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numero 1

Il Serale

Settimanale quotidiano

ÂŤFukushima, mon amourÂť

5 marzo 2012


Un anno fa

di Luigi Loi

11 marzo 2011: al largo della costa del Giappone settentrionale, un sisma di magnitudo 9.0 della scala Richter viene registrato alle 14.45 ora locale. L’epicentro è localizzato in mare aperto ha una profondità stimata di 30 km al di sotto della superficie. È una scossa violentissima, la più forte mai registrata in Giappone. Alle ore 15:38, a seguito del sisma sottomarino arriva sulle coste giapponesi uno tsunami con onde anomale alte decine di metri. L’allerta tsunami viene esteso anche in altri paesi tra cui la Nuova Zelanda, Filippine e Australia. Il bilancio delle vittime è di 15.703 morti


Smantellare per trent’anni.

Una colata di cemento coprirà il fondale marino contaminato e per smantellare l’impianto ci vorranno 3 miliardi di dollari. di Silvia Fiorito

I

l 21 dicembre 2011 il governo giapponese ha approvato il piano di smantellamento per la centrale nucleare di Fukushima Daiichi redatto da: la Tokyo Electric Power Company (Tepco), il Ministero dell’Economia, l’Agenzia per la sicurezza nucleare ed industriale e l’Agenzia per le risorse naturali ed energetiche (Apec). Tale piano potrà Tre le fasi: rimozione delle mettersi in pratica, i reattori barre, estrazione poiché hanno raggiunto il di quelle fuse dai cosiddetto “stato di reattori e poi la arresto a freddo”: condizione che susdemolizione. siste quando l’acqua di raffreddamento è al di sotto del punto di ebollizione e le radiazioni sono a basso livello. Lo smantellamento è diviso in tre principali fasi: l’estrazione della barre di combustibile dalle piscine di stoccaggio, la rimozione delle barre di combustibile fuso all’interno dei tre nuclei di reattori danneggiati e, infine, la demolizione integrale della struttura. Il lavoro necessario per la realizzazione di questi tre punti di-

penderà dalla quantità di detriti e dalla contaminazione delle quattro unità. La Tepco ha annunciato che, entro i prossimi due anni, inizierà la rimozione di combustibile dall’unità 4 ed entro il 2014 passerà all’unità 3. Per quanto riguarda le unità 1 e 2, le più danneggiate dal disastro, è stato previsto di sviluppare nuove tecniche Il combustibile grazie all’esperienza sarà rimosso acquisita dal lavoro entro un sui precedenti reatdecennio. E nei tori (3 e 4). Tutto il combustibile verrà reattori si pompa rimosso entro dieci ancora acqua. anni per poi determinare i metodi di ritrattamento e stoccaggio. La demolizione dell’intera struttura richiederà circa tre decenni, per un costo complessivo di tre miliardi di dollari. Nel frattempo Tepco ha annunciato che per mantenere una condizione equivalente allo “stato di arresto a freddo” continuerà a iniettare all’interno dei reattori dell’acqua, che verrà decontaminata da apposite strutture installate a partire da quest’anno.


Il fumo del reattore numero 3, il più pericoloso perché alimentato con il Mox (mix oxid fuel), ha portato i residui di plutonio nel mare.

Come appare oggi il terzo reattore, all’esterno del quale è stato eretta una seconda struttura, che farà da sostegno per una nuova copertura


È importante considerare che la centrale nucleare di Fukushima Daiichi affaccia sull’ Oceano Pacifico e una gran quantità di residui radioattivi, liberati dall’incidente causato

Ci vorranno quattro mesi per imprigionare i sedimenti nucleari e completare la “messa in sicurezza” del mare, primo corriere radioattivo. dallo tsunami, si sono sedimentati sul fondale marino e, per evitare la loro propagazione con le correnti marittime, la Tepco ha deciso di coprirli con tonnellate di cemento. L’operazione avverrà mediante una chiatta provvista di un tubo isolato, tramite il quale verrà pompato cemento per la “messa in sicurezza”; essa sarà effettuata con un doppio strato di materiale, il primo piuttosto leggero per imprigionare i sedimenti, il secondo resistente e

con un peso maggiore. La durata del processo è stimata sui tre o quattro mesi. È evidente che, data l’eccezionalità degli eventi concomitanti al disastro di Fukushima Daiichi, ogni operazione per lo smantellamento e la salvaguardia dell’ambiente circostante deve essere ideata e strutturata ex novo; questo complica a dismisura il lavoro degli ingegneri giapponesi. Ciononostante, la Tepco ha garantito misure di sicurezza per gli addetti ai lavori, per evitare il più possibile la loro esposizione alla radioemissione: l’obiettivo è quello di mantenere la dose di radiazioni, presso il confine del sito, al di sotto di 1 millisievert all'anno entro aprile 2012

.

In alto Tsunehisa Katsumata, nuovo presidente di Tepco, compare alle spalle dello sfuocato Shimizu, amministratore delegato della società.


Come Daiichi nessuno mai


È

Il terremoto più grave della storia del Giappone e il seguente tsunami hanno danneggiato 11 reattori in quattro centrali. Tre catastrofi in una, ecco perché il disastro è unico e non può essere paragonato a Chernobyl.

di Michela Mancini

innanzitutto opportuno spiegare a grandi linee come funziona il reattore di una centrale elletronucleare. Un reattore nucleare produce energia attraverso reazioni controllate di fissione (ovvero la rottura di un nucleo pesante in due nuclei più leggeri), usando – in genere – uranio come combustibile. Il combustibile è racchiuso, sotto forma di barre, all’interno di un nocciolo, schermato adeguatamente (tramite più contenitori di metallo e cemento armato, innestati “a cipolla”) dal resto dell’impianto. La reazione a catena funziona così: un neutrone colpisce un nucleo di uranio, che si spezza in due, producendo altri neutroni; i neutroni prodotti vanno a colpire altri nuclei di uranio, e così via. Perché la reazione si autosostenga, c’è bisogno di un moderatore,

ovvero un materiale che rallenti i neutroni prodotti. Nella maggior parte dei reattori si usa come moderatore semplice acqua. In caso di emergenza la prima cosa da fare è interrompere la reazione a catena, assorbendo i neutroni prodotti e impedendo che essi scindano altri nuclei di uranio. Per farlo si usano barre di controllo fatte calare nel nocciolo. Nei reattori moderati ad acqua, inoltre, se viene a mancare l’acqua (e quindi il raffreddamento) nell’impianto, la reazione a catena cessa immediatamente. Anche dopo la cessazione della reazione, però, il nocciolo resta caldo. Il motivo è la radioattività residua, sia nel combustibile che nel materiale di scarto. Quindi, bisogna eliminare in qualche modo il calore residuo per evitare che esso fonda il materiale del nocciolo del reattore.

Nella sequenza di fotografie a infrarosssi (pagina a fianco), il reattore 3 è ritratto negli istanti precedenti e successivi all’esplosione


Cosa è successo a Fukushima Daiichi?* «Le unità 1, 2 e 3 erano operative al momento del terremoto, mentre le unità 4, 5 e 6 erano spente per manutenzione. Il reattore 4 era vuoto, con tutte le barre di combustibile trasferite nella piscina di raffreddamento. In seguito al terremoto le unità 1, 2 e 3 si sono fermate automaticamente. Tuttavia un reattore nucleare continua a generare calore anche dopo il blocco della reazione a catena, a causa dei processi raI tecnici Tepco dovettero spruzzare una resina adesiva sul terreno all’esterno degli edifici con onde evitare che le polveri radioattive si spargessero

dioattivi spontanei: perciò è assolutamente necessario proseguire il raffreddamento. Il terremoto però ha danneggiato i tralicci della rete elettrica, provocando un black out. Sono allora entrati in azione motori diesel di emergenza per far funzionare le pompe dell’acqua, ma dopo meno di un’ora uno tsunami con onde alte 14 metri, più del doppio del muro di protezione della centrale, ha allagato i locali delle pompe e ha reso inutilizzabili i motori diesel. Per qualche tempo, un parziale pompaggio di acqua è continuato con energia fornita da batterie di emergenza; poi, venendo a mancare il raffreddamento, i reattori hanno incominciato a surriscaldarsi. In seguito, a causa della mancanza di raffreddamento, l’acqua dei reattori e delle piscine è parzialmente evaporata, lasciando esposte le barre di combustibile. La temperatura è ulteriormente aumentata e la scissione termica dell’acqua a con-

tatto con i materiali surriscaldati (in particolare, lo zirconio che ricopre le barre di combustibile) ha generato idrogeno che poi è esploso distruggendo la parte superiore degli edifici dei reattori 1, 3 e 4. Man mano che la temperatura saliva, i prodotti più volatili della fissione - 131I e 137Cs passavano nell’atmosfera. Nel tentativo di limitare l’aumento di temperatura si è versata acqua di mare sui reattori mediante elicotteri, una misura del tutto inefficace anche perché l’acqua era dispersa dal vento. Poi si è cercato di usare cannoni ad acqua, provocando un forte riflusso di materiali radioattivi nell’oceano. A causa dell’aumento della temperatura tutto il combustibile del reattore 1 − e probabilmente anche quello dei reattori 2 e 3 − si è liquefatto insieme a parte delle strutture, generando un magma altamente radioattivo e corrosivo, chiamato corio, che ha raggiunto i 2500 °C . Quale sia realmente la situazione creatasi dentro i

* Estratto dal libro "Energia per l'astronave terra" del chimico Vincenzo Balzani e Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del Centro nazionale di ricerca


La prima esplosione di Fukushima Daiichi. Nonostante la portata del disastro, il materiale radioattivo emesso dai reattori in fiamme è stato il 10% di quello emesso da Chernobyl

vari reattori non sarà possibile stabilirlo prima di parecchio tempo; a Three Mile Island dovettero trascorrere tre anni dall’incidente prima che si potesse ispezionare con una telecamera il nocciolo del reattore. [...] L’agenzia per la sicurezza nucleare giapponese ha stimato che il materiale radioattivo emesso nell’atmosfera nel primo mese dopo l’incidente fosse circa il 10% di quello emesso nell’incidente di Chernobyl. Molto altro materiale radioattivo è certamente uscito anche in seguito, particolarmente nel terreno sotto i reattori e nell’oceano». Fukushima e Chernobyl: un binomio sbagliato. Il disastro di Fukushima è stato classificato di livello 7 nella scala Ines. La scala Ines (International Nuclear and radiological Event Scale) è uno strumento utilizzato per la comunicazione tra le autorità competenti ed il pubblico per informare su un evento che coinvolga attività in ambito nucleare o radiolo-

gico. Ines è una scala logaritmica - può avere valori compresi da 0 a 7 – e valuta l’evento stesso, indipendentemente dagli effetti prodotti sull’uomo o sull’ambiente. Il disastro di Fukushima e quello avvenuto nella centrale di Chernobyl sono stati entrambi valutati di settimo livello: il massimo previsto. Una delle tre categorie utilizzate nella valutazione è la cosiddetta “Defence-in-Depth”, ovvero gli eventi che, pur non avendo un impatto su persone, ambiente e strutture fisiche dell’attività coinvolta, rappresentano il “fallimento” di una o più misure di sicurezza che si ritenevano in grado di prevenire un incidente. Proprio concentrandosi su questo fattore si possono riscontrare le prime importanti differenze tra il disastro avvenuto in Giappone e quello ucraino. I sistemi di “Defence-indepth” che sono falliti a Chernobyl riguardavano la capacità di “spegnere” il reattore, ovvero la reazione di fissione a catena: il reat-

Sistemi di difesa, errori umani: i casi di Chernobyl e Daiichi non sono confrontabili

tore di Chernobyl era un reattore di tipo sovra-moderato, ovvero un reattore nucleare in cui la perdita dell’acqua attorno al nocciolo provoca un aumento incontrollato della reazione a catena. Questo tipo di reattori non sono stati più costruiti, per la maggior parte sono stati smantellati. A causa di un errore umano, il reattore di Chernobyl si è trovato in una situazione completamente diversa, in cui la potenza emessa dal


Un modello in scala 1:1 del reattore nucleare ad acqua bollente (Bwr) n.3 dell’impianto di Chubu. Ăˆ della stessa tipologia adottata dalla Tepco per tutti e sei i rattori della centrale di Daiichi


reattore è aumentata all’improvviso nonostante l’inserimento delle barre di sicurezza che avrebbero dovuto fermare la reazione. Questo improvviso ed elevato aumento di potenza ha causato lo scoppio che ha provocato la dispersione di materiale radioattivo nell’ambiente. Inoltre, nel reattore di Chernobyl era presente un sistema di moderatori in grafite, che incendiandosi ha contribuito in modo significativo all’estensione della contaminazione. I sistemi di Defence-indepth relativi allo “spegnimento” della reazione a catena della fissione in tutti i reattori a Fukushima Daiichi sono entrati regolarmente in funzione: le barre di sicurezza sono state inserite nel nocciolo e la reazione a catena è terminata immediatamente, alla prima scossa di terremoto. Il fallimento della Defence-indepth a Fukushima Daiichi è dunque riferito ai sistemi di ricircolo dell’acqua di raffreddamento a causa del terremoto e principalmente dello tsunami. Per cui i sistemi di Defence-in-depth, che erano falliti a Chernobyl, hanno dimostrato la

Il guscio di cemento che racchiude il reattore di Chernobyl

loro efficacia nel caso giapponese. Sia l’incidente di Chernobyl che quello di Fukushima Daiichi sono stati classificati al massimo livello (7) della scala Ines per quanto riguarda gli eventi che riguardano le persone e l’ambiente. Tuttavia gli effetti sulla popolazione sono difficilmente confrontabili. Il rilascio di materiale radioattivo da Fukushima Daiichi è di un ordine di grandezza inferiore rispetto a quello di Chernobyl, inoltre in Giappone non è stato usato un moderatore alla grafite, il cui incendio ha causato la maggiore dispersione di radionuclidi in Ucraina. Del tutto differente l’atteggiamento delle autorità. Se in Giappone hanno provveduto immediatamente

all’evacuazione della popolazione (in un raggio di 20 km dalla centrale nucleare), a Mosca si attese la reazione dei paesi scandinavi. Solo quando quest’ultimi registrarono una crescita della radioattività fuori norma, le autorità russe riconobbero le proprie responsabilità: questo avvenne molti giorni dopo l’esplosione. A Chernobyl, 134 dipendenti della centrale impegnati nello sforzo di contenimento furono colpiti da radiazioni e 28 di loro morirono. Le vittime accertate sono 64 al 2008. In Giappone, ad oggi, non sono state registrate vittime dirette anche se potrebbero essere poi 4000 le persone che rischieranno di morire a causa di tumori.

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La crisi nucleare

La centrale nucleare Fukushima Daiichi costruita negli anni Sessanta dalla statunitense General electric è stata, nel corso della seconda metà del XX secolo, una delle principali strutture di produzione di energia nucleare per tutto il Giappone. Il complesso era formato da sei reattori di tipo Bwr (Boiling water reactor). Il prodigio tecnologico nipponico ha sì retto l’urto del terremoto, ma nei giorni immediatamente successivi allo tsunami la centrale ha subìto gravi danni ai sistemi di raffreddamento, quindi la parziale fusione dei noccioli dei primi tre reattori: inevitabili sono seguite le esplosioni che hanno favorito la propagazione di materiale radiattivo. L’onda anomala che ha investito l'impianto misurava 14 metri.


Quello che le scorie non sono

Sono l’argomentazione più forte contro il nucleare poiché non possono essere smaltite: viaggio tra i rifiuti nucleari, temporaneamente stoccati nella confusione. di Lorenzo Ligas

L

e scorie a Fukushima sono state il problema minore, dal momento che non ne è avvenuta dispersione: le scorie sono infatti scarti della produzione nucleare, rifiuti che in Giappone sono contenuti in un deposito lontano da Daiichi (nel distretto di Rokkasho). A Fukushima è avvenuta una dispersione di materiale radioattivo direttamente dai reattori, una distinzione obbligata per evitare generalizzazioni e confusione. Altra puntuale confusione avviene poi sulla composizione e sulla catalogazione stessa delle scorie, che non rappresentano tutti i rifiuti nucleari. Sono “solo” i più pericolosi, all’interno di una famiglia che divide in tre gradi la pericolosità della radioattività: bassa, media e alta. Nel primo grado c’è tutto ciò che viene esposto a radiazioni (dai guanti usati in medicina nucleare alle protezioni di cui vengono dotati i visitatori di una centrale) e che costituisce il 90% dei rifiuti nucleari. È comunemente stoccato in barili e grandi latte riempite di cemento, la loro radioattività si aggira attorno all‘1%. Rifiuti a li-

vello intermedio sono costituiti invece dall’incamiciatura del combustibile, richiedono schermatura, e costituiscono il 7% del volume dei rifiuti radioattivi prodotti nel mondo (ma contengono solo il 4% della radioattività). Il restante 3% ha una radioattività del 95% ed è ciò che viene definito “scoria radioattiva”, vale a dire il combustibile esau- Attinidi minori e sto ricavato dalla uranio, plutonio: produzione di ener- una costellazione gia nucleare. Al loro interno questi scarti di cui si ignorano radioattività e della produzione presentano una pericoli composizione straordinariamente varia in cui l’Uranio è l’elemento più presente (95%) ma non quello più pericoloso. Più dannosi dell’uranio ci sono i cosiddetti attinidi minori: elementi chimici che ricoprono lo 0,01% del totale e hanno un tempo di decadimento stimabile in 10mila anni. Oltre gli attinidi, il 4% delle scorie è composto dai cosiddetti prodotti di fissione: i più importanti ed i più pericolosi sono il Cesio 137 e lo Iodio 131, isotopi che l’aria attorno a Fuku-


Si parla di radiazioni quando il soggetto si espone a una sorgente radioattiva sigillata con la quale non può entrare in contatto. La contaminazione avviene nel caso contrario per contatto, inalazione o ingestione. Ad esempio il plutonio contenuto nelle matrici

sigillate di Caorso o Saluggia di per sé non contamina; è radioattivo e contamina “solo” quando si libera nell’ambiente e può entrare nella catena alimentare, assunto da un essere vivente: per questo a Daiichi si può parlare di contaminazione.


Il combustibile esausto deve passare fino a quattro anni nelle piscine di raffreddamento nelle centrali. Poi viene stoccato e trasferito altrove shima ha avuto il peso di ospitare. Il loro decadimento avviene in molto meno tempo rispetto agli attinidi, ma gli effetti sugli esseri umani sono esponenzialmente più dannosi: se è vero che il Cesio decade in 30 anni e lo Iodio in soli 8 giorni, è anche vero che essi possono penetrare la pelle e portare alla modificazione di cellule e tessuti. Paradossalmente però l’assunzione in grandi dosi di questi due isotopi può risultare meno dannoso delle piccole dosi: il tessuto “contaminato” verrebbe distrutto, invece che modificato e trascinato in forme tumorali. Discorso completamente diverso per l’1% di plutonio, attinide maggiore non esistente in natura e creato dalla fissione, che è il più pericoloso, se considerato il rapporto tra quantità presente nelle scorie e tempo di decadimento. Gli isotopi contenuti nelle scorie decadono infatti in 250mila anni e sono i più tossici: l’assunzione di un solo microgrammo può causare dal cancro alla morte. Le scorie di una centrale non escono liquide e non escono verdi. Mentre le scorie liquide sono invece il frutto di un ritrat-

tamento successivo e opzionale, il combustibile esausto esce sotto forma di barre o pastiglie di un colore simile all’argento di dimensione variabile, inglobate in matrici cilindriche che possono essere di acciaio (più comuni), di un particolare vetro “dopato” (modificato chimicamente per essere in grado di resistere alle radiazioni) oppure di rame. Prima di essere immagazzinate le barre di combustibile esausto devono essere raffreddate e immerse in piscine apposite in cui rimangono per tre o quattro anni. Poi? Poi vengono tolte dalla piscina e trasportate in luoghi dedicati temporanei, in attesa di un sito definitivo. Poi, sfortunatamente, iniziano i problemi maggiori

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A sinistra una piscina di raffreddamento. In alto una barra di plutonio, inesistente in natura e ottenibile solo dalla fissione nucleare


Il re della no-go zone


I

Naoto Matsumura è voluto rimanere nell’area peggio investita dal disastro. Tra i due generatori dei reattori di Daiichi, la città di Tomioka conta un solo abitante e tanti animali contaminati che, secondo il governo, sono da eliminare.

di Silvia Fiorito

n riva al mare non vi è altro suono che quello delle onde che si infrangono sugli scogli. All’interno delle case, divenute rovine dopo lo tsunami, lo sporco si è accumulato. Vi è un cinico contrasto con le strade cittadine rimaste pulite nonostante l’assenza di manutenzione. Bisogna cercare con molta attenzione per scoprire che dietro a queste tranquille case, nel retro, una finestra è stata rotta dagli sciacalli. I campi sono oramai aridi, gli allevamenti pieni di carcasse in decomposizione. A Tomioka il tempo si è fermato due volte: la prima quando lo tsunami ha colpito, la seconda durante l’evacuazione di massa. Tomioka, prefettura di Fukushima, sorge fra i due generatori della centrale nucleare gestita dalla Tepco, ente privato che si occupa di erogazione elettrica per

conto del governo. Era una tranquilla cittadina della costa del Pacifico giapponese, dove abitavano 16mila persone. L’11 marzo dello scorso anno, oltre a riportare notevoli danni a seguito dello tsunami e del terremoto, che hanno devastato la zona costiera, è stata anche gravemente colpita dal disastro nucleare di Fukushima Daiichi. La mattina del 12 marzo, tutte le cittadine nel raggio di 20 chilometri dalla centrale nucleare vengono evacuate in massa; Tomioka entra così a far parte della cosiddetta no-go zone, una zona proibita in cui i residenti non possono più tornare per l’elevato tasso di radioattività. Solamente un uomo, Naoto Matsumura, ha deciso di non abbandonare la città, rimanendo nella sua fattoria e divenendo a tutti gli effetti il re della no-go

Tomioka era una cittadina da 16mila abitanti. Una delle più vicine ai reattori, rientra nell’area in cui l’evacuazione fu obbligatoria (in rosso)

Daiichi

Tomioka Daini


Senza elettricità né acqua, Naoto vive di ramen e si lava con l’acqua del fiume ormai radioattiva

zone, il suo protettore. Ha 52 anni ed è un agricoltore da cinque generazioni. Pieno di rabbia, inizia la sua disobbedienza il giorno stesso del piano di evacuazione e decide di prendersi cura di tutti gli animali abbandonati dai cittadini che, al contrario, hanno deciso di lasciare la loro terra. Ad oggi, egli è il portiere delle case vuote, il punto di contatto per le persone che non possono tornare, il Buddha degli “esseri senzienti” che

sono rimasti indietro. Naoto Matsumura si sveglia all’alba, si lava i denti e osserva ciò che rimane della sua città; fa questo per circa venti intensi minuti ogni mattina e poi si interroga su ciò che farà per il resto della giornata. Nel luogo in cui vive non vi è elettricità né acqua; si nutre generalmente con del ramen istantaneo poiché facile da preparare con l’acqua minerale che riesce a reperire. Si lava utilizzando l’acqua del fiume, divenuta oramai radioattiva. Prima del disastro Naoto Matsumura era un amante della pesca, attività principale della città di Tomioka; tutt’ora continua a pescare, i fiumi e i mari del

Naoto Matsumura ritratto davanti ai campi abbandonati di cui si prende cura da un anno. Erbacce, 400 mucche e maiali superstiti al disastro ecologico

Un Robinson Crusoe alla rovescia che ha per compagno un cane e per pioggia particelle di cesio

distretto di Fukushima sono pieni di pesci, tuttavia non può mangiarli poiché contengono troppo cesio. La pioggia di particelle di cesio, diffusa dal reattore danneggiato numero 1 di Fukushima, dopo l’incidente nucleare dello scorso marzo, li ha contaminati. Il re della no-go zone inizia il suo giro quotidiano nutrendo le centinaia di cani e gatti randagi, rimasti ad attendere invano il ritorno del padrone. Si è affezionato, in particolare, a un cane: ironia della sorte vuole che sia un Akita, stessa razza di Hachiko, anch’esso ammalatosi di nostalgia e simbolo di quell’eterna fedeltà riposta verso l’uomo che Naoto Matsumura prova a non tradire. Il suo giro prosegue negli ormai incolti campi circostanti divenuti dimora delle 400 mucche e dei sessanta maiali superstiti. Non hanno difficoltà a nutrirsi, i campi invasi da erbacce cresciute in maniera innaturale


e incontrollata sono divenuti dei ricchi e rigogliosi pascoli. L’agricoltore 52enne deve, dunque, preoccuparsi solamente degli animali feriti o in difficoltà. Ad esempio, racconta di una giovenca sofferente a causa di una corda che le serrava il muso, non permettendole di nutrirsi e abbeverarsi correttamente. Divenuta adulta si ritrovò con pelle e muscoli lacerati, poiché lo scheletro era rimasto ingabbiato nella stretta del cordame. Naoto Matsumura, con notevole sforzo, riuscì a liberarla dal suo giogo. Prima del disastro, egli possedeva ben trentadue alveari; ne sono rimasti ad oggi solamente tre: le radiazioni hanno decimato le api. L’ultimo abitante di Tomioka si occupa perfino di uno struzzo. Curiosamente era la mascotte della Tepco ed è stato portato in città come simbolo dell’efficienza energetica; gli struzzi sono animali forti, vitali e

«Siamo spiacenti». La rabbia si misura con l’indifferenza della Tepco e l’impotenza del governo centrale

Il cane Akita in uno degli incroci abbandonati di Tomioka

necessitano di poco cibo per sopravvivere, ma hanno anche la tendenza a nascondere la testa sotto la sabbia in caso di pericolo e non sono molto intelligenti: un simbolo quanto mai adatto all’azienda giapponese e ai suoi dirigenti. Prima della costruzione della centrale nucleare di Fukushima Daiichi, la Tepco garantì che nessun problema e nessun incidente sarebbe mai avvenuto, sostenendo inoltre per diversi mesi che i livelli di radioattività non fossero così critici. Naoto Matsumura, a tal proposito, si sente ingannato; si è infatti recato di persona alla sede centrale della megacorporazione giapponese per chiedere spiegazioni, e l’unica risposta che ha ottenuto è stata «sumimasen» («siamo

spiacenti») seguita da una porta in faccia. Neanche il governo giapponese è stato particolarmente collaborativo, in quanto ha permesso ai cittadini di Tomioka di poter tornare molto di rado nelle abitazioni e recuperare solo in parte i loro averi. Nella primavera 2011, inoltre, il servizio veterinario della prefettura di Fukushima ha lanciato una campagna per uccidere tutti gli animali sopravvissuti: trappole metalliche contenenti un potente veleno sono state disseminate in tutta la zona proibita. Naoto Matsumura è infuriato, lo

Primavera 2011: la prefettura di Fukushima decide di eliminare tutti gli animali superstiti


Nulla gli farà cambiare idea: Naoto arriverà ai sessant’anni e morirà lì dov’è sempre vissuto

considera un massacro senza senso di esseri viventi; vorrebbe che tutto il mondo sapesse. Tuttavia, le sue urla sono rimaste nuovamente inascoltate: nel maggio 2011 vi erano circa 2mila mucche, pochi mesi dopo solo 400, non si conosce il numero dei cani e dei gatti. Il futuro dello stoico giapponese è purtroppo incerto; essendosi fino ad ora esposto a livelli molti alti di radiazioni, rischia una morte prematura, ma la sfida al Governo e alla Tepco è la sua vita. Gli evacuati da Tomioka hanno lasciato le loro case, i loro possedimenti, i loro campi, ma lui no. Niente gli farà lasciare il luogo in cui ha vissuto la sua famiglia per cinque generazioni, nonostante la sua casa in collina sia ormai in rovina: intorno ad essa numerose ragnatele hanno invaso la vegetazione, come ovunque nelle città fantasma e giganteschi ragni sembrano pullulare grazie alla radioattività. Intorno alle 18, poco prima del tramonto, il re della città proibita si accinge ad accendere l’ultima delle venti sigarette Mild Seven giornaliere che compra le rare volte che esce

dalla no-go zone; non ha perso il senso dell’umorismo: espirando il fumo denso, con un sorriso amaro afferma che se smettesse ora di fumare, con molta probabilità si ammalerebbe. Suo padre ha ottant’anni, sua nonna ha vissuto fino a cento, lui non vedrà i suoi sessanta. Per mesi non ha voluto misurare il suo livello di contaminazione, solo recentemente si è sottoposto ad un check-up medico e la Jaxa, la Nasa giapponese, gli ha fornito un contatore geiger. È quasi stagione di “Hanami” in Giappone, la festa per la fioritura dei ciliegi, storico simbolo dei Samurai. Tomioka era sede del parco di Yonomori, luogo in cui giapponesi provenienti da tutta la prefettura di Fukushima si recavano per godere del suggestivo spettacolo, sfruttando l’occasione per consumare un pic-nic a base di sushi e sake. Ora è spoglio e silenzioso; un velo di malinconia segna il volto di Naoto Matsumura, ultimo Samurai della città fantasma

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L’evacuazione

Il Giappone avverte tutto il drammatico peso della tragedia. Sono giorni di reazioni concitate e paura quasi incontrollata. È una corsa frenetica contro il tempo per scongiurare ulteriori e più gravi conseguenze per l’uomo e l’ambiente. In primo luogo le autorità nipponiche hanno operato alla messa in sicurezza del territorio nel raggio di 30 chilometri dall’impianto di Fukushima Daiichi: quasi 200mila persone sono state interessate dal piano di evacuazione. Ma il grosso del problema sarà l’intervento di messa in sicurezza dell’impianto nucleare, infatti i sistemi di raffreddamento dei reattori Bwr sono stati danneggiati irreparabilmente dallo tsunami e nell’urgenza di doverli refrigerare viene deciso pertanto di raffreddare l’esterno dei reattori stessi attraverso getti di acqua marina. Appare ai più evidente che il potere corrosivo dell’acqua salata creerà una serie di problematiche successive di difficile gestione, ma in quelle ore non sembrano vi siano alternative per scongiurare ulteriori e perniciose catastrofi. La Tepco finisce nell’occhio del ciclone: riemergono i controlli falsati del 2002, il silenzio imbarazzante dell’azienda e le carte falsificate di nuovo nel 2007: Daiichi era a rischio dal 1985.


Terremoto politico

Italia 13 maggio 2011: a seguito dei referendum è schiacciante il no al nucleare paventato nel nostro Paese. È forse troppo vicina nella memoria la tragedia di Fukushima, eppure il nucleare continuerà “ed essere uno dei fondamenti della politica energetica del Giappone”, queste le parole dell’ex ministro dell’economia Banri Kaieda. Lo stesso ministro costringerà alle dimissioni nel mese di luglio il vice ministro Katzuo Matsunaga, il direttore generale dell’Agenzia per le risorse naturali e l’energia Tetsuhiro Hosono e il direttore dell’Agenzia per la sicurezza industriale e nucleare Nobuaki Terasaka. Agosto: si dimette il primo ministro Naoto Kan, si insedierà al suo posto Yoshihiro Noda. È il sesto Premier in meno di sei mesi. Sembrano numeri di una instabilità politica da Prima repubblica italiana. Lo shock nel post tragedia è innegabile, infatti in economia il colosso nipponico arranca. Ma un'altra nazione sarebbe stata annichilita, agitata da spinte populistiche ed economiche endogene. I giapponesi sembrano invece inarrestabili, grazie alla loro proverbiale disciplina e alla capacità di far quadrato nei momenti di maggiore difficoltà.


Della distruzione creatrice

Q

Tre catastrofi in una: il Giappone però non cade, si stringe attorno al debito e alla fiducia dei suoi investitori nello yen, risorsa e limite dell’economia nipponica. di Nicola Chiappinelli

uando lo storico Arnold Toynbee scrisse che «la civiltà è un movimento, non una condizione», indicando così che la sopravvivenza della stessa dipende dalla sua risposta ai mutamenti del contesto, non avrebbe mai potuto immaginare che un popolo potesse incarnare così profondamente il senso delle sue parole. Se poi aggiungiamo che è del popolo giapponese che stiamo parlando, ossia di quella comunità tradizionalmente nota come una forma statica che acquisisce forza dalla rigidità delle sue strutture sociali, forse appare ancora più fuori luogo questa citazione sul divenire del civiltà come unico presupposto della sua conservazione. Eppure dopo Fukushima, ritrovatosi di nuovo a convivere con morte e distruzione come alla fine della

Seconda guerra mondiale, il Giappone ancora una volta non ha perso tempo e si è gettato anima e corpo nella fase di ricostruzione. Quasi che il disastro si riveli, alla fine di tutto, come l’offerta di una nuova opportunità. La ricostruzione è stata innanzitutto politica. A fine agosto l’ex ministro delle Finanze Yoshihiko Noda ha preso il posto del premier dimissionario Naoto Kan, costretto a farsi da parte soprattutto per aver mal gestito l’emergenza seguita all’incidente dell’11 marzo. Noda, dieci anni più giovane del suo predecessore, ha segnato anche un avvicendamento all’interno dello stesso schieramento democratico, avviando una sorta di ricambio generazionale e ponendosi quale figura di transizione tra i membri che guideranno il partito nei prossimi decenni

Nella foto Yoshihiko Noda, il premier subentrato al dimissionario Naoto Kan. Noda ha avviato un processo di ricambio generazionale nello stesso partito del predecessore


e gli anziani, come lo stesso fondatore Ichiro Ozawa, ormai destinati al declino per aver perso credibilità con i loro scandali politici. Il nuovo premier, il sesto negli ultimi cinque anni, ha dovuto affrontare sin da subito una crisi strutturale che, sebbene aggravata dal disastro di Fukushima, non è ad esso direttamente ricollegabile. L’impantanamento economico in cui versa lo stato nipponico è infatti fortemente condizionato da due fattori quasi storici: l’enorme debito pubblico e la grande forza della moneta nazionale, lo yen. Negli ultimi tre anni la quantità di debito pubblico emesso dal Giappone ha su-

Nonostante l’alto debito pubblico i titoli di stato del Giappone sono venduti allo 0,9%

perato la quantità di entrate fiscali per ogni singolo anno, con un rapporto debito/Pil che è ormai vicino al 220%. Nonostante ciò, lo stato riesce a piazzare i suoi titoli decennali a un tasso dello 0,9%: un dato straordinario se rapportato ad esempio a quello italiano, con titoli che faticano ad essere venduti anche a un interesse del 6,5%, seppure il debito incida “solo” per il 120% del prodotto interno lordo. E il fatto che il 95%

In basso la Boj, Bank of Japan. Il 95% del debito nipponico viene spartito tra le banche e le famiglie giapponesi: è il dato che dimostra la continua fiducia in se stessa della società

del debito giapponese sia detenuto da famiglie e banche nipponiche evidenzia in maniera abbastanza chiara la naturale tendenza di questa comunità ad avere fiducia in se stessa e nella propria coesione. Un’attitudine, quella al risparmio, che deve però fare i conti con i rischi dati dal progressivo invecchiamento della popolazione, che non riesce a produrre significativi tassi di natalità anche a causa di una disoccupazione sempre più diffusa, che adesso colpisce il 4,6% degli uomini in età da lavoro. La produzione industriale a gennaio ha fatto comunque segnare un incremento del 2% rispetto all’ultimo mese del 2011, quello che è stato una sorta di annus horribilis per la terza potenza economica mondiale, con il deficit record della bilancia commerciale che ha fatto registrare un passivo di 2.492,7 miliardi di yen, circa 25 miliardi di euro. Il rapporto negativo tra importazioni ed esportazioni si è confermato anche a inizio 2012: a gennaio l’import è salito del 9,8% su base annua, mentre l’export è sceso del 9,3%. Questo dato vale per il


Giappone come la perdita della tripla A nella classificazione del debito per i grandi stati: è un sintomo, e un simbolo, che apre il dibattito su un possibile declino nazionale. Il problema in questo caso è uno yen troppo forte, che non aiuta le esportazioni, a svantaggio soprattutto del settore automobilistico e di quello elettronico. Tanto che la prima reazione della banca centrale nipponica è stata quella di immettere denaro liquido sul mercato per contenere i prezzi e favorire dunque l’export. Il premier Noda non ha fatto giri di parole: «L’ascesa storica dello yen, abbinata con l’ascesa dei paesi emergenti, rappresenta una minaccia alla nostra industria». Ed è in effetti l’industria il malato maggiore, perché la carenza energetica, dovuta alla chiusura di tante centrali nucleari, ha fatto crescere i costi delle imprese, ostacolando le attività aziendali e riducendo l’occupazione. Tutti dati allarmanti in un paese a forte rischio stagnazione. E le quattro leggi finanziarie varate finora danno da pensare su quanto sia difficile per il governo conciliare la

tradizionale adesione al consenso con una più urgente necessità di riforme strutturali per ridurre il bilancio pubblico e rilanciare l’economia. Anche, e soprattutto, in vista della ricostruzione, i cui costi sono stati stimati attorno ai 170 miliardi di dollari, e che almeno inizialmente pare saranno finanziati con altro debito. Ma per questo serviranno degli anni, e nelle aree maggiormente colpite dal sisma la rinascita è partita davvero solo dall’inizio del 2012. Pretendere già da adesso risultati concreti sarebbe

Per la ricostruzione il governo è pronto a fare nuovo debito: serviranno almeno 170 miliardi di dollari

obiettivamente una follia. Da quell’incidente alla centrale nucleare, causato da una scossa di magnitudo 9.0 della scala Richter, la più forte che si ricordi a memoria d’uomo, è passato soltanto un anno. Un anno in cui il Giappone ha capito che rischia di vedere seriamente compromesso lo stile di vita della sua popolazione; un anno in cui gli investitori internazionali non hanno smesso di puntare sullo yen come moneta di rifugio in tempi difficili; un anno in cui la potenza asiatica si è scontrata con una forte perdita di capacità produttiva. Un anno che fondamentalmente è troppo poco per dichiarare irreversibile un declino che in fin dei conti è condiviso da tutte le maggiori economie mondiali.


Odi et a(to)mo

Da Hiroshima a Fukushima, i 66 anni di disinformazione che non faranno cambiare idea al popolo nipponico sulla politica nucleare di Elisa Gianni

I

l 6 agosto 1945, poco dopo le 8 del mattino, “Little boy” innescava quello che è difficile non immaginare come il peggiore incubo mai vissuto dal Giappone. Cinico, per una bomba atomica di quattro quintali, chiamarsi “ragazzino”. Quasi che un attacco come quello di Hiroshima – e, tre giorni dopo, quello di Nagasaki – potesse essere paragonato a uno scherzo da piccola peste. Il Dipartimento di Storia del John Jay College of Criminal Justice di New York stima 210mila vittime dirette dei due attacchi; più difficile contare quelle che morirono lentamente, nei mesi e negli anni successivi, per le malattie contratte dai cibi, dall’aria e dall’acqua contami-

nata dall’uranio arricchito delle bombe. I giapponesi avevano cercato di esorcizzare quest’ossessione attraverso l’immaginario collettivo, abitato da mostri come Godzilla, dinosauro risvegliato da un’esplosione nucleare, e da robot come Mazinga che sconfigge i suoi nemici a suon di pugni atomici. A leggere che, nel 2010, il Giappone aveva soddisfatto il 29% del proprio fabbisogno energetico esclusivamente grazie al nucleare, si dovrebbe dedurre che ci fossero riusciti. Dopo la catena di disastri dell’11 marzo 2011 – il sisma e il seguente maremoto che ha portato al meltdown dei reattori nella centrale di Fukushima Daiichi, c’è da dubitare che i giapponesi


continuino a dormire sonni tranquilli. Il professore Marco Del Bene, docente di Storia dell’Asia Orientale alla Sapienza, ci ha chiarito la natura di questa sorta di schizofrenia del Giappone, prima vittima e poi promotore dell’atomo. «Le risorse naturali interne al Paese sono sempre state insufficienti e ciò fa dipendere il Giappone dalle forniture estere di energia. Negli anni Settanta, le crisi petrolifere hanno reso necessario trovare una soluzione a questa vulnerabilità. A quell’epoca, il nucleare sembrò quella migliore anche a fronte del «In un Paese suo impatto sull’ampovero di risorse biente, sicuramente il nucleare era inferiore rispetto a l’alternativa più quello dei combustibili fossili. E in un ovvia alla crisi dove i lipetrolifera degli Giappone velli d’inquinaanni Settanta» mento erano simili a quelli attualmente registrati in Cina, la questione ambientale non andava certo sottovalutata». Poi accenna a un’ipotesi: «Forse si è diffusa la convinzione che il nucleare avesse una diversa capacità tecnologica, a seconda del suo uso civile o bellico. Certo, almeno nell’immediato, quanto accaduto nel marzo 2011 ha cambiato le carte in tavola: a ridosso dell’incidente c’è stata una grossa pole-

mica, ma oggi il dibattito è praticamente già chiuso». Come? – viene da chiedersi – Possibile che l’incidente nucleare di Fukushima non cambi l’approccio dei giapponesi al nucleare e la direzione della politica energetica? La questione non è semplice come sembra, perché gli elementi in gioco sono diversi. Cerchiamo di andare per ordine. Le grandi aziende che si occupano di energia – un tempo totalmente pubbliche, oggi non più – sono anche tra i principali inserzionisti dei media. Un conflitto d’interessi che si è tradotto in un’ Il livello di informazione scarsa e fortemente disinformazione è altissimo: la controllata. Il prof. Del Bene, parlando lobby energetica con dei colleghi possiede giornali giapponesi a pochi e mezzi mesi dal disastro, si d’informazione rende conto dei livelli della disinformazione: «Erano scioccati dall’aver scoperto, dopo l’incidente, che in Giappone c’erano 55 reattori attivi. Ovviamente sapevano che il loro paese si alimentava con l’energia nucleare, ma non avevano idea di quante centrali ci fossero!». Risulta perciò chiara la complicità con il governo, soprattutto a fronte di quanto è stato evidenziato da un’importante ricerca di cui è


Al contrario di quanto è avvenuto in Francia e Germania, in Giappone i movimenti ecologisti hanno avuto uno sviluppo limitato

recentemente entrato in possesso l’Asahi Shimbun – uno dei principali quotidiani giapponesi. Parlano di una ricerca segreta, condotta dal Ministero degli Affari esteri, per calcolare i danni di un eventuale attacco militare alle centrali giapponesi: ipotizzando una perdita totale di energia – una carica radioattiva pari a quella effettivamente dispersasi nell’atmosfera dopo l’incidente di Fukushima – il resoconto stimava fino a 18mila morti sul colpo. Non era mai stato reso pubblico. Verdi, chi? Al contrario di quanto avvenuto in Germania, in Francia e in altri Paesi dell’Europa occidentale, in Giappone i movimenti ecologisti hanno avuto uno sviluppo molto limitato. È quindi mancato il loro apporto nella mobilitazione della popolazione e nella presa di coscienza dei rischi legati al nucleare civile, nonché nel contrastare l’informazione manipolata dalle aziende che gestiscono le centrali e dal governo stesso. Yes, in my back yard! Le centrali nucleari giapponesi furono volutamente erette in aree costiere ed economicamente de-

presse, per rianimarle: sia indirettamente, attraverso la creazione di posti di lavoro (a costruzione ultimata, in una centrale di medie dimensioni, lavorano meno di cento persone); ma soprattutto, in forma più diretta, attraverso gli indennizzi e i sostegni economici che le amministrazioni locali ricevono per “ospitare” la centrale. Così quando, a seguito del disastro, l’allora premier Naoto Kan ha preso ferme posizioni antinucleari, prima imponendo la chiusura di alcune centrali e poi annunciando la virata verso l’energia alternativa, i politici locali hanno gridato il loro dissenso. Risultato: nonostante l’elettorato avesse gradito l’attenzione a forme di approvvigionamento più sicure, le polemiche e le ac-

“Godzilla”, simbolo dell’esorcizzazione atomica, aveva un reattore al posto del cuore, particolare scomparso nella versione americana


L’abbandono dell’energia atomica è impossibile: gli interessi che ruotano attorno al nucleare sono maggiori dei rischi che esso comporta

accuse interne alle stanze dei bottoni hanno costretto Naoto Kan alle dimissioni. Le toghe. Il diritto giapponese prevede che i giudici e i pubblici ministeri siano nominati dal governo e gli avanzamenti di carriera siano decisi anche sulla base delle sentenze espresse. Le azioni legali annunciate dai parenti delle vittime dei tragici eventi del marzo 2011, potrebbero non promettere bene, viste le premesse e i precedenti. Il prof. Del Bene ci porta l’esempio del “caso Minamata”. Negli anni cinquanta, una strana malattia si diffuse tra gli abitanti della zona di Minamata: squilibri psicofisici e deformazioni colpivano adulti, bambini e feti, portandoli alla morte. Ci volle qualche anno per collegare il morbo allo smaltimento di mercurio in mare da parte della Chisso Corporation, colosso chimico del Paese. Molti, tra coloro che hanno intentato

cause legali contro l’azienda, il governo nazionale e l’amministrazione locale, aspettano ancora giustizia. Di fronte a questo scenario appare difficile l’abbandono totale del nucleare da parte del Sol Levante: al saldo finale, gli interessi attorno all’energia pesano più delle macerie delle case distrutte dal sisma e della paura delle contaminazioni. Lo stesso successore di Naoto Kan, Yoshihiko Noda, dà un colpo al cerchio e uno alla botte, cercando di rassicurare, un giorno la lobby e il giorno dopo i cittadini, sul futuro del nucleare. Ma pensare alla popolazione giapponese come una spugna che assorbe pacatamente e in silenzio le condanne a morte delle radiazioni, significa abbracciare in pieno uno stereotipo vuoto. Lo shintoismo – che fino al 1945 ha sostenuto la natura divina dell’Imperatore – e il feudalesimo abbandonato solo nel 1868 – e non con una rivoluzione dal basso, ma con una restaurazione da parte dell’oligarchia – hanno costituito le basi di un senso civile molto marcato, dove i doveri vengono prima dei diritti e il rispetto delle gerarchie è fortis-


simo. La consapevolezza del rischio sismico ha sviluppato una convivenza quasi rassegnata con le vibrazioni della Terra, oltre a una politica molto attenta e pronta alle emergenze. Ciò però non impedisce ai giapponesi di rispondere alle provocazioni dell’accoppiata governo-lobby: hanno manifestato il loro dissenso in cortei più o meno organizzati: dalle iniziative «Bye bye, ghenpatsu» («Ciao ciao, centrali nucleari») promosse l’11 giugno 2011 e lungo tutto l’arcipelago, dal movimento NoNuke; a quelle spontanee dei genitori di Fukushima contro il governo locale, accusato di aver innalzato i livelli di sicurezza radioattiva nelle scuole per poterle riaprire. L’ultimo atto è stato la Dichiarazione di Yokohama, firmata lo scorso 15 gennaio, che denuncia l’inadeguatezza del diritto di informazione e dei registri sanitari e avanza le richieste di massima trasparenza e chiusura delle centrali nucleari. Tra i promotori della Dichiarazione, figura Yukari Saito, attivista giapponese nella lotta per i diritti umani e il nucleare e presidente del Centro studi di documentazione italo-

La consapevolezza del rischio sismico ha sviluppato una convivenza rassegnata con le vibrazioni della Terra

giapponese “Semi sotto la neve”. «Il nucleare, per quanto possa essere particolare come materia – ci ha detto – non ci ha fatto scoprire nulla di nuovo riguardo ai problemi della società e della politica giapponese. Anzi, ritengo sia più preciso definirlo come un

In basso l’esplosione a Hiroshima. 66 anni dopo con la Dichiarazione di Yokohama si rivendica innanzitutto il diritto ad essere informati

agente che, con maggior efficacia, fa emergere le caratteristiche e la natura di questi problemi». Intanto, mentre nei cinema occidentali si aspetta l’ultimo episodio della saga di Godzilla, continuano le stime dei danni dell’incidente nucleare. Ed esperti del Governo giapponese parlano di effetti pari a 168 volte quelli del “ragazzino” sganciato dagli Americani 66 anni fa.


Ricostruzione

Anche se i contraccolpi politici nell’immediato sono più che evidenti, il piano di ricostruzione e rilancio dell’economia nipponica passa quasi obbligatoriamente attraverso la sponda privilegiata dal Giappone dal secondo dopoguerra ad oggi: Washington. Gli Stati Uniti trovano infatti nel governo di Tokyo l’alleato naturale, in una prospettiva economico politica anticinese. La fortissima dualità dello spirito nipponico diviso tra culto

della tradizione e sfruttamento frenetico dell’innovazione saranno forse la chiave di volta per voltare pagina. La ripresa, secondo le più ottimistiche stime, costerà alle casse di Tokyo 240 miliardi di dollari. Soltanto per la ricostruzione della prefettura colpita dal sisma ne occorrerebbero infatti ben 170. Eppure la ricostruzione potrebbe essere il volano che rilancerebbe un Giappone in deflazione da numerosi anni. Un progetto ambizioso di medio e lungo periodo di quasi un decennio che rilancerebbe l’occupazione e l’economia. Dalla tragedia alle prospettive di sviluppo e rilancio insomma, qualcosa di fantascientifico per tantissime altre nazioni che guardano ammirate allo spirito nipponico.


Il bivio cieco

Se le scorie non possono essere smaltite, si cerca di utilizzarle in altro modo: il Mox, la seconda strada dei rifiuti e il dominio silenzioso di Areva di Filippa Deditore

L

a prima via, la più corta, prevede che le scorie siano trasportate in un sito definitivo che possieda la qualità sufficienti a contenerle per tutto il tempo di decadimento dei loro isotopi. Ma, geologico o ingegneristico che sia, un sito permanente per la raccolta delle scorie non esiste. Tutti i Paesi che sviluppano energia nucleare fanno infatti affidamento su siti temporanei e, in attesa che geologia e scienza giungano ad un compromesso accettabile, si arrangiano. In Italia l’eredità radioattiva è poi aggravata dall’incuria e dalle evidenti responsabilità di Enea e Sogin che dal 3 novembre 2000 ha il compito di smantellare le centrali e occuparsi di trovare una soluzione per le scorie, rientrando nei 4,8 miliardi di euro

promessi dall’attuale a.d. Giuseppe Nucci. La gestione più sconsiderata avviene oggi a Saluggia nell’area dell’Eurex dove tonnellate di scorie liquide sono da anni in attesa della cementificazione: la struttura perde da anni, ma al posto di dare avvio alla costruzione del Cemex, impianto utile alla solidificazione di

I depositi permanenti ancora non esistono e il combustibile esausto trova asilo nei siti temporanei, flagello dell’Italia post nucleare

quelle scorie, lo scorso dicembre Sogin ha preferito avviare quella del D2, un nuovo deposito temporaneo per le scorie, comunque da trasferire in un luogo più sicuro, del vicino Avogadro.


La Svizzera ospita a Würenlingen due siti che si spartiscono le scorie di seconda e terza categoria e quelle a radioattività più bassa. Tutte le attività nucleari della Svezia, incluse quelle relative alla gestione e smaltimento dei rifiuti radioattivi, sono concentrate nei quattro siti, tutti sul mare, che ospitano i 12 reattori. In Spagna dal 1992 è situato ad El Cabril in Andalusia, a 100 km a nordest di Siviglia, su un’area già sede di una vecchia miniera di

uranio. Negli Usa il maggior detentore e produttore di rifiuti radioattivi è il Department of Energy, proprietario dei siti storici teatro dello sviluppo dell’energia nucleare e civile in Usa, tra cui i tre principali di Savannah River, Hanford e Idaho. La tecnologia dei siti temporanei risponde efficacemente al bisogno immediato di sicurezza (100 anni), ma lascia una pesante eredità nucleare ai posteri.


Mentre il governo Monti con l’articolo 24 comma 4 dell’ultimo Ddl 3110 sulle liberalizzazioni si arroga il diritto di scavalcare ogni tipo di autorità per avviare la costruzione di un ipotetico deposito permanente, trovare una sistemazione definitiva in paese sismico come il nostro è, tentativi alla mano, quasi impossibile. La Germania invece ospitò il primo fallimento di affidamento a un sito geologico: nella miniera di sale di Asse a fine anni Sessanta vennero riversati 126mila fusti di scorie con la convinzione che l’acqua mai sarebbe arrivata. Trent’anni dopo l’acqua è arrivata, i Asse e Yucca costi e i tempi non Mountain: due permettono di fallimenti di siti estrarre di nuovo i geologici. Intanto fusti e l’unica soluin Francia si scava zione è arginare l’acqua, rinunciando un buco di 500 però a controllarla. metri Il secondo fallimento ha bandiera americana: negli anni Settanta si individuò lo Yucca Mountain come possibile indirizzo e si iniziò a scavare per le ricerche. I terremoti a Santa Cruz del 1989 ricordarono a tutti che lo Yucca Mountain, Nevada meridionale, dista 200 km dalla faglia di San Andrea. Errori di gioventù. Errori che invece si propongono di non ripetere in Finlandia e soprattutto in Francia. Qui,

precisamente a Bure nell’est francese, è attivo dal 2006 un impianto sperimentale sotterraneo: 500 metri attraverso l’argilla della terra dello Champagne e poi un reticolo di gallerie e laboratori in cui mettere alla prova il più avanzato sito geologico del mondo. Gli interrogativi sono riguardano soprattutto la reazione del terreno a un’esposizione prolungata di radiazioni, ma, se le sperimentazioni garantiranno le condizioni minime di accettabilità, la costruzione del sito verrà avviata nel 2015 qualche km più lontano. Il riempimento dovrebbe poi avvenire dal 2025 per essere Riprocessare le poi chiuso nel 2030. scorie vuol dire Chiuso, ma non sirecuperare le gillato. Proprio per non ripetere gli er- piccole e ancora rori di Asse, l’Areva, utili percentuali la società responsadi plutonio e bile del nucleare in uranio Francia, vuole lasciare libera l’opzione del marcia indietro, lasciando che i tecnici controllino per almeno 100 anni l’evoluzione del sito. La seconda strada percorribile dal combustibile è quella del riprocessamento. Il centro più avanzato di ritrattamento del combustibile esausto si trova ancora in Francia, a Le Hague, Normandia. Riprocessare le scorie vuole dire produrre scorie li-


Areva è la società responsabile del nucleare in Francia, ma è legata a Italia, Usa e Giappone per portare combustibile esausto in patria

quide definitive (non più utilizzabili) ma soprattutto recuperare quell’1% di plutonio che è ancora in grado di produrre energia, scartando il 4,01% delle scorie tra prodotti di fissione e attinidi minori. Il plutonio viene unito all’uranio impoverito per formare un combustibile, chiamato Mox (mixed oxid fuel), in grado di fornire energia a una centrale per tre o quattro anni.

Cina, Francia e soprattutto Giappone, dove ad essere alimentato con il Mox era proprio il reattore 3. Prima che il vento spirasse verso l’oceano, le particelle di plutonio rilasciate durante l’incidente di Fukushima hanno rappresentato il pericolo maggiore per la popolazione. Il Mox, che la francese Areva utilizza regolarmente da anni, è tornato a far gola anche negli Stati Uniti agli sgoccioli della presidenza Bush che, nonostante i rischi, più volte vagliati e confermati dalle ricerche, del trasporto stesso del combustibile esausto in giro per la nazione, nel 2006 ha avviato un centro ricerche a Savannah

L’utilizzo del plutonio aumenta esponenzialmente la pericolosità della combustione, ma viene altresì ampiamente utilizzato da tutti i Paesi che hanno deciso di percorrere questa via: Russia,

River con la partnership proprio dell’Areva. Se si considera poi che la società francese ha segretamente provato a portare in patria lo stesso Mox contenuto nel reattore 3 di Daiichi, s’intuisce

Il Mox (Mix oxid fuel) è la miscela formata dall’uranio impoverito e dal plutonio. Un nuovo combustibile più pericoloso in grado di alimentare una centrale per altri quattro anni


che prima di essere problemi le scorie radioattive sono grandi occasioni economiche. L’uranio è una fonte destinata a esaurirsi e i disastri ambientali in Niger non consentiranno ancora lunga vita ai giacimenti francesi lì situati, l’uranio ha raddoppiato i costi dal 2007 al 2011 e il riprocessamento garantisce una sensibile diminuzione volumetrica delle scorie. A ciò si aggiunga la crisi delle commesse dal Giappone dopo il disastro, l’uscita della vicina Germania dal nucleare e la sospensione in borsa, lo scorso novembre, dello stesso titolo di Areva. I vantaggi economici superano le percentuali di rischio. In termini di riprocessamento, anche il nostro Paese ha un filo diretto con i francesi. Un filo doppio. In Italia i rifiuti nucleari al 2006 sono 8mila metri cubi. Una cifra ridicola, se confrontata con il volume totale europeo (40mila) e statunitense (37 milioni) che diventa ancor più esigua se si considera che grazie agli accordi del 2008 tra Areva e Sogin i 2350 metri cubi di combustibile esausto andrà in Fran-

Gli accordi del 2008 porteranno in Francia 2350 metri cubi di scorie per il riprocessamento. Già trasferite quelle di Caorso, ora tocca a Saluggia

cia, destinazione Le Hague, per essere riprocessato. La spedizione è stata avviata con le 190 tonnellate di Caorso e si concluderà quest’anno con le 30 tonnellate, contenute nel fatiscente deposito Avogadro di Saluggia, per un saldo finale di 250 milioni

In basso il Cemex, l’impianto che da anni dovrebbe essere costruito a Saluggia per fermare le perdite della struttura Eurex

di euro per le casse italiane. Tra quattro anni torneranno indietro le scorie finali prive di Uranio e Plutonio, quindi ridotte nel volume e nella pericolosità. Nel frattempo c’è da trovare un sito in cui depositare per sempre, o quasi, le scorie di ritorno dall’erasmus francese e quelle che dall’Italia non si sono mai mosse. In altre parole, aprire la prima strada.


Giappone, «hito me bore»

L’eco e le conseguenze della tragedia viste da un italiano legato al Sol levante e presente l’11 marzo 2011. Diario della reazione a un disastro imprevedibile

U

na cena in un ristorante perugino in compagnia di una vecchia amica di Takamatsu, nella prefettura di Kagawa, sud di Osaka. Gli sguardi di entrambi scrutano, analizzano e finiscono sempre per focalizzarsi sulle particolarità somatiche che l’altro non si possiede. «Ma perché il Giappone e Italia non sono vicini come Giappone o Corea?» chiedo con aria seccata ma scherzosa, la risposta della mia amica è: «Se così fosse, non sarebbe più il Giappone». Non ho mai avuto un motivo concreto per amare il Giappone come molta gente ha invece fatto, tramite manga, anime, karate e così via. In Giappone lo chiamano “hito me bore”, in Italia diventa “amore a prima vista”. E così è stato. È un venerdì come tanti, se non fosse che è il giorno in cui finalmente, dopo un anno di studio e lavoro, mi verrà consegnato il visto studentesco per partire alla volta di Kyoto. Passa quasi di secondo piano il fatto che mi sia alzato alle 4.30 per lavarmi, vestirmi e prendere il solito treno regionale sporco e maleodorante delle 5.54 diretto a Roma: tutto attorno a me era silenzioso, taceva come se avesse voluto ascoltarmi e capire il perché di cotanta felicità. Io tuttavia ignoravo queste "presenze invisibili", pensando soltanto a

A destra una via che costeggia Sanjo Doori, strada che porta nel cuore di Kyoto. Il testo dell’articolo e le foto sono state concesse dal blog www.omochiwokudasai.com

di Osvaldo Fonzeca


prendere quel treno e a scendere il prima possibile alla stazione di Roma Termini. Per fortuna ho con me uno smartphone, che mi aiuterà a passare il tempo fra i vari socialnetwork. Il contro della tecnologia, purtroppo, è stato quello di permetterti di arrivare a realtà che i soliti media coprono con ritardo o a cui non danno addirittura la benché minima importanza. Per cui, non serve molta immaginazione per capire cosa ho potuto provare quel venerdì, 11 marzo 2011, alle ore 6.45, nell’apprendere tramite Twitter della tragedia che stava per generarsi da lì a poco. Ad essere sinceri, inizialmente, non ho pensato che potesse essere successo chissà cosa: intendiamoci, parliamo di un Paese che i terremoti li mangia a colazione, che li inserisce, in una frase scherzosa, fra le tre cose più paurose per un giapponese («Terremoti, tifoni e suocere»). Le paure ed i dubbi sono invece aumentati con l’arrivo del maremoto sulle coste di Sendai, cittadina a nord di Tokyo, e la susseguente esplosione del reattore di Fukushima, nell’omonima prefettura, un’area abbastanza campagnola simile alla nostra Basilicata. Andare in Giappone sarebbe stato da pazzi: questa considerazione mi è stata ripetuta diverse volte, tuttavia il cuore vale più della regione ed una settimana dopo ero lì, a Kyoto. Soggiornando nel Kansai (la regione in cui si trovano sia Osaka che Kyoto) ti accorgi in realtà di come il terremoto non abbia scalfito quasi per nulla il centro-sud del paese: a Kyoto infatti sono poche le interruzioni di energia elettrica, limitate magari ai giorni feriali o festivi e principalmente nei grandi centricommerciali o nelle stazioni della metropolitana.

Terremoti, tifoni e suocere: «È un Paese che i terremoti li mangia a colazione»

«Le paure e i dubbi aumentavano con l’arrivo del maremoto sulle coste di Sendai»


Tuttavia per strada, in qualsiasi ristorante e soprattutto in tv è massiccia la presenza di gente che chiede donazioni per la ricostruzione di edifici pubblici come scuole, uffici e, neanche a dirlo, torri per la segnalazione di maremoti. Persino gli spot in tv hanno tutti un minimo comune denominatore: incoraggiare la popolazione nipponica, fornire informazioni per donazioni e illustrare storie vere legate alla tragedia (pur non discostandosi dall’obiettivo di vendita del prodotto, come nel caso delle assicurazioni). Gli hotel sono inoltre stati presi d’assalto da quasi tutti gli abitanti a nord di Tokyo: nell’ostello in cui ho soggiornato i primi dieci giorni conosco Yumi, una cittadina di Fukushima. Mi dice che lei e i suoi genitori non hanno più nulla, che lei e la sua famiglia hanno dovuto lasciare la propria fattoria ed i propri terreni perché circoscritti nell’area di evacuazione (circa 20 km) e non sa quando potrà mai ritornare nel proprio paese, soprattutto perché mentre chiacchieravamo la situazione andava gradualmente ad aggravarsi. Yumi lì ci rimarrà ancora a lungo, chissà per quanto. Il giorno dopo mi porta ad una manifestazione contro il nucleare, sulle rive dello stupendo fiume Kamogawa. È la prima volta che vedo un così folto numero di gente giapponese partecipare ad una manifestazione: nella terra dove i sindacati non esistono (o meglio, sono gestiti internamente dall’azienda) e i moti di protesta sono praticamente “roba per pochi”, vedere così tanta gente ammassarsi con slogan forti, volantini e candele da far fluttuare sulla superficie del fiume è stata forse un’esperienza davvero forte per me e per gli altri, pretestuosa per i politici presenti: ad aprile, alle elezioni comunali, l’intera campagna elettorale dei democratici si è giocata sul 放射能ゼロ , ovvero “zero radiazioni”.

Anche gli spot in tv sono importanti dare continuo coraggio alla popolazione

«È la prima volta che vedo un così folto numero di giapponesi a una manifestazione»


Non c’è più nessuno a Minami Sanriku, neanche Miki Endo, giovanissima ufficiale municipale addetta all’allerta di possibili pericoli: è rimasta lì, sulla sua torretta, sino a quando la seconda e devastante onda l’ha completamente trascinata con il resto dei detriti. In tutto il Giappone è ricordata come la “eroina del Tōhoku”.


Dopo circa due mesi una mia compagna italiana mi invita a far del volontariato a Sendai, cittadina che ha visto il proprio aeroporto, gioiello architettonico, essere invaso dalla melma acquatica proveniente dal maremoto. Nella cittadina in realtà i giapponesi hanno già cominciato già a costruire ciò che era stato distrutto, quasi a volere sottolineare il tipo di dinamicità a cui sono stati abituati anche dopo un altro grave disastro avvenuto negli anni Novanta, il terremoto di Kobe, “il grande Hanshin”. La giornata più dura è stata forse quando siamo stati portati a Minami Sanriku, un paesino di circa 19mila abitanti andato completamente distrutto dopo che lo tsunami ha mangiato qualsiasi cosa gli passasse davanti. La vista desolante viene illuminata dalle sole macchine di passaggio nell’unica strada che costeggia, prima di entrarci, l’intero paese. Ad un anno dal disastro, sono in Italia per un mese: la ragione è la mia laurea con discussione di tesi riguardante la scrittura nipponica. Alla domanda del presidente di commissione in cui mi veniva chiesto per quale motivo avessi deciso di andare in Giappone in un momento così delicato, la risposta è stata quasi spontanea: le differenze fra le nostre culture sono abissali, tuttavia sono forse il collante più forte che ci lega gli uni agli altri. Molta gente si meraviglia a vedere terremotati tranquillamente in fila che aspettano per chiamare da una cabina telefonica o che vengono ospitati in tutta la nazione: il sottoscritto lo ritiene del tutto normale. La stessa normalità che fa del Giappone e del suo popolo un esempio di condotta in tutto il mondo.

Due mesi dopo, volontario a Sendai dove era già iniziata la ricostruzione

«Molta gente si meraviglia a vedere terremotati tranquilli in fila per il telefono»


L’atomo al di là delle opinioni S

arebbe errato definire il disastro di Fukushima una lezione sulla sicurezza delle centrali elettronucleari. Non c’era nulla che già non si sapesse circa i rischi legati alla tecnologia, né, del resto, il secondo più grave incidente della storia modifica le valutazioni sull’impiego civile dell’energia atomica. Prova ne è il fatto che, a distanza di un anno da esso, non un solo Paese straniero ha riveduto la propria politica sul nucleare. Ad eccezione, ovviamente, dell’Italia, che con il referendum dello scorso ha cambiato idea per la quarta volta in poco meno di 60 anni. Anzi, paradossalmente l’esempio giapponese ha in realtà dimostrato la sicurezza intrinseca della tecnologia. Perché avvenisse l’incidente a Daiichi non è infatti bastata la scossa del sesto terremoto più forte mai registrato dall’uomo, evento che, per potenza distruttiva (intensità, bassa profondità e posizione in

In termini puramente statistici il nucleare è tra le fonti di energia più sicure. E Fukushima - non suoni strano - lo ha confermato. di Carlo Brangia

mare dell’epicentro) è molto raro anche in una zona ad altissimo rischio sismico come il Giappone. Né sarebbe bastata un’onda alta dieci metri, come quelle che si sono abbattute sulla costa orientale dell’isola di Honshu, data la presenza di due frangiflutti disposti a protezione dell’impianto. Ad innescasse la crisi presso Fukushima I è stato un eccezionale muro d’acqua di 14 metri, che, superando le due barriere, si è abbattuto sulla struttura della centrale. Questo – è bene notare – ha danneggiato non direttamente gli edifici dei reattori, ma quelli che ospitavano i sette motori d’emergenza del sistema di raffreddamento. A protezione delle centrali, del resto, esistono criteri di sicurezza internazionali, che prevedono, tra le altre cose, la presenza di almeno tre tipi di barriera tra qualsiasi materiale radioattivo e l’ambiente esterno. Le radiazioni ed il calore delle barre di combustibile del nocciolo, ad esempio


sono schermate da un “guscio” d’acciaio spesso oltre 20 centimetri, circondato da uno strato di cemento. Questo, a sua volta, è posto all'interno di una struttura di contenimento in acciaio sigillata, protetta da un’ultima cupola di cemento armato di quattro metri di spessore. L’intero sistema viene costruito al di sotto del livello del terreno ed è progettato per sopportare condizioni estreme come appunto i terremoti o l’impatto diretto di un aereo. E in effetti, dei restanti 51 reattori presenti sul suolo giapponese, oltre ai primi quattro dell’impianto di Daiichi, , solo sette hanno riportato danni minori, comunque senza conseguenze. Ma se la centrale di Fukushima I è irrimediabilmente compromessa e le cittadine nel raggio di 20 chilometri sono ormai de-

possibile rischio, e in particolare determinare l’intensità e la probabilità nel breve periodo di un evento sismico. A questo limite, tra le cause dell’incidente di Daiichi – centrale operativa dal 1971 –, si aggiunge per la verità una lunga serie di omissioni e volontarie sottovalutazioni dei rischi da parte della Tepco.

serte, l’incidente dimostra anche – e in maniera certamente più evidente – che non esiste sistema in grado di garantire la sicurezza assoluta. È infatti impossibile prevedere con precisione ogni

e quale no, ma quale sia la più sicura. Per effettuare il confronto bisogna prima di tutto dare una definizione univoca del termine di paragone, stabilendo come si intenda misurare la sicurezza.

Ma se le città intorno a Daiichi sono ormai deserte e l’impianto è irrimediabilmente compromesso, è evidente che non esiste la sicurezza assoluta. Come stabilire dunque cosa si possa definire sicuro?

Posto dunque che non esiste in alcun caso la sicurezza assoluta, diventa necessario stabilire una soglia oltre il quale il nucleare possa definirsi accettabilmente sicuro. Ma è praticamente impossibile, come dimostra la forte discordanza di giudizio dell’energia atomica alla luce dell’incidente di Fukushima. Ciò che si può fare, invece, è valutare in forma relativa le diverse tecnologie di produzione energetica. Stabilire cioè non quale sia sicura


Termoelettrico

Nel mondo il 41% dell'energia elettrica viene prodotta mediante carbone, con una tecnologia che è di gran lunga la più letale. Non servirebbe neanche considerare gli incidenti durante l’estrazione: tra ceneri pesanti e scorie, la combustione del carbone produce circa 20 sostanze chimiche tossiche, tra cui arsenico, piombo, mercurio, nichel, vanadio, berillio, cadmio, bario, cromo, rame, molibdeno, zinco, selenio e radio. Ma sono le polveri sottili il principale inquinante, che, insieme all'anidride carbo-

nica, l’anidride solforosa e gli ossidi di azoto, causano i principali problemi di salute. Il margine per ridurre l’impatto ambientale è ampio: esistono tecnologie che, ad un costo compreso tra i 20 e i 50 milioni di dollari per GW, sono in grado di ridurre le emissioni di polveri sottili anche del 99,5%. Per ora, a seconda delle stime il numero di morti premature per malattie ascrivibili all’inquinamento prodotto dalle centrali a carbone varia da un minimo di 171mila fino a un massimo di un milione

ogni anno (secondo un studio svolto nel 2008 dall’Organizzazione mondiale del-la Sanità, che attribuisce al carbone un terzo delle vittime dell’inquinamento). Scegliendo quest’ultimo dato, in rapporto agli 8.263 TWh prodotti annualmente il carbone fa 121 morti per ogni TWh di elettricità. Le centrali termoelettriche a gas naturale e a olio, che producono rispettivamente il 21% e il 5% dell’elettricità mondiale, sono molto meno inquinanti. Il bilancio è di 4 morti/TWh per il gas e 36 per l’olio.


Cinicamente, l’unico metodo scevro d’interpretazioni soggettive è il contare le morti causate dallo sfruttamento di ciascuna fonte, e farlo osservandone l’intero ciclo produttivo. All’interno del bilancio viene valutato Per confrontare quindi quantitativamente le diverse fonti la l’impatto ambiencosa migliore è tale nella misura in affidarsi alle cifre: cui effettivamente si ripercuote sulla saquanti decessi lute dell’uomo, e causa il loro sono prese in consisfruttamento? derazioni, quando presenti, le fasi di costruzione dell’impianto, di approvvigionamento del combustibile, oltre che, ovviamente, gli eventuali incidenti. Questo dato sarà poi rapportato all’energia prodotta dalla tecnologia in questione, affinché il confronto sulla sicurezza avvenga a parità d’uso, e vi si possa quindi includere anche il fotovoltaico e l’eolico, i cui impieghi sono ancora marginali. Le statistiche dicono che quella nucleare è una delle industrie col minor numero di vittime e incidenti sul lavoro in assoluto, anche comprendendo l’estrazione e il lungo e complesso ciclo combustibile dell’uranio. Nel caso della Francia – Paese che più di tutti fa affidamento sull’energia atomica –

viene dietro anche al tessile e alle calzature. Del resto nel mondo vengono estratte solo 60mila tonnellate di uranio l’anno (contro gli oltre 10 milioni del carbone), e prevalentemente con metodi (come la liscivazione in sito) che non prevedono l’impiego di personale sotto terra. In termini di emissioni inquinanti l’impatto sull’ambiente circostante e sulla salute dell’uomo è pressoché nullo: secondo i dati dell’Agenzia francese per l'ambiente e la gestione dell'energia, durante il suo funzionamento quotidiano un impianto immette nell’atmosfera 6 grammi di CO2 per KWh di energia prodotta, all’incirca quanto una centrale idroelettrica. Inserendo invece nel bilancio anche il processo di arricchimento dell’uranio e la costruzione decennale di un impianto, uno degli studi più citati, quello dell’Oxford research group, calcola una produzione mediamente compresa tra 96 e 134 Il normale grammi di CO2, ma funzionamento che arriva a eguadi una centrale gliare in alcuni casi i non costituisce 350 grammi per alcun pericolo KWh di una centrale a gas. Una cifra per la salute che potrebbe anche essere ritoccata all’insù se per combustibile viene utilizzato il Mox, che richiede ulteriore trattamento.


Come per il nucleare, le vittime dell’idroelettrico, fonte di energia rinnovabile, pulita e fondamentalmente sicura, sono da ricer- care prevalentemente nei disastri avvenuti nel corso degli anni, senza considerare quindi gli incidenti avvenuti durante le complesse costruzioni delle dighe. Non esiste rischio di danni permanenti all’ambiente, ma non per questo il bilancio è meno catastrofico. Basterebbe da solo il cedimento della diga del bacino di Banqiao, in Cina, che avvenne nel 1975: secondo il rapporto del dipartimento idrologico della provincia di Henan, declassificato solo nel 2005, furono 171mila le vittime del disastro e 11 milioni le persone rimaste senza abitazione. Il secondo più grave incidente si è verificato proprio in Italia, quando a causa di una frana l’acqua del bacino del Vajont tracimò investendo i paesi a valle: le vittime furono 1917. In tempi più recenti, nel 2009 a causa del cedimento di due turbine della centrale idroelettrica di Sahana Shuneskaja (in foto), in Russia, morirono 75 persone. Complessivamente il bilancio dell’idroelettrico, che contribuisce al 16% della produzione mondiale di elettricità, è di 1,4 decessi/TWh.

Idroelettrico


Allo stesso modo anche le radiazioni prodotte da una centrale non costituiscono un pericolo per gli abitanti, per le coltivazioni o per la qualità dell’ambiente circostante. Esiste fondo di radioattività naè il fondo naLe radiazioni di turale turale di radiazioni una centrale sono ionizzanti dovuto a fissate per legge a cause naturali e che è possibile rilevare un livello poco superiore al fondo ovunque sulla Terra. Lo standard internadi radioattività zionale con cui s’innaturale di zona dica la quantità di radiazione necessaria a produrre un effetto biologicamente significativo non necessariamente dannoso è il Sievert (Sv): la media mondiale della dose equivalente di radioattività assorbita da un essere umano e dovuta al fondo naturale è di 2,4 millisievert (mSv) per anno. Per legge il limite massimo di radioattività nei dintorni delle centrali è fissato generalmente 1 mSv sopra il livello naturale della zona. La dose massima assorbibile in un anno senza conseguenze per la salute è pari a 50 mSv, ma sotto i 500 mSv è impossibile riscontrare in maniera diretta i tre principali effetti delle radiazioni (tumori, avvelenamento da radiazioni, mutazioni genetiche). Sul controllo del rispetto dei limiti, in tutti i Paesi più avanzati il gestore della

centrale e le comunità locali si accordano per creare delle agenzie di monitoraggio, oltre a quella di solito affidata allo Stato: succede per legge in Francia e Germania ed è prassi negli Usa. In termini di incrementi della radioattività non rappresentano momenti particolarmente critici neanche il refueling (il cambio delle barre di uranio) e lo smistamento del carburante esausto. Il cambio delle barre avviene, a seconda degli impianti, ogni 12-18 mesi, e quelle estratte dal nocciolo rimangono nelle centrale a raffreddare in apposite piscine per un periodo anche superiore. In generale, comunque, i diversi studi a lungo termine – la maggior parte dei quali realizzati negli Stati Uniti – dimostrano l’assenza di particolari incidenze nelle malattie connesse (tumori, disturbi tiroidei) con la radioattività. Tuttavia i ricercatori indipendenti hanno spesso contestato la diffi- Nei primi giorni coltà di ottenere i della crisi di dati, a causa dalla Daiichi, persino scarsa trasparenza in cui è avvolta l’indu- il governo faticò stria nucleare, di- a ottenere dati da mostrata anche in parte della Tepco Giappone dal grave comportamento della società di gestione dell’impianto di Fukushima I nei primi mesi della crisi, quando persino lo stesso governo


Fotovoltaico ed eolico

Persino al fotovoltaico, che ha impatto nullo sull’ambiente e non sfrutta fonti combustibili (ma soddisfa appena lo 0,5% della richiesta di elettricità mondiale), possono essere imputate delle morti. Le vittime sono da ricercare tra gli incidenti che avvengono durante l’installazione dei pannelli. È difficile isolare il fenomeno all’interno del dato generale relativo alle operazioni che vengono svolte sui tetti degli edifici. Esiste comunque un’analisi

abbastanza accurata, che fa riferimento statistiche relative agli Stati Uniti e fissa tra 100 e 150 le vittime di incidenti avvenuti durante l’installazione dei pannelli ogni anno. Complessivamente quindi 0,44 decessi per TWh, un rapporto destinato a scendere drasticamente quando, con l’aumentare delle solar farm e delle nuove costruzioni che integrano gli impianti fotovoltaici, l’installazione dei pannelli diverrà mediamente più sicura. Il dato,

anche se impreciso, dà comunque un’idea dell’ordine di grandezza della pericolosità della tecnologia. Vale un discorso simile per l’eolico, che può essere pericoloso – comunque meno del fotovoltaico – al momento dell’installazione. In questo caso il dato è di 0,15 morti/TWh, ma è destinato a calare drasticamente grazie al semplice fatto che, nei prossimi anni, le pale già installate continueranno a produrre elettricità senza creare pericoli.


di Tokyo ha faticato ad apprendere quale fosse la reale situazione presso i reattori. Ma accade spesso, in generale, che gli incidenti di minore entità vengano segnalati con colpevole ritardo. Si tratta in gran parte di malfunzioL’industria namenti che nella nucleare, però, maggioranza dei casi pecca di scarsa non creano nessun pericolo, ma nel trasparenza alimentando così momento in cui si specie se a una sensazione di scoprono, mesi di distanza, alipericolo latente mentano la convinzione che si viva in costante pericolo.

Ma se in condizioni “normali” di funzionamento, ovvero quando tutto il materiale radioattivo rimane sempre chiuso in materiali schermanti e custodito all’interno della centrale, il nucleare di fatto non incide negativamente sulla salute dell’uomo, vale il discorso opposto quando si verifica un incidente, che può invece avere conseguenze anche catastrofiche, non delimitabili nello spazio e nel tempo. Nella peggiore delle ipotesi (verificatasi in parte anche a Fukushima) oltre ad un pericoloso picco di radioattività può avvenire la fuga di materiale radioattivo (in forma di polveri trasportate per esempio dalle esplosioni), che è cosa ben più

grave poiché che comporta la contaminazione dell’ambiente e della catena alimentare e può quindi compromettere l’uso di un territorio anche per migliaia di anni. Da quando il primo reattore per la generazione di energia elettrica al mondo entrò in funzione il 27 agosto del 1956 a Sellafield, in Inghilterra, l’intero parco mondiale di centrali (che conta oggi 435 reattori) ha collezionato circa 129 milioni di ore di funzionamento con una produzione di circa 67mila TWh, e, oltre a quello di Daiichi, sono cinque gli incidenti che hanno raggiunto il quarto grado della scala Ines, così come quelli che hanno fatto registrare morti. L'incidente nucleare in assoluto più grave di cui si abbia notizia si è verificato a Chernobyl: il surriscaldamento provocò la fusione del nucleo del reattore, vi fu un’esplosione e si levò al cielo una nube di materiale radioattivo, che Il nucleare ha investì gran parte collezionato 129 dell’Europa nordo- milioni di ore di rientale e i Balcani. Sono accertati 64 funzionamento e sono cinque gli morti (47 tra gli addetti alle operazioni incidenti fatali di emergenza), e l’Unscear (Comitato scientifico dell’Onu per lo studio degli effetti delle radiazioni) stima che saranno 4mila i decessi per can-


10 9 8 7 6

Numero di decessi correlati allo sfruttamento delle fonti energetiche per GWh di elettricità

Relativamente al nucleare sono illustrati due dati distinti: nella barra di sinistra è escluso il distastro di Chernobyl (ma è compresa a stima delle possibili vittime di Fukushima); nella colonna al centro è invece incluso l’incidente del 1986, con due diverse stime sulle vittime. Nel caso dell’idroelettrico, lo scarto è determinato dalla scelta di includere o meno nel dato complessivo le 171mila vittime del cedimento della diga di Banqiao, in Cina, avvenuto nel 1975.

Olio

Carbone

3%

16%

41%

13% 21%

3

(4,0)

5%

2

(0,1 ~ 1,4)

1 0

(121,0)

Produzione mondiale di elettricità: % di ogni fonte

5 4

(36,0)

(0,015)

Nucleare

(0,15)

(0,44)

(0,07 ~ 0,68)

Eolico Fotovoltaico Nucleare Idroelettrico

Gas


cro in più tra le circa 600mila persone più esposte. Un dato da considerare ottimistico, specie pensando allo stretto legame tra l’Unscear e la lobby nucleare. Secondo un’indagine del 2006 dei Verdi europei, una stima più verosimile Raramente le prevede tra le 30 radiazioni hanno mila e le 60mila vitun effetto letale time per cancro. Le immediato e dopo discordanze fra le fonti sono dovute a anni è difficile varie ragioni. Raraisolare le cause mente le radiazioni del decesso hanno un effetto letale immediato: le persone che ne vengono colpite (spesso peraltro in quantità non ben nota) muoiono dopo anni di cancro. Dato il lungo tempo di latenza di queste malattie, sarà molto difficile distinguere gli effetti dell’incidente da quelli provocati da altre cause. Se dopo un incidente nucleare si fa uno studio epidemiologico serio (cosa che a Chernobyl non è accaduta), soltanto dopo decenni si possono ottenere stime statistiche, affette comunque da numerosi elementi di incertezza. Per quanto invece riguarda Fukushima, secondo una stima preliminare* sarà nell’ordine dei mille il numero delle morti per cancro direttamente riconducibile all’incidente di Fukushima, mentre sono 11 le vittime dei restanti quattro episodi fatali (ve-

rificatisi in Giappone nel 1999 e nel 2004, in Cecoslovacchia nel 1976 e negli Stati Uniti nel 1961). In base a questi dati il bilancio del nucleare è di 0,68 decessi/TWh, considerando 45mila vittime a Chernobyl, più mille a Fukushima. Sarebbero 0,07 sfruttando le stime dell’Unscear.

Confrontando questo dato con quelli relativo alle altre tecnologie (brevemente presentati nelle pagine qui a fianco), il nucleare risulta tra le più sicure fonti di energia. Peraltro inserire nel computo dei morti le vittime dell’incidente di Chernobyl è inappropriato, data la fondamentale differenza in termini di sicurezza che si è creata da quando la produzione di energia elettrica, ovvero l’impiego civile dell’atomo, si è slegata dalla produzione di testate nucleari. Escludendo Chernobyl dal conteggio dei decessi *Frank von Hippel (ma continuando a inserirvi i mille sti- Bulletin of the Atomic Scientists - Vol. 67 mati a Fukushima), n.5, settembre-ottobre il nucleare scende 2011 - The radiological addirittura al di and psychological sotto dell’eolico e consequences of the Fukushima Daiichi del fotovoltaico. Eppure, nonostante le statistiche, il nucleare è tra le tecnologie più temute. Questo perché la percezione del rischio legato alla tecnologia è


amplificata da due fattori. Il primo è la scarsa confidenza con la tecnologia stessa: in pochi conoscono, anche solo a grandi linee il meccanismo di una centrale nucleare, e le dinamiche fisiche e chimiche che avvengono al suo interno vengono associate (anche solo inconsciamente) alla distruttività della bomba ato-

Il fatto che il rischio connesso al nucleare si concretizzi in eventi rari ma catastrofici amplifica la percezione del rischio stesso

mica, che del resto è stata l’unica manifestazione tangibile della potenza dell’atomo (in questo senso il forte legame tra industria nucleare civile e militare degli anni della Guerra fredda non hanno aiutato); inoltre ci sono questioni effettivamente irrisolte che riguardano soprattutto la gestione delle scorie. Il secondo è dovuto al fatto che nel caso del nucleare il rischio si concretizza in pochi rari eventi, i quali hanno però una portata catastro-

Chernobyl oggi: il reattore è racchiusa in un sarcofago di cemento, e nella città, abbandonata da 26 anni, domina la vegetazione

fica, e quindi una risonanza mediatica molto alta, ma soprattutto un impatto psicologico maggiore. Questo è un fenomeno evidente per esempio anche nel mondo dei trasporti: l’aeroplano è da sempre il mezzo di trasporto che evoca le peggiori ansie e paure. Un po’ l’idea di non sapere perché il mezzo riesca effettivamente a volare, un po’ il pensiero che in caso di incidente ci attenda morte certa (cosa peraltro a sua volta errata: gli incidenti aerei sono fatali nel 40% dei casi), nessuno dirà di sentirsi più al sicuro viaggiando in aereo piuttosto che in macchina. Eppure – statistiche del dipartimento dei trasporti britannico – nel calcolo dei “morti per miliardo di passeggeri per chilometri percorsi”, l’auto (3,1) risulta 60 volte più pericolosa dell’aereo (0,05) – il rapporto rimane a favore dell’aereo anche considerando le ore di viaggio.


Fukushima mon amour  

Il disastro di Daiichi un anno dopo

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