in Siria, confermando tuttavia la presenza di tecnici russi con il compito di addestrare le controparti siriane. A sua parziale discolpa, alla luce dei recenti eventi, Mosca dichiara che pur rispettando le direttive del consiglio di sicurezza delle nazioni unite, non si sente obbligata a ottemperare alle sanzioni imposte da altre nazioni. Secondo Rosoboronexport la Siria è il più grande acquirente di equipaggiamento militare russo in Medio Oriente. Al momento è in fase di attuazione «Non ci si può l’invio di missili anastenere dal tinavali “Yakhont”, commercio di di ventiquattro cacarmi, è troppo cia MiG-29M/M2 e redditizio per il di otto sistemi di difesa antiaerea “Bukmondo» M2E”. Le cifre sono da capogiro: nel solo 2011 il volume delle vendite ha superato il miliardo di dollari. Il Dipartimento di Stato Usa cre-


L’incontro tra il Presidente siriano Bashar Assad e il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, già ambasciatore presso l’Onu


de che queste vendite equivalgano ad aggiungere benzina al fuoco nei recenti conflitti in Siria, alla quale gli Stati Uniti non hanno mai voluto vendere armi. La Casa Bianca ha intimato al Cremlino di rivala ragionevoGli Usa hanno di lutare lezza di tali vendite, recente intimato soprattutto alla luce al Cremlino di della attuale crisi e degli attacchi su rivalutare la Jeffrey ragionevolezza Homs. analista midelle vendite di White, litare al Washington armi alla Siria institute for near east policy (Winep), un ex ufficiale dell’intelligence militare statunitense, ritiene Damasco un alleato strategico per Mosca, nonostante le basi navali e aeree nella nazione non siano critiche per le forze aereonautiche russe. Tuttavia, la posizione al centro del Medio Oriente permette loro di influenzare la geopolitica: smettendo di sostenere la Siria il regime rimarrebbe isolato. I rapporti tra Russia e Nato diverrebbero tesi, soprattutto se la situazione in Siria dovesse deteriorarsi e il regime adottasse misure ancor più repressive contro l’opposizione, anche alla luce degli stretti rapporti che Damasco ha con Teheran, altro importatore di armi Russe, e con il gruppo “Hezbollah”. D’altro canto il ministro degli

esteri russo Sergei Lavrov rinfaccia il crescente numero di armi fornite dagli Stati Uniti e dai paesi europei alle forze ribelli siriane finite nelle mani di gruppi collegati ad Al Qaeda. Il problema deriva dal fatto che nessuno sa chi conduce la rivolta in Siria e Al Qaeda sembra giocare un ruolo preponderante in tal senso. Paradossalmente, dunque, gli Usa stanno violando la risoluzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in cui si stabilisce che tutti i paesi membri sono obbligati a non fornire armi ad Al Qaeda o a gruppi a essa collegati. Il commercio delle armi continua a essere fondamentale nella geopolitica mondiale. Nello scacchiere Medio Orientale è una pedina oggetto di scontri, alleanze e controversie mediatiche, sul quale la cinica “realpolitik” della Russia di Putin sta facendo pendere la partita a suo favore. Dopo 70 anni, contrariamente a ciò che acArmi russe alla cadde nella battaglia Siria e americane di Stalingrado, poai ribelli, ma a trebbe essere l’opuviolare la lenza delle industrie belliche a fare la dif- risoluzione dell’ ferenza Onu sono gli Usa

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Non è un Paese per poveri

La Russia non è mai stata così ricca, ma l’equità è un’utopia. Nel 2020 i milionari saranno 1,2 milioni, ma la metà dei russi vive come nell’Urss.

A

vete mai pensato di andare in vacanza e avere come maestro di tennis personale per i vostri figli nientemeno che Evgenij Kafelnikov, vincitore di 6 grandi slam, una coppa Davis e un oro alle Olimpiadi? Vi siete mai addormentati immaginando di solcare i mari con un panfilo di 119 metri a metà tra un sottomarino e una navicella spaziale, e che dispone di piscine, suites ed oltre quaranta camere? E avete pensato almeno una volta di andare a New York e spendere 88 milioni di dollari per l’appartamento più costoso di tutta la Grande Mela? Se non avete neanche mai

sognato nulla di tutto questo non preoccupatevi, non siete a corto di fantasia. Avete avuto solo la sfortuna di non crescere nella Russia post comunista, lì dove il denaro ha trovato il modo di accumularsi principalmente nelle tasche di pochi eccentrici uomini d’affari, facili al guadagno quanto alla spesa. Negli ultimi anni la scena mondiale è stata così invasa dai nuovi tycoon

Secondo la classifica della rivista americana Forbes su 1226 miliardari nel mondo ben 96 sono di nazionalità russa

di Nicola Chiappinelli

di Mosca e dai loro capitali, pronti a trasformare in realtà anche i sogni più stravaganti. Perché per loro ogni desiderio è realizzabile, a patto però che abbia un costo. Per un riferimento basta riprendere l’annuale graduatoria degli uomini più ricchi del pianeta, pubblicata proprio pochi giorni fa dalla rivista americana Forbes: soltanto nei primi 150 classificati ci sono 20 miliardari russi. Ne hanno di più solo gli Usa (50), mentre a seguire ci sono Germania (10), India (9), Honk Kong (6), Francia (5), Brasile e Italia (4). Dalla classifica generale, che quest’anno ha contato


Alexei Mordashov è il 45esimo uomo più ricco del mondo, principale azionista e amministratore delegato di Severstal, azienda leader nel settore metallurgico

1.226 individui con un patrimonio di almeno 1 miliardo di dollari, si rileva in realtà che rispetto al 2011 la Russia ha visto diminuire di qualche d’unità il suo parco bilionari, che adesso conta 96 nomi. Ma il dato negativo va comunque incastonato in un discorso d’ampio raggio che non può non fare i conti con la crisi economica in atto, e ancor di più con l’idea che si sta parlando di un paese che, fino a un quarto di secolo fa, considerava l’accumulo di ricchezza un crimine. Ma da allora qualcosa è cambiato, ed il numero dei milionari in Russia è destinato persino ad aumentare entro la fine del decennio: uno studio pubblicato l’anno scorso dalla Deloitte, una delle più grandi società di consulenza finanziaria al mondo, stabiliva che nel 2020 saranno quasi 1,2 milioni i russi a diventare titolari di un patrimonio milionario. Attualmente sono circa 400 mila, 56 dei quali si trovano nella Duma, il Parlamento della Federazione Russa, e 6 di questi

sono addirittura miliardari.

Tutte note positive che fanno pensare a una crescita progressiva e inarrestabile del paese governato da più di dieci anni (sotto varie forme istituzionali) da Vladimir Putin. E la conferma arriva da fonti attendibili: il già citato rapporto delle Deloitte classifica infatti la Russia al 16° posto tra le 25 più forti economie mondiali, con possibilità di salire al tredicesimo posto entro l’inizio del prossimo decennio. I dati economici sono inconfutabili: le finanze pubbliche russe sono tra le più solide, con un rapporto debito/Pil del 10 per cento, anche se le stime per la crescita del Pil nel 2012 sono in ribasso, con un + 3,7% rispetto al 4,2 dell’anno passato. C’è poi la grana della fuga di capitali all’estero, che nel 2011 ha portato

La Russia fa parte dei Paesi “Brics”, gli stati che traineranno l’economia mondiale nei prossimi 50 anni

fuori dai confini 41,2 miliardi di dollari, più del doppio del 2010, con gli stessi tycoon russi che iniziano a preferire l’espatrio per i loro ingenti patrimoni. Eppure Mosca resta la capitale mondiale dei “paperoni”, contando tra i suoi abitanti 79 miliardari contro i 58 di New York. Un paese ricco, insomma. O piuttosto un paese di ricchi, se è vero che solo nel 2011 il numero delle persone povere è salito al 12,8% della popolazione, una percentuale che ai primi mesi del 2012 si calcola quasi raddoppiata. In sintesi più di un quinto dei russi vive sotto il livello mi-


nimo di sussistenza. E parliamo di uno dei “Brics” (acronimo che sta per Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), ovvero gli stati che secondo le previsioni internazionali guideranno l’economia mondiale nel prossimo mezzo secolo. Questo significa una cosa sola: disparità di reddito. Mentre il 10% dei russi ricchi batte tutti i record nelle spese per il lusso, il 70% dei lavoratori riceve meno di 120 euro al mese di stipendio. Lo ha confermato uno

«Dopo lo scioglimento dell’Urss si è arricchito chi è rimasto più vicino al potere»

studio della Scuola Superiore di Economia di Mosca, rilevando che la disparità di reddito tra la fine degli anni Ottanta e la fine degli anni 2000 in Russia è cresciuta ad esempio otto volte più velocemente che in Ungheria, con un grado di disparità equivalente a quello di paesi in via di sviluppo come Iran, Mali e Nigeria. Ed è sempre lo stesso rapporto ad affermare in definitiva che un 60 per cento della popolazione russa è rimasta ai livelli di reddito reale dei tempi sovietici. Come se il tempo non fosse mai passato, o fosse passato solo per qualcuno, pochi fortunati. Ma chi sono questi fortunati? Dice Yuriy Lukanov, analista politico: «Dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica si sono arricchiti quelli che erano rimasti più vicini al potere, e che hanno saputo trarre vantaggio dal periodo di anarchia economico-politica. [..] Negli anni ’90 gli stessi membri del Partito comunista, che predicavano la povertà, sono diventati gli unici ad avere

l’accesso alle risorse del paese e ne hanno approfittato». Mikhail Deliagin, noto economista russo, dà la colpa alla privatizzazione selvaggia, quando tutte le aziende e i terreni sono finiti nelle mani di chi deteneva il potere politico. Emergono chiare allora tutte le responsabilità di Putin, che ha consolidato la sua forza sull’abilità di bilanciare gli interessi finanziari, economici e politici di diversi gruppi di potere. «Non c’è stato un cambiamento dell’economia strutturato - afferma Deliagin - e il divario tra quanti avevano accesso alle risorse dello stato e i poveri - ai quali era stato detto che “povero è bello” - è diventato incolmabile». Così i più scaltri si sono fiondati su settori tradizionalmente molto redditizi. Come ad esempio la metallurgia e le attività estrattive, rappresentate dai tre nomi russi presenti tra i primi 50 della classifica di Forbes: Alisher Usmanov, fondatore del gruppo “Metalloin-

Mikhail Prokhorov arrivato terzo alle ultime elezioni vinte da Putin, ha un patrimonio stimato in 13,2 miliardi di dollari, in cui spicca la squadra di basket dei New Jersey Nets


vest”, maggior produttore di minerali ferrosi (28° uomo più ricco del mondo con 18,1 miliardi di dollari); Vladimir Lisin, presidente del consiglio di amministrazione delle officine metallurgiche di Novoipetsk (41° con 15,9 miliardi); Alexei Mordashov, principale azionista e amministratore delegato del più grande produttore di acciaio russo, la “Severstal” (45° con 15,3 miliardi). Poi ci sono i più conosciuti come Mikhail Prokhorov, con un patrimonio stimato in 13,2 miliardi di dollari, e famoso, oltre che per l’altezza (2,02 m) e per la fama da playboy, anche per essere arrivato terzo alle recenti elezioni di marzo con buone percentuali di voto; oppure come Roman Abramovich, “solo” 68° tra i miliardari del pianeta, meglio noto per aver rotto le gerarchie del calcio inglese con il suo Chelsea, spinto in alto a suon di milioni. E proprio Abramovich è stato uno dei principali bersagli delle critiche di Mikhail Gorbacev, ultimo segretario generale del Pcus prima della dissoluzione dell’Urss, che ha espresso

tutto il suo rigetto per l’attuale elite politica ed economica: «Sono ricchi e dissoluti. Io disprezzo quel loro ideale. Mi vergogno di queste persone ignobilmente ricche; provo vergogna per il mio Paese. Abramovich è uno degli oligarchi che ha sempre accettato di fare quello che Putin diceva. E per questo si può godere in pace le sue ricchezze». La parole di Gorbacev non sembrano però un canto isolato. Serghey Polonsky, ex magnate dell’energia, prima della crisi finanziaria era stato udito affermare: «Chiunque non possieda un miliardo dovrebbe andare a quel paese». Poi è stato devastato dalla crisi al punto da dire di non voler più essere nemmeno considerato un uomo d’affari, ed ha ammesso che la crisi «è stata una doccia fredda per persone diventate veramente arroganti grazie ai miliardi. […] Per un certo periodo si sono

Da fine anni Ottanta a oggi la disparità del reddito è cresciuta otto volte più veloce che in Ungheria

«Mi vergogno di queste persone ignobilmente ricche» ha detto il premio Nobel Gorbacev visti meno vanteria e superbia. Ma ora che Mosca è tornata a essere la capitale mondiale dei miliardari, queste persone si dimenticheranno il brutto periodo vissuto e torneranno a comportarsi come bambini viziati». E ai bambini piace volare con la fantasia. Anche se è un lusso che non tutti si possono permettere

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Solo una questione di gas

L’Ue non ha una sua politica energetica. Conta solo quella della Russia, volta da un lato al mercato comunitario, dall’altro ai rapporti con i singoli Stati di Gaia Mutone

N

on c’è bisogno di essere degli esperti in materia per capire che l’Unione europea in fatto di politica energetica è un concetto puramente astratto, buono per riempire dossier ufficiali. Se infatti non mancano i buoni propositi e gli sforzi nel fissare gli obiettivi per le rinnovabili e nel mettere a punto strategie per il risparmio e l’efficienza energetica, è decisamente poca la volontà di andare fino in fondo quando si passa alla fase operativa; al come, al chi e al dove. Come in politica estera, e non ci stupiamo affatto che le due cose vadano a braccetto, ciò che alla fine indirizza le azioni degli Stati membri sono le situazioni particolari, i fabbisogni e gli interessi individuali (personali in più di un caso). Di conse-

guenza, seguire le mosse che ciascun Paese compie in questo campo offre spunti preziosi per capire gli equilibri politici, economici e finanziari di oggi e prevedere con ragionevole approssimazione quelli di domani. La sola cosa su cui concordano i 27 è il contesto, che potremmo riassumere in tre punti. Primo: nei prossimi anni la capacità di

In foto sventola la bandiera di Gazprom, la più grande compagnia russa ed il maggiore estrattore al mondo di gas naturale

approvvigionamento dell’Unione europea dai propri giacimenti di gas subirà un drastico ridimensionamento, passando dall’attuale 60 per cento al 25 per cento circa nel 2020 (dati Euro-


gas). Un calo che la obbligherebbe a importare circa 150 Bcm all’anno (Billion cubic meters, miliardi di metri cubi). Allo stesso tempo, secondo le previsioni della International Energy Agency, la domanda di gas naturale auIl 41% del gas menterà dagli ateuropeo proviene tuali 500 BCM a dalla Russia. Il 620 BCM nel 2030. resto è spartito tra Secondo: i prezzi di Norvegia (27%), petrolio e gas sono a livelli tali Algeria (17%) e arrivati da pregiudicare i Nigeria (5%) consumi, in tempo di crisi. Terzo: la dipendenza dai giacimenti di Paesi democraticamente non stabili è sempre più scomoda, occorre quindi trovarne di altri. Al momento l’Europa ottiene il gas naturale da quattro fornitori principali. La Russia fa arrivare nella Ue il 41% del gas necessario ogni anno, la Norvegia il 27%, l’Algeria il 17% e la Nigeria il 5%. Le relazioni dell’Ue con la Russia vengono generalmente definite di “mutua opportunità” e in nome di queste, spesso, si è disposti a chiudere un occhio su questioni delicate (leggere alla voce “diritti umani”). L’atteggiamento dei russi è ambivalente: da un parte considerano l’Unione europea nel suo insieme un fattore di moderazione dei rigurgiti antirussi di alcuni Paesi europei, soprat-

tutto nell’ex zona di influenza sovietica, dall’altra tendono a privilegiare i rapporti con i singoli Stati, soprattutto quelli più grandi come Germania, Francia e Italia (la Gran Bretagna è considerata troppo legata agli Usa), che hanno maggiore interesse a relazioni stabili con Mosca per sviluppare cooperazioni privilegiate su base bilaterale. E in effetti non sono pochi i progetti portati avanti dalle aziende in aperta contraddizione rispetto agli indirizzi della stessa Unione europea. Emblematico è il caso di Nabucco, il gasdotto lungo 3200 km che secondo gli auspici di Bruxelles avrebbe dovuto sostituire i rifornimenti dalla Russia connettendo le regioni più ricche di gas, e cioè Mar Caspio, Medio Oriente ed Egitto, ai mercati europei; dal confine orientale turco fino a Baumgarten in Austria passando per Bulgaria, Romania e Ungheria e con un apprezzabile risparmio di costi. Usiamo Il gasdotto il condizionale per- Nabucco, di 3200 ché oggi la sorte di km, dovrebbe questo ambizioso progetto benedetto poter sostituire i rifornimenti dalla commissione europea appare aprussi pesa ad un filo. La Nabucco Gas Pipeline International GmbH (Nic) è stata costituita nel 2004 da sei compagnie azioniste: Bulgarian Energy


Dietro il Nabucco c’è un consorzio di sei aziende. Ad esse si aggiungono prestatori e istituzioni finanziarie internazionali come la Ebrd

Holding (Bulgaria), Botas (Turchia), Fgsz (Hungheria), Omv (Austria), Rwe (Germania), Transgaz (Romania), ciascuna

Anche se il gasdotto venisse realizzato non ci sono ancora le garanzie sul reperimento del gas naturale utile a riempirlo

proprietaria per il 16,67 per cento. I sei hanno il compito di realizzare il gasdotto, mentre altra cosa saranno i rifornimenti di gas. Il 30 per cento dell’investimento sarà a carico del consorzio, il 70 per cento verrà da prestatori. Un terzo di quest’ultima parte dovrebbe arrivare dalle istituzioni finanziarie internazionali come la European bank for reconstruction and development (Ebrd) e la European

investment bank (Eib). L’inizio dei lavori è previsto per la fine del 2013, il primo flusso di gas per la fine del 2017. Il problema è che se anche il gasdotto venisse realizzato, ancora non ci sono garanzie sul reperimento del gas naturale per riempirlo. Nabucco ha cercato di ottenerlo dal sito di Shah Deniz II, gestito dalla BP che ne possiede anche un 25%, ma le autorità dell’Azerbaigian non hanno ancora deciso definitivamente a chi destinare il gas, se a Nabucco o ad un altro operatore, Russia compresa. Quest’ultima, se riuscisse ad appropriarsi del gas azero (e già in parte lo sta facendo), si ritroverebbe in una condizione di assoluto monopolio, aggiungendo volumi a quelli che potrebbe già veicolare grazie ad altri due gasdotti in progetto: South Stream (connessione diretta tra Russia e Ue senza passaggio attraverso Paesi extra Ue. Progetto sviluppato congiuntamente da Eni e Gazprom) e Nord Stream (collegamento tra Russia e Germania

Il gasdotto Nabucco dovrebbe partire dall’Azerbaigian e fermarsi inizialmente in Austria, a Vienna


attraverso il Mar Baltico scavalcando l’Ucraina). Altro gas potrebbe arrivare dal Kurdistan iracheno, ma per recuperarlo occorrerebbe costruire un gasdotto secondario lungo 550 chilometri per trasportare poi il gas attraverso la Turchia e farlo arrivare all’infrastruttura principale, con costi aggiuntivi difficilmente sostenibili. Non solo. A mettersi di traverso è anche la concorrenza, per buona parte europea: il Gasdotto Trans-Adriatico (Tap), sviluppato dalla norvegese StatoilHydro Un gasdotto e dalla svizzera Egl, lungo 520 km e l’Interconnettore dovrebbe legare Turchia – Grecia – Italia (Itgi), portato la Grecia e il nostro Paese per avanti dall’italiana e dalla greca un costo totale di Edison Depa con altri inve2,5 miliardi stitori. Il primo prevede la costruzione di un gasdotto lungo 520 chilometri tra la Grecia e l’Italia attraverso l’Albania e costerà 1,6 miliardi di euro, mentre il secondo dovrebbe trasportare il gas dalla Turchia all’Italia attraverso la Grecia per un costo di 2,5 miliardi di euro. Una delle ipotesi ventilate è che Nabucco potrebbe fondersi con uno di questi due progetti, rendendo più sostenibile l’iniziativa ed eliminando almeno un concorrente per il gas dell’Azerbaigian. Le possibilità

maggiori le ha il Tap poiché la presenza nel consorzio Itgi di una società greca, semipubblica, non tranquillizza gli investitori. Ma il vento in poppa ce l’ha South Stream per il semplice fatto che Nabucco tutti ne uscirebbero appagati. Nel pro- potrebbe andare a fondersi con i getto, infatti, non c’è solo l’Eni, ma progetti già anche i tedeschi di esistenti dei Wintershall e i fransingoli Stati, tra cesi di Edf con il 15%. Cugini che in cui anche l’Italia ogni caso sarebbero sempre coperti poiché sono presenti anche nel Tap con la Total (i francesi, al contrario, non figurano nel Nabucco perché nel 2004 furono esclusi per il veto posto dalla Turchia). Insomma, appare chiaro che il Nabucco non è una priorità per nessuno e che la lista delle cose da fare è già lunga e profittevole per tutti. Anche per la Russia, la quale, giocandosi bene le sue carte, è riuscita a neutralizzare sistematicamente e con la tecnica della negoziazioni multiple bilaterali progetti nati allo scopo di escluderla

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Sangue e petrolio

Grozny oggi: la capitale cecena, che all'inizio degli anni Novanta aveva quasi raggiunto il mezzo milione di abitanti, ha visto pi첫 che dimezzata la propria popolazione nell'arco di un decennio


L

Un caotico intreccio di indipendentismo, traffici nebulosi, fondamentalismo islamico, terrorismo, interessi economici locali e internazionali e scottanti questioni politiche interne alla Federazione russa: la Cecenia

di Pasquale Raffaele

dell’Urss, nel 1989, sembrano aprirsi nuovi spiragli per le aspirazioni cecene: il 23 novembre dell’anno successivo, nella capitale Grozny, ha inizio una conferenza nazionale – presenti i rappresentanti di tutti i gruppi etnici – che due giorni dopo sancisce la separazione dall’Unione Sovietica, ratificata all’unanimità dal parlamento. Nel 1991, ad agosto, l’ex generale sovietico Dzokar Dudayev prende il potere attraverso un colpo di stato; a sancirne la definitiva legittimazione interna è il referendum del 27 ottobre, che consegna a Dudayev la presidenza con un consenso plebiscitario (84% dei voti). Tuttavia, il 2 novembre il parlamento sovietico dichiara l’elezione illegittima. All’alba della Repubblica Federale Russa si palesano nuovamente le intenzioni dei ceceni, che rifiutano l’appartenenza alla nuova FINE DELL’URSS E PRIMA entità; quindi, il 2 aprile GUERRA CECENA Con l’inizio 1993, Dudayev scioglie il del processo di dissoluzione parlamento, divenendo ple-

a Cecenia è una minuscola repubblica caucasica – grande all'incirca quanto l'Umbria – appartenente alla Federazione Russa. Fin dall'epoca dell'Unione Sovietica ha costituito una spina nel fianco per la “casa madre” a causa dei suoi propositi separatisti: il 23 febbraio del 1944 Stalin ordinò la deportazione in Kazakhstan di mezzo milione di ceceni in una sola notte (Operazione Lentil), allo scopo di sedare i moti indipendentisti che fra il 1940 e il 1944 avevano avuto come fine precipuo la fondazione di uno stato ceceno indipendente. L’accusa pretestuosa – basata perlopiù sulle massicce diserzioni nella regione – era di collaborazionismo nazista; circa 100mila deportati persero immediatamente la vita, i superstiti poterono tornare a casa solo in era Kruschev (1957).


plenipotenziario. Mosca scalpita, così il presidente Eltsin dispone un intervento militare: il 9 dicembre 1994 comincia ufficialmente la prima guerra cecena. A gennaio le truppe russe entrano a Grozny, devastandola e lasciando sul campo migliaia di vittime civili; tutto lascia presagire una blitzkrieg senza particolari patemi. Al contrario, la Cecenia si rivelerà per i russi un “piccolo Vietnam”, a causa della strenua resistenza dei guerriglieri: il 27

La Cecenia si rivela un “piccolo Vietnam” per la resistenza ostinata dei guerriglieri

agosto 1996, giorno dell’accordo di pace siglato in Daghestan dal generale russo Aleksander Lebed e da Aslan Maskhadov, portavoce della repubblica Cecena e già protagonista da generale della riconquista di Grozny, fra i caduti si conteranno 70mila soldati russi e oltre il 10% della popolazione autoctona – incluso il presidente Dudayev, stroncato da un missile il 21 aprile dello stesso anno. Ma la pace – o meglio, la non belligeranza – poggia su fragilissime fondamenta, dal momento che l’unico impegno preso da Lebed e Maskharov consiste in un lustro di “cessate il fuoco” durante il quale discutere alla ricerca di una soluzione impossibile, data l’irremovibilità di entrambe le parti. Intanto, il 27 gennaio 1997 Maskhadov vince le elezioni – considerate regolari dall’Ocse – e diviene presidente.

LA GRANA DEL FONDAMENTALISMO ISLAMICO Nell’estate del 1998 si registra uno scontro interno: l’esercito

regolare deve fronteggiare le Brigate Internazionali Islamiche guidate da Shamil Bassaev: le truppe eversive vengono domate, ma pochi giorni dopo feriscono in un attentato il presidente Maskhadov. L'anno successivo, ad agosto, Bassaev avvia una scellerata campagna d’invasione del vicino Daghestan, con lo scopo ufficiale di dare vita a uno “stato islamico”. Il tentativo si rivela un flop. A settembre la Russia è scossa da quattro tremendi attentati, con l’esplosione di altrettanti palazzi nelle città di Mosca, Volgodonsk, Buinaksk e la morte di oltre 300 persone. Il clima è favorevole per un nuovo intervento militare nella piccola Repubblica, inaugurato con i bombardamenti aerei del 23 settembre disposti dal premier Vladimir Putin, all’insegna dello slogan “lotta al terrorismo ceceno”: inizia il secondo conflitto. Il fondamentalismo religioso rappresenta, in realtà, un paravento ideologico, oltretutto ben spendibile in una realtà geopolitica come

Aslan Maskhadov, ex colonnello sovietico ed eroico Capo di Stato Maggiore nell'assedio russo di Grozny nella prima guerra cecena, ha vanamente cercato un compromesso con il Cremlino


Beslan, Ossezia del nord. Un soldato regge un bambino: fra il 1º e il 3 settembre 2004 un gruppo di terroristi ceceni tenne in ostaggio 1200 civili nella scuola Numero 1, uccidendone oltre 200

la Cecenia, dove circa l’80% della popolazione è di fede musulmana sunnita: speculare sugli ideali di giovani senza prospettiva alcuna e reclutarli per mettere in atto una presunta jihad, come per anni ha fatto Bassaev, risulta di una semplicità disarmante. Di fatto, il reale propulsore delle azioni di questi “estremisti” è costituito dai traffici economici illeciti nei quali è sempre stato invischiato il loro leader, personaggio ambiguo e dai trascorsi tutt’altro che trasparenti. Shamil Bassaev comincia la carriera militare nel 1992 in Abkhazia, in occasione della guerra di indipendenza contro la Georgia; qui ottiene addirittura la promozione a vice-ministro della difesa, probabilmente consequenziale ai suoi rapporti privilegiati con il Gru (Glavnoe Rasvedivatelnoe Upravlenie), il servizio segreto militare russo – rapporti peraltro abbondantemente documentati. Fra gli scheletri nell’armadio attribuibili a Bassaev, inoltre, non può essere omessa l’a-

micizia che lo lega al finanziere Boris Berezovski, molto vicino alla famiglia Eltsin. Alla luce di tali fatti, risulta quantomeno debole la teoria che vedrebbe nell’insensata campagna del Daghestan una matrice di natura confessionale e fondamentalista. Bassaev verrà ucciso dalle truppe speciali russe il 9 luglio 2006, nel corso di una operazione in Inguscezia. Nel suo tetro palmares “vanta” anche due azioni fra le più eclatanti degli ultimi anni: la crisi del teatro Dubrovka (2002) e la strage della scuola di Beslan (2004), rispettivamente 129 e 334 vittime civili. Tutt’altro che acclarata anche la mano nascosta dietro agli attentati del settembre 1998. Nel gennaio del 2000 Aleksei Galtin, un ufficiale del Gru, getta le prime ombre sulla spinosa questione: stando alle sue

Prima di Dubrovka e Beslan, è ancora oscura la mano degli attentati del settembre del 1998

Il fondamentalismo in Cecenia è un paravento ancorato ad un 80% di musulmani sunniti

dichiarazioni, dietro alle esplosioni ci sarebbe proprio il servizio segreto militare. Poi c’è la “pista” dell’exogene, sostenuta da Giulietto Chiesa in un articolo pubblicato su “la rivista del manifesto”. Secondo l’ex corrispondente moscovita, le bombe degli attentati sarebbero state fabbricate utilizzando exogene, un composto organico esplosivo adoperato dall’esercito russo per proiettili di nuova generazione e prodotto esclusi-


esclusivamente a Perm, negli Urali. Stimando per ogni ordigno una quantità di exogene fra i 200 e i 300 chili, e considerando che le autorità russe hanno dichiarato di aver disinnescato altre cinque bombe, gli attentatori avrebbero avuto bisogno di circa 1800 chili di esplosivo. Come possono essere entrati in possesso di una simile quantità? E come possono averlo trasportato impunemente per simili distanze?

Bassaev, sconfitto alle elezioni da Aslan Maskhadov, è stato poi premier nel 1998

IL SECONDO CONFLITTO CECENO Nell’ottobre del 1999, le truppe russe bloccano la frontiera con l’Inguscezia – chiudendo ai profughi l’unica via di fuga – e invadono Grozny, radendola al suolo ed entrandone in possesso definitivo nel successivo febbraio; le Nazioni Unite proclameranno nel 2003 la capitale cecena città più devastata al mondo. All’azione militare si affianca quella “amministrativa”: Putin esautora il presidente Maskharov – che il 10 ottobre 1999 aveva proposto un piano di pace a Mosca - e lo rimpiazza con Ahmed Kadirov, ex combattente di origini kazake, considerato dagli indipendentisti e dallo stesso presidente un traditore. Al loro fianco durante il primo conflitto, successivamente divenuto filorusso, Kadirov otterrà la presidenza il 5 ottobre 2003 (83% dei consensi), a seguito di elezioni inficiate da brogli secondo l’Ocse. L’anno successivo, il 9 maggio, il presidente perderà la vita nel corso di un attentato, durante una ceri-

monia commemorativa in uno stadio a Grozny. L’attentato al World trade center di New York segna, sul piano internazionale, un punto a favore dei propositi di Putin, da quel momento ampiamente legittimato nelle sue iniziative belliche – ufficialmente di contrasto al terrorismo di matrice islamica - agli occhi di buona parte dell’opinione pubblica globale. Consenso è una delle parole-chiave per decifrare ulteriormente la guerra cecena: gli attentati, uniti all’iniziativa di Bassaev in Daghestan, hanno reso fertile il territorio per l’ascesa politica del pupillo dell’ex presidente Eltsin, legittimando sul fronte interno le iniziative del “nuovo uomo forte” e spalancandogli le porte del Cremlino. Le mastodontiche violazioni dei diritti umani commesse durante le operazioni belliche – sequestri, bombardamenti di profughi, torture di prigionieri, fosse comuni - possono passare in secondo piano; anche i leader del G8 sembrano pensarla così, schie-

Shamil Bassaev, ex leader delle Brigate Internazionali Islamiche, ha combattuto in prima linea a Grozny nel primo conflitto ceceno


In foto il primo ministro ceceno Kadirov. Fra le sue passioni più note, il calcio: è infatti presidente del Terek Grozny, allenato dall'ex stella del Milan Ruud Gullit.

schierandosi compatti dalla parte di “Alpha Dog”, il maschio dominante, come viene ribattezzato Putin dal Dipartimento di Stato Usa – Wikileaks dixit. Nel 2003, due eventi su tutti meritano quantomeno una menzione: l’ennesima proposta di pacificazione avanzata da Maskhadov – amministrazione della Cecenia da parte dell’Onu sino a libere elezioni – e puntualmente caduta nel vuoto; ma, soprattutto, il “referendum costituzionale” del 23 marzo, che approva con un consenso bulgaro la nuova legge fondamentale (96% dei voti a favore, con un’affluenza pari all’80% circa). Nessun osservatore occidentale presente e, a destare i maggiori sospetti, un sondaggio effettuato dall’organizzazione Memorial fra il 22 febbraio e il 14 marzo, secondo il quale soltanto il 12% degli intervistati pareva intenzionato a recarsi alle urne. Oltretutto, come rammenta l’Associazione per i Popoli Minacciati: «Il testo della costituzione proposta è stato elaborato […]

senza la partecipazione del presidente Maskhadov. […] Inoltre la Cecenia possiede già una costituzione, redatta nel 1996». Nonostante tutto, Maskhadov continua a porgere a Mosca un ramoscello d’ulivo, proclamando – febbraio 2005 - un cessate il fuoco unilaterale e ribadendo i suoi propositi di dialogo col Cremlino. Putin da quell’orecchio proprio non vuole sentirci: dispone una missione speciale che, l’8 marzo, giunge a buon esito, con l’individuazione e l’uccisione del presidente esautorato, l’unica figura realmente propositiva nell’arduo processo di pacificazione. Ad oggi, la Cecenia è ancora nelle mani di Ramzan Kadirov (eletto Primo Ministro reggente il 4 marzo 2006, quando era vice premier, dopo la morte in un

Nel 2003 Maskhadov ha avanzato un’altra, l’ennesima, e inutile proposta di pace con il Cremlino

Ramzan Kadirov, figlio dell'ex leader Ahmed, gode dell'appoggio di “Alpha Dog”.

incidente stradale a Mosca del capo dell'esecutivo Sergei Abramov), figlio di Ahmed, che de facto ha instaurato un regime dittatoriale: permangono violazioni di diritti civili, rapimenti, assassinii, torture e stupri. SANGUE E PETROLIO Lo snodo cruciale per comprendere appieno le ragioni delle guerre cecene è rappresentato, come in quasi tutti i conflitti, dalle moti-


vazioni di natura economica: la Russia è il primo paese mondiale per riserve di gas naturale ed è settima su scala planetaria per quelle petrolifere. La Cecenia, oltre che per i suoi giacimenti, risulta fondamentale in quanto vi transita l’oleodotto che collega Baku, capitale dell’Azerbaigian, a Novorossijsk, sul mar Nero; la linea Baku-Novorossijsk ha garantito a Mosca il monopolio sulla distribuzione di risorse energetiche sino al 1999, anno dell’apertura del nuovo oleodotto BakuSupsa (porto della Georgia). Questa nuova via ha costituito un duplice schiaffo per la Russia: da un lato economico, minandone la precedente supremazia incontrastata; dall’altro politico militare, poiché l’opera scaturisce da un’alleanza fra Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia (chiamati “stati del Guam”) in orbita Nato, che ne garantisce la sicurezza. L’utilizzo dell’oleodotto Baku-Supsa è stato interrotto il 21 ottobre 2006, a seguito di alcune anomalie riscontrate dagli ispettori addetti alla sicurezza; salvo poi riprendere le sue funzioni nel giugno 2008, grazie ad alcuni lavori

La Cecenia è cruciale per i suoi giacimenti e per l’importante oleodotto che collega Baku e il Mar Nero

di riparazione costati 53 milioni di dollari. Quindi, nuova chiusura il 12 agosto 2008, per ragioni di sicurezza legate al conflitto nell’Ossezia del sud. Ad ogni modo, i maggiori mal di pancia di Mosca si sono manifestati riguardo ad un ulteriore oleodotto, quello che collega Baku a Ceyhan (porto turco che garantisce uno sbocco diretto sul Mediterraneo), con “scalo” a Tbilisi, capitale georgiana. Il progetto, annunciato il 18 novembre 1999 dagli esecutivi dei tre paesi interessati in occasione di un incontro dell’Ocse a Istanbul, ha subito uno stallo di quasi tre anni per la strenua opposizione russa; la cerimonia di inaugurazione si è tenuta il 18 settembre 2002. Tra i finanziatori della nuova pipeline figurano colossi come BP (Regno Unito), Statoil (Norvegia), Unocal e ConocoPhillips (Usa), Itochu e Inpex (Giappone) e, dulcis in fundo, Eni

al 5%. L’oleodotto è entrato a regime il 10 maggio 2005: costo totale del progetto, quasi 4 miliardi di dollari. Un simile scenario spiega adeguatamente, se non la complicità, quantomeno la connivenza dei paesi occidentali nei confronti delle barbarie perpetrate dal Cremlino negli ultimi quindici anni: il sangue non ha un prezzario a barile

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Energia e pochi spiccioli

La strategia berlusconiana di avvicinamento ha portato pochi benefici economici all’Italia. Gli idrocarburi sono la sola colonna del rapporto con la Russia di Luigi Loi

I

l 12 marzo scorso il partito russo riformatore di opposizione Yabloko (яблоко), un partito senza seggi alla Duma, ha chiesto formalmente alla procura generale di indagare su eventuali conflitti di interesse e di rapporti di corruzione tra l’ex premier italiano Silvio Berlusconi ed il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin. Questo infatti è l’ultimo fatto di cronaca, riguardante una vicenda politica avviata da Silvio Berlusconi nel ‘94, ovvero l’avvicinamento dell’ex colosso sovietico allora guidato da Boris Eltsin e il conseguente allargamento della Nato alla Federazione Russa che, all’indomani dell’11 settembre fu fortemente caldeggiato proprio dall’esecutivo italiano. La cerimonia inaugurale del nuovo

Consiglio Nato-Russia ebbe luogo a Pratica di Mare il 28 maggio 2002, con l’incontro dei 20 Capi di Stato e di Governo dell’Alleanza e della Federazione Russa. È nota a tutti la simpatia e l’amicizia che lega Berlusconi a Putin, ma al di là delle simpatie politiche e personali che lasce-

Berlusconi sperava che da Mosca arrivasse qualche documento sul passato comunista del Presidente della Repubblica Napolitano

ranno probabilmente più traccia nel costume e nel folklore che nella storia evenemenziale, il gioco tra i due, a detta di molti osservatori, potrebbe infatti ridursi alla speranza nutrita dal


Il vertice intergovernativo ItaliaRussia di Sochi, si limita a ratificare i rapporti cordiali tra i governi di Roma e Mosca

nostro Premier che dagli archivi di Mosca saltasse fuori qualche documento compromettente sul passato comunista di Napolitano. Al di là di questo, e della leva ricattatoria sulle forniture del gas esercitata da Mosca, in binomio economico politico Italia - Russia sembra conchiudersi alle vicende personali che legano i due leader politici. Infatti il peso economico della Russia esercitato sul nostro paese è spesso sovrastimato. Possiamo citare l’investimento di Aleksei Mordashov presidente di Servestal che dal 2005, a seguito della ristrutturazione finanziaria e dell’implementazione sull’impiantistica, inizia la scalata al pacchetto di maggioranza del gruppo Lucchini, attraverso un ingente aumento di capitale, scalata conclusasi nel 2010 con la totale acquisizione della proprietà del complesso industriale di Piombino. C’è poi Gazpromneft lubricants Italia Spa presente nel nostro Paese dall’aprile del 2009 con sede a nello stabilimento di Bari che ha una capacità produttiva annua di circa di 30mila tonnellate di olio lubrificante e

3mila tonnellate di grasso industriale. Gazpromneft Lubricants, è terzo maggior produttore di lubrificanti per la Russia, e appartiene al colosso degli idrocarburi Gazprom. Attualmente nel complesso di Bari sono impiegate appena 24 persone. Oltre a questi due investimenti in Italia c’è veramente poca Russia. Anche il vertice intergovernativo Italia-Russia di Sochi del 3 dicembre 2010 appare come un pro forma che sembra semplicemente ratificare i rapporti cordiali che intercorrono tra Roma e Mosca, piuttosto che indicare degli evidenti cambiamenti e modificazioni dello scenario internazionale. Infatti nella conferenza stampa l’allora Presidente russo Dmitri Medvedev disse: «Gli accordi dimostrano, che ab-

Lo stabilimento Gazprom di Bari ha una capacità produttiva annua di 30mila tonnellate di olio lubrificante e vi lavorano 24 persone


biamo lavorato con uno spirito semplice, aperto e concreto», mentre viceversa Berlusconi ribadiva i rapporti di «sincera stima e profonda amicizia». Nel dettaglio i contenuti delle intese

Sono pochi gli investimenti davvero significativi delle aziende russe in Italia: Servestal a Piombino e Gazpromneft a Bari

firmate a Sochi riguardavano un accordo relativo al transito ferroviario di materiale e contingenti militari italiani diretti in Afghanistan attraverso la federazione russa. Un accordo nell'ambito dello sviluppo delle piccole e medie imprese tra il gruppo bancario italiano Ubi Banca e la Banca per lo sviluppo e per l'attività economica estera Vneshekonombank. Un accordo trilaterale di collaborazione tra Poste Italiane, Elsag Datamat e

Russian Post col fine di ottimizzare la rete logistica dei servizi offerti degli uffici postali russi. L’accordo però rafforza una partnership già esistente che vede Finmeccanica attraverso la società Elsag Datamat, essere da molti anni partner tecnologico di Poste Italiane e dal 2004 fornitore di Russian Post. Sochi sarà ricordata come l’inizio di una joint venture nella produzione di mezzi blindati militari che porterà in futuro l’esercito di Mosca ad essere equipaggiato anche con blindati Lince. Il consorzio Iveco-Oto Melara e alcune società russe facenti capo alla Rostekhnologii, come Kamaz il maggiore produttore russo di camion, infatti consegneranno a Mosca 2.500 blindati Lmv 65 Lince. Questi

Gli accordi di Sochi saranno ricordati come l’inizio di una collaborazione nella produzione di mezzi blindati Lince


Solo Eni e Saipem con Gazprom si avviano ad iniziare i lavori per dei moderni e redditizi gasdotti: Nord stream e South stream verranno prodotti in Russia, cosa che porterà i ragionevolmente i russi ad acquisire lo step tecnologico più avanzato in questo settore. Un accordo, questo dei mezzi blindati Lince, decisamente poco vantaggioso per i partner italiani, soprattutto se messo in relazione all’accordo tra Parigi e Mosca per la produzione di quattro navi portaelicotteri da assalto anfibio: un accordo da due miliardi di euro. Sul piatto della bilancia i mezzi Lince, Centauro e Freccia sembrano sassolini se confrontati con i Mistral francesi. L’affare più redditizio in termini economici e geopolitici, il vero core business che lega Roma a Mosca è l’affare degli idrocarburi. Il primo gigante in costruzione è il Nord Stream. Si tratta di un moderno gasdotto che collegherà Russia e Germania, con una lunghezza complessiva di circa 1200 chilometri. Saipem, controllata dal gruppo Eni, si aggiudica nel giugno del 2008 un contratto da oltre due miliardi di euro per la posa. Ricordiamo che Saipem è un azienda che opera nella fornitura di servizi di ingegneria, nonché

una delle società specializzate a livello mondiale nella posa dei tubi sottomarini. Infatti il progetto Nord Stream passerà attraverso il mar Baltico, prevedendo due condotte parallele che uniranno Vyborg in Russia con Greifswald in Germania. I costi preventivati dell’operazione potrebbero lievitare enormemente a beneficio di Saipem, considerando due fattori; il primo la grande complessità dell’operazione per la posa sottomarina da attuare attraverso l’impiego di due motonavi posatubi. Il secondo fattore riguarda soprattutto i successivi lavori di approdo costiero e collegamento della condotta, i vari test di messa in opera, che proseguiranno con trattative sui costi direttamente tra Saipem e

L’affare più importante che lega Roma a Mosca è il Nord stream, un moderno gasdotto che dovrebbe collegare Russia e Germania


committenti. La joint venture internazionale è guidata da Gazprom con un investimento del 51%, seguita dalla tedesca E.On Ruhrgas e Basf/Wintershall entrame al 20%, ed infine a N.V.

Il Nord Stream passerà tutto sotto il Mar Baltico, permettendo alla Russia di escludere completamente i vicini polacchi

Nederlandse Gasunie con il suo 9%. Il Nord stream passando quasi esclusivamente per mare permette di bypassare la Polonia, mossa strategica gradita a Mosca e scongiura così aumenti di prezzo sulle forniture di gas dovuti ai diritti di transito. Insomma una manna per Saipem. Ma non finisce qui. Eni è infatti impegnata nel cosiddetto South Stream, naturalmente in partnership con Gazprom. L’a-

zienda del cane a sei zampe progetta la realizzazione del gasdotto che potrebbe passare sotto il Mar Nero, attraversare la Bulgaria e giungere in Italia. Paolo Scaroni l’amministratore delegato di Eni e il Ceo di Gazprom Alexei Miller, sono decisi verso l’avvio del progetto, entro dicembre del 2012. Un progetto faraonico, che permetterà la connessione tra Russia e Unione Europea bypassando così tutti i paesi extra comunitari. Secondo le stime più ottimistiche il progetto potrebbe concludersi già entro il 2015. Il progetto del South Stream ha però un concorrente, il cosiddetto Nabucco (vedi articolo precedente “Solo una questione di gas”). Ma il progetto Nabucco ha evidenti complicazioni perché si andrebbe ad

In alto i percorsi di South stream e Nabucco. Nel primo progetto in partnership con Gazprom ci sarà anche Eni


Per l’Eni il progetto South stream è decisamente più redditizio, ma richia di perdere le simpatie di europei e statunitensi approvvigionare a giacimenti di gas iracheno dell'area curda e a giacimenti iraniani. Territori non propriamente pacificati e con violentissime tensioni etniche interne. Per Eni l’affare South Stream è decisamente redditizio, perché sfrutterebbe così il rapporto privilegiato che lega la società italiana a Gazprom, ma in ogni caso così facendo, Eni rischierebbe di perdere simpatie e alcune delle posizioni di rendita

Nonostante le dichiarazioni di Scaroni, è difficile che la sua compagnia riesca a sostenere l’investimento di entrambi i progetti

ormai consolidate con i partner europei e statunitensi. Il gas potrebbe essere infatti, a crisi economica conclusa, il pomo della discordia per Eni perché verosimilmente sarà difficile che abbia da sola le risorse economiche per perseguire i progetti dei due gasdotti contemporaneamente. Le affermazioni di Scaroni su quali siano le scelte più convenienti per Eni corrispondono a realtà o sono servite a compiacere l’ex governo guidato dal Pdl? Un in-

terrogativo più che legittimo, considerando il rapporto privilegiato che legava e lega Paolo Scaroni a Silvio Berlusconi: interrogativo che avrà risposta nei prossimi mesi osservando le mosse strategiche che Eni metterà in campo sulla redditizia faccenda idrocarburi. Infatti all’interno dello scacchiere del vecchio continente si allineano le pedine e gli interessi particolari dei membri dell’Ue. Cosa che potrebbe vanificare anche i pochi benefici portati all’Italia dalla strategia politica di corteggiamento politico alla Russia, avviata da Silvio Berlusconi nel decennio scorso

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Paolo Scaroni, arrestato nel 1992 per l’inchiesta giudiziaria su Mani Pulite, oggi è amministratore delegato di Eni S.p.a.


Il mio peggior nemico  

Non di soli ricatti vive Mosca