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numero 21

Il Serale

12 novembre 2012

Settimanale quotidiano

google

Google Search

Dittatore di ricerca Internet non è libero


Il colosso “paraculo”

Concorrenza sleale, abusi e dati personali rubati La privacy è il “tallone d’Achille” di Google e l’azienda continua a farla franca di Silvia Fiorito

G

oogle e privacy, un binomio che sembra alquanto impossibile. L’Antitrust (sia americana che europea) ha puntato il dito sul colosso di Mountain View, il quale potrebbe presto esser costretto a rispondere delle accuse di “concorrenza sleale”. Ce lo dicono i principali quotidiani degli Stati Uniti, sostenendo che tale accusa è stata fatta sulla base di una ricerca effettuata dall’Ftc (Federal Trade Commission). Al momento, i contenuti del lungo memorandum redatto risultano riservati, ma i Federali sono pronti a giurare che ci siano tutti gli elementi per citare il gigante web in giudizio. Google avrebbe infatti abusato della propria posizione dominante sul mercato della ricerca online, con il fine di pro-

muovere i propri servizi a discapito della concorrenza. Gli owners della multinazionale hanno prontamente negato le accuse, rendendosi comunque disponibili al dialogo con gli investigatori. Non solo l’Ftc, ma anche una lunga lista di aziende – in particolare nel settore del commercio elettronico, del turismo e

L’Antitrust ha puntato il dito sull’azienda di Mountain View: abuso di posizione dominante, è l’accusa rivoltale dall’Ftc

del divertimento – hanno effettuato reclami riguardo il soffocamento illecito della concorrenza da parte del titano del web. Ma l’azienda pubblica G. non è nuova di certe accuse.


Il 9 febbraio 2010 viene lanciato Google Buzz, il social network creato da Larry Page e implementato direttamente nel servizio di posta elettronica Gmail. Viene però dismesso dopo soli due anni. La piattaforma sociale non è stata soltanto vittima di un disastroso insuccesso, ma anche di un procedimento legale. Difatti, nell’autunno dello stesso anno, l’azienda statunitense viene querelata per violazione della privacy. «I contatti mail con cui ciascuno scambiava più frequentemente messaggi erano stati inseriti, in maniera piuttosto automatica, in una sorta di rete à la Facebook – racconta il popolare mensile Wired - in cui ognuno poteva vedere l'attività e contatti degli altri». L'obiezione degli utenti è stata tempestiva e inopinabile: e se gli iscritti non

blog. Cosicché Google, per non peggiorare la sua situazione e doversi scontrare con il garante della privacy, ha accettato di inviare una mail a tutti i suoi utenti in cui informa di aver raggiunto un accordo con il giudice e che le impostazioni di Buzz sarebbero state prontamente modificate. Non soltanto: arriva così per il colosso californiano una delle prime multe, di 8,5 milioni di dollari nello specifico; una cifra piuttosto irrisoria a confronto degli otto miliardi e mezzo di fatturato nel solo 2010. Più salata, invece, l’ammenda pagata da Google nel 2011: 500 milioni di dollari per aver illegalmente pubblicizzato online alcuni farmaci; l'Fda (Food and Drug Administration) ha infatti accusato la compagnia di aver accettato gli annunci AdWords di farmacie canadesi, nonostante

volessero esser spiati mentre inviano email personali? Del resto l’iscrizione a Gmail dovrebbe significare l’apertura di una casella di posta e non di un account di un social network o di un micro-

l'importazione di prescrizione dal Canada sia vietata dalla legge degli Stati Uniti. Le autorità ritengono che Google fosse a conoscenza di tale legge già dal 2003. Il ministero della giustizia

Nel febbraio 2010 la denuncia per Google Buzz: «I contatti mail con cui ciascuno scambiava messaggi erano stati inseriti in maniera automatica: ognuno poteva vedere l'attività degli altri».


ha, inoltre, avviato il sequestro di tutti i fondi derivanti dalla pubblicità illecita. Il vice procuratore generale James Cole ha dichiarato: «Questo accordo assicura che Google verrà punita per ciò che ha fatto e costretta a pagare una delle multe più ingenti della storia». Difatti la sanzione rappresenta più del venti per cento dei profitti del gruppo nel primo trimestre del 2011. Il confronto e l'importo del pagamento non devono risultare sorprendenti, bensì un costoso escamotage per evitare una condanna penale più difficile da far passare in sordina. Senza contare i soldi pubblici impiegati per le indagini sul caso. Quest’anno, con l’arrivo della primavera, il monopolista dell’etere torna a rimediare ai propri danni con sanzioni di facciata. È il caso dei 25mila dollari versati come multa per lo scandalo dell’opzione panoramica Street

View. Il dito è stato puntato dall’Fcc (Federal Communications Commission), agenzia governativa indipendente incaricata di regolare tutti i possibili utilizzi dello spettro radio, delle telecomunicazioni e delle comunicazioni internazionali. Oggetto della controversia sono gli autoveicoli di Google utilizzati in tutto il mondo per scattare fotografie a 360°, con il fine di migliorare il servizio di Google Maps. Il software installato su

Nell’agosto 2011 arriva una sanzione di 500 milioni di dollari: pubblicità illecita di farmaci canadesi tramite l’utilizzo di AdWords

tali macchine avrebbe, però, catturato le posizioni degli “hotspot” personali e dei router wireless individuati nei dintorni, sniffando e memorizzando dati privati come nomi utente, pas-


sword e email. La multinazionale di Larry Page si è istantaneamente giustificata, ammettendo l’errore ma sottolineando che la registrazione di questi dati sia avvenuta in modo accidentale ma comunque non illegalmente. Pertanto, l’ammenda di 25mila dollari è stata giustificata dall’Fcc, come penalty a seguito del deliberato intralcio delle indagini da parte di Google. Roba da

Aprile 2012: la multa è simbolica, di 25 mila euro. Nessuna responsabilità penale, ma per l’Fcc Google avrebbe intralciato le indagini su Street View

poco, insomma. Ma non finisce qua. L’Ftc, ad agosto di quest’anno, pare essersi indignata sul serio. Il caso Safari è risultato più grave dei precedenti: un ricercatore della Stanford University aveva denunciato al Wall Street Jour-

«Le “Google cars” hanno registrato dati non concessi in modo casuale». Così si è giustificata Google, di fronte all’accusa

nal che l'azienda di Mountain View aveva eluso le impostazioni sulla privacy degli utenti del browser di Apple. Malgrado le impostazioni di Safari, infatti, Google era riuscito a monitorare la navigazione su internet da Mac, iPhone e iPad. Ciò sarebbe accaduto mediante l’inserimento di cookies fatti apposta per il monitoraggio di pubblicità sui sistemi degli utenti Machintosh che hanno navigato nel web tramite la rete Doubleclick della compagnia. La cosa grave è che tutto questo costituisce una violazione del decreto di consenso del 2011, che Google aveva negoziato con la Ftc in occasione dell'annuncio del social network Buzz. Il Grande Fratello della ricerca online è dunque obbligato a pagare una maxi multa di ben


L’azienda di Larry Page (foto) ha risposto alla multa ritirando immediatemente i “biscotti avvelenati� e accettando di pagare


Come to the dark side, we have cookies. Google spiava Safari tramite dei Cookies fatti apposta per il monitoraggio di dati

22,5 milioni di dollari. Jon Leibowitz, presidente dell’Ftc, ha dichiarato «tale multa manda un messaggio chiaro a tutte le società riguardo la disciplina sulla privacy. E non importa quanto grandi o piccole siano le aziende, devono obbligatoriamente rispettare i nostri regolamenti e garantire un determinato trattamento dei dati al consumatore». Con tempestiva puntualità, Google ha rimosso i “biscotti avvelenati” dai registri di Safari e accettato di pagare la multa. Ma con una condicio sine qua non: l’accordo con l’Ftc non deve contenere alcuna ammissione di colpevolezza da parte dell’azienda multinazionale, la quale nega qualsiasi violazione e responsabilità contenuta nel richiamo iniziale, ad eccezione di quelle

accidentali. Scorciatoia comoda per tutti: i federali si vedranno recapitare una cifra da capogiro e il motore di ricerca più famoso al mondo non dovrà affrontare alcun contenzioso, né negli Stati Uniti, né altrove. Google: paladino della ricerca gratuita e monopolista del web. Un colosso, insomma.

L’ultima sanzione è di 22,5 milioni. Si tratta però di un patto in cui Google accetta di pagare, ma, per l’Ftc ne esce senza colpevolezza


Algoritmi di navigazione


I

Il motore di ricerca più famoso del mondo è stato aggiornato da Panda a Penguin, ma dalla ricerca “intelligente” a quella semantica sono oltre 500 le modifiche che Google opera durante l’anno. Senza che noi ce ne accorgiamo

di Elisabetta Specchioli

l 24 aprile, a distanza di un anno da Google Panda, sul blog Google Webmaster Central, l’azienda statunitense ha annunciato l’introduzione di una nuova modifica al suo algoritmo, denominata Google Penguin. Se sul fatto che anche «chi non legge Freud può vivere cent’anni» ci ha già rassicurati Rino Gaetano, è probabile che anche ignorare cosa sia un algoritmo non costituisca un insormontabile ostacolo a una prolungata senilità. Però è altrettanto probabile che, nel caso volessero sapere qualcosa del padre della psicanalisi, otto persone su dieci (le due mancanti all’appello sono le mie nonne) ricorrerebbero a un motore di ricerca su internet piuttosto che a una polverosa enciclopedia. E ciò che permette ai motori di ricerca di reperire e gerar-

chizzare dati è proprio un algoritmo. Etimologicamente, il termine è la latinizzazione del nome del matematico persiano al-Khwarizmi, vissuto ben prima del mille d.C. e considerato uno fra i primi ad essersi accostato al concetto di algoritmo, la cui definizione, tuttavia, resta tuttora fonte di dibattito fra gli specialisti. Poiché però le aule del Massachusetts institute of technology sono lontane, riteniamo sufficiente la definizione che ne da il dizionario informatico della The McGraw-Hill Companies, S.r.l., Publishing Group Italia, casa editrice che si è imposta nell’ambito delle pubblicazioni universitarie e informatiche in Italia e che fa parte del gruppo americano The Mac Graw-Hill Companies ( lo stesso di cui è una sussidiaria la temibile Standard & Poor’s): s’in-

“Algoritmo" è una latinizzazione del nome del matematico persiano al-Khwarizmi. L’ultimo di Google è andato a vantaggio dei siti di qualità


tende per algoritmo una «sequenza limitata di istruzioni che devono essere eseguite per compiere una determinata funzione. Spesso il termine è usato per descrivere le istruzioni di un linguaggio di programmazione o per indicare la serie di operazioni necessarie ad ordinare dei dati, reperire informazioni o pianificare una serie di azioni». In parole spicce e applicando il concetto alla prassi informatica, potremmo dire che è una successione ordinata di operazioni che partendo da una serie di dati immessi , conduce a un’altra serie di dati output che soddisfano un insieme predefinito di

requisiti Il primo motore di ricerca ad utilizzare un algoritmo fu Aliweb nel 1993. Permetteva agli utenti di ”sottoporre” l’indice dei loro siti, in modo tale da includere nel proprio database le pagine web e di aggiungere sommarie descrizioni della

Il primo motore di ricerca a utilizzare un algoritmo fu Aliweb nel 1993. Gli utenti “sottoponevano” l’indice dei loro siti in modo che fossero inclusi nel database

pagina; i webmaster, sacerdoti del rito algoritmico, potevano così definire le parole che avrebbero poi condotto i fruitori del motore a una determinata pagina. Aliweb fallì, per rigenerarsi come una fenice metodologica in altri motori, fino al 1997, quando Larry Page e Sergey Brin, allora studenti della Stanford University, ebbero un’intuizione: analizzare le relazioni tra siti in base a un criterio topologico, vale a dire in base a un presupposto omeomorfismo tra di essi e privilegiare le pagine citate con il maggior numero di link. Nel 1998 fondarono dunque Google, basato su un nuovo algoritmo ribattezzato PageRank che indicizzava le pagine in base tanto a un criterio di rilevanza in relazione all’oggetto ricercato,


quanto secondo un criterio di popolarità, stabilito dalla quantità di collegamenti che una determinata pagina poteva vantare in altri siti. L’idea si è rivelata vincente e con i suoi 8 miliardi di pagine indicizzate, Google è oggi quasi il detentore assoluto del monopolio della ricerca sul web. Forte di questa consapevolezza, detta i tempi e i modi della ricerca, cambiando le regole a suo piacimento. E cambiare le regole in buona sostanza vuol dire cambiare l’algoritmo. Nel 2011 Google lanciava Panda, un aggiornamento dell’algoritmo volto a favorire quei siti rispondenti a determinati parametri qualitativi, quali

cura della grafica, attendibilità, produzione di contenuti autonomi e velocità. Se da un lato questo censimento qualitativo ha portato all’eliminazione di quelle pagine trappola, povere o totalmente mancanti di contenuto realizzate esclusivamente per attirare

Cambiare le regole di Google vuol dire cambiare algoritmo: Panda ha premiato nel 2011 i siti di qualità, Penguin penalizzerà i siti che scalano l’indicizzazione facendo keyword stuffing

i visitatori sulla pubblicità, dall’altro ha anche decretato la fine ad esempio di siti aggregatori di notizie che non producono contenuti propri o il declassamento di siti aziendali o istituzionali, come quello di Confindustria perché fatti male. Il 24 Aprile di quest’anno Google ha annunciato una nuova modifica dell’algoritmo, denominata, sempre ricorrendo ad animali che nella consuetudine iconica fanno simpatia, Penguin. Stavolta l’obiettivo è la penalizzazione di quei siti che hanno scalato la classifica dell’indicizzazione facendo keywords stuffing: hanno cioè infarcito la propria pagina di parole chiave nient’affatto pertinenti con il tema della pagina stessa. Se fossimo in vena di vagheggiamenti western,


Una parete coperta interamente da doodles nella sede dell’azienda a Mountain view. Poco tempo dopo l’uscita del primo doodle, Dennis Hwang, un artista freelance, divenne l’official chief doodler. Prendere in giro il proprio stesso logo è da 12 anni una cosa molto seria.


Google sarebbe lo sceriffo, l’algoritmo la sua legge e i penalizzati i banditi spietatamente cacciati dalla città, mentre i doodle continuano a suonare. Se Panda e Penguin costituiscono due vistose modifiche dell’algoritmo, bisogna però ricordare che il proteiforme motore di ricerca ne ha subite e continua a subirne di numerosissime: ogni anno apporta circa 500-600 cambiamenti, la maggior parte dei quali minimi, mentre a scadenza magari bimestrale o trimestrale, apporta quelli più significativi. Nel 2003 ad esempio lanciò l’update Fitz: da allora il motore sarebbe stato ag-

giornato quotidianamente anziché a scadenza mensile; nel febbraio 2004 l’update Brandy incrementava l’abilità di Google a capire i sinonimi, mentre nel giugno 2005 l’azienda californiana avrebbe cominciato a utilizzare la “storia” dell’utente per regolarsi nei risultati

Il motore di ricerca subisce all’anno in media tra le 500 e le 600 modifiche: le più grosse (come il declassamento di alcuni siti) non vengono notate al contrario di quelle più piccole

della ricerca. Paradossalmente, mentre le mutazioni più ponderose tendono a sfuggire all’utente di Google, quelle più piccole gli risultano più evidenti. Ad esempio nel 2011 ad un utente medio non difficilmente sarà sfuggito il declassamento di Leggo.it , ghigliottinato da Panda 2.5, ma avrà sicuramente notato che Google istant search si arricchiva di una nuova


funzione: l’autocompletamento delle parole di una frase inserita nel box di ricerca, che da allora si è guadagnata l’attributo “intelligente”. E che oggi Google vuole far diventare addirittura geniale. Nei cantieri di Mountain View, Page e soci hanno da tempo un progetto che porterebbe il motore a operare le ricerche non più utilizzando un algoritmo sintattico che sfrutta le parole chiave e i backlink (il collegamento ipertestuale che punta a una pagina web), bensì impiegandone uno semantico, spostando dunque i termini della ricerca dal significante al significato e collegando non più solo parole, ma concetti. Collegare entità invece che semplici parole chiave porterebbe a risultati più ef-

Collegare non parole, ma concetti, essere più che “intelligenti”: nei progetti di Page e soci la ricerca semantica è la nuova frontiera dello sviluppo di Google

ficaci e attinenti alla ricerca lanciata, con l’ampliamento dello spettro d’informazioni congruamente correlate. Certo è che anche Google. Inc otterrebbe i suoi vantaggi, come ad esempio portarsi a casa un bel numero di nuovi siti affiliati o incrementare la permanenza sul proprio sito degli utenti, strappandoli a Facebook . Così tutti saranno contenti, forse anche il giorna-

lista americano Nicolas C. Garr che nel 2008 ha preconizzato in un suo articolo che l’uso di Google ci renderà stupidi, data la facilità, ma anche la limitatezza, scevra da qualunque approfondimento, con cui sazia la nostra fame di ricerca.


La curva che non si piega

Come cresce il fatturato di Mountain View? Questi sono i numeri di Google e le perplessità di un gigante che non avrà mai i conti in rosso di Nicola Chiappinelli

P

ochi giorni fa il governo irakeno ha annunciato che prevede introiti derivanti dall’estrazione dell’oro nero per oltre 200 miliardi di dollari. Google si stima valga ora attorno ai 250 miliardi di dollari. Una cifra enorme. Eppure. Eppure le ultime analisi raccontano di un momento di rallentamento. Si possono chiamare così infatti, senza eccessi da logorio del termine “crisi”, il passaggio in un anno da 2,73 a 2,18 miliardi di dollari di utile netto, e la crescita del fatturato dai 7,51 miliardi del 2011 ai “soli” 11,33 del 2012, al di sotto quindi del consensus di 11,8 miliardi previsto dagli esperti di finanza, registrati lo scorso ottobre nei dati di trimestre. In sintesi, un po’ come dire che si è delusi dall’essere tornati dalla pesca senza il caviale. A guardare in modo perplesso i numeri di Google sono stati però soprattutto gli analisti, che si aspettavano un utile per azione di 10,65 dollari e invece hanno dovuto prendere atto dei 9,03 dollari effettivi. In una presentazione oltretutto intaccata dal pasticcio compiuto dell’azienda, che pubblicato la trimestrale sul sito della Consob americana prima del previsto, come dimostrato dalla nota a margine "pending on Larry quote" (‘ovvero in attesa della citazione di Larry’). Ossia si doveva aspettare il commento del ceo e fondatore di Google, Larry Page, che infatti si è poi scusato con gli azionisti vista la naturale risposta “nervosa” della borsa a quanto annunciato, in maniera inaspettata, dal mercato.


L’amministratore delegato ha comunque voluto ribadire di essere felice dei “solidi” conti dell’azienda, e vorremmo vedere che così non fosse, visto che i risultati hanno sempre un più davanti. Ma evidentemente, poiché se ne parla, una questione c’è. Ed è soprattutto in prospettiva che gli analisti stanno cercando di capire se davvero si può iniziare ad immaginare il culmine della parabola ascendente della “big G”. A leggere banalmente i numeri, sembrerebbe proprio di no. Ad inizio ottobre la compagnia fondata da Page e Sergej Brin è diventata infatti la seconda potenza tecnologica del mondo, superando Microsoft e piazzandosi dietro al gigante Apple, che ha una quota capitale di 632,7 miliardi di dollari, ossia quasi tre volte più grande. Ma soltanto nel 2010, in questa classifica, Google era ancora decima, e la “mela” di Steve Jobs, grazie al boom di vendite di iPhone e iPad, aveva solo da poco soppiantato al vertice la creatura di Bill Gates. La crescita inarrestabile del motore di ricerca è dipesa naturalmente non solo dalla perfezione dell’usabilità e della penetrabilità del motore stesso, ma anche da una gestione imprenditoriale ben attenta ad espandere il marchio attraverso il controllo e l’ideazione di nuove piattaforme. Partendo quasi dalla fine, ad esempio, non si può non rilevare il successo di Android, il sistema operativo open source basato su Linux, o per molti semplicemente il rivale di Windows Mobile. La startup californiana di nome Android Inc., fondata nel 2003 da Andy Rubin, Rich Miner, Nick Sears e Chris White, venne infatti sostenuta e finanziata proprio da Google che nell’agosto del 2005, con una cifra vicina ai 50 milioni di dollari, acquistò Android Inc., trasformandola nella Google Mobile Division, così da fornire a

Perplessi soprattutto gli analisti, che si aspettavano un utile per azione di 10,65


Dalle piattaforme ai blog: la lista degli acquisti fatti nel 2011 è lunghissima

Rubin i fondi e gli strumenti per portare avanti il suo progetto che vedrà, nel settembre 2008, l’uscita sul mercato americano del primo smartphone con sistema operativo Android. Dal 2001 ad oggi comunque la lista degli acquisti è lunghissima, e va da piccoli motori di ricerca a piattaforme per blog, organizzatori di immagini e strumenti per la pubblicità online, tecniche di mappatura del web e degli accessi alla rete, social network, spazi per la condivisione musicale, videogiochi online, etc. Poi, a parte, la regina di tutte le acquisizioni, ciò che fa di Google il re del 2.0: YouTube. Fondato nel febbraio 2005 da tre ex dipendenti di PayPal: Chad Hurley, Steve Chen e Jawed Karim, è inutile descriverlo, chiunque abbia una connessione Internet ha passato sicuramente almeno un minuto della sua vita a guardare il “tubo”. È semplicemente il terzo sito più visitato al mondo (dopo Google e Facebook), e a maggio si è riusciti a stabilire che vi vengono caricati su addirittura 72 ore di filmati al minuto. Ecco: il 10 ottobre 2006 Google ha comprato YouTube per 1,65 miliardi di dollari pagati in azioni proprie. Tra le ultime compere ecco nell’estate 2011 la Motorola Mobility, famosa compagnia produttrice di telefoni cellulari, per un totale di 12,5 miliardi di dollari di azioni, e poi Meebo: una piattaforma social, nata 7 anni fa come servizio di web chat, focalizzata sulla condivisione e sulla catalogazione di contenuti, e acquistata per qualcosa come 100 milioni di dollari. Tutti si sono subito chiesti, come sempre, la ragione di una simile operazione: magari che Google avesse deciso di migliorare il proprio Google Plus? In realtà Meebo non è solo un posto dove condividere contenuti, ma anche una sorta di ufficio


contabile: controlla quali condivisioni hanno riscosso il successo maggiore, quante volte condividi qualcosa, quante volte e dove clicchi, e dalla tua attività stabilisce in quali campi sei più ferrato. Inoltre, nel panorama Social, Meebo è praticamente l’unico sito ad esser riuscito a monetizzare seriamente le web chat, con un sistema di strisce pubblicitarie in calce alle conversazioni. La notizia ha fatto pensare che anche Google si fosse per questo impegnata per toglierli al rivale Facebook. Ma in verità non si è mai vista alcuna azienda di successo tirarsi indietro di fronte ad una possibile fonte di incassi: l’accumulazione di ricchezza ha regole elementari, ma molto precise. La possibile ragione della cautela con sui si studiano in effetti i conti di Mountain View va allora ricercata altrove. E l’occhio va alla pubblicità; ma non quella sui pc: secondo eMarketer, il ricavato della pubblicità in rete per Google, a tutto il 2012, si aggirerebbe attorno ai 2,31 miliardi di dollari; poco meglio di Facebook, che registra 2,16 miliardi di dollari; parecchio indietro tutti gli altri. Il punto interrogativo riguarda invece le inserzioni sui dispositivi mobili. Sia perché costano meno di quelle del pc, e sia perché è qui che in molti hanno preso a bypassare Google per loro ricerche: le applicazioni sui cellulari ti portano direttamente al servizio richiesto, senza passare per il link sponsorizzato dal motore di ricerca: così chi vuole acquistare un prodotto va sulla app del primo sito di e-commerce che è Amazon, come chi cerca un ristorante o un albergo consulta subito Tripadvisor o affini. Forse questo potrà essere un serio problema per Google, dove ogni clic vuol dire pubblicità e quindi guadagno. Ma si tratta davvero soltanto dell’analisi negativa di un particolare; o di un possibile ostacolo in una marcia di successi che dura ormai da 14 anni.

La regina di tutte le acquisizioni, ciò che fa di Google il re del 2.0: l’acquisto di YouTube


Accetti i termini e le condizioni? Utilizzare, memorizzare, riprodurre, modificare, pubblicare: i contratti di Google fanno degli utenti ciò che vogliono

Google


Non importa I

l primo marzo 2012 Google ha dato annuncio d'aver modificato la propria disciplina in materia di privacy, creando una normativa unica, valida per gli oltri 60 servizi offerti dalla società. Scopo dichiarato di questa piccola rivoluzione, è stato lo snellimento dei termini contrattuali al riguardo, che avrebbe dovuto aumentarne la trasparenza, nonché la comprensiblità per l'utente. Obiettivo non propriamente raggiunto, a giudicare dalle polemiche suscitate da alcuni passaggi del nuovo testo. In particolare, grosse perplessità sono sorte in relazione al punto riguardante il possibile invio di contenuti personali e come tali coperti da proprietà intellettuale: «Quando carica o invia in altro modo dei contenuti ai nostri Servizi, l’utente concede a Google (e a coloro che lavorano con Google) una licenza mondiale per utilizzare, ospitare, memorizzare, riprodurre, modificare, creare opere derivate (come quelle derivanti da traduzioni, adattamenti o modifiche che apportiamo in modo che i contenuti dell’utente si adattino meglio ai nostri Servizi), comunicare, pubblicare, rappresentare pubblicamente, visualizzare

di Daniele Di Corcia

pubblicamente e distribuire tali contenuti. I diritti che concede con questa licenza riguardano lo scopo limitato di utilizzare, promuovere e migliorare i nostri Servizi e di svilupparne di nuovi. Questa licenza permane anche qualora l’utente smettesse di utilizzare i nostri Servizi». La prima cosa che salta all'occhio è come per poter usufruire di tali servizi, sia necessario concedere una licenza estremamente estesa per l'utilizzazione dei propri dati e documenti, non solo a Google, ma anche a tutte quelle società che con esso collaborano a fini commerciali o pubblicitari,cosa che rende incredibilmente ampi i confini entro i quali i contenuti personali dell'utente verranno tra-

I diritti che concede con questa licenza riguardano lo scopo limitato di utilizzare, promuovere e migliorare i nostri Servizi e di svilupparne di nuovi.

sportati e riutilizzati. Tanto più che appare assai fumosa la successiva limitazione introdotta, in quanto risulta vago ed esteso il concetto di «utilizzo, promozione, miglioramento ed innovazione» di tali servizi,dal


momento che è Google stesso a valutare la congruità del proprio operato rispetto agli scopi dichiarati. Inoltre non pare nell'interesse dell'utente neppure il fatto che la licenza conservi la propria validità anche dopo la rinuncia al servizio che l'aveva generata,rendendola di fatto irrevocabile. Questo genere di problemi, purtroppo, non riguardano af-

«L'utente concede a Facebook una licenza non esclusiva, trasferibile, che può essere concessa come sottolicenza, per l'utilizzo di qualsiasi Contenuto IP»

fatto solo il colosso di Mountain View, ma sono comuni ad altre società operanti in settori contigui e che quindi utilizzano modelli contrattuali molto simili, caratterizzati anch'essi dalla possibilità per i fornitori di servizi di modificare i termini

dell'accordo in maniera unilaterale, concedendo come unica contropartita al cliente la possibilità di recedere dal contratto in qualunque momento. Ottimo esempio di quanto appena detto è Facebook. Infatti andando a leggere fra le condizioni d'utilizzo da accettare per potersi iscrivere al social network, si può notare la presenza di una parte dedicata ai contenuti coperti da diritto di propretà (denominati “contenuti ip”), che recita testualmente : «l'utente concede a Facebook una licenza non esclusiva, trasferibile, che può essere concessa come sottolicenza, libera da royalty e valida in tutto il mondo, per l'utilizzo di qualsiasi Contenuto IP pubblicato su Facebook o in connessione con Facebook ("Licenza IP")». La Licenza IP termina nel momento in cui l'utente elimina il suo account o i Contenuti IP presenti sul suo account, a meno che tali contenuti non siano stati condivisi con terzi e che questi non li abbiano eliminati. Quando l'utente elimina Contenuti IP, questi vengono eliminati in modo simile a quando si svuota il cestino del computer. Tuttavia, è possibile che i contenuti rimossi vengano conservati come copie di backup per un determinato periodo di tempo (pur non essendo visibili ad altri).


Anche qui ci troviamo di fronte all'obbligo di concessione di una licenza, utilizzabile sia da Facebook che da società terze ad esso connesse, riguardante i contenuti personali dell'utente. L'unica differenza fra questo modello e quello elaborato da Google, riguarda la possibiltà di invalidare o meno tale licenza. Infatti in seguito a violente polemiche, la società di Menlo Park ha reso revocabile la licenza tramite la cancellazione dell'account, limitando quindi l’utilizzo commerciale dei contenuti forniti dagli utenti al solo periodo di permanenza degli stessi all'interno del social network. Così parrebbe. Infatti qualora tali contenuti siano stati condivisi con altri utenti e questi ultimi non li abbiano successivamente rimossi, la licenza non perde i propri effetti. E considerando la viralità del sistema è presumibile che questa condizione si verifichi con una frequenza elevata, andando a inficiare la possibilità per l'utente di recuperare effettivamente la piena proprietà di quanto condiviso in precedenza. Inoltre anche qualora ciò non si verificasse e quindi la rimozione sia effettiva, Facebook si riserva comunque la possibilità di tenere “copie di backup”, per un “determinato” lasso di tempo non meglio specificato e quindi

privo di reali limiti prestabiliti. Ciò che emerge dal confronto fra le discipline contrattuali dei due colossi è una situazione preoccupante. L’importanza assunta da questi servizi ha permesso una loro intrusione massiccia all'interno della nostra vita privata, comportando un forte ridimensionamento del concetto di “privacy”. E il tutto in maniera legale. Il processo è

La differenza fra Facebook e il modello di Google, è la possibiltà di invalidare o meno la licenza. Menlo Park ha reso revocabile la licenza tramite la cancellazione dell'account

in moto e non sembra intenzionato a fermarsi, a meno che ognuno di noi non decida di sedersi un attimo, riflettere e valutare. Oppure postare la propria angoscia su facebook.


Dittature contro L

Cina, Iran e Google. Eterno scontro fra colossi totalitari. La regola dei “pesi e dei contrappesi” per evitare le censure. di Pasquale Raffaele

a galassia Google è impegnata quotidianamente sull'insidioso e instabile terreno dei rapporti politici internazionali. Da una parte le diatribe sulla privacy degli utenti e sul trattamento dei loro dati personali, capitolo ricco di sanzioni ai danni del colosso californiano da parte di vari organismi di vigilanza statunitensi ed europei; dall'altra rapporti con le dittature mondiali sempre traballanti e complicati da gestire. Il caso

bilitare i mezzi di informazione globali, l'opinione pubblica interna di rado viene a conoscenza di simili polveroni. Non fa eccezione la questione della "rete libera", tornata ancora al centro dell'attenzione in tempi recenti. Venerdì scorso, diversi utenti cinesi hanno segnalato l'impossibilità di raggiungere il proprio account Gmail, la pagina del motore di ricerca Google.cn e i vari sottodomini come Google Documents e Google Maps, sebbene

più noto è quello delle relazioni fortemente confittuali con la Cina. Il peculiare quadro censorio cinese fa in modo che, mentre oltreconfine anche la caduta di uno spillo sia in grado di mo-

da Mountain View siano giunte rassicurazioni sul corretto funzionamento dei sistemi e delle connessioni. Malgrado l'assenza di una conferma ufficiale da parte di Pechino, l'indiziato nu-

In Cina, la questione della “rete libera” torna al centro dell’attenzione. Diversi utenti si sono visti oscurare i propri account Gmail , la pagina principale di Google.cn e i vari sottodomini.


mero uno pare essere lo stesso partito comunista cinese, non a caso occupato in quei giorni in un evento di capitale importanza, il XVIII congresso che ha rinnovato la nomenklatura e ha promosso a segretario l'ex vice Xi Jinping. Il colosso della Silicon Valley era arrivato ai ferri corti con l'esecutivo cinese già nel

Quella fra Big G e la Cina è un’eterna lotta. Il “great firewall” può considerarsi la Grande Muraglia virtuale per irretire l’informazione.

2010 per via del mutato atteggiamento nei confronti delle arbitrarie attività censorie portate avanti grazie al "great firewall", la Grande Muraglia virtuale realizzata per impedire la divulgazione di notizie e idee considerate pericolose per la stabilità del quadro politico e sociale. La frattura definitiva era emersa a gennaio quando Google, tramite un comunicato ufficiale firmato dal vicepresidente David C. Drummond, annunciò

Operazione Aurora: l’attacco cibernetico contro Google e altri colossi del web da parte di hacker al soldo deil governo cinese.

che non si sarebbe più attenuto alle direttive di Pechino, quindi non avrebbe più censurato i risultati delle ricerche sulla versione cinese del motore di ricerca. Pochi giorni prima era terminata l'Operazione Aurora, ovvero l'attacco cibernetico contro Big G e altri colossi del web – Adobe Systems, Symantec e Yahoo! fra gli altri – iniziato a metà 2009, attacco secondo Mountain View riconducibile proprio agli hacker al soldo del governo cinese, intenzionato a carpire informazioni aziendali top secret e a violare diversi account di posta elettronica, come è avvenuto per due indirizzi email dell'artista e attivista Ai Weiwei, già da tempo nel mirino delle autorità a causa della sua attività di dissidente. Da qui la decisione di lasciare la sede di Pechino, ma non il fiorente mercato cinese. Per aggirare l'oscuramento dei risultati di ricerca,


Big G ha tentanto invano di reinderizzare gli utenti di Google.cn sulla pagina Google.com.hk, la versione per Honk Kong.

l'azienda californiana aveva fatto ricorso a un semplice espediente tecnico: in pratica, reindirizzava gli utenti della pagina Google.cn su Google.com.hk, la versione per Honk Kong del motore di ricerca, in modo da fornire risultati non censurati in cinese semplificato. Una pratica, manco a dirlo, osteggiata dal governo, che ha cosÏ minacciato di non rinnovare a Google la licenza ICP (Internet Content Provider), atto fondamentale per la gestione e l'esistenza stessa di un sito commerciale nel paese del Dragone e vicino alla scadenza. La soluzione trovata dal colosso statunitense è stata compromissoria: Google ha rinunciato al reindirizzamento diretto sulla versione di Hong Kong, decidendo di "dirottare" i propri

utenti su una pagina cinese del motore che permetteva di accedere ad una gamma di servizi limitati oppure di passare a Google.com.hk per le normali ricerche. Soluzione evidentemente apprezzata dal governo, che a luglio rinnova la licenza, come annunciato dalla compagnia in uno scarno comunicato privo di qualunque dettaglio sulle clausole dell'accordo raggiunto – del resto, la trasparenza non ha mai rappresentato un

Il governo ha minacciato di non rinnovare al colosso di Mountain View la licenza ICP in scadenza.

cruccio per l'azienda fondata dal duo Page-Brin. Dopo un anno di relativa quiete, Google sceglie di intraprendere una diversa politica nei confronti dell'ingerenza governativa e introduce una no-


tifica "anti-censura", vale a dire un messaggio automatico che avverte l'utente quando effettua ricerche "proibite", spiegandogli che la ricerca di quella parola può comportare un'interruzione temporanea della connessione al motore "non controllabile da Google". Qualcuno legge il nuovo approccio in chiave dietrologica. Secondo Ethan Zuckermann, blogger e attivista statunitense, lo scopo principale della strategia post-2010 sarebbe un restyling della propria immagine al cospetto di una stampa internazionale che spesso ha assunto posizioni eccessivamente dure Google introduce nei confronti degli accordi stipulati col un messaggio cinese, automatico che governo adottando un dopavverte l’utente piopesismo tutt'altro quando effettua che motivato: «Non ricerche proibite. ho mai capito bene perchè Google ha sempre ricevuto più critiche di Microsoft o di Yahoo, che ha addirittura passato al governo cinese alcune informazioni su un suo utente, Shi Tao, che è stato condannato a dieci anni di prigione». Non solo, qualcun altro interpreta il disimpegno di Google come la diretta conseguenza dei timore legati alla presenza sul mercato cinese di un competitor che non ha eguali in nessun altro paese:

Baidu. Si tratta di un motore di ricerca "governativo" ideato da Robin Li, studente di informatica trasferitosi per un master negli Stati Uniti che, dopo essersi offeso per una battuta di un docente sull'arretratezza tecnologica cinese (il professore chiese ironicamente se esistessero i computer in Cina), iniziò a lavorare al progetto dal quale nacque Baidu nel 2000 - più o meno in contemporanea alla nascita di Google. Sebbene "innocua" su scala mondiale, la creatura di Li è il motore di ricerca più adoperato nel proprio paese: attualmente, l'85% degli internauti cinesi lo adoIn Cina, il pera e può così motore di ricerca vantare circa 400 più usato rimane milioni di utenti, a fronte dei 425 mi- però “Baidu”, un competitor lioni di Google in tutto il mondo. Nogovernativo. nostante il raffronto economico sia ancora impietosamente favorevole al colosso di Mountain View (Big G lo scorso anno ha fatturato oltre sette miliardi di dollari, Baidu "soltanto" 500 milioni), bisogna tenere conto delle potenzialità di un mercato in pantagruelica espansione che nel 2000 registrava meno di un milione di utenti: se la crescita dovesse mantenersi sui ritmi attuali, l'incremento su base


Anche il regime iraniano mina alla libertà virtuale, considerando i social network e i competitor di ricerca lesivi per il governo.

mere le potenzialità della rete globale – in particolare di Twitter – durante la Green revolution, l'ondata di manifestazioni popolari del giugno 2009 contro la rielezione alla presidenza di Mahmoud Ahmadinejad ritenuta irregolare da diversi osservatori, internazionali e non. Il ruolo cruciale dei social network durante la primavera araba è stato considerato come una più che sinistra conferma dei timori di regime e, in tal senso, non sono affatto casuali le dichiarazioni rilasciate proprio nel dicembre 2010 dal ministro delle Comunicazioni Reza Taghipour, il quale ha auspicato una rete "pulita e libera da contenuti immorali e controversie in grado di dividerci". Il pretesto per un primo assaggio della ricetta iraniana

l'ha fornito "The innocence of Muslims", il trailer considerato offensivo nei confronti del profeta Maometto che ha destato enorme indignazione nel mondo islamico, immediatamente sfociata in violente manifestazioni di piazza. Così lo scorso 24 settembre, al rifiuto di rimuovere il video da parte di Youtube, le autorità iraniane hanno disposto la sospensione sine die degli accessi a Google e a tutta la sua galassia di servizi, il tutto nonostante lo

Lo scorso 24 settembre le autorità iraniane hanno sospeso a tempo indeterminato gli accessi a Google.

scarso interesse apparentemente mostrato dagli iraniani per il video, che nella Repubblica islamica non ha innescato alcuna forma di protesta sanguinosa o meno. Il blocco totale è durato


una settimana, finché il primo ottobre gli utenti iraniani hanno avuto di nuovo accesso ai propri account Gmail, ma sulla questione continua ad aleggiare un enorme alone di incertezza. Gli unici ostacoli al progetto iraniano – sebbene non di poco conto – sono rappresentati dai mostruosi costi di realizzazione per un simile progetto e da un'opinione pubblica imparagonabile a quella immatura e ghettizzata della Corea del Nord. L'Iran è il secondo paese mediorientale per penetrazione di internet, dietro soltanto a Israele. Un altro mercato non da poco Big G che, come Big G è obbligato per di consueto, deve a sottostare, andarci con i piedi poiché l’Iran può di piombo, magari considerarsi una ingoiando più di un gallina dalle uova boccone amaro.

d’oro, dati i numerosi utenti.


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