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Giovanni Cisternino

ROCA VECCHIA E ROCA NUOVA IN TERRA d’OTRANTO


Con il patrocinio di

Presidente del Consiglio Regionale della Regione Puglia concesso con decreto n. 632 del 20/03/2012

Provincia di Lecce concesso con atto n. 21712 del 27/02/2012

Comune di Vernole

Unione dei Comuni Terre di Acaya e di Roca

Comune di Castrì di Lecce

Comune di Melendugno

Comune di Calimera

Il Salentino Editore® Via Larghi Case Sparse, 3 73026 Melendugno (LE) Tel. 0832 833918 Tel./Fax 0832 831481 www.ilsalentinoeditore.com info@ilsalentinoeditore.com ISBN 978-88-96446-05-8 Finito di stampare nel mese di giugno 2012 presso SEdIT S.r.l. a Bari Radici

Collana Radici diretta dal dott. Pantaleo Candido Impaginazione douglas Rapanà / Edita S.r.l. - Lecce (LE) I servizi fotografici sono a cura della redazione e dell’autore. La parte di documentazione fotografica messa a disposizione dall’autore, gli è stata gentilmente concessa da Modesto Cisternino. Si ringrazia il professore Franco Candido per le foto di pag. 43, 45, 49, 50, 53, 54, 60, 173 e 212 gentilmente concesse e per l’indicazione che egli ha fornito in relazione alla tesi di laurea sulla treponematosi della dottoressa Monica Fialdini.


In memoria del Sindaco di Melendugno Prof. Vittorio Potì

È grande il vuoto che Vittorio ha lasciato. Manca il compagno di tante battaglie civili, di tante giornate difficili, di tante crisi politiche risolte con una battuta, sdrammatizzando, il collega di tanti anni nei banchi del consiglio regionale. Ho sempre apprezzato il suo carattere unico, la dirittura morale, la vivacità intellettuale. Era un socialista entusiasta, un uomo di grande equilibrio. Anche nei momenti difficili ha brillato la limpidezza della sua visione ideologica e della sua fede nei valori dell’uomo. Al di là della statura del politico di vaglia, la sua umanità, la spontaneità lo hanno reso un uomo straordinario e lo rendono un amico indimenticabile. Uomini così, sono rari. Onofrio Introna Presidente del Consiglio Regionale della Puglia

Basteranno mai a soddisfare la nostra curiosità, cioè la nostra sete di conoscenza, le opere che ci parlano del nostro territorio, degli aspetti più intriganti, più suggestivi che lo caratterizzano? L’insegna di “Radici”, il titolo della collana di libri qui fatta concreta da queste belle pagine su Roca Vecchia e Roca Nuova, indica una precisa direzione, è il dato segnaletico di una ricerca in profondità. Le nostre origini! E sempre ci volgiamo verso di esse perché il passato ci pone sempre nuove domande mentre rivela sempre nuove meraviglie. E se le domande che il passato pone riguardassero anche il futuro di un luogo, di un territorio? A questo volume bello e utile, pregevole per le finalità che intende perseguire, vada il nostro plauso anche nella memoria di chi questo libro conobbe in fase di elaborazione e sostenne con il suo incoraggiamento. Antonio Gabellone Presidente della Provincia di Lecce

È con grande commozione che scrivo queste poche righe per ricordare il sindaco Vittorio Potì che mi ha preceduto alla guida dell’amministrazione comunale di Melendugno. Nel ricordarlo in questo libro, che aveva in anteprima letto e di cui aveva incoraggiato la pubblicazione, sento il dovere di evidenziare il grande amore che Vittorio aveva per il suo paese – che per lui era “l’ombelico del mondo” – e per i suoi concittadini, specialmente per quelli appartenenti alle fasce più deboli. dopo aver ricoperto importanti incarichi istituzionali alla Provincia di Lecce e alla Regione Puglia, aveva deciso, a conclusione della sua lunga attività politica e amministrativa, di dedicarsi direttamente alla guida dell’amministrazione comunale di Melendugno e Borgagne. La prematura scomparsa ha interrotto bruscamente il programma che aveva disegnato per riportare la sua Melendugno al centro dell’attenzione provinciale, regionale e nazionale. A noi spetta il compito di portare a termine ciò che lui aveva iniziato. Lo dobbiamo a un uomo che ha vissuto gran parte della sua vita al servizio della sua gente, di Melendugno e delle Istituzioni. Marco Potì Sindaco di Melendugno


INDICE

PrEfazIoNE del prof. Fulvio De Giorgi

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PrESENTazIoNE DELL’aUTorE

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CaPIToLo I LE graNDI INvaSIoNI barbarIChE E I NormaNNI 1. INTroDUzIoNE 2. LE ChIESE E gLI INSEDIamENTI rUPESTrI NELL’arEa

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mELENDUgNESE

3. INSEDIamENTI rUPESTrI a borgagNE: LE DUE CrIPTE 4. I NormaNNI E IL ProbLEma DEL DIaLogo Tra I rITI LaTINo

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E bIzaNTINo

5. 6. 7. 8.

roCa vECChIa NELLa CoNTEa DI LECCE LE PaLUDI DELL’arEa roCaNo-mELENDUgNESE UbICazIoNE TErrITorIaLE DI roCa vECChIa L’INSEDIamENTo DI roCa vECChIa, rIDIvENUTo CaSaLE, DEfINISCE IL SUo ToPoNImo: CoNCa, baSILEa o CroCE? 9. L’UNIvErSITà DI LECCE E LE DoNNE moNaChE DEL moNaSTEro DI SaN gIovaNNI EvaNgELISTa DI LECCE SoNo I PrImI fEUDaTarI DI roCa vECChIa aL TEmPo DEI NormaNNI, mENTrE SaNT’aNDrEa IN PoChI aNNI PaSSa

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SoTTo TrE ISTITUzIoNI rELIgIoSE

10. gLI SvEvI

CaPIToLo II DagLI aNgIoINI aLLa gUErra CoNTro I TUrChI 1. gLI aNgIoINI 2. IL CoNTE DI LECCE gUaLTIErI vI DI brIENNE rIEDIfICa La CITTà DI roCa vECChIa 3. UN CoNTENzIoSo SCoPPIaTo NELLa PrIma mETà DEL XIv SECoLo Tra oTraNTINI E roCaNI… E USUrPazIoNE

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INDICE

DaL XvII SECoLo IN PoI, DI bUoNa ParTE DEL TErrITorIo aPParTENENTE aLL’aNTICa UNIvErSITà DI

roCa 4. I DUE TESTamENTI DI gUaLTIErI vI DI brIENNE E La gIUDECCa PrESENTE NELL’UNIvErSITà DI roCa 5. roCa, ChE aPParTIENE aLLa CoNTEa DI LECCE, PaSSa aI D’ENghIEN ChE aCqUISISCoNo aNChE IL PrINCIPaTo DI TaraNTo 6. La CoNTEa DI LECCE E roCa SoTTo La rEgINa DI NaPoLI, marIa D’ENghIEN 7. roCa E La gUErra TUrCo-SaLENTINa 8. IL rETaggIo DELL’ECCIDIo roCaNo NELLa TraDIzIoNE STorICa DI mELENDUgNo 9. La LETTEraTUra TragEDIografICa IN mELENDUgNo, ovvEro CrITICa aL TESTo SCrITTo Da moDESTo CISTErNINo, vITo CorvINo E NICETINo marChESE, TUTTI Da mELENDUgNo, DaL TIToLo IL PREZZO DELLA LIBERTÀ, OVVERO LA LEGGENDA DELLA DISTRUZIONE DI ROCA E La fIgUra DELLa mITICa rEgINa ISabELLa DI roCa vECChIa 10. LE TragEDIE mELENDUgNESI SCrITTE Da roCCo PoTì E DaNTE qUarTa 11. rETroSCENa DI aNTIChE TragEDIE a mELENDUgNo 12. TragEDIa INEDITa DI SERAFINO DE RINALDIS

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CaPIToLo III L’EvoLUzIoNE baroNaLE a roCa vECChIa E La DISTrUzIoNE DELL’UNIvErSITà 1. roCa vECChIa PrIma E DoPo L’INvaSIoNE TUrCa DEL 1480 E LE CaSaTE baroNaLI SCISCIò E DELLI faLCoNI ChE La INfEUDaNo 2. roCa, SUo maLgraDo, è CoINvoLTa NELLa gUErra fraNCo-SPagNoLa 3. IL CaSo DI TrEPoNEmaToSI DI roCa vECChIa E LE orIgINI DELLa SIfILIDE vENErEa IN ITaLIa (Xv-XvI SEC.) 4. roCa NoN è morTa. SvILUPPo DELLa rELIgIoSITà E DEL CULTo “marIaNo” IN arEa roCaNo-mELENDUgNESE 5 La fabbrICa DEL SaNTUarIo DI marIa SaNTISSIma DELLE grazIE aLTrImENTI DETTo DI roCa vECChIa

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INDICE

6. IL PaNEgIrICo DEL 1926 TENUTo IN oNorE DELLa maDoNNa DELLE grazIE DI roCa vECChIa

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CaPIToLo Iv IL CaSaLE DI roCa NUova 1. La CoSTrUzIoNE DEL CaSaLE DI roCa NUova 2. IL TErrITorIo DI roCa NUova E aLCUNE ProDUzIoNI

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agrICoLE aNCora oggI PrESENTI NEL TErrITorIo

3. EvoLUzIoNE DEmografICa DELL’UNIvErSITà DI roCa NUova 4. IL CaSTELLETTo

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CaPIToLo v roCa NUova SaCra 1. IL movImENTo CaTToLICo NEL XvI SECoLo NELLa CoNTEa DI LECCE E IN roCa NUova pag. 2. La ChIESa maTrICE DI roCa NUova DEDICaTa a SaN vITo marTIrE - a. CoNfINI - b. maSSErIE - C. orgaNIgramma DEI ParroCI/CUraTI DI roCa NUova 3. PrIma SaNTa vISITa PaSToraLE aLLa ChIESa DI roCa NUova E vECChIa faTTa NELL’aNNo 1830 DaLL’ILLUSTrISSImo moNS. NICoLa CaPUTo, vESCovo DI LECCE 4. SECoNDa SaNTa vISITa aLLa ChIESa DI roCa NUova faTTa DaLL’ILLUSTrISSImo moNS. NICoLa CaPUTo, vESCovo DI LECCE, NELL’aNNo 1851 5. brEvE CoNSULTazIoNE DEI rEgISTrI DEI NaTI DELL’UNIvErSITà DI roCa NUova PrESENTI PrESSo L’arChIvIo ComUNaLE DI mELENDUgNo 6. aTTI DELLa PrIma SaNTa vISITa PaSToraLE faTTa Da SUa ECCELLENza rEvErENDISSIma moNS. DoN SaLvaTorE LUIgI DEI CoNTI zoLa, vESCovo DI LECCE, aLLa ParroCChIa DI roCa NUova, maggIo 1882

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INDICE

7. NoTamENTo DEgLI arrEDI SaCrI E UTENSILI aPParTENENTI aLLa ParroCChIaL ChIESa DI roCa 8. aTTo PUbbLICo PEr PagamENTo IN PErPETUo bENEfICIo aLLa ParroCChIa DI roCa NUova 9. aTTo DI PaSSaggIo DI ProPrIETà DI aLCUNI ImmobILI ChE DaLLa ParroCChIa marIa SS. aSSUNTa DI roCa NUova PaSSaNo aL baroNE fraNCESCo SavErIo D’amELy,

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IL qUaLE è obbLIgaTo IN PErPETUo a PagarE aNNUaLmENTE, ComE CaNoNE, La Somma DI

£. 450

10. aTTIvITà LITUrgICo CULTUaLE 11. rELazIoNE INTorNo aLLa rICoSTrUzIoNE DELLa ParroCChIa DI roCa NUova 12. rISPoSTa aI qUESITI DI S.E. rEv. moNS. aLbErTo CoSTa PEr La SaNTa vISITa DI qUarESIma DELL’aNNo 1930 13. rESoCoNTo gENEraLE PEr La rIEDIfICazIoNE DELLa ChIESa ParroCChIaLE DI SaN vITo IN roCa NUova 14. PrIma SaNTa vISITa INDETTa Da S.E. moNS. fraNCESCo mINErva IL 18 oTTobrE 1953 PrESSo La maTrICE DI roCa NUova IN SaN foCa 15. aTTo NoTarILE DI DoNazIoNE DEL ParroCo DI roCa NUova IN SaN foCa DoN SaLvaTorE PETraChI 16. PErmUTa DEI TErrENI a favorE DELLa ParroCChIa marIa SS. aSSUNTa DI roCa NUova IN SaN foCa 17. vErbaLE DI CoNSEgNa DEL bENEfICIo ParroCChIaLE DI marIa SS. aSSUNTa DI roCa NUova aLL’ECoNomo CUraTo DoN NICETa SINDaCo 18. vErbaLE DI CoNSEgNa DEL rEvErENDo ParroCo DoN NICETa SINDaCo DEL bENEfICIo ParroCChIaLE DI roCa NUova IN SaN foCa 19. rELazIoNE DEL ParroCo DI roCa NUova IN SaN foCa faTTa NEgLI aNNI PaSToraLI 1972 E 1976-77 20. SITUazIoNE SoCIo-rELIgIoSo-PaSToraLE STILaTa NEL marzo 1985 DaL ParroCo DoN NICETa SINDaCo 21. rELazIoNE CoNCLUSIva DEL ParroCo DoN NICETa SINDaCo SULLa SITUazIoNE E SULLE ProSPETTIvE PaSToraLI, aNNo 1990 22. SaNTa vISITa PaSToraLE faTTa NELL’aNNo 1992 aLLa ParroCChIa DI roCa NUova IN SaN foCa Da ParTE DI S.E. moNS. CoSmo fraNCESCo rUPPI

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INDICE

CaPIToLo vI I rEgISTrI ParroCChIaLI DI roCa NUova 1. orgaNIgramma DEL rEgISTro UNICo DEI baTTEzzaTI, DEgLI SPoNSaLIa, aNNI 1857-1904, DELLa ParroCChIaL ChIESa DI roCa NUova 2. orgaNIgramma DEI LIbrI DEI morTI DELLa ParroCChIa marIa SS. aSSUNTa DI roCa NUova DaL 1856 aL 1881 E DaL 1882 aL 1905 3. rEgISTro DEI maTrImoNI DaL 1857 aL 1898 4. rEgISTro UNICo DELLa ChIESa ParroCChIaLE DI roCa NUova ovE SoNo SEgNaTI I NaTI, I morTI, gLI SPoNSaLIa, I maTrImoNI E I CrESImaTI a ComINCIarE DaL 09/11/1904 aL 1939 5. aLTrI DoCUmENTI

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I TImbrI E LE fIrmE DEI ParroCI E DEI CUraTI

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orgaNIgramma STorICo-CroNoLogICo DI roCa vECChIa

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bIbLIografIa

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gLoSSarIo

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bIografIa DELL’aUTorE

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Forma Urbis - Libera ricostruzione della cittĂ medievale di Roca Vecchia a cura di Annalisa Petrachi


PREFAZIONE Tutti conoscono la storia di Otranto: l’attacco dei turchi e la morte dei martiri sono rimasti saldi nella memoria storica, nella devozione popolare, nell’immaginario collettivo dei salentini – cioè degli abitanti di Terra d’Otranto – ma anche, in generale, dei meridionali. In età moderna lo straniero dal volto truce e pauroso, il nemico per eccellenza era il turco. E la Madonna – come nella battaglia di Lepanto – proteggeva vittoriosamente dai turchi. Nelle altre parti d’Italia e del mondo cattolico, il culto mariano in età moderna assunse valenze anti-protestanti. Nell’Italia meridionale esso aveva questa prevalente dimensione di guerra (in genere sul mare), di protezione anti-turca e di vittoria. Basti ricordare la Madonna di Pompei, cioè l’Augusta Regina delle Vittorie, la Vergine Sacratissima del Santissimo Rosario. Otranto, peraltro, è noto nel mondo per la sua cattedrale e soprattutto per l’affascinante, enigmatico mosaico pavimentale della cattedrale: l’Albero della Vita. In esso figure bibliche si accostano a figure del ciclo bretone, scene quotidiane di lavoro a mostri da incubi notturni, storia sacra a mitologia, calendario cristiano a zodiaco astrologico. Il tutto espresso con la forza raffigurativa primitiva che oggi ci appare come una deformazione popolare e naif, ma che invece – ovviamente – esprimeva la fantasia colta e la maestria tecnica di artisti che rompevano coscientemente con gli archetipi dell’arte bizantina. In altre aree del Sud d’Italia, pur fortemente segnate dall’incontro e dallo scontro con la civiltà musulmana, come la Sicilia, fu soprattutto il ciclo carolingio a lasciare una impronta profonda nella cultura popolare (si pensi al teatro dei pupi), come la ricerca folkloristica-demologica ottocentesca – penso soprattutto ai lavori di Pitrè – che ci ha ampiamente documentato. Ma come in altre parti d’Italia, anche in Terra d’Otranto, la cultura popolare attingeva al ciclo carolingio: i reali di Francia erano una delle non numerose letture dei pochi – ma importanti – alfabetizzati dei villaggi di contadini e di pescatori. Ebbene nella memoria della distruzione di Roca (versione ridotta dell’epopea idruntina) le popolazioni del circondario – che naturalmente comprese anche il nuovo insediamento dei sopravvissuti – rifusero materiali, stili e morfologie già sperimentati e collaudati per Otranto. Così pure la drammaturgia ottocentesca e primo-novecentesca, relativa a tale distruzione, combinò aspetti di cultura alta con strutture di cultura popolare, qualche erudizione storica (e reminiscenze di Ariosto e di Tasso) con linguaggi e metafore, ritmi e figure dell’arte popolare: come le decorazioni dei carri (le cosiddette stracallature dei traìni), le filastrocche e le nenie. Di questo originale e interessante amalgama il libro di Giovanni Cisternino è insieme indagine e documento: testimonianza duplice, perché cerca il distacco critico e produce un testo omeomorfo, in sintonia empatica fino alla fusione mimetica, con l’oggetto analizzato.


Fulvio De Giorgi

Il suo valore, dunque, e anche il piacere che desta nel lettore stanno nel suo essere essenzialmente un Documento-Monumento della koiné di erudizione popolare (e uso questa espressione non come un ossimoro paradossale ma in senso descrittivo di una realtà storica) che è alla base della drammaturgia relativa alla distruzione di Roca. Ecco allora l’interesse, quasi di auto-biografia popolare collettiva, per un viaggio nel tempo che ritorni a Roca Vecchia, ma che si spinga anche a Roca Nuova, che vaghi per i territori limitrofi e non disdegni di fermarsi anche a San Foca, che impasti creativamente la ricerca di antiche attestazioni con il portato delle tradizioni popolari e con la scrittura delle letterature dialettali e locali. Reggio Emilia, lì maggio 2012 Prof. Fulvio De Giorgi docente di Storia Contemporanea Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Castaldo, Corografia del Salento nel XVI sec.

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PRESENTAZIONE DELL’AUTORE Sono passati ormai quasi quattordici anni da quando, nell’aprile del 1998, portai a termine la pubblicazione di un libro sulla storia di Acaya; in quell’occasione, fra le altre cose, in fase di presentazione dell’opera scrissi testualmente: ho sempre avuto un amore profondo per la storia di Acaya, allo stesso modo di come la nutro per Roca Vecchia, per la quale spero di svolgere in futuro qualche lavoro, mi sembra che le due città – con le loro alterne vicende di storia e di sventura – camminino quasi parallele anche se in forma autonoma.

Quelle parole pronunciate con grande amore, sulla storia delle due città e sul parallelismo che le contraddistingue, quell’essere Acaya e Roca quasi cugine e/o sorelle non so se sono state, per così dire profetiche o casuali, sta di fatto che nell’anno 2005 le amministrazioni comunali di Melendugno e Vernole decidono di fondere insieme le loro vicende fondando l’Unione dei Comuni che hanno come sigillo che li contraddistingue l’essere: Terre di Acaya e Roca. A questi si è aggiunto nel 2009 il comune di Castrì di Lecce. Finalmente all’alba del quattordicesimo anno mi accingo a scrivere un libro che mira a sviluppare l’evoluzione storica e religiosa di Roca Vecchia e Roca Nuova. Con questo lavoro si vuole dare rilevanza al periodo medioevale-rinascimentale delle città di Roca Vecchia e Roca Nuova che con alterne vicende sono arrivate fino ai nostri giorni. Sono di questi ultimi anni i restauri effettuati a cura delle amministrazioni comunali di Melendugno, alla città rinascimentale di Roca Nuova e le numerose campagne di scavi alla citta di Roca Vecchia a cura dell’Università del Salento. Di particolare rilevanza per la città di Roca Vecchia, appare la ricostruzione voluta dal conte di Lecce, Gualtieri VI di Brienne nel XIV secolo, sulla polemica, che arrivò a coinvolgere anche il re di Napoli, tra la città di Otranto e quella di Roca per sapere a chi appartenesse una parte del territorio dell’Università rocana. Molto suggestiva è la presenza di una Giudecca all’interno della città i cui esponenti nel corso dei secoli successivi si sposteranno nelle città di Melendugno, Borgagne, Calimera, Vernole e Castrì. Ancora più affascinante appare verso la fine del XV secolo la mai sopita paura dei turchi da parte delle popolazioni melendugnesi per l’irruzione a Otranto, Roca, Castro e in altri casali del Salento che svilupperà nel corso dei secoli successivi tutta quella trama tragediografica non solo a Melendugno e Borgagne ma in tutti quei paesi che già nel precedente lavoro De Bello Lupiaensi ho definito come facenti parte dell’area roccana. Di particolare rilevanza è altresì, lo studio fatto dalla dottoressa Monica Fialdini nella sua tesi di laurea – sostenuta nell’anno accademico 2006/2007 presso l’università degli studi di Pisa, facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali (corso di laurea in Scienze biologiche); in que-


Giovanni Cisternino

sta tesi di laurea l’autrice sostiene che tramite uno scheletro rinvenuto a Roca Vecchia, risalente al XV-XVI secolo, per la prima volta, è stata individuata con metodo scientifico l’origine della treponematosi (sifilide) in Italia e forse anche in Europa e nel mondo. Il XVI secolo segna la fine della città di Roca Vecchia, che si risveglierà, con rinnovato vigore, nei primi anni del XX secolo d.C. ma solo come centro turistico, per dare spazio per quasi cinquecento anni alla nascita di Roca Nuova che diviene, addirittura, università, la quale ha i suoi baroni, che scandiscono la vita della cittadina e i suoi parroci che curano la spiritualità degli abitanti. Alla luce di tutti questi fermenti, mi accingo, dunque, a riflettere sul passato, in funzione del recupero della memoria, conducendo un’analisi storiografica, attraverso una ricerca documentaria presso gli archivi, che non va sottovalutata sul piano della ricerca storica. Se la storia è anzitutto storia dell’evoluzione dell’uomo e dei suoi atteggiamenti il mio sforzo è di offrire un’interpretazione quanto più possibile obiettiva. Ho svolto questo lavoro con grande entusiasmo, essendo conscio, che qualsiasi operazione storica si compia, essa è sempre provvisoria, soggetta cioè, alla scoperta di nuove fonti documentarie, in base alle quali i precedenti studi risultano non definitivi e addirittura superati. È volontà mia e dell’editore dedicare questo lavoro alla memoria del compianto sindaco di Melendugno prof. Vittorio Potì, prematuramente scomparso il 23 ottobre del 2011. La realizzazione di questo libro è stata da Lui incoraggiata e sostenuta, tanto che ne aveva parlato nella giunta comunale, come se avesse avuto un presentimento, per farlo rimanere a futura memoria. Si ringrazia pertanto l’amministrazione comunale di Melendugno per aver favorito la realizzazione dell’opera, il presidente del consiglio regionale della Puglia dott. Onofrio Introna, il presidente della Provincia di Lecce dott. Antonio Gabellone, il presidente dell’Unione dei Comuni delle Terre di Acaya e di Roca, il sindaco del comune di Calimera Giuseppe Rosato, il sindaco del comune di Vernole Mario Mangione, il sindaco del comune di Castrì di Lecce Fernando Capone per la concessione dei patrocini. Si ringraziano infine le aziende che con l’acquisto dei volumi hanno contribuito alla realizzazione dell’opera. Concludo confidando che questo libro serva come stimolo ai miei concittadini, per ulteriori approfondimenti, per cercare di scoprire e capire sempre di più le nostre radici. Laus Deo Melendugno, maggio 2012 Giovanni Cisternino

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CAPITOLO I

Le grAndI InvAsIOnI bArbArIChe e I nOrmAnnI 1. InTrOduzIOne Alla caduta dell’Impero romano d’Occidente il salento, che include l’area di roca vecchia, viene travolto da orde di barbari che, tra alterne vicende, devastano il territorio. giungono così, intorno al 411 d.C. Alarico re dei visigoti, tra il 450 e il 456 genserico re dei vandali, successivamente intorno al 495 Teodorico re degli ostrogoti e nessuno è in grado di fermare l’impeto distruttore degli invasori. sotto il re Teodorico, i goti vengono a conflitto con i greci-bizantini che dominano il salento, distruggendo intorno al vI sec. d.C. Castellaneta. Finalmente intorno al 498-500 si muovono i bizantini, il cui imperatore Anastasio decide di recuperare i territori italiani appartenenti al vecchio impero romano. nel 542 è la volta del re Totila che distrugge gallipoli, Taranto, Lecce, Oria e brindisi; nel 545 Totila devasta roca e Otranto; nel 547 è la volta dei goti che prendono gnathia, baletium, Tirea, Ostuni, nardò, manduria e mesagne. durante queste guerre scompaiono molte importanti città salentine e ciò causa anche la scomparsa di monumenti greci e romani. In questo caos molte città del salento, compresa Lecce, vengono messe a ferro e fuoco. Il 13 agosto del 544 l’imperatore bizantino giustiniano, emana la Pragmatica Sanzione e, per mettere ordine anche nel sud Italia, tra le altre cose, risulta che doni roca e gallipoli (dotate di una propria sede vescovile) alla Chiesa di roma, in quanto queste due città le ritiene, erroneamente, non avere alcun valore strategico, dal momento che sorgono su una costa troppo accessibile alle flotte nemiche. Che si tratti di roca e non di Lecce risulta chiaramente dal fatto che nella Pragmatica si parla di una (Lupiae) città sul mare e non di una città posta nell’entroterra. nel 554 d.C. il bizantino narsete riconquista la Terra d’Otranto restandovi fino alla metà del vII secolo. durante questo periodo, i bizantini ridanno nuovo splendore a Otranto proclamandola capitale di Terra d’Otranto, sotto l’esarcaI Longino (568-584). nel frattempo bisanzio, dovendo fronteggiare diversi attacchi provenienti dalle orde barbariche, decide di costruire nel 567 il cosiddetto Limitone dei greci – una grande e alta muraglia, larga otto metri che, partendo da Otranto, sede del governo di bisanzio, e costeggiando la via Appia-Traiana e la città (messapica) di valesio presso san Pietro vernotico, passando per mesagne e Oria, termina a Taranto.


giovanni Cisternino

La conquista fatta, in buona parte dell’Italia, da Alboino, re dei longobardi (568-570), produce degli effetti anche nel salento. nel 572 infatti, la bizantina Terra d’Otranto capitola sotto l’avanzare dei longobardi che con il re Autari conquista tutta l’Italia. Il Pratilli annota che il cambio di fronte si ha con la venuta dell’imperatore greco Costantino III, che sbarca a Taranto nel 663. nel 680 romualdo, duca di benevento, prende possesso di Taranto e di tutta la provincia di brindisi; mentre gallipoli, Otranto, roca e Lecce restano sotto il potere temporale del papato. nella seconda metà del vII sec. d.C. scendono nel sud Italia i longobardi, sottomettendo al loro potere la città di benevento, dando a questa terra il titolo di ducato, e le città bizantine di brindisi, Taranto, nardò e mesagne. Otranto e la consorella roca resistono fino al 747, anno in cui cadono sotto il potere del principe e duca di benevento, Liutprando. durante questa sanguinosa guerra molte città salentine vengono messe a ferro e fuoco. Al termine di queste guerre, longobardi e bizantini si mettono d’accordo per dividersi il territorio conquistato nel modo seguente: ai longobardi va la parte nord-occidentale del salento mesagne, Oria, Taranto e brindisi, mentre ai greco-bizantini restano la parte sud-orientale del salento, gallipoli e Otranto. In questo periodo avvengono anche le grandi lotte per l’imposizione del potere temporale e spirituale da parte della chiesa di roma (latina) e di quella di bisanzio (ortodossa). Intorno al vIII sec. d.C. gli anatemi e gli scismi tra le due grandi Chiese sono numerosi; in questa contesa intervengono anche i re bizantini iconoclasti, primo fra tutti Leone III, detto l’Isaurico, il quale cerca di imporre bisanzio, in tutta l’europa cristiana, come unico centro politico e religioso. Leone III bandisce le immagini dalle chiese, per cui cominciano le persecuzioni contro gli stessi ortodossi che si oppongono. Le oppressioni, soprattutto, verso i monaci greci non si contano. essi trasmigrano in tutta l’area del sud Italia, sicilia, Calabria, Lucania e salento. Questo re fa sentire il peso della sua politica iconoclasta anche nel sud Italia, sottraendo le sedi episcopali salentine al dominio di roma; tenta, perfino, di mettere in cattività il papa gregorio II (così come aveva già tentato di fare il suo predecessore Costante, con il papa martino I), portando la guerra nel ducato di spoleto e in Toscana. A difesa dei papi latini intervengono i longobardi, i quali ricacciano i bizantini nel sud Italia; molto probabilmente i longobardi, per un breve periodo, riescono a prendere anche Lecce e il salento, visto che tracce di questi avvenimenti risultano in alcuni documenti conservati presso l’archivio dell’arcidiocesi leccese. I longobardi controllano il salento fino all’arrivo del re dei franchi Carlo magno, che li distrugge nel 774. Il re Carlo poi, dopo la battaglia delle Chiuse di susa, riconsegna Lecce e roca alla chiesa di roma, mentre il resto della provincia salentina e altri ducati del napoletano, restano sotto il potere dei greco-bizantini. dall’842 all’864 una nuova invasione proveniente dal mediterraneo distrugge molte città salentine: è la volta dei saraceni, i quali, come uno sciame d’api, invadono il territorio, uccidendo e rendendo schiavi uomini, donne e bambini; si riversano nelle contrade, assalgono e distruggono interi casali comprese chiese e conventi, rubando quello che c’è di più prezioso. nell’842 d.C. distruggono Taranto e molte città di Terra d’Otranto, tra queste soccombe anche roca. nell’846 i bizantini tornano con una grande armata nel salento per respingere i saraceni, e nell’880 la flotta dell’imperatore basilio I, detto il macedone, giunge a gallipoli e strappa Taranto ai nemici. Con uno scenario storico di que


Capitolo I

sto tipo, a partire dal v per arrivare al X sec. d.C., gli insediamenti limitrofi all’importante centro di syrbar (roca) si stringono intorno a esso il quale, in questo lungo arco di tempo è molto attivo e operoso. bisogna considerare altresì che, dal secolo vI d.C. come già accennato, questa zona è interessata dal fenomeno religioso del monachesimo eremitico che viene dall’Oriente, in seguito alle persecuzioni che gli imperatori iconoclasti perpetrano verso questi religiosi. san Foca, roca e Torre dell’Orso sono particolarmente interessate all’argomento, in quanto sorgono sulla costa. nei tre casali infatti, si trovano numerose grotte che sono state abitate dai monaci asceti, dai quali prendono il nome di laure; sono presenti poi alcuni insediamenti rupestri che si pensa siano stati abitati dai monaci basiliani. Questi insediamenti assumono intorno al X-XI sec., la loro identità toponomastica e derivano il loro nome dalla chiesa, dal santo o dal monaco più carismatico: a) San Foca: qui si registra che, sui resti dell’insediamento romano, è eretta una piccola cappella votiva bizantina, distrutta verso il Xv sec. d.C. intitolata appunto, a san Foca. da questo momento in poi, san Foca sarà il nome definitivo del villaggio; b) Roca: per il grosso movimento monastico di cui è teatro, è chiamata Basilea prima, Croce dopo. Alcuni trasformano quest’ultimo toponimo in eruce, ma si tratta di una cattiva interpretazione o scrittura della consonante; c) Torre dell’Orso: prende il nome dalla chiesa rupestre dedicata secondo alcuni storici, a sant’Orso secondo altri, a sant’Orsola. d) Torre Sant’Andrea: dalla chiesa di sant’Andrea apostolo prende il nome il sito più a sud del territorio. si è detto che questo territorio che si sta esaminando, subisce negli anni, numerosi assalti da parte dei conquistatori di turno. secondo Cristoforo Cieco da Forlì1 l’antica syrbar-Lupiae-roca (detta, nell’alto medioevo, anche Conca e Croce), e zone limitrofe, accusano un tremendo saccheggio da parte dei mori-saraceni nell’860. Il monaco cassinese eremperto2 ricorda che tutta la Terra d’Otranto è interessata nel 924 da un’enorme distruzione a opera dei saraceni, dichiarando che questo estremo lembo d’Italia è ut in diluvio (tutto distrutto). nel libro del gibbon si leggono molti passi che descrivono l’estrema crudeltà saracena; gesta così barbare e orrende che si preferirebbe pensare che non fossero vere. ecco perché sono rarissimi i documenti scritti sul salento in questa fase storica. bisanzio tra l’876-880 d.C. si riprende i territori occupati di Terra d’Otranto e per due secoli instaura il suo dominio. I bizantini vi ripropongono – per così dire – una seconda colonizzazione greca, che più marcatamente lascia il segno sia nella lingua che nella cultura; è in questo periodo, infatti, che si radica nel salento la cultura greca nella quale ancora oggi si trovano tracce, nei comuni della Grecìa salentina II. durante la dominazione bizantina (1099) i monaci di rito greco, che seguono la regola di san basilioIII, cominciano a fondare o rifondare i monasteri basiliani Iv. si ricordano il cenobio di Casole presso Otranto, quello di Corigliano, quello di san salvatore presso borgagne, quello di Cerrate presso squinzano e quello di san niceta in melendugno.

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CrIsTOFOrO CIeCO dA FOrLì, Storia della Magna Grecia. eremPerTO (monaco cassinese), Cronicon Saracino Calabrum.

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giovanni Cisternino

Avviene perciò, che mentre i monaci basiliani cominciano a radicarsi fortemente nel tessuto sociale salentino e rocano-melendugnese, l’impero di bisanzio inizia al contrario, la sua lenta ma inesorabile discesa, fino a cedere definitivamente, i territori di Terra d’Otranto. dal 914 al 944 il salento – e il contado di roca – è sotto il dominio di berengario I e berengario II, re d’Italia, e dopo la sconfitta di quest’ultimo, avvenuta nel 968, è donato dal nuovo re Ottone I detto il grande alla chiesa di roma, sotto il cui dominio rimane per molti anni. Il re Ottone I fa distruggere molti casali di Terra d’Otranto che parteggiano per i bizantini e fa cacciare, perseguitare o uccidere gli abitanti di molte colonie greche. Alcuni monasteri bizantini, come quello di San Salvatore presso Borgagne, vengono attaccati, mentre quello di san giorgio presso Corigliano viene distrutto. Ancora i saraceni nel X sec. d.C. ritornano alla carica seminando distruzione e morte finché, intorno al 1042, giungono i normanni, che fanno piazza pulita di tutte queste dominazioni del sud d’Italia imponendo il loro impero. I normanni fanno sentire il peso del loro passaggio, ma fanno rifiorire, dopo secoli di devastazioni, il salento. bisogna sottolineare che con la caduta della città di roca vecchia, avvenuta verso la metà del IX sec. d.C., come costola di eva, a quanto afferma l’Arditi3, nasce il casale di borgagne perché qui si riversano molti fuggiaschi, così come, molto probabilmente, aumentano i fuochiXXIX del casale di melendugno, che in questa fase storica si trova ancora situato sul poggio detto massenzio, Fanfula e territori limitrofi.

2. Le ChIese e gLI InsedIAmenTI ruPesTrI neLL’AreA meLendugnese Roca Vecchia un certo numero di piccole grotte si trovano in contrada marangi (a circa 2 chilometri da roca vecchia) dove i monaci vivevano nel diserto – su tutte e due le sponde di una depressione naturale dove vi è la presenza di acqua (probabile residuo dell’antico letto del fiume Theutra) – e nei pressi della via vicinale mancarella, qui vi sono anche i resti di una strada basolata che probabilmente è ciò che rimane dell’antica via Traiana-sallentina. su di un versante s’intravedono solo pochissimi reperti delle grotte, mentre sull’altro, ne sono visibili ancora un certo numero. L’unica grotta ancora ben conservata, è composta da un unico ambiente, abbastanza grande, a forma rettangolare, con al centro un pilastro e una dipendenza di piccole dimensioni. vi si accede attraverso due ingressi: uno, più ampio, rivolto a nord, l’altro rivolto a nord-nord-ovest; il pavimento è in terra battuta, la volta del soffitto appare ben levigata e presenta alcuni fori per l’aerazione e alcuni occhielli ricavati dalla stessa roccia. su quasi tutta la parete di fondo sono stati ricavati dei sedili e si vedono anche molte nicchie di varie dimensioni, sulle quali sono incise croci greche e latine. sul pilastro al centro della grotta vi è una croce greca raggiata, molto probabilmente in questo punto si celebravano i riti liturgici. Questo insediamento è stato adibito a fasi alterne, sia per usi religiosi che per usi civili.

3 g. ArdITI, Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto, 1879-85, stabilimento Tipografico s. Ammirato, Lecce, 1879, e ristampato da Arnoldi Forni editore, p. 66.

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roca vecchia - Laure Anacoretiche

L’uso civile è testimoniato dalla presenza dei già citati occhielli, i quali probabilmente sostenevano delle funi che reggevano piani di legno per la stagionatura del formaggio e la conservazione e l’essiccamento di carni e frutta, mentre vi è un piccolo locale annesso adibito a focolare. L’uso religioso è ricordato, in quanto, appare il nome di uno di quei monaci vissuti nella pace e nel silenzio del diserto di roca. nell’alto medioevo (XII sec.) in una delle laure vi era incisa un’epigrafe funeraria, qui rinvenuta da Luigi de simone nel 1887 e attualmente conservata presso il museo s. Castromediano di Lecce, che così recita: signore gesù Cristo, dio mio, che hai accolto benignamente il gemito del pubblicano.... e di me peccatore basilio con la potenza della tua onorabile croce, proteggi, custodisci, difendi il tuo servo4.

Questa iscrizione votiva espressa a roca con la formula greca: ΜνήσΘητι ΚΰριЕ δοΰλου che significa “ricordati signore del servo tuo” (che in latino diviene: Memento famulo tuo), è stata individuata anche in altre cripte bizantine del salento come in quella di Carpignano salentino, sternatia, ecc., deducendo da ciò che vi era una forma mentis epigrafica, molto probabilmente, uguale e sparsa un po’ per tutto il salento bizantino. una struttura urbanisticamente articolata rappresenta il villaggio rupestre di Roca Vecchia. nonostante i crolli intervenuti, quest’insediamento conserva ancora oggi le inconfondibili strutture originarie: scale di accesso, sistemi di canalizzazione, ambienti intercomunicanti, giacitoi e lucernari dove si scoprono chiare tracce di un’organizzazione familiare e sociale. Alcune volte, vicino a un insediamento monastico sorge una cappella rupestre che diviene luogo di culto e meta di pellegrinaggi per le popolazioni limitrofe. Alla fine dell’anno 2005 un’equipe di archeologi dell’università degli studi di Lecce, guidati dal professor Pagliara, individua all’interno della città medioevale di roca vecchia un insediamento rupestre, del quale non si aveva memoria storica; è probabile che questo insediamento viene oc-

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Inventariato al n. 52 del museo di Lecce.

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roca vecchia - Insediamento rupestre


sant’Andrea - Laure Anacoretiche

cultato allorquando, nel 1353, il conte di Lecce, gualtieri vI di brienneXXI, riedifica la città. Altra ipotesi è che l’insediamento, inizialmente sostenuto dal brienne, nel 1544 viene distrutto dal governatore Ferrante Loffredo, insieme alla città. Questo insediamento rupestre-ipogeo risponde alle caratteristiche di tutti gli altri: in altre parole ha i soliti giacitoi, lucernai, croci greche e nicchie, dove i monaci incastrano le icone di legno rappresentanti i santi della loro devozione. Tale insediamento, è collocato nei pressi dei resti della chiesa dedicata a santa Caterina in Alessandria e non è da escludere che esso, in origine, fosse collegato con la stessa chiesa. La relazione bernardini5 che parla degli scavi effettuati a roca vecchia, a proposito della dislocazione delle laure rileva quanto segue: una caratteristica di roca vecchia è l’abbondanza delle grotte, le quali, abitate da epoca antichissima, furono riadoperate, durante il periodo delle persecuzioni in Oriente, da parte di comunità religiose. Le laure di roca rimontano al vII-vIII sec. d.C. esse si trovano un po’ dappertutto, sul castello, lungo i bordi delle insenature e anche all’interno. La più interessante fu notata lungo il lato nord-est delle fortificazioni medioevali, dove trovasi ancora seminterrata. vi si accede per una piccola scalinata ricavata nella roccia. L’ingresso largo metri 1,20, presenta un archetto a tutto sesto che immette in un locale di metri 1,75 x 1,40. dal lato sud di questo ambiente si accede al resto della cripta, la quale mostra un sostegno a due altri archetti quasi a sesto acuto, che si vedono a est. un altro arco a sesto ribassato si trova a sud. Questi tre archi immettono ai lati corrispondenti della cripta, lunghi rispettivamente metri 2,80 e metri 4. Lungo il lato est si nota una doppia rientranza della lunghezza di metri 1,65, profonda metri 0,50. nello spigolo di

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Tratta dagli atti del II Congresso storico pugliese e del Convegno internazionale di studi salentini, Ottobre 1952.

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roca vecchia - Insediamento rupestre

nord-est è visibile pure un grosso pilastro ricavato pure nella roccia. Il lato sud leggermente arcuato, presenta un cline di metri 1,40 x 0,63…

Concludendo, si può affermare che presso l’insediamento di roca vecchia erano presenti due cappelle rupestri, una dedicata a santa Caterina in Alessandria e un’altra dedicata alla madonna della misericordia. si può ipotizzare che ve ne fosse anche un’altra dedicata a san basilio dal momento che la città tra il X e il XIII secolo si è chiamata basilea e vista l’epigrafe, sopra riportata, dedicata al santo. Infine, dobbiamo sottolineare che all’interno di una di queste chiese, sicuramente vi era il culto di san vito se, alcuni secoli dopo, lo stesso culto lo troviamo portato dagli esuli rocani, in roca nuova e a Castrì. 3. InsedIAmenTI ruPesTrI A bOrgAgne: Le due CrIPTe È stato riscontrato che in alcuni casi l’insediamento rupestre si insedia più all’interno, in centri meglio organizzati e quindi favorisce l’interscambio di più culture e un maggiore sviluppo economico/sociale. Questa viva testimonianza di vita la si può riscontrare in molti centri del salento come, per esempio, nelle laure ipogee bizantine che si trovano nel territorio di borgagne. del resto, essendo questo centro tanto vicino a Otranto, a Carpignano, a Pasulo, a melendugno e a roca vecchia, è compreso nell’area degli insediamenti eremitici che del vivere in grotta fanno un modus vivendi. ma queste laure, “pur edite… ma indifese”, continuano a subire i danni e la rovina che il de giorgi, già un secolo addietro, lamentava per due cripte: quella che è sottostante alla triangolare piazzetta di borgagne e l’altra che è sita lungo la via per martano. 


roca vecchia - Insediamento rupestre

delle due cripte che erano presenti in borgagne ne abbiamo già parlato in una precedente pubblicazione6. nel dicembre 2011 in occasione dei lavori di ristrutturazione della piazza di borgagne, a seguito di interventi sulla stampa locale, l’amministrazione comunale di melendugno ha fatto fare dei sondaggi con il georadar alla sovraintendenza ai beni culturali, per la ricerca della cripta di sant’antonio Abate, che si troverebbe proprio sotto la piazza in ristrutturazione. ebbene questi sondaggi avrebbero rilevato una cavità che porterebbe proprio alla cripta. si sta predisponendo perciò lo scavo archeologico per la riscoperta e la fruizione pubblica. nel momento in cui si va in stampa, sono state ritrovate diverse tombe risalenti al 1600 considerate dagli archeologi di rilevante interesse storico. Altro discorso è per la cripta di san nicola al Frantoio Ipogeo, che è ben collocata all’interno di una proprietà privata all’incrocio della provinciale che porta a Carpignano salentino e che giace in un completo stato di abbandono. di essa si è occupato con ampi servizi fotografici il periodico “Il salentino” con la speranza che qualcuno degli amministratori comunali la riscopra e la riporti in auge. secondo il nostro concittadino e illustre storico salentino giuseppe gabrieli7, nella sola Terra d’Otranto si contano 233 cripte. Tra queste sono annoverate anche le due cripte di borgagne (una di esse, ora nascosta alla vista): la prima cripta bizantina è sita nell’attuale piazza centrale e dedicata a sant’Antonio abate; la seconda cripta è sita verso la via che porta a Carpignano e dedicata a san nicola e ai 6

g. CIsTernInO, m. CIsTernInO, L’Abbazia greco-latina di San Niceta in Melendugno e le sue grancie – Terre di Acaya e Roca, zane, melendugno, 2007, pp. 64-65, 134-138. 7 Inventario topografico e bibliografico delle cripte eremitiche basiliane in Puglia, roma, 1936, p. 189.

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borgagne - Cripta di san nicola al Frantoio Ipogeo

santi medici, in completo stato di abbandono. Queste cripte sono molto antiche e risalgono, probabilmente, ai sec. vII-XI sec. d.C. esse, nel corso del tempo, sono passate alle dipendenze dell’abbazia di San Salvatore prima e della più importante abbazia di San Niceta di melendugno poi, per gli interscambi religiosi e per il pagamento della decima. Possiamo congetturare che sono i monaci greco-bizantini dimoranti nelle due cripte, che danno il toponimo al casale, il cui nome appare di chiara derivazione grecofona: vrani. sulla medesima spinta data dalla comunità religiosa presente in loco verso la metà del Quattrocento, borgagne (così risulta descritto il toponimo)8 ha la considerevole presenza di 26 fuochi per una popolazione media di 156 abitanti, il che non è poco per quei tempi. In un privilegio9 del XIv sec. si legge che tra i confini di due territori greco-bizantini posti tra borgagne (abbazia di san salvatore) e melendugno (abbazia di san niceta) esiste un territorio detto Padolicchie che è di proprietà del ricco proprietario terriero manfredi Caracciolo. - La chiesa-cripta di sant’Antonio abate. nel 1860 si ha notizia di una chiesa-cripta interrata “con santi greci dipinti sulle pareti”10, ubicata nella piazza prospiciente l’attuale matrice. Il punto topografico è il seguente: Carta d’Italia dell’Istituto geografico militare, Fg. 214 – I s. e., 40°, 14’, 09’’ lat. nord - 5°, 54’, 57’’ long. e. 8

g. dA mOLIn, La popolazione del regno di Napoli a metà quattrocento (studio di un focolario aragonese), p. 77. A.s.L., Libro rosso della città di Lecce, Priv. XXXIX, vol. I, p. 163. 10 C. de gIOrgI, Geografia fisica e descrittiva della Provincia di Lecce, Tip. editrice salentina, ditta F.lli spacciante, Lecce, 1897, p. 339. 9

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borgagne - Cripta di san nicola al Frantoio Ipogeo

Fino all’inizio del XX sec., era ancora visibile, la cappella-cripta rupestre di san Antonio con un vicino frantoio-ipogeo. L’Arditi11 afferma che a borgagne si rinvengono delle grotte sotterranee a mo’ di catacombe con figure greche-cristiane e pochi rottami di monasteri basiliani nei pressi delle masserie sbotta e Frassanito. nel 1939 in borgagne si può ancora ammirare una cripta-ipogeo interrata, anche se l’accesso risulta chiuso e a quanto verifica in quell’anno A. medea12 pare che si estenda fino al centro della piazza del paese. si conserva un frammento di pietra con tracce di un’iscrizione “LuCAs sTATIm”, ma è incerto che esso provenga dalla cripta. - La cripta di san nicola o dei santi medici. non appena si esce da borgagne e si prende la strada che conduce verso martano, nella zona detta di Santa Croce vi è una cripta-ipogeo raggiungibile attraverso una strada vicinale posta sulla destra, dove vi è un fondo detto Uzzello. Questa chiesa-ipogeo dedicata a san nicola, era indicata dai popolani anche come: Chiesa del Trappeto vecchio. nel XX secolo non si svolge nessun tipo di culto religioso e la cripta è adibita a deposito di attrezzi e a forno di una vicina casa colonica. Tuttavia presso di essa si svolgeva un tempo il culto 11

g. ArdITI, Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto, 1879-85, stabilimento Tipografico s. Ammirato, Lecce, 1879, e ristampato da Arnoldi Forni editore, p. 66. 12 A. medeA, Gli affreschi delle cripte eremitiche pugliesi, (Collezione meridionale diretta da u. Canotti-bianco, serie III: Il mezzogiorno artistico), Arti grafiche A. Chicca, Tivoli, 1939, vol. I, p. 109.

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borgagne - Affresco cripta di san nicola al Frantoio Ipogeo

di rito greco, dedicato probabilmente a San Nicola e ai Santi Medici, a cui conveniva la popolazione borgagnese. si può inoltre pensare, che in origine il patrono locale era sant’Antonio abate, tratto dalla religiosità che vi era in questa cripta; successivamente, il patronato è passato, chissà per quale motivo, a sant’Antonio da Padova. Inoltre nel XIX e prima metà del XX secolo, la devozione per i santi di questa cripta comincia a scemare tanto che il culto è incentivato dalle sole persone che lavorano nel coevo frantoio costituito da un’ampia grotta molto articolata a cui si accede mediante una serie di gradini in parte coperti da terra. nella seconda metà del XX secolo, la cripta è adibita a deposito agricolo. vi si accede attraverso un’ampia apertura naturale e una breve discesa; ha la forma rettangolare un sedile scavato nella roccia che corre lungo le pareti. sul masso calcareo si potevano vedere ricavati gli invasi e le tracce di canaletti dove venivano convogliate le acque piovane in un’ampia cisterna; l’ingresso della cappella era al livello del terreno13. La struttura della cripta è del tipo a nave unica monoabsidata, l’asse di orientamento è sudovest, nord-est, mentre l’abside è posta a nord-est. entrando da destra, si vedono sulle pareti due pilastri addossati, una parte della grotta è occupata da un forno a legna di epoca molto più vicina a noi. Il lastricato pavimentale è in terra battuta, mentre sul soffitto appare un foro, notato dalla medea14, il quale è chiuso dal fumaiolo del forno. Tracce di un sedile e di piccole nicchie

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

C.d. FOnseCA, A.r. brunO, v. IngrOssO, A. mArOTTA, Gli Insediamenti rupestri medioevali nel basso Salento, p. 57. A. medeA, Gli affreschi delle cripte eremitiche pugliesi, op. cit., p. 109.


borgagne - Affresco cripta di san nicola al Frantoio Ipogeo

sono presenti e addossate sulle pareti. vi è la presenza di tracce di una croce votiva iscritta in un’ellisse rossa la cui sigla non è più decifrabile. Tracce di altri affreschi erano visibili nella zona dell’abside, in parte nascoste dal forno. date le pessime condizioni della cripta15 e del corredo decorativo, non è possibile datare con precisione questi affreschi: la medea16 tende a individuarli intorno al XIv sec., mentre il de giorgi17 e il marti18 li datano intorno al XIII sec. Le misure sono le seguenti: altezza metri circa 2,10; lunghezza metri 5,90; larghezza metri 3,20. sulla parete di sinistra si notano tracce di un affresco rappresentante un santo. sono visibili il libro, la stola crociata e il manto rosso con ampio bordo decorato; l’insieme è poco decifrabile (potrebbe appartenere al XIv sec.?). si trattava sicuramente di Sant’Antonio abate (come hanno ipotizzato alcuni storici) raffigurato nella doppia veste di eremita (poiché nell’iconografia più antica è considerato come uno dei fondatori dell’anacoretismo) e di taumaturgo (in quella più recente legato all’ambiente rurale). Questo è il santo portato, poi dai borgagnesi, agli onori del patronato devozionale locale e trasformato in quello di sant’Antonio da Padova, fino ai nostri giorni. È stata evidenziata anche un’iscrizione latina presso l’affresco dei S.S. Cosma e Damiano ma è illeggibile19. nelle rappresentazioni iconografiche, generalmente i santi Cosma e damiano ap15

C. d. FOnseCA, A.r. brunO, v. IngrOssO, A. mArOTTA, Gli Insediamenti rupestri medioevali nel basso Salento, p. 58. A. medeA, Gli affreschi delle cripte eremitiche pugliesi, op. cit., p. 109. 17 C. de gIOrgI, Geografia fisica e descrittiva della Provincia di Lecce, op. cit., p. 339. 18 mArTI, op. cit. p. 111. 19 C.d. FOnseCA, A.r. brunO, v. IngrOssO, A. mArOTTA, Gli Insediamenti rupestri medioevali nel basso Salento, pp. 33, 35, 42. 16




borgagne - Frantoio ipogeo presso la cripta di san nicola

paiono a mezzo busto. Le due figure, simili, indossano la tunica e un manto identificato con la penula ebraica; San Cosma regge un rotulo, mentre San Damiano regge un libro, entrambi hanno la mano poggiata sul petto. In questa cripta sono state notate anche delle croci votive affrescate, delle quali alcune presentano una base a gradini, motivo paradigmatico del periodo delle persecuzioni iconoclaste. In alcuni casi queste croci presentano anche delle sigle come IC= ‘Іησοũς, XC= Xριστός, oppure nI= Νιχά, ma nella nostra non si notano, data la precarietà di conservazione degli affreschi poiché molto probabilmente scomparsi. A pochi passi di distanza vi è un’ampia grotta nella quale si discende per mezzo di alcuni gradini in cui si nota un arco scavato nella roccia, che era sicuramente un frantoio ipogeo e almeno fino al 1939 è servita da rifugio per gli animali e per la custodia di attrezzi agricoli. - L’Abbazia di san salvatore. A borgagne il rito greco risulta ancora attivo nel XvI sec., infatti, durante la visita pastorale del 1522 effettuata dall’arcivescovo otrantino Fabrizio de Capua all’abbazia di san salvatore si rileva che l’abate è: Antonio Petrachi da melendugno (segno, dunque, che anche melendugno ha i suoi papàs greci). Questo è uno stralcio del documento: …Post modum contulit se ad Abbatiam S.ti Salvatoris – reperitur Abbas Antonius Petrachis – habet omnia bona descripta in alio libro visitationis: de novo…

dalle visite pastorali effettuate invece dagli arcivescovi otrantini, nel primo seicento si apprende che in borgagne vi è un consistente numero di persone che professano ancora il rito greco


borgagne - Interno frantoio ipogeo presso la cripta di san nicola

bizantino, sulla spinta dei monaci greci presenti nelle cripte e a Pasulo. L’ultimo parroco di Borgagne di rito greco, a quanto afferma il boccadamo, è don Nicola De Dominico, mentre il primo parroco di rito latino si chiama don Salvatore Cicco, nominato con bolla dell’8 gennaio 1601 …ob obitum domini Nicolai De Dominico ultimi archipresbiteri, qui de proximo praeterito mense Decembris 1600 extra Romanam Curiam diem clausit extremum…20.

Abbiamo, infine, reperito i nomi di due papas presenti a borgagne che sono: papas don bernardo21 che è presente e operante a borgagne tra il 1515 e il 1522; l’altro prelato è il papas don giorgio d’urso di strudà22 che è presente e operante verso la fine del XvI secolo. Insediamento di San Foca Alle stesse caratteristiche risponde l’insediamento di san Foca. Anche qui è presente, a partire dal vIII sec. d.C., una cappella rupestre che, dal nome del suo antico santo bizantino Foca, dà il toponimo al sito, che risulta quello definitivo valido ancora ai nostri giorni. È da segnalare come nel salento il culto per san Foca non era e non è solamente radicato nel sito marino omonimo, ma anche nel casale di ruffano, dove vi è una cripta-ipogea dedicata a san marco (guarda caso lo stesso santo patrono di melendugno nel XII-XIII sec.), e nella vicina

20 21 22

A.C.A.O., “bullarium 1594-1606”, fg. 85v; ss. vv. 1607/08. ss.vv.PP. del 16/10/1522 del vescovo di Otranto mons. Fabrizio de Capua. ss.vv.PP. del vescovo di Otranto mons. marcello Acquaviva, effettuata a borgagne nel 1596.




melendugno - Abbazia di san niceta

chiesa dedicata a san Foca23 che dà il toponimo anche al rione detto appunto, san Foca. A tale proposito il de bernart scrive: ma qual era l’abitato di ruffano nel 1500? una lingua, una fascia di case e casupole, che andava dal rione san Foca al rione san marco… la quale essendo troppo angusta, fu ampliata una prima volta da don Onofrio memmi verso la metà del 1600 e forse in quella stessa epoca fu traslocata in questa chiesa la confraternita del Carmine che prima si trovava nella chiesa di san Foca…24

È probabile, dunque, che lo stesso discorso valga anche per san Foca che, dopo l’epoca romana, rinvigorita dall’insediamento rupestre, si è via via trasformata in una lingua di case, dando origine a un piccolo villaggio, fino a diventare nel tempo così come la vediamo oggi.

Insediamento di Melendugno A melendugno, prima che i normanni procedessero alla ristrutturazione dell’abbazia, ai piedi del terrazzamento detto Massenzio, vi erano alcune cripte di monaci greci vissuti tra i sec. vIIXI, come si vede dai resti di una croce greca uscita indenne dalla caligine dei secoli, incisa all’interno di quel che resta di una cripta. un’altra cripta a canale con abside e volta, costituita da grandi pietre squadrate, detta grotta di san niceta, era stata già segnalata – e catalogata – dal 23

A. de bernArT, Pagine di storia ruffanese, edito dalla Confraternita del Carmine di ruffano, Tip. A. martignano, Parabita, 1965, pp. 5, 18, 19, 26. 24 Ivi, pp. 18, 19.




melendugno - Abbazia di san niceta - Interno

gabrieli25 a un chilometro circa a nord del paese, in una zona detta chisura Piccinna o Carleo: essa era paragonabile per struttura a quella di santa Annunziata presso erchie. Oggi di questa cripta, che era stata precedentemente descritta dal de giorgi e dal de simone, è visibile solo l’ingresso in mezzo a un prato; la grotta è stata distrutta, interrata e l’accesso non è più consentito26. Come già accennato la presenza dei monaci nelle grotte influenza non poco la civiltà limitrofa, essi divengono in gran parte promotori di cultura e diffusori di fede. Quando i monaci escono dalle grotte, non si limitano a predicare il messaggio evangelico di Cristo secondo il rito greco, ma cominciano a costruire i loro monasteri, aiutati in questo dai regnanti che si succedono nel tempo, primi fra tutti normanni e angioini. I monaci basiliani raggiungono così grande importanza soprattutto intorno ai secoli XII– XIv. molte sono le abbazie da loro costruite nel salento, tra le più importanti si devono ricordare l’abbazia di san niceta a melendugno, quella di Casole presso Otranto e quella di santa maria di Cerrate presso squinzano.

25

g. gAbrIeLI (compilato da), Inventario topografico e bibliografico delle cripte eremitiche basiliane di Puglia, roma, 1936, p. 52. 26 A. medeA, Gli affreschi delle cripte eremitiche pugliesi, (Collezione meridionale diretta da u. Canotti-bianco, serie III: Il mezzogiorno artistico), Arti grafiche A. Chicca, Tivoli, 1939, vol. I, p. 123.

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GLOSSARIO

I Esarca. Titolo del governatore dell’Italia residente a Ravenna e nominato dall’imperatore di Bisanzio. Col passare del tempo questo titolo viene attribuito ai governatori delle varie città bizantine dell’Italia meridionale come, appunto, Otranto. II Grecìa Salentina. Le colonie greco-bizantine che si stanziano in Terra d’Otranto risalgono al IX-XI secolo d.C. Il linguaggio di queste colonie si conserva ancora nei paesi del tarantino e nell’area che nel Salento leccese si chiama Grecìa salentina. Le colonie greche che arrivano in Terra d’Otranto, mentre governano gli imperatori Basilio I e II, intorno agli anni 878-979, si stabiliscono nei paesi che ora formano il nucleo detto, appunto, della Grecìa salentina. Il Codice Brancacciano della Nazionale di Napoli (I B 6), al f. 508, ci dà un elenco preciso della religiosità in Terra d’Otranto nel XVI sec. d.C. È annotato che ci sono castelli “dove si parla greco solamente e dove si fanno l’offici greci solamente e cioè: Solito, Sternatia, Cannule, Sturdà, Niviano, Zullino”. Ma di matrice greca vi sono anche i comuni di: Calimera, Martano, Castrignano dei Greci, Galatina, Corigliano d’Otranto, Galatone, Nardò ecc. In molti di questi paesi anche attualmente si cerca di conservare o recuperare la lingua, le tradizioni e i costumi orientali che riguardano, per esempio, i matrimoni, i riti funebri, le tradizioni contadine, ecc. Secondo il Maggiulli, è rimasto infiltrato nel sangue di questi eredi quella sorta di “ritualità e volubilità ellenica e quella indolenza e stanchezza”. Secondo il Gabrieli nel XV secolo vi erano almeno 27 villaggi nel Salento e nell’Ottocento che si sono ridotti a circa 15; negli anni Cinquanta sono, addirittura, diminuiti a 8: Martano, Calimera, Martignano, Zollino, Sternatia, Corigliano, Soleto, Carpignano per un totale complessivo di circa 25 mila abitanti, fra i quali il dialetto greco è ancora comunemente inteso e parlato. Alle soglie del 2000 nasce il Consorzio della Grecìa Salentina con sede a Martano, il quale si prefigge, attraverso un’opera certosina, di recuperare l’idioma grecanico. I giovani di questi paesi, in verità, non sanno più parlare il grecanico. Vi è solo qualche appassionato docente e cultore locale che cerca, in tutti i modi, di far rivivere tale lingua di koinè. Il senato della repubblica italiana in data 26 novembre 1999 ha approvato la legge n. 482 che tutela le minoranze linguistiche. Nel Salento, questa legge sembra fatta ad hoc proprio per i comuni dell’area della cosiddetta Grecìa Salentina e offre non poche opportunità a tali comuni, al fine di valorizzare e tutelare la cultura e la tradizione grecanica. Attraverso questa legge, infatti, la lingua grecanica può essere tranquillamente inserita, come materia, tra i programmi di studio di tutte le scuole di ogni ordine e grado. In tale ottica nell’anno scolastico 2003/04 gli istituti comprensivi dei comuni di Calimera, Castrignano dei Greci, Corigliano d’Otranto, Martano, Soleto e Zollino istituiscono un concorso denominato Un Inno della Grecìa, nato nell’ambito del progetto Olimmìa Ja to Grikoma finanziato dal Miur ai sensi della citata Legge 482/99 per la salvaguardia e la valorizzazione della lingua grika-salentina. III San Basilio di Cesarea (detto Magno). Si coglie l’occasione, citando San Basilio, per parlare dei primi padri della chiesa. Focalizzando, per sommi capi, alcuni concetti ideologico-religiosi estrapolati dalla Patristica [G. Barbero, pp. 503-505; L. Orabona, pp. 622-627] si scopre, alla luce della sottostante indagine, come la fede cattolica precorra i tempi, addirittura, rispetto alle scoperte economiche. I primi tre padri della


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chiesa greca (che comunque in quel tempo insieme a quella latina era un unicum) di Cappadocia sono: San Basilio Magno (329-379), Gregorio di Nazianzo (330-390), Gregorio di Nissa (335-394). Sicuramente il nostro San Niceta avrà avuto modo di vedere o almeno sentir parlare delle opere di questi grandi uomini vissuti, proprio, al suo tempo. A questi tre grandi si può aggiungere anche Teodoro di Mopsuestia (350-428). La comune dottrina, i legami di sangue e di amicizia, l’attività svolta nella stessa epoca storica spiegano l’affinità d’idee religiose esistenti tra i tre, considerando che San Gregorio di Nissa ha per maestro il fratello Basilio, mentre San Gregorio di Nazianzeno è collaboratore di San Basilio, oltre che nel lavoro la Filocaia, nella compilazione delle Regole per i monaci del monastero fondato dal comune amico. La loro produzione letteraria di stampo religioso è vastissima. Il tema che si trova maggiormente sviluppato, per quanto riguarda San Basilio nelle Omelie e nelle Regole, è quello economico; le due opere sono elaborate in collaborazione con il Nazianzeno, il pensiero del quale è poi esposto nell’unica Orazione a sfondo morale, la XIV. San Basilio quando parla di comunanza di beni si riferisce all’esempio della comunità ecclesiale gerosolimitana e appare favorevole a tale regime [De Spiritu Sancto, I, 2; III, 2]. San Basilio il Grande segue a Eusebio nel governo della diocesi di Cesarea e ricopre, in quanto vescovo di questa città, anche la carica di esarca della diocesi politica del Ponto (di quella regione da cui emergerà la figura, per noi molto cara, di San Foca vescovo e ortolano). Nell’Esamerone di Basilio compare, per la prima volta, il desiderio di una società politicamente meglio ordinata. Prendendo lo spunto dalla vita portata avanti unitariamente dalle api, il santo stabilisce un confronto fra l’efficienza della loro organizzazione e l’inefficienza dell’organizzazione umana, sempre inferiore al suo compito essenziale di far convergere verso un fine comune gli sforzi dei singoli, e manifesta l’esigenza che il potere non tragga origine dal capriccio della sorte o dalla scelta elettiva del popolo o dall’irrazionalità del diritto ereditario: “Ciò che maggiormente colpisce è il fatto che non è scelto per mezzo di un voto (sovente la mancanza di discernimento del popolo porta al potere il peggiore), né ottiene il potere dalla sorte (l’irrazionalità della sorte spesso conferisce il potere all’ultimo fra tutti), e neppure siede al comando per diritto ereditario (il più delle volte gli eredi al trono mancano di ogni formazione e di ogni virtù, sono rovinati dalla mollezza dei costumi o corrotti dall’adulazione), ma trae dalla natura stessa il suo primato, in quanto differisce dalle altre api per le dimensioni, per l’aspetto del corpo e per la mitezza del suo carattere... Ma anche le api, quante non seguono l’esempio offerto loro dal re, hanno tosto a pentirsi dalla loro abulia, perché muoiono sotto i colpi del suo pungiglione” [Exaemeron, 8, 4]. Molto probabilmente molti monaci applicando rigorosamente i dettami dell’Examerone finiscono – a seconda della zona in cui si trovano – con il denominare un sito con l’attività agricola che maggiormente lo contraddistingue; come può essere accaduto per Melendugno, nome proprio, derivante dalla ricca produzione del miele a opera dei monaci; non a caso, ancora oggi, si vedono disseminati nelle nostre campagne molte arnie. La testimonianza di San Basilio è significativa per alcune indicazioni contenute nella sua dottrina politico-cristiana della fine del IV secolo. In essa si afferma la naturalità della vita politica e della legittimità del potere, quando questo si esercita, pur con la necessaria mitezza, a garanzia di un ordine che impegna il lavoro di tutti per la realizzazione di un compito comune. La riabilitazione del lavoro, disprezzato nel mondo classico, che aveva costituito uno dei motivi rivoluzionari del cristianesimo primitivo, trova così la sua puntuale conferma, e mentre il III secolo ha rappresentato, nella speculazione dei padri, la scoperta dell’individuo, alla fine del IV avviene la scoperta della società. Al fanatismo di Tertulliano permeato di esasperato individualismo: “Si vive più utilmente standosene appartati che mettendosi a disposizione degli altri” [De Pallio, 5], farà ora riscontro la voce pacata di Basilio: “L’uomo è un animale mansueto e sociale, non solitario e non feroce”. “Nulla ci è tanto proprio quanto l’amare coloro che appartengono alla nostra medesima stirpe” [Regulae fusius tractate, 3, 3]; “l’uomo è un animale politico e sociale, ma nella vita in comune e nella collaborazione reciproca è necessaria la generosità” [Hom. I in Psal. XIV, 6]. A San Basilio si devono le prime grandiose imprese di carità organizzate e, contemporaneamente, la stesura di una regola che segna una tappa decisiva nello sviluppo del monachesimo, per il temperamento delle asprezze dell’individualismo anacoretico,

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con la consuetudine sociale della vita cenobitica, la quale assicura all’ascesi il suo naturale alimento e un’umana misura nel rapporto di carità che si stabilisce a contatto con i fratelli. Avviene alla fine del IV secolo d.C., e per la prima volta, a opera di San Gregorio di Nissa, fratello di Basilio, la condanna morale della schiavitù. Incomincia ad apparire come una contraddizione alla legge di natura e alla legge di Dio, nella quale la legge di natura tende a identificarsi: “Tu condanni alla schiavitù l’uomo che è dotato di natura libera e indipendente, e fai una legge contraria a Dio, perché sconvolgi la legge di natura che procede da lui. Perché tu sottoponi al giogo della schiavitù chi è stato plasmato dal suo creatore per signoreggiare la terra e per esercitare il comando? In questo modo tu resisti e contraddici all’ordinamento divino” [In Eccl. Hom., IV]. San Basilio nelle sua opera politica [Omelia, VII In divitem (1-3)] afferma con forza che: “chi ama il prossimo come se stesso niente possiede in sovrabbondanza più del prossimo”; predica il dovere di donare con spirito di carità quanto rimane di superfluo; condanna l’accumulo monopolistico dei beni, quell’abbondanza eccessiva che diventa essa stessa la misura della mancanza di carità. I termini ricorrenti, quali possessi, danaro, ricchezza, già orientano la valutazione del pensiero di Basilio. Pur non disconoscendo il fondamento della proprietà privata, Basilio si rifiuta di considerarla alla pari di un dominio assoluto e ne fissa un uso amministrativo, non di godimento [VII, In divitem, 7]. Il giusto, più che un gaudente, sarà un amministratore, un economo [Epistolae, 236, 7] e dovrà usare la ricchezza come uno strumento [In psalmum, XLI, 5]. È un pensiero che si potrebbe sintetizzare nel concetto di giusta redistribuzione imposta da norme etiche di solidarietà, che corrispondono alla legge stessa di natura. Come emerge da vari scritti [Regulae fusius tractatae, III, 1; VII, 1], la persona non è del tutto privata del diritto di disporre dei suoi possessi, e pertanto per Basilio non si può parlare di istanze comuniste, anche se gli ampi orizzonti sociali del suo pensiero non consentono nemmeno di considerarlo un individualista. Si può considerare, a ragione, San Basilio il vero primo teorico dell’idea di comunione dei beni, i cui effetti benefici, se impostata sui concetti evangelici, si manifestano per tutti. Nel XX secolo, invece, i teorici del mondo sovietico, da Lenin agli altri, sebbene abbracciano la teoria della comunione dei beni, di Basilio tralasciano, a torto, la base evangelica, per abbracciare, invece, delle idee filosofiche – alternative e materialistiche allora in voga,– teorizzate da Feaurbach (“l’uomo è ciò che mangia”), Marx [Il Capitale] e altri, che creano quel monstrum del drago rosso descritto nell’Apocalisse di San Giovanni, apostolo, che tanti danni (in appena 80 anni) ha determinato in tutto il mondo, ma finendo per autodistruggersi. San Gregorio di Nissa afferma che la comunanza di natura è infranta dall’usuraio, il quale “i beni che sono di tutti li considera come suoi propri” [Oratio contra usurarios, 4]. Non sarebbe affatto difficile confortare, con testimonianze di ambedue gli autori la tesi che, essendo Dio il padrone vero e assoluto dei beni, l’uomo davanti ai problemi economici deve, come al solito, considerarsi un amministratore. Gregorio di Nissa appare più organico e quasi adombra una soluzione radicale della questione quando pensa che, se non ci fossero avarizia ed egoismo e quelli che posseggono attingessero dai loro beni per farne dono ai poveri, si troverebbe un modo ideale di vivere, in quanto “la prosperità di una sola casa potrebbe salvare una folla di poveri” [De Paup. Am., I]; “tutti avremmo il necessario, perché se non ci fosse tanta moltitudine di usurai, non ci sarebbe neanche tanta moltitudine di poveri” [Contra Usurariuos, 6]. Ai primi due si aggiunge Giovanni di Antiochia che per la sua eloquenza è detto fin dal VI secolo il Crisostomo (cioè bocca d’oro); egli lascia una straordinaria produzione letteraria, paragonabile soltanto a quella del grande Sant’Agostino. Nata in gran parte dalla predicazione in Antiochia e a Costantinopoli, essa conta centinaia di omelie e di discorsi prevalentemente esegetici dell’Antico e del Nuovo Testamento (se ne contano 250 solo a commento delle Lettere di San Paolo), mentre altre opere costituiscono veri e propri trattati, cui si deve aggiungere un epistolario ricco di oltre 300 lettere. Le sue opere costituiscono un attacco profondo al superprofitto economico, il Crisostomo accusa i capitalisti suoi contemporanei di esercitare nuovi tipi di usura, non consentiti neppure dalle leggi dei pagani, e di sottoscrivere abominevoli patti d’interesse, che esigono non l’uno ma il cinquanta per cento da chi deve alimentare moglie e figli ed è un povero che con le sue fatiche riempie l’aia e i frantoi: “A quanta brutalità è sceso il genere umano!”

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[In Matth. Hom., 61, 3]. L’autore mette alla pari del furto la volontà di possedere il di più senza farne oggetto di partecipazione: i ricchi possiedono cose dei poveri, anche se le loro sostanze provengono da eredità paterne [In Laz. Hom., VI, 8]. In ultima analisi, la proprietà non viene riconosciuta in senso assoluto, essendo limitata dalla sua natura di uso [In Epist. I ad Timoteo Hom., XI, 2]. Sull’esempio della comunanza offerta dalla natura, si enuncia il concetto del resto non nuovo nel pensiero cristiano, di una specie di utilitarismo metaeconomico, che si consegue mettendo a disposizione di chi non ha tutto ciò che è superfluo alle pure necessità di vita [In ps. XLVIII, 17 hom., II, 4]. Il Crisostomo esprime preferenza per un ordine economico fondato sulla proprietà privata: “quella condizione più di questa ci è toccata in sorte ed è secondo natura” [In Ep. I ad Tim. Hom., XII, 4]; non si deve sottacere, altresì, che questa concezione rimane strettamente legata al concetto di Dio padrone di tutto e al conseguente sentimento di fratellanza umana. Vi è l’attestazione, in questi concetti, che confermano l’esplicita distinzione tra uso lecito e abuso della proprietà [In Iob. Hom., XIX, 3] e l’ammissione senza mezzi termini della possibilità di un uso lecito delle ricchezze [In Inscriptionem hom., I, 2] che sono, invece, considerate cattive soltanto se possedute con senso di avidità [In Iob. Hom., LXIV, 4], se sono numerose e si potrebbero moltiplicare a piacimento. Al centro di questa ideologia si ritrova la funzione distributiva assegnata alla carità: “la carità rende i beni di ciascuno comuni a tutti” [De perfecta caritate, 2]; “tal’è la carità: distrugge ogni ineguaglianza” [De profectu Evangelii, 7]. Si assiste al capovolgimento, sul piano dell’etica, del concetto stesso di proprietà, che, oltre a essere subordinata all’uso che se ne fa, viene determinata dalla destinazione ai poveri, e pertanto le ricchezze diventano nostre quando sono donate a chi ne ha bisogno [In Genesim, I, 4]; quando vengono egoisticamente accumulate diventano degli altri [In Ep., I ad Cor. Hom., X, 3]. Queste conclusioni corrispondono, con sorprendente attualità alle moderne scoperte della scienza economica, che conferma la maggiore utilità ricavabile dalla circolazione della ricchezza. Da ciò si evince che gli ideali della fede – promulgati da Gesù Cristo più di duemila anni fa, e quelli decodificati dai tre padri della chiesa sulla base delle Sacre Scritture – non sono affatto bigotti, stantii ecc. se, addirittura, i moderni economisti ammettono che i padri con 1.600 anni di anticipo hanno teorizzato concetti che il mondo laico ha scoperto solo ai nostri giorni. Scopriamo, quindi, che quegli antichi ideali monastici del IV-XIV sec. d.C. che correvano anche nelle nostre contrade e nei nostri insediamenti rupestri non hanno, affatto, sminuito la forza di un’ideologia che, per quanto espressa in termini di esigenze religiose, non poteva rimanere priva di effetti nella genesi di una rinnovata comprensione dei bisogni economici delle masse popolari. Questi pochi concetti religiosi, della chiesa delle origini, dimostra come la fede cattolica sia anni luce avanti rispetto a tutte le scoperte del mondo laico perché, come ha detto qualche anno fa papa Giovanni Paolo II, la scienza è un dono di Dio per cui, noi aggiungiamo: nell’universo tutto ciò che l’uomo scopre lo può fare perché è concesso da Dio, ed essendo concesso da Dio tutto è in natura; nessuna meraviglia, perciò, quando l’uomo scopre qualcosa o quando la chiesa delle origini, con l’aiuto dello Spirito Santo, era già in grado, camminando sulle sue stesse gambe, di sancire concetti progressivi e ad ampio respiro. IV Monasteri Basiliani (monaci). Queste comunità sono formate da monaci basiliani, i quali traggono la loro regola da San Basilio di Cesarea detto il Grande (329-379), professore di retorica. Dopo aver viaggiato fra la Palestina e l’Egitto, San Basilio, si ritira sulle rive del fiume Iris formando il primo gruppo di monaci asceti. È in questo luogo che scrive le prime raccolte di regole. I basiliani sebbene nascono in Oriente hanno il merito di esser riusciti a colonizzare il meridione d’Italia e anche il Salento, perché perseguitati per circa cento anni, durante il periodo della lotta contro il culto delle immagini. Questa persecuzione è avviata dall’imperatore Leone III, l’isaurico, detto l’iconoclasta. La sua persecuzione non è, però, così violenta come quelle sanguinose dei suoi successori Costantino V, suo figlio, e Leone V l’Armeno. Viene stroncato severamente il culto delle immagini. Un editto di Leone III del 725, stabilisce che le immagini siano abbattute in ogni luogo pubblico e che siano ricoperti di calce gli affreschi, vengano smon-

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tati i mosaici, bruciati i manoscritti miniati, buttati a mare reliquie, icone, statue. Nel Salento si ricordano tre abbazie basiliane che hanno una grandissima rilevanza politica, economica, sociale e religiosa tra i secoli XII-XVII: abbazia di San Niceta in Melendugno, Santa Maria di Cerrate presso Squinzano e quella di San Nicola di Casole presso Otranto. V Foresta Iuxta Foeudum. La foresta, nel Medioevo, comprende un vastissimo territorio che circonda tutta la costa di Terra d’Otranto, da Brindisi scende verso Santa Maria di Leuca e arriva fino a Taranto; occupa vaste zone anche nell’entroterra salentino. È un territorio silvano e di macchia mediterranea che può essere utilizzato “a tutti gli usi civici dei cittadini leccesi”, dal quale i cittadini ne ricavano pascolo, legna, ecc. In questi boschi, i monaci basiliani costruiscono i loro monasteri e le dipendenti grancie, dove tra la quiete, il silenzio e la meditazione si apprestano alla preghiera e al lavoro. La cosiddetta foresta non viene mai infeudata ma, in effetti, su quel territorio è esercitata una giurisdizione abusiva e violenta da parte dei baroni della contea di Lecce, i quali impongono tasse e altre prestazioni feudali. Si ricordano, infatti, delle prestazioni che alcuni baroni pretender voleano dal loro vassalli, come la tassa di forestaggio ed il diritto di scannaggio (seu riva sanguinis). Numerose sono le liti e le cause giudiziarie scoppiate tra baroni e baroni, tra baroni e università (comuni). Generalmente l’oggetto della lite non è solo una questione di possesso e di proprietà ma, soprattutto, vi sono dei contenziosi riguardanti i confini incerti delle varie università. Nel Libro Rosso della città di Lecce vi è un contenzioso scoppiato nel XIV sec., secondo il quale Raimondello del Balzo Orsini, conte di Lecce, è costretto a delimitare, attraverso un processo verbale, la Foresta iuxta foeudum di Lecce, con i confini di altre università, in questo modo: “i confini della città di Lecce furono delimitati dal territorio di Croce (Roca) verso il porto di San Giovanni a mare e Torre Chianca...”. Nel 1470 Jacopo Scisciò, figlio di Niccolò (che è castellano nel castello di Lecce), compra da re Ferrante d’Aragona i feudi del Parco e della Foresta di Lecce in cambio del feudo di Celle (casale disabitato sito nei pressi di Taviano). È intorno al XVII-XVIII sec. che si scatenano molte usurpazioni. Molti baroni s’impossessano, abusivamente, di enormi zone di Foresta, si cerca in qualche modo di frenare questo scempio attraverso un bonifico con la compilazione di un Catasto Onciario – nella metà del Settecento – che apporta qualche freno, ma numerosi sono i terreni sottratti alla foresta e messi in coltura da avidi baroni. I Vernazza, per esempio, cercano di mettere a coltura molti terreni siti nei pressi di San Cataldo distruggendo diversi ettari di boscaglia. Con le leggi eversive della feudalità del 1806, numerosi territori boschivi vengono messi a coltura, la Foresta comincia proprio in questo periodo la sua decadenza e distruzione finale. Su questo argomento Fazzi Vito Domenico (1781-1845) lascia diversi scritti fra cui quello in favore di alcuni comuni che rivendicano il diritto sul Forestaggio di Roca, causa che conduce a termine felicemente contro le pretese del duca di Carpignano. Il Fazzi è avvocato, nato a Calimera da Nicola e Maddalena Greco, compie gli studi a Napoli, dove sorpreso dagli eventi del 1799, prende le armi a favore della Repubblica. Egli è, quindi, vittima della persecuzione borbonica che non si contenta di esiliarlo, ma che cerca di screditarlo presso il Tribunale di Lecce. [F. CASOTTI, L. DE SIMONE, S. CASTROMEDIANO, L. MAGGIULLI, Dizionario Biografico degli uomini illustri di Terra d’Otranto, Lacaita, Bari, 1999, p. 199]. VI Italia, Apuliae et Calabriae. In quel periodo quando si profferisce il toponimo Italia, esso corrisponde all’Italia meridionale, mentre, il toponimo Calabria corrisponde al nostro Salento che con Otranto comprende Brindisi e Taranto. La definizione Apulia et Calabria, ripresa da un documento normanno dal Pontieri, in effetti era un’indicazione topografica (Calabria) di epoca romana, che così denominava il Salento nella suddivisione dell’Italia fatta dall’imperatore Augusto, prima, e da Diocleziano, poi, e costituiva la Regio Secunda. VII Teodora. Negli atti del 2° congresso storico pugliese e del convegno internazionale di studi salentini dell’ottobre 1952, Pier Fausto Palumbo cerca di focalizzare al meglio la figura della badessa Teodora.

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Egli dice che secondo alcuni testi da lui letti [INFANTINO, Lecce Sacra, Pietro Micheli, Lecce, 1634, ristampa anastatica, Forni, Bologna, 1973, p. 241; FERRARI, Paradossica Apologia, p. 339] e, secondo il Tanzi, Teodora sarebbe stata sorella di Accardo: la notizia deriva da un settecentesco manoscritto dello Scardino [L’antichità et sito della fedelissima città di Lecce, in Biblioteca provinciale]. Il Guerrieri nel testo I Conti di Lecce non ne fa cenno, ma non è da meravigliarsene, non avendo neppur dato posto, nella genealogia che chiude lo scritto, a un’altra sorella di Accardo (o di Goffredo) e di Teodora: Alberada, che pure nomina, come sorella appunto di Accardo e di Reginaldo (che avrebbe avuto quei dissensi col fratello cui sarebbe seguita la pace del 1118), e che è stata moglie di un “conte del Gargano e signore di Gesualdo”, Guglielmo, e poi essa stessa “signora di Lucera” [G. GUERRIERI, Un diploma del primo Goffredo conte di Lecce, in “Archivio storico per le provincie napoletane”, XX, 1985, p. 68]. VIII Grancie. Sono speciali costruzioni che, nei complessi monastici medioevali, avevano lo scopo di conservare i prodotti ricavati dal lavoro dei monaci, con la coltivazione delle terre annesse alle abbazie. Nelle abbazie molto grandi tali grancie vengono costruite fuori dal plesso principale e sono abitate da conversi che lavorano i campi sotto la direzione di un monaco. A volte sono dei veri distaccamenti e hanno, a loro volta, proprie grancie. Se in una grancia vivono almeno tredici monaci, questa si trasforma in abbazia minore. IX

Tarì o Tareni. Antica moneta dell’ex Regno delle Due Sicilie del valore di circa centesimi oro 40.

X Elena Angelo Dukas (morta nel 1295). È figlia di Eudocia e Alessio V Angelo Dukas, ultimo imperatore bizantino di questo ramo. I rami imperiali Angelo e Dukas sono due schiatte collaterali che escono fuori dal ramo principale Comneno. Il capostipite degli imperatori Angelo è Costantino, mentre il capostipite dei Dukas nasce quando Alessio I Comneno [1081-1118], sposato con Irene Dukas muore, perciò l’imperatrice Irene crea una sua schiatta, appunto, Dukas. XI Discendenti (di Ugo di Brienne). Tra i Brienne che hanno maggiormente usufruito dei titoli del casato vi è soprattutto Gualtieri VI, il quale diventerà conte di Lecce, duca d’Atene e Signore di Firenze; è quello che ricostruirà Roca Vecchia e, forse, in onore della sua antenata, Isabella de la Roche, chiamerà la cittadina Roche–Roca. In effetti, in origine, questo titolo Ugo lo ha quasi usurpato, giacché è suo solo a titolo onorifico e non per meriti specifici, appartenendo – come si è detto – a Guidone de La Roche o di Roca. A testimonianza di ciò vi è una lettera che un informatore invia nel 1326 al re Giacomo II d’Aragona, il quale parlando di Gualtieri VI di Brienne, così si esprime: “Quidam qui se dicit dux Athenarum – Un tale che si dice (essere) duca d’Atene”. XII Borgate. Molto probabilmente quando il Galateo dice che Gualtieri VI scaccia gli abitanti residenti nelle borgate vicine a Roca si riferisce ai casali di Sant’Andrea, Lursi, San Foca, e qualche masseria abitata, di questo comprensorio, che in quel tempo veniva considerata casale. XIII Città distrutta. Cristoforo Cieco da Forlì, in Storia della Magna Grecia, afferma che Lupiae-Roca viene distrutta nell’A.D. 860 dai saraceni e questa è la Roca che vedrà Gualtieri VI di Brienne. XIV Giustiziere. Nell’antico regno di Sicilia (Costituzione dell’Imperatore Federico II), è il supremo giudice di ciascuna provincia. Gran Giustiziere: nel medesimo regno, capo della gerarchia giudiziaria. XV

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Baiuolo. Nel regno di Napoli, ai tempi degli angioini, è l’esattore.


Glossario XVI Gabellotti. Nel regno di Napoli, dagli angioini in poi, è il coltivatore-capitalista che prende vasti tenimenti in affitto, che egli poi, per lo più, divide in tanti pezzi, chiamati spezzoni, e li subaffitta o cede a mezzadria al piccolo coltivatore che si dice borghese. XVII Gabella. Dazio, imposta. Moneta d’argento coniata a Bologna (1550 e più tardi). Imposta straordinaria sulle eredità dei cittadini stranieri. XVIII Non affidati o Diffida. Nel periodo medioevale nell’Italia meridionale, tale balzello era una pena o risarcimento dei danni per aver fatto pascolare gli animali senza autorizzazione o fuori del tempo stabilito. Fida: tassa che gli allevatori, del sud Italia, un tempo, pagavano ogni anno ai baroni locali, per mandare il loro bestiame a pascolare, da settembre a maggio, sulle terre soggette alla Dogana della Mena. Tale tassa la si è continuata a pagare anche quando le terre hanno smesso di essere proprietà comune o collettiva e sono state incamerate dallo Stato. XIX Grana. Nome che si dava a una moneta spicciola di Napoli e di Sicilia equivalente a più che centesimi 4. XX Oncia. Piccola moneta del sistema monetale, già in uso presso gli antichi. Nel medioevo l’oncia d’oro rimane nell’uso come moneta di conto, specialmente in Sicilia, con l’equivalenza di 30 tarì e come tale subisce le variazioni prodotte dal mutamento del rapporto tra l’oro e l’argento. Il De Giorgi [Geografia fisica e descrittiva della Provincia di Lecce, Tip. editrice Salentina, ditta F.lli Spacciante, Lecce, 1897, vol. I, p. 350] afferma che un’oncia è una misura di peso ed equivale a dramme 10 = gram. 26,7299 (grammi 27). XXI Brienne (Conti di). I Brienne prendono questo loro cognome dalla medesima città francese detta Brienne le Chateau, posta nel circondario dell’Aube, vicino a Troyes nella regione dello Champagne. Gli antichi galli la denominano Brannovices (molto probabilmente dalla radice onomastica di qualche loro capo di nome Brenno. Un Brenno conosciamo che ha sconfitto i romani ed è entrato nell’urbe). Nel Medioevo diviene sede di un pagus. Nel IX sec. diviene la sede della detta omonima contea. Nel X sec. se ne impadroniscono coloro i quali hanno preso l’appellativo di Brienne e che sono venuti nella contea di Lecce al seguito dei re angioini. Si conoscono sei Gualtieri di Brienne l’ultimo dei quali muore nel 1356. In origine i Brienne sono dei capitani di ventura che combattono – com’è d’uso a quel tempo – ora per questo, ora per quel signore. Ma il N. Kamp (Brienne: Dizionario biografico degli italiani, XIII, pp. 233 e segg.) dice che si sono distinti “per virtù cavalleresche e grande spirito di iniziativa”. XXII Enghien. Anghien o Enghien o Anguien (lat. Angia) è un piccolo borgo sito in Belgio, detto attualmente Hainault. Eustachio è stato il primo barone, che si conosce fino a questo momento, che ha usufruito del nome della contea. XXIII Castriota-Skanderberg. Nobile e illustre famiglia venuta in Terra d’Otranto con Giorgio Castriota ultimo despota d’Albania. Questo grande condottiero albanese, il generale Giorgio, ottiene in Oriente numerose vittorie sui turchi. Fra tutte, si ricorda lo squillante successo che ottiene sull’esercito del comandante turco: Isabeg. Successivamente, chiamato in soccorso da papa Pio II – per soccorrere il re di Napoli Ferdinando d’Aragona combattuto dagli angioini – accorre nel 1461 nel meridione d’Italia e partecipa all’eccidio otrantino del 1480. Quando le truppe ottomane invadono l’Albania Giovanni, figlio di Giorgio, cerca unitamente alla madre Andronica Comneno di Arainiti scampo in Italia dove già suo padre Giorgio ha ottenuto dei feudi e dove alto risuona il suo nome. Il suddetto Giorgio, per il valore, la prudenza e la lealtà dimostrati nei molti fatti d’arme in cui ha preso parte contro i musulmani, riceve il soprannome di Skan-

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derberg, da cui i suoi discendenti si dissero Castriota-Skanderberg [A. FOSCARINI, Armerista e notiziario delle famiglie nobili, notabili e feudatarie di Terra d’Otranto estinte e viventi, Lecce, 1903, ristampa anastatica di A. Forni editore, Bologna, 1974, pp. 42, 43]. Questa famiglia è ascritta al patriziato veneto in persona del menzionato Giorgio e poi in persona del figlio Giovanni e suoi discendenti con Diploma del 25 settembre 1463 di Cristoforo Moro, doge di Venezia e, nel 1513, ottiene la cittadinanza napolitana in persona di Giorgio tesoriere del duca di Amalfi. Nella seconda metà del XIX è insignita dei titoli di barone di Fossaceca e Castelluccio e signore di Broglio per successione della baronessa Caterina Pellegrini fu Felice, moglie di Filippo Castriota-Skanderberg; e di signore di Sant’Angelo le Fratte e marchese di Auletta per successione dalla marchesa Emanuela di Gennaro fu Raimondo moglie di Antonio Castriota-Skanderberg – il quale titolo di marchese è riconosciuto e confermato a Giovanni Castriota-Skanderberg fu Antonio con R.R. Lettere patenti del 4 aprile 1897, poi utilizzato nello stemma, di cui parleremo. Questa famiglia ha dato origine a diversi rami. Uno di questi ha come capostipite Achille, figlio di Ferrante duca di San Pietro in Galatina, il quale si stabilisce in Cassano di Calabria e i suoi discendenti passano, nel sec. XVIII, in Napoli dove ancora conservano il loro domicilio nel XIX sec. Un altro ramo ha come capostipite Giovanni barone di Gagliano, fratello di Achille, i cui posteri hanno domicilio in Gagliano e poi si trasferiscono nel XVIII sec. in Gallipoli, Calimera e Caprarica di Lecce. Un terzo ramo proveniente in linea naturale dal duca Ferrante, ha come capostipite Pardo, il quale vive in Galatina e i suoi discendenti si trasferiscono in Copertino e di là, nel secolo XVII, con Alessandro, in Lecce, al cui patriziato sono aggregati, e dove hanno la loro casa dominicale nella seconda metà del XIX sec, in via dei Perroni n. 17, di fianco al palazzo Giustiniani, successivamente Tresca. Sicuramente quando i Giustiniani sono baroni di Caprarica di Lecce portano un rampollo dei vicini Castriota-Skanderberg nel suddetto feudo di Caprarica dove si sviluppa progenie. Vedasi, attualmente, i resti di un’abitazione signorile ancora esistente nella piazza di Caprarica e un documento del 16 dicembre 1861 [reperito presso l’A.C.C. e che si può leggere al cap. V, paragr. 5, G. CISTERNINO, G. PASTORE, Caprarica Baronale, edito Amministrazione Comunale di Caprarica di Lecce, 2000], in cui si parla di un ricco proprietario di Caprarica di Lecce, Pantaleo Castriota, il quale riesce a vincere una pubblica asta per accaparrarsi il dazio per la vendita di liquori; come si vede questa famiglia è, nel XIX secolo, ancora attiva e operante nel tessuto sociale ed economico di Caprarica di Lecce. Contrae la famiglia Castriota-Skanderberg illustri alleanze coi Comneno e coi Brancoviz di sangue principesco, cogli Acquaviva, Sanseverino, Maramonte, Campilongo, Cavallo, Ruffo, Milizia, di Paola, Sollazzo, Cassinelli, Luzzi, Arenante, Palomba, Pellegrini, Sanchez de Luma, De Gennaro, Cervati, Bonito, Ventapane, De cesare, De Liguoro, Gaetani, Sersale e con altri. Il ramo dei baroni di Gagliano imparenta, tra gli altri, coi de Ferraris, Astore, Maramonte, Tresca, Mele, Saraceno, Teralavoro, Guarini, Mazzuci, Granafei, Arigliani, Castriota di Lecce, Margiotta, Rocci-Cerasoli e Guidotti. I Castriota di Lecce imparentano colle famiglie Curchi, Lentini, Castriota di Gagliano, Giustiniani, De Torres, PieveSauli, Caretti, Frisari, Di Risceglie, Guarini, Belli, Bernardini, Lopez y Royo e con altre. Possiede questa Casa (ramo di Giorgio e ramo di Gagliano) non pochi feudi, come quelli di Urso Marso e Orria in Calabria, nonché anche in Calabria, quelli di San Demetrio, Macchia e San Cosmo, portati in dote da Vittoria Milizia di Berardino ad Antonio Castriota nel 1627; e le Terre di Montesantangelo e San Giovanni Rotondo, in Capitanata, donate nel 1461, all’invitto Giorgio da re Ferdinando per le vittorie riportate dal primo; e in terra d’Otranto, i feudi di Tullo, Sant’Emiliano, Bosco, Tafaniano o Tafagnano che, circa il 1550, Pirro Castriota compra da Bernardino Rondachi di Otranto, col patto de rehemendo, e Palombaro, poi, da Giovanni di Federico Castriota venduto, nel 1584, a Pietro Maresgallo; i casali di Gagliano (donato da Ferdinando II a Giovanni Castriota con Privilegio 10 febbraio 1495) Salignano, Arigliano, Torricella, Belvedere, Castiglione,Tri(f)ase, Parabita, Botrugno (sul quale Carlo Castriota ha titolo di marchese con Diploma 16 agosto 1663), da Francesco Castriota venduto alla famiglia Acquaviva d’Aragona e Supersano; nonché la giurisdizione delle prime e seconde cause civili e criminali sopra i casali di Torre Pa-

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duli, Aradeo e Bagnolo; la città di Oria concessa a Giovanni Castriota duca di San Pietro di Galatina, col ripetuto Diploma di Ferdinando II del 10 febbraio 1495; e, infine, il contado di Soleto e il ducato di San Pietro in Galatina, entrambi nel 1483, concessi a Giovanni di Giorgio Castriota, in cambio delle terre, già menzionate di Montesantangelo e San Giovanni Rotondo. Giorgio, suddetto, nato circa il 1404 e morto il 1467, fu guerriero valorosissimo, quant’altri mai, e rese dei grandi servigi alla religione cattolica e alla dinastia aragonese. Costantino, figlio di Giovanni duca di San Pietro in Galatina, fu vescovo d’Isernia e morì giovane nel 1500. Vito (del ramo leccese) fu sindaco di Lecce nel 1753-54. Le dimore principali di questa famiglia sono state in Napoli e in Lecce ma ce ne sono state molte altre sparse in diverse parti del Salento, a Presicce, a Caprarica ecc. L’albero genealogico di famiglia è autenticato dal Regio Commissario della Consulta araldica, col visto del Presidente del consiglio dei ministri il 3 febbraio 1910. La famiglia gode nobiltà anche in Amalfi, è iscritta al patriziato veneto. Veste l’abito di Malta dal 1561. Viene decorata, per successione della famiglia De Gennaro, del titolo di marchese di Auletta e predicato di Sant’Angelo alle Fratte. Questa famiglia è rappresentata dal marchese Francesco nato in Napoli il 7 giugno 1875, figlio di Giovanni (nato a Napoli l’11 febbraio 1847 e morto il 22 gennaio 1929) e dalla nobildonna Maria Sersale. Filippo, nato in Napoli il 12 agosto 1865, è figlio di Ferdinando e Filomena De Liguoro di Presicce, sposa Matilde e, successivamente, Anna De Liguoro anch’esse di Presicce. Arma: D’oro all’aquile bicipite col volo abbassato, coronata di nero; nel capo uno scudo triangolare d’azzurro, caricato di una stella d’oro di sei raggi. Arma (alias ramo di Lecce): D’oro all’aquila bicipite spiegata e coronata di nero; nel capo uno scudo triangolare d’azzurro caricato d’una stella d’oro di sei raggi. XXIV Galere o galèe. Nell’antica marina da guerra, bastimenti lunghi e sottili, a vela latina e a remo scaloccio. I rematori (detti galeotti) erano schiavi oppure condannati. XXV Galeotte. Un tempo, nell’antica marina, specie di bastimenti sottili, da guerra e da corso; a vela e remo. Anche, un tempo, bastimenti olandese da carico. XXVI Fuste. Antichi bastimenti sottili e agili, a remi e anche a vela. Galèe che stavano armate a guardia della piazzetta di Venezia. XXVII Bombarde. Nome generico che si diede, nell’antica milizia italiana, alle artiglierie grosse. Componevasi di due parti: anteriore, detta tromba, e posteriore detta cannone, gala, coda, maschio. Lanciava palle di pietra, di marmo, di ferro, di bronzo, di piombo, mitraglia e palle infuocate. Le moderne bombarde il cui uso fu rinnovato durante la prima guerra mondiale, hanno una ristretta camera per la carica e una ampia per la bomba. // Bastimento mercantile con un solo albero a quadro, quasi centrale, e una mezzana àurica. XXVIII Cerbottana. lunga canna di legno o di ferro, per la quale, con forza di fiato, si spingeva fuori una freccia, una pallottola e simili. Fu nel ’400 una delle prime armi da fuoco, rudimentale. XXIX Fuochi o Fuoco. Secondo l’Arditi, e altri autori, ogni famiglia posta all’interno di ogni casale, nel periodo che va dal Medioevo e fino all’Ottocento, viene presuntivamente calcolata di 7, di 6 o di 5 persone. Si conosce, in genere, che il focolario registra, già da quello del 1447 e così fino a quello del 1744, solo i fuochi che pagano il censo; quelli che non lo pagano, non vengono registrati. A questo si aggiunga che diverse persone, soprattutto i ricchi e più abbienti, pur dovendo pagare le tasse, non si fanno censire. Tenendo anche conto dell’alta mortalità infantile e degli adulti per cause varie (guerre, pestilenze ecc.), si ipotizza come valore medio, la presenza di 6 persone per ogni fuoco.

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Giovanni Cisternino XXX Chiesetta di San Foca. Una campagna di scavo condotta nel 1976 dall’equipe del prof. D’Andria, per conto dell’università degli studi di Lecce, ha rilevato intorno al tempietto sepolture medioevali, oggetti di abbigliamento, fibie di cinture in bronzo. L’edificio presenta chiare tracce di distruzione per incendio. Sul pavimento è stato rilevato uno scheletro umano, semi-carbonizzato, con il cranio spaccato da un fendente d’arma da taglio. È possibile ritenere che i resti appartengano al presule, titolare della chiesa sanfochese, il quale in un ultimo disperato estremo tentativo di difendere la chiesetta, dall’assalto di quel manipolo di infedeli, ha dovuto soccombere. Dopo la distruzione della chiesa e dell’eccidio rocano-otrantino, il titolo parrocchiale nell’anno 1528 viene trasferito nella chiesa matrice dedicata a San Vito, sita nel comune, da poco costruito dagli esuli rocani, di Roca Nuova [Annuario dell’Arcidiocesi di Lecce, anno 1987, p. 91]; il 18 Maggio 1925, con decreto di mons. Gennaro Trama, il quale durante una s.s. visita pastorale constata il crollo della chiesa di Roca Nuova: 1°) Atteso il crollo della Chiesa di Roca Nuova, dispone che la sede della Parrocchia passi alla Chiesa di San Foca, ove il centro dell’abitato si fa sempre più importante. 2°) Permettiamo però che temporaneamente nel giorno della festa di San Vito si celebri la messa all’aperto sull’altare dell’antica Chiesa Parrocchiale rimasto in piedi, per non privare i pochi fedeli circonvicini di ascoltare in quel giorno [15 giugno] la messa in onore del Santo. 3°) Si raccomanda vivamente al Parroco e lo si esorta con tutte le nostre forze di curare con sacrifici personali e con le oblazioni dei fedeli i restauri, e possibilmente l’ingrandimento, della Chiesa di San Foca, che sarà sede della Curia. Quantunque l’opera non sia facile, abbiamo fiducia nello zelo e nell’attività del Parroco, perché i lavori necessari siano compiuti fra lo spazio di un biennio. 4°) Nel resto lodiamo l’opera che egli spende per il miglioramento spirituale dei suoi filiali. Lecce, 4 Novembre 1925. Gennaro, Vescovo di Lecce. Essendo stata, perciò, soppressa la parrocchia di Roca Nuova quella di San Foca prende il titolo ufficiale definitivo – che permane a tutt’oggi – di chiesa parrocchiale di San Foca in Roca Nuova. XXXI Mons. Antonio II Ricci, vescovo di Lecce. Antonio II Ricci è eletto vescovo il 20 luglio 1453 e muore il 24 dicembre 1483. Precedentemente alla nomina vescovile il Ricci è canonico in Lecce. Il Coniger [Le Cronache] così sintetizza la vita del vescovo di Lecce, Antonio Riccio: “Die 24/11/1483 in Lecce fu morto lo Rev.do Antonio Riccio de Lecce, lo quale possedette lo Pescopato anni 30, che poi non ci fece altro beneficio se non che fice 3 porte de legno e chiantau uno dattilo”. XXXII Pasulo. Grancia basiliana, posta a non più di due chilometri a sud di Borgagne, molto attiva tra il XIII ed il XVI sec., retta da alcuni monaci appositamente qui inviati dall’egumeno dell’abbazia di San Niceta di Melendugno. Le grancie (come è riferito alla precedente nota 8) sono piccoli tenimenti, spesso fortificati, dove sono presenti pochi monaci, dalle due alle dodici unità, se superano questo numero da grancie divengono abbazie minori ma non è il caso di Pasulo. Lo scopo di queste grancie è quello di conservare i prodotti ricavati dal lavoro dei coloni e dei conversi che lavorano sotto la diretta dipendenza dei monaci basiliani. Questi prodotti, poi, vengono ribaltati nell’abbazia principale come è quella di Melendugno. Pasulo è attestata nel documento del 1325 riportato, poi, dal Lubin. Il casale Pasulo risulta avere un nucleo abitativo originario e una chiesa locale. Questo sito è riportato sulle mappe anche col toponimo di Passole o Pasuli feu e risulta molto attivo almeno fino alla prima metà del XV sec.; in questo periodo, infatti, Pasule (questo era il suo toponimo) risulta avere 8 fuochi per una popolazione, media, di 48-50 abitanti in via di aumento. Nella seconda metà del XVI sec. è sottoposta a continue scorrerie turchesche e piratesche anche se riesce ancora a contare 10 fuochi (per una popolazione, media, di 60 abitanti) secondo l’enumerazione dei focolari del 1590-1594; il casale però appare in via di definitivo abbandono. Sulla mappa risalente al 1625-30, dove compare l’organizzazione secolare della diocesi di Lecce, si rileva

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che a Pasulo è presente il doppio rito, sia quello latino sia quello greco-bizantino, anche se quest’ultimo è scritto solo sulla carta, ma non è praticato. Pasulo, come casale, risulta a più riprese e in determinati periodi storici il termine territoriale della diocesi di Lecce o della diocesi di Otranto; da documenti risulta, infatti, che nel 1627 è sotto la giurisdizione della chiesa vescovile di Lecce. Nel 1627 mentre è vescovo di Lecce mons. Scipione Spina, a Pasulo avviene la s.s. visita apostolica da parte del vescovo di Venosa, sua eccellenza mons. Andrea Perbenedetto, il quale costatando il cattivo stato di conservazione della struttura sacra incarica e ordina il restauro al rettore pro tempore, della chiesa pasulana, don Antonio Santoro di Melendugno, come si evince dal documento [G. CISTERNINO, L’Abbazia greco-latina di San Niceta in Melendugno e le sue grancie, Zane, Melendugno, 2007, pp. 122-123]. XXXIII Paladini Berardino (o Everardo). Figlio di Antonello e Elisabetta Prato (nipote, omonimo, discendente da quell’Everardo che, come dice l’Ammirato, è molto caro alla regina di Napoli e contessa di Lecce Maria d’Enghien, la quale il 26 aprile 1428 lo nomina consigliere, vicario generale, principal giustiziere e luogotenente della provincia di Terra d’Otranto e principato di Taranto). Berardino sposa Giovannella Francone (dei baroni omonimi di Castrì) dalla quale non ha figli. Pur essendo un valoroso combattente, fa una triste fine in quanto, sebbene sfuggito alla lama turca nel 1480, durante una innocua battuta di caccia, a quanto afferma l’Ammirato, viene colpito accidentalmente da un colpo di balestra. XXXIV Camberlingatus o camerlengo. Secondo alcuni storici il lemma deriva dal tedesco hammerling. Nel Medioevo i fiorentini chiamano camerlengo o camarlengo colui che ha in custodia il denaro pubblico della città. Allo stesso onore e per la città di Lecce assurge il cittadino di Roca: Antonello. In sintesi possiamo dire che il camerlengo è nel Medioevo il tesoriere fiduciario dell’università poi detto comune e/o il ministro delle finanze nel regno normanno e svevo. Stesso ruolo nello stato pontificio è assunto, fino all’XI sec., dal prelato che presiede alla camera domini papae. Di solito è nominato in concistorio e dal XV sec. è scelto fra i cardinali. Leone X istituisce anche un camarlengo del sacro collegio che ne amministra i beni e gli atti. Nella vacanza della sede pontificia il cardinale camerlengo, essendo il rappresentante del sacro collegio, governa la Chiesa fino alla nomina del nuovo pontefice. XXXV Regia Camera della Summaria. Ufficio del Regno delle Due Sicilie che s’interessava di istruire le pratiche burocratico-amministrative e di nobiltà. Come tribunale agiva per le contestazioni in materia feudale, tra il fisco ed i baroni, per le devoluzioni dei feudi al fisco, per le liti tra fisco, baroni, privati cittadini e università. La Regia Camera della Sommaria è detta anche Summaria Audientia Rationum. Questa istituzione reale aveva attribuzioni di controllo e di giurisdizione finanziaria, precedendo la moderna Corte dei Conti. XXXVI Casato baronale Scisciò. Nobile famiglia leccese originaria di Palermo, venuta in Lecce col cav. Niccolò, al seguito degli aragonesi ed estinta nel secolo XVII anche se attualmente nel Salento esiste questo cognome. Per molto tempo si perpetua nella famiglia Scisciò la carica di castellano del regio castello di Lecce. Questa casata ha posseduto il casale di Ceglie e la Terra di Roca (di cui si parla), confermata al detto Niccolò nel 1468 da re Ferdinando, in cambio dei quali feudi ripresi dal detto re gli sono concessi il feudo del Parco (torre del), vicino la città di Lecce e quello della Foresta di Lecce con altri beni. Questa famiglia si imparenta con i Caracciolo, Maremonte, Prato, Arigliani, Sicuro e con altri [A. FOSCARINI, Armerista e Notiziario delle Famiglie Nobili…, op. cit., p. 192]. XXXVII Casato baronale Delli Falconi. Antica e nobile famiglia neretina, la quale gode nobiltà anche in Taranto, dove si estingue nel sec. XVII, in Otranto e in Lecce, dove è importata da Otranto da Alessandro figlio di Carlo Delli Falconi nel sec. XV e dove si estingue totalmente con Vittoria il 12 mag-

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gio 1827. Possiede, questa casata, i feudi di Verminiano o Sant’Elia, La Maura, Ortelle, Quattromacine e Fano, nonché quello rustico detto di Cola del quale, nel 1679, è padrone Alessandro Delli Falconi; i casali di Arigliano (1451), Pulsano, Leporano, Diso, Spongano, Vaste e Casamassima che, nel 1451, Cosimo Delli Falconi ottiene da re Alfonso d’Aragona, Ruggiano, Torrepaduli, Torchiarolo, Ruffano e Giuliano portati in dote, gli ultimi tre, da Arminia Dell’Antoglietta e Giovan Ferrante Delli Falconi nel 1500, Acquarica del Capo, che Silvia Delli Falconi, badessa di Sant’Elia, compra nel 1587 per ducati 2.050, e le terre di Roca che Raffaele Delli Falconi compra nel 1496 da re Ferdinando d’Aragona, per ducati 3.000 e di Montesardo che, unitamente al casale di Ruggiano e al feudo di Fano perviene nel 1610 in possesso di Ettore Brayda. I Delli Falconi hanno le loro case in Lecce, nel portaggio di San Martino, isola Cappella di San Paolo. Si imparentano coi Lamia, Zurlo, Acquaviva, Paladini, Dell’Antoglietta, Personè, Raho, Pedaci, Stiso, Bozzicorso, Palumbi, Mettola, Guarini, Venturi, Condò e c on altri. Renzo, come narra Angelo di Costanzo nella sua Storia del Regno di Napoli, è nel 1258 tra i 26 cavalieri che prendono parte alla giostra data in Bari in onore dell’imperatore Baldovino. Raffaele è nel 1497, consigliere di re Ferdinando d’Aragona e due volte ambasciatore a Ferdinando il Cattolico. Francesco è ambasciatore di Ferdinando d’Aragona presso il re d’Ungheria Mattia Corvino. Giovannantonio è tra gli strenui e valorosi difensori di Otranto contro i turchi nel 1480 e vi lascia gloriosamente la vita. Marco Antonio da Nardò, è illustre letterato e dotto nelle lingue greca e latina. Nominato vescovo di Cariati e Cerenza nel 1545, muore nel 1556. Scrive Dell’incendio di Pozzuolo, stampato in Napoli nel 1538 e dedicato all’erudita donna Maria di Cardona marchesa della Padula e di Avellino. Domenico è sindaco di Lecce del ceto nobile nel 1733-34 [A. FOSCARINI, Armerista e Notiziario delle Famiglie Nobili…, op. cit., p. 75]. XXXVIII Difesa Radente. Dicesi difesa radente, di un bastione o di un terrapieno, quel particolare tipo di difesa in cui il fuoco rovesciato dagli archibugi o dai cannoni, con i rispettivi proiettili, descrivono una linea che sfiora quasi il terreno. Il terrapieno è un argine artificiale di terra, rivestito per lo più di mattoni o grandi massi di pietra (scavati nella roccia) per rafforzare mura o per usi militari. Argine, piede, scarpa. XXXIX Barone Stefano e Gabriele. La nobile famiglia Barone è una delle più antiche e influenti casate baronali che hanno dominato lo scenario politico ed economico del Salento. Questa famiglia è venuta nel Salento dalla Francia, probabilmente, al seguito di re Carlo I d’Angiò ed estintasi nel XVII secolo, anche se attualmente risultano presenti nel territorio di Melendugno e nel Salento diverse famiglie improntate con questo cognome. Questo casato ha posseduto diversi feudi nella contea di Lecce e nel principato di Taranto. Fra i loro primi possedimenti si ricordano: il piccolo feudo di Vermigliano o Sant’Elia e Palombaro, posseduto nella seconda metà del XIV secolo, il quale passa nel 1404 da Niccolò Adimari a Stefano Barone [L.A. MONTEFUSCO, Le successioni feudali in Terra d’Otranto – La Provincia di Lecce, Istituto Araldico Salentino A. Foscarini, Lecce, 1994, p. 345]. Possiede anche i casali di Carmiano (1404), Magliano (1404) e Vignacastrisi che Tommaso Barone compra, circa nel 1415, da Luigi Della Ratta [A. FOSCARINI, Armerista e Notiziario delle Famiglie Nobili…, op. cit., p. 19]. Da costui il feudo passa al figlio Gabriele I. Gabriele, figlio primogenito di Stefano succede, comunque, sui feudi paterni. Gabriele è padre di un altro Stefano II e Andrea. Stefano II succede alla morte del padre. Questo secondo Stefano sposa Adelfina Guarini, dalla quale nascono i figli: Gabriele II e Raffaele. Questo Stefano nel 1484 comanda le truppe leccesi respingendo i veneziani dalla porta di Rudiae e diviene per ben due volte sindaco di Lecce, nel 1498 e nel 1514. Egli è presente presso l’imperatore Ferdinando il Cattolico, come significativo rappresentante politico e baronale della contea di Lecce. Tra i suoi feudi si ricorda la seconda quota di Palanzano che egli acquista dal barone Giovanni Sangiorgio [L.A. Montefusco, Le successioni feudali in Terra d’Otranto – La Provincia di Lecce, op. cit., p. 337]. Stefano II perde il suo primato e prestigio al tempo dell’imperatore Carlo V quando viene sconfitto in Roca dalle

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truppe spagnole combattendo a favore delle truppe filofrancesi fedeli all’imperatore di Francia, Francesco I. A quanto afferma l’Infantino [Lecce Sacra, op. cit., p. 153], sulla base di alcune notizie che ha preso dal Ferraris, Gabriele Barone “essendo andato in Francia col re Federico, nella morte di quello restò al servizio di Lodovico duodecimo, e poi del re Francesco, dal quale fu fatto Ambasciatore alla Repubblica di Venetia, e suo Vicerè di queste due Province…”. Ancora l’Infantino [ibidem] dice che anche il nipote, di costui Marc’Antonio Barone “fu Colonello di tremila fanti in servizio del medesimo re, e fè molte honarate attioni, che ben farebbe stato per lui, se l’havesse fatte in servizio del suo re naturale”. All’interno di questa nobile famiglia feudataria, di Terra d’Otranto, si ricordano i nomi di Leone e Tobia i quali così li ricorda l’Infantino [Lecce Sacra, op. cit., p. 42]: “La Cappella di San Gregorio papa; il cui fondatore fu Leone della famiglia Barone, hoggi estinta. Si vede ciò da un’iscrizione antica, che sta sopra la porta di detta cappella dalla parte di dentro, che dice così: Anno Domini MCCCCDV.IIIS.VIII. Indict.Hoc Templum ad laudem Dei aedificatum extitit Sancto Gregorio per nobilem virum Leonem D. Thomasij de Tobia BARONE litij. Fu poi riedificata da Vespasiano Abbate Napolitano pro nipote per linea materna di Stefano Barone, come da un’altra iscrizione dentro la medesima Cappella si vede”. Alla morte di Gabriele succede il figlio Tommaso a cui segue il figlio Marcantonio che nel 1528, dopo la disfatta a Roca combattendo con le truppe filo-francesi, è accusato di ribellione e per questo motivo viene privato dei suoi feudi. XD Struttura fortificata bastionata. Arte di trasformare il terreno naturale, così da farne un luogo di combattimento quanto più è possibile vantaggioso alle proprie truppe e ostile al nemico. Le opere fortificate sono: fortezze, cittadelle, torri, masserie ecc. Le opere della fortificazione sono in parte sopra terra e in parte sotto terra. I principali sistemi di fortificazione sono: a) sistema bastionato, in cui la cinta è un poligono ai cui angoli sporgenti si trovano bastioni; b) sistema a tenaglia, in cui la fortificazione consiste in angoli rientranti e sporgenti; c) sistema poligonale, con un vallo principale poligonale continuo formante angoli sporgenti e rientranti; d) sistema circolare, con un vallo circolare. Dopo le due guerre mondiali del XX secolo le fortificazioni hanno ormai perduto ogni importanza. XDI Mura bastionate scarpate. L’asse delle mura bastionate che declinano all’interno non permettono agli assalitori di poter poggiare in maniera comoda le scale mobili di legno, rendendoli scoperti e impotenti a difendersi mentre le salgono; per i difensori, a questo punto, è facile annientare gli assalitori. XDII Cappella della Divina Pastora. Il titolo di questa cappelluccia non poteva essere più bucolico-pastorale di così, considerando che gli abitanti di Roca Nuova erano tutti dediti all’agricoltura, alla pastorizia e/o all’allevamento del bestiame. Nel territorio, un titolo più radicato di questo non vi poteva essere. Il popolo di Roca Nuova, veramente, si poteva riconoscere culturalmente e religiosamente con Maria Santissima sotto il titolo della Divina Pastora. XDIII Chiesetta di Sant’Anna. Nei secoli scorsi la madre di Maria SS., era molto venerata nei territori di Roca Nuova, Borgagne e Vernole, per questo vi erano chiese o cappelle. In quel tempo, gli sposi di Roca Nuova facevano molti figli (10-12) ma essendo il sito molto paludoso, le famiglie erano soggetto a numerose malattie endemiche e pestilenze per cui risultava molto alta la mortalità infantile e anche quella delle donne. Per questo motivo soprattutto le puerpere (ma anche i loro familiari), attraverso preghiere e devozioni, chiedevano a Sant’Anna d’intercedere per loro presso il buon Dio. A conferma di ciò, basta consultare i registri dei nati del comune di Roca Nuova per rendersi conto di questa, per così dire, strage degli innocenti. Per far capire quanto grande è la devozione per Sant’Anna, il rev. don Filippo Pascali da Cupertino detto il Cieco d’Idro nell’anno 1679 scrisse un’opera tragicomica in onore di Sant’Anna [L. DE SIMONE, Manoscritto, vol. 292, p. 65].

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Giovanni Cisternino XDIV Cappella di San Giorgio. Tutto il territorio di Roca Nuova era stato interessato (per numerosi secoli) dal movimento monastico di rito greco-bizantino e San Giorgio testimoniava proprio questa antica presenza. Anche nell’atrio – posto all’interno del castello di Borgagne e in alto su di un muro (posto a destra entrando) – si scorge scolpita l’effigie di San Giorgio mentre infilza il drago, segno, dunque, di una continuità religiosa. XDV Enfiteusi. Detto in latino enfitheusim. Contratto col quale si concede, in perpetuo o a tempo, un fondo coll’obbligo di migliorarlo e di pagare un’annua determinata prestazione in denaro o in derrate. Il concedente chiamasi direttario, il concessionario enfiteuta. Il contributo annuale: canone livellario o enfiteutico. L’origine di questo contratto si ricerca nella storia dell’impero romano. Il suo maggior sviluppo, però, specialmente in Italia, lo si ebbe nel Medioevo quando, per la grande estensione del latifondo, fu necessario pensare al modo migliore per gestire le proprietà.

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BIOGRAFIA DELL’AUTORE

Giovanni Cisternino è nato a Melendugno (Le) il 14 dicembre 1956. Diplomato all’Istituto Magistrale “P. Siciliani” di Lecce, nell’anno scolastico 1974/75, successivamente ha frequentato il 3° anno del corso di laurea in materie letterarie presso l’Università degli Studi di Lecce. Ha svolto il servizio militare di leva in Marina Militare dal 27/02/1977 al 31/08/1978 in qualità di Sergente Furiere “D”. Nel 1999 è stato insignito a Roma del titolo di: Guardia d’Onore del Pantheon. Il 26 ottobre 2002 è stato insignito col titolo di Accademico dei Normanni, dato a Roma dall’Academy Norman (city of Miami State of Florida – U.S.A.) con decreto n. 040/D/2002. Insegnante elementare, attualmente è impiegato statale presso la Corte di Appello di Lecce. Ha scritto nel 1981 una commedia in vernacolo melendugnese dal titolo La Strata in quattro quadri. Nel maggio 1983, quale insegnante, insieme ai ragazzi di 5° della scuola elementare statale di Melendugno, gli è stato conferito un “Premio Nazionale” dal Gruppo Stabile Folkloristico Teatrale di Barletta (Ba), in occasione della rassegna nazionale di musica, canti e danze popolari, organizzata sotto il patrocinio del Ministero della Pubblica istruzione. Ha partecipato a diverse rassegne poetiche nazionali come il Concorso Nazionale “Merate (Co)” nel 1987; al 3° Premio Nazionale di poesia-narrativa-saggistica “Cinque Terre” di La Spezia nel 1988; al 10° Premio Nazionale “Agosto Leonfortese (En)” nel 1988 e altre. Nel 1989 ha scritto un lavoro inedito sulla storia di Lambrugo (Co), che ha donato alla Biblioteca Comunale di quella località. Ha pubblicato poesie con la casa editrice “Il Quadrato” di Milano – nella collana “Presenze” e nel 1990 ha pubblicato, con la stessa casa editrice, una cassetta con poesie di autori italiani e stranieri, tra cui “…Montale, Verlaine, Ezra Pound, Lee Masters, Thomas Stearns Eliot e altri” tra cui due sue poesie L’Emigrante e Lungo la strada…spirito puro con annessa recensione. La stessa casa editrice “Il Quadrato” gli ha conferito nel 1991 l’“Oscar dell’Arte”, che come è riportato sulla pergamena è scritto: “per la sua qualità di lavoro che ne ha fatto personaggio e artista di valore internazionale”. Ha pubblicato degli articoli su giornali come il “Quotidiano” di Lecce, “Vento del Nord” di Erba (Co). Inoltre diversi articoli sui giornali locali come “l’Alveare”, “Il Melendugnese” e “Il Malandrino”. Nel 1992 ha scritto un libretto dal titolo Storia di soldati-eroi melendugnesi nella guerra di liberazione dedicato ad Antonio Petrachi, classe 1916, e ai soldati della prima guerra mondiale, in occasione del ritrovamento, da parte sua, nella parrocchiale locale di un ex voto a San Niceta ma, il lavoro, vuole essere


Biografia dell’Autore anche uno spaccato della realtà melendugnese. Pubblica dal 1994, a più riprese, lavori di prosa e poesia su “Presenza Salentina”, rivista periodica di poeti e scrittori, diretta da Antonio Nahi, edita dalla Zane Editrice di Melendugno. Nel 1995 ha pubblicato un libro di storia dal titolo Insediamenti storico-architettonici nell’area melendugnese con allegato un libretto di poesie, dedicato ai monumenti in degrado del comprensorio di Melendugno dal titolo Motacci, Zane Editrice. Nel 1996 ha pubblicato, insieme all’amico Antonio Petrachi, una monografia storica dal titolo Il baronato dei D’Amely nella Melendugno tra il XVIII ed il XX secolo, Zane Editrice. Tra il 1995 ed il 1997 ha preparato dei saggi di presentazione critica ai seguenti libri: - Ada Caracciolo, Dove vanno le stelle (raccolta di poesie); - Giovanni Pastore, Riflessi dell’anima (raccolta di poesie); - Angelo Petracca, Logie ed ipotesi (trattato filosofico-religioso). - Oliviero Carlino, Nel cuore dei vivi (raccolta di poesie). Nel 1997 ha pubblicato, insieme all’amico Antonio NAHI, un lavoro storico dal titolo Melendugno e Borgagne tra le due guerre mondiali – I reduci raccontano…, Zane Editrice. Nel 1997 ha pubblicato, ancora, insieme all’amico Giovanni Pastore, un lavoro storico-fotografico dal titolo Lecce si racconta…, Zane Editrice. Il 3 agosto 1998 ha pubblicato un lavoro storico dal titolo Acaya nella storia, Zane Editrice, alla presenza di Sua Eminenza Salvatore De Giorgi, cardinale di Palermo, di Mons. Donato Negro, vescovo di Molfetta, di Mons. Giuseppe Semeraro, vescovo di Oria, e, di Mons. Rosario Cisternino, parroco di Acaya. Nel settembre 1998, insieme ad altri amici autori, e in occasione delle festività patronali di San Niceta in Melendugno, ha pubblicato un lavoro storico dal titolo Il Santo patrono Niceta, Melendugno, Zane editrice. Nell’agosto 2000 ha pubblicato San Foca e Torre dell’Orso nella storia, Melendugno, Zane editrice. Nel novembre 2000 ha pubblicato De Bello Lupiaensi – ovvero la guerra di Roca, Lecce, Liber Ars editrice. L’8 dicembre 2000 ha pubblicato, insieme all’amico G. Pastore, Caprarica di Lecce edito con delibera del Consiglio Comunale di Caprarica di Lecce. Nel maggio 2001 ha pubblicato La Cappella della Madonna del Buon Consiglio, Melendugno, Zane editrice. Nel dicembre 2002 ha pubblicato La Toponomastica antica di Melendugno (1809-2002) ovvero Dizionario Toponomastico con notizie storiche e artistiche, Melendugno, Zane editrice. Nel gennaio 2007 ha pubblicato Terra di Acaya e Roca ovvero L’Abbazia greco-latina di San Niceta in Melendugno e le sue grancie, Melendugno, Zane editrice. Nel maggio 2011 ha pubblicato Nicetino Montinaro - La vita e la fede di un uomo semplice, Il Salentino Editore, Melendugno (LE).

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Roca Nuova - Foto del Palumbo inizi 1900 (Biblioteca Provinciale di Lecce)


Forma Urbis - Libera ricostruzione della cittĂ medievale di Roca Vecchia a cura di Annalisa Petrachi


Profile for Pantaleo Candido

Roca Vecchia e Roca Nuova in Terra d'Otranto  

Il libro di Giovanni Cisternino è insieme indagine e documento: testimonianza duplice, perché cerca il distacco critico e produce un testo o...

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