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numero 27

Il Serale

11 novembre 2013

Settimanale quotidiano

J

Cannabis in law

I problemi della legalizzazione in Italia


L

a legalizzazione della cannabis nel nostro Paese è più difficile rispetto ad altri. Per due ragioni: la prima, perché le legislature passate hanno fatto di tutto per complicare la normativa: la Fini-Giovanardi prende a schiaffi il buon senso, le norme europee e termina per prendersi a schiaffi da sola. La seconda, perché la peculiare radicalizzazione della criminalità organizzata rende tutto il discorso soggetto a una variabile poco governabile: la mafia ora specula illegalmente sui traffici, ma con la legalizzazione sarebbe il più grande investitore legale che abbiamo. osì abbiamo sradicato il discorso dalla retorica e divelto le facilonerie mediatiche che ruotano attorno al pugno chiuso e alle “zecche” di San Lorenzo, convinti che il problema non sia la canapa, ma chi ne parla e soprattutto chi non sa farci le leggi sopra.

C

di Tommaso Brolino


ÂŤFini-GiovanardiÂť La legge sbagliata tre volte


Nel 2006 cancellò la differenza tra droghe leggere e droghe pesanti, accumunando due reati palesemente diversi e violando le norme comunitarie. E ora la Cassazione la giudica anticostituzionale

E

quiparare droghe pesanti a droghe leggere sarebbe incostituzionale. Lo sospetta la Corte di Cassazione che ha rimandato la questione al giudice delle leggi, sollevando dubbi di vario genere sulla modalità attraverso la quale nel 2006 la legge è stata approvata. I vizi evidenziati dal Palazzaccio, infatti, sarebbero soprattutto “formali”: molti, infatti, non sanno che la legge Giovanardi è stata approvata attraverso uno di quei megacontenitori, i cosiddetti “decreti omnibus”, che hanno dato luogo a una prassi incostituzionale posta in violazione dell’art. 77 della Costituzione che legittima l’esercizio del potere legislativo solo in casi tassativi di necessità ed urgenza. Altro aspetto incriminato riguarda il contenuto della legge, caratterizzato dalla eterogeneità ed autonomia della materie inserite nel decreto e, infine, dal punto di vista della sostanza, la Corte ha eccepito la violazione degli obblighi comunitari. Tra l’altro, come viene evidenziato sul sito della Camera

di Asiul Skaja

dei Deputati, è possibile notare come le misure di modifica al testo unico sugli stupefacenti, siano state introdotte nella fase di conversione del decreto legge, nato per fronteggiare le “emer-

Il decreto è in realtà composto da emendamenti presentati in fase di conversione di un altro decreto ancora con cui non hanno nulla a che fare

genze” delle “olimpiadi invernali”, della “funzionalità dell’amministrazione dell’interno” e delle “misure per favorire il recupero di tossicodipenti recidivi”. Tutte misure, eterogenee e sprovviste del requisito della necessità e urgenza di in-


L’Ue stabilisce che l’arresto per spaccio di cocaina deve subire un trattamento diverso da uno per spaccio di marijuana. In Italia invece si ottiene una condanna uguale

tervenire, che si sarebbero potute approvare attraverso il normale procedimento legislativo. In sostanza, un decreto legge che nasce per l’approvazione di determinate misure, si trasforma in un contenitore che permette all’esecutivo, in fase di conver-

Al di là dei vizi formali, la legge violerebbe anche la normativa comunitaria che impone il principio di proporzionalità, cioè la differenziazione delle sanzioni

sione, di far confluire altre misure, assolutamente eterogenee tra di loro, come le disposizioni che modificano il testo unico sugli stupefacenti e che ha permesso l’abolizione tra droghe pesanti e leggere. Peraltro, al di là di vizi “for-

mali”, la legge sarebbe anche affetta da violazione della normativa comunitaria che impone il principio della “proporzionalità”, e cioè la differenziazione delle sanzioni in base alle differenze qualitative delle sostanze psicotrope, così come imposto dalla decisone n. 757/GAI/2004. “Gli Stati membri dovrebbero prevedere sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive, comprendenti pene privative della libertà. Per stabilire l'entità della pena, si dovrebbe tener conto degli elementi di fatto quali i quantitativi e la natura degli stupefacenti oggetto di traffico e l'eventuale commissione del reato nell'ambito di un'organizzazione criminale”, si legge al punto 5 della decisione quando si parla di efficacia e proporzionalità delle sanzioni che devono tener conto della “natura” degli stupefacenti. Ma senza richiamare i principi


comunitari, basterebbe ricorrere a un’interpretazione sistematica dei principi costituzionali per notare la violazione del principio di ragionevolezza che impone di trattare situazioni uguali in modo uguale e situazioni diverse in modo diverso. L’altro aspetto discutibile di questa normativa si riferisce alle misure sanzionatorie: se la motivazione principale che ha spinto il legislatore del 2006 ad eliminare la distinzione tra droghe pesanti e leggere è stata quella di inasprire le pene, l’impossibilità dell’applicazione dell’istituto del reato continuato ha abbassato il quantum della pena: se si tratta di sostanze “uguali”, si tratterà di un unico reato con la conseguenze che la misura sanzionatoria sarà più lieve. Con la sentenza n. 9874, ma anche con la n. 27732 del 16 luglio 2010 - la Cassazione ha spiegato che con l’entrata in vi-

gore della legge Giovanardi ne deriva l'inapplicabilità dell'art.81 del codice penale che disciplina l'ipotesi di concorso formale di reati e il relativo inasprimento della pena per l'imputato. Con questa legge, si avrà infatti un unico reato: «L'avvenuta assimilazione delle sostanze impone, dunque di ritenere che, si legge dalla parte delle moti-

Nel 2006 lo scopo della Fini-Giovanardi era quello di inasprire la pena. Ma se il consumo di droghe diverse viene equiparato, il reato è“continuato” e la sanzione diventa più lieve

viazioni della sentenza del Palazzaccio - nel caso anzidetto, il reato si unico, con la possibilità che il concreto trattamento sanzionatorio sia più favorevole rispetto al passato».


Carceri e canapa

Quasi il 40% dei detenuti e 33 arresti nei primi dieci giorni di novembre: i numeri folli degli effetti quotidiani della Fini-Giovanardi sul Paese di Pasquale Raffaele

Q

uanti detenuti può contenere il sistema carcerario italiano? La risposta più precisa a un quesito ciclicamente finito al centro di dibattiti non può che fornirla il dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) afferente al ministero della Giustizia. Ebbene, la capienza complessiva delle nostre carceri supera di poche unità le 45.500, per l'esattezza i posti totali nei 206 istituti di detenzione presenti sullo stivale sono 45.568. In termini generici siamo a conoscenza anche di essere afflitti da un serio problema di sovraffollamento delle carceri, ma in che misura? Al 31 dicembre 2012 i

detenuti in carico a tale sistema penitenziario erano 65.701, quelli ristretti all'applicazione dell'articolo 73 della legge FiniGiovanardi (detenzione di sostanze stupefacenti) 25.269, pari al 38,46%. In soldoni, poco meno del 40% di detenuti è finito nelle patrie galere a causa di droghe, tutte le droghe. Già, perchè la più vistosa anomalia della legge 49 del 2006 è proprio quella di raggruppare tutte le tipologie di sostanze all'interno della tabella 1, equiparando – pur con quan-

Con la depenalizzazione del reato legato alla cannabis nei penitenziari italiani ci sarebbero 25.269 ospiti in meno su 65.701


Prima del 31 dicembre 2006 per lo stesso reato alloggiavano in carcere 14.640 detenuti: poco meno della metà

titativi diversi - detenzione di cocaina, eroina e droghe sintetiche a marijuana e haschisch, precedentemente considerate "leggere". Tale distinzione si tramutava anche in un differente livellamento della pena per gli spacciatori: non più detenzione da 2 a 6 anni per i secondi e da 6 a 20 per gli altri, bensì tutti infilati nel "calderone grosso". La controprova dell'effetto ingolfante di tale provvedimento si può ottenere confrontando questi numeri con le cifre di detenuti presenti in carcere al 31 dicembre 2006 per il medesimo reato di detenzione: 14.640, poco più della metà. Cifre che aumentano a livelli esponenziali e diventano pantagrueliche se rapportate al numero di ingressi in carcere nel 2012 per viola-

zione dell’art. 74 (associazione finalizzata al traffico): appena 250 detenuti che, uniti a quelli già presenti, neppure arrivano al migliaio - 761 per l'esattezza. Non bastasse l’incostituzionalità della Fini-Giovanardi, la questione-carceri si è riverberata anche su scala europea nei consueti termini sanzionatori, dal momento che a maggio 2014 scade l’ultimatum della Corte di Strasburgo all’Italia sulla violazione dei diritti umani nelle car-

L’ingolfamento delle carceri si riverbera anche in Europa: a maggio 2014 scade l’ultimatum della Corte di Strasburgo

ceri: bisogna garantire a ogni detenuto in cella uno spazio minimo di 4 metri quadrati sufficientemente illuminato e pulito, oltre ad assicurarsi che il detenuto passi un adeguato numero


Tredici regioni su 20 e persone di ogni età: dal 31 ottobre al nove novembre di quest’anno sono stati ben 33 gli arresti legati alla cannabis

di ore all’esterno della cella tramite attività sociali interne alle strutture. In caso di inadempimento, i quasi 67.000 detenuti facenti parte della popolazione carceraria italiana dovranno essere risarciti, ulteriore beffarda conseguenza per l'erario di una norma da più parti e per le ragioni più disparate additata come scellerata. Per avere un’idea del ritmo con cui il nostro sistema carcerario viene riempito, abbiamo ristretto l’attenzione ai primi giorni di novembre: dal 31 ottobre al nove novembre sono stati ben 33 gli arresti legati alla marijuana, dal semplice consumo allo spaccio. Coinvolte, con almeno un arresto, tredici regioni su venti e diciannove province su 107, quasi il 18%. E si tratta di arresti che colpiscono trasversalmente tutte le fasce d’età: dal ragazzo bolognese arrestato il 2 novembre con 40 chili di ma-

rijuana al 42enne casertano o ai bresciani di 39 e 42 anni che arrotondavano il loro lavoro di operai coprendo con lo spaccio un’area di decine di chilometri. E poi un pregiudicato a Cagliari, due coniugi a Ponzano (TV), un cuoco a Verona, un parrucchiere a Cervia (RA). A Palermo un 26enne e un 36enne sono stati processati per direttissima, rimediando una condanna a 14 mesi di carcere e il pagamento di una penale di 20mila euro. Tra tutti questi sono solamente due gli stranieri un 36enne marocchino arrestato a Bari e un albanese anch’egli 36enne, entrambi finiti dentro per spaccio. Tutto ciò, se si esclude l’operazione “Laser” che a Lucca ha portato all’arresto di sei persone e scoperchiato un’intera organizzazioni con ramificazioni anche nel pisano, potrebbe essere già sufficiente per portare alla conclusione che il sistema repressivo voluto dalla 49/2006 – oltre a essere deleterio - punta al basso e a finire in carcere sono consuma-

Non solo spacciatori, ma anche cuochi, parrucchieri, operai e cittadini comuni che utilizzano la marijuana per “arrotondare”


tori e "pesci piccoli" dello spaccio, senza che mai si scalfiscano i consueti potentati che di tale mercato muovono i fili. Eppure c'è un dato ancor più allarmante che fotografa questo perenne livellamento verso il basso ed è quello che riguarda il totale delle denunce nel 2012: ben il 42,5% sono proprio legate alla cannabis. In crescita anche le segnalazioni al prefetto per il solo consumo personale: dopo una flessione a cavallo fra 2009 e 2010 sono passate dalle 32.575 di quest'ultimo anno alle 35.762 del 2012. Circoscrivendo anche qui il campo alle sostanze cannabinoidi, il rapporto diviene clamoroso: 28.095, vale a dire oltre due terzi del totale, ben il 78,56%. Non meno sanguinoso il discorso inerente le sanzioni amministrative, più che raddoppiate nell'arco 2006/2012 e passate da 7.229 a 16.205. Il contatore di persone segnalate ai prefetti per sanzioni di tale natura dal 1990 al 2012 si avvicina pericolosamente ai sei zeri: 853.004, quasi un milione di cittadini. Visti i numeri è impossibile non cogliere il giro di vite attuato dal legislatore intorno al

consumo dello spinello, dal quale ci si attenderebbe quantomeno qualche riflesso deterrente sui soggetti più penalizzati dalla generalizzata severità del provvedimento, gli assuntori di cannabis per l'appunto. E invece uno studio Onu dello stesso 2012 svela che l'Italia è il primo paese occidentale in assoluto per consumo di cannabis: le persone che ne fanno uso saltuariamente o abitualmente risultano essere il 17,3% della popolazione, ovvero circa 5 milioni. Laddove il buon senso del legislatore latita, forse a volte basterebbe un pizzico di sano pragmatismo, capace di in-

Pesci piccoli e cittadini comuni: sono rari i casi in cui grazie alla legge del 2006 in manette finiscono i grandi organizzatori dei traffici

nescare effetti economici virtuosi sia in termini di gettito che di sottrazione di consistenti fette di mercato ai soliti noti del settore, ammesso che si intenda remare in questa direzione.


Legalizzarla per colpire la mafia? S

Analisi di una soluzione poco definitiva e comparazione di due voci opposte

di Mirco Calvano

econdo quanto riportato nel World Drug Report 2013 il narcotraffico rappresenta l'attività più redditizia delle associazioni di stampo mafioso; lo stesso rapporto colloca la Cannabis al primo posto della “classifica” delle droghe più diffuse con circa 160 milioni di consumatori nel mondo. I numeri parlano anche per l'Italia dove i consumatori di Cannabis sarebbero intorno ai 3 milioni per un business che frutta alle mafie circa 2 miliardi di Euro all'anno (ricordiamo che si parla solamente di Cannabis). Bastano poche occhiate a questi dati per capire che ci troviamo di fronte ad un vero e proprio impero che ogni anno frutta alle varie mafie migliaia e migliaia di euro. Per quanto riguarda le associazioni criminali che agiscono sul nostro Paese troviamo la ‘ndrangheta che detiene il quasi completo controllo del traffico di stupefacenti diretto al mercato nazionale e una buona fetta dei mercati esteri; tuttavia sul territorio italiano agiscono anche altre organizzazioni di stampo mafioso come la Camorra ed alcuni gruppi pugliesi, oltre che associazioni straniere provenienti dall'Est Europa. La questione della legalizzazione delle droghe leggere è da sempre un territorio spinoso e al centro di aspre polemiche, soprattutto quando si toccano argomenti “caldi” come il pluricitato “uso terapeutico”, il


beneficio economico che la legalizzazione porterebbe allo Stato e il territorio ancora più spinoso della lotta alla mafia, dove chi è contro la legalizzazione viene accusato di «Voler finanziare le associazioni mafiose tramite l'acquisto di droga». Sicuramente la situazione non è chiara e ci troviamo di fronte a un argomento del quale non è semplice parlare o avere un punto di vista oggettivo, soprattutto poi se entrano in gioco i soliti volti noti dello spettacolo che confondono ancora di più le acque già tempestose. Per quanto riguarda il mondo della politica chiaramente il “terreno di gioco” è separato in maniera netta tra i favorevoli alla legalizzazione e i contrari e, per sensibilizzare le persone, si ricorre spesso a una “propaganda” fuori dal comune, come ad esempio il video dei Radicali, dal titolo «La legalizzazione illustrata agli adulti!». In questo mare di notizie, la questione centrale da indagare è principalmente questo rapporto tra mafia e traffico di cannabis e, dato che vogliamo vederci più chiaro, abbiamo chiesto delucidazioni a qualcuno che da sempre combatte in prima linea contro le mafie: Franco La Torre. Classe 1956, figlio di Pio La Torre (sindacalista della Cgil e polito del Pci, ucciso nel 1982 per la proposta del disegno di legge che prevedeva il reato di associazione mafiosa), Franco La Torre è uno storico, cooperante internazionale e membro della presidenza di Libera, associazione di promozione sociale specializzata nella lotta contro le mafie. COME AVVIENE IL TRAFFICO DI CANNABIS SUL TERRITORIO NAZIONALE E INTERNAZIONALE? «Il traffico di stupefacenti “tradizionale”, gestito

Lotta alla mafia e cannabis: Franco La Torre ha risposto alle nostre domande


«La legalizzazione può essere considerata la risposta efficace per contrastare l’illegalità»

dalle grandi organizzazioni criminali, si sviluppa secondo la filiera classica: acquisto nel paese di produzione, trasferimento nel mercato locale di consumo, consegna ai boss locali/grossisti, distribuzioni ai dettaglianti. In alcuni casi e in quantità limitate, la produzione avviene nel mercato locale, come a Roma, dove alcuni mesi fa è stato scoperto un tunnel alla periferia della capitale, dove erano in coltivazione migliaia di piante di cannabis». LEGALIZZAZIONE: SE LO STATO DOVESSE

LEGALIZZARE LE DROGHE LEGGERE LA COSA INFLUIREBBE POSITIVAMENTE O NEGATIVAMENTE SUGLI "AFFARI" DELLA MAFIA? PERCHÉ?

«La legalizzazione delle droghe leggere è stata affrontata dalla Commissione degli esperti (ministri, politici di vario livello, tecnici e scienziati), istituita dall'Onu (di cui consiglio la lettura), che è giunta alla conclusione che, a fronte del fallimento delle politiche proibizioniste, che non hanno impedito la crescita esponenziale della loro diffusione e dei relativi guadagni da parte delle mafie, la legalizzazione può essere considerata la risposta efficace per contrastare il mercato illegale e gli interessi economici di chi lo gestisce. Legalizzare la Cannabis potrebbe portare molti benefici innanzitutto si avrebbe un maggior controllo della distribuzione stabilendo dei limiti precisi al possesso e soprattutto inasprendo le pene per chi non rispetta questi limiti, ma non solo, legalizzare le droghe leggere vorrebbe dire togliere una fetta importante del mercato nelle mani delle organizzazioni criminali, perchè lo Stato subentrerebbe nella “gestione” del mercato e, ipoteticamente, si potrebbe anche pensare a un


rilancio dell'agricoltura implementando la coltivazione di cannabis sul territorio italiano, portando oltretutto un rilancio nel settore agricolo». PERCHÉ PARLIAMO PROPRIO DI CANNABIS E NON DI ALTRE DROGHE COME LA COCAINA? «Proprio per i costi contenuti, i derivati della Cannabis, hanno un mercato molto più ampio di Cocaina ecc., che hanno conseguenze, sicuramente, più dannose per la salute». CI POTREBBERO ESSERE SOLUZIONI ALTERNATIVE

«La cannabis ha costi contenuti e i suoi derivati hanno un ampio mercato»

O ALTRI ASPETTI CHE VUOLE SOTTOLINEARE A PROPOSITO DI QUESTI TRAFFICI?

«La legalizzazione e/o depenalizazzione del consumo e della produzione a scopo personale restano, allo stato, le soluzioni più efficaci per il contrasto alle mafie. D'altronde, negli Stati Uniti sono, ormai, numerosi gli Stati che hanno adottato queste misure e, recentemente, anche il Presidente della Bolivia ha annunciato una decisione in tal senso. In Europa, oltre al caso ben noto dell'Olanda, anche Portogallo e Spagna stanno andando in questa direzione». L'opinione di Franco La Torre è chiara, legalizzazione o depenalizzazione; tuttavia c'è chi non la pensa così. Il Dipartimento politiche antidroga, con una nota dal titolo: «Le ragioni del perché NO alla legalizzazione delle sostanze stupefacenti» (scaricabile qui), espone le ragioni del perché la legalizzazione non risolverebbe il problema. Dal testo leggiamo: «Non esiste alcuno studio né evidenza scientifica solida che dimostri che la legalizzazione in un contesto sociale industriale avanzato sia in grado di ridurre

«La depenalizzazione e la coltivazione rilancerebbero anche il settore agricolo»


efficacemente gli introiti delle organizzazioni criminali», vediamo perché. Affinché la legalizzazione delle droghe sia efficace nell’abbattere gli introiti delle organizzazioni criminali la disponibilità di sostanze stupefacenti dovrebbe essere garantita a tutti coloro che ne vogliano far uso; è chiaro che nessuno Stato garantirebbe l’accesso alle droghe a tutta la popolazione; si pensi, ad esempio, ai minori o ai lavoratori che svolgono mansioni particolari o rischiose (pilota di aerei o mezzi pubblici), come dovrebbe essere la normativa riguardo questi soggetti? È evidente che ci troviamo davanti ad alcuni dei soggetti ai quali l’uso delle droghe dovrebbe essere chiaramente vietato, rendendoli potenziali clienti d un mercato “sotterraneo” gestito dalla malavita. Restando sempre in termini pratici, per contrastare efficacemente il mercato illegale delle droghe, lo Stato dovrebbe mettere in piedi un sistema di produzione, controllo e gestione delle droghe mastodontico, che costerebbe cifre esorbitanti allo Stato stesso e quindi alla collettività. I costi di questo sistema produttivo renderebbero il costo della droga molto più alto di quello delle associazioni criminali, che continuerebbero a gestire il mercato nero con

Di diverso avviso è il Dap: la legalizzazione non batte l’illegalità e non annienta la mafia


prezzi più vantaggiosi per il consumatore. La legalizzazione avrebbe ripercussioni anche sul mercato digitale: la nascita di siti internet per la vendita di stupefacenti moltiplicherebbe l'offerta a prezzi “low cost” al punto da rendere ancora più complicata la gestione e il controllo del mercato sia legale che illegale. È evidente che l'entrata in campo dello Stato farebbe aumentare la concorrenza, e porterebbe quindi le organizzazioni criminali ad abbassare i prezzi sia delle droghe leggere che delle droghe pesanti, con conseguenze disastrose sui consumatori abituali. Bisogna anche ricordare che tutte le droghe, anche quelle “leggere”, sono in grado di provocare e gravi problemi sulla salute e, la loro l'eventuale legalizzazione porterebbe lo Stato in contraddizione con due principi della Costituzione: con l’art. 32 (comma 1), che recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività»; e con l’art. 3 (comma 2) che stabilisce: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli… che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

La canapa risolve il problema? Per il Dap «Non esiste evidenza scientifica solida»


Contro i miti della legalizzazione P

di Alessandro Ricucci

er risanare le casse statali riemerge periodicamente il quesito amletico con cui l’Italia (ma non solo) è alle prese da anni: cannabis o non cannabis, questo è il problema. Partiamo col dire che pensare a una legalizzazione tout court della cannabis è irreale. L’Italia, come tutti i Paesi membri dell’Ue, ha recepito i precetti delle Nazioni Unite in merito al controllo penale e amministrativo della cannabis. Ciò che si può fare è semplicemente depenalizzare i reati legati ad essa, sempre che questo possa realmente servire ad arricchire le casse statali. Secondo la Relazione Annuale 2012 della Direzione Centrale per i servizi antidroga, i derivanti della cannabis (ma-

Al netto della propaganda e della retorica, proposte per una visione più reale della cannabis in Italia e dei suoi sviluppi

rijuana e hashish) risultano essere le uniche sostanze che vedono aumentare la percentuale di consumo di anno in anno, e il loro commercio rappresenta oltre la metà (si calcola in circa 60 miliardi l’introito medio annuo) dei guadagni provenienti dal business illegale dello spaccio La legalizzazione tout di stupefacenti. court non esiste: l’Italia Un’ipotetica legalizzazione (a scopo deve depenalizzare i reati ricreativo) della e adeguarsi alle norme Ue cannabis non porterebbe certo all’esclusione delle associazioni criminali da questo florido mercato. In un periodo di forte crisi, come quella che sta vivendo il nostro Paese, le “Mafie spa” sarebbero le uniche aziende in grado di investire ingenti quantità di denaro per ac-


caparrarsi il nuovo mercato legale della cannabis. Non dimentichiamo che ciò che abbiamo di fronte è una holding che gli economisti definirebbero postmoderna, e sebbene il capitale accumulato sia frutto di attività criminali, è oggi un competitore legale nel sistema economico italiano. Per evitare una deriva del genere si potrebbe allora pensare di legalizzare l’uso della cannabis solamente a scopo terapeutico. La cannabis ha proprietà analgesiche naturali. Due sono i principi attivi che renderebbero la cannabis un'ottima soluzione come terapia contro il dolore. Si tratta del delta-8-tetraidrocannabinolo e del delta9-tetraidrocannabinolo (entrambi classificati come sostanze psicotrope dalla Convenzione UN del 1971), che agiscono sul sistema nervoso

Nonostante i guadagni provengano da traffici illeciti, le mafie sono competitori legali nel sistema economico italiano e, soprattutto, sono dotate di enorme liquidità

centrale, inducendo il rilassamento dei muscoli, e scatenando un' azione antinfiammatoria. I cannabinoidi agiscono sul dolore riducendo le infiammazioni e abbassando la sensibilità al dolore, ma i loro benefici non si limitano alle proprietà analge-

Una holding postmoderna e l’unica società in grado di investire nel nuovo business: anche con la legalizzazione la criminalità organizzata non sarebbe fuori dai giochi

siche. I numerosi studi scientifici che hanno accompagnato la recente legalizzazione della cannabis a scopo medico in diversi Paesi, hanno evidenziato numerose applicazioni terapeutiche. Diminuizione della probabilità di nausea e vomito nella che-


mioterapia del cancro. Alleviazione delle contrazioni muscolari nei pazienti con sclerosi multipla. Aumento dell’appetito, aiutando i malati di Aids a riprendere peso e diminuire la nausea. In quest’ottica la vendita in farmacia della canapa assumerebbe un nuovo significato. L’industria farmaceutica continuerebbe ad avere i suoi profitti e i malati potrebbero essere aiutati al meglio con un prodotto naturale. Si potrebbe inoltre mettere la coltivazione della canapa sotto il monopolio di stato, e rivendere il raccolto alle industrie. Pensate che la filiera del tabacco in Italia ha un fatturato annuo di 18 miliardi di euro, e nulla lascia pensare che i proventi di un’ipotetica raccolta della canapa di stato possano essere inferiori. La canapa, come materia prima naturale, potrebbe sostituire molte sostanze chimiche odierne e molti materiali inquinanti. La pianta della canapa è molto resistente, può crescere a diverse latitudini, non necessita di diserbanti o di erbicidi per essere coltivata e cresce mediamente più in fretta di qualsiasi altra coltivazione. Una piantagione di cannabis può arrivare a produrre 25 tonnellate di bio-

massa su un solo ettaro di terra coltivato. La carta, i tessuti, i vestiti e tutti i prodotti di cotone potrebbero essere realizzati con le fibre di canapa, più resistenti ed ecologiche. In campo alimentare poi l’olio di canapa può sostituire qualsiasi tipo di olio, contribuendo a mantenere elastiche le arterie grazie all’elevata percentuale di grassi insaturi (80%) e favo-

Canapa come il tabacco, anzi meglio, seguendo la strada del monopolio di Stato: una grande risorsa per le casse nazionali che può essere venduta a qualsiasi industria

rendo il naturale processo di depurazione dell’organismo.


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I problemi della legalizzazione in Italia

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