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Savoia Briciole di verità

Il giornalino ufficiale del Liceo Scientifico di Pistoia “Amedeo di Savoia Duca d’Aosta”

ANNO 5 N° 4 MARZO 2012

IN QUESTO NUMERO: ATTUALITA’  No TAV, no party (pag.2)  Dalla rete con amore (pag.3)  Siria, le nazioni civili non hanno più alibi (pag.3)  Gli sfidanti di Obama (pag.4)  The Big Mac Theory (pag.5)  Tra uomo e donna è tutta questione di nervi (pag.6)  La città barbara (pag.8) ARTE E DINTORNI  “Vorrei ringraziare l’Academy” (pag.10)  “Old Ideas” Leonard Cohen (pag.10)  Mumford & Sons (pag.11)  Quinoterapia: non solo Mafalda (pag.12)  Sostiene Pereira: Una Testimonianza (pag.13) NELLA SCUOLA  Triste storia di un giornalino (pag.14)  Il peggio deve ancora venire (pag.14)  Guida alla difesa dalla minaccia (pag. 15)  Diritti e doveri (pag.15)  "Studenti liceo scientifico pistoia", volemose bene!(pag.16)    

SPORT Bilancio della stagione calcistica italiana (pag.16) Giorgio Tesi: il sogno continua (pag.17) Italrugby: qualcosa è cambiato (pag.17) Nibali è pronto (pag.18)

EVENTI  S'concerto di quartiere 2012 (Pag.19) ULTIMA PAGINA  Biscotto online  Scelto direttamente da...


ATTUALITA’ No TAV, no party C'era una volta il 1990. Nel 1990 “A spasso con Daisy” di Bruce Beresford vinceva l'oscar come miglior film, il marco della Germania occidentale diventava valuta riconosciuta nella Repubblica Democratica Tedesca e si stimava che i passeggeri tra Italia e Francia sarebbero aumentati da un milione e mezzo a sette milioni all'anno. Da questa brillante intuizione nacque il progetto della linea TAV Torino-Lione per il trasporto di persone a velocità oltre i 200 km/h. Un bel giorno ci si accorse che i passeggeri, invece di aumentare, diminuivano, scendendo fino a settecentomila. “Dov'è il problema?” si domandarono i partecipanti al gran sabba 'ndranghetoso straordinario “Basta cambiare una lettera e il TAV si trasforma in TAC, treno ad alta capacità per il trasporto di merci a velocità supersoniche da una parte all'altra delle Alpi”. Nonostante gli sforzi creativi degli 'ndranghetisti il TAV, o TAC che dir si voglia, rimane ancora, in modo evidente a qualsiasi persona di buon senso, non inutile ma dannoso. Prima di tutto il traffico merci dall'Italia verso l'Europa attraverso il Frejus è tra i più modesti in Europa, visto che le nostre merci passano tutte dal passo del Brennero al confine con l'Austria. Basti pensare che l'attuale linea ferroviaria (tra l'altro già recentemente modernizzata con un costo di un miliardo di euro) ha una capacità di venti milioni di tonnellate di merci ed è utilizzata solo per tre. Insomma la linea esistente è quasi inutilizzata e noi, dimostrando grande acume, ne costruiamo una nuova. Quando al sottosegretario ai trasporti Bartolomeo Giachino si fece notare la mancanza di richiesta, la risposta fu che la Torino-Lione avrebbe aperto la strada ad un immaginifico corridoio commerciale che unisse Lisbona a Kiev secondo quella che il docente di economia dei trasporti dell'università di Milano, Marco Ponti, ha poi definito “logica del colpo di pennarello” visto che l'unico elemento che unisce queste tre città è un tratto di pennarello tracciato da uomini senza competenze, senza tener conto della richiesta economica, dei bisogni delle zone attraversate, dell'impatto ambientale. Alcune tra le altre moltissime domande che sono state fatte ai sostenitori della Torino-Lione riguardano cosa ce ne faremo del milione di tonnellate di detriti in parte tossici che verranno estratti in quindici anni di scavi o ancora, cosa diremo alle diecimila persone che si prevede si ammaleranno per le polveri sottili amiantate, come se i duemilacento morti del caso eternit non ci avessero insegnato niente. Il costo per devastare la val susa e compromettere la salute dei valsusini è stimato, nelle tabelle ufficiali, intorno agli otto miliardi, ovvero tanto quanto la riforma Gelmini ha tagliato alla scuola, la ricerca e l'università in tre anni. Questo però è solo il preventivo mentre da noi, si sa, i preventivi normalmente raddoppiano o triplicano, basti pensare a quanto sono lievitati i prezzi nelle linee TAV già esistenti. Per di più, nei patti con la Francia, è stato stabilito che l'Italia paghi il 60% per una linea che passa solo per il 30% nel nostro territorio nazionale, dimostrando così

innegabilmente il nostro profondissimo acume. La reazione spontanea davanti a queste insensatezze è stata la mobilitazione prima del popolo della valsusa e poi di gruppi di attivisti politici di tutta Italia, Francia e Europa. Per quanto della lotta NOTAV si sia cominciato a parlare veramente a partire da questa estate, sono ormai quasi vent'anni che si organizzano manifestazioni, presidi, comizi. Insomma, sono vent'anni che la popolazione del luogo urla numeri e ragioni chiedendo un ascolto che, come sempre, è arrivato quando sono arrivati i violenti, se così possiamo chiamare un gruppo di ragazzotti armati di discutibili e confuse concezioni politiche anarchiche che ne prendono sonoramente da identici ragazzotti sovraeccitati e indottrinati ma armati questa volta di manganelli con tanto di anime di ferro. In molti hanno definito i NOTAV antistorici o hanno provato a dire che la questione valsusina era una paradigmatica lotta contro un intero modello di sviluppo e di pensiero economico. In realtà, per quanto sarebbe più semplice liquidare la questione NOTAV come un movimento di estremisti che vogliono ribaltare il nostro sistema economico, penso sia evidente a tutti che i motivi dell'opposizione sono ben più concreti. Possiamo, per esempio, domandarci perchè in valsusa è nato un movimento contro il TAV mentre alle altre linee di alta velocità come la Torino-Milano, la FirenzeBologna o la Roma-Napoli nessuno si è opposto e la risposta è molto semplicemente che quelle infrastrutture avevano un senso e non erano opere solamente nocive e addirittura controproducenti. E' ancora un mistero il motivo per cui tutti i parlamentari abbiano trovato nella TAV l'unico argomento su cui essere d'accordo e, mentre dalla destra liberista ce lo saremmo pure potuti aspettare, rimaniamo perplessi quando è il PD a minacciare di togliere la tessera a chi manifesta nelle file del movimento valsusino. Stando a quello che dicono i nostri deputati il Sole24ore è in realtà un covo di anarchici insurrezionalisti visto che da questa rivista il movimento ha tratto quei dati che i parlamentari hanno definito “invenzioni dei ragazzi dei centri sociali”. Altri noti esponenti della sinistra extraparlamentare sono poi i trecentosessanta professori universitari di economia che hanno rivolto un appello al presidente Monti chiedendogli di dimostrare anche con la questione TAV lo stesso coraggio e la stessa ragionevolezza dimostrata nel caso delle Olimpiadi 2020 o del ponte sullo stretto di Messina, accorgendosi della nocività di un'opera tanto superata quanto inutile. In una fase tecnica non si può fare niente di meglio che analizzare i dati senza pregiudizi e penso che sia semplice accorgersi che il treno ad alta velocità Torino-Lione non è niente di più che un'infrastruttura stupida che appare tanto più folle perchè realizzata in un momento critico come questo in cui potremmo, rinunciandoci, risparmiarci una delle tante suppostone volanti che stiamo molto tecnicamente subendo. Giuditta Mitidieri

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Dalla rete con amore Gli italiani sono cialtroni, non accettano le misure anticrisi proposte dal governo. Non sono diligenti come gli altri popoli, insomma. Forse non sapevate che.. [Ecco a voi un simpatico foglietto che circola in rete da qualche tempo]

sione come da noi. - Di far pagare medicinali, visite specialistiche e cure mediche ai familiari dei politici, poiché in Europa nessun familiare ne usufruisce come avviene in Italia, dove con la scusa dell’immagine vengono messi a carico dello Stato anche interventi di chirurgia estetica, cure balneotermali ed elioterapiche dei suddetti.

Cosa chiediamo a Monti? L’Europa ci chiede di aumentare l’età della pensione perché in Europa tutti lo fanno. Noi chiediamo, inoltre: - Di diminuire stipendi e privilegi dei politici perché in Europa nessuno guadagna come loro. - Di poter esercitare il “mestiere” di politico per un massimo di due legislature come in Europa tutti fanno . - Di mettere un tetto massimo all’importo delle pensioni erogate dallo Stato (anche retroattivamente) max 5 000€ al mese per politici e non, poiché in Europa nessuno percepisce 15/20 o anche 30 000€ in pen-

Insomma, i nostri ministri ci paragonano alla GERMANIA, dove: ●Non si pagano le autostrade ● I libri di testo per le scuole sono a carico dello Stato fino al 18°anno di età ● Il 90 % degli asili nido è aziendale e gratuito mentre in FRANCIA: Le donne percepiscono dallo Stato un assegno di 500€ al mese più altri bonus in base al numero di figli e sui carburanti non si pagano le accise delle campagne di Napoleone. Noi le paghiamo ancora per la guerra d’Abissinia. Fate un po’ voi... Giulia Pagano

Siria: le nazioni civili non hanno più alibi Poco meno di un anno fa l’intervento della coalizione guidata da Francia, Inghilterra, Arabia e Stati Uniti poneva fine al sanguinoso regime di Gheddafi in Libia, oggi esiste una nuova Beirut: si chiama Homs. È la capitale della rivolta siriana, stretta sotto assedio da oltre un mese dai bombardamenti e dalle repressioni di Assad, ormai causa di oltre 9000 morti in tutto il paese, costretta a subire le conseguenze della titubanza delle Nazioni Unite, ancora indecise sull’eventualità di intervenire o meno in favore dei rivoltosi. Indecisione, questa, conseguente alla vergognosa presa di posizione dei governi di Russia e Cina che non hanno votato la condanna delle violenze del regime di Bashar Al-Assad all’assemblea delle Nazioni Unite tenutasi lo scorso 16 febbraio. L’esito di questa votazione (comunque risoltasi con una schiacciante maggioranza di 137 voti favorevoli) ha difatti dimostrato come la dittatura del “presidente” (come comicamente si fa chiamare Assad) goda delle simpatie di due potenze di primo piano nello scenario internazionale, complicando così ancor di più la situazione, visto che il regime siriano poteva già contare sulla vicinanza di un alleato importante come l’Iran. Tutto questo in un contesto medio-orientale reso sempre più difficile proprio dall’Iran, attualmente alle prese con un conflitto interno tra due fazioni, una guidata dall’ultraclericale Khameni, l’altra dall’attuale presidente Ahmadinejad, entrambi decisamente antiisraeliani ed entrambi desiderosi di dotare il loro paese di armamenti nucleari. E’ quindi probabile che Israele, minacciata anche sul fronte del Libano (il cui governo presieduto dal partito degli Hezbollah è sostenuto economicamente e militarmente anche dalla famiglia di Assad) e dai terroristi palestinesi di Hamas (il cui maggior esponente sembrerebbe risiedere proprio in Siria, protetto anch’esso dal presidente), decida di attaccare l’Iran prima che possa dotarsi dell’atomica, oppure che sia la fazione iraniana più in difficoltà nel prevalere sull’altra ad innescare la guerra nel tentativo di rimescolare le carte in gioco. L’eventuale conflitto comporterebbe gravissimi danni per l’economia europea e

americana, con il prezzo del petrolio che inevitabilmente schizzerebbe alle stelle, senza contare che non sarebbero da escludere possibili nuovi attentati volti a convincere le altre nazioni a non supportare Israele o a metterle pressioni per farla desistere dai suoi propositi. Motivi che hanno indotto il presidente Obama a porre il veto sul supporto militare americano nel caso di un conflitto prematuro, per il governo statunitense, infatti, l’intervento sarebbe legittimo solo se l’Iran iniziasse la costruzione di bombe nucleari, mentre per il presidente israeliano Nethanyahu, di vedute ben diverse vista la provenienza nazionalconservatrice, basterebbero le prove che l’Iran possedesse le competenze tecniche per farlo a giustificare l’attacco. E’ comunque doveroso ricordare che questa situazione sia la conseguenza diretta del miopismo politico del mondo occidentale, colpevole di non aver appoggiato le rivolte contro Ahmadinejad di tre anni fa, risoltesi poi con un bagno di sangue che grida ancora vendetta, a conferma di quanto peccare di omissione nei confronti di un popolo che lotta per l’acquisizione della piena libertà comporti la corresponsabilità nei crimini cui quello stesso popolo viene costretto a sottostare. Proprio per questo il mondo civile, a partire dagli Stati Uniti, non può rimanere a guardare succube dell’irresponsabilità di Putin o dei capricci di un governo antidemocratico come quello cinese , e deve immediatamente intervenire per risolvere la situazione, ormai è da più di un anno che in tutto il paese si chiedono le dimissioni di Assad ed è chiaro a questo punto che, come Gheddafi, non rinuncerà mai al potere senza esservi costretto. Premesso questo è auspicabile che, una volta catturato, venga sottoposto alla giustizia internazionale per rispondere delle violenze che il popolo siriano ha dovuto subire a causa sua, perché rivedere ancora una volta le stesse immagini indecorose dell’esecuzione sommaria del dittatore libico sarebbe assolutamente inopportuno, senza contare che sarebbe il modo migliore per consegnare alla cultura antioccidentale un nuovo martire a cui ispirarsi. Lorenzo Melocchi

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Gli sfidanti di Obama Il 6 novembre 2012 gli Stati Uniti saranno chiamati ad eleggere il loro nuovo presidente.Tutto il mondo già si chiede se il vincitore del 2008 Barack Obama riuscirà a confermarsi e ad ottenere il suo secondo mandato, anche se dalle primarie del partito repubblicano non è ancora uscito il suo prossimo avversario. In America le primarie rivestono un ruolo fondamentale all’interno dei due principali partiti, il partito repubblicano e il partito democratico, essendo l’unico strumento adibito alla selezione della classe dirigente e soprattutto del candidato per le elezioni presidenziali, a meno che il presidente già in carica non scelga di correre per la riconferma. Queste elezioni interne ai partiti si svolgono attraverso una specie di tour che i candidati devono sostenere per mesi in tutti gli stati degli USA, sostenendo delle elezioni in ognuna di esse per conquistare dei delegati, a volte assegnati in proporzione ai voti a volte interamente al vincitore a seconda delle regole dello stato in cui si vota. Alla fine della campagna i delegati di tutti gli sfidanti si riuniscono nella convention nazionale del loro partito (quella dei repubblicani si terra il prossimo agosto a Tampa, in Florida) e investono ufficialmente il candidato che lo rappresenterà alle presidenziali. Per quanto riguarda le primarie in corso nel Republican Party (in America noto anche come GOP, ovvero Grand Old Party) la quota da raggiungere per avere la maggioranza dei delegati è di 1144. Attualmente i quattro candidati ri ma sti i n cor sa d op o i l “supertuesday” del 6 marzo, dove si votava in ben dieci stati diversi in contemporanea, hanno conquistato rispettivamente Romney 424, Santorum 212, Gingrich 103 e Paul 64 delegati. RON PAUL: Il più anziano tra i candidati alla nomination repubblicana (76 anni), ex deputato eletto in Texas, considerato l’ispiratore del Tea Party (un movimento in difesa del libero mercato particolarmente ostile alla riforma della sanità di Obama) per le sue idee neoliberiste, è noto

soprattutto per le sue posizioni pacifiste in politica estera che lo hanno portato a contrapporsi all’amministrazione Bush sulla guerra in Iraq e su altri interventi militari, tanto da indurre i suoi detrattori a ribattezzarlo “Mr.No”. Anche in questa campagna elettorale la politica estera è stata il suo cavallo di battaglia, celebre un dibattito di 7 mesi fa in Iowa contro Santorum, all’apertura delle primarie, sulla possibilità di intervenire o meno in Iran, ipotesi assolutamente da escludere per il candidato texano, che addirittura propone il ritiro in blocco dell’esercito statunitense da tutte le missioni internazionali in nome di un neutralismo che tramite un netto taglio delle spese militari (che hanno superato i 725 miliardi di dollari solo nel 2011) favorisca la crescita e il rilancio economico del paese, posizione che Paul usa spesso riassumere con il celebre motto di Thomas Jefferson “commercio con tutte le nazioni, alleanza con nessuna”. Queste sue posizioni radicali però si sono dimostrate marginali all’interno del partito, e dopo alcuni buoni risultati iniziali, tra cui spicca il secondo posto in South Carolina, ha poi dovuto cedere il passo agli altri tre concorrenti che ultimamente lo stanno distanziando sempre più ad ogni turno elettorale. In caso di un suo, sempre più probabile, ritiro i suoi comunque numerosi sostenitori potrebbero rimescolare le carte in gioco favorendo chi tra gli altri tre candidati riuscisse a intercettare quei voti, cosa non facile viste le nette divergenze sul tema degli interventi militari. NEWT GINGRICH: Presidente della camera negli anni ’90, prima del 6 gennaio, data in cui hanno preso il via le primarie, era considerato il favorito per la sua grande esperienza, ma ha poi pagato l’explois di Romney e Santorum, che lo hanno surclassato il primo nell’elettorato moderato, il secondo in quello religioso, costringendolo a limitarsi ai supporters più affiatati del partito. Da questi è senz’altro il più amato (non a caso vanta dell’appoggio di un conservatore doc come Chuck Norris) per

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il successo della sua politica antitasse che lo portò alla vittoria nelle elezioni di medio termine del ’94 contro Bill Clinton, presidente particolarmente inviso alla base repubblicana soprattutto per la sua turbolenta vita privata. Ed è proprio su questo fronte che Gingrich rischia di precludersi ogni speranza nella corsa alla Casa Bianca, infatti i suoi tre matrimoni e le numerose relazioni extraconiugali potrebbero rivelarsi un peso molto scomodo in campagna elettorale, con gli avversari che nei dibattiti pubblici non mancheranno di massacrarlo ogni qualvolta che si parli di valori familiari o etici, e gli americani, differentemente da noi, sotto questo aspetto sono molto intransigenti. MITT ROMNEY: 65 anni, governatore del Massachusetts dal 2003 al 2007, di religione mormone, criticato aspramente dagli avversari per le sue posizioni giudicate eccessivamente centriste. È considerato il superfavorito per gli ingenti mezzi economici di cui dispone e per il completo appoggio dei piani alti del partito repubblicano, malgrado non sia riuscito ancora a conquistare le simpatie di buona parte dell’elettorato di riferimento (soprattutto degli evangelici tradizionalisti, storicamente ostili alle candidature di mormoni perché considerati da loro non veri cristiani per una serie di diatribe teologiche). Sin da giovane impegnato in politica, ha partecipato assieme al padre Gorge (exgovernatore del Michigan) alle marce per i diritti civili, laureatosi in legge ad Harvard ha poi intrapreso una brillante carriera nel mondo della finanza, che lo ha portato alla vicepresidenza della Bain & Company, una delle più importanti società di consulenza in America. Ha già corso per la Casa Bianca nel 2008 piazzandosi dietro Mike Huckabee e John McCain che poi perse il testa a testa con Obama. In questa fase della campagna elettorale è impegnato soprattutto in un duro scontro con Santorum che gli ha impedito di fare il mattatore al “supertuesday”, dove comunque ha vinto in 6 stati su 10 ma con un risultato che enfatizza


la frattura tra l’elettorato moderato, a lui fedele, e quello conservatore. Costante che ha caratterizzato a lungo l’inizio di questa campagna anche grazie agli accesi e ripetuti attacchi verbali a distanza tra Romney e Gingrich che hanno portato quest’ultimo ad apostofrare l’altro come “sporco progressista del Massachusetts”, mentre il primo a dare il via ad una campagna denigratoria incentrata sulla vita privata dell’expresidente della camera, un tema su cui Gingrich è costretto sulla difensiva. Gli effetti di questo scontro tra le due anime del GOP potrebbero però manifestarsi soprattutto a primarie finite, quando il vincitore potrebbe essere troppo impegnato a ricomporre i frammenti del suo partito per poter tentare di conquistare consensi nell’elettorato indipendente, storicamente decisivo nelle presidenziali americane. RICK SANTORUM: Il più giovane, di origini italiane (suo nonno emigrò da Riva del Garda durante il fasci-

smo), principale esponente dell’ala più conservatrice del partito, si è distinto per la sue nette posizioni anti-aborto, che gli hanno fatto guadagnare l’appoggio incondizionato di buona parte della destra evangelica americana, elettorato particolarmente sensibile su questo tema; come sul veto ai matrimoni gay e sulla lotta al terrorismo islamico, motivi che lo hanno indotto a sottolineare più volte di disapprovare i tentativi dell’attuale governo di trattare con Iran e Siria perché paesi che sono espressione dell’estremismo islamico e di non avere alcuna intenzione di aprirsi ai diritti civili per le coppie omosessuali. Considerato ai nastri di partenza come un outsider, pronto a ritirarsi alle prime sonanti sconfitte, ha fatto ricredere tutti vincendo nettamente la sfida contro l’altro candidato conservatore Gingrich prima in Iowa e poi in Alabama, Mississippi, Kansas e Tennessee, stati tradizionalmente di destra su cui il più navigato ed esperto candidato credeva di poter contare ad occhi

chiusi, ignaro di quanto nella cosiddetta “Bible belt” sudista potessero entusiasmare le recenti vicende familiari dei Santorum che hanno visto la moglie Karen rischiare la vita per non aver voluto interrompere la gravidanza di un figlio affetto da una grave malformazione genetica, poi rivelatasi letale per il bambino che, malgrado fosse morto, è stato portato dalla coppia a casa per ricevere il saluto dei suoi sette fratelli. Inoltre Santorum ha dimostrato fin qui di riscuotere un grande successo anche tra le fasce sociali più deboli e più provate dalla crisi economica, riuscendo a imporsi ai loro occhi come l’unico serio antagonista di Romney, considerato come il candidato prescelto dalla finanza e dell’establishment del partito e ritenuto, quindi, figlio di quei poteri che, secondo loro, hanno causato assieme al governo di Obama il raggiungimento del record nazionale del debito pubblico e il conseguente innalzamento della pressione fiscale. Lorenzo Melocchi

The Big Mac Theory Siamo ad Arcadia, una modesta cittadina nella San Gabriel Valley, in California. Qua nel 1937 due fratelli, Richard e Maurice McDonald, aprono un piccolo chiosco di hotdog, che sarebbe diventato un ristorante con il nome di McDonald's nel 1948. Oggi la McDonald's Corporation conta in tutto il mondo pensate ben 30.000 stabilimenti, con quasi 2 milioni di dipendenti, e questo la rende la più grande catena di fast food al mondo ed emblema della globalizzazione, che in questo caso può essere definita McDonaldizzazione. Il business di McDonald's infatti si basa su produzioni seriali, catene di montaggio e meccanismi di lavorazione uguali in tutto il globo. Tant'è che il numero di Big Mac venduti annualmente, è in grado di fornire la misura del potere di acquisto di uno stato, il cosiddetto "Indice Big Mac", in quanto in ogni parte del mondo è prodotto con le stesse dosi di ingredienti, e ha il medesimo prezzo ovunque. Il Big Mac è il panino McDonald's per antonomasia e anche uno dei più venduti, ed è considerato, insieme alla CocaCola, il simbolo incontrastato del capitalismo americano. Un Big Mac deve contenere due hamburger di carne di manzo, tre basi di panino, Big Mac Sauce, cipolla disidratata, insalata tritata, e una fetta di formaggio, e negli Stati Uniti questo panino contiene ben 540 calorie di cui il 45% grassi, tenete presente che un trancio di pizza margherita ne contiene mediamente dalle 260 alle 270. McDonald's propaganda il proprio cibo come nutriente, ma in realtà il tipico McMenù che si compone di hamburger, patatine fritte e Coca-Cola è tutt'altro che un pasto bilanciato. Trat-

tasi di alimenti ricchi di zuccheri complessi, grassi insaturi, e anche un elevato quantitativo di sale, senza considerare il ridotto apporto di fibre e vitamine. Morgan Spurlock, film maker indie americano, nel 2004 condusse un esperimento, documentato nel suo film "Super Size Me", che consisteva nel magiare per 30 giorni 3 volte al giorno da McDonald's, osservando i cambiamenti fisici riportati. Conclude con 11 kg accumulati e un 13% di massa corporea in più, restando vittima di episodi di tachicardia, problemi di fegato dovuti ad un eccessivo apporto di grassi, ed una sorta di depressione che veniva appagata solamente dopo un salto da McDonald's. Per quanto questo esperimento possa risultare estremo, non è raro che l'americano medio consumi in un fast food almeno un pasto al giorno ogni giorno, in virtù dei prezzi contenuti e dell'efficienza e rapidità del servizio. Come conseguenza il fenomeno dell'obesità è dilagante in America e provoca dai 111.000 ai 300.000 decessi ogni anno. C'è poi anche chi, in barba a questi agghiaccianti dati, non rinuncia al piacere del Big Mac. E' il caso del pensionato americano Don Gorske, che nel 2006 si è guadagnato un posto nel Guinness Book of Records per essersi divorato in 39 anni ben 25.000 Big Mac! E non è nemmeno quel ciccione buontempone che vi potreste immaginare, è un uomo in forma che pesa circa 84 kg e che vanta (inspiegabilmente) livelli di colesterolo nella norma, nonostante abbia dichiarato che i Big Mac costituiscano il 90% del cibo solido che ingerisce quotidianamente, e che ne tenga sempre una scorta di emergenza in frigo per paura di rimane-

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re senza. Uno stile di vita frenetico sconvolge le nostre abitudini, e ci costringe a ricorrere al cibo veloce per nutrirci. Per contrastare la fast life in Italia nasce nel 1986 "Slow Food", un'associazione non profit che si batte contro l'omologazione alimentare, le colture geneticamente modificate e la massificazione dei sapori, facendo del piacere enogastronomico un potente strumento sociale. L'obiettivo è quello di far

assumere alla popolazione, in particolare ai giovani, la consapevolezza della cultura alimentare, la coscienza dei sapori locali, la propensione verso uno stile di vita sano, nel rispetto dell'ambiente e, soprattutto, della propria salute, attraverso la salvaguardia delle tradizioni culinarie. Per caso adesso avete voglia di un Big Mac? Clara Ciampi

Tra uomo e donna è tutta una questione di…nervi! Ebbene sì: i cervelli di lui e di lei sono diversi. I codici genetici di maschi e femmine sono per più del 99 per cento identici, ma i due cervelli hanno impronte genetiche diverse che creano piccole differenze anatomiche. I cosiddetti “maschi meno colti” conoscono una sola differenza che ricordano, con una certa insistenza, al gentil sesso: il cervello dell’uomo è più grande. Vero. Per

essere precisi di circa il 9 per cento, ed è pure più pesante! Il cervello maschile pesa in media 1.300 kg, mentre quello femminile 1.100. Ma miei cari ragazzi, mettetevi l’animo in pace! Le dimensioni non contano! Da circa un secolo si è scoperto che le misure non hanno nulla a che fare con l’intelligenza! Il cervello di un elefante pesa circa 5 chili, ma questo non lo fa

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essere l’animale più intelligente. Le vere differenze tra uomo e donna non riguardano l’intelligenza in generale: insomma, non esistono cervelli di serie A o di serie B. La donna non ha rivali per quanto riguarda la comunicazione. Come hanno dimostrato numerosi studi condotti per la prima volta dai ricercatori della Northwestern University, questo avviene perché


la comunicazione tra i due emisferi è più efficace: nell’organismo femminile è più sviluppata la parte che consente il “dialogo” tra le due metà cerebrali e le aree collegate al linguaggio, presentano un volume maggiore del 23 per cento rispetto ai maschi. Usando la risonanza magnetica funzionale i ricercatori hanno misurato l’attività cerebrale di 31 ragazzi e 31 ragazze dai 9 ai 15 anni, mentre eseguivano compiti di lingua scritta ed orale. I compiti erano stati assegnati in due modalità sensoriali: visiva e uditiva. E’ stato chiesto ai bambini di leggere alcune parole che vedevano scritte, senza sentirle. In modalità uditiva hanno invece sentito parole a voce alta, senza vederle. Alla fine, utilizzando un complesso modello statistico, i ricercatori hanno rappresentato, basandosi sulle differenze di età, di sesso e sui diversi compiti linguistici, la precisione e le prestazioni, scritte o orali, in cui le parole sono state presentate. Hanno così scoperto che le ragazze risultavano maggiormente attive, nelle aree del cervello funzionali per il linguaggio, e che la loro precisione nello svolgere i compiti era proprio dovuta alla forte implicazione cerebrale. Per le donne entrava in gioco, durante le funzioni linguistiche, la parte del cervello che si occupa di correlare il pensiero astratto attraverso il linguaggio. Lo stesso non avveniva per i ragazzi, con grande stupore degli studiosi. Durante la lettura delle parole i maschi utilizzavano le aree del cervello visive, mentre durante l’ascolto quelle preposte all’udito. Gli uomini utilizzano dunque le capacità sensoriali, le donne implicano anche nelle funzioni più semplici aree del cervello legate al ragionamento. Se queste importanti scoperte si applicassero in classe, bisognerebbe insegnare con metodologie differenziate tra alunni di sesso maschile, e le compagne. Queste ricerche hanno forse svelato l’arcano: non è che uomini e donne hanno un cervello diverso, è

solo che lo usano diversamente! A parole, le donne sono senza dubbio più forti. L’essere chiamato “sesso debole” va ricollegato al fatto che le donne si emozionano più facilmente degli uomini, caratteristica che nei maschi scarseggia. Quando una ragazza sente su di sé lo sguardo di disapprovazione del fidanzato perché piange come una fontana, potrebbe ricordargli, tra i singhiozzi, che lei ha un ippocampo più sviluppato. Le donne, però, sono più soggette alla depressione, ma anche capaci di grandi affetti. La popolazione femminile è più sensibile alle emozioni rispetto a quella maschile. Sono più empatiche. L’empatia femminile esiste sin dai primi giorni di vita: le neonate entrano precocemente in sintonia con la mamma, e quando vengono prese in braccio smettono di piangere prima dei neonati. Mai sentito il detto “donne al volante pericolo costante”? Come ha dimostrato il risultato di una ricerca, pubblicata nell’Aprile dello scorso anno, condotta da ricercatori di un’università della Germania, si accredita l’ipotesi che donne e uomini non utilizzano gli stessi stratagemmi al volante delle loro automobili per orientarsi in una città a loro sconosciuta. Delle persone dei due sessi sono state poste davanti ad uno schermo che presentava virtualmente un labirinto abbastanza complesso. Il risultato? Gli uomini hanno impiegato circa la metà del tempo a completarlo rispetto alle donne. All’origine di questa differenza potrebbero esserci ragioni evolutive: per il maschio riuscire a non perdersi in un ambiente sconosciuto è stato per millenni un fattore di selezione naturale, perché a lui era assegnato il compito di procacciare il cibo con la caccia. E anche se oggi non è più necessario dedicarsi a questo genere di attività per sopravvivere, va detto che l’evoluzione è un processo durato migliaia di anni. E le comodità a cui siamo abituati nelle società occidentali sono, da questo punto di vista, molto recenti. Di fronte a situazioni di pericolo gli uomini sono più reattivi delle donne. La ricerca, effettuata all’università di Cracovia, in Polonia, si è concentrata sui segnali di

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pericolo, quelli che spesso si dice che mandino in panico le donne e mettano a dura prova il coraggio di un uomo. In effetti, leggendo la risonanza magnetica effettuata durante lo studio, pare proprio che questo modo di pensare non sia sbagliato. Di fronte ad un segnale di pericolo infatti, mentre le donne provavano quasi una sensazione di “dolore”, nell’uomo si attivava un’area del cervello che lo porta a reagire ed affrontare la situazione “di petto”. Lo studio, ripreso dalla BBC, è stato effettuato su 21 uomini e 19 donne, volontari, sottoposti a risonanza magnetica funzionale, una tecnica che permette di vedere sullo schermo di un computer, grazie a dei sensori, quali aree del cervello si attivano a seguito di determinati segnali. Nel momento in cui venivano mostrate ai volontari delle immagini negative, nel cervello delle donne si attivava l’area del talamo sinistro, ovvero l’area che con informazioni positive trasmette piacere, ma con informazioni negative, come queste, provoca dolore. Negli uomini invece si attivava l’insula sinistra, la quale è responsabile anche di alcune azioni involontarie, le cosiddette reazioni spontanee, ma anche processi automatici come la respirazione e la digestione. L ’a tti vi tà che av vi ene i n quest’area è chiamata in gergo “combatti o scappa”: sarebbe la reazione che provoca nelle persone, le quali in una frazione di secondo, devono decidere se affrontarla o scappare. In questo modo si spiega come mai di notte, nonostante tanti rumori, l’uomo continui a dormire, ma si svegli in caso di suono dell’allarme di un auto o un rumore di vento che fa sbattere qualcosa in casa, facendo venire il sospetto che ci sia un ladro. In questa gamma di reazioni non c’è quella al pianto di un bambino, registrato dal cervello maschile come un evento normale e non un pericolo, e dunque permettendogli di continuare a dormire. Nonostante tutti questi grandi progressi, il cervello umano rimane una delle parti più misteriose e sconosciute del corpo. Azzurra Di Palma


La città barbara Oggi va di moda chiamarla “Tristoia”, va di moda svalutarla sempre e comunque, sembra che i pistoiesi non la amino più. Se forse i pistoiesi conoscessero la loro città e i problemi che ne affliggono il patrimonio

architettonico, smetterebbero di chiamarla in quel modo squallido e si interesserebbero a che il tesoro artistico fosse valorizzato e non distrutto. Non so se siete mai andati in Via Abbi Pazienza e avete notato

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quel muro bianco sulla destra, dalla cui sommità spuntano pini e altri alberi. Bene, quegli alberi non ci sono più, sono stati segati. E voi direte: “Che vuoi che sia! Per un albero in meno!” C’è da sapere che quello era il giardino storico, o orto, della piccola canonica di Santa Maria in Borgo Strada, e nello spazio ricavato sarà posto un garage per i residenti. È stato sfondato il vecchio muro di cinta, che da tempo divideva il sacro dal profano, e la chiesa (in via degli archi) continuerà a versare in stato di degrado. E a poco servono le ribattute dell’assessore all’urbanistica Silvia Ginanni sulla perfetta legalità dell’operazione o sul fatto che il giardino sarà ripiantato, perché lo squarcio nel muro è una ferita insanabile. Ma la “follia parcheggistica” non finisce qui! Da qualche tempo la Curia ha incaricato la società “Napoletana Parcheggi” di scavare per 12 metri nell’orto monastico di San Bartolomeo, per ricavare 320 posti auto. A nulla servono le proteste dei residenti, seppur pertinenti, riguardo la stabilità delle fondamenta dell’abbazia, sul rischio idrogeologico (San Bartolomeo “in Pantano”), sul disagio dei residenti stessi, causato da 2 anni di cantiere. Inoltre, le vie di accesso e uscita sarebbero poste in strade dalla larghezza pressoché irrisoria (provate a passare da

Via Trenfuni in macchina e poi mi dite se vi sembra adatta come via d’uscita del parcheggione). La lista degli edifici pistoiesi che versano nel più nero oblio è lunga, e ha il suo culmine nell’immane troiaio che si presenta di fronte a coloro che, giunti in fondo a Via del Carmine, volgono lo sguardo a destra, al di là degli schifosi cartelloni pubblicitari, al di là del muro scalcinato, al di là della selva di sterpaglie, e vedono il complesso di San Jacopo in Castellare, gioiello dell’architettura preromanica, cadere a pezzi, a tal punto da comprometterne la riconoscibilità. Allora ringrazio vivamente il Comune e chiunque abbia competenza e responsabilità sul patrimonio pistoiese. Gioisco perché si fa il mega albergo accanto alla San Giorgio, si fa la Porta Nuova, si fa il nuovo ospedale, si fa una PISTOIA NUOVA! Che spreco di soldi sarebbe rimettere in piedi tutte quelle anticaglie del centro storico; non servono più a nessuno, non fruttano, non danno lavoro. Grazie! “Chi governa deve avere a cuore massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini.” [Costituto Senese, 1309] Luca Cei

In allegato un’immagine di Santa Maria in Borgo Strada e una pianta di Pistoia con evidenziati i tesori architettonici a rischio.

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ARTE  DINTORNI “Vorrei Ringraziare l’Academy.” Tappeto rosso, vestiti e dive a parte, gli Academy Awards sono sicuramente fra i premi più prestigiosi nel mondo del cinema. La giuria quest’ anno ha deciso di cambiare un po’ le regole, e, anziché candidarne solo 5 per il miglior film, il numero può variare da 5 a 10, considerando che più il tempo passa, più grande è il numero di pellicole che esce al botteghino durante un anno. Per l’84° edizione edizione dell’Academy i candidati erano 9: “Hugo Cabret”, con ben 10 nominations; “The Artis”, 10 candidature; “War Horse” e “Moneyball – l’arte di vincere”, entrambi 6 candidature; “Paradiso Amaro”, 5; “The Help” e “Midnight in Paris”, 4; “The tree of life”, 3; e infine “Molto forte, incredibilmente vicino”, 2. È evidente una “presenza francese” fra i nominati: infatti “The Artist” è un film francese sulla gloriosa epoca hollywoodiana degli anni ’30, mentre “Hugo Cabret” è la celebrazione degli inizi del cinema, un omaggio al grande visionario francese Melies, come è un omaggio quello di Woody Allen per la sua Parigi. Si contano quest’anno anche alcuni record, fra cui quello di Meryl Streep per il maggior numero di candidature (ben 17, di cui 3 vittorie), e il più vecchio attore premiato, l’ottantaduenne Christopher Plummer, che concorreva con il suo coetaneo Max Von Sidow per il premio di miglior attore non protagonista. A rappresentare l’Italia sono Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, già vincitori di due premi Oscar, per la scenografia del film di Scorsese, e Enrico Casarosa per il corto animato Pixar “La Luna”. Ancora una volta viene ostinatamente ignorato Leonardo Di Caprio tra i migliori attori, nonostante le sue grandissime interpretazioni in questo e nell’anno precedente. Altri grandi assenti sono Ryan Gosling, rivelazione sia per “Le idi di Marzo” che per “Drive”, e Tilda Swinton, intensa e drammatica in “E ora parliamo di Kevin”. Accanto ai rinnovamenti, i produttori hanno scelto di richiamare a condurre la serata al Kodak Theatre di Los Angeles l’attore comico Billy Crystal, già presentatore degli Oscar per 8 volte, dopo il 1990. Per chi ama le maschere botulinate e la comicità americana, allora amerà anche questa decisione. Ma l’unico mo-

mento che ha dato una scossa alla serata è stata l’esibizione del Cirque du Soleil, che però, come faceva notare qualcuno, ha ben poco a che fare con il cinema, che doveva essere il vero, unico, grande protagonista. Oltre alle persone volteggianti, alcune di quelle che avevano invece i piedi saldamente ancorati al suolo e una statuetta in mano, hanno dato un senso a tutto questo. L’iraniano Asghar Farhadi, che ha vinto il premio per miglior film straniero per “Una separazione”, ha dedicato la vittoria alla sua nazione, ricordando deii problemi e delle lotte interne che ancora la logorano. Sharmeen Obaid-Chinoy, pakistana, vincitrice per il miglior cortometraggio documentario “Saving Face”, ha lanciato un toccante appello alle due connazionali: ”A tutte le donne in Pakistan che stanno lavorando per cambiare, non rinunciate ai vostri sogni. Questo è per voi!”. Si sono commosse e hanno fatto commuovere Octavia Spencer e Meryl Streep, è invece stato divertente Christopher Plummer, che ha deciso di non prendersi troppo sul serio e di dedicare l’Oscar alla sua dolce metà, prima che a tutti gli altri. Dopo quella che è sembrata un’eternità, data la flemma con cui la serata procedeva, è stato consegnato il premio per il miglior film a “The Artist”, la prima volta, dopo il 1929, che viene premiato un film muto e in bianco e nero. “Hugo Cabret” e il film francese ricevono entrambi cinque statuette, ma con una differenza: mentre il primo viene insignito di premi tecnici, come effetti speciali e mixaggio, il secondo porta a casa i premi artistici, come miglior attore protagonista o miglior colonna sonora. Questa è però la decisione di una giuria molto omogenea, composta per il 94% da persone bianche, per il 77% da uomini e solo il 2% ha un’età inferiore ai 40 anni, per un’età media di 64 anni. Una statistica, quindi, molto diversa da quella del pubblico che oggi va al cinema. In ogni caso la decisione dell’Academy denota la voglia di una “purificazione” del cinema, ovvero meno ornamenti e più trama, meno effetti speciali per dare spazio alla storia. Francesca Tesi

“Old Ideas” Leonard Cohen Brevemente Leonard Cohen è “uno sportivo ed un pastore, è un pigro bastardo che vive in giacca e cravatta” e che ama parlare con se stesso. Almeno secondo quanto dice lui stesso nel suo ultimo disco “Old Ideas” uscito il 30 gennaio 2012. E' un'opera che Cohen affronta a settantasette anni, ma con l'età, invece che perdere, ha acquisito ancora più capacità di

trasmettere, grazie anche alla voce, emozioni nuove con idee, lui dice, vecchie. In tutto l'album la musica è sempre soavemente accompagnata dai cori femminili e fa da sfondo alla voce roca, pacata, di un vecchio ormai cosciente della sua età, ma che mai cade nel paternalismo. La prima canzone è “Going Home”, forse l'inizio di un addio, perché c'è subito da chie-

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dersi cosa sia quella chiamata “casa”? E' la fine?, è il ritorno a casa?, è il ritorno alla vita che aveva preceduto la sua carriera? : “Sto andando a casa senza il mio fardello / dietro il sipario / senza il costume che indossavo”. “Amen” è invece una stupenda poesia, una richiesta di amore eterna: “Tell me again / when the day has been ransomed / and the


night has no right to begin / try me again / when the angels are panting / and scratching at the door to come in”. Segue “Show me the place”, uno dei miglior pezzi del cd, “Vennero i problemi, io ho salvato cosa potevo salvare, un brandello di luce, una particella.”. Seguono poi “Darkness”, il brano probabilmente più notevole musicalmente e “Anyhow”, ripresa degli echi religiosi che hanno accompagnato tutta la produzione del cantante. Poi un altro pezzo sull'amore (“Crazy to love you”) e uno sempre sul tono mistico, in questo caso quasi penitenziale, (“Come Healing”) precedono tre perle vere e proprie, a partire da “Banjo”: anche il critico più attento deve arrendersi di fronte all'oscurità della visione di Cohen su questo strumento “che significa

molto per me, è un banjo malandato che ondeggia sul mare scuro e infestato”, seguono poi in un climax stupefacente “Lullaby” e “Different Sides”. La prima è un una ninnananna, una canzone rassicurante che prepara all'esplosione di sentimenti con cui Cohen ci lascia: “Both of us say there are laws to obey, yeah, but frankly, I don't like your tone, you want to change the way I make love, I want to leave it alone”. Alla fine non c'è quindi da stupirsi se “Old Ideas” abbia riscosso tanto successo da aver debuttato fra i 5 dischi più venduti in 26 paesi e aver già raccolto vari premi oltre a molti consensi e ben poche (se non nessuna) critiche. Anzi, c'è da pensare ad una carriera vissuta sempre sottotono, tentando sempre di restare, per quanto possibile, lon-

tano dai riflettori (si pensi al ritiro in un monastero buddhista negli anni '90) e anche a quanto questa figura sempre in disparte, mai pubblicizzata, non sia mai stata abbastanza onorata dal grande pubblico, nonostante abbia influito sugli ultimi decenni della storia della musica mondiale. Il disco è forse il capolavoro assoluto di Cohen, un disco che vola via, leggero, ma dietro alla sua leggerezza si nascondono tutte le domande esistenziali nella forma in cui possono presentarsi, con una forza quasi distruttiva, ad un vecchio con un cappello blu e forse con troppe sigarette alle spalle per fare il cantante, ma alla fine rimane in testa il dubbio: Cohen è davvero un cantante? Michele Marchioro

Mumford & Sons Che non sia tempo di nuove tendenze musicali e nuove avanguardie lo si era già capito, ma il fenomeno che da qualche anno influenza le scene musicali di gruppi giovani ed emergenti è il prendere una chitarra acustica e darci dentro con pennate alternate, ritmi sincopati, giri maggiori con accordi semplici e basilari. È quello che propongono i Mumford & Sons dal 2007. Bella roba, direte voi, dove sta la novità musicale? Cosa ce ne facciamo di quattro ragazzi dei sobborghi londinesi vestiti con camicie di flanella, giacche di tweed e coppole da lord di campagna che se ne vanno a suonare per le verdi campagne britanniche? Probabilmente se lo chiedevano anche Marcus Mumford (voce, chitarra e batteria) e i suoi sons quando improvvisavano jam all’ultimo momento nelle sale prova di Putney, periferia di Londra, o si ritrovavano a suonare per la Kings Road. Marcus e Ben Lovett (rispettivamente voce e tastiere) capirono il potenziale delle loro canzoni, risalenti al tempo della scuola, inserendo Winston Marshall armato di banjo e chitarra resofonica e Ted Dwane con il suo bel contrabbasso. Grazie a queste due novità riescono ad imprimere alle canzoni quei ritmi coinvolgenti e quelle atmosfere tipiche delle cinematografiche quadriglie western, del country, del folk e di tutti quei generi dove è sufficiente il sordo “TUM” della cassa in battere (a volte non è necessaria la batteria e può anche bastare una scatola di legno arrangiata per l’occasione) a farvi andare il piede in su e giù sul pavimento. Alternando un po’ di malinconia, rab-

bia e rimpianto nei testi (“How can you say that your truth is better than ours? Shoulder to shoulder, now brother, we carry no arms. The blind man sleeps in the doorway, his home. If only I had an enemy bigger than my apathy I could have won.” – I Gave You All) e aggiungendo una sonorità dei testi fuori dal comune i Mumfords non rimasero per molto nell’anonimato e questo nuovo quartetto si diffuse velocemente grazie ad un EP autoprodotto contenente ‘Roll Away Your Stone’, ‘Awake My Soul’ e ‘White Blank Page’, alcune delle canzoni più apprezzate. Nel 2010 firmano quindi un contratto con la Island Record e pubblicano l’album di debutto “Sigh No More” per la sottoetichetta Gentleman of the Road, vincendo come migliore album agli UK Brit Award e ricevendo molti altri riconoscimenti. Pur avendo pubblicato un solo album e avendo qualche singolo inedito a disposizione, i Mumfords si sono ritrovati con una richiesta di concerti live incredibile, non solo nei festival inglesi (Glastonbury o Rockness) ma anche internazionali tra cui le due date italiane di Verona e Ancona dei prossimi 2 e 4 luglio. Il prossimo disco è stato già anticipato da alcuni singoli e la sua uscita è prevista per questa primavera, sperando che sia all’altezza dell’album di debutto e che i Mumfords riescano a soddisfare le aspettative, senza risultare ripetitivi e scontati, intanto noi consigliamo senza dubbio il primo CD. Lorenzo Lucherini & Michele Marchioro

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Quinoterapia: non solo Mafalda Il padre di Mafalda, il cartoonist argentino Joaquìn Salvador Lavado Tejòn, meglio noto con lo pseudonimo di Quino, smise nel ‘73 la pubblicazione delle strisce della famosa bambina dai folti capelli nero corvino, la “contestataria”, ma a differenza di Bill Watterson, che dopo dieci anni di produzione di Calvin & Hobbes si è ritirato in un eremo inespugnabile e non accetta alcun tipo di contatto con l'esterno, egli continua a denunciare le magagne del mondo contemporaneo sfornando instancabilmente vignette e tavole, tanto esilaranti quanto struggenti e disilluse. Mentre Mafalda è incentrato sui bambini e la loro innocenza in una visualizzazione realistica del mondo, i suoi ultimi lavori ritraggono persone ordinarie con sentimenti del tutto ordinari posti in situazioni anacronistiche. L’umorismo è tipicamente cinico, spesso l’autore si fa beffe di elementi comuni della vita di tutti i giorni come il matrimonio, le autorità, il cibo e la tecnologia. Riguardo quest’ultima nella raccolta Che presente impresentabile! ironicamente afferma: «Sì certo, grazie a Internet ora posso leggere sui giornali internazionali e sapere in tempo reale verso quale disastro sta andando il mondo precisamente per il fatto di esserci ficcati, ora, in questo maledetto futuro nel quale viviamo e dal quale non sappiamo come uscire». Quino si fa quindi portatore di un messaggio amaro e drammatico narrato con dolorosa ironia, egli invita a ridere delle ridicole abitudini dell’uomo moderno e a riflettere sulle piaghe e le assurdità che caratterizzano la nostra società. Riguardo la politica si esprime in modo tagliente, mordace per suscitare un riso che però si trasforma presto in smorfia, nel momento in cui il lettore si rende conto di star ridendo della propria situazione. Sempre nella raccolta sovracitata è presente una striscia nella quale dei capi di governo durante una conferenza stampa affermano: «Lo abbiamo sempre detto molto chiaramente: “noi usciremo dalla crisi economica.” E così è successo: noi siamo usciti dalla crisi economica! E adesso ci accusate di avervi ingannato. Ingannato chi? …forse che abbiamo detto: “faremo uscire voi dalla crisi economica”?» . Eppure, nonostante il quadro che raffigura l’uomo del ventunesimo secolo apparentemente senza una via d’uscita, la tragica esperienza umana si scopre essere una commedia: gli ostacoli e le asperità del quotidiano non sono in realtà barriere infrangibili ma anzi del tutto inconsistenti di fronte alla forza di un sorriso: per Quino la felicità non è una chimera, essa è ciò che rimane dopo la rinuncia al superfluo ed egli decide di illustrare questo pensie-

ro in una striscia la cui protagostista è proprio una bocca, che così si esprime: «Che lo crediate o no, io prima ero un tipo completo. Testa, busto, gambe, avevo tutto. Ma è arrivata la crisi, così, una cosa dopo l’altra, ho rinunciato a tutto il superfluo. All’inizio le gambe, anche se, per la verità, non ci ho rinunciato. Si sono consumate a forza di cercare lavoro. Poi le mani. Insomma, non avevo un’attività… le ho vendute ad un tizio che le usa per spingere l’auto quando non ha soldi per la benzina. Dopo mi chiesero una spalla. Così dovetti dare prima una e poi l’altra, e in seguito la schiena… voglia di partecipare, la chiamano? E siccome ero convinto che dovevo sorbirmi le conseguenze, me le sorbii. Fu così che persi anche il torace. Allora mi resi conto che non potevo più allacciarmi la cintura. A quel punto quello che stava sotto la cintura non mi serviva più e dovetti svenderlo. Me lo comprò un entusiasta. Quel tizio diceva che per andare avanti bisognava privarsi di quelle parti. Solo che non voleva privarsi delle sue, così comprò le mie. Giornali, radio, tv mi diedero qualcosa per il naso, le orecchie e gli occhi. Li usano per annusare gli scandali e gonfiare gli indici dell’auditel… la cosa triste è che si sono presi anche il mio cervello. Gratis. Sta di fatto

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che oggi sono solo una bocca. Che in fin dei conti è l’unica cosa indispensabile… per quelle tre cose che ci permettono di sopravvivere, cioè: mangiare, non tacere… e sorridere di tanto in tanto.» A questo proposito il premio nobel per la letteratura Gabriel García Màrquez descrisse la filosofia del fumettista dicendo che «la Quinoterapia è la cosa che più assomiglia alla felicità» ed aveva ragione. Inoltre l’umorismo di Quino è in realtà quello di Joaquin Salvador Lavado Tejò: un uomo comune, uno come tanti, folgorato ogni tanto da qualcosa che gli piomba dall'alto disorientandolo ed ispirandolo allo stesso

tempo. Ne sono bene al corrente Mafalda ed i suoi coetanei, custodi della filosofia dell’argetino ed impegnati in una battaglia giornaliera contro il minestrone, che «sta all'infanzia come il comunismo alla democrazia». Bambini convinti che «ci dovrebbe essere un giorno alla settimana in cui il giornale radio ci inganna con qualche buona notizia», invece del mare di scandali e annunci di tragedie che si abbattono ogni giorno sulle testate dei giornali, sui titoli dei telegiornali e che sono sì necessari, ma né più né meno di una buona nuova ogni tanto. Alessia Mazzucato

Sostiene Pereira - Una Testimonianza Questo articolo sarebbe stato scritto anche se lo scrittore Antonio Tabucchi non fosse morto lo scorso 25 Marzo, perché "Sostiene Pereira" è un libro che coinvolge e scuote, a cui non si può rimanere indifferenti o passivi ed è una storia che ancora oggi ha molto da insegnare e perché io sono contrario alle necrologie e agiografie postume, che invece piacevano tanto al signor Pereira di Tabucchi. Nella torrida estate del 1938 in Portogallo inizia a farsi sentire un po' ovunque l'oppressione del regime salazarista. Pereira è un giornalista che ha lavorato per molti anni in vari quotidiani scrivendo di cronaca e solamente da pochi giorni gli è stata affidata la pagina culturale del "Lisboa", giornale cattolico della capitale. Si imbatte per caso in una tesi di Monteiro Rossi che tratta della morte, argomento a lui molto caro, così dopo un incontro con il giovane autore, decide di assumerlo come collaboratore per la scrittura di ricorrenze e necrologi. Scoprirà nei giorni seguenti che Rossi sta combattendo per la causa repubblicana con la fidanzata Marta e deciderà di aiutarli, senza riuscire a comprenderne il perché, lui, un giornalista che non si era mai interessato di politica né aveva mai cercato guai in tutta la sua vita. Inoltre Pereira non è più giovane, ha problemi fisici, è grasso, ha problemi al cuore, ha anche un grande vuoto nella sua vita privata, è rimasto vedovo e non riesce ad abbandonare i suoi ricordi passati e continua a parlare con il ritratto dal sorriso lontano di sua moglie; per curarsi spesso si ricovera in cliniche fuori Lisbona, co-

me quella talassoterapica di Parede dove incontra il dottor Cardoso con cui stringerà un forte legame di amicizia. Intanto Monteiro Rossi gli consegna i primi articoli, tutti impubblicabili perché segnati da una forte ideologia rivoluzionaria e socialista, nonostante ciò, Pereira, lo paga di tasca propria e non cestina le sue produzioni. Pereira viene controllato dalla polizia salazarista tramite la portinaia della sua redazione, ma non smette per questo di aiutare Rossi e la sua ragazza, matura lentamente in lui un senso di intolleranza verso il regime. Fra traduzioni di autori francesi dell'ottocento, riflessioni sulla resurrezione della carne e limonate con troppo zucchero per la sua dieta, Pereira trascorre la prima metà di Agosto senza incontrare il suo collaboratore, le ultime notizie che aveva avuto provenivano dall'Alentejo, dove questi cercava contadini da reclutare per la causa repubblicana spagnola. Poi un pomeriggio, all'improvviso, mentre Pereira si è assopito, si precipita in casa sua Rossi con una valigia piena di passaporti falsi che gli dice di esser ricercato in tutto il Portogallo dalla polizia politica. Pereira gli offre ospitalità, ma il giorno dopo irrompono nella sua abitazione tre uomini in borghese che si qualificano come polizia politica e, dopo aver colpito ripetutamente Pereira, interrogano brutalmente il giovane che però non rivela niente e così, torturandolo, lo uccidono. Pereira decide di scrivere un articolo in cui denuncia il fatto e facendo passare il dottor Cardoso per il capo della censura portoghese riesce a pubblicarlo sul "Lisboa" del giorno. Poi torna a casa, prende uno dei passaporti francesi che

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aveva nascosto dietro al ritratto della moglie e si avvia per la strada. Tabucchi in questo romanzo coglie pienamente la decadenza portoghese e inquadra perfettamente il contesto storico portoghese con frequenti riferimenti al fascismo italiano. Il protagonista rimane sempre centrale nella narrazione e si lascia coinvolgere dai fatti e dalla Storia del suo paese a cui ha sempre tenuto, ma che è costretto ad abbandonare dopo un ultimo e disperato atto di amore; si scopre patriota senza eroismo, semplicemente patriota, sicuramente più di quanto lo siano stati gli autori che il suo direttore gli imponeva di tradurre e di tutti coloro che elogiavano l'inesistente razza portoghese. La testimonianza di Pereira è anche un monito a tutti gli intellettuali perché essi in quanto tali si sentano costretti a prendere parte e a schierarsi nella vita politica a difesa della verità e della libertà, valori cancellati dai regimi, così infatti egli sente la necessità di separarsi dalla vita passata e di agire quando si trova il corpo violentato di Monteiro Rossi davanti a sé, lasciandosi alle spalle ogni ipocrisia e ogni sopruso subito. Il libro, edito da Feltrinelli nel 1994, ha vinto il premio Campiello ed ha ispirato un film diretto da Roberto Faenza con Marcello Mastroianni nei panni di Pereira. Sulla copertina del libro si trova una foto del caffè "A Brasileira" che il poeta Fernando Pessoa era solito frequentare. Michele Marchioro


NELLA SCUOLA Triste storia di un giornalino Stamattina, come tutte le mattine, la campanella è suonata, e, costretti ad abbandonare le nostre chiacchiere davanti al cappuccino del Nubialis, ci siamo mestamente avviati a scuola... Siamo entrati in classe, già psicologicamente preparati a cinque ore di noia, ma ecco che, inaspettatamente, troviamo sulla cattedra (o su un banco, o in mano a qualcun'altro se non siamo stati abbastanza veloci) una decina di copie del Savoiardo. Siamo d'accordo che leggere articoli scritti dal tizio della classe accanto non sia proprio la massima aspirazione dello studente medio alle 8 di mattina, quando a casa il letto piange triste la sua assenza e Morfeo mormora allettanti inviti perfino dalla lignea superficie del banco, ma, sottoposto all'amletico dilemma tra l'attenzione e la lettura, solitamente il discente (solo di nome) si immerge a capofitto nelle divagazioni che occhieggiano dalle pagine del giornalino. Quello che il nostro fantomatico "average student" non fa (oltre a studiare) è chiedersi il motivo per cui su un giornalino scolastico compaiano articoli assurdi come questo, e quale diavolo sia il criterio (sempre che ci sia) che regola la scelta e la disposizione degli argomenti. E, ovviamente, ad una domanda non posta la risposta deve essere data, altrimenti potrebbe anche sembrare che quello che è scritto qui abbia un senso. Quindi, come tutte le storie che si rispettino, anche quella del giornalino partirà dall'inizio: la riunione della redazione. Dal nome si direbbe una cosa ufficiale, con gente in giacca e cravatta che delibera strategie di marketing guardando grafici in power point, e invece, ovviamente, è tutto il contrario: un conglomerato di strani personaggi stravaccato in una stanza occupata abusivamente (tanto in segreteria non se ne accorgerebbero nemmeno se la stanza in questione fosse la presidenza), con gente che chiacchiera dei fatti suoi, uno o due poeti maledetti che mendicano idee da chi già non sa cosa scrivere, e il Capo Redattore (consistente, manco a dirlo, in Sua Eccellenza EsSebar) che tenta di richiamare all'ordine la mandria e nel contempo di produrre un elenco di argomenti che possa avere la parvenza di un senso compiuto partendo dalle farneticazioni inconcludenti che affollano la stanza. Alla conclusione di quest'ora di follia, i presunti giornalisti lasciano la scuola già nella disposizione di spirito di non rispettare il giorno limite per la consegna dei testi, stabilito negli ultimi 58 secondi a suon di offerte e controfferte che spaziano dall'indomani al 15 giugno. Il resto della vita del giornalino nascente non è altrettanto emozionante per un bel periodo: fino al giorno prima del D-day, l'unico segno di vita che viene dalla redazione sono gli sporadici messaggi su facebook del Capo, che ricordano puntualmente il numero di granelli di sabbia rimasti nella clessidra, e che nessuno puntualmente degna di uno sguardo. Finalmente, dopo un paio di settimane, arriva il giorno fatidico, e, soffiate via polvere e ragnatele dalla scrivania, gli aspiranti reporter si accingono a scrivere. Salvo poi accorgersi non di non ricordare minimamente di cosa volessero parlare. E così passa-

no i giorni, gli articoli che arrivano alla spicciolata sono troppo pochi, quindi si passa alle minacce di morte, al vandalismo e alla guerra fra bande. Solitamente dopo un'altra decina di giorni tutti si sono degnati di assolvere il proprio compito o di pagarne le conseguenze con il sangue, e l'impaginazione può essere iniziata. Su questa fase della nascita del Savoiardo vige riserbo assoluto, in quanto solo gli ordini superiori dell'Organizzazione possiedono le conoscenze esoteriche necessarie ad eseguire l'arcano rituale che tramuta pezzi sconnessi di testo in qualcosa la cui esistenza sia logicamente ammissibile. Una volta impaginato, il giornalino procede verso la stampa, in cui la Copia Originale viene fotocopiata ennemila volte, mettendo a serio repentaglio la sopravvivenza dei toner della scuola, e poi viene finalmente piegato in fascicoli e distribuito nelle classi da volenterosi volontari, che vengono amichevolmente coscritti senza possibilità di appello al suono dell'ultima campanella della giornata. Questa è la triste storia che si ripete ogni mese (adottando un'ottimistica periodizzazione). Se anche voi siete interessate a follie collettive, scadenze ignorate e articoli inutilmente prolissi con titoli improbabili, la redazione assume personale (anche con la crisi!) quindi presentatevi alla prossima riunione con (o preferibilmente senza) qualcosa di sensato da scrivere! Andrea Carbone

IL PEGGIO DEVE ANCORA VENIRE -Che ore sono? ...uffa… Ma quando finisce?.. Tra quanto suona?..E poi, finalmente, SUONA. È l’una, hai una fame che mangeresti anche il banco, non vedi l’ora di andare a casa; ma il peggio deve ancora venire. Esci di classe, e noti con dispiacere che scale e corridoi sono praticamente invalicabili a causa del brulichìo di studenti si affannano a uscire: giungere al portone d’uscita sembra un’epopea degna di essere ricordata al pari dell’Eneide. Finalmente sei fuori: -Libero! Aria!E invece no: auto parcheggiate nei posti più improbabili; genitori (o nonni) che accompagnano a casa i bimbi della scuola materna lì vicino; macchine che nel tentativo di levarsi di torno finiscono irrimediabilmente per rimanere bloccate in mezzo alla strada; gente che si ferma spensieratamente a chiacchierare in gruppo dei fatti propri, occupando all’occorrenza mezza carreggiata; ragazzini che corrono inferociti per salire per primi sull’autobus (e che a me ricordano tanto i pesci del villon Puccini che, quando butti un pezzo di pane nel laghetto, sembrano volersi scannare a vicenda per accaparrarsi quelle poche briciole)… Beh, diciamo che sono questi i momenti in cui rimpiangi di non essere in grado di smaterializzarti!! Monica Pagni

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Guida alla difesa dalla minaccia Se vi minacciano, che fate? Un manuale di sopravvivenza anti-minaccia, ecco a voi! Resistete dal ridere: la risata innervosisce i minacciosi minacciatori, e voi volete salva la pelle, vero? Lasciate parlare i vostri interlocutori finché non avranno finito: interromperli sarebbe controproducente. Evitate di nominare sveglie d’oro, muri o macchinette del caffè; la sola menzione di questi oggetti accentua in progressione geometrica l’aggressività dei minaccianti.

Scappate, se potete! Monitorate attentamente gli scagnozzi alti e grossi che accompagnano il boss: non parlano (forse non sanno), ma possono offrirti un caffè oppure ucciderti a scatola chiusa. Urgentemente, chiamate la mammina! Rispondete sempre il vero, e non cercate compromessi: la verità e la giustizia sono dalla vostra! Senz’altro, però, la soluzione migliore è minacciare i nemici con armi più potenti, con crudeltà rinnovata e con ricatti al limite della legalità. Luca Cei

Diritti e doveri Vi sarà capitato durante assemblee o manifestazioni di sentire mormorare o urlare da più parti frasi tipo “È un nostro diritto”. Ma vi siete mai chiesti quali sono veramente i nostri diritti come studenti? Esiste dal 1998 un provvedimento: lo “statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria” che nei suoi 5 articoli tratta la vita nella comunità scolastica in ogni suo aspetto. Essendo un documento ufficiale ovviamente non manca di una difficile comprensione, così un ex studente Alex Menietti, ha raccolto questa ed altre leggi legate all'ambito scolastico, e le ha parafrasate per i ragazzi in un libro “I diritti degli studenti della scuola superiore-guida definitiva per lo studente” gratuitamente scaricabile da internet in vari formati. Leggendo i primi articoli l'immagine che ha della scuola un individuo medio appare quantomeno riduttiva: “ La comunità scolastica, interagendo con la più ampia comunità civile e sociale di cui è parte, fonda il suo progetto e la sua azione educativa sulla qualità delle relazioni insegnante-studente, contribuisce allo sviluppo della personalità dei giovani, anche attraverso l'educazione alla consapevolezza e alla valorizzazione dell'identità di genere, del loro senso di responsabilità e della loro autonomia individuale e persegue il raggiungimento di obiettivi culturali e professionali adeguati all'evoluzione delle conoscenze e all'inserimento nella vita attiva” . In questa prospettiva la scuola non persegue solo lo schema spiegazioneesercizi-valutazione, ma va molto al di là di questo, perché dovrebbe formare un ragazzo sotto ogni aspetto dell'ampio concetto di istruzione. Oltre a questo si vengono a scoprire con questa giuda molti punti sempre lasciati in sospeso. Per esempio l'annosa questione del cellulare in classe: quello che è vietato è “l'uso del telefono durante le ore di lezione” . Ad una prima lettura sarà comparso un sorrisetto sarcastico sulle vostre labbra: “ma non mi dire?!” avrete pensato. E invece no, perché considerando la cosa più attentamente si può capire che non è vietato né portare il cellulare a scuola, né tenerlo acceso (se silenzioso), ma solo di utilizzarlo. Inoltre il divieto vale “nelle ore di lezione” perciò il suo utilizzo è libero nell'intervallo. Nonostante ciò è ovvio che se un professore (o il regolamento d'istituto) richiede espressamente di spegnerlo sarebbe me-

glio assecondarlo, anche solo per una convivenza civile, dato che nessun medico ha ancora provato che l'astinenza da tecnologia per qualche ora possa risultare fatale. Altra questione interessante è quella degli scioperi: “è prevista dalla legge una forma di sciopero studentesco?” La risposta è no, tanto è vero che le assenze per “sciopero” vanno giustificate. Perciò le manifestazioni sono una iniziativa personale dello studente, non un dovere, non un diritto. Per quanto riguarda l'argomento delle assemblee, di istituto o di classe che siano, purtroppo non è possibile fare molta chiarezza. L'unica sicurezza è che, nei limiti degli accordi tra rappresentanti e autorità scolastica, si ha diritto ogni mese ad una intera giornata scolastica per le assemblee di istituto e per quelle di classe a due ore, su richiesta del comitato studentesco o del 10% degli studenti. L'assemblea di istituto dovrebbe inoltre avere un regolamento, presentato al consiglio di istituto, sul quale in questo momento si sta lavorando anche nella nostra scuola. A fianco delle norme tra cui anche quelle citate sopra, che bene o male difendono dei diritti dello studente, sono presentati anche i doveri, che sono un po' quelli che ci sentiamo ripetere quotidianamente. Il primo è quello di frequentare le lezioni e svolgere i compiti, poi vengono il rispetto verso il personale che opera all'interno della scuola (dal preside ai bidelli... pardon, personale ATA), tenere un comportamento corretto, seguire i regolamenti e infine avere cura della struttura e dei materiali scolastici. Da alcuni di questi però derivano conseguenze interessanti: “Gli studenti sono tenuti ad avere nei confronti del capo d'istituto, dei docenti, del personale tutto della scuola e dei loro compagni lo stesso rispetto, anche formale, che chiedono per se stessi”. Non che uno studente si sia mai sentito di pretendere grande rispetto, però teoricamente in base a questo comma, se un professore vuole che gli sia dato del “lei” dovrebbe fare altrettanto con gli alunni, correggere le verifiche con la puntualità con cui pretende siano fatti i compiti, e così via... utopia. Insomma, la scuola sulla carta non è proprio quella che viviamo ogni giorno, sta anche a noi creare un clima che possa avvicinare queste due realtà, in fondo nemmeno troppo lontane. Elena Marzialetti

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"Studenti liceo scientifico pistoia", volemose bene! Ieri sera me ne stavo comodamente seduta in poltrona con il portatile sulle gambe, sorseggiando un bel bicchierone di succo di frutta zeppo di conservanti, quand'ecco che per una qualche pietosa pulsione, meglio detta "forza dell'abitudine", decido di entrare su Facebook e vengo assalita istantaneamente da una moltitudine di notifiche provenienti dal gruppo "Studenti liceo scientifico Pistoia" che mi sommergono facendomi perdere qualsiasi voglia di interagire con il prossimo, il tutto per aver commesso il grave errore di rispondere ad un post che ora vanta 14753687 commenti. Ora, come tutti ben saprete sul gruppo del liceo si possono trovare discussioni di ogni sorta, ma nessuna che riguardi vagamente il liceo stesso. Vi sono faide tra chi beve il latte caldo, chi lo beve freddo, chi preferisce lo yogurt, chi è vegano, chi intollerante al lattosio, chi è intollerante nei confronti di chi è intollerante al lattosio e chi beve solo birra. C'è chi gioca a PES e chi a FIFA, chi è de "a Roma" e chi de "a Lazio", chi se ne frega del calcio ma la sua la dice lo stesso, chi è biondo, chi moro e chi ver-

de dalla rabbia. Fuor di metafora il gruppo è diventato, o forse lo è sempre stato, un ring dove gli spavaldi sfidanti di turno si attaccano a suon di insulti riguardanti le rispettive idee, religioni, abitudini, caratteri fisici, madri e sorelle. Secondo fonti piuttosto attendibili l'ultimo post vagamente riguardante la scuola risale all'anno del mai, nel quale tra l'altro tutti leggevano il giornalino scolastico. In ogni caso questo piccolo trafiletto non è altro che un appello disperato volto ad un auspicabile ristabilimento dell'ordine civile e del rispetto reciproco, al desiderio - forse utopico - di rendere ciò che al momento sembra una versione non simpatica della testata de "Il Vernacoliere", un punto di ritrovo virtuale per noi studenti scientifici. Il gruppo del liceo dovrebbe per definizione essere riservato allo scambio costruttivo di opinioni e alla condivisione di comunicazioni riguardanti assemblee ed iniziative scolastiche, dove gli studenti possano dire la loro riguardo cosa succede a scuola e non necessariamente solo riguardo chi, come loro, la frequenta. Alessia Mazzucato

SPORT Bilancio della stagione calcistica italiana A nove giornate dalla fine del campionato di Serie A ci si può già fare un’idea su come la stagione volgerà al termine, soffermandosi sull’attuale condizione di alcune squadre, in particolare su team che hanno sorpreso, esse si sono confermate o hanno deluso. Ai vertici della classifica troviamo rispettivamente Milan e Juventus, distanziate di cinque punti: probabilm ente er a già se gna to dall’inizio della competizione che lo scudetto sarebbe stato conteso tra queste due squadre. I Rossoneri e i Bianconeri si sono già sfidati in uno scontro diretto che ha portato con sé una scia di polemiche su un gol “fantasma” non visto dal guardalinee ma che la moviola ha pienamente attestato: questa ennesima svista arbitrale offrirebbe lo spunto per introdurre un altro argomento oggetto di numerose dispute, ovvero l’utilizzo di tecnologia a bordo-campo che consenta un’immediata valutazione, attraverso il replay, di un episodio dubbio e vigorosamente contestato dai giocatori in campo. Comunque sia, goal valido o no, il big match si è concluso in parità, non compromettendo gli equilibri tra le due squadre. I punti di distacco

tra la squadra milanese e quella di Torino sono dovuti alla differenza di risultati accumulati nelle ultime partite poiché la prima ha totalizzato sette vittorie su dieci gare nel girone di ritorno, la seconda ha portato a casa, nello stesso numero di scontri, sei pareggi. Si può ipotizzare che sarà un duro duello fino al termine della stagione: ciascuna squadra oltre a contare sulla propria abilità dovrà fare affidamento anche sulle prestazioni dell’altra per sperare in un passo falso della rivale. Se la corsa allo scudetto sarà quasi certamente una cosa a due, non si può dire altrettanto per la rincorsa al terzo posto, l’ultimo buono per disputare i preliminari di Champions League. Le squadre a contendersi il terzo posto in classifica sono: Lazio (attuale detentrice di tale casella), Napoli, Udinese e Roma. Se i biancocelesti hanno fin da inizio stagione dimostrato di essere competitivi per raggiungere i piani alti della classifica, i giallorossi solo di recente si sono risvegliati da quel torpore che li ha tenuti stretti per gran parte del girone d’andata: probabilmente il motivo sta nella tipologia di gioco che Luis Enriquè ha voluto imporre

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ai suoi uomini, gioco basato sul possesso di palla e sulla velocità (come a tentare di imitare i “gioielli” del Barcellona). La squadra partenopea, a mio modesto avviso, ha sbagliato a costruire la sua stagione: infatti sembra aver puntato tutto sulla Champions; se avesse diretto la maggior parte delle proprie forze sul campionato, non escludo che avrebbe potuto impensierire Milan e Juventus. Comunque sia, adesso, fuori dalla competizione europea potrà concentrarsi sull’obiettivo terzo posto. L’Udinese, una fornace di giovani talenti, sta vivendo un periodo di crisi, fuori dall’Europa League, stenta anche in campionato, dopo una partenza rocambolesca. Dietro questo gruppo di quattro squadre troviamo la grande delus i o n e d e l l ’a n n o c a l ci s t i c o 2011/2012: l’Inter. I nerazzurri, dopo una partenza da film dell’orrore, si sono ripresi inanellando sette vittorie consecutive tra campionato e coppe, ma negli ultimi tempi, vinto il derby, si sono susseguiti risultati negativi, prima con l’uscita dalla Coppa Italia, poi con la perdita di numerosi punti in Seria A e infine l’eliminazione dalla Champions.


Chissà quali sono i problemi che hanno portato la favolosa squadra del triplete dalla vetta dell’Europa all’ottava posizione in campionato?! Probabilmente la rosa con i giocatori più vecchi, gli acquisti errati, gli sbagli in panchina e così via… Per quest’anno l’Inter deve abbandonare ogni ambizione europea, ma negli anni a seguire forse tornerà ai livelli di Milan e Juve per potersi giocare alla pari con

loro lo scudetto. Saltando i team che stanziano nella parte intermedia della classifica si giunge nella zona retrocessione attualmente occupata da Lecce, Novara e Cesena. Ciò che più sorprende è vedere la Fiorentina a soli sei punti dalla terzultima e invece un’Atalanta che, nonostante i sei punti di penalizzazione (causa scandalo scommesse) si trova abbastanza distante dalla

zona a rischio. Fino ad ora si è trattato di un campionato ricco di emozioni e di goal, con squadre forti e meno che hanno dato spettacolo… Vien da chiedersi, però, perché attualmente a livello europeo, eccettuato il Milan, le altre formazioni non si siano dimostrate all’altezza di team inglesi, spagnoli, francesi o tedeschi… Niccolò Castelli

Giorgio Tesi: il sogno continua A meno di due mesi dalla fine della regular season di Legadue, la Giorgio Tesi Group Pistoia è in testa al campionato, assieme alla Trenkwalder Reggio Emilia e alla Givova Scafati. Il tutto grazie ad un tecnico eccezionale come Paolo Moretti, ad una squadra forte, anche se con pochissime rotazioni, e ad uno staff tecnico con molta qualità. Un mix di esperienza e gioventù messa a servizio di Coach Moretti, dove a farla da padrone è il collettivo. E se non basta il collettivo, ci sono le individualità. A cominciare da Bobby Jones, uno degli statunitensi in rosa, che in questa stagione ha deciso diverse partite con le sue schiacciate e stoppate. L’altro statunitense, Dwight Hardy, sta disputando una stagione meravigliosa, con prestazioni, spesso, da MVP. Ma ottime partite le aveva disputate anche Donte Mathis, prima dell’infortunio che lo ha tolto di mezzo per il resto della stagione. È stato rimpiazzato dal funambolico brasiliano Jonathan Tavernari, personaggio in campo, ma anche ottimo tiratore da tre. Di sicuro, l’acquisto dell’anno è stato Giacomo “Jack” Galanda, che ha giocato diversi anni in nazionale, giunto a Pistoia per portare esperienza alla squadra. In una contrapposizione tra passato e futuro, in prospettiva, Pistoia ha trovato l’esuberanza di Lorenzo Saccaggi, classe ‘92,

che è esploso al momento giusto. Ancora, analizzando la rosa, come non parlare di Gurini e di capitan Toppo? Due giocatori che mettono tutto il loro impegno, in particolare Fiorello Toppo, scaldando il cuore dei tifosi della Giorgio Tesi. E poi i giovani talenti che Moretti porta ogni domenica in panchina, come Della Rosa o Tuci, forse non ancora pronti per disputare il campionato di Legadue, ma di sicuro con un futuro roseo davanti a loro. Inoltre, il prossimo anno Pistoia potrebbe vantare il suo “PalaCarrara”, intitolato domenica 18 marzo allo storico presidente del basket pistoiese, Mario Carrara, davanti alle migliori squadre italiane, come Milano e Siena. Intanto, è fondamentale credere fino in fondo alla promozione diretta, e certamente gioverà la stupenda vittoria contro Reggio Emilia, arrivata dopo una partita dominata per tre quarti dagli emiliani, e ribaltata solo nell’ultimo quarto da uno straripante Hardy, assieme a Galanda. Dunque, le squadre in testa adesso rimangono due e, anche se lo scontro diretto lo dovrà giocare in trasferta, Pistoia può sicuramente farsi valere e conquistare a Scafati i due punti che segnano la promozione in Serie A1. Gianmaria Maiorano

Italrugby: qualcosa è cambiato È appena finito il Sei Nazioni, torneo di Rugby riservato alle nazioni della Gran Bretagna (Inghilterra, Galles, Scozia), più l’Irlanda, la Francia e l’Italia. È tempo, dunque, di bilanci per i nostri azzurri, che proprio quest’anno hanno cambiato allenatore, passando dall’inglese Nick Mallett, al francese Jacques Brunel. E la differenza si è vista quasi subito: già dal primo match contro la Francia, che l’Italia ha sì perso 3012, ma che ha giocato bene nel primo tempo, la squadra è apparsa più attenta a livello difensivo. Certo, l’attacco era da migliorare, ma nel secondo match, il debutto all’Olimpico contro l’Inghilterra, la palla ovale ha cominciato a girare bene nelle mani del quindici azzurro, che ha addirittura realizzato due mete negli ultimi quattro minuti del primo tempo; Venditti e Benvenuti i realizzatori. Nel secondo tempo, purtroppo, l’attenzione della squadra è calata e, nonostante gli inglesi abbiano concluso la partita con una sola meta all’attivo, sono riusciti a prevalere grazie ai calci piazzati di Farrell, bravo a realizzarli tutti. Per noi, il rimpianto è quello del brasiliano

Botes, che ne ha sbagliati ben due. Per la cronaca, il match è terminato con il risultato di 15-19 per l’Inghilterra. Il terzo match, possibile ribaltamento della partita di Coppa del Mondo, che ci aveva estromessi dal torneo, in realtà si rivela un incubo per gli azzurri, che cadono sotto i colpi dell’Irlanda con un netto 42-10. E non va meglio contro il Galles, che risulterà vincitore del torneo con un grande slam: 243 il finale, con l’Italia che aveva pareggiato il calcio piazzato, realizzato al 9’ di gioco con Halfpenny, grazie a Mirco Bergamasco. Poi, il nulla. C’è da dire che, Irlanda prima e Galles poi, non erano due trasferte facili per gli azzurri e che, vista la mole di gioco prodotta, c’è da sperare che il prossimo anno si riesca a prendere una bella rivincita su entrambe. Infine, nella quinta e ultima giornata del Sei Nazioni, l’Italia scende di nuovo in campo contro la Scozia: in palio c’è l’onore, perché chi perde subisce il “Whitewash”, ovvero ottiene zero vittorie nel torneo, e si aggiudica anche il Cucchiaio di legno, per essere arrivata ultima nella competizione. Ma l’Italia è migliorata tanto, e

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lo dimostra proprio contro gli scozzesi: tantissimo possesso palla, due palle rubate nel corso delle azioni di gioco, e tanta spinta in fase offensiva. Così i ragazzi di Brunel, con il rientrante Castrogiovanni, eletto MVP della partita, riescono ad aggiudicarsi il match per 13-6, schiacciando gli Scozzesi, che si portano a casa il Cucchiaio di legno, che nelle ultime cinque

edizioni era toccato a noi. Se Brunel, coi suoi ragazzi, saprà ripartire da questa bella e convincente vittoria contro la Scozia, c’è la possibilità che il prossimo anno vedremo una Italia ancora più agguerrita, che potrebbe non dover lottare solo per evitare il Cucchiaio di legno. Gianmaria Maiorano

Nibali è pronto Era ormai qualche anno che non si vedeva più un italiano pronto per le grandi corse a tappe, già nel periodo di Marzo. Eppure quest’anno Vincenzo Nibali sta dando già spettacolo. Giunto quinto al Tour de San Luis, all’esordio stagionale, partecipa al Tour of Oman, dove conquista la prima vittoria dell’anno alla quinta tappa. Conclude secondo in classifica generale, ad un secondo dal vincitore Peter Velits. Quindi arriva la Tirreno-Adriatico, conclusasi qualche settimana fa, che lo ha visto trionfare meritatamente. Giunto terzo nella quarta tappa, superato solo nella parte finale della gara dal compagno di squadra Peter Sagan e da Roman Kreuziger, si riscatta nella tappa successiva, vincendo per distacco sulla salita di Prati di Tivo, dove il suo scatto a 5km dall’arrivo diventa fondamentale. Quindi, nella penultima tappa della Tirreno-Adriatico, giunge secondo, dietro allo spagnolo Joaquin Rodriguez, guadagnando sei secondi di abbuono che lo avvicinano al leader della generale Christopher Horner. Grazie a una discreta crono finale, in cui conclude al nono posto, guadagna venti secondi sull’atleta americano, scavalcandolo nella ge-

nerale e portando a casa la Tirreno-Adriatico del 2012. Ma non è abbastanza per lui, e, appena una settimana dopo la vittoria della corsa a tappe, si presenta alla Milano-Sanremo, dove il grande favorito della vigilia è il campione del mondo Mark Cavendish. Ma, come spesso accade, i pronostici non sono rispettati e infatti la vittoria va all’australiano Simon Gerrans. L’altro grande favorito della vigilia, Fabian Cancellara, giunge secondo, ma tutta la sorpresa è riservata a Vicenzo Nibali, che riesce a giungere terzo e ad agguantare un bel podio, che fa sperare per il proseguo della stagione. Dunque, se il buongiorno si vede dal mattino, Nibali potrebbe rivelarsi la nostra speranza per Giro e Tour, con un occhio, magari, all’Olimpiade di Londra e al Mondiale che si svolgerà a Valkemburg, in Olanda. Vincere tutto è pressoché impossibile, però una grande corsa a tappe può essere l’obbiettivo finale del nostro Vincenzo, che sembra già pronto per dare battaglia ai fratelli Schleck. Dunque, tutti pronti e forza Nibali! Gianmaria Maiorano

Ne vale la pena? “1 Febbraio, Il Cairo. Per le violenze scoppiate durante una partita di calcio sono morte almeno 74 persone e centinaia sono rimaste ferite. Gli scontri sarebbero esplosi per motivi calcistici, dopo un'invasione di campo, al termine della gara di campionato tra la squadra del posto, l'Al Masri, e l'Al Ahli, formazione del Cairo. Secondo la ricostruzione fornita dalla tv Al Arabiya, alla fine del match vinto per 3-1 dall'Al Masri, i tifosi locali sono entrati in campo per inseguire i giocatori dell'Al Ahli spingendosi fino al tunnel che porta agli spogliatoi. A quel punto si è scatenata una vera e propria battaglia, sia con i tifosi avversari che con le forze dell'ordine. Ci sono stati fitti lanci di bottiglie e pietre. I tafferugli sono proseguiti anche fuori dall'impianto. "Lo spogliatoio si è trasformato in un obitorio", ha raccontato un testimone. Un altro dei presenti ha riferito che prima del fischio d'inizio il clima era buono, ma poi durante l'incontro ci sono stati scambi di insulti tra le

due tifoserie e ogni gol era seguito da un'invasione di campo. In città è stato schierato anche l'esercito che ha inviato i suoi elicotteri per portare via dallo stadio giocatori e tifosi della squadra ospite. Dopo questi gravissimi episodi la Federcalcio egiziana ha deciso di "rinviare a data da destinarsi" tutte le partite del campionato maggiore e il Parlamento è stato convocato per domani in seduta straordinaria.” La domanda che sorge spontanea leggendo questo articolo di questo Febbraio è “Perchè?”. Perchè nel 2012 dobbiamo ancora parlare della violenza negli stadi? Non sono bastati gli Hooligans inglesi degli anni '80 che devastavano in lungo e in largo l'Europa (fino a sfociare nella tristemente famosa strage dell'Heysel in Belgio, nel 1985) o le lotte degli Ultras in Italia, che si sono poi allargate in Grecia (sia nel basket che nel calcio), nei paesi della ex Jugoslavia (celebri gli scontri tra Stella Rossa e Partizan Belgrado), fino ad arri-

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vare agli scontri che portano a guerriglie vere e proprie tra i Supporters nei paesi Sudamericani (basta andare su Youtube e cercarsi un paio di video di Boca Junior-River Plate per farsi un'idea.). Insomma la lista degli scontri tra tifosi a cui si aggiunge l'ultimo fatto è lunga e per i motivi più diversi: idee politiche o religiose diverse, abitanti della stessa città o di città vicine. Ci chiediamo dunque se vale la pena per questi tifosi violenti, rovinare quello che per molti è il più bello sport al mondo, anche se hanno i loro validi motivi per farlo. Vorremmo infatti, che il calcio resti solo lo sport che noi amiamo, senza essere infettato dalla politica e da motivi sociali che non hanno nulla a che fare con lo sport in generale, ma che alla fine portano solo al disinnamoramento dello sport e all'allontanamento degli appassionati da esso. Leonardo Natali


EVENTI S'concerto di quartiere 2012 Importante momento di coinvolgimento, riflessione, convivialità e divertimento non solo per il quartiere delle Fornaci, ma per tutta la città di Pistoia, lo S'concerto di quartiere arriva anche quest'anno con interessanti novità. Ecco a voi il programma e un invito caloroso a partecipare o almeno a fare un salto a questa grande festa!

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naro. Si tratta di innescare un circuito virtuoso di riutilizzo degli oggetti che altrove possono trovare una nuova vita, e non soltanto di liberarsi di vecchie cianfrusaglie dimenticate in soffitta. Porta qualcosa che anche tu vorresti trovare: libri, fumetti, dischi, piccoli elettrodomestici, oggetti strani e introvabili, vestiti, strumenti musicali, piccoli mobili... (e una coperta dove esporli) oppure baratta i tuoi saperi: sai fare i rasta? Gli origami? Sai raccontare storie? Sai lucidare le scarpe? Lascia a casa il superfluo!

associazione Sconcerto, via Gentile 40/D, Fornaci • GERMI DI UNA NUOVA CITTÀ Un'assemblea di giovani, appartenenti ad alcune realtà attive sul territorio, si prenderà la briga di ripensare i termini con cui normalmente e ufficialmente si parla dei giovani, della cultura e della città, partendo dall'urgenza di un pensiero dell'alternativa, costruito dal basso e coralmente.

• GARA DI TORTE: in premio due bici da bambino\a.

Domenica 8 aprile dalle 17 alle 24

[in caso di pioggia, il concerto di domenica 8 (pasqua) si terrà alla Fabbrica delle emozioni (via Antonelli 305) e le iniziative di lunedì 9 si terranno presso la sede dell'associazione "S'concerto" (via Gentile 40/D)]

giardini della Madonnina, le Fornaci • S'CONCERTO giovani musicisti avventurosi Campionissimi (Sprint) Trailer Jablas Bits Kenny Muore Sempre Mercolady XXXXXXXXX Nery Pfandfrei Punkgoacciole Stomp Tom Thanatos Topsy The Great Tree B***h Uber Yer Blues

Sabato 21 aprile ore XX Sede dell’associazione “Sconcerto”, via Gentile 40/D • IL SOCIALE AL TEMPO DELLA CRISI incontro

Domenica 22 aprile ore XX Sede dell’associazione “Sconcerto”, via Gentile 40/D • DIALOGO DOPO IL TRENTENNIO. IL RUOLO DELLE RIVISTE incontro con Goffredo Fofi

Domenica 8 e lunedì 9 verrà distribuito un numero

Promosso da Associazione di promozione sociale “Sconcerto” Az. pubblica di servizi alla persona “Istituti Raggruppati” Associazione di volontariato “Arcobaleno”

speciale, dedicato allo S'concerto di quartiere 2012, di NOUVELLES NEUVES, il giornale dei ragazzi di Sotto il Palazzo, realizzato in collaborazione con Feedback e il Progetto Spina.

Co-promosso da Comune di Pistoia – Assessorato alle Politiche Sociali Circoscrizione n. 2 del Comune di Pistoia

Lunedì 9 aprile dalla mattina al tramonto

Partner Sotto il Palazzo / Progetto I.C.S. Cooperativa “Arkè” / Cooperativa “Pantagruel” Circolo Arci “Bugiani” – Pistoia Progetto Spina / Feedback / nevrosi

giardini della Madonnina, le Fornaci: BICICLETTATA PRANZO DI QUARTIERE FESTA DEL BARATTO GARA DI TORTE

Illustrazione Fabian Negrin, da "L'ombra e il bagliore" (Orecchio Acerbo, 2010)

• BICICLETTATA: ore 12, dalla CICLOFFICINA di Piazzetta Santo Stefano fino ai giardini della Madonnina, dove si terrà il PRANZO DI QUARTIERE.

Info 349.05.75.904 / sconcertopistoia@gmail.com

• FESTA DEL BARATTO: è un momento giocoso di scambio di oggetti, beni, esperienze senza uso di de-

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BISCOTTO ONLINE! Siamo nel secondo decennio del ventunesimo secolo e i libri scompaiono, oggi si legge in tablet! Niente più carta, niente più inchiostro, solo infinite serie di immagini scannerizzate oppure codici binari. Vi rammaricherà sapere che anche il vostro amato giornalino è sulla rete: la redazione (o meglio, la caporedattrice) ha ceduto alla pressione che la tecnologia esercita sull'editoria. Se volete consultare tutti i numeri del Savoiardo (per ora solo l'anno 2011-12) potete andare alla pagina: http://issuu.com/leilaessebar/docs Potete anche scaricare i numeri come file: http://www.mediafire.com/?t1a8aczbe274x Sia chiaro però che la resa non è completa! Che Savoiardo sarebbe se non inceppasse 300 volte le fotocopiatrici scolastiche, se non riempisse le vostre ore di tedio e i sacchetti della carta? Per questo il mitico biscotto liceale sarà sempre sfornato caldo e fragrante in formato cartaceo, con il suo profumo di toner e la sua percentuale di deforestazione amazzonica! Luca Cei

Scelto direttamente dalla Cassetta di Nonna Irma! Credi di poter fare di meglio?

Tutta la redazione vi augura buona Pasqua! Mangiate tante uova e mettete qualche orribile sorpresa nella cassetta per la nonna! BUONE VACANZE!

La redazione: Alberto Buongiovanni, Andrea Carbone, Angela Felicetti, Azzurra Di Palma, Clara Ciampi, Elena Marzialetti, Francesca Tesi, Francesco Biagioli, Gabriele Sgueglia, Gianmaria Maiorano, Giorgio Prete, Giuditta Mitidieri, Giulia Lorenzini, Giulia Pagano, Greta Mazzei, Irene Princi, Johan Andrey Bosso, Leila Es Sebar, Leonardo Natali, Letizia Caselli, Letizia Chiti, Lorenzo Lucherini, Lorenzo Melocchi, Luca Cei, Michele Marchioro, Monica Pagni, Niccolò Castelli, Rebecca Borsi, Stefano Agostini.

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Il savoiardo # 5